17 gennaio 2017

E trovala una bella storia da raccontare!

Vorrei iniziare l’anno con una bella storia, perché di storie tristi e balorde ne ho raccontate troppe, però non la trovo, non ci riesco proprio: sarò un depresso cronico?
Allora sogno. Sogno di ritrovarmi sulle sponde di un fiume dalle acque chete dove, ogni tanto, un pesce guizza e disegna un cerchio nell’acqua che, mentre la corrente – al rallentatore – muove lo scenario, lentamente si cancella e scompare. Fino al prossimo pesce, fino a quella barca laggiù – ancora lontana – ma sono certo che, se aspetterò ancora, sfilerà proprio di fronte a me, alla mia lenza che scompare nell’acqua torbida.
Ma ecco, eccolo che arriva, ecco il pensiero disturbante che davvero intorbida – non le acque – ma i pensieri.

Il canale navigabile Padova-Venezia, della lunghezza di 27 chilometri e mezzo, è compreso tra l'area dell'Interporto di Padova (Zona Industriale) e termina in Laguna, in corrispondenza del preesistente canale Dogaletto. L'idrovia, incompiuta in quanto priva della parte centrale, oggi è visibile in due tratti, a valle di Padova, e nella parte terminale del suo percorso. Lungo il tracciato è possibile vedere i ponti stradali e gli unici due manufatti idraulici realizzati, la chiusa mobile a paratie in destra idraulica della Cunetta di Brenta, realizzata nel 1981, e la conca di navigazione Romea (o Gusso), nel tratto terminale (in località Gambarare). La storia dell'idrovia nasce nel 1955, sulla base di un'idea delle Camere di commercio di Padova e Venezia, con un progetto elaborato dal Genio civile di Venezia; la costituzione del Consorzio per l'Idrovia Padova - Venezia è del 1965. I lavori iniziano nel 1968, ma già nel 1977 sono fermi. Con ritardi e a singhiozzo i lavori proseguono, fino alla soppressione del Consorzio nel 1988.”

L’idrovia (1) “nasce” nel 1955, quando avevo 4 anni e la nonna m’accompagnava all’asilo, dalle suore: che bello andare all’asilo! Poche auto in circolazione...frotte di bambini, fiocchi rosa ed azzurri, sole, aria di Maggio.

Nel 1965 – anni torbidi, fra una improbabile “liberazione” e la cappa mefitica di un’adolescenza troppo stretta, esageratamente miope per occhi curiosi – finalmente, “la costituzione del Consorzio”.

1968, anno liberatorio, nella vulgata odierna. In realtà, solo sbuffi di alito tenue, un Fiorile rivoluzionario tenta di penetrare dalla Gallia Transalpina a quella Cisalpina, con scarso successo. Rimarrà la malinconia di due geni, i fratelli Taviani, che – proprio in Fiorile incorniceranno in chiave storica tutta la nostra disillusione d’italiani, nati dalla parte sbagliata? Ognuno la pensi come vuole. Ah, finalmente, finalmente cominciano i lavori: si fa il canale! Le chiatte torneranno a ritmare il tempo con i diesel lenti, “testa calda”, come già si muovevano – a colpi di remo, anch’esso ritmico e quasi musicale – sul Brenta, i veneziani coi parrucchini.

Scocca il 1977...una risata vi seppellirà...per qualcuno è già tardi, per altri è ancora presto e s’inizia ad avvertire un senso di vuoto, scricchiolii di paratie, colpi sordi di secche che rimbombano la carena. L’opera viva soffre: i lavori si fermano, nelle menti deluse di una generazione e sul canale. Perché? Ma quanti perché dovremmo spiegare in quest’Italia maledetta, non faremo mai  a tempo! Noi a spiegarli e loro a crearli!

Scorrono come un torrente in piena, fetido di veleni, gli anni ’80 e, nel 1990, De André pubblica “La domenica delle salme”, il suo testo più profetico ed ispirato, più lugubre e disincantato. A parer mio, ovvio, che magari si può anche dire che non ho mai capito un cazzo. Ah, nel 1988 i “consorzio” del canale – immaginato nel 1955 e nato nel 1965 – muore, ossia viene sciolto. Forse ascoltò le rime di Faber:

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia...”

e decise d’andarsene, in silenzio, di traghettare nei soli luoghi dove potesse sopravvivere: affogò nel sogno.

Poi il ritmo riprese, aumentò d’intensità, si tinse di colori nuovi...si collega Milano al mare! Ma la storia nasce lontano.
Nel 1941, quando mio padre era solo un quindicenne ammarato, suo malgrado, in una faccenda chiamata “guerra”, fondarono il consorzio “Milano-Cremona Po” (2), ma c’era la guerra, e ci si buttò a costruire corazzate ed aeroplani, mica canali.
Tutto sonnecchiò per molti decenni...cullato da mamma FIAT e da Società Autostrade...fino a quando mio padre, oramai in pensione, lesse che si scavava, da Cremona verso Nord: noi tireremo diritto!
Ma si fermarono quasi subito, dopo appena 13 chilometri di canale: bello, largo, acque placide. 13 chilometri d’acqua nella Pianura Padana, gioia per i pescatori. Ah, sì...perché nel 2000 il consorzio fu sciolto: chissà se incontrò, nelle vie dell’Ade, l’altro, quello che doveva raggiungere Venezia da Padova.

Oggi, 15 Gennaio 2017, leggo che il futuro sarà l’auto elettrica. Che bello. Personalmente, preferirei avere ancora sotto il sedere la mia vecchia, cara Lancia Fulvia HF di un tempo, ma se mi daranno una Smart elettrica la guiderò lo stesso...mica m’impressiono...
Il problema è che, credere di risolvere il problema del trasporto parlando di auto elettriche e di colonnine di ricarica, è come pensare di risolvere i problemi della Sanità italiana discutendo sul diametro delle ruote delle sedie a rotelle.
E l’energia dove la vai a pescare? Sono le persone il problema? O le merci?

