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26 dicembre 2016

Slava!

Onore all'Armata Rossa e al suo Coro

Non li vedrete mai in gionocchio, non li distruggerete mai, non ci sono riusciti Napoleone ed Hitler, figuriamoci voi!



22 dicembre 2016

Anis Amri: Berlino, camion, pistolettate, coltellate ed ammennicoli vari...

Tutti i corsivi sono fedelmente riportati dal “Fatto Quotidiano” di oggi, 21 Dicembre: ho soltanto inserito i puntini di sospensione laddove ho tolto il superfluo.
Fatevi un’idea se questo non è il “perfetto attentatore” che uccide a pistolettate il povero camionista polacco dopo averlo ampiamente accoltellato (ma, se ha una pistola, perché accoltellarlo?!?) per poi lanciarsi sulla folla col grido di “Allah Akbar” sulle labbra e poi fuggire, gabbando la Reichpolizei e tutti i “cittadini volontari” che danno una mano così, tanto per giocare a Sherlock Holmes. Mentre un pakistano qualunque fungeva da “bandiera ombra” e prendeva in giro tutti: Polizei, Interpol e cittadini onesti.
Il 1° Reggimento della Reichpolizei “Standarte” – adesso – lo arresterà dopo furiosi combattimenti sulla Unter den Linden, sottraendolo quindi al linciaggio da parte di 5.000 tedeschi alti, biondi e ariani che intonavano lo “Horst Wessel Lied” brandendo martelli ed accette.
Ah, dimenticavo: prima di scendere dal camion, Anis infila il proprio certificato di espulsione sotto il sedile del camion. Non si sa mai: e se avesse incocciato in un poliziotto stupido?
E’ una storia incredibile, dalle fondamenta al tetto: giudicate voi.

Amri è arrivato in Italia a febbraio del 2011...Quando venne identificato, dichiarò di essere minorenne e dunque fu trasferito in un centro di accoglienza...Dopo qualche mese di permanenza...il tunisino ha partecipato a danneggiamenti nel centro...Diventato nel frattempo maggiorenne, è stato processato e condannato a 4 anni, scontati prima a Catania, poi nel carcere Ucciardone di Palermo dove si è contraddistinto per comportamenti violenti...

Eh, il buon giorno si vede dal mattino...si vede subito quando uno è preparato a diventare il “massacratore dei mercatini”...

Dal carcere è uscito nella primavera del 2015, ma non è tornato libero: nei suoi confronti è infatti scattato un provvedimento di espulsione. Anis Amri è stato così portato in un Centro di identificazione ed espulsione in attesa del riconoscimento da parte delle autorità tunisine, obbligatorio per poter procedere al rimpatrio. Il riconoscimento, però, non è mai arrivato e, trascorsi i termini di legge, al ragazzo è stato notificato un provvedimento di allontanamento dall’Italia. A quel punto Amri avrebbe effettivamente lasciato il paese per andare in Germania. L’Italia comunque inserì nella banca dati Sis, il Sistema di informazione Schengen...

Acciderbolina! Temevamo che l’appuntato Iaruzzizzi avesse dimenticato d’inserirlo nel sistema informativo...se si era dimenticato...azzi suoi!

Lo sottolineano fonti investigative qualificate ricordando che sia la notizia della condanna sia il provvedimento di espulsione sia le note relative ai comportamenti tenuti in carcere dal tunisino sono state condivise nel sistema europeo.

Meno male: se non c’era la condivisione, le vittime di Berlino sarebbero rimaste per sempre degli zombie...ma se è condiviso, beh, allora...

Una volta in Germania, il tunisino non poteva essere espulso perché non erano mai arrivati dalla Tunisia i documenti per il riconoscimento...

Già: violenti e ammazzi...ma se non arrivano i documenti per il riconoscimento...nessuno ci può fare niente...eh, così vanno le cose nel Grosse Reich, mica siamo in Italia...

Solo oggi, sono arrivati i documenti che servivano per la pratica di espulsione dal Paese.

Meno male, temevamo che non gli potessero ritirare la carta d’identità.

Era stato indagato perché sospettato di preparare attentati contro lo stato, ha aggiunto il ministro dell’Interno...

Bruscolini, bruscolini...su, non fate i complottisti, credete alla Reichpolizei...non c’erano i documenti che dovevano arrivare dalla Tunisia: avete capito?

In Germania...era stato fermato per la prima volta il 30 luglio a Friedrichshafen con un falso documento d’identità italiano...e dall’aprile 2016 risulta “tollerato”. Dopo...due giorni in carcere a Ravensburg, era stato rilasciato e aveva dichiarato di vivere nel centro di accoglienza di Emmerich, vicino alla cittadina Kleve, nella regione del Nord-Reno Westfalia. Prima, aveva fatto domanda di asilo, ma la sua richiesta era rimasta in sospeso perché già conosciuto dalla polizia.

