01 maggio 2015

Provate...







Provate a dire ad un giovane che la sua vita, dai suoi anni fino alla vecchiaia, sarà pagata meno di 1.000 euro il mese, per sempre, così, sogni e bisogni, tutto in quei 1.000 euro, o meno.

Provate a dire ad un giovane che studiare serve a poco. Lui sa benissimo il perché: poiché, pur bravo diventi, sarà sbeffeggiato dal figlio del Direttore Generale, del Primario, del Giudice...che gli passerà davanti senza nemmeno guardarlo, mentre s’accomoda in un posto dove non dovrà fare nulla, solo obbedire ai comandi dall’alto. E guadagnare.

Provate a dire ad un giovane che quella mostra, l’Expo, sarà una virata verso il bel tempo, che l’economia si risolleverà: si metterà a ridere, perché sa benissimo che la deindustrializzazione dell’Italia fu decisa, in ambito europeo, molti anni fa. Ascoltate persone che sapevano come Nino Galloni: lui lo ha fatto, voi non sapete nemmeno chi sia Nino Galloni.

Provate a dire ad un giovane, a ribadirgli, che almeno si è trattato di lavoro per tanta gente, e lui vi ribadirà la lista delle tangenti, degli accordi succosi, dei favori, dei nepotismi che hanno ammantato la vicenda.

Provate a dire ad un giovane che il Job Act sarà la chiave di volta per definire i suoi diritti e doveri in un quadro democratico: vi osserverà come si guarda lo scemo del villaggio mentre blatera le sue litanie senza senso.

Provate a dire ad un giovane che, quando sarà meno giovane, lo stato si prenderà cura di lui: dopo tanto lavoro mal pagato avrà diritto ad una pensione. Non saprà se scoppiare a ridere o piangere, perché sa benissimo che – con l’avanzare del tempo – la pensione la prenderanno soltanto più i politici ed i loro accoliti. Per gli altri, lavoro fino al giorno prima del funerale.

Provate a dire ad un giovane che i SUV che osserva in strada, le vetrine milionarie, i ricevimenti alla Scala, i tappeti rossi, i Festival...sono il giusto corrispettivo per chi, come capitano d’industria, ha fatto la fortuna sua e delle persone che hanno lavorato per lui. Vi risponderà che i SUV, le vetrine milionarie...e tutto il resto sono i proventi dei furti organizzati, delle tangenti, delle ruberie. Capitani d’industria? Ah, ah, ah...possiamo chiamare così chi s’arricchisce pagando la gente 700 euro il mese quasi senza contribuzione...per fare cosa? Per seppellire rifiuti nei campi? Per costruire ponti che crollano il giorno dopo? Allontanatevi da qual giovane: potrebbe incazzarsi.

Presidenti che tutto presiedete, da Mattarella a Renzi, da Maroni a Pisapia...ma...vi stupite tanto che qualche centinaio di giovani dica basta a tutto questo in modo violento? Se lo dice nel modo corretto – quello che volete ascoltare voi – manco lo state a sentire. Se non dice nulla meglio ancora. Se lo dice, per lui, qualcuno in Parlamento lo zittite e lo deridete.
Ma vi stupite?

21 aprile 2015

Tito Boeri all’arrembaggio (Adelante Tito, cum judicio)







C’era da aspettarselo. Per Renzi, uno come Mastrapasqua all’INPS andava benissimo: un tizio che s’era comprato la laurea falsificando gli esami, caporione in uno stuolo imprecisato di enti, sotto inchiesta per malversazioni varie...era l’ideale. Tanto, per Renzi, l’argomento pensioni non s’ha da toccare: grazie alla nota tenutaria della casa, il caso era stato chiuso da Madame Fornero in persona. Non si parli più di pensioni! C’è la riforma della piemontesina bella, non si parli più di lavoro! C’è il Job act: non sapete l’inglese? E che state a fare al mondo: io, se non sapevo l’inglese, mica potevo prendere ordini dagli american trust & investor management for oversea land! Oh, mica si vive tutti a San Frediano, o grulli!

Il buon Tito, però – pur non desiderando radere al suolo il tempio di Salomone, come il suo omonimo antenato – la sua la vuole dire. E’ stimolato, pungolato – a volte s’è accorto che iniziano a deriderlo – dalla compagine di keynesiani rampanti, impotenti e delusi. Insomma, degli ossimori fuori del tempo, sgominati dalle armate fiorentine dei senza testa con gran portafogli e grembiulino d’ordinanza. Gli Sforza in basso stato, i Medici rampanti...ahi, ahi...ah, malheur, direbbe un francese di passaggio...
Sembra che le truppe sforzesche si stiano organizzando ed abbiano inviato messaggi (1) poco amichevoli al campo avverso, poiché sono stufi di persone che non fanno più una mazza perché sono, semplicemente, dei vecchi. E se ci crepano in catena di montaggio? Chi glielo spiega all’INAIL?

Scusa Tito – sembra d’origliare, anche senza le intercettazioni dei magistrati – ma prima, quando eri solo un bocconiano “doc”, le sparavi grosse: una qui ed una là...aumento urbi et orbi di stipendi e pensioni per sopperire alla domanda interna in calo...reddito minimo per chi non ha proprio niente...ma Tito, ti scongiuriamo, hai dimenticato la santa anima di John Maynard? Non basta essere dei bocconiani per farsi ascoltare: anche la Sara Tommasi...pure lei viene dalla Bocconi...ma hai visto te che razza di bocconi le è toccato ingoiare per farsi notare? Dai, Tito, sparane qualcuna anche tu!

Il buon Tito s’è messo subito al lavoro ed ha partorito una sotto-bozza non impegnativa, appena uno studio, per carità...anzi, uno studietto, uno studiolo, poco più di un pied a terre...in questo spalleggiato (strumentalmente, ovvio, c’è la sindrome del “braccino corto”) dalle truppe corazzate di Confindustria (2).

Alle prime avvisaglie di tempesta, Proiettile Proietti è arrivato subito a segno, della serie: quello faccia il Presidente dell’INPS senza rompere gli zebedei, ossia senza toccare nulla delle carte...così ben messe in ordine dalla madama piemontese e dall’altro bocconiano, quello tornato sui Monti. I medicei hanno fatto la voce grossa. Poi...

Dopo, hanno riflettuto che mettersi contro i Panzergrenadieren di Confindustria non conviene a nessuno (nemmeno ai Grembiulini Corazzati) ed hanno aperto un campo di consultazioni segreto da qualche parte sui confini, forse verso Canossa.
Insomma: vediamo come si può fare...accontentando i keynesiani del bocconiano, gli iperliberisti (alcuni pentiti, ma è normale: saranno interrogati dal magistrato inquirente) di Confindustria, le truppe grembialute del ducato fiorentino, sempre pronte all’arrembaggio...tutto in salsa, ovviamente, gattopardesca, al punto da meravigliare lo stesso Tomasi di Lampedusa redivivo.

Sembra esserne venuto fuori un plum-cake a forma di ricotta deliquescente, nel quale i beneficiati sembrano essere quei fantomatici “quota 100” – i quali, siccome sono trascorsi un paio d’anni, sono sempre i soliti di “quota 96” redivivi – mentre per il gettito si è stati più precisi: saranno furiosamente taglieggiate – sistema contributivo uber alles! – le pensioni più alte. Questa volta, però, sembra che la “quota 100” sia espansa a tutti gli aventi diritto, non solo al settore pubblico. Ma è uno studio, un compito in classe, una prova d’autore.

