16 luglio 2018

La scacchiera animata

Viene da chiedersi perché il gioco del calcio sia così popolare e sia largamente adottato da nazioni che, prima, erano dedite prevalentemente ad altri sport: la pelota basca, il baseball, il golf, ad esempio. Ovviamente, questi sport sono largamente praticati e condivisi nei loro Paesi, ma non c’è sport che si sia espanso come il calcio, a tutte le latitudini e per tutti i meridiani. Forse perché era il gioco dei colonizzatori? Ci credo poco. Perché, allora, non rifiutarlo?

Il “gioco più bello del mondo” è tale perché realizza l’animazione di uno dei più antichi giochi da tavolo, con l’aggiunta che non serve chissà quale preparazione per giocarlo: ai bambini viene naturale calciare la palla…poi, possono prendere due strade: una di libertà assoluta, “gioco con chi voglio, quando mi piace e come so fare” e l’altro, “voglio diventare un calciatore”, e allora giù allenamenti per poi, in rarissimi casi, approdare alle serie dei professionisti.
Per chi ha oramai passato l’età dei calzoncini corti – ed ha appeso le scarpette al chiodo da molto tempo – il calcio riserva sempre delle sorprese, poiché l’analisi di una partita riserva senza sosta dei lati poco noti, che si rivelano piano piano, man mano che il gioco si svolge.

La “scacchiera animata” è sempre un grande mistero, che riesce a spiegare anche perché il Brasile del 1982 fu sconfitto da un’Italia sparagnina ed utilitarista: proprio come negli scacchi, le partite si vincono (arbitri a parte) come in una battaglia, dapprima dalla disposizione dei “pezzi” sul campo, poi dai movimenti dei singoli pezzi. Non ci credete?

Il Re è in porta, la difende strenuamente: è un giocatore atipico, anche se molti portieri potrebbero giocare in attacco e nessuno se ne accorgerebbe. La “morte”, metaforicamente parlando, del portiere – ossia il goal – sancisce la vittoria o la sconfitta, ma il calcio – rispetto agli scacchi – riserva la sorpresa che si può rinascere e tornare alla vittoria: solo il tempo – come raccontava il don Juan di Castaneda – non ammette più repliche.
I Cavalli, nel calcio, sono quattro: due difensori di fascia e due cursori (od ali) che, a ben vedere, si muovono proprio come i cavalli degli scacchi: corrono lungo le fasce per poi crossare verso il centro, due avanti ed uno di lato. Gli altri due difensori – detti addirittura “torri” centrali – sono il baluardo della difesa e presidiano il campo con pochi movimenti verticali, ma molti spostamenti orizzontali, per seguire il movimento degli attaccanti.

La Regina, nel calcio, è meno definita ma ben presente come l’attaccante più dotato, capace di sfondare o colpire con tiri precisi e potenti, mentre i due Alfieri si spostano in diagonale, cercano o lo spiraglio per il tiro, oppure la loro Regina (i vari Maradona, di tutti i tempi) per smarcarla in area e concedergli il tiro.
E ci sono i Pedoni, i macina-miglia e suda-sangue di tutte le epoche, che corrono fino all’esaurimento per contrastare palloni a centrocampo, oppure fornire “rifornimenti” agli Alfieri. Una “vita da mediano”, come canta giustamente Ligabue. Così, quando segnano – che avviene raramente, perché quando giungono a distanza di tiro sono già esausti – la gioia trabocca in modo gioioso e violento, intrattenibile.

C’è però una differenza rispetto al gioco degli scacchi – una è l’evidente fisicità dell’evento – ma l’altra è più importante e, spesso, decisiva: la vittoria o la sconfitta non giungono soltanto per bravura o per errori, bensì è un uomo a deciderlo. L’arbitro.
Questo avviene, soprattutto, poiché rispetto ad altri giochi – basket o volley, ad esempio, mentre le versioni “acquatiche” (pallanuoto) o su ghiaccio (hockey) soffrono anch’esse di questa “pecca” del giudizio arbitrale, anche se, forse, in modo minore  – lo scarto di reti è sempre modestissimo, e dunque un rigore concesso oppure negato segna il destino più di quanto il “campo” non dica. Ne abbiamo visto, recentemente, un esempio in Francia-Croazia, dove la volontarietà dell’atto – richiesta dal regolamento – era per lo meno dubbia.

Riamane una grossa pecca del regolamento la troppa discrezionalità dell’arbitro, poiché inchieste sugli illeciti sportivi ce ne sono state tante, e qualcuna ha anche toccato anche il mondo arbitrale. Vedi la deposizione dell’arbitro Nucini nel processo “Calciopoli”. (1)
E’ un vero peccato che il gioco liberamente scelto come il “più bello del mondo” non riesca a liberarsi di questi fardelli di corruzione a vari livelli, come la presenza di Platini nell’UEFA dopo aver subito una condanna ad 8 anni d’allontanamento (2).
Il  grande successo del calcio non può essere offuscato da illazioni del tipo “panem et circenses”, seppur vere per gli aspetti economici o di controllo sociale, poiché è lo sport più desiderato dagli adolescenti, il più divertente, che richiede poca “preparazione”, almeno all’inizio. E, ricordiamo, i ragazzi sanno benissimo che le speranze di entrare in una grande squadra sono minimissile, eppure lo fanno: lo fanno perché, se giochi a calcio, ti diverti, anche se tiri quattro calci in un cortile.

L’ingresso del VAR – ossia la possibilità, per l’arbitro, di rivedere le azioni dubbie – non nasce sempre dall’arbitro stesso, bensì da chiamate sull’auricolare durante la partita. E chi ci assicura l’integrità morale della commissione addetta al VAR? Riflettiamo che quel mondo, purtroppo, è sempre quello tinteggiato dall’arbitro “infedele” Nucini.
Con il trascorrere del tempo, ed i nuovi mezzi “tecnici”, il ruolo del signore in giacchetta nera che corre sul campo scivola sempre di più da quello di “arbitro” a quello di “regista”. Quando il lavoro sarà definitivamente compiuto, il calcio transumerà verso l’opera buffa.

Così, si mutano le possibilità grazie all’elettronica, ma non si toccano i regolamenti. Una certa area di discrezionalità, per l’arbitro, è necessaria ed auspicabile: perché, allora, non dargli la possibilità di “dosare” la punizione? Ad esempio, con tiri dal dischetto dagli 11, 13 e 15 metri, secondo la gravità del fallo. Come, del resto, già avviene per i falli fuori area, con vari tipi di gradualità: semplice ammonizione verbale, ammonizione con diffida (alla prossima…), cartellino giallo e poi rosso.

La mancanza di gradualità nel dosaggio della punizione col calcio di rigore, ci fa pensare che le oligarchie del calcio non vogliano privarsi della certezza che, prima o dopo, avverrà un evento (magari dubbio) che però scatenerà il calcio di rigore. E cambierà il risultato della partita.

Come diceva Andreotti, “a pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”…già, alla faccia non soltanto dell’onestà nel gioco, ma anche nell’educazione dei ragazzini i quali, già in giovane età (ho allenato i ragazzini, lo so per certo) si vedono demolire quel concetto di onestà che credevano sacro, almeno sul rettangolo verde.
Un primo passo, per capire che la vita non concederà loro di guardarsi sempre allo specchio, ogni mattina, con sguardo fiero, ma ci si deve “adattare”, si deve essere “flessibili”, “duttili” se non si vogliono avere grane.

E poi ci meravigliamo di giudici, poliziotti, carabinieri, insegnanti, medici, idraulici, muratori, ecc, ecc…

10 luglio 2018

Governo balneare


Mattina d’Estate, quartiere periferico: cerco disperatamente un bar aperto, nel chiasso di stridii e rumori di autobus, per trascorrere un’ora e mezza. Niente di speciale: ho portato la macchina dal meccanico. E arriva lei, inaspettatamente, Sooror, da Tehran: la radio nazionale iraniana che, ogni tanto, mi chiama per un’intervista. Mi obbliga ad affrontare una situazione che continuo a rimuovere, quella dello strano connubio fra la forza politica più “vecchia” della repubblica e la più giovane. Fra un M5S che è nato da una costola di una sinistra becera, assolutista e orgogliosa del nulla che ha creato e, dall’altra, gli eredi delle “corna verdi”, Pontida, l’ampolla di acqua del “sacro” Po…e 50 milioni spariti nel nulla.

Di là della questione della cinquantina sparita – inutile: Bossi è sempre stato un ciarlatano, già ai tempi del sen. Miglio (che era di tutt’altra pasta) ed i figli l’hanno fottuto mica male, Lega Ladrona… – c’è poco da cincischiare. Serve a poco – come giustificazione – ricordare che gli altri hanno fatto peggio: sembra di riascoltare Craxi nel famoso discorso alla Camera, “Se qualcuno non sapeva nulla, si alzi, adesso!”
Ma qual è il futuro della Strana Alleanza?

