15 luglio 2016

Parole inutili


A che serve piangere i morti? A niente. Non si confortano i vivi, tanto meno si fa qualcosa per i trapassati.
E’ del tutto evidente che – dalla cosiddetta “primavera araba” – l’attacco è salito all’Europa, non avevamo dubbi in tal senso, e riteniamo che anche la vittoria di Brexit faccia parte di questa strategia: isolare la Gran Bretagna dall’Europa toglie all’UE la metà delle potenzialità d’intervento militare nell’area mediterranea, navi, aerei, uomini e, soprattutto, basi.
La NATO? Qualcuno crede ancora nella NATO come “alleanza” militare? A quel presidio militare statunitense in terra europea? Auguri, gli sciocchini possono accomodarsi. C’è, però, ancora un modo per tentare di fa venire a galla i veri mandanti, che non sono “l’America” – come qualcuno crede – ma forze interne all’apparato militare USA, ai servizi segreti, legati a doppio filo col mondo petrolifero. Che è transnazionale.

Serve a qualcosa bombardare quattro scalzacani nel Nord dell’Iraq o nell’Est della Siria? E’ servito a qualcosa? Allora, se vuoi eliminare la malattia, devi colpire i gangli vitali, le fonti di finanziamento: segui i soldi, non seguire le armi o qualche ridicolo califfo. 
L’Arabia Saudita ha mai preso una posizione chiara ed inequivocabile contro il terrorismo, sia esso nella versione 1.0 chiamata Al-Quaeda e sia nella 2.0, denominata ISIS? No, perché Osama Bin Laden faceva parte della famiglia reale saudita, era uno dei 25.000 che hanno questo privilegio, faceva (o fa?) parte della corte di Ryad.
Ha eseguito con dovizia e professionalità i suoi compiti, dalla Bosnia all’Afghanistan, sempre dalla stessa parte: sempre contro i russi ed i loro alleati, e non diteci che Ryad non sapesse nulla…oh my God…non raccontateci frottole da festa di paese!
Poi è arrivato un altro fantoccio, il cosiddetto Califfo: sarà il cognato del mullah Omar? Od il cugino del cognato dello zio di Saddam Hussein?
Per favore: la carne tritata dei bambini di Nizza sanguina ancora sulla promenade des Anglais, non infiorate l’asfalto con parole indegne, stupide e prive di senso.

Certo, Hollande è in un bel guaio. Quasi completamente ereditato, dai tempi di de Gaulle – ricordate quel “Ici est la France!” pronunciato alla folla di Montreal? Gli americani si chiesero: “Why Canada must be French? –  già, eredità malsane se non puoi permettertelo…ma all’Eliseo, oggi, c’è lui, e qualcosa deve inventarsi. Altrimenti, se ne vada.

La Francia, poi, ha aggravato la sua situazione correndo dietro all’atomo di Areva, e allontanandosi troppo dai destini (e profitti) delle Sette Sorelle, come i tedeschi correvano dietro al progetto Desertec: lì non è stato necessario fare molto, è bastato togliere di mezzo il referente in terra africana, ossia Gheddafi, e nemmeno un Watt giungerà mai dal deserto libico. Anche Mattei fece la stessa fine, pur essendo un petroliere ma – diciamo – un petroliere “illuminato”, che era già di troppo nel mondo del barile puzzolente.

Può fare qualcosa Hollande? Dubito, salvo sganciare un po’ di bombe, ammazzando quattro idioti armati e quattromila innocenti disarmati. Può incarcerare sette milioni di francesi d’origine maghrebina? Nemmeno Marine le Pen potrebbe farlo, anche se magari lo dice, tanto per acchiappare qualche voto.
Un lavoro d’intelligence, sul fronte interno, sarebbe auspicabile, ma richiederebbe anni: nel frattempo, rimarrebbe qualcosa delle città francesi? Sarebbe un “lavoro” sullo stile israeliano: la Francia può permetterselo? L’Europa? Non facciamo ridere.

Sapendo che il flusso di denaro per il “califfetto” & i suoi tirapiedi parte da Ryad, proviamo a ribaltare la situazione.
Sarebbe come, se noi radessimo al suolo Algeri, Tripoli od il Cairo, gli altri bombardassero quattro idioti sulle Alpi o nella Foresta Nera. E chissenefrega, sarebbe la risposta più ovvia.

Fatto salvo che ammazzare degli innocenti non serve a nulla – anzi, peggiora la situazione, quindi più niente bombe sulle cittadine orientali – si può provare a fare questo discorso:

“Cari colleghi del governo saudita (ed alleati: Qatar, EAU, Kuwait, ecc) al prossimo attentato in terra francese, arriverà una pioggia di missili su Ryad. La raderemo praticamente al suolo, senza armi nucleari – ovvio – bastano le navi e i sommergibili della Marine Nationale.
Non “se ritirerete l’appoggio”, “se smetterete di finanziare”…eccetera…no, al primo attentato in terra francese scateneremo l’inferno sulla vostra bella “perla”, dove le donne non guidano, dove non si può bere una birra in santa pace e dove il boia affila la scimitarra un giorno la settimana e quello dopo pure.
A voi così piace vivere, vi rispettiamo, ma c’infastidisce un po’ che, qui da noi, si debba lavare l’asfalto così spesso, e che l’acqua sia rossa di sangue.
Dopo, non vi lamentate: siete stati avvertiti.”

Hollande potrebbe inviare la missiva per via diplomatica, ufficialmente, alla luce del sole, in modo che non vi sia nessun fraintendimento: dopo – come diceva Jannacci – sedersi, “per vedere di nascosto l’effetto che fa”. Nel mondo diplomatico, ovvio.

Altrimenti, caro Hollande, vai in Tv e dì ai francesi: “Cari francesi, dobbiamo abituarci ad un paio, forse tre attentati l’anno di questo tipo nella nostra terra. La polizia vigilerà, ammazzerà gli attentatori, i pompieri interverranno, le ambulanze pure e creeremo una bella unità di soccorso psicologico permanente, per spiegare ai francesi che dobbiamo crepare in silenzio, senza far troppo rumore.”

Poi, dimettiti e vai a goderti la pensione in un ameno paesino della Bretagna, con la tua amante ed una bella montagna di Viagra. Fino all’inevitabile infarto: così te ne andrai anche tu, in silenzio, senza disturbare troppo.

Adesso, caro Hollande, scegli.

11 luglio 2016

Brutta storia



I cinque poliziotti uccisi a Dallas – Dallas? Curioso, vero? – rappresentano uno spartiacque da molto tempo mai più oltrepassato. Dai tempi delle Pantere Nere? O dalla rivolta di Sand Creek? Forse. Il presidente nero si limita a commentare “Tutte le persone imparziali dovrebbero essere preoccupate”, e non ci sentiamo di dargli torto, ma riecheggiano ancora, nelle nostre orecchie, le parole di Malcolm X pronunciate all’indomani dell’assassinio di John F. Kennedy: “La violenza che i Kennedy non sono riusciti a calmare ha finito per rivolgersi loro contro”. Purtroppo, nemmeno a questa riflessione riusciamo a dar torto. E si torna a Dallas.

Eppure, qualche segnale, qualche sforzo per cambiare c’era stato, come quando la Guardia Nazionale accompagnò fra i banchi della recalcitrante università dell’Alabama gli studenti neri: la scena è riportata nel film “Forrest Gump”, e molti altri film come “La calda notte dell’ispettore Tibbs” cercarono di “rieducare” un popolo che non vuole e non riesce a comprendere dove finisce la propria libertà ed inizia quella altrui.
Le pistole sono solo il triste epilogo di un pensiero mai evoluto, mai interiorizzato completamente: pur essendo presente un vigoroso patriottismo, l’americano medio, nei suoi sogni proibiti, desidererebbe ogni giorno una bella prateria, solo per lui, con relativi indiani da prendere a fucilate.
La vicinanza lo urta, le mode lo condizionano – se fumate in una strada di una qualsiasi città degli USA, la gente si scansa – soffrono il prato del vicino di casa perché meglio rasato, la macchina nuova del cognato…sono un popolo prigioniero dei media – che devono veicolare consumi – i quali sono decisi dalle lobbies, alle quali basta corrompere poche centinaia di parlamentari per raggiungere i loro obiettivi.

