19 gennaio 2019

L’auto del futuro precipita in una società arcaica

Terrafugia tfx
Mentre anche la FIAT (pardon…FCA) si decide a costruire un’auto elettrica, altri già pensano ad automobili volanti. Ad Ottobre sono partite le prenotazioni della Terrafugia TF-X, che vi porta, a terra, a 160 km orari mentre in cielo vola a 3.000 metri d’altitudine a 300 all’ora (1).  Ma non finisce qui: l’auto (o velivolo) ha una riserva di un megawatt di potenza elettrica per soddisfare tutte le vostre voglie di velocità e distanza. Anche altri stanno pensando allo stesso obiettivo, e circa 7 nuove auto/aeromobili – tutte elettriche – saranno disponibili intorno al 2020, fra un paio d’anni (2). E non costano poi mica un capitale: se avete 200-300.000 dollari da gettare, potete scegliere fra diversi modelli.

Sembra una storiella fantascientifica, ma il modello cinese (ad esempio) non necessita di licenza di volo perché è completamente automatico: una sorta di drone ingrandito, dove immettete dove volete andare e lui, automaticamente, vi porta. Ed è quello che costa meno: circa 200.000 dollari.
Non dico che sia un oggetto a portata di tutte le tasche (io faccio parte dei più che non possono), ma se considerate che, nel Pianeta, c’è l’1% della popolazione (circa 70 milioni) che sono più ricchi di zio Paperone…qualche milione di auto volanti? E perché no?


Drone- taxi cinese

Mentre all’estero si ritiene l’auto elettrica un obiettivo già raggiunto e da superare, a Torino hanno finalmente raggiunto l’accordo: faremo la 500 elettrica! Oh, non c’è ancora eh? La faranno negli stabilimenti di Mirafiori. Dopo il 2020. Verrebbe da dire che, costruendola oggi, hanno sfangato tutta la parte di ricerca e sviluppo. Per contro, l’AUDI sta meditando un’auto a levitazione magnetica, mentre a Mirafiori di magnetico, per ora, c’è solo la bobina. Ai tempi dell’avvocato Agnelli qualcosa si mosse (una Panda ed un Ducato elettrici) poi si spense la luce, e fu il buio.

Sappiamo già tutto dell’auto elettrica? L’energia elettrica dove la prenderemo? Le tasse sui carburanti, che fine faranno? Il Litio per fare tutte quelle batterie, dove lo troveranno?
Se stanno premendo così velocemente sulla transizione all’elettrico, significa che i conti li hanno fatti per bene: solo che l’auto elettrica apre nuovi orizzonti, sia sotto l’aspetto diciamo “ecologico”, sia per gli aspetti finanziari ed anche per quelli sociali.

Ci sono vari aspetti da approfondire riguardo all’auto elettrica:
1) le caratteristiche, tecniche e di bilancio energetico, del prodotto stesso;
2) i nuovi problemi di trasferimento delle energie che si genereranno;
3) i problemi fiscali, e come si potrà ovviarli;
4) gli aspetti di indipendenza energetica del trasporto;
5) la “sociologia” dell’auto elettrica, ed i cambiamenti che procurerà.

Vediamo un po’.

Le caratteristiche del nuovo mezzo
Oggi, stiamo vivendo una vicenda tecnologica molto simile ai primi anni del Novecento: dal 1900 al 1915 ci fu la fase di transizione dalla carrozza motorizzata alla vera automobile, ossia con pesi e volumi realmente confacenti ad un veicolo a motore.
Successivamente ci fu un’evoluzione che durò più di un secolo, ma la Prima Guerra Mondiale – se permise senz’altro un progresso nella parte tecnica dei propulsori e nei metodi di produzione – non mutò molto la parte estetica dell’automobile. Intendendo l’estetica non fine a se stessa, bensì in relazione con l’oggetto, complesso, che andava a definire: l’auto del 1915, non era diversa da quella del 1920.
Come ricordavamo, la lunga storia dell’automobile è stata un lento e costante progredire nella parte tecnica, alla quale è sempre stata associata la fantasia dei progettisti: mai, però, un progettista si è potuto permettere di disegnare un’auto senza tenere, come riferimento, i requisiti tecnologici richiesti.
In qualche modo, oggi, dobbiamo “rivestire” l’automobile elettrica con un concetto estetico nuovo, e più confacente con la mutata tecnologia: non corriamo troppo, però: stiamo soltanto adattando dei modelli di serie con nuovi propulsori! La vera auto elettrica, è di là da venire: ostinatamente, ragioniamo ancora in un mondo di “carrozze”!

Il primo aspetto della “rivoluzione” elettrica è che le grandi case automobilistiche non saranno più i padroni del vapore, bensì dei comprimari: diventano quasi dei lavoratori “sotto impresa”. La Tesla, ad esempio, è stata creata da Elon Musk, che è quello che ha inventato PayPal. Anche Google ed Apple sono della partita…e questo ci mostra uno degli aspetti più innovativi di tali veicoli: la semplicità, che facilita l’ingresso nel mercato di nuovi attori.
Il propulsore elettrico è molto simile al motore della vostra lavatrice, ed il banco batterie è quasi simile alla batteria della vostra auto: tutto ciò (più un po’ d’elettronica che, oggi, costa un’inezia) comporta la vera rivoluzione nel mondo dell’automobile.

La Cina è la grande protagonista della trazione elettrica: è un Paese dove la motorizzazione di massa deve ancora avvenire. Già per i mezzi minori (motociclette, piccoli mezzi a tre o quattro ruote) la diffusione è totale, ma solo nei primi 5 mesi del 2018, in Cina, sono state costruite e vendute 328.000 auto elettriche od ibride (poche).
I cinesi vendono una specie di Smart prodotta in Cina a circa 12.000 euro ma, con gli interventi statali e locali, un cinese non la paga nemmeno 5.000 euro!

 
Una copia della Smart cinese

Oggi, tutte le case automobilistiche cercano di rientrare più velocemente possibile dai costi di ricerca e sviluppo sostenuti ma, siate certi, fra pochi anni i prezzi caleranno precipitosamente, perché un assioma è certo ed incontrovertibile: l’auto elettrica è semplicissima ed ha meno della metà delle dotazioni necessarie per muovere “l’antenata” a combustibile.

L’auto elettrica non ha fluidi in movimento (radiatore, tubi, ecc), non ha gas di scarico (silenziatori, sonde Lambda, tubi, ecc), non ha combustibili in movimento (benzina) che devono essere miscelati…eccetera, eccetera. E’ di una semplicità tecnologica impressionante: è quasi un’automobilina del Luna Park un po’ ingrandita e provvista di batterie.
In cosa potrà essere differente il futuro?


Schema di telaio per auto elettrica

Dopo molti anni, si sente nuovamente la parola “telaio”: perché? Poiché associati al telaio il propulsore, le batterie e poco altro, tutto il resto sarà una “cover” intercambiabile.
Anzitutto, la durata di un’auto elettrica è senz’altro maggiore della sua collega termica, e questo per il semplice fatto che un motore elettrico costa poco, è semplice da costruire e da sostituire: è quasi come cambiare il motore della lavatrice!
Ciò che preoccupa di più è il banco batterie: però, man mano che il tempo passa, il problema si riduce. Arriveranno a riusare le batterie nuove, non a riciclarle. Già oggi, sono possibili dei trattamenti che consentono d’arrivare a contenere l’80% della potenza elettrica originaria. Chissà cosa inventeranno.

Per le carrozzerie sembra che la fibra di carbonio la spunterà sulla lamiera metallica, anche perché ci sono studi già molto avanzati per far scendere (addirittura del 90%!) il costo della fibra di carbonio. Nuovi sistemi di produzione, nient’altro: la fibra di carbonio non richiede miniere o pozzi d’estrazione chilometrici.

