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07 giugno 2021

La conferenza postbellica di Jalta (seconda parte)

 

Il sottomarino Wilheilm Bauer,  ex tipo XXI della 2° Guerra Mondiale

La Germania del 1939 era una gabbia zeppa di lupi, e quasi tutti volevano la guerra: il problema – si fa per dire – è che nessuno sognava una guerra identica a quella dell’altro.

C’era chi voleva una guerra per abbattere il bolscevismo sovietico, chi contro la Francia per vendetta nei confronti della pace di Versailles del 1919, chi vedeva rosso soltanto a pensare all’Impero Britannico…chi tornava dall’emigrazione negli USA per aiutare la Patria, chi vedeva un alleato nell’Italia, altri non si fidavano per niente degli italiani, chi voleva gli spagnoli al loro fianco…chi rammentava le antiche saghe vichinghe…probabilmente l’alleato più sconosciuto era il Giappone: lontano, misterioso, sconosciuto.

 

I primi due anni di guerra andarono bene per la Germania, ma già nel 1941 le cose presero a precipitare: prima ancora di Pearl Harbour Hitler decise la sua guerra contro il bolscevismo, sicuro che la Gran Bretagna avrebbe senz’altro capito…ma insomma…come si fa a non capire che stiamo dalla stessa parte?

Hitler desiderava iniziare le guerra fredda con una decina d’anni d’anticipo ma gli altri non erano d’accordo…e molte cose cominciarono ad andare storte: i racconti degli esuli ebrei terrorizzavano la popolazione, anche se la vera e propria Shoa non era ancora iniziata. E poi, Londra temeva Berlino e non si fidava: si erano liberati di un Re che puzzava troppo di Nazismo e, forti del potere coloniale, pensavano di sistemare prima le faccende con i tedeschi e solo in un secondo momento occuparsi dei sovietici, che già da molti anni combattevano con i finanziamenti ai Russi Bianchi. Per gli inossidabili imperiali britannici, fu un calcolo forse troppo azzardato.

Quando gli USA entrarono in guerra, molti tedeschi e la maggior parte degli italiani iniziarono, Ciano ed Umberto in testa, a temere l’inevitabile sconfitta.

 

Statunitensi e britannici erano entrambi potenze del mare e del cielo, perciò fu proprio in mare ed in cielo che i progettisti tedeschi furono spronati in un lavoro disperato e, in fin dei conti, inutile. Anche a causa della poca lungimiranza nazista.

A parte il programma nucleare, che fallì per la non-collaborazione e successiva fuga di Nils Borg e per il pessimismo sui risultati di Heisenberg, le speranze puntavano su due invenzioni: il caccia a reazione ed il sottomarino vero e proprio, vale a dire non dipendente dalla combustione con l’ossigeno per la propulsione.

Il primo obiettivo fu raggiunto in fretta: già nel Luglio del 1942 l’aereo con due reattori a getto sotto le ali decollò per il primo volo, ma qui ci si mise, misteriosamente, proprio Hitler di mezzo. Il Messerschmitt Me-262 era un caccia, nel 1942, molto simile strutturalmente ai Mig-15 e Mig-17 che volarono 10-20 anni dopo, sennonché, Hitler voleva farlo diventare un bombardiere (!).

Ci provarono tutti gli Assi della Luftwaffe a spiegargli che un caccia che raggiungeva i 900 chilometri orari era una novità unica nel panorama aviatorio dell’epoca, ma non ci fu niente da fare, al punto che la decisione di Hitler appare sconclusionata anche volendo ammettere che lo pensasse realmente.

Forse, Hitler voleva usarlo come minaccia per riuscire ad ottenere una pace separata col Regno Unito, ed attendeva con ansia che la missione di Rudolf Hess – volato in Scozia per incontri con l’aristocrazia britannica – desse dei frutti i quali, però, non giunsero mai. Ed Hess fu condannato all’ergastolo anche se la vera Shoa, al momento della sua fuga, non era ancora iniziata: fu trattenuto – oramai novantenne e solo (tutti gli altri erano già usciti) nel carcere di Spandau – fino a quando Gorbaciov decise di togliere il veto sovietico il quale era appoggiato, stranamente, da un analogo veto inglese.

Comunque, Rudolf Hess decise d’impiccarsi per togliersi di torno…anche se il suo medico raccontò che non era più in grado, a quell’età e con le sue forze, d’impiccarsi da solo. Che volete: qualcuno gli avrà dato una mano…

 

Tornando al nostro povero ed incompreso Me-262, i problemi si rincorsero l’uno con l’altro.

Per diventare un (pessimo) bombardiere leggero si perse un anno ed un secondo anno per riavere un caccia veramente funzionante, al punto che i primi Me-262 giunsero ai reparti nel Giugno del 1944, oramai troppo tardi per contare qualcosa, anche se diedero agli Alleati parecchi grattacapi.

 

Nello stesso Giugno del 1944 entrava in servizio la seconda arma “futuribile” di Hitler: i sottomarini classe XXI e l’U-2501, il primo, scendeva in mare ad Amburgo.

 

Abbandonata l’idea del sottomarino nucleare o delle turbine Walter – troppo lontane nel futuro per sperare in una realizzazione ancora utilizzabile – la Kriegmarine optò per un sottomarino che, negli anni ’40, assomigliava già ai sottomarini a propulsione diesel/elettrica degli anni ’60-70.

Gli U-Boot del tipo XXI erano in grado di navigare sott’acqua per lunghi periodi e per lunghe missioni: solo per fare un esempio, un tipo XXI era in grado d’immergersi di fronte a Genova e, navigando a quasi 300 metri di profondità (all’epoca, completamente invisibile), dopo 4 giorni di navigazione a velocità economica, solo grazie alle batterie, emergere di fronte a Napoli.

Poche ore a quota periscopica, usando i motori diesel tramite uno snorkel per ricaricare le batterie, ed il sottomarino poteva tornare negli abissi: la stessa energia elettrica garantiva la purificazione ed il condizionamento dell’aria in immersione.

Tanto per capirci, le principali Marine del Pianeta giunsero a questi risultati solo intorno al 1970, giacché il sottomarino diesel/elettrico è silenziosissimo, confrontato con i chiasso delle turbine di un sottomarino nucleare, identificabile già a molte miglia di distanza.

 

Il programma di costruzione prevedeva il montaggio in nove settori completi di tutti i collegamenti elettrici ed idraulici già preparati, per costruirli in serie in piccoli cantieri sui fiumi dell’interno e sottrarli così ai bombardamenti. Tre giorni di sosta nel cantiere di assemblaggio ed il sottomarino poteva prendere il mare.

Fra il Giugno del 1944 ed il termine delle ostilità furono consegnati (secondo le fonti) dai 118 ai 121 sottomarini alla Kriegmarine, che entrarono dunque in servizio.

Cosa ne fecero, i tedeschi, di un’arma del genere, la quale poteva individuare ed attaccare con siluri elettrici senza l’uso del periscopio, soltanto col rilevamento degli idrofoni ed il calcolo di rotta e velocità grazie ad un calcolatore elettro-meccanico? Un mezzo con un’autonomia di 15.500 miglia marine, in grado di giungere quasi ovunque nel mondo?

Non ne fecero nulla.

 

Appena un sottomarino terminava un ciclo di addestramento di 4 mesi, cambiava comandante e tornava nel Baltico per un nuovo ciclo, ad libitum: converrete che per una nazione che richiamava i ragazzi e li schiaffava sui carri armati a morire, c’è qualcosa che non quadra. L’attuale pontefice emerito, Benedetto XV, fu richiamato nella Flak, la contraerea e lì servì il suo popolo. Ed Hitler.

 

Furono costruiti anche sommergibili dello stesso tipo ma per uso costiero, il tipo XXIII e, negli ultimi giorni di guerra, due di quei piccoli sommergibili affondarono tre navi al largo della Scozia, senza essere scoperti dalle navi di scorta.

Un sommergibile del tipo XXI, invece, il pomeriggio del 7 Maggio 1945 – e dunque a guerra oramai conclusa da poche ore – si lasciò sfilare nel periscopio a 500 metri di distanza l’incrociatore britannico Norfolk (altre fonti indicano Suffolk, erano gemelli) e la squadra di navi che lo seguivano le quali, probabilmente, stavano tornando ai loro ancoraggi consueti di Scapa Flow, nelle Orcadi. Lo annotò sul libro di bordo che consegnò al suo ritorno a Bergen, dove si arrese mostrando con un ghigno malefico il giornale di bordo al suo interlocutore britannico: nessuno degli inglesi aveva rilevato niente.

 

Il progetto di quei sommergibili fu steso fra il 1940 ed il 1942, approvato da Doenitz nel 1943 ma solo nel 1944 il primo sottomarino entrò in servizio: già a Dicembre del 1944 erano parecchi i sottomarini in servizio e, a Bergen in Norvegia, fu creata la prima flottiglia di soli tipo XXI.

 

Nel 1943, però, Doenitz – futuro successore di Hitler nella carica di Cancelliere – fece una comunicazione assai strana e sibillina, almeno per i tempi:

 

“La Marina da Guerra del Reich costruirà, molto lontano da qui, un sicuro rifugio per il nostro capo, Adolf Hitler, affinché l’ideologia del Nazismo non vada perduta.”

 

Strana, perché nel 1943 la guerra non era certamente vinta ma era ancora lontana da una fine inevitabile ed una dichiarazione sibillina, perché parlava di luoghi molto “lontani” e “sicuri”.

Per inciso, questa dichiarazione portò poi, nel dopoguerra, a mille congetture che condussero gli americani ad inviare una task force in Antartide, che perse inutilmente vite umane nella ricerca di qualcosa che nemmeno sapevano cosa potesse essere, in un posto dove c’erano solo ghiaccio, qualche rara roccia e temperature proibitive, che condussero ad incidenti aerei per il ghiaccio ed a morti congelati per le temperature siderali.

 

Nel frattempo, però, qualcosa si muoveva.

Juan Domingo Peròn – futuro presidente/dittatore argentino – che nei primi anni ’40 era in Italia, aggregato alle truppe alpine per fare “esperienza” col grado di colonnello, sparì dall’Italia per ricomparire all’ambasciata tedesca a Berlino…per fare cosa? Eh…

Dopo la guerra furono sequestrati, in Argentina, alcuni passaporti perché intestati a persone non corrispondenti per età od altri dati di varia natura: il problema era che i passaporti non erano falsi, bensì regolarmente emessi dalla Repubblica Argentina, senza ombra di dubbio! Che mistero.

