24 marzo 2015

Perché a 13.500 metri?







Cade un aereo, oramai ne cadono tanti...sarà cattiva manutenzione? Non lo so. Saranno scarsi e “spremuti” gli equipaggi? Non lo so. Ci sono decine di domande alle quali non so rispondere, però vorrei che qualcuno rispondesse a questa.
Il velivolo della Germaniawing volava in un corridoio aereo da Barcellona per Dusseldorf: secondo le informazioni del Fatto Quotidiano, è salito fino a 13.000 metri (una prima versione sosteneva 13.500). (1)
Come poteva essere salito fin lassù, se la sua quota di tangenza (ossia la massima altitudine raggiungibile) per l’Airbus 320 è di 11.890 metri? (2)

Guasto all’altimetro? Ci sono sempre i radar-altimetri che seguono i voli – e il velivolo era seguito, visto che la successiva picchiata è stata notata – e nessuno ha comunicato nulla al velivolo?
Certo, a quell’altitudine si può formare ghiaccio sulle ali poi, se si perde quota, la velocità aumenta ed il sistema di sghiacciamento funziona con maggior difficoltà, non sarebbe il primo Airbus ad avere problemi di sghiacciamento alle ali. (3)
Da anni molto lontani, c’è una lunga scia di questo tipo d’incidenti (4).

La domanda, allora, è sempre la solita: perché l’aereo s’è arrampicato in cielo fino a quote, di solito, usate solo dai velivoli militari? Cos’è successo?
Diteci la verità, non la solita inchiesta che durerà anni per finire con un verdetto di “fatalità” o “d’errore umano” e, giuridicamente, in un “non luogo a procedere”.
Vogliamo la verità, nulla di meno.


(4) http://www.pierpaoloracchetti.org/video320/centrale_video/centrale.htm

17 marzo 2015

Arriva la Primavera, e i...x mille, ma a chi, e per che cosa?









Cosa possiamo scrivere d’interessante, che solletichi il lettore? Forse che Ercole Incalza – dirigente ministeriale – è (forse) un corrotto? Beh, lo hanno appena arrestato...oppure che Stefano Perotti e suo cognato, Giorgio Mor, chiacchieravano al cellulare con la scheda di un sacerdote morto “suicida”?
No, potremmo continuare per righe e righe senza destare il minimo interesse: sappiamo di vivere nel Paese più corrotto del mondo, sappiamo che l’insieme dei delinquenti, degli assassini, dei pregiudicati cosignifica ampiamente con quello dei politici, soltanto chi non è politico va veramente in galera. Gli altri no, sono tutti prescritti od assolti.
Vogliamo invece parlare di numeri, di soldi. Presi, rubati, come sempre.

Viene la Primavera, e...non arriva soltanto la bella stagione, ma anche la dichiarazione dei redditi, 730 e tutto il resto. E cosa c’è nella dichiarazione dei redditi? Un x mille di qualcosa.
Me li vedo: “’Sti soldi per l’Expo – voglio dì, per quelle cose che cce stanno appresso, tu m’hai capito – dove li pigliammo?”
“E...dal bilancio...”
“Già, ma ce vò la copertura, altrimenti...”
“Famme pensà...e se ce inventassimo un altro x mille? Tanto so’ x mille...manco se n’accorgono...”

Un tempo non esisteva niente del genere, le tasse erano solo dei “percento”, poi qualcuno ne inventò una veramente grandiosa: non vi pigliamo soldi in più, sono soldi già conteggiati nel bilancio dello Stato che vengono destinati ad altre cose...

Punto primo: nel bilancio di uno Stato esiste un meccanismo (come in qualsiasi bilancio) che si chiama “storno”. Ossia: destino una quota ad una voce di spesa poi, mediante lo storno, li faccio girare dieci volte su dieci capitoli diversi e alla fine – se mi garba – me li ficco pure in tasca mia. Non è così che va? Qualcuno si alzi e dica: no, non è così...
Punto secondo: il Marchese di La Palisse già gode per questo sillogismo, che gli possiamo pure assegnare senza nessun patema. “Se quei soldi non li dovessi dare, rimarrebbero in tasca mia”. Punto e basta. Se il bilancio è 10 e non dovessi pagare quelle cifre, sarebbe 9 ed 1 mi resterebbe in tasca.
Ma quanto è ‘sto x mille, che sembra quasi la cassetta delle elemosine?

I x mille, dall’originario 8 per la Chiesa, si sono moltiplicati: non è forse vero che esiste la parabola dei pani e dei pesci? E poi, non li vogliamo dare quattro soldi ai preti per le attività assistenziali? Qualche prete perbene lo conosco (pochi, a dire il vero) e nessuno m’ha mai raccontato di quei soldi, ossia che glieli abbiano messi in mano per darli alla vecchietta con una pensione da terzo mondo. Ma la Chiesa – si sa – è una struttura caritatevole, in tempi passati non ha trafficato con Calvi e Sindona, in tempi recenti non ha lavorato con preti poi finiti in arresto (1) e non fa traffici strani? (2)
Non è forse vero che, a Roma, tutti i conventi e conventicole fanno gli albergatori in nero? Mio padre rimase stupito quando, alla reception, comunicatoci il conto, tirò fuori qualche biglietto da cento euro e la suorina sudamericana...se li ficcò nel reggipetto! Poi, ci chiese se volevamo andare a messa: comincia fra dieci minuti. Mio padre (cattolico convinto e molto devoto) si ricordò che, quell’abitudine, era lo standard delle case chiuse e ne rimase un po’ stupito. Ah: di ricevute, manco l’ombra.

Allora, gente: vendetevi qualche migliaio di proprietà immobiliari che avete in giro per la penisola, poi fate tutta la beneficenza che desiderate, come recita il Vangelo. A Genova dicono: “E’ facile fare il buliccio con il culo degli altri”.

La famiglia dell’8 per mille è cresciuta, ma bisognava spaziare oltre, fuori dalle religioni, verso la “religione profana” dei nostri tempi: la scienza. E così è stato tutto un fiorire di ONG, ONLUS e compagnia cantante – qualcuna rispettabile, altre meno, alle quali si sono aggiunti i comuni ed il Ministero dei Beni Culturali, che volete...  – che si dividono il 5 x mille. Da ultimo – la vergogna non la conoscono proprio – i politici hanno ottenuto il 2 per mille (ma vedrete che crescerà, crescerà...) per i loro bisognini.

In tutto fa il 15 x 1000, ossia l’1,5% del reddito degli italiani che svolgono attività o le hanno svolte (pensionati). Quanto fa?

Per la platea ci sono dati abbastanza credibili: 38 milioni e 300mila circa, suddivisi in 22,5 milioni di lavoratori ed in 15,8 milioni di pensionati. Il reddito? Questo è più difficile, potremo solo dare cifre “di grandezza” poiché non abbiamo la voglia ed il tempo per un’analisi più accurata, che – d’altro canto – lascerebbe il tempo che trova: non è qualche decimale in più od in meno a fare la differenza.
Io, che come pensionato percepisco fra i 1500 ed i 2000 euro il mese (una retribuzione media, se consideriamo anche gli alti redditi), pagherò (sul lordo) una cifra intorno ai 400 euro l’anno: non sono proprio “spiccioli” come vogliono far credere.
Gli italiani, per il “15 x mille”, tireranno fuori una cifra dell’ordine di 15 miliardi e mezzo: proprio oggi, il “Fatto Quotidiano” comunica che – intorno all’EXPO – sono “girati” 24 miliardi di tangenti. Sarà vero? Non lo so.