L’auto con il telaio, non la carrozzeria portante (come oggi), potrebbe quasi essere eterna: vi stufate dell’auto che possedete? Niente paura. Già oggi vendono telai che s’adattano a carrozzerie diverse: insomma, quasi una cover per il telefonino!


Carrozzeria in fibra di carbonio

Di più: avete necessità, per il lavoro, di possedere un furgoncino o camioncino per sistemarci i vostri attrezzi di lavoro?
Niente paura: per il week end, staccate i collegamenti della carrozzeria/camioncino e ci attaccate quelli di una berlina a 5 posti! Questo sarà possibile poiché la parte meccanica non sarà coinvolta, e basterà collegare gli slot elettrici per riavere i medesimi comandi. Un po’ come i collegamenti interni del computer, ovviamente più robusti ed atti alla bisogna.

Insomma, non ci sono problemi insolubili per la questione delle batterie: il Litio è abbondante e ce n’è per tutti. Certo, bisognerà cambiare paradigma – non come si fa in Italia, che s’accumulano nei depositi i rifiuti e poi si dà loro fuoco – bensì imparare a riciclare, a riusare. Senza questo mutamento, non è solo questione di Litio: ogni elemento, se puntiamo solo ad usarlo e poi gettarlo via, diventerà un problema: è dalla fine del Neolitico che raccogliamo, scaviamo, cerchiamo metalli: prima o dopo, ineluttabilmente, finiscono.

Il bilancio energetico del nuovo modo di trasportare

C’è un dibattito aperto su molti campi: anzitutto chi definisce l’auto elettrica “ecologica” osserva il problema superficialmente – per leggerezza o per motivi meno nobili – poiché l’auto elettrica sarà “ecologica” quando saranno ridefiniti i metodi di produzione per rifornirla: se continueranno ad essere i fossili, l’ecologia della vettura rimarrà un sogno, od un inganno. In ogni modo, riconosciamo che per i grandi centri urbani sarà una novità positiva: un po’ meno per chi abita presso una centrale a carbone.
Oggi, in Italia, le fonti rinnovabili forniscono circa il 33,2% (2) della produzione nazionale elettrica – ed è un dato già confortante – ma, domandiamoci, cosa succederà quando ai consumi elettrici tradizionali, 342 TWh (2), si dovrà sommare l’equivalente potenza necessaria, pari a circa il 30% in più entro il 2050 (2)? Che sarebbero circa 100 TWh in più, i quali dovrebbero prevedere un’espansione iperbolica dei settori tradizionali delle rinnovabili: idroelettrico, fotovoltaico, eolico e geotermico.

Insomma, il passaggio è stato repentino, e tuttora ENEL si chiede come farà a rifornire le migliaia di colonnine necessarie: ci sono piani per nuove linee elettriche, ma per la produzione sarà giocoforza affidarsi ad una lenta transizione, nell’arco di mezzo secolo, forse, e non è detto. Perché stendere linee elettriche ad alta potenza non è difficile: il vero problema è contenere al massimo le perdite di potenza dovute all’effetto Joule, giacché i principi della Termodinamica non sono stato aboliti de lege.

C’è, inoltre, un’altra riflessione: pur adottando processi di cracking e di reforming nella distillazione frazionata del petrolio, la qualità degli idrocarburi (gas, benzine, gasoli, nafte, ecc) che si ricavano è, a grandi linee, fissa: cosa ne faremo della benzina? Agli albori dell’era del petrolio, quando si ricavavano solo asfalti ed idrocarburi pesanti, la benzina veniva gettata! Poi, nacque il motore a ciclo Otto e trovò un suo uso.
Non penso che sarà molto pratico far andare le centrali termoelettriche a benzina! A meno di non sforare, e di parecchio, sui costi di produzione complicando inutilmente dei processi chimici e catalitici.
Potrebbe, a questo punto, rivelarsi vera la profezia di Colin Campbell, che ammonì: “L’era del Petrolio potrebbe concludersi ben prima dell’esaurimento delle risorse”.

Eppure, l’auto elettrica, è senz’altro più parca nei consumi: ha un propulsore con un’efficienza del 90%, quando è ferma in coda non consuma nulla, in frenata recupera parte dell’energia spesa. C’è un clamoroso balletto delle cifre (ciascuno tira l’acqua al suo mulino…) ma, grosso modo e considerando tutta la catena di perdite d’energia, si può affermare, con calcoli empirici, che l’elettrico batte il termico 60 a 30 in efficienza.
Trasformare petrolio, carbone e gas in energia elettrica per alimentare le nuove auto è un pessimo affare:

100 (fossili)> 40 (energia elettrica)>35 (trasformazioni e trasporto) = 30 energia meccanica.
100 (energia da rinnovabili)> 90 (trasformazioni e trasporto)= 80 energia meccanica

Siccome il motore  elettrico ha un’efficienza del 90%, questa è la situazione, anche se siamo in pieno empirismo e ne siamo coscienti: questo perché ancora non esistono le linee di distribuzione elettrica (alto voltaggio?) dedicate all’autotrasporto, perché non si sa, in futuro, quale sarà lo share coperto dalle rinnovabili, se le centrali termoelettriche rimarranno in esercizio, se verrà dedicato più spazio ai turboalternatori a gas – turbine a gas di derivazione navale, più elastiche delle centrali per le variazioni di potenza e con rendimento che arriva al 62%, prodotte dall’Ansaldo di Genova (14) – se la mobilità investirà anche altri settori e diventerà veramente intermodale, perché qui è il nodo sui risparmi del trasporto. Ad esempio, le navi possono essere alimentate elettricamente, e possono anche fungere da stazioni di ricarica mediante grandi aerogeneratori a bordo…insomma, stiamo parlando del futuro con gli occhi del passato.

 
Turbina "Montebianco" prodotta da Ansaldo ed esportata in Cina

In passato (Libro bianco sui trasporti, 2000-2010), l’UE raccomandò caldamente il trasporto a “quota costante”, ossia a livello del mare – per ovvi vantaggi energetici – poi varò la TAV, che doveva arrampicarsi sui Pirenei, poi sulle Alpi, quindi sui Carpazi. Direi che i grandi burocrati europei, più che di un buon psichiatra, abbiano bisogno di un elettrauto per il loro cervello. Ma vi rendete conto che sono comandati da un tizio come Juncker?!?

Qual che, per ora, non compare è l’alimentazione ad idrogeno mediante le celle a combustibile: un settore sul quale puntò la Germania. Ma, le celle a combustibile hanno un rendimento che varia dal 30 al 45% (8), mentre alcune celle – costosissime – per uso spaziale arrivavano al 75%. In più c’è da considerare la perdita di energia nella trasformazione da energia elettrica in Idrogeno, che alcuni studi israeliani sembrano indicare nel 100% (è solo uno studio teorico), mentre nella pratica odierna non si supera il rendimento del 75%.

Se non vogliamo imboccare la via delle trasformazioni energetiche, la quale ci conduce a creare altra tecnologia per sfruttare le perdite d’energia, l’unica via è un “tutto elettrico”, nel quale, giocoforza – allo stato attuale della tecnologia – l’uso degli accumulatori è l’unica soluzione. Vorrà dire che la ricerca punterà sulla rigenerazione delle batterie esauste, mentre oggi si propone di stoccarle in grandi impianti per la conservazione dell’energia, pur con rendimenti minori.
Visto che è attualità di questi giorni, vorrei ricordare a Salvini che “a bruciare i legnetti” ci finiremo se continueremo a pensare – soltanto ed irrimediabilmente – che bisogna bruciare qualcosa per produrre energia, quando la realtà mostra proprio il contrario.