Leggo anche (fine 2016)  che l’UE – sì, quella cattiva, proprio quella roba là – ci ha spronato (accollandosi il 40% dei costi, a patto che noi, finalmente, riusciamo a scavare un canale completo), a completare l’opera, perché ogni nave fluviale “toglie” 85 TIR dalle autostrade, e muove un solo motore, per giunta molto parco nei consumi. Che domani potrà anche essere elettrico, ma intanto bisogna fare il canale. L’ultimo anelito “politico” italiano, sulla questione, l’ha generato Maroni: dopo attente riflessioni, ha proposto a tutti – per il canale, ovvio – un “tavolo di discussione”.

Nell’attesa di prossimi sviluppi, riascolto un altro brando del mio autore preferito, sempre lui, Fabrizio:

Chi mi riparlerà
di domani luminosi
dove i muti canteranno
e taceranno i noiosi...”

Perché? Poiché osservo che non serve a nulla, né scrivere articoli né pubblicare libri (3)...l’italiota medio non cambia...gli fai vedere una macchina elettrica e pensa che il futuro sia quello: alla guida di un mezzo che non consuma carbone o petrolio (cioè, lo consuma, ma è bruciato da un’altra parte) si culla nel suo sogno di salvare il pianeta. Per questo l’auto elettrica conta come la ruota della carrozzella nella Sanità.
 E chi sa trasfigurare i sogni in consensi, ci sguazza.

Le merci?
Sapete quanti TIR di farina devono entrare in Roma per portare il pane tutti i giorni? Almeno 45, una colonna di camion lunga più di un chilometro, e solo per il pane. V’immaginate quante colonne di camion devono arrivare, almeno in periferia, per scaricare farina, verdure, carni, vini, ecc?
Eppure, sarebbe facile rendere navigabile il Tevere almeno fino a Fiumicino, che è oramai la periferia di Roma.
Lo stesso a Milano, se non si fossero fermati a 13 chilometri da Cremona: in passato, data la pessima condizione delle strade (con il collasso delle vie consolari romane), si portava quasi tutto via fiume.
Avete mai percorso il tratto autostradale Savona-Genova? Tutte le merci che viaggiano dalla penisola iberica verso l’Est dell’Europa s’incanalano in un budello di due corsie, senza corsia d’emergenza!?! C’è da tremare a percorrerla.

E qui bisogna essere riflessivi e capire, anche le cose che non vorremmo sentire: come mai, mentre noi italiani fondavamo e chiudevamo consorzi per la navigazione fluviale, in Germania si portava il “tirante d’acqua” – ossia il pescaggio utilizzabile, la profondità certa – a 3 metri in tutti i tratti del Reno, utilizzando anche l’esplosivo nei tratti a fondo roccioso?
Come farebbero, i tedeschi, se non avessero dei canali, a circolare ancora fra Cologna, Duisburg, Essen, Dortmund, Hannover e Munster senza finire in un solo, colossale ingorgo senza fine?

Oggi – è vero – abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente, ma chi è in grado di crearla? Da una parte i ladri, dall’altra i sognatori.
Ma sì, compriamoci (se abbiamo i soldi per averla) una bella Smart elettrica e sogniamo beati: siamo fra i pochi, veri salvatori del Pianeta!

(3) http://www.macrolibrarsi.it/ebooks/ebooks-il-futuro-dei-trasporti.php

09 gennaio 2017

Golpe?

Giuseppe Grillo e Davide Casaleggio
La notizia del passaggio al gruppo liberale, a Bruxelles, del M5S non ha stupito soltanto i simpatizzanti o gli stessi deputati europei, ha destabilizzato l’universo grillino in Italia che si sono scoperti, da domani, alleati in Europa col gruppo di Mario Monti.
C’è da dire che le regole europee richiedono l’affiliazione ad un gruppo politico, pena la quasi “scomparsa” dal panorama parlamentare, ossia diritti d’intervento, votazioni e roba del genere. Con questa scusante, potremmo approvare la scelta di Grillo.
Ma, sull’opposto versante, c’è la constatazione che l’appartenenza ad un gruppo già c’era – ossia quello di Farage, che sarebbe sopravvissuto anche alla defezione degli inglesi – e, quindi, è da altre parti che dobbiamo cercare la risposta a questa, improvvisa, scelta di campo.
“Dillo a Bruxelles per farlo capire a Roma”, verrebbe da dire.

Forse non tutti sono informati degli effettivi poteri del parlamento di Bruxelless: nulli. Il Parlamento Europeo non nomina nessun governo, a questo ci pensano i “commissari” nominati dai capi di Stato delle varie nazioni. E’, in sostanza, un’istituzione di facciata, uno dei tanti non-sense di questa Europa, nata male ed invecchiata peggio.
Per farli star buoni, tutto ha l’apparenza di un vero parlamento, ossia si producono dei buoni documenti programmatici (“le famose “Carte” o “Libri Bianchi” dell’UE) che, successivamente, nessuno legge o adopererà più, e vengono passati, allo scadere, nel tritarifiuti (con recupero della carta, per carità!)
Nel tempo – dopo i regolamenti sulla curvatura delle banane, quella dei cetrioli, sul diametro di fragole e piselli (oh, ma sono tutti ortolani?) – hanno prodotto anche buoni documenti, come “Il libro bianco sui trasporti 2001-2010” che lessi attentamente prima di scrivere un libro.
Il problema è la colossale finzione che esiste nelle istituzioni europee, la cesura fra il segmento elettori/Parlamento e quello commissari/Nazioni: è qui che il potere economico si fonda per dettare le regole.

Ora, che Grillo non fosse a conoscenza di questi andazzi ci sembra perlomeno stravagante, e non ce la sentiamo d’accomunare il comico genovese al suo grande concittadino, Gian Domenico Fracchia.
Per questa ragione, pensiamo ad altro.

