16 febbraio 2015

Armiamoci e partite







Spiace dover citare se stessi, ma serve quando si deve dimostrare la linearità di un’analisi politico/strategica, ossia una tappa del proprio pensiero ed è utile per comprendere – sempre secondo l’autore che si cita – dove s’andrà a parare.
E’ il caso di “Pronto in tavola un piccolo Iraq, a due passi da Lampedusa”, del 18 Marzo 2011.

Se vorrete rivederlo, questo è il link diretto:


Se, invece, desiderate risparmiare tempo e vi fidate dell’autore della citazione (!), vi riassumo alcuni passaggi:

“Non abbiamo in gran simpatia il colonnello libico, anzi, però l’esperienza insegna che nessuna delle avventure di “democrazia” occidentali ha regalato qualcosa di meglio ai Paesi “liberati”. Qualcuno se la sente d’affermare che, il “dopo Ghaddafi”, sarà meglio del prima? Come doveva essere il “dopo Saddam”?
...
Ma, ancora una volta, la democrazia deve essere esportata: USA, Francia e Gran Bretagna in testa. I soliti: quelli che ressero, per secoli, i traffici dei negrieri.”

Oggi si parla apertamente di guerra in Libia: la “Quarta sponda” di mussoliniana memoria torna a far parlare di sé. E tutti d’accordo, appunto: armiamoci e partite.

Primo problema: con chi e con che cosa?
L’Esercito Italiano ha un organico complessivo di 105.000 persone: sottraete gli ufficiali superiori, gli addetti alla sanità, alle trasmissioni e tutto il resto...al cannone del Gianicolo più tutte le divise che vedete circolare per Roma con una cartella al braccio...togliete le migliaia di militari che sono in missione “di pace” all’estero e vedrete che rimane ben poco per un’avventura di simile portata. Non serve aver letto Sun-Tzu per capirlo.
Gentiloni ha parlato di 5.000 unità: ciò significa che – considerando i ricambi per tre turni (come è normale che avvenga, ma forse nemmeno la Pinotti lo sa) – vuol dire mettere in campo 15.000 uomini. Follia.
E i mezzi?

L’Italia dispone d’appena una cinquantina di elicotteri in funzione SAR (Search And Rescue), ossia quelli che dovrebbero salvare i piloti che eventualmente si catapultassero dietro le linee nemiche o, comunque, lontano dalle linee amiche. Dubito molto che esista una “cultura” del salvataggio dietro le linee nemiche, nel senso di sensori, mezzi di comunicazione inaccessibili al nemico, supporto aereo ravvicinato, commando aviotrasportati rapidissimamente, prima che quelli dell’ISIS ci catturino un pilota e lo passino sulla graticola.

Si può evitare la guerra – direte voi – perché la guerra non ha mai portato una pace vera, non ha mai risolto i problemi...sì, sì...conosciamo benissimo le argomentazioni, ma non cerchiamo di scadere (anche se ci piacerebbe) in una retorica da liceali.

Perché?
Poiché i rischi esistono e sono reali.
Sei mesi fa, Renzi fu avvertito:  

“Il primo a parlare a Renzi della Libia con toni molto allarmati era stato il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, sei mesi fa al Cairo. Ai primi di agosto il rais si rivolse a Renzi con questo argomento: «Si stanno prendendo la Libia, che vogliamo fare?»” (1)

Oggi la situazione sta precipitando e l’Egitto ha inviato i propri cacciabombardieri a bombardare l’ISIS in territorio libico, il che la dice lunga sul disastro amministrativo e militare della “quarta sponda”.
Ma c’è di più, molto di più.

A parte gli oleodotti sabotati dai guerriglieri dell’ISIS, il “Secolo XIX” riportava una notizia (2) che di per sé, in apparenza, parrebbe innocua

“Oltre a emittenti e a un ospedale, l’Isis controlla a Sirte anche altri uffici governativi tra cui quello che emette i passaporti: è quanto emerge da resoconti dell’agenzia Lana e altri media libici. Funzionari sono stati espulsi dall’ «Ufficio passaporti», scrive l’agenzia mentre altre fonti mediatiche parlano di un «Centro per l’immigrazione» precisando che era già stato preso «la settimana scorsa» per essere diviso in un «tribunale islamico» e un «collegio femminile»”

Lasciando perdere tutte le balle sui tribunali islamici e sui collegi femminili, spicca che il materiale dello Stato libico in fatto di passaporti, oggi, sia caduto nelle mani dell’ISIS. Timbri, passaporti in bianco e quant’altro.
Che ne direste se – fra qualche mese, quando nessuno più si ricorda della faccenda – si presentasse alla frontiera croata (dalla Bosnia) un distinto uomo d’affari siriano o egiziano, non importa...Mohammed e fischia...con regolare passaporto libico e visto per l’ingresso in Croazia...che succederebbe?
Probabilmente sarebbe lasciato passare (in area Shengen!), e come lui quanti altri?

Da quel momento in poi, dovremmo dare la caccia sul nostro territorio a possibili terroristi che potrebbero essere soltanto “teste di ponte dormienti”, nell’attesa di rinforzi. Fanfaluche?
Proprio ieri, una motovedetta italiana (Guardia Costiera) in servizio nel canale di Sicilia, a 50 miglia dalle coste libiche – quindi senza nessuna giustificazione giuridica (né 12 né 23 miglia nautiche) – s’è vista minacciare con i Kalashnikov da personaggi anonimi ma decisi: volevano la barca che gli italiani stavano soccorrendo. I migranti non interessavano loro: volevano la barca. Così gli italiani (che, nel Canale di Sicilia, viaggiano disarmati!) non hanno potuto far altro che eseguire. (3)
A cosa serviva la barca?

Per queste ragioni si parla oramai apertamente di guerra, solo che l’Italia sarà lasciata sola sia dai suoi evanescenti alleati europei, sia dagli ancora più distanti e menefreghisti americani. Che frega agli altri? Se la sbuccino loro, cioè noi.

Qualcosa bisogna fare, non c’è dubbio, altrimenti domani sarà solo peggio: è il momento di non ascoltare le colombe di pace, perché questi – le colombe – o paghi salato per riaverle (vedi il caso siriano) oppure le impallinano subito. Anche le nostre – le colombe per convenienza politica, come del resto i falchi – si tacciano per qualche attimo e ragionino.

Vorremmo però, prima di decidere, ascoltare qualche “sentenza” un po’ meno idiota di quella della signora Daniela Granero detta Santanché, la quale ha dato tutta la colpa a Napolitano per la folle decisione d’abbattere Gheddafi. Signora, non dubitiamo per un attimo sulla decisione di Napolitano e del Consiglio di Difesa – un lacché come quello... – però, il Presidente del Consiglio, dov’era? “Molto rabbuiato e dispiaciuto”, lei afferma.
Dovremmo ricordarle che il dovere di un capo di Governo non è dispiacersi o rabbuiarsi – sono categorie dei sentimenti, che in politica non contano nulla – ma quello di decidere. Noi ricordiamo un certo Craxi il quale, contrario alle decisioni americane, fece schierare i Carabinieri a Sigonella e la vinse.
L’errore primigenio è stato quello d’abbattere Gheddafi – l’ho sempre sostenuto – poiché (come ricordava Andreotti su Saddam Hussein) “non era il tipo col quale avrei trascorso le vacanze, ma non era né meglio né peggio di tanti altri”.