Vi sorprenderà sapere che, in Cina, la produzione eolica ha superato quella nucleare (12) – del quale sono ben forniti! – ed ha raggiunto l’enorme cifra annua di 150 TWh, quasi la metà del fabbisogno italiano! I cinesi producono auto elettriche per il mercato interno, ma s’adoperano pure su come alimentarle!
Quando si parla di Cina non si deve cadere nell’errore di fare paragoni con l’Italia: la Cina è un grande Paese, dove per spostarsi le distanze sono enormi: il treno, l’aereo o la nave sono più convenienti. Conobbi negli anni ’70 un ingegnere sovietico, di Mosca, che lavorava a Kiev e gli chiesi se avesse l’auto. E perché? – fu la risposta – a Kiev uso i mezzi pubblici, che funzionano, e quando vado a Mosca a trovare i miei genitori prendo l’aereo. Sarei pazzo a guidare da Kiev a Mosca e ritorno!

Insomma, il mondo della trazione elettrica pare trascinarsi appresso quello della produzione energetica: è chiaro che, oggi, ci arrangiamo con quello che abbiamo (fossili) però, in futuro, la tecnologia cambierà e, cosa curiosa, abbiamo già molti mezzi per la nuova tecnologia. Solo che non li sfruttiamo a dovere.

Riflettiamo che, negli ultimi vent’anni, la produzione da rinnovabili d’energia elettrica italiana è passata da circa 10-13% circa (idroelettrico + geotermico) ad un 33%, un grande risultato, dovuto a due forme di captazione: eolico e solare fotovoltaico.
Questo risultato può essere superato, e di parecchio.
L’Italia, ad esempio, non ha campi d’aerogeneratori in mare, come invece hanno Gran Bretagna, Germania ed altri Paesi. Le zone più adatte per queste installazioni sono tre: il basso Adriatico, il canale di Sicilia e l’area di mare prospiciente la Sardegna nord-occidentale. Questo perché il regime dei venti è più forte e costante ed i fondali sono accessibili per l’ancoramento delle piattaforme, che sarebbero sempre sul limite delle acque territoriali, praticamente invisibili da terra. E sarebbero un ottimo esempio d’interazione: produzione elettrica e salvaguardia delle risorse ittiche.

Avevo già fatto questa proposta molti anni fa (10): nei tre campi eolici in mare, era possibile trarre 150 TWh, grosso modo quella che servirà per alimentare il parco autoveicoli (elettrici) italiano.
L’energia eolica prodotta in mare costa il 15% in più, però ha un rendimento superiore del 25% (che compensa le perdite, anzi…): il problema è ridurre al minimo i costi d’installazione. Per questo è necessario programmare l’intervento con mezzi adatti: certo, si possono rimorchiare le piattaforme in mare, ma dopo – quando si deve installare la torre e l’aerogeneratore stesso – meglio farlo dall’aria: più pratico, veloce, meno costoso. Nessun mezzo aereo è in grado di rimanere fermo con decine di tonnellate appese al gancio baricentrico: servono dirigibili di nuova generazione. Non siamo stati forse fra i primi a costruirli? Non sarebbe il primo caso, nella Storia umana, delle ripresentazione di una tecnologia abbandonata: qualcuno ricorda l’abbandono delle armi da fuoco da parte del Giappone nel loro Medio Evo? Poi le ripresero, dopo secoli.

Carlo Rubbia indicò un quadrato di 40 km di lato per sopperire a tutti i problemi energetici italiani, grazie ad una grande centrale termodinamica: come vedete, le premesse per un futuro “tutto elettrico” – senza inquinamento di nessun tipo, né alla fonte né all’utilizzo – ci sono tutti. Basta volerlo fare: indicai anche, per i campi eolici in mare, il finanziamento, le fonti e le tempistiche. Sempre nel medesimo articolo (10).
E’ semplicemente una battaglia che si gioca, in campo energetico/politico, fra opposte fazioni: nient’altro. Ne vanno di mezzo potenze in ascesa (Cina), il potere di monete di scambio (dollaro USA), gli equilibri militari ed energetici (Russia), il futuro di una unione “in cerca d’autore” (UE), chi avrà potere in Africa (ancora Cina), e quant’altro…l’unica cosa che non possiamo permetterci di fare è tranciare sentenze certe per un futuro che non conosciamo. Non abbiamo la sfera di cristallo.

Aspetti fiscali

Per fortuna, il governo ha capito che affidarsi alle “tasse ecologiche” generalizzate sugli autoveicoli era una boiata pazzesca: quanti italiani si sarebbero trovati, dalla sera alla mattina, senz’auto? Perché un Paese col 10% della popolazione in povertà certificata, mentre un altro 20% arriva a fine mese con fatica, non poteva essere sbattuto sulla via della coercizione “ecologica”! Come potrebbero permettersi una spesa di 30.000 euro per l’acquisto di un’utilitaria elettrica?

Si ha un bel dire che l’auto elettrica sarà “risparmiosa”: per lo Stato, sarà una vera sciagura. Ovviamente, se il bilancio dello Stato rimarrà questo.
Per quanto riguarda le sole accise su carburanti e lubrificanti, lo Stato guadagna circa 25 miliardi l’anno. Tutte accise “straordinarie”, immesse in momenti “eccezionali”: il primo fu Mussolini, che la mise per la guerra d’Etiopia. Divenute, poi, consuetamente “normali” e consolidate nel credito annuale.

Calcolando anche le altre spese – bollo, IVA sull’assicurazione, ecc – il “peso” contributivo a favore dello Stato del comparto degli autoveicoli è di 71 miliardi di euro, il 16,8% del gettito fiscale annuo.
Nelle more della transizione all’elettrico – vista la situazione del bilancio statale – ammettendo che molte “tasse” siano “riversabili” tout court sul nuovo mezzo, almeno quelle sui carburanti dovranno trovare una diversa sistemazione.
La questione non è semplice: se, per ipotesi, gravassero l’energia alle colonnine di ricarica dei medesimi importi, gran parte degli utilizzatori ricaricherebbero l’auto a casa, tramite la rete ENEL nelle ore notturne. Non è poi così difficile ipotizzare stazioni di ricarica abusive, o semi-abusive, ricariche “a pagamento” da parte di privati che hanno lo spazio per farlo…insomma, un bel guazzabuglio, visto che  nessuno può impedire di ricaricare l’auto di un “amico”.
D’altro canto, non sarebbe nemmeno possibile estendere queste accise su tutta la rete elettrica, poiché il costo del Kwh per esigenze domestiche non può essere gravato da accise originariamente pensate per la rete dei carburanti. L’energia elettrica domestica è già cara in Italia.

Avrei una soluzione per il problema – che è un problema di bilancio dello Stato, non d’imposte sui carburanti – ma già so che non sarà mai attuata: forme di prelievi sui grandi patrimoni, perché fin quando il 10% della popolazione si prenderà il 50% dei redditi – ma non paga su di essi il 50% delle tasse – non ci saranno mai soluzioni. A questo, ed a tanti altri problemi.