C’è poi l’altro capitolo, che inizia a Febbraio e termina a Novembre: le addizionali per gli Enti Locali, Comuni e Regioni: le Province (abolite?) prendevano soldi dalla RCA dell’auto e da altri cespiti. Quando saranno completamente estinte, chi si aggiudicherà quei soldi?

In questo caso, si deve distinguere fra lavoratori e pensionati: un lavoratore versa di più, un pensionato circa la metà. Quanto fa?

Se considero mensilmente quanto pagavo quando insegnavo (60 euro circa) ed oggi (35 euro circa), viene fuori che i lavoratori pagano circa 13,5 miliardi ed i pensionati 5 miliardi e mezzo: totale, 19 miliardi tondi tondi, per foraggiare le Regioni più tangentare d’Europa ed i Comuni i quali, quando sono grandi (vedi Roma), non scherzano proprio.

In totale, cari italiani, nelle pieghe dei bilanci vi hanno occultato due tasse per complessivi 35 miliardi di euro annui, un gettito che si perde in mille rivoli e che può alimentare ogni genere di camarilla. E, oltretutto, una cifra di tutto rispetto: tanto per capirci, per il programma F-35 la spesa prevista è di 13 miliardi.

Eppure, nessuno lo dice e nessuno protesta: tutti pagano in silenzio come pagano l’abbonamento Tv e le mille altre stronzate che ci propinano.

Landini parla di “equità sociale”, ma la Camusso subito lo redarguisce: “Il sindacato non fa politica”. Ci sarebbe da ridere.
Forse, l’unica speranza per l’Italia sarebbe una formazione composta da Landini, Cremaschi, Zagrebelsky ed i suoi “costituzionalisti”, Articolo 31, Don Ciotti e pochi altri. Ci credete che lo faranno? Io poco.


04 marzo 2015

Guerre e stati sociali







“Ogni riga di ogni lavoro serio che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io.”
George Orwell (Eric Arthur Blair)

Fra poche settimane (l’Italia entrò nella 1GM il 24 Maggio del 1915, saranno dunque cent’anni esatti) scatterà l’ambaradan mediatico ed istituzionale delle celebrazioni e dell’orgoglio nazionale. Sinceramente, non comprendo cosa ci sia d’eroico da ricordare se non il grande sacrificio umano, una pura questione di pietas – sia chiaro – che nulla ha a che vedere col trionfalismo altezzoso che ci ammansiranno da ogni parte. Dagli Stati Maggiori ai partiti politici.

Due dati, solo per capire la tragedia: circa 17 milioni di morti (militari + civili), decine di milioni di tonnellate di navi affondate, alcune regioni europee (Mosella, Saarland, Alsazia, Veneto e Friuli, ecc.) distrutte, una crisi economica (e politica) che colpì chi aveva perso (Germania/Weimar, Impero Asburgico/Austria e Impero Ottomano/Turchia moderna) e chi aveva vinto (l’enorme debito inglese nei confronti dei banchieri, che iniziò ad estinguersi solo intorno al 1935, quando bisognò iniziare di nuovo). Insomma, il solito grande affare per i capitalisti e le consuete disgrazie per la povera gente.

Gli storici affermano che, fra cent’anni, le due guerre mondiali saranno raggruppate in una sola “in due atti” – e ne conveniamo – però, come “contemporaneo” (un po’ datato!), non posso esimermi dal sentire quella guerra ancora dietro l’angolo, grazie alle narrazioni di mio nonno e di mia nonna, che mi raccontarono – viva voce – la “rivolta del pane” di Torino nel 1917 ed i torbidi che seguirono quelle vicende, oppure lo sbarco dai treni dei feriti a Reggio Emilia, coi lamenti e le imprecazioni contro Re, Preti ed Imperatori.
L’unica cosa saggia da fare – invece di spendere inutilmente soldi in parate e “rievocazioni” – sarebbe raccogliersi in preghiera (ognuno s’inventi la sua, secondo quel che crede) in un luogo per noi prezioso – un Heimat, come dicono i tedeschi – e piangere per quella povera gente, preda dell’ingordigia di governanti e finanzieri dell’epoca, invitati forzati ad un sabba di sangue, accompagnato da tutte le benedizioni possibili dei cardinali e dei cappellani militari.
Finis della breve trattazione storica, forzatamente incompleta e carente.

Ciò che ci domandavamo, era un quesito che spesso viene ignorato: ossia, quanto conta la fedeltà di un popolo allo scoppiare di una guerra? Quanto si sente “partecipe”? Qual è la “Patria” che sente dentro di sé?

Per prima cosa andiamo a vedere come mai, in Gran Bretagna – ad esempio – la gente s’offriva volontaria per le operazioni di ricerca e disinnesco delle bombe tedesche inesplose: Giorgio VI in persona chiese che a dirigere quelle squadre – composte di 4 persone – fosse un nobile. Le offerte non smisero mai d’arrivare. Ah, dimenticavo un particolare: la vita media di quelle squadre era di circa quattro giorni.
In Germania, invece – pur non sottovalutando l’apporto della Hitlerjugend nella FLAK, la contraerea (ma erano giovani, non dimentichiamolo! Ci andò anche Ratzinger...) – non vi furono movimenti collettivi di supporto, perché tutto doveva essere regolato dall’alto, dai comandi e dal partito nazionalsocialista. Questo quadro di passività della popolazione traspare e spicca dalle pagine di Jörg Friedrich nel suo “La Germania bombardata” (Der Brand, 2002) edito in Italia da Mondadori nel 2004.

Un primo aiuto ci giunge da Richard Titmuss, creatore dello stato sociale inglese del dopoguerra, dunque da un economista – anzi, un politico autodidatta in economia:

“La Guerra non poteva essere vinta a meno che milioni di persone comuni, in Gran Bretagna e al di là della Manica, si convincessero che noi avevamo da offrire qualcosa di meglio del nemico, non solo durante ma anche dopo la guerra”.

Quel “al di là della Manica” fa pensare che la guerra, in realtà, fu tra Germania ed Impero Britannico e gli inglesi seppero coinvolgere gli abitanti dei dominions – indiani, sudafricani, neozelandesi, ecc – in modo impeccabile e coinvolgente. Non vi furono episodi di diserzione – a parte alcuni indiani, presi prigionieri in Africa dai tedeschi ed inglobati in una compagnia dell’Afrika Korp, subito ripresi e fucilati all’istante.  Eppur esistettero, in quei Paesi, movimenti di liberazione (pensiamo a Gandhi) che sarebbero sfociati, nel dopoguerra, nel famoso Suez Act, ossia il ritiro ad Ovest di Suez di tutti i militari britannici (e, soprattutto, della Marina che regnava in quei mari da tre secoli).

Chi erano, dunque, gli inglesi – tanto per citare un esempio – che raccolsero a decine di migliaia i prigionieri italiani (soprattutto) e tedeschi all’indomani di El-Alamein?

