Carlo Bertani blog: un piccolo spazio aperto sul mondo, qui e sul sul mio sito, www.carlobertani.it..e adesso http://italianzihuatanejo.blogspot.com/
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26 dicembre 2016
22 dicembre 2016
Anis Amri: Berlino, camion, pistolettate, coltellate ed ammennicoli vari...
Tutti i corsivi sono fedelmente riportati dal “Fatto
Quotidiano” di oggi, 21 Dicembre: ho soltanto inserito i puntini di sospensione
laddove ho tolto il superfluo.
Fatevi un’idea se questo non è il “perfetto attentatore” che
uccide a pistolettate il povero camionista polacco dopo averlo ampiamente
accoltellato (ma, se ha una pistola, perché accoltellarlo?!?) per poi lanciarsi
sulla folla col grido di “Allah Akbar” sulle labbra e poi fuggire, gabbando la
Reichpolizei e tutti i “cittadini volontari” che danno una mano così, tanto per
giocare a Sherlock Holmes. Mentre un pakistano qualunque fungeva da “bandiera
ombra” e prendeva in giro tutti: Polizei, Interpol e cittadini onesti.
Il 1° Reggimento della Reichpolizei “Standarte” – adesso –
lo arresterà dopo furiosi combattimenti sulla Unter den Linden, sottraendolo
quindi al linciaggio da parte di 5.000 tedeschi alti, biondi e ariani che
intonavano lo “Horst Wessel Lied” brandendo martelli ed accette.
Ah, dimenticavo: prima di scendere dal camion, Anis infila
il proprio certificato di espulsione sotto il sedile del camion. Non si sa mai:
e se avesse incocciato in un poliziotto stupido?
E’ una storia incredibile, dalle fondamenta al tetto:
giudicate voi.
Amri è arrivato in
Italia a febbraio del 2011...Quando venne identificato, dichiarò di essere
minorenne e dunque fu trasferito in un centro di accoglienza...Dopo qualche
mese di permanenza...il tunisino ha partecipato a danneggiamenti nel centro...Diventato
nel frattempo maggiorenne, è stato processato e condannato a 4 anni, scontati
prima a Catania, poi nel carcere Ucciardone di Palermo dove si è contraddistinto per comportamenti
violenti...
Eh, il buon giorno si vede dal mattino...si vede subito
quando uno è preparato a diventare il “massacratore dei mercatini”...
Dal carcere è uscito
nella primavera del 2015, ma non è tornato libero: nei suoi confronti è infatti
scattato un provvedimento di espulsione.
Anis Amri è stato così portato in un Centro di identificazione ed espulsione in
attesa del riconoscimento da parte delle autorità tunisine, obbligatorio per
poter procedere al rimpatrio. Il riconoscimento, però, non è mai arrivato e,
trascorsi i termini di legge, al ragazzo è stato notificato un provvedimento di
allontanamento dall’Italia. A quel punto Amri avrebbe effettivamente lasciato
il paese per andare in Germania. L’Italia comunque inserì nella banca dati Sis,
il Sistema di informazione
Schengen...
Acciderbolina! Temevamo che l’appuntato Iaruzzizzi avesse
dimenticato d’inserirlo nel sistema informativo...se si era dimenticato...azzi
suoi!
Lo sottolineano fonti
investigative qualificate ricordando che sia la notizia della condanna sia il
provvedimento di espulsione sia le note relative ai comportamenti tenuti in
carcere dal tunisino sono state condivise nel sistema europeo.
Meno male: se non c’era la condivisione, le vittime di
Berlino sarebbero rimaste per sempre degli zombie...ma se è condiviso, beh,
allora...
Una volta in Germania,
il tunisino non poteva essere espulso perché non erano mai arrivati dalla
Tunisia i documenti per il riconoscimento...
Già: violenti e ammazzi...ma se non arrivano i documenti per
il riconoscimento...nessuno ci può fare niente...eh, così vanno le cose nel
Grosse Reich, mica siamo in Italia...
Solo oggi, sono
arrivati i documenti che servivano per la pratica di espulsione dal Paese.
Meno male, temevamo che non gli potessero ritirare la carta
d’identità.
Era stato indagato
perché sospettato di preparare
attentati contro lo stato, ha aggiunto il ministro dell’Interno...
Bruscolini, bruscolini...su, non fate i complottisti,
credete alla Reichpolizei...non c’erano i documenti che dovevano arrivare dalla
Tunisia: avete capito?
In Germania...era
stato fermato per la prima volta il 30 luglio a Friedrichshafen con un falso documento d’identità italiano...e dall’aprile 2016 risulta
“tollerato”. Dopo...due giorni in carcere a Ravensburg, era stato rilasciato e aveva dichiarato di
vivere nel centro di accoglienza di Emmerich,
vicino alla cittadina Kleve,
nella regione del Nord-Reno Westfalia.
Prima, aveva fatto domanda di asilo,
ma la sua richiesta era rimasta in sospeso perché già conosciuto dalla polizia.