Non volevo parlare di armi, ma togliamoci il sassolino dalla scarpa. I due ingredienti: una costituzione del ‘700 – vergata quando la gente portava naturalmente la spada al fianco – e la fortissima American Rifle Association la quale, ogni volta che si deve votare sulle armi, paga qualche parlamentare e la legge va nel cestino. Cosa cambia se una pistola te la consegnano solo dopo una settimana (Stato di New York)? La moglie l’ammazzi dopo.

Il problema non è qui, come ha spiegato esaurientemente Michael Moore. Il problema è accettare il “diverso” da te, impedire che nascano plotoni di “giusti” e di “diversi”, “Ragazzi della via Pal” che si sparano.
I neri, in America, li hanno portati gli americani stessi: qui c’è una enorme differenza con l’Europa. Per noi si tratta di un fenomeno nuovo: se seminassimo un po’ di bombe in meno, se non distruggessimo gli habitat naturali (le strade, in Ciad, sono disseminate di residui della raffinazione dell’Uranio: leggi AREVA, capisci FRANCIA), se non riducessimo i fiumi a delle cloache ove gettare gli scarti del petrolio (vedi Nigeria, compagnie petrolifere, ENI in testa) forse, la gente non scapperebbe.
Finché non abbiamo realizzato un bel gioco a “RISIKO” in Siria, i siriani stavano a casa loro, in Libia (sotto “il despota” Gheddafi) nascevi con la pensione (o reddito di cittadinanza che dir si voglia) ed era, per reddito pro-capite, la seconda nazione africana, dietro il Sudafrica.
Quindi, chi è senza colpe scagli la prima pietra.

Gli americani, di colpe, ne hanno un intero mazzo. Prendetevene una vista, ma è solo l’antipasto: di queste foto, ce ne sono a decine, e tanto è successo prima dell’invenzione della  fotografia:





Come si uscì da quell’abisso di turpitudine?
Con la promessa, in parte esaudita dal 1960 in poi, d’aprire le porte dell’American Dream anche ai neri. Perché?
Poiché l’alternativa sarebbe stata un ruzzolone non verso una guerra civile, bensì verso la guerriglia senza quartiere fra il KKK ed i Black Panthers. Per questa ragione i neri entrarono nelle Università americane, finì la discriminazione razziale nell’istruzione e nel welfare: per non passare ai massacri a 2, 3, poi 4 cifre. Per giunta endemici: come disse Mao-Tse-Dong, “Il potere passa nella canna del fucile”, e Dio sa quanto è vero!
Cos’è successo oggi?

Il neo-liberismo imperante ha richiesto la chiusura dell’American Style of Life: troppo costoso, che si adattino alla paga minima sindacale, 6 dollari e pochi centesimi l’ora, così i profitti delle Major crescono, le azioni pure ed esporremo in pianta stabile il toro a Wall Street.
I risvolti sociali? Cavoli dei governi, e della Guardia Nazionale. Se vogliamo trovare riscontri in Europa, cavoli dei governi nazionali, l’Europa tira dritto e non si tocca.
Così avvenne: la famosa middle class, la spina dorsale degli USA, iniziò ad essere intaccata dal basso: sempre più americani lasciarono le casette col prato, con la scritta “For sale”. Crollo del mercato immobiliare, come in Italia.

Dopo tanti anni di corsa verso l’integrazione, però, non furono solo più i neri degli slums a pagare il prezzo: una bella fetta di bianchi fini sulla strada, bianchi certificati, WASP in piena regola che campavano coi sussidi statali o le Charities delle fondazioni.
Al contrario, neri “rampanti” s’erano arricchiti ed erano saltati oltre la siepe: Obama ne è una prova, avvocato di grido prima di diventare presidente.
Risultato: io, bianco purissimo, discendente dei Padri Pellegrini, faccio il poliziotto con una paga da fame, che non mi consente certo il reddito del commerciante nero, del medico nero, dell’avvocato nero. Eppure, quello è nero. Giuro che il primo bastardo nero che mi capita sotto, e muove solo un’unghia, lo ammazzo.
Altrimenti, non si spiega la mattanza di neri da parte della polizia americana: c’è il solito odio sotto, quella del mio prato perduto, della mia prateria svanita, della vita di merda che faccio al posto di quella che m’avevano promesso, che hanno avuto i miei genitori.

Qui c’è un parallelo con l’Europa: il tizio che ha ammazzato il nero perché aveva reagito all’insulto (scimmia!) non era certo un banchiere od un capitano d’industria. Viveva in mezzo ai campi in una baracca, e non conosceva i motivi della fuga di Emanuel dall’Africa – ed era inutile spiegarglieli, perché non li voleva capire! – dato che la percezione del sottoproletario è questa, già Marx scriveva dell’incapacità di essere “classe” (o gruppo, unione, ecc) dell’Umproletariat. Il limite dei sottoproletario è proprio quello di non saper riconoscere altri sottoproletari come lui: questioni di razza, religione e colore della pelle lo confondono.

Un altro aspetto, comune alle due sponde dell’Atlantico, è la sostanziale impunità della quale godono le forze cosiddette dell’ordine. In America, pistola elettrica per immobilizzare: quindi, colpo da 357 Magnum in testa per finire il lavoro. In Italia, niente armi da fuoco: bastano le botte ad ammazzare la gente, come nei casi Uva, Cucchi, Aldrovandi…poi la caserma Diaz, chiaro esempio di depistaggio e di insabbiamento.
Per i politici è necessità primaria mantenere la fedeltà delle forze cosiddette dell’ordine: stralciati dalle riforme pensionistiche, favoriti nell’assegnazione delle case popolari e perdonati se alzano troppo le mani. Quando ci scappa il morto, partono i depistaggi e gli attacchi contro magistrati “persecutori”.
Insomma, basta che non rompano i maroni e ci difendano, poi, se ammazzano qualche “tossico” (così definito dal loro alfiere Giovanardi), si perdonano…i nostri padroni non vogliono grane.  
E i padroni del vapore, come la pensano?

I grandi capi (ovunque siano, fate voi) hanno, fra di loro, un dissidio permanente – se riesco a fregarti un pezzo di prato, di banca, di fabbrica, di mercato o d’Ucraina quello è mio, e ci godo – ma una percezione della vita univoca: inizia con il gonfiore alla natica destra, dove tengono il portafogli, e termina con il culo della escort, che hanno pagato, e dunque è merce anch’esso. Una conferma.
Gli altri?

Sono soltanto i destinatari della merce, quella cosa che ti fa guadagnare soldi per il prato, la Ferrari e tutto il resto. A ben vedere, non c’è gran differenza di pensiero fra un sottoproletario ed un iper-capitalista: entrambi reagiscono ad istinti primari, che devono semplicemente soddisfare i loro bisogni. Non hanno alcuna percezione di spazi comuni, perché il mondo termina all’esterno del loro corpo (al più la famiglia, naturale o mafiosa) e dunque sono portati a disinteressarsene.

Ammazzano i neri? E chissenefrega! Ammazzano i bianchi? E chissenefrega! Ammazzano gli Utu? E chi cazzo sono ‘sti Utu?
Il mestiere della politica – che entrambi non riescono a comprendere – è quello, paradossale, di far sopravvivere il loro mondo, che permette il grande Monopoli di un euro il pezzo di profitto. E’ il capitalismo bonario dei Kennedy, di Obama, di Prodi e Berlusconi, di papa Francesco…e di tutti i “buonisti” della terra.
I quali riescono a spacciare questo sistema come “accettabile” fin quando si ammazzano 100.000 persone. Abbastanza lontane che nessuno possa accorgersene, se non di striscio. Dai, c’è la finale degli Europei, c’è il motomondiale, zitto e mosca.