Le stesse modalità del voto sono state strambe: il destino europeo del M5S – per quel che vale, d’accordo – è stato deciso da 40.000 voti favorevoli (circa) su 60.000 (circa) votanti. Un movimento che dovrebbe rappresentare più di 8 milioni d’italiani e che è stato, alle ultime elezioni politiche, la forza che ha ricevuto più voti?
Anche i tempi sono stati sospetti: dalla sera alla mattina, due giorni per votare, nessun dibattito – anzi, nessuna informazione che la decisione fosse da prendere – al punto che gli stessi parlamentari europei non sapevano nulla. Spediti come francobolli, da una parte all’altra del parlamento, dal voto on-line che “uno vale uno”. A noi, sembra che uno + uno faccia due, ossia Giuseppe Grillo e Davide Casaleggio, che (forse) erano gli unici a sapere.

Una simile decisione ci sembra arruffata: oltretutto (dai commenti sul blog) si nota una decisa avversione di molti sostenitori per una forma di democrazia interna inesistente, ancora tutta da inventare. Non a caso, il gruppo Verde europeo, prima dell’accettazione dei liberali, ha motivato la negazione all’ingresso dei 5S nel suo gruppo proprio per i non chiari rapporti del M5S con la Casaleggio & Associati.
Sembra, dallo schema seguito, non tanto una scelta di campo (quella europeista) quanto un’affermazione di sovranità su un partito politico: è roba nostra, decidiamo noi (Beppe & Davide) come vogliamo e cosa vogliamo. Che è una posizione un poco assurda per chi pretende di governare un Paese.

Con questa scelta, Grillo ha voluto rimarcare l’inclinazione fideista del proprio (a questo punto, nel senso del “di lui”) movimento, lontano mille miglia da un’ispirazione democratica e da un dialogo interno. Vuote parole d’ordine: “uno vale uno”, ossia io e Davide decidiamo per tutti, la Raggi va bene, Pizzarotti no.
Poco importa l’appartenenza a questo o quel gruppo europeo: l’importante è stato rimarcare un concetto per la politica nazionale, il dopo-Raggi.
Con un colpo di testa, Grillo ha voluto scegliere fra la “destra” e la “sinistra” interne – ossia una possibile alleanza con la Lega o con le forze a sinistra del PD – compiendo una non-scelta, ossia pigiando ancora di più sull’acceleratore fideista.

Riflettiamo su un dato nuovo e dirompente (per un movimento come il M5S): un terzo degli “elettori certificati” (a questo punto, “Grandi Elettori”), ha votato contro il Capo. Perché Grillo ha compiuto questo passo?
Evidentemente, la partita delle prossime elezioni è cominciata e il M5S vuole tenersi le mani libere per future alleanze parlamentari, da decidere – ovviamente – con i soli Grandi Elettori nel volgere di ventiquattr’ore.
Così gli avranno raccontato gli spin doctor della Casaleggio & Associati, che la scelta meno dolorosa era una non-scelta, ossia porre soltanto il proprio carisma a garanzia delle future operazioni politiche del movimento. O del gruppo Casaleggio?

Sia come sia, il M5S ha compiuto ugualmente una scelta: ha perso probabilmente parecchi consensi – non fidatevi delle proiezioni elettorali...basta avere soldi... – e domani avremo, come classe dirigente, gli epigoni del no-euro confluiti nel gruppo con Mario Monti.
Per chi si accontenta...

03 gennaio 2017

Mi piace Fabio Scacciavillani: cliccalo anche tu!

Non tutti saranno d’accordo con me – d’altra parte, non lo pretendo! – ma “Il Fatto Quotidiano” è un prodotto editoriale che ha sopravanzato di un’incollatura gli altri giornali italiani, soprattutto perché gran parte dei contenuti editoriali sono prelevati da dei blog correlati (non so con quali regole ed accordi) al giornale.
Anche altri giornali lo fanno o incominciano a farlo, ma “Il Fatto” si nota, si vede che è più avanti in questa, nuova frontiera dell’informazione.
Così, in economia, spunta ogni tanto qualcosa da Loretta Napoleoni, da Albero Bagnai e da Fabio Scacciavillani, economisti dal vasto sapere, anche se accomodati su opposte poltrone.

Mentre i primi due sono abbastanza conosciuti nella galassia della nuova editoria digitale, il terzo è un solenne sconosciuto: si definisce “Capo economista del fondo d’investimenti dell’Oman”, ossia (presumo, dalla traduzione letterale dall’inglese, Scacciavillani non s’abbassa alla periferica lingua italiana) è un tizio che decide dove, come e quando i soldini dell’Oman (o di altri: che ne so?) debbano confluire su questa o su quell’azienda, su una certa obbligazione, eccetera, eccetera.
Un mestiere che, oggi, è comune nella galassia di questo mondo globalizzato, laddove gli unici interessi in gioco sono la remunerazione del capitale e la certezza degli stessi, almeno per tempi ragionevoli: del lavoro, delle persone, nemmeno una parola. L’economia è pensata e praticata come scienza a sé stante, differita in una diversa galassia rispetto alla sua menzione originaria: “oikos nomos”, ossia “governo della casa”. Nell’economia di Scacciavillani non vi è traccia di esseri umani, al massimo – ma proprio al massimo – sono destinati ad essere bruciati, esplosi nel “motore” capitalista (il carburante).
Ecco il prodromo di un dibattito che si svolse mesi or sono proprio su “Il Fatto”:

“Il motore della crescita economica sono le innovazioni; gli investimenti in capitale fisico e in capitale umano sono il carburante; il risparmio e quindi i capitali finanziari costituiscono il lubrificante; istituzioni, amministrazione pubblica, leggi e tribunali i pneumatici; il tachimetro è la produttività.”

