08 febbraio 2016

Famigly day, forever!



Direbbe John Lennon, grande John Lennon: peccato che l’abbiano ammazzato, quello sì che sarebbe stato un perfetto Re del Mondo! Ci assataniamo dietro ai vari Family day, oppure ci opponiamo ai Family day, perché i “famigli” sono noiosi, spaccapalle, razzisti e fanno pure i predicozzi e la morale. Loro, ovviamente, sono contro perché (gli altri) sono froci o lesbiche, oppure non vogliono fare figli, o ancora li vogliono in provetta, e vogliono pure rubare figli già fatti per adottarli. Un perfetto casino, meglio di un Roma-Lazio che finisce al 94° minuto 1 a 1, con due rigori (uno per parte) nei minuti di recupero: Olimpico in fiamme, 247 ricoverati in ospedale e 145 fermati in Questura. Che meraviglia. Gran confusione sotto il cielo...tutto va bene!
Ma, qualcuno, riflette su cos’è la famiglia e su come è messa oggi?

Nel 2014, in Italia, ci sono stati 142.754 matrimoni, religiosi e civili: le separazioni sono state 89.303 ed i divorzi 52.335 (Fonte: ISTAT). Si potrà piluccare fra i numeri, ma la somma fra separazioni e divorzi fa 141.638, ossia “l’1 a 1” che prima citavamo. La durata media di un matrimonio è di 16 anni (in costante calo). Per fortuna, la vita media di un matrimonio, per ora, è superiore a quella di un elettrodomestico: cosa importante, così non siamo ancora arrivati a dividerci i pezzi della lavastoviglie di fronte ad un magistrato.

Possiamo continuare a sostenere che la famiglia è il “mattone” essenziale del vivere sociale?
Per certi versi sì: se non esistesse la famiglia, in Italia non esisterebbe stato sociale, e la famiglia tradizionale lo fa, ma con il fiato sempre più corto. Dunque, l’establishment al potere avrebbe maggiori grattacapi per sostenere le situazioni di povertà e di disoccupazione, per questo “concede” e preme su questo “format” obsoleto – o meglio, fa tanto chiasso sulla questione per l’affido dei minori – ma è un concedere monco, senza contropartite. A costo zero, come di consueto.
Sull’altro versante – ossia quello degli affetti e delle aspettative – la famiglia è un disastro.

Alcuni dati, un poco approssimativi poiché difficili da verificare, ci dicono che circa un terzo o la metà degli italiani/italiane tradiscono abitualmente il coniuge, hanno un’amante (o più storie, d’amore o di sesso) vivendo realtà affettive/sessuali in modo “seriale”, oppure perseguono menage a trois che durano decenni, restando in famiglia “fin quando i figli non saranno grandi” o, ancora, frequentano abitualmente i club “privé”...su tutte queste abitudini, svettano i siti Internet per incontri: è un dilagare di posizioni, da chi propone rapporti finalizzati ad una nuova convivenza a chi, semplicemente, prospetta “una botta e via”.
Qualcuno dirà “E’ sempre stato così e sempre sarà...” per alcuni aspetti è senz’altro vero – è questo l’aspetto interessante dell’evolversi sociologico – ossia il far capo a pulsioni archetipe che s’innestano in sempre diverse situazioni sociali.

La pulsione sessuale preme in tal senso e la conferma ci viene dall’etologia, laddove gli scimpanzè (che condividono con noi il 98% del patrimonio genetico) vivono un’esistenza di promiscuità, ma anche l’antropologia conferma: le popolazioni “primitive” che l’uomo occidentale ha incontrato sul suo cammino di scoperta e di conquista (Amazzonia, Polinesia, ecc.), vivevano con molta naturalità non tanto la poligamia (a ben vedere, una forma di potere), quanto l’estrema libertà sessuale (lo riporta in modo chiaro Melville, in “Taipi”).
La “teoria” della sessualità plurima si basa sul fatto che l’uomo desidera spargere il suo seme in più uteri per garantire la sopravvivenza della sua discendenza, mentre per la donna accettare rapporti con più partner assicura maggior appoggio “economico”: curiosamente, tali comportamenti non avvenivano in popolazioni che vivevano in ristrettezze alimentari, bensì era un evento naturale, al quale conferire scarsa importanza, mentre i veri “tabù” erano per lo più relegati ad aspetti della loro religiosità (luoghi, periodi, ecc).
Singolarmente, in tutte quelle culture c’era la rigida proibizione dell’incesto: però, per dei “selvaggi”!

L’impatto fra le due culture, quella bacchettona e quella libertaria – siamo nel ‘700/’800, ricordiamo il noto caso del Bounty – fece esclamare a qualche antropologo, forse in vena ridanciana, che l’uomo occidentale, nella sua corsa verso la modernità, “si stesse perdendo qualcosa”.
E che dire, allora, del Settecento libertino o del Quattrocento boccaccesco? O della “famiglia” latina, virgolettato per non confondere il medesimo termine con due concetti diversissimi? Al punto di nominare un “pater familias”, agghindando la lingua con un accusativo plurale, per sottolineare il concetto di potere plurimo e l’oggettività dei soggetti a lui sottoposti?
Insomma, abbiamo alle spalle una geo-storia molto variegata, che i nostri ignorantissimi politici (per cultura, lessico, e capacità di governare la polis) restringono ad una partita di calcio: di qua i “famigli”, di là gli altri. Quanno nnammo a magnà? Sse scopa stasera? Cce sta na mignotta de quelle bbone?

Capirete che incrociare sessualità, modernità e progresso è un affare un tantino complesso, che ha occupato molte menti – ricordiamo, una su tutte, Wilhelm Reich – e che è un po’ troppo per i Razzi, gli Scillipoti et similia – e la domanda che dovremmo porci è, allora, siamo giunti al termine della cosiddetta “modernità”?
Perché il mutamento non avviene solo per aggregati fisici (l’esterno: lavoro, prodotti, beni, economia, ecc) ma anche psichici (l’interno: libido, affettività, sentimenti, ecc): dire che siamo giunti al capolinea è una pietosa bestialità, poiché moderno significa soltanto meno vecchio di ieri, null’altro. Come la famosa “fine della Storia”.
Tutto ciò c’impone di dialogare con quest’Uomo timido e compresso, incapace oramai di gesti autentici: un Uomo che trova liberazione solo nella purezza di un Kata, nell’illusione (che Mishima trascinò con sé, più che evidenziare) che la fuggevolezza di un istante trasfiguri gli eventi.
Allora, cos’è cambiato?

La ferrovia. Non mettetevi a ridere: riflettete. A metà Ottocento la ferrovia, in pochi decenni, decuplicò la velocità di trasferimento di tutto ciò che serviva: bushel di frumento, tonnellate di carbone, metri cubici di legname. L’Uomo seguì quella velocità, a lui ed ai suoi tempi di “risposta” meno congeniale: “Tempi moderni” di Chaplin, non invento nulla.
Il dopo lo conosciamo: ciò che non possiamo più sapere è come viveva, intimamente, l’Uomo di prima.

Ci rechiamo a Venezia per il Carnevale, cercando qualche forma di trasgressione remota, ma non possiamo tornare – anche solo per un attimo – in quel noto “campo” dove, nobildonne e cortigiane, si recavano all’alba, in silenzio, per lasciarsi ammirare, per far comprendere agli amanti che si davano convegno la tempesta che era passata in quella notte d’amore: lasciavano seguire le tracce di quegli amplessi passo dopo passo, scolpite sui loro visi sfatti e gioiosi. In una società segnata dalla malattia mortale, inseguita dalla peste, il carpe diem era l’unica risposta accettabile, come lo era l’ascetismo per i (pochissimi) veri asceti.
Noi, oggi – magari vestiti da Marchese d’Ambaradan – non notiamo nulla, solo quattro pietre puzzolenti di piscio di cane: al più, ci massaggia la mano di una coscienziosa infermiera al Pronto Soccorso, dove vomitiamo una notte insulsa mentre attendiamo un’alba altrettanto svaccata.

Il capitalismo? E’ colpa del capitalismo? Perché, con la nobiltà di prima si campava meglio? No, erano i ritmi, la percezione del tempo che era diversa. Goethe si lascia andare per pagine e pagine nella descrizione di un paesaggio e non si cura se, il lettore moderno, scalpita e – in fin dei conti – vuol solo sapere se Carlotta, infine, gliela darà oppure non tradirà il marito. Ma non è colpa sua se ha fretta: non può capire un uomo del ‘700!

La famiglia, insieme all’Uomo, è stata triturata dall’aumento di velocità improvviso: 150 anni su...facciamo almeno 20.000? O un milione? Tanto, V=at sempre, comunque la pensiamo: Razzi, incosciente come una vergine, è rimasto “triturato”, ed anche Crozza che lo imita.
Difatti, anche l’accelerazione delle separazioni sui matrimoni segue questa linea (sempre fonte ISTAT) laddove t – Data Separazione meno Data Matrimonio (in minuti secondi) – è un limite che tende a zero.