Vale la pena d’attingere ad un ricordo personale, ad un racconto in prima persona di chi c’era.
Di là della caciara retorica nazionale, sembrava d’essere in centro a Milano il giorno di S. Ambrogio – raccontava la mia fonte – tanto era il frastuono ed il casino di migliaia d’italiani, colonne di uomini che parevano sbucare dalle sabbie, che correvano ad arrendersi. Erano già disarmati: avevano abbandonato tutto fra le sabbie.
Gli inglesi, appollaiati su qualche raro Bren Gun Carrier, sorridevano fra il divertito e lo stupito da tanto andirivieni e, riavutisi dalla sorpresa iniziale, capirono che bisognava radunare ed organizzare quella marea di uomini tornati ragazzi che chiedevano acqua e una sigaretta: per gli italiani – gli straccioni della guerra tedesca – era finita: basta, si tornerà a casa, fine della fame fra le sabbie africane.
Solo ad un reparto di Camicie Nere – arresosi fra i primi – fu riservato un trattamento più “duro”: furono fatti passare fra due ali di soldati che li presero a calcinculo. Non una violenza: un dileggio. Altro che “l’onore delle armi” chiesto da Sordi a David Niven ne Il mio nemico!

La mia fonte – io scrivo, ma è lui che parla, anche se oramai morto e sepolto – era infermiere della Sanità e fu subito condotto all’ospedale di Porto Said, perché gli infermieri scarseggiavano. Finita la guerra, fu chiamato dal medico del reparto “I’m sorry...non posso lasciarti andare, troppo lavoro...” così rimase a Porto Said fino al 1947, ma dal mese successivo iniziarono a pagargli lo stipendio di un infermiere civile.
Torniamo alla domanda iniziale: chi erano quegli inglesi?

Agricoltori delle Midlands, minatori gallesi, operai di Manchester, portuali di Liverpool, braccianti scozzesi, pescatori delle Orcadi...oltre ai neozelandesi, agli indiani, ai sudafricani...
Perché erano così dignitosamente diversi dagli scugnizzi italiani che s’arrendevano? Eppure, le loro brave batoste le avevano prese anche loro in Africa Settentrionale. Ce lo racconta una fonte eccezionale: George Orwell.

Oh certo, lo conosciamo per la Fattoria degli animali e per 1984...ma forse non tutti hanno letto le sue opere cosiddette “minori”.
Alla metà degli Anni 30, Orwell fu incaricato dal Left Book Club (un'associazione culturale filo-socialista) di redigere un rapporto sulla vita nelle aree minerarie del Nord, nell’area di Sheffield: partì per il Nord e ne uscì un libro, La Strada di Wigan Pier, che non è una meraviglia di racconto, perché nasce come saggio o “rapporto” ed è, forzatamente, intriso di cifre, interviste, sillogismi politici.
E’, però, straordinariamente utile per capire l’atteggiamento della Gran Bretagna imperiale nei confronti della disoccupazione (anch’essi patirono il 1929) e della miseria in genere.
Una Gran Bretagna che non lesinava un sussidio di disoccupazione universale, senza troppe limitazioni, che faceva imbestialire i conservatori dell’epoca i quali non si risparmiavano frasi del tipo “A che serve mantenere tutta quella marmaglia...” oppure il classico “Mangiapane a tradimento!”. In pratica, il Fornero-verbo.

Orwell racconta che un minatore – che faceva una vita da bestia, non dimentichiamolo, perché le gallerie raramente superavano il metro e mezzo – guadagnava una cifra fra le 110 e le 140 sterline annue, per un servizio di sette ore e mezza il giorno.
L’assegno di disoccupazione – che non aveva limiti di tempo – era di poco più di una sterlina la settimana, ossia circa 60 sterline l’anno le quali – Orwell riporta conteggi precisi sui costi di farina, pancetta, ecc – garantivano la pura sopravvivenza, niente di più. Al punto – fa notare – che chi fumava aveva delle grosse difficoltà.
Non c’erano limitazioni di sorta per ricevere l’assegno, perché bastava dimostrare di non avere lavoro; c’era però una sorta “d’ispettorato”: se venivi scoperto a fare un secondo lavoro – anche modesto, bagnare l’orto del vicino ad esempio – avevi dei guai e rischiavi di perdere tutto.

Se noi tentiamo un parallelo (impossibile per il “paniere” d’acquisto) con le condizioni attuali, notiamo però che l’assegno di disoccupazione (consegnato al capofamiglia) era circa la metà di un salario. Se consideriamo un salario fra i 1.500 ed i 2.000 euro il mese, oggi, ne uscirebbe un assegno di disoccupazione di circa 750-1000 euro il mese. Uno sforzo economico notevole per la Gran Bretagna, con precise motivazioni politiche:

“Sicurezza sociale indica l’impegno da parte delle autorità pubbliche per garantire a tutti un reddito minimo di sopravvivenza e per combattere cinque grandi «giganti» cattivi, che minacciano la dignità dei cittadini: la miseria, la malattia, l’ignoranza, il degrado provocato da abitazioni malsane e l’ozio connesso alla disoccupazione e alla dipendenza.” (1)

Si noti che la “dipendenza” – l’ultimo dei “giganti cattivi” – era la possibilità di ricatto che potesse giungere da qualsiasi parte: il disoccupato non cessava d’essere un uomo libero e dignitoso. Quasi un reddito di cittadinanza ante-litteram.
Il risultato?

La sopravvivenza della Gran Bretagna si vide nei tristi giorni dell’assalto aereo tedesco, quando un popolo dignitoso e preciso accettò di buon grado i “consigli” delle autorità, che non furono mai “ordini”. Tutto fu diretto alla produzione di Spitfire, e la popolazione reagì compostamente e con un senso del sacrificio inappuntabile. Uno Stato che dà, può anche (e liberamente) chiedere: uno stato che impone, dovrà sempre mantenere la forza come deterrente per imporre.

Al punto che Karl Doenitz – Comandante in Capo della Kriegsmarine e successore di Hitler per poche settimane – ammise, in un’intervista (2):

D) Ha mai pensato alla possibilità di uno sbarco in Inghilterra?

R) «Non credo, e non credevo, che avremmo potuto farcela, perché le nostre truppe avrebbero avuto bisogno di continui rifornimenti, e la Royal Air Force era abbastanza potente per mandare a monte le nostre operazioni».

In definitiva, gli inglesi videro bene: una popolazione, nei limiti del sopportabile, accetta sacrifici perché sa che, il medesimo Stato, li terrà seriamente in considerazione e non lascerà nessuno fuori, al gelo.
Un’ultima osservazione – che propone proprio Orwell – riguarda la produzione bellica: negli anni ’30 – quando vigevano le norme sulla disoccupazione da lui descritte – il Governo era conscio che la disoccupazione era endemica e provocata dallo sconquasso del 1929. Sapeva anche, però, che la piena occupazione sarebbe stata facilmente raggiunta in caso di guerra, con l’aumento della produzione (e del debito, aggiungiamo noi) e le conseguente economia di guerra.

La domanda da porsi è: come ci sarebbero giunti senza quei sostegni al reddito? La risposta la fornisce Orwell stesso: quando i conservatori si lamentavano degli esborsi per pagare gli assegni di disoccupazione, il Governo rispondeva che, se preferivano, s’annullava tutto. Poi, a vedersela con la gente affamata...chi ci andava? Forse i nobili stessi, in divisa da caccia alla volpe?
Una nazione che ha vissuto una rivoluzione durata un secolo, dove caddero persino le teste dei regnanti, sa bene cosa comporta il rischio e prende gli adeguati provvedimenti.

