20 giugno 2018

Quando mostri la realtà dell’Africa, l’imbecille guarda il dito. Sul grilletto


“La pacchia è finita.”
“I porti italiani rimarranno chiusi.”
“Non parteciperemo più al business dei migranti.”
“I migranti ci rubano il lavoro.”
“Aiutiamoli a casa loro.”

La pacchia è finita
Che in Africa ci fosse quella gran “pacchia”, nessuno degli africani se n’era accorto. Anche raccogliere pomodori per 5-20 euro/giorno (dipende dalla magnanimità del padrone) non è certo il paese del Bengodi, e dei 36 euro stanziati dal governo italiano per migrante/giorno, in tasca loro non ne arriva nessuno, o ben pochi. Difatti, c’era la fila delle ONG e dei gestori dei centri d’accoglienza, che non aspettano altro che d’avere una concessione. Schiavisti di Stato, ecco cosa sono e, da quando mondo è mondo, gli schiavisti hanno sempre lavorato per il loro tornaconto personale.
Perciò, inviare nell’etere queste roboanti dichiarazioni è pura disinformazione, che ho sempre combattuto da qualsiasi parte giungesse.

I porti italiani rimarranno chiusi
Qui ci sono due argomenti in uno: la chiusura dei porti come atto giuridico e la destinazione dei migranti come soluzione pratica del problema.
La chiusura dei porti selettiva (ossia per bandiere di nazionalità) è, giuridicamente, quasi un atto di guerra. In altre parole: richiede prima un dialogo diplomatico, o meglio, sta a significare un dialogo diplomatico che s’è arenato. O che non c’è mai stato. In tempi passati, o la cosa si risolveva diplomaticamente, oppure il più forte li riapriva a suon di cannoniere.
Siccome il mare è un elemento molto pericoloso – e ve lo dice uno che lo conosce – quando si hanno delle persone a circa 20 miglia dalla costa – e dunque in mare aperto – se le imbarcazioni sono in condizioni di creare pericolo per la vita, il soccorso in mare è obbligatorio. Se non avviene, è codificato come omissione di soccorso e il comandante, allo sbarco, viene chiamato a risponderne.

Non voglio fare la figura dell’ingenuo: so benissimo che queste persone si mettono in mare per essere “salvate”: perciò, il problema è la loro destinazione definitiva, non dove sbarcano. A tal riguardo – forse comprendendo che l’Europa si sta giocando parecchio su questa vicenda, e non volendo essere ricordata nella Storia come la “liquidatrice” dell’UE – Angela Merkel ha mangiato la foglia, ingoiando anche il picciolo: “E’ un problema europeo”, non facile da digerire anche per Angelona, che ha vicini abbastanza riottosi in materia (Austria ed Ungheria, tanto per cominciare) ed oppositori interni che basano il loro futuro politico proprio sul perdurare del problema: tanti migranti, tanti voti in più per i partiti che cavalcano il problema, senza riflettere che – dopo – dovranno risolverlo.

Non parteciperemo più al business dei migranti
Questa è un’affermazione che mi sento di sposare in toto e senza riserve, perché la tratta dei migranti (o schiavi) perdura da circa mezzo millennio e, in un mondo così “compenetrato” come oggi avviene (reti telematiche, trasporti veloci, ecc), rischia veramente d’essere il detonatore che fa scoppiare la bomba sottostante, che ha sempre il solito nome: sperequazione nella ripartizione della ricchezza planetaria.

L’Europa è un continente di circa mezzo milione d’abitanti, che nel volgere di un paio di generazioni si ridurrà alla metà dei suoi abitanti, causa il deteriorarsi delle condizioni di vita (lavoro, sicurezza, speranza, infelicità, giustizia, ambiente, violenza, malgoverno, pessima alimentazione, ecc, ecc, ecc) è giunta al punto che la fertilità del maschio europeo si è abbassata notevolmente. Ricerche mediche raccontano proprio questo: meno spermatozoi attivi e validi. La donna europea ha un tasso di natalità di poco superiore ad 1.

L’Africa, intorno al 1960, aveva 250 milioni d’abitanti. Oggi, ne conta circa 2,2 miliardi. Il tasso di natalità delle donne africane è pari a 4,4. Tre volte quello europeo.

Non vorrei che qualcuno prendesse per partigianeria quanto scrivo: sto soltanto esponendo dei dati, numeri che tutti potrete trovare sul Web e che sono di pubblico dominio ed universalmente riconosciuti.
Abbiamo un problema? Direi di sì.

Un identico problema esiste fra Israele e la cosiddetta “striscia di Gaza”, laddove le donne israeliane superano a fatica (con enormi aiuti di Stato) i 2 figli per donna (popolazione costante), mentre dall’altra parte la natalità supera i 4 figli per donna. Come risolvono il problema gli israeliani? Bombardandoli, massacrandoli, imprigionandoli, deportandoli.

Il problema dei cosiddetti “più forti” è soltanto per quanto tempo riusciranno a risultare tali: i Latini ci riuscirono fino al 476 d. C. , ma già dal 300 le cose si erano messe male. Durò ancora più di un secolo prima che un Goto disarcionasse dal trono un fanciullo Romano e spandesse le sue larghe chiappe sul trono dei Cesari.

Le pressioni migratorie non hanno soluzioni (pensiamo quanto protesse la Cina dai Mongoli la Grande Muraglia) e le uniche alternative possibili sono due: opporsi oppure trattare. Finché si può farlo.
In fin dei conti, la fine della tratta negriera che dura da 5 secoli non farà che portare all’esplosione violenta il continente africano: anche perché qualcuno – scelleratamente – ha pensato bene d’aprire il vaso di Pandora e spezzarlo a terra in cocci, ossia la distruzione dell’Africa Settentrionale come entità statuali abbastanza solide.

Tirando le somme, potremmo affermare che è giusto “eticamente” mettere fine alla tratta, ma capirne anche le inevitabili conseguenze.

I migranti ci rubano il lavoro
Se qualcuno ritiene valida questa affermazione, mi scriva. Non conosco più tanta gente in giro per lo Stivale, ma una raccomandazione per andare a raccogliere arance, pomodori, olive, uva od altri prodotti agricoli mi sento di poterla promettere senza temere d’essere smentito. Ovviamente, dai 5 ai 20 euro/giorno, per 10-12 ore di lavoro, sotto la torrida canicola od al gelo invernale.
L’ultima notizia, tanto per informare, me l’ha data un amico di Acqui Terme e riguarda la potatura dei vigneti, che si esegue in Inverno. Un agricoltore è stato “impalato” – ossia legato ad un palo e lasciato lì – poiché aveva disatteso la parola data a dei migranti: al termine del lavoro, dai sette euro/giorno era sceso a 5, unilateralmente. Per fortuna, quegli slavi non osarono mettere in pratica l’impalamento rituale, così come lo descrive Ivo Andric ne “Il ponte sulla Drina”.

Ci ho provato io stesso con mio figlio: perché non metti a coltura i terreni della famiglia? Con tutto l’aiuto possibile da parte della famiglia stessa, in termini d’investimenti e – per qual che si può a questa età – di aiuto materiale. Oggi lavora con un’azienda informatica e si è scordato di quella proposta.
Le canne crescono, lungo le strade, rigogliose come non mai. Negli stessi, identici posti, 40 anni fa dovevi quasi litigare per tagliarne un fascio per legarci i pomodori, per metterle ai fagioli…insomma, per tutte le esigenze dell’orto. Oggi, le giovani generazioni italiane osservano le zappe lasciate nella rimessa da padri e nonni, e non hanno la minima curiosità nei loro confronti.
Perciò, non stiamo a raccontare queste frottole: se qualcuno vuole andare ad accudire animali oppure sgobbare in un cantiere edile, il posto lo trova. Ma non si può rispondere al cellulare e messaggiare ogni 5 minuti, no, non si può proprio.

Aiutiamoli a casa loro
Quando sento questa bella litania, mi saltano nella mente antiche e linde parrocchie con preti sorridenti da pubblicità dell’8 per mille, oppure eleganti librerie con ben in vista i libri di Marx che circondano divani soft e luci soffuse, o ancora collezioni di fotografie coloniali che spiegano quanto “bene” hanno fatto gli italiani all’Africa. A quel punto, non so se per noia o per disperazione, mi monta veramente il sangue alla testa.
Ma chi spapera in giro queste fregnacce, sa cos’è l’Africa?

L’Africa, dal punto di vista agricolo, è soltanto secondo all’Antartide per sfiga campestre. Tolti gli enormi deserti, rimangono soltanto le valli del Nilo, del Niger e del Congo, più qualche arido altipiano (come quello dove vivono i Masai e le loro magre vacche) e qualche sterpaglia che onoriamo del nome di “savana”.
Quando giunsero gli europei per “destinare” loro terre migliori in altri continenti – il ben noto “Triangolo degli schiavi”, durato circa 4 secoli nella sua forma arcaica – erano giunti pressappoco al termine del loro Neolitico ed iniziavano, probabilmente, una fase pre-imperiale, intendendo qualcosa di simile agli Assiri od ai Sumeri.
Testimonianze di questo genere sorgono in Ciad, in Niger e in altri Paesi della parte Nord dell’Africa sub-sahariana. Ma arrivarono gli assatanati portoghesi, poi spagnoli, olandesi, inglesi, francesi, italiani…
Perché i nostri avi andarono in Africa?