Penso, invece, che sarà rivisto il sistema dei prezzi elettrici, in modo da gravare ugualmente sui cittadini: e pensare che, la produzione elettrica notturna, potrebbe immessa sul mercato a prezzi di 1/3 ad 1/4 del corrispondente prezzo diurno (prezzi della Borsa Elettrica). Questo perché il consumo notturno è scarso, e l’energia prodotta inutilmente viene – di norma – pompata in alto nei bacini idroelettrici (per farla ridiscende durante i periodi di alta richiesta, con ovvie perdite d’energia), giacché le centrali termoelettriche non sono molto elastiche nelle variazioni di produzione. Non hanno una sorta di “acceleratore” o di “freno”, perché sono sistemi di potenze pari o superiori a 500 MW.
In ogni modo, qualcosa s’inventeranno: fregarci è il loro mestiere, e sono profumatamente pagati per farlo. Pensate che la corrente elettrica viene pagata in Borsa Elettrica a prezzi che variano da un minimo di 50-60 euro per Megawatt a circa 200, nelle ore di punta. E, nella bolletta elettrica comune, a fasce orarie, di quanto varia? Pochi decimali. In più, oramai da molto tempo, la parte d’imposte e prebende varie, supera la quota relativa al consumo.
Prima di parlare di mondo “elettrico”, un po’ di cosette bisognerebbe chiarirle: con chi? Con ENEL, che è la cugina prima di ENI…capito mi hai?

Sistemi di autoproduzione

Nulla vieta (per ora) il “fai da te” per ricaricare le batterie dell’auto: i mezzi usati possono essere, al momento, il solare e l’eolico. I quali, per loro natura, sono incostanti. Quindi, la decisione è intimamente legata all’uso che fate dell’automobile: se avete percorsi costanti, oppure no. Lasciamo perdere l’uso dell’auto per svago: stiamo parlando di lavoro, se avete un percorso abbastanza costante, variabile, molto variabile, ecc.
Se decidete per il solare (e già lo avete) non vi conviene utilizzare l’energia che già consumate e rivendete all’ENEL: con i prezzi attuali dei pannelli, conviene fare un impianto dedicato. Quanti ne servono?
Non ho esperienze dirette sul solare ma – a spanne – direi almeno 6-8 pannelli (2mx1) che potrebbero fornirvi 10-15 Kwh il giorno, ed un sistema d’accumulo (7-8 batterie da 100 A possono bastare). In questo modo, potreste avere 1-2 ore circa d’autonomia: tutto dipende da quanto e come utilizzate l’auto, e dalle migliorie tecnologiche le quali, in questo campo, crescono come funghi.

Sull’eolico ho più esperienza, perché sulla mia barca ho installato un aerogeneratore da 500 Watt di potenza massima, 3 batterie per i servizi ed una per il motore.
A dire il vero non mi è mai capitato di rimanere senza corrente: il frigorifero è elettrico come il forno a microonde, entrambi funzionano a 220 Volt, mediante un inverter. Purtroppo non posso fornire dati più precisi, giacché anche il motore, quando è in moto, ricarica le batterie. In definitiva, l’aerogeneratore mantiene sempre le batterie cariche e non mi serve di più.
Se volessi ricaricare le batteria di un’ipotetica auto elettrica, potrei usare un mulino come quello – costo circa 350 euro compreso il controller – e potrei ottenere circa 4-5 Kwh il giorno, poiché con il diametro di un metro di più non si può ottenere.
L’ideale sarebbe poter installare un mulino più grande, diciamo due metri di diametro, che potrebbe fornire all’incirca la stessa energia che si ricava dal fotovoltaico, se non si fosse messo di mezzo Berlusconi. Sapete com’è il tizio: è ovunque, come le male erbe. Basta che qualcuno chieda un favore ad un “amico” qualunque, e lui risponde sempre. Come no.
Così, con apposita legge – D.M. n. 112/2008 – il Silviuzzo nazionale decretò che il massimo concedibile “in libero uso” (altro che le armi!) erano i modelli di diametro 1 metro e di altezza massima 1,5 metri, appena più grandi scattavano le forche caudine della burocrazia, permessi, dichiarazioni, autorizzazioni, ecc. (7). Sembra una stupidaggine, ma non lo è: con modelli da 2 metri di diametro, già si può pensare di rendersi indipendenti dall’ENEL. Ovvio, se abitate in zone ventose: nella Pianura Padana non pensateci nemmeno, altrove munitevi di un anemometro e misurate.

Sociologia del mondo “elettrico”

Il primo dato che salta agli occhi è che gli addetti all’industria metalmeccanica diminuiranno vertiginosamente. C’è, ovviamente, un dibattito aperto sull’obsolescenza programmata dei componenti, ma l’auto elettrica ha veramente pochi componenti sui quali si possa imbastire l’obsolescenza programmata.
L’automazione ridurrà le catene di montaggio a semplici macchine di processo robotizzate, e quando un motore elettrico si romperà in pochi minuti sarà possibile sostituirlo. Già oggi la sostituzione del banco-batterie richiede pochi minuti.
Qui s’innesta un problema sociale di vaste proporzioni, perché il settore dell’auto occupa, in Europa, 2,3 milioni di persone nella produzione diretta e 9,8 nei componenti accessori (13): la Cina ha già superato l’UE negli occupati dell’industria dell’auto. Quante di queste persone perderanno il lavoro? Non lo possiamo sapere oggi: di certo, o l’eterno problema della redistribuzione dei frutti della produttività troverà una soluzione politica, oppure sarà il disastro sociale.

Nella sua oramai secolare storia, l’auto ha percorso una china sempre più scoscesa: da status symbol per pochissimi – fino alla 2GM – per poi diventare utilitaria per tutti. Con l’auto elettrica l’auto cesserà d’essere un feticcio: anche il nostro rapporto con l’automobile cambierà, inevitabilmente.
Tolti i modelli di gran lusso, tutto il resto saranno delle lavatrici viaggianti. Di più: equipaggiate con sensori che rendono la guida un optional, poiché l’auto – se interfacciata con la segnaletica attiva – potrà viaggiare da sola.
La durata dei mezzi, poi, ridurrà di molto le vendite: potremo pensare ad una sola auto per la vita, sottoposta ogni 15-20 anni ad una copiosa revisione. Le carrozzerie? Sono come le cover dei telefonini! Per questo motivo è importante il ritorno al telaio, robusto ed indistruttibile (salvo incidenti) ed anche le possibilità d’incidente saranno ridotte. Riflettiamo sull’incidente della cisterna di gas a Bologna della scorsa Estate: se fosse stato un veicolo elettrico con guida automatica, in coda com’era, non sarebbe mai avvenuto!
Anche le tradizionali officine meccaniche quasi spariranno, per lasciare il posto a delle officine-fabbriche dove ti ristrutturano l’auto per altri dieci o vent’anni in un paio di giorni.

Quello che è più importante è capire – non tanto dove andremo a spasso con la nostra utilitaria – quanto quale nuova strada prenderà il grande comparto delle merci: potranno essere TIR elettrici? Nulla lo vieta, però rimarrà sempre il mezzo meno conveniente, che viene così utilizzato soltanto per il gran sacrificio della vita, da parte degli schiavi al volante. Gente che non ha più una vita sociale, relazionale: gli sbandati dell’autostrada. Poi, altri sbandati che devono fare 100 consegne al giorno per campare. E andare, tutti, in pensione a 67 anni, se c’arrivano, se un guard-rail o un infarto non decidono anzitempo il loro destino.
Immagino un mondo dove, al posto dei grandi ipermercati, ci siano strutture quasi totalmente automatizzate dove, inserito un codice inviato via sms, ritiri il tuo pacco da un tapis roulant. Anche qui: che fine farebbero le migliaia di persone che lavorano nell’ipermercato?
Per ora, sono soltanto sogni, vaghe ipotesi…