In realtà, stiamo vivendo uno spezzone di Prima Repubblica: i governi balneari, Leone, sempre lui quando scoppiava la canicola ed i problemi s’accavallavano.
Perché, ad onor del vero, è stato fatto poco o nulla, a parte continuare in una strana ed eterna campagna elettorale.

La “questione migranti” è stata, in qualche modo, affrontata però, a capire veramente quel che è successo, tutto continua come prima. Qualche nave rimandata al mittente, altre che invece hanno avuto il “via libera” per sbarcare…ma, sul fronte europeo, nulla è cambiato. Macron continua a “fare il buliccio con il culo degli altri” – come usa dire a Genova – e la Merkel ha, semplicemente, detto “no” alla mobilità dei migranti in Europa: dove sbarcano, restano.
Gli austriaci, sempre servizievoli nei confronti dei loro padroni tedeschi, hanno abbozzato “Se mai, chiudiamo il Brennero” (anche se spiace un po’, per l’ambaradan logistico che andrà a succedere…100 euro in più per TIR, acc…) Conte crede d’aver capito una cosa, gli spagnoli un’altra, gli ungheresi un’altra ancora…così va l’Europa, “tutti assieme, in ordine sparso”.
Insomma, a fronte di una possibile crisi politica tedesca, che l’Italia vada a farsi fottere. Gliene potesse fregar di meno: tanto, andiamo al mare in Italia, poi si vedrà.

Quel “si vedrà” racchiude tutta la suspense della situazione, la storia di un governo nato non certo bene, obbligato a prendersi sul gobbo ministri che già furono di Monti, altri che hanno fatto lingua in bocca con Berlusconi. Paura, paura ad esprimere quello che gli italiani hanno veramente detto a Marzo: un “basta!” lungo milioni di chilometri, forte come milioni di decibel, profondo come milioni di metri. 
Ora, se Salvini pensa veramente che quel che raccontano i sondaggi sia realtà – ossia se saranno voti – sta prendendo una badilata di quelle che ti spianano il muso. Sta condensando in un nuovo contenitore i medesimi voti, che furono di Fini, di Casini, di Buttiglione…oggi (ancora per poco) di Berlusconi e di sua pochezza (in peso numerico) Meloni. Fuori da lì, c’è poco: perché?

Poiché la storia della Destra italiana non è una storia d’intelletto, creativa: era già tutto perso al tempo di Ezra Pound o, se vogliamo, di Benedetto Croce, “sua filosofica indecisione”. Non elabora nulla, salvo triturare nel frullino i medesimi valori “adattati” al contesto odierno.
E’ sempre – parliamo di valori – la “maggioranza silenziosa” che fu di Montanelli, il “poderoso” centro-destra del ’94, ossia un fiume di valori che mi ricordano i versi di una vecchia canzone: “Vecchia, piccola borghesia…”
Al contrario della sinistra – che dai tempi “sovietici” è riuscita a riciclarsi nei valori di Blair, ossia quelli del neo-liberismo: avrebbe fatto meglio a “ripensare” una sinistra europea più combattiva e, soprattutto, “pensante” – la destra ha “trovato” (si fa per dire) per strada un imprenditore dei media come Berlusconi. Il quale ha confezionato una “frittura” di tutto ciò che la vecchia destra conservatrice e reazionaria conteneva. E lo ha rilanciato sulle Tv. Niente d’eccezionale, però ha funzionato.
Potrà funzionare di nuovo?

A mio avviso, no. Perché?
Il “fenomeno Berlusconi” è irripetibile, e Salvini non è certo l’erede di Berlusconi (meglio Renzi, senz’altro) e batte sempre sullo stesso chiodo, senza fantasia. Migranti, migranti, migranti…prima gli italiani…certo, però qualcuno comincia a dire: se quei soldi li avete presi, dovete restituirli, altrimenti siete nella stessa risma del PD, di FI, di Fini, dei vari centristi, ecc, ecc.
E qui c’è poco da dire (anche se i media ci hanno provato): il M5S ha avuto una decina di “infedeli” che hanno truffato sui rimborsi degli stipendi parlamentari. Una decina, in tutto – subito cacciati – ma era una questione interna, di accordi interni al partito: non hanno mai preso un euro dei rimborsi elettorali che loro spettavano.
Se, domani, Salvini chiederà “modifiche” al decreto Dignità (già, di per sé, poco “dignitoso”), suggerite da Berlusconi, lo scontro sarà già nell’Autunno, ma non credo che avverrà.

I nodi verranno al pettine quando dovranno affrontare il “nocciolo duro” dei loro programmi: la Flat Tax ed il Reddito di Cittadinanza. Perché sono riforme “pesanti” in termini di miliarduzzi, entrambe.

Personalmente, non capisco la Flat Tax: in un’Italia che è ai primi posti per sperequazione sul reddito (l’indice di Gini), riduciamo le aliquote ad una sola, due al massimo? A parte – trucchi da avvocaticchi a parte per ingannare la Consulta – che la Costituzione recita, all’art 53 “Il sistema tributario é informato a criteri di progressività – e non vedo proprio come si potrebbe by-passarla – c’è qualcosa che non mi convince.
Si narra che, abbassando le tasse ad una (o due) aliquote, tutti le pagheranno: e perché? Già me li vedo – dai “signori del ferro” di Brescia ai “signori del frumento” di Foggia – tutti a correre da Equitalia: “adesso che sono diventate “giuste” le paghiamo volentieri!” Uh, come ci credo. Addirittura le cosche: riabilitateci! Vogliamo pagare!

Che gli attuali sistemi di accertamento del reddito siano iniqui ed imprecisi, ne sono pienamente convinto – basti pensare al farraginoso metodo degli “studi di settore”, per il quale un ristoratore che compra un’orata e poi non la vende, avrebbe guadagnato lo stesso – però c’è un sistema semplice, adottato nella Repubblica Socialista Nord-Americana: il reato d’evasione fiscale, siccome toglie risorse a tutti, è un reato contro la Nazione e, dunque, un reato penale. Si sorvola spesso su questo concetto, ma se non si pagano le tasse non ci sono più medici che ti aspettano al Pronto Soccorso, maestri in aula con i bambini, pompieri quando scoppia un incendio: soltanto quando si è accertata la base fiscale, ossia chi sono e quanti sono i contribuenti, qual è il loro reddito, allora si può parlare di sistemi fiscali. Altrimenti, sarà sempre e solo aria fritta: non sarebbe proprio necessario fare loro vedere il sole a scacchi: basterebbe il profumo. La borghesia è, per sua intima costituzione, codarda.
Infine, ricordiamo che Al Capone non fu “beccato” per centinaia di omicidi, bensì per evasione fiscale.

Dall’altra parte il M5S scalpita per vedere, finalmente, il suo “sogno nel cassetto” realizzato.
Abbiamo già detto mille volte che non si tratta di un vero RdC, bensì di un serio assegno di disoccupazione (la legge ricalca, a grandi linee, il sistema tedesco) perché è scandaloso che la seconda potenza industriale d’Europa non abbia un supporto al reddito in caso di disoccupazione.
La Legge Fornero, in aggiunta, ha creato una vasta zona d’ombra, che potremmo tratteggiare così: le aziende non sanno più che farsene dei dipendenti over 55, mentre la pensione arriva a 67. Si tratta di un “limbo” dove sguazzano circa 6 milioni di persone e le loro famiglie.

Un’analisi più seria dovrebbe prendere in esame le modalità dell’attuale sistema industriale – che viene definito ancora “manifatturiero”, mentre in realtà è “macchine-fatturiero” – e questo muta radicalmente i termini del problema.

Combinando il flebile “decreto Dignità” con la questione dei migranti, possiamo notare quanto le vere “pietre angolari” del sistema industriale (e, dunque, anche finanziario e sociale) siano state ignorate.

1) I padroni, se possono (ossia se glielo lasciano fare), pagano sempre di meno: questa è una legge vecchia quanto il mondo. E tu scrivi pure tutti i “decreti Dignità” che vuoi: se non aggiungi la sanzione amministrativa o penale, non avrai mai forza contrattuale all’interno della società.
2) La seconda ragione è più complessa e coinvolge da un lato il tasso di scolarità e, dall’altro, la tipologia delle aziende. A parte i dirigenti, la struttura di una moderna azienda è composta da molti quadri intermedi, che sono in gran parte tecnici. Sono quelli che fanno funzionare le macchine di processo: semplificando, i robot. Per far funzionare un’azienda moderna, servono tecnici specializzati e manodopera senza particolare preparazione, poiché la macchina va servita, non è lei a servire l’uomo. Perciò, da un lato tecnici scolarizzati e ben preparati, dall’altro dei semplici “robot-umani”. Per ora, il rapporto numerico è ancora a favore dell’uomo (per le mansioni semplici): domani, si vedrà. Ma questo è un altro discorso che, però, bisognerebbe iniziare a fare: non ho remore nel definire che questo è stato il grande errore delle sinistre europee, quello che le ha fatte finire ad osannare Blair o la Clinton.