Beh, se la polizei lo conosce...è tutto più facile, no? Uno che è conosciuto per “preparare attentati contro lo stato” viene rilasciato sulla parola, così, come un ragazzotto che ha rotto un vetro...convincente, no?

...a Berlino, la polizia inizia a sorvegliarlo “da marzo a settembre”...sospetto dei servizi federali che Amri stesse preparando “un furto per finanziare l’acquisto di armi automatiche” da usare in “un attentato”... suo coinvolgimento “in piccolo traffico di droga”... senza rintracciare elementi che potessero “sostanziare” l’allarme... Per questo a settembre la sorveglianza venne sospesa...

Bello quel “da marzo a settembre”...si sorveglia in primavera e in estate, perché in autunno e in inverno si va in letargo...

Insomma, il nostro è sospettato di attentati contro la sicurezza dello stato, traffico d’armi, spaccio di droga, d’appartenere a reti internazionali di terrorismo, preparazione di attentati...ma non si può arrestarlo, perché non si sa chi è.
Certo, bisogna riconoscere che la Reichpolizei è scaduta di brutto: se ben ricordo, a Stammheim le cose andarono un po’ diversamente...qualcuno ricorda Andreas Baader ed Ulrike Meinhorf?
L’unica cosa che mi viene in mente, tornando a quegli anni, è la figura di Pietro Valpreda – perfetto nella parte di chi seminava bombe – condannato (poi liberato, poiché riconosciuto innocente) per la strage di Piazza Fontana.
Che i tedeschi, per una volta, abbiano imparato da noi?

15 luglio 2016

Parole inutili


A che serve piangere i morti? A niente. Non si confortano i vivi, tanto meno si fa qualcosa per i trapassati.
E’ del tutto evidente che – dalla cosiddetta “primavera araba” – l’attacco è salito all’Europa, non avevamo dubbi in tal senso, e riteniamo che anche la vittoria di Brexit faccia parte di questa strategia: isolare la Gran Bretagna dall’Europa toglie all’UE la metà delle potenzialità d’intervento militare nell’area mediterranea, navi, aerei, uomini e, soprattutto, basi.
La NATO? Qualcuno crede ancora nella NATO come “alleanza” militare? A quel presidio militare statunitense in terra europea? Auguri, gli sciocchini possono accomodarsi. C’è, però, ancora un modo per tentare di fa venire a galla i veri mandanti, che non sono “l’America” – come qualcuno crede – ma forze interne all’apparato militare USA, ai servizi segreti, legati a doppio filo col mondo petrolifero. Che è transnazionale.

Serve a qualcosa bombardare quattro scalzacani nel Nord dell’Iraq o nell’Est della Siria? E’ servito a qualcosa? Allora, se vuoi eliminare la malattia, devi colpire i gangli vitali, le fonti di finanziamento: segui i soldi, non seguire le armi o qualche ridicolo califfo. 
L’Arabia Saudita ha mai preso una posizione chiara ed inequivocabile contro il terrorismo, sia esso nella versione 1.0 chiamata Al-Quaeda e sia nella 2.0, denominata ISIS? No, perché Osama Bin Laden faceva parte della famiglia reale saudita, era uno dei 25.000 che hanno questo privilegio, faceva (o fa?) parte della corte di Ryad.
Ha eseguito con dovizia e professionalità i suoi compiti, dalla Bosnia all’Afghanistan, sempre dalla stessa parte: sempre contro i russi ed i loro alleati, e non diteci che Ryad non sapesse nulla…oh my God…non raccontateci frottole da festa di paese!
Poi è arrivato un altro fantoccio, il cosiddetto Califfo: sarà il cognato del mullah Omar? Od il cugino del cognato dello zio di Saddam Hussein?
Per favore: la carne tritata dei bambini di Nizza sanguina ancora sulla promenade des Anglais, non infiorate l’asfalto con parole indegne, stupide e prive di senso.

Certo, Hollande è in un bel guaio. Quasi completamente ereditato, dai tempi di de Gaulle – ricordate quel “Ici est la France!” pronunciato alla folla di Montreal? Gli americani si chiesero: “Why Canada must be French? –  già, eredità malsane se non puoi permettertelo…ma all’Eliseo, oggi, c’è lui, e qualcosa deve inventarsi. Altrimenti, se ne vada.

La Francia, poi, ha aggravato la sua situazione correndo dietro all’atomo di Areva, e allontanandosi troppo dai destini (e profitti) delle Sette Sorelle, come i tedeschi correvano dietro al progetto Desertec: lì non è stato necessario fare molto, è bastato togliere di mezzo il referente in terra africana, ossia Gheddafi, e nemmeno un Watt giungerà mai dal deserto libico. Anche Mattei fece la stessa fine, pur essendo un petroliere ma – diciamo – un petroliere “illuminato”, che era già di troppo nel mondo del barile puzzolente.