Al che, qualsiasi lettore che non sia proprio demente avrà pensato: tolgono a chi ha tanto per dare a chi ha poco, alla faccia della non retroattività della norma! Finalmente!
Sì, vero...dunque, ehm...
Le pensioni “alte” sono quelle che superano i 2.000 euro. Lordi.
Facciamo due calcoli all’interno di una famiglia media.

Uno dei coniugi ha una pensione “ricca”, che supera i 2.000 euro (lordi!), il che significa che – al netto – percepisce circa 1.600 euro. Il coniuge, ovviamente, “s’arrangia” come può, perché dai 60 anni in poi...è tutto un azzardo difficile...c’è chi ha perso il lavoro (e chi più ti prende a 60 anni?), oppure arranca lavorando o, ancora, è finito nel gran calderone degli “esodati”. Se è un lavoratore autonomo dipende da cosa fa e da cosa riesce ancora a fare, in questa Italia dove il denaro è sparito e le tasse sono sempre in aumento.

In ogni modo, sarà ricalcolato tutto con il sistema contributivo (solo la soglia eccedente? Tutta la pensione? Boeri non s’azzarda: è solo uno studio...) ma c’è da attendersi che il “fortunato” – che riceve 1.600 euro il mese (!) – si vedrà decurtare la pensione di una certa quota. 100-200 euro? Non si sa: è solo uno studio, peraltro subito cassato da Proiettile-Proietti.
L’altro coniuge dovrà raggiungere la fantomatica “quota 100” ma, se ha perso il lavoro, gli anni che aggiungerà saranno solo quelli dell’età, giacché contributi non gliene verserà più nessuno: in altre parole, aspetterà l’età del pensionamento di vecchiaia, a 66 anni? 67? Mah, non si sa: è uno studio.
Ovviamente ci sono tutte le particolarità del caso: da chi è solo e deve cavarsela da solo a chi ha ancora la pensione del padre o della madre conviventi, da chi è in affitto oppure ha casa propria...insomma, è impossibile tracciare un panorama certo ed omnicomprensivo.

In compenso, però, la decurtazione delle pensioni “alte” (ribadiamo: 2.000 euro lordi!) scatterà subito: è forse questo il pensierino molto sottile che ha fatto scattare le antenne in casa Renzi & Co? Vuoi vedere che, come per il lavoro, prendiamo qualcosa a tutti mentre raccontiamo loro che “ampliamo” la platea dei beneficiati?
Le pensioni veramente alte, in primis quelle dei politici, sono già state “blindate” dalla sentenza della Corte Costituzionale: niente retroattività, oppure la situazione rimane quella che è, dato che i contributi versati (da noi, per loro) erano e sono altissimi. In sostanza: anche col sistema contributivo totale, loro sono in una botte di ferro.

Nell’attesa che la montagna partorisca il topolino (morto), anche noi studiamo: come sopravvivere in questa jungla dove diritti e doveri si scambiano il posto, mentre controllati e controllori si scambiano mazzette.

(2) Vedi: http://www.businessonline.it/news/32521/pensioni-ultime-notizie-riforma-governo-renzi-confindustria-ritorna-a-chiedere-interventi-su-piu-livelli-per-le-pensioni.html

13 aprile 2015

12 euro e 90






La busta è anonima, come tante: sembra la solita pubblicità o la richiesta delle mille ONG le quali, in questo periodo (dichiarazione dei redditi), si fanno vive per la solita richiesta: Partita Iva numero...sottoscriva...
Invece è l’INAIL, uno dei tanti carrozzoni statali con tanti dirigenti e pochi “operai”, che chiede soldi: perché?
Sulle prime, mi sembra uno scherzo: vuoi vedere che qualche furbacchione s’è inventato pure di chiedere 12 euro e 90 per l’INAIL sperando – statisticamente – che un buon 10% abbocchi?

Invece è tutto vero, tutto drammaticamente vero – non per la cifra, una pizza e una birra – ma per l’ardire, il coraggio di chiedere una cifra modesta...a fronte di che? La legge istitutiva è del 1999 (!) ma solo ora (sedici anni dopo!) qualcuno (?) ha meditato di metterla in atto con questa richiesta piccina, modesta...che però, per il futuro, può crescere...come no...e diventare un’altra abitudine “tassinifera” (scusate, oggi sono in vena di neologismi) per il gregge italiota.
Della serie: chiedi poco (all’inizio) così s’abituano, poi alzi la posta e nessuno più se n’accorge e paga, come ci hanno abituati a pagare i mille balzelli per i Comuni – siete stati, recentemente, in qualche piccolo Comune? Avete notato l’aumento iperbolico degli uffici e della gente che gira con un foglio in mano? Sono il corrispettivo, dovuto, alla legge elettorale in vigore: fasulla, falsa, dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale, per crearsi un nuovo elettorato, nella sempre in auge teoria di passare dal voto per appartenenza a quello per convenienza – oppure alle Regioni, un altro sancta sanctorum di prebende, favori, tangenti, rendite, appropriazioni, percentuali su ogni spesa, incassi...già...e nessuno “s’incassa” più, tanto è tutto colpa dell’euro e della Germania, cosa stiamo a considerare le quisquilie italiane...

A cosa servono i 12 euro e 90?
A creare un fondo per gli infortuni delle casalinghe le quali – dopo la débacle dell’industria italiana – sono diventate (probabilmente) la principale fonte di gambe rotte e nasi spellati...non era – dico così, per caso – che l’Italia “brillava” per il numero d’infortuni sul lavoro? Ah, ecco qui dei dati...549.000 infortuni sul lavoro, dei quali 660 mortali nel 2014. “E’ andata meglio dell’anno prima” – gongola qualcuno – ma qualcun altro, un po’ più avveduto, ribatte “No, a fronte delle ore complessivamente lavorate (in calo) è andata peggio”.

Se si va sul sito dell’INAIL si scopre la protervia di questa tassa: nessuno escluso. Sembra una rivisitazione del famoso “tolleranza zero”: devono pagarla tutti coloro che non pagano già l’INAIL, compresi (sic!) cassintegrati, disoccupati, gente in mobilità...sono esclusi soltanto coloro i quali abbiano un reddito personale inferiore ai 4648,11 euro oppure un reddito familiare inferiore ai 9296,22 euro. Questo è logico: chi chiede la carità (è statisticamente provato) ha una bassissima probabilità d’infortunarsi sul lavoro.

