21 gennaio 2021

Covid e Clima: una lezione da non scordare

 

La storia dell’Uomo, se espansa fino ai primordi, non supera i 20 milioni di anni: la Terra come pianeta, invece, ha 4,5 miliardi di anni. A dire il vero l’Uomo che conosciamo – ossia l’Homo Sapiens – ha appena 200-300.000 anni mentre gli ominidi che già erano bipedi e sapevano scheggiare qualche pietra non superano i 5 milioni di anni: siamo giovani, giovanissimi.

Il Covid-19 è un bruscolino, se confrontato alle tragedie che ha vissuto la vicenda umana nel suo svolgersi per milioni di anni, eppure – nonostante siamo la specie che è giunta agli apici della conoscenza – non siamo nemmeno in grado di gestire un bruscolino come il Covid.

Non siamo nemmeno in grado, a livello planetario, di gestire una pianificazione dei vaccini che risponda ad una domanda semplice: cosa serve per la sopravvivenza della specie?

Il Covid, nel suo comportamento, ci ha mostrato di non essere in grado di sterminare l’umanità: però, se lasciato libero di circolare come vuole, sappiamo essere in grado di sterminare facilmente una grossa fetta del genere umano. In realtà, non siamo nemmeno così certi che, una volta uccise le persone più anziane, non sia in grado – con qualche mutazione – di rivolgersi ai più giovani. Il virus della Spagnola, ad esempio, ebbe un comportamento simile.

Eppure, una quota importante della popolazione umana ha scelto di non comprendere, di non capire i rischi alla quale è esposta: sono i comportamenti infantili dei negazionisti, i rifiuti fra il personale sanitario alla vaccinazione, fino alle “rivolte” dei ristoratori, che non comprendono che il virus non è “diverso dalle 8 del mattino alle 8 di sera” (come affermano), bensì che il virus infetta per vicinanza, e se non c’è distanza fra gli esseri umani, infetta.

Detto questo, vediamo come affrontiamo il problema del clima – che è senz’altro più grave del Covid – pur essendo la nostra civiltà la più evoluta che mai ci sia stata sulla Terra: almeno, secondo le nostre conoscenze.

Il grafico che ho mostrato, deriva da uno studio delle temperature sulla Terra eseguito con un “carotaggio” in Antartide e ci fornisce dati per gli ultimi 800.000 anni: è stato eseguito con il metodo di rilevazione sugli isotopi dell’Ossigeno, che fornisce risultati validi. Dunque, per un periodo nel quale il genere umano era già presente.

Osservando il grafico, scopriamo che le aree nelle quali la temperatura media del Pianeta è stata superiore a 0° gradi centigradi, rappresentano circa il 10% del totale, mentre quelle inferiori a 0° gradi centigradi sono il 90%: la Terra risulta, in genere, un pianeta freddo: solo eccezionalmente temperato, per brevissimi periodi caldo.

Eppure, siamo sopravvissuti.

Infatti, i reperti più importanti e significativi che siamo riusciti a trovare negli scavi paleontologici si trovano quasi tutti in Africa e tutti nella fascia equatoriale: proprio le aree dove il clima, durante le glaciazioni, era almeno tollerabile, consentendo la caccia e la raccolta di frutti ed ortaggi selvatici.

Perché questo squilibrio di 90 : 10 a favore del freddo?

Anzitutto, il clima sulla Terra è ciclico ed il freddo è favorito sul caldo dalla velocità di reazioni termodinamiche: il freddo giunge in fretta e si stratifica, mentre il caldo – per affermarsi – richiede un tempo più lungo, per rompere i legami cristallini dell’acqua ghiacciata.

Ci sono poi altri motivi legati ai cosiddetti feedback: fenomeni complessi, che possono essere positivi o negativi, secondo il feedback. Uno su tutti, ad esempio, è che le superfici ghiacciate riflettono verso l’infinito la maggior parte della radiazione solare, un fenomeno chiamato albedo. Siccome l’unico apporto esterno d’energia è la radiazione solare, è ovvio che se viene riflessa verso l’infinito non può riscaldare.

Ma, anche col clima più caldo, ci sono rischi di freddo: le grandi masse di nuvole generate dall’evaporazione schermano la radiazione solare, impedendogli di giungere a terra: ecco perché il freddo prevale sul caldo.

Vero è che l’effetto serra – fino ad un certo punto – consente una radiazione più calda, a causa della rifrazione che alcune molecole provocano nella luce, trasformandola in radiazione infrarossa, ma stiamo giocando una partita da apprendisti stregoni con – in aggiunta – interessi di cassa che cercano di “deviare” il corso delle conoscenze scientifiche delle quali siamo certi.

In fin dei conti, non rischiamo solo una desertificazione bensì, in un periodo più lungo, una glaciazione.

E, su questo problema, lavorano alla grande gli avvocati delle compagnie petrolifere, come nel Covid lavorano gli avvocati dei ristoratori: l’unica nazione che è riuscita a (quasi) sopprimere la presenza del virus sul suo territorio è la Cina, il meno democratico, che quindi non permette le gazzarre degli avvocati di parte.

Una nuova glaciazione si presenta abbastanza rapidamente – tenendo conto dei tempi geologici – ossia poche migliaia di anni: l’umanità sarebbe in grado di sopravvivere in quelle condizioni climatiche? Sopravvivere certamente, vivere assolutamente no: altro che la bagarre dei ristoratori per il Covid!

La sfida non è tanto quella di eliminare i gas che generano l’effetto serra, quanto di dosarli, il che è francamente molto difficile. Questo non significa non intervenire sul sistema d’approvvigionamento energetico ma di farlo con sapienza, senza eccedere da un estremo ad un altro per motivi semplicemente ideologici.

Se non riusciamo ad eliminare un bruscolino come il Covid – semplicemente con norme igieniche da far rispettare e vaccini distribuiti con saggezza alle categorie che più ci proteggono – pensiamo di riuscire a mantenere la concentrazione di gas serra senza finire in uno dei due estremi?

La vedo dura.

06 gennaio 2021

Sanità e Recovery Plan: che fare?

 

Harley-Davidson 1947

La novità che il Covid-19 ci ha portato non è stata soltanto l’epidemia in sé, bensì prender atto che siamo esposti – e lo saremo ancor più in futuro – a malattie nuove, portate dall’incommensurabile miscuglio di molecole che stanno tutte nel posto dove non dovrebbero stare, ossia nell’acqua, nell’aria e sulla terra.

Per troppi anni ci siamo illusi che i parametri di “massima allerta” – fissati dal genere umano – potessero salvaguardarci da guai futuri ma, anche per la leggerezza con la quale sono stati by-passati con un’alzata di spalle, la realtà, oggi, ci sbatte contro il muso tutte le nostre boriose sentenze.

E, premetto, qui non si tratta solo della tanto vituperata C02, bensì di una marea di composti che viaggiano, indisturbati, intorno a noi e che rilasciati nel “brodo primordiale” degli oceani finiscono per essere in contiguità con le più semplici molecole che possono entrare in contatto con il nostro metabolismo: i virus.

 

Se torniamo indietro nel tempo – non tanto, solo dall’inizio dell’ultimo periodo interglaciale, circa 10.000 anni fa – scopriamo che soltanto da un secolo, massimo un secolo e mezzo ad esser “larghi”, abbiamo iniziato questo perverso percorso.

Per 10.000 anni l’equilibrio fra la specie umana e le malattie è stato sempre il medesimo: sappiamo che in epoca augustea la peste dilagava nel quartiere greco di Roma, e per secoli e secoli – insieme al colera, al vaiolo, al tifo ed alle malattie esantematiche – le malattie condussero più volte verso il limite dell’estinzione. Ci vollero due secoli, ad esempio, perché Torino tornasse al numero d’abitanti che aveva prima del 1629, quando iniziò la celebre epidemia di peste citata dal Manzoni.

 

A metà Ottocento, però – dopo un secolo di lavoro complicato da informazioni frammentarie e talvolta errate – finalmente Pasteur riuscì a togliersi dalla mente tutte le superstizioni sui “miasmi” che portavano malattie e comprese che gli agenti erano loro, quei minuscoli organuli che osservava al microscopio. Erano stati definiti i Batteri, e vaccini ed antibiotici furono i passi successivi.

Che vi fosse qualcosa d’ancora più minuscolo Pasteur lo capì dal “virus del tabacco”, un virus dei vegetali che fu intuito, più che scoperto, intorno al 1870. Troppo piccolo per poterlo individuare, però, sentenziò il grande vecchio della Biologia: bisognò attendere il 1931, anno di scoperta del microscopio elettronico, per definirlo meglio.