Può fare qualcosa Hollande? Dubito, salvo sganciare un po’ di bombe, ammazzando quattro idioti armati e quattromila innocenti disarmati. Può incarcerare sette milioni di francesi d’origine maghrebina? Nemmeno Marine le Pen potrebbe farlo, anche se magari lo dice, tanto per acchiappare qualche voto.
Un lavoro d’intelligence, sul fronte interno, sarebbe auspicabile, ma richiederebbe anni: nel frattempo, rimarrebbe qualcosa delle città francesi? Sarebbe un “lavoro” sullo stile israeliano: la Francia può permetterselo? L’Europa? Non facciamo ridere.

Sapendo che il flusso di denaro per il “califfetto” & i suoi tirapiedi parte da Ryad, proviamo a ribaltare la situazione.
Sarebbe come, se noi radessimo al suolo Algeri, Tripoli od il Cairo, gli altri bombardassero quattro idioti sulle Alpi o nella Foresta Nera. E chissenefrega, sarebbe la risposta più ovvia.

Fatto salvo che ammazzare degli innocenti non serve a nulla – anzi, peggiora la situazione, quindi più niente bombe sulle cittadine orientali – si può provare a fare questo discorso:

“Cari colleghi del governo saudita (ed alleati: Qatar, EAU, Kuwait, ecc) al prossimo attentato in terra francese, arriverà una pioggia di missili su Ryad. La raderemo praticamente al suolo, senza armi nucleari – ovvio – bastano le navi e i sommergibili della Marine Nationale.
Non “se ritirerete l’appoggio”, “se smetterete di finanziare”…eccetera…no, al primo attentato in terra francese scateneremo l’inferno sulla vostra bella “perla”, dove le donne non guidano, dove non si può bere una birra in santa pace e dove il boia affila la scimitarra un giorno la settimana e quello dopo pure.
A voi così piace vivere, vi rispettiamo, ma c’infastidisce un po’ che, qui da noi, si debba lavare l’asfalto così spesso, e che l’acqua sia rossa di sangue.
Dopo, non vi lamentate: siete stati avvertiti.”

Hollande potrebbe inviare la missiva per via diplomatica, ufficialmente, alla luce del sole, in modo che non vi sia nessun fraintendimento: dopo – come diceva Jannacci – sedersi, “per vedere di nascosto l’effetto che fa”. Nel mondo diplomatico, ovvio.

Altrimenti, caro Hollande, vai in Tv e dì ai francesi: “Cari francesi, dobbiamo abituarci ad un paio, forse tre attentati l’anno di questo tipo nella nostra terra. La polizia vigilerà, ammazzerà gli attentatori, i pompieri interverranno, le ambulanze pure e creeremo una bella unità di soccorso psicologico permanente, per spiegare ai francesi che dobbiamo crepare in silenzio, senza far troppo rumore.”

Poi, dimettiti e vai a goderti la pensione in un ameno paesino della Bretagna, con la tua amante ed una bella montagna di Viagra. Fino all’inevitabile infarto: così te ne andrai anche tu, in silenzio, senza disturbare troppo.

Adesso, caro Hollande, scegli.

15 novembre 2015

False Flag: tutto risolto, andate in pace


Il False Flag è il nuovo escamotage per rifiutarsi di capire. Per non comprendere la sequenza dei fatti storici, per cercare scorciatoie che diano audience e confortino, con mezzi semplici, i sempliciotti. Il False Flag è il cugino in terzo grado del cui prodest: almeno, nell’ultimo, c’è spesso qualche sillogismo di supporto.

Noi occidentali tutto possiamo, e ci divertiamo nel continuare a credere alla nostra onnipotenza: questi li mettiamo lì, gli diamo un po’ di missili, devono colpire quelli là, così ci fanno un favore. Poi, andiamo da quelli là e diciamo loro (mentre pubblicamente ci affratelliamo al loro dolore): avete visto che scherzo? Quelli là, masticano amaro ed armano quelli di giù, che vengono su e ci ammazzano un po’ di gente.
Sono tutti False Flag, tutta roba che controlliamo noi a seconda dei nostri obiettivi strategici: tranquilli ragazzi, crepate in pace con un colpo di Kalashnikov che vi perfora le budella e che vi brucia dentro come un granello d’inferno, è solo un False Flag, è gente nostra, che lavora per noi.

Mi metto a leggere e scopro una marea d’incompetenti, di gente col cervello all’ammasso, che s’inventa tutto ed il suo contrario per mettere il proprio nome in calce ad un articolo. Quante volte l’Iran doveva essere bombardato, invaso, massacrato? Quante volte l’hanno scritto?
Andiamo per ordine: cercherò d’essere il più breve possibile. Ma, perdio, se si vuole capirci qualcosa bisogna pur citare fatti, fonti, eventi, personaggi...e ci vuole un po’ di tempo. Altrimenti, c’è il False Flag che acquieta in breve tempo, come l’Aspirina.