E poi...immaginate la trafila burocratica per ricevere l’assegno d’invalidità? Una soglia bassa (solo il 27%: perché?) ma il trucco è un altro...sapete cosa significa presentarsi di fronte a queste commissioni?
Anzitutto, spendere un mare di soldi in ticket per le analisi, la diagnostica, le visite specialistiche...e poi di tempo...corri qui, corri là...dunque, signora...il primo appuntamento libero è per il 23 Agosto 2016...oppure, se va all’ospedale di Rapanello, s’anticipa al 12 Luglio...2016, s’intende...no...per il 2015 abbiamo già chiuso le prenotazioni...
Poi, c’è il tempo per la domanda, la convocazione della commissione, il responso, la registrazione del responso...cari signori dell’INAIL, andate tranquillamente affanculo, voi e tutti i propinqui e parenti vari che – noi non sappiamo nulla, ovvio, viaggiamo con le pelli di salame agli occhi... – si spartiscono le mazzette per l’Expo di Milano, come si sono spartiti quelle per Italia ’90 (gli stadi sono felicemente crollati da soli, senza altre spese) e oggi – si scopre – hanno persino “tangentato” con il vino di D’Alema...ma c’è un fondo? No, D’Alema conferma: nel mio vino non c’è fondo e nemmeno solfiti.

In Francia – solo per citare un esempio – le cose funzionano così: se avete un infortunio grave, l’assegno d’invalidità inizia ad essere corrisposto dal giorno dopo l’infortunio. Poi, si fa tutta la trafila burocratica e si va a vedere il danno, si quantifica, si corregge...eccetera. Non come in questo Paese di buffoni, ladri e tangentari.

Cari signori dell’INAIL, voglio raccontarvi una breve e lontana storia, tanto perché possiate completare la vostra “formazione”, mentre vi fregate le mani per i 20 milioni di euro che v'appressate ad incassare.

Era l’Estate del 1965 e, come tanti giovani dell’epoca, durante le vacanze andavo al lavoro. Dove? Nella fabbrica dove lavoravano mio padre e mia madre. Soldi? Non ne vedevo: li davo in famiglia, allora usava così.
Presse per tagliare il cuoio: 5 tonnellate di spinta su una fustella che tagliava articoli tecnici e sportivi in cuoio fra le mani di un quindicenne, senza contratto di lavoro, senza nessuna assicurazione, in pratica, uno zombie.
Un giorno arrivò un tizio accompagnato da sua eminenza il gran direttore generale. Quando se ne fu andato chiesi a mia madre chi fosse: “E’ quello dell’INAIL, poi passa in ufficio, prende la “busta” e se ne va.” Lo credo bene: a parte la mia posizione (fece finta di non notarmi, non chiese nulla), nelle prese di corrente c’erano i fili spellati – nessuna spina, quando si rompevano nessuno le cambiava – tanto non c’era impianto di prese a terra...

Venne Settembre, io tornai a scuola e mia madre rimase sola nel piccolo reparto...cioè...nella stamberga dove si lavorava...
E un brutto giorno la mano sinistra le rimase incastrata fra la fustella e la “bandiera” che pressava le 5 tonnellate...la macchina pressò da sola...a volte succedeva, il gancio scattava senza premere il pedale...e le sfracellò due dita della mano sinistra. Era sola: dovette disincastrare la macchina, liberare il braccio e chiedere aiuto prima di svenire.

Non fu portata all’ospedale ma in una clinica privata – sa, altrimenti c’è l’INAIL, bofonchiò, contrito, il padrone... – e fu curata: perse due dita. Nessuna denuncia, ovvio, altrimenti...eh...il posto di lavoro...

Non pagherò quei soldi, per una questione di principio: ne metterò 15 in grembo alla prima vecchietta che chiede la carità con gli occhi bassi vicino ad una chiesa, oppure me li scoppierò in birra cercando di ricordare il viso di mia madre segnato, il braccio fasciato, mia fratello piccolo da cambiare...

Maledetti, che siate maledetti per il coraggio di chiedere quei miseri 12 euro e 90: andate nuovamente affanculo. E querelatemi, se ne avete il coraggio.

24 marzo 2015

Perché a 13.500 metri?







Cade un aereo, oramai ne cadono tanti...sarà cattiva manutenzione? Non lo so. Saranno scarsi e “spremuti” gli equipaggi? Non lo so. Ci sono decine di domande alle quali non so rispondere, però vorrei che qualcuno rispondesse a questa.
Il velivolo della Germaniawing volava in un corridoio aereo da Barcellona per Dusseldorf: secondo le informazioni del Fatto Quotidiano, è salito fino a 13.000 metri (una prima versione sosteneva 13.500). (1)
Come poteva essere salito fin lassù, se la sua quota di tangenza (ossia la massima altitudine raggiungibile) per l’Airbus 320 è di 11.890 metri? (2)

Guasto all’altimetro? Ci sono sempre i radar-altimetri che seguono i voli – e il velivolo era seguito, visto che la successiva picchiata è stata notata – e nessuno ha comunicato nulla al velivolo?
Certo, a quell’altitudine si può formare ghiaccio sulle ali poi, se si perde quota, la velocità aumenta ed il sistema di sghiacciamento funziona con maggior difficoltà, non sarebbe il primo Airbus ad avere problemi di sghiacciamento alle ali. (3)
Da anni molto lontani, c’è una lunga scia di questo tipo d’incidenti (4).

La domanda, allora, è sempre la solita: perché l’aereo s’è arrampicato in cielo fino a quote, di solito, usate solo dai velivoli militari? Cos’è successo?
Diteci la verità, non la solita inchiesta che durerà anni per finire con un verdetto di “fatalità” o “d’errore umano” e, giuridicamente, in un “non luogo a procedere”.
Vogliamo la verità, nulla di meno.


(4) http://www.pierpaoloracchetti.org/video320/centrale_video/centrale.htm

17 marzo 2015

Arriva la Primavera, e i...x mille, ma a chi, e per che cosa?









Cosa possiamo scrivere d’interessante, che solletichi il lettore? Forse che Ercole Incalza – dirigente ministeriale – è (forse) un corrotto? Beh, lo hanno appena arrestato...oppure che Stefano Perotti e suo cognato, Giorgio Mor, chiacchieravano al cellulare con la scheda di un sacerdote morto “suicida”?
No, potremmo continuare per righe e righe senza destare il minimo interesse: sappiamo di vivere nel Paese più corrotto del mondo, sappiamo che l’insieme dei delinquenti, degli assassini, dei pregiudicati cosignifica ampiamente con quello dei politici, soltanto chi non è politico va veramente in galera. Gli altri no, sono tutti prescritti od assolti.
Vogliamo invece parlare di numeri, di soldi. Presi, rubati, come sempre.

Viene la Primavera, e...non arriva soltanto la bella stagione, ma anche la dichiarazione dei redditi, 730 e tutto il resto. E cosa c’è nella dichiarazione dei redditi? Un x mille di qualcosa.
Me li vedo: “’Sti soldi per l’Expo – voglio dì, per quelle cose che cce stanno appresso, tu m’hai capito – dove li pigliammo?”
“E...dal bilancio...”
“Già, ma ce vò la copertura, altrimenti...”
“Famme pensà...e se ce inventassimo un altro x mille? Tanto so’ x mille...manco se n’accorgono...”

Un tempo non esisteva niente del genere, le tasse erano solo dei “percento”, poi qualcuno ne inventò una veramente grandiosa: non vi pigliamo soldi in più, sono soldi già conteggiati nel bilancio dello Stato che vengono destinati ad altre cose...