Poi, vorremmo dire quattro parole ai francesi, alla politica francese, alla strategia francese. E ci riferiamo a quel bel tipetto del magiaro divenuto francese per volere della CIA – un certo Nicolas Sarkozy (in realtà, Nicola Sarkösy de Nagy-Bocsa) – che ha intessuto più legami con i servizi USA e con le mafie di Charles Pasqua – noto malavitoso francese (contrabbandava assenzio) e suo testimone di nozze (le prime) – di un marsigliese dei bassifondi. Il ritratto che ne fa Thierry Meyssan (4) è tranchant, tanto per rimanere in lingua.

Questo per dire – cari francesi – che “l’operazione Libia” era stata studiata da una parte dell’amministrazione USA (quella degli Skull and Bones, per intenderci) e Sarkozy fu incaricato di darla a bere ai francesi i quali, fra un Pernod ed un Calvados, ingoiarono anche il tappo.
Per questa ragione sarebbe stato vantaggioso non concedere in nessun modo le nostre basi – con la scusa che eravamo stati potenza coloniale nel Paese – e smascherare così lo sporco gioco del magiaro.

Da ultimo, un caro ricordo anche per il prof. Prodi, quello che sembra un confessore pacato: una persona limpida, senza responsabilità né scheletri nell’armadio. E si confessa con il Fatto Quotidiano (5):

(D) Le cancellerie occidentali cosa dovrebbero fare in questo momento secondo lei?
 
(R) Occorre senza dubbio uno sforzo per produrre un minimo risultato nel tentativo di fare sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale.”

Fantastico: far sedere tutti attorno ad un tavolo. Come se all’ISIS importasse qualcosa.

Non è, per caso, che lei si senta – solo qualche volta, per carità – un poco responsabile per questa Unione Europea egoista e menefreghista che lei ha dato una grossa mano a creare, un posto dove lasciano alla fame un Paese (la Grecia) e “L’Alto rappresentante per la Politica Estera” non viene nemmeno ascoltato sulla questione ucraina?
Questa UE, nella quale i singoli Stati hanno smesso di farsi la guerra sulla Mosella soltanto perché era più redditizio combattere con le monete ed i cambi? O, meglio, con gli artifizi di bilancio, le multe e tutto il resto? Ci dica qualcosa – professore – su come immaginava la politica estera dell’Unione, ci racconti cos’ha fatto per pianificarla al meglio. L’hanno fottuto? cacciato? messo in un angolo? 
E lo dica, perdio! La smetta con questi sussurri da confessionale, faccia nomi e cognomi di quelli che contano e che l’hanno fregato...altrimenti, stia zitto!

Vuole un consiglio su come risolvere la crisi libica? Glielo do io, gratis.
Nelle carceri libiche è imprigionato, dal 2011, un certo Saif al-Islam Gheddafi, detenuto dai ribelli che lo arrestarono: è il figlio di Gheddafi, quello destinato alla successione. Parrebbe anche una persona intelligente e preparata: peccato che gli ex ribelli lo vogliano impiccare. Per quale motivo?
Per aver compiuto crimini contro l’umanità durante la guerra civile, ai danni dei cosiddetti (all’epoca) “ribelli”. I quali gli ammazzarono padre e fratelli, ma per questi poco importa: avranno dato loro, come condanna, un diploma di benemerenza.
C’è anche una richiesta del Tribunale dell’Aia per il giovane Gheddafi, per lo stesso reato.

Consiglio: estradatelo all’Aia e poi assolvetelo. Dopodichè, rimandatelo in Libia con consistente appoggio militare e vedrete che, in un paio d’anni, tutto tornerà tranquillo: petrolio (suddiviso col manuale Cencelli), ISIS (distrutta) e migranti (calmierati).

Altrimenti, smettiamo d’ascoltare queste Cassandre e prepariamoci al peggio.






03 febbraio 2015

Mail inviata ai fuorusciti dal M5S






Mi rivolgo a voi che avete avuto il coraggio di lasciare il M5S (e chiedo gentilmente che facciate girare la mail fra di voi se ho dimenticato qualcuno), quella che doveva essere la “speranza” italiana: sorrido – ovviamente – di questa definizione, anche se a voi, comprendo, sarà costata parecchia sofferenza.
Sono Carlo Bertani – cercate sul web – scrittore ed ex insegnante: ai primi tempi dell’esperienza del MS5 ho dato anch’io una mano, perché speravo che Grillo abbandonasse l’edonismo sfrenato che lo ha accompagnato per tutta la sua vita professionale. Non è stato così: da un giorno all’altro – prima pubblicavano i miei articoli sul blog – ha scatenato le orde dell’ostracismo. Avevo, probabilmente, toccato qualche nervo scoperto. Pazienza.
Giorni fa sono stato contattato da un certo Gianni Girotto del M5S: gli ho inviato un piano energetico nazionale per raggiungere l’80% del fabbisogno con fonti rinnovabili. L’avrà letto? Tutto tace: l’ho fatto solo per gentilezza (non trovi ad ogni angolo gente che t’invia piani energetici nazionali che non siano ciofeche o sogni ad occhi aperti), ma non mi aspetto più nulla dal movimento: è superato e finito politicamente, non ha più dignità se non quella di sbattere fuori chi non garba più al Gran Vizir di Sant’Ilario.
Lasciamo perdere il passato e veniamo al futuro, che si annuncia roseo, a parte le solite baldracche italiane.
Immagino che, oggi, vi chiederete cosa è meglio fare del vostro mandato, ora che siete liberi d’andare a parlare con chi volete e dove credete meglio, senza temere che il vicino, come sulle piazze greche di un tempo, vi consegni la famosa “ostrica”.
Eppure la strada mi sembra sgombra: ad Est ed a Ovest s’annunciano brutte sorprese per l’Europa dei banchieri, e tira proprio una brutta aria da quelle parti.
Tsipras ha vinto – nonostante tutta la disinformatia della stampa di regime sta lavorando bene, sta tessendo la sua trama per inchiodare l’UE sul fronte della politica estera (leggi: Ucraina) – mentre in Spagna Podemos è accreditata di un buon successo elettorale, addirittura il primo partito, afferma El-Pais.
Tutto ciò intristisce il cuore, pensando alle occasioni perdute col M5S, ma non fa nulla: voi avete la grande occasione di fondare un partito che sia il necessario trait d’union fra l’Est e l’Ovest, quel partito che tutti credevamo potesse essere il M5S.
Siete parlamentari, perdio!
Avete la grande occasione di fondare un nuovo partito senza tutti i bastoni fra le ruote dei cittadini! A voi, basta registrare il simbolo e i nomi (le firme sono pochissime)! Non importa se, in questa legislatura, non raggiungerete i “numeri” per fare un gruppo parlamentare, se ci riuscite è meglio, ma non c’è da strapparsi le vesti se accade altrimenti. Un nuovo partito, sarebbe la miglior risposta per Grillo ed i suoi tirapiedi.
Osservate cosa non ha combinato quel gran baldraccone di Corrado Passera!
Non importa se in Italia esiste già qualcuno che s’è attaccato al “carro” Tsipras: rammentiamo che sono persone per bene (alcune) – Viale e Camilleri, ad esempio – ma la situazione è fluida e non c’è solo Tsipras, c’è anche la Spagna.
Un nuovo partito dovrebbe – a mio avviso – richiamare nel nome l’esperienza greca e spagnola – del tipo “Rinascita, ora possiamo” – ma non è detto che sia il migliore. Ogni volta che ho pubblicato un libro l’editore mi ha cambiato il titolo!
Ad ogni modo, se cercate un futuro politico, questo è il più avvincente e produttivo per il Paese.
Questa mail verrà pubblicata sul mio blog, http://carlobertani.blogspot.it/
Saluti ed auguri
Carlo Bertani 