Beh, se la polizei lo conosce...è tutto più facile, no? Uno
che è conosciuto per “preparare attentati contro lo stato” viene
rilasciato sulla parola, così, come un ragazzotto che ha rotto un
vetro...convincente, no?
...a Berlino, la
polizia inizia a sorvegliarlo “da marzo a settembre”...sospetto dei servizi federali
che Amri stesse preparando “un furto per finanziare l’acquisto di armi
automatiche” da usare in “un attentato”... suo coinvolgimento “in piccolo
traffico di droga”... senza rintracciare elementi che potessero “sostanziare”
l’allarme... Per questo a settembre la sorveglianza venne sospesa...
Bello quel “da marzo a settembre”...si sorveglia in
primavera e in estate, perché in autunno e in inverno si va in letargo...
Insomma, il nostro è sospettato di attentati contro la
sicurezza dello stato, traffico d’armi, spaccio di droga, d’appartenere a reti
internazionali di terrorismo, preparazione di attentati...ma non si può
arrestarlo, perché non si sa chi è.
Certo, bisogna riconoscere che la Reichpolizei è scaduta di
brutto: se ben ricordo, a Stammheim le cose andarono un po’
diversamente...qualcuno ricorda Andreas Baader ed Ulrike Meinhorf?
L’unica cosa che mi viene in mente, tornando a quegli anni,
è la figura di Pietro Valpreda – perfetto nella parte di chi seminava bombe –
condannato (poi liberato, poiché riconosciuto innocente) per la strage di
Piazza Fontana.
Che i tedeschi, per una volta, abbiano imparato da noi?
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15 luglio 2016
Parole inutili
A che serve
piangere i morti? A niente. Non si confortano i vivi, tanto meno si fa qualcosa
per i trapassati.
E’ del tutto
evidente che – dalla cosiddetta “primavera araba” – l’attacco è salito
all’Europa, non avevamo dubbi in tal senso, e riteniamo che anche la vittoria
di Brexit faccia parte di questa strategia: isolare la Gran Bretagna dall’Europa
toglie all’UE la metà delle potenzialità d’intervento militare nell’area
mediterranea, navi, aerei, uomini e, soprattutto, basi.
La NATO? Qualcuno crede ancora
nella NATO come “alleanza” militare? A quel presidio militare statunitense in
terra europea? Auguri, gli sciocchini possono accomodarsi. C’è, però, ancora un
modo per tentare di fa venire a galla i veri mandanti, che non sono “l’America”
– come qualcuno crede – ma forze interne all’apparato militare USA, ai servizi
segreti, legati a doppio filo col mondo petrolifero. Che è transnazionale.
Serve a qualcosa
bombardare quattro scalzacani nel Nord dell’Iraq o nell’Est della Siria? E’
servito a qualcosa? Allora, se vuoi eliminare la malattia, devi colpire i
gangli vitali, le fonti di finanziamento: segui i soldi, non seguire le armi o
qualche ridicolo califfo.
L’Arabia Saudita
ha mai preso una posizione chiara ed inequivocabile contro il terrorismo, sia
esso nella versione 1.0 chiamata Al-Quaeda e sia nella 2.0, denominata ISIS?
No, perché Osama Bin Laden faceva parte della famiglia reale saudita, era uno
dei 25.000 che hanno questo privilegio, faceva (o fa?) parte della corte di
Ryad.
Ha eseguito con
dovizia e professionalità i suoi compiti, dalla Bosnia all’Afghanistan, sempre
dalla stessa parte: sempre contro i russi ed i loro alleati, e non diteci che
Ryad non sapesse nulla…oh my God…non raccontateci frottole da festa di paese!
Poi è arrivato
un altro fantoccio, il cosiddetto Califfo: sarà il cognato del mullah Omar? Od
il cugino del cognato dello zio di Saddam Hussein?
Per favore: la
carne tritata dei bambini di Nizza sanguina ancora sulla promenade des Anglais,
non infiorate l’asfalto con parole indegne, stupide e prive di senso.
Certo, Hollande
è in un bel guaio. Quasi completamente ereditato, dai tempi di de Gaulle –
ricordate quel “Ici est la
France!” pronunciato alla folla di Montreal? Gli americani si
chiesero: “Why Canada must be French? – già,
eredità malsane se non puoi permettertelo…ma all’Eliseo, oggi, c’è lui, e
qualcosa deve inventarsi. Altrimenti, se ne vada.
La Francia, poi, ha aggravato
la sua situazione correndo dietro all’atomo di Areva, e allontanandosi troppo
dai destini (e profitti) delle Sette Sorelle, come i tedeschi correvano dietro
al progetto Desertec: lì non è stato necessario fare molto, è bastato togliere
di mezzo il referente in terra africana, ossia Gheddafi, e nemmeno un Watt
giungerà mai dal deserto libico. Anche Mattei fece la stessa fine, pur essendo
un petroliere ma – diciamo – un petroliere “illuminato”, che era già di troppo
nel mondo del barile puzzolente.
Può fare
qualcosa Hollande? Dubito, salvo sganciare un po’ di bombe, ammazzando quattro
idioti armati e quattromila innocenti disarmati. Può incarcerare sette milioni
di francesi d’origine maghrebina? Nemmeno Marine le Pen potrebbe farlo, anche
se magari lo dice, tanto per acchiappare qualche voto.