Fino al 1980 lo schema è bipolare: noi vi facciamo una cacca lì e, domani, i sovietici ce la rimandano di qua, business is usual.
Ma, quella mente diabolica di Brezinskji s’inventa un trucco per cacciare i sovietici da Kabul: proviamo ad armare i mujaiddin afgani, così fanno la guerra per noi. Noi guadagniamo su petrolio ed oleodotti e quelli – perché sono fessi – crepano. Approvato per acclamazione.
Succede, però, e questo non molti lo sapranno che, nel 1981, in un albergo di Peshawar si riunisce uno strano gruppo: la figura più importante è un miliardario saudita, facente parte della famiglia reale, un tipo elegante, che fino a qualche anno prima girava le capitali europee vestito all’ultima moda.
Quest’uomo ha un’idea: i sovietici sono oramai bolliti, e dopo, che facciamo? Abbiamo armi in abbondanza, soldi in abbondanza: perché non ci mettiamo in proprio?
Così viene gettata la prima pietra dell’attacco di ieri, anche se i protagonisti, oggi, sono diversi anni luce da quei loro antenati.

Ma scoppia la guerra in Jugoslavia, ed ecco la prima uscita “in proprio” – ampiamente tollerata dagli euro americani, perché toglieva loro la castagna serba dal fuoco! – ma i croati, in Erzegovina, vogliono fare i padroni e ne vogliono un pezzo (Mostar compresa): ecco allora le due divisioni musulmane Handsar e Kama prontamente ricostituite – completate con i nomi originali che ebbero in epoca nazista, quando combatterono contro i partizan jugoslavi – che difendono Sarajevo, Jablanica, Mostar. In gran parte contro i serbi: il copione si ripete, ma la contrapposizione contro i croati, cattolici, è forse pari a quella contro i serbi. In questo frangente, ecco un embrione delle future guerre “a geometria variabile”: più alleati e nemici, con i quali mercanteggiare sul campo di battaglia, trattare e combattere, alla bisogna.

Ecco cos’è quello che noi chiamiamo “False Flag”: perché, ai nostri occhi velati dal nostro modo di pensare – dagli Orazi e Curiazi fino alle trincee, alle mitragliatrici, ai tank, ai sommergibili – così appare. Non può che essere una costruzione, pensiamo, perché è assurdo: vi chiedo, gentilmente, di contare le assurdità della Jugoslavia o quelle, forse più conosciute, dell’Iraq tripartito fra curdi, sciiti e sunniti. Più le truppe occidentali, a tentare inutili mediazioni.
Andiamo avanti.

Giunge la prima Guerra del Golfo: la sola, per importanza mediatica e sociologica.
Un giovane Ennio Remondino – grande giornalista – inviato ad Amman per osservarla e riferire, ha una vera e propria illuminazione. Cito: “Ci stiamo giocando il sostegno delle borghesie arabe”.
Ai più, la frase passa inosservata: e chi se ne frega delle borghesie arabe? Noantri semo più bbravi, semo forti...

In Paesi con scarsi apparati industriali, la borghesia è la classe dominante per antonomasia, nel senso che quasi “è” lo Stato: funzionari, militari, finanza, sanità, istruzione. Perdete la borghesia, e non ci sarà altra classe sociale sulla quale contare: avrete perso lo Stato, od il potere, se preferite.
Siccome il potere è spesso sorretto dall’Occidente – pensiamo alla Giordania (GB) od al Libano (F), (accordo di Sèvres, 1920) – perdere il consenso della borghesia significa tranciare qualsiasi liaison con l’Occidente.

Non stiamo parlando di petrolio o di armi, bensì di sociologia: dobbiamo entrare nella mente di un borghese mediorientale, seduto sul divano di fronte ad Al-Jazeera, il quale ascolta, medita ed osserva. Pensa: ci bombardano come cani, ci massacrano, mentre Israele può fare tutto il c... che vuole e nessuno dice niente. Quelli hanno l’atomica e l’Iran non può averla: perché? L’ONU ha più volte richiamato, con risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e con voti dell’Assemblea, Israele: deve tornare nei confini ante 1966. E quelli se ne fottono. Per Saddam, un mese di tempo per sloggiare dal Kuwait, il quale gli doveva un sacco di soldi per la difesa contro l’Iran e, in aggiunta, grazie ai Bush-petrolieri, gli fotteva pure il petrolio, trivellando in diagonale dal confine kuwaitiano per “pescare” nel giacimenti iracheni.
Ecco che passano sui teleschermi le immagini dei bambini bruciati, inceneriti...dei rifugi carbonizzati come scatole di fiammiferi ed il nostro funzionario di banca, o colonnello giordano pensa: perché dobbiamo sempre riverire questa gente? E’ dai tempi di Mossadeq che ci fregano, che ci rubano, che ci disprezzano.
E’ il 1991.
Un giovane nato in quell’anno, oggi ha 24 anni: quanti anni hanno i miliziani di Parigi?