Punto primo: nel bilancio di uno Stato esiste un meccanismo (come in qualsiasi bilancio) che si chiama “storno”. Ossia: destino una quota ad una voce di spesa poi, mediante lo storno, li faccio girare dieci volte su dieci capitoli diversi e alla fine – se mi garba – me li ficco pure in tasca mia. Non è così che va? Qualcuno si alzi e dica: no, non è così...
Punto secondo: il Marchese di La Palisse già gode per questo sillogismo, che gli possiamo pure assegnare senza nessun patema. “Se quei soldi non li dovessi dare, rimarrebbero in tasca mia”. Punto e basta. Se il bilancio è 10 e non dovessi pagare quelle cifre, sarebbe 9 ed 1 mi resterebbe in tasca.
Ma quanto è ‘sto x mille, che sembra quasi la cassetta delle elemosine?

I x mille, dall’originario 8 per la Chiesa, si sono moltiplicati: non è forse vero che esiste la parabola dei pani e dei pesci? E poi, non li vogliamo dare quattro soldi ai preti per le attività assistenziali? Qualche prete perbene lo conosco (pochi, a dire il vero) e nessuno m’ha mai raccontato di quei soldi, ossia che glieli abbiano messi in mano per darli alla vecchietta con una pensione da terzo mondo. Ma la Chiesa – si sa – è una struttura caritatevole, in tempi passati non ha trafficato con Calvi e Sindona, in tempi recenti non ha lavorato con preti poi finiti in arresto (1) e non fa traffici strani? (2)
Non è forse vero che, a Roma, tutti i conventi e conventicole fanno gli albergatori in nero? Mio padre rimase stupito quando, alla reception, comunicatoci il conto, tirò fuori qualche biglietto da cento euro e la suorina sudamericana...se li ficcò nel reggipetto! Poi, ci chiese se volevamo andare a messa: comincia fra dieci minuti. Mio padre (cattolico convinto e molto devoto) si ricordò che, quell’abitudine, era lo standard delle case chiuse e ne rimase un po’ stupito. Ah: di ricevute, manco l’ombra.

Allora, gente: vendetevi qualche migliaio di proprietà immobiliari che avete in giro per la penisola, poi fate tutta la beneficenza che desiderate, come recita il Vangelo. A Genova dicono: “E’ facile fare il buliccio con il culo degli altri”.

La famiglia dell’8 per mille è cresciuta, ma bisognava spaziare oltre, fuori dalle religioni, verso la “religione profana” dei nostri tempi: la scienza. E così è stato tutto un fiorire di ONG, ONLUS e compagnia cantante – qualcuna rispettabile, altre meno, alle quali si sono aggiunti i comuni ed il Ministero dei Beni Culturali, che volete...  – che si dividono il 5 x mille. Da ultimo – la vergogna non la conoscono proprio – i politici hanno ottenuto il 2 per mille (ma vedrete che crescerà, crescerà...) per i loro bisognini.

In tutto fa il 15 x 1000, ossia l’1,5% del reddito degli italiani che svolgono attività o le hanno svolte (pensionati). Quanto fa?

Per la platea ci sono dati abbastanza credibili: 38 milioni e 300mila circa, suddivisi in 22,5 milioni di lavoratori ed in 15,8 milioni di pensionati. Il reddito? Questo è più difficile, potremo solo dare cifre “di grandezza” poiché non abbiamo la voglia ed il tempo per un’analisi più accurata, che – d’altro canto – lascerebbe il tempo che trova: non è qualche decimale in più od in meno a fare la differenza.
Io, che come pensionato percepisco fra i 1500 ed i 2000 euro il mese (una retribuzione media, se consideriamo anche gli alti redditi), pagherò (sul lordo) una cifra intorno ai 400 euro l’anno: non sono proprio “spiccioli” come vogliono far credere.
Gli italiani, per il “15 x mille”, tireranno fuori una cifra dell’ordine di 15 miliardi e mezzo: proprio oggi, il “Fatto Quotidiano” comunica che – intorno all’EXPO – sono “girati” 24 miliardi di tangenti. Sarà vero? Non lo so.

C’è poi l’altro capitolo, che inizia a Febbraio e termina a Novembre: le addizionali per gli Enti Locali, Comuni e Regioni: le Province (abolite?) prendevano soldi dalla RCA dell’auto e da altri cespiti. Quando saranno completamente estinte, chi si aggiudicherà quei soldi?

In questo caso, si deve distinguere fra lavoratori e pensionati: un lavoratore versa di più, un pensionato circa la metà. Quanto fa?

Se considero mensilmente quanto pagavo quando insegnavo (60 euro circa) ed oggi (35 euro circa), viene fuori che i lavoratori pagano circa 13,5 miliardi ed i pensionati 5 miliardi e mezzo: totale, 19 miliardi tondi tondi, per foraggiare le Regioni più tangentare d’Europa ed i Comuni i quali, quando sono grandi (vedi Roma), non scherzano proprio.

In totale, cari italiani, nelle pieghe dei bilanci vi hanno occultato due tasse per complessivi 35 miliardi di euro annui, un gettito che si perde in mille rivoli e che può alimentare ogni genere di camarilla. E, oltretutto, una cifra di tutto rispetto: tanto per capirci, per il programma F-35 la spesa prevista è di 13 miliardi.

Eppure, nessuno lo dice e nessuno protesta: tutti pagano in silenzio come pagano l’abbonamento Tv e le mille altre stronzate che ci propinano.

Landini parla di “equità sociale”, ma la Camusso subito lo redarguisce: “Il sindacato non fa politica”. Ci sarebbe da ridere.
Forse, l’unica speranza per l’Italia sarebbe una formazione composta da Landini, Cremaschi, Zagrebelsky ed i suoi “costituzionalisti”, Articolo 31, Don Ciotti e pochi altri. Ci credete che lo faranno? Io poco.


04 marzo 2015

Guerre e stati sociali







“Ogni riga di ogni lavoro serio che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io.”
George Orwell (Eric Arthur Blair)

Fra poche settimane (l’Italia entrò nella 1GM il 24 Maggio del 1915, saranno dunque cent’anni esatti) scatterà l’ambaradan mediatico ed istituzionale delle celebrazioni e dell’orgoglio nazionale. Sinceramente, non comprendo cosa ci sia d’eroico da ricordare se non il grande sacrificio umano, una pura questione di pietas – sia chiaro – che nulla ha a che vedere col trionfalismo altezzoso che ci ammansiranno da ogni parte. Dagli Stati Maggiori ai partiti politici.

Due dati, solo per capire la tragedia: circa 17 milioni di morti (militari + civili), decine di milioni di tonnellate di navi affondate, alcune regioni europee (Mosella, Saarland, Alsazia, Veneto e Friuli, ecc.) distrutte, una crisi economica (e politica) che colpì chi aveva perso (Germania/Weimar, Impero Asburgico/Austria e Impero Ottomano/Turchia moderna) e chi aveva vinto (l’enorme debito inglese nei confronti dei banchieri, che iniziò ad estinguersi solo intorno al 1935, quando bisognò iniziare di nuovo). Insomma, il solito grande affare per i capitalisti e le consuete disgrazie per la povera gente.