Qualcuno parlò, ed ammise che nel 1943 Peròn scambiò con i tedeschi 1.000 passaporti argentini in bianco, a fronte della cifra iperbolica di 3 miliardi di marchi: oddio, nel 1943 i tedeschi potevano far girare le rotative della zecca come volevano, e non era un problema consegnare miliardi di carta ad un colonnello argentino che se li sarebbe portati in Patria. La cosa più difficile fu esaudire la seconda richiesta: l’invio in Argentina di 2.000 SS armate ed addestrate.

Pensate che voglia raccontarvi una fuffa? Nella terza parte dell’articolo incontreremo “nel luogo sicuro e lontano” proprio quelle SS e vedremo come la cosa andrà a finire.

 

Tornando ai sommergibili, la domanda più ovvia è sapere che fine fecero: 6 furono affondati in mare da aerei Alleati, e questo è un dato certo…per l’altro centinaio ci sono poche certezze e tante supposizioni senza prove. Alcuni furono presi dai sovietici, dagli americani, inglesi, francesi…incamerati nelle loro Marine e studiati attentamente…uno, addirittura, fu recuperato dal fondo dai tedeschi, che lo tennero in servizio fino al Maggio del1970, l’U-2540, rinominato Wilhelm Bauer, che oggi si trova a Brema ed è una nave-museo.

Altri furono trovati sul fondo, sabotati dai loro equipaggi…qualcuno sotto le macerie dei bunker…ma una certezza per tutti sulla loro fine non c’è.

Ma una ricostruzione degli eventi dovrà pure essere stata fatta – direte voi – almeno dalla Bundesmarine, la Marina del dopoguerra: certo, è stata fatta con teutonica precisione. Chi fu il primo comandante della nuova marina del dopoguerra della RFT? L’ammiraglio Friedrich Ruge, che era stato comandante della Flotta del Nord nella Marina del III Reich: un sottoposto di Doenitz. Dunque…

 

Ma torniamo un momento al 1945, a quella conferenza di pace di Jalta: cosa cercavano, oramai, i contendenti?

Si contendevano con qualsiasi mezzo gli agenti segreti del III Reich, chi per sapere come difendersi (i russi) chi per sapere come “tagliare le ali” ad un’Unione Sovietica che si era fatta non più il ricettacolo dei comunisti del pianeta, bensì una potenza militare di prim’ordine. Erano oramai lontani i tempi dei convogli artici per rifornire la Russia nel 1942: negli ultimi anni di guerra la produzione bellica sovietica, per alcuni settori, superava addirittura la produzione americana.

I servizi segreti tedeschi divennero allora terreno aperto di caccia: vuoi con i soldi, con i ricatti o con le “benevole” concessioni.

Furono centinaia le persone che passarono di qua o di là della futura Cortina di Ferro e nulla contava, veramente, cosa avessero combinato durante la guerra: soprattutto erano molto ricercati gli appartenenti ad ODESSA, la rete di spionaggio tedesca, la quale aveva anche un settore dedicato alla fuga nei Paesi esteri se le circostanze lo avessero richiesto.

Il suo principale esponente, l’ammiraglio Canaris fu giustiziato dai nazisti il 5 Aprile del 1945 accusandolo di tradimento, ma più probabilmente per chiudere la bocca definitivamente alla “mente” che più sapeva di quelle vicende.

 

Così, i sommergibili poterono prendere il largo? Lo vedremo nella terza ed ultima parte.

08 settembre 2020

Ogni anno scade l’8 Settembre

 

Di per sé, questa data fausta/infausta che scade ogni anno potrebbe anche entrare nel dimenticatoio del dibattito, per prender posto nel suo spazio storico che la sua importanza gli compete. Potrebbe: ma non può, non riesce.

C’è ancora, in Italia – almeno, queste sono le cifre ufficiali – un buon 15% di persone (FDI) legate al culto di Mussolini, al punto di presentare i suoi lontani eredi sulla scena politica. Non bastasse Alessandra, presto arriverà Caio Giulio Cesare. Sempre Mussolini.

 

Fatto salvo che questi personaggi sanno soltanto sfruttare sotto l’aspetto mediatico il nome che portano (e non gliene frega una cippa del passato del loro avo) rimangono milioni di persone che ritengono la fine del Fascismo come la fine dell’onore della comunità italiana nel mondo. E, notiamo, sotto l’aspetto storico non hanno tutti i torti nel sostenere che il concetto di Patria si dissolse in un lontano Sabato qualsiasi della Storia italiana. La Patria è il luogo d’aggregazione di tutti gli italiani: se improvvisamente ne compaiono due (ed un po’ farlocche entrambe), possiamo continuare a riconoscerci nel medesimo universale? Né è sufficiente che, due anni dopo, la due “Patrie” si ricongiungano, poiché sono vissute per un tempo sufficiente nel fornire diverse asserzioni di “Patria” che non giungeranno mai ad una sintesi.

 

Mettiamoci la fretta di Togliatti ministro della Giustizia (il quale, personalmente, avrebbe piazzato davanti ad un muro centinaia di persone) nel cercare una frettolosa pacificazione, le necessità dell’economia d’allontanarsi da quegli anni di pane di segatura e di grasso chiamato “carne”, l’esigenza impellente di ricostruire i collegamenti stradali e ferroviari fra le due “Patrie”…e la frittata è fatta.

Le due “Patrie” si mescolarono, ma all’interno d’ogni persona rimasero ben definite. Anche perché al Nord occupato dai tedeschi c’erano molti antifascisti, mentre nel Sud “liberato” dagli angloamericani sopravvivevano molti sostenitori del Duce.

 

Passarono gli anni e la situazione si acquietò ma, ad un furbacchione romano venne alla mente di scatenare, nel nuovo luogo d’aggregazione – la Tv – i sentimenti “di pancia” degli italiani. Non penso che Gianfranco Funari fosse pienamente cosciente del rischio che si assumeva – in fin dei conti, era un ex croupier divenuto per il rotto della cuffia cabarettista – ma lo sdoganare tutti i sentimenti “di pancia” degli italiani non fu una buona mossa, soprattutto perché – la “audience”, nel frattempo, era divenuta il “faro” da seguire – molti giornalisti, con attributi ben maggiori rispetto a Funari, ne sposarono le tracce.

Dagli anni ’80 in poi, il nostro vivere è divenuto sempre più “duale” e riconosciuto valido solo se, alla fine della tenzone, c’è un vincitore ed un perdente: si potrebbe quasi affermare una forma di “Patria duale”, sfaccettata e scomposta in mille riflessi: dal più comprensibile confronto politico alla morale, dalla moda all’alimentazione, dal “sentire” in modo antitetico anche questioni scientifiche, come il mutamento climatico o l’epidemia di Covid, fino  quisquilie senza senso: a leggere i commenti sui quotidiani, c’è da rimanere allibiti per il non-sense di tante affermazioni, utili soltanto per riuscire a “sconfiggere” l’altro commentatore.

 

Si tratta di un ben strano concetto nell’esercizio della democrazia, poiché non si ascolta quasi mai l’altro, occupati come si è a tentare di distruggerlo, d’annullarlo, d’imporsi e basta. E’ quasi un esercizio inutile leggere i commenti sui grandi quotidiani o sui siti che dicono di praticare la controinformazione, giacché ovunque ci siano traffico e molti commenti, immediatamente si scatena il medesimo copione.

Si può rispondere se l’8 Settembre 1943 (o il 25 Luglio dello stesso anno) siano stati la fine della Patria?

 

Non penso.

Ritornando a quei giorni, alla condizione nella quale era ridotta l’Italia, c’era oramai poco da fare: l’Italia bombardata incessantemente dai bombardieri che, oramai, decollavano dalla Tunisia, invasa nel suo Meridione, senza armi moderne da opporre, non aveva speranza. La scelta d’arrendersi fu la più saggia, giacché altre opzioni non esistevano: sacrificare milioni di persone, sotto le bombe o uccisi al fronte aveva ancora un senso? L’esito era scontato.

La fortuna italiana fu che, seppur subissata dal potere fascista, esistevano ancora altri centri di potere: uno su tutti, la Monarchia, che ebbe il coraggio di “inventarsi” qualcosa, pur sapendo d’essere, dopo, obbligata a fuggire.

 

A questo proposito, Rachele Mussolini, la moglie, consigliò al marito di non recarsi all’appuntamento fatale con il Re: a ben vedere, Mussolini poteva arroccarsi con la Milizia, far arrestare gli oppositori del 25 Luglio…e poi?

Sono sempre stato convinto che Mussolini – il quale doveva per forza individuare una soluzione – la trovò il 25 Luglio 1943, quando comprese che sarebbero stati altri a togliergli le castagne dal fuoco. Dopo, sì…creò l’effimera Repubblica Sociale…pensò di riuscire a scappare in Svizzera…forse sperava in un aiuto da Churchill…ma, in fin dei conti, quel che accadde dopo fu solo colpa sua.

 

Non ho mai avuto simpatia per Pietro Badoglio, personaggio infido, sfuggente, opportunista…però, quando nel 1940 si cominciarono a sentire venti di guerra, si recò da Mussolini (era il capo delle Forze Armate) e gli spiattellò, numeri alla mano (citato nei diari di Ciano), che l’Italia non era assolutamente preparata per affrontare una guerra: secondo i calcoli dei militari, assumendo ottimisticamente i dati sulla produzione industriale, ci sarebbero voluti almeno 2 anni e mezzo per essere pronti, ossia nel 1943, quando la guerra era oramai perduta.

 

Ma gli italiani, che ancora oggi gridano al “tradimento” nei confronti dei tedeschi, dovrebbero riflettere su quanto i tedeschi stessi ci hanno tradito, abbandonandoci in Russia di fronte all’attacco che sapevano imminente, “sfilando” in silenzio le loro forze per poterle salvare anzitempo. Ci riposizioneremo 200 km ad Ovest, come difatti avvenne…gli italiani? Eh, chi se ne frega…manco glielo diciamo, così rallentano i russi…

Sulla destra della Julia doveva esserci un reparto tedesco ma…nel momento dell’attacco, erano già svaniti! Come ricorda Giulio Bedeschi: i tank che si scorgevano in lontananza non erano tedeschi, bensì i T-34 russi che non avevamo mai visto e che li stavano circondando!

 

Ma la follia hitleriana giunse alla decisione di non invadere la Gran Bretagna perché nei sogni di quel folle, in Europa, la Germania avrebbe dovuto governare l’intero continente facendo poi i conti con l’URSS, mentre la Gran Bretagna sarebbe rimasta potenza marittima ed imperiale.