30 gennaio 2015

Memento homo...







La casa natale di Pertini (oggi non più tanto "bella")

Oggi è venuta a trovarci la zia, che ha quasi novant’anni ma è arzilla: spesso attraversa la strada all’ora del caffè, s’accomoda in poltrona e, mentre aspetta la tazzina fumante, ricorda e racconta. Perché la zia è nata a Stella, il paese di Pertini, come tutta la famiglia di mia moglie.
Io stesso abitai a Stella in anni lontani: proprio nel 1978 quando – caracollava fra le colline ed i passi – la vecchia Millecento del Comune, quella con gli altoparlanti che udii strombazzare per monti e valli: “Il compagno Sandro Pertini, nostro concittadino, è stato eletto alla Presidenza della Repubblica, il compagno...”. Già: all’epoca, anche i socialisti si chiamavano ancora “compagni”.

Ma la zia racconta un’altra storia: quando, giovanetta, usciva dalla scuola elementare e la mamma andava ancora a prenderla, perché era piccola e bisognava attraversare la strada. Vicino alla scuola, sorgeva una bella casa e, spesso, si vedeva una bella signora con cappello e veletta: talvolta, però, la signora piangeva e s’asciugava le lacrime col fazzolettino.
Ovvio che la zia, piccina, domandò il perché del comportamento e la madre rispose “Eh, perché i suoi figli si fanno la guerra...” La piccola poco comprese, ma fu d’accordo nel pensare che – se due figli si fanno la guerra – la mamma piange. E cosa dovrebbe fare?
Era la versione “edulcorata” dell’eterno conflitto fra Sandro ed il fratello Giuseppe (detto “Pippo”) il quale era fascista e podestà fascista di Stella. Qui – come sempre nelle ricostruzioni postume – le versioni storiche divergono: le destre affermano che Pippo salvò molte volte Sandro dalle sue “intemperanze” politiche, le sinistre ricordano che fu proprio Pippo a denunciarlo. Chi la racconta giusta? Mah...

Come per tanti altri casi – la vicenda Valenti/Ferida, per esempio – si va ad esplorare con la mentalità odierna storie insanguinate dell’epoca, dolori d’entrambe le parti, presumendo di poter pesare il piombo con il bilancino del farmacista e, con questi mezzi, ordire il tessuto della politica. E qui la chiudo, non prima d’aver ricordato che grazie a queste “abitudini” abbiamo allungato la scia di sangue per mezzo secolo e non abbiamo una storiografia accettata, sia per la politica nazionale e sia per la politica estera.

E la zia continua: la famiglia di Pertini era benestante, proprietari terrieri, ma il padre aveva il vizio del tavolo verde...così la moglie, donna energica e risoluta, ordinò il trasferimento della famiglia nella natia Stella, giacché vivere a Savona era troppo “pericoloso” per le finanze familiari. Storie d’altri tempi, di quando le donne portavano la veletta, gli uomini fumavano il sigaro, si sfidavano a duello e perdevano fortune senza battere ciglio.

L’ultimo ricordo è del Pertini Presidente: a tutti i costi, volle – sua sponte – far avere un finanziamento al sindaco del suo amato borgo per costruire un ponte, giacché una parte del paese era obbligata ad attraversare il fiume mediante un guado, ancora nel 1980. Il finanziamento giunse, ma il ponte mai si vide: Pertini se lo legò al dito e, nell’occasione di una visita a Stella – di fronte a tutte le autorità convenute – quando il sindaco gli tese la mano, ritirò la sua.
Qui si fermano i ricordi della zia, anche perché deve scappare: è tardi ed il sole inizia la parabola discendente che lo porterà presto a coricarsi dietro le colline di ponente, non lontano dal massiccio di Capo Noli. E non sta bene fermarsi a casa altrui quando cala la sera.

Se i ricordi della zia finiscono, iniziano i miei perché – per uno strano caso della vita – dovevo ancora incrociare quella di Pertini, seppur per interposta persona.
Nel 1980, un amico mi chiese se c’era – a Stella – un grande cascinale dove impiantare un allevamento di capre: portai il novello “caprista” – rampollo di famiglia moooolto benestante di Milano – a parlare col mio padrone di casa (musicista, e grande amico). S’accordarono per una cascina un po’ sperduta, ma grande e con molto terreno.
Si dà il caso che la mamma dell’amico fosse la sorella di Carla Voltolina, la moglie di Pertini: dunque, il Presidente era lo zio acquisito.

Quando vidi la casa mi vennero i tremiti, a pensare il cemento che sarebbe stato necessario impastare per riuscire, almeno, ad abitarci ma non erano affari miei, nel senso di “cemento mio”. E poi, come in altre case sperdute, nel 1980 non c’era ancora la corrente elettrica.
Mi venne spontaneo consigliargli, fra il lusco e il brusco: “Parlane con tuo zio...”
Così fece, durante una visita a Roma.

Pertini mantenne la promessa, ma nell’ordine di presentazione delle domande all’ENEL: le case sperdute di Stella ebbero l’allacciamento alla corrente elettrica, ma il nipote – che aveva fatto domanda per ultimo – fu l’ultimo ad avere il collegamento.
Questo era l’uomo Pertini.

Negli ultimi tempi della presidenza, tornava a Stella solo per recarsi al cimitero e non passava – come prima – dalla federazione socialista di Savona: s’era installato nel PSI un gruppo che non gli piaceva, odor di massoni, d’affari sporchi. Una notte, saltarono per aria alcune ruspe vicino ad un ponte in costruzione: nessuna vittima, ma l’avvertimento mafioso fu chiaro.
Pertini non voleva nemmeno vedere quella gente e se ne tenne alla larga, non potendo fare di più: forse si sentiva vecchio e deluso dal volgere degli anni, dal malaffare che avanzava imperterrito, dalla morale pubblica calpestata.

