18 maggio 2013

Ma piove piove...


Piove governo ladro, piove sempre. Da mesi, settimane, giorni: al Nord è acqua a catinelle un giorno sì e l’altro anche, mentre al Sud inizia a far caldo, come di consueto. Anche al Sud, comunque, la situazione climatica non è così “normale” come, a prima vista, potrebbe apparire.

Il dato nuovo, che sta sconvolgendo il clima europeo, è la Corrente del Golfo che ha mutato intensità e direzione: lo vedremo nel dettaglio ma – nei primi tempi nei quali si manifestò il fenomeno – si riteneva che avrebbe avuto effetti minimi sui Paesi mediterranei, e invece così non è.

La corrente, iniziamo da quella.



Come tutti sanno, lo scioglimento dei ghiacci polari comporta l’espandersi verso Sud d’acqua relativamente dolce e fredda, che incontra l’acqua, calda e salata, che sale dal Golfo del Messico, e questo incontro avviene sempre più a Sud, perché – nella stagione calda – nell’Artico le temperature sono alte (nessuno sa il perché proprio lì) ed il ghiaccio si scioglie. Abbiamo avuto più notizie di questo fenomeno: la “discesa” degli Orsi Polari alla ricerca di un habitat meno “ballerino” e la nuova “guerra fredda” fra Russia ed USA per lo sfruttamento del petrolio in quel mare basso, convenientissimo per l’estrazione.

La presenza del petrolio era conosciuta da tempo, ma il Mar Artico non era navigabile nemmeno nella buona stagione: oggi, d’Estate, le petroliere possono varcarlo senza l’ausilio dei rompighiaccio, che comporta un risparmio notevole nei costi di produzione. Ma torniamo alle nostre acque, calde e fredde, dolci e salate, che abbiamo lasciato al largo delle isole Britanniche.



L’acqua calda è più leggera dell’acqua fredda, la dolce è più leggera della salata, ma il fatto è che una è calda e salata, l’altra quasi dolce e fredda. Come potrete notare, ciascuna delle due correnti contiene un elemento che la mantiene in superficie e l’altro che tende a farla affondare.

Per migliaia d’anni questo è stato l’andazzo: la Corrente del Golfo saliva fino al mare fra la Norvegia e l’Islanda dove incontrava la corrente fredda e poco salina. Fin che ce la faceva rimaneva in superficie poi, quando aveva ceduto il suo calore, il peso specifico aveva il sopravvento e s’approfondiva in conosciuti “camini” per poi, alla profondità di migliaia di metri, operare il percorso inverso fino al Golfo del Messico.

Ecco il dato importante: la Corrente del Golfo percorreva tutte le coste europee cedendo calore.



Oggi – osservate l’immagine satellitare – è diminuita per quantità ed ha deviato più al largo il suo percorso: la ragione? Non si sa: sono stati creati tre, diversi modelli matematici che hanno fornito risposte poco chiare o contrastanti. Per finire, gli scienziati hanno gettato la spugna e dichiarato che, fra una decina d’anni, i modelli saranno più affidabili, ossia quando gli effetti saranno evidenti.

Questa è la situazione in ambito scientifico oggi, che non sto ad appesantire con citazioni o fonti: ciascuno di voi potrà farsi la propria, personale ricerca e contestare i miei dati, nella miglior tradizione popperiana. Allo stesso modo non tratterò il tormentone sulle cause: personalmente, sono ancora convinto che sia a causa dell’aumento annuo dello 0,3% della CO2 nell’atmosfera, ma so che esistono anche altre teorie. Soprattutto dalle parti delle compagnie petrolifere: ci tengo a precisare che, alle mie spalle, non c’è nessun finanziatore né fondazione, né istituto, né congregazione “scientifica” di sorta.



La situazione, oggi – per quanto da molte parti si continui a minimizzare – non è tragica ma nemmeno (parafrasando Flajano) poco seria.

In Europa le temperature, a Maggio, sono glaciali: sulle isole britanniche si registrano (Scozia, Irlanda) temperature poco sopra lo zero, mentre in Scandinavia nevica. A Maggio inoltrato.

Mi fido poco della meteorologia ufficiale: per fortuna ho qualche fonte personale, le quali mi raccontano che a Boston, la mattina, sono pressoché a zero, per poi andare avanti in un tourbillon di temperature, da 25° a 12°, a zero nell’arco della giornata. Nella Francia centrale ci sono ancora oggi minime di 3° che impediscono le comuni semine mentre in Svizzera nevica sopra i 1500 metri.

Non mi sembra affatto una situazione normale poiché annate “eccezionali” ci sono sempre, mentre qui è da almeno un quinquennio che la situazione è mutata: siamo andati avanti quasi senza neve per un decennio (2000-2010) a circa 45° di latitudine Nord, mentre oggi – nelle stesse zone – ho notato che non è stato possibile seminare gli orti. Troppa acqua, troppo freddo, poco tempo fra una perturbazione e l’altra.



Anche l’andamento del ciclo solare lascia molti dubbi: è vero che abbiamo appena lasciato un modesto minimo, ma l’attività solare sembra influenzare il clima nel lungo periodo, non nell’arco di pochissimi anni. E tanto meno avere effetti alle alte latitudini.

Come si può notare, siamo in un mare di dubbi.

A tal riguardo, forse è meglio “volare bassi” e cercare – qui e là – indizi che almeno squarcino qualche aspetto del problema, giacché la quantità dei meccanismi di feedback è tale da poter essere analizzata solo con i mainframe e l’immissione dei dati, la loro valutazione e l’ordine d’importanza – sono gli scienziati ad ammetterlo – non è attualmente sicura.



Uno degli aspetti che ha condotto in errore gran parte delle previsioni è stato che si riteneva la catena delle Alpi sufficiente a fornire protezione all’area mediterranea e, più propriamente, all’Italia: il che è parzialmente vero, visto che mezza Italia è al freddo mentre l’altra mezza è al caldo.

Perché continuano a giungere perturbazioni con forti precipitazioni?

Torniamo alla nostra Corrente.



Nel suo percorso e nella sua forza tradizionali, la Corrente del Golfo lambiva le Azzorre e le superava: questo era conosciuto come “anticiclone” delle Azzorre, poiché impediva alle correnti artiche di proseguire (nella bella stagione) verso latitudini basse. La tipica rotta Capo Sable – Lisbona era terrificante nel tratto prima delle isole portoghesi poi – lentamente, ma costantemente – i venti s’affievolivano e la navigazione era meno impegnativa.

Ciò avveniva perché la presenza d’acque calde generava moti convettivi (aria che saliva), i quali “frangevano” la forza delle correnti polari fino al punto di creare – man mano che la buona stagione procedeva – un’area abbastanza tranquilla di bel tempo, fresco e poco umido. L’Anticiclone delle Azzorre, appunto, che s’estendeva verso Est, nel Mediterraneo generando quel tempo caldo ma non afoso, non umido: le condizioni che abbiamo vissuto per molti anni.



Oggi, la scarsa importanza della Corrente del Golfo confina quell’area di alte pressioni solo intorno alle Azzorre: una linea – diretta e costante – di perturbazioni scende dall’alto Canada verso l’Oceano Atlantico e – senza ostacoli – procede fino alle coste Francesi, abbassando le temperature nelle Gallie.

Una parte, invece, imbocca il cosiddetto “corridoio di Carcassonne” – lo spazio pianeggiante fra i Pirenei ed il Massiccio Centrale Francese – e s’espande nel Mediterraneo: in effetti, questa era la meteorologia invernale del Mediterraneo, non è una novità, solo che siamo quasi a Giugno...



Qui giunto, i primi “bersagli” sono le isole – Corsica e Sardegna – ed il Golfo Ligure il quale, avendo forma fortemente curva, funziona come una vera “trappola” per le perturbazioni, che lì si scaricano. E’ il cosiddetto “Genoa Storm”: La Spezia è piovosissima, mentre la riviera occidentale è meno umida.

Altre aree colpite, traversate le Bocche di Bonifacio (note per l’irruenza del Maestrale, vento di Nord-Ovest), sono le zone costiere della Toscana: non a caso alcune zone dell’alta Toscana hanno, in passato, sofferto terribili alluvioni.

Poi, la forza del vento si stempera e lascia solo i cosiddetti “piovaschi improvvisi”, i quali però giungono fino a Roma ed oltre.

E il Sud?



Il Sud è al caldo, ma di un caldo diverso; non è l’Anticiclone delle Azzorre, bensì quello Africano: di per sé torrido, che però si carica d’umidità sul Mar Mediterraneo e porta condizioni di tempo caldo ed umido, con un’afa mortale.

I danni, al Nord – soprattutto nella Pianura Padana – sono già oggi evidenti: le semine primaverili sono in forte ritardo e molte, probabilmente, non avverranno. Nei campi stazionano pozze d’acqua, che rendono impossibile la lavorazione dei terreni argillosi.