Le 8.000 chiatte e navi che aspettavano il via per invadere l’isola – 35 km di mare! – attesero invano, e non fu causa di Goering che non riuscì a distruggere la RAF, bensì dal “sogno” mutato nella caleidoscopica visione allucinata di Hitler, che non desiderava la fine dell’impero inglese…e non riusciva a comprendere perché gli inglesi non lo capissero!

Le vere decisioni inglesi, nel caso dell’invasione, erano quelle di trasferire la Corona ed il Governo in Canada e di non impegnare la Royal Navy in quel conflitto, perché sacrificarla in quell’occasione avrebbe privato la Gran Bretagna della sua potenza marittima, l’unica che poteva mettere sulla bilancia dell’alleanza con gli USA: i tedeschi lo sapevano benissimo dai loro contatti con l’aristocrazia inglese e scozzese, che curavano molto già da prima della guerra.

D’altro canto, lo sbarco tedesco prevedeva l’invio di ben 8 divisioni corazzate, tre di paracadutisti e aviotrasportate, e circa 20 di fanteria mentre gli inglesi non avevano quasi nulla da opporre: il poco che avevano salvato a Dunkerque, anche quello un “regalo” tedesco non compreso.

Se per l’Italia la guerra fu perduta il 10 Giugno del 1940, e per la Germania il 1° Settembre 1939, non c’è molto da stupirsi: quando mai, due Caporali fanno comunella e vincono una guerra?

 

E i frutti, li vediamo ancora oggi: volete sapere l’ultima dei due caporali?

Si videro per l’ultima volta il 20 Luglio 1944 a Rastemburg, subito dopo il fallito attentato al Fuhrer. Era presente un interprete poiché, per quanto se ne dicesse, Mussolini non parlò mai il tedesco: conosceva qualche parola, poche frasi ed era necessario l’interprete. Cosa si dissero?

Nell’atmosfera rilassata che si nota dal filmato (1), con saluti romani e nazisti molto distesi ed approssimativi, il copione è di due vecchi che s’avvicinano alla fine, e lo sanno bene di non avere più molto futuro davanti a loro.

L’interprete, la sola persona presente all’incontro riservato, raccontò di una breve comunicazione di Hitler sulle V1 e V2, ma senza porci troppa enfasi. Finalmente, passarono a raccontarsi le loro avventure di Caporali, uno sul Carso e l’altro in Belgio, della loro vita di trincea, entrambi giunti al grado di Caporale solo per il trascorrere del tempo, ossia perché erano ancora vivi. Sorrisi, tristi, e cordialità, di circostanza: infine, dal treno, saluti da scolaretti in vacanza.

 

Mentre gli alleati erano guidati da Churchill, ex Primo Lord del Mare, da Roosevelt che giunse al terzo mandato e da Stalin che, per quanto crudele, seppe organizzare una grande Nazione per vincere una guerra combattendo per due anni da solo contro il Reich, noi eravamo guidati da due Caporali, più un “Divino Imperatore” il quale, pur di mantenere la poltrona, rinunciò anche alla sua divinità.

 

La “classe non è acqua”, si racconta: rammentiamolo, quando nuovi “caporali sovranisti” dovessero affacciarsi al potere. La Patria? E chi se la ricorda…

 

(1) http://www.ponzaracconta.it/2020/06/29/mussolini-e-hitler-due-dittatori-a-confronto-4-lultimo-incontro/

22 ottobre 2019

Filippo Rossi de Bergerac

Strano a dirsi, ma ogni tanto spunta qualcosa di nuovo: un tenero porcino, una vellutata farfalla, un bocciolo di pesco…e un uomo che pensa, riflette e giunge a scrivere un libro per rifondare la Destra italiana. Per carità: niente di male, hanno pubblicato libri sulle barzellette dei Carabinieri o su quelle di Totti e c’è posto per tutti. C’è posto persino per la velleità di Filippo Rossi, che porta un nome prosaico ma anonimo, e ben si presta per presentare la rébellion d’un garçon plein d’air et de nullité, che al giorno d’oggi vorrebbe entrare nella parte del grande Savinien Cyrano de Bergerac (1619-1655) e calcar le scene (televisive?) dopo esser stato ristrutturato per il teatro e reso celebre da Edmond Rostand (1868-1918). Meraviglie della modernità.

Obiettivamente, sono stato troppo duro con Filippo Rossi ed il suo Dalla parte di Jekill, perché l’intento è buono…almeno…passabile, ossia raccontare (per sommi capi) che cosa è stata la Destra italiana da Cavour a Salvini, da come sono avvenuti trecentoquarantatré contrappassi, ventotto tradimenti, otto ristrutturazioni e, infine, la creazione di una coalizione che potrebbe anche vincere delle elezioni. Quando saranno.

Rossi (non Paolo) ha tirato sì in porta, ma diciamo che ne è nato solo un modesto calcio d’angolo dopo una sterile deviazione in corner. Perché?
Perché Filippo (non di Edimburgo) ha regalmente declamato la parola chiave, sulla quale ha intessuto capitoli di storie sulle disgraziate vicende della perduta nelle nebbie Grande Destra Italiana: Patria.

Oddio, non è il solo…
Giorgia Meloni pensa, addirittura, di affidare l’Italia alla grande Triade: Dio, Patria e Famiglia. Se il primo si degna di uno sguardo, se la seconda veramente esiste (come vedremo in seguito) e la terza, da tempo, ha smesso di far parte dell’insieme: ogni 72 ore, una donna (e spesso madre) viene uccisa (1).
Matteo Salvini si limita a misteriosi segni con le mani ed agita crocifissi e medagliette: la sua attuale famiglia (se è vero) è la di Verdini figlia, mentre per la Patria omette. Dovrebbe menzionare troppe patrie, quelle venete e lombarde in primis, e poi il vecchio regno piemontese, la repubblica ligure…mamma mia! Meglio star zitto.
Il BerlusKaiser ha smesso i panni neri od ossigenati per gli indumenti dai colori meno cangianti, come fanno tutti i vecchietti, e dopo aver partecipato alla grande kermesse del 19 Ottobre – dove hanno salutato “vigorosamente” coloro che partiranno per santificare il loro grande anniversario, la Marcia su Roma del 27-29 Ottobre – giunto a casa, sistemato nel suo lettuccio caldo, avrà aperto le pagine di Dalla parte di Jekyll e si sarà messo a sognare: oh, bei ricordi…un Montanelli giornalista, un Cossiga Presidente, un Andreotti agli Esteri…gli sarà sfuggita una lacrima, perché anche lui – come quelli che credono nel fulgore dell’amor patrio che tutto supera, travolge e calcina, oppure quelli che sognano una Destra in guanti bianchi a cena al Ritz – non ha capito una mazza. Oppure, persone che si sono rese conto che il problema esiste , ma che il problema stesso ha scarse possibilità di soluzione.

Sgombriamo subito il campo da stravaganti collusioni fonetico-culturali: possiamo subito affermare che il termine “Patria-Europea” è l’ossimoro più evidente in campo linguistico, perché non esiste un sentiero europeo sotto questo aspetto. I circa 50 milioni di morti nelle guerre nazionaliste o para-nazionaliste del ‘900 crediamo che bastino ad evidenziarlo. Non si possono creare “Patrie” dopo una simile, recente voragine: al più, si può parlare di reciproca tolleranza.

Ma, all’interno del nostro Paese, si può parlare di “Patria”?
Abbiamo circa 150 anni di storia unitaria: fu l’Esercito Piemontese ad unificare il tutto, con l’aiuto francese in funzione anti-austriaca fino a quello tedesco in funzione anti-francese per il Veneto e la presa di Roma. E qualche “aiutino” britannico (per gli interessi di Sua Maestà, antifrancesi), che – dopo aver impiccato l’ammiraglio Caracciolo a Napoli nel 1799 – concesse a due fregate inglesi di sostare a Marsala ed attendere i due vascelli di Garibaldi (per non esporli prima dello sbarco al fuoco dei vascelli partenopei).

Negli anni successivi, reggimenti piemontesi iniziarono la guerra contro il brigantaggio – dovuto principalmente al tradimento delle promesse “unitarie” – ed uccisero circa 75.000 persone (2) ma c’è un particolare che agghiaccia: cosa capivano, l’uno dell’altro, ribelli e soldati?
Eseguimmo una prova, a cena: un gruppo di piemontesi con due amici napoletani in un ristorante a Napoli.
I napoletani zitti, mentre noi discorrevamo in piemontese “stretto”, ma certamente più “largo” di quello post-unitario. Alla fine, i due amici napoletani chiesero così, in giro, a qualcuno chi ritenevano che fossimo: le risposte furono equamente suddivise fra francesi e tedeschi. Nessuno pensò nemmeno per un istante che fossimo italiani: saranno turisti…eppure era la Napoli della fine del Novecento, che aveva già vissuto l’emigrazione…niente: stranieri.

Oh certo, la “lingua di Dante” già esisteva…Manzoni aveva già sciacquato i suoi panni in Arno…ma questa era soltanto roba, nell’Ottocento, per gli ufficiali piemontesi ed i baroni meridionali che facevano parte – guarda a caso – della medesima alleanza.
Tuttora, non riesco a comprendere i pescatori pugliesi se parlano nel loro dialetto: eppure, in mare dovrebbe essere più facile…no, non è così: le connessioni linguistiche storiche, soprattutto fra italiani, spagnoli e portoghesi hanno un’altra radice: il Latino.
Quindi, la nostra “Unificazione” che doveva condurre ad una “Patria”, fu condotta da eserciti che parlavano lingue diverse – dove solo gli ufficiali potevano capirsi (a volte, a fatica) – mentre per la truppa c’era soltanto la legge del piombo e della sciabola.

Giunse, però, il gran momento: durante la Prima Guerra Mondiale – che i cantori del regime salutarono come “la grande offerta alla Patria in armi” – e, finalmente, i sarti napoletani ed i villici siciliani, calabresi, ecc ebbero il grande onore di crepare, con la bocca piena di fango, su terre che non sapevano manco riconoscere su una carta geografica. In mezzo a popolazioni che non capivano, vessati da ufficiali che non comprendevano se non per i comandi essenziali: fuoco! all’assalto! Savoia! E vi meravigliate se esiste una “questione meridionale”?

E venne il Fascismo. I fascisti erano tutt’altro che stupidi e compresero che per ottenere una “Patria” bisognava affidarsi ad un universale comune, ma anche loro poterono farci ben poco, perché l’unico “universale comune” che riuscirono a scovare fu l’Impero Romano.