Dapprima per semplice rapina: oro, sempre lui. Poi schiavi per il nuovo business del cotone, infine scoprirono le miniere, e fu la fine dell’Africa.
Il più forte mangia il più debole? Vero. Però, gli statunitensi hanno completato il “lavoro”: privati i Nativi del loro habitat, sono stati confinati nei vari lager tipo Pine Ridge, dove alcol e droghe completano il lavoro del glorioso Winchester 32. Indi, per acquietare la loro coscienza, hanno persino creato l’Università dei Nativi (che si trova in Minnesota) e girato il film Balla coi lupi. Adesso siamo tutti a posto: crepate in pace, amen.
In questo, dobbiamo riconoscere che anche gli israeliani si stanno difendendo bene con le loro fortificazioni impenetrabili dalle quali, in ben protetti bunker sotterranei, le bionde soldatesse di Tzahal puntano il joystick e premono: alè, un altro palestinese ammazzato. Era di qua del confine (tracciato da chi?)…o forse un po’ più in là…ma che importa…tanto, nella Bibbia è scritto che Cam sarà solo il servitore di Sem e di Japhet…
Nelle versioni più “soft” e senza indicare la nazionalità, lo stesso software lo venderanno come videogioco: ne ho visti mille che gli assomigliano.

L’ultimo anello di questa infamia senza fine ci porta al mondo dei trapianti, al loro commercio, ai tanti minori che scompaiono. Non ci credete? Mettete in ricerca i termini “migranti” e “trapianti”, poi cliccate, se avete stomaco e coraggio, quello d’osservare cadaverini di bambini (i più richiesti, ancora non infettati dall’AIDS e dalle epatiti) squartati e legati come salami dopo il prelievo.

Ma veniamo ai rimedi, ossia “come” aiutarli a casa loro.
I missionari comboniani provarono a “saltare” alcuni millenni di Storia e fecero arrivare trattori e motozappe. Per un po’ funzionò, però quando cominciarono a rompersi non si trovò nessuno che li sapesse riparare: fine dell’antropologia “creativa”.
Provarono ad insegnare loro ad addomesticare i bufali, ma la biologia può essere sperimentale solo in laboratorio: impossibilitati ad usare buoi a cavalli (clima) o zebre (debolezza del piede, già tentato dagli europei). Forse, oggi, qualcuno corre ancora dietro a dei riottosi bufali, con scarsi risultati.
I più hanno scelto un animale più docile da ammansire, che viene dalla lontana Russia: si chiama Kalashnikov, e basta spostare una levetta perché partano colpo singolo, tre colpi oppure la raffica. Facile da usare, robustissimo, è ciò che fa per l’Africa. E per i soliti padroni.

Perché, gli africani, e per cosa combattono fra di loro? Per le banane, i manghi, le antilopi?
No, svolgono in conto terzi la guerra delle miniere.
Perché – e forse questa storia non la conoscerete – dopo lunghe trattative sul commercio internazionale dei metalli/minerali non ferrosi – ossia, Oro, Argento, Platino, Wolframio, Tantalio, Rame, Selenio, Vanadio, Uranio, petrolio, gas naturale, Piombo, Stagno, Mercurio, Nichel, Litio (sali), Cadmio, Cromo e cromite, Manganese, ecc,ecc – si giunse ad una regolamentazione, ossia al concetto di “tracciabilità” dei minerali commerciati.
Le ragioni?
Per obbligare le aziende a pagare prezzi di mercato (di per sé già bassi: pensiamo al prezzo del Rame (1), che negli ultimi 100 anni ha subito una diminuzione reale del 50%) e per tassare alla fonte queste importazioni. Un trattato rispettato dagli USA, da parecchi Paesi africani ma non da…l’UE!
L’UE preferisce che la dichiarazione di tracciabilità sia “facoltativa”, insomma…come vuoi, quanto vuoi, come ti fa comodo…
Ovvio che, se si compra in “nero”, i conti si regolano come qualsiasi mercato illegale, ossia a colpi di mitra. Avete capito chi finanzia le varie milizie africane?

Ma un medico africano (2), il dott. Mukwege, decide di porre fine a questo disgusto e sale in Europa, viene accolto a Strasburgo e parla di fronte al Parlamento Europeo (che gli consegna il premio Sakarov per l’informazione). Le reazioni dei parlamentari – di fronte allo stillicidio di prove (il medico è un ginecologo, e parla soprattutto di violenza sulle donne da parte delle varie milizie) – è drammatica: qualcuno, addirittura, piange.
Poi, però, vota. Sarà stato un miracolo, ma il titubante Parlamento Comunitario trova la forza del leone e vota una legge che obbliga – tout court – le aziende europee alla tracciabilità dei loro acquisti internazionali. Sembra fatta. E invece.
Il commissario delegato al problema sospende la seduta ed invoca “tempo” per “mediare” all’interno della Commissione – non eletta da nessuno, terra felix per le varie lobbies – e, d’incanto, il Partito Popolare si ricompatta: si decide (il voto cambia) che la questione sarà appannaggio di una “trattativa” fra il pronunciamento del Parlamento e la Commissione. Ossia, si discuterà ancora…qualcuno di voi immagina come andrà a finire?

Era un buon passo per iniziare a riconoscere agli africani, almeno, la “proprietà” di quelle risorse minerarie – un modo per “aiutarli a casa loro” – ma non è stato fatto. Il secondo, inevitabile, riguarda la democrazia in quei Paesi: guarda a caso è stata “messa in atto” per sovvertire l’Africa del Nord, ma a nessuno salta in testa d’andare a mettere a posto le cose nell’Africa sub-sahariana, dove i vari “capataz” regnano indisturbati, protetti dalle milizie pagate, pagate…da chi?
Un aneddoto, abbastanza noto in Africa, recita che ad un nuovo “presidente” venga portata una valigia piena di dollari. A lato, una pistola: scelga.

Ultima domanda, che mi pongo e vi pongo, è: cosa ci fanno 800 militari italiani in Niger? La missione, approvata nella scorsa legislatura, ebbe i voti della Lega ma non quelli del M5S. E, partita in sordina con minimi finanziamenti, a conti fatti ci costerà più di un miliardo l’anno. Cosa fanno laggiù?

Una speranza, però, c’è. Una soluzione può arrivare.
Nel Sudafrica dell’apartheid (alleato storico di Israele) Mandela prospettò cosa sarebbe successo dopo pochi decenni: milioni di bantu contro migliaia di bianchi. Fu grande saggezza compiere quelle scelte, anche se molti non furono d’accordo. La soluzione opposta? Un bagno di sangue, e le risorse auree del Sudafrica completamente in mano ai neri. Oggi, De Beer è quasi monopolista dei diamanti in quelle terre, ma le transazioni sono tutte tracciate, diversamente da come avviene in Congo. E i sudafricani, pur vivendo ancora in condizioni di lavoro pessime, non emigrano.

Le strade facili terminano, alla fine, per sfociare in demagogia e in disinformazione: si prendono voti, si guadagnano consensi, ma è come puntare sulla sopravvivenza dell’Impero Romano ai tempi di Costantino.
Léopold Sédar Shengor – presidente del Senegal e poeta – già disse in anni lontani che “il futuro dell’Africa riposa nel ventre delle donne africane, non negli occhi dell’uomo bianco, quegli occhi da dio, azzurri come il cielo”.
Meditate, gente, meditate.

(2) https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2015/05/20/guerra-dei-minerali-in-africa-lue-sfida-le-lobby/148611/

08 giugno 2018

Caro Ministro Toninelli


Chi l’avrebbe mai detto che, dopo una lunga carriera di militante nel M5S, le sarebbe toccato in dote il Ministero dei Trasporti? Gli altri si prendono Interni, Esteri, Giustizia e via cantando…a me, rimane il ministero delle ferrovie scassate, della sempre in perdita Alitalia, dei sempre in deficit trasporti urbani…un posto di lavoro di seconda linea, nel quale non si mietono allori sul fronte del grande gioco strategico internazionale. E si rischiano solo critiche, tante critiche e pure qualche “vaffa”.
Si faccia coraggio: le è toccato un pane duro, com’è dura la pagnotta dei tanti che faticano scorrazzando sulle autostrade, su treni sgangherati, a bordo di navi lente come lumache che devono attraversare oceani infiniti e noiosi. “E il porto d’attracco non dà segno di sé” come cantava un genovese in altri tempi, il grande Fossati.

Non le mancheranno i nemici (ma di questo sono convinto che già ne è cosciente): piuttosto, dovrà vedersela con progetti oramai “storici” che non vogliono passare alla Storia, con relativi succosi contratti che pretendono penali astronomiche. In tutta la situazione domina un solo assioma: l’Europa che non è stata – travolta dagli egoismi dei singoli Stati e dalla pretesa della Finanza di governare anche gli affari politici – si sveglia oramai soltanto per reclamare il pattuito in anni lontani, quando di quel progetto non resta più nulla.
Se vogliamo, nulla di nuovo.