 

Questo breve excursus storico (che, spero, mi perdonerete) era necessario per comprendere come la Medicina si sia evoluta, lentamente, soprattutto nell’Ottocento e poi nel Novecento per poi evolversi ulteriormente nella Medicina Elettronica, come andremo a scoprire, dimenticando un poco alcune vecchie tradizioni e “posture” che sovrintendono al rapporto del medico col suo paziente.

Come potrete notare, non è necessario esser medici per disquisire di questi problemi, giacché si tratta di un argomento di base filosofica, ossia capire i nessi dell’indagine, per chiarire i termini del loro rapporto dialettico il quale, se inesistente, non può originare nessun tipo di risposta razionale giacché – parafrasando Hegel – condurrebbe ad un universale irrazionale e, dunque, irreale.

 

Il Covid-19 ha negato, per la sua essenza, un anti-Covid-19 compreso nella sua singolarità ed ha mostrato l’incapacità di contrastare una malattia in assenza di specifici mezzi: finora, per ogni malattia conosciuta, c’era sempre stato un antibiotico od un antivirale. A dire il vero, già Sars, Mers ed (in parte) AIDS avrebbero dovuto metterci in guardia, ma così non è stato ed è inutile piangere sul latte versato.

 

I mezzi che la Medicina ha messo in campo sono stati soprattutto tesi ad evitare la polmonite interstiziale che ha condotto alla morte milioni di persone nel Pianeta e dunque, trattandosi di “polmonite”, hanno usato gli antibiotici. Un secondo pericolo era la formazione di trombi nelle arterie e, dunque, antiaggreganti piastrinici: infine, cortisonici per ovviare a risposte allergiche ed infiammatorie ed antipiretici per combattere la febbre.

Non esistendo il farmaco univoco rispetto al virus, i medici sono stati obbligati a dosare molto attentamente un mix di farmaci che tendevano a ridurre gli effetti del contagio, pur sapendo di non possedere un agente univoco il quale – per chi è guarito – è stato il buon funzionamento del suo sistema immunitario.

Rimangono alcuni dubbi, ad esempio perché non indirizzarsi verso gli anticorpi mono-clonali ricavati dal sangue dei guariti, ma non vogliamo entrare in campi che esulano la nostra indagine, ossia finire in una disputa fra virologi della Domenica Sportiva: se non l’hanno fatto, avranno avuto le loro buone ragioni.

 

La grande confusione, derivante dal terribile stress che hanno provato i sanitari, certamente non ha aiutato a sondare per il singolo paziente il bilanciamento dei farmaci: pratica difficile alla quale non tutti i nostri sanitari sono allenati e le responsabilità non sono ad personam, perché riposano in decenni di pratiche sì più veloci, ma che di fronte ad un attacco sconosciuto mostrano il fianco con troppa facilità. Chiariamo.

 

Era il 1970 – lo ricordo bene – quando ebbi una discussione quasi “feroce” con due ragazze, entrambe “matricole” di Medicina.

Il dissidio nasceva da due posizioni inconciliabili ed era impossibile trovare una sintesi: è di primaria importanza il rapporto con il paziente oppure è sufficiente una immagine del paziente, ricavata dai mezzi diagnostici?

 

Conoscevo le pratiche mediche di quegli anni – nei quali erano già molto comuni gli antibiotici, ad esempio – ma i medici di vecchia formazione non esulavano mai dall’approfondire il rapporto con il loro paziente, di qualsiasi malattia si trattasse.

Il mio medico – che era anche un amico di famiglia – mi confessò che, una volta la settimana, una vecchietta lo veniva a visitare, lui l’ascoltava per qualche minuto e poi le faceva l’iniezione. Di cosa? Acqua distillata, 1 cc, rispose laconico. Perché?

Poiché aveva solo bisogno di un rapporto di fiducia, di sentirsi “importante ed amata” soprattutto dalla persona più importante del borgo, ossia il medico. E così andò avanti per anni ed anni. Quel medico – che “volava” in mille posti diversi ogni giorno, in sella ad una Harley-Davidson tre marce (leva sul serbatoio) – salvando ora uno che aveva bevuto accidentalmente varechina (io), chi s’era tagliato con la sega mezzo braccio, fino al contadino che lo pregava, disperatamente, d’aiutarlo a far nascere un vitello – non dimenticava mai il giorno dell’appuntamento per l’iniezione d’acqua distillata.

 

Le due ragazze – prim’anno di Medicina, ma già parlavano come due primari – mi presero (neanche poi tanto garbatamente) in giro, dileggiandomi con veemenza. Tu non capisci niente…(loro sì: eravamo negli stessi banchi solo pochi mesi prima…) perché la Medicina si sta evolvendo e queste forme “paternalistiche” nel rapporto col paziente non avranno più senso.

La Medicina – questo era il succo del loro punto di vista – si evolverà mediante la diagnostica per immagini, che ci consentirà diagnosi rapide ed esatte fino a divenire una Scienza. Cosa che mi lasciava un poco scettico, giacché la Medicina è definita Arte, a volte Pratica, ma mai Scienza poiché le Scienze sono esatte e la Medicina mai potrà esserlo, poiché nasce proprio dal quel rapporto dialettico medico-paziente che sopra ricordavamo.

 

Eppure, avevano in parte ragione: nessuno qui nega l’importanza di una TAC o di una Risonanza, solo che a fidarsi soltanto delle immagini si finirà con l’avere solo una immagine del paziente, che è molto diversa dalla sua realtà, e  che quindi non servirà più visitare ed auscultare, basterà una telefonata. Che, ovviamente, la sua immagine farà quando avrà un problema.

Telefonata di esempio (ante Covid): “Ho la febbre e mi fanno male tutte le giunture, le ossa…” “Quanta febbre?” “38 e mezzo” “Prendi la Tachipirina e, se vedi che non passa, l’antibiotico per cinque giorni”. Fine del rapporto diagnostico.

Magari per il 70% dei casi la cosa va a posto, ma il restante 30%?

Il restante 30% avrebbe avuto bisogno di un’ispezione a bronchi e polmoni, magari uno “sguardo” all’apparato digerente…insomma: una visita diagnostica.

I nostri medici, oggi, per la gran parte non si fidano più dei loro mezzi di percezione per stabilire il malanno: senza la diagnostica per immagini perdono gran parte della loro capacità diagnostica e brancolano nel buio.

 

Il dottor Riccardo Munda (1) – un medico giovane, non ancora specializzato, uno che (parole sue) aveva bisogno di lavorare – nell’inferno della pandemia nelle valli bergamasche, ha accettato di fare il medico lassù, partendo dalla Sicilia.

Si è trovato 1400 pazienti, parecchi malati di Covid-19 e ne ha perduti e/o ospedalizzati…nessuno!

A chi gli domandava come aveva raggiunto un simile risultato, rispondeva:

 

Me lo spiego con una ragione semplice: l’assistenza domiciliare. Andare a casa di un mutuato non è la stessa cosa che fare il medico stregone via cavo. Tanto per cominciare andare significa fare una visita accurata, capire se ci sono problemi respiratori e quanto sono seri, valutare lo stato generale del paziente, prescrivere i farmaci giusti...”

 

Che è, esattamente, quanto sostenevo poco sopra.

Un secondo aspetto da rivedere, per le professioni sanitarie, è togliere quel maledetto numero chiuso all’iscrizione, permettendo una sana competizione basata sulle competenze per chi acquisisce la laurea.

Vorrei ricordare – sono stato insegnante nei Licei – che in tanti anni di carriera ho conosciuto un solo figlio di medico che avesse scelto una facoltà diversa da Medicina. Chissà come mai? Per trovare già la “pappa fatta”? Senz’altro, ma anche per godere dei vantaggi che l’ordine dei Medici, qui e là, su e giù, non manca mai di fornire ai figli degli amici, magari “segnalandoli” a qualcuno nella Commissione Medica per l’ammissione.

 

Voglio chiarire che la mia non vuole essere un’accusa, bensì un semplice sospetto: non tocca a me, bensì ad altri (Giustizia) valutare se esistono questi comportamenti. In altre parole, la Medicina si sta trasformando in un affare di famiglia e non è assolutamente detto che il figlio di un medico abbia quella “scorza” che gli consente d’iniziare una professione così difficile.

E, se togliamo il numero chiuso, ci troveremo con medici in soprannumero? Se sono bravi possono andare all’estero, altrimenti andranno a fare gli informatori per le case farmaceutiche: non è sufficiente sedersi alla sedia che fu del padre, se mancano le precise motivazioni per seguire quel percorso di formazione.

 

La figura del medico “telematico”, inoltre, è quanto di più gradito possa esistere per le case farmaceutiche: il sistema è veloce – telefonata, diagnosi “telematica”, farmaco – in modo da rendere immediata una scelta che ha rapporti precisi con la produzione di farmaci e la loro distribuzione. In alcuni studi medici, già esiste una segretaria che ha praticamente “potere di firma” per tutti i farmaci che il paziente usa normalmente, ma questo allontana sempre di più il rapporto medico/paziente che prima ricordavamo e che il dott. Munda, così chiaramente, esplicitava.