Tutte le componenti dell’economia sono attentamente elencate in questa metafora automobilistica (sic!), manca il lavoro, un optional, una fanfaluca per la quale non serve nemmeno un accenno: per quel che si riesce a capire, Scacciavillani è un economista legato alla scuola di Milton Friedman e dei suoi “Chicago boys”, ovvero la punta di lancia del “turbo-capitalismo” odierno. Fin qui, nulla da eccepire: è un uomo che vive disconnesso dalla realtà economica complessiva (ossia, capitale, mezzi di produzione, lavoro, ecc) e, prono alle teorie economiche di una scuola, nega tutto il resto, altrimenti non potrebbe continuare a fare ciò che fa.
Se Scacciavillani visitasse una periferia italiana od una banlieu francese, non riuscirebbe a risolvere tutto con un’alzata di spalle, perché ad un uomo intelligente (come io penso sia) non sfuggirebbe la connessione sugli interessi di un fondo d’investimenti internazionale e le nuove povertà che si “accendono”, improvvisamente, in un’area del Pianeta.
E nemmeno si risolve tutto imputandolo a manager inefficienti: che ne possono, oggi, i dipendenti di Almaviva Contact, mica i manager sono figure elettive!

Ciò che, invece, non riesco a sopportare in Scacciavillani è il linguaggio: violento, accusatorio, sempre univoco nelle sue conclusioni. Mai qualche dubbio, solo certezze ed insulti. Ecco alcuni esempi:

“Invece l’indottrinamento delle menti labili prone a interiorizzare lo slogan “Lo Stato siamo noi” (individui apparentemente sani di mente...”
...i vincoli di Maastricht... rendono insostenibili i comportamenti cialtroni esaltati dai teorici delle fritture di pesce per comprare voti ricorrendo alla spirale svalutazione-inflazione...
“...nelle madrasse virtuali dove i creduli si abbeverano alle fonti del webetismo, l’euro è assurto a bersaglio preferito dei sempiterni Minuti dell’Odio.”

C’è una colossale contraddizione che stride negli articoli di Scacciavillani – e, di questo, mi domando come i responsabili del “Fatto” non se ne siano accorti – poiché, nelle sua esternazioni, si rivolge affibbiando patenti di colpevolezza ad una totalità (gli italiani, ossia, almeno chi comprende la lingua italiana), arrivando – in un batter d’ali – a negare una liaison fra la classe dirigente ed il corpo elettorale. In altre parole: delle due l’una. O gli italiani sono responsabili delle loro “malefatte” elettorali, ed allora peste ci colga, oppure la locuzione “Lo Stato siamo noi” è vera, ed i nostri governanti sono degli abusivi: che colpa abbiamo noi italiani? Si rivolga alle “alte sfere” che – immaginiamo – ben conosce.

Termini come “le madrasse dell’odio” per chi cerca di comprendere le interiezioni fra economia e potere, ci sembrano francamente eccessivi e fuorvianti: personalmente, quando ascolto Alberto Bagnai, non mi pare d’averle mai udite nei confronti della “poltrona opposta”. Eppure, a parlare, è un ex Direttore Generale del Ministero del Bilancio, mica un economista del fondo di Piripicchio: già...forse il buon Fabio si troverebbe meglio nell’alveare delle poltrone bianche, laddove è l’Insetto-Regina a tessere la tela fra quei “cialtroni” che governano nel nome degli italiani. Vero Scacciavillani?
Allora, io che sono per natura pacato e paziente, le propongo una riflessione.

Quando, la prossima volta che sentirà parlare – nelle “madrasse dell’odio” – di lavoro minorile e profitti, prima di cliccare “Yes” ed affidare tot milioni di dollari a quella azienda di Chin-Chung-Chang, rifletta su quale dei due diritti è preminente.
Se il diritto di quegli adolescenti ad avere una vita da umani e non da schiavi, proni da mane a sera sul lavoro, oppure quello dei suoi “clientes”, ovvero quelle persone che la pagano e che assegnano, ad ogni donna del loro harem, una prebenda di 25.000 dollari mensili solo per l’acquisto di lingerie, da indossare – ovviamente – nei loro momenti di sollucchero e goduria.

Se la conforta vivere in quel mondo che tritura adolescenti e donne come fossero ninnoli, faccia lei: la coscienza è la sua.
Da parte mia, preferisco rimanere in queste “madrasse dell’odio” dove si cerca, con tanta fatica, di capire se poi è vero (come lei sostiene) che il trattato di Maastricht ha posto termine all’Europa di Postdam e di Yalta. Ed ho fonti che raccontano altre storie, ma a lei non interessano: non si ascoltano “le madrasse dell’odio”.
A risentirla, Scacciavillani: non mancherò di visitarla e, in futuro, credo che rimbeccherò queste sue sfavillanti sortite di “buona scuola” letteraria: come nota, si può dir peggio, molto peggio di chiunque senza usare un solo termine offensivo: si chiama aikido, baby, ossia rivoltare la forza dell’aggressore contro lui stesso.

Non te la prendere, Fabio, torna a verificare quanto guadagna il “fondo per la salvezza del nostro sedere”, lo stesso che t’incarica d’istruirci su come il mondo dovrebbe andare: nelle “madrasse dell’odio” cerchiamo di cavarcela da soli, vai tranquillo.

26 dicembre 2016

Slava!

Onore all'Armata Rossa e al suo Coro

Non li vedrete mai in gionocchio, non li distruggerete mai, non ci sono riusciti Napoleone ed Hitler, figuriamoci voi!



24 dicembre 2016

Leggenda di Natale




Quest’anno, la leggenda di Natale è una storia vera, di quelle che mai e poi mai uno come Poletti comprenderebbe per la sua importanza, che va oltre le solite menate sui ragazzi che vanno all’estero, sugli immigrati pericolosi e quant’altro. Perché è una storia vera, che ha dell’incredibile, soprattutto per gente come Poletti & Co.
Tutto iniziò una decina d’anni fa, quando un gruppetto di persone – mi piace di più immaginarli elfi con sembianze umane – uscì dal bosco, uno di quei boschi infiniti che si perdono nell’immenso Appennino, laddove esistono, probabilmente, posti non calpestati da essere umano da secoli e dove nessuno va mai, anche se ci nascono i migliori funghi della stagione.