Quello che non mi piace, è di vivere in questa fase di transizione, e che il vero futuro dell’auto elettrica non lo vedrò mai, a meno che non s’avveri il secondo scenario: “Guarda, nonno: la mia nuova auto” “Cos’è, l’hai rubata al Luna Park? Dai: portami a fare un giro, ma devi riportarmi per le sette, perché le infermiere devono andare a casa per cena…

Come narrava il don Juan di Castaneda, l’uomo, nella sua vita, incontra quattro nemici. Il primo è la paura, che superata genera il cinismo, solo dopo arriva il potere. E il quarto? La vecchiaia. Già…


(5)
(14) https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-02-23/viaggio--turbina-gas-piu-potente-d-europa--181231.shtml?uuid=AEmGzx5D&refresh_ce=1

13 gennaio 2019

Dalla scaletta dell’aereo, scenderà un marziano


Sembra quasi un destino, che tutti i Cesare Battisti debbano finire male: chi impiccato al castello di Trento, e chi marcirà nella patrie galere soltanto perché un ministro dell’Interno – fascista e razzista – ha fatto una telefonata ad un capo di Stato brasiliano, anch’egli fascista e militarista. E’ una storia vomitevole, poiché su tutta la vicenda giudiziaria di Cesare Battisti aleggia un’ombra di dubbio, che si trasforma in certezza quando si leggono le conclusioni cui giunse la Corte di Cassazione nei confronti dell’accusatore di Battisti, Pietro Mutti:

“Questo pentito è uno specialista nei giochi di prestigio tra i suoi diversi complici, come quando introduce Battisti nella rapina di viale Fulvio Testi per salvare Falcone […] o ancora Lavazza o Bergamin in luogo di Marco Masala in due rapine veronesi. Del resto, Pietro Mutti utilizza l'arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l'impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all'omicidio Santoro; per il quale era d'altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”. (1)

Per le giovani generazioni, per tutti quelli che non sanno nulla di quegli anni, bisogna fornire loro qualche ragguaglio.
Negli anni del “pentitismo” vigeva una regola: tutti quelli che prendiamo – e che non ammazziamo – devono fare un nome, altrimenti li lasciamo al fresco per tutta la vita (o quasi).
Purtroppo, in quegli anni, abbiamo conosciuto in molti (senza saperlo) qualcuno che era nella lotta armata, stupendoci poi come degli allocchi quando leggevamo il nome sul giornale. Ma com’è possibile…ci chiedevamo.
Ma i grandi eroi che sostenevano la lotta allo Stato “fino alla morte” – gloriosa, ovvio – appena messo piede in carcere cantavano come degli usignoli, e non era proprio la Gestapo a torturarli. Quelli che rividi, dopo anni, mi confessarono di non essere mai stati nemmeno picchiati. Io, però, ne conoscevo pochissimi.
Cosicché, parecchi che avevano disgraziatamente creduto come degli allocchi che il problema si risolvesse sparando a qualche giornalista, poliziotto…o quant’altro, finirono per raccontare storie oramai desuete: ossia, gli inquirenti le conoscevano già. E non valevano niente.

Cosicché, per “riveder le stelle” s’inventavano qualsiasi fregnaccia, inguaiando anche gente che non sapevano nemmeno dove stessero le BR, e mai avevano avuto fra le mani una pistola.
Fui fra i molti “sfortunati”, i quali ebbero l’onore di una citazione da parte di qualcuno fra gli sciagurati del girone delle gole profonde: me la cavai con una perquisizione e poi tanti saluti. E se, per caso, non m’avessero trovato, fossi stato in Australia, mi fosse presa la paura di tornare…e così via?

La vicenda di Cesare Battisti mi ricorda qualcosa di simile, perché leggendo le risultanze processuali non c’è nulla che possa incolparlo, se non – appunto – le solite “gole profonde” che non sapevano più chi tirare in ballo.

Domandiamoci: perché non solo la Magistratura brasiliana, ma anche quella francese si rifiutarono di consegnarlo? Erano tutti brigatisti? No.
Perché s’accorsero per tempo che la giustizia (min.) italiana era andata per farfalle: secondo i “ricostruttori di realtà processuali” Battisti avrebbe commesso due delitti, lo stesso giorno, a centinaia di chilometri di distanza! Ma chi è, la Primula Rossa?

Marco Barbone uccise, nel Marzo del 1980, Walter Tobagi (dandogli persino il “colpo di grazia” mentre era a terra). Nel Novembre del 1983 fu condannato ad 8 anni e 6 mesi e contemporaneamente scarcerato per meriti di “pentitismo”. Si pentì, aderì a CL e divenne un responsabile comunicazione della Compagnia delle Opere. La vita di Walter Tobagi – giornalista di razza – valse 3 anni e qualche mese di carcere?

Valerio Fioravanti, pur scontandogli la strage di Bologna (perché fatto ancora oggi assai incerto), uccise 8 persone confessando completamente i fatti (93 con la strage di Bologna) e fu condannato a 134 anni ed 8 mesi di carcere. E’ fuori dal 2009.

Bisognerebbe richiamare in cattedra Cesare Beccaria, perché riscrivesse il suo “Dei delitti e delle pene”: che logica giuridica c’è in tutto questo?!?

Un ministro dell’Interno che si gloria di una giustizia come questa, che s’indora di meriti non suoi – la tratta degli schiavi fu sconfitta da Minniti nel 2017, col penoso accordo con la Libia, tuttora in vigore – e che rigioisce affermando che quel “assassino comunista deve marcire in galera”, non merita altro che disprezzo perché si dimostra un uomo misero, che sa solo ragionare in termini di share e di (futuri?) voti. Un uomo di Stato è di tutt’altra pasta.

Persino un uomo di destra, come il Presidente Francesco Cossiga si chiese, verso la fine del suo mandato, se non fosse il caso di chiudere quella orribile stagione, con un’assoluzione “storica” per quel periodo. Chiediamo a Salvini: il delitto Matteotti fu sanato?

Invece, per miseri conteggi elettorali, quest’uomo non ha remore a sbattere in galera un marziano che viene da un altro mondo, soltanto perché una realtà processuale falsata da un pentito definito dalla stessa Corte di Cassazione italiana uno “specialista nei giochi di prestigio”, a conti fatti, deve scontare non so quanti ergastoli, per i quali si è sempre detto innocente.

Ma già so che i corifei, infima specie fra gli adulatori, non tarderanno a fare schiamazzi di “giustizia”, mentre la vera Giustizia meriterebbe almeno di sentire come si giustifica, cosa ha da dire, come lui ritiene che andarono le cose: un uomo che non ha mai visto un giudice che lo condannasse!
No, va bene così, 8 anni a Barbone perché era di CL, 26 a Fioravanti – contro 134 e rotti – e tanti saluti per Battisti, che crepi in carcere.
Mi dispiace per i figli di chi perse la vita, che hanno perso pure il diritto di sapere chi veramente uccise i loro cari.

04 gennaio 2019

Bella da morire


Gentile ministro Grillo,
                                    le confesso che sono un po’ sorpreso dal dover scrivere ad un “ministro Grillo” che non è il buon Beppe, ma la vita è strana, e talvolta le sorprese che ci riserva il Fato sono veramente curiose. Veniamo al dunque.
Lei, essendo medico, è stata giudicata “abile” per il Ministero della Salute: questo non mi è mai parso un titolo univoco di merito per sedersi su quella poltrona, poiché la salute è un bene di tutti, non dei soli medici. Non andrà certo meglio quando a dirigere la Difesa ci sarà un Generale. In ogni modo, oggi c’è lei ed è a lei che mi rivolgo perché la gestione della salute pubblica è piuttosto delicata e non è ben gestita, a fronte delle esorbitanti spese che il sistema le assegna.