Poi, un giorno qualsiasi, spunta un Micah Xavier Johnson qualunque con il suo fucile d’assalto di ex combattente in Afghanistan ed ammazza 5 poliziotti bianchi. La polizia lo ammazza e, nei giorni seguenti, uccide altri neri.
Per gli uomini di Wall Street non cambia nulla: e chi è mai Micah Xavier Johnson? Come va il titolo di Unilever? E quello della Mac Donnel Douglas? E allora…dammi cinque!
Non sono addestrati a capire, solo ad eseguire.
Gli uomini di governo, in versione “pompiere”, si danno un gran daffare a spedire messaggi nell’etere. Era uno sbandato! Non era legato a nessuna organizzazione! Un cane sciolto! Già, vero.

Non si rendono conto che, in una società come quella americana, Micah Xavier Johnson è già un idolo per i disperati neri, per i quali trovare un ferrovecchio che spara è più facile che, per noi, trovare una bottiglia di birra vuota ai lati di una strada. Quanti decideranno di non farsi più ammazzare in silenzio, per soddisfare le turbe psichiche dei poliziotti frustrati?

I politici?
Non hanno più il potere di far spendere qualche spicciolo in più per mostrare che esistono, per fare in modo d’allargare le maglie, e permettere che un poco di ricchezza in più calmi le acque. Non c’è più la ricchezza di un tempo (per ragioni geopolitiche) e nemmeno la speranza di procurarsela limando le unghie ai profitti: Wall Street nega. In questo, c’è un parallelismo inquietante fra USA ed Europa: il liberismo detta l’agenda, gli altri obbediscano.

Quindi?
In entrambe le sponde dell’Atlantico, il vero problema si chiama liberismo. Non è possibile che, in questa grave situazione, l’indice di Gini (che misura la disparità di ricchezza all’interno delle popolazioni) continui ad aumentare nella direzione di ancor maggiore disparità: ricchi ancora più ricchi e poveri ancora più poveri.
Negli USA, per un fatto singolare – la gran diffusione di armi – tale processo può condurre a mattanze senza fine, ad una situazione di scontro latente: molto dipenderà dal nuovo presidente, perché la Clinton o Trump hanno ricette molto diverse, ed è inutile fare previsioni. Anche se, come scrivevamo poco sopra, il margine di manovra della politica è veramente esiguo.
In Europa è la dissoluzione dell’UE il segnale precipuo: una dissoluzione oramai conclamata che porterà Olanda, Grecia, Svezia…poi tutti gli altri in coda. Ma non risolverà il problema, perché attinente ad altre cause. I vecchi stati nazionali sono ancora più deboli.

Solo una redistribuzione della ricchezza, ed una bella “calmata” sulle velleità imperiali, potrà far virare la nave verso nuovi lidi. In un caso o nell’altro, il capitalismo è spacciato: può scegliere fra una lunga agonia (in mano ai “buonisti”), oppure un colpo alla testa (con le ricette degli iper-liberisti). Altre alchimie non esistono.
Ci vorrebbero teste pensanti per immaginare il futuro, ma non ne esistono più, o molto rare e zittite. I passi da fare sarebbero di portata epocale, e la Storia non si ferma ad attendere chi rimugina senza scegliere.
Semplicemente, lo macina: servirà come concime per nuove società. Così è sempre stato, e così sarà.

30 giugno 2016

Essere o non essere?







Il responso di Brexit è stato chiaro: è pur vero che un 52 a 48 non è un 3-0 calcistico, ma quando una consistente fetta degli interrogati si mostra contraria (in democrazia decide la maggioranza, ma anche un 49% dovrebbe far riflettere un governo che qualcosa non va) bisogna correre ai ripari.
Sull’onda dell’emozione, sono comparsi articoli un poco stravaganti – quando mai la Scozia potrà chiedere un “Gb-exit” con un nuovo referendum od un posticcio attaccamento all’UE? – visto che gli Stati Nazionali hanno storie centenarie, e nemmeno le due guerre mondiali ne intaccarono i confini, se non per minimi aggiustamenti o per territori di recente contesa. Vedi il Saarland, restituito dai francesi, oppure l’Istria, terra slava restituita agli slavi. Non voglio accendere polemiche sui singoli casi ma, se due guerre mondiali hanno intaccato modestamente i confini, non si capisce come grandi spostamenti possano avvenire per referendum.
Bisogna ragionare “a bocce ferme” e non farsi catturare dall’emozione: è quello che cercheremo di fare. Nessuno ha conigli nel cappello, ma un sano dibattito fra i lettori è sempre salutare: il mio compito è soltanto quello di mettere in ordine gli eventi.

Stabilito che l’Unione Europea e la gestione dell’Euro hanno mostrato, in breve tempo, un quadro fallimentare, ci sono i due partiti: chi crede che l’UE/Euro sia ancora riformabile, oppure chi desidera gettare acqua e bambino. Ai primi, si dovrebbe far sapere che non si tratta soltanto di riformare qualche regolamento o trattato, mentre i secondi dovrebbero esporsi, e dire a quale situazione si vorrebbe tornare,  ossia Stati Nazionali o Macro-Regioni omogenee per popolazione ed economie? Un bel rebus, e le urla servono a poco.

L’Unione dei primordi – quella di Adenauer, ossia la CECA – era ricalcata sul processo di Zollverein tedesco di metà ottocento, che portò alla nascita della Germania: si trattava d’abbattere i dazi e favorire la circolazione delle merci. Capitali e popolazioni erano escluse da questo processo, poiché si riteneva che il rispetto delle singole peculiarità fosse un valore aggiunto, mentre i movimenti “selvaggi” di capitali avrebbero condotto a disordine economico.

Il segno, che qualcosa si stava muovendo verso nuove dimensioni, fu il cosiddetto “Serpente monetario” e il successivo Sistema Monetario Europeo, ossia un complesso di regole e parametri che limitava gli scostamenti fra le monete europee, il quale fece scorrere tonnellate d’inchiostro dal 1972 fino alla nascita dell’Euro.
Non fu un errore “tecnico”, bensì un’errata valutazione di principio: non è agendo sulle monete che si rendono più omogenei – attenzione: economicamente! – le aree, bensì comprendendo la natura di quelle aree e studiandone attentamente le peculiarità, se si vuole migliorarne l’economia, non agendo sulle monete, che sono solo un parametro susseguente. Un’inversione nella catena di cause ed effetti, drammatica: testimonianza di una logica distorta, da “furbetti del quartierino”, non da statisti.
Già qui si nota un tentativo d’imporre il “monetarismo” come medicina assoluta per tutte le economie che condusse –paradosso! – a misurare la curvatura delle banane con apposito strumento legislativo (poi rimosso nel 2008). Insomma: la moneta come “misura” delle realtà economiche, che non tiene conto (perché non è lo strumento adatto!) dei territori e delle loro caratteristiche.
Questo tipo di distorsione giunse all’apoteosi proprio negli stessi anni, quando – sotto i morsi della crisi economica – la Banca Centrale Europea si mostrò infastidita dalle intromissioni della politica in area economica, e rivendicò (Trichet, poi Draghi) un primato sulla politica (come “tecnici”) che non ha radici nella Storia e tanto meno nella prassi economica. E, questa primazia, fu silenziosamente accettata dal Parlamento Europeo e dalla Commissione, quasi senza “mal di pancia”: un atto di resa dalle prerogative della politica.

Se questo fu un grave errore d’impostazione, altrettanto grave fu il rapporto con la NATO la quale – da alleanza difensiva – dopo il 1990 fu “sdoganata” come “guardiano del pianeta”. Un guardiano ai comandi di chi? Non solo degli americani…sarebbe stato il male minore…no…la NATO come custode degli interessi dell’iper-liberismo nel Pianeta…una contraddizione lacerante con i valori primigeni dell’UE.