Come si comportarono, invece, Germania ed Italia?
Lo stato sociale, nei due Paesi, fu diverso: basato sulla genetica in Italia, con molti aspetti eugenetici in Germania. In Italia non vi furono episodi come la “Notte dei Cristalli” – che preparava il passaggio in serie Z dei commercianti ebrei – se non dopo le leggi razziali del ’38 ed in modo molto blando. Lo stesso giorno nel quale firmò le leggi razziali, Mussolini promosse a Generale di Divisione il Generale Levi. Il che, è tutto dire.

In Germania si puntò sulla piena occupazione, la quale aveva dei prodromi: la nazionalizzazione della Banca Centrale tedesca e, appunto, un’economia di guerra in tempo di pace, che non poteva non sfociare in una guerra vera: come andò a finire, lo sappiamo.
I tedeschi puntarono sempre alla difesa della razza ariana, non a quella della popolazione tedesca, fino a giungere ai Lebensborn dell’ultimo periodo. In ogni modo, il concetto è ben spiegato nel libro di Götz Aly, Lo Stato sociale di Hitler. Rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo, edito in Italia da Einaudi.
L’Italia, Paese più povero, puntò sulla genetica:

“Dato non fondamentale ma pregiudiziale della potenza politica, e quindi economica e morale delle nazioni, è la loro potenza demografica. (…) L’Italia, per contare qualcosa, deve affacciarsi sulla soglia della seconda metà di questo secolo con una popolazione non inferiore ai 60 milioni di abitanti.” (dal cosiddetto “Discorso dell’Ascensione” di Benito Mussolini).

In pratica, contava il numero: dobbiamo riconoscere che, in quegli anni, un po’ ovunque il numero era sinonimo di potenza, poiché la concezione dell’esercito napoleonico tardava a scomparire.
Il problema, però, è un altro: una volta raggiunto il “numero” – e allora vanno benissimo le opere a favore dell’infanzia, i consultori, ecc, tutte opere sociali promosse dal Fascismo – dopo, che ne facciamo? I milioni di baionette, certo, che dopo s’arrendono a decine di migliaia agli inglesi sorridendo e domandando una sigaretta. Senza il minimo problema di “onore” o di “dignità”: a me – sembravano dire – lo Stato non ha dato nulla...e adesso, che vuole? Sciuscià, eccolo da dove esce.

La testimonianza di mia madre è importante per comprendere i livelli di povertà delle campagne: la sua famiglia era una qualsiasi famiglia d’agricoltori del ferrarese. Agricoltori, non braccianti: quelli stavano peggio.
Mia madre raccontava che il suo grande divertimento era pescare: con un ago curvato, una canna di fiume ed uno spago di canapa pescava un mare di pesci gatto, anguille ed altro dal canale dietro casa.
Il problema era che la nonna – che doveva provvedere al desco di una famiglia numerosa – non aveva olio per friggerli: così, li arrostiva sulle braci del camino. Secondo problema (chi conosce la “bassa” lo sa): dove prendere la legna? Non ci sono boschi nella “bassa”.
Così, ci si doveva arrangiare bruciando residui vegetali quali la parte lignea della canapa o gli stocchi del granturco: addirittura – con grandi fatiche – gli uomini sradicavano i ceppi dei gelsi tagliati e i vecchi li riducevano a pezzetti con l’accetta. Poi, dopo tante fatiche, un po’ di polenta con un pesce arrostito, tutti i giorni.
Non c’è da meravigliarsi se – ancor prima della guerra – appena ci fu “l’odore” di un lavoro nell’industria tessile biellese, emigrarono tutti.

Oggi tutto è cambiato: non c’è odor di guerra per l’aria, anche se – lontano dall’Europa – si combatte quasi ovunque. Ma, se tocca a qualche italiano andarci, si tratta sempre e solo dei 100.000 uomini dell’esercito professionale, non i milioni di baionette che coinvolgono la popolazione (e richiedono consenso politico).
Per questa ragione Renzi, Berlusconi e tutta la baracca dei saltimbanchi parlamentari non pongono mai in primo piano il vero problema dello stato sociale e delle finanze italiane: la separazione della previdenza dall’assistenza. Tutto un solo calderone, chiamato INPS. Questo sarebbe il primo passo verso un vero stato sociale.

Il reddito di cittadinanza è un obiettivo del M5S, ma non avranno mai i numeri per approvarlo: i nostri Gauleiter potranno continuare tranquilli a regnare, ampiamente foraggiati con i nostri soldi e protetti dai due battaglioni dei “Lancieri di Montebello”, che stazionano a Roma da decenni, fissi come un pilastro di cemento.
Curioso l’aspetto del “foraggiamento”: soldi che servono soltanto a garantire e verificare gli equilibri interni del potere, non il consenso della popolazione. Oramai, a votare ci và si e no la metà degli aventi diritto e, dosando attentamente le risorse (ossia gli sprechi, le tangenti, ecc), riescono a comprare abbastanza voti.

Quando leggiamo di un finanziamento di qualche milione di euro dato alla fondazione del notabile di turno, oppure di una equivalente tangente, sono soldi che servono a comprare voti grazie alle “ricerche”, agli “studi”, alle “ricognizioni” e quant’altro (i “festival”! (3)), compiute da gente insipiente che non ha nulla da dire, che ha soltanto un voto da dare, ecco quello che conta e perché finisce per contare. Ma, ribadiamo, soltanto per sancire gli equilibri interni.

A noi, lasciano la protesta: c’imbizzarriamo come cavalli selvaggi contro l’euro, la finanza, le banche e tutto il resto – che sono soltanto strumenti del potere! – e non vediamo, ciechi come siamo diventati, che l’unica soluzione è non ascoltarli, non guardarli in Tv, non votarli, coprirli di silenzio.

Possiamo forse sgominare la massoneria internazionale che ci tiene a bacchetta, la finanza europea che ride di noi ed impone sempre nuove gabelle, il Bilderberg che, ogni anno, decide un pezzo del nostro futuro?
Gli unici che ci stanno tentando – e c’era chi credeva che Tsipras potesse risolvere tutto con un colpo di bacchetta magica...e voilà! Tutto a posto! Però, la patrimoniale sugli alti redditi l’ha messa...e da noi? – sono, appunto, i greci e gli spagnoli di Podemos, ai quali dovremmo unirci, non ai conservatori inglesi come Grillo in UE.

Non esistono altre soluzioni, credetemi, altrimenti resteremo solo dei miseri cani alla catena, che abbaiano ad una luna distante e indifferente.

16 febbraio 2015

Armiamoci e partite







Spiace dover citare se stessi, ma serve quando si deve dimostrare la linearità di un’analisi politico/strategica, ossia una tappa del proprio pensiero ed è utile per comprendere – sempre secondo l’autore che si cita – dove s’andrà a parare.
E’ il caso di “Pronto in tavola un piccolo Iraq, a due passi da Lampedusa”, del 18 Marzo 2011.