L’Italia Fascista, nella 2GM, si affidò corpo e beni ad un caccia biplano prodotto dalla FIAT – il CR-42 – che, ovviamente, era desueto già all’inizio della guerra. Ma i contratti per migliaia d’aerei erano stati firmati: di conseguenza, nel 1945, la FIAT chiese al nuovo governo italiano di rispettare gli accordi (cioè di costruire biplani!). Non so come andò a finire: forse, un po’ di buon senso – viste la condizioni del Paese nel 1945 – ebbe il sopravvento sui biplani.
Qui, ci ritroviamo in una situazione analoga.

Negli anni ’90 del secolo scorso, nei grandi progetti pensati per creare l’area economica europea modernizzando le tratte ferroviarie dei singoli Paesi, c’era anche la TAV, la Torino-Lione, che poteva avere un senso se ci fossero stati traffici su quelle direttrici, se l’economia fosse stata sempre in crescita, se il Paesi Mediterranei avessero creato nuovi poli industriali, se, se…insomma, una progetto basato su troppi “se”, che la Storia ha smentito: come dicono in Toscana, il se ed il ma sono il pane dei grulli.

In ogni modo, questo era il tracciato previsto per il corridoio 5:



Come si nota, l’impresa era veramente molto ambiziosa (rectius: pretenziosa) e finì ben presto: ognuno s’arrangiò per sé e Dio (petrolio/gomma) per tutti.
I singoli Paesi, ad uno ad uno, si smarcarono ad iniziare dal Portogallo e dalla Spagna che non progettarono nemmeno il nuovo valico ferroviario dei Pirenei, privilegiando la rete autostradale che dall’Andalusia corre, nei pressi del Mediterraneo, fino a Barcellona. Poi l’Ucraina precipitò in una guerra infinita…insomma, quel progetto morì con la sua grande sostenitrice, la commissaria spagnola Loyola de Palacio, scomparsa nel 2006. Per chi vuole più informazioni, c’è un breve articolo del 2013 che condensa abbastanza bene la vicenda (1).
I problemi di trasporto, però, restano.

Se si aggiunge che Svizzera ed Austria sono molto restie a concedere il transito su gomma sulle loro strade/autostrade, si nota che non rimane che l’Italia, poiché “salire” fino in Ungheria per accedere all’Est d’Europa è fuori discussione (questioni di costi).
La questione TAV, dunque, non è un problema di tipo legale, di contratti, di penali…bensì è stato un colossale abbaglio europeo – ho usato il termine “abbaglio” e non “errore” poiché all’epoca si poteva anche pensare che un’Europa più integrata nelle vie di trasporto fosse un obiettivo da perseguire – ma, oggi, non è nemmeno pensabile andare a discutere le cose nei vari tribunali europei.
In altre parole: ancora una volta dovrebbe essere il primato della politica ad avere la meglio sui desideri delle varie lobbies del trasporto, altrimenti si finisce con un’autostrada che ti taglia in due il giardino e con un tunnel nel garage.

Anni fa, scrissi per le edizioni Macro un libro sui trasporti (2) che venne pubblicato solo in formato pdf poiché l’argomento, di sé, non richiama molti lettori: perciò, qualche consiglio mi sento di poterlo dare. Mi sa che qui, ad essere relegati in un angolo, sono sia i ministri e sia gli scrittori.

Ciò che rimane del “Corridoio 5” europeo è una triste realtà per l’Italia: gli autotreni partono dalla Spagna diretti in Ungheria, Romania, ecc (e viceversa) e finiscono per transitare su una delle autostrade più neglette d’Italia: la Ventimiglia Genova.
Progettata negli anni ’50 del Novecento per un traffico prevalentemente turistico, oggi è giunta al parossismo: vista l’impossibilità d’allargarla (corre in mezzo alle case per 30 chilometri in area urbana a Genova) spesso la sicurezza è solo un optional: nel tratto urbano di Genova mancano addirittura le piazzole per la sosta d’emergenza. Basta un’automobile che si rompe e capita il finimondo.

Ma i veri “finimondi” succedono ogni due per tre con il traffico degli autosnodati che non rispettano minimamente i limiti di velocità: la soluzione sarebbe semplice. Copiando dai vicini francesi, sistemare degli autovelox uguali a quelli d’oltralpe: 80 Km orari, senza tolleranza, ossia ad 81 sei già “beccato”.
Questo perché gli autotreni hanno (obbligatorio per legge) un limitatore che tiene automaticamente il mezzo sotto gli 80 Km/h: il problema è che, gli stessi elettrauto che lo installano, sistemano pure un pulsante nascosto per bypassarlo. Solita storia di corruzione all’italiana: gli autisti (in maggior parte stranieri: rumeni, moldavi, lituani, ecc) semplicemente ne approfittano.
Alla prima multa non pagata dall’azienda, il mezzo verrebbe bloccato (sempre con sistemi automatici, ossia partirebbe una telefonata che avvisa l’azienda, con riferimenti al mezzo interessato) alla frontiera e se ne torna da dove è venuto: vedrà che si daranno una calmata e diminuiranno anche i numerosi incidenti – spesso mortali per gli stessi autisti e per il personale della Società Autostrade – che avvengono con una frequenza impressionante.
Questo per la fase d’emergenza, ossia per far rientrare nella legge chi della legge se ne fa un baffo.
Ci sono altre soluzioni?

Ricordo che l’ultimo progetto di un “passante” dietro a Genova – da costruire tutto in zona impervia e problematico sia per le lunghe gallerie e sia per i numerosi corsi d’acqua a regime torrentizio da attraversare – da Genova-Voltri a Genova-Nervi fu del governo Craxi (anni ’80) ed il costo mi pare di ricordare intorno ai 5 miliardi di lire: poi giunse Tangentopoli, e tutto passò in cavalleria.
Per ovviare alla costruzione di una siffatta opera – anche perché l’intero tratto, fino al confine francese, fu pensato per il traffico turistico e la comune viabilità (dell’epoca), ed oggi è chiaramente insufficiente – da alcuni anni è possibile imbarcare i camion in un porto della costa spagnola (in genere, Barcellona) fino al porto di Genova (e, ovviamente, viceversa).
Si tratta della soluzione migliore, a patto d’imbarcare solo i semirimorchi e non l’intero autosnodato: perché far viaggiare un trattore sulla tratta marittima? A dormire nella stiva di una nave? Con gli autisti, anch’essi, ospitati a bordo? I semirimorchi, giunti a destinazione, verrebbero presi in consegna da altri conducenti che li condurrebbero a destinazione.

I pro ed i contro di questa soluzione?
I contrari sono, ovviamente, le compagnie di trasporto su gomma, le quali affermano che il trasporto interamente su gomma è più veloce: certo, però se si rispettassero i limiti di velocità non sarebbe poi così conveniente. Per questa ragione li osserviamo correre ben oltre i 100 Km/h.
I costi sono grosso modo equivalenti: anzi, se si considera che i motori dei camion non sono in funzione durante la tratta marittima, forse la nave conviene. Se si spedissero i soli semirimorchi sarebbe probabilmente ancor più conveniente.
Una soluzione del genere risolverebbe il problema dell’affollamento autostradale, restituirebbe l’autostrada al traffico locale/turistico senza apocalittici ingorghi ogni volta che accade il seppur minimo incidente.
L’Italia non dovrebbe accollarsi il costo d’ammodernamento di un tracciato autostradale – non pensiamo alla ferrovia, la Savona Ventimiglia è quasi tutta a binario unico! – e s’ovvierebbe ai pericoli del traffico incontrollabile che oggi si registra.

In fin dei conti, il Corridoio 5 – mai decollato – ha lasciato questa pesante eredità: è pur vero che il volume di traffico è quasi inesistente sulla tratta Lione-Torino (e viceversa), anche perché i trasporti corrono più a Sud, sull’autostrada spagnola e francese meridionale e poi sull’autostrada italiana. Ma esistono, e sono andati ad infagottarsi su un’autostrada pensata e costruita solo per il traffico locale e turistico.

Sinceramente, ho sempre pensato che la TAV fosse un’opera inutile: serviva solo ad acchiappare fondi europei ed a creare tangenti con il solito sistema delle aziende che prendono i soldi e poi svaniscono in un fallimento. Già programmato dall’inizio.
Ci vorrebbe una legge come quella danese, che stabilisce costi e tempi già nella gara d’appalto e prevede un carico penale (ossia galera) per chi non rispetta i termini? Aziende italiane hanno partecipato alla costruzione del ponte che collega la Danimarca alla Svezia e nessuno ha avuto problemi: quando qualche alto dirigente deve consegnare il passaporto negli ultimi sei mesi prima della scadenza dei termini di consegna, ci si pensa due ed anche tre volte ad invocare il solito “incremento dei costi d’opera e l’allungamento dei tempi di consegna”.