Calpestarono l’asfalto per la prima volta: proprio lì, accanto alla deserta strada provinciale, sorgeva una casa. Gli elfi decisero che non poteva esistere una casa così isolata senza un forno, poiché – senza forno – come fai a fare il pane?
Così, lo costruirono e diedero un nome un po’ strano a tutta la costruzione: Forno 4P...beh, non importa...tanto, quella denominazione rimane tuttora un mistero alchemico.
Se hai un forno, cosa ne fai? Il pane, ovvio. Ma mica pane come gli altri, eh no...siamo elfi...facciamo un pane un po’ magico, poi stiamo a vedere.
Ed iniziarono con un conciliabolo, proprio come i nanetti di Biancaneve, che erano anch’essi creature del bosco.

“Lo facciamo col granturco. Sì va bene, ma poi la gente si confonde con la polenta...facciamolo anche col grano duro. Accettato. E la segala? Mica è sempre cornuta...dai, facciamo il pane di segala, E vai. Io mescolo tutto: lo chiamiamo ai cinque cereali? Venduto!”
Non vi so dire quanti tipi di pane riescano a fare: hanno dovuto, per forza, creare dei biglietti da visita nei quali indicano i giorni delle infornate, se proprio ritieni di non trovare quello che ti soddisfa.
“E quando l’abbiamo fatto, dove lo mettiamo?” rimbeccò il solito brontolone.

“In una cesta. Eh già: e le mosche? Come si fa? Facciamo scendere dai soffitti dei veli da sposa, così è più bello!” Una gnometta disse subito: “Sì, il velo da sposa mi piace!”
Quando giunsero altre gnomette, fu obbligatorio...eh sì...non si poteva fare altrimenti...i dolci, sì, i dolci.
Paste dure, con la crema, biscotti, torte...una gnometta ligure si lamentò: “E le focacce”? Dovettero impastare e cuocere focacce d’ogni tipo, tutte contraddistinte dal profumo di bosco e di grano...d’altro canto, se sono elfi...

Un giorno venne dal bosco uno gnomo che giungeva da lontano, da un mare che nessuno conosceva, perché era un Mare Nero. Oh buon Dio: ma può esistere un Mar Nero? Gli chiesero il CV, perché anche gli gnomi chiedono il CV, ma poi se ne fregano.
Il CV raccontava che era un elfo-pittore, diplomato all’accademia di una città lontana...Bucu qualcosa, Bucu che resta, sembrava così. Lo misero davanti al forno e lo osservarono, perché ci stava bene, era adatto: ma cosa se ne fanno, gli umani, di questi CV? Mah...

Lo gnomo-pittore, però, non rinunciò a dipingere le icone della sua tradizione: belli quei dipinti – meditarono gli altri gnomi – perché non ne appendiamo qualcuno insieme al pane? E così fu, pane ed icone, che fanno risaltare – con quell’oro che sa di luce – il colore del pane. Poi arrivò una gnometta che sapeva leggere e scrivere, ma proprio scrivere bene, e...volle una biblioteca.
Niente da fare, negarono gli gnomi, è un nome troppo importante...”biblioteca”...mah...e se fosse “bibliograno”? Certo! Così ci piace di più! Una vecchia credenza, accanto alle icone, iniziò a riempirsi di libri sulla natura, le tradizioni del cibo, dei forni, le piante medicinali...insomma...roba per gnometti istruiti...ma ci sta, ci sta...

Sono stati obbligati ad ingrandire il parcheggio, poiché sempre più auto si fermavano, deviavano dalla importante strada statale per fare un salto al forno...dai, andiamo a comprare quel pane così buono...ma sì, va, deviamo di qualche chilometro, ne vale la pena...

Questa non è una leggenda, è una realtà, fatta da persone che ci credevano e ci credono tuttora. Quello di cui hanno bisogno i nostri ragazzi è solo di credere in qualcosa – non importa la cosa – serve una mente che crea e persegue un sogno, poiché un vecchio adagio americano recita:

Ci sono uomini che lavorano da mane a sera e non pensano mai: finiranno come hanno iniziato, a lavorare come bestie senza sapere il perché.
Altri invece, vivono tutta la vita rapiti dai sogni: ogni sogno s’accavalla a quello seguente, e non combineranno mai niente.
Tu, figlio mio, sogna, sogna pure, ma passa il resto del tuo tempo a realizzare quello che hai sognato. Vedrai, non te ne pentirai.

Buon Natale a tutti

22 dicembre 2016

Anis Amri: Berlino, camion, pistolettate, coltellate ed ammennicoli vari...

Tutti i corsivi sono fedelmente riportati dal “Fatto Quotidiano” di oggi, 21 Dicembre: ho soltanto inserito i puntini di sospensione laddove ho tolto il superfluo.
Fatevi un’idea se questo non è il “perfetto attentatore” che uccide a pistolettate il povero camionista polacco dopo averlo ampiamente accoltellato (ma, se ha una pistola, perché accoltellarlo?!?) per poi lanciarsi sulla folla col grido di “Allah Akbar” sulle labbra e poi fuggire, gabbando la Reichpolizei e tutti i “cittadini volontari” che danno una mano così, tanto per giocare a Sherlock Holmes. Mentre un pakistano qualunque fungeva da “bandiera ombra” e prendeva in giro tutti: Polizei, Interpol e cittadini onesti.
Il 1° Reggimento della Reichpolizei “Standarte” – adesso – lo arresterà dopo furiosi combattimenti sulla Unter den Linden, sottraendolo quindi al linciaggio da parte di 5.000 tedeschi alti, biondi e ariani che intonavano lo “Horst Wessel Lied” brandendo martelli ed accette.
Ah, dimenticavo: prima di scendere dal camion, Anis infila il proprio certificato di espulsione sotto il sedile del camion. Non si sa mai: e se avesse incocciato in un poliziotto stupido?
E’ una storia incredibile, dalle fondamenta al tetto: giudicate voi.