Se vorrete rivederlo, questo è il link diretto:


Se, invece, desiderate risparmiare tempo e vi fidate dell’autore della citazione (!), vi riassumo alcuni passaggi:

“Non abbiamo in gran simpatia il colonnello libico, anzi, però l’esperienza insegna che nessuna delle avventure di “democrazia” occidentali ha regalato qualcosa di meglio ai Paesi “liberati”. Qualcuno se la sente d’affermare che, il “dopo Ghaddafi”, sarà meglio del prima? Come doveva essere il “dopo Saddam”?
...
Ma, ancora una volta, la democrazia deve essere esportata: USA, Francia e Gran Bretagna in testa. I soliti: quelli che ressero, per secoli, i traffici dei negrieri.”

Oggi si parla apertamente di guerra in Libia: la “Quarta sponda” di mussoliniana memoria torna a far parlare di sé. E tutti d’accordo, appunto: armiamoci e partite.

Primo problema: con chi e con che cosa?
L’Esercito Italiano ha un organico complessivo di 105.000 persone: sottraete gli ufficiali superiori, gli addetti alla sanità, alle trasmissioni e tutto il resto...al cannone del Gianicolo più tutte le divise che vedete circolare per Roma con una cartella al braccio...togliete le migliaia di militari che sono in missione “di pace” all’estero e vedrete che rimane ben poco per un’avventura di simile portata. Non serve aver letto Sun-Tzu per capirlo.
Gentiloni ha parlato di 5.000 unità: ciò significa che – considerando i ricambi per tre turni (come è normale che avvenga, ma forse nemmeno la Pinotti lo sa) – vuol dire mettere in campo 15.000 uomini. Follia.
E i mezzi?

L’Italia dispone d’appena una cinquantina di elicotteri in funzione SAR (Search And Rescue), ossia quelli che dovrebbero salvare i piloti che eventualmente si catapultassero dietro le linee nemiche o, comunque, lontano dalle linee amiche. Dubito molto che esista una “cultura” del salvataggio dietro le linee nemiche, nel senso di sensori, mezzi di comunicazione inaccessibili al nemico, supporto aereo ravvicinato, commando aviotrasportati rapidissimamente, prima che quelli dell’ISIS ci catturino un pilota e lo passino sulla graticola.

Si può evitare la guerra – direte voi – perché la guerra non ha mai portato una pace vera, non ha mai risolto i problemi...sì, sì...conosciamo benissimo le argomentazioni, ma non cerchiamo di scadere (anche se ci piacerebbe) in una retorica da liceali.

Perché?
Poiché i rischi esistono e sono reali.
Sei mesi fa, Renzi fu avvertito:  

“Il primo a parlare a Renzi della Libia con toni molto allarmati era stato il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, sei mesi fa al Cairo. Ai primi di agosto il rais si rivolse a Renzi con questo argomento: «Si stanno prendendo la Libia, che vogliamo fare?»” (1)

Oggi la situazione sta precipitando e l’Egitto ha inviato i propri cacciabombardieri a bombardare l’ISIS in territorio libico, il che la dice lunga sul disastro amministrativo e militare della “quarta sponda”.
Ma c’è di più, molto di più.

A parte gli oleodotti sabotati dai guerriglieri dell’ISIS, il “Secolo XIX” riportava una notizia (2) che di per sé, in apparenza, parrebbe innocua

“Oltre a emittenti e a un ospedale, l’Isis controlla a Sirte anche altri uffici governativi tra cui quello che emette i passaporti: è quanto emerge da resoconti dell’agenzia Lana e altri media libici. Funzionari sono stati espulsi dall’ «Ufficio passaporti», scrive l’agenzia mentre altre fonti mediatiche parlano di un «Centro per l’immigrazione» precisando che era già stato preso «la settimana scorsa» per essere diviso in un «tribunale islamico» e un «collegio femminile»”

Lasciando perdere tutte le balle sui tribunali islamici e sui collegi femminili, spicca che il materiale dello Stato libico in fatto di passaporti, oggi, sia caduto nelle mani dell’ISIS. Timbri, passaporti in bianco e quant’altro.
Che ne direste se – fra qualche mese, quando nessuno più si ricorda della faccenda – si presentasse alla frontiera croata (dalla Bosnia) un distinto uomo d’affari siriano o egiziano, non importa...Mohammed e fischia...con regolare passaporto libico e visto per l’ingresso in Croazia...che succederebbe?
Probabilmente sarebbe lasciato passare (in area Shengen!), e come lui quanti altri?

Da quel momento in poi, dovremmo dare la caccia sul nostro territorio a possibili terroristi che potrebbero essere soltanto “teste di ponte dormienti”, nell’attesa di rinforzi. Fanfaluche?
Proprio ieri, una motovedetta italiana (Guardia Costiera) in servizio nel canale di Sicilia, a 50 miglia dalle coste libiche – quindi senza nessuna giustificazione giuridica (né 12 né 23 miglia nautiche) – s’è vista minacciare con i Kalashnikov da personaggi anonimi ma decisi: volevano la barca che gli italiani stavano soccorrendo. I migranti non interessavano loro: volevano la barca. Così gli italiani (che, nel Canale di Sicilia, viaggiano disarmati!) non hanno potuto far altro che eseguire. (3)
A cosa serviva la barca?

Per queste ragioni si parla oramai apertamente di guerra, solo che l’Italia sarà lasciata sola sia dai suoi evanescenti alleati europei, sia dagli ancora più distanti e menefreghisti americani. Che frega agli altri? Se la sbuccino loro, cioè noi.

Qualcosa bisogna fare, non c’è dubbio, altrimenti domani sarà solo peggio: è il momento di non ascoltare le colombe di pace, perché questi – le colombe – o paghi salato per riaverle (vedi il caso siriano) oppure le impallinano subito. Anche le nostre – le colombe per convenienza politica, come del resto i falchi – si tacciano per qualche attimo e ragionino.

Vorremmo però, prima di decidere, ascoltare qualche “sentenza” un po’ meno idiota di quella della signora Daniela Granero detta Santanché, la quale ha dato tutta la colpa a Napolitano per la folle decisione d’abbattere Gheddafi. Signora, non dubitiamo per un attimo sulla decisione di Napolitano e del Consiglio di Difesa – un lacché come quello... – però, il Presidente del Consiglio, dov’era? “Molto rabbuiato e dispiaciuto”, lei afferma.
Dovremmo ricordarle che il dovere di un capo di Governo non è dispiacersi o rabbuiarsi – sono categorie dei sentimenti, che in politica non contano nulla – ma quello di decidere. Noi ricordiamo un certo Craxi il quale, contrario alle decisioni americane, fece schierare i Carabinieri a Sigonella e la vinse.
L’errore primigenio è stato quello d’abbattere Gheddafi – l’ho sempre sostenuto – poiché (come ricordava Andreotti su Saddam Hussein) “non era il tipo col quale avrei trascorso le vacanze, ma non era né meglio né peggio di tanti altri”.

Poi, vorremmo dire quattro parole ai francesi, alla politica francese, alla strategia francese. E ci riferiamo a quel bel tipetto del magiaro divenuto francese per volere della CIA – un certo Nicolas Sarkozy (in realtà, Nicola Sarkösy de Nagy-Bocsa) – che ha intessuto più legami con i servizi USA e con le mafie di Charles Pasqua – noto malavitoso francese (contrabbandava assenzio) e suo testimone di nozze (le prime) – di un marsigliese dei bassifondi. Il ritratto che ne fa Thierry Meyssan (4) è tranchant, tanto per rimanere in lingua.