Sempre per usi propagandisti, ossia per creare quella liaison fra i lontani Latini ed il Novecento, crearono una nuova architettura, che ha avuto il suo fulcro nella creazione dell’EUR, a Roma. Come tutte le scelte in capo architettonico, a qualcuno piacque, ad altri no, ma non per fedeltà/infedeltà verso il regime: quello che si può senz’altro affermare è che pochi compresero quel tentativo di celebrare gli antichi fasti dell’impero romano. Guardavano col naso all’insù le geometriche architetture…qualcuno diceva “Bello…” altri “Bah…”

Quel poco di Patria raffazzonata, molto esaltata sì, ma senza reali e solide radici per giungere ad essere interiorizzata, però, si squagliò al sole dopo due anni di occupazione straniera, tedesca ed anglo-americana. Gli italiani urlarono “basta!”, c’avete fregati un’altra volta, torniamo al nostro paese (il nostro piccolo Heimat? Vedremo in seguito) e non rompeteci più con fandonie del genere.

L’inno italiano non si può dire che, musicalmente, sia un gran che: una marcetta, più noiosa della Marsigliese, che non raggiunge mai i toni aulici dell’inno tedesco od inglese.
Il nuovo regno d’Italia impose subito la Marcia Reale come inno ufficiale, ed il Fascismo s’accontentò di canzonette come Giovinezza per render gai gli animi, anche quando c’era poco da stare allegri. Mussolini, nella Repubblica Sociale finì per tollerare l’antico inno di Mameli, ma non lo appoggiò mai.
Così, finita la guerra, tutti s’affidarono “all’elmo di Scipio”: vorrei sapere quanti conoscevano o si riconobbero in un fumoso console latino di duemila anni prima, che era andato a soggiogare una lontana provincia d’origine fenicia, tale Cartagine. Difatti, diciamolo a chiare lettere: possiamo anche tollerare quell’inno perché non abbiamo alternative, però che piaccia e – soprattutto – che racconti qualcosa, non venite a raccontarcelo.
Alla Lega è piaciuto di più il coro del Nabucco – che per versi e musica non ho difficoltà ad avvertirlo come più gradevole – ma è una storia d’antichi esuli ebrei nella terra di Babilonia!

Come hanno affrontato la loro quasi contemporanea unificazione i tedeschi?
Non ci fu nessuna guerra, bensì un processo definito Zollverein, ossia “unificazione doganale”, facilitato dalle precedenti invasioni napoleoniche, che avevano fatto “saltare” molti confini fra piccoli ducati o contee ecclesiastiche. La Prussia era la più forte militarmente: difatti, subito dopo l’unificazione rese il favore fatto da Napoleone (qui, è interessante il carteggio ed il rapporto con Goethe!) sconfiggendola brutalmente nella guerra del 1870.
E sotto l’aspetto linguistico?

La Germania ha anch’essa dei dialetti (non così diversi come quelli italiani), ma fu molto facilitata dalla diffusione dei testi luterani – che furono anche un fattore linguistico unificante – poi da una serie di riforme sui codici e sul lessico (caratteri gotici, ecc), per giungere a Giuseppe II d’Austria, che “accomunò” le due lingue (austriaco e tedesco), infine da altri regnanti germanici che seguirono i medesimi impulsi. E i concetti di riferimento?
La “Patrie”, in Germania, sono due: il Vaterland la “terra dei padri” (e qui non ci sono problemi a capirlo) e l’Heimat, termine che non ha traduzione in italiano e nelle principali lingue europee. Significa pressappoco il luogo dell’anima, il mio “posto”…insomma, qualcosa che coniuga la “Patria personale” con quella grande, comune a tutti. E l’inno?

Il noto Deutschland über alles (3), nella sua traduzione, si presta ad una mistificazione: quel “über alles” può essere tradotto in vari modi, ossia molto frettolosamente in “sopra tutti” oppure, semanticamente corretto, in “sopra ogni cosa” o “prima di tutto”. Ed è così che l’intese chi lo scrisse all’inizio dell’800, che poi lo accoppiò con la musica di Haydn. Un inno molto pacifico, dove si esaltano i valori nazionali…donne tedesche, vino tedesco…nessun impeto guerresco, perché c’era da unificare, non da guerreggiare.

Come si può notare, si trattò di due percorsi analoghi, vissuti nel medesimo periodo storico, con due potenze regionali a guidarlo – Prussia e Piemonte – ma realizzate in modo completamente diverso: mentre in Germania ci fu molta attenzione sul versante linguistico ed anche sulla questione dei termini – l’uso dei due sostantivi, Vaterland ed Heimat, sostanzialmente, acquietò possibili incomprensioni e “fughe” mirco-nazionaliste – e nemmeno il regime nazista si sognò di toccare l’inno tedesco.
I nazisti diffusero molti inni  “accessori” come quelli militareschi ed usarono il famoso Horst-Wessel-Lied (4), l’inno dei lavoratori tedeschi (nazisti), che dopo la 2GM fu proibito in tutta la Germania, con ben due appositi articoli del codice penale. E, soprattutto, fatto rigidamente rispettare.

In Italia, invece, incomprensioni linguistiche, conquista militare, comportamento coloniale, uso di un inno sconclusionato e guerresco ed ampie repressioni successive finirono per proporre una forma di Patria grifagna, infida e nemica, che continua ad essere percepita, oggi, come inquisitrice, ingiustamente impositrice di gabelle, dilapidatrice di patrimoni pubblici ed incapace di portare all’Italia ciò che gli italiani hanno sempre desiderato: un posto da cittadini, con diritti e doveri uguali per tutti.

Qui termina il gran sogno di Filippo Rossi: se fossimo a scuola potrebbe meritare anche un buon voto, perché sviluppa con buona lena molti aspetti delle vicende della Destra italiana, partendo però da un presupposto errato: qualsiasi Destra che si rispetti – dai conservatori inglesi ai cattolici spagnoli – presuppone l’esistenza di una entità superiore ai singoli individui, e che sia percepita come tale! Quando non c’è, tutto crolla.

E torniamo al nostro Hercule Savinien (!) Cyrano de Bergerac, che in una nuova epoca intrisa di dubbi sul futuro delle Nazioni e sui loro destini – politici, economici, ambientali, ecc…come lo fu, in qualche modo, il tempestoso Seicento che doveva prender coscienza del “allargamento” del mondo abitualmente conosciuto da millenni – s’arrocca in una versione del tradizionale mondo “cortese” che la memoria ante-Americhe ancora gli rammenta. Ma lo declina da uomo del Seicento: un mondo tempestoso, corrugato da nuovi filosofi, sbalorditivi concetti, proto-ideologie…e viene considerato il primo precursore della letteratura fantascientifica.

Qui è la sintesi, o il parallelo, con la situazione della Destra italiana: Giorgia Meloni – oggi “sovranista” – non sa, o non ricorda, o fa finta di non ricordare quanto il partito che frequentò – Alleanza Nazionale – era proiettato in Europa, fidente e gagliardo, senza nessun dubbio su moneta comune e quant’altro, fino ad essere inclusa nel raggruppamento parlamentare “Alleanza per l'Europa delle Nazioni” che era, evidentemente, una tagliola in embrione, perché non puoi mantenere diviso (delle “Nazioni”) ciò che vuoi unire (l’Unione Europea).

Silvio Berlusconi, con la famosa “discesa in campo”, cercò prosaicamente – da buon imprenditore qual è – d’accaparrarsi quella “fetta di mercato” che la DC aveva lasciata libera e senza più referenti. Un cattolico conservatore, in sintesi, senza troppi orpelli. E che differenza c’è fra un cattolico italiano ed uno tedesco?

Per Umberto Bossi, invece, il sentiero era contiguo ma molto differente: non aderiva ad un concetto di “Patria” italiana, perché il suo obiettivo era un’Europa “delle Regioni”, qualcosa che gli consentisse di far convivere il Diavolo con l’Acqua Santa, ossia il suo Lombardo-Veneto indipendente purché “sistemato” in una personale visione europea.
Oggi, è molto difficile comprendere il nuovo lessico leghista: relegato in un angolo il “Grande Nord”, l’Italia intera deve diventare “Nord” per difendersi dal “Sud” del mondo? E i voti che deve prendere dai piccoli imprenditori padani? Mah…

Come si può notare, gli assiomi di base della Destra italiana sono fortemente divergenti: “Patrie” (europee) per il segmento Fini-Meloni, unione dei cattolici europei (DC-CDU, ecc) per Berlusconi, un pot-pourri di regioni affastellate per Bossi. Poi, c’è sempre il “non so” di Salvini: domanda non pervenuta.

Qualcuno si chiederà perché la Sinistra, in questa narrazione, sia totalmente assente: per due motivi.
1) Tradizionalmente, il concetto di Patria è sempre stato associato alle formazioni politiche conservatrici, che ne hanno fatto il loro stendardo storico;
2) La Sinistra italiana, per sua genesi, fu sempre attratta/associata all’internazionalismo cosmopolita – due figure: Mazzini e Garibaldi – poi la lunga avventura degli internazionalismi socialisti/comunisti del Novecento, culminati, poi, con la piena adesione (come avvenne per la maggior parte della Destra) all’Unione Europea.
Ciò che distingue le due ideologie è che, mentre per le Destre la Patria è un concetto primario ed incomprimibile né “traslabile” in altre fumose concezioni (si noti la vicenda catalana), per la Sinistra è un concetto accessorio, non presente nel suo DNA costituente.

Ma i voti, i consensi, si prendono con concetti forti, che raggiungono gli animi e li scuotono, li seducono, fanno sentire gli elettori “partecipativi” ai processi in corso: era nato un nuovo partito, il M5S, che proponeva un concetto semplice da ricordare e da interiorizzare. L’onestà assoluta di chi è chiamato al governo della cosa pubblica, come avviene quasi dappertutto in Europa, dove il minimo scandalo conduce alla porta. Come reagire?

Per chiedere consensi o anche sacrifici, o cambiamenti sostanziali, bisogna trovare un altro concetto “forte” da contrapporre alla “onestà”: già, come fare? La Patria non funziona, o molto poco: due guerre mondiali l’hanno “consumata” parecchio, decenni di malgoverno l’hanno trasformata in un campo di battaglia a colpi di tangenti.
Ecco, allora, che si trova un escamotage, molto avvincente ma pericoloso: difendere la piccola Patria personale – potremmo scambiarla con l’Heimat tedesco, ma il nostro Vaterland è corroso e deriso – non importa, si va avanti a forza di tweet e di Facebook, fidando sull’ignoranza collettiva della Storia. E sottovalutando molti rischi sul fronte sociale.

Si giunge ad affermare che i tortellini col pollo al posto del maiale sono un insulto alla cultura culinaria nazionale: vade retro, Satana! Mia madre, ferrarese “doc”, li faceva col ripieno di cappone: a me non piacevano, ma il resto della famiglia s’abbuffava.