Osservare i grattacieli che tremolano nelle acque del porto, la sera, è una bella icona del matrimonio. Ne è la sintesi. Occhio acceso, occhio buio, acceso, buio, buio, buio, acceso, buio, buio, buio...nel silenzio totale, nel buio fagocitante, nello sciacquio stanco della risacca, identico da milioni di anni. I grattacieli, i grandi palazzi, sono le icone del nostro tempo e, allo stesso tempo, il “termometro” dei matrimoni e delle famiglie.
Non più grandi case gaie, non più piccoli tuguri – magari gai perché quella sera c’è un salame in tavola – ma prevedibili, perfetti abituri, studiati fino all’inverosimile da coscienziosi architetti per addetti alla produzione, od al controllo della produzione. Poi al guadagno sulla produzione. Minime ristrutturazioni fra un passaggio e l’altro: saletta computer al posto della camera per il pupo.
Infine, ciak, si gira! Silenzio...motore...azione! Scena 34 di “Vita umana”. Via!
Il protagonista entra in scena e pronuncia poche parole: “La produzione è terminata”. Buona, spegni motore, via le luci.

Sparito tutto. Il carbone, che vorticava da 150 anni, non c’è più. Non si fabbricano più sedie, non si mungono mucche. Silente, il greggio scorre nell’oleodotto e finisce nella centrale, diventerà elettricità che scorrerà, anch’essa silente, nei fili.
Ricordo l’angoscia che provai leggendo Tiziano Terzani che comunicava, pelle a pelle, ciò che provava osservando la prima fabbrica giapponese completamente automatica. Anni ’90: lui e il guardiano, soli nella notte. Dalla vetrata, un enorme reparto, macchine che lavoravano. Sole. Il frastuono appena attenuato dalle pareti anti-acustiche.
A questo punto, i marxisti mi tireranno le loro adunche falci e martelli (questo significa gabbare Marx!), i fascisti vorranno darmi l’olio di ricino (e i figli per la Patria?), ma a me non frega nulla né degli uni e né degli altri perché – cercate di capire, non di controbattere a cervello spento – questo non è un articolo d’economia politica, ma un articolo su basi sociologiche dove si cerca di capire:

1) A che punto siamo giunti nel percorso storico/evolutivo;
2) Qual è, conseguentemente, la forma migliore per l’aggregazione sociale;
3) Come armonizzare l’aggregazione sociale con le pulsioni naturali.
Detto questo, una fabbrica completamente automatica dev’essere bellissima.

In definitiva, se la velocità degli scambi – commerciali, culturali, d’informazioni – è aumentata (modificando anche la percezione del tempo nei rapporti, ma noi non ci siamo accorti di nulla perché il fenomeno è stato “diluito” in un secolo e mezzo) la famiglia patriarcale, abituata a ritmi e tempi “lunghi”, è stata travolta. Rottamata. Prima, esistevano famiglie tradizionali incastonate nella cornice del villaggio, che era anch’esso una forma di “grande famiglia”, o clan.
A quel punto, intervenne il già citato aumento di velocità: le emigrazioni di massa furono possibili solo nell’era del vapore, così come le colonizzazioni “mercantili”, ossia un sistema complesso ma funzionale, che prevedeva lo stazionamento in area coloniale di una classe dirigente straniera per dirigere i traffici (George Orwell: Giorni in Birmania), mentre Stati Uniti ed Australia assorbivano l’eccesso di popolazione comune, per lavori di basso livello ma di buona competenza artigianale. Entrambe questi fenomeni iniziarono a “disossare” la tradizionale famiglia patriarcale.
La susseguente società industriale aveva bisogno, invece, solo di produttori/consumatori (più appartamenti = più lavatrici, lavastoviglie, televisori, ecc) e quindi l’impeto consumista fu diretto verso l’anello debole della famiglia patriarcale, ossia “la libertà”. E’ fuor di dubbio che, in quelle famiglie numerose, di libertà personale ce ne fosse poca, ma lo Stato – in contropartita – raccontò d’assumersi l’onere dello stato sociale.
Asili, ospedali, ricoveri (non lager!) per gli anziani, ecc. Oggi, nella società post-industriale, osserviamo il fallimento di quella impostazione: come sempre, quando viene soddisfatta l’esigenza del capitalista, il resto va alle ortiche. Diventano “risparmi”, e così la gente – imbambolata dai format televisivi – li percepisce.
Tali teorie non sono campate in aria: se ne occupò Gandhi in sociologia politica ed Ettore Scola, nell’arte, col film “La famiglia” (1987), oggi sono interessanti le riflessioni di De Benoist sull’argomento.

Risposte? Volete delle risposte?!? Ma per chi mi prendete? Non sono mica Renzi!
Ve beh, ve le darò...d’accordo...

La famiglia mononucleare come noi l’abbiamo vissuta (padre, madre, figli), è morta e bollita: finita. Nel tempo ha mostrato tutti i suoi limiti: scarsa elasticità, sensibilità estrema alle pulsioni soggettive disgregatrici, incapacità di far fronte a minime variazioni dell’ambiente circostante. Basta un imprevisto (anche a causa dell’odierna situazione economica) di spesa pari a 600 euro ed il 30%  delle famiglie è in crisi nera. In una società dove il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza, non potrebbe essere diverso.
Conseguentemente, bisogna allargare la base del triangolo affinché il baricentro rimanga compreso nell’area di base: in altre parole, aumentare i componenti della “famiglia”.
Qualcosa del genere già accadeva nelle vecchie famiglie patriarcali, dove si trovava sempre una soluzione proprio per il numero dei componenti, ma il problema è trovare una forma d’aggregazione sociale che non ne includa i difetti: autoritarismo, subalternità della donna, morale “unica”, ecc.
Inoltre, in un mondo a “redditi variabili”, la compensazione interna è molto importante, perché consente di sopravvivere anche in tempi di “magra” restringendo un poco i consumi, oppure – se la pianificazione è più saggia – attingendo a risorse preventivamente accantonate. Mi pare che qualcuno abbia già parlato di vacche grasse e vacche magre...non ricordo più il testo di riferimento...

Inoltre, la società post-industriale non ha più bisogno delle ciclopiche aggregazioni cittadine, zeppe d’aggressività e poco inclini all’empatia: una saggia rioccupazione del territorio sarebbe la manna per tante ragioni: economiche, energetiche, ambientali e sociali. Ma il potere, guarda a caso, “rallenta” molto su uno degli aspetti più importanti di questa rivoluzione: la “banda larga”, essenziale per la comunicazione, come lo fu il treno per i trasporti. Meglio avere a disposizione le moltitudini, per nutrirle a panem et circenses?

Una famiglia “allargata” – chiamatela comunità, comune e come cavolo vi pare – ha più possibilità di resistere all’attacco coordinato del KriminalKapitalism e del BankAssassin: la famiglia tradizionale si separa, poi i partecipanti si risposano (omo od etero, è la stessa cosa) e continuano a lottare contro i mulini a vento.
Se pensate che vi stia raccontando delle bagattelle, provate a pensare cosa significa pagare un’imposta sulla spazzatura in due persone contro dieci: fa un quinto. 600 euro? 120 euro. Va meglio? Quando c’è da cambiare la lavatrice, siete in dieci (faccio un esempio) ad affrontare la spesa, non in due.

Personalmente, ho partecipato a due esperienze: una agricola ed una urbana. Sono i periodi della mia vita che ricordo con maggior gioia, poiché eri responsabile di te stesso ma non avvertivi quel senso di oppressione che la famiglia tradizionale ti assegna. Perché? Poiché la tua responsabilità era con-divisa da altre persone e...vivaddio! Fra tanti, c’è sempre qualcuno che sa cambiare un asse del cesso!
Non mi sembra opportuno raccontare particolari di quelle esperienze, perché questo articolo è scritto per chi ha coraggio e ci vuole provare: per gli altri, è solo tempo perso. Nel tempo che avete impiegato a leggere questo articolo, la vita media di un matrimonio è scesa di 1,463 secondi, anche se la funzione di riferimento è ancora in studio.

Vi posso solo dire che, ogni anno, c’incontriamo tutti, i vecchi “comunardi” e siamo come fratelli: nella famiglia tradizionale è il sangue a scegliere, in quella comunitaria sei tu a scegliere, secondo le tue inclinazioni ed i tuoi desideri. La profondità del rapporto è totale, ancora dopo 40 anni, ed è come se ci fossimo lasciati il giorno prima.
Per chi non avesse ancora capito, io posso recarmi – senza telefonare – a casa di chiunque visse con me 40 anni fa – magari a distanza di centinaia di chilometri – suonare il campanello e ricevere, per prima cosa, un abbraccio ed un sorriso di piacevole sorpresa.
Anche i “dotti” se ne sono interessati, e sono state redatte due tesi di laurea sulle nostre esperienze.

Perché finirono? Mai sentito dire panta rei? La comunità è, per suo statuto interno mai scritto, fluida e variabile: sta a chi partecipa saperla improntare alla stabilità, sapendo bene che – se lasci – devi consentire ad altri di giungere, e d’arrivare bene, di poter fare buona vita con chi rimane. Tu passi, la comunità deve restare. Erano tempi di pionierismo, e gli errori ci furono, tanti.
Oggi, a differenza di molti anni fa, mi sembra che quel “vezzo” stia diventando una necessità: urbana od agricola, poco importa, l’importante è saper reggere all’impatto dei bastardi che pretendono le nostre vite in locazione. Domani, in proprietà assoluta.