Questo per dire – cari francesi – che “l’operazione Libia” era stata studiata da una parte dell’amministrazione USA (quella degli Skull and Bones, per intenderci) e Sarkozy fu incaricato di darla a bere ai francesi i quali, fra un Pernod ed un Calvados, ingoiarono anche il tappo.
Per questa ragione sarebbe stato vantaggioso non concedere in nessun modo le nostre basi – con la scusa che eravamo stati potenza coloniale nel Paese – e smascherare così lo sporco gioco del magiaro.

Da ultimo, un caro ricordo anche per il prof. Prodi, quello che sembra un confessore pacato: una persona limpida, senza responsabilità né scheletri nell’armadio. E si confessa con il Fatto Quotidiano (5):

(D) Le cancellerie occidentali cosa dovrebbero fare in questo momento secondo lei?
 
(R) Occorre senza dubbio uno sforzo per produrre un minimo risultato nel tentativo di fare sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale.”

Fantastico: far sedere tutti attorno ad un tavolo. Come se all’ISIS importasse qualcosa.

Non è, per caso, che lei si senta – solo qualche volta, per carità – un poco responsabile per questa Unione Europea egoista e menefreghista che lei ha dato una grossa mano a creare, un posto dove lasciano alla fame un Paese (la Grecia) e “L’Alto rappresentante per la Politica Estera” non viene nemmeno ascoltato sulla questione ucraina?
Questa UE, nella quale i singoli Stati hanno smesso di farsi la guerra sulla Mosella soltanto perché era più redditizio combattere con le monete ed i cambi? O, meglio, con gli artifizi di bilancio, le multe e tutto il resto? Ci dica qualcosa – professore – su come immaginava la politica estera dell’Unione, ci racconti cos’ha fatto per pianificarla al meglio. L’hanno fottuto? cacciato? messo in un angolo? 
E lo dica, perdio! La smetta con questi sussurri da confessionale, faccia nomi e cognomi di quelli che contano e che l’hanno fregato...altrimenti, stia zitto!

Vuole un consiglio su come risolvere la crisi libica? Glielo do io, gratis.
Nelle carceri libiche è imprigionato, dal 2011, un certo Saif al-Islam Gheddafi, detenuto dai ribelli che lo arrestarono: è il figlio di Gheddafi, quello destinato alla successione. Parrebbe anche una persona intelligente e preparata: peccato che gli ex ribelli lo vogliano impiccare. Per quale motivo?
Per aver compiuto crimini contro l’umanità durante la guerra civile, ai danni dei cosiddetti (all’epoca) “ribelli”. I quali gli ammazzarono padre e fratelli, ma per questi poco importa: avranno dato loro, come condanna, un diploma di benemerenza.
C’è anche una richiesta del Tribunale dell’Aia per il giovane Gheddafi, per lo stesso reato.

Consiglio: estradatelo all’Aia e poi assolvetelo. Dopodichè, rimandatelo in Libia con consistente appoggio militare e vedrete che, in un paio d’anni, tutto tornerà tranquillo: petrolio (suddiviso col manuale Cencelli), ISIS (distrutta) e migranti (calmierati).

Altrimenti, smettiamo d’ascoltare queste Cassandre e prepariamoci al peggio.






03 febbraio 2015

Mail inviata ai fuorusciti dal M5S






Mi rivolgo a voi che avete avuto il coraggio di lasciare il M5S (e chiedo gentilmente che facciate girare la mail fra di voi se ho dimenticato qualcuno), quella che doveva essere la “speranza” italiana: sorrido – ovviamente – di questa definizione, anche se a voi, comprendo, sarà costata parecchia sofferenza.
Sono Carlo Bertani – cercate sul web – scrittore ed ex insegnante: ai primi tempi dell’esperienza del MS5 ho dato anch’io una mano, perché speravo che Grillo abbandonasse l’edonismo sfrenato che lo ha accompagnato per tutta la sua vita professionale. Non è stato così: da un giorno all’altro – prima pubblicavano i miei articoli sul blog – ha scatenato le orde dell’ostracismo. Avevo, probabilmente, toccato qualche nervo scoperto. Pazienza.
Giorni fa sono stato contattato da un certo Gianni Girotto del M5S: gli ho inviato un piano energetico nazionale per raggiungere l’80% del fabbisogno con fonti rinnovabili. L’avrà letto? Tutto tace: l’ho fatto solo per gentilezza (non trovi ad ogni angolo gente che t’invia piani energetici nazionali che non siano ciofeche o sogni ad occhi aperti), ma non mi aspetto più nulla dal movimento: è superato e finito politicamente, non ha più dignità se non quella di sbattere fuori chi non garba più al Gran Vizir di Sant’Ilario.
Lasciamo perdere il passato e veniamo al futuro, che si annuncia roseo, a parte le solite baldracche italiane.
Immagino che, oggi, vi chiederete cosa è meglio fare del vostro mandato, ora che siete liberi d’andare a parlare con chi volete e dove credete meglio, senza temere che il vicino, come sulle piazze greche di un tempo, vi consegni la famosa “ostrica”.
Eppure la strada mi sembra sgombra: ad Est ed a Ovest s’annunciano brutte sorprese per l’Europa dei banchieri, e tira proprio una brutta aria da quelle parti.
Tsipras ha vinto – nonostante tutta la disinformatia della stampa di regime sta lavorando bene, sta tessendo la sua trama per inchiodare l’UE sul fronte della politica estera (leggi: Ucraina) – mentre in Spagna Podemos è accreditata di un buon successo elettorale, addirittura il primo partito, afferma El-Pais.
Tutto ciò intristisce il cuore, pensando alle occasioni perdute col M5S, ma non fa nulla: voi avete la grande occasione di fondare un partito che sia il necessario trait d’union fra l’Est e l’Ovest, quel partito che tutti credevamo potesse essere il M5S.
Siete parlamentari, perdio!
Avete la grande occasione di fondare un nuovo partito senza tutti i bastoni fra le ruote dei cittadini! A voi, basta registrare il simbolo e i nomi (le firme sono pochissime)! Non importa se, in questa legislatura, non raggiungerete i “numeri” per fare un gruppo parlamentare, se ci riuscite è meglio, ma non c’è da strapparsi le vesti se accade altrimenti. Un nuovo partito, sarebbe la miglior risposta per Grillo ed i suoi tirapiedi.
Osservate cosa non ha combinato quel gran baldraccone di Corrado Passera!
Non importa se in Italia esiste già qualcuno che s’è attaccato al “carro” Tsipras: rammentiamo che sono persone per bene (alcune) – Viale e Camilleri, ad esempio – ma la situazione è fluida e non c’è solo Tsipras, c’è anche la Spagna.
Un nuovo partito dovrebbe – a mio avviso – richiamare nel nome l’esperienza greca e spagnola – del tipo “Rinascita, ora possiamo” – ma non è detto che sia il migliore. Ogni volta che ho pubblicato un libro l’editore mi ha cambiato il titolo!
Ad ogni modo, se cercate un futuro politico, questo è il più avvincente e produttivo per il Paese.
Questa mail verrà pubblicata sul mio blog, http://carlobertani.blogspot.it/
Saluti ed auguri
Carlo Bertani 

30 gennaio 2015

Memento homo...