 Questo governo – diciamolo fuori dai denti – è solo una copia edulcorata del governo Monti: nei ruoli chiave, (Economia-Esteri) ci sono tutti uomini legati alle istituzioni europee: dove sono finiti i Bagnai, i Fioramonti, i Rovertini, i Borghi? Erano uno specchietto per allodole elettorale?

Come può pensare, il M5S, di proporre una legge che costerà decine di miliardi l’anno? Le obiezioni di Cottarelli e di Boeri non sono retoriche, bensì reali: ad esse, bisogna dare una risposta.
La risposta esiste, ed è una sola: la società industriale avanzata (ossia altamente automatizzata) non può sopravvivere se non si pone sul piatto una domanda: il profitto è solo prodotto dal capitale?
E’ una domanda semplice: dalla risposta che si dà a questa domanda – ma non perché fu proposta da Marx – ne discendono due scenari, ossia una società ordinata e vitale da un lato, un pessimo film hollywoodiano di fanta-storia, zeppo di fucili mitragliatori, dall’altra.

Ai tempi di Moro e di Berlinguer, le aliquote fiscali erano sette, e la più alta prevedeva una tassazione del 75% sui guadagni: si viveva abbastanza bene, ad Agosto tutti andavano in vacanza, non c’era quasi ticket sui medicinali, negli ospedali c’era posto e si veniva ricoverati “per analisi”. Gli studenti universitari meritevoli ricevevano un “pre-salario” di 500.000 lire che, riportati d oggi, sarebbero circa 5.000 euro l’anno, le donne andavano in pensione a 55 anni egli uomini a 60: chiunque con 35 anni di contributi. Il debito pubblico era sotto il 60% e tutto in mani italiane eppure, nei consessi internazionali, gli economisti si cospargevano il capo di cenere…ah, l’Italia, il suo debito pubblico…
A forza di ripeterlo, la vulgata è diventata un imperativo.

Era veramente una società fondata “sul lavoro”, ma oggi è stato realizzato il miracolo: le mansioni pesanti o ripetitive sono delle macchine, non dell’uomo. Solo l’azienda che produce con queste modalità sopravvive, le altre sono destinate al fallimento.
Allora, diamo una risposta alla domanda: il profitto è solo prodotto dal capitale?
E’ una risposta che non richiede complesse trattative europee, che non scomoda la geopolitica, non tocca principi etici: tutto ciò che ci circonda e che vediamo – dalle autostrade ai grattacieli, dagli autobus alle biciclette – è stato creato solo dal capitale?
Se così non è, o non lo ritenete, significa che una parte dei profitti vanno corrisposti a chi lavora – si potrà decidere se monetizzarlo subito, se posticiparlo nella futura pensione, se stornarlo sul welfare ecc…ma tutto questo è un problema successivo – ed allora bisognerà aprire nuovi orizzonti: potrà essere una seria leva fiscale, oppure la partecipazione agli utili aziendali (la tedesca mitbestimmung)…altro…vari tipi di “compensazione” sociale…ma la decisione cambia, e cambia il paradigma di riferimento.
Altrimenti, vi racconto già come andrà a finire.

Maledetto, però è bravo: è stato l’unico a capire.
Mi riferisco a Vittorio Sgarbi: un essere che, spesso, mi dà il voltastomaco al solo vederlo apparire. Ma è stramaledettamente intelligente, vede “oltre” e capisce prima degli altri. Che, ad onor del vero, sono una pletora di pecore stupide (PD o FI, non cambia).
Non vi ha stupito che Sgarbi abbia dato il suo, personale voto a favore del governo Conte? Perché già sa come finirà.

Ne ho avuto esperienza quando lottai contro la riforma Fornero: articoli sempre sul filo della decenza, ma al vetriolo, che cospargevano sale sulle ferite con il sorriso fra le labbra.
Il meccanismo è semplice.
La compagine di governo è solo apparentemente un consesso: in realtà, ci sono Esteri ed Economia da una parte, tutti gli altri dall’altra. Questo spiega l’ostracismo per Paolo Savona.
All’epoca, si lottava per vedere riconosciuta “quota 96” (la somma degli anni di lavoro più l’età anagrafica) ed era sorprendente osservare il “ciclo” che si ripeteva. Ricordo, fra i parlamentari, due nomi: Boccia e Damiano, del PD, che si mostravano (?) d’accordo con le nostre rivendicazioni.
Si perveniva ad un accordo di massima, poi il tutto passava all’Economia: Monti non si scomodava nemmeno, inviava un sottosegretario il quale, puntualmente, respingeva “non c’è copertura finanziaria”. E tu, da capo, a cercare voci di bilancio da tagliare.
Quando il gioco divenne pesante – e i miei articoli più velenosi – mandarono in pensione il sottoscritto ed il gestore del blog, che era seguito da migliaia d’insegnanti. All’insaputa l’uno dell’altro. Ci prendemmo delle “botte” di traditori, ma non potevamo farci niente, eravamo stati messi in pensione d’autorità a 63 anni.
Cosa succederà al RdC?

Andrà cento volte in commissione e verrà approvato, mille volte alla Presidenza del Consiglio…sarà approvato e riapprovato, ma…al ministero dell’Economia risponderanno picche: manca la copertura finanziaria. Poi, ci sarà il tormentone dei “decreti attuativi”, mediante i quali la platea degli aventi diritto sarà ristretta allo 0,0…%, i fondi – quindi – saranno stanziati con enormi ritardi…li conosco, lo fanno abitualmente.
Così, il M5S si logorerà, inizieranno le sfide interne fra “buonisti” e “duri e puri”…intanto, la Flat Tax passerà, perché va ad incrementare il reddito di pochi, ed i tagli necessari saranno trovati dopo. Sulla nostra pelle.

Vittorio Sgarbi, da furbastro di tre cotte qual è, aveva compreso che quel governo raffazzonato era quel che ci voleva per annientare le istanze della popolazione. “Populisti”, che è come dire “privi della coscienza di muoversi in un universo pre-ordinato”.
Nell’Autunno vedremo questo canovaccio andare in scena: guarderemo quali risposte sapranno dare i 5stelle: per gli altri, c’è sempre un paracadute, quello targato Berlusconi, o chi per lui. Dudù tornerà all’ovile per essere scannato: missione compiuta. Vedremo se il M5S si trascinerà in una crisi senza fine, pendolando fra vecchie parole d’ordine e nuove, pragmatiche, realtà oppure se si darà una scossa e farà saltare il banco finché è in tempo. Il PD continuerà a litigare: la fine della “feral tenzone” è prevista intorno al 2030.
Cala il sipario, si accendono le luci in sala, il pubblico mormora e stropiccia gli occhi: ci sarà ancora il tempo per un drink?

20 giugno 2018

Quando mostri la realtà dell’Africa, l’imbecille guarda il dito. Sul grilletto


“La pacchia è finita.”
“I porti italiani rimarranno chiusi.”
“Non parteciperemo più al business dei migranti.”
“I migranti ci rubano il lavoro.”
“Aiutiamoli a casa loro.”

La pacchia è finita
Che in Africa ci fosse quella gran “pacchia”, nessuno degli africani se n’era accorto. Anche raccogliere pomodori per 5-20 euro/giorno (dipende dalla magnanimità del padrone) non è certo il paese del Bengodi, e dei 36 euro stanziati dal governo italiano per migrante/giorno, in tasca loro non ne arriva nessuno, o ben pochi. Difatti, c’era la fila delle ONG e dei gestori dei centri d’accoglienza, che non aspettano altro che d’avere una concessione. Schiavisti di Stato, ecco cosa sono e, da quando mondo è mondo, gli schiavisti hanno sempre lavorato per il loro tornaconto personale.
Perciò, inviare nell’etere queste roboanti dichiarazioni è pura disinformazione, che ho sempre combattuto da qualsiasi parte giungesse.

I porti italiani rimarranno chiusi
Qui ci sono due argomenti in uno: la chiusura dei porti come atto giuridico e la destinazione dei migranti come soluzione pratica del problema.
La chiusura dei porti selettiva (ossia per bandiere di nazionalità) è, giuridicamente, quasi un atto di guerra. In altre parole: richiede prima un dialogo diplomatico, o meglio, sta a significare un dialogo diplomatico che s’è arenato. O che non c’è mai stato. In tempi passati, o la cosa si risolveva diplomaticamente, oppure il più forte li riapriva a suon di cannoniere.
Siccome il mare è un elemento molto pericoloso – e ve lo dice uno che lo conosce – quando si hanno delle persone a circa 20 miglia dalla costa – e dunque in mare aperto – se le imbarcazioni sono in condizioni di creare pericolo per la vita, il soccorso in mare è obbligatorio. Se non avviene, è codificato come omissione di soccorso e il comandante, allo sbarco, viene chiamato a risponderne.