Amri è arrivato in Italia a febbraio del 2011...Quando venne identificato, dichiarò di essere minorenne e dunque fu trasferito in un centro di accoglienza...Dopo qualche mese di permanenza...il tunisino ha partecipato a danneggiamenti nel centro...Diventato nel frattempo maggiorenne, è stato processato e condannato a 4 anni, scontati prima a Catania, poi nel carcere Ucciardone di Palermo dove si è contraddistinto per comportamenti violenti...

Eh, il buon giorno si vede dal mattino...si vede subito quando uno è preparato a diventare il “massacratore dei mercatini”...

Dal carcere è uscito nella primavera del 2015, ma non è tornato libero: nei suoi confronti è infatti scattato un provvedimento di espulsione. Anis Amri è stato così portato in un Centro di identificazione ed espulsione in attesa del riconoscimento da parte delle autorità tunisine, obbligatorio per poter procedere al rimpatrio. Il riconoscimento, però, non è mai arrivato e, trascorsi i termini di legge, al ragazzo è stato notificato un provvedimento di allontanamento dall’Italia. A quel punto Amri avrebbe effettivamente lasciato il paese per andare in Germania. L’Italia comunque inserì nella banca dati Sis, il Sistema di informazione Schengen...

Acciderbolina! Temevamo che l’appuntato Iaruzzizzi avesse dimenticato d’inserirlo nel sistema informativo...se si era dimenticato...azzi suoi!

Lo sottolineano fonti investigative qualificate ricordando che sia la notizia della condanna sia il provvedimento di espulsione sia le note relative ai comportamenti tenuti in carcere dal tunisino sono state condivise nel sistema europeo.

Meno male: se non c’era la condivisione, le vittime di Berlino sarebbero rimaste per sempre degli zombie...ma se è condiviso, beh, allora...

Una volta in Germania, il tunisino non poteva essere espulso perché non erano mai arrivati dalla Tunisia i documenti per il riconoscimento...

Già: violenti e ammazzi...ma se non arrivano i documenti per il riconoscimento...nessuno ci può fare niente...eh, così vanno le cose nel Grosse Reich, mica siamo in Italia...

Solo oggi, sono arrivati i documenti che servivano per la pratica di espulsione dal Paese.

Meno male, temevamo che non gli potessero ritirare la carta d’identità.

Era stato indagato perché sospettato di preparare attentati contro lo stato, ha aggiunto il ministro dell’Interno...

Bruscolini, bruscolini...su, non fate i complottisti, credete alla Reichpolizei...non c’erano i documenti che dovevano arrivare dalla Tunisia: avete capito?

In Germania...era stato fermato per la prima volta il 30 luglio a Friedrichshafen con un falso documento d’identità italiano...e dall’aprile 2016 risulta “tollerato”. Dopo...due giorni in carcere a Ravensburg, era stato rilasciato e aveva dichiarato di vivere nel centro di accoglienza di Emmerich, vicino alla cittadina Kleve, nella regione del Nord-Reno Westfalia. Prima, aveva fatto domanda di asilo, ma la sua richiesta era rimasta in sospeso perché già conosciuto dalla polizia.

Beh, se la polizei lo conosce...è tutto più facile, no? Uno che è conosciuto per “preparare attentati contro lo stato” viene rilasciato sulla parola, così, come un ragazzotto che ha rotto un vetro...convincente, no?

...a Berlino, la polizia inizia a sorvegliarlo “da marzo a settembre”...sospetto dei servizi federali che Amri stesse preparando “un furto per finanziare l’acquisto di armi automatiche” da usare in “un attentato”... suo coinvolgimento “in piccolo traffico di droga”... senza rintracciare elementi che potessero “sostanziare” l’allarme... Per questo a settembre la sorveglianza venne sospesa...

Bello quel “da marzo a settembre”...si sorveglia in primavera e in estate, perché in autunno e in inverno si va in letargo...

Insomma, il nostro è sospettato di attentati contro la sicurezza dello stato, traffico d’armi, spaccio di droga, d’appartenere a reti internazionali di terrorismo, preparazione di attentati...ma non si può arrestarlo, perché non si sa chi è.
Certo, bisogna riconoscere che la Reichpolizei è scaduta di brutto: se ben ricordo, a Stammheim le cose andarono un po’ diversamente...qualcuno ricorda Andreas Baader ed Ulrike Meinhorf?
L’unica cosa che mi viene in mente, tornando a quegli anni, è la figura di Pietro Valpreda – perfetto nella parte di chi seminava bombe – condannato (poi liberato, poiché riconosciuto innocente) per la strage di Piazza Fontana.
Che i tedeschi, per una volta, abbiano imparato da noi?

19 dicembre 2016

Dilettanti allo sbaraglio




Un referendum vinto con il vento in poppa, sbaragliando gli avversari di sempre: uno dichiaratamente ostile, l’altro nemico sì...ma con un occhio di riguardo per gli elettori, da conquistare. Poi, un governo squalificante e squalificato, degno di un bassissimo impero o della peggior operetta d’avanspettacolo.
E’ tutto troppo facile, troppo semplice guadagnarsi il consenso quando l’avversario è disperato ed annichilito come lo è il PD, come lo sono l’altra metà del parlamento, orfani di un Berlusconi inevitabilmente invecchiato, di un Fini istupidito (ed invischiato in vicende da “mariuolo”) e di un Bossi malandato e tradito.
Nemmeno più gli orfani della “balena bianca” sanno fornire qualche, minimo appiglio e – dall’altra parte – la “vecchia guardia” del PD balbetta senza osare, per la paura che il giocattolo di cristallo – ricevuto dalle generazioni precedenti, con l’assicurazione di tenerlo con cura – si rompa.

C’è un aspetto oscuro nella nascita del M5S: quel blog che semina parole d’ordine, che diventa un partito, che avrà – presto o tardi – in mano la direzione del Paese. Non si può tacere la stranezza dell’evento, tenuto a battesimo da settori della buona borghesia milanese, come lo era – all’epoca – un “salotto” chiamato Mediobanca.
Ciò che appare e conquista è lo strano comico che da un lato spacca computer sulla scena, mentre con l’altra mano asseconda chi nei computer ha cercato il futuro, sicuro che sarebbe stato il mondo a venire.
Pur ammettendo che possa essere esistita una diffrazione dei tempi, il sospetto rimane.
E oggi?