I figli? Tre coppie, nelle nostre esperienze, avevano figli: oggi campano bene – compatibilmente con il nostro tempo incivile – e non sembra che abbiano gravi problemi per essere stati abbandonati ad un’altra coppia per qualche tempo, con due mamme o con due papà, secondo chi era disponibile.
L’amore, il sesso? Certo, sono storie che capitano ed hanno impatti anche violenti in certe situazioni, ma – tutti noi che vivemmo insieme – concordiamo su un fatto: fummo molto naif in quelle situazioni, e c’è modo di porre un rimedio a tutto, soprattutto se la comunità è abbastanza ampia, se l’affetto comune, il senso d’appartenenza, supera queste buriane. Chiedete al un polinesiano d’oggi come viveva suo nonno.

Per questa ragione m’appassiona poco l’attuale dibattito (ma è un dibattito o una gazzarra?) sulla famiglia: si analizzano le “qualità” dei componenti, il loro sesso, i loro orientamenti sessuali, ma il “contenitore” deve restare identico. Omo od etero, uomini o donne, devono finire tutti nel “format” del cubicolo, con figli o senza, con un lavoro saltuario oppure stabile...tutti seduti ad ascoltare il Verbo, ossia mamma Tv. Penso, spesso, che dovrebbero pagarci per guardarla (non ditelo a me, non la guardo da decenni).
Nelle strutture comunitarie, c’è il rischio che, invece, la sera che non c’è niente da fare si giochi a briscola e ci si facciano quattro sane risate, condite da motteggi e frizzi: il miglior antidoto contro la depressione dilagante.

Cercavate un’alternativa? Questa non vi convince? Non so che dirvi...provate a rivolgervi a Giovanardi...

01 febbraio 2016

Ventotene’s Europe resort




Noi stiamo buoni e quelli ci ammaz­zano. Se non rice­vono una sana lezione fanno quello che vogliono. Non avete notato che da quando Bre­sci ha spa­rato al re, di stragi non ce ne sono più state? Quando hanno paura loro, abbiamo meno paura noi.
Valerio Evangelisti, Il sole dell'avvenire


Wunderland!”, pare che abbia esclamato la Merkel, “Ile merveilleuse”, sembra sia stato il commento di Hollande: la regina d’Inghilterra, memore dei tanti viaggi nel Mediterraneo sul Britannia, pare abbia esclamato: Renzi’s nice idea!
Proprio così: l’ultima “zingarata” del marmocchio fiorentino l’ha condotto a pensare di ristrutturare l’ex carcere di Ventotene (in realtà, sull’Isola di Santo Stefano, ad un miglio da Ventotene) per la “modica” cifra di 80 milioni di euro. Per farne cosa? Un “scuola” d’altissimo livello per funzionari/dirigenti europei. E chi paga? Noi, ovvio.

Premesso che questa non è la sede per infinite diatribe sulla detenzione degli antifascisti sull’isola – non me ne fa una pippa – invito chi volesse innestare la solita disfida di Barletta fra fascisti/antifascisti, piddini/grillini a cercarsi un’altra sede. Grazie.

A me, interessano quegli 80, dicesi ottanta, miglioni. Che fa rima con cogl... ossia noi. Ma, veramente, abbiamo bisogno di dare a Renzi circa un caffè e mezzo a testa (infanti compresi) per ristrutturare quelle quattro pietre?

La cifra.
Ottanta milioni, detti così, sembrano poca cosa. Sono circa 150 miliardi di vecchie lire, oppure il corrispettivo per mandare in pensione 3.000 ultrasessantenni o, ancora, l’equivalente di 500 appartamenti d’edilizia popolare. Così, sembrano meno bazzecole e pinzillacchere.
A cosa serve l’investimento (pubblico)?

Il contesto geografico.
Le isole Pontine, delle quali Ventotene fa parte, si trovano a circa 30 miglia al largo di Formia: 2 ore di navigazione con un motoscafo o con i traghetti, 6 ore sotto vela con buon vento. Godono di un clima sub-tropicale, il mare è di una bellezza da togliere il fiato e le natura altrettanto: numerosi i reperti archeologici e storici.

Il carcere.
L’ex carcere si trova sull’isola (in realtà isolotto, o addirittura scoglio) di Santo Stefano, che ha un diametro di 500 metri circa, 37 ettari di superficie e dista circa un miglio (2000 metri) da Ventotene. Il carcere aveva 99 celle ed una torre centrale (crollata) per l’osservazione.
La struttura del carcere è ancora valida: va da sé che il tutto comporti una ristrutturazione radicale per portarlo allo standard dei giorni nostri. Soprattutto se deve diventare una “scuola” per manager UE.

Cos’ha in mente Renzi?
Può darsi che, durante l’Inverno, si vogliano tenere conferenze, seminari od altre attività “formative” su quello scoglio, ma non sfugge a nessuno che, quello, è il posto meno pratico nell’intera UE per portarci delle persone che arrivano da tutto il mondo. Pur costruendo un mini-eliporto sull’isolotto (ce n’è già uno a Ventotene), la logistica è da pazzi e, oltretutto, molto costosa: cosa che, a dirla tutta, è l’ultima cosa che interessi Renzi.
A Ventotene ci sono due porti, uno più antico ed il secondo moderno: in quello moderno i posti barca sono 40. Dunque, dunque...40 posti barca, 40 minialloggi (bisognerà vedere quanti saranno al termine della ristrutturazione, ed anche se saranno veramente 80 milioni di spesa)...ecco fatto il resort più esclusivo per la supercasta dei politici italiani, quelli “premiati” per “fedeltà” ed “impegno”. Hanno già fatto alle Eolie qualcosa di simile, dove una notte in ormeggio al gavitello per un gommone (fuori porto!) costa 200 euro.

Da Roma, per il week-end (che per loro inizia il Giovedì pomeriggio e termina il Lunedì sera), il nuovo resort sarà raggiungibile in un’ora di volo, in elicottero, dalla zona EUR (dove partono i voli “VIP”) a Ventotene, quindi trasbordo al resort via mare (2 km), oppure con altro elicottero (più piccolo) se le condizioni del mare non lo consentono.
Quindi, 4 giorni di riposo nella più assoluta tranquillità – l’isolotto è quasi una fortezza! – pranzi, incontri, relax, un giorno in barca, pesca subacquea...ecco la vita dei politici italiani. Insomma, Berlusconi aveva villa Certosa in Sardegna – almeno se l’era pagata! – mentre Renzi se la fa a spese nostre.

Cos’avrei in mente io.
Un’imbiancata a calce, tanto per l’igiene, acqua e viveri. Per chi? Per portarci:
Amato, Ciampi, Prodi, D’Alema, Treu, Berlusconi, Casini, Fini, Bertinotti, Bossi, Maroni, Monti, Fornero, Bersani, Letta (entrambi), Renzi...e tutti i loro tirapiedi. In celle doppie, ci sono 198 posti. Non spingete, c’è posto per tutti!
Poi, si butta via la chiave.

26 gennaio 2016

Meno male che non è Supercar!


Capisco che, nel tritacarne dell’informazione, tutto fa brodo: domani crollerà una torre in Valacchia proprio sopra un supermercato e dopodomani un caimano si mangerà un bambino in Florida, di notizie per stupire ce ne sono sempre. Anche l’ultimo amore di Belen, oppure un gol fantasmagorico che ci farà rimpiangere Maradona...però...che un’Audi gialla scorrazzi per una settimana sulle strade (anche contromano in autostrada!) del Nord-Est è una notizia, non una bufala inventata per chissà quali scopi. La prossima volta, i banditi useranno una Lotus viola a pallini gialli: chissà se riusciranno ad individuarla? Magari anche una cinquecento a scacchi rosa e blu...ma lo sono o lo fanno? Nessuno dei due: semplicemente, non è una “priorità” prenderli, tutto qui.

Le forze di polizia italiane sono anni luce avanti rispetto ai loro colleghi europei: non stanno a correre dietro a questa stupidaggini...e va beh, è solo andata contromano per 150 km (causando, indirettamente, un incidente mortale), poi è sparita...saranno stati alieni in visita...non fateci caso...
Sono molto europeisti: avete letto il Trattato di Lisbona? Il nostro compito è stato chiarito – sottoscritto e vidimato dal parlamento italiano – ossia il controllo della popolazione. Se ci resta tempo – ci hanno detto – fate qualche abboccamento con i mafiosi per dire loro di star bravi che tutto va bene, che non si preoccupino – piuttosto, pensino al eventuali prossime elezioni, a star pronti – e poi date la caccia ai ragazzi che hanno uno 0,01% di alcol in più nel sangue: i genitori pagano le salatissime multe (Lo Stato ha sempre bisogno...) e poi, di corsa alle autoscuole a rifare tutto, così i proprietari delle autoscuole sono tranquilli e ci votano (confidenza raccolta personalmente da un proprietario di autoscuola nel 2001: “Berlusconi ci ha promesso qualcosa, lo voteremo tutti”). Difatti, venne la patente a punti, i controlli a tappeto...e tutto il resto.
Ma la pochezza delle forze dell’ordine italiane ha altre ragioni, più vecchie e ferocemente radicate.