Non starò a ricordarvi tutto quello che avvenne in Iraq ed Afghanistan dal 2003 in poi: se cercavate un luogo da trasformare in una grande madrassa (scuola islamica) a cielo aperto, lo avete trovato. Milioni di giovani che hanno visto i fratelli, i cugini con le schegge d’Uranio impoverito nelle carni, delle madri mute e piangenti ai loro capezzali mentre, in silenzio – e lentamente – morivano in ospedali sporchi, bombardati, fatiscenti, con pochissimi medici affannati che lottavano la loro impari guerra contro la morte.

Ma le guerre a geometria variabile lasciano anche altri orpelli, seminano mezzi di morte molto evoluti per tutti: quanti Stinger (missile terra-aria) hanno fornito gli USA agli afgani per usarli contro i sovietici? Eccoli che tornano: basta inquadrare il bersaglio, attendere che il reticolo acquisisca l’immagine del velivolo e premere il grilletto. Facile no? Un aereo militare può tentare virate al limite dei 9 G per fuggire, un velivolo civile cade come una pera.
Poi ci sono i soldi, tanti: grazie a zacat e saddaqa (le forme di carità islamiche) si possono distribuire risorse, tante, a tutti coloro che desiderano combattere l’odiato nemico. Perché? Poiché l’Occidente non può fare a meno d’importare colossali petroliere tutti i giorni dell’anno dai giacimenti sauditi, kuwaitiani, iracheni...l’occidente deve far vorticare i suoi macinini a petrolio, altrimenti il PIL crolla, le azioni crollano, i finanzieri scappano. Magari proprio dalle parti del Golfo.
C’è il turismo? Basta una sola sparatoria in un museo di Tunisi, e Costa Crociere e MSC cancellano tutti gli scali in Africa Settentrionale: adesso vedremo che fine farà Sharm el Sceik. Con meno soldi, anche i miliziani costano di meno: ieri con 1000 dollari – poniamo – ne inquadravi 10, oggi 20...o forse di più...
C’è ancora un “regime” che si oppone a questo andazzo, è quello di Gheddafi: spazzato, anche con l’aiuto degli italiani coglioni.

Perché, vedete, il “False Flag” non si occupa delle singole azioni: ma vi figurate? Imposta una strategia, poi sono gli altri a fare.
Perché l’Europa deve stare agli ordini USA, ma la Germania vuole fare affari con la Russia (Opel Magna, ad esempio) ed ai crucchi non frega nulla dei missili americani in Ucraina: la Crimea e l’Est possono pure tornare alla Russia, a noi importa poter impostare tante belle fabbriche di “made in Deutschland”, dove si costruisce con gente pagata (oggi) 100 euro il mese. E che volete che sia, gliene daremo 200 e saranno contenti! Il Donbass? Ma che se lo prenda pure Putin...
Ecco, allora, che la Germania diventa amica e nemica allo stesso tempo, in un perfetto schema a più parti ed a “geometria variabile”.
La Francia, perché la Francia?

Poiché il modo di pensare, il modo di vivere francese è il più odiato dagli islamici (odierni): sentito parlare di Illuminismo? Certo, anche i bombardamenti...ma la Francia non è mica l’unica a bombardare l’ISIS...
Nella Baghdad del IX secolo, un certo Abu-l-Hasan Alì al-Masudi – un enciclopedista – affermò “solo la logica (kalam) può riconciliare in pieno ragione e fede”: l’affermazione gli costò 10 anni d’esilio al Cairo. Qui da noi, lo avremmo passato sulla graticola all’istante: Giordano Bruno insegna.

Ma, dalla Baghdad gaudente di quei secoli – una vera Parigi, per cultura e divertimenti: paradossale vero? – ad oggi c’è di mezzo un certo emiro, tale Al-Wahabi, il quale pensava che l’Islam dovesse essere il meno tollerante possibile e che la vita dovesse essere sofferenza e privazione. Nulla delle “prescrizioni” di Al-Wahabi è, ovviamente, contenuto nel Corano: dall’infinito tormentone sugli abiti delle donne islamiche al divieto di guidare autoveicoli per le donne saudite (Al-Wahabi era un uomo del 1700!).
Ma strinse amicizia con un altro personaggio, un certo Al-Saud che – col trascorrere dei secoli – divenne il capostipite della casa regnante saudita. E i sauditi crearono questo regno anacronistico, dove si taglia la testa alle persone anche per un incidente stradale, dove non c’è un Parlamento e dove le donne non possono guidare per editto reale. Un pezzo di medio evo con, al posto delle carrozze a cavalli, le Rolls-Royce: un ricchissimo anacronismo.