Complice una sciagurata gestione del territorio, possiamo attenderci anche allagamenti e tutta la casistica alla quale siamo abituati: stabili allagati, strade non percorribili, terreni sommersi, ecc...ma questa è un’altra storia, che dovrebbe farci riflettere sulla mancata cura del nostro territorio: aspro, franoso, così diverso da quello dei nostri vicini francesi e tedeschi.



Infine, voglio ricordare il tempo nel quale i meteorologi avevano solo strumenti che oggi diremmo “primitivi” per le loro riflessioni e citiamo un caso.

Nella Primavera del 1941 la nave da battaglia Bismarck lascia la Germania per la sua prima (ed ultima) missione. Passata Kristiansand (dove fu avvistata) la nave proseguì costeggiando, al largo, la costa norvegese: gli inglesi erano oramai sicuri dei luoghi dove, pressappoco, si trovava la nave insieme al Prinz Eugen.

A quel punto, l’ammiraglio Lütjens – che comandava l’operazione – chiamò a colloquio il meteorologo di bordo e gli chiese se le condizioni climatiche consentissero qualche forma di copertura da parte di Giove Pluvio. Il meteorologo chiese otto ore di tempo.

Allo scoccare delle otto ore – era solo sulla nave e in silenzio radio – l’ufficiale si presentò affermando che, di fronte a Stavanger, si stava formando un groppo, poco di più di un temporale, il quale avrebbe proceduto per circa tre giorni verso Nord-Ovest, ossia nello stretto di Danimarca. Lütjens, in quel frangente, giocò bene le sue carte: giunti al largo di Stavanger le nuvole attendevano la Bismarck ed il Prinz Eugen.

Per tre giorni le accompagnarono, discrete, e per i ricognitori della RAF non ci nulla da fare: le navi traversarono l’Atlantico, dove andarono incontro al loro destino.

Altri tempi, altri uomini, altri meteorologi.



Cosa possiamo aspettarci?

Per anni, probabilmente, dovremo abituarci a queste Primavere piovose ed umide: ciò sconvolgerà l’agricoltura tradizionale, dedita più alle semine primaverili che al foraggio. Poi, l’Estate sarà breve e torrida: alla fine, l’Anticiclone Africano avrà la meglio e ci troveremo a lottare in una situazione tropicale, con caldo afoso ed umidità al 100%.

L’unico vantaggio sono le abbondanti precipitazioni, che potrebbero avere effetti benefici per la fonte idroelettrica, però manca tutto il “supporto” per sfruttare queste acque appena hanno lasciato le dighe in alta montagna.

In Italia non s’è fatto nulla per regolare le acque – fons vitae – né regolando con chiuse la navigazione fluviale né usando i grandi laghi prealpini come bacini di contenimento/sfruttamento a fini idroelettrici. E pensare che i russi ricavano 50 GWh solo dalle cadute delle chiuse.

Già, ma questo è il Paese dei furbetti del quartierino, che ci porteranno alla rovina con i loro giochini finanziari.

Poveri noi.

08 maggio 2013

Ancora una volta



Sembra una maledizione, eppure è e sarà soltanto rubricato come un “incidente sul lavoro”, quale – a rigor di logica – è. Non ci sono dietrologie da affrontare né misteriosi mandanti – anche se la “Messina” sembra coinvolta (ricordiamo la “Jolly Rosso”) in affari poco chiari sui litorali calabresi, dei quali si narrò qualche anno fa – sui quali poi scese il silenzio: era tutta colpa di un mercantile/passeggeri affondato da un U-Boot durante la Prima Guerra Mondiale. Così riferì l’allora ministro Prestigiacomo e tutti s’arresero all’evidenza dei fatti, ovvero che c’era un solo relitto al largo delle coste calabre: erano sei? E chi lo dice? Un pentito inaffidabile.

Ma torniamo a Genova.

Una nave parte a macchina indietro e deve fare, ovviamente, manovra invertendo il moto dell’elica per mettere la prua verso il mare aperto: è una nave da 74.000 tonnellate, mica una barchetta.

Dove lo fa?

A 100 metri dalla torre di controllo dei piloti. A quella distanza avviene il drammatico dialogo fra il comandante di un rimorchiatore ed il pilota a bordo della “Jolly Nero”, riportato dal “Secolo XIX”:

Dal rimorchiatore: “Non avete più acqua” (sta a significare “siete quasi a terra”)

Dalla Jolly: “Non ho la macchina”.

 
Qui, ci può essere un dubbio: o la macchina s’era (per misteriose ragioni) arrestata oppure, più probabilmente, l’invertitore di marcia non aveva “ingranato”.

L’invertitore di moto è un meccanismo che consente, mantenendo uguale il senso di rotazione del motore, d’invertire il senso di rotazione dell’elica: semplificando, la “marcia indietro”.

Questi invertitori (spesso, sulle piccole barche) sono meccanismi robusti, ma che vanno usati in un certo modo: non è prudente azionarli da “avanti mezza” ad “indietro mezza” improvvisamente. Può andar bene, ma il rischio è quello di ritrovarsi con una pioggia d’ingranaggi in coperta ed uno “sgaragnac” che non tradisce nulla di buono.

Prudentemente, il motore va messo al minimo, s’aziona l’invertitore e poi si regolano i giri del motore.

Questo vale per le piccole barche: sulle grandi navi i comandi sono tutti oleodinamici (il comando azionato in plancia agisce su una pompa, che invia l’olio nelle tubolature in modo da ottenere l’effetto desiderato) e questo potrebbe essere un altro fattore da valutare per l’incidente.


Ci torna alla mente l’episodio della Amoco Cadiz (Bretagna, 1978), la quale – durante un fortunale – ruppe proprio il comando oleodinamico del timone: si ruppe una tubolatura nel locale agghiaccio timone. Cos’era successo?

I primi automatismi in campo navale erano proprio i sensori che misuravano la pressione dell’olio nei circuiti: rompendosi un tubo, la pressione scendeva e la pompa – azionata da un circuito automatico – “inviava” olio idraulico. Quando l’olio fu esaurito, da qualche parte s’accese una spia: era troppo tardi.

Va detto che le condizioni del mare erano proibitive e questo per capire l’ansia – e magari la disattenzione – dell’equipaggio.


A Genova tutto era tranquillo. Una domanda viene spontanea: perché ritenere “corretta” una manovra che porta la poppa di un simile bestione a cento metri (mezza gomena!) dalla torre di controllo dei piloti? Eppure, le procedure sono state “corrette” – affermano le autorità – e non ne dubitiamo.

Il problema, allora, è linguistico: “corretto” è sinonimo di “giusto”? Non mi pare.


Sarà “corretta”, ma sono manovre che contengono sempre – per le distanze e le masse in gioco – un inaccettabile fattore di rischio. Ecco la procedura di attracco a Multedo (Genova) per una petroliera di 300.000 tonnellate che sale, con rotta NNE, da Gibilterra verso Genova:



- Prima di Savona si riduce la velocità fino ad 8 nodi;

- Al traverso di Savona si stacca la macchina;

- Al traverso di Arenzano si dà un quarto, poi mezza macchina indietro, con la nave che avanza ancora a 3 nodi;

- Giunti quasi a Multedo la nave ha ancora un abbrivio di un nodo in marcia avanti, ma a quel punto il più è fatto.


Come potrete notare, sono mezzi che hanno un’inerzia spaventosa: 3,5 nodi a cento metri dalla banchina?!? “Corretto”?!?


Infine, apriamo una vecchia pagina che vale la pena d’andare a rivedere: il disastro della “Haven”, 1991.

A parte una “curiosità” – che non sapremo mai se relegarla nell’ambito della “casualità” – la Haven s’incendiò di fronte a Genova esattamente 15 ore (ore, non giorni!) dopo la tragedia del Moby Prince, avvenuta la sera prima a Livorno.

Che caso.


Per giorni e giorni, a Savona, fummo testimoni del più grave disastro ambientale del Mediterraneo: una striscia di fumo nero, pestilenziale, correva in cielo da Genova fin verso la lontana Francia.


Eppure, la Haven aveva superato i collaudi di routine pochi mesi prima. “Corretti”, ovvio.


Già, e qui s’incontra un altro attore di tanta “correttezza”: il RINA, Registro Navale Italiano al quale, ciclicamente sono affidati i collaudi delle imbarcazioni. Insomma, come la revisione delle autovetture.

Solo che qui i soldi in gioco sono tanti, mica devi solo cambiare un fanalino!


Secondo voi, dove vivono gli ispettori del RINA? Nella case popolari oppure nelle più lussuose ville?

Chi ha orecchie per intendere intenda, io mi fermo qui.