I crocifissi, nelle scuole, vennero re-introdotti poco prima del 1990, giacché prima – per un anelito di laicità della scuola negli anni ‘70 – erano spariti: me n’accorsi perché vidi un bidello, col martello in mano, risistemarli dietro la cattedra. Nessuno s’era accorto della loro sparizione, e nessuno s’accorse della loro ricomparsa.

Poi si devono armare tutti, contro il nemico incombente: all’armi! all’armi! Cosa non vera – provate ad andare in armeria e vedrete cosa vi daranno, ossia niente o troppo, esattamente come prima – però il messaggio che passa è che “potremo armarci” e difenderci dall’invasione della nostra Patria (che come universale presente nella vita comune non esiste più da tempo). E chi ci minaccia?
Gli immigrati, i negher, i musulmani, che stuprano le nostre donne e diffondono le droghe per i nostri giovani: se leggete anche solo un po’ la cronaca, vedrete che sì s’ammazza, ma soprattutto all’interno delle famiglie italiane, che il controllo delle droghe è sempre nelle mani dei cartelli italiani, che oggi sono insediati a Medellin per la coca ed in Albania per l’hascisc. Più un po’ di robaccia chimica che viene d’oltralpe o da chissà dove: non certo dall’Africa.

Ma il concetto è passato, e gli spin-doctor hanno saputo addobbarlo bene: il problema, oggi, è farlo durare, perché un Governo c’è, governa – come può, come sa fare, non è il Pico della Mirandola dei governi, ma nemmeno con i bilanci alla Paolo Cirino Pomicino! – e si deve programmare una lunga traversata nel deserto, fino all’Oasi del 2022, quando ci si fermerà, si apriranno i bloc notes, e ci si conterà di nuovo.

E tornerà la sempre difficile riesumazione di una Patria che non esiste, che non è mai esistita, per giudicare e scegliere fra questo o quello. Con l’Europa? Senza l’Europa? E chi lo sa!

Prendetela come meglio gradite, ma non ditemi che le cose non stanno proprio così: è un problema serio, che spesso non riusciamo a percepire.
Buona patria (o pappa, zuppa, sbobba…) a tutti.

(4) https://it.wikipedia.org/wiki/Alleanza_Nazionale_(Italia)

20 marzo 2018

La guerra 2014-2018?





Tutti avevano avvertito, per mesi, per anni…una grande guerra c’attende: è lì, dietro l’angolo, s’aspetta solo che qualcuno prema il bottone…a dire il vero la guerra non è mai cessata dal 1945 in poi: Corea, Vietnam, Afghanistan (URSS), Jugoslavia, Afghanistan (USA), Iraq, Libia, Ucraina, Siria…Non bastano le centinaia di migliaia di vittime per chiamarle “guerre”? No, sarà Armagheddon, la battaglia delle battaglie…perché, ad ogni richiamo di guerra, tutti s’addossano gli uni agli altri nella speranza che capiti proprio la colossale catarsi, che tutto e tutti devasterà?

Credo che la ragione risieda più in una generale infelicità, piuttosto che nell’analisi della diplomazia: il “fuoco distruttore” che diventa riparatore, la catarsi universale che ci monderà da ogni male. E’ una psicopatia che il Web eleva all’ennesima potenza.
Perché, ad essere onesti, non c’è nessun segnale di voler distruggere un’altra volta il mondo, almeno: io non riesco proprio a scovarlo, per quanto mi scervelli. Segnali di guerra fredda, certo…mostriamo i muscoli, come no…giochiamo un po’ alle spie, ma sì…poi tutto si ricompone e continuiamo a far soldi a palate. Credetemi: è questo che conta. Nessuno metterà in gioco gli stratosferici profitti per conquistare una Danzica qualunque, né una Crimea e né una Siria.

Vediamo prima l’analisi diplomatica.
Il confronto (potere degli anniversari!) è centrato sul 1914, prima fase della colossale guerra mondiale in due fasi, 1914-1918 e 1939-1945 che distrusse l’Europa e la consegnò in nuove mani. Eppure, quel 1914 fu un anno straordinario: non ci fu mai, nella Storia, un concentrato d’imbecillità come quello che scattò il 28 Giugno del 1914, a Sarajevo.
L’economia andava a gonfie vele, la tecnologia superava barriere impensabili e sovvertiva interi mondi al ritmo del vapore, dell’elettricità, della radio. Eppure, la guerra iniziò.
Bisogna però ricordare che le nazioni europee erano legate da trattati ferrei ed un’inezia – l’uccisione del pretendente al trono d’Austria-Ungheria – fece scattare automatismi a catena, con un meccanicismo che oggi non esiste più, in questo mondo di guerre (ed alleanze) a geometrie variabili.

La Germania di Bismarck aveva superato ostacoli su ostacoli, correndo come una matta sul filo della tecnologia e degli armamenti, ma la Union Jack garriva su tutti i mari: il commercio mondiale era nelle mani dell’Inghilterra, senza se e senza ma. L’unico timore inglese era che si generasse una situazione che capiterà proprio 25 anni dopo, ossia i porti sull’Atlantico francesi nelle mani dei tedeschi.
Eppure, una settimana dopo l’attentato di Sarajevo, tutte le diplomazie europee premevano per una “piccola guerra” di ritorsione nei confronti della Serbia: il conflitto non doveva uscire dai confini balcanici! Un poco l’attendismo dell’Austria, un po’ il doppiogiochismo (guerra/pace) della Francia, un poco la scarsa volontà inglese e russa, finirono per ingannare tutti, in un quadro di alleanze ferree, ancora legate – nei modi e nei tempi – a quelle delle guerre napoleoniche e il patatrac si mosse quasi da solo. E, solo pochi mesi dopo, la Gran Bretagna era invischiata nella sanguinosissima impresa dei Dardanelli.
Giustamente, molti storici definiscono il 1914 l’anno della “fine dell’Europa”, ossia di quel mondo che aveva capitale fra Londra, Parigi e Berlino. E gli USA, quando i contendenti furono stremati, gettarono la loro prima “rete”: la seconda – quella definitiva – giunse nel 1945.
Ma torniamo all’oggi.

Per quanto mi sforzi, non riesco a capire perché mai la Gran Bretagna dovrebbe attaccare la Russia: per non perdere la posizione egemonica (che non ha più!) nel Pianeta? E gli USA? Anch’essi per la stessa ragione? Ma la grande accusata, la Russia, non ha certo i mezzi né aspira a diventare una potenza egemonica mondiale. E l’Europa, ossia la Grande Germania dei sogni bismarckiani? Si muoverebbe come un sol uomo od in ordine sparso, come sempre è avvenuto nelle recenti crisi? Non dimentichiamo che la potenza nucleare è la Francia, non è Berlino. Cosa farebbe la Cina che, pacificamente, sta conquistando il commercio mondiale?

Insomma, mi sembra che ci sia una sfilza di “se” e di “ma” un po’ troppo lunga da scogliere per giungere a quello “scontro titanico” che si paventa. Poi, il mondo è cambiato.
Dove riposa il vero potere?
Negli aggregati economici, che non hanno più nazionalità? Nella monete da difendere, che non hanno più valore intrinseco? I capitali si spostano ed investono dove trovano fertilità per costruire nuove aziende, nuova tecnologia e nuovi strumenti per vendere, ossia guadagnare, in ogni parte.
Possiamo ragionevolmente pensare che i Rothschild (tanto per indicare un nome) affianchino qualcuno dei contendenti per distruggerne un altro, nel cui territorio hanno gli stessi interessi e i medesimi investimenti? Qualcuno ricorderà la “strana” vicenda di Thyssen e Prescott Bush, ma è solo una miserabile storia d’affari in tempo di guerra, non una causa e nemmeno una ragione. Fu un accidente casuale.
Non esistono più patrie, né da difendere né da attaccare: al massimo, si mostrano i muscoli per far vedere che “se ci fate questo, noi siamo in grado di…” E tutto s’acquieta.
Molti diranno: eh, c’è la bomba atomica…non credo che questa sia la ragione.
Vediamo l’aspetto militare.

Le armi non convenzionali, negli eserciti, vengono classificate come NBC, ossia Nucleari, Biologiche e Chimiche. Le uniche a non essere mai state usate in una guerra moderna sono quelle Biologiche le quali, a ben vedere, sono forse le più pericolose, giacché nessun batterio si ferma ad una frontiera, di pace o di guerra.
Le armi biologiche, ad essere un po’ pignoli, furono però le prime ad essere usate, ma quasi inconsapevolmente.
Quando i genovesi – siamo nel 1346 – erano sotto assedio nella fortezza di Feodosia (Caffa), sul Mar Nero, le truppe del Gran Khan – oramai alla fame, disperate e decimate dalla peste – decisero di catapultare alcuni corpi d’appestati all’interno delle mura. I genovesi a’affrettarono a gettare i cadaveri in mare, ma oramai era troppo tardi: tornarono a Genova, e la peste uccise un terzo dell’allora popolazione europea.
Sarà il gran terrore che le circonda, ma Colin Powell scelse proprio una boccetta d’antrace per spaventare l’assemblea dell’ONU, poi rivelatasi un clamoroso falso.

Le armi chimiche ed atomiche sono già state usate: le seconde, come ben sappiamo, sganciate sul Giappone oramai alla resa e senza più nessuna possibilità di difendersi. Churchill era contrario e, quando Roosevelt gli disse che uno sbarco in Giappone sarebbe costato “almeno 500.000 vittime”, rispose che la Gran Bretagna era disposta a pagare quel prezzo: erano, entrambi, degli spudorati bugiardi. Così è in diplomazia.
Roosevelt sapeva che il Giappone non aveva più una squadriglia di caccia in grado di volare, ma voleva prendersi qualche anno di vantaggio sull’URSS, dimostrando di poter egemonizzare il Pianeta. Proprio quello che l’orgoglioso Churchill non voleva concedere.
Ma i gas? Perché li dimentichiamo sempre?

Uno dei gas più comuni, l’Iprite, deve il suo nome alla cittadina francese di Ypres, presso la quale furono usati dapprima dai tedeschi, poi dai francesi, inglesi, austriaci, italiani…e compagnia cantante.
La domanda che pongo è questa: perché, vista la loro inutilità al fronte (e se il vento cambiava?), nessuno meditò di bombardare Londra con una spessa coltre d’Iprite? Ovvio: perché il giorno dopo sarebbe toccato a Berlino. In quegli anni, entrambi i contendenti avevano già mezzi aerei per farlo.