Oggi è facile rimanere gli unici sulla scena, perché gli altri hanno fatto di tutto per lasciarti campo libero: non si spiega altrimenti una stupidaggine come il governo Gentiloni. Il quale, altro non può fare che eseguire gli ordini che provengono da Berlino, altrimenti arriva la trojca.
Basta non far niente, continuare a diramare dalla Pravda genovese/milanese gli ordini del giorno, che a loro volta non hanno nulla di politico.

Mi sono ritrovato a pensare non tanto ai 19 milioni di No al referendum, ma ai 13 milioni di Sì.
Non sono “nemici”, per carità: una consistente porzione è composta dai “sottoposti” della casta al potere, facciamo pure qualche milione...ma gli altri? Ci sono vari tipi di ragioni per rimanere ancorati a questa gentaglia che governa: io credo che tanti abbiano meditato come la casalinga d’antan della pubblicità: “Non cambio il mio Dash!”
Conosco persone non legate al carro PD e nemmeno alla destra, che non si sono fidate e, ammettendo un generico “qualcosa cambia”, hanno votato Sì. Senza sapere nulla del referendum, soltanto quella generica (e falsa) “diminuzione dei parlamentari”.

La vera ragione del successo del No non sono stati i 5S, né Grillo, né il populismo: considerandolo come un capro espiatorio è stato solo Renzi, che ha fatto promesse da mercante mentre applicava totalmente il piano liberista europeo, nel quale il peso maggiore lo devono pagare le economie più deboli, così quelle più forti lo diventano ancor più.
Importante, in queste faccende, è tener conto delle vecchie classi sociali e delle loro dinamiche: quando un padre – magari pensionato o con un lavoro diciamo “decente”, si rende conto che è sempre più difficile arrivare alla fine del mese, che di vacanze non si parla più e che i figli lavorano come schiavi per un pezzo di pane – ecco che il voto cambia poiché cambia il pensiero di riferimento, il sentirsi più o meno escluso dal progresso sociale.
Ho detto, oramai, mille volte che bisogna tenere sott’occhio l’indice di Gini, ossia il valore che misura la disparità sociale, che – per l’Italia – continua ad aumentare, il che significa ricchi ancor più ricchi e poveri ancor più poveri.
In questo humus ci sono poi le notizie, e come vengono percepite.

C’è poco da dire: quando un ex Presidente della Camera dei Deputati è sposato/convivente con un avvocato romano del quale molti sapevano “molto”, e da tempo, era soltanto una bomba che doveva scoppiare. Solo lui non sapeva? Forse che si pensiona immediatamente un generale della Guardia di Finanza per nulla? E la strana “contiguità” con il boss Corallo? Fini: non serve nemmeno raccontare che “campi come prima” – perché la tua pensione è pari a 6.000 euro mensili – e milioni d’italiani non sanno nemmeno cosa siano 6.000 euro il mese.

Ed ecco...ora qui, ora là...che la base di consenso si erode, ma questo non significa automaticamente che vinca qualcun altro: questa è la stranezza italiana. E’ un’asta al ribasso: a chi perde meno elettori, anche il M5S risponde a questa logica.
Chi non è mai stato al governo non ha responsabilità, ma nemmeno meriti: quali sono, da sempre, i mezzi che usa un’opposizione?

I mezzi sono due: il voto contrario – con maggioranze “blindate” e truffaldine, questo metodo serve a poco – e l’altro, più proficuo, è l’aspetto propositivo, ossia le “ricette” di un buon governo. Cosa che il M5S non fa, e non ha – probabilmente per veti dall’alto – nessuna intenzione di fare.
Quali sono le posizioni del M5S sull’energia?

Nonostante il battage pubblicitario lanciato recentemente, non c’è una posizione, una presa d’impegno che vada oltre un generico “appoggio” sulle energie rinnovabili. Ma, suvvia signori del M5S, sono vent’anni almeno che si va avanti con generici “appoggi”, e s’è concluso poco, soprattutto per un Paese come l’Italia che ha una pesante “bolletta” energetica.
E sull’Europa e sull’Euro?

C’è così tanta chiarezza da rimanere abbacinati: sappiamo tutti che non sono permessi referendum in materia di politica estera, ma – vivaddio – esistono pur sempre i referendum consultivi, mediante i quali si può conoscere come la pensa la popolazione. Il fatto di dover, dopo, gestire qualcosa di più grande di voi vi spaventa? Allora, cosa siete andati in parlamento a fare? Aspettate che la mela (ossia l’UE) cada da sola dal ramo?

Brilla per “zero incisività” la posizione grillina sul lavoro: sembra che non sappiano cosa vuol dire lavorare per pochi “voucher” la settimana, come fanno gran parte dei nostri giovani. Viene da dire una cattiveria: forse l’olimpo nel quale siete stati catapultati – grazie a 50 voti di parenti ed amici – vi ha fatto scordare quando eravate dei semplici disoccupati?

Tre punti: energia, UE e lavoro. Ma ci piacerebbe sapere anche cosa pensate di fare per la giustizia, per il turismo, per la scuola, ecc. ecc. Già che ci siamo, nessuno ha spiegato come si attua un serio reddito di cittadinanza – cavallo di battaglia del movimento – e nemmeno cos’è.

Il M5S è un vuoto pneumatico: ricordate la “requisitoria” che blaterarono nel famoso incontro con Bersani e Letta?

“Noi non dobbiamo consultare le parti sociali, poiché noi siano quelle parti sociali, siamo la voce dei cittadini, dei disoccupati, dei cassintegrati che, finalmente, potranno...perché noi abbiamo un progetto politico per questo Paese...”

dov’è finito, quel progetto, cittadina Lombardi?
Era un bluff: il progetto non c’era, poiché il programma era un non-programma.
   