La casa natale di Pertini (oggi non più tanto "bella")

Oggi è venuta a trovarci la zia, che ha quasi novant’anni ma è arzilla: spesso attraversa la strada all’ora del caffè, s’accomoda in poltrona e, mentre aspetta la tazzina fumante, ricorda e racconta. Perché la zia è nata a Stella, il paese di Pertini, come tutta la famiglia di mia moglie.
Io stesso abitai a Stella in anni lontani: proprio nel 1978 quando – caracollava fra le colline ed i passi – la vecchia Millecento del Comune, quella con gli altoparlanti che udii strombazzare per monti e valli: “Il compagno Sandro Pertini, nostro concittadino, è stato eletto alla Presidenza della Repubblica, il compagno...”. Già: all’epoca, anche i socialisti si chiamavano ancora “compagni”.

Ma la zia racconta un’altra storia: quando, giovanetta, usciva dalla scuola elementare e la mamma andava ancora a prenderla, perché era piccola e bisognava attraversare la strada. Vicino alla scuola, sorgeva una bella casa e, spesso, si vedeva una bella signora con cappello e veletta: talvolta, però, la signora piangeva e s’asciugava le lacrime col fazzolettino.
Ovvio che la zia, piccina, domandò il perché del comportamento e la madre rispose “Eh, perché i suoi figli si fanno la guerra...” La piccola poco comprese, ma fu d’accordo nel pensare che – se due figli si fanno la guerra – la mamma piange. E cosa dovrebbe fare?
Era la versione “edulcorata” dell’eterno conflitto fra Sandro ed il fratello Giuseppe (detto “Pippo”) il quale era fascista e podestà fascista di Stella. Qui – come sempre nelle ricostruzioni postume – le versioni storiche divergono: le destre affermano che Pippo salvò molte volte Sandro dalle sue “intemperanze” politiche, le sinistre ricordano che fu proprio Pippo a denunciarlo. Chi la racconta giusta? Mah...

Come per tanti altri casi – la vicenda Valenti/Ferida, per esempio – si va ad esplorare con la mentalità odierna storie insanguinate dell’epoca, dolori d’entrambe le parti, presumendo di poter pesare il piombo con il bilancino del farmacista e, con questi mezzi, ordire il tessuto della politica. E qui la chiudo, non prima d’aver ricordato che grazie a queste “abitudini” abbiamo allungato la scia di sangue per mezzo secolo e non abbiamo una storiografia accettata, sia per la politica nazionale e sia per la politica estera.

E la zia continua: la famiglia di Pertini era benestante, proprietari terrieri, ma il padre aveva il vizio del tavolo verde...così la moglie, donna energica e risoluta, ordinò il trasferimento della famiglia nella natia Stella, giacché vivere a Savona era troppo “pericoloso” per le finanze familiari. Storie d’altri tempi, di quando le donne portavano la veletta, gli uomini fumavano il sigaro, si sfidavano a duello e perdevano fortune senza battere ciglio.

L’ultimo ricordo è del Pertini Presidente: a tutti i costi, volle – sua sponte – far avere un finanziamento al sindaco del suo amato borgo per costruire un ponte, giacché una parte del paese era obbligata ad attraversare il fiume mediante un guado, ancora nel 1980. Il finanziamento giunse, ma il ponte mai si vide: Pertini se lo legò al dito e, nell’occasione di una visita a Stella – di fronte a tutte le autorità convenute – quando il sindaco gli tese la mano, ritirò la sua.
Qui si fermano i ricordi della zia, anche perché deve scappare: è tardi ed il sole inizia la parabola discendente che lo porterà presto a coricarsi dietro le colline di ponente, non lontano dal massiccio di Capo Noli. E non sta bene fermarsi a casa altrui quando cala la sera.

Se i ricordi della zia finiscono, iniziano i miei perché – per uno strano caso della vita – dovevo ancora incrociare quella di Pertini, seppur per interposta persona.
Nel 1980, un amico mi chiese se c’era – a Stella – un grande cascinale dove impiantare un allevamento di capre: portai il novello “caprista” – rampollo di famiglia moooolto benestante di Milano – a parlare col mio padrone di casa (musicista, e grande amico). S’accordarono per una cascina un po’ sperduta, ma grande e con molto terreno.
Si dà il caso che la mamma dell’amico fosse la sorella di Carla Voltolina, la moglie di Pertini: dunque, il Presidente era lo zio acquisito.

Quando vidi la casa mi vennero i tremiti, a pensare il cemento che sarebbe stato necessario impastare per riuscire, almeno, ad abitarci ma non erano affari miei, nel senso di “cemento mio”. E poi, come in altre case sperdute, nel 1980 non c’era ancora la corrente elettrica.
Mi venne spontaneo consigliargli, fra il lusco e il brusco: “Parlane con tuo zio...”
Così fece, durante una visita a Roma.

Pertini mantenne la promessa, ma nell’ordine di presentazione delle domande all’ENEL: le case sperdute di Stella ebbero l’allacciamento alla corrente elettrica, ma il nipote – che aveva fatto domanda per ultimo – fu l’ultimo ad avere il collegamento.
Questo era l’uomo Pertini.

Negli ultimi tempi della presidenza, tornava a Stella solo per recarsi al cimitero e non passava – come prima – dalla federazione socialista di Savona: s’era installato nel PSI un gruppo che non gli piaceva, odor di massoni, d’affari sporchi. Una notte, saltarono per aria alcune ruspe vicino ad un ponte in costruzione: nessuna vittima, ma l’avvertimento mafioso fu chiaro.
Pertini non voleva nemmeno vedere quella gente e se ne tenne alla larga, non potendo fare di più: forse si sentiva vecchio e deluso dal volgere degli anni, dal malaffare che avanzava imperterrito, dalla morale pubblica calpestata.

C’è un breve aneddoto da raccontare al riguardo: molti anni dopo Mani Pulite, i “vecchi” del PSI (pluricondannati, amnistiati, prescritti, ecc) si riunirono in un teatro cittadino per un “rendez-vous” del partito che non esisteva più, che s’era dissolto insieme ai suoi affari sporchi. Semplicemente, gli affari sporchi avevano cambiato via e gli uomini casacca.
Un amico – che riuscì a penetrare alla chetichella – assistette ad una scena gustosa: dal loggione alla platea, due uomini s’insultavano ed il primo urlava all’altro “Ladro!” ed il secondo rispondeva “Cornuto!”. Il bello – commentò – è che entrambi avevano ragione.

Ogni tanto salgo a Stella, per un motivo molto semplice: si mangia la miglior pizza dei dintorni e ho ripreso a salirci volentieri. Molto è cambiato.
Per me, tornare lassù mi rimembra persone oramai scomparse, avventure giovanili, amori, amoretti ed amorini...ed i sogni della mia gioventù.

Per altri – quelli che devono eleggere un nuovo presidente – dovrebbe “rimembrare” altro ma si sa, la virtù costa ed il vizio è gratuito. Oramai, se ricordi Pertini, qualcuno ti risponde che è stato un Presidente come gli altri un uomo “d’apparato”: se vi dovesse capitare, diffidate di quella persona, perché vuole soltanto dissipare uno dei pochi patrimoni d’onestà che l’Italia è riuscita a condurre così in alto.  
Magari lo eleggeranno “a sua insaputa”: oggi usa molto, fa fine e non impegna.