Già all’epoca, ci si rese conto che certe frontiere è inutile varcarle: senza menzionare i gas (il loro impiego fu scarso e sporadico) l’Europa giunse all’autunno del 1918 stremata, al punto che gli americani dovettero letteralmente nutrire le popolazioni vinte e quelle vincitrici, per almeno un paio d’anni. E mancavano le navi per portare il grano in Europa: ci avevano pensato i sommergibili tedeschi. Addirittura, i giornali viennesi declamarono ampie lodi ad una colonna italiana che aveva portato rifornimenti (di fonte USA) fino a Vienna.

Nella 2GM nessuno pensò d’usarli: né Churchill che blaterava d’ammazzare tutti i tedeschi con armi biologiche, né Hitler che godeva soltanto quando gli mostravano fotografie di Londra che bruciava.
Eppure, entrambe le forze in campo continuarono a produrre ed a distribuire gas a reparti speciali: ne abbiamo la prova nella nave americana John Harvey colata a picco a Bari per il bombardamento tedesco del 2 Dicembre 1943, carica d’Iprite, la quale (per il segreto gelosamente custodito) causò numerose vittime anche dopo la guerra fra gli ignari pescatori.

Dal primo uso bellico dei gas è trascorso un secolo. Possiamo immaginare un bombardamento a gas su Londra o Berlino? Gli aerei ed i dirigibili d’entrambe le parti potevano sganciare già bombe da una tonnellata, nel bel mezzo della notte, praticamente indisturbati. Quanti sarebbero stati i morti? Decine, centinaia di migliaia? Per notte? Una follia. Difatti, anche all’epoca, nessuno “schiacciò il bottone”, nessuno diede l’ordine di usare i gas per i bombardamenti.

Possiamo immaginare una guerra del futuro senza armi atomiche? Certo, perché a finanziare una guerra sarebbero le stesse persone che, oggi, “finanziano” la pace. Ossia un (dis)ordinato, ininterrotto flusso di “rifornimenti” dalle grandi aree di produzione ai nostri supermercati: siamo considerati come topi, ma topi di un certo pregio, perché se il topo non è felice e non mangia sempre di più, oltre il suo bisogno, loro non guadagnano. E li vedete, metter mano a delle armi che li priverebbero del 90% dei loro bei topolini? E dopo? Per rimettere insieme tutta la macchina, quanto ci vorrebbe?

Come sarebbe un’ipotetica 3GM?
Ogni guerra inizia sempre con i mezzi che hanno dimostrato efficienza nella guerra precedente: potremmo aspettarci lo spiegamento di spettacolari Task Group centrati sulle portaerei. Subito dopo, le portaerei andrebbero a fondo, colpite da convenzionalissimi missili che giungerebbero da 1.500 chilometri di distanza – magari sparati da un sottomarino – con una “misera” tonnellata d’esplosivo nell’ogiva.
Ancora dopo – rimessi in magazzino portaerei ed aerei – giungerebbero i nuovi mezzi: il sottomarino a propulsione nucleare – il sottomarino non ha più niente da dimostrare, lo ha già dimostrato nelle precedenti guerre…unico ostacolo l’autonomia in immersione, che era scarsa – ed una panoplia di missili che, oggi, non riusciamo nemmeno ad immaginare. Poi tutto il gioco elettronico: contro-misure, contro-contro-misure per ingannare, deviare i missili…che gioia!

I costi?
E che gliene frega!
Sapete quante navi sono colate a picco nei due conflitti mondiali? Circa 30 milioni di tonnellate (1): sì, 30 mi-lio-ni di tonnellate, un vero e proprio camposanto sottomarino, costruito col sudore di milioni d’operai. E con guadagni astronomici.
Ogni volta che osservate un aereo sganciare un grazioso missile con la sua scia di vapori, è un milione di dollari che se ne va. Un po’ meno se è un missiletto, parecchio di più se è un missilone.
Ma, rigorosamente, con esplosivo: niente atomi od altre porcate. I topi devono sopravvivere, mangiare e lavorare. Altrimenti, noi, dove si va a finire?


(1) TSL, ossia Tonnellata di Stazza Lorda, che non coincide con la più nota tonnellata metrica, ma ci aiuta a comprendere le dimensioni del disastro.

22 dicembre 2016

Anis Amri: Berlino, camion, pistolettate, coltellate ed ammennicoli vari...

Tutti i corsivi sono fedelmente riportati dal “Fatto Quotidiano” di oggi, 21 Dicembre: ho soltanto inserito i puntini di sospensione laddove ho tolto il superfluo.
Fatevi un’idea se questo non è il “perfetto attentatore” che uccide a pistolettate il povero camionista polacco dopo averlo ampiamente accoltellato (ma, se ha una pistola, perché accoltellarlo?!?) per poi lanciarsi sulla folla col grido di “Allah Akbar” sulle labbra e poi fuggire, gabbando la Reichpolizei e tutti i “cittadini volontari” che danno una mano così, tanto per giocare a Sherlock Holmes. Mentre un pakistano qualunque fungeva da “bandiera ombra” e prendeva in giro tutti: Polizei, Interpol e cittadini onesti.
Il 1° Reggimento della Reichpolizei “Standarte” – adesso – lo arresterà dopo furiosi combattimenti sulla Unter den Linden, sottraendolo quindi al linciaggio da parte di 5.000 tedeschi alti, biondi e ariani che intonavano lo “Horst Wessel Lied” brandendo martelli ed accette.
Ah, dimenticavo: prima di scendere dal camion, Anis infila il proprio certificato di espulsione sotto il sedile del camion. Non si sa mai: e se avesse incocciato in un poliziotto stupido?
E’ una storia incredibile, dalle fondamenta al tetto: giudicate voi.

Amri è arrivato in Italia a febbraio del 2011...Quando venne identificato, dichiarò di essere minorenne e dunque fu trasferito in un centro di accoglienza...Dopo qualche mese di permanenza...il tunisino ha partecipato a danneggiamenti nel centro...Diventato nel frattempo maggiorenne, è stato processato e condannato a 4 anni, scontati prima a Catania, poi nel carcere Ucciardone di Palermo dove si è contraddistinto per comportamenti violenti...

Eh, il buon giorno si vede dal mattino...si vede subito quando uno è preparato a diventare il “massacratore dei mercatini”...

Dal carcere è uscito nella primavera del 2015, ma non è tornato libero: nei suoi confronti è infatti scattato un provvedimento di espulsione. Anis Amri è stato così portato in un Centro di identificazione ed espulsione in attesa del riconoscimento da parte delle autorità tunisine, obbligatorio per poter procedere al rimpatrio. Il riconoscimento, però, non è mai arrivato e, trascorsi i termini di legge, al ragazzo è stato notificato un provvedimento di allontanamento dall’Italia. A quel punto Amri avrebbe effettivamente lasciato il paese per andare in Germania. L’Italia comunque inserì nella banca dati Sis, il Sistema di informazione Schengen...

Acciderbolina! Temevamo che l’appuntato Iaruzzizzi avesse dimenticato d’inserirlo nel sistema informativo...se si era dimenticato...azzi suoi!

Lo sottolineano fonti investigative qualificate ricordando che sia la notizia della condanna sia il provvedimento di espulsione sia le note relative ai comportamenti tenuti in carcere dal tunisino sono state condivise nel sistema europeo.

Meno male: se non c’era la condivisione, le vittime di Berlino sarebbero rimaste per sempre degli zombie...ma se è condiviso, beh, allora...

Una volta in Germania, il tunisino non poteva essere espulso perché non erano mai arrivati dalla Tunisia i documenti per il riconoscimento...

Già: violenti e ammazzi...ma se non arrivano i documenti per il riconoscimento...nessuno ci può fare niente...eh, così vanno le cose nel Grosse Reich, mica siamo in Italia...

Solo oggi, sono arrivati i documenti che servivano per la pratica di espulsione dal Paese.

Meno male, temevamo che non gli potessero ritirare la carta d’identità.

Era stato indagato perché sospettato di preparare attentati contro lo stato, ha aggiunto il ministro dell’Interno...

Bruscolini, bruscolini...su, non fate i complottisti, credete alla Reichpolizei...non c’erano i documenti che dovevano arrivare dalla Tunisia: avete capito?

In Germania...era stato fermato per la prima volta il 30 luglio a Friedrichshafen con un falso documento d’identità italiano...e dall’aprile 2016 risulta “tollerato”. Dopo...due giorni in carcere a Ravensburg, era stato rilasciato e aveva dichiarato di vivere nel centro di accoglienza di Emmerich, vicino alla cittadina Kleve, nella regione del Nord-Reno Westfalia. Prima, aveva fatto domanda di asilo, ma la sua richiesta era rimasta in sospeso perché già conosciuto dalla polizia.

Beh, se la polizei lo conosce...è tutto più facile, no? Uno che è conosciuto per “preparare attentati contro lo stato” viene rilasciato sulla parola, così, come un ragazzotto che ha rotto un vetro...convincente, no?

...a Berlino, la polizia inizia a sorvegliarlo “da marzo a settembre”...sospetto dei servizi federali che Amri stesse preparando “un furto per finanziare l’acquisto di armi automatiche” da usare in “un attentato”... suo coinvolgimento “in piccolo traffico di droga”... senza rintracciare elementi che potessero “sostanziare” l’allarme... Per questo a settembre la sorveglianza venne sospesa...

Bello quel “da marzo a settembre”...si sorveglia in primavera e in estate, perché in autunno e in inverno si va in letargo...

Insomma, il nostro è sospettato di attentati contro la sicurezza dello stato, traffico d’armi, spaccio di droga, d’appartenere a reti internazionali di terrorismo, preparazione di attentati...ma non si può arrestarlo, perché non si sa chi è.
Certo, bisogna riconoscere che la Reichpolizei è scaduta di brutto: se ben ricordo, a Stammheim le cose andarono un po’ diversamente...qualcuno ricorda Andreas Baader ed Ulrike Meinhorf?
L’unica cosa che mi viene in mente, tornando a quegli anni, è la figura di Pietro Valpreda – perfetto nella parte di chi seminava bombe – condannato (poi liberato, poiché riconosciuto innocente) per la strage di Piazza Fontana.
Che i tedeschi, per una volta, abbiano imparato da noi?