Un lavoro
d’intelligence, sul fronte interno, sarebbe auspicabile, ma richiederebbe anni:
nel frattempo, rimarrebbe qualcosa delle città francesi? Sarebbe un “lavoro”
sullo stile israeliano: la
Francia può permetterselo? L’Europa? Non facciamo ridere.
Sapendo che il
flusso di denaro per il “califfetto” & i suoi tirapiedi parte da Ryad,
proviamo a ribaltare la situazione.
Sarebbe come, se
noi radessimo al suolo Algeri, Tripoli od il Cairo, gli altri bombardassero
quattro idioti sulle Alpi o nella Foresta Nera. E chissenefrega, sarebbe la
risposta più ovvia.
Fatto salvo che
ammazzare degli innocenti non serve a nulla – anzi, peggiora la situazione,
quindi più niente bombe sulle cittadine orientali – si può provare a fare
questo discorso:
“Cari colleghi
del governo saudita (ed alleati: Qatar, EAU, Kuwait, ecc) al prossimo attentato
in terra francese, arriverà una pioggia di missili su Ryad. La raderemo
praticamente al suolo, senza armi nucleari – ovvio – bastano le navi e i
sommergibili della Marine Nationale.
Non “se
ritirerete l’appoggio”, “se smetterete di finanziare”…eccetera…no, al primo
attentato in terra francese scateneremo l’inferno sulla vostra bella “perla”,
dove le donne non guidano, dove non si può bere una birra in santa pace e dove
il boia affila la scimitarra un giorno la settimana e quello dopo pure.
A voi così piace
vivere, vi rispettiamo, ma c’infastidisce un po’ che, qui da noi, si debba
lavare l’asfalto così spesso, e che l’acqua sia rossa di sangue.
Dopo, non vi
lamentate: siete stati avvertiti.”
Hollande
potrebbe inviare la missiva per via diplomatica, ufficialmente, alla luce del
sole, in modo che non vi sia nessun fraintendimento: dopo – come diceva
Jannacci – sedersi, “per vedere di nascosto l’effetto che fa”. Nel mondo
diplomatico, ovvio.
Altrimenti, caro
Hollande, vai in Tv e dì ai francesi: “Cari francesi, dobbiamo abituarci ad un
paio, forse tre attentati l’anno di questo tipo nella nostra terra. La polizia
vigilerà, ammazzerà gli attentatori, i pompieri interverranno, le ambulanze
pure e creeremo una bella unità di soccorso psicologico permanente, per
spiegare ai francesi che dobbiamo crepare in silenzio, senza far troppo
rumore.”
Poi, dimettiti e
vai a goderti la pensione in un ameno paesino della Bretagna, con la tua amante
ed una bella montagna di Viagra. Fino all’inevitabile infarto: così te ne
andrai anche tu, in silenzio, senza disturbare troppo.
Adesso, caro
Hollande, scegli.
15 novembre 2015
False Flag: tutto risolto, andate in pace
Il False Flag è il nuovo escamotage per rifiutarsi di
capire. Per non comprendere la sequenza dei fatti storici, per cercare
scorciatoie che diano audience e confortino, con mezzi semplici, i
sempliciotti. Il False Flag è il cugino in terzo grado del cui prodest: almeno,
nell’ultimo, c’è spesso qualche sillogismo di supporto.
Noi occidentali tutto possiamo, e ci divertiamo nel
continuare a credere alla nostra onnipotenza: questi li mettiamo lì, gli diamo
un po’ di missili, devono colpire quelli là, così ci fanno un favore. Poi,
andiamo da quelli là e diciamo loro (mentre pubblicamente ci affratelliamo al
loro dolore): avete visto che scherzo? Quelli là, masticano amaro ed armano
quelli di giù, che vengono su e ci ammazzano un po’ di gente.
Sono tutti False Flag, tutta roba che controlliamo noi a
seconda dei nostri obiettivi strategici: tranquilli ragazzi, crepate in pace
con un colpo di Kalashnikov che vi perfora le budella e che vi brucia dentro
come un granello d’inferno, è solo un False Flag, è gente nostra, che lavora
per noi.
Mi metto a leggere e scopro una marea d’incompetenti, di
gente col cervello all’ammasso, che s’inventa tutto ed il suo contrario per
mettere il proprio nome in calce ad un articolo. Quante volte l’Iran doveva
essere bombardato, invaso, massacrato? Quante volte l’hanno scritto?
Andiamo per ordine: cercherò d’essere il più breve
possibile. Ma, perdio, se si vuole capirci qualcosa bisogna pur citare fatti,
fonti, eventi, personaggi...e ci vuole un po’ di tempo. Altrimenti, c’è il
False Flag che acquieta in breve tempo, come l’Aspirina.
Fino al 1980 lo schema è bipolare: noi vi facciamo una cacca
lì e, domani, i sovietici ce la rimandano di qua, business is usual.