25 gennaio 2015

Il giorno dopo Tsipras...e in Italia?







Non sappiamo ancora – nel momento in cui scriviamo – se Tsipras avrà guadagnato la maggioranza assoluta del Parlamento di Atene: molto dipenderà da questo aspetto, giacché – in caso contrario – i partiti che dovranno fornire la “ciccia” per la realizzazione del programma di Tsipras avranno più armi per mercanteggiare o, peggio ancora, per vendersi ai desiderata di Berlino. Staremo a vedere.
Questo, perché il piano di Tsipras è ambizioso e, soprattutto, con un pizzico d’arroganza in politica estera:

Si parte dal capitolo per “affrontare la crisi umanitaria” dove con una spesa pubblica di 1.882 miliardi si contempla, tra le altre cose, di concedere l’elettricità gratis e sussidi per il pasto a 300mila famiglie povere, fornire 30mila appartamenti con un contributo per gli affitti, assistenza medica e farmaceutica gratis per disoccupati non assicurati oltre alla tessera speciale di trasporto pubblico.
Il secondo pilastro intende “riavviare l’economia e promuovere la giustizia sociale” con l’estinzione di obbligazioni finanziarie ai fondi statali e di sicurezza sociale in 84 rate, l’innalzamento da 5mila a 12mila euro della soglia di esenzione fiscale, l’abolizione della tassa unificata di proprietà (Enifia) sostituita da una patrimoniale sulle grandi proprietà, lo stop ai pignoramenti sulle prime case e la nascita di un ente pubblico di intermediazione per la gestione del debito privato, fino al ripristino del salario minimo di 751 euro.
Terzo pilastro è il “Piano nazionale per riconquistare l’occupazione” con un aumento di 300mila posti di lavoro in due anni e norme più stringenti in difesa dei lavoratori.
Infine il quarto obiettivo: “Trasformare il sistema politico per rafforzare la democrazia”, puntando sulle forme di democrazia diretta e sul taglio ai costi della politica e alle immunità dei parlamentari.”
Fonte: Formiche.net (http://www.formiche.net/2014/12/30/ecco-il-programma-tsipras-che-prova-piano-greco-nei-mercati/)

Di quale arroganza stiamo parlando?
Di quella che renderebbe possibile il piano: Tsipras non ha chiesto la restituzione dei danni del debito di guerra tedesco della 2° GM – ben sapendo che tutto era stato alienato con la conferenza del 1953 – e nemmeno domanda l’uscita dall’euro, perché – intelligentemente – ha compreso che non è questo il nodo del problema. Hanno problemi anche gli Stati europei dove non c’è l’euro.
Il vero problema è ribaltare il diktat imposto dai vari Schäuble (ministro tedesco delle finanze), confortato dal “nuovo corso” imposto negli ultimi tempi della reggenza Trichet, e poi magnificato da Mr. Draghi, ossia la preminenza – in affari economici (ossia, nel liberismo imperante: tutto) – dell’istituto di Francoforte sul parlamento europeo. Uno scippo di sovranità politica devastante per l’impianto dell’Europa e per la continuazione di questo esperimento che aveva, nei suoi prodromi, molti vantaggi – poi azzerati dalle lobby neoliberiste e filo-bancarie.

Tsipras ha compreso questa defaillance e la sostanziale debolezza intrinseca nello scippo istituzionale commesso da Trichet; per questa ragione affonda il coltello nella piaga e chiede: se nel 1953 ci fu una conferenza internazionale per salvare la Germania dal suo apocalittico debito di guerra (che l’avrebbe riportata nella situazione del 1919, con in aggiunta l’Orso Sovietico in agguato), perché oggi non fare lo stesso con la Grecia e con gli altri Paesi in difficoltà?

E’ chiaro che in politica estera non contano le richieste, ma il realismo (nel 1953, era scontata la scelta messa in atto nei confronti della Germania): una nuova forma di realismo politico, però, ci porta verso Madrid – l’altra sponda per Tsipras – dove Podemos ha tutta l’aria d’essere una formazione in crescita e di voler mettere in difficoltà l’establishment (internazionale) con richieste sensate e, soprattutto, inconfutabili sotto l’aspetto della legalità e della democrazia. E di poterle appoggiare, in futuro, con ampi consensi popolari.

E l’Italia?
Cari amici: purtroppo, il gioco internazionale ha vinto in Italia, e siamo sotto scacco.
C’era il rischio che l’Italia divenisse il centro di questo asse dell’Europa del Sud – che ha molte frecce al suo arco, ad iniziare dai porti ai quali la Cina ambisce (la vicenda Pireo: ricordate?) – e invece...invece gli USA hanno approvato il “piano Grillo” – cosa ti ha detto Spogli, Beppe? Raccontacelo, invece di sparare cazzate ed espulsioni – e anche il metodo, se ci pensate bene, è stato frutto di un’imbeccata.

Grillo poteva essere il depositario di un movimento anti-europeo (nei fondamenti, non nelle sovrastrutture)?
Mai.
Perché?

Poiché Grillo non ha scelto l’analisi politica e storica per gettare le basi del suo movimento, bensì ha cercato di creare surrettiziamente una base che tutto conteneva, un partito interclassista basato sullo schema della vecchia DC. Un posto dove c’era tutto ed il contrario di tutto, la beneficenza pietosa, l’idiosincrasia per l’immigrazione, l’odio verso l’euro – ritenuto cagione di tutti i mali lui stesso, non le regole che lo hanno creato e che gli stanno intorno – ma ha dimenticato che l’interclassismo regge solo sulla base di superiori ideologie, ad esempio – per la DC – il cattolicesimo.
Così, si è trovato come compagni di strada Farage e Salvini: contento lui...ma quel partito interclassista è una ciofeca poiché non ha base ideologica. Né a destra e né a sinistra, e finirà con l’eterno 20% (finché durerà...), altro che il 51%!
Intendiamoci bene: qui non si parla delle attuali destre e sinistre – né Le Pen e nemmeno Vendola & compagnia cantante – ma di quel progredire delle idee che – solo – era in grado di mostrare una via d’uscita. Il quale, paradossalmente, giunge dalla più antica nazione europea, dove tutto è nato: proprio dalla Grecia.

Come italiani, siamo oramai abituati ai politici-barzelletta, agli statisti-barzelletta, ai pensatori-barzelletta e non riusciamo più nemmeno ad immaginare che ancora possa esistere chi crea cultura, chi crea le basi per un futuro pensiero, per un’ideologia che ci privi delle prigioni delle passate ideologie. Un Latouche od un de Benoist, ad esempio.
Per questa ragione l’Italia brilla per la sua assenza: da noi, non esiste nulla di paragonabile a Syriza od a Podemos!

I nostri politici, quando avranno terminato di recitare la loro parte sul proscenio del Bagaglino/Politica attiva, andranno tutti all’Isola dei Famosi. Probabilmente anche Grillo è già prenotato: triste fine per un Paese che credeva d’essere l’ago della bilancia del Sud Europa, ed è finito invece per essere solo l’ago nelle vene di un povero demente anziano colpito da Alzheimer. L’Alzheimer della politica e della Storia.