Gli storici affermano che, fra cent’anni, le due guerre mondiali saranno raggruppate in una sola “in due atti” – e ne conveniamo – però, come “contemporaneo” (un po’ datato!), non posso esimermi dal sentire quella guerra ancora dietro l’angolo, grazie alle narrazioni di mio nonno e di mia nonna, che mi raccontarono – viva voce – la “rivolta del pane” di Torino nel 1917 ed i torbidi che seguirono quelle vicende, oppure lo sbarco dai treni dei feriti a Reggio Emilia, coi lamenti e le imprecazioni contro Re, Preti ed Imperatori.
L’unica cosa saggia da fare – invece di spendere inutilmente soldi in parate e “rievocazioni” – sarebbe raccogliersi in preghiera (ognuno s’inventi la sua, secondo quel che crede) in un luogo per noi prezioso – un Heimat, come dicono i tedeschi – e piangere per quella povera gente, preda dell’ingordigia di governanti e finanzieri dell’epoca, invitati forzati ad un sabba di sangue, accompagnato da tutte le benedizioni possibili dei cardinali e dei cappellani militari.
Finis della breve trattazione storica, forzatamente incompleta e carente.

Ciò che ci domandavamo, era un quesito che spesso viene ignorato: ossia, quanto conta la fedeltà di un popolo allo scoppiare di una guerra? Quanto si sente “partecipe”? Qual è la “Patria” che sente dentro di sé?

Per prima cosa andiamo a vedere come mai, in Gran Bretagna – ad esempio – la gente s’offriva volontaria per le operazioni di ricerca e disinnesco delle bombe tedesche inesplose: Giorgio VI in persona chiese che a dirigere quelle squadre – composte di 4 persone – fosse un nobile. Le offerte non smisero mai d’arrivare. Ah, dimenticavo un particolare: la vita media di quelle squadre era di circa quattro giorni.
In Germania, invece – pur non sottovalutando l’apporto della Hitlerjugend nella FLAK, la contraerea (ma erano giovani, non dimentichiamolo! Ci andò anche Ratzinger...) – non vi furono movimenti collettivi di supporto, perché tutto doveva essere regolato dall’alto, dai comandi e dal partito nazionalsocialista. Questo quadro di passività della popolazione traspare e spicca dalle pagine di Jörg Friedrich nel suo “La Germania bombardata” (Der Brand, 2002) edito in Italia da Mondadori nel 2004.

Un primo aiuto ci giunge da Richard Titmuss, creatore dello stato sociale inglese del dopoguerra, dunque da un economista – anzi, un politico autodidatta in economia:

“La Guerra non poteva essere vinta a meno che milioni di persone comuni, in Gran Bretagna e al di là della Manica, si convincessero che noi avevamo da offrire qualcosa di meglio del nemico, non solo durante ma anche dopo la guerra”.

Quel “al di là della Manica” fa pensare che la guerra, in realtà, fu tra Germania ed Impero Britannico e gli inglesi seppero coinvolgere gli abitanti dei dominions – indiani, sudafricani, neozelandesi, ecc – in modo impeccabile e coinvolgente. Non vi furono episodi di diserzione – a parte alcuni indiani, presi prigionieri in Africa dai tedeschi ed inglobati in una compagnia dell’Afrika Korp, subito ripresi e fucilati all’istante.  Eppur esistettero, in quei Paesi, movimenti di liberazione (pensiamo a Gandhi) che sarebbero sfociati, nel dopoguerra, nel famoso Suez Act, ossia il ritiro ad Ovest di Suez di tutti i militari britannici (e, soprattutto, della Marina che regnava in quei mari da tre secoli).

Chi erano, dunque, gli inglesi – tanto per citare un esempio – che raccolsero a decine di migliaia i prigionieri italiani (soprattutto) e tedeschi all’indomani di El-Alamein?

Vale la pena d’attingere ad un ricordo personale, ad un racconto in prima persona di chi c’era.
Di là della caciara retorica nazionale, sembrava d’essere in centro a Milano il giorno di S. Ambrogio – raccontava la mia fonte – tanto era il frastuono ed il casino di migliaia d’italiani, colonne di uomini che parevano sbucare dalle sabbie, che correvano ad arrendersi. Erano già disarmati: avevano abbandonato tutto fra le sabbie.
Gli inglesi, appollaiati su qualche raro Bren Gun Carrier, sorridevano fra il divertito e lo stupito da tanto andirivieni e, riavutisi dalla sorpresa iniziale, capirono che bisognava radunare ed organizzare quella marea di uomini tornati ragazzi che chiedevano acqua e una sigaretta: per gli italiani – gli straccioni della guerra tedesca – era finita: basta, si tornerà a casa, fine della fame fra le sabbie africane.
Solo ad un reparto di Camicie Nere – arresosi fra i primi – fu riservato un trattamento più “duro”: furono fatti passare fra due ali di soldati che li presero a calcinculo. Non una violenza: un dileggio. Altro che “l’onore delle armi” chiesto da Sordi a David Niven ne Il mio nemico!

La mia fonte – io scrivo, ma è lui che parla, anche se oramai morto e sepolto – era infermiere della Sanità e fu subito condotto all’ospedale di Porto Said, perché gli infermieri scarseggiavano. Finita la guerra, fu chiamato dal medico del reparto “I’m sorry...non posso lasciarti andare, troppo lavoro...” così rimase a Porto Said fino al 1947, ma dal mese successivo iniziarono a pagargli lo stipendio di un infermiere civile.
Torniamo alla domanda iniziale: chi erano quegli inglesi?

Agricoltori delle Midlands, minatori gallesi, operai di Manchester, portuali di Liverpool, braccianti scozzesi, pescatori delle Orcadi...oltre ai neozelandesi, agli indiani, ai sudafricani...
Perché erano così dignitosamente diversi dagli scugnizzi italiani che s’arrendevano? Eppure, le loro brave batoste le avevano prese anche loro in Africa Settentrionale. Ce lo racconta una fonte eccezionale: George Orwell.

Oh certo, lo conosciamo per la Fattoria degli animali e per 1984...ma forse non tutti hanno letto le sue opere cosiddette “minori”.
Alla metà degli Anni 30, Orwell fu incaricato dal Left Book Club (un'associazione culturale filo-socialista) di redigere un rapporto sulla vita nelle aree minerarie del Nord, nell’area di Sheffield: partì per il Nord e ne uscì un libro, La Strada di Wigan Pier, che non è una meraviglia di racconto, perché nasce come saggio o “rapporto” ed è, forzatamente, intriso di cifre, interviste, sillogismi politici.
E’, però, straordinariamente utile per capire l’atteggiamento della Gran Bretagna imperiale nei confronti della disoccupazione (anch’essi patirono il 1929) e della miseria in genere.
Una Gran Bretagna che non lesinava un sussidio di disoccupazione universale, senza troppe limitazioni, che faceva imbestialire i conservatori dell’epoca i quali non si risparmiavano frasi del tipo “A che serve mantenere tutta quella marmaglia...” oppure il classico “Mangiapane a tradimento!”. In pratica, il Fornero-verbo.