Ma, quella mente diabolica di Brezinskji s’inventa un trucco
per cacciare i sovietici da Kabul: proviamo ad armare i mujaiddin afgani, così
fanno la guerra per noi. Noi guadagniamo su petrolio ed oleodotti e quelli –
perché sono fessi – crepano. Approvato per acclamazione.
Succede, però, e questo non molti lo sapranno che, nel 1981, in un albergo di
Peshawar si riunisce uno strano gruppo: la figura più importante è un
miliardario saudita, facente parte della famiglia reale, un tipo elegante, che
fino a qualche anno prima girava le capitali europee vestito all’ultima moda.
Quest’uomo ha un’idea: i sovietici sono oramai bolliti, e
dopo, che facciamo? Abbiamo armi in abbondanza, soldi in abbondanza: perché non
ci mettiamo in proprio?
Così viene gettata la prima pietra dell’attacco di ieri, anche
se i protagonisti, oggi, sono diversi anni luce da quei loro antenati.
Ma scoppia la guerra in Jugoslavia, ed ecco la prima uscita
“in proprio” – ampiamente tollerata dagli euro americani, perché toglieva loro
la castagna serba dal fuoco! – ma i croati, in Erzegovina, vogliono fare i
padroni e ne vogliono un pezzo (Mostar compresa): ecco allora le due divisioni
musulmane Handsar e Kama prontamente ricostituite – completate
con i nomi originali che ebbero in epoca nazista, quando combatterono contro i partizan jugoslavi – che difendono
Sarajevo, Jablanica, Mostar. In gran parte contro i serbi: il copione si
ripete, ma la contrapposizione contro i croati, cattolici, è forse pari a
quella contro i serbi. In questo frangente, ecco un embrione delle future
guerre “a geometria variabile”: più alleati e nemici, con i quali
mercanteggiare sul campo di battaglia, trattare e combattere, alla bisogna.
Ecco cos’è quello che noi chiamiamo “False Flag”: perché, ai
nostri occhi velati dal nostro modo di pensare – dagli Orazi e Curiazi fino
alle trincee, alle mitragliatrici, ai tank, ai sommergibili – così appare. Non
può che essere una costruzione, pensiamo, perché è assurdo: vi chiedo,
gentilmente, di contare le assurdità della Jugoslavia o quelle, forse più conosciute,
dell’Iraq tripartito fra curdi, sciiti e sunniti. Più le truppe occidentali, a
tentare inutili mediazioni.
Andiamo avanti.
Giunge la prima Guerra del Golfo: la sola, per importanza
mediatica e sociologica.
Un giovane Ennio Remondino – grande giornalista – inviato ad
Amman per osservarla e riferire, ha una vera e propria illuminazione. Cito: “Ci stiamo giocando il sostegno delle
borghesie arabe”.
Ai più, la frase passa inosservata: e chi se ne frega delle
borghesie arabe? Noantri semo più bbravi, semo forti...
In Paesi con scarsi apparati industriali, la borghesia è la
classe dominante per antonomasia, nel senso che quasi “è” lo Stato: funzionari,
militari, finanza, sanità, istruzione. Perdete la borghesia, e non ci sarà
altra classe sociale sulla quale contare: avrete perso lo Stato, od il potere,
se preferite.
Siccome il potere è spesso sorretto dall’Occidente –
pensiamo alla Giordania (GB) od al Libano (F), (accordo di Sèvres, 1920) –
perdere il consenso della borghesia significa tranciare qualsiasi liaison con
l’Occidente.
Non stiamo parlando di petrolio o di armi, bensì di
sociologia: dobbiamo entrare nella mente di un borghese mediorientale, seduto
sul divano di fronte ad Al-Jazeera, il quale ascolta, medita ed osserva. Pensa:
ci bombardano come cani, ci massacrano, mentre Israele può fare tutto il c...
che vuole e nessuno dice niente. Quelli hanno l’atomica e l’Iran non può
averla: perché? L’ONU ha più volte richiamato, con risoluzioni del Consiglio di
Sicurezza e con voti dell’Assemblea, Israele: deve tornare nei confini ante
1966. E quelli se ne fottono. Per Saddam, un mese di tempo per sloggiare dal
Kuwait, il quale gli doveva un sacco di soldi per la difesa contro l’Iran e, in
aggiunta, grazie ai Bush-petrolieri, gli fotteva pure il petrolio, trivellando
in diagonale dal confine kuwaitiano per “pescare” nel giacimenti iracheni.
Ecco che passano sui teleschermi le immagini dei bambini
bruciati, inceneriti...dei rifugi carbonizzati come scatole di fiammiferi ed il
nostro funzionario di banca, o colonnello giordano pensa: perché dobbiamo
sempre riverire questa gente? E’ dai tempi di Mossadeq che ci fregano, che ci
rubano, che ci disprezzano.
E’ il 1991.
Un giovane nato in quell’anno, oggi ha 24 anni: quanti anni
hanno i miliziani di Parigi?
Non starò a ricordarvi tutto quello che avvenne in Iraq ed
Afghanistan dal 2003 in
poi: se cercavate un luogo da trasformare in una grande madrassa (scuola islamica) a cielo aperto, lo avete trovato.