Prima di salutarla, mi sono ricordato che lei è cremonese. Il nome “Pizzighettone” non le dice nulla? Lo so, non può non sapere. E’ proprio dalle sue parti.
Pizzighettone, ad una dozzina di chilometri da Cremona, è il luogo dove s’è arrestato il canale navigabile Cremona-Milano, che doveva collegare la grande zona industriale lombarda con il mare Adriatico. Un’impresa che era riuscita agli austro-ungarici nel 1829, quando inaugurarono il collegamento fluviale da Locarno, via Milano, a Venezia.
Certo: altri tempi, diverse necessità, altre navi, differenti obiettivi. In nota, la cronistoria dei fallimenti italiani (3).
Oggi, una nave fluviale europea del tipo V porta l’equivalente di 84 autotreni, che toglie dalle sempre intasate autostrade: navi che oggi sono spinte dai diesel, ma è già prevista la transizione a metano, domani addirittura elettrica.

Abbiamo tutto: il grande fiume, il canale (50 Km da completare), Fincantieri (azienda pubblica, fra le migliori al mondo) che può costruire tutte le navi che desideriamo. L’UE è disposta ad accollarsi la metà della spesa per terminare il canale, che ammonta a due miliardi.
E’ mai possibile che riusciamo a costruire “pezzi” di canale (come l’idrovia Padova-Mestre) per poi abbandonarli al loro destino e lasciarli alle società di pesca sportiva?!? C’è da darsi i pizzicotti. Ovvio: terminati gli appalti – e le relative tangenti – s’abbandona il canale e si passa alle tangenziali.

Spero che lei possa farci qualcosa: vedrà che fare il Ministro dei Trasporti non è poi così male, ci sono anche i progetti di dirigibili – che consumano 1/6 degli aerei per carico commerciale pagante, e che domani (con moduli fotovoltaici flessibili sull’involucro esterno) saranno praticamente autosufficienti dal punto di vista energetico – che aspettano qualcuno che s’interessi a loro.

Il M5S s’è battuto per anni su queste tematiche: oggi è il momento d’attuarle. Forza, ragazzi!



30 maggio 2018

Cogli l’attimo: dimettiti




Per carità, non c’è urgenza, ma quest’atto – Presidente Mattarella – a mio modesto parere va fatto: ne va del bene della Nazione. Premetto di non aver mai pensato che il suo caso rientrasse in quelli di alto tradimento e di attentato alla Costituzione, citati dalla costituzione all’art. 90, bensì che si trattasse di una voce del dettato costituzionale che presenta alcuni dubbi interpretativi, peraltro sempre sostenuta da eminenti costituzionalisti – fino alla presidenza Napolitano – come un discrimine. Un discrimine fra che cosa? E’ molto semplice: fra la Costituzione Repubblicana e lo Statuto Albertino che la precedette: difatti, la nomina dei ministri era una prerogativa del Re, mica dei Presidenti della Repubblica. Non a caso, nella Costituzione Repubblicana si afferma che il Presidente della Repubblica sceglie il nome del Presidente del Consiglio. E basta.

Per ovviare, in futuro, che il problema si ponga nuovamente – sempre a mio modesto parere – bisognerebbe specificare le qualità richieste ad un ministro: ad esempio, che non sia in conflitto d’interessi nella condotta del ministero, che non abbia precedenti penali, ecc. Non cito le competenze poiché, in passato, abbiamo avuto ministri dell’agricoltura laureati in lettere e medici all’Istruzione. E poi avvocati ovunque, ma si sa: gli avvocati sono dappertutto, come il prezzemolo. Poi, però, finita lì: nessun impedimento.

Perché insisto sulle sue dimissioni?
Apra un qualsiasi quotidiano e cerchi di fare una sintesi di ciò che sta accadendo: la sfido a riuscirci. Domani l’Italia avrà un governo politico, tecnico, politico di legislatura, tecnico con appoggio politico, triennale, biennale, trimestrale, balneare? I cittadini non capiscono più nulla, poiché le elezioni avevano indicato una maggioranza, ma qualcuno – ossia lei – non l’ha voluta ascoltare. Di tutto ciò, solo lei è il responsabile: aveva tutti i poteri per sbrogliare la matassa.

Ha iniziato subito male: dopo quel 4 Marzo, attese fino al 4 Aprile per avviare le consultazioni sul Governo, lasciando correre una settimana per la Pasqua. Un mese per eleggere i presidenti di Camera e Senato?!? C’era la Pasqua di mezzo, d’accordo, ma nulla vietava di compiere già una fase di consultazioni interlocutorie, almeno prima di Pasqua. E, invece, nulla. Poi, le interminabili consultazioni fra Berlusconi (che veniva, comprensibilmente, rifiutato) e Renzi (che, altrettanto comprensibilmente, rifiutò): insomma, per essere un giovane politico Di Maio ha mostrato, nei suoi confronti, tanta pazienza, per dimostrarle che un altro governo non era possibile. Circa due mesi di un balletto interminabile, soltanto per compiacerla.

Quando, poi, finalmente si arrese all’evidenza che l’Italia era la prima nazione europea dove una maggioranza cosiddetta “populista”  aveva vinto le elezioni – e le due forze politiche ci misero solo 15 giorni a scrivere il contratto di governo – lei ha fatto saltare tutto con la scusa di Paolo Savona, peraltro persona stimata e competente. Certo, non molto “malleabile” dai potentati europei, e qui veniamo al dunque.

Proprio cent’anni or sono, era in atto la grande mobilitazione degli Imperi Centrali per vincere la 1° GM, che sarebbe culminata nella Battaglia del Solstizio: con il fallimento dell’offensiva austro-tedesca si concluse, di fatto, la guerra ed i mesi seguenti furono già spesi in trattative sui futuri assetti europei, come lei ben conosce.
La Germania ha cercato d’imporre con le armi per ben due volte la supremazia in Europa, e non c’è riuscita. Oggi – dopo un’unificazione concessa un po’ troppo in fretta – ha di nuovo conquistato gran parte dell’Europa, mettendola sotto scacco economico. La Gran Bretagna, che per due volte uscì vittoriosa con le armi, la terza volta se n’è andata sbattendo la porta.

Il problema, caro Presidente, è che i tedeschi non sanno governare: sanno solo comandare, questo è il loro principale difetto. Sono un popolo in grado d’esprimere buone classi dirigenti, in grado di comandare ovunque e comunque: la Germania è intrisa fino al midollo di vecchio militarismo prussiano, anche se i suoi abitanti non se ne accorgono nemmeno. Drogati da una evidente ricchezza, paiono a volte addirittura amabili e gentili, ma – appena sotto la buccia – ricompare il vecchio vizio prussiano del comando.
Crede che racconti solo delle fanfaluche?

Mi reputo un buon conoscitore del mondo germanico, e ne apprezzo gli innumerevoli pregi, ma non si può lasciarli comandare poiché non riescono a gestire situazioni complesse, diverse dal loro pensiero, che esulino dalla “catena di comando” dell’obbedienza. Anche la loro bellissima lingua ne è intrisa.

In Europa, la Germania deve fare i conti solo con due nazioni (le altre o sono suoi satelliti o ruotano già nell’orbita del suo pensiero dominante): la Francia e l’Italia.
La Francia è un Paese prevalentemente agricolo, che ha fatto del suo settore agroalimentare una potenza, ma è altro che ha, e che i tedeschi non hanno: l’atomica, che consente loro di restare nel IV Reich come alleato di riguardo, con il quale non si possono fare scherzi. Tutta l’Europa – ora che Londra se n’è andata – è sotto la protezione dell’ombrello atomico francese, non dimentichiamolo e sottovalutiamolo.
E poi c’è l’Italia, Paese prevalentemente industriale, terza economia europea e seconda potenza industriale, dopo la Germania.

L’Italia ha molti talloni d’Achille, ma rimane sempre quel complesso industriale che può essere paragonato al complesso siderurgico-chimico dell’Ovest tedesco. Inoltre, l’Italia è geograficamente importante: è la via più breve fra la penisola iberica e l’Est europeo, ossia fra i mille investimenti tedeschi in terra spagnola (chimica, meccanica, ecc) ed i corrispondenti investimenti nell’Est.
Il concetto – al quale molti sono giunti senza essere cooptati da chissà quali “teorie complottiste” – è che un rapporto di comunanza significa accordo sui principi generali di conduzione di una comunità. Siccome l’UE non è nulla che assomigli ad una nazione federale, va da sé che gli attori della comunità sono gli Stati nazionali: oppure lei sostiene che il Parlamento europeo, ad elezione democratica, è quello che prende le decisioni in Europa?

Voglio segnalare a lei ed ai lettori due esempi di questa malformazione europea:
1) Proprio di questi giorni è la notizia che gli autovelox sistemati sulla rete autostradale sono stati disattivati. Non conosco il motivo e non m’interessa conoscerlo, perché sarebbe fuorviante. So, però, che è interesse delle principali catene internazionali d’autotrasporto su gomma che i loro autotreni viaggino il più velocemente possibile dal confine francese al confine giuliano, e viceversa. Perché? Poiché il tempo risparmiato sono euro, i TIR che passano in un giorno fanno milioni di euro, negli anni miliardi di euro. Cosa s’impicciano gli italiani coi loro autovelox?
2) Come mai l’unica azienda automobilistica (italiana?) – in passato più che abbondantemente sovvenzionata con soldi pubblici – s’ostina a non avere nel listino una sola auto elettrica? Perché Marchionne è un po’ tonto? Può essere. Perché aspetta che gli altri procedano nel know-how, e lui si propone di gettare sul mercato un prodotto senza costi di ricerca? Farebbe la fine del sorcio. Terza possibilità: forse per non infastidire le aziende francesi e tedesche?