Non voglio fare la figura dell’ingenuo: so benissimo che queste persone si mettono in mare per essere “salvate”: perciò, il problema è la loro destinazione definitiva, non dove sbarcano. A tal riguardo – forse comprendendo che l’Europa si sta giocando parecchio su questa vicenda, e non volendo essere ricordata nella Storia come la “liquidatrice” dell’UE – Angela Merkel ha mangiato la foglia, ingoiando anche il picciolo: “E’ un problema europeo”, non facile da digerire anche per Angelona, che ha vicini abbastanza riottosi in materia (Austria ed Ungheria, tanto per cominciare) ed oppositori interni che basano il loro futuro politico proprio sul perdurare del problema: tanti migranti, tanti voti in più per i partiti che cavalcano il problema, senza riflettere che – dopo – dovranno risolverlo.

Non parteciperemo più al business dei migranti
Questa è un’affermazione che mi sento di sposare in toto e senza riserve, perché la tratta dei migranti (o schiavi) perdura da circa mezzo millennio e, in un mondo così “compenetrato” come oggi avviene (reti telematiche, trasporti veloci, ecc), rischia veramente d’essere il detonatore che fa scoppiare la bomba sottostante, che ha sempre il solito nome: sperequazione nella ripartizione della ricchezza planetaria.

L’Europa è un continente di circa mezzo milione d’abitanti, che nel volgere di un paio di generazioni si ridurrà alla metà dei suoi abitanti, causa il deteriorarsi delle condizioni di vita (lavoro, sicurezza, speranza, infelicità, giustizia, ambiente, violenza, malgoverno, pessima alimentazione, ecc, ecc, ecc) è giunta al punto che la fertilità del maschio europeo si è abbassata notevolmente. Ricerche mediche raccontano proprio questo: meno spermatozoi attivi e validi. La donna europea ha un tasso di natalità di poco superiore ad 1.

L’Africa, intorno al 1960, aveva 250 milioni d’abitanti. Oggi, ne conta circa 2,2 miliardi. Il tasso di natalità delle donne africane è pari a 4,4. Tre volte quello europeo.

Non vorrei che qualcuno prendesse per partigianeria quanto scrivo: sto soltanto esponendo dei dati, numeri che tutti potrete trovare sul Web e che sono di pubblico dominio ed universalmente riconosciuti.
Abbiamo un problema? Direi di sì.

Un identico problema esiste fra Israele e la cosiddetta “striscia di Gaza”, laddove le donne israeliane superano a fatica (con enormi aiuti di Stato) i 2 figli per donna (popolazione costante), mentre dall’altra parte la natalità supera i 4 figli per donna. Come risolvono il problema gli israeliani? Bombardandoli, massacrandoli, imprigionandoli, deportandoli.

Il problema dei cosiddetti “più forti” è soltanto per quanto tempo riusciranno a risultare tali: i Latini ci riuscirono fino al 476 d. C. , ma già dal 300 le cose si erano messe male. Durò ancora più di un secolo prima che un Goto disarcionasse dal trono un fanciullo Romano e spandesse le sue larghe chiappe sul trono dei Cesari.

Le pressioni migratorie non hanno soluzioni (pensiamo quanto protesse la Cina dai Mongoli la Grande Muraglia) e le uniche alternative possibili sono due: opporsi oppure trattare. Finché si può farlo.
In fin dei conti, la fine della tratta negriera che dura da 5 secoli non farà che portare all’esplosione violenta il continente africano: anche perché qualcuno – scelleratamente – ha pensato bene d’aprire il vaso di Pandora e spezzarlo a terra in cocci, ossia la distruzione dell’Africa Settentrionale come entità statuali abbastanza solide.

Tirando le somme, potremmo affermare che è giusto “eticamente” mettere fine alla tratta, ma capirne anche le inevitabili conseguenze.

I migranti ci rubano il lavoro
Se qualcuno ritiene valida questa affermazione, mi scriva. Non conosco più tanta gente in giro per lo Stivale, ma una raccomandazione per andare a raccogliere arance, pomodori, olive, uva od altri prodotti agricoli mi sento di poterla promettere senza temere d’essere smentito. Ovviamente, dai 5 ai 20 euro/giorno, per 10-12 ore di lavoro, sotto la torrida canicola od al gelo invernale.
L’ultima notizia, tanto per informare, me l’ha data un amico di Acqui Terme e riguarda la potatura dei vigneti, che si esegue in Inverno. Un agricoltore è stato “impalato” – ossia legato ad un palo e lasciato lì – poiché aveva disatteso la parola data a dei migranti: al termine del lavoro, dai sette euro/giorno era sceso a 5, unilateralmente. Per fortuna, quegli slavi non osarono mettere in pratica l’impalamento rituale, così come lo descrive Ivo Andric ne “Il ponte sulla Drina”.

Ci ho provato io stesso con mio figlio: perché non metti a coltura i terreni della famiglia? Con tutto l’aiuto possibile da parte della famiglia stessa, in termini d’investimenti e – per qual che si può a questa età – di aiuto materiale. Oggi lavora con un’azienda informatica e si è scordato di quella proposta.
Le canne crescono, lungo le strade, rigogliose come non mai. Negli stessi, identici posti, 40 anni fa dovevi quasi litigare per tagliarne un fascio per legarci i pomodori, per metterle ai fagioli…insomma, per tutte le esigenze dell’orto. Oggi, le giovani generazioni italiane osservano le zappe lasciate nella rimessa da padri e nonni, e non hanno la minima curiosità nei loro confronti.
Perciò, non stiamo a raccontare queste frottole: se qualcuno vuole andare ad accudire animali oppure sgobbare in un cantiere edile, il posto lo trova. Ma non si può rispondere al cellulare e messaggiare ogni 5 minuti, no, non si può proprio.

Aiutiamoli a casa loro
Quando sento questa bella litania, mi saltano nella mente antiche e linde parrocchie con preti sorridenti da pubblicità dell’8 per mille, oppure eleganti librerie con ben in vista i libri di Marx che circondano divani soft e luci soffuse, o ancora collezioni di fotografie coloniali che spiegano quanto “bene” hanno fatto gli italiani all’Africa. A quel punto, non so se per noia o per disperazione, mi monta veramente il sangue alla testa.
Ma chi spapera in giro queste fregnacce, sa cos’è l’Africa?

L’Africa, dal punto di vista agricolo, è soltanto secondo all’Antartide per sfiga campestre. Tolti gli enormi deserti, rimangono soltanto le valli del Nilo, del Niger e del Congo, più qualche arido altipiano (come quello dove vivono i Masai e le loro magre vacche) e qualche sterpaglia che onoriamo del nome di “savana”.
Quando giunsero gli europei per “destinare” loro terre migliori in altri continenti – il ben noto “Triangolo degli schiavi”, durato circa 4 secoli nella sua forma arcaica – erano giunti pressappoco al termine del loro Neolitico ed iniziavano, probabilmente, una fase pre-imperiale, intendendo qualcosa di simile agli Assiri od ai Sumeri.
Testimonianze di questo genere sorgono in Ciad, in Niger e in altri Paesi della parte Nord dell’Africa sub-sahariana. Ma arrivarono gli assatanati portoghesi, poi spagnoli, olandesi, inglesi, francesi, italiani…
Perché i nostri avi andarono in Africa?

Dapprima per semplice rapina: oro, sempre lui. Poi schiavi per il nuovo business del cotone, infine scoprirono le miniere, e fu la fine dell’Africa.
Il più forte mangia il più debole? Vero. Però, gli statunitensi hanno completato il “lavoro”: privati i Nativi del loro habitat, sono stati confinati nei vari lager tipo Pine Ridge, dove alcol e droghe completano il lavoro del glorioso Winchester 32. Indi, per acquietare la loro coscienza, hanno persino creato l’Università dei Nativi (che si trova in Minnesota) e girato il film Balla coi lupi. Adesso siamo tutti a posto: crepate in pace, amen.
In questo, dobbiamo riconoscere che anche gli israeliani si stanno difendendo bene con le loro fortificazioni impenetrabili dalle quali, in ben protetti bunker sotterranei, le bionde soldatesse di Tzahal puntano il joystick e premono: alè, un altro palestinese ammazzato. Era di qua del confine (tracciato da chi?)…o forse un po’ più in là…ma che importa…tanto, nella Bibbia è scritto che Cam sarà solo il servitore di Sem e di Japhet…
Nelle versioni più “soft” e senza indicare la nazionalità, lo stesso software lo venderanno come videogioco: ne ho visti mille che gli assomigliano.