03 maggio 2013

E’ ora di finirla


Gentile Enrico Letta,

abbiamo ascoltato le sue parole: sempre equilibrate, sottili, intriganti, a volte velleitarie, poi orgogliose, infine vuote, come quelle di qualsiasi governo che entra in carica. Cosa aspettate? L’Estate – come sempre – per poter fare le varie leggi-porcata come usualmente v’adoperate?

Mi dispiace, non avrete più il beneficio dell’assenza degli italiani perché occupati in ameni giochi sulla spiaggia: sulle spiagge ci sarete solo voi, insieme al 10% della popolazione che possiede il 50% della ricchezza nazionale. Oramai, siamo allo stremo: se ci saranno vacanze, saranno di pochi giorni – magari col treno – per lo più a trovare qualche amico. Alberghi, residence, stabilimenti balneari, bar, ristoranti...sono attesi dalla stagione turistica più buia del dopoguerra: anche questo un bel risultato della vostra classe politica.



In campagna elettorale avete promesso la luna, poi “v’è toccato” fare il governo con Berlusconi – affari vostri – ma l’elettorato italiano s’era espresso in modo ben diverso: due italiani su tre s’erano espressi per un governo di radicale rottura con il passato. Invece.

Ci si potrà incolpare all’infinito – se il rifiuto è iniziato da Grillo o da Bersani, se è continuato con Bersani e terminato con Grillo – ma non andremo da nessuna parte: fatto è che, adesso, Berlusconi vuole l’eliminazione totale dell’IMU, per godere di un successo indiscusso e mettervi all’angolo.

Se concederete al Cavaliere questo privilegio – lei lo sa bene – non resterà altro: tutte le risorse saranno prosciugate dal taglio di 12 miliardi dell’IMU e, la società italiana, non ne avrà quasi nessun beneficio. Perché?



Prima di continuare, ricordiamo ai meno attenti che fu Prodi, nel 2006, ad eliminare l’ICI sulle prime case e sui redditi più bassi. Dopo, giunse la famosa stoccata televisiva di Berlusconi – ovvio, i suoi amici palazzinari erano rimasti a bocca asciutta ed il suo elettorato lo richiedeva a gran voce – così, siccome ogni promessa è debito, si passò subito all’incasso, delegando al tandem Tremonti-Brunetta il compito di trovare i soldi. S’era nel 2008 e la crisi arrembante veniva negata: i ristoranti sono pieni – raccontava il Berlusca – certo, per i soliti noti.



Brunetta e Tremonti trovarono nella Gelmini la vittima sacrificale – una che nemmeno sa cos’è un neutrino e fa il Ministro dei Tunnel...pardon dell’Istruzione – una persona viscida ed incompetente, pronta a tutto per compiacere il suo patron Berlusconi. Anche a triturare la scuola italiana.

Difatti, arrivò la “riforma Gelmini” – la quale, altro non era che il diktat Brunetta-Tremonti – che la Gelmini controfirmò subito: la lesse? Dubitiamo.

Con gli 8 miliardi “risparmiati” sulla scuola non si pagò più l’ICI: tutti contenti, soprattutto quelli che vanno in giro sulla Porsche Cayenne. Gli altri, già non la pagavano più.

Quale fu il prezzo della riforma Gelmini e, poi, di quella Fornero sulle pensioni? E’ presto detto.



Il penultimo posto in Europa per quanto riguarda le competenze informatiche e di comunicazione, ed l’ultimo al mondo per quanto riguarda l’età media dei docenti: il nuovo ministro dovrebbe fare un giro nelle scuole, così potrebbe vedere in cattedra una generazione nata quando ancora nelle campagne c’erano i cavalli da tiro, una via di mezzo fra i suoi genitori ed i suoi nonni. Sono disperati, non più in grado d’interloquire con i ragazzi i quali – i famosi “nativi digitali”, mi scappa una risata – sono bravissimi a navigare su Facebook, un po’ meno se qualcuno gli chiede di sistemare l’indice di un database.

Ma l’ICI fu salva e la promessa di Berlusconi al suo elettorato mantenuta.



Oggi, caro Letta, le chiediamo di far tornare il Ministero dell’Istruzione (possibilmente Pubblica) un dicastero col portafogli: le “prassi” della controfirma d’ogni decreto che abbia valenza economica dei ministri della Funzione Pubblica e dell’Economia vanno eliminate. Ossia, se ne discuterà in Consiglio dei Ministri, altrimenti il ministero dell’Economia sarà sempre “maior” e gli altri “minus”.



Infine, non ce ne frega nulla del Bildenberg, della Trilaterale, dell’Aspen Institut e di tutti gli altri consessi dei quali lei fa parte: chi l’ha votato l’ha fatto credendolo un parlamentare italiano, non un elemosinante in giro per l’Europa. Come? Ce lo chiede l’Europa? Chiedete all’Europa cosa succederebbe se l’Italia chiudesse i battenti e se ne andasse. Lo sa, vero?

Da ultimo, non passi sotto silenzio gli ultimi avvenimenti: quell’uomo – disperato – che si è messo a sparare all’impazzata in Piazza Colonna. E’ un segno dei tempi: gli italiani – disperati – non sanno più come richiamare la vostra attenzione.



Fate una legge proporzionale e basta – mediante la quale possiamo contarci – senza sbarramenti ed altri trucchi, e nemmeno c’ammansisca più in salsa tartara l’abolizione delle Province, perché tutti sappiamo che, senza prima una revisione delle competenze, non è possibile farlo. E le Regioni ed i colossali buchi nei bilanci della sanità?

Tolga l’IMU sulla prima casa, dia la pensione agli esodati ed a quelli della scuola che ne avevano già maturato il diritto, e riveda radicalmente la riforma delle pensioni e del lavoro. Le risorse le troverà nell’abolizione dei sussidi elettorali, nei risparmi sugli F-15, sull’abolizione delle missioni “di pace” all’estero, sul taglio degli stipendi e delle pensioni d’oro di parlamentari, ministri, consiglieri regionali, provinciali e sindaci. Norma retroattiva: per noi sono sempre retroattive!



Dunque, se Berlusconi se ne vuole andare e far cadere il governo, lo lasci pur andare, rimetta la delega e torniamo a votare: Napolitano dovrà rassegnarsi e rimanere in carica oltre i cento anni.

Altrimenti? La prossima volta non so chi, ancora, prenderà qualche voto, Grillo compreso.

29 aprile 2013

Memoria e ricordo



Cara Barbara,

ho letto il tuo ultimo articolo – Il 25 aprile e il “santino” della Resistenza – pubblicato a latere dell’eterno dibattito sul 25 Aprile e sull’atroce vicenda di Giuseppina Ghersi, che non conoscevo. Poi, sono andato a letto e non sono riuscito a dormire: troppi pensieri affollavano la mente, troppe “soluzioni” scipite, troppi “perché” senza risposte, dubbi. E tanto dolore.

Perché quando in un posto ci vivi ed è la tua città d’elezione, al punto d’averci trascorso più di metà della tua vita, soffri il doppio.


Stamani mi sono alzato e, per prima cosa, dalla finestra ho osservato il porto, il porto di Savona: niente navi della Costa Crociere, non ci sono da temere ingorghi.

Savona è così: nonostante qualche palazzo costruito al posto delle macerie – bombe dall’aria, cannoni dal mare – ed una pessima rivisitazione del post-industriale – ossia le solite costruzioni “all’avanguardia” che cercano di scopiazzare Le Corbusier il quale, bontà sua, la ricerca architettonica la faceva negli anni ’50 del Novecento, mica nel Terzo Millennio – rimane una città “vecchia”, dove i ricordi si sedimentano uno sull’altro e devi munirti del rigore e del metodo dell’’archeologo per scoprire qualcosa.

Così, la vicenda della giovane Giuseppina m’è passata sotto gli occhi da via Donizzetti – una via secondaria proprio di fronte al mare, anonima, lunga cinquanta metri: un posto dove, se non c’è un concessionario di cinghie per lavatrice ed hai la lavatrice rotta, non entreresti mai – alle maestose scuole “Rossello” (scuola + clinica privata) che sempre è stata la scuola “d’elite” di Savona per le ragazze, all’epoca era l’unico Istituto Magistrale della città.

Indagando un po’ sui viaggi in città di Mussolini, ho concluso che il famoso “tema” per il quale fu premiata la giovane dovette essere un tema di prima della guerra, perché Mussolini non venne a Savona negli ultimi anni del Fascismo, meno che mai durante la guerra. O è una bufala (il fatto che fu premiata da Mussolini in persona), oppure era proprio una bambina.


Non si riesce a sapere di più: non per omertà, ma per il tempo trascorso. Ricordiamo che chi aveva 20 anni nel ’45 oggi ne ha 88. Io stesso ascoltai da mio nonno – casualmente – la vicenda di don Pessina sulla quale tanto s’è parlato, completa di nome dell’assassino. Solo che mio nonno è morto trent’anni fa, all’epoca di queste cose si parlava poco o nulla: oggi? E chi se lo ricorda quel nome!