Fino agli anni ’70, le metodologie del crimine quasi non esistevano: tutto funzionava grazie alla bravura o meno (più spesso) di qualche commissario – ricordiamo i casi Fenaroli/Ghiani, il caso Molteni, ecc –ovviamente pronto a cancellare tutto se arrivava una telefonata “importante”. La famosa telefonata a Milano, per dire che Ruby era la nipote di Mubarak, faceva parte di quel copione: anzi, Berlusconi fu “beccato” perché usò un copione desueto, fuori tempo massimo.
Poi, vennero gli anni di piombo.

La polizia italiana – anche perché si trattò di questioni interne, nelle quali s’inserirono il fior fiore dei servizi segreti d’ogni parte del mondo (Mossad, CIA, M6, KGB, ecc), ciascuno perseguendo i propri scopi – brancolava nel buio. Clamoroso il caso del borgo di Gradoli: nessuno pensò a “via Gradoli”, poiché via Gradoli era gestito dai servizi italiani – che “oscurarono” qualsiasi indagine verso quel luogo – non a caso si tornò in quella via per incastrare Marrazzo. Nel gran palcoscenico di via Gradoli vanno in scena rappresentazioni a comando: l’altro ieri le BR, ieri i trans e Marrazzo...insomma, una dependance del Bagaglino.
Ma andiamo oltre, queste sono quisquilie.

Vuoi per l’organizzazione delle BR (ma non dimentichiamo le organizzazioni neofasciste), vuoi per il rimestare dei servizi, vuoi per lo stragismo che era lapalissiano che non si dovesse scoprire nessuno... ebbene...le forze di polizia italiane, praticamente, brancolavano nel buio. La Magistratura, invece, annaspava.
Pressati dai politici e da una larga parte dell’opinione pubblica, non sapendo a cosa attaccarsi,  tornarono alla vecchia moda della delazione “premiata”: una pratica che può essere accettata in tempo di guerra, ma che in tempi normali finisce per sconvolgere due cardini importantissimi: la certezza della pena in relazione al reato commesso ed i metodi d’indagine, solamente rivolti ad estorcere confessioni.

La polizia italiana è abituata a risolvere qualsiasi caso con una confessione da parte di un imputato – osservate quanti casi dubbi circolano suo giornali, gente colpevole, poi scagionata, che torna ad essere colpevole per una “soffiata” vera o falsa... –nel caso la confessione non arrivi, si aprono due vie: o l’estorsione coatta o la costruzione ex novo delle prove per un impianto accusatorio.
Tipico di questa, seconda procedura è il caso Barillà (1): l’imprenditore lombardo scambiato per un trafficante di droga. Avere una Fiat Tipo amaranto con tre numeri di targa che coincidevano con quelli di un noto spacciatore gli costò 7 anni, 5 mesi e 25 giorni di carcere. Le prove? Fabbricate, mediante partite di droga “passate” ai confidenti dal Ten. Col. Gritti (poi condannato), mentre il cosiddetto “Cap. Ultimo” arrestava Barillà. Sulla base delle false prove, il magistrato Italo Ghitti confermò l’arresto, ed il resto fu conseguente.

L’estorsione di confessioni con la violenza, invece, è la perversa pratica che ha portato ad innalzare il livello di violenza e d’impunità all’interno degli apparati di Polizia. La scomparsa di ogni freno – giuridico e morale – è quello che ha condotto ai vari casi Cucchi & seguenti & precedenti. Non perché Cucchi (od una altro dei tanti morti ammazzati di botte) dovesse confessare qualcosa, ma perché l’abitudine ad usare la violenza dilaga nelle menti oramai senza freni, dal CPT che diventa un violento luogo di detenzione, dove si usano mezzi di coercizione da Terzo Reich alla sperduta caserma di campagna dei Carabinieri, dove ad una risposta non formulata correttamente secondo la percezione (distorta) di un agente, può arrivarti un pugno.

Le prostitute (ma non solo) fermate per controlli, ad esempio, vengono tranquillamente violentate senza che nessuno perda il posto e senza che vi siano indagini: altro aspetto che fa straripare il senso d’onnipotenza. Se le donne denunciano (2), gli atti vengono secretati: le notizie, sul Web, rimangono per pochi giorni poi, le strutture informatiche delle forze dell’ordine, provvedono a “ripulire”.

In questo quadro di devianza istituzionale, come volete che siano impostate le indagini? D’altro canto, il potere non vuole persone che sappiano indagare, bensì sono graditi quelli che sanno solo picchiare.
Ecco perché un’Audi gialla può scorrazzare per giorni nel Nord-Est della penisola, senza che nessuno trovi il modo di fermarla: s’aspetta la “soffiata”, la delazione, la confessione. Altrimenti? Nulla.

I mezzi? Mancano i mezzi? Tutte balle. Recentemente è stato abolito il 15° raggruppamento elicotteristi di stanza ad Alberga, all’aeroporto Panero (3). Si risparmia! Racconta la Pinotti. Sì...peccato però che l’elicottero è andato a Volpiano (TO) – sede ideale per operare in Liguria, lunga 250 chilometri, con mezzi veloci (sic!) – ma gli uomini...beh qualche carabiniere semplice è stato trasferito...ma il grosso, diciamo una ventina, sono piloti, specialisti, meccanici...sono rimasti al “Panero”. Senza elicottero. Bel risparmio.

La prossima volta arriverà una colonna cammellata dell’ISIS, che partirà da Trieste, passerà per Venezia e poi farà tre volte il giro attorno a Bologna, per quindi scomparire nell’Appennino. Se qualcuno di voi la vede, non pensi che sia un circo in trasferimento, mi raccomando: telefoni al 113 o al 112, sperando che ci sia qualcuno che vi risponda. E che passi l’informazione “a chi di dovere”.



16 gennaio 2016

Dolcino e Margherita, Ashraf e...

Ashraf Fayadh e..."Margherita"?



Chiedi allo specchio di spiegarti quanto sei bella!
 Spargi come polvere le mie parole ammassate,
 respira profondamente,
 e ricorda quanto ti ho amata….
Ashraf Fayadh

L’uomo che osservate nella fotografia, è un condannato a morte in Arabia Saudita, un cittadino palestinese nato e vissuto in Arabia Saudita di 35 anni, Ashraf Fayadh, poeta rinomato, conosciuto per la sua bravura come lo era l’imam Nimr al-Nimr, altro pensatore passato a fil di spada dal boia di Ryad. Ci stanno proprio prendendo gusto, eh?
Pare che scapitozzare quelli che hanno un po’ di cervello sia lo sport preferito – d’altro canto, dai seguaci di Al-Wahabi non ci si può aspettare molto... – insomma...Dio li fa e poi li accoppia, Al-Saud ed Al-Wahabi, insieme per la vittoria dell’Islam (il loro Islam, ovvio).
Forse è la primitiva credenza che, uccidendo un nemico, ci s’appropriava dei suoi pensieri e della sua anima? Sono proprio così regrediti? Oppure pensano che ammazzando gli oppositori si risolvano i problemi?

Ufficialmente...il giovanotto palestinese è stato un poco scapigliato (è un poeta...)...ah, l’accusa, sì...è accusato d’aver fotografato donne e d’aver conservato (ah, infamia!) le foto sul suo cellulare. Ragazzaccio, ragazzaccio...c’era forse una foto di Lady Gaga? Come se i sauditi non sapessero delle “gite” che i loro conterranei compiono, varcando il ponte, in Bahrein, dove trovano liquori e puttane in abbondanza! Più probabilmente, Ashraf conservava la foto della sua “Margherita”.

In aggiunta, gli hanno appioppato un’accusa di apostasia ricavata dalla traduzione in arabo (dall’inglese) delle sue opere la quale, nel miglior copione infra-religioso e panteista, è un’accusa molto gettonata: anche Giordano Bruno fu condannato per un’analisi delle sue opere, al punto che il filosofo, alla pronuncia della sentenza, rispose ai giudici: Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam (Maggiore sarà in voi, il timore per la sentenza che pronuncerete, che in me nel riceverla).

D’altro canto, neppure noi – in passato – siamo andati troppo per il sottile: Dolcino e Margherita – nel buio 1300 – pensarono di “vivere” la loro religiosità in modo difforme dai dettami di Roma (all’epoca, già zeppa di prostitute ed orge ecclesiastiche) – credendo che lui (religioso) e lei (laica) potessero amarsi in libertà pur amando Dio. Oggi, la cosa ci pare quasi assurda: se a loro sta bene così...già, ma fra noi e loro ci sono stati Cartesio, Spinoza, Leibnitz e poi Rousseau, Diderot, D’Alambert, Voltaire, Montesquieu...
Tutte persone che, più o meno liberamente, riuscirono a cambiare il corso della Storia grazie al loro pensiero: cosa che, prima – oppure per chi non ha appreso questa filosofia libertaria (nel senso dell’opprimente costrizione delle dottrine assolutiste) – non era possibile.