In futuro, potremo recarci negli ipermercati ed acquistare semplicemente i farmaci che sono elencati in una carta elettronica: giunti a quel punto, saremo molto vicini al metodo americano di gestione della Sanità, che non ci sembra funzioni così “alla grande”. Guardatevi Sicko, di Michael Moore se non ci credete.

 

Per ultima cosa, ricordo che anni fa ci fu la proposta – non ricordo di chi e di quale governo – di raggruppare i medici in studi: cosa che già hanno fatto per risparmiare sui costi, ma che non sempre è così comoda per i pazienti. Ricordiamo che, a Cuba, esiste una precisa legge che prevede l’abitazione di un medico a non più di 15 minuti a piedi (al massimo 1,5 Km) da qualsiasi paziente.

La proposta che ricordavo, però, conteneva anche un aspetto positivo: quegli studi medici dovevano essere dotati di semplici apparecchiature di diagnostica per immagini (tipicamente: ecografia) le quali avrebbe consentito ai medici di fare subito una ricognizione e, dunque, una diagnosi. In questo modo, molte strutture ospedaliere sarebbero state meno “compresse” da code e file interminabili, che portano a due fattori diversi: o il paziente se ne frega e cerca altre soluzioni, oppure – invece di prendere appuntamenti distanti mesi dalle sue necessità – si rivolge alla sanità privata o convenzionata.

L’ordine del Medici, ovviamente, non appoggiò quella soluzione: c’era da meravigliarsi? Continueremo a fare i segretari per le case farmaceutiche, con tanto di segretarie pagate dallo Stato.

 

Poi è arrivato il Covid e siamo nelle prime posizioni mondiali per decessi rapportati alla popolazione: di chi è la colpa?

Del Governo, ovvio, recitano tutti in coro ma sono decenni che la Sanità italiana va a rotoli – pensiamo solo ai tanti ospedali “privatizzati” e su una gestione regionale che fa disgusto quando non fa paura – eppure, quasi tutti dimenticano che le leggi sono scritte e/o approvate dal Parlamento.

 

Signori parlamentari, che vi lamentate ad ogni piè sospinto d’essere by-passati dai decreti governativi, in questi decenni, dov’eravate?

 

1) https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_01/medico-siciliano-nembro-che-va-casa-pazienti-torino-brescia-6fd89d92-1c79-11eb-a718-cfe9e36fab58.shtml?refresh_ce-cp

17 dicembre 2020

Giulio Regeni

 

Strana storia questa di un ragazzo della Carnia, nato in un minuscolo borgo sui confini italiani e morto, ancora molto giovane, a soli 28 anni nella capitale egiziana dove sapere cosa stava facendo è arduo, se non impossibile. Certo, i genitori non comprendono come quel figlio, così intelligente e studioso, sia stato barbaramente torturato e infine ucciso…già…da chi? e perché?

 

Si fa presto a tirare le somme, giacché il presidente (o dittatore, o generale, o Gauleiter messo lì a governare l’Egitto…) si chiama Al Sisi: è il capo di stato (o di tutta la banda) e, dunque, la responsabilità è sua. Una soluzione che può acquietare solo un briciolo la famiglia, perché – tanto – nessuno rimuoverà certamente quel tal Al-Sisi dal trono dei Faraoni, perché su quel trono è giunto dopo lunghe e concordate riunioni proprio fa quelli che dovrebbero chiarire la faccenda, ossia italiani, francesi, inglesi, americani, russi e turchi.

Si dà il fatto che, trascorsi 4 anni dalla morte di Giulio, le cose stiano esattamente come 4 anni fa: nessuno sa chi lo ha ammazzato, nessuno sa il perché e, soprattutto, nessuno può sgomitare troppo per sapere la verità. Ma torniamo al ragazzo, quando ancora viveva.

Di Giulio Regeni tutti concordano nel tratteggiarlo come un giovane molto intelligente e studioso: aveva proprio il “pallino” per la grande politica internazionale e la strategia, ossia era un giovane geo-stratega. Ne abbiamo conosciuti altri, e ci arriveremo. Seguiamo la sua breve biografia:

 

“…e ancora minorenne si trasferì per studiare allo Armand Hammer United World College of the American West (Nuovo Messico, USA) e poi nel Regno Unito. Vinse due volte il premio "Europa e giovani" (2012 e 2013), al concorso internazionale organizzato dall'Istituto regionale studi europei, per le sue ricerche e gli approfondimenti sul Medio Oriente. Dopo aver lavorato presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale e aver svolto per un anno ricerche per conto della società privata di analisi politiche Oxford Analytica, stava conseguendo un dottorato di ricerca presso il Girton College dell'Università di Cambridge. (Wikipedia, Omicidio di Giulio Regeni.) (1)

 

Ora, se facciamo due semplici calcoli, Giulio vinse i due premi “Europa e giovani” quando aveva 24 e 25 anni: doveva essere davvero un genio (era del 1988). Stupisce ancor più apprendere che il giovane se ne andò a studiare negli USA quando era ancora minorenne: ricordo che gli studi superiori terminano a 19 anni, e nemmeno alla fine della quarta si è maggiorenni: a meno che Giulio Regeni sia andato negli USA e terminato là l’ultimo anno, avendo però fatto la “primina”. Insomma, un percorso assai strano, anche per un genio.

Un genio che, molto giovane, s’innamora del Medio Oriente e va a studiare nelle università anglosassoni ne rammenta un altro, nato esattamente 100 anni prima di Giulio e che aveva fatto del Medio Oriente la sua ragion d’essere.

 

Nato nel 1888, Thomas Edward Lawrence (il futuro Lawrence d’Arabia), nel 1907 a 19 anni (pressappoco come Giulio) entra ad Oxford, ma non solo nella celebre università, bensì nella prestigiosa (e molto misteriosa) Round Table, la “Tavola Rotonda” la quale – reminescenze esoteriche a parte – è un cenacolo geopolitico, dove si dibatte (soprattutto) sul ruolo del Medio Oriente nei tortuosi destini dell’Impero Britannico.

 

Nel 1916 – ad un secolo esatto dall’assassinio di Giulio – diventa Capitano (nel 1918 sarà già Tenente Colonnello) del British Army e giunge nella penisola arabica, dove si compirà il suo glorioso destino. Pressappoco alla stessa età di Giulio sarà catturato dai turchi, torturato e seviziato, ma riuscì a fuggire.

Ci lascerà una traduzione dell’Odissea dal greco antico e I sette pilastri della saggezza, il racconto della sua guerra nell’Higiaz, spesso redatta in forma poetica: morirà in uno strano incidente motociclistico nel 1935, che lascerà non pochi dubbi sulla sua morte. Tutti gli atti ufficiali della sua vita sono, ancora oggi, coperti dal segreto di Stato.

 

Come potrete notare, ci sono molte similitudini nelle due vite: se si fa la tara sulle differenze storiche dei due vissuti, c’è da rimanere allibiti. Quasi identici luoghi, nomi, citazioni…Oxford, Cambridge, Onu-Società delle Nazioni…torturato dai turchi l’uno, dagli egiziani (che, all’epoca, erano ancora nell’Impero Ottomano) l’altro. E due morti misteriose, in egual modo sintomatiche di un segreto contorto ma reale, al punto d’eliminare due vite che potevano guastare qualcosa. A poco meno di un secolo, non siamo ancora in grado di sapere perché la motocicletta di Lawrence, di colore verde, avesse dopo l’incidente nitide e corpose striature di vernice nera, né perché nessuno poté avvicinare Lawrence morente.

Così come il nome di chi torturò ed uccise Regeni è ancora misterioso: dietro alla sua vicenda non sono mancate altre morti, ma una risposta non c’è e – a mio parere – come per le tante stragi di Stato italiane, mai ci sarà. Però, almeno tirando la coda di serpente del cui prodest, qualcosa riusciremo a leggere.

 

Giulio Regeni, a differenza di Lawrence, fu torturato ed ucciso: ma, se la morte di Giulio era considerata necessaria per eliminare un nemico, ben difficilmente avrebbero fatto ritrovare il cadavere. Molto semplicemente, avrebbero insabbiato tutto e di sabbia, in Egitto, non ne manca proprio: la sabbia egiziana ha celato discretamente non il frutto di un delitto, bensì le stragi delle moltitudini per migliaia di anni.