C’è un breve aneddoto da raccontare al riguardo: molti anni dopo Mani Pulite, i “vecchi” del PSI (pluricondannati, amnistiati, prescritti, ecc) si riunirono in un teatro cittadino per un “rendez-vous” del partito che non esisteva più, che s’era dissolto insieme ai suoi affari sporchi. Semplicemente, gli affari sporchi avevano cambiato via e gli uomini casacca.
Un amico – che riuscì a penetrare alla chetichella – assistette ad una scena gustosa: dal loggione alla platea, due uomini s’insultavano ed il primo urlava all’altro “Ladro!” ed il secondo rispondeva “Cornuto!”. Il bello – commentò – è che entrambi avevano ragione.

Ogni tanto salgo a Stella, per un motivo molto semplice: si mangia la miglior pizza dei dintorni e ho ripreso a salirci volentieri. Molto è cambiato.
Per me, tornare lassù mi rimembra persone oramai scomparse, avventure giovanili, amori, amoretti ed amorini...ed i sogni della mia gioventù.

Per altri – quelli che devono eleggere un nuovo presidente – dovrebbe “rimembrare” altro ma si sa, la virtù costa ed il vizio è gratuito. Oramai, se ricordi Pertini, qualcuno ti risponde che è stato un Presidente come gli altri un uomo “d’apparato”: se vi dovesse capitare, diffidate di quella persona, perché vuole soltanto dissipare uno dei pochi patrimoni d’onestà che l’Italia è riuscita a condurre così in alto.  
Magari lo eleggeranno “a sua insaputa”: oggi usa molto, fa fine e non impegna.

25 gennaio 2015

Il giorno dopo Tsipras...e in Italia?







Non sappiamo ancora – nel momento in cui scriviamo – se Tsipras avrà guadagnato la maggioranza assoluta del Parlamento di Atene: molto dipenderà da questo aspetto, giacché – in caso contrario – i partiti che dovranno fornire la “ciccia” per la realizzazione del programma di Tsipras avranno più armi per mercanteggiare o, peggio ancora, per vendersi ai desiderata di Berlino. Staremo a vedere.
Questo, perché il piano di Tsipras è ambizioso e, soprattutto, con un pizzico d’arroganza in politica estera:

Si parte dal capitolo per “affrontare la crisi umanitaria” dove con una spesa pubblica di 1.882 miliardi si contempla, tra le altre cose, di concedere l’elettricità gratis e sussidi per il pasto a 300mila famiglie povere, fornire 30mila appartamenti con un contributo per gli affitti, assistenza medica e farmaceutica gratis per disoccupati non assicurati oltre alla tessera speciale di trasporto pubblico.
Il secondo pilastro intende “riavviare l’economia e promuovere la giustizia sociale” con l’estinzione di obbligazioni finanziarie ai fondi statali e di sicurezza sociale in 84 rate, l’innalzamento da 5mila a 12mila euro della soglia di esenzione fiscale, l’abolizione della tassa unificata di proprietà (Enifia) sostituita da una patrimoniale sulle grandi proprietà, lo stop ai pignoramenti sulle prime case e la nascita di un ente pubblico di intermediazione per la gestione del debito privato, fino al ripristino del salario minimo di 751 euro.
Terzo pilastro è il “Piano nazionale per riconquistare l’occupazione” con un aumento di 300mila posti di lavoro in due anni e norme più stringenti in difesa dei lavoratori.
Infine il quarto obiettivo: “Trasformare il sistema politico per rafforzare la democrazia”, puntando sulle forme di democrazia diretta e sul taglio ai costi della politica e alle immunità dei parlamentari.”
Fonte: Formiche.net (http://www.formiche.net/2014/12/30/ecco-il-programma-tsipras-che-prova-piano-greco-nei-mercati/)

Di quale arroganza stiamo parlando?
Di quella che renderebbe possibile il piano: Tsipras non ha chiesto la restituzione dei danni del debito di guerra tedesco della 2° GM – ben sapendo che tutto era stato alienato con la conferenza del 1953 – e nemmeno domanda l’uscita dall’euro, perché – intelligentemente – ha compreso che non è questo il nodo del problema. Hanno problemi anche gli Stati europei dove non c’è l’euro.
Il vero problema è ribaltare il diktat imposto dai vari Schäuble (ministro tedesco delle finanze), confortato dal “nuovo corso” imposto negli ultimi tempi della reggenza Trichet, e poi magnificato da Mr. Draghi, ossia la preminenza – in affari economici (ossia, nel liberismo imperante: tutto) – dell’istituto di Francoforte sul parlamento europeo. Uno scippo di sovranità politica devastante per l’impianto dell’Europa e per la continuazione di questo esperimento che aveva, nei suoi prodromi, molti vantaggi – poi azzerati dalle lobby neoliberiste e filo-bancarie.

Tsipras ha compreso questa defaillance e la sostanziale debolezza intrinseca nello scippo istituzionale commesso da Trichet; per questa ragione affonda il coltello nella piaga e chiede: se nel 1953 ci fu una conferenza internazionale per salvare la Germania dal suo apocalittico debito di guerra (che l’avrebbe riportata nella situazione del 1919, con in aggiunta l’Orso Sovietico in agguato), perché oggi non fare lo stesso con la Grecia e con gli altri Paesi in difficoltà?

E’ chiaro che in politica estera non contano le richieste, ma il realismo (nel 1953, era scontata la scelta messa in atto nei confronti della Germania): una nuova forma di realismo politico, però, ci porta verso Madrid – l’altra sponda per Tsipras – dove Podemos ha tutta l’aria d’essere una formazione in crescita e di voler mettere in difficoltà l’establishment (internazionale) con richieste sensate e, soprattutto, inconfutabili sotto l’aspetto della legalità e della democrazia. E di poterle appoggiare, in futuro, con ampi consensi popolari.

E l’Italia?
Cari amici: purtroppo, il gioco internazionale ha vinto in Italia, e siamo sotto scacco.
C’era il rischio che l’Italia divenisse il centro di questo asse dell’Europa del Sud – che ha molte frecce al suo arco, ad iniziare dai porti ai quali la Cina ambisce (la vicenda Pireo: ricordate?) – e invece...invece gli USA hanno approvato il “piano Grillo” – cosa ti ha detto Spogli, Beppe? Raccontacelo, invece di sparare cazzate ed espulsioni – e anche il metodo, se ci pensate bene, è stato frutto di un’imbeccata.

Grillo poteva essere il depositario di un movimento anti-europeo (nei fondamenti, non nelle sovrastrutture)?
Mai.
Perché?