Milioni di giovani che hanno visto i fratelli, i cugini con le schegge d’Uranio
impoverito nelle carni, delle madri mute e piangenti ai loro capezzali mentre,
in silenzio – e lentamente – morivano in ospedali sporchi, bombardati,
fatiscenti, con pochissimi medici affannati che lottavano la loro impari guerra
contro la morte.
Ma le guerre a geometria variabile lasciano anche altri
orpelli, seminano mezzi di morte molto evoluti per tutti: quanti Stinger
(missile terra-aria) hanno fornito gli USA agli afgani per usarli contro i
sovietici? Eccoli che tornano: basta inquadrare il bersaglio, attendere che il
reticolo acquisisca l’immagine del velivolo e premere il grilletto. Facile no?
Un aereo militare può tentare virate al limite dei 9 G per fuggire, un velivolo
civile cade come una pera.
Poi ci sono i soldi, tanti: grazie a zacat e saddaqa (le forme
di carità islamiche) si possono distribuire risorse, tante, a tutti coloro che
desiderano combattere l’odiato nemico. Perché? Poiché l’Occidente non può fare
a meno d’importare colossali petroliere tutti i giorni dell’anno dai giacimenti
sauditi, kuwaitiani, iracheni...l’occidente deve far vorticare i suoi macinini
a petrolio, altrimenti il PIL crolla, le azioni crollano, i finanzieri
scappano. Magari proprio dalle parti del Golfo.
C’è il turismo? Basta una sola sparatoria in un museo di
Tunisi, e Costa Crociere e MSC cancellano tutti gli scali in Africa
Settentrionale: adesso vedremo che fine farà Sharm el Sceik. Con meno soldi,
anche i miliziani costano di meno: ieri con 1000 dollari – poniamo – ne
inquadravi 10, oggi 20...o forse di più...
C’è ancora un “regime” che si oppone a questo andazzo, è
quello di Gheddafi: spazzato, anche con l’aiuto degli italiani coglioni.
Perché, vedete, il “False Flag” non si occupa delle singole
azioni: ma vi figurate? Imposta una strategia, poi sono gli altri a fare.
Perché l’Europa deve stare agli ordini USA, ma la Germania
vuole fare affari con la Russia (Opel Magna, ad esempio) ed ai crucchi non
frega nulla dei missili americani in Ucraina: la Crimea e l’Est possono pure
tornare alla Russia, a noi importa poter impostare tante belle fabbriche di
“made in Deutschland”, dove
si costruisce con gente pagata (oggi) 100 euro il mese. E che volete che sia,
gliene daremo 200 e saranno contenti! Il Donbass? Ma che se lo prenda pure
Putin...
Ecco, allora, che la Germania diventa amica e nemica allo
stesso tempo, in un perfetto schema a più parti ed a “geometria variabile”.
La Francia, perché la Francia?
Poiché il modo di pensare, il modo di vivere francese è il
più odiato dagli islamici (odierni): sentito parlare di Illuminismo? Certo,
anche i bombardamenti...ma la Francia non è mica l’unica a bombardare l’ISIS...
Nella Baghdad del IX secolo, un certo Abu-l-Hasan Alì al-Masudi – un enciclopedista
– affermò “solo la logica (kalam) può riconciliare in pieno
ragione e fede”: l’affermazione gli costò 10 anni d’esilio al Cairo. Qui da
noi, lo avremmo passato sulla graticola all’istante: Giordano Bruno insegna.
Ma, dalla Baghdad gaudente di quei secoli – una vera Parigi,
per cultura e divertimenti: paradossale vero? – ad oggi c’è di mezzo un certo
emiro, tale Al-Wahabi, il quale pensava che l’Islam dovesse essere il meno
tollerante possibile e che la vita dovesse essere sofferenza e privazione. Nulla
delle “prescrizioni” di Al-Wahabi è, ovviamente, contenuto nel Corano:
dall’infinito tormentone sugli abiti delle donne islamiche al divieto di
guidare autoveicoli per le donne saudite (Al-Wahabi era un uomo del 1700!).
Ma strinse amicizia con un altro personaggio, un certo
Al-Saud che – col trascorrere dei secoli – divenne il capostipite della casa
regnante saudita. E i sauditi crearono questo regno anacronistico, dove si
taglia la testa alle persone anche per un incidente stradale, dove non c’è un
Parlamento e dove le donne non possono guidare per editto reale. Un pezzo di
medio evo con, al posto delle carrozze a cavalli, le Rolls-Royce: un
ricchissimo anacronismo.
Se vi recate in Bosnia, notate un particolare: le moschee –
distrutte dalla recente guerra – sono state tutte ricostruite. Ma, al posto del
tradizionale stile ottomano, sono tutte costruite in puro stile saudita: in
altre parole, i sauditi esportano soldi (ne hanno tanti) e cultura. La loro,
quella impostata da Al-Wahabi.