Ma la triste fama della via non finisce qui, e fa tappa all’edicola all’angolo gestita – fino ai primi anni ’70 – dalle prozie di un amico. Lì, avvenne un’altra tragedia.


Carlo R. (classe 1905) era fascista, Ardito, mutilato, Spagna...e tutto il resto...solo che, allo scoccare dell’ora fatidica fiutò l’aria che cambiava: poche settimane prima dell’Aprile ’45 scappò a Napoli, dove rimase ben nascosto per alcuni mesi, forse un paio d’anni. Fece in tempo a fare ancora una figlia e morì nel 1977, sempre a Napoli.

Sfortuna volle che – in via Donizzetti – abitasse il fratello (Gino R. classe 1915), un geometra appassionato di montagna e di cani che mai s’era sognato di fare politica, tanto meno d’essere fascista. Assomigliava, però, al fratello: fu preso e fucilato nelle tristemente famose scuole elementari “Guidobono” di Legino (un quartiere periferico di Savona) dove era stato istituito in tutta fretta un “campo di concentramento” per i fascisti arrestati, lo stesso di Giuseppina.

I familiari di Gino (fra l’altro di fede comunista, a differenza di Carlo) si rivolsero alla sezione del PCI di Legino appena ricostituita dopo la clandestinità per capire com’erano andate le cose: nessuno seppe rispondere loro, pur ammettendo che conoscevano bene Gino e che tutto si poteva dire, meno che fosse fascista.

Cosa capitò?


La spiegazione, a distanza di 68 anni, non può essere trovata: al punto che, nel video (inserito nell’articolo), parla un ragazzino incompetente ed anche qualche anziano probabilmente sa poco o nulla di quelle vicende.

La Resistenza savonese non fu un fenomeno “locale”, nel senso che molti partigiani savonesi salirono sulle Langhe, oppure nel piacentino, dietro Genova. Giunsero anche molti partigiani da lontano, per motivi che mi sono oscuri ma che è facile immaginare in quel contesto di fughe e ricomposizioni, di gente presa e fucilata e di chi riusciva a sgusciare ai rastrellamenti.

Tutto mi fa pensare a qualche gruppo estraneo all’ambiente savonese che, in quei giorni convulsi, scese a Savona come poteva scendere a Chiavari od a Sanremo e furono (maldestramente) comandati ai rastrellamenti ed alla “ripulitura” della città.

Ne dà notizia, sommariamente, A. Martino ne “La riorganizzazione delle forze di polizia nel savonese” il quale riporta la cifra (dubbia) di 316 vittime nei giorni “caldi”, ossia fra il 25 ed il 30 di Aprile, quando giunsero le avanguardie americane.

A parte la lista (purtroppo, ovvia) dei giustiziati in quanto appartenenti alla “San Marco” od alla “Decima Mas” – ricordiamo che ad Altare (10 km da Savona) c’era il comando supremo della “S. Marco” ed il suo comandante, Generale Farina – ed alle vendette su appartenenti al Fascismo (che avevano le loro belle colpe, non nascondiamocelo) gli ultimi punti riguardano proprio il “prelievo di prigionieri nelle carceri” (che venivano fucilati senza processo) e le “stragi d’intere famiglie accusate di collaborazionismo, o per semplici beghe di paese”. L’ultimo punto fa gelare il sangue.


Adesso basta con la Storia: queste non sono scusanti o attenuanti, vogliono essere un’aggiunta (di poco conto, lo ammetto) al tuo articolo sul caso di Giuseppina, ma andiamo oltre.

Davvero, nel 2013, vogliamo continuare a scannarci per storie che avvennero prima della nostra nascita e che fecero soffrire sia fascisti che antifascisti dell’epoca?


Mia madre – e qui chiudo subito – vide uccidere un ragazzo di 15 anni solo perché, durante un rastrellamento in un paesino, fu preso in casa sua disarmato mentre dormiva, non si sa perché: non era un partigiano e nemmeno una staffetta. Probabilmente lo avrebbero liberato ma, sopraffatto dalla paura, tentò di fuggire: tedeschi e fascisti lo uccisero a calci, con gli scarponi chiodati. Mia madre non riusciva più a sentir parlare tedesco, ed in casa – per varie ragioni che non sto a raccontare – l’idioma di Goethe era molto amato. Ancora ricordo una vecchia zia che mi chiamava “Mein schön Karl”.


Ci siamo già cascati una volta – fra il ’70 e l’80 – e ci siamo sparati nella piazze...per cosa? Per appartenenze familiari, amicali, di gruppo, di clan...senza conoscere “l’avversario”...una montagna di morti (oggi di ossa) che ci dovrebbe far pena e farci soffrire ogni giorno che passa. Non per loro, che oramai non ci sono più, ma per noi, stupidi esseri umani che ci siamo divisi per questioni che non c’appartenevano più e siamo cascati nel gioco.

Ho conosciuto persone che tengono l’effige di Lenin in salotto, altre che hanno i labari ed il busto di Mussolini in giardino; li commisero un po’ – sono sincero – ma non li giudico affatto: penso che quella libertà d’essere chi ci pare, con le appartenenze che più ci piacciono, sia parte di quel gran momento che fu il 25 Aprile. Che all’epoca – da una e dall’altra parte – fu salutato perché fu la “fine della guerra”.


Qualcuno afferma che il 25 Aprile c’ha portato gli americani: beh...non siamo stati tanto sfortunati...poteva andarci peggio e capitarci Stalin o – se la Germania nel 1941 avesse fatto l’armistizio con la Gran Bretagna, come molti abboccamenti lasciano sospettare (non ultimo la strana “fuga” di Hess) – con l’Europa in mano nazista non saremmo rimasti liberi – seppur “vittoriosi” – a lungo, e ci saremmo ritrovati uno squilibrato come il Reichsführer Himmler in casa.

Come vedi, siamo finiti nella fantastoria per spiegare un mancato futuro: Minoli fece, tempo fa, una trasmissione (basata su fatti, non fanfaluche) molto interessante su questi temi.

Allora, di chi fu la colpa?

Dei fascisti della X Mas o della “Muti”, delle brigate “Garibaldi” e “Giustizia e Libertà”? No.

La colpa è sempre e soltanto della guerra.


Adesso dirai: bravo Carlo, ma sei un po’ scontato nella tua analisi, è come dire che lo sfacelo di New Orleans è stato colpa dell’uragano.

Non è vero.


Prendi una popolazione qualsiasi di uno stato che va in guerra. Dapprima ci possono essere anche delle proteste, ma stai tranquilla che due giorni di stato d’assedio ti portano dritto a nasconderti in cantina, a meno che tu non sia un coreano del Nord, che in stato d’assedio ci vive da sempre.

Poi, secondo le modalità (esercito di leva o professionale), c’è la mobilitazione: partono dei giovani che solo il giorno prima sedevano al bar o giocavano a pallone. Negli eserciti professionali sono già preparati, ma viene detto loro che – da qual momento in poi – avranno il privilegio di morire per la Patria. Sai che gioia.


Giunti ai reparti, lì avviene la mutazione antropologica: un bravo tenente ha il precipuo compito di limitare al minimo l’orizzonte degli affetti nella truppa che gli affidano. Cosa significa? Vuol dire che il plotone (non a caso, titolo di un famoso film sul Vietnam) è il tuo nuovo “orizzonte degli affetti” al quale devi dedicare corpo e mente: nota che la popolazione civile, lentamente, scompare in quel tourbillon di morte e di morte mancata, rimandata, oppure di dolore su un letto sfatto in un ospedale da campo.

Il dolore è un buon antidoto al lavaggio del cervello subito – le lamentazioni dei feriti sono intrise di un solo nome, “mamma” – ma, giunti alla convalescenza e poi ad una licenza dove ci si sente come dei pesci spiaggiati, si viene “ripescati” da quel mondo ed inviati in un nuovo plotone. Tutto da capo: e la roulette ricomincia.


Chi è fortunato – e non torna in un sacco di plastica – vive per mesi od anni in questa realtà separata: una realtà fatta di giorni di marcia e notti d’ansia, assalti ed imboscate. E vede la morte ogni giorno materializzarsi di fronte ai suoi occhi in un bombardamento, una granata, una fucilata.

Steven Spielberg – in quello che io ritengo il suo capolavoro “L’impero del sole”, un affresco sulla brutalità della guerra, sul terribile influsso che opera, una vera e propria metamorfosi, sulla mente di un adolescente – mette in bocca ad uno dei protagonisti questa frase: “La guerra è pericolosa soprattutto quando inizia e quando finisce: nel mezzo ti ci abitui, c’è meno pericolo...”

E’ vero: per i civili è così, a meno d’essere sulla linea del fronte.