Nel 2003 gli USA iniziarono il processo di destabilizzazione dell’area mediterranea e medio orientale a danno, soprattutto, dell’Unione Europea che stava costruendo, fra mille contraddizioni, il suo “cortile di casa”; come gli USA definiscono le Americhe Centrale e Meridionale. In un decennio, furono completamente destrutturate nazioni come l’Iraq, l’Egitto, la Tunisia e la Libia, mentre in piena Europa fu l’Ucraina a diventare una sorta di cavallo di Troia. La Georgia e (per ora) la Siria si salvarono dal rullo compressore americano solo per il tempestivo intervento russo.
Tanto per comprendere cosa ha significato la distruzione politica della Libia, riflettiamo sul progetto Desertec (oggi abortito) – che doveva fornire il 20% dell’energia elettrica per l’Europa, con fonti fotovoltaiche e termodinamiche nel deserto libico – il quale era una partnership fra la Germania e la Libia di Gheddafi. Il 20% del fabbisogno elettrico europeo è una quantità enorme, di Watt e di soldi: difatti, la Germania si chiamò fuori dalla guerra contro Gheddafi.

Stupirà, ma la somma bruta di mezzi da guerra posseduti dagli eserciti europei (aerei, tank, ecc) mette l’UE al primo posto nel pianeta. Le capacità di comando ed organizzazione sono, ovviamente, quasi nulle, se  non al diretto comando degli USA.
Quando, nel 2003, scoppiò la guerra del Golfo, Romano Prodi – all’epoca Presidente della Commissione Europea – definì ironicamente la politica estera europea con un “Avanti tutta, in ordine sparso”. Bel modo di rimuovere le proprie responsabilità ironizzando.

Ci fu quindi, e tuttora continua, un assalto all’Europa chiamato “immigrazione”, che fa saltare i nervi e scardina le frontiere: per contrappasso, aumentano le chiusure ed i conseguenti razzismi. Perché?
E’ un’arma semplice, poco costosa e che ingrassa le mafie internazionali, grandi alleate in questioni geopolitiche: basta bombardare fabbriche, impianti e case e…voilà…vedrai se non crei masse di disperati in movimento! E grossi problemi alle nazioni europee.

Si giunse così al 2008, alla crisi finanziaria, mediante la quale il FMI, la Banca Mondiale, la Commissione Trilaterale (vera, orribile mostruosità) e le grandi banche d’affari – tramite la BCE – ereditarono il controllo dell’UE.
Ci si potrebbe chiedere come siano riuscite, queste potenti organizzazioni, ad impadronirsi dell’Europa: il metodo viene da lontano, ed è sempre l’apparente contraddizione dello scontro all’interno della borghesia, ma della sua sostanziale unitarietà d’intenti e di fini da perseguire.

Le borghesie internazionali, o almeno i loro vertici, sono da sempre riuniti nella Massoneria, nel club Bilderberg od in altre, simili compagnie di ventura: il loro scopo è quello di mantenere saldo il controllo delle borghesie (banche, finanza, ecc) e di ripartirne i proventi in maniera che lo scontro sia mantenuto a livello di pura contrattazione poiché, non dimentichiamo, lo scontro fra le borghesie nazionali si chiama guerra.
E, fin quando vi sono proventi di vario tipo da spartire, questo rischio non lo correranno mai, se non nelle periferie del pianeta. Oppure, giunti a livelli di rischio (Siria, Ucraina, ecc) si torna a trattare: oggi, in un mondo di armi nucleari sulle quali non si ha il completo controllo, il rischio di un conflitto è troppo elevato per rovesciare il piatto, meglio cedere qualcosa che domani potrà essere riguadagnato da altre parti e con altri modi.

Ecco da dove nasce e dove prospera il ladrocinio che ci riguarda: le grandi borghesie, all’occorrenza, fagocitano anche le piccole e medie borghesie e soltanto chi sopravvive nell’agone finanziario riesce a mantenere e ad allargare le proprie ricchezze. Gli altri, vengono mantenuti su livelli di pura sopravvivenza.
E la politica?
Inesistente: semplice “costo” da mettere a bilancio affinché il gioco possa continuare: così, Mario Monti viene inviato in Italia, gli si trova una nomina (senatore a vita, Napolitano) ed una maggioranza parlamentare (Pd ed aggregati) e può iniziare il massacro del lavoro e delle pensioni, per accantonare altre ricchezze da far confluire sulla finanza internazionale.
E la democrazia?

Qui c’è un vulnus eclatante ed evidente. Nella “catena” delle istituzioni europee, c’è una interruzione fra il livello degli eletti (il Parlamento, eletto per suffragio elettorale) e il “Governo” (la Commissione Europea col suo Presidente, oggi Juncker). La Commissione viene nominata dai governi dei singoli Stati: fanno ai futuri commissari l’esamino di cultura generale e di lingue e…voilà, commissario (cioè ministro) per l’Istruzione, i Trasporti, eccetera.
Quante persone sono coinvolte in questo processo?
I votanti sono circa 500 milioni, i quali eleggono il Parlamento Europeo, mentre i Capi di Governo propongono i vari commissari: poche persone giungono a decidere chi sarà a comandare e pochissimi saranno coloro che dovranno prendere realmente delle decisioni. Una struttura oligarchica, fortemente orientata verso un’oligarchia sprezzante ed autoritaria.
E i voti, gli eletti? Diamo loro lauti stipendi, ricchi rimborsi e che stiano lì a scrivere roboanti relazioni sullo stato dell’Unione, compresa quella sulla curvatura delle banane. All’occorrenza, daremo loro anche un apposito martello di gomma per raddrizzarle, basta che non rompano i cosiddetti.

Non sottovalutiamo, però, il potere del Parlamento Europeo – di poteri reali non ne ha quasi – però Bruxelles è diventata la città dei lobbisti: di tutte le età, le nazioni, i sessi e, soprattutto, gli obiettivi.
Così, capita che un oscuro parlamentare europeo venga contattato da un lobbista – ci sono strutture specializzate che si occupano di queste faccende, la recente vicenda di Luca Volonté (c’è qualcuno che si rivolta nella tomba, vero Luca?) lo dimostra, che hanno nella loro organizzazione tutto, dal settore finanziario per far “scivolare” i soldi sull’acqua fino ai Caraibi, alle escort che devono “ammorbidire” il parlamentare, sempre un po’ “rigido” di fronte a queste profferte.
Poi, creata una piccola “corte” all’interno del Parlamento, si contatta il commissario corrispondente, c’è una trattativa…anche qui, soldi, escort, ecc…e, infine, la decisione del Commissario viene magari suffragata pure da un voto parlamentare – non sarebbe necessario – ma, come dicono a Napoli, dove c’è sfizio non c’è perdenza.

Le altre decisioni, i voti su questioni anche importanti, sono ben accette e doverose: ci penserà il relativo Commissario a catalogarle e conservarle per anni fin quando, scadute, finiranno nel trita-documenti: un procedimento lungo ma corretto, con un’appendice ecologica.

Stabilito che l’altra struttura comunitaria, la BCE, è il regno dei desiderata del sistema bancario e dei sacerdoti dell’Euro, non sprechiamo nemmeno tempo a parlarne.
Interessante è, invece, il settore della Giustizia, con la Corte di Giustizia Europea e quella dei Diritti dell’Uomo: qui, qualcosa è sfuggito al controllo e, talvolta, questi giudici scassano proprio i cabassisi.
L’Italia è la nazione che fornisce alle Corti il più alto numero di ricorsi: risultati? Le norme europee affermano che una sentenza europea deve essere immediatamente recepita negli ordinamenti nazionali, ma non è affatto vero.
Ne è un caso eclatante quello della Tv Europa7, perché i giudici nazionali, semplicemente, se ne fregano. Ma non sempre: il risultato è che il medesimo ricorso viene accolto a Torino e non recepito a Firenze, e così in tutta Europa. Il risultato finale? La giustizia di Arlecchino.