Invece, Giulio viene fatto ritrovare, a due passi dal Cairo, sulla strada che porta ad Alessandria: da subito viene giudicato, in modo puerile, un incidente stradale. Proprio il giorno del ritrovamento del cadavere (3 Febbraio 2016), al Cairo era giunta l’allora ministro per le Attività Produttive Federica Guidi, alla testa di una delegazione di 60 imprenditori, per individuare nuovi settori per gli scambi commerciali fra Italia ed Egitto. Vista la situazione, il ministro torna subito in Italia come atto di protesta nei confronti del Paese africano.

 

Non abbiamo elementi probatori per sostenere nessuna tesi: però, che Al-Sisi avesse tutto quell’interesse nel presentarsi al ministro italiano con quel cadavere sul gobbo, ci sembra veramente fuori da ogni logica. Più probabilmente, aveva interesse a farlo chi desiderava che i rapporti fra Italia ed Egitto precipitassero nel baratro. Torneremo su questo punto, ma cerchiamo di sapere qualcosa di più su Al-Sisi e, soprattutto, sul suo predecessore, Mohamed Morsi.

 

Il Generale (oggi Feldmaresciallo) Abdel Fattah Al-Sisi è l’ennesimo militare salito al potere dopo un colpo di stato, dopo Nasser, Sadat e Mubarak.

Il povero Mohamed Morsi, invece, era un ingegnere eletto democraticamente nelle elezioni del 2012 dal partito della Fratellanza Musulmana, un partito che è stato fondato da un insegnante, Hasan al-Banna nel 1928, che propugnava la “modernità coniugata all’Islam tradizionale”. Non hanno mai sostenuto la lotta armata, seppur centinaia di essi siano stato scannati senza remore da Nasser, Sadat, Mubarak e – oggi – Al-Sisi.

Se nel 2012 gli egiziani elessero democraticamente l’unico presidente che sia mai esistito, potremmo affermare che nel suo unico anno di presidenza Morsi si avvicinò un po’ al modello iraniano: appunto, il tentativo di coniugare l’Islam alla modernità. Il che – ossia un nuovo Iran sulle coste del Mediterraneo – non andò a genio a molti, in particolare a quelli che comandano o che vorrebbero (o potrebbero) contare nello scacchiere mediterraneo. Chi “gioca” la partita mediterranea?

 

Ci sono attori di primo piano, e solitamente più defilati, ed altri di livello inferiore, a vari livelli interessati ad alleanze, territori, giacimenti, contratti…e tutto quello che ruota intorno al Mediterraneo da più di due millenni.

USA e Russia (erede dell’URSS) sono attori di primo piano, ed anche quando la Russia è intervenuta militarmente in Siria, l’ha fatto con il piglio della grande potenza: poco impegno, ma micidiale e conclusivo. Gli americani non sono molto interessati al Mediterraneo, poiché hanno già altre gatte da pelare nei Caraibi e nel Pacifico: si limitano al controllo e, come ha fatto la Russia, se intervengono sono rapidi e micidiali (vedi la Libia) mentre, per il resto, si limitano a “consigliare” i loro alleati. E qui c’è il vero gioco geo-strategico, che coinvolge Francia, Italia, Gran Bretagna e, ultimamente, la Turchia.

 

Si veda, ad esempio, come la situazione libica sia tenuta in stallo da americani ed italiani, a Tripoli, contro francesi, egiziani e russi a Bengasi: in pratica, osservando l’equilibrio delle potenze in gioco, potremmo concludere un bilanciamento perfetto. Gli inglesi, da quando hanno perso Malta ed Alessandria d’Egitto mantengono una scarsa presenza a Gibilterra ed a Cipro: quel che conta, per gli inglesi, è che la compagnia di bandiera inglese – la BP – sia sempre in gioco. Ovviamente, nel gioco strategico, sono più vicini agli americani.

 

La Russia è ancora molto soddisfatta per i colpi messi a segno in Siria (e con la Turchia) che le consente basi aeree sulle coste del Mediterraneo e navali (Tartus): di più, non vuole (e non può) fare, per questa ragione il suo appoggio a Bengasi è più legato alla vendita di armi che altro. Già l’aver venduto il sistema antiaereo russo S-400 ai turchi (che non permetterà loro d’avere l’F35?) è stato un colpaccio: vedremo cosa riserveranno i rapporti con la nuova amministrazione americana. Francia e Italia, invece, meritano un paragrafo più approfondito e, forse, qualcosa che c’entra con la morte di Giulio Regeni.

 

Mentre Chernobyl era stata considerata una iattura, Fukushima è stata la dimostrazione che il sistema nucleare non può essere scevro da incidenti: insieme ai mille problemi incontrati nella costruzione della centrale finlandese di Oikiluoto da parte di AREVA (l’ente nucleare francese) la Francia ha compreso che la sola via nucleare non conduce da nessuna parte, soprattutto per la vicinanza dei Paesi europei eventualmente coinvolti in un disastro. Ciliegina sulla torta, è cascata la miriade di problemi che ha incontrato l’apparato motore (nucleare) della portaerei Charles de Gaulle, che è praticamente inservibile, o solo utilizzabile nei brevi periodi fra una rottura e l’altra.

 

Ma, si sa, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale lo sciovinismo francese è salito a mille: perché  non costruire una portaerei nucleare che possa navigare a lungo in tutti i mari della Terra? Ecco com’è finita.

I francesi mormorano a denti stretti epiteti contro la decisione italiana di una seconda portaerei (la Trieste) che andrà ad affiancare la Conte di Cavour, quando la Garibaldi sarà messa in disarmo o trasformata in semplice portaelicotteri. Portaerei grosso modo corrispondenti alla tanto osannata Charles de Gaulle.

Le due portaerei italiane avranno una linea di volo centrata sul F-35 e ben pochi conosceranno la genesi di questo aereo: molti penseranno che, dovendo sostituire i Sea Harrier, sarà un derivato dei Sea Harrier. Niente di più falso.

La concezione dell’F-35 deriva (controllate le immagini se non ci credete) dai prototipi e dagli studi sullo Yak-141, costruiti nell’URSS prima della sua caduta – e che avrebbero dovuto fornire la linea di volo per le 4 Kiev, poi vendute o travolte nel disastro dell’URSS – che i russi hanno “gentilmente” fornito salvo poi, volendo anch’essi munirsi di un caccia imbarcato, oggi lo stanno riprendendo per migliorarlo rispetto all’F-35 americano. Chiusa parentesi (scusate).

 


Dopo l’apoteosi nucleare, la Francia ha dovuto  rendersi conto che doveva rientrare – e pure velocemente – nel gran gioco del gas, che è quello che consente di produrre energia al minor tasso d’inquinanti: una delle ragioni della guerra libica del 2011 fu proprio questa, non tanto il controllo delle aree fornitrici d’Uranio del Ciad e del Niger, che già controllavano. Ci fu, anche, una collaborazione con l’Italia, ossia lo spiegamento di una forza comune nell’area sub-sahariana per mantenere il controllo del Fezzan e delle aree limitrofe.

Ma, a questo punto, successe qualcosa.

Chi si era avvantaggiato dal parziale abbandono della ricerca di petrolio e gas della Francia, “drogata” dall’apoteosi nucleare?

Principalmente l’ENI (ma anche la BP) perché l’ENI – negli anni successivi alla guerra libica – fece il “colpo da maestro” nell’area del Mediterraneo orientale, scoprendo due giacimenti di gas (Zohr e Noor) dei quali non si conosce nemmeno, con esattezza, la quantità di metano che contengono: si sa soltanto che sono i più grandi del Mediterraneo finora scoperti, più altri minori nelle acque territoriali egiziane ed a terra.

Quando si trovano miliardi e miliardi di risorse fossili, scattano una serie di accettati ed abbastanza comuni accordi e pianificazioni giuridico-economiche, accordi che soddisfano le compagnie, gli Stati proprietari delle compagnie e gli stati limitrofi alle scoperte. Sinteticamente, le compagnie pagano delle royalties agli Stati, che le compagnie pagano in metano direttamente allo Stato limitrofo ai giacimenti (in questo caso l’Egitto), oppure denaro…insomma, ci sono tante “varie ed eventuali”, ma la sostanza è che, da quei giacimenti, guadagnano l’ENI, l’Italia (praticamente proprietaria di ENI, grazie alla Golden Share), e l’Egitto.

Se ci sono collaborazioni in ambito tecnico, vengono suddivise nell’ambito della resa dei giacimenti: è il caso di BP, che partecipa al 50% su alcuni giacimenti e della compagnia nazionale egiziana. Se lo avete notato, Ansaldo ha appena consegnato ad un’azienda di Marghera la più grande turbina a gas per la produzione elettrica che sia stata mai costruita, con rendimenti mai raggiunti. E da dove viene il gas? Dai giacimenti egiziani, trasportato su gasiere nei serbatoi dove rimane allo stato liquido intorno ai -170° e viene scaricato fra Chioggia e Porto Levante, dove ci sono le piattaforme con gli hub dai quali partono i metanodotti.