Supponiamo, Presidente – dato che noi italiani siamo maestri riconosciuti di gusto e di cucina – che un’azienda italiana decidesse d’aprire in Germania una catena di supermercati dove vendere i prodotti italiani: cosa succederebbe dopo che la Lidl ha impestato ogni angolo d’Italia? Ci accoglierebbero a braccia aperte oppure finirebbe come Italcantieri, quando lanciò l’OPA sui cantieri francesi? Suscitando un’ondata dello sterile sciovinismo francese?

Insomma, Presidente, questa Europa è già a “due velocità”, ma a due diverse velocità di diritti e di doveri: quando la Merkel decise d’intervenire per “salvare” OPEL (divenuti poi Opel/Magna con l’ingresso russo nell’azienda) nessuno poté alzarsi e dire che erano proibiti gli aiuti statali alle imprese? Qualcuno si alza per affermare che bisogna aiutare la Melegatti, fallita proprio oggi?
Il governo che non ha lasciato nascere non era così sprovveduto: come già avevo ricordato in un precedente articolo – Lezione strategica? (1) –  il governo puntava più sull’amicizia degli USA e della Russia che su quella tedesca. Per contrattare una nuova Europa, più giusta e più consona al progetto originale, che era ben diverso dalla fetecchia odierna.
Se, poi, ci sbattevano le porte in faccia, era giusto chinare la testa oppure ribellarsi e chiuderle da soli?

Presidente, non per uno sgualcito patriottismo, però proprio in questi giorni – lei in primis – dovrebbe ricordare quei 650.000 morti che ci permisero d’affrancarci dal giogo austro-tedesco, per questa ragione non comprendiamo perché ci siano voluti due giorni per commentare la “splendida” uscita del commissario al Bilancio dell’UE, il tedesco Gunther Oettinger, ossia “che i mercati ci avrebbero insegnato come si vota”. Per fortuna, milioni d’italiani hanno risposto sul Web a quel signore tedesco, aspettando che il loro Presidente, finalmente, alzasse la testa per ribattere qualcosa che non fosse un lamento.

Lei non è più adeguato a guidarci in questi frangenti – difficili, perigliosi, complicati – che dobbiamo affrontare se vogliamo sopravvivere: un Pertini sarebbe più adeguato, ma anche un Cossiga non sarebbe malaccio. Scelga, oppure si dimetta.

(1) http://carlobertani.blogspot.com/2018/05/lezione-strategica.html

27 maggio 2018

Democrazia sotto tutela o Repubblica Popolare?


I giorni che stiamo vivendo sono fra i più importanti di questo lunghissimo dopoguerra e ricchissimi di sorprese, sotto l'aspetto istituzionale e nei nostri rapporti con l'estero. Una crisi (krisis gr.: cambiamento, mutamento) senza precedenti ha investito la nazione nei suoi aspetti fondanti, accompagnata dal segno del tempo che scorre, dunque di una stasi (stasis gr.: concetto che riassume una situazione di crisi politica, sociale e morale interna alla polis, derivante da situazioni di conflitto tra classi sociali diverse) che sta marcendo da quasi tre mesi. Cosa non ha funzionato?

La Costituzione, poco chiara in alcuni passaggi?
Dicono che la nostra costituzione sia la migliore del mondo: sarà, ma non è scevra da punti nei quali – anche cercando di appurarne lessicalmente il senso – risulta ostica.
L'art. 92 – citato da Mattarella – così recita:

Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”

Non si comprende cosa succeda quando il Presidente della Repubblica non intenda nominare uno o più ministri. Può rifiutarsi?
Nella prassi comune, il Presidente della Repubblica non nomina mai un Presidente del Consiglio a vanvera (poteva nominare Salvini? No, perché già sapeva che non avrebbe avuto una maggioranza di centro destra) oppure Di Maio? Stessa cosa. In passato, si verificarono molte di queste situazioni e, il Presidente, nominava una persona (eccetto Monti) che era espressione dei partiti.
Anche l'elezione di Monti – formalmente – fu ineccepibile: nominato senatore a vita pochi giorni prima, fu nominato da Napolitano, e lo stesso Napolitano nominò poi i ministri che Monti aveva scelto. Fu certamente un colpo di stato, ma ineccepibile sotto il profilo istituzionale.
Insomma, la questione rimane dubbia perché, se nomini una certa persona, sai già dove vuole andare a parare.
Forse, qui, bisognerebbe osservare anche un altro articolo, ossia l'1:

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Certo, “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ma “la sovranità appartiene al popolo” e qui non ci sono dubbi.
Come possono, i cittadini, esercitare questo diritto/dovere?

Ce lo racconta l'art. 49:
Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Allora, se la sovranità appartiene al popolo, che la esercita democraticamente mediante le elezioni, i partiti sono legittimati, se votati, a determinare la politica nazionale. Per farlo devono avere ministri di loro fiducia, proprio per determinare la politica nazionale. A mio modesto parere, Mattarella sta seguendo un sentiero che si distanzia un po' dalla Costituzione, anche ammettendo interpretazioni puramente letterali.

Si dice che quella che nascerà sarà la Terza Repubblica – prendiamo per buono questo modo di dire, non è questa la sede per sottilizzare – ma qualcuno ricorda come nacque la Seconda?
La Seconda Repubblica nacque per opera della Magistratura: i principali leader politici sfilarono nelle aule del Tribunale di Milano per essere accusati di finanziamenti illeciti e (a volte) di corruzione (o peggio ancora).
Bettino Craxi si autoaccusò di quel reato, ma chiese al Parlamento “chi non sapeva si alzi”: non s'alzò nessuno.
Anche se sappiamo – e la cosa sarebbe infinita – di coinvolgimenti internazionali, di poteri occulti, di “gladiatori” e quant'altro, non si può non affermare che lo strumento furono i giudici, e non vogliamo ripercorrere ancora una volta tutta la vicenda.
Era, tutto sommato, una componente interna al sistema che ne metteva sotto accusa un'altra, nella tripartizione dei poteri la Magistratura mise sotto accusa il Potere Legislativo.
Difatti, quando la Magistratura pensò di continuare ad indagare – una volta saltati i vecchi equilibri e stabilitisi quelli nuovi – piovvero sulla Magistratura leggi e leggine per contrastarla. E ci riuscirono, ma solo in parte: molte delle inchieste “archiviate”, delle pene “edulcorate”, delle facili prescrizioni...furono la benzina che mosse il torpedone verso la Terza Repubblica.

Ora, l'arbitro della Terza Repubblica, chi è? Un democristiano.
Un uomo che – siamo certi, suo malgrado – si trova di fronte i nodi che sono venuti al pettine, e che non sa come comportarsi perché è saltato il sistema di riferimenti al quale era abituato.
Un Presidente della Repubblica era abituato, spesso, a nominare un ex collega di partito o un eminente esponente del partito avverso...comunque una persona che conosceva bene...ma la vera democrazia è questa: si vota, si elegge, si sceglie. Anche un illustre sconosciuto.

La colpa è anche dei vecchi partiti i quali, come spesso avviene nella Storia, s'accorgono solo all'ultimo momento che le truppe non li hanno seguiti: la Gran Bretagna perse il più grande impero mai esistito quasi senza accorgersene.
Anni di sufficienze, di “ma lascia perdere...”, delle solite tre scimmiette in azione – non vedo, non sento e non parlo – hanno condotto a questa situazione: in una democrazia popolare, il popolo si riprende il potere.

Nel momento in cui scrivo non so come andrà a finire, però è mia impressione che né Salvini e né Di Maio faranno un passo indietro, semplicemente perché – politicamente – non hanno nessun interesse a farlo. E dopo? Come potrebbero giustificarsi di fronte ai propri elettori?
Anche la strada di Mattarella è stretta e senza soluzioni. Rimanda a casa Conte? Bene. Fa un governicchio “balneare” senza maggioranza? E dopo, in Autunno? Se è certo che Salvini tornerà a sedersi di fianco a Berlusconi (ossia sotto la tutela di B.) potrà azzardare di tornare ad elezioni. Ma la fine politica di Salvini, a quel punto, sarebbe certa.
Peggio ancora se i due “enfant terrible” decidessero d'andare insieme ad elezioni: se non basta un sondaggio che racconta che più del 60% gradisce un governo giallo/verde, vi può bastare ciò che si è lasciato sfuggire Massimo D'Alema, del quale si può dire tutto il male che si vuole, meno che sia stupido:

Se si va ad elezioni adesso, quei due prendono l'80%

Avrà esagerato, però i numeri delle proiezioni sono già “bulgari” per i due compari e, essere obbligati a tornare a votare solo per un diktat di Mattarella, farebbe ancor più incazzare gli italiani.