Poiché Grillo non ha scelto l’analisi politica e storica per gettare le basi del suo movimento, bensì ha cercato di creare surrettiziamente una base che tutto conteneva, un partito interclassista basato sullo schema della vecchia DC. Un posto dove c’era tutto ed il contrario di tutto, la beneficenza pietosa, l’idiosincrasia per l’immigrazione, l’odio verso l’euro – ritenuto cagione di tutti i mali lui stesso, non le regole che lo hanno creato e che gli stanno intorno – ma ha dimenticato che l’interclassismo regge solo sulla base di superiori ideologie, ad esempio – per la DC – il cattolicesimo.
Così, si è trovato come compagni di strada Farage e Salvini: contento lui...ma quel partito interclassista è una ciofeca poiché non ha base ideologica. Né a destra e né a sinistra, e finirà con l’eterno 20% (finché durerà...), altro che il 51%!
Intendiamoci bene: qui non si parla delle attuali destre e sinistre – né Le Pen e nemmeno Vendola & compagnia cantante – ma di quel progredire delle idee che – solo – era in grado di mostrare una via d’uscita. Il quale, paradossalmente, giunge dalla più antica nazione europea, dove tutto è nato: proprio dalla Grecia.

Come italiani, siamo oramai abituati ai politici-barzelletta, agli statisti-barzelletta, ai pensatori-barzelletta e non riusciamo più nemmeno ad immaginare che ancora possa esistere chi crea cultura, chi crea le basi per un futuro pensiero, per un’ideologia che ci privi delle prigioni delle passate ideologie. Un Latouche od un de Benoist, ad esempio.
Per questa ragione l’Italia brilla per la sua assenza: da noi, non esiste nulla di paragonabile a Syriza od a Podemos!

I nostri politici, quando avranno terminato di recitare la loro parte sul proscenio del Bagaglino/Politica attiva, andranno tutti all’Isola dei Famosi. Probabilmente anche Grillo è già prenotato: triste fine per un Paese che credeva d’essere l’ago della bilancia del Sud Europa, ed è finito invece per essere solo l’ago nelle vene di un povero demente anziano colpito da Alzheimer. L’Alzheimer della politica e della Storia.

19 gennaio 2015

I tre porcellini


I primi a voler salutare il presidente Napolitano, oltre all’immancabile Renzi – che è sempre dappertutto, come il prezzemolo –  sono stati Laura Boldrini, la moglie del presidente emerito Franca Ciampi e poi Walter Veltroni, Gianni ed Enrico Letta, Pier Luigi Bersani, Susanna Camusso, Roberto Speranza, Pier Ferdinando Casini, Maria Elena Boschi, Marianna Madia, Eugenio Scalfari, Mario Monti, Dario Franceschini, Umberto Ranieri, Barbara Pollastrini e Francesco D’Onofrio. Fonte: Il Fatto Quotidiano.
Gli altri seguono o seguiranno: Napolitano ha creato intorno a sé una vera e propria corte, al punto che è comprensibile che i nobili, i nobilucci ed i nobilastri non perdano l’occasione d’osannare chi tanto li ha difesi, innalzati e protetti. Noblesse oblige. D’altro canto – proprio come in una monarchia – alla morte di Napolitano i parenti riceveranno in eredità scorta, pensioni, chauffeur e quant’altro: non solo la vedova (comprensibile) ma anche il figlio primogenito (incomprensibile). Un vero Principe di Piemonte: complimenti dunque a Giovanni Napolitano (già docente universitario come il fratello Giulio, la figlia di Ciampi, ecc...poteva essere diverso?) ma non gli perdoniamo d’essersi lasciato sfuggire un fiorellino come Marianna Madia, che gli fu soffiata dal fratello Giulio. Eh, si sa...i Principi di Piemonte (la Storia insegna) non sono mai stati dei Rodolfo Valentino...

In ogni modo – visto che abbiamo parlato della “pulzella” Marianna Madia (olà, Marianne!) – è possibile saperne qualcosa di più (sul come si diventa ministro a 33 anni in era renziana, ad esempio) e questa è una vera sorpresa, perché la vicenda della Marianna è una vera e propria ciliegina sulla torta del malaffare, proprio un fiorellino che nasce su una merda della Cloaca Maxima Romana. E si sporca subito: dunque, ringraziamo Giancarlo Perna che ha veramente fatto onore al giornale che fu di Montanelli, tracciando un ritratto esilarante della jeune demoiselle, salita alle ribalte ministeriali come la petite vierge fatta persona, la vestale che si fa baccante? Mah, il suo splendido profilo greco tutto lascia pensare: leggete l’articolo, leggetelo (1).

Vi rendete conto in quale abisso siamo cascati?
Se Ciampi svendette la lira a Berlino – cosa mica da poco per un Governatore della Banca d’Italia – il Napolitaner è giunto al parossismo: il Quirinale come casa Cupiello, con tutto il rispetto per Eduardo. Ma come si fa ad imbastire una simile retata di favori parentali, di scambi e commerci di cariche, al punto che sembra d’essere a tavola da Ciro ‘e Mergellina con quattro camorristi? (2) leggete, prendete nota.

Di più: una dottoressa milanese, un medico, vuole sposarsi e non ha casa. Che si fa? Si falsificano nomi e ci s’aggrappa alla conoscenza (quella, vera) di un medico defunto grande amico di o’ Presidente. E o’ Presidente ci casca, con tutto o’ staffe, segretarie, consulent’, uaglioni vari. Così, prende il via una storia pazzesca – ma è vera! Non siamo su Scherzi a parte! E’ tutto vero! – che coinvolge Formigoni, il quale va a fare il testimone di nozze alla dottoressa ed il banchiere Bazoli, che sgancia un milione di euro perché, perché...perché al desiderio presidenziale non s’ha da opporre nessun veto, come lui stesso sostiene nella sua nota teoria del “capitalismo parentale”. Notiamo: non è più quello di Cuccia fra Agnelli e Pirelli, bensì quello di Bazoli – presidente di Intesa San Paolo – che recita “aumm’, aumm’, faciteve gli affari vostri che noi ci facciamo li nostr’”.
La dottoressa – in barba alle quattro lauree in legge della “famiglia” (Napolitano) – li ha fottuti tutti e patteggerà due reati ridicoli (tipo falsa identità e roba del genere), si terrà i due appartamenti a Milano acquistati coi soldi di Bazoli e...salutamm’ paisà!
La versione fornita è questa (3) – leggetela e datevi i pizzicotti – ma sarà quella vera? E che c’entra il Formicone? Se è vera, la dottoressa va subito nominata Ministro delle Finanze: quella fa su come delle magnolie anche i più scaltri trader internazionali! Se la versione è vera, altrimenti...