E la Francia?

La Francia ha ottenuto qualcosa con la guerra in Libia, ma è poco o nulla rispetto ai risultati italiani. Con il governo Gentiloni scaturì uno strano accordo mascherato da fumose “revisioni” dei confini marittimi: ossia, la Francia otteneva delle aree di pesca italiane, mentre l’ENI otteneva libertà assoluta di sondare il Mediterraneo occidentale, in acque internazionali, ad Ovest di Corsica e Sardegna. L’accordo abortì con il nuovo governo: forse, non tutti si fidarono delle assicurazioni francesi su quella “libertà assoluta”.

Mentre in Egitto parecchi pozzi sono affidati ad ENI al 100%, altri a metà con BP, finalmente nel 2017 compare il primo pozzo suddiviso in tre parti, la principale (circa il 40%) ad ENI e le altre due a BP e Total. Nel 2020, ad esempio, per la gestione del pozzo di Nor El-Hammad la ripartizione è stata del 37,5% ad ENI (con il ruolo di Operatore), il 37,5% a BP (GB) ed il 25% a Total (Francia).

 

Come potrete notare, la situazione libica s’è molto raffreddata e non ci sono più colonne corazzate che cercano d’entrare a Tripoli. Sarà avvenuto il miracolo o si è trovato un accordo? Tutti questi movimenti ricordano parecchio l’accordo Sykes-Picot del 1920, ossia la necessità di suddividere le “dipendenze” coloniali (od ex-coloniali) fra le potenze europee, senza dimenticare gli USA ed Israele, che fanno parte anch’essi della torta del metano egiziano. Lawrence sbatté la porta, a Parigi, andandosi a sedere con la delegazione araba – ossia quelli che avevano realmente combattuto nell’Higiaz – ma la “madre” Gran Bretagna lo lasciò sbattere, dimenticandosi di lui.

 

E veniamo all’ultimo arrivato, ossia al nuovo Sultano di Costantinopoli, il quale non vive certo giorni tranquilli: da un lato rischia d’essere gettato a mare dalla NATO, dopo essere stato rifiutato dall’Unione Europea e, dopo aver comprato il sistema di difesa aerea da Putin, di Putin si deve fidare.

Da buon neo-Sultano Ottomano che si rispetti, la butta in caciara: minaccia di tornare a riprendersi la Libia e si comporta come se in Egitto fosse un suo dipendente a comandare, com’era nell’Ottocento.

Qualcosa gli danno, tanto per tenerlo tranquillo, ma quando minaccia con al flotta le piattaforme dell’ENI e le gasiere in transito, bastano due fregate (una italiana, l’altra francese) per fargli mettere le ali ai piedi, mettere la coda fra le gambe e passare subito i Dardanelli, per tornare nel più sicuro Mar Nero.

Possiede uno dei più numerosi eserciti del mondo, ma non ha strutture all’avanguardia per proteggerle, qualora immaginasse qualche sortita da qualche parte del Mediterraneo: insomma, tanta pubblicità ad uso interno e Putin lo usa come “grimaldello” nei confronti della NATO, ma – a mio avviso – non si fiderebbe di lui manco per comprare un’utilitaria. Perciò, Erdogan in questa faccenda di morti e petrolio c’entra come il due di coppe, con la briscola bastoni.

 

Ora, torniamo a Giulio Regeni ed alla sua sfortunata vicenda.

Nel 2015, l’ENI scopre Zohr, il primo grande giacimento di metano in area egiziana: non sappiamo quali siano stati gli accordi internazionali dell’epoca, sappiamo però che l’Italia è in forte contrasto con la Francia per la nuova “suddivisione” del petrolio libico, che non la soddisfa affatto. L’Italia costruisce una flotta di tutto rispetto, non solo portaerei, ma anche sottomarini (di progetto tedesco) e parecchie navi di superficie. La Francia macina male la cosa, perché il suo sciovinismo di nazione “vittoriosa” nella Guerra Mondiale la fa credere onnipotente. Consiglierei i francesi di cercare un pusher migliore: ciò non toglie, però, che qualche bastardata a livello di servizi la possano pure immaginare.

 

Nel 2016 Giulio Regeni va in Egitto e si mette a studiare la società egiziana partendo da un settore che lo solletica: i venditori ambulanti, che in Egitto sono almeno 100.000 (la cifra esatta nessuno la conosce, manco gli egiziani) e che sono la grande distribuzione “porta a porta” in tutto il Paese. Vuole solo completare la tesi, niente di surreale.

Per le sue esigenze, contatta il segretario del loro sindacato il quale, in passato, ha creato parecchi grattacapi al potere politico, al punto che il segretario è attentamente controllato dai servizi segreti, e lui lo sa benissimo.

Il nemico più difficile da stanare e distruggere, per Al-Sisi, è sempre la Fratellanza Musulmana, la quale ne ha ben donde: hanno defenestrato il presidente regolarmente eletto e poi gli hanno fatto fare la solita “brutta fine”. Non più impiccato come Said Qubd o i molti ammazzati in mille modi diversi: ufficialmente muore d’infarto, nel 2019, durante l’ennesimo processo (era stato condannato a morte, poi avevano deciso di rifare il processo: l’esito non è cambiato).

 

Ma per Al-Sisi – per quanto ci sia simpatico come Francisco Franco od Augusto Pinochet – non riusciamo a trovare una logica plausibile per scovare una ragione per gioire, nel giorno della visita della Guidi in Egitto, a sbattergli fra i piedi il cadavere di un ragazzo italiano.

Potrebbe mai, la Fratellanza Musulmana, pensare che l’uccisione di Regeni potesse rappresentare un buon motivo per liberarsi del sadico persecutore? Mi sembra molto strano, e per due motivi: Giulio Regeni era una persona sconosciuta alla popolazione egiziana, inoltre la Fratellanza ha sempre aborrito la via della guerriglia contro il potere. Non ci sembra un valido motivo.

 

Al-Sisi ha cercato più volte di “fare giustizia” all’egiziana per la questione Regeni, perché la cosa è sempre un fastidioso scoglio nelle relazioni fra i due Paesi. Mi rendo conto che, messa così, la vicenda assume tinte di cinismo ma, rediamoci conto che da parte egiziana così viene vista.

Così, fece ritrovare i documenti di Giulio e la Polizia (?) uccise in un conflitto a fuoco 4 terroristi (?) colpevoli del rapimento e quindi dell’uccisione di Giulio. Tutto risolto? Per niente, poiché le prove evidenziate agli inquirenti italiani mostrarono chiaramente che, dai tabulati telefonici, i 4 “terroristi” si trovavano, la sera del rapimento di Giulio, a più di 100 chilometri dalla sua abitazione. Inoltre, i colpi evidenziavano non un conflitto a fuoco, bensì l’uccisione a freddo e da brevissima distanza dei quattro.

 

Da questo, però, possiamo ricavare che Al-Sisi è riuscito a mettere le mani sui veri assassini di Giulio – se aveva i documenti! Scomparsi per anni! – ma, evidentemente, qualcosa gli impedisce di poterlo chiarire.

Quale può essere la ragione, per la quale non può farlo?

Perché, evidentemente, i mandanti – sapere gli esecutori non è poi così importante – sono personaggi vicini ad un’altra potenza e, se si scontenta l’Italia, non si possono scontentare gli altri. Poi, che gli agenti di una potenza straniera – magari per questioni di energia – abbiano deciso di uccidere Regeni per avvelenare le relazioni italo-egiziane, non sarebbe per niente strano. I servizi, spesso, si vendono al miglior offerente: in questo caso, vengono semplicemente definiti “deviati”. Il “lavoro sporco” in questi casi, non viene eseguito dai servizi del Paese interessato, bensì pagando profumatamente settori che si conoscono dei servizi di quel Paese, senza rischiare che un qualsiasi incidente porti in primo piano personale di Paesi esteri.

 

Perciò, la “coda di serpente” del cui prodest ci indica chiaramente che la vicenda è maturata e si è conclusa nell’ambito del mondo dell’energia e dai sussulti internazionali che esso provoca. Ovviamente, senza prove non si possono lanciare accuse. Perché non uccidere, ad esempio, un ministro od un ambasciatore? Troppo pericoloso: storie del genere difficilmente si concludono senza un lancio di missili, magari con il palazzo presidenziale come obiettivo. Gli inglesi, ad esempio, non si fecero problemi a buttare nel cesso Lawrence, dopo che gli aveva consegnato il Medio Oriente su un piatto d’argento! E, tutto sommato, Giulio Regeni era meno conosciuto di Thomas Edward Lawrence.

 

Rimane il dolore di quei due genitori. Potremmo affermare “la persona giusta nel posto sbagliato”, ma questo non acquieterebbe di certo il loro dolore.