L’ultimo anello di questa infamia senza fine ci porta al mondo dei trapianti, al loro commercio, ai tanti minori che scompaiono. Non ci credete? Mettete in ricerca i termini “migranti” e “trapianti”, poi cliccate, se avete stomaco e coraggio, quello d’osservare cadaverini di bambini (i più richiesti, ancora non infettati dall’AIDS e dalle epatiti) squartati e legati come salami dopo il prelievo.

Ma veniamo ai rimedi, ossia “come” aiutarli a casa loro.
I missionari comboniani provarono a “saltare” alcuni millenni di Storia e fecero arrivare trattori e motozappe. Per un po’ funzionò, però quando cominciarono a rompersi non si trovò nessuno che li sapesse riparare: fine dell’antropologia “creativa”.
Provarono ad insegnare loro ad addomesticare i bufali, ma la biologia può essere sperimentale solo in laboratorio: impossibilitati ad usare buoi a cavalli (clima) o zebre (debolezza del piede, già tentato dagli europei). Forse, oggi, qualcuno corre ancora dietro a dei riottosi bufali, con scarsi risultati.
I più hanno scelto un animale più docile da ammansire, che viene dalla lontana Russia: si chiama Kalashnikov, e basta spostare una levetta perché partano colpo singolo, tre colpi oppure la raffica. Facile da usare, robustissimo, è ciò che fa per l’Africa. E per i soliti padroni.

Perché, gli africani, e per cosa combattono fra di loro? Per le banane, i manghi, le antilopi?
No, svolgono in conto terzi la guerra delle miniere.
Perché – e forse questa storia non la conoscerete – dopo lunghe trattative sul commercio internazionale dei metalli/minerali non ferrosi – ossia, Oro, Argento, Platino, Wolframio, Tantalio, Rame, Selenio, Vanadio, Uranio, petrolio, gas naturale, Piombo, Stagno, Mercurio, Nichel, Litio (sali), Cadmio, Cromo e cromite, Manganese, ecc,ecc – si giunse ad una regolamentazione, ossia al concetto di “tracciabilità” dei minerali commerciati.
Le ragioni?
Per obbligare le aziende a pagare prezzi di mercato (di per sé già bassi: pensiamo al prezzo del Rame (1), che negli ultimi 100 anni ha subito una diminuzione reale del 50%) e per tassare alla fonte queste importazioni. Un trattato rispettato dagli USA, da parecchi Paesi africani ma non da…l’UE!
L’UE preferisce che la dichiarazione di tracciabilità sia “facoltativa”, insomma…come vuoi, quanto vuoi, come ti fa comodo…
Ovvio che, se si compra in “nero”, i conti si regolano come qualsiasi mercato illegale, ossia a colpi di mitra. Avete capito chi finanzia le varie milizie africane?

Ma un medico africano (2), il dott. Mukwege, decide di porre fine a questo disgusto e sale in Europa, viene accolto a Strasburgo e parla di fronte al Parlamento Europeo (che gli consegna il premio Sakarov per l’informazione). Le reazioni dei parlamentari – di fronte allo stillicidio di prove (il medico è un ginecologo, e parla soprattutto di violenza sulle donne da parte delle varie milizie) – è drammatica: qualcuno, addirittura, piange.
Poi, però, vota. Sarà stato un miracolo, ma il titubante Parlamento Comunitario trova la forza del leone e vota una legge che obbliga – tout court – le aziende europee alla tracciabilità dei loro acquisti internazionali. Sembra fatta. E invece.
Il commissario delegato al problema sospende la seduta ed invoca “tempo” per “mediare” all’interno della Commissione – non eletta da nessuno, terra felix per le varie lobbies – e, d’incanto, il Partito Popolare si ricompatta: si decide (il voto cambia) che la questione sarà appannaggio di una “trattativa” fra il pronunciamento del Parlamento e la Commissione. Ossia, si discuterà ancora…qualcuno di voi immagina come andrà a finire?

Era un buon passo per iniziare a riconoscere agli africani, almeno, la “proprietà” di quelle risorse minerarie – un modo per “aiutarli a casa loro” – ma non è stato fatto. Il secondo, inevitabile, riguarda la democrazia in quei Paesi: guarda a caso è stata “messa in atto” per sovvertire l’Africa del Nord, ma a nessuno salta in testa d’andare a mettere a posto le cose nell’Africa sub-sahariana, dove i vari “capataz” regnano indisturbati, protetti dalle milizie pagate, pagate…da chi?
Un aneddoto, abbastanza noto in Africa, recita che ad un nuovo “presidente” venga portata una valigia piena di dollari. A lato, una pistola: scelga.

Ultima domanda, che mi pongo e vi pongo, è: cosa ci fanno 800 militari italiani in Niger? La missione, approvata nella scorsa legislatura, ebbe i voti della Lega ma non quelli del M5S. E, partita in sordina con minimi finanziamenti, a conti fatti ci costerà più di un miliardo l’anno. Cosa fanno laggiù?

Una speranza, però, c’è. Una soluzione può arrivare.
Nel Sudafrica dell’apartheid (alleato storico di Israele) Mandela prospettò cosa sarebbe successo dopo pochi decenni: milioni di bantu contro migliaia di bianchi. Fu grande saggezza compiere quelle scelte, anche se molti non furono d’accordo. La soluzione opposta? Un bagno di sangue, e le risorse auree del Sudafrica completamente in mano ai neri. Oggi, De Beer è quasi monopolista dei diamanti in quelle terre, ma le transazioni sono tutte tracciate, diversamente da come avviene in Congo. E i sudafricani, pur vivendo ancora in condizioni di lavoro pessime, non emigrano.

Le strade facili terminano, alla fine, per sfociare in demagogia e in disinformazione: si prendono voti, si guadagnano consensi, ma è come puntare sulla sopravvivenza dell’Impero Romano ai tempi di Costantino.
Léopold Sédar Shengor – presidente del Senegal e poeta – già disse in anni lontani che “il futuro dell’Africa riposa nel ventre delle donne africane, non negli occhi dell’uomo bianco, quegli occhi da dio, azzurri come il cielo”.
Meditate, gente, meditate.

(2) https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2015/05/20/guerra-dei-minerali-in-africa-lue-sfida-le-lobby/148611/

08 giugno 2018

Caro Ministro Toninelli


Chi l’avrebbe mai detto che, dopo una lunga carriera di militante nel M5S, le sarebbe toccato in dote il Ministero dei Trasporti? Gli altri si prendono Interni, Esteri, Giustizia e via cantando…a me, rimane il ministero delle ferrovie scassate, della sempre in perdita Alitalia, dei sempre in deficit trasporti urbani…un posto di lavoro di seconda linea, nel quale non si mietono allori sul fronte del grande gioco strategico internazionale. E si rischiano solo critiche, tante critiche e pure qualche “vaffa”.
Si faccia coraggio: le è toccato un pane duro, com’è dura la pagnotta dei tanti che faticano scorrazzando sulle autostrade, su treni sgangherati, a bordo di navi lente come lumache che devono attraversare oceani infiniti e noiosi. “E il porto d’attracco non dà segno di sé” come cantava un genovese in altri tempi, il grande Fossati.

Non le mancheranno i nemici (ma di questo sono convinto che già ne è cosciente): piuttosto, dovrà vedersela con progetti oramai “storici” che non vogliono passare alla Storia, con relativi succosi contratti che pretendono penali astronomiche. In tutta la situazione domina un solo assioma: l’Europa che non è stata – travolta dagli egoismi dei singoli Stati e dalla pretesa della Finanza di governare anche gli affari politici – si sveglia oramai soltanto per reclamare il pattuito in anni lontani, quando di quel progetto non resta più nulla.
Se vogliamo, nulla di nuovo.

L’Italia Fascista, nella 2GM, si affidò corpo e beni ad un caccia biplano prodotto dalla FIAT – il CR-42 – che, ovviamente, era desueto già all’inizio della guerra. Ma i contratti per migliaia d’aerei erano stati firmati: di conseguenza, nel 1945, la FIAT chiese al nuovo governo italiano di rispettare gli accordi (cioè di costruire biplani!). Non so come andò a finire: forse, un po’ di buon senso – viste la condizioni del Paese nel 1945 – ebbe il sopravvento sui biplani.
Qui, ci ritroviamo in una situazione analoga.

Negli anni ’90 del secolo scorso, nei grandi progetti pensati per creare l’area economica europea modernizzando le tratte ferroviarie dei singoli Paesi, c’era anche la TAV, la Torino-Lione, che poteva avere un senso se ci fossero stati traffici su quelle direttrici, se l’economia fosse stata sempre in crescita, se il Paesi Mediterranei avessero creato nuovi poli industriali, se, se…insomma, una progetto basato su troppi “se”, che la Storia ha smentito: come dicono in Toscana, il se ed il ma sono il pane dei grulli.