Chiediamoci, allora, cosa diventa e cosa rappresenta la donna in questo girone infernale: lo sfogo d’ogni ansia e paura, il terribile senso di prevaricazione che deriva dall’abuso, frustrato, del “senso di potenza”, fino allo sfogo collettivo del plotone, del clan ancestrale. Non vado oltre.

La guerra concede una sospensione del tempo e della civiltà: quanto basta per lasciar affiorare gli istinti primigeni e bestiali, che servono – appunto – per combattere.

E dopo?

I dopoguerra sono sempre difficili: il “vae victis” che impazza nei primi giorni – nei tempi antichi, usava tagliare subito la gola ai prigionieri ritenuti inutili (vecchi, infanti, malati, deboli, ecc.) per la schiavitù – si trasforma in un disadattamento pervicace, spesso nascosto, che cela una rabbia nascosta e brutale. Ci vorrebbero legioni di bravi strizzacervelli per sanare i danni di una guerra, e dubito anche che ci riuscirebbero. Le anziane vedove degli ex internati nei campi di prigionia offrono racconti raccapriccianti delle notti dei loro mariti: anni di sofferenze notturne, mica bazzecole.

Solo il tempo sana: dimenticare è l’unico antidoto.

L’esempio più tragico l’abbiamo vissuto ai nostri confini: la Jugoslavia.


Dal 1945 al 1990 erano trascorsi 45 anni: chi aveva cinquant’anni non aveva memoria del “prima”. Già, ma c’erano i sessantenni che, nel 1945, avevano 15 anni ed erano giunti agli apici del potere: sono stati loro a rinvangare termini come “ustascia” e “cetnici”, che la popolazione conosceva, ma ai quali non dava più tanto peso.

Invece. Invece i bosniaci tornarono ad essere “turchi”, i serbi “slavi” ed i croati “cristiani”: dopo, l’esito fu scontato. 120.000 morti, contati a spanne: quanti civili? Quante Giuseppine?

Oggi fa piangere il cuore viaggiare in quei prati e campi deserti della Jugoslavia, macchiati dalle effigi annerite della case bruciate, dei cipressi rasi al suolo e dei monasteri distrutti, che ancora si vedono – i ceppi dei cipressi e le fondamenta dei monasteri di fronte ad un mare azzurro e chiaro, che sembra un oceano di lacrime – perché devono essere un monito, nella folle razionalità della guerra, per le prossime generazioni.

E una guerra non scoppia perché gli abitanti di un Paese “odiano” quelli di un altro, scoppia perché le elites così hanno deciso: nella guerra di Jugoslavia la Thatcher era contraria allo smembramento. Mica perché era una santa anima, no: questioni strategiche.


Il passo successivo è far salire la rabbia mediante l’identificazione con un simbolo comune, una sorta di rozzo sillogismo aristotelico: Mussolini è fascista, io sono fascista, Mussolini vuole la guerra, anch’io – se sono veramente fascista e dunque desidero appartenere a quel clan – devo desiderare la guerra. Così si riempiono le piazze di fronte a Palazzo Venezia, come in qualsiasi altro posto: i morti, i bombardamenti, le uccisioni a freddo, le vendette...eh...quelle vengono dopo, quando l’attore del sillogismo – se è rimasto vivo e non ha sputato la vita fra le sabbie di El-Alamein – rimuove. Ma non dimentica, e la sua restante vita sarà segnata da quei ricordi, come una noiosa (e pericolosa) vespa che ti gira attorno.

La domanda successiva è quella delle cento pistole: l’uomo è essenzialmente buono o cattivo?


La filosofia – tu m’insegni – ha fornito risposte mutevoli nel volgere delle epoche storiche: nel Medio Evo era dipinto come un potenziale peccatore che doveva redimersi. Si scannarono fra cattolici e protestanti – a ben vedere – solo sulle modalità di quella benedetta “redenzione”.

Ma arriva la cosiddetta “modernità”, portata sulle ali dei rivoluzionari francesi: improvvisamente, si scopre che l’uomo è essenzialmente buono. E via con i miti del “buon selvaggio”, al punto che nelle famiglie nobili francesi era un punto d’onore avere un maggiordomo nero: proseguire oltre? Beh, andiamoci piano...Kennedy dovette inviare la Guardia Nazionale per far sedere i neri nelle aule universitarie.

Il karma? Ah, certo...con la legge del karma si spiega tutto...peccato che, per indagare la casualità/causalità degli eventi bisognerebbe avere una mente pari a centomila calcolatori fra i più potenti: sarebbe come, di fronte al mare, individuare il moto futuro di ciascuna molecola d’acqua. Meglio andarsi a prendere un caffè alla solita baracchetta sulla spiaggia e tornare ad osservare il mare senza pensieri, nemmeno il più piccolo alito, nella mente.

Un buon esempio l’ha fornito Michael Moore in “Bowling at Columbine”: ricordi?


Due popolazioni, armate fino ai denti, si comportano in modo completamente diverso se vivono su due differenti sponde di un lago. Sulla riva statunitense vige lo “spara tu che ammazzo io”, mentre su quella canadese tutto è tranquillo.

Ci sono diversità climatiche, sociologiche, religiose...culturali in genere? No...almeno, non sono così evidenti: grandi città e piccoli borghi da una parte come dall’altra, solite religioni del mondo “bianco”...un freddo cane su entrambe le rive...no.

Michael Moore trova una risposta: la sicurezza sociale, l’enfasi posta sull’arma da fuoco, l’abitudine alla guerra come pensiero dominante, così come l’esasperazione dell’individualismo (che implica un basso livello di stato sociale).

Ci sono differenze fra gli USA ed il Canada? Eccome se ci sono! Più ancora nel modello di welfare state europeo (proprio quello che cercano di scassare).


Sostanzialmente, non nasciamo né buoni né cattivi: sono le condizioni imposte a renderci calmi e sicuri oppure fragili e disperati. Fino al punto che una persona – senza famiglia, senza lavoro, senza futuro – si mette a sparare all’impazzata in Piazza Colonna. Siccome gli altri sono furbissimi – della serie: mi cade una merda sui piedi, allora la taglio in tre parti e faccio un tris – ecco subito le “lamentazioni” per avere uno stato più autoritario, più forze di polizia e...raddoppiare auto blu e scorte!


Oggi, rispetto al passato, più persone hanno capito che le tensioni internazionali sono create a tavolino per motivi economici, ossia per arricchire – paradosso – tutti gli attori sulla scena, dopo aver fatto fuori eventuali oppositori. Nessuno, o pochi, si fanno più ingabbiare nel modello “Dio, Patria e Famiglia”, e “armiamoci e partite”.



Rifiutare a priori la guerra sembra un atto di viltà o di agnosticismo: mi “tiro fuori” da questa bega e non ne voglio più sapere. A ben vedere, è l’unico atteggiamento possibile per non finire nei versi della “Guerra di Piero”: De André la tratteggiò con un lampo di genio.

Semplicemente, chi rifiuta la guerra rifiuta il loro modo di pensare: punto e basta.


Rimane la dicotomia fra memoria e rimozione del ricordo, per sopravvivere e tornare al futuro, fatto salvo che il dolore va rispettato e condiviso da qualsiasi parte venga.

La memoria non è mai condivisa: lo mostrano gli spettri che ancora oggi agitano le menti ad ogni 25 Aprile, che sembrano tirare per la giacchetta un giorno del calendario. Non è condivisa la memoria sul Vietnam, sulle guerre arabo-israeliane, sull’occupazione italiana della Jugoslavia, ecc.

Meglio, allora, lasciare al dibattito storico la memoria: nei libri, nei dibattiti, negli atenei, nelle conferenze...chi vuole, può approfondire un aspetto, una vicenda, anche un’ingiustizia. Sempre che lo storico (che è sempre di parte, come me che oggi scrivo di Storia) sia almeno onesto intellettualmente.

Qui, però, si deve rimuovere un ostacolo, bisogna togliere dei “paletti”: nessun impedimento, legge od imposizione può frenare la ricerca storica e, soprattutto, la storiografia. Saranno i lettori e i fruitori di quel lavoro a giudicare, nella più ampia autonomia.

I libri scolastici? Segnalare un punto dove ci sono opinioni diverse, come su Wikipedia: i ragazzi sono più preparati di quel che si creda, soprattutto se segnali loro un dubbio, ammetti (come istituzione) i tuoi limiti e loro ti ripagano con più fiducia.

L’alternativa?


Continuare ad odiare, perché di questo si tratta, a rinvangare continuamente vicende terribili ed a gettarsele in faccia, nel nome di chissà quale “verità storica” da inseguire. L’ho ripetuto mille volte: lasciamoli riposare in pace e cerchiamo il miglior futuro possibile, per tutti.

Con affetto e stima.

Carlo



24 aprile 2013

I ladri di Pisa al lavoro



Può essere, può darsi che l’offerta di Bersani a Grillo fosse viziata da malafede: nemmeno io sono poi così sicuro che non lo fosse. In quale modo, però, mi è difficile comprenderlo dato che il M5S aveva la possibilità – viste le carte nel dettaglio, ossia un programma di governo particolareggiato – di non accettare.