Qui termina la nostra analisi: ci sarà senza dubbio dell’altro che ho dimenticato, ma già ciò che ho esposto mi sembra sufficiente per spiegare il crescente rifiuto – direi quasi viscerale – da parte di molti cittadini. S’aggiungano le mille pastoie in economia, che sembrano messe lì solo per farteli girare, più le ingiustizie palesi che causano spesso dolore e disperazione: il cittadino europeo mastica tristezza, è deluso, fa fatica a comprendere perché guerre che vanno chiaramente contro gli interessi di nazioni europee siano portate avanti da altri…con forze armate europee!
E incomprensione ed infelicità dilagano: soprattutto quest’ultima, ecco perché gli europei sono sempre più dubbiosi.

La proposta di riforma più seria riguarda proprio il mutamento di “pelle” all’interno della UE. Siccome la “scollatura” fra Parlamento e Commissione è un evidente regalo alle lobbies – al punto che è plausibile chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, ossia se le istituzioni siano state “pensate” già per essere comodamente infestate dal virus delle lobbies – c’è chi pensa che riportando un funzionamento “naturale” fra le istituzioni: elezioni, parlamento, creazione di una maggioranza parlamentare, espressione di un governo.
A questo punto, è verosimile pensare che il “peso” delle singole nazioni possa decrescere, poiché quel governo è espressione diretta del voto popolare e, se sbaglia, se ne va e governa una diversa coalizione.
Purtroppo, le esperienze nostrane – ma anche in altre nazioni, da noi però s’è visto proprio il peggio – non invitano a crederci molto: si ha paura che, una volta eletti, questi formino il solito “carrozzone” con tutti dentro, dove si sale e si scende secondo le convenienze personali. E delle lobbies.

Un punto trascurato, ma importante, riguarda la Costituzione – non una serie di trattati insulsi – una costituzione discussa ampiamente (non imposta da qualche “saggio”) e poi messa ai voti dei cittadini. Perché, senza una carta fondante, che ti dica – ad esempio – se nel mandato parlamentare c’è libertà personale, se serve una presidenza (e di che tipo), che definisca i rapporti fra l’esecutivo, il legislativo ed il giudiziario, non si va da nessuna parte. Immaginiamo che sia mantenuta (come in Italia) la libertà di mandato – in una struttura così lontana dal singolo cittadino – le lobbie “vignano” alla grande.
E poi: rapporti limpidi e precisi con la magistratura, che impediscano il gioco al massacro come sta avvenendo in Italia, dove sei assolto o condannato solo per vicinanza o convenienza politica. Perché è giusto fermare chi delinque, ma non usare la stessa arma per scopi politici.
Il discorso sarebbe lungo, ma si può condensare in poche parole: passare da una unione confederale ad un vero Stato federale, dove pesi e contrappesi sono definiti con chiarezza, mentre le unioni confederali, storicamente, hanno sempre avuto vita breve.

L’alternativa è andarsene: ognuno per sé e Dio per tutti. Funzionava (dicono): ma all’epoca dei Moschettieri. E solo nei romanzi di Dumas.
In un pianeta nel quale vi sono colossi come USA, Russia, Cina…credete che vi lasceranno in pace a coltivare l’orticello? Se ne avranno bisogno, lo occuperanno e vi faranno una pernacchia: cosa mi fai?
Sempre che l’Italia non mediti di riprendersi l’Istria, la Germania le terre “tedesche” oggi in Polonia, la Spagna Gibilterra…e via discorrendo. Le alleanze si creano in fretta, le guerre pure ed i milioni di morti anche.
Sarebbe bello vivere nel paesello senza complicazioni, ma una qualche forma di aggregazione è necessaria, se non altro per aspetti di difesa.

Se trasformare l’Europa in uno Stato federale puzza – nel senso che si temono gli stessi interventi delle società segrete, lobbies e compagnia cantante – si potrebbe pensare ad una ripartizione che smantella lo Stato nazionale a favore delle macro-regioni, omogenee per economia e cultura.
Si tratta di un percorso più laborioso, il quale però prenderebbe due piccioni con la medesima fava: uno stato federale europeo e disinnescherebbe moltissime tensioni per quei territori che anelano all’indipendenza o che mordono il freno per maggiori autonomie.
Ad esempio, la Spagna diventerebbe Catalogna, Castiglia, Andalusia, Paese Basco…l’Italia Lombardo-Veneto-Emilia, Regione Occidentale, Toscana-Umbria Marche…e così via.
La frantumazione dello Stato Nazionale, però, richiederebbe una maggior attenzione per quanto riguarda i diritti dei cittadini – più l’entità è piccola, maggiori sono i rischi di prevaricazioni dall’alto – perciò regole comuni per fiscalità, lavoro, previdenza, ecc. Oltre, ovviamente, ad un Parlamento dove non puoi cambiare partito: ti dimetti e basta, un’analisi preventiva delle leggi per osservare la loro costituzionalità, ecc: insomma, un simile quadro richiederebbe un’attenzione certosina per leggi e “contrappesi” fra le varie istituzioni.
La moneta?
In un simile quadro, l’euro potrebbe anche rimanere, previa riforma della BCE a banca pubblica di proprietà delle singole entità, siano esse stati o macro-regioni.

Potrebbe funzionare?
Dipende dall’impegno e dalla volontà di cancellare l’attuale obbrobrio e dall’onestà di chi dovrebbe mettersi prima ad immaginare, poi a far funzionare il sistema. Comunque la si osservi, è molto difficile giungere ad un simile “sogno”.
Alternative?
Non ne vedo.

Il vero problema è di potere: se debba essere preminente il potere della finanza oppure quello della vita dei cittadini. A mio avviso, questa Europa va rasata a zero: un’altra? Possibile, ma quale?
Un’Europa come, forse, la immaginarono al tempo della CECA, potremmo dire un’Europa che sostituisca il PIL (Prodotto Interno Lordo) con il QFN (Quoziente di Felicità Netta). Non è un’utopia, ma si tratta di una inversione di tendenza totale, di una rivoluzione di pensiero in campo sociale, economico, energetico, ecc.
Si tratta di “pensionare” (al minimo) tutti i personaggi che hanno costruito questo obbrobrio, e di chiedere – con apposite consultazioni, preceduto da un lungo dibattito pubblico fra persone nuove – ai cittadini europei cosa vogliono, rendendoli però coscienti che un ritorno al passato, puro è semplice, non è possibile.

Subito prima della guerra alla Libia, Saif al Islam Gheddafi – l’unico figlio maschio ancora in vita del colonnello, oggi in galera in Libia in attesa dell’esecuzione – ebbe a dire: “Fermateli! Oggi tocca a noi, ma domani toccherà a voi!”.
Parole profetiche? Chissà…

23 giugno 2016

Jamm’e, jamm’e…


Devo dire che, per quanto riguarda le scorse elezioni amministrative – io non vado a votare, mi hanno preso per il sedere abbastanza – ci sono delle novità che meritano d’essere attentamente studiate, per capire come cercheranno di salvare la baracca (che, oramai, fa acqua da tutte le parti) soprattutto in previsione del referendum costituzionale d’autunno: lì saranno giochi seri, si finisce di scherzare e qualcuno, si vedrà come, ci lascerà le penne.
I grandi giornali hanno titolato ad 8 colonne su Roma e Torino: per come la penso io, il risultato era scontato. E’ veramente difficile governare delle grandi città in modo così trasandato come sotto la Mole e le mura capitoline: i risultati che mi hanno sorpreso, vengono da medie città: Benevento e Savona, ad esempio.
Vediamo perché.