In ogni modo, questo era il tracciato previsto per il corridoio 5:



Come si nota, l’impresa era veramente molto ambiziosa (rectius: pretenziosa) e finì ben presto: ognuno s’arrangiò per sé e Dio (petrolio/gomma) per tutti.
I singoli Paesi, ad uno ad uno, si smarcarono ad iniziare dal Portogallo e dalla Spagna che non progettarono nemmeno il nuovo valico ferroviario dei Pirenei, privilegiando la rete autostradale che dall’Andalusia corre, nei pressi del Mediterraneo, fino a Barcellona. Poi l’Ucraina precipitò in una guerra infinita…insomma, quel progetto morì con la sua grande sostenitrice, la commissaria spagnola Loyola de Palacio, scomparsa nel 2006. Per chi vuole più informazioni, c’è un breve articolo del 2013 che condensa abbastanza bene la vicenda (1).
I problemi di trasporto, però, restano.

Se si aggiunge che Svizzera ed Austria sono molto restie a concedere il transito su gomma sulle loro strade/autostrade, si nota che non rimane che l’Italia, poiché “salire” fino in Ungheria per accedere all’Est d’Europa è fuori discussione (questioni di costi).
La questione TAV, dunque, non è un problema di tipo legale, di contratti, di penali…bensì è stato un colossale abbaglio europeo – ho usato il termine “abbaglio” e non “errore” poiché all’epoca si poteva anche pensare che un’Europa più integrata nelle vie di trasporto fosse un obiettivo da perseguire – ma, oggi, non è nemmeno pensabile andare a discutere le cose nei vari tribunali europei.
In altre parole: ancora una volta dovrebbe essere il primato della politica ad avere la meglio sui desideri delle varie lobbies del trasporto, altrimenti si finisce con un’autostrada che ti taglia in due il giardino e con un tunnel nel garage.

Anni fa, scrissi per le edizioni Macro un libro sui trasporti (2) che venne pubblicato solo in formato pdf poiché l’argomento, di sé, non richiama molti lettori: perciò, qualche consiglio mi sento di poterlo dare. Mi sa che qui, ad essere relegati in un angolo, sono sia i ministri e sia gli scrittori.

Ciò che rimane del “Corridoio 5” europeo è una triste realtà per l’Italia: gli autotreni partono dalla Spagna diretti in Ungheria, Romania, ecc (e viceversa) e finiscono per transitare su una delle autostrade più neglette d’Italia: la Ventimiglia Genova.
Progettata negli anni ’50 del Novecento per un traffico prevalentemente turistico, oggi è giunta al parossismo: vista l’impossibilità d’allargarla (corre in mezzo alle case per 30 chilometri in area urbana a Genova) spesso la sicurezza è solo un optional: nel tratto urbano di Genova mancano addirittura le piazzole per la sosta d’emergenza. Basta un’automobile che si rompe e capita il finimondo.

Ma i veri “finimondi” succedono ogni due per tre con il traffico degli autosnodati che non rispettano minimamente i limiti di velocità: la soluzione sarebbe semplice. Copiando dai vicini francesi, sistemare degli autovelox uguali a quelli d’oltralpe: 80 Km orari, senza tolleranza, ossia ad 81 sei già “beccato”.
Questo perché gli autotreni hanno (obbligatorio per legge) un limitatore che tiene automaticamente il mezzo sotto gli 80 Km/h: il problema è che, gli stessi elettrauto che lo installano, sistemano pure un pulsante nascosto per bypassarlo. Solita storia di corruzione all’italiana: gli autisti (in maggior parte stranieri: rumeni, moldavi, lituani, ecc) semplicemente ne approfittano.
Alla prima multa non pagata dall’azienda, il mezzo verrebbe bloccato (sempre con sistemi automatici, ossia partirebbe una telefonata che avvisa l’azienda, con riferimenti al mezzo interessato) alla frontiera e se ne torna da dove è venuto: vedrà che si daranno una calmata e diminuiranno anche i numerosi incidenti – spesso mortali per gli stessi autisti e per il personale della Società Autostrade – che avvengono con una frequenza impressionante.
Questo per la fase d’emergenza, ossia per far rientrare nella legge chi della legge se ne fa un baffo.
Ci sono altre soluzioni?

Ricordo che l’ultimo progetto di un “passante” dietro a Genova – da costruire tutto in zona impervia e problematico sia per le lunghe gallerie e sia per i numerosi corsi d’acqua a regime torrentizio da attraversare – da Genova-Voltri a Genova-Nervi fu del governo Craxi (anni ’80) ed il costo mi pare di ricordare intorno ai 5 miliardi di lire: poi giunse Tangentopoli, e tutto passò in cavalleria.
Per ovviare alla costruzione di una siffatta opera – anche perché l’intero tratto, fino al confine francese, fu pensato per il traffico turistico e la comune viabilità (dell’epoca), ed oggi è chiaramente insufficiente – da alcuni anni è possibile imbarcare i camion in un porto della costa spagnola (in genere, Barcellona) fino al porto di Genova (e, ovviamente, viceversa).
Si tratta della soluzione migliore, a patto d’imbarcare solo i semirimorchi e non l’intero autosnodato: perché far viaggiare un trattore sulla tratta marittima? A dormire nella stiva di una nave? Con gli autisti, anch’essi, ospitati a bordo? I semirimorchi, giunti a destinazione, verrebbero presi in consegna da altri conducenti che li condurrebbero a destinazione.

I pro ed i contro di questa soluzione?
I contrari sono, ovviamente, le compagnie di trasporto su gomma, le quali affermano che il trasporto interamente su gomma è più veloce: certo, però se si rispettassero i limiti di velocità non sarebbe poi così conveniente. Per questa ragione li osserviamo correre ben oltre i 100 Km/h.
I costi sono grosso modo equivalenti: anzi, se si considera che i motori dei camion non sono in funzione durante la tratta marittima, forse la nave conviene. Se si spedissero i soli semirimorchi sarebbe probabilmente ancor più conveniente.
Una soluzione del genere risolverebbe il problema dell’affollamento autostradale, restituirebbe l’autostrada al traffico locale/turistico senza apocalittici ingorghi ogni volta che accade il seppur minimo incidente.
L’Italia non dovrebbe accollarsi il costo d’ammodernamento di un tracciato autostradale – non pensiamo alla ferrovia, la Savona Ventimiglia è quasi tutta a binario unico! – e s’ovvierebbe ai pericoli del traffico incontrollabile che oggi si registra.

In fin dei conti, il Corridoio 5 – mai decollato – ha lasciato questa pesante eredità: è pur vero che il volume di traffico è quasi inesistente sulla tratta Lione-Torino (e viceversa), anche perché i trasporti corrono più a Sud, sull’autostrada spagnola e francese meridionale e poi sull’autostrada italiana. Ma esistono, e sono andati ad infagottarsi su un’autostrada pensata e costruita solo per il traffico locale e turistico.

Sinceramente, ho sempre pensato che la TAV fosse un’opera inutile: serviva solo ad acchiappare fondi europei ed a creare tangenti con il solito sistema delle aziende che prendono i soldi e poi svaniscono in un fallimento. Già programmato dall’inizio.
Ci vorrebbe una legge come quella danese, che stabilisce costi e tempi già nella gara d’appalto e prevede un carico penale (ossia galera) per chi non rispetta i termini? Aziende italiane hanno partecipato alla costruzione del ponte che collega la Danimarca alla Svezia e nessuno ha avuto problemi: quando qualche alto dirigente deve consegnare il passaporto negli ultimi sei mesi prima della scadenza dei termini di consegna, ci si pensa due ed anche tre volte ad invocare il solito “incremento dei costi d’opera e l’allungamento dei tempi di consegna”.

Prima di salutarla, mi sono ricordato che lei è cremonese. Il nome “Pizzighettone” non le dice nulla? Lo so, non può non sapere. E’ proprio dalle sue parti.
Pizzighettone, ad una dozzina di chilometri da Cremona, è il luogo dove s’è arrestato il canale navigabile Cremona-Milano, che doveva collegare la grande zona industriale lombarda con il mare Adriatico. Un’impresa che era riuscita agli austro-ungarici nel 1829, quando inaugurarono il collegamento fluviale da Locarno, via Milano, a Venezia.
Certo: altri tempi, diverse necessità, altre navi, differenti obiettivi. In nota, la cronistoria dei fallimenti italiani (3).
Oggi, una nave fluviale europea del tipo V porta l’equivalente di 84 autotreni, che toglie dalle sempre intasate autostrade: navi che oggi sono spinte dai diesel, ma è già prevista la transizione a metano, domani addirittura elettrica.

Abbiamo tutto: il grande fiume, il canale (50 Km da completare), Fincantieri (azienda pubblica, fra le migliori al mondo) che può costruire tutte le navi che desideriamo. L’UE è disposta ad accollarsi la metà della spesa per terminare il canale, che ammonta a due miliardi.
E’ mai possibile che riusciamo a costruire “pezzi” di canale (come l’idrovia Padova-Mestre) per poi abbandonarli al loro destino e lasciarli alle società di pesca sportiva?!? C’è da darsi i pizzicotti. Ovvio: terminati gli appalti – e le relative tangenti – s’abbandona il canale e si passa alle tangenziali.