Orwell racconta che un minatore – che faceva una vita da bestia, non dimentichiamolo, perché le gallerie raramente superavano il metro e mezzo – guadagnava una cifra fra le 110 e le 140 sterline annue, per un servizio di sette ore e mezza il giorno.
L’assegno di disoccupazione – che non aveva limiti di tempo – era di poco più di una sterlina la settimana, ossia circa 60 sterline l’anno le quali – Orwell riporta conteggi precisi sui costi di farina, pancetta, ecc – garantivano la pura sopravvivenza, niente di più. Al punto – fa notare – che chi fumava aveva delle grosse difficoltà.
Non c’erano limitazioni di sorta per ricevere l’assegno, perché bastava dimostrare di non avere lavoro; c’era però una sorta “d’ispettorato”: se venivi scoperto a fare un secondo lavoro – anche modesto, bagnare l’orto del vicino ad esempio – avevi dei guai e rischiavi di perdere tutto.

Se noi tentiamo un parallelo (impossibile per il “paniere” d’acquisto) con le condizioni attuali, notiamo però che l’assegno di disoccupazione (consegnato al capofamiglia) era circa la metà di un salario. Se consideriamo un salario fra i 1.500 ed i 2.000 euro il mese, oggi, ne uscirebbe un assegno di disoccupazione di circa 750-1000 euro il mese. Uno sforzo economico notevole per la Gran Bretagna, con precise motivazioni politiche:

“Sicurezza sociale indica l’impegno da parte delle autorità pubbliche per garantire a tutti un reddito minimo di sopravvivenza e per combattere cinque grandi «giganti» cattivi, che minacciano la dignità dei cittadini: la miseria, la malattia, l’ignoranza, il degrado provocato da abitazioni malsane e l’ozio connesso alla disoccupazione e alla dipendenza.” (1)

Si noti che la “dipendenza” – l’ultimo dei “giganti cattivi” – era la possibilità di ricatto che potesse giungere da qualsiasi parte: il disoccupato non cessava d’essere un uomo libero e dignitoso. Quasi un reddito di cittadinanza ante-litteram.
Il risultato?

La sopravvivenza della Gran Bretagna si vide nei tristi giorni dell’assalto aereo tedesco, quando un popolo dignitoso e preciso accettò di buon grado i “consigli” delle autorità, che non furono mai “ordini”. Tutto fu diretto alla produzione di Spitfire, e la popolazione reagì compostamente e con un senso del sacrificio inappuntabile. Uno Stato che dà, può anche (e liberamente) chiedere: uno stato che impone, dovrà sempre mantenere la forza come deterrente per imporre.

Al punto che Karl Doenitz – Comandante in Capo della Kriegsmarine e successore di Hitler per poche settimane – ammise, in un’intervista (2):

D) Ha mai pensato alla possibilità di uno sbarco in Inghilterra?

R) «Non credo, e non credevo, che avremmo potuto farcela, perché le nostre truppe avrebbero avuto bisogno di continui rifornimenti, e la Royal Air Force era abbastanza potente per mandare a monte le nostre operazioni».

In definitiva, gli inglesi videro bene: una popolazione, nei limiti del sopportabile, accetta sacrifici perché sa che, il medesimo Stato, li terrà seriamente in considerazione e non lascerà nessuno fuori, al gelo.
Un’ultima osservazione – che propone proprio Orwell – riguarda la produzione bellica: negli anni ’30 – quando vigevano le norme sulla disoccupazione da lui descritte – il Governo era conscio che la disoccupazione era endemica e provocata dallo sconquasso del 1929. Sapeva anche, però, che la piena occupazione sarebbe stata facilmente raggiunta in caso di guerra, con l’aumento della produzione (e del debito, aggiungiamo noi) e le conseguente economia di guerra.

La domanda da porsi è: come ci sarebbero giunti senza quei sostegni al reddito? La risposta la fornisce Orwell stesso: quando i conservatori si lamentavano degli esborsi per pagare gli assegni di disoccupazione, il Governo rispondeva che, se preferivano, s’annullava tutto. Poi, a vedersela con la gente affamata...chi ci andava? Forse i nobili stessi, in divisa da caccia alla volpe?
Una nazione che ha vissuto una rivoluzione durata un secolo, dove caddero persino le teste dei regnanti, sa bene cosa comporta il rischio e prende gli adeguati provvedimenti.

Come si comportarono, invece, Germania ed Italia?
Lo stato sociale, nei due Paesi, fu diverso: basato sulla genetica in Italia, con molti aspetti eugenetici in Germania. In Italia non vi furono episodi come la “Notte dei Cristalli” – che preparava il passaggio in serie Z dei commercianti ebrei – se non dopo le leggi razziali del ’38 ed in modo molto blando. Lo stesso giorno nel quale firmò le leggi razziali, Mussolini promosse a Generale di Divisione il Generale Levi. Il che, è tutto dire.

In Germania si puntò sulla piena occupazione, la quale aveva dei prodromi: la nazionalizzazione della Banca Centrale tedesca e, appunto, un’economia di guerra in tempo di pace, che non poteva non sfociare in una guerra vera: come andò a finire, lo sappiamo.
I tedeschi puntarono sempre alla difesa della razza ariana, non a quella della popolazione tedesca, fino a giungere ai Lebensborn dell’ultimo periodo. In ogni modo, il concetto è ben spiegato nel libro di Götz Aly, Lo Stato sociale di Hitler. Rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo, edito in Italia da Einaudi.
L’Italia, Paese più povero, puntò sulla genetica:

“Dato non fondamentale ma pregiudiziale della potenza politica, e quindi economica e morale delle nazioni, è la loro potenza demografica. (…) L’Italia, per contare qualcosa, deve affacciarsi sulla soglia della seconda metà di questo secolo con una popolazione non inferiore ai 60 milioni di abitanti.” (dal cosiddetto “Discorso dell’Ascensione” di Benito Mussolini).

In pratica, contava il numero: dobbiamo riconoscere che, in quegli anni, un po’ ovunque il numero era sinonimo di potenza, poiché la concezione dell’esercito napoleonico tardava a scomparire.
Il problema, però, è un altro: una volta raggiunto il “numero” – e allora vanno benissimo le opere a favore dell’infanzia, i consultori, ecc, tutte opere sociali promosse dal Fascismo – dopo, che ne facciamo? I milioni di baionette, certo, che dopo s’arrendono a decine di migliaia agli inglesi sorridendo e domandando una sigaretta. Senza il minimo problema di “onore” o di “dignità”: a me – sembravano dire – lo Stato non ha dato nulla...e adesso, che vuole? Sciuscià, eccolo da dove esce.

La testimonianza di mia madre è importante per comprendere i livelli di povertà delle campagne: la sua famiglia era una qualsiasi famiglia d’agricoltori del ferrarese. Agricoltori, non braccianti: quelli stavano peggio.
Mia madre raccontava che il suo grande divertimento era pescare: con un ago curvato, una canna di fiume ed uno spago di canapa pescava un mare di pesci gatto, anguille ed altro dal canale dietro casa.
Il problema era che la nonna – che doveva provvedere al desco di una famiglia numerosa – non aveva olio per friggerli: così, li arrostiva sulle braci del camino. Secondo problema (chi conosce la “bassa” lo sa): dove prendere la legna? Non ci sono boschi nella “bassa”.
Così, ci si doveva arrangiare bruciando residui vegetali quali la parte lignea della canapa o gli stocchi del granturco: addirittura – con grandi fatiche – gli uomini sradicavano i ceppi dei gelsi tagliati e i vecchi li riducevano a pezzetti con l’accetta. Poi, dopo tante fatiche, un po’ di polenta con un pesce arrostito, tutti i giorni.
Non c’è da meravigliarsi se – ancor prima della guerra – appena ci fu “l’odore” di un lavoro nell’industria tessile biellese, emigrarono tutti.