Incredibile Clemente: l’Araba Fenice in persona. Dopo anni trascorsi a fare l’ago della bilancia in Parlamento, più i periodi “vuoti” trascorsi serenamente come parlamentare europeo, aveva bisogno di un posto. Qualunque. Com’era era. E lui la spiegata con semplicità: “Stavo giocando col nipotino, quando è arrivata la prima telefonata: dopo altre telefonate, ho capito che dovevo rispondere”.
Mentre leggevo, m’immaginavo il vecchio rais di Ceppaloni che meditava sulla faccenda: come diventare sindaco di Benevento? Sapendo che avrai gli occhi addosso, che non potrai fare molti accordi alla luce del sole, bensì dovrai lavorare sotto-sotto-sotto-banco. Ma il nostro è tutt’altro che l’ultimo dei cretini – come tanti pensano – ha una laurea in Filosofia in tasca, presa quando le lauree in Filosofia non erano proprio in svendita nel supermercato sotto casa…e tanta, tanta “scuola” democristiana. Paragonatelo un po’ con Fassino: chi è la volpe? Chi è, invece, il leprotto?
Non sappiamo quali siano stati i mezzi usati: uno è stato rivelato, ossia la “pace” con Nunzia di Girolamo, quando la cosiddetta “pace” è una sorta di pax romana, che sarà costata qualche posto o intere “controllate” del Comune…ma che importa? Clemente sa bene che l’importante è sedersi sullo scranno più alto e lasciare che, all’occorrenza, si scannino i tirapiedi. Che finiranno fra le grinfie di qualche magistrato: e allora? Roba d’altri, cavoli loro…io che c’entro?

Il centro destra, orfano di Berlusconi, adescato da un simil-Masaniello padano, tale Salvini di natali (politici) ignoti, per vincere in un capoluogo di provincia ha dovuto ricorrere alla vecchia scuola democristiana, il che testimonia l’epilogo del berlusconismo, inteso come “idea trainante” per la destra.
L’elettorato italiano non è quasi cambiato dai tempi post-unitari, quando Destra e Sinistra Storiche battagliarono a lungo, per poi finire nell’ignominiosa palude degli scandali – come quello della Banca Romana – a braccetto, incapaci d’essere vere destre e vere sinistre, monche perché nate dallo stesso humus di borghesia sparagnina, sabauda, pontificia o borbonica essa fosse.
Questo per dire che la destra italiana non si è estinta: semplicemente, terminata la gestione di Berlusconi, non può più contare su una coesione che il tycoon milanese ha saputo catalizzare per un ventennio.
Dunque, la vittoria di Mastella è paradossale, poiché riporta in scena un modus operandi, quello democristiano, inattuale in un mondo dove non comandano più Roma e Milano, bensì Bruxelles e Francoforte. Una vittoria, quindi, inutile ai fini politici, solo buona per far capire al popolo di destra quanto siano poveri di idee e, soprattutto, di persone in grado d’interpretare quelle poche e stantie parole d’ordine.

A Savona – sorpresa – si è affermato il centro destra, in una città tradizionalmente governata dalla fine della guerra, salvo un caso, da amministrazioni di sinistra. Qui il discorso si fa più interessante, soprattutto per comprendere come ha fatto la destra ad affermarsi. E ci vogliono due cifre per capire.

Primo turno
Cristina Battaglia csx                       31,78%
Ilaria Caprioglio cdx                          26,61%
Salvatore Diaspro M5S                     25,10%
Daniela Pongiglione Lista Civica         8,46%
Marco Ravera rete a sinistra               4,77%

Secondo turno
Ilaria Caprioglio cdx     52,85%
Cristina Battaglia csx   47,15%

Anche considerando le elezioni in termini di voti (vedi nota 1) la situazione non cambia: il M5S ha votato al secondo turno, ed ha votato per il candidato di centro destra. Il centro sinistra ha raccolto le liste minori, ed i conti quadrano, come possono quadrare in una situazione oscillante.
In ogni modo, se prendi il 26% al primo turno, per arrivare al 52% devi trovare un altro 26% che – guarda a caso – corrisponde proprio alla potenzialità del M5S: il che, non ci piace per niente, anche se il “travaso” di voti fosse stato a favore dell’altra candidata.
Perché?

Poiché il M5S, nato (a suo dire) per sbaragliare la vecchia politica ed i giochi di palazzo, si è prestato ad un gioco che gli precluderà, da qui in avanti, la possibilità d’avere un’autonomia politica reale. Ben diverso il caso di Roma, dove i romani si sono veramente affidati ai cinque stelle, mentre a Torino c’è stato uno scambio all’opposto, la destra ha probabilmente votato (magari in parte) il M5S.
Questi appoggi innaturali, dove possono condurre?
Ne faccio un caso “di scuola” perché la città di Savona – per svariati motivi – è sempre tenuta sott’occhio dagli istituti demoscopici (che mi hanno confermato, a microfono spento, la cosa), i quali analizzano sempre con attenzione le elezioni savonesi. Non chiedetemi perché, però questa “attenzione” dura da decenni ed una motivazione, nei meandri degli dei della percentuale, c’è senz’altro.
Ma torniamo a noi.

Scendere in politica con l’obiettivo di riscattare la democrazia da una situazione a dir poco degenerata, non avalla l’appoggio all’uno o all’altro dei due schieramenti, poiché in questo modo si crea un precedente difficile da cancellare. Antica astuzia democristiana? Ma per favore…non confondiamo il grano con il loglio.
Non voglio giungere ad affermare che si è trattato di “esercitazioni” in vista di ben più importanti concioni, ossia di prove tattiche o comunque le si voglia chiamare, ma la sensazione – già il sospetto necessita di uno straccio di prova – rimane. E lascia la bocca amara osservare il partito delle energie rinnovabili appoggiare quello dei petrolieri, oppure i sostenitori del reddito di cittadinanza finire a braccetto con i banchieri. Ripeto: la cosa sarebbe stata innaturale anche se fosse avvenuto l’inverso, ossia avessero appoggiato un candidato di Renzi.

Quella famosa riunione – trasmessa in streaming – dove i parlamentari (appena eletti) del M5S respinsero orgogliosamente le offerte di Bersani e Letta ci poteva anche stare, anche se condannò il M5S all’isolamento parlamentare, ma che senso hanno i cedimenti di oggi? Sia chiaro: non ho mai sostenuto che nel 2013 il M5S dovesse sostenere il PD, Dio me ne guardi. Ho soltanto sostenuto, e l’ho scritto, che chiedere 3 ministeri (interni, giustizia, economia) in cambio dell’appoggio sarebbe stato più saggio, più “democristiano”. Il PD non avrebbe mai potuto accettare, e dunque ci sarebbe stata una diversa evoluzione politica.
Ma, proprio in fede di quel rifiuto, perché accettare oggi una manciata di lenticchie? Che venga da destra o da sinistra, è uguale.

Io non credo che la Storia si ripeta: al massimo, suggerisce delle analogie. Oggi, forse, siamo allo stallo che fu della Destra e Sinistra Storiche – grosso modo i primi anni del ‘900 – ma nessuno è Crispi o Giolitti, tanto meno Mastella è un sanfedista del terzo millennio.
Il M5S ha accettato la sfida a Roma, la accettò a Parma (pur non essendo preparato a farlo), ma cosa vuole fare, qual è la direzione che vuole scegliere…in altre parole, chi è veramente il M5S?
D’accordo nel contrastare e bocciare il referendum di Renzi, ma in futuro cosa vogliamo (o possiamo) fare? E se non è possibile fare altro, a causa dell’UE o degli USA o d’entrambi, è inutile coltivare delle illusioni agli italiani: meglio dire le cose come stanno.
La verità può essere amara da digerire, ma la menzogna o la reiterata omissione sono sì amare, ma anche velenose.

1) Vedi: http://www.repubblica.it/static/speciale/2016/elezioni/comunali/savona.html?refresh_cens

17 giugno 2016

Un dramma shakespeariano in piena regola








Avete discusso, litigato, vi siete scontrati/affratellati con passione per Brexit? Bene! Spero che, almeno, la lunga diatriba sia servita per chiarirvi le idee, per approfondirne i significati in termini di geopolitica e diplomazia internazionale…per il resto, ci hanno pensato loro, i soliti.
Ora, Brexit avrà un esito scontato, poiché il messaggio è partito in modo quasi subliminale, coperto da significati semplici da comprendere, ma difficilissimi da interpretare per una persona digiuna di psicologia,  sociologia e poco attenta ai movimenti strategici internazionali.
Perché?
Poiché la trama è stata scelta dal grande William in persona: si è trattato, poi, semplicemente di eseguirla. Veniamo all’anamnesi della situazione.