Oppure, potremmo affermare che il fesso è stato Bersani: che ci voleva a votare Rodotà? I voti, sommati fra PD e M5S, c’erano alla grande.

Così, per i prossimi anni, ci godremo ancora i terzi incomodi, ossia Berlusconi, Monti ed i democristiani del PD, più qualche renziano e frattaglie varie.

Il PD galleggerà come al solito (vedi Friuli), il M5S non sfonderà da nessuna parte (vedi Friuli, e non raccontate la storia politiche/amministrative: l’hanno inventata i democristiani quando non sapevano cosa dire) e Berlusconi ed i suoi sodali terranno sotto controllo il Paese per conto dei vari potentati, legali ed illegali.



Ma andiamo un po’ oltre a queste facezie.

Dove si fanno i governi?

In Parlamento, direte voi: sbagliato.



Per prima cosa si telefona a Washington: bisogna aspettare la linea, certo, perché Obama è occupato da tutti i presidenti che devono eleggere un governo, un ministro, comprare armi, vendere petrolio, ecc.

Dopo aver atteso il giusto – “non riattaccate per non perdere la priorità acquisita” – il buon Napolitano (sono le undici di sera – mannaggia che sonno... – ma c’è ‘sto fuso orario) finalmente viene messo in linea con Obama in persona: pochi minuti, due dritte veloci (ho il ministro del petrolio saudita in linea, capirà...) e le istruzioni vengono date. Probabilmente, Obama legge un foglietto preparatogli dal segretario agli esteri mentre il ministro saudita aspetta: quello sì che può riattaccare...Napolitano, Napolitano...uff...

Ricevute le dritte del caso – compresa quella, se ha qualche dubbio, di rivolgersi a D’Alema – riattacca: manco la buonasera, mannaggia ‘sto cafone...ma si sa, da lì bisogna passare.



Bevuta la camomilla, finalmente si sdraia e prende sonno ma i sogni lo tormentano: un carro armato sovietico che danza nel cortile del Quirinale, avanti e indietro, al ritmo di Funiculì Funiculà...jamme, jamme, jamme jamme jà...

Percorre saltellando il cortile sotto lo sguardo dei corazzieri: sembra fatto di gomma tanto è elastico, bonario, comico...ma è un carro armato sovietico!

Poi si ferma e scende un uomo. Nello stesso istante, il segretario entra in camera da letto visibilmente allarmato, ancora respira affannosamente per lo spavento e le scale: “Il generale Ivan Alexandrovic Parakulienko le vuole parlare...”

Mannaggia...ma stavo al telefono con Obama...chi cavolo è ‘sto Parakulienko?

Niente, la scena torna ad impazzare e diventa veloce, irrefrenabile: accompagnato da una fanfara che suona “It’s a long way, for Tipperary” – che lui ricorda cantata...da chi? A Napoli! 1944, il reggimento britannico! Già... – fa il suo ingresso il generale Parakulienko. Ma è D’Alema.

“Massimo, che ci fai qua?”

D’Alema parla russo, anzi, per la precisione moldavo ma si sa, in sogno tutte le lingue sono comprensibilissime.

“Sono venuto a prendere le consegne per occupare il Parlamento – ricorda? Budapest 1956? – anzi...facciamo anche la RAI, il Senato e il Governo, insomma, tutto...basta che lei mi firmi un ordine, qui, ed il maggiore Soporiferov muoverà i suoi carri armati...lei tanto è d’accordo, no? Ricorda Budapest, 1956?”

“Ancora ‘sta storia di Budapest? Ma allora, per muovere uno sgabello a Botteghe Oscure, si doveva telefonare a Mosca, lo sai anche tu...Massimo...che mi vieni a dire...occupare la Camera...Madonna Benedetta...”



“Vuole salutare il maggiore Soporiferov? E’ in cortile ed è ansioso di renderle omaggio!”

“ E andiamo da ‘sto tranquillante...” Spalancata la finestra, nella luce del mattino s’ode uno sbattere di tacchi ed un ufficiale coperto di medaglie scatta sull’attenti. Napolitano risponde con un cenno timoroso della mano. Sta per tornare indietro, quando...quando...mannaggia a me, ma quello lo conosco...torna alla finestra, altro sbattere di tacchi...ma è Berlusconi!

“Massimo, ma che ci fa Berlusconi in quella divisa...e tu...”

“Il maggiore Soporiferov oggi è al mio comando: solite storie dell’Armata, debiti di gioco, vodka, donnine...non si preoccupi, però, è savio e sveglio. Allora: me lo controfirma l’ordine o devo eseguire il Piano B?”

“Ma quale piano...”

Lo sguardo di D’Alema/Parakulienko s’è fatto truce: “Firma o non firma? Il Comitato centrale, a Mosca, aspetta!”

“Madonna mia...”

Si sveglia.



“Dio mio che incubo, Cleo, Cleo...”

“Ma che vuoi? Dormi che sono le due di notte...”

“D’Alema e Berlusconi in divisa russa...quel carro armato...”

“Uè, ma sei tutto sudato...cambiati la canottiera, mi raccomando, che ti prendi qualcosa...fino a 95 anni, ricorda eh? Hai dato la parola...”

“Va beh, se non trovano una soluzione prima...”

“Ma quando mai l’hanno trovata una soluzione quelli? Non sono manco capaci a decidere se è ora di cambiare lo scopettino del cesso...piantala Giorgio, va, che adesso mi tocca rifare tutto il trasloco...mannaggia a te e a quei...quei malavitosi che t’hanno convinto! Glielo hai detto, almeno, in faccia che sono dei guappi, ‘na sola guapparia? Glielo hai detto?”

“Beh, sì...nel discorso era celato, nelle pieghe del discorso c’era...”

“Sì, buonanotte: “celato”...“le pieghe”...quelli non capiscono nemmeno se glielo urli in faccia...si voltano dall’altra parte...se ne fottono assai...Giorgio mio...ancora vivi nelle nuvole...”

“Sì, ma quell’incubo...”

“Ch’ai mangiato ieri sera? Quell’orata al cartoccio?”

“Sì...”

“Eh, te l’avevo detto io che quella era pesante...con la salsa di peperoni, mannaggia...se vuoi campare fino a 95 anni la mi ne stri na devi mangiare, la sera, e a mezzogiorno due spaghetti con poco sugo, appena un’ombra...”

“Sì, come a Mathausen...”

“E tu mica ci sei stato, no? E poi, lascia che ti dia un consiglio: licenzia quel dottore, è uno iettatore! Chill’ è nu iettatore, dai retta a me! Smettila di prendere tutte quelle pastiglie: per la pressione, per il fegato, per dormire, per stare sveglio...mannaggia...sei un impianto chimico ambulante! Piantala e cerca di dormire adesso, che io già al trasloco devo pensare. Lo sapevi che il centrino di mamma tua era finito in mezzo agli stracci da buttare?”

“Il centrino di mamma...com’è possibile...”

“Eh, perché ci sono io che sorveglio...mannaggia a te, doppio trasloco, sempre che il terzo non ce lo facciano le pompe funebri...”

“E smettila!” rispose facendo le corna sotto le coperte.

Cleo non rispose, e provò ad addormentarsi.



Per riprendere sonno, si fece tornare alla mente un comitato centrale del PCI...uno di quelli vecchi...c’era Togliatti che parlava di “fiducia assoluta nel PCUS”, mentre Amendola sosteneva “convergenze parallele”...non sappiamo come andò a finire perché il sonno – non si sa se per le pasticche o per la noia del ricordo – lo accolse subito.

Il sogno successivo fu più tranquillo, rilassante: giocavano a carte, lui, Amato, Prodi e Rodotà. L’unica stranezza era che Rodotà non riceveva mai le carte, lo saltavano ad ogni giro. Mah...

La voce del maggiordomo lo svegliò: “Presidente, Presidente...”

Cleo s’era già alzata...quella povera donna, alla sua età, doppio trasloco...

“Presidente, il segretario m’ha incaricato di ricordarle che alle 9 ha quella telefonata.”

“Sì grazie”, rispose tanto per toglierselo di torno.

Ma a chi dovevo telefonare, a Breznev? No, a Draghi! Certo, avevano fissato un appuntamento il giorno prima...che sbadato...



Fatta colazione – approfittò dell’assenza di Cleo per spazzarsi un maritozzo alla crema, non prima però d’aver raccomandato fegato, cuore e polmoni a Sant’Antonio de Curtis – iniziò la lettura dei giornali: Napolitano qui, Napolitano là...ma che dicono quelli...sapessero in che guaio mi sono cacciato...io speravo di tornarmene a Napoli per trascorrere qualche anno tranquillo, se la Provvidenza me lo concedeva...

“Presidente: c’è il presidente Draghi al telefono.”