E’ stata subito assorbita dal problema dei vaccini il quale, a mio avviso, era soltanto un modo per gettarla in un contradditorio infinito, in una diatriba inutile, tanto perché si lasciassero insoluti i grandi problemi della Sanità italiana: insomma, la solita pagliuzza per nascondere la trave nell’occhio.

Il primo problema riguarda la sciagurata suddivisione regionale della Sanità: non io, ma illustri analisti si sono espressi in tal senso, persino l’ex ministro Lorenzin (1) aveva espresso i medesimi dubbi, perché la Sanità è il motivo fondante per la sopravvivenza delle Regioni, non un settore di competenza regionale. Suvvia, non raccontiamoci balle.
Poi, quando si scassa un meccanismo che funzionava meglio, è inutile affermare “tornare indietro non si può”: se un sentiero è troppo arduo e periglioso, tornare indietro è il miglior consiglio da dare.

Se desiderate metter mano all’ordinamento italiano, non dovete farvi fuorviare da argomenti di scarso interesse, poiché sono alimentati proprio da chi non vuole che ci mettiate mano. La riforma regionale fu uno dei disastri più eclatanti della politica italiana: chi sceglie l’ordinamento regionale (lander) non deve avere un ordinamento napoleonico (province).
Cosa ne dice, oggi, delle Province italiane resuscitate come “enti di vasta area” e tuttora funzionanti, tutte, e con un ben strano “ordinamento”, assolutamente estraneo al dettato costituzionale? Sono composte da un “consiglio” formato solo dai sindaci delle aree delle ex province i quali, a  loro volta, eleggono il loro presidente.
Salta agli occhi, immediatamente, la loro stridore dal principio costituzionale, ossia sono persone non elette – il sindaco di Tivoli (esempio) non ha nessun titolo per decidere qualcosa nella provincia di Roma – perché è stato eletto dai cittadini di Tivoli, non dai romani.
Hanno trovato il modo di creare dei rappresentanti (?) che nessuno ha mai eletto. E che deliberano, stanziano somme, acquisiscono somme, dallo Stato e da altri cespiti (le contravvenzioni stradali, ad esempio) in piena libertà. Un espediente incostituzionale per mettere delle persone in dei posti nei quali nessuno ha controllo: ci sarebbe da ipotizzare un reato di “attentato alla Costituzione” per chi ha progettato ed avallato quelle scelte.
Come vede – essendo lei un politico e non solo un medico – la interpello a largo spettro, ma torniamo alla Sanità.

L’esborso annuo è intorno ai 100 miliardi di euro: una cifra iperbolica, ben superiore a quella che veniva stanziata per la sanità statale. Ma, le Regioni, a parte tanta aria fritta, di cosa si occupano? Scorporando la Sanità (con notevoli risparmi) non rimarrebbe quasi nulla, se non la velleitaria decisione a voler contrastare, limare, adattare leggi dello Stato che finiscono per generare conflitti interminabili di fronte al TAR, al Consiglio di Stato, alla Cassazione, fino alla Corte dei Conti. Ma si può vivere in un simile casino?
Senza contare le inutili complicazioni che tale scelta ha generato: per prendere una decisione sul fiume Po, si devono consultare e ricevere il consenso da ben 18 amministrazioni diverse! Un tempo, decideva il Magistrato del Po.

I Parlamentari italiani sono i più pagati del mondo, su questo ci sono pochi dubbi: si può dissertare fin che si vuole su alcuni emolumenti dei congressisti statunitensi, ma – almeno qui in Europa – il confronto è sconfortante.
E’ quindi giusto “regolarizzare” gli emolumenti dei parlamentari italiani, ma sarebbe sciocco pensare che questo “taglio” conducesse a risultati importanti: se si vuole, veramente, incidere sui costi inutili e sugli sprechi, bisogna razionalizzare la catena degli amministratori.
Come non capire che la catena decisionale in campo sanitario, un tempo ridotta a singoli, è stata moltiplicata per 20? Un tempo, avemmo pure un Duilio Poggiolini, con tutta la corruzione conseguente, ma oggi ne abbiamo 20 a decidere sulle questioni dei farmaci!

E poi, la suddivisione regionale della sanità ha condotto alla regionalizzazione forzata degli italiani: è al corrente che un medico appartenente ad un sistema regionale con gran difficoltà può avere un paziente di un’altra regione?
Ovvio che la cosa non interesserà chi abita a Roma e Milano, ma gli abitanti che vivono “a cavallo” dei circa 10.000 km di confini regionali, quando traslocano nel comune vicino – per quanto riguarda il mantenimento del proprio medico – devono passare le forche caudine: corse alla ASL, documenti da far firmare al medico, ritorno alla ASL, validazione dei documenti…e questo ogni nuovo anno!

Non è una questione di lana caprina: visto che è miseramente fallito il piano di un database nazionale, consultabile e trasferibile – mediante la semplice tessera sanitaria – da un luogo ad un altro, è comprensibile che ogni paziente finisca per fidarsi solo del proprio medico. E ci sono anche molte, altre ragioni (fiducia personale, conoscenza dell’anamnesi approfondita dei singoli, amicizia, altro…) perché una persona che si sposta di qualche chilometro preferisca tenersi il proprio medico.
Non parliamo poi delle prestazioni specialistiche e dei rilievi analitici: apriti cielo! Se l’ospedale della “vecchia” regione dista solo una decina di chilometri, ti fanno mille problemi e ti chiedono, senza nessuna remora di decenza: “Perché non va all’Ospedale di Distantopoli?”

Tutto prova quel che già dicevo: la sanità regionale non è altro che un corposissimo cespite di fondi per rimpinguare le mille altre “attività” della Regione. A questo punto, anche i continui “risparmi” che vengono attuati – meno medici, meno infermieri, chiusura di ospedali e di singoli reparti – non sono altro che il tentativo di prendere più fondi possibile, per poi spenderne il meno possibile. E i “risparmi”? Beh…sfogliate le pagine dei giornali alla pagina giudiziaria…

Ma c’è un altro problema, ben grave, che attanaglia la sanità italiana.
In 35 anni d’insegnamento – all’incirca 200 classi condotte alla maturità, circa 5000 liceali – ho notato un solo caso di un allievo, figlio di medico, che scelse un’altra facoltà.
Con cadenza costante, tutti i figli di medici s’iscrivevano a Medicina, se fallivano il test d’ingresso s’iscrivevano a Biologia, così – appena passato l’esame d’ammissione, l’anno successivo – potevano iscriversi con l’abbuono di un certo numero di esami (oggi, “crediti”).
A volte ci fu addirittura la riapertura dei termini per il test d’ingresso in una nuova sezione “ridotta” (o “speciale”) dove, guarda a caso, tutti gli iscritti erano figli di medici. O, anche, l’aumento degli ammessi se “certi” non l’avevano passato.

Comprendo che lei, medico, si sentirà un pochino a disagio se le chiedo di marginalizzare il potere dell’Ordine dei Medici all’interno delle strutture sanitarie nazionali. Attenzione: il medico è e resterà sempre la figura di spicco per quanto riguarda le questioni sanitarie, solo che non deve più avere il potere di scegliersi i suoi collaboratori. Che saranno, sempre, figli o nipoti d’altri medici: a buon rendere, ovvio.
La soluzione?
Concorsi. Concorsi nazionali dove – se si vuole farlo – si è in grado d’impedire qualsiasi tentativo di nepotismo. Pesanti sanzioni penali per chiunque venga sorpreso – e provato – a camuffare i risultati dei concorsi. Basta minacciare l’espulsione dall’Ordine.
Ma, la migliore cosa che si può fare, è rendere la possibilità a tutti gli studenti che vogliono accedere a Medicina di poterlo fare, alzando però l’asticella delle conoscenze apprese e delle competenze dimostrate. I migliori, faranno carriera perché bravi.