Scusate ma, a questo punto, ho una richiesta da fare. Presidente, Grande Padre (come dicono i russi, Bolshoi Babuska) mia moglie è in gramaglie! Oggi ha accompagnato il caffè mattutino sbocconcellando – come una reliquia! – l’ultimo tarallo al finocchietto che gli porta sua cugina quando, da Parigi, scende a vedere se è ancora in piedi la casa di Pozzilli. Lo conoscete, vero? Bel posto, lassù, sull’Appennino vostro...fanno certi taralli...
E facitece la grazia! Sta disgraziata deve aspettare che la cuggina scenda, e quella scenne na vota l’ann’...mannaggia la miseria...cu ‘sti taralli che finiscono e mia moglie smagrisce, avete capito? Smagrisce!
E passateci voi, perdio! Mannatece ‘o principe Giovanni – magari con la Flaminia, che dite? – ah...e chi paga, già...e mettete in conto a Bazoli! Na bbuona idea, vero?

Bello scherzare, vero? Intanto, questa gente sciagurata intasca milioni di euro a ufo, crea cooperative le quali hanno l’unico scopo d’acchiappare soldi pubblici. La amministrazioni locali si superano nello spremere il cittadino; una per tutte, l’ultima mia bolletta dell’acqua per la casa che fu di mia madre (disabitata): 1,5 euro di consumo, totale 49,50. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da incazzarci.

Oggi, Il Secolo XIX dà in omaggio...qualche calendario? Una ricettario ligure? No, la guida a tutti i pagamenti d’inizio anno. Tutto il mondo è paese? Ho concordato con il dentista una rateazione per circa 5.000 euro dei quali, il prossimo anno, mi vedrò restituire (se andrà bene) un migliaio di euro con la dichiarazione dei redditi. E chi ha scarso reddito (e quindi paga poca IRPEF, come tutti i ragazzi a 700 euro) oppure non ne ha? Va coi denti marci, finché riesce, poi spera nella Bulgaria, se tutto va bene.
In Francia, mia cugina si vede restituire immediatamente l’83% della spesa effettuata: lei tira fuori mille euro e lo Stato ne paga 4.000. Per gli stessi denti. Anche loro hanno un po’ di corruzione, certo, ma mica le varie cooperative del cemento costruiscono viadotti che s’inaugurano a Natale e crollano a Capodanno! Come? Cosa dice Renzino? Che i responsabili saranno puniti...cosa?!? Ma sono i caporioni dell’ANAS, coglione! E chi li tira via! Smettila di sparare twittate.

In mezzo a questo letamaio, di chi è la colpa? Chi è stato il merdolero iniziale, quello che poteva impedirlo e non lo ha fatto?
I Tre Porcellini, è chiaro che la colpa è loro. In un certo senso, solo loro. Lo so che è azzardato dare la colpa ai Tre Porcellini, ma – se ci pensate bene – solo loro avevano le “chiavi” della tradizione e del pensiero politico italiano – solo che erano (e sono) soltanto tre poveri porcellini, o anatroccoli sperduti nel bosco del malaffare – ed hanno preferito adeguarsi piuttosto che lottare (ma ne avevano voglia? Gli conveniva? Facciamo finta, dai...)


Massimo D’Alema (1949) Gianfranco Fini (1952) e Pier Ferdinando Casini (1955) sono Timmy Tommy e Gimmy, che ereditarono le tre grandi tradizioni del pensiero politico italiano: quello marxista, quello d’origine fascista e quella cristiana. Erano loro ad avere in mano le “chiavi” ideologiche delle rispettive tradizioni, ad essere stati nominati in pectore successori, Delfini da padri nobili ed hanno fallito. Vale a dire: hanno intascato fior di soldoni – in questo non sono certo dei falliti – ma hanno gettato l’Italia in mano ai Renzi, al nulla incombente, alle twittate, alle “selfate", ai giochini di un adolescente scemo e comandato dai soliti grembiulini e dai mammasantissima, questa è la responsabilità storica dei D’Alema, dei Fini e dei Casini.

Massimo D’Alema inizia la sua carriera con un atto nobile, che subito lo distingue nella massa dei lavapiatti da Festival de l’Unità: nel 1969 – ha vent’anni, ma è indubbiamente bravo ed ha seguito molto bene le direttive e le lezioni del Politburo di Mosca – scrive la “bolla papale” di condanna del gruppo del “Manifesto”, che viene cacciato dal PCI. Non erano certo dei Che Guevara i “manifestari” – difatti, lentamente rifluirono tutti nella casa madre – ma almeno, nel torpore di quegli anni, all’ombra del Mausoleo di Lenin (c’è una foto che ritrae anche Giuliano Ferrara, ordinatamente in fila, nell’attesa di salutare la salma del “Padre del Comunismo”: questa è la classe politica italiana, rendiamocene conto, da figlio di direttore de l’Unità a segretario cittadino a Torino, a uomo di Berlusconi, ecc) il gruppo del Manifesto diede una scossa.
D’Alema fu incaricato di scrivere: analizzò, sottopose la bozza a Berlinguer (oramai segretario in pectore) e fu approvato: lì iniziò la sua carriera, che terminò – se ci pensiamo bene non molto dissimile, ideologicamente, da quella di Ferrara – quando Julian Assange, in uno dei molti documenti riservati di Wikileaks, mostra un file d’origine USA nel quale si richiede di sostituire il Primo Ministro italiano (Prodi è contrario alla guerra verso la Serbia) per bombardare Belgrado, dopo la fuffa degli incontri di Rambouillet, quando fecero discutere un po’ i politici mentre gli aerei scaldavano i motori.
In ogni modo, D’Alema sale a Palazzo Chigi e gli aerei italiani (gli AMX di Istrana) iniziano a bombardare prima che il Parlamento rilasci qualcosa che – non potendo essere una dichiarazione di guerra – è solo un lasciapassare per ammazzare un po’ di gente. Non è mica guerra questa, vero?

Dura poco: solo quel che serve per il Kosovo, poi viene sostituito da Giuliano Amato e se ne va in barca a vela da un miliardo, che però lui paga solo 500 milioni: a suo dire, uno sconto “per motivi d’immagine”. Di barche come la sua ne furono costruite solo due: che motivi d’immagine ci potevano essere? Non era mica un rasoio elettrico o un frullatore!
Qui finisce la carriera politica di “Baffino” – senza dubbio persona davvero intelligente – in ogni modo, deve vendere la barca per far fronte alle disavventure economiche dei figli che s’improvvisano viticultori, e allora lui stesso s’improvvisa “Tartufon”: diventa rappresentante nel mondo del tartufo nero umbro. Non male come finale della storia, sembra un romanzo di Flaubert.

Gianfranco Fini ha una storia diversa: mai più – il figlio del  benzinaio trasferitosi da Bologna a Roma, dopo essere stato nominato funzionario di una compagnia petrolifera – si sarebbe immaginato la fulgida carriera politica, culminata con la poltrona di Ministro degli Esteri e Presidente della Camera.
Anche perché non aveva nessuna cultura di destra: “Mi piaceva John Wayne”, era la sua candida confessione. Gentile? Balbo? Evola...e chi erano? A lui piaceva John Wayne.
Ha dell’incredibile la sua storia politica: iscrittosi al MSI dopo una scazzottata con i rossi – che gli avevano impedito di andare al cinema a vedere “Berretti Verdi” – scalò lentamente il potere, divenendo segretario della sezione di Monteverde.
Cosa vide in lui Almirante – al punto da preferirlo a Marco Tarchi alla direzione della “Giovane Italia” (l’organizzazione giovanile del MSI) – è un vero mistero. Non desideriamo suscitare dei mal di pancia in casa degli ex missini, ma viene veramente da chiedersi come tanta pochezza (i piemontesi hanno un curioso adagio per definire quelli come lui: pien ad vujam, pressappoco pieno di vuotezza) abbia incantato il rais e la di lui signora, donna Assunta Almirante. Forse anche Almirante non era “l’aquila” che immaginavano i missini? Mah...