13 luglio 2015

Blitzkrieg







Come 74 anni fa, la risposta tedesca è stata un “arrendetevi senza condizioni”: all’epoca, i panzer scesero rapidamente a Marburg, Lubjana, Zagabria, Sarajevo, Belgrado, Sofia, Salonicco ed issarono la bandiera nazista sul Partenone. Poi, arrivarono gli italiani, che erano ancora fermi a Gianina, sui monti dell’Epiro. Oggi – metaforicamente – Schauble (il vero Mefistofele della vicenda) ha dato nuovamente l’ordine a Guderian di fare piazza pulita – con ogni mezzo – della resistenza greca. Il generale Tsipras è stato obbligato a chiedere un armistizio: tre giorni di tempo per consegnare 50 denari, 50 denari che equivalgono – approssimativamente – al valore delle Cicladi, o delle antichità greche. Il resto lo pagherà il popolo greco, in comode rate da fame.

A noi interessano poco i mezzi, ossia i tassi di cambio, i numeri del debito, le sagge o spocchiose analisi, le dietrologie, i complottismi, il “picchia la pecora per far capire alla capra” ed un’infinità di “l’avevo detto” che ci stufano e ci strufugliano i cosiddetti, poiché il dato politico è su tutto: enorme, lapalissiano, che solo i ciechi non riescono a vedere.

Una provincia dell’Impero s’è ribellata – il ridare la parola alla gente è già ribellione – una provincia dell’impero è stata debellata. Le legioni hanno vinto, Spartaco è stato crocifisso sulla via di Capua. Fine.

Tutti avevano gioito – erano persino corsi ad Atene per vivere lo “storico momento”, per respirare l’aria di ribellione che non riuscivano e non riescono a portare a casa propria – ma, prima ancora che i panzer accendessero i motori, s’erano già squagliati come neve al sole.
Beppe Grillo, sul suo blog, oggi titola che “Il Parlamento europeo approva il reddito di cittadinanza”. Ci fa un immenso piacere, Beppe, che ci sia stato quel voto: peccato che l’assemblea europea conti come il due di coppe quando la briscola è bastoni. Perché, oggi – dopo una mano nella quale è stata denari, e tutti si sono messi a far conti e conteggi – è saltata a bastoni: per i greci, 50 denari in tre giorni, zitti e mosca. E, il buon Beppe, si è ricordato che la parola è d’argento, ma il silenzio è d’oro.

Perché, vedi Beppe, il Parlamento Europeo – una fra le tante – approvò persino (“Libro bianco sui trasporti: 2000-2010”) che le grandi linee di trasporto sarebbero dovute essere a “Quota zero” – ossia sul mare – per una semplice questione fisica che tutti possiamo facilmente capire.
Invece, i burocrati s’inventarono il famoso “corridoio 5” – Lisbona-Kiev – che, guarda a caso, comprendeva anche la TAV italiana, ossia il disossamento della Val di Susa. Hai capito cosa conta un voto del Parlamento Europeo? Niente, è fuffa, aria fritta per allocchi. Perché ti faccio questo appunto?

Per far capire a te ed ai tanti sussa...in che ti girano attorno o che trovano l’Uovo di Colombo nella tal dichiarazione, nella tale società segreta, nel tale think-tank...che il dato è uno solo e si chiama po-li-ti-ca.
Tsipras, per resistere, avrebbe avuto bisogno di un sostegno politico da parte tua, del tuo blog e dei tuoi parlamentari (la tua gente c’era, sicuro), la stessa cosa avrebbero dovuto fare Podemos ed il Seinn-fein irlandese, con dichiarazioni forti, minacce, manifestazioni di piazza. Non vendere aria d’Atene in bottiglia  mentre si confabula con Farage.

Nella sconfitta greca, però, forse un dato positivo c’è: la gente potrà capire di che pasta sono i cosiddetti “antagonisti politici” – che nel bel mezzo della crisi greca dissertano di scuola, reddito di cittadinanza, ed altre facezie – e la vera faccia di Bankeuropa (noi già l’abbiamo capito da tempo, ma chissà mai che anche altri aprano gli occhi), la quale non accende più i motori dei panzer – com’è stato stupido Hitler! altri tempi... – ma attiva un semplice programma per PC, che ha chiamato “Grexit”. E, in assenza della vera politica, del dissenso politico, basta ed avanza.

Per ottenere cosa? Per spaventare la Francia, per salvare i bilanci delle banche, per convincere una parte (quella ricca) della popolazione greca...per mille altre ragioni...che si chiamano po-li-ti-ca. Alla quale, chi credevamo in grado d’opporre almeno un dito, chi pensavamo avesse capito che ci si salva tutti insieme dal naufragio-Europa (mica per tutti, è un naufragio solo per italiani, greci e compagnia terrona) non ha fatto beh. Hanno respirato aria d’Atene, l’hanno pure messa in bottiglia, pronti a rivendercela al prossimo appuntamento elettorale. Gli stupidi.

17 marzo 2014

Der neue Lebensraum


«Senza considerazione per le tradizioni e i pregiudizi, il nostro popolo deve trovare il coraggio di unire il proprio popolo e la sua forza per avanzare lungo la strada che porterà il nostro popolo dall'attuale ristretto spazio vitale verso il possesso di nuove terre e orizzonti, e così lo porterà a liberarsi dal pericolo di scomparire dal mondo o di servire gli altri come una nazione schiava.»


Adolf Hitler – Mein Kampf



“Due compiti dobbiamo forzarci di dominare in parallelo: interno, dobbiamo tornare ad essere una nazione, verso l’esterno è di realizzare qualcosa che abbiamo fallito due volte: coerentemente con i nostri vicini (sic!), per trovare un ruolo che si adatta alle nostre esigenze ed al nostro potenziale. Il ritorno alla normalità in casa e fuori corrisponde a un desiderio profondo del nostro popolo dopo la fine della guerra. Ora è necessario, se vogliamo essere rispettati nella comunità internazionale…”

Klaus Kinkel – Ministro degli Esteri tedesco dal 1993 al 1998



Eppure, nonostante i due agghiaccianti e belluini incipit che aprono l’articolo, prima vi voglio parlare di un Paese dimenticato la cui Storia è stata sempre scritta, sui tratturi di campagna, dagli zoccoli della Cavalleria. Più tardi, la grafia migliorò e – ordinatamente – i cingoli dei panzer e le ruote gommate degli 88 mm antiaerei disegnarono nuove geometrie sulla pianura ucraina. Infine, la pagina finale della Storia fu vergata dai panzer T-34 russi e, dall’alto, dai crateri disegnati con le bombe dagli Sturmovich.

La storiografia ucraina è basata sulle ossa e sulle ceneri che riposano sotto il suo fertile terreno: è quasi impossibile citarli tutti. Svedesi, lituani, polacchi, ungheresi, francesi, italiani, tedeschi, russi...e chissà quali altre terre hanno dato i natali a chi riposa là, sotto i campi di girasoli: oggi, inizia un altro giro della giostra e nessuno sa come andrà a finire.



Un’ultima annotazione – tanto per mostrare quanto la storia di questo Paese sia un continuo pendolo, a volte quasi fermo, altre vorticosamente parossistico – riguarda Venezia, sì, proprio Venezia.

Ad Aprile del 1945, il poderoso sistema di difesa della città lagunare (comprendente le batterie da 381 mm del Cavallino) era servito da militari ucraini (ex prigionieri di guerra) che avevano sposato il III Reich, mentre i soli ufficiali erano tedeschi: un reparto di artiglieria da fortezza.

I primi accordi per la resa furono redatti da un Tenente inglese che si avvicinò con una motobarca e incontrò sulla spiaggia, proprio sotto le volate dei mostruosi cannoni, gli ufficiali tedeschi. I quali, non avevano nessuna remora ad arrendersi: c’era, però, il problema degli ucraini.

Se non si prendevano accordi con loro – e si garantiva che non sarebbero stati consegnati ai sovietici (erano ex prigionieri che avevano tradito, e dunque sarebbero stati fucilati) – gli ucraini minacciavano di sparare sulla città lagunare e di morire fino all’ultimo uomo.

La cosa finì bene: intervennero gli americani che garantirono la prigionia (e il successivo pass per l’emigrazione) negli USA.



Una annotazione più recente è del 2011 quando mio figlio, appena terminato il liceo, chiede il “regalo per la promozione”: un viaggio in Ucraina con il suo miglior amico, un ucraino che chiameremo Ivan. La famiglia è “buona” e mi fido a lasciarlo andare (la madre, che fa la badante, è ingegnere): mio figlio parte con 500 euro, una fortuna per un ucraino.

I due partono su un furgone di quelli che trasportano merci da e per l’Ucraina, da e per l’Italia, in un antico commercio che ricorda i tempi della Lega Anseatica, le aringhe, i cetrioli nei barili, la vodka.



Dopo un paio di giorni di peregrinazioni fra le frontiere europee “aperte”, ma lente a causa delle dilagante corruzione delle varie polizie, arriva la telefonata: sono giunti finalmente nel piccolo paese dove abitano i nonni, dalle parti di Ivano-Frankisk, nell’occidente del Paese: Lviv (quasi al confine polacco) non è lontana, mentre Kiev richiede un giorno di treno. Odessa (che mio figlio vorrebbe vedere) è troppo lontana e la madre di Ivan non consente pernottamenti fuori casa: troppo pericoloso, afferma.

Per tutto il soggiorno le notizie sono poche e frammentarie e, anche quando i due tornano, non raccontano molto: come sempre, è nelle settimane e nei mesi seguenti che si parlerà del viaggio, di quella terra lontana.



Il racconto di mio figlio avviene “a rate” e racconta di una terra che gli è piaciuta: una terra povera, dove le strade sono orribili e loro due viaggiavano sicuri, sobbalzando fra le buche, con la robustissima Moskvich di memoria sovietica del nonno, perché Ivan – in Ucraina – può guidare. Mio figlio non ha nemmeno la patente.

Ogni tanto, un pezzo di strada normale: “è perché ci abita un politico” afferma, sicuro, Ivan.

L’Ucraina è oggi, terra d’emigranti: addirittura, incontrano un pizzaiolo ucraino (in vacanza) che lavora a Napoli e parla solo ucraino e dialetto napulitane strett strett, che mio figlio riesce a stento a capire. Nu napulitane ucraine: vabbuò, so’ finiti i tempi della Tammurriata nera.

Innumerevoli gli scambi “culturali” con la gente del luogo e le migliaia d’emigranti che tornano in vacanza nella loro terra: ripartono carichi di pezzi “firmati” che costano la decima parte (e che rivenderanno in Italia), ma che non sono made in China. Miracolo? Mah...



Ho domandato a mio figlio se questa gente sia armata o disposta ad armarsi e, soprattutto, se fortemente nazionalista (anti-russa). Le risposte sono state:



Sono anti-russi in gran maggioranza;

Non ha visto armi, anche se c’è da presumere che qualcosa in giro ci sia (certamente non lo dicono ad un italiano, però non c’è la situazione che fu in Bosnia o in Croazia, per capirci);

Sembrano più disposti al “armiamoci e partite”, all’italiana.