Se vogliono, possono domandarsi di chi era la voce (era di un italiano chiaramente del Sud) che alla radio militare – nella concitata sera che portò al rogo del Moby Prince – con voce tranquilla, disse semplicemente “Mobby Prins, pigghiatelo n’tu culo”. I familiari di tutti quei morti ancora se lo chiedono.  

 

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Giulio_Regeni

27 novembre 2020

Protagora, Funari ed i sofisti alle prese con il Covid

 

 

In televisione per essere eccezionali bisogna mascherarsi da normali, abbassarsi al gradino più basso, corteggiare senza pudore le casalinghe.”

 

L’incipit viene da Gianfranco Funari, ossia da colui che cercò una “liberazione” del telespettatore da figura passiva, proiettandolo sul palcoscenico con tutte le sue paure, ma anche le sue certezze tradizionali, i suoi input aggressivi nei confronti del “altro”, visto più come avversario da colpire che come persona amica da accettare. In qualche modo, questo ricorda la “teoria del plotone” ben spiegata da Stanley Kubrik in Full Metal Jacket, poi ripresa da Oliver Stone in Platoon e, un po’ rabberciata in modo più sentimentale e canzonatoria, ma ugualmente terribile, in Forrest Gump di Robert Zemeckis, oppure esaltata in We were soldiers di Randall Wallace.

In buona sostanza, il plotone è il tassello primario della lotta, in guerra come nel vivere sociale, sia esso nelle paludi del Vietnam o nel bar dove si mangiano frittelle e si gioca a freccette. In qualche modo, Funari portò lo stesso modello in scena, conducendo una lotta accanita “fra” plotoni di vario genere, che non cercavano mai una sintesi dei loro temi, bensì l’affermazione vittoriosa sull’altro.

 

Quel modello, oggi, è stato interiorizzato da tutti i lettori dei quotidiani, dei siti e dei blog: senza i commenti, che devono essere una lotta senza quartiere, un “piatto”, anche ben confezionato è privo di sale. Il “sale” è la lotta, la soddisfazione, la vittoria.

Giorni fa, mentre scorrevo i commenti ad un articolo su un quotidiano, mi sono imbattuto in un commento molto “tranchant”, il quale, però, conteneva anche una verità inconfutabile: i commenti hanno tutti medesimo valore? E come fare a distinguerli?

Ecco il commento che mi ha fatto riflettere:

 

 

Con le sue competenze lei non può né giudicare, valutare, stimare, né fare nessun bilancio sul piano medico o economico del vaccino Spallanzani. Siete cittadini che leggono un articolo scritto al 90% a mozzichi e bocconi e traete sempre conclusioni alla cazzo di cane (per citare Boris). Smettetela di dire ogni volta la vostra come se foste giudici di un programma televisivo.

 

Il commento è duro, spietato, ma mostra anche l’altra faccia della situazione: quella di una persona che era stufa di leggere un fiume di cazzate.

 

Da Torti in faccia (1980) ad Aboccaperta (1984) fino a Mezzogiorno Italiano (1992) – trasmessi da Telemontecarlo, Rai 2 e Mediaset – spiccò il volo la figura di Gianfranco Funari sugli schermi italiani, fino ad accartocciarsi su se stesso con i troppo pesanti attacchi verso i politici dell’epoca, che riuscirono a defenestrarlo dalle reti nazionali. Non c’interessa, qui, raccontare la vicenda umana e professionale di Funari, quanto comprendere come cambiò il costume televisivo, nel senso del rapporto fra utente e dirigenza dei media nazionali.

 

Nella seconda metà degli anni ’80 un nuovo personaggio salì alla ribalta televisiva: Vittorio Sgarbi, il quale dapprima fu ospite del Maurizio Costanzo Show, per poi “dilagare” su tutte le reti. A margine, vorrei solo notare una cosa: se Sgarbi avesse posseduto una capra, come fu per me con la mia Ofelia, non s’azzarderebbe mai ad usare quel termine per definire uno stupido, giacché le capre sono animali intelligentissimi, molto caparbi, un po’ ostinati…ma furbi come una volpe. Soprattutto se bisogna ingegnarsi per giungere a brucare il prezzemolo del vicino, i capolini del roseto, i germogli degli olivi.

Sgarbi, uomo intelligente – non ho dubbi – capì in fretta l’antifona propalata da Funari: litiga, colpisci, affannati, ma conquista. E qui è il problema: sempre se si crede che le “litigate” fra Sgarbi e la Mussolini fossero roba seria, e non sketch preparati e poi svolti “come venivano” in diretta. Insomma, i due avevano appreso la lezione di Totò e Nino Taranto i quali, prima prendevano un caffè scambiando quattro parole in croce, poi salivano sul set ed il copione (che, comunque, esisteva) veniva strapazzato come a loro più piaceva. Ed i risultati erano sempre notevoli.

 

Oggi, sono pochi coloro che rammentano compiutamente cos’era la Tv prima di quegli anni, e non voglio sostenere “oh, com’era bello quel tempo andato…” perché non sono (e non siamo) interpreti di un giallo di Agatha Christie, né siamo inglesi nostalgici dell’Impero.

Però, il problema esiste, anche se non nei termini di un ritorno al passato, bensì del superamento di questa fase del “tutti contro tutti” per sbarcare verso lidi più accoglienti e paciosi.

 

Oggi, abbiamo un Presidente del Consiglio che si nutre con un po’ d’aplomb britannico, qualche tocco di Democrazia Cristiana d’antan ed una sorta di richiamo a Mattei, alla sua filosofia di “Italia, Grande Paese”.

A lato, abbiamo un capo dell’opposizione che fa le “zingarate” in gruppo, andando a suonare campanelli nelle case la sera e poi, dopo una bisboccia in spiaggia in mezzo a donne plaudenti, fa cadere un governo.

Se ci si ferma qui, parrebbe proprio l’ennesimo “scontro” per accalappiare anche l’ultima casalinga, quella nota agli istituti statistici, quella di Voghera. Serietà estrema contro massima sfacciataggine.

Da un lato il “bene”: serietà, misura, competenza…e dall’altro i richiami di “pancia” ai gloriosi archetipi di Amici Miei, la furbizia di scatenare quei sussulti interni che lui ben conosce, come la paura per il diverso, il timore della miseria, la paura della “perdita” di qualsiasi tipo, ecc.

Ma, di mezzo, s’è messo il Covid-19.

 

Per gli aspetti comunicativi, il Covid è stato paragonato ad una guerra e, pur non essendola per niente, i suoi attributi le assomigliano: “taci, il nemico t’ascolta”, “mettete la mascherina per proteggere voi e gli altri”, “attenti ai traditori”, “chi si comporta senza seguire le nuove norme, danneggia se stesso e gli altri”, “Vincere!”, “Tutto andrà bene!”, e così via.

Nello stesso modo, c’è chi ascolta il “Bollettino ufficiale di guerra” e chi, invece, si sintonizza su “Radio Londra”, la quale racconta che è tutta una bufala creata ad hoc dal potere delle banche e dei banchieri. Ma tutti aspettano notizie, in un senso o nell’altro.

 

Al termine del primo round, Conte appariva il vincitore, al punto da costringere Salvini ad una boiata pazzesca: organizzare un convegno di negazionisti in un’aula del Senato, con l’ovvia partecipazione di Sgarbi e quella, fuori luogo e fuori campo, di Bocelli, che il giorno dopo pianse e si scusò di fronte alla nazione dicendo di non aver capito nulla.

Durante l’Estate di Tregua, le opposte fazioni si rimbrottarono l’un l’altra più volte, ma Salvini dovette aver compreso che la partita era persa, non solo nel classico gioco “alla Funari” con l’avversario, bensì per la vigorosa “querelle” interna, dove uno Zaia – che assumeva toni più garbati (alla Conte) che sbragate all’arrembaggio (alla Salvini) – oramai lo superava nei consensi interni.

 

Anche l’altra concorrente, la Meloni, parve comportarsi meglio – il fatto d’esser donna l’aiutò senz’altro – ma la povera Giorgia deve sempre tenere d’occhio la Corsica, come il protagonista del film Ovosodo, di Virzì. Non fu forse proprio uno dei suoi “colonnelli”, appena nominato Ministro della Difesa da Berlusconi, ad affermare in pubblico “Ci riprenderemo la Corsica!” E La Russa guardava, gagliardo, l’altra costa dalle Bocche di Bonifacio (altra “sparata alla Funari”).

Cosa che, con due grasse risate fra Berlusconi e Sarkozy, finì in una bolla di sapone però, c’è un però…il suo elettorato non vedrebbe male le armate italiane sbarcare in Corsica – e Giorgia lo sa – perciò non può lasciarsi andare al buonismo razionale di uno Zaia, perché ci rimetterebbe la faccia. “Non ha le palle!” sarebbe l’unanime commiato: cosa che, nei confronti della povera Giorgia, ci sentiamo sinceramente di augurarle.