Questo non significa che le ricette economiche di Paolo Savona saranno miracolose, che non ci saranno errori, però l'Europa s'è lanciata contro l'Italia con la sconfitta nel cuore: comunque vadano le cose, anche se a finire a gambe all'aria fosse l'Italia, non ci finirebbe da sola. Per le proporzioni di un eventuale fallimento italiano, crollerebbe tutta la struttura dell'euro, e i tedeschi questo lo sanno benissimo, anzi, lo raccontano proprio loro stessi.

Perciò...qui à peur de qui?...vero Mattarella? Lascia che gli eventi scorrano...opporsi agli eventi è dannoso...lo dicono anche gli antichi testi cinesi: a che serve opporsi ad un fortunale?

19 maggio 2018

Lezione strategica?


Ho appena terminato di leggere il programma definitivo del governo Lega/M5S: la prima cosa che salta agli occhi è che, se riescono a realizzare la metà di quanto promettono si tratta già, per l’Italia, di una rivoluzione.
I due sono il prodotto della cafoneria italiana – sia chiaro, non è un insulto! – nel senso che i loro visi tracciano la linea degli antichi villici: figli di contadini o d’artigiani, l’uno – forse – discendente di qualche mezzadro che aveva accudito vacche per tutta la vita e, da vecchio, arrostiva le fette di polenta sul fuoco del camino. E si sentiva, in quell’atto, fortunato. L’altro, progenie della cafoneria più schietta del Sud, forse un ciabattino, che passò la vita in un’umida bottega fra i “bassi” di una cittadina qualunque del regno borbonico. E, da vecchio, preferiva succhiare un limone appena colto dall’albero. E, in quell’atto, si sentiva ricco.

Entrambi sono accompagnati da due figure a loro distanti: l’uno, con un Giorgetti dal quale mi fiderei poco a comprare un’auto usata. L’altro, da un Toninelli dall’aria un po’ dandy e tanto profumo di costoso deodorante. Si sa, nessuno è perfetto.

Nella tradizione italiana – dall’Unificazione in poi – i cafoni non sono mai contati una cippa. Chiamati anche bifolchi, erano oggetto d’irrisione da parte delle classi dominanti: ne macellarono più di 600.000 giusto un secolo or sono ma, un responsabile di tanta, sanguinevole tracotanza – ossia Pietro Badoglio, divenuto poi quel che sappiamo, fu l’uomo che (a Caporetto) diede ordine che le artiglierie di grosso calibro sotto il suo comando (XXVII Corpo d’Armata) “non dovessero sparare se non dietro suo ordine”, che si dimenticò di dare (1).
Non importa se decine di migliaia di cafoni morivano a pochi chilometri di distanza gasati, scoppiati, mitragliati…e se altre decine di migliaia sarebbero morti di fame nei campi di prigionia austriaci: erano solo bifolchi, villani che, se osavano proferire un solo appunto sugli ordini ricevuti, c’era subito un tenente – cresciuto a pane ed Omero – a puntare la rivoltella.

Quando si parla di merito, è bene non scordare queste vicende, perché ciò che ci distingue dalle altre nazioni europee è proprio questo profondo disprezzo verso le classi inferiori: un fenomeno che non si trova, così radicato e spocchioso, nemmeno in Spagna, in Portogallo ed i Grecia. Non a caso gli altri PIIGS.

Eppure, furono le stesse persone che soffrirono durante la 2GM a rimboccarsi le maniche, a ricostruire il Paese, a fare in modo che – solo vent’anni dopo – una fabbrica come la FIAT avesse, nella sola Torino, circa 100.000 addetti: gente che veniva da tutte le parti, dalla Sicilia alla Val D’Aosta. Che poi un canado-abruzzese ha gettato nella monnezza.

Dopo, vista la poderosa capacità di risollevarsi degli italiani, pensarono che non era bene…no, non è bene che abbiano diritti…in fondo sono solo bifolchi, villani…meglio se assaggiano il bastone. E arrivò, tanto per fare un esempio, il “pacchetto” Treu sul Lavoro. E si finì con Monti, con la pessima abitudine della di lui servetta, tale Fornero, di ricordare che “l’abitudine italiana di vivere prevalentemente in case di proprietà è poco europea”. Già.
Il nostro caro presidente avrebbe desiderato che un epigono di tanto male (per noi) e di tante cose “serie” (a loro favore) si facesse avanti, con una solida maggioranza di nipoti e pronipoti di Giolitti, Sonnino, Rattazzi, Cairoli, Ricasoli, Gentiloni e compagnia cantante. Ma la “buona” pianta è seccata, non dà più frutti: solo un bavoso imprenditore milanese ed un burattinaio delle terre di Pinocchio. Troppo poco, non si tira avanti.

In fin dei conti, di cosa dobbiamo stupirci? Cosa è successo d’arcano ed incommensurabile, se non che un serio assegno di disoccupazione – chiamato RdC – arriva finalmente anche in Italia, dopo che tutti, ma proprio tutti (a parte la disastrata Grecia) ce l’hanno da decenni? Non sarà – per caso – che sostenere i consumi, soprattutto quelli più semplici, oserei affermare “primari” è un bene per l’economia, che risulta più stabile e meno precaria, come meno precari si sentono i villani? No, no…se va a favore dei bifolchi non siamo d’accordo: Europaaaaaa!!! Se ci sei batti uno spread!

Insomma, non starò a riassumere quello che potete leggere da soli su qualsiasi quotidiano, perché è inutile: è ovvio che il bilancio dello stato deve cambiare radicalmente impostazione. Non mi frega nulla se uno come Cottarelli urla: ma mancano all’appello 100 miliardi! Fa bene, Di Maio, a rispondergli sono “conti della serva”, poiché di ricchezza – vera, copiosa, intonsa – ce n’è tanta in questo Paese, basta scovarla! Sapete che gli ex parlamentari hanno pagato dallo Stato anche il futuro funerale? Che i figli dei presidenti continuano a ricevere benefit anche dopo la morte del padre?

Siccome, però, non siamo del tutto stupidi e sappiamo che “tosando” i politici, anche rivoltando loro le tasche, non esce poi così tanto, concordiamo con Berlusconi, che teme. Ed ha ragione.
Un simile programma comporta due direttrici: una verso l’interno – e, vedremo come se la sapranno cavare con i bilanci – perché qualcuno dovrà pagare. Non mi convince tanto l’appiattimento delle aliquote fiscali – la Costituzione recita “improntate alla proporzionalità” – ma non ne faccio un feticcio: vedremo.
Più interessante il secondo filone, quello internazionale.

La vulgata imperante è che dovremo fare la Terza Guerra Europea contro la Germania, il che è una fandonia grossa come una casa. Secondo me, qualcuno ha ragionato nei termini che “il nemico del mio nemico è mio amico”: può essere?
Qual è lo scenario internazionale, ossia la geopolitica dei prezzi, dei dazi, delle possibili frontiere doganali?

Non è un mistero che gli USA e la Germania sono ai ferri corti: lo capisce anche un bambino.
Dalle multe per la truffa sulle auto diesel ai minacciati dazi sull’importazione dell’acciaio tedesco, sembra quasi d’ascoltare rime e sonetti già sentiti. Meno roboanti di un tempo – la retorica cambia l’abito – ma sostanzialmente simili.
La Germania fu lasciata sopravvivere, ancorché divisa, dagli USA poiché sapevano che un’esangue Francia ed una lontana Gran Bretagna non sarebbero mai state alleati affidabili e seri: la riempirono di basi militari e… al lavoro! Si sa, quando c’è da obbedire i tedeschi trovano le loro doti d’ingegno e creatività. Nell’obbedienza, appunto.

Un brutto giorno, però, l’URSS decise di suicidarsi e la Germania d’assurgere nuovamente a grande potenza: purtroppo, “grande” è un aggettivo troppo vago. E ci furono dei malintesi.
Per i “magni” Stati Uniti d’America – potenza planetaria, che solo negli extraterrestri trova il modo d’avere un nemico – la Germania era una nazione che doveva recitare la parte della potenza regionale, magari prendendo alle sue dipendenze altre nazioni, questo va bene – ma impestare il mondo con tutte quelle macchine, quelle auto, quei pannelli solari…eh no, non avevamo detto questo.
Così iniziarono le rogne, i bisticci, che hanno recentemente portato Angelina del Merkelburgo a dichiarare la guerra diplomatica:

“I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo: questo l’ho capito negli ultimi giorni. Bisogna mantenere relazioni amichevoli con Usa, Gran Bretagna e Russia, ma è con Parigi che bisogna coltivare una relazione speciale. Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani” 

Dopodiché, se n’è andata da Putin a discorrere di gasdotti, che sono una cosa seria, e che lei non ha mai mancato di garantire allo zar di tutte le Russie. Cambiano tempi e modi, ma fra Russia e Germania un accordo si deve pur trovare…d’altro canto, lo fecero sia Lenin ed il Kaiser a Brest-Litovsk e sia Ribbentrop e Molotov…in fin dei conti, siamo quasi parenti. Teniamoci stretti: l’Ucraina? Non so, dov’è?
Insomma, Angelina parla di Francia tanto per non scontentare troppo i francesi – si sa, lo sciovinismo in Gallia è malattia endemica, dai tempi di Napoleone… – ma corre a Mosca dopo aver detto peste e corna di Trump. Se cerchi un amico vero, trova uno che sia in qualche modo interessato (leggi: affari) e abbastanza grosso da saper sferrare anche due pugni sul muso. All’occorrenza.