Per questa serie di ragioni, concordo – non so fino a quale punto – con chi sostiene un intervento esterno (sul modello libico): v’immaginate cosa succede ad offrire migliaia di euro da quelle parti? A guidare le rivolte, i soliti noti: specialisti delle varie armi europee.

Non concordo, invece, con chi spiega tutto con la “dottrina Brezinskj” e con l’imperituro attacco della NATO alla Russia. Potrà imbonire qualcuno di là dell’Atlantico, ma di certo non l’attuale amministrazione USA (che è stata molto cauta): questa, è una faccenda europea, soprattutto economica.

La strategia militare non c’entra niente: se qualcuno pensa d’indebolire la Russia in questo modo, rifletta su quanto dista Vladivostok. Oppure cambi mestiere, che è meglio.



Ma torniamo alla vita di tutti i giorni.

La gente, lassù, guadagna circa 100 euro il mese: è lo stipendio medio e più normale, perciò mangiare al ristorante costa meno di 5 euro in due, vodka compresa. La “gestione” delle sbronze è in “chiave” nordica: meglio farlo in casa, altrimenti sono botte. D’altro canto, la vodka viene servita a più gradazioni – anche a 90°, da diluire con l’acqua come più aggrada – solo che c’è sempre qualche deficiente che non trova la bottiglia dell’acqua: i poliziotti, però, se ti beccano in strada trovano sempre il manganello.



Kiev è invece un’isola a sé: i prezzi – almeno nella zona centrale – sono esattamente quelli italiani, od europei in genere. Durante la visita di un giorno a Kiev, al ristorante mio figlio pagò – per due persone – l’equivalente di 50 euro, rimanendo incredulo: in un Paese dove la gente guadagna 100 euro?!?

Sarebbe come se in Italia, per un pranzo normalissimo, ti chiedessero mille euro.

La cosa si spiega (vedremo meglio più avanti) un po’ con il solito andazzo turistico delle capitali (Kiev, non ha molto da offrire, a parte le cupole d’oro delle chiese) ma, soprattutto, perché la Casta locale non vuole troppa gente “normale” da quelle parti, al punto che non vedi parcheggiate le solite Audi, Mercedes, ecc dei politici, giacché per andare “al lavoro” in Parlamento usano vecchie carcasse per non dare nell’occhio.



La Casta locale è più corrotta di quella italiana – Ivan puntualizza: “Almeno avessimo i vostri!” (sic!) – e quella santarellina di Julia Timoschenko, con le sue treccine e l’aria da ragazzina in vacanza, era in prigione perché aveva aumentato il prezzo del gas agli ucraini, mettendosi in tasca una fortuna.

Sull’esercito ucraino non farei troppo affidamento: proprio a Kiev, i due videro (poi furono allontanati) un po’ di “najoni” che marciavano all’interno di una caserma. Il problema è che i coscritti ucraini provengono dai quattro angoli dell’Ucraina, ed il sergente che mandò via mio figlio ed Ivan parlava russo schietto!

Già che ci siamo, chiariamo che “l’ucraino”, in sé, non è niente di più di un dialetto del russo come ce ne sono mille da lì a Vladivostok: qualsiasi ucraino comprende benissimo un russo, al più ci sono termini più usati in una delle due lingue piuttosto che nell’altra.



Una domanda che feci a mio figlio riguardava lo stato dell’agricoltura: una terra fertile e ricca...

I campi? Mah...anzitutto – risponde – ci sono molti appezzamenti abbandonati. Trattori? Pochissimi, qualcuno ha un cavallo, ma la gran massa dei piccoli proprietari non ha nulla: i cavalli sono così, nell’Europa del XXI secolo, ciò che unisce queste lande dimenticate.

Nel senso che chi possiede la bestia va in giro ad arare in cambio di soldi o di una parte del raccolto, come si faceva una volta anche qui da noi. Non manca mai, poi, la mangiata (e bevuta) serale alla fine dei lavori.

Un mondo abbastanza tranquillo: durante la raccolta delle patate, mio figlio s’accorse con orrore che i sacchi erano da un quintale: allora strinse i denti e cercò di non recare pregiudizio alla Patria, anche a costo di portare un quintale sulla schiena per un percorso di un centinaio di metri, fino alla rimessa.



Eppure, anche in Ucraina in epoca sovietica, ci saranno state le fattorie collettive con mezzi meccanici: ciò che si capisce dal suo racconto è che, all’indomani del crollo dell’URSS, nelle campagne chi guidava un trattore divenne subito il proprietario del trattore. Siccome, poi, la Belarus (grande fabbrica di trattori sovietica) era, ovviamente, in Bielorussia e la Zetor in Cecoslovacchia, gli ucraini non avevano una fabbrica nazionale di macchine agricole e importare un Ursus polacco non è cosa agevole, in un Paese dove guadagni 100 euro il mese.

Ciò spiega, in parte, l’emigrazione ucraina, anche se i dati in mio possesso riguardano solo la parte occidentale.



Lo stesso andazzo ha colto le ex fabbriche sovietiche: in alcuni casi (pochi) rimodernate, in altri depredate dapprima per i macchinari, poi (la cosa prosegue ancora oggi) per pezzi vari o, semplicemente, metallo.

Insomma, nell’Ucraina odierna è difficile comprendere “cosa fa” una persona, se si eccettua l’apparato pubblico (polizia, esercito, burocrati vari, ecc) poiché spesso si tratta di qualche lavoro alla luce del sole, accompagnato da un altro ancora viziato dalla piccola corruzione di stampo sovietico.



Alla corruzione politica sono già abituati, gli stipendi sono da fame sono la regola...in più, non dimentichiamo che hanno una buona scuola e possono sfornare tecnici di grande valore. Moltissimi ingegneri, che oggi s’arrabattano in Italia, potrebbero tornare con stipendi molto diversi nella loro terra.

Per questa ragione – all’ovest – l’appoggio all’Europa è quasi totale: esattamente il contrario di ciò che avviene nel Sud e nell’Est, dove è l’orso russo a farla da padrone.

Già, ma chi è questo “occidente” che si papperà Kiev e la parte ovest?

La Germania, ovvio...pardon...”l’Europa”...il “nuovo spazio vitale”.



La Germania non ha certo bisogno di terra per gestire la sua emigrazione (come ai tempi di Hitler), ma il boccone di una nazione quasi “a terra”, con stipendi ridicoli ed una classe di buoni tecnici fa gola, oh come fa gola!

Stasera la Russia si annetterà la parte Sud, e questo poteva far parte dei giochi, così come la parte Est – alla fine – difficilmente rimarrà insieme all’Ovest.

Per la Germania un buon affare, per la Russia anche: insomma, una divisione “alla polacca” dei tempi di Ribbentrop/Molotov.



Qualcuno cerca altri interessi, di tipo energetico: perché mai la Russia dovrebbe piangere per l’Ucraina perduta quando ha già in funzione il North Stream (1), che va direttamente dalla Russia alla Germania passando sul fondo del Baltico?

Domani, ci potrebbe essere il South Stream (2): basta che noi europei non c’intestardiamo col Nabucco (3), che non tratta gas russo. Il padrone dei rubinetti è Putin: vogliamo capirlo? E se gira il rubinetto tutto dalla parte di Pechino?

E poi: vogliamo capire che, per Putin, è meglio avere a Kiev una controparte tedesca seria, e non gli arruffapopoli ucraini?

Anche altre opzioni – quali la presenza di scisti ricchi di petrolio, come ricordava Ugo Bardi (non credendoci, in fondo, nemmeno lui) – possono essere i canditi sulla torta, ma il dato essenziale è una poderosa avanzata del capitale tedesco in Ucraina, dove applicherà all’industria locale (da costruire? Non importa) gli standard di tecnologia tedesca che danno così buoni risultati in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, ecc.



Chi ci perde e chi ci guadagna?

La Russia, la quale s’annette il Sud e così finisce la pantomima dei “porti in affitto” per la sua Flotta del Mar Nero: fra l’altro, così facendo, s’avvicina al confine rumeno (per quel che conta...). Inoltre, Gazprom avrà qualcuno che pagherà le bollette cash, senza più – ogni tot anni – una crisi che minaccia la guerra: bisognerà vedere come s’accorderanno per la zona di Donetsk (Est), dove ci sono i bacini carboniferi.

La Germania “accenderà le caldaie in Ucraina” e, tutto ciò, porterà dei vantaggi anche alla Russia. E l’Europa?

Questo è un passo, della Germania, che previene ricatti sull’euro: qualora (ed è molto probabile) che nel nuovo Parlamento Europeo ci sia una forte componente anti-euro, la contromossa è già lì. Euro1 od Euro2, Euro alla Germania, Euro a chi resta...di fatto, un passo di simile importanza previene una separazione (anche consensuale) europea, della quale la Merkel s’è già detta favorevole.

La missione dell’euro è compiuta: ha arricchito le aree centrali ed impoverito quelle periferiche, come spiega molto bene questo articolo (4).



O come sentenzia “Voci dall’Estero” (5):



“Quanto alla guerra civile che si profila all'interno dell'unione economica e monetaria (l'Euro ) sulla politica monetaria, esiste una facile soluzione. La Germania può recedere educatamente dall'euro e il Sud può essere educatamente d'accordo, ognuno sforzandosi di dimostrare al mondo che è tutto sotto controllo.”



Insomma: ce ne andiamo noi o te ne vai prima tu? Non c’è che l’imbarazzo della scelta.



Chi potrebbe avere un danno, anche considerevole, dallo spostamento ad Est del baricentro “europeo”?

Non l’Italia, la Spagna, la Grecia, ecc...questi sono già “bolliti”...la Francia. Sì, la Francia – quando mancherà il tradizionale “asse” con Berlino – si troverà in una posizione di isolazionismo: sola in Prima Classe (difficile) od in compagnia, come capofila della Seconda Classe?



Meglio non andare oltre: per ora aspettiamo che si stabilizzi la situazione all’Est (non ci metterà molto) poi ci sarà da occuparsi dei contraccolpi europei, che si faranno sentire...oh come si faranno sentire!



(1) http://it.wikipedia.org/wiki/Nord_Stream



(2) http://it.wikipedia.org/wiki/South_Stream



(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Nabucco_(gasdotto)



(4) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-09-22/perche-merkel-vince-germania-140808.shtml?uuid=AbavkWZI



(5) http://vocidallestero.blogspot.it/2013/11/la-germania-sara-la-prima-uscire.html