Dolcino e Margherita battagliarono per un anno e mezzo, con i loro seguaci, per affermare la loro libertà religiosa in un momento storico nel quale il dibattito non aveva nessun senso, significava solo – appunto – apostasia.
Catturati, furono subito messi al rogo: Margherita a Biella, bruciata sul greto di un fiume (oggi, qualche anima pietosa ha messo una lapide) mentre Dolcino la confortava e la sorreggeva moralmente. Dolcino, il “pezzo forte”, fu condotto invece a Vercelli – la piazzaforte del vescovo guerriero – dove fu bruciato, non prima, però, d’avergli strappato con pinze roventi il naso, il pene e chissà cos’altro. Supplizi che sopportò (a detta dei cronisti dell’epoca) con straordinaria fermezza.

Poi, giunse quello che Gramsci avrebbe definito, secoli dopo, un “intellettuale organico” – tale Dante Alighieri – che sbatté Dolcino all’Inferno...sette anni prima della sua morte! E chi gli annunciò – nel poema – il suo (futuro) arrivo? Maometto! Una bella scenetta, degna dello scomparso “Bagaglino”. Nota a margine: oggi, un altro intellettuale organico – tale Roberto Benigni, bravissimo attore – si mette a recitare Dante. Similis similia solvitur?
Dolcino e Giordano Bruno sono solo due delle migliaia di vittime (accertate) dell’Inquisizione (1), quasi tutte per eresia od apostasia, ossia “tu non sei completamente d’accordo con me, quindi crepi”.
Che siano state di più è molto probabile, giacché Huitzinga, ne L’Autunno del Medio Evo, racconta di un commercio di condannati a morte fra una città e l’altra: in un’epoca senza Tv, senza giornali, senza cinema, senza Internet...un’esecuzione era uno spettacolo importantissimo! Chissà quante frittelle si vendevano!
Nel 1820 il Tribunale dell’Inquisizione cessò di giudicare (rimase, fino a Paolo VI, il Sant’Uffizio, oggi Congregazione per la dottrina della fede, del quale Ratzinger è stato, fino all’elezione al soglio papale, Prefetto) forse perché l’Illuminismo, le cui idee erano dilagate con Napoleone in tutta Europa – anche se si era oramai in epoca di restaurazione – fece capire alla Chiesa che era meglio non “allargarsi” troppo. Il mondo del lavoro iniziava a creare problemi: insomma, c’erano altre priorità.

Oggi, ad Italiabad, la pena di morte va molto di moda, è rapida, segreta, quindi nessuno ne sa niente: è tornato il modo più rapido ed indolore di risolvere le faccende, da noi ed in Saudistan.
Diovanardo Giovanardi, da noi, è l’alfiere dei nuovi cavalieri assassini, concede loro una patente morale di pentimento ogni volta che – ahimé, accidentalmente! poveretti... – ammazzano di botte un Cucchi, un Uva, un Aldrovandi, un Rasman...va beh, non fatemi scrivere righe e righe...mentre quelli della Uno Bianca, dunque, quelli erano, erano...sì, afflitti da una patologia psichica familiare (colpa della legge sul divorzio!), ma, in fondo, erano bravi ragazzi! Gli altri? Mele marce. E, si sa, le mele marce si buttano: questo è il pensiero del buon Diovanardo.

In Saudistan non coltivano mele, né buone e né marce, però c’è la tradizione da rispettare, e dunque si deve concedere al boia la sua arte: l’affilatura della scimitarra, la veste bianca, poi il colpo ed il salto, per non essere investiti dal sangue e sporcare la veste.
Sicché, qui da noi dovremmo – a fronte di comportamenti inaccettabili sul fronte della sicurezza della vita del detenuto – capire cosa sta succedendo, prendercela con i nostri contemporanei o, addirittura, con le generazioni successive, invece, la tragedia musulmana è proprio che loro sono i discendenti dei grandi pensatori Abbassidi! Sembra di raccontare una favola.
I loro padri, erano anni luce avanti rispetto ai figli!

Fra l’anno 800 ed il 1000, approssimativamente, sulle rive dell’Eufrate prosperò una delle civiltà più libertarie esistite sulla faccia del pianeta. Rammentate: doveva ancora scoccare il mitico anno 1000!
Eppure, Baghdad era una città di gran cultura, dove nelle librerie (più di 100!) si ricopiavano libri a spron battuto, dove poeti e grandi matematici pensavano, studiavano e facevano progredire le loro discipline...nella medicina si praticavano le prime anestesie a base d’oppio...mentre lo Stato era “leggerissimo”, si occupava solo dell’esercito e della rete fluviale. Tutto il resto, ai privati.
Ci sono giunte cronache dell’epoca dove sono annotati i barili di vino, le chiatte cariche di barili che risalivano i fiumi: nella Baghdad abbasside, il corpo era corroborato con il vino e la Sharia annacquata con abbondante acqua.

La scuola filosofica dei Mutaziliti (Separatisti) si affermò nel periodo aureo dei califfati abbasidi, e sosteneva – oggi diremmo “illuministicamente” – che “solo la logica (kalam) può riconciliare in pieno ragione e fede”. Rousseau avrebbe applaudito.
E quando Hassan el-Banna, ad Ismailia nel 1928, fonda la Fratellanza Musulmana con lo scopo di conciliare, finalmente, “Islam e Modernità”? Vengono impiccati, senza troppi pensieri, da Gamal Abdel Nasser nel dopoguerra.
E, oggi, si commina la pena di morte per apostasia? Fra l’altro (per quel che conta..) stralciata come reato dall’ONU con l'articolo 18 della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo?

Penso che esistano ancora, dopo gli attentati, dopo Colonia, dopo la Palestina martoriata, dopo il macello iracheno ed afgano ed altro ancora, due popoli disposti a parlarsi: ne sono certo, alcuni li conosco personalmente, altri no...esistono persino in Israele. Però, so una cosa, la so per certo.
Siamo i più, siamo una moltitudine che si domanda: perché mai Israele può bombardare a piacimento Gaza, compiere eccidi tremendi, senza che nessuno si alzi – dall’ONU, o da un altro dei posti che contano – sbatta il pugno sul tavolo e dica “adesso basta!”? Perché mai quei soldati di cento nazioni devono scorrazzare nei Paesi arabi, armati fino ai denti per “portare la pace”? Perché gruppi di guerriglieri giungono fino in Europa ed uccidono gente inerme? Perché, la Sharia permette di violentare una donna per strada se non è completamente coperta, ed il cuore del Profeta sanguina per una birra? Già, “conciliare con la modernità...”

Sgombriamo il campo dalle varie propagande sulla conquista di Roma od altre fanfaluche: nel minimo storico toccato dall’Europa in termini di potenza militare, proprio in coincidenza con i massimi degli Abbassidi, Carlo Martello, con un esercito raccogliticcio, fermò a Poitiers ogni speranza di conquista araba dell’Europa. L’emiro Boabdil, dal suo Alhambra andaluso, pagava le tasse ad Isabella di Castiglia!
Oggi, l’Europa – se si fa una somma bruta di mezzi e uomini – è la prima potenza mondiale: continuare in questo modo, significa solo fare più morti, 100 in Europa ed 1.000.000 in terre musulmane, a che pro?

Conosciamo entrambi la geopolitica, ma il petrolio ce lo avete sempre venduto e noi lo abbiamo sempre comprato, ieri capitò con le spezie, domani capiterà con l’energia solare: siamo indissolubilmente legati da questioni economiche che esulano dalle religioni, e da gente maledetta che ci gioca sopra.
Ma siamo tanti, siamo la stragrande maggioranza, a Roma come Baghdad, a Milano come ad Isfahan, a Napoli come a Samarcanda...siamo la moltitudine di persone che leggono sul Web e non approvano, che non sono d’accordo con i morti ammazzati, da qualsiasi parte vengano. E gli assassini, siano essi Daesh od i corpi speciali USA, hanno le mani sporche d’identico sangue. E non è vero che un grammo di cardamomo valesse la vita di un uomo, né un barile di puzzolente petrolio: facciamo sentire la nostra voce, un coro, un urlo di Munch che faccia più volte il giro del Pianeta.

Sappiamo che in Arabia Saudita, in quella terribile dittatura, non è possibile essere oppositori politici, perché si diventa subito “apostati”, e c’è anche la giustificazione giuridica! Sono i custodi dei luoghi santi dell’Islam!
Facciamo smettere questa tragica buffonata medievale e, per favore, la prossima volta che una delegazione italiana andrà a Ryad, si comportino da uomini invece che da quaqquaraqqà. Lascino i Rolex sui tavoli, facciano finta di non vederli, invece di rubare quelli degli altri e svegliare mezzo palazzo reale, la notte, con la gazzarra che scoppiò (2).
Bel contributo – vero Renzi? – per salvare un tuo coetaneo condannato a morte per aver fotografato delle donne e per un reato prescritto da tempo all’ONU?