Spero che lei possa farci qualcosa: vedrà che fare il Ministro dei Trasporti non è poi così male, ci sono anche i progetti di dirigibili – che consumano 1/6 degli aerei per carico commerciale pagante, e che domani (con moduli fotovoltaici flessibili sull’involucro esterno) saranno praticamente autosufficienti dal punto di vista energetico – che aspettano qualcuno che s’interessi a loro.

Il M5S s’è battuto per anni su queste tematiche: oggi è il momento d’attuarle. Forza, ragazzi!



30 maggio 2018

Cogli l’attimo: dimettiti




Per carità, non c’è urgenza, ma quest’atto – Presidente Mattarella – a mio modesto parere va fatto: ne va del bene della Nazione. Premetto di non aver mai pensato che il suo caso rientrasse in quelli di alto tradimento e di attentato alla Costituzione, citati dalla costituzione all’art. 90, bensì che si trattasse di una voce del dettato costituzionale che presenta alcuni dubbi interpretativi, peraltro sempre sostenuta da eminenti costituzionalisti – fino alla presidenza Napolitano – come un discrimine. Un discrimine fra che cosa? E’ molto semplice: fra la Costituzione Repubblicana e lo Statuto Albertino che la precedette: difatti, la nomina dei ministri era una prerogativa del Re, mica dei Presidenti della Repubblica. Non a caso, nella Costituzione Repubblicana si afferma che il Presidente della Repubblica sceglie il nome del Presidente del Consiglio. E basta.

Per ovviare, in futuro, che il problema si ponga nuovamente – sempre a mio modesto parere – bisognerebbe specificare le qualità richieste ad un ministro: ad esempio, che non sia in conflitto d’interessi nella condotta del ministero, che non abbia precedenti penali, ecc. Non cito le competenze poiché, in passato, abbiamo avuto ministri dell’agricoltura laureati in lettere e medici all’Istruzione. E poi avvocati ovunque, ma si sa: gli avvocati sono dappertutto, come il prezzemolo. Poi, però, finita lì: nessun impedimento.

Perché insisto sulle sue dimissioni?
Apra un qualsiasi quotidiano e cerchi di fare una sintesi di ciò che sta accadendo: la sfido a riuscirci. Domani l’Italia avrà un governo politico, tecnico, politico di legislatura, tecnico con appoggio politico, triennale, biennale, trimestrale, balneare? I cittadini non capiscono più nulla, poiché le elezioni avevano indicato una maggioranza, ma qualcuno – ossia lei – non l’ha voluta ascoltare. Di tutto ciò, solo lei è il responsabile: aveva tutti i poteri per sbrogliare la matassa.

Ha iniziato subito male: dopo quel 4 Marzo, attese fino al 4 Aprile per avviare le consultazioni sul Governo, lasciando correre una settimana per la Pasqua. Un mese per eleggere i presidenti di Camera e Senato?!? C’era la Pasqua di mezzo, d’accordo, ma nulla vietava di compiere già una fase di consultazioni interlocutorie, almeno prima di Pasqua. E, invece, nulla. Poi, le interminabili consultazioni fra Berlusconi (che veniva, comprensibilmente, rifiutato) e Renzi (che, altrettanto comprensibilmente, rifiutò): insomma, per essere un giovane politico Di Maio ha mostrato, nei suoi confronti, tanta pazienza, per dimostrarle che un altro governo non era possibile. Circa due mesi di un balletto interminabile, soltanto per compiacerla.

Quando, poi, finalmente si arrese all’evidenza che l’Italia era la prima nazione europea dove una maggioranza cosiddetta “populista”  aveva vinto le elezioni – e le due forze politiche ci misero solo 15 giorni a scrivere il contratto di governo – lei ha fatto saltare tutto con la scusa di Paolo Savona, peraltro persona stimata e competente. Certo, non molto “malleabile” dai potentati europei, e qui veniamo al dunque.

Proprio cent’anni or sono, era in atto la grande mobilitazione degli Imperi Centrali per vincere la 1° GM, che sarebbe culminata nella Battaglia del Solstizio: con il fallimento dell’offensiva austro-tedesca si concluse, di fatto, la guerra ed i mesi seguenti furono già spesi in trattative sui futuri assetti europei, come lei ben conosce.
La Germania ha cercato d’imporre con le armi per ben due volte la supremazia in Europa, e non c’è riuscita. Oggi – dopo un’unificazione concessa un po’ troppo in fretta – ha di nuovo conquistato gran parte dell’Europa, mettendola sotto scacco economico. La Gran Bretagna, che per due volte uscì vittoriosa con le armi, la terza volta se n’è andata sbattendo la porta.

Il problema, caro Presidente, è che i tedeschi non sanno governare: sanno solo comandare, questo è il loro principale difetto. Sono un popolo in grado d’esprimere buone classi dirigenti, in grado di comandare ovunque e comunque: la Germania è intrisa fino al midollo di vecchio militarismo prussiano, anche se i suoi abitanti non se ne accorgono nemmeno. Drogati da una evidente ricchezza, paiono a volte addirittura amabili e gentili, ma – appena sotto la buccia – ricompare il vecchio vizio prussiano del comando.
Crede che racconti solo delle fanfaluche?

Mi reputo un buon conoscitore del mondo germanico, e ne apprezzo gli innumerevoli pregi, ma non si può lasciarli comandare poiché non riescono a gestire situazioni complesse, diverse dal loro pensiero, che esulino dalla “catena di comando” dell’obbedienza. Anche la loro bellissima lingua ne è intrisa.

In Europa, la Germania deve fare i conti solo con due nazioni (le altre o sono suoi satelliti o ruotano già nell’orbita del suo pensiero dominante): la Francia e l’Italia.
La Francia è un Paese prevalentemente agricolo, che ha fatto del suo settore agroalimentare una potenza, ma è altro che ha, e che i tedeschi non hanno: l’atomica, che consente loro di restare nel IV Reich come alleato di riguardo, con il quale non si possono fare scherzi. Tutta l’Europa – ora che Londra se n’è andata – è sotto la protezione dell’ombrello atomico francese, non dimentichiamolo e sottovalutiamolo.
E poi c’è l’Italia, Paese prevalentemente industriale, terza economia europea e seconda potenza industriale, dopo la Germania.

L’Italia ha molti talloni d’Achille, ma rimane sempre quel complesso industriale che può essere paragonato al complesso siderurgico-chimico dell’Ovest tedesco. Inoltre, l’Italia è geograficamente importante: è la via più breve fra la penisola iberica e l’Est europeo, ossia fra i mille investimenti tedeschi in terra spagnola (chimica, meccanica, ecc) ed i corrispondenti investimenti nell’Est.
Il concetto – al quale molti sono giunti senza essere cooptati da chissà quali “teorie complottiste” – è che un rapporto di comunanza significa accordo sui principi generali di conduzione di una comunità. Siccome l’UE non è nulla che assomigli ad una nazione federale, va da sé che gli attori della comunità sono gli Stati nazionali: oppure lei sostiene che il Parlamento europeo, ad elezione democratica, è quello che prende le decisioni in Europa?

Voglio segnalare a lei ed ai lettori due esempi di questa malformazione europea:
1) Proprio di questi giorni è la notizia che gli autovelox sistemati sulla rete autostradale sono stati disattivati. Non conosco il motivo e non m’interessa conoscerlo, perché sarebbe fuorviante. So, però, che è interesse delle principali catene internazionali d’autotrasporto su gomma che i loro autotreni viaggino il più velocemente possibile dal confine francese al confine giuliano, e viceversa. Perché? Poiché il tempo risparmiato sono euro, i TIR che passano in un giorno fanno milioni di euro, negli anni miliardi di euro. Cosa s’impicciano gli italiani coi loro autovelox?
2) Come mai l’unica azienda automobilistica (italiana?) – in passato più che abbondantemente sovvenzionata con soldi pubblici – s’ostina a non avere nel listino una sola auto elettrica? Perché Marchionne è un po’ tonto? Può essere. Perché aspetta che gli altri procedano nel know-how, e lui si propone di gettare sul mercato un prodotto senza costi di ricerca? Farebbe la fine del sorcio. Terza possibilità: forse per non infastidire le aziende francesi e tedesche?

Supponiamo, Presidente – dato che noi italiani siamo maestri riconosciuti di gusto e di cucina – che un’azienda italiana decidesse d’aprire in Germania una catena di supermercati dove vendere i prodotti italiani: cosa succederebbe dopo che la Lidl ha impestato ogni angolo d’Italia? Ci accoglierebbero a braccia aperte oppure finirebbe come Italcantieri, quando lanciò l’OPA sui cantieri francesi? Suscitando un’ondata dello sterile sciovinismo francese?