“Pronto, sei tu Mario?”

“Buongiorno Presidente, com’è lì il tempo?”

“Qualche nuvola...freddo non fa...piuttosto, dimmi: come va con lo spread? Tutto a posto?”

“Sì, si...tutto tranquillo, oggi lo teniamo intorno a 300, ma siamo pronti – qualora lei desse l’incarico ad un uomo di fiducia – a farlo scendere...dunque, diciamo verso i 250...così daremmo un bel segnale, non trova?”

“Eh sì, sarebbe veramente un bel gesto...gli italiani, la mattina, prima del meteo guardano sempre lo spread...perché è importante, vero Mario?”

“E’ importantissimo, come le spiegavo la volta scorsa: è il termometro della salute, dell’economia di una nazione, della fiducia...”

“Sì, va beh, me lo hai già spiegato l’altra volta ma dimmi: Angela? Che ne pensa? La devo chiamare?”

“No, non è il caso...e poi lo sa: ci sono le elezioni di mezzo, in Germania...lei vorrebbe vincere, però...in ogni modo in Germania siamo tranquilli, che vinca uno o che vinca l’altro...piuttosto, a che punto è la soluzione in Italia?”

“Oramai il pericolo è passato: quell’intestardirsi di Bersani con Grillo...mi dispiace per Bersani ma è troppo grullo, credulone...secondo te avrei dato in mano l’Italia a quei due, uno più fesso dell’altro? Grillo, quando è stato qui, sembrava un agnellino tosato: sono bastati un po’ di sbattere di tacchi e la coreografia per intimidirlo...ha persino promesso che non mi chiamerà più Morfeo...adesso inizia la parabola discendente, per fortuna che ha sparato a salve l’unica cartuccia che aveva...”

“Ma chi sarà il candidato?”

“Stiamo rifinendo le ultime pedine...Amato non sarebbe male...però Letta il Giovane, con Letta il Vecchio di supporto, sarebbero graditi ad entrambi: in fondo, il PD è quello che ha vinto le elezioni, Berlusconi però non le ha perse...insomma, la facciamo andare così...tanto ci sarà il tuo omonimo a vegliare sull’economia, stai tranquillo!”

“Come da accordi, Presidente, come dai vecchi accordi di un anno e mezzo fa...”

“Certo, quelli sono sempre validi! E Bruxelles? Dovrò sentirli?”

“Ma chi, Barroso?”

Ci fu un brevissimo sorriso, quasi impercettibile che però forò la distanza e corse veloce, sui cavi telefonici e persino negli spazi siderali dove, muti, ruotano i satelliti.

“No, Presidente, non s’incomodi: ci penso io ad una telefonata di circostanza...quello ha una paura folle di dover gestire la prossima crisi del Portogallo...sa, lui è costretto a giocare in casa...in quel frangente potremo anche sostituirlo...”

“Eh già, un bel guaio per Barroso...”

“Va bene Presidente, tutto è a posto per il futuro...allora, se lei permette, la saluto...”

“Arrivederci Mario, arrivederci...”



Posò il ricevitore e rimase un attimo pensieroso. In fondo, non era molto diverso dai plenum del PCUS: anche là decideva un gruppo ristretto, senza storie di maggioranza ed opposizione...che avessero ragione le cariatidi di Mosca? “Sostituiscono” Barroso, la Merkel “non ha importanza”...la democrazia...va beh...lasciamola ai gonzi che ci credono, va bene fin quando tutto fila liscio...e poi?

Anche la Costituzione...quella si può anche rispettarla...però ci sono degli spazi dove va riempita, fare delle aggiunte...eh, i padri costituenti mica avevano tutti i guai che abbiamo oggi con ‘sto Internèt...perciò è giusto che io nomini chi cavolo mi pare e che il Parlamento lo voti: che c’è di male? In realtà, sto facendo il bene della nazione che, senza una guida, andrebbe a perdersi...ci vuole una guida autorevole, senza dubbio.

Improvvisamente, si ricordò che il giorno dopo era il 25 Aprile: già, una “guida autorevole” o autoritaria? Mannaggia quanto me li scasseranno coi discorsi, fare presenza...ci penserò domani...e se telefonassi a Massimo per sapere cosa ne pensa?

Detto fatto: “mi chiami il presidente D’Alema”, ordinò al segretario. Presidente dde che? Mah, siamo stati tutti presidenti di qualcosa...magari del circolo della vela di Vattelapesca...



“Pronto, Presidente? Sono il primo ad augurarle un buon 25 Aprile? Eh, quelli della vostra leva se lo ricordano...meglio oggi, vero? 68 anni fa...magari era su un carro armato preso ai tedeschi a festeggiare...”

Mannaggia, ma che c’à ‘sto parac...da ricordarmi il carro armato? Che me l’abbia mandato lui il sogno? Ma si possono mandare i sogni?

“Ehm, ciao Massimo...siamo alle prese col governo, ancora una volta...tu che pensi?”

“Mah, caro Presidente, la scelta è stata quella giusta...mica si poteva lasciare l’Italia nelle mani di quei due pazzi...Bersani che vagheggiava non si capisce che cosa e Grillo che bestemmiava, e bestemmia, contro tutto e tutti...no, così siamo tutti più tranquilli...adesso basta spartire bene le poltrone e il gioco è fatto!”

“Già, le poltrone...e gli italiani? Quelli giudicano, sentenziano su Internèt, s’à pigliano cu’ mme...”

“Ma stia tranquillo Presidente, stia tranquillo: ha l’85% del consenso con lei! Non ce l’ha manco Obama! Gli italiani sono così...fra un po’ arrivano le vacanze, l’Estate...certo, non hanno i soldi per andarci...però s’accontenteranno, si faranno una pizza in compagnia in casa e tutto filerà liscio. Ce l’avranno un governo? E allora! Potranno pure dire “Piove, governo ladro!”...state tranquillo, mi raccomando, all’età vostra...”

“E, però, quelli che s’ammazzano...pure voi, mannaggia...”

Ho sentito Berlusconi stamattina...lui è contento...non forzerà troppo se gli concediamo un po’ di tranquillità...insomma...come faceva a sapere che quella Ruby era minorenne? Andiamo, su...ma l’ha vista?”

“Sì, pure a me pareva almeno una venticinquenne...”

“E allora! Diamo un po’ una calmata ai giudici...lui è tranquillo ed ha promesso che non romperà troppo le scatole...magari, se si troverà qualche briciola, riusciremo anche a darla ai disoccupati, agli esodati...guardi: Berlusconi è diventato mansueto, mica è più quel carro armato del ’94!”

Ancora con ‘stu carrarmato...Madonna do’ Carmine, ma che vuole questo?

“Presidente” il segretario sembrava agitato “il dottor Amato in linea!”

“Va beh, Massimo...scusa, mi chiamano sull’altra linea...”

“Certo, certo Presidente, ancora auguri...”



“Pronto, Giuliano?”

“Buonasera Presidente, buonasera.”

“Allora, che hai da dirmi?”

“Che ci ho pensato un po’, sa...ma riprendere in mano il governo...in questa situazione – oddio, se lei me lo domanda, sono pronto – ma non credo che ci convenga: ci sono troppe voci pronte a battere sul tamburo...sarebbe meglio che a guidare il governo fosse un parlamentare...lei cosa pensa?”

“Eh, che penso...che le caselle sono sempre troppe e le persone valide poche...tu chi consiglieresti?”

“Mah...Letta – quello giovane – non sarebbe male...è un PD, ma di scuola democristiana, e poi c’è lo zio che potrebbe dargli una mano...basta che ci sia qualche mastino all’economia ed il governo è pronto, il resto...sono quisquilie, solo roba da manuale Cencelli...”

“Se funzionasse sarei contento, perché ti tengo sempre in conto per la mia successione...chi meglio di te...”

“Troppo buono, Presidente, troppo buono...”

“Sì...adesso rifletto ancora un po’ e poi, poi...”

“La lascio riflettere, Presidente, buonasera.”



Si sentiva stanco: mamma mia, altri 7 anni...meno male che c’è questo Amato che, che...appena ‘sti quattro mariuoli si mettono d’accordo io me la filo, e come no...

In quel momento entrò Cleo “Cleo, che stavi facendo?”

“Eh, sempre ‘sto trasloco, devo sorvegliare tutto, tutto...”

“Ehm, dunque...volevo chiederti una cosa...dunque...”

“E dai, che ci vuole? C’hai messo meno a chiedermi in sposa...”

“Secondo te, Cleo, i sogni si possono inviare?”

“Ma che, ti sei scimunito?”

“Ecco: lo sapevo, mai che ti possa chiedere una cosa, un consiglio...”

“Vuoi dire quel sogno del carro armato?” Giorgio fece cenno col capo “C’era la zia Ester...la zia Ester raccontava che qualcuno ci riesce...”

“Ma chi è ‘sta Ester?”