Fini è sempre stato bravissimo nel “breve” di un dibattito televisivo, capace di rintuzzare l’avversario con battute salaci ma completamente avulso al pensiero politico, in un partito che ne aveva gran bisogno, giacché aveva avuto un passato, ma era sempre alla disperata ricerca di un futuro.
Un futuro che non poteva arroccarsi con le parole d’ordine di un passato improponibile (anche perché, semplicemente, i tempi mutano) ma che, oggi, torna a proporsi in altri modi e con altre parole d’ordine. Lontani dall’esperienza fascista, i Tarchi e – soprattutto – i de Benoist hanno molte cose da dire nella crisi dell’iper-capitalismo. Fini, non ha saputo far altro che sposarlo senza condizioni.
In questa situazione, nella quale s’è cacciato da solo per mancanza di mezzi intellettuali, non poteva che condurre il partito nelle “selve” d’improbabili alleanze di vertice, senza minimamente analizzare di cosa avrebbero avuto bisogno gli italiani. Da qui, la sua fine politica: Fini non ha lasciato nulla sul quale riflettere per la destra italiana, e così ha trascinato nella polvere i suoi “colonnelli”, tutti rais di formazioni risibili.  Ed è perfettamente inutile che si dia da fare per fondare chissà quali nuove sigle: accenda il cervello, e provi a riflettere seriamente.

Casini – onomatopeico, verrebbe da dire – perché nel gran bailamme della rovinosa caduta DC fu quello che provò a rimettersi in sella ed a gestirne una (qualche) eredità. Se mai fosse possibile. In realtà, ha gestito il tutto proprio come un gran casino, ed oggi l’unica speranza che ha è un’elezione al Colle, proprio perché è così imbelle da non far più paura a nessuno.
Eppure, Pierferdinando Casini era partito bene: con l’aiuto di Buttiglione, sembravano proprio loro i referenti di quel centro cattolico che anelavano a raccogliere intorno ai loro due e poi un solo partito.

Antonio (Toni) Bisaglia amava raccontare, fra il serio ed il faceto, che aveva due figli (lui, che non aveva discendenza naturale) “uno bello ed uno intelligente”: quello bello – si diceva – era Casini mentre quello intelligente era Follini.
Ancora aleggia, su queste vicende, la misteriosa morte di Bisaglia, ufficialmente morto perché caduto in mare dallo yacht della moglie (un 22 metri) colpendo con la testa l’asta della bandiera. Una ricostruzione veramente strana, per non dire fantasiosa, che a tutti coloro che vanno per mare appare...beh, insomma...
In ogni modo, anche il fratello fu trovato morto – ma non annegato – nel lago di Centro Cadore: sosteneva che il fratello era stato assassinato. Il segretario particolare di Toni Bisaglia, Gino Mazzolaio, fu invece trovato morto nell’Adige: insomma, uno in acqua di mare, uno in quella di lago e l’ultimo in acqua di fiume, veramente un bel trittico, se c’era qualche grembiulino dietro. In ogni modo, c’è una mia più approfondita ricerca sulla vicenda (4).

Sulla qualità dei due “figli” abbiamo qualche dubbio, anche se il “padre” li raccomandò vivamente a De Mita: possiamo solo affermare che Follini vide chiaro, ossia che l’abbraccio con Berlusconi avrebbe stritolato la nuova “piccola DC” e così fu.
Marco Follini, però, era forse troppo intelligente per essere capito e se ne andò da solo: dopo vari “giri di casacca”, nel 2013 lasciò la politica attiva.
Casini, invece, ha ancora il tempo per dilapidare il poco rimasto: l’appoggio incondizionato a Mario Monti gli fa dimenticare la natura interclassista della vecchia “balena bianca”, che mai aveva compiuto simili sfracelli sociali. E viene duramente punito dagli elettori.
L’incapacità di Casini – il “bello” appunto – è stata quella di non aver compreso che la DC era una storia finita in anni lontani e che, per ricostruire qualcosa di cattolico al centro, bisognava avere più pazienza e nervi saldi. Se, oggi, avesse mantenuto unito uno straccio di partito di centro, forse qualche chance in più l’avrebbe.

In definitiva, i Tre Porcellini hanno avuto molto dalla politica, forse troppo per le loro persone e la loro statura politica: erano il meglio dei “cinquanta-sessantenni” sui quali la vecchia classe politica aveva puntato. A parte le vicende personali, più da Bagaglino che altro, hanno tutti fatto una miserrima fine politica. Certo, si godono i soldi e le prebende che lo Stato assegna ai fidi servitori, come del resto Giorgio Napolitano.

Eppure, fra una decina di giorni – quando un nome dovrà saltare fuori dall’urna, e non potrà essere Paolino Paperino – può darsi che il “bel” democristiano abbia la benedizione bi-papale da Oltretevere e quella politica da un Renzi convinto non tanto dalla bontà della scelta, ma dalla sua completa nullità, meglio di Napolitano. Un “bello” ci può sempre stare nel mondo dei “selfie” di Renzi: perché, oltre ai selfie ed alle twittate, c’è altro?




(4) http://www.lolandesevolante.net/blog/2011/05/tre-morti-e-una-sorpresa-in-casa/

13 gennaio 2015

La sindrome di Babbo Natale







Com’è piacevole affrontare un argomento quando le acque si sono chetate, quando l’ansia di cercare risposte uniche e risolutive, definitivamente risolutive, s’è diluita, sciolta, perduta come si stempera nel deserto infinito, fino a scomparire, l’acqua di uno uadi.

Nella piana fra Ilo e il mare tutto s’è acquietato: ora la polvere torna a ricoprire i volti degli eroi e dei meno eroici, dei guerrieri comuni, degli inconsapevoli che la storia invita ad un pranzo di gala al sangue. “Inconsapevoli” definiti innocenti: chi mai può dirsi completamente innocente dal karma che ci regola e, puntualmente, scade inevitabilmente come il latte dimenticato in frigorifero?
Domani ci sarà un altro evento definito “epocale”, che “cambierà il mondo”, dove “nulla sarà più come prima”...eccetera, eccetera...mentre, invece, il “mondo” – inteso come somma delle pulsioni ataviche dell’Uomo – rimane tale e quale. Chi ricorda “l’apocalittico” attentato di Madrid, la Somalia, il Ruanda...? Niente, tutto tritato, sbriciolato nel frantoio dal quale non esce olio, bensì merda, fregnacce.