Però, non si dimentica che ha un ruolo di potenza regionale – e questo le va stretto, come un abito da ventenne longilinea – ma se ne deve rendere conto: due guerre le hanno perse e, tutto quel che sono riusciti a mettere insieme, è già grasso che cola.
Ma c’è sempre qualcuno che si lamenta, che fa il guastafeste.

Scapolato il pericolo Le Pen francese – troppo sciovinisti i galletti, per dare il potere ad una Le Pen – ecco che riappare in Italia: il cosiddetto “populismo”, ossia la révanche dei soliti cafoni, villi e bifolci (loro li chiamano untermenschen) contro (loro dicono) il potere delle banche, delle multinazionali, delle truffe della finanza internazionale che, sempre loro dicono, li affama.
Solo perché noi amiamo passare le vacanze su quegli yachtini da 40-50 metri? Va beh… e se qualcuno ha degli amici che viaggiano in elicottero vorrà pure riceverli a bordo, no?

Ecco che Di Maio, qualche mese fa, ha fatto un bel giretto negli USA – adesso c’è andato Di Battista – per parlare con le varie lobbies, i famosi think-tank d’oltreoceano…e giù tutti a dire: venduto! Maledetto traditore! Già.
Ma, se hai un nemico, devi avere anche un amico.

Se leggete con attenzione l’accordo di governo – anche fra le righe – traspare che noi italiani non romperemo le scatole agli USA per le loro basi militari in Italia – anche perché sarebbe puro sciovinismo seguire quella rotta, e chiunque pensa di poterlo fare (oggi) è destinato a rompersi le corna – ma saremo anche molto amici della Russia, al punto di voler cancellare le sanzioni economiche…in fondo, siamo noi che ci perdiamo a non commerciare con la Russia!
C’è qualche nemico? No, in diplomazia non si pronuncia mai quel termine…roba da militari…
Però, però…tutte le nostre rivendicazioni sono da portare in Europa, in un’Europa che ha tradito i valori fondanti, che non è democratica nei suoi atti…bla, bla…insomma, se volete dare una “aggiustatina” al taglio dei capelli ai tedeschi…beh, noi non ci lamentiamo…

Gli Stati Uniti ragionano da statunitensi, il che non è sempre un male. Abbiamo bisogno della Germania, poiché non vogliamo che l’Europa si ricacci nei suoi mille casini…povero presidente Wilson, cosa gli toccò sentire proprio un secolo fa…però, se la Germania sa come si governa un “Grosse Lander” va bene, ma se cominciano a scoppiare simili putiferi non in Ungheria – che ci frega degli ungheresi – ma nella terza economia dell’UE, tutto va a farsi benedire e noi non lo desideriamo affatto.

Quindi, Angelina dovrà darsi una bella limatina alle unghie, altrimenti noi sappiamo come fare…così anche gli Stati del Sud (ne sappiamo qualcosa!) non daranno più problemi e tutti vivremo più tranquilli e soddisfatti: in fondo, quello che desideriamo tutti è fare soldi in santa pace ma, quando cominciano a capitare questi guai…non si può fare una Grecia all’anno!

Vuoi vedere che, quatti quatti, i nostri due “cafoncelli” l’hanno pensata bene? “Contadino, scarpe grosse e cervello fino”: se ne dimenticano troppo presto loro, lor signori ai quali tutto è dovuto.

 

(1) Badoglio, per tutta la mattinata dell’attacco di Caporetto, si rese irreperibile, così l’artiglieria di grosso calibro, tacque. Gli stessi austro-tedeschi ne rimasero (piacevolmente) stupefatti. La speciale commissione che indagò su Caporetto, dopo la guerra, si guardò bene dal tirar in ballo Badoglio il quale, nel frattempo, era diventato senatore nel 1919 e capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel 1921.  

01 maggio 2018

Sparare sul pianista? E poi? Che succede?



Ricordate l’ultima scena del bellissimo “Zorro” di Antonio Banderas ed Anthony Hopkins? Rammento appena le parole a braccio… “quando la polvere si posò, tutto era finito…” …così m’è parso di percepire quando Renzi ha finito di parlare, ben imbeccato dal solito leccasuole di rango, Fabio Fazio. Un duetto imperdibile, da mostrare ai nipotini, per fare loro capire – che se lo ficchino ben bene in testa – fin dove può arrivare la perversione dell’essere umano.
Più dolore mi ha causato leggere, qui e là, i commenti dei lettori su vari portali e giornali: quasi tutti contro Di Maio…è stato un ingenuo, è “rinco”, è un pulcino…e via così. Senza accorgersene, seguivano l’onda di Renzi: la politica è roba da stadio, Maremma maiala, te la giochi come una mano a poker…chi ha fatto il Job Act? Mica io! Chi ha salvato Banca Etruria coi soldi dei contribuenti? Io non so’ stato. Io volevo salvare l’Italia con una bella riformina costituzionale, e ‘sti burini d’italiani m’hanno inchiappettato. Che pena.

Posso capire che molti commentassero per partigianeria politica, ma credo che gli utili ingenui abbiano, in queste ore, ingrossato le loro fila.
Ma cosa doveva fare Di Maio?

Un terzo dei votanti gli hanno affidato il mandato: il movimento dei “vaffa” di pochi anni fa è diventato il primo partito italiano. Ed aveva già fatto un po’ d’esperienza parlamentare nella scorsa legislatura: perciò, correttamente hanno detto “se qualcuno vuol fare delle cose buone insieme a noi, noi ci siamo: firmiamo, però, un bel contratto di fronte agli elettori, così non si potrà sgarrare”.
Forse un po’ ingenuo, poiché un governo, quando entra in carica, non sa cosa si troverà davanti: potrà o non potrà realizzare le promesse elettorali, ma si dovrà impelagare anche in faccende che non aveva previsto.
Un po’ ingenuo?
Io non credo.

Di Maio ha fatto tutto quel che ha fatto solamente per far capire a Mattarella che aveva ben compreso quali sono le vie istituzionali di una democrazia, ed ha portato a termine il suo compito senza il minimo errore: secondo me – e l’aria che tirava la capiva anche un grullo – mai e poi mai avrebbe avuto prima il consenso, ossia la firma su quel famoso contratto, e poi i voti dal PD, che s’è visto di che pasta è fatto. Renzi continua a controllarli come dei polli all’ingrasso: al momento buono, saprà a chi vendere bene la sua merce. Altro che voti per il M5S.

Di Maio, con semplicità, ha mostrato agli italiani che il Re è nudo, nudo come non mai. Non lo capiscono? Date loro tempo, dai primi “vaffa” di Grillo sono passati solo una decina d’anni.
Se il primo a mostrare la propria nudità è stato il PD, con un ex segretario “semplice senatore” che va in Tv e mette in riga i vari accoliti d’un tempo, riempiendo le loro tasche d’invettive e (poco) velate minacce, il secondo è quel Salvini che promette urbi et orbi l’abolizione della legge Fornero.
Dimenticando, però, che i suoi alleati sono stati proprio stati gli autori di quel misfatto, che tutti approvarono senza fiatare: solo la Lega Nord e l’Italia dei Valori votarono contro. PD, PDL, Unione di Centro (ex-democristi) e Futuro e Libertà per l'Italia, ossia gli ex di Fini, (più quisquilie varie) s’abbuffarono alla promessa di “risparmi” (sulla pelle degli altri) di decine di miliardi di euro.
Il terzo non è nemmeno da ricordare, ossia il “picciotto” di Arcore che non fa più nemmeno notizia: mandi, mandi i suoi tirapiedi travestiti da giornalisti a verificare se l’amica della compagna di Fico, a Napoli, è una vera amica oppure è a libro paga, mentre Fico risiede a Roma e paga regolarmente una colf. A proposito, già che ci siamo, possiamo vedere la ricevuta del veterinario per le vaccinazioni di Dudù?