Oggi tutto è cambiato: non c’è odor di guerra per l’aria, anche se – lontano dall’Europa – si combatte quasi ovunque. Ma, se tocca a qualche italiano andarci, si tratta sempre e solo dei 100.000 uomini dell’esercito professionale, non i milioni di baionette che coinvolgono la popolazione (e richiedono consenso politico).
Per questa ragione Renzi, Berlusconi e tutta la baracca dei saltimbanchi parlamentari non pongono mai in primo piano il vero problema dello stato sociale e delle finanze italiane: la separazione della previdenza dall’assistenza. Tutto un solo calderone, chiamato INPS. Questo sarebbe il primo passo verso un vero stato sociale.

Il reddito di cittadinanza è un obiettivo del M5S, ma non avranno mai i numeri per approvarlo: i nostri Gauleiter potranno continuare tranquilli a regnare, ampiamente foraggiati con i nostri soldi e protetti dai due battaglioni dei “Lancieri di Montebello”, che stazionano a Roma da decenni, fissi come un pilastro di cemento.
Curioso l’aspetto del “foraggiamento”: soldi che servono soltanto a garantire e verificare gli equilibri interni del potere, non il consenso della popolazione. Oramai, a votare ci và si e no la metà degli aventi diritto e, dosando attentamente le risorse (ossia gli sprechi, le tangenti, ecc), riescono a comprare abbastanza voti.

Quando leggiamo di un finanziamento di qualche milione di euro dato alla fondazione del notabile di turno, oppure di una equivalente tangente, sono soldi che servono a comprare voti grazie alle “ricerche”, agli “studi”, alle “ricognizioni” e quant’altro (i “festival”! (3)), compiute da gente insipiente che non ha nulla da dire, che ha soltanto un voto da dare, ecco quello che conta e perché finisce per contare. Ma, ribadiamo, soltanto per sancire gli equilibri interni.

A noi, lasciano la protesta: c’imbizzarriamo come cavalli selvaggi contro l’euro, la finanza, le banche e tutto il resto – che sono soltanto strumenti del potere! – e non vediamo, ciechi come siamo diventati, che l’unica soluzione è non ascoltarli, non guardarli in Tv, non votarli, coprirli di silenzio.

Possiamo forse sgominare la massoneria internazionale che ci tiene a bacchetta, la finanza europea che ride di noi ed impone sempre nuove gabelle, il Bilderberg che, ogni anno, decide un pezzo del nostro futuro?
Gli unici che ci stanno tentando – e c’era chi credeva che Tsipras potesse risolvere tutto con un colpo di bacchetta magica...e voilà! Tutto a posto! Però, la patrimoniale sugli alti redditi l’ha messa...e da noi? – sono, appunto, i greci e gli spagnoli di Podemos, ai quali dovremmo unirci, non ai conservatori inglesi come Grillo in UE.

Non esistono altre soluzioni, credetemi, altrimenti resteremo solo dei miseri cani alla catena, che abbaiano ad una luna distante e indifferente.

16 febbraio 2015

Armiamoci e partite







Spiace dover citare se stessi, ma serve quando si deve dimostrare la linearità di un’analisi politico/strategica, ossia una tappa del proprio pensiero ed è utile per comprendere – sempre secondo l’autore che si cita – dove s’andrà a parare.
E’ il caso di “Pronto in tavola un piccolo Iraq, a due passi da Lampedusa”, del 18 Marzo 2011.

Se vorrete rivederlo, questo è il link diretto:


Se, invece, desiderate risparmiare tempo e vi fidate dell’autore della citazione (!), vi riassumo alcuni passaggi:

“Non abbiamo in gran simpatia il colonnello libico, anzi, però l’esperienza insegna che nessuna delle avventure di “democrazia” occidentali ha regalato qualcosa di meglio ai Paesi “liberati”. Qualcuno se la sente d’affermare che, il “dopo Ghaddafi”, sarà meglio del prima? Come doveva essere il “dopo Saddam”?
...
Ma, ancora una volta, la democrazia deve essere esportata: USA, Francia e Gran Bretagna in testa. I soliti: quelli che ressero, per secoli, i traffici dei negrieri.”

Oggi si parla apertamente di guerra in Libia: la “Quarta sponda” di mussoliniana memoria torna a far parlare di sé. E tutti d’accordo, appunto: armiamoci e partite.

Primo problema: con chi e con che cosa?
L’Esercito Italiano ha un organico complessivo di 105.000 persone: sottraete gli ufficiali superiori, gli addetti alla sanità, alle trasmissioni e tutto il resto...al cannone del Gianicolo più tutte le divise che vedete circolare per Roma con una cartella al braccio...togliete le migliaia di militari che sono in missione “di pace” all’estero e vedrete che rimane ben poco per un’avventura di simile portata. Non serve aver letto Sun-Tzu per capirlo.
Gentiloni ha parlato di 5.000 unità: ciò significa che – considerando i ricambi per tre turni (come è normale che avvenga, ma forse nemmeno la Pinotti lo sa) – vuol dire mettere in campo 15.000 uomini. Follia.
E i mezzi?

L’Italia dispone d’appena una cinquantina di elicotteri in funzione SAR (Search And Rescue), ossia quelli che dovrebbero salvare i piloti che eventualmente si catapultassero dietro le linee nemiche o, comunque, lontano dalle linee amiche. Dubito molto che esista una “cultura” del salvataggio dietro le linee nemiche, nel senso di sensori, mezzi di comunicazione inaccessibili al nemico, supporto aereo ravvicinato, commando aviotrasportati rapidissimamente, prima che quelli dell’ISIS ci catturino un pilota e lo passino sulla graticola.

Si può evitare la guerra – direte voi – perché la guerra non ha mai portato una pace vera, non ha mai risolto i problemi...sì, sì...conosciamo benissimo le argomentazioni, ma non cerchiamo di scadere (anche se ci piacerebbe) in una retorica da liceali.

Perché?
Poiché i rischi esistono e sono reali.
Sei mesi fa, Renzi fu avvertito:  

“Il primo a parlare a Renzi della Libia con toni molto allarmati era stato il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, sei mesi fa al Cairo. Ai primi di agosto il rais si rivolse a Renzi con questo argomento: «Si stanno prendendo la Libia, che vogliamo fare?»” (1)

Oggi la situazione sta precipitando e l’Egitto ha inviato i propri cacciabombardieri a bombardare l’ISIS in territorio libico, il che la dice lunga sul disastro amministrativo e militare della “quarta sponda”.
Ma c’è di più, molto di più.