 

Mentre la Meloni sgambetta, attenta a non inciampare, mister B. ha capito perfettamente che è l’ora di mettersi nella scia del vincitore, perché nessuno si fila più Libero con le sue sparate sugli “ultimi giorni” di Conte, anche perché Trump – che si era messo a muso duro contro il Covid – ha finito per lasciarci le penne. Politicamente, ovvio.

Cos’abbia in mente il Cavaliere non s’è ancora capito, però nei confronti di gente che guarda alla Corsica o va in giro a suonare campanelli, ha capito che la strada – almeno “non perdente” – è quella di seguire chi sta, bene o male, dirigendo la guerra da quasi un anno senza combinare troppi disastri e con qualche successo.

 

Per contrasto, anche dall’altra parte – in pieno stile Funari – c’era chi ad Ottobre voleva vedere nuovamente tutto chiuso, fino a quando non ci fosse stato nemmeno più un maledetto Covid in giro!  Purtroppo, però, non c’erano abbastanza risorse economiche per attuare quel piano – che, senz’altro, anche nel Governo qualcuno accarezzò – ma il conto dei soldi non tornava, e fu gioco forza non chiudere le fabbriche: anche se il mercato interno languiva, le esportazioni (la Cina è ripartita alla grande) non potevano essere buttate nel cestino della spazzatura.

 

Da qui un sofisticato meccanismo di calcolo che ha condotto, ad oggi, alla diminuzione della pressione sulle strutture sanitarie al prezzo, però, d’altri 15.000 morti (per ora).

Nell’opinione pubblica si fa strada la percezione di un nemico che non concede quartiere, che ad ogni nostra leggerezza ci chiede in cambio migliaia di decessi e, ad oggi, sembra che nessuno vorrà cedere nel periodo natalizio per poi ritrovarsi nuovamente nelle peste a Febbraio. L’esperienza estiva è stata sì una “liberazione”, però una liberazione che ha chiesto in cambio un conto troppo salato.

 

Rimane da giudicare come valutare la risposta di quella persona ai soliti che giocano a fare i virologi nelle Domeniche dispari ed i negazionisti in quelle pari. Messa in questo modo, parrebbe perfetta…però…il giochino che c’ha insegnato e lasciato Funari lo buttiamo alle ortiche? Torniamo alle paludate “Tribune elettorali” ammaestrate e controllate attentamente da Jader Jacobelli?

Purtroppo, una soluzione valida per tutti – a mio avviso – non c’è: almeno, io non riesco a scorgerla.

 

Se cerchiamo una sponda dalla filosofia, allora dovremmo chiedere lumi a Protagora ed alla scuola sofista dell’Atene di Pericle: siccome non esiste una realtà oggettiva, ogni discorso contiene in sé una parte di verità ed una di falsità. Ma, l’affermarsi dell’epistemologia scientifica, ha distrutto ogni segno di democrazia del sapere scientifico: o si vince, o si perde, come sosteneva Funari (probabilmente, senza rendersene conto).

Forse, un giorno, saranno gli stessi giornali ad accorgersi – ma ci vorrà molto tempo – che i commenti sono “merce” solo per gli “addetti ai lavori” che si occupano del problema dalle segreterie dei partiti: banalmente, mi sono accorto che i commenti fin verso le 10-11 del mattino quasi non si “muovono”. Un orario tipico della città di Roma, dove alle 9 prendi ancora il cappuccino col maritozzo: gli “influencer”, probabilmente, si mettono tardi al lavoro, ed osservano chi è caduto nella rete per mazzolarlo.

 

Ovvio che, da parte dello Stato, si dovrebbe vigilare meglio sulla natura e sulla violenza dei commenti: da parte mia, mi sono già occupato di raccogliere molti commenti (soprattutto antisemiti) raccolti dapprima su Don Chisciotte, poi su questo blog ed inviati alla sen. Segre, che li ha trasmessi alla Polizia Postale. Come ben saprete, lo Stato è lento nel prendere provvedimenti, ma quando parte è inesorabile.

Il risultato di questi commenti, però, è marginale e molto ridotto ai soli siti (come, appunto, Don Chisciotte) che sono piccole riserve indiane di fascistozzi con il busto del Duce sulla scrivania, oppure vanno a Predappio vestiti da camicie nere una volta l’anno: tutto sommato, possono continuare coi loro sogni da birbanti perché sono, in realtà, insignificanti e privi di un futuro politico.

 

Più importante è comprendere perché, nella vicenda Covid, in mezzo ai molti che discutono – anche con interventi a volte dileggianti – compaiano dei tizi che non la buttano più in caciara, bensì in insulti (mascherati per non incorrere nel webmaster) o, peggio, in minacce.

Qui non ci dovrebbero essere dubbi: se lo Stato lotta contro la pandemia – e migliaia di sanitari rischiano per tutti noi – non si dovrebbe avere dubbi sull’azione penale nei confronti di queste persone, poiché un conto è discutere su una miglior o peggior soluzione, un altro sostenere teorie bislacche sull’inesistenza del virus o come sia volontariamente propagato da fantomatiche organizzazioni che sembrano la Spectre di 007. Che, paradossalmente, metterebbero a rischio l’economia mondiale (dalla quale traggono ampi guadagni!) per qualche cervellotica ragione.

 

Insomma, Funari non ne ha colpa – perché fece bene a movimentare una discussione paludosa ed incravattata – ma oggi siamo giunti al paradosso: se non segui il Fake-pensiero, sei un povero stupido e si capisce bene come siano acchiappate velocemente le menti dei giovani, sempre pronti a confondere la novità con la verità.

Perciò, lo Stato dovrebbe metterci una pezza…con l’art. 656 del Codice Penale, perché no?

Io, che assisto quasi ogni giorno alla “vestizione” di un’infermiera che va a lavorare in un reparto Covid, non ho dubbi.

08 novembre 2020

Report scopre l’acqua calda

Report è sempre stato un format ben fatto dalla RAI, ossia cercare la pagliuzza nell’occhio del potere: proprio quella pagliuzza che tutti abbiamo visto lacrimare e che ci è parsa evidente, al punto da rifletterci sopra. A questo punto, ecco che Report entrava in scena e mostrava che la pagliuzza era, in realtà, una trave ed eravamo stati fessi a considerarla solo una pagliuzza: gioco ben fatto e che ha reso in ascolti per anni.

Salvo che, a volte – come capitò al povero Paolo Barnard – la trave non era solo una trave, bensì un tetto pericolante che coinvolgeva l’intero sistema farmaceutico, e l’unico a volare giù da quel tetto fu il povero Barnard – cacciato dalla Rai – mentre la Gabanelli rimase appesa per miracolo (sic!). Ma veniamo alla nostra storia.

 

Nella maledetta Primavera del 2020, ecco che un nuovo “Barnard” si presenta alla ribalta: si chiama Francesco Zambon, lavora presso l’OMS e viene incaricato di coordinare un gruppo di ricercatori per mettere nero su bianco quello che stava accadendo. Il gruppo si riunisce nella sede di Venezia e, durante quell’infinito e lugubre silenzio calato sulla laguna, stila un rapporto sulla risposta italiana alla pandemia Covid-19.

Alcuni ricercatori che lo lessero, dissero che era ben fatto: ossia – se abbiamo ben compreso – Zambon & soci stesero una buona cronistoria degli eventi, analizzando ogni singolo passaggio di quei tristi mesi. Parrebbe un lavoro ben fatto, al punto che il direttore regionale dell’Oms per l’Europa, Hans Henri P. Kluge, lo firma e, dunque, lo approva col suo sigillo.

Il “gruppo veneziano” però, nel suo vagare temporale sul prima e sul dopo della pandemia in Italia, non aveva potuto tacere che il Piano Pandemico – nessuno di noi sapeva dell’esistenza di simili piani – italiano non esisteva, o meglio, era fermo al 2006. E chi l’aveva scritto?

 

Non si sa con precisione, però si sa che fra il 2014 ed il 2017, al Ministero della Salute, il compito spettava a Ranieri Guerra il quale pare aver fatto, semplicemente, un copia-incolla di quello del 2006 e vai avanti così che va bene. Risultato: il lavoro del povero Zambon viene “secretato” dall’OMS e scompare dall’universo telematico. Scompare anche il libro di Roberto Speranza sul Covid edito da Feltrinelli, mentre l’audizione dello stesso Speranza di fronte al Copasir viene anch’essa secretata.