06 gennaio 2016

Su e giù, lungo le scale della Storia

"The Poet and the Painter casting shadows on the waters
 the sun plays on the infantry returning from the sea."
"I poeti ed i pittori stendono ombre sulle acque,
 (mentre) il sole gioca sulla fanteria che ritorna dal mare."
Jan Anderson, Jethro Tull, Thick as a brick, (1972)

Anno nuovo vita nuova: già, così dicono. Ciò che noto, invece, nella cosiddetta “editoria alternativa”, è che siamo un poco incartati, motore in palla, che tossicchia e non supera i 3000 giri. Leggo gli articoli di Paolo Barnard o di Alberto Bagnai e m’accorgo che si continua a bofonchiare – per carità, con competenza – su monete e fondi, soluzioni finanziarie salvifiche...quando il vero problema è sì (anche) il sistema finanziario, ma soprattutto l’impianto di governo dell’economia. Finiamo per diventare dei commessi di minuteria: come quelli che “lottano” per cambiare il PD di Renzi dall’interno, buffonate. Oppure credere che il cosmo sia la Luna, il cattolicesimo l’Ave Maria, il buddismo Om mani padme Om e la politica Renzi, la Boschi, Razzi e Grillo.
Non voglio giungere al famoso dito ed alla Luna, ma ci siamo vicini.

E poi ci sono i complotti, che sono sempre esistiti: in politica, si chiamano più semplicemente “diplomazia”, poiché le mille e mille sedi diplomatiche – più i veri centri studi di contorno, i think-tank, i convegni dei “saggi”, i servizi...eccetera –  altro non sono che congreghe per cercare di fregare gli altri. Come? Complottando, ovvio: c’è da meravigliarsi? Un ambasciatore è massone, uno “studioso” è del Bildenberg, un economista è della Trilaterale, altri giungono dal FMI, chi dalla Banca Mondiale...e da dove potevano giungere? Dall’Almanacco Topolino?!? Dalla “politica”: ah, ah, ah...
Perdere del tempo per tracciare i confini del complotto, o addirittura divinare aruspici (avete letto l’incipit di Jan Anderson?) è tempo perso, perché le migliaia di persone profumatamente pagate per crearli, alla velocità della luce ne creeranno altri. Indicarli, sottolinearli...questo sì, ma non perderci troppo tempo, non farne il centro del giornalismo: altrimenti, si finisce sempre con il famoso dito. E quelli ridono, pensano: quanto sono stupidi...

Eppure, non sempre è stato così imponente l’attacco dei “divinatori” del futuro, soprattutto quelli dei think-tank targati USA. Perché? A ben vedere, il capitalismo finanziario – il trionfo della finanza, e gli USA sono il centro finanziario/militare del mondo occidentale – appartiene alle epoche di minor saggio di profitto industriale: meno beni si creano e si consumano, maggiori sono i “giochi” ed i “passaggi di mano” da parte di chi tenta di far soldi inserendosi nella catena degli sfruttatori. E chi deve creare quei beni? Ovunque sia, peggio per lui.
Nei periodi postbellici, ad esempio – quando c’è tutto da ricostruire – il saggio di profitto complessivo è altissimo e, di conseguenza, conviene investire i soldi direttamente nelle aziende, creandole, oppure ricorrendo alla partecipazione azionaria la quale, guarda a caso, in quei periodi non riserva sorprese, se non il naturale fluttuare dei valori azionari.

Le monete? Non conta nulla la moneta che circola, basta averla e si duplica quasi da sola: ogni cosa si vende ed in fretta! Non ci credete? Nella Germania sconquassata del dopo Prima Guerra Mondiale, inventarono addirittura il Rentenmark – nell’epoca della parità aurea, una vera e propria bestemmia! – il quale non aveva altra copertura che...il fatto che tutti ci credessero! Poi, terminata la buriana, si tornò al Reichsmark, ma la valuta “effimera” ebbe corso legale fino al 1948! E noi stiamo a cincischiare su questa o quella moneta? Ma è solo il metodo per misurare il valore!
Se non va bene l’euro, ti possono immantinente inventare il Cocco, il Petto, il Moloch – e te le possono fare con banca centrale pubblica o privata – più difficile (in realtà, meno conveniente) affrontare un discorso globale sulla teoria del valore, che condurrebbe a dover scomodare Adam Smith, Ricardo e Marx, solo per citare i principali filosofi che se ne sono occupati. Perché filosofi? Ma, secondo voi, ad occuparsi di teoria del valore – ossia di una prassi che pervade la vita di noi tutti – dovrebbero essere gli economisti?!?
E le banche?

Nei periodi di capitalismo “industriale” se ne stanno buone buonine e fanno il loro mestiere: forniscono denaro ad interesse, remunerando i depositi con un interesse minore. Per statuto, non possono fare profitti. Ricordate le Casse di Risparmio? All’epoca, il circuito ICCRI era la principale banca italiana, e doveva esserlo, poiché la produzione industriale non poteva attendere. Ho spiegato, in un recente articolo, l’assurda vicenda odierna di Fincantieri, “in crisi” per necessità di capitali, con il portafoglio ordini (e, quindi, in prospettiva profitti) più elevato in tutta la storia dell’azienda. Una storia fuori tempo massimo.
Banche d’affari? Una sola: Mediobanca, per l’uso privatissimo di lor signori, più un salotto buono che una banca.

Poi, cambiano i tempi: la gente non ce la fa più a cambiare una lavatrice l’anno, il saggio di profitto crolla e le fabbriche chiudono. Che fare?
Due sono le possibilità: la guerra, oppure il capitalismo finanziario.
Se non ci fossero le armi nucleari, state sicuri che la Terza Guerra Mondiale sarebbe già scoppiata da tempo: invece, non scoppierà mai più, almeno nei termini che la conosciamo. Si farà solo contro chi non possiede il potere dell’atomo, così stiamo al sicuro. Gheddafi se, invece di credere alle fandonie euroamericane, comprava i missili coreani (gittate di 2000+ km), oggi stava tranquillo nella sua tenda nel deserto, con Berlusconi accanto ed una montagna di Viagra sul tavolino. E i libici, rivedendo a posteriori, stavano meglio.
Perché Wall Street aborrisce la guerra nucleare?

Poiché non vogliamo che il nostro bel Risiko/Monopoli, al quale siamo così affezionati, sparisca, volatilizzato da un Feuersturm nucleare, polverizzato insieme al prezioso tavolo sul quale era posato. Noi? Fuggiti da tempo ma, senza il nostro gioco...
Così, niente guerra (nucleare) e niente distruzioni per ripristinare il capitalismo primitivo, nel quale si guadagnava un euro, tallero, zecchino...il pezzo.
Una situazione storica completamente nuova – almeno, in questi termini, perché nell’ultimo quarto del secolo XIX avvenne qualcosa del genere...ricordate lo scandalo della Banca Romana? 1892, un secolo esatto prima di Tangentopoli –  un quadro globale mai visto nel panorama umano.
Oggi, non si possono mandare i carri armati in giro. Qualcuno vorrebbe...non posso sollevare la mia ascia contro XY perché ci fa paura la sua?!? Te lo faccio vedere io...
Fermatelo, all’occorrenza sparategli, anche se è dei nostri. Ecco come vanno le cose: vedrete quanto ci metteranno a calmare sauditi ed iraniani dalle loro (giuste, sbagliate, ininfluenti, terribili...) velleità di “muscoli”.

Sia detto subito che il capitalismo finanziario non è proprio la panacea di tutti i mali per i tempi di vacche magre (saggio di profitto basso): sì, riesce a metterci una pezza ri-localizzando le aziende, sempre alla ricerca del mercato degli schiavi più promettente...però, dopo, si cominciano a perdere i pezzi sul fronte interno: salari minimi, occupazione saltuaria, welfare evanescente (per loro non è un problema, ma anche lì si spendono meno soldi, quindi meno profitti), eccetera...in sostanza, il prezzo delle merci deve essere tenuto bassissimo, altrimenti nessuno compra, e ciò vanifica in gran parte i risultati della globalizzazione sotto il profilo produttivo.

Il capitalismo finanziario è un mestiere per cuori e menti salde: le banche saltano come birilli, dall’oggi al domani i fondi perdono valore e ti ritrovi con un pugno di mosche...reggono i fondi sovrani...ma, se qualcuno dovesse dare l’assalto anche a quelli (sempre che non ti sparino prima), cielo che disastro!
Il principale problema, però, è la perdita d’immagine del capitalismo, da sempre presentato – in alternativa ai sistemi totalitari (fascismi/comunismi) – come la pietra filosofale che risolve i tuoi problemi. E, attenzione, quella visione è iniziata molto tempo fa, almeno da quando non dobbiamo più raschiare le cortecce delle betulle e metterle a bagno nell’aceto per toglierci la fame. A volte, se mancava l’aceto, erano cortecce e basta.

Non abbiamo più la consapevolezza che un topo è il massimo dei banchetti possibile (solo pochi secoli or sono), ma i tempi delle “liquidazioni” da 100.000 dollari (dell’epoca) che ricevettero i militari americani congedandosi dopo la 2GM sono lontani, molto lontani, sembra che non siano mai esistiti. Eppure, il “regno della felicità” americano dei Fonzie, è esistito e tutti, all’epoca, furono convertiti: il capitalismo è il meglio che mai si sia visto, continuiamo così. A Cuba mangiano banane, noi bistecche e salmone.

Come si fa a spiegare che il capitalismo finanziario è roba da 500 euro il mese per lavorare come schiavi senza nessuna garanzia del futuro, senza pensione quando diventi vecchio, con medici oramai ansimanti negli ospedali, con professori mal pagati e che iniziano ad avere qualche certezza dopo i 50 anni? Quando il capitalismo “produttivo” ti mandava in pensione?
Ci vogliono personaggi con una forte carica mediatica per mantenere la calma, gente che su Twitter fa grande politica (ah,ah,ah!), ed uno stuolo d’idioti che ci cascano: un personaggio come Matteo Renzi è perfetto, sembra clonato in vitro dopo una lunga gestazione artificiale.