Insomma, Presidente, questa Europa è già a “due velocità”, ma a due diverse velocità di diritti e di doveri: quando la Merkel decise d’intervenire per “salvare” OPEL (divenuti poi Opel/Magna con l’ingresso russo nell’azienda) nessuno poté alzarsi e dire che erano proibiti gli aiuti statali alle imprese? Qualcuno si alza per affermare che bisogna aiutare la Melegatti, fallita proprio oggi?
Il governo che non ha lasciato nascere non era così sprovveduto: come già avevo ricordato in un precedente articolo – Lezione strategica? (1) –  il governo puntava più sull’amicizia degli USA e della Russia che su quella tedesca. Per contrattare una nuova Europa, più giusta e più consona al progetto originale, che era ben diverso dalla fetecchia odierna.
Se, poi, ci sbattevano le porte in faccia, era giusto chinare la testa oppure ribellarsi e chiuderle da soli?

Presidente, non per uno sgualcito patriottismo, però proprio in questi giorni – lei in primis – dovrebbe ricordare quei 650.000 morti che ci permisero d’affrancarci dal giogo austro-tedesco, per questa ragione non comprendiamo perché ci siano voluti due giorni per commentare la “splendida” uscita del commissario al Bilancio dell’UE, il tedesco Gunther Oettinger, ossia “che i mercati ci avrebbero insegnato come si vota”. Per fortuna, milioni d’italiani hanno risposto sul Web a quel signore tedesco, aspettando che il loro Presidente, finalmente, alzasse la testa per ribattere qualcosa che non fosse un lamento.

Lei non è più adeguato a guidarci in questi frangenti – difficili, perigliosi, complicati – che dobbiamo affrontare se vogliamo sopravvivere: un Pertini sarebbe più adeguato, ma anche un Cossiga non sarebbe malaccio. Scelga, oppure si dimetta.

(1) http://carlobertani.blogspot.com/2018/05/lezione-strategica.html

27 maggio 2018

Democrazia sotto tutela o Repubblica Popolare?


I giorni che stiamo vivendo sono fra i più importanti di questo lunghissimo dopoguerra e ricchissimi di sorprese, sotto l'aspetto istituzionale e nei nostri rapporti con l'estero. Una crisi (krisis gr.: cambiamento, mutamento) senza precedenti ha investito la nazione nei suoi aspetti fondanti, accompagnata dal segno del tempo che scorre, dunque di una stasi (stasis gr.: concetto che riassume una situazione di crisi politica, sociale e morale interna alla polis, derivante da situazioni di conflitto tra classi sociali diverse) che sta marcendo da quasi tre mesi. Cosa non ha funzionato?

La Costituzione, poco chiara in alcuni passaggi?
Dicono che la nostra costituzione sia la migliore del mondo: sarà, ma non è scevra da punti nei quali – anche cercando di appurarne lessicalmente il senso – risulta ostica.
L'art. 92 – citato da Mattarella – così recita:

Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”

Non si comprende cosa succeda quando il Presidente della Repubblica non intenda nominare uno o più ministri. Può rifiutarsi?
Nella prassi comune, il Presidente della Repubblica non nomina mai un Presidente del Consiglio a vanvera (poteva nominare Salvini? No, perché già sapeva che non avrebbe avuto una maggioranza di centro destra) oppure Di Maio? Stessa cosa. In passato, si verificarono molte di queste situazioni e, il Presidente, nominava una persona (eccetto Monti) che era espressione dei partiti.
Anche l'elezione di Monti – formalmente – fu ineccepibile: nominato senatore a vita pochi giorni prima, fu nominato da Napolitano, e lo stesso Napolitano nominò poi i ministri che Monti aveva scelto. Fu certamente un colpo di stato, ma ineccepibile sotto il profilo istituzionale.
Insomma, la questione rimane dubbia perché, se nomini una certa persona, sai già dove vuole andare a parare.
Forse, qui, bisognerebbe osservare anche un altro articolo, ossia l'1:

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Certo, “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ma “la sovranità appartiene al popolo” e qui non ci sono dubbi.
Come possono, i cittadini, esercitare questo diritto/dovere?

Ce lo racconta l'art. 49:
Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Allora, se la sovranità appartiene al popolo, che la esercita democraticamente mediante le elezioni, i partiti sono legittimati, se votati, a determinare la politica nazionale. Per farlo devono avere ministri di loro fiducia, proprio per determinare la politica nazionale. A mio modesto parere, Mattarella sta seguendo un sentiero che si distanzia un po' dalla Costituzione, anche ammettendo interpretazioni puramente letterali.

Si dice che quella che nascerà sarà la Terza Repubblica – prendiamo per buono questo modo di dire, non è questa la sede per sottilizzare – ma qualcuno ricorda come nacque la Seconda?
La Seconda Repubblica nacque per opera della Magistratura: i principali leader politici sfilarono nelle aule del Tribunale di Milano per essere accusati di finanziamenti illeciti e (a volte) di corruzione (o peggio ancora).
Bettino Craxi si autoaccusò di quel reato, ma chiese al Parlamento “chi non sapeva si alzi”: non s'alzò nessuno.
Anche se sappiamo – e la cosa sarebbe infinita – di coinvolgimenti internazionali, di poteri occulti, di “gladiatori” e quant'altro, non si può non affermare che lo strumento furono i giudici, e non vogliamo ripercorrere ancora una volta tutta la vicenda.
Era, tutto sommato, una componente interna al sistema che ne metteva sotto accusa un'altra, nella tripartizione dei poteri la Magistratura mise sotto accusa il Potere Legislativo.
Difatti, quando la Magistratura pensò di continuare ad indagare – una volta saltati i vecchi equilibri e stabilitisi quelli nuovi – piovvero sulla Magistratura leggi e leggine per contrastarla. E ci riuscirono, ma solo in parte: molte delle inchieste “archiviate”, delle pene “edulcorate”, delle facili prescrizioni...furono la benzina che mosse il torpedone verso la Terza Repubblica.

Ora, l'arbitro della Terza Repubblica, chi è? Un democristiano.
Un uomo che – siamo certi, suo malgrado – si trova di fronte i nodi che sono venuti al pettine, e che non sa come comportarsi perché è saltato il sistema di riferimenti al quale era abituato.
Un Presidente della Repubblica era abituato, spesso, a nominare un ex collega di partito o un eminente esponente del partito avverso...comunque una persona che conosceva bene...ma la vera democrazia è questa: si vota, si elegge, si sceglie. Anche un illustre sconosciuto.

La colpa è anche dei vecchi partiti i quali, come spesso avviene nella Storia, s'accorgono solo all'ultimo momento che le truppe non li hanno seguiti: la Gran Bretagna perse il più grande impero mai esistito quasi senza accorgersene.
Anni di sufficienze, di “ma lascia perdere...”, delle solite tre scimmiette in azione – non vedo, non sento e non parlo – hanno condotto a questa situazione: in una democrazia popolare, il popolo si riprende il potere.

Nel momento in cui scrivo non so come andrà a finire, però è mia impressione che né Salvini e né Di Maio faranno un passo indietro, semplicemente perché – politicamente – non hanno nessun interesse a farlo. E dopo? Come potrebbero giustificarsi di fronte ai propri elettori?
Anche la strada di Mattarella è stretta e senza soluzioni. Rimanda a casa Conte? Bene. Fa un governicchio “balneare” senza maggioranza? E dopo, in Autunno? Se è certo che Salvini tornerà a sedersi di fianco a Berlusconi (ossia sotto la tutela di B.) potrà azzardare di tornare ad elezioni. Ma la fine politica di Salvini, a quel punto, sarebbe certa.
Peggio ancora se i due “enfant terrible” decidessero d'andare insieme ad elezioni: se non basta un sondaggio che racconta che più del 60% gradisce un governo giallo/verde, vi può bastare ciò che si è lasciato sfuggire Massimo D'Alema, del quale si può dire tutto il male che si vuole, meno che sia stupido:

Se si va ad elezioni adesso, quei due prendono l'80%

Avrà esagerato, però i numeri delle proiezioni sono già “bulgari” per i due compari e, essere obbligati a tornare a votare solo per un diktat di Mattarella, farebbe ancor più incazzare gli italiani.

Questo non significa che le ricette economiche di Paolo Savona saranno miracolose, che non ci saranno errori, però l'Europa s'è lanciata contro l'Italia con la sconfitta nel cuore: comunque vadano le cose, anche se a finire a gambe all'aria fosse l'Italia, non ci finirebbe da sola. Per le proporzioni di un eventuale fallimento italiano, crollerebbe tutta la struttura dell'euro, e i tedeschi questo lo sanno benissimo, anzi, lo raccontano proprio loro stessi.

Perciò...qui à peur de qui?...vero Mattarella? Lascia che gli eventi scorrano...opporsi agli eventi è dannoso...lo dicono anche gli antichi testi cinesi: a che serve opporsi ad un fortunale?