Questo andazzo porta i (pochi) specialisti che lavorano nella sanità pubblica ad essere in qualche modo “evasivi” – se non si tratta di questioni gravi, con pericolo di vita – con diagnosi più sfumate, che alimentano dubbi ed incertezze. Perché? Poiché il sistema privato è separato da quello pubblico, ma i parenti medici (il nepotismo!) che lavorano negli studi privati…meglio tenerseli buoni, magari domani ci sarà posto anche per me…

Insomma, la vogliamo finire con queste pratiche del numero chiuso nelle facoltà? Si contravviene alla libertà d’apprendimento, sancita dalla Carta Costituzionale.
Poi, massacriamo pure agli esami di Anatomia e di Biochimica come un tempo: avremo la certezza d’avere la classe medica migliore del mondo, non per censo, ma per merito.

Anche fra gli infermieri – che oggi hanno un ruolo più importante di un tempo – si nota una rarefazione: è ben vero che, quando c’è un concorso pubblico, sono sempre migliaia per centinaia di posti. Ma andate a vedere nelle strutture private: rumene, ungheresi, cubane, argentine, ecuadoregne, croate, russe…c’è il mondo nel settore infermieristico privato. E, in quel caso, c’è anche il problema della lingua: non sono riparatrici di computer, sono quelle che girano per i reparti, e che a colpo d’occhio devono capire come state.
Tutto questo avviene non per questioni salariali (i salari sono pressappoco uguali) ma per il diverso contratto che, nel pubblico, garantisce più diritti. E non parliamo poi delle Operatrici Sanitarie (OS) dove veramente stiamo raschiando il fondo del barile, con veloci corsi privati che tutto danno per poco tempo e denaro. Garanzie, dopo? Eh…   

Termino dandole un consiglio più “politico”.
Se volete veramente andare a toccare i veri sprechi – gli stipendi dei parlamentari, nazionali, europei e locali – ma anche le mille “scrivanie” che non servono a niente, c’è da fare una ricerca certosina, con molta attenzione, per non fare errori.
Dopo, però, non fate il solito decreto legge: fate una comune legge d’iniziativa parlamentare e portatela in aula. Vedrete chi ci sta e chi non ci sta: e lo vedranno anche gli italiani.
Saluti ed auguri di buon lavoro.



28 dicembre 2018

Strane coincidenze





E’ passato Natale, verrà Capodanno e l’Etna si è svegliata. Per fortuna il vulcano catanese non è come il suo collega napoletano e non combina sfracelli: rutta, vomita, ma non provoca nubi piroclastiche che ammazzano intere popolazioni. Questo perché è un vulcano a magma basico, vale a dire che la non acidità del suo magma non procura…stitichezza, ossia non permette la formazione di “tappi” nel condotto magmatico i quali, quando i gas interni premono, fanno saltare per aria tutto.

Qualcuno, però, pensava all’Etna in modo diverso…

“Nel 1953 Mattei aveva tentato la via della geotermia, costituendo insieme alla Finelettrica, la Società Italiana Forze Endogene (SIFE). La nuova società, in cinque anni, e con un investimento di due miliardi di lire, doveva incrementare la ricerca nel settore; ma il mancato accordo sul prezzo di vendita dell’energia elettrica prodotta con i vapori naturali fece fallire il progetto e la SIFE fu subito sciolta (1954).” (1)

Mattei era un uomo volitivo e coraggioso: non si poneva limiti al suo agire, giacché il suo compito fu quello di trovare risorse energetiche per un’Italia che s’apprestava a diventare un grande Paese industriale. La questione si chiuse rapidamente poiché il prezzo del barile di petrolio, all’epoca, era veramente  irrisorio (pochi dollari il barile). Perciò, Mattei si gettò a capo fitto nella ricerca d’accordi con i Paesi produttori, che terminò con lo schianto di Bascapè, deciso dagli “stati maggiori” internazionali dell’energia, e non solo energia. Ma non è questa la sede per approfondire quei lontani eventi.

La domanda che giunge spontanea è: l’Italia, ha mai esplorato la possibilità di trarre dal sottosuolo una porzione importante del suo fabbisogno energetico?
Stupirà, ma – a parte Larderello, tuttora attivo – non ci sono stati altri tentativi: eppure, siamo un Paese  che ha sul suo territorio ben 4 vulcani in attività e, cosa non meno importante, tutta l’aera tosco-laziale è un’area di “letti caldi” e mica poco caldi!

La storia dell’energia geotermica, in Italia, è quasi tutta confinata fra gli anni ’30 e gli anni ’60 del Novecento e sono giunte fino a noi le memorie – potremmo dire quasi “testamentarie” – d’ingegneri e geologi che lavorarono e sperimentarono, cercando di gestire al meglio il poco esistente (Larderello), nella totale indifferenza della classe politica e, soprattutto, delle aziende (ENI, ENEL, ecc) che ebbero in mano il destino energetico del Paese.

Fa quasi tenerezza leggere le memorie del Dr. Claudio Sommaruga che, nel 1974, cercava di raccontare i termini di un’avventura vissuta in perfetta solitudine, nel senso che nessuno gli diede retta (2). Eppure, grazie alle pompe di calore, riuscì a soddisfare le esigenze di riscaldamento della città di Ferrara (ed altre) ed un grande impianto a Milano, che funzionò per il riscaldamento civile dal 1935 al 1971. Poi, amaramente, concluse che tutto fu “modernizzato” con alimentazione a gasolio o metano.
Nel 2010, infine, fu organizzata una manifestazione in ricordo di quegli anni eroici e le conclusioni, assai amare, furono espresse (immagino dallo stesso Sommaruga, o da uno dei suoi allievi) con orgoglio unito ad amarezza:

Concludo, con un conforto e un rammarico. Questa carrellata e testimonianza di una storia dimenticata, ma tessuta in primo piano dai geotermici italiani: la constatazione oggi che le nostre speranze giovanili degli anni ’50 non erano utopie e il rammarico che non siamo stati abbastanza convincenti nella promozione del ruolo che le fonti geotermiche meriterebbero tra le energie rinnovabili.” (3)

A latere, queste vicende ricordano altri primati dell’ingegno italiano – il dirigibile, che con Umberto Nobile ci rese celebri nel mondo, ricordando che il celebre Norge, il dirigibile norvegese che per primo giunse al Polo Nord era, in realtà, l’N-1 della Regia Marina venduto ai norvegesi – o come Carlo Ghega, ingegnere veneziano, che costruì parecchie, ardimentose ferrovie austroungariche, al punto da essere immortalato nelle banconote da 20 scellini e d’avere una tomba monumentale al Cimitero Centrale di Vienna. Potremmo continuare con Meucci, Marconi, ed altri…ma non è il caso: tutti siamo a conoscenza del grande genio italico. Oggi, in tutto il mondo, si tornano a costruire dirigibili, e noi ce ne siamo…dimenticati!