L’assassino
Viene scelto in modo che la sua storia sia la più semplice possibile: un drop-out in piena regola, incapace di pensiero razionale per più di tre secondi, con pochi neuroni ancora in circolo. Ovviamente, questa è la rappresentazione in scena: non sappiamo se Thomas Mair fosse veramente un povero deficiente in libertà, questo è ciò che devono credere gli elettori. Magari era “sotto osservazione” da anni: poi, bastano pochi input e il “dormiente” si mette in moto. D’altro canto, le tecniche per inserire chips sottocutanei sono oramai molto avanzate, e non ci stupiremmo affatto se fossero state usate anche se, in questo caso, forse non era nemmeno necessario giungere a tanto.
Insomma, il solito prototipo umano pronto a diventare un assassino perché la sua soglia scatta a livelli molto bassi: basta poco, qualche “amico come si deve”, la prospettiva di diventare famoso…e il gioco è fatto. La sua vita, priva di affettività ed amore, ricorda le truppe scelte sovietiche, che venivano tutte dai brefotrofi della sterminata URSS. Tu spoglia un uomo di amore, carezze, affetto, rendilo un res nullius socialmente, ed avrai il prototipo dei vari Lee Oswald, Shiran Shiran…fino ad oggi. Anche il terrorismo orientale si nutre di figli delle banlieu, negli slums dove la prima cosa che impari è a non riconoscere nessuno come “amico” – perché non sai cosa sia l’amicizia! – e se ne servono anche gli eserciti: in quel caso, il plotone diventa la tua casa, la tua disperazione, la tua tomba. Geniale Kubrik, che lo capì e lo spiegò al mondo.
Possiamo abbandonare la vicenda di Thomas Mair, perché la sua parte è terminata: finirà la sua vita in un ospedale psichiatrico, a “botte” di Droperidolo se prova a rialzare una sola palpebra. Il suo compito è terminato: bravo Mair, ci sei servito, adesso vai a farti fottere.

La vittima
Scelta in modo geniale, non potevano far meglio. Non la rampante burocrate, non la donna in carriera, non la donna in politica aggressiva ed arrivista, niente di questo.
Jo Cox, in scena, è salita per poco tempo. Ha occupato – in articulo mortis – sì la parte della parlamentare laburista, ma con a fianco l’icona della giovane madre, felicemente sposata ed anche un poco stravagante, visto che abitava, col marito e coi suoi due bambini, in un barcone ormeggiato sul Tamigi. Confesso che, per questa ultima ragione, la mia simpatia per lei è cresciuta. Ma sono cose personali.

La scenografia
Per l’assassino, una sterminata lista di partecipazioni a partiti e movimenti d’ispirazione nazista e razzista, ricoveri psichiatrici, insomma – non il male assoluto! – ma la malattia incontrollata, il male oscuro, che l’elettore dovrà paragonare, al momento del voto, con il “salto nel buio” di Brexit, mentre – per l’altra metà del cielo, ossia per le donne – quante sapranno resistere al disperato richiamo di una moglie e madre, strappata ai suoi bambini ed all’amato marito dallo stesso male oscuro, che nella cabina elettorale si espanderà, fino a dilagare su tutti gli altri insiemi.
Sentimenti contro follia, sangue innocente contro affetti sicuri…chi potrà resistere?
Il cocktail è fulminante, e chi lo ha predisposto ha analizzato con cura la situazione – uccisa a pochi passi dalla biblioteca che frequentava da ragazza…come a dire, ammazzata sul luogo della sua redenzione – i significati simbolici sono tantissimi ed univoci, corrono tutti nella stessa direzione. Quale?
Ovvio: al momento del voto sarà follia contro stravaganza, menti oscurate contro sentimenti limpidi, la partita non ha più senso. Ogni ragionamento logico, è già scomparso, ingoiato dagli eventi sotto il palco.

Le vittime? Come sempre, William Shakespeare le ammanta di buoni sentimenti, ma le conduce ugualmente alla morte, quasi si trattasse della loro liberazione da un mondo che non li meritava. “Elsinore, ultimo atto”, verrebbe da dire.
E che dire dell’essere stati scippati, ancora una volta, della discussione sulla quale progredire per scegliere? Jo Cox è morta perché nessuno possa pensare con la propria testa, mentre Thomas attenderà la morte con l’ago al braccio, impotente persino a capire cosa è successo. Un grande successo dell'ignoranza,

07 giugno 2016

S’i fosse foco…


Strane e molto interessanti elezioni: nonostante le molteplici e diversificate tiritere, tutti hanno perso. Erano elezioni di sindaci, d’accordo, ma non crederete mica che, chi è andato a votare, lo abbia fatto meditando sul fatto che De Magistris era meglio della Raggi oppure Fassino di Mastella?
La gente si è espressa sulle questioni che interessano: chiami a votare il popolo? Il popolo risponde secondo quello che la sua pancia gli indica, mica una faccia o un partito…per fare il sindaco poi…ed ha pensato ai contratti sempre più a termine, ai voucher, al lavoro che non c’è, alla corruzione che fa incazzare di brutto, quando hai dei figli che non trovano lavoro, e cominci ad aver paura che non lo trovino proprio più, perché è il lavoro ad essersi estinto. Macchine a controllo numerico, computer, catene di montaggio automatizzate…ma se ci fermassimo qui diremmo solo delle banalità.
Due sono le entità che hanno gettato l’occhio sulle elezioni italiane, e che lavoreranno su quei risultati: l’UE e la diplomazia USA, sotto varie forme e con più attori. Sarà piaciuto lo spettacolo? Soddisfatti per il costo del biglietto?

Partiamo dall’UE.
In Europa le elezioni non s’indicono per creare classi dirigenti, bensì si celebrano per osservare chi sa offrire meglio la solita merce avariata, ossia prelievi, tasse, leggi di coercizione europee, nuove tagliole, vecchie gabelle rimodernate, soluzioni “avveniristiche” che fanno ridere. E sempre maggior sudditanza a Bruxelles, sia chiaro: questo è l’unico obiettivo, che tutto comprende.
Ne sono chiari esempi la “regolarizzazione” delle elezioni austriache, laddove il risultato non era soddisfacente, oppure la “trovata” di vendere a pezzi la Grecia, visto che tutta intera dà più problemi che proventi.
Saranno rimasti soddisfatti a Bruxelles, a Francoforte, a Strasburgo? Ne dubitiamo.

E’ vero che “tutto s’aggiusta” sempre, ma c’è sempre un prezzo da pagare ed il prezzo, verosimilmente, deve essere il più basso possibile (in termini politici) e ben organizzato e venduto (in termini mediatici). E’ vero che hanno la forza per imporlo, ma schierare a difesa dell’UE i Lancieri di Montebello con i loro blindati in una Roma assediata è una prospettiva che fa rizzare i capelli anche a lor signori.
Vediamo alcuni dati statistici.

Nel 2000, prima dell’introduzione dell’euro, la fiducia degli italiani nell’impianto europeo era del 57%, un dato piuttosto alto e “rassicurante”. Nel Marzo del 2014 era crollato al 29%: una bella débacle, oggi sarà ancora sceso, non ci sono elementi per affermare che sia migliorato.
La “popolarità” dell’UE in Italia si può riassumere in questo modo: 29% di fiducia, 27% di sfiducia e, nel mezzo, un 44% di “sfiducia da depressione”, ossia gente che non ci crede più, ma che ha paura che staccare la spina dell’euro sia ancora peggio.
Se l’obiettivo europeo è la rassicurazione, queste elezioni non hanno fornito un buon viatico: il PD, il più compatto partito europeista, ci ha mollato di brutto. Non è catastroficamente crollato, ma il trend conduce, se non proprio all’estinzione, ad un ruolo negletto e marginale.
Forza Italia e la Lega sono partiti, sull’europeismo, “a geometria variabile”: negli anni sono stati su entrambe le sponde, con un’altalena di posizioni entusiaste e dissacranti. Il loro elettorato è ancor più variabile sul tema, e meno controllabile di quello del “fido” PD. Gli altri, i “minori”, son lì solo per figura e danno ancor minore affidamento.
Rimane l’incognita 5 Stelle.