Interessante anche l’esternazione di Claudio D’Amario, attuale direttore generale del ministero della Salute, il quale mette l’indice sul nodo centrale del problema: la riforma del Titolo V della Costituzione, ossia le solite mene delle Regioni. A chi toccava acquistare e mantenere le scorte di mascherine in caso di gravi epidemie? Alcune defaillance s’erano già evidenziate durante l’epidemia di aviaria, che era un bruscolino rispetto al Covid-19. E, nella Primavera del 2020, medici ed infermieri sono morti per la mancanza di protezione, mentre il famoso “Piano di Tracciamento” è fallito miseramente per la mancanza di rilevamenti sul territorio, ossia tamponi e medici che li eseguissero.

 

Ma, tutto ciò, non è una novità.

Quando si decise di abolire le province (qualcuna sì, altre no, altre rinominate…insomma un pasticcio a non finire!) si scoprì che il 70% delle strade italiane erano strade provinciali: chi doveva provvedere? Comuni? Regioni? Nessuno ci aveva pensato, risultato: buche e voragini a non finire.

 

Secondo risultato: “rinominare” le ex Province in “Enti di Secondo Livello” – costituite dai soli sindaci della provincia: a ben vedere, un vulnus costituzionale, giacché i sindaci hanno poteri solo sul territorio comunale, che sono forniti loro tramite elezioni democratiche: che c’azzecca il sindaco di Magenta con Milano? – e fornendo, poi, come “cassa” la possibilità di piazzare i simpatici autovelox, che sono per un tratto ai 90 km orari, per scendere improvvisamente a 60 km orari, proprio dove c’è l’autovelox, e tornare a 90 km orari subito dopo. Non importa, poi, se gente ubriaca, drogata, sballata od esaltata sbaraglia ed uccide gente sulle strisce: l’importante è acchiappare i soldi, l’altro è compito della Polizia Stradale. Che viene, poi, a misurare dove sono stati sbattuti i morti.

 

Per mettere mano alle leggi, ci vuole competenza ed attenzione: ancora ricordo quando il ministro leghista sulla “Semplificazione” – Roberto Calderoli – fece un bel rogo di “vecchie leggi” nella caserma dei Vigili del Fuoco di Bergamo. Tutti contenti: e bravo!

Salvo che, tutti gli insegnanti italiani furono richiamati d’urgenza ad Agosto, durante le ferie, perché il “semplificatore” aveva cancellato il Regio Decreto che conteneva le norme per l’iscrizione alle scuole superiori, con relative tasse da pagare. Non conosco bene il motivo, ma dovetti tornare dalle vacanze per mettere una firma su un atto che il governo aveva subitaneamente emanato per mettere una pezza sulla puttanata di Calderoli.

Perché vedete, in Italia, non si fanno “Testi Unici” – ossia una nuova legge che contenga tutti gli argomenti su quel settore – no…troppo lavoro…ecco allora “Visto il Regio Decreto 12 Aprile del1926…la Legge n 27 del 21 gennaio del 1954”…eccetera…decreta che…troppo lavoro riportare tutto e cancellare la vecchia legge…no, un bel copia-incolla e vai…

Ma ci sono anche fatti ben più gravi. Ad esempio, il Vesuvio.

 

Il Vesuvio è un vulcano a magma acido, ossia è un vulcano esplosivo. Sta tranquillo per decenni, o per secoli poi, salta il “tappo” ed esplode lanciando lava e lapilli a chilometri di distanza: alla fine, una colonna composta di cenere rovente scende rovinosamente dalle pendici del vulcano, distruggendo tutto. Quindi, il Vesuvio si rigenera e torna a formare un cono, magari da un’altra parte, sempre nella zona flegrea.

Quando avverrà tutto ciò? Nessuno lo sa, ma una certezza c’è: avverrà, di sicuro, perché non è come l’Etna, a magma basico, che ogni tanto butta fuori un po’ di lava e si “scarica”.

 

Si dice che esista un piano per l’evacuazione delle aree vesuviane in caso d’eruzione. Si dice, probabilmente esiste, ma nessuno sa cosa dice realmente perché, nel frattempo (ossia dal 1944, ultima eruzione) circa 500.000 persone sono andate ad abitare tutto intorno al vulcano, quando proprio non sulle pendici della montagna…permessi per edificare? Eh, signò, ma cche dite…

Il piano dice anche che la via di fuga per questo mezzo milione di persone sarà l’autostrada Napoli-Salerno verso Sud e Napoli-Roma verso Nord. Per 500.000 persone: auguri.

 

Si torna a parlare di un ponte sullo stretto di Messina, o di una galleria: insomma, di qualcosa del genere. Dal punto di vista tecnico è perfettamente possibile, se non ci fosse un piccolo problema da risolvere.

L’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia afferma di non avere una mappa completa delle faglie sottostanti lo Stretto, perché non si sa fino a che profondità arrivino: sono le stesse faglie che “scivolarono” l’una sull’altra nel 1908, generando il più grande terremoto e maremoto italiano in epoca storica.

Preferiamo fare un “piano” per salvare le città dello stretto nel caso si presenti un nuovo atto di quei movimenti tellurici, oppure decidiamo di passare direttamente al “piano” d’evacuazione e salvataggio di migliaia di persone sul ponte, galleria o di qualsiasi altro accidente si tratti?

 

Nel 1951 ci fu la “rotta” del Po e la conseguente inondazione in Polesine, che causò morti e danni incalcolabili per quelle terre, causando la susseguente emigrazione da quelle terre.

Il governo nominò una figura – non un “piano” – il Magistrato del Po il quale, per gli aspetti idraulici, aveva potere su 4 Regioni e 38 Province (quando esistevano): per ora, ossia per 70 anni, la cosa ha funzionato. Nonostante i tanti attacchi subiti (all’epoca, dai Verdi) ed i tentativi di limitare la sua autorità nel campo, per ora resiste. Lo vogliamo sostituire con un “piano”?

Il primo atto è già avvenuto: nel 2003, il Magistrato del Po è stato sostituito dall’AIPO – Agenzia Inter-regionale per il fiume Po – che ha gli stessi compiti, ma deve mediare con i poteri regionali e locali non avendo più potere diretto sugli argini, sulle barene, sui canali di scolo, ecc. Speriamo che regga: l’argine o l’Agenzia? Mah…

 

Confesso di non essermi meravigliato tanto per la vicenda del “piano” epidemico: chi mai immaginava un simile evento? Però, se il piano era stato pensato, vuol dire che qualcuno presagiva che il rischio ci fosse. Oltretutto, negli ultimi decenni, con Sars, Mers ed Aviaria, qualche segnale c’era stato: era necessario un “piano”?

Forse sì o forse no: probabilmente, era necessario un responsabile, qualcuno dotato di mezzi adeguati (ossia soldi) per far fronte ad una possibile pandemia: è sotto gli occhi di tutti che il Governo, nella scorsa Primavera, ha annaspato. Gli operatori andavano nelle corsie con maschere…da Carnevale…perché non avevano altro, e sono morti a centinaia.

La differenza si vede oggi, perché a fronte di 40.000 contagiati abbiamo poco più di un migliaio di ricoverati: segno che i tamponi oggi ci sono, e forse anche qualche cura comincia a dare segnali incoraggianti. Lasciamo stare il vaccino, per favore: medici seri affermano che un vaccino efficace e senza controindicazioni necessita di due anni di prove per essere validato. Ed io credo poco alle corse contro il tempo.

 

Piuttosto, sarebbe meglio rimettere in sesto la Sanità: noi non abbiamo la fortuna tedesca, che ebbe una sanità di prim’ordine solo perché sarebbe stata la prima retrovia dell’impatto delle divisioni sovietiche…eravamo un fronte secondario, come sempre lo siamo stati.

 

Ancora sotto Gentiloni, il PD organizzò un convegno sulla Sanità italiana: ciò che venne fuori fu che, a conti fatti, la sanità regionale s’era dimostrata un disastro. Il problema – aggiunsero però – era che nessuno sapeva come fare per riportarla sotto lo Stato. E se fosse stato peggio?

Anche all’indomani del crollo del ponte Morandi tutti si sbracciarono ad affermare che le autostrade dovevano tornare allo Stato, ma – a più di due anni di distanza – nessuno ne parla più ed i Benetton continuano, imperterriti, sulla loro strada.

 

Ah, a proposito…c’è il problema delle norme anti-Covid nei Tribunali…per fortuna uno solo è stato dichiarato fuori norma. Uno solo, che fortuna! E qual è?

Quello di Genova, che dopo due anni non è giunto nemmeno a terminare l’istruttoria sul ponte Morandi…ancora nessun rinvio a giudizio…peccato, l’evento avvenne prima dell’emanazione della legge Bonafede sulla prescrizione…che peccato…vuoi vedere che i Benetton tifano Covid?

Anzi, no: facciamo un bel “piano” e diamolo da stilare che so io…a Lunardi, oppure a Caltagirone…o magari ai Benetton stessi, che sono esperti…che ne dite?