Non stupitevi dunque se la parola “crociato” è ripiombata
nel lessico, se si parla di nuovo della riconquista di Granada, oppure di
Lepanto: tutti concetti di un tempo lontano i quali, se parlate con un
magrebino, li conoscerà a menadito. Non gli eventi, le parole e basta: “un
giorno” noi eravamo a Granada. Quale giorno? Eh, tempo fa...Quanto? Mah, tempo
fa...Non lo sanno.
Questa cultura raffazzonata non esce da Al-Azhar, si crea
sul Web senza controllo: fa più un video dell’ISIS con colpi di mitra e gole
tagliate di mille libri, questo è certo.
Allora, perché la Francia?
Poiché, se ci riflettete un attimo, non c’è nulla di più
distante del credo wahabita dal “credo” illuminista, che è proprio l’opposto di
un credo, per questo è virgolettato.
Da un lato, tutto discende dal “libro” (falso, dei dettami wahabiti
nel Corano non c’è nulla) e deve essere seguito come parola di Allah,
dall’altra tutto deve essere prima valutato, passato sotto la lente della
ragione. Noi italiani non ci rendiamo conto dell’importanza di questa
contrapposizione, poiché siamo una nazione che vive in mezzo al guado: le
critiche anti-illuministe del Vaticano non sono un segreto. Altro paradosso: il
Vaticano “terra dei crociati” e, lo stesso Vaticano, sulla stessa sponda
dell’Islam radicale nei confronti dell’Illuminismo.
Ma chi è questo Islam radicale?
Al-Qaeda di Al Zawahiri è troppo vecchia, troppo legata a
schemi tradizionali per stare sulla scena: a ben vedere, Al-Zawahiri viene dal
Cairo, da Al-Azhar, ha quasi 65 anni, concepisce la contrapposizione
internazionale come uno schema mono-direzionale, non è in grado di comprendere
lo schema a geometria variabile con più attori, che mutano le loro alleanze
continuamente.
Allora nasce l’ISIS. Da dove viene?
L’ISIS nasce a Tikrit, la città di Saddam Hussein: la prima
azione violenta è l’uccisione di migliaia di reclute irachene che si recavano a
Tikrit per prendere servizio. Con l’inganno, vengono prima dimesse, poi
trucidate sulla via del ritorno: erano tutte reclute sciite.
L’idea è quella di creare una contrapposizione allo
strapotere sciita/curdo in Iraq, ritagliandosi un territorio a Nord (Ninive,
ecc) con addentellati in Siria e nei territori curdi. Respinti dai curdi, si
sono diretti verso la Siria: ecco perché la Russia si è mossa, poiché la Siria
fa parte del “bastione Sud” della Russia, quello che protegge il Caucaso ed il
mar Nero. Di più: c’è il porto di Tartus, unica base per la marina russa nel
Mediterraneo.
Notate come la Russia non si muova per altre aree, ma
diventi terrificante (come risposta militare) quando si tocca il fianco Sud:
vedi Georgia e, oggi, Siria. La Cecenia, guarda a caso, è sulla stessa strada.
Che fare dunque?
La questione si chiuderà semplicemente lasciando lavorare i
russi in pace: probabilmente, dopo Parigi, si muoveranno con più convinzione
anche i francesi, se non altro per pressioni interne. In ogni modo, tre mesi di
missione russa con 50 velivoli e l’ISIS scomparirà, non esisterà più come
struttura militare. Un fallimento americano? Certo, ma gli USA – che continuano
a credere alla dottrina Brezinskji – ne studieranno un’altra: sono degli
sprovveduti della politica internazionale, capacissimi di vincere le guerre, ma
totalmente inetti nel gestire la pace susseguente.
Il vero sconfitto sarà l’Arabia Saudita, che ha fatto il
passo più lungo della gamba, ma questo era nelle previsioni: di soldi, i
sauditi, ne buttano ogni giorno che passa. Li segneranno, come tanti altri, nel
capitolo di bilancio “bizzarrie”.
Una vera soluzione, per il Medio Oriente, passa soltanto
attraverso una revisione del passato: gli accordi di Sèvres non si possono
oramai cambiare, ma quelli relativi ad Israele sono ancora validi e si
potrebbero rivedere, mi riferisco alle risoluzioni ONU.
Altrimenti...andremo avanti così...morirà l’ISIS, si formerà
al-qualcosa, poi al-qualunque...e così, via: senza la soluzione del problema
palestinese, il mondo arabo non s’acquieterà mai.
13 gennaio 2015
La sindrome di Babbo Natale
Com’è piacevole affrontare un argomento quando le acque si
sono chetate, quando l’ansia di cercare risposte uniche e risolutive,
definitivamente risolutive, s’è diluita, sciolta, perduta come si stempera nel
deserto infinito, fino a scomparire, l’acqua di uno uadi.
Nella piana fra Ilo e il mare tutto s’è acquietato: ora la
polvere torna a ricoprire i volti degli eroi e dei meno eroici, dei guerrieri
comuni, degli inconsapevoli che la storia invita ad un pranzo di gala al sangue.
“Inconsapevoli” definiti innocenti: chi mai può dirsi completamente innocente
dal karma che ci regola e, puntualmente, scade inevitabilmente come il latte
dimenticato in frigorifero?