A parte gli oleodotti sabotati dai guerriglieri dell’ISIS, il “Secolo XIX” riportava una notizia (2) che di per sé, in apparenza, parrebbe innocua

“Oltre a emittenti e a un ospedale, l’Isis controlla a Sirte anche altri uffici governativi tra cui quello che emette i passaporti: è quanto emerge da resoconti dell’agenzia Lana e altri media libici. Funzionari sono stati espulsi dall’ «Ufficio passaporti», scrive l’agenzia mentre altre fonti mediatiche parlano di un «Centro per l’immigrazione» precisando che era già stato preso «la settimana scorsa» per essere diviso in un «tribunale islamico» e un «collegio femminile»”

Lasciando perdere tutte le balle sui tribunali islamici e sui collegi femminili, spicca che il materiale dello Stato libico in fatto di passaporti, oggi, sia caduto nelle mani dell’ISIS. Timbri, passaporti in bianco e quant’altro.
Che ne direste se – fra qualche mese, quando nessuno più si ricorda della faccenda – si presentasse alla frontiera croata (dalla Bosnia) un distinto uomo d’affari siriano o egiziano, non importa...Mohammed e fischia...con regolare passaporto libico e visto per l’ingresso in Croazia...che succederebbe?
Probabilmente sarebbe lasciato passare (in area Shengen!), e come lui quanti altri?

Da quel momento in poi, dovremmo dare la caccia sul nostro territorio a possibili terroristi che potrebbero essere soltanto “teste di ponte dormienti”, nell’attesa di rinforzi. Fanfaluche?
Proprio ieri, una motovedetta italiana (Guardia Costiera) in servizio nel canale di Sicilia, a 50 miglia dalle coste libiche – quindi senza nessuna giustificazione giuridica (né 12 né 23 miglia nautiche) – s’è vista minacciare con i Kalashnikov da personaggi anonimi ma decisi: volevano la barca che gli italiani stavano soccorrendo. I migranti non interessavano loro: volevano la barca. Così gli italiani (che, nel Canale di Sicilia, viaggiano disarmati!) non hanno potuto far altro che eseguire. (3)
A cosa serviva la barca?

Per queste ragioni si parla oramai apertamente di guerra, solo che l’Italia sarà lasciata sola sia dai suoi evanescenti alleati europei, sia dagli ancora più distanti e menefreghisti americani. Che frega agli altri? Se la sbuccino loro, cioè noi.

Qualcosa bisogna fare, non c’è dubbio, altrimenti domani sarà solo peggio: è il momento di non ascoltare le colombe di pace, perché questi – le colombe – o paghi salato per riaverle (vedi il caso siriano) oppure le impallinano subito. Anche le nostre – le colombe per convenienza politica, come del resto i falchi – si tacciano per qualche attimo e ragionino.

Vorremmo però, prima di decidere, ascoltare qualche “sentenza” un po’ meno idiota di quella della signora Daniela Granero detta Santanché, la quale ha dato tutta la colpa a Napolitano per la folle decisione d’abbattere Gheddafi. Signora, non dubitiamo per un attimo sulla decisione di Napolitano e del Consiglio di Difesa – un lacché come quello... – però, il Presidente del Consiglio, dov’era? “Molto rabbuiato e dispiaciuto”, lei afferma.
Dovremmo ricordarle che il dovere di un capo di Governo non è dispiacersi o rabbuiarsi – sono categorie dei sentimenti, che in politica non contano nulla – ma quello di decidere. Noi ricordiamo un certo Craxi il quale, contrario alle decisioni americane, fece schierare i Carabinieri a Sigonella e la vinse.
L’errore primigenio è stato quello d’abbattere Gheddafi – l’ho sempre sostenuto – poiché (come ricordava Andreotti su Saddam Hussein) “non era il tipo col quale avrei trascorso le vacanze, ma non era né meglio né peggio di tanti altri”.

Poi, vorremmo dire quattro parole ai francesi, alla politica francese, alla strategia francese. E ci riferiamo a quel bel tipetto del magiaro divenuto francese per volere della CIA – un certo Nicolas Sarkozy (in realtà, Nicola Sarkösy de Nagy-Bocsa) – che ha intessuto più legami con i servizi USA e con le mafie di Charles Pasqua – noto malavitoso francese (contrabbandava assenzio) e suo testimone di nozze (le prime) – di un marsigliese dei bassifondi. Il ritratto che ne fa Thierry Meyssan (4) è tranchant, tanto per rimanere in lingua.

Questo per dire – cari francesi – che “l’operazione Libia” era stata studiata da una parte dell’amministrazione USA (quella degli Skull and Bones, per intenderci) e Sarkozy fu incaricato di darla a bere ai francesi i quali, fra un Pernod ed un Calvados, ingoiarono anche il tappo.
Per questa ragione sarebbe stato vantaggioso non concedere in nessun modo le nostre basi – con la scusa che eravamo stati potenza coloniale nel Paese – e smascherare così lo sporco gioco del magiaro.

Da ultimo, un caro ricordo anche per il prof. Prodi, quello che sembra un confessore pacato: una persona limpida, senza responsabilità né scheletri nell’armadio. E si confessa con il Fatto Quotidiano (5):

(D) Le cancellerie occidentali cosa dovrebbero fare in questo momento secondo lei?
 
(R) Occorre senza dubbio uno sforzo per produrre un minimo risultato nel tentativo di fare sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale.”

Fantastico: far sedere tutti attorno ad un tavolo. Come se all’ISIS importasse qualcosa.

Non è, per caso, che lei si senta – solo qualche volta, per carità – un poco responsabile per questa Unione Europea egoista e menefreghista che lei ha dato una grossa mano a creare, un posto dove lasciano alla fame un Paese (la Grecia) e “L’Alto rappresentante per la Politica Estera” non viene nemmeno ascoltato sulla questione ucraina?
Questa UE, nella quale i singoli Stati hanno smesso di farsi la guerra sulla Mosella soltanto perché era più redditizio combattere con le monete ed i cambi? O, meglio, con gli artifizi di bilancio, le multe e tutto il resto? Ci dica qualcosa – professore – su come immaginava la politica estera dell’Unione, ci racconti cos’ha fatto per pianificarla al meglio. L’hanno fottuto? cacciato? messo in un angolo? 
E lo dica, perdio! La smetta con questi sussurri da confessionale, faccia nomi e cognomi di quelli che contano e che l’hanno fregato...altrimenti, stia zitto!

Vuole un consiglio su come risolvere la crisi libica? Glielo do io, gratis.
Nelle carceri libiche è imprigionato, dal 2011, un certo Saif al-Islam Gheddafi, detenuto dai ribelli che lo arrestarono: è il figlio di Gheddafi, quello destinato alla successione. Parrebbe anche una persona intelligente e preparata: peccato che gli ex ribelli lo vogliano impiccare. Per quale motivo?
Per aver compiuto crimini contro l’umanità durante la guerra civile, ai danni dei cosiddetti (all’epoca) “ribelli”. I quali gli ammazzarono padre e fratelli, ma per questi poco importa: avranno dato loro, come condanna, un diploma di benemerenza.
C’è anche una richiesta del Tribunale dell’Aia per il giovane Gheddafi, per lo stesso reato.

Consiglio: estradatelo all’Aia e poi assolvetelo. Dopodichè, rimandatelo in Libia con consistente appoggio militare e vedrete che, in un paio d’anni, tutto tornerà tranquillo: petrolio (suddiviso col manuale Cencelli), ISIS (distrutta) e migranti (calmierati).

Altrimenti, smettiamo d’ascoltare queste Cassandre e prepariamoci al peggio.