Se vi recate in Bosnia, notate un particolare: le moschee – distrutte dalla recente guerra – sono state tutte ricostruite. Ma, al posto del tradizionale stile ottomano, sono tutte costruite in puro stile saudita: in altre parole, i sauditi esportano soldi (ne hanno tanti) e cultura. La loro, quella impostata da Al-Wahabi.
Non stupitevi dunque se la parola “crociato” è ripiombata nel lessico, se si parla di nuovo della riconquista di Granada, oppure di Lepanto: tutti concetti di un tempo lontano i quali, se parlate con un magrebino, li conoscerà a menadito. Non gli eventi, le parole e basta: “un giorno” noi eravamo a Granada. Quale giorno? Eh, tempo fa...Quanto? Mah, tempo fa...Non lo sanno.
Questa cultura raffazzonata non esce da Al-Azhar, si crea sul Web senza controllo: fa più un video dell’ISIS con colpi di mitra e gole tagliate di mille libri, questo è certo.
Allora, perché la Francia?

Poiché, se ci riflettete un attimo, non c’è nulla di più distante del credo wahabita dal “credo” illuminista, che è proprio l’opposto di un credo, per questo è virgolettato.
Da un lato, tutto discende dal “libro” (falso, dei dettami wahabiti nel Corano non c’è nulla) e deve essere seguito come parola di Allah, dall’altra tutto deve essere prima valutato, passato sotto la lente della ragione. Noi italiani non ci rendiamo conto dell’importanza di questa contrapposizione, poiché siamo una nazione che vive in mezzo al guado: le critiche anti-illuministe del Vaticano non sono un segreto. Altro paradosso: il Vaticano “terra dei crociati” e, lo stesso Vaticano, sulla stessa sponda dell’Islam radicale nei confronti dell’Illuminismo.
Ma chi è questo Islam radicale?

Al-Qaeda di Al Zawahiri è troppo vecchia, troppo legata a schemi tradizionali per stare sulla scena: a ben vedere, Al-Zawahiri viene dal Cairo, da Al-Azhar, ha quasi 65 anni, concepisce la contrapposizione internazionale come uno schema mono-direzionale, non è in grado di comprendere lo schema a geometria variabile con più attori, che mutano le loro alleanze continuamente.
Allora nasce l’ISIS. Da dove viene?

L’ISIS nasce a Tikrit, la città di Saddam Hussein: la prima azione violenta è l’uccisione di migliaia di reclute irachene che si recavano a Tikrit per prendere servizio. Con l’inganno, vengono prima dimesse, poi trucidate sulla via del ritorno: erano tutte reclute sciite.
L’idea è quella di creare una contrapposizione allo strapotere sciita/curdo in Iraq, ritagliandosi un territorio a Nord (Ninive, ecc) con addentellati in Siria e nei territori curdi. Respinti dai curdi, si sono diretti verso la Siria: ecco perché la Russia si è mossa, poiché la Siria fa parte del “bastione Sud” della Russia, quello che protegge il Caucaso ed il mar Nero. Di più: c’è il porto di Tartus, unica base per la marina russa nel Mediterraneo.
Notate come la Russia non si muova per altre aree, ma diventi terrificante (come risposta militare) quando si tocca il fianco Sud: vedi Georgia e, oggi, Siria. La Cecenia, guarda a caso, è sulla stessa strada.
Che fare dunque?

La questione si chiuderà semplicemente lasciando lavorare i russi in pace: probabilmente, dopo Parigi, si muoveranno con più convinzione anche i francesi, se non altro per pressioni interne. In ogni modo, tre mesi di missione russa con 50 velivoli e l’ISIS scomparirà, non esisterà più come struttura militare. Un fallimento americano? Certo, ma gli USA – che continuano a credere alla dottrina Brezinskji – ne studieranno un’altra: sono degli sprovveduti della politica internazionale, capacissimi di vincere le guerre, ma totalmente inetti nel gestire la pace susseguente.
Il vero sconfitto sarà l’Arabia Saudita, che ha fatto il passo più lungo della gamba, ma questo era nelle previsioni: di soldi, i sauditi, ne buttano ogni giorno che passa. Li segneranno, come tanti altri, nel capitolo di bilancio “bizzarrie”.

Una vera soluzione, per il Medio Oriente, passa soltanto attraverso una revisione del passato: gli accordi di Sèvres non si possono oramai cambiare, ma quelli relativi ad Israele sono ancora validi e si potrebbero rivedere, mi riferisco alle risoluzioni ONU.
Altrimenti...andremo avanti così...morirà l’ISIS, si formerà al-qualcosa, poi al-qualunque...e così, via: senza la soluzione del problema palestinese, il mondo arabo non s’acquieterà mai.

13 gennaio 2015

La sindrome di Babbo Natale







Com’è piacevole affrontare un argomento quando le acque si sono chetate, quando l’ansia di cercare risposte uniche e risolutive, definitivamente risolutive, s’è diluita, sciolta, perduta come si stempera nel deserto infinito, fino a scomparire, l’acqua di uno uadi.