Domani ci sarà un altro evento definito “epocale”, che
“cambierà il mondo”, dove “nulla sarà più come prima”...eccetera,
eccetera...mentre, invece, il “mondo” – inteso come somma delle pulsioni
ataviche dell’Uomo – rimane tale e quale. Chi ricorda “l’apocalittico”
attentato di Madrid, la Somalia, il Ruanda...? Niente, tutto tritato, sbriciolato
nel frantoio dal quale non esce olio, bensì merda, fregnacce.
A dipingerlo a tinte forti ci pensano i giornalisti: d’altro
canto, questo è un mestiere di puttane, abituati/e a sorprendere il
cliente/lettore suscitando da un’inezia le emozioni più forti ed importanti,
per i loro padroni, ovvio. D’altro canto, cosa c’è di meglio – dopo una notte
in redazione, a scervellarsi se sia meglio scrivere del cane che morde l’uomo o
dell’uomo che morsica il cane – che affogare tutto fra i seni di una puttana
vera, le grazie di una “collega” che sa come fare, che conosce così bene il
mestiere da distillare tutto quel coacervo di pulsioni, emozioni, nervosismo,
ansie, dicerie, cattiverie...in un orgasmo liberatorio, senza complicazioni
sentimentali?
In fondo – pensa il giornalista – è quello che faccio
anch’io: emozioni! emozioni! emozioni! Tutto al prezzo di una copia signore e
signori! Al costo di un’alba dal sapore di profumo da poco prezzo che
t’impregna l’automobile, proprio mentre il giornale va in edicola. Perfetto,
sincronicamente assoluto.
E sono morti dei giornalisti/sberleffari, uccisi dai
terroristi/giustiziatori. I primi (dicevano) di difendere la sacralità del
diritto di satira, i secondi (raccontavano) di difendere la sacralità dell’Islam.
I primi dipingevano Maometto in mutande (anche di più), i secondi riempivano
caricatori mentre sognavano di conquistare tutta l’Europa.
Ah, a proposito: chiediamo ai primi quanto è stata compresa
la filosofia illuminista ad Est di Berlino e di Istanbul, ed ai secondi com’è finita a
Poitiers con Carlo Martello, oppure come s’è trovato Maometto Scirocco a
Lepanto.
Se vogliamo dare una tinteggiata di storiucola da scuola
elementare, allora meditiamo che i caccia francesi, americani & Co. stanno
suonando una brutta sinfonia sui cieli dell’Iraq del Nord, una sinfonia che per
i Nuovi Califfi è insopportabile, perché mostra l’antica supremazia del Nord
sul Sud del mondo, che è vecchia millenni.
In altre parole: se ti metti contro il Nord del pianeta –
con armi tradizionali – le puoi solo prendere. Allora, si procede con il
terrorismo, dove il Nord mostra come si vincono le battaglie e poi si perdono
le guerre.
Che storia è questa? Questa non è più Storia da scuola
elementare.
Premesso che l’Europa – ai tempi dei grandi Califfati –
interessava ben poco agli arabi: per loro, già Fez era un avamposto dimenticato
che portava solo a luoghi inospitali e barbari. La cultura – e dunque anche
l’economia dell’epoca (comunque la pensi Tremonti) – era ad Est: Persia, India
ed oltre.
Poi, l’equilibrio cambiò e – per giungere all’Evo Moderno –
si stabilì un nuovo rapporto con gli Arabi (sottolineo: gli arabi, non gli
ottomani né i persiani): la fonte della ricchezza era per tutti (nonostante quanto pensasse Montesquieu) la schiavitù,
le piantagioni, il cosiddetto “Triangolo degli schiavi”.
Brevemente: gli schiavi producono materie prime, in Europa
si raffinano e si rivendono prodotti finiti. A chi? Al terzo vertice del
triangolo, gli arabi, che erano i grandi schiavisti dell’epoca. Insomma: il
ventre delle donne africane (nere) è stato la cassaforte dell’Europa.
Abbandonati i neri al loro destino, col petrolio si creò un
nuovo equilibrio (che tutti conosciamo) che rendeva ricche le borghesie arabe,
al punto che (Israele a parte) non esistevano motivi di frizione.
Ennio Remondino è un bravo giornalista e seppe indicare il
punto di viraggio degli equilibri, il mutare di una situazione che era stabile
da circa mezzo millennio. Nella Primavera del 1991, da Amman – seguiva gli eventi
della Prima Guerra del Golfo dalla capitale giordana – notò: “Il dialogo con le
borghesie arabe sta venendo meno, c’è sempre più chiusura, i due mondi
s’allontanano” (ricordo a braccio).
Era la prima volta che lo strapotere degli arsenali
euro-americani s’abbatteva su una nazione araba e il tutto era amplificato dai
media planetari (la CNN, poi venne Al-Jazeera): la sofferenza della popolazione
irachena giungeva in tutti i salotti. Seduti sui divan, gli arabi potevano osservare la distruzione di un popolo,
eseguita senza che un solo euro-americano fosse presente sui loro territori.