“Chi era...ma la zia Ester, la sorella di mia madre, quella che aveva sposato quel medico di Benevento...non ti ricordi?”

“Ah, sì, adesso mi ricordo...era venuto quando ero stato male, dopo la guerra...”

“La zia Ester era sempre attenta ai sogni, diceva che non stare attenti ai sogni porta guai...poi, non mi ricordo più...sono passati così tanti anni...”

“Scusami se ti lascio sai, ma stanno sballando i comodini...”

“Sì, ciao, grazie...”



Rimasto solo, Giorgio Napolitano, Presidente al secondo mandato, rifletté che nominando Letta il Giovane avrebbe accontentato tutti: D’Alema, Berlusconi, Amato, Obama e Draghi. Niente da temere dall’Europa, dall’America e dai sogni “sovietici”.

“Segretario, mi chiama l’onorevole Enrico Letta!”



E’ una storia romanzata, che ci ricorda un po’ Eduardo, qualcosa di De Crescenzo e molto Totò: è una storia italiana, vera come lo sono le promesse dei politici, le certezze dei filosofi, le previsioni del tempo.

Eppure, questa sarà la nostra storia nei prossimi anni: presto ci saranno nuove “emergenze”, “progetti”, “infrastrutture non rinviabili”, altre intercettazioni e nuovi avvisi di garanzia che finiranno – dopo anni di sosta nelle procure – in prescrizione, come sempre.

Forse la colpa è solo nostra che non sappiamo ribellarci: ben ci sta, verrebbe da dire, perché non siamo mai stati capaci a ribellarci senza fare dei macelli inutili.

E’ quasi il 25 Aprile: comunque la pensiate, questo era un giorno dedicato alla Liberazione, alla libertà, alla democrazia. Osservate oggi, con quali occhi possiamo guardarlo.



21 aprile 2013

La commedia degli equivoci del potere


Vi è un grado di falsità incallita, che si chiama coscienza pulita.”

Friedrich Nietzsche



Tutto è compiuto. Come dopo una grande esplosione, la polvere si alza e cancella ogni cosa visibile ma, quando si posa, lascia solo un gran vuoto dentro e la sensazione d’aver sbagliato qualcosa, che l’epilogo poteva essere un altro.

Oggi abbiamo fatto un ulteriore passo in avanti: abbiamo scoperto quanto sia menefreghista il potere nei riguardi della popolazione, elettori od astensionisti essi siano. Quale sia il grado di disprezzo, la spocchia, il considerarsi Dei dell’Olimpo baciati dalla fortuna e difesi da Ercole in persona.

Il seguito, ora, è scontato: un governo guidato da Amato o Enrico Letta. Oppure da Enrico con Gianni vicepresidente, ma i nomi hanno scarsa importanza: quel che conta, per la barca del potere, è aver scapolato le secche e gli scogli che – sotto varie forme e con molti modi – la popolazione aveva frapposto sul suo cammino.

Hanno vinto, non v’è dubbio.



Qualcuno grida al golpe, ma non è così – l’incipit non è casuale – sul piano della forma costituzionale nulla c’è da eccepire (il professor Rodotà, al contrario di Grillo, l’ha subito compreso) perché la Costituzione indica con precisione i comportamenti ed i passi da compiere, nega senza remissione ciò che non può essere fatto o richiesto, ma lascia immensi varchi aperti per ciò che “non urta” e “non è prescritto” dal dettato costituzionale.

Questi “varchi” sono, spessissimo, quelli occupati da leggi che necessiteranno del placet della Corte Costituzionale: campa cavallo...

Il professor Rodotà è andato oltre i voti del M5S e, forse, anche quelli di SEL: 217 voti, un quinto dei grandi elettori s’è chiamato fuori dall’inciucio, ma non contano e non conteranno più nulla.



Ciò che conta (in questo genere di elezioni) è la squadra che ha fatto una rete in più: come dopo una finale di Coppa, si va via con la gioia o l’amaro in bocca, ma si sapeva prima d’entrare allo stadio che sarebbe stato così.

In politica è diverso: dopo giungono “step” successivi...governo, ministri, sottosegretari, autorità varie, presidenti degli enti...lentamente, il potere allunga nuovamente i suoi gangli nel tessuto economico dal quale trae la linfa vitale. Come una specie aliena e senza morale, faranno i calcoli di quanto potranno ancora “raschiare” dalla popolazione – in accordo con l’UE e con Mario Draghi, che s’era persino dato per “disponibile” per occupare una poltrona in Italia: oh, quale generosità! – mentre Monti, il suo galoppino, già ha acceso la calcolatrice.



Scusate se mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa: io, il pericolo di Mario Draghi – e, più in generale, dell’intromissione della BCE nei bilanci dei singoli stati – l’avevo già annunciato nel 2007 (sei anni fa), perché non rincorro mai la notizia. Andatevelo a leggere: il collegamento è in nota (1).



I fatti oggi accaduti sono soltanto l’inevitabile nemesi di quelle scelte e di quelle sottovalutazioni: se il PD pensava d’essere il raffinato salotto di madame du Châtelet, Grillo ci ha fatto la figura di uno sprovveduto Carlo Pisacane. Giungendo a non comprendere che quella “corsa a Roma” sarebbe stata tardiva ed insignificante e, per di più, avrebbe prestato il fianco a strumentali attacchi su quel “marcia su Roma” che sottendeva, o forse che qualcun altro amava sottendere e far risaltare.

Il “vae victis” lo ha pronunciato Alemanno “ma dove crede d’andare quello? Qui stamm’ a Rroma...”. In quelle parole di Alemanno c’è tutta la protervia, una vera e propria spada sul collo, della Casta trionfante.

Il popolo italiano che si ribella...che prende i bastoni...sì, va bene Grillo, tornatene a S. Ilario e sogna, sogna ancora. Per fare politica ci vuole sì il cuore, e tu lo hai dimostrato, ma ci vuole tanta astuzia che tu non hai proprio: troppo ondivago, indeciso, facilmente infatuabile.



Viene il rimpianto di sapere cosa sarebbe successo – quello sì che fu un momento di vero pericolo per l’Europa, Napolitano, Draghi e tutto il resto – se il M5S avesse risposto “vedo” alla richiesta di Bersani, iniziando una trattativa. Con tutta la libertà, dopo, di rifiutare l’invito, ma confrontandosi.

Così, quei nomi che hanno votato e scelto nelle “quirinarie” – invece di proporli – dovevano ascoltarli: Rodotà, Zagrebelsky, Imposimato...tutta gente che ha vissuto e lavorato in quei palazzi marcescenti e che li ha lasciati, chiudendo la porta con amarezza, con la sensazione di una vita trascorsa a dare buoni consigli inutilmente. Ascoltare, grillini, ascoltare: nessuno nasce “imparato”.

Adesso?



Ora tutto è compiuto: per i prossimi cinque anni regnerà ancora quel putridume che ben conosciamo, cementato dagli affari, saldato dal tradimento di Massimo d’Alema e dal pesante ed invisibile richiamo del Vaticano, e non aspettatevi altro che mazzate, mazzate, mazzate. Per la “crisi”, “l’Europa”, la “stabilità”.

Magari, fra un secolo – quando apriranno gli archivi USA – scopriremo quante di quelle persone erano state addestrate a Langley, Virginia.

Ironia della sorte, Berlusconi ha finalmente trovato il suo Delfino: Matteo Renzi – ben preparato dall’istitutore d’Alema, il quale riferiva ogni giorno al suo committente Berlusconi – che, con il tempo ed il variare dei partiti e delle alleanze, ci ritroveremo un giorno alla testa di una “destra presentabile”. Del resto, lui è nato democristiano e potrà morirci senza patemi d’animo.



SEL, in questo gran schifo di tradimenti e d’incompetenze, è quella che ha mostrato più d’altri di comprendere ancora il linguaggio della politica ed ha tentato d’evitare l’inevitabile: non c’è riuscita, ma diamogli atto d’aver tentato.



E il M5S? Si trastullerà nuovamente sul Web, voterà contro a tutti i provvedimenti di legge, non avrà la minima possibilità d’intervenire: avevo previsto tutto, andate a leggerlo, il collegamento è in nota (2).

Mentre gli altri s’occupavano di “pedine” e “cavalli” da sistemare sapientemente prima dell’attacco finale, la Lombardi perdeva la nota spese e si chiedeva “come doveva fare”: Santo Iddio, ragazzi!

Lenin non fece una piega ad allearsi con i menscevichi, e negli intervalli dei lavori parlamentari i dirigenti rivoluzionari facevano pratica con le armi: andò – storicamente – come andò, ma Lenin nel 1917 vinse la sua partita.



Pazienza: a proposito, Lombardi, ha ritrovato la nota spese?



(1) http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3908



(2) http://carlobertani.blogspot.it/2013/03/giorni-di-nuvole.html