Lasciamo queste lamentazioni e torniamo ai nostri vulcani: tralasciamo il vulcanesimo quiescente (quello che genera i “letti caldi” e che sta tornando in auge con le pompe di calore), e vediamo i vulcani attivi.
Due sono nelle Eolie (Stromboli e Vulcano) e la ristrettezza degli spazi agibili, più i legittimi interessi turistici, non consigliano di costruire chissà quali meraviglie della tecnologia su quelle isole.
Poi c’è il vulcano che più di tutti ha dato preoccupazioni, sin dal tempo di Plinio il Vecchio: il Vesuvio e tutta l’area flegrea. Il ragazzo è un tipo imprevedibile, perché è a magma acido: forma spessi “tappi” che occludono il canale di scorrimento delle lave, poi si sveglia di colpo e combina sfracelli. Ci sono alcuni studi sullo sfruttamento energetico del Vesuvio ma, domandiamoci: siccome è capace di restare silente per decine o anche centinaia di anni per poi svegliarsi come un dio irato, vale la pena d’investire quattrini su quel vulcano? E non basta: tutta l’area flegrea è ricca di sorgenti d’acqua calda e sarebbe perfetta per lo sfruttamento energetico, ma è soggetta a fenomeni di bradisismo, si aprono voragini, ci sono stati terremoti devastanti.

Rimane l’Etna, che è il maggior vulcano italiano, ed anche quello che sì ha dato problemi, ma solo per le “sciare” di lava che si aprono in alta quota e poi scendono in canaloni devastando ogni cosa.
Il vulcano, però, ha le sue bocche più recenti (da secoli) sul versante sud-orientale, mentre l’area nord-occidentale è da secoli tranquilla. E, anche se si aprisse una bocca di sfogo su un altro versante, si potrebbe intervenire (com’è già stato fatto) con canali artificiali di scorrimento: l’importante, è che l’Etna non è un vulcano esplosivo per sua natura, come il Mauna Loa delle Hawaii, che da decenni erutta senza mai esplodere.

Anni fa, m’interessai all’eruzione del 2001: ebbene, in quella eruzione, l’Etna vomitò una quantità di lava ad alta temperatura corrispondente, all’incirca, al 6% del fabbisogno energetico complessivo annuo italiano.
Non si tratta, ovviamente, di far bollire dell’acqua nelle lave a 1.200 gradi centigradi, perché sarebbe da folli, però ci sono alcuni interessanti studi sullo sfruttamento del vulcanesimo attivo.

Il maggior impianto, per importanza e funzionalità nel tempo, è senza dubbio “The Geysers”, nel Nord della California, che alimenta di energia elettrica l’intera città di San Francisco. Con una potenza installata di circa 1600 MW, fornisce circa 1.000 MW di energia in modo costante: è molto, è l’equivalente di una grande centrale nucleare.
E’ stata costruita in una località dove già i Nativi sapevano dell’esistenza dei soffioni d’acqua calda poi, grazie alla tecnologia, è stato possibile lo sfruttamento.



L’Islanda (insieme al Giappone) è all’avanguardia negli studi e nello sfruttamento dell’energia geotermica, già si produce energia elettrica e quasi tutta l’energia termica per il riscaldamento delle abitazioni. Presto, mediante perforazioni, raggiungeranno un sito dove le rocce sono a circa 500 °C, e quindi produrranno vapore supercritico per alimentare le turbine. L’Islanda, presto, diventerà esportatrice d’energia, e la Gran Bretagna si è detta disponibile ad importare l’energia elettrica islandese in eccesso.



In molte parti del Pianeta la geotermia sta interessando il settore energetico: non è inquinante, non è pericolosa, sfrutta tempi “geologici”, che agli investitori piacciono. Necessitano ingenti investimenti, però una volta compiuti la resa degli impianti è costante nel tempo, per molti anni, decenni…forse secoli…

Mi domandavo se l’Etna non sia sfruttabile in questo senso: grazie all’innovativo sistema HDR (Hard Dry Rocks) è possibile, dopo aver scavato un pozzo, immettere acqua fredda e ricavare vapore alla temperatura di centinaia di gradi, rimanendo all’esterno della caldera del vulcano (4). Dopo, funziona tutto come in una centrale termoelettrica, solo che non si consuma un grammo di carbone, né di petrolio o gas.
Probabilmente, gli sviluppi di quella tecnologia giungeranno a far circolare l’acqua/vapore non a contatto con le rocce vere e proprie, bensì solo all’interno di tubi piazzati nei pozzi: le acque termali sono ricche di sali e corrodono facilmente le attrezzature. In quel modo, circolerebbe solo acqua distillata.

Non voglio, però, toccare molto gli aspetti tecnici, giacché questa è materia per geologi ed ingegneri minerari, piuttosto capire come, dove, quando e perché si potrebbero/dovrebbero attuare queste tecnologie, come già ricordava il Dr. Sommaruga nel suo accorato ricordo del tempo dei “pionieri”.

Purtroppo, in Italia non esiste una “centrale operativa” per quanto riguarda gli aspetti energetici: oddio, c’è, ma è esterna alle istituzioni democratiche. Ossia il complesso ENI-ENEL, che tutto fa e decide: s’è visto quale potere abbia messo in gioco l’ENI per il caso Regeni – di là della sua gravità o delle implicazioni che si possono leggere in quella tragedia – soprattutto per la caparbietà con la quale ENI ha difeso i suoi interessi (i nuovi giacimenti di gas egiziani), che sono anche gli interessi italiani nell’energia e nel Mediterraneo, ma che non sempre sono sovrapponibili e conciliabili. Forse, se fosse esistita una struttura statale al riguardo, Giulio Regeni sarebbe stato fermato prima d’infilarsi in guai più grandi di lui.

Mi ha molto stupito che il M5S abbia fatto poco nel settore energetico – non m’aspettavo niente dalla Lega, che ha sempre ignorato il problema – perché parte del suo elettorato era ed è molto sensibile al riguardo: qui, c’entra poco la questione del riscaldamento ambientale, mentre si entra nel territorio che fu di Mattei, ossia l’indipendenza energetica o, almeno, la certezza delle fonti.
Nulla da eccepire sul secondo punto per quanto riguarda l’ENI, che non ha mai fatto mancare il rifornimento energetico al Paese, però suscita un po’ d’apprensione che non vi sia una controparte pubblica che dialoghi con i due colossi dell’energia italiana. Domani, dovremo gestire la transizione al trasporto elettrico: sicuri che non serva un qualcosa che funzioni come un Ministero per l’Energia? Senza più utilizzare i “servigi” di una società privata e quotata in Borsa per questioni che sono legittimamente e squisitamente d’ordine politico?

L’ENI è una società quotata in Borsa, come del resto lo è l’ENEL, ma per entrambe esiste ancora la “Golden Share”, ossia la possibilità, da parte pubblica, d’intervenire per le questioni strategiche. Si tratta di un quadro normativo fragile, che non consente un reale dialogo fra le parti: sa più di ricatto per entrambe le parti, non di dialogo.
Abbiamo ancora nella mente l’immagine di Carlo Rubbia che sbatté la porta e se ne andò in Spagna, per costruire là quelle centrali termodinamiche nelle quali credeva (Andasol 1,2 e 3), mentre la prima (ed unica) centrale termodinamica italiana (Priolo Gargallo) fu associata ad un impianto ENI termoelettrico, depotenziando le peculiarità dell’impianto e temporeggiando, per la costruzione, finché nessuno si ricordo più (e dubito che qualcuno lo ricordi ancora) della piccola centrale sperimentale che, peraltro, è un decimo di potenza installata rispetto a quelle spagnole.

I Paesi produttori hanno il Ministero per l’Energia, mentre i consumatori hanno soltanto strutture private per acquistarla: è conveniente? Per qualcuno senz’altro, per la gran parte dei cittadini, ne dubito. Perché lo Stato, vale a dire quello democraticamente eletto, non può intervenire per le questioni tecnologiche d’importanza primaria? O un Paese è in grado di decidere autonomamente, almeno sul suo territorio, le proprie scelte energetiche, oppure è inutile parlare di sovranità. Tertium, non datur.
  

(*) By Stepheng3 - Own work, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19087599