Il nostro compito – almeno, mi piacerebbe che ci fosse dibattito sull’argomento – mi sembra che dovrebbe essere “far notare” alla gente (a quelli ancora preda dell’idiozia) le incongruenze e le mille infelicità che questo sistema economico porta con sé, non dire loro che incrementando temporalmente il rateo dello spread il millibar della guerra climatica diacronica decresce: secondo voi, ci capiscono qualcosa? Ma, qualcuno di noi cosiddetti scrittori o bloggher – ma anche i lettori, prima di commentare – va, ogni tanto, in un mercato rionale e si confronta con le persone vere? In carne ed ossa?
Oppure corre solo dietro ai think-tank americani? Quelli – ricordatelo sempre – sono gente pagata dall’establishment politico perché, finanziando le fondazioni, detraggono quei fondi dalle tasse.

Ma...qual è lo stato di salute del capitalismo, e quali sono le possibili soluzioni?
E’ vero che, oggi, poco più della metà della popolazione si reca al voto – e questo è un buon risultato per l’Italia: non ne parlano mai, ma è una delle principali preoccupazioni perché ogni voto “comprato” (per assicurare la cosiddetta governabilità) costa di più, le mafie alzano il prezzo, vogliono più contropartite e sempre più “succose”, il che aggrava la condizione della popolazione – ma sono ancora molti.
Con trascorrere del tempo, il voto per appartenenza (ideale) sarà un limite tendente a zero, mentre, per contrappasso, quello per convenienza andrà alle stelle: si notano fenomeni nuovi, come la completa “franchigia” giudiziaria per qualsiasi reato legato alla pubblica amministrazione, e sempre più gravi ed evidenti. Segno che la compravendita di favori e voti è necessaria, come l’acqua nel deserto.
Il problema non è, come afferma Grillo, arrivare al “51%” – perché non ti faranno giungere mai, sentito parlare di brogli? Visto “Il portaborse”? – bensì quello d’incrinare, pesantemente – in un mondo d’immagini – l’immagine del capitalismo.

Quella lontana immagine americana – le banane a Cuba e le bistecche negli USA – è la chiave di volta che sta crollando: vuoi l’automobile? Indebitati! Ma, indebitandoti, domani sarai ancora più povero e meno in grado di soddisfare le tue necessità. Nel capitalismo finanziario non c’è nessuna cornucopia che sforna soldi – a ben vedere, quella è rimasta nel capitalismo industriale – e, dunque, l’immagine del capitalismo come quella forma di governo dell’economia che “soddisfa ogni bisogno” sta irrimediabilmente offuscandosi, s’allontana, come dietro ad un vetro appannato.
Abbiamo già ricordato che una guerra, in grado di portare distruzioni tali da far partire una nuova fase di capitalismo industriale (le bombe atomiche sono presenti anche nelle nazioni emergenti), è impossibile: terminata la fase “attiva” nelle economie emergenti, la stagnazione sarà planetaria. Allora?

Bisognerà, con pazienza, tornare a ragionare in termini di teoria del valore e distribuzione delle merci: qualcosa già si sussurra, come le provocatorie ammissioni di “lancio di banconote dagli elicotteri” le quali, altro non sono che una molto primitiva ed infantile richiesta di metter mano alle teorie del valore ed alla distribuzione (o re-distribuzione) delle merci.
La Storia ci fornisce qualche esempio? Pochi, in verità, alcuni molto lontani, altri più vicini ma difficili da inquadrare per applicarli a livello planetario. Ci vorrà molto lavoro, e molte teste pensanti.

Se ne vogliamo trovare uno abbastanza lontano, ci sono le terre comuni – ossia il concetto di “qualcosa” che non è di nessuno, un bene che è anche tuo per solo diritto di nascita – il quale fu la principale ragione di due rivoluzioni, quella inglese e quella francese. I nobili volevano sopprimerle (ricordate Robert di Loxley, ossia Robin Hood?) e, al tempo di Luigi XIV, le patenti di nobiltà si vendevano facilmente al mercato di Versailles, bastava pagarle. Come? “Cartolarizzando” delle terre (Colbert, ripreso poi da Tremonti) – ossia incassando un valore minore, ma subito, per beni dei quali era incerta la sorte, perché si dovevano “rubare” alla collettività – e i francesi, i francesi...ci misero del tempo a capire l’inganno...però realizzarono la più importante rivoluzione del Pianeta.

L’attacco alle terre comuni non fu, in entrambi i casi, la “scintilla” che fece scoppiare l’incendio ma, nel ricordo collettivo, il “macigno” che s’abbatté sulla nobiltà la quale, con la fine del Medioevo, era fallita insieme al suo modello teocratico. In altre parole, mostrò che il nobile era lì per volontà di Dio, ma...E, quel “ma” fu determinante.
Notiamo che in Inghilterra si giunse ad un accordo fra le parti, mentre in Francia – nonostante un re più aperto al cambiamento – non ci s’accordò...quisquilie...la fuga di Varennes fece perdere la testa a Luigi XVI...

Oggi, si torna a ragionare in termini simili. Qualcuno chiede: perché mai, se io vengo al mondo come chiunque altro, devo avere una vita completamente in salita, ed altri in discesa?
Le religioni, a questo punto, giustificano tutto: eh, mio caro, accetta il volere di Dio, Allah lo vuole...oppure il karma...ne hai combinate nelle vite passate, eh? Come potrete notare, la via per giungere ad un reddito di cittadinanza non è lastricata di problemi economici, bensì filosofici.
Ci potremmo inventare un reddito di cittadinanza, uguale per tutti (miliardari compresi): un reddito minimo (si parla di 500 euro, ma è solo un esempio), che non coprirebbe le spese del vivere, ma lascerebbe più calma per trovare la propria strada e, il progresso umano – nel senso principalmente delle scoperte scientifiche – fu realizzato da persone che non avevano di che preoccuparsi. Vedi Alessandro Volta, Galileo, Edison (che ebbe dei mecenate), eccetera...

La fonte, ossia dove si trovano i soldi? Il prof. Fumagalli – nel celebre saggio “10 tesi sul reddito di cittadinanza” (1) – ha impostato il problema istituendo un’imposta dello 0,01-002% sulle transazioni finanziarie. Come vedete, il problema è prima filosofico che tecnico: ad una domanda in merito, Elsa Fornero rispose che “se si faceva una cosa del genere, gli italiani si sarebbero fatti tante pastasciutte e non avrebbero più lavorato”. La cosiddetta “etica del lavoro”, a ben vedere, è la vera nemica del reddito di cittadinanza.
Perciò, meglio campare di pane e latte finché dura mamma, ossia finché ci sarà la sua pensione – perché questa è la dura realtà di tante situazioni odierne – piuttosto che incrinare l’etica del lavoro: i nostri “politici” sono tutti d’accordo (salvo il M5S).
Questa novità, però, proporrebbe un nuovo scenario: converrebbe a tante persone riunirsi, vivere in piccole comunità per suddividere i costi comuni. Quale bestemmia per l’establishment al potere! Il vivere comune è un pericolo assolutamente da evitare: la gente parla, si confronta, non sta più a farsi imbambolare di fronte alla Tv!

I nemici del reddito di cittadinanza, delle nuove terre comuni, potremmo dire – ricordiamo che siamo partiti dal problema “cosa fare di fronte a questa follia del capitalismo finanziario” – non sono dunque quelli tecnici (reperimento dei fondi) bensì filosofici (etica del lavoro) e politici (e dopo? Io, come faccio ad avere potere?). Contro queste tesi, si combatte parlando, scrivendo, divulgando...ricordiamo un detto orientale “quando l’allievo è pronto, il maestro appare.”

L’altro problema è la moneta, poiché viene considerata il vero problema in tutte le sale, dimenticando che una moneta che non ha, alle spalle, una seria risposta al problema del valore delle merci, è come un orologio per bambini (di un tempo), di quelli che non segnavano l’ora, bensì muovevano le lancette con la sola rotazione del pomello.
Ci sono stati alcuni tentativi in merito, come quello di assegnare ad una moneta il valore di un’ora di lavoro media per tipologia, livello, ecc del lavoratore, calcolata a livello planetario, tenendo conto di una media dei prezzi d’acquisto. Ovvio che non l’hanno mai presa in considerazione: finché c’è mercato c’è speranza!
Ci sono economie, però, che della moneta – per gli scambi più comuni – non sapevano che farsene.

Premetto di non essere mai stato in URSS, però d’aver avuto notizie di quel “pianeta sconosciuto” da chi si recava abitualmente per lavoro: i naviganti. La Cortina di Ferro esisteva in terra: in porto, dopo aver oltrepassato la barriera doganale – se non insospettivi i tanti “vopos” in giro – vivevi tranquillamente. Stiamo parlando di gente con una divisa addosso, forse li faceva sentire più “vicini”, chissà...come del resto avveniva per i marinai sovietici da noi: giravano in gruppo, sempre seguiti dal commissario politico, lo zampolit.
Talvolta, le compagnie fingevano (in accordo con i comandanti) avarie per approfittare dei bassi costi della comune manutenzione, e allora capitava che la nave restasse in porto per settimane.
Cosa raccontano le mie fonti?