Il M5S ha dato sì alcune indicazioni anti-europeiste, ma non ha mai preso posizioni chiare sull’euro e, soprattutto, su cosa fare se l’Italia decidesse d’uscirne. Questo lascia uno spazio di manovra alle burocrazie europee: in ogni modo, a meno di giocarsi il M5S in pochissimi anni, l’UE dovrebbe – almeno formalmente – dare qualche indirizzo politico/economico difforme dall’attuale, e quel “formalmente”, per molti, sembra già troppo. E’ un problema, a ben vedere, che tocca metà dell’UE, quella meridionale, e l’obiettivo delle economie del Nord è proprio quello di non concedere nulla agli odiati PIIGS.

Di conseguenza, tutto ciò che possiamo aspettarci è che premeranno ancor più sul PD – se ci sarà qualche spicciolo da investire, meglio in mano al PD che al M5S – ma chiederanno al PD qualcosa in cambio, la testa di Renzi ad esempio, e la restaurazione della “vecchia guardia” dei D’Alema, Bersani & Co. Il fondo del barile non contiene altro: dovranno accontentarsi.
E gli USA?

La questione USA presenta delle differenze: agli americani interessa di più la geopolitica, soprattutto Africa ed Asia, ed usano mezzi più spregiudicati per raggiungere i loro obiettivi. Anche per gli americani Renzi è a un bivio: o s’adatta a gestire in prima persona la guerra in conto terzi per la Libia, oppure torna a Firenze a gestire la fondazione per la Vera Bistecca Fiorentina. Maremma impallinata.

La simpatia della diplomazia USA per il M5S non è un mistero: gli americani guardano con favore verso chi parla di rinnovamento, d’innovazione, questo sì…però…per prima cosa gli USA sono in un anno elettorale, di conseguenza fino al 2017 non si muoverà foglia che Washington non voglia.
Sempre che la questione libica non s’aggravi (ossia scendano i quantitativi di greggio) e, proprio per questa ragione, potrebbero puntare anch’essi su un ribaltone interno al PD, onde portare al potere gente più fidata ed affidabile. Sarebbe un’operazione di scarso rilievo, che si può fare anche sotto elezioni: e poi, a Renzi non dispiacerebbe la fondazione per la Bistecca, la gestirebbe insieme alla Boschi in santa pace. Maremma copulata.

Gli scenari futuri potrebbero ancora cambiare – un M5S al potere, per gli USA, lo si addomestica con un attentato…e che ci vuole? – ma, per ora, non vedrei altro.

Certo, Renzi pensa ad un commissariamento, ad una “strigliatina” nel partito…ma, caro, piccolo Renzino, non ti sei accorto che i giochi sono più grandi, e non hai fatto bella figura con ‘ste elezioni…molti non hanno gradito il risultato, vogliono la restituzione del biglietto…che devi fare?
Ma nulla! Faranno tutto loro, tranquillo. A te…resterà da urlare Maremma inchiappettata! Eh, Renzino, oneri ed onori…by, by…

30 maggio 2016

Un macello di cento anni or sono


Gli anniversari sono soltanto una bandierina appuntata su un muro bianco, il muro della Storia. Per un eschimese, un tibetano od un polinesiano, forse, “cento anni” non significano nulla: noi occidentali, però, usiamo tenere questo strano registro, nel quale incolliamo un ricordo agli anni...cose belle, cose brutte...sperando così di rinverdire le prime e di non ricascare nelle seconde. Lavoro del tutto inutile: visto che, puntualmente, le prime rimangono un ricordo collegato, in genere, ad una persona che osanniamo senza mettere in pratica nulla di ciò ci regalò. Le seconde, invece, con una protervia bestiale le consideriamo solo come “avvenimenti”. Ossia: da migliorare, da portare a termine “meglio”.

Esattamente 100 anni or sono, proprio nella sera del 30 di Maggio del 1916, gli equipaggi salivano a bordo e gli scalandroni venivano ritirati a bordo. Uomini di mare, di un mare duro – che non ammette il minimo errore senza presentarti il conto – comandanti di navi passeggeri, nostromi di carboniere, mozzi di pescherecci delle aringhe...prendevano posto nelle scomode camerate ricavate a fianco dei depositi munizioni, incocciavano l’amaca alla paratia, dove pochi centimetri oltre c’era già l’elevatore delle munizioni, quei mostruosi proiettili pesanti tonnellate che sarebbero volati nell’aria per venti, trenta chilometri, cercando d’uccidere altri uomini come loro. Altri uomini che magari conoscevano, con i quali avevano forse condiviso notti di pesca sul Dogger Bank, oppure avevano incontrato in un porto delle Indie...Batavia, Manila, Singapore...ed erano andati a cena insieme...avevano mostrato sbiadite fotografie di mogli e fidanzate bevendo birra ghiacciata o Gin...

Quel giorno la guerra, che separa anche i capelli vicinissimi per creare una pettinatura, una riga, li conduceva a salire su mostri costruiti solo per uccidere, incapaci di portare un solo carico di caffè, inutili persino per pescare un’aringa.

Così, la Grand Fleet, comandata da Jellicoe, salpava nella notte da Scapa Flow, da Rosyth...mentre nell’estuario dello Jade e da Wilhelmshaven partiva la Hochseeflotte (la “flotta d’alto mare”) di Scheer, l’una per difendere l’onore dell’Impero Britannico, l’altra per difendere quello della creatura di Tirpitz.
Nella notte, 142 navi da guerra britanniche e 93 tedesche – dalla grande corazzata al veloce cacciatorpediniere – correvano verso il centro del Mare del Nord, ignare della presenza del nemico, inconsapevoli che la più grande battaglia navale della Storia stava per avere inizio. Solo fumosi dispacci, dubbie intercettazioni radio raccontavano della presenza del nemico, ma nessuno sapeva “quanto” e, soprattutto, dove.

Gli inglesi scendevano verso Sud a Occidente, i tedeschi salivano verso Nord ad Oriente e, per un soffio, potevano anche non incontrarsi: gli Dei sono bizzarri, e muovono le ore e le nebbie a piacimento, seguendo i loro capricci.
Ma, proprio al centro del Mare del Nord, nei pressi del Dogger Bank, una “carretta” danese saliva verso Nord col suo carico di legname e due cacciatorpediniere delle forze esploranti – uno inglese, l’altro tedesco – la avvicinarono per il riconoscimento: ebbe così inizio la Battaglia dello Jutland (eng) o dello Skagerrak (ted).

La mattina del 1° Giugno, 176.000 tonnellate di naviglio e 8.650 morti giacevano sul fondo del Mare del Nord, bruciati dal fuoco, dilaniati dagli scoppi, annegati.
Per la fredda cronaca dei numeri fu una vittoria tedesca: gli inglesi persero il doppio delle navi e più del doppio degli uomini, ma fu una vittoria di Pirro, giacché la flotta tedesca non uscì più dalle sue basi e finì per auto-affondarsi, al termine della guerra, nel 1919.

Il lavoro, per anni, di migliaia di operai – 176.000 tonnellate d’acciaio! – sfumò in un solo giorno, le vite di migliaia di marinai furono bruscamente troncate: le vedove piansero, le fidanzate accesero un lume accanto alla fotografia dell’amato. Dopo qualche anno – a dimostrare che la pragmaticità femminile supera l’orgoglio maschile – probabilmente dimenticarono, o finsero di dimenticare, sposandosi di nuovo. La specie deve sempre correre verso nuove tragedie, e ci vuole sempre nuova carne per alimentarle.
Qualcuno ci guadagnò, come sempre: nei cantieri, nelle banche...certamente qualcuno si fregò le mani, come fecero i nostri “ghiottoni” l’indomani del terremoto dell’Aquila.

Solo i venditori di fiori non trassero profitti giacché, come recita una canzone popolare tedesca, “sulla tomba del marinaio non crescono le rose”.