Poi giunsero, ma solo per i saluti finali.
La ferita successiva fu Sarajevo – città cosmopolita, ma con
preponderanza islamica – abbandonata per anni al suo destino di morte: lì,
nacquero i primi gruppi di guerriglieri “in conto proprio”, gli stessi che
avevano combattuto i sovietici in Afghanistan, ma in conto terzi.
In quegli anni, gli arabi pensarono che il loro rapporto
privilegiato con gli europei era terminato, ed essi finirono nel gran calderone
dei popoli senza storia e senza dignità: difatti, iniziarono i copiosi flussi
migratori verso la “terra dei padroni”, l’Europa.
Quando la miseria imperversa (anche per la struttura
classista di molte nazioni arabe), si mette da parte la dignità e s’emigra.
Insieme ai neri, agli indiani, ai mille popoli medio-orientali ed orientali,
divenuti carne da cannone per l’economia europea: stavolta – nell’immaginario
collettivo – non c’era più differenza fra un marocchino povero ed il suo corrispettivo
senegalese.
Avevamo fatto notare una differenza: gli arabi dagli
ottomani e dai persiani. Gli ottomani hanno sempre goduto di una “immigrazione
controllata” da parte della Germania, ed oggi i “turco-tedeschi” sono milioni,
mentre i persiani – dopo la rivoluzione del 1979 – non sentono la necessità
d’emigrare, perché la struttura sociale iraniana è più complessa e (in un certo
modo, non vorrei essere frainteso, “moderna”) più simile a quelle europee,
oppure all’India.
In mezzo a questo panorama sociale, il problema israeliano,
ossia di quei territori conquistati con le guerre del ’66 e del ’73 –
parzialmente restituiti – ma non come indicavano due precise risoluzioni
dell’ONU. Il detonatore di mille sofferenze.
La Francia – gravata da 7 milioni d’immigrati algerini, di
prima, seconda, terza...generazione – non è riuscita a mantenere l’equilibrio:
nelle sue banlieu crescono
generazioni di nordafricani che non godono più di quel welfare così
omnicomprensivo per la quale Parigi era famosa: la crisi economica morde anche
là.
Dalla loro parte, queste generazioni nate dopo il 1990
tendono sempre meno all’integrazione francese (dipende dalle famiglie, dalle
situazioni, ecc) e s’arroccano in nirvana fuori della Storia, credendo più
nella favola che nella realtà. Ma è proprio la realtà ad essere indigesta, il
campionario di beni che li circonda ed ai quali non hanno accesso: di
conseguenza, s’affidano sempre di più al Corano (riletto in un modo
strumentale) che al Metano, paradosso della modernità algerina.
In mezzo a questa umanità derelitta – poiché priva di un
retroterra culturale autoctono, che sia immagine fiorente di una cultura e non
edulcorato succedaneo – pescano i vari gruppi terroristici (che sappiamo
benissimo essere al servizio d’altri potentati, per altri fini, altri scopi,
altri giochi geopolitici) per trovare i loro martiri, i loro guerrieri
assassini, pronti a morire in una Gestalt che sa più di romanticismo tedesco
che di modernità (?) islamica.
Il tutto ha un aspetto geografico curioso: tutti anelano
sempre a chi sta un pochino più a Nord, come se il “Nord” fosse sinonimo di
pace e di tranquillità di spirito, d’equilibrio sociale, d’anelata giustizia.
I nostri altoatesini si rifiutano – penoso stratagemma, che
si ripete in ogni bar alla richiesta di un cappuccino, per banalissimi motivi –
di parlare italiano come se si trattasse di una caduta di principi, di razza,
di valore. Nel mentre, i veri austriaci – gli abitanti dell’Inn – li snobbano con
un’alzata di spalle e giudicano gli italiani per quel che sono, ossia se sono
educati, rispettosi delle regole e delle leggi...e meno che mai importa loro
che non parlino tedesco. Più della razza – potremmo dire – poté il turismo.
A loro volta, i bavaresi sono considerati i terroni di
Germania, i francesi del Sud – più che altro per i loro frequenti “soggiorni”
algerini in anni lontani – sono sdegnosamente definiti pied noir dai parigini, i gallesi considerati rozzi e bifolchi
dagli inglesi delle Midlands...gli italiani del Sud sono terroni, mafiosi...
L’emisfero australe s’è stranamente salvato da questa
curiosa nemesi geografica, ma solo per una ragione: sono state terre di
conquista, completamente alienate dalla loro substanzia originale.
Perciò, non ci rimane che interrogare l’unica persona che
può fornirci una risposta: Babbo Natale, che è senz’altro più “in alto”, ossia
più a Nord, di tutti quanti.
Quando glielo abbiamo chiesto, ha sorriso mentre grattava la
testa ad una delle sue renne, che lo osservava con occhi mansueti, pienamente
ricambiato da Babbo il quale – ovvia ovvietà – ha fatto finta di non aver
compreso la domanda. Sarà stato il mio pessimo lappone, ne sono certo: ai
posteri l’ardua sentenza.
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