Nella piana fra Ilo e il mare tutto s’è acquietato: ora la polvere torna a ricoprire i volti degli eroi e dei meno eroici, dei guerrieri comuni, degli inconsapevoli che la storia invita ad un pranzo di gala al sangue. “Inconsapevoli” definiti innocenti: chi mai può dirsi completamente innocente dal karma che ci regola e, puntualmente, scade inevitabilmente come il latte dimenticato in frigorifero?
Domani ci sarà un altro evento definito “epocale”, che “cambierà il mondo”, dove “nulla sarà più come prima”...eccetera, eccetera...mentre, invece, il “mondo” – inteso come somma delle pulsioni ataviche dell’Uomo – rimane tale e quale. Chi ricorda “l’apocalittico” attentato di Madrid, la Somalia, il Ruanda...? Niente, tutto tritato, sbriciolato nel frantoio dal quale non esce olio, bensì merda, fregnacce.

A dipingerlo a tinte forti ci pensano i giornalisti: d’altro canto, questo è un mestiere di puttane, abituati/e a sorprendere il cliente/lettore suscitando da un’inezia le emozioni più forti ed importanti, per i loro padroni, ovvio. D’altro canto, cosa c’è di meglio – dopo una notte in redazione, a scervellarsi se sia meglio scrivere del cane che morde l’uomo o dell’uomo che morsica il cane – che affogare tutto fra i seni di una puttana vera, le grazie di una “collega” che sa come fare, che conosce così bene il mestiere da distillare tutto quel coacervo di pulsioni, emozioni, nervosismo, ansie, dicerie, cattiverie...in un orgasmo liberatorio, senza complicazioni sentimentali?
In fondo – pensa il giornalista – è quello che faccio anch’io: emozioni! emozioni! emozioni! Tutto al prezzo di una copia signore e signori! Al costo di un’alba dal sapore di profumo da poco prezzo che t’impregna l’automobile, proprio mentre il giornale va in edicola. Perfetto, sincronicamente assoluto.

E sono morti dei giornalisti/sberleffari, uccisi dai terroristi/giustiziatori. I primi (dicevano) di difendere la sacralità del diritto di satira, i secondi (raccontavano) di difendere la sacralità dell’Islam. I primi dipingevano Maometto in mutande (anche di più), i secondi riempivano caricatori mentre sognavano di conquistare tutta l’Europa.
Ah, a proposito: chiediamo ai primi quanto è stata compresa la filosofia illuminista ad Est di Berlino e di Istanbul, ed ai secondi com’è finita a Poitiers con Carlo Martello, oppure come s’è trovato Maometto Scirocco a Lepanto.

Se vogliamo dare una tinteggiata di storiucola da scuola elementare, allora meditiamo che i caccia francesi, americani & Co. stanno suonando una brutta sinfonia sui cieli dell’Iraq del Nord, una sinfonia che per i Nuovi Califfi è insopportabile, perché mostra l’antica supremazia del Nord sul Sud del mondo, che è vecchia millenni.
In altre parole: se ti metti contro il Nord del pianeta – con armi tradizionali – le puoi solo prendere. Allora, si procede con il terrorismo, dove il Nord mostra come si vincono le battaglie e poi si perdono le guerre.
Che storia è questa? Questa non è più Storia da scuola elementare.

Premesso che l’Europa – ai tempi dei grandi Califfati – interessava ben poco agli arabi: per loro, già Fez era un avamposto dimenticato che portava solo a luoghi inospitali e barbari. La cultura – e dunque anche l’economia dell’epoca (comunque la pensi Tremonti) – era ad Est: Persia, India ed oltre.
Poi, l’equilibrio cambiò e – per giungere all’Evo Moderno – si stabilì un nuovo rapporto con gli Arabi (sottolineo: gli arabi, non gli ottomani né i persiani): la fonte della ricchezza era per tutti (nonostante quanto pensasse Montesquieu) la schiavitù, le piantagioni, il cosiddetto “Triangolo degli schiavi”.

Brevemente: gli schiavi producono materie prime, in Europa si raffinano e si rivendono prodotti finiti. A chi? Al terzo vertice del triangolo, gli arabi, che erano i grandi schiavisti dell’epoca. Insomma: il ventre delle donne africane (nere) è stato la cassaforte dell’Europa.
Abbandonati i neri al loro destino, col petrolio si creò un nuovo equilibrio (che tutti conosciamo) che rendeva ricche le borghesie arabe, al punto che (Israele a parte) non esistevano motivi di frizione.

Ennio Remondino è un bravo giornalista e seppe indicare il punto di viraggio degli equilibri, il mutare di una situazione che era stabile da circa mezzo millennio. Nella Primavera del 1991, da Amman – seguiva gli eventi della Prima Guerra del Golfo dalla capitale giordana – notò: “Il dialogo con le borghesie arabe sta venendo meno, c’è sempre più chiusura, i due mondi s’allontanano” (ricordo a braccio).
Era la prima volta che lo strapotere degli arsenali euro-americani s’abbatteva su una nazione araba e il tutto era amplificato dai media planetari (la CNN, poi venne Al-Jazeera): la sofferenza della popolazione irachena giungeva in tutti i salotti. Seduti sui divan, gli arabi potevano osservare la distruzione di un popolo, eseguita senza che un solo euro-americano fosse presente sui loro territori. Poi giunsero, ma solo per i saluti finali.