Narrano di un mondo che potremmo definire “alla rovescia”.
Un amico rimase ad Odessa per due mesi, causa lavori di manutenzione: quando resti due giorni visiti la città e qualche locale notturno, quando ci rimani per dei mesi, stringi amicizie. Così fu: strinse amicizia con una coppia di sposi che avevano un bambino piccolo, erano entrambi studenti. Lo Stato sovietico, all’epoca, finanziava gli studi – ti pagava uno stipendio – a patto che tu studiassi veramente: era consentito fallire un solo esame, in tutta la carriera universitaria.
Così, si schiusero davanti ai suoi occhi le porte dell’Impero comunista, ma si schiusero dal basso, dalla vita di tutti i giorni.

In casa, ad esempio, c’erano biscotti per il bambino persino sui lampadari: il russo gli spiegò l’arcano.
I biscotti arrivavano con i treni: tu eri avvisato e ti recavi allo scalo ferroviario. Il problema non era la quantità – ce n’erano in abbondanza (per gli ultimi, i ritardatari c’era l’ovvia “lotta” per strapparsi l’ultimo pacco, che fece la fortuna delle Tv capitaliste...vedete?) – il problema è che non sapevi mai quando sarebbe arrivato il prossimo treno. Probabilmente, non lo sapevano nemmeno a Mosca: quante notizie ci furono di treni carichi di patate lasciati per una notte su un binario morto, oltre gli Urali! Quando arrivavano a Mosca, non c’era altro da fare che buttare tonnellate di patate congelate.
Le disfunzioni di quel sistema erano tante, però si campava discretamente e la vita era tranquilla: una sola sera l’amico fu redarguito da un poliziotto, perché aveva accennato un twist sulla pista da ballo. A gesti, gli fece capire che bisognava ballare allacciati alla propria dama, era la regola.
Il dramma erano le liste per avere beni più importanti e costosi: quando ripartì, il russo gli chiese un favore. Perché, quando sarai “di là”, non mi compri un mangianastri portatile, stereo? Era il suo sogno: in URSS non esistevano, e gli ficcò in mano una montagna di banconote.
L’amico partì (la nave faceva spesso scalo ad Odessa) ma, quando fu in Italia, notò che i prezzi erano molto alti (fine anni ’60) per quel tipo di strumento...al cambio, avrebbe dovuto “dilapidare” quasi tutti i rubli avuti in consegna...
Tornò senza mangianastri. Il russo s’arrabbiò, e parecchio rivedendo la mazzetta di rubli che, il nostro, gli contava con attenzione. “Ma io, in banca, ho montagne di questa roba: è il mangianastri che non ho!”

In un sistema con valore della moneta stabile per editto, ed inflazione nulla sempre per legge, le distorsioni si scaricano sulle singole merci, che siano biscotti, patate o mangianastri. Questa era la rozza applicazione della teoria del valore marxista nel Paese che si diceva “figlio di Marx”.
Perché ho raccontato questa storia? Perché, come sempre quando si richiamano esperienze passate, c’è qualcosa di buono e qualcosa da buttare.

La prima cosa che salta agli occhi è che la moneta, in sé, si trascina dietro un sacco di problemi: il primo è il suo rapporto con la merce, che dipende da mille fattori ambientali e dall’inflazione. Di più: nessuno garantisce quei rettangoli di carta, nessuna banca centrale e, tanto meno, un eventuale cambio in Oro.
Eppure, proprio il capitalismo ci fornisce dei mezzi – potremmo affermare che li “scopre” – per dirimere la questione: il commercio dei buoni-pasto (o buoni-mensa), che spopola perché...i buoni non sono tassati!
Ti pagano con buoni-pasto, fai la spesa con buoni-pasto: è una moneta belle che pronta.
Di conseguenza, una moneta basata su un buono pasto – fatti salvi dei precisi requisiti: primo, secondo, contorno, acqua e caffè, ad esempio, ed un contenuto maggiore o uguale a tot di proteine, carboidrati, ecc – potrebbe essere una delle più stabili che conosciamo. Varia al valore medio del pasto: lo so, è un po’ come il famoso “paniere” per l’inflazione, ma si applica ad un solo bene, un pasto medio, una rilevazione facile e poco adatta ad essere manipolata.

Non ho la pretesa di riscrivere la teoria del valore su queste basi – sia chiaro, sarebbe una buffonata – ma quella di trovare un ancoraggio reale ad una moneta: ce ne potrebbero essere altri ma, se cerchiamo un ancoraggio reale e il più stabile possibile, non possiamo uscire più di tanto dal mondo naturale.

Il secondo punto (tratto dall’esperienza sovietica) che mi ha fatto riflettere è quel treno carico di biscotti. O forse anche d’altri beni su vagoni diversi, non lo so.
Noi, siamo partiti dalla bottega, passati al negozio, quindi al supermercato rionale, all’ipermercato...fino ad E-bay. In tutto questo bailamme, notiamo che il mercato rionale all’aperto si svolge coi termini e nei modi di secoli or sono.

Quante volte li abbiamo incontrati, tutti. Sono i dannati di E-bay, del nostro bisogno (legittimissimo!) di comprare una merce ad un cent di meno. Fanno addirittura 100 consegne il giorno, non hanno più vita, per guadagnare una miseria: anche fossero 100 euro (“sporchi”) il giorno, quel prezzo non vale la vita che fanno.
Di là delle sofferenze di quegli autisti (da giovane, lavorai per la TRACO, conosco quel mondo) è un sistema primitivo: le merci, tramite i furgoncini, vanno ai centri di raccolta poi, in autotreno, percorrono le lunghe tratte infine, il furgoncino fa le consegne domiciliari.
Riflettiamo sulla quasi sovrapposizione fra ipermercato e centro di raccolta: entrambi, sono delle strutture che contengono merci, che partono dai luoghi di produzione (o dai porti) e finiscono nei magazzini. A parte le luminarie ed i colori, gli ipermercati potrebbero diventare dei luoghi dove c’è un semplice bancone, dietro, il magazzino vero e proprio.

Ordini su Internet, paghi, ti viene inviata una ricevuta elettronica, la stampi (meglio, la invii al magazzino via Web), quando la merce arriva ti rechi a ritirarla. Con sovrapprezzo, la consegna a domicilio.
A parte alcuni beni di pronto consumo – pane, verdura fresca, carni, ecc – e quelli per i quali necessita un controllo – le armi, ad esempio – tutto potrebbe funzionare in questo modo. Ci stiamo, lentamente, avvicinando: in un grande centro di vendita di materiali per l’edilizia, trovi dalla semplice vite fino al carrello elevatore. Tutto per costruire una casa.
Risparmi? Enormi.

Niente casse, nessun flusso di denaro, nessun autista che bestemmia perché il “26” di via Innocenzo Fedragghini non si trova...soprattutto, risparmi sul magazzino merci: viaggia e giunge in deposito solo la merce già venduta. Tutto ciò è irrealizzabile senza un reddito di cittadinanza – non un sussidio di disoccupazione! – che renda più “fluida” la transizione.
Lavori quattro ore? Reddito di cittadinanza + la paga oraria per quattro ore. Acquisti un’automobile da 15.000 euro? Paghi 15 euro in più, per finanziare il reddito. Compri un milione di euro di petrolio per speculare? Paghi un po’ di più, mille euro (ma, per le tipologie di prelievo, Fumagalli prevede aliquote progressive, come sentenzia la nostra dimenticata Costituzione).

Ricordiamo, fra una cosa e l’altra, che sommando l’8 per mille ed il 5 per mille s’arriva al 13 per mille, ossia all’1,3% che ogni anno, che lo vogliamo oppure no, ci prendono: sono circa 1,5 miliardi (secondo i dati ufficiali, ma secondo un computo basato su PIL ed aliquote fa almeno 10 volte tanto) che finiscono nelle tasche dei monsignori (cosa racconta il Vaticano sulle ultime vicende?) e dei segretari di partito. Soldi per il reddito di cittadinanza no, sarebbe un furto (!), un attacco all’etica del lavoro e Stakanov si rivolterebbe nella tomba.

Come si può notare, di idee per sostituire questo marcio capitalismo ce ne sono – e, sono sicuro, tante altre se ne possono trovare – e la domanda potrebbe essere: già, ma quando? La fine del capitalismo è prossima, perché ci sono molti segni – tutti interni al capitalismo stesso – l’appannamento della sua immagine come dispensatore di ricchezze, il ricorso ad artifizi di bilancio (quali le cartolarizzazioni) per sanare bilanci insanabili, il ricorso alla guerra per accaparrarsi le risorse naturali, l’aumento costante e sempre più “fantasioso” di tasse ed imposte, ecc.
Già, ma quando?
Potrebbero volerci 2 anni o 200: dipende anche, molto, dalla critica (anche propositiva) che si riesce a portare avanti ma, attenzione: stiamo attenti a non fare critiche che rimangono all’interno del sistema capitalista, non servono a niente.

Piuttosto, diamo spazio alla nostra inventiva e portiamogli il conto, ogni giorno che passa.