Un programma non è “questo sì, questo no”, perché – dopo – non si sa come fare. Se, invece, è “questo sì”, e poi si spiega dalla A alla Z come realizzarlo...ecco, questo assomiglia già ad un programma, perché lascia al governo solo il compito di vigilare sull’attuazione, sugli gli imprevisti che sempre accadono ed ai quali bisogna far fronte.

La scelta, però, non è questa: perché?
Poiché il M5S gioca anch’egli al ribasso.
Troppo forte la mia affermazione? Impietosa?

In questi giorni il M5S è sotto attacco: fin troppo facile capire che i costruttori, che sono stati obbligati a dimenticare in quattro e quattr’otto sogni di tangenti e cemento di una Roma “olimpica”, si stanno vendicando.
E, a discolpa del M5S, dobbiamo ricordare che Marra non è un politico, è soltanto un amministratore cui la Regina degli Ingenui ha dato retta: adesso, Grillo la manderà a scuola per imparare cos’è lo spoils system.
Ma non si sposterà più di tanto: Grillo è un uomo di spettacolo, e rammenta che è sempre meglio che si parli, anche male, ma che la “cosa” sia sempre in primo piano. Gli basterà qualche vaffa per riemergere, anche se la politica – quella dei Moro e dei Berlinguer – era tutt’altro.

La vicenda romana, come tutte le vicende romane, affonda le sue radici nella cloaca maxima che è diventata l’amministrazione della città: basta pensare a Scarpellini ed ai suoi affari immobiliari con le istituzioni, oppure al penoso “lascito” di Alemanno, o ancora alla “Mafia capitale” che imperò con tutte le amministrazioni...
Virginia Raggi era connivente, ed interessata alla “scalata” al posto di primo cittadino? Così sostiene Marra...ma...credere a Marra?
Se così non è, Virginia Raggi è solo un’ingenua, ma di quelle rimandare all’asilo affinché comprenda quando qualcuno ti ruba le caramelle! 
In entrambi i casi, Virginia Raggi non era e non è la persona adatta a ricoprire quel ruolo.

Il discorso, allora, si sposta e comprende tutta la classe dirigente grillina: cosa ha fatto il povero Pizzarotti – uno “smanettone" del computer catapultato sulla poltrona di Parma (da lui stesso ammesso) – per meritarsi d’essere cacciato dal M5S? Quando Pizzarotti diventò sindaco era già stato firmato (dal predecessore) l’accordo per l’inceneritore in comune con Reggio Emilia...come si poteva annullare? Non era possibile, l’unica cosa da farsi era “accelerare” sulla differenziata, cosa che Pizzarotti ha fatto. Poi nominò una persona di sua fiducia (vista l’importanza della città nel panorama lirico nazionale) per aiutarlo in una materia a lui ostica: arrivò l’informazione di garanzia (poiché, secondo altri, non poteva farlo) e fu cacciato dal M5S. La Magistratura, successivamente, decise per l’archiviazione (cioè che Pizzarotti non aveva sbagliato). Ma, tant’è, che Pizzarotti era già stato defenestrato.
Adesso, da molte parti, si chiede a Grillo – visto che solo oggi “si parla” di stendere un regolamento per il ritiro del simbolo o la cacciata di un politico – se la “manifesta incapacità” è prevista dal regolamento.

All’inizio della legislatura i M5S erano 109 deputati e 54 senatori. In totale 163 parlamentari.
 Ad oggi, sono stati colpiti da ostracismo 18 deputati e 19 senatori, totale 37 parlamentari, circa il 23% del totale: molti, semplicemente per aver criticato la mancanza di democrazia interna e la “qualità” della comunicazione fra le strutture centrali del movimento – ossia il blog di Grillo e gli uffici della Casaleggio & Associati – e le strutture parlamentari. Tutto ciò tocca, e molto da vicino, le modalità di selezione di una futura classe dirigente, ma l’argomento non è mai all’ordine del giorno fra i 5S (quelli rimasti).
Con oggi, ci sembra che Virginia Raggi abbia oltrepassato – e di parecchio! – le motivazioni di quei parlamentari espulsi, eppure Grillo la difende ancora...”uno vale uno”? Oppure “una” più visibile – come il sindaco di Roma – vale di più?


In altre parole, Grillo è su posizioni attendiste: aspetta, sulla riva del fiume, che passino cadaveri, e li conta. Stavolta ha perso qualche fante anche lui, ma poco gliene importa: l’importante è che i fanti non pensino di diventare colonnelli, questo no, Pizzarotti docet.
Grillo non desidera che i suoi fantaccini, al fronte parlamentare, crescano e diventino grandi: questa è la differenza fra un attor comico ed un insegnante. Il secondo sa bene che giungerà un momento nel quale dovrà salutarli, e chiudere loro la porta della nuova classe in faccia quando torneranno a trovarlo, perché non sono più affar suo. Al massimo, una bicchierata al bar: scuola? Finito: non possiamo ricreare falsamente il rapporto di prima, oggi vi hanno dichiarati maturi, andatevene.

Grillo, invece, cincischia, predica, il suo ego si espande ogni volta che chiamano...santità...come dobbiamo votare su quella cosa? Puoi anche cercarla da solo la strada, ma presto o tardi inciampi in un anatema, sicuro.
E allora?
Il Santone è tale solo se ha degli adepti che mai dovranno oscurarlo: questa è una regola ferrea nel rapporto guru/chela. E Grillo la applica alla lettera.
Perciò, che dire ancora del futuro?

Con le prossime inchieste – in onda su Radio Giustizia Today – beccheranno altri PD e noi riassesteremo la conta dei cadaveri, il fiume ne è sempre zeppo.
E’ un gioco dove nessuno perde, ma nessuno vince, mai. E questo ci fa tornare a quel blog, a quella struttura milanese, a quelle contraddizioni evidenti...

A dire il vero qualcuno perde, perde di schianto ogni giorno che passa: gli italiani, ma questo è un altro discorso.