La ferita successiva fu Sarajevo – città cosmopolita, ma con preponderanza islamica – abbandonata per anni al suo destino di morte: lì, nacquero i primi gruppi di guerriglieri “in conto proprio”, gli stessi che avevano combattuto i sovietici in Afghanistan, ma in conto terzi.
In quegli anni, gli arabi pensarono che il loro rapporto privilegiato con gli europei era terminato, ed essi finirono nel gran calderone dei popoli senza storia e senza dignità: difatti, iniziarono i copiosi flussi migratori verso la “terra dei padroni”, l’Europa.
Quando la miseria imperversa (anche per la struttura classista di molte nazioni arabe), si mette da parte la dignità e s’emigra. Insieme ai neri, agli indiani, ai mille popoli medio-orientali ed orientali, divenuti carne da cannone per l’economia europea: stavolta – nell’immaginario collettivo – non c’era più differenza fra un marocchino povero ed il suo corrispettivo senegalese.

Avevamo fatto notare una differenza: gli arabi dagli ottomani e dai persiani. Gli ottomani hanno sempre goduto di una “immigrazione controllata” da parte della Germania, ed oggi i “turco-tedeschi” sono milioni, mentre i persiani – dopo la rivoluzione del 1979 – non sentono la necessità d’emigrare, perché la struttura sociale iraniana è più complessa e (in un certo modo, non vorrei essere frainteso, “moderna”) più simile a quelle europee, oppure all’India.
In mezzo a questo panorama sociale, il problema israeliano, ossia di quei territori conquistati con le guerre del ’66 e del ’73 – parzialmente restituiti – ma non come indicavano due precise risoluzioni dell’ONU. Il detonatore di mille sofferenze.

La Francia – gravata da 7 milioni d’immigrati algerini, di prima, seconda, terza...generazione – non è riuscita a mantenere l’equilibrio: nelle sue banlieu crescono generazioni di nordafricani che non godono più di quel welfare così omnicomprensivo per la quale Parigi era famosa: la crisi economica morde anche là.
Dalla loro parte, queste generazioni nate dopo il 1990 tendono sempre meno all’integrazione francese (dipende dalle famiglie, dalle situazioni, ecc) e s’arroccano in nirvana fuori della Storia, credendo più nella favola che nella realtà. Ma è proprio la realtà ad essere indigesta, il campionario di beni che li circonda ed ai quali non hanno accesso: di conseguenza, s’affidano sempre di più al Corano (riletto in un modo strumentale) che al Metano, paradosso della modernità algerina.

In mezzo a questa umanità derelitta – poiché priva di un retroterra culturale autoctono, che sia immagine fiorente di una cultura e non edulcorato succedaneo – pescano i vari gruppi terroristici (che sappiamo benissimo essere al servizio d’altri potentati, per altri fini, altri scopi, altri giochi geopolitici) per trovare i loro martiri, i loro guerrieri assassini, pronti a morire in una Gestalt che sa più di romanticismo tedesco che di modernità (?) islamica.

Il tutto ha un aspetto geografico curioso: tutti anelano sempre a chi sta un pochino più a Nord, come se il “Nord” fosse sinonimo di pace e di tranquillità di spirito, d’equilibrio sociale, d’anelata giustizia.
I nostri altoatesini si rifiutano – penoso stratagemma, che si ripete in ogni bar alla richiesta di un cappuccino, per banalissimi motivi – di parlare italiano come se si trattasse di una caduta di principi, di razza, di valore. Nel mentre, i veri austriaci – gli abitanti dell’Inn – li snobbano con un’alzata di spalle e giudicano gli italiani per quel che sono, ossia se sono educati, rispettosi delle regole e delle leggi...e meno che mai importa loro che non parlino tedesco. Più della razza – potremmo dire – poté il turismo.
A loro volta, i bavaresi sono considerati i terroni di Germania, i francesi del Sud – più che altro per i loro frequenti “soggiorni” algerini in anni lontani – sono sdegnosamente definiti pied noir dai parigini, i gallesi considerati rozzi e bifolchi dagli inglesi delle Midlands...gli italiani del Sud sono terroni, mafiosi...

L’emisfero australe s’è stranamente salvato da questa curiosa nemesi geografica, ma solo per una ragione: sono state terre di conquista, completamente alienate dalla loro substanzia originale.
Perciò, non ci rimane che interrogare l’unica persona che può fornirci una risposta: Babbo Natale, che è senz’altro più “in alto”, ossia più a Nord, di tutti quanti.

Quando glielo abbiamo chiesto, ha sorriso mentre grattava la testa ad una delle sue renne, che lo osservava con occhi mansueti, pienamente ricambiato da Babbo il quale – ovvia ovvietà – ha fatto finta di non aver compreso la domanda. Sarà stato il mio pessimo lappone, ne sono certo: ai posteri l’ardua sentenza.