Se Di Maio ha una pecca…questa sì…è di capire poco di calcio…eh…davvero…
Qual è l’obiettivo di una squadra di calcio? Segnare un goal in più degli avversari. E come si fanno i goal? Dipende.
Nel caso più semplice, c’è un lancio lungo della difesa, un’ala colpisce di testa a fa un assist alla punta: tiro al volo sotto la traversa, goal. Netto, nulla da dire. Questa – temiamo – è l’idea del calcio di Di Maio.
Ci sono però più casi.
Ad esempio, respinta della difesa, palleggio a centro campo, di nuovo dietro ai difensori, poi appoggio sulla destra, dribbling, traversone verso sinistra, stop, passaggio al centrocampista che arriva in corsa, tiro, respinto dai difensori, carambola sul piede dell’attaccante, tiraccio “sporco”, palo, rimbalzo sulla schiena del portiere. Goal. Detto anche gollicchio o gollonzo, più semplicemente goal di culo. Ma uno vale uno, eh…Di Maio…è così…

Insomma, il parlamento italiano è un po’ come M5S contro Resto del Mondo…cosicché…quelli del Resto del Mondo (da qui in avanti, RdM) sono forti, hanno ottimi giocatori, però non sono abituati a giocare in squadra. Più che altro, tutti vogliono la maglia numero 10 e nessuno vuole stare in porta: capita, capita nei migliori oratori.
Per riuscire a giocare una partita, quelli del RdM hanno bisogno di circa tre mesi d’allenamenti: tu stai al centro, tu un po’ più a destra…tu in porta…eh no, io in porta non ci sto!...allora, da capo…io sto al centro, tu fai la mezzala, no, guarda che oggi si dice “mezza punta”, no, no…perché si comincia col dire mezzala e si finisce per dire “vecchiume”, io non ci sto! E via discorrendo…

Di Maio ha fatto, da subito, l’errore di dire “io faccio il centravanti”: siccome nel M5S nessuno ha fiatato, gli altri gliel’hanno lasciato fare. Mica si fa la strategia per l’avversario.
Ed hanno cominciato le trattative per fare l’11 stellare, la squadra delle 11 Stelle in Movimento.
Venga, venga signor centravanti…dunque…facciamo un bell’accordo di governo…però lei non vuole come terzino Tale…e noi…capirà… Tale dobbiamo farlo giocare, altrimenti Quale s’incavola e non ci paga più la luce dello stadio. Allora è andato di là: venga signor centravanti, che piacere…certo, potremo, faremo, saremo…vediamoci fra una settimana. In quella settimana, Tale e Quale si sono iscritti al campionato inglese e sono migrati: Di Maio è venuto a saperlo da un talk show in prima serata. Piange, poraccio.

A questo punto, il M5S ha ritirato la squadra e l’ha iscritta al campionato di hockey su ghiaccio della Namibia. Per tutta risposta, quelli del RdM hanno subito chiesto: il pallone ce lo lasciate, vero?
E così hanno iniziato i tre mesi d’allenamento: a Ferragosto ci saranno le prime amichevoli, poi si vedrà se incontrare la squadra della Volkspartei oppure il M5S, di ritorno dalla Namibia. Mattarella tenta il suicidio: viene salvato in extremis, adesso è in rianimazione insieme a Napolitano. E chi fa il Presidente? Per ora ci mette una toppa la Casellati, ma – mancando gli ex presidenti da consultare – chiama Fico, prendono un caffè sul Torrino, poi allargano le braccia, sconsolati. Dall’estero, però, mugugnano: italiani del picchio, coprite sempre le vostre magagne con la solita foglia di Fico!

Allora, adesso che faccio? Vi racconto come finisce il campionato o vado direttamente a Zorro? Ok, volete sapere come finisce il campionato.

Ora che il M5S s’è ritirato sull’Aventino – nell’attesa delle elezioni – il RdM propone alla Casellati di fare un governicchio, così, tanto per scaldarci un po’ i muscoli…e se rifacessimo la legge elettorale? La Casellati è d’accordo, Fico un po’ meno, ma lui è solo il supplente della supplente, che ci può fare?

Passa il tempo, Mattarella e Napolitano ronfano, nel loro coma farmacologico, e sognano mozzarelle ed arancini mentre, goccia a goccia, dalla flebo scende la solita, anonima, soluzione di glucosio e proteine.

Il nuovo governo, tutti quelli del RdM, governa oramai da 3 anni quando Mattarella esce dal coma e si risveglia: c’è un governo? Oh…si mette a piangere…non lo speravo più…
Un così bel governo, così tranquillo…perché non farlo arrivare a scadenza naturale? Sarebbe un peccato, proprio adesso che si parla dei mondiali di Pallavolo da assegnare all’Italia…quanti palazzetti dello sport da rifare…Luca Lotti è in visibilio…

Il ministro dell’Interno, Salvini, ha dato ordine di sparare alle navi italiane nel Canale di Sicilia: basta con l’invasione, finiamola! Da Bruxelles, però, hanno pregato di correggere l’ordine d’operazione, aggiungendo un “a salve” dopo le parole “aprire il fuoco”. Gli ammiragli hanno abbozzato, riconoscendo la saggezza d’oltralpe.
Il risultato è stato grandioso: cacciatorpediniere e fregate hanno evoluito mostrando maestosa perizia marinara, mentre le bocche da fuoco da 76/62 vomitavano valanghe di fumo al ritmo di due colpi il secondo.
Il filmato è visibile su Youtube alla voce machecazzofacciamo.youtube.com ed è stato acquistato dalla RAI del Presidente Vittorio Sgarbi: dopo quello sulla parata navale del 1938 di Napoli, è il più cliccato. La Marina è soddisfatta per il successo: Sgarbi, dalla sua postazione sul cesso, in RAI, ha inviato un caloroso #caghiamotuttiassieme ai valorosi equipaggi.
Alcuni, però, sui malandati pescherecci non erano stati avvertiti dell’inghippo europeo ed hanno dato mano a qualche Kalashnikov che avevano giù, in sentina. Risultato: tre morti e 14 feriti sulle navi italiane. Subito definiti “incidenti sul lavoro”, ed immortalati all’hashtag #senzadime/maipiùincidentisullavoroinmare.

Insomma, il nuovo governo – che ha finalmente scritto una legge elettorale, detta “della salvatio” – gode di buona salute, di una robusta maggioranza parlamentare, fornita da tutto l’arco costituzionale (a parte gli “aventiniani” del M5S): pecca un po’ per sostegno popolare, ma non si può avere tutto dalla vita. D’altronde, dopo la luminosa riuscita del 2018, si può guardare con fiducia a tutti gli appuntamenti elettorali da oggi al 2098. Poi, si vedrà.

La nuova legge elettorale è stata scritta sulla falsa riga del campionato di calcio. Le elezioni non si fanno più: si prende l’ultimo sondaggio ufficiale, approvato dall’apposita commissione. Poi, per 45 giorni, i partiti più votati possono fare campagna acquisti fra i non eletti: la fase detta “del trombone”.
Infine, si fanno le elezioni sul modello dei play-off: i partiti, dopo sorteggio, si scontrano con voto elettronico (votando da casa col telefonino), ad eliminazione diretta, fino alla finale: il vincitore, governa col 55% alla Camera ed al Senato. Un sistema molto stabile e veloce: il partito che vince rappresenta, in genere, meno del 10% della popolazione, ma in due mesi si fa tutto e si archivia ‘sto problema delle elezioni.

Il M5S è sempre, oramai stabilmente, il primo partito italiano nei sondaggi: si teme, però, che – a causa della nuova legge elettorale – sia sconfitto nella fase finale dal televoto. La “fase del trombone” è molto importante per inserire nelle liste candidati famosi: una simulazione dimostrava che, ad esempio in Lazio, l’inserimento di Totti da parte di uno dei partiti principali sarebbe determinante per una vittoria schiacciante.

Mattarella, dopo la necessaria riabilitazione, ha incontrato il premier Gentiloni ed il ministro dell’economia Padoan facendo loro i complimenti per l’ottimo lavoro eseguito. Soprattutto per “l’importante continuità di governo che perdura da quasi quattro anni”.
Berlusconi è raggiante, perché Dudù ha scodellato sei bei cucciolini, Renzi è diventato ministro del Lavoro e la compagna (oggi moglie) di Salvini – dopo anni di successi, come presentatrice, in Mediaset ed in RAI – è stata finalmente promossa giornalista: è una delle voci “di grido” del Tg1. Il direttore del Tg1, Fazio, gongola per i successi e lo share della sua rete.
Purtroppo, non è stato possibile archiviare la riforma Fornero: visti gli importanti risultati di “risparmio” ottenuti, l’ONU l’ha dichiarata “patrimonio dell’umanità”, è stata esportata in molti Paesi ed Elsa Fornero è stata nominata senatrice a vita, da un Mattarella perfettamente guarito e raggiante.

Io, questa storia non la volevo raccontare perché ne preferivo un’altra, quella in cui Mattarella mandava tutti a casa e si tornava a votare. Ma è colpa di Zorro, mica mia.
E’ stato lui a comparirmi in sogno, ed a narrarmi il vero finale del suo film: dopo che la polvere si posò – raccontò – in quel silenzio sentimmo dei tamburi rullare. Era il generale di Santa Ana con le sue truppe.
Dopo un solo mese, la miniera era nuovamente in funzione: non era più schiavitù come prima, questo è vero, ma poco ci mancava. Non si lavorava più per i “don”, ma “per il Messico”: questa era la sola differenza.
Sfiduciato, decisi di tornare in Spagna: sotto il falso nome di Zoroastro Mendoza aprii una libreria a Barcellona, dove vissi fino alla morte.

Io volevo raccontarvi una bella storia, di bei sentimenti, di democrazia, di fiducia nel popolo italiano, della sua voglia di cambiare percepita da tutti, con due “4”: il 4 Dicembre 2016 ed il 4 Marzo 2018.
Non pensavo che giungessero a tanto, che si mettessero tutti assieme – dopo tutto quel che avevano detto – per eliminare il M5S dalla stanza dei bottoni. Eppure, io stesso l’avevo previsto (1), ma non ci ho voluto credere. Però, non sparo sul pianista che ci ha provato.

(1) https://comedonchisciotte.org/buffonate-furbizie-da-poco-e-tanta-tanta-ignoranza/