A dipingerlo a tinte forti ci pensano i giornalisti: d’altro canto, questo è un mestiere di puttane, abituati/e a sorprendere il cliente/lettore suscitando da un’inezia le emozioni più forti ed importanti, per i loro padroni, ovvio. D’altro canto, cosa c’è di meglio – dopo una notte in redazione, a scervellarsi se sia meglio scrivere del cane che morde l’uomo o dell’uomo che morsica il cane – che affogare tutto fra i seni di una puttana vera, le grazie di una “collega” che sa come fare, che conosce così bene il mestiere da distillare tutto quel coacervo di pulsioni, emozioni, nervosismo, ansie, dicerie, cattiverie...in un orgasmo liberatorio, senza complicazioni sentimentali?
In fondo – pensa il giornalista – è quello che faccio anch’io: emozioni! emozioni! emozioni! Tutto al prezzo di una copia signore e signori! Al costo di un’alba dal sapore di profumo da poco prezzo che t’impregna l’automobile, proprio mentre il giornale va in edicola. Perfetto, sincronicamente assoluto.

E sono morti dei giornalisti/sberleffari, uccisi dai terroristi/giustiziatori. I primi (dicevano) di difendere la sacralità del diritto di satira, i secondi (raccontavano) di difendere la sacralità dell’Islam. I primi dipingevano Maometto in mutande (anche di più), i secondi riempivano caricatori mentre sognavano di conquistare tutta l’Europa.
Ah, a proposito: chiediamo ai primi quanto è stata compresa la filosofia illuminista ad Est di Berlino e di Istanbul, ed ai secondi com’è finita a Poitiers con Carlo Martello, oppure come s’è trovato Maometto Scirocco a Lepanto.

Se vogliamo dare una tinteggiata di storiucola da scuola elementare, allora meditiamo che i caccia francesi, americani & Co. stanno suonando una brutta sinfonia sui cieli dell’Iraq del Nord, una sinfonia che per i Nuovi Califfi è insopportabile, perché mostra l’antica supremazia del Nord sul Sud del mondo, che è vecchia millenni.
In altre parole: se ti metti contro il Nord del pianeta – con armi tradizionali – le puoi solo prendere. Allora, si procede con il terrorismo, dove il Nord mostra come si vincono le battaglie e poi si perdono le guerre.
Che storia è questa? Questa non è più Storia da scuola elementare.

Premesso che l’Europa – ai tempi dei grandi Califfati – interessava ben poco agli arabi: per loro, già Fez era un avamposto dimenticato che portava solo a luoghi inospitali e barbari. La cultura – e dunque anche l’economia dell’epoca (comunque la pensi Tremonti) – era ad Est: Persia, India ed oltre.
Poi, l’equilibrio cambiò e – per giungere all’Evo Moderno – si stabilì un nuovo rapporto con gli Arabi (sottolineo: gli arabi, non gli ottomani né i persiani): la fonte della ricchezza era per tutti (nonostante quanto pensasse Montesquieu) la schiavitù, le piantagioni, il cosiddetto “Triangolo degli schiavi”.

Brevemente: gli schiavi producono materie prime, in Europa si raffinano e si rivendono prodotti finiti. A chi? Al terzo vertice del triangolo, gli arabi, che erano i grandi schiavisti dell’epoca. Insomma: il ventre delle donne africane (nere) è stato la cassaforte dell’Europa.
Abbandonati i neri al loro destino, col petrolio si creò un nuovo equilibrio (che tutti conosciamo) che rendeva ricche le borghesie arabe, al punto che (Israele a parte) non esistevano motivi di frizione.

Ennio Remondino è un bravo giornalista e seppe indicare il punto di viraggio degli equilibri, il mutare di una situazione che era stabile da circa mezzo millennio. Nella Primavera del 1991, da Amman – seguiva gli eventi della Prima Guerra del Golfo dalla capitale giordana – notò: “Il dialogo con le borghesie arabe sta venendo meno, c’è sempre più chiusura, i due mondi s’allontanano” (ricordo a braccio).
Era la prima volta che lo strapotere degli arsenali euro-americani s’abbatteva su una nazione araba e il tutto era amplificato dai media planetari (la CNN, poi venne Al-Jazeera): la sofferenza della popolazione irachena giungeva in tutti i salotti. Seduti sui divan, gli arabi potevano osservare la distruzione di un popolo, eseguita senza che un solo euro-americano fosse presente sui loro territori. Poi giunsero, ma solo per i saluti finali.

La ferita successiva fu Sarajevo – città cosmopolita, ma con preponderanza islamica – abbandonata per anni al suo destino di morte: lì, nacquero i primi gruppi di guerriglieri “in conto proprio”, gli stessi che avevano combattuto i sovietici in Afghanistan, ma in conto terzi.
In quegli anni, gli arabi pensarono che il loro rapporto privilegiato con gli europei era terminato, ed essi finirono nel gran calderone dei popoli senza storia e senza dignità: difatti, iniziarono i copiosi flussi migratori verso la “terra dei padroni”, l’Europa.
Quando la miseria imperversa (anche per la struttura classista di molte nazioni arabe), si mette da parte la dignità e s’emigra. Insieme ai neri, agli indiani, ai mille popoli medio-orientali ed orientali, divenuti carne da cannone per l’economia europea: stavolta – nell’immaginario collettivo – non c’era più differenza fra un marocchino povero ed il suo corrispettivo senegalese.

Avevamo fatto notare una differenza: gli arabi dagli ottomani e dai persiani. Gli ottomani hanno sempre goduto di una “immigrazione controllata” da parte della Germania, ed oggi i “turco-tedeschi” sono milioni, mentre i persiani – dopo la rivoluzione del 1979 – non sentono la necessità d’emigrare, perché la struttura sociale iraniana è più complessa e (in un certo modo, non vorrei essere frainteso, “moderna”) più simile a quelle europee, oppure all’India.
In mezzo a questo panorama sociale, il problema israeliano, ossia di quei territori conquistati con le guerre del ’66 e del ’73 – parzialmente restituiti – ma non come indicavano due precise risoluzioni dell’ONU. Il detonatore di mille sofferenze.

La Francia – gravata da 7 milioni d’immigrati algerini, di prima, seconda, terza...generazione – non è riuscita a mantenere l’equilibrio: nelle sue banlieu crescono generazioni di nordafricani che non godono più di quel welfare così omnicomprensivo per la quale Parigi era famosa: la crisi economica morde anche là.
Dalla loro parte, queste generazioni nate dopo il 1990 tendono sempre meno all’integrazione francese (dipende dalle famiglie, dalle situazioni, ecc) e s’arroccano in nirvana fuori della Storia, credendo più nella favola che nella realtà. Ma è proprio la realtà ad essere indigesta, il campionario di beni che li circonda ed ai quali non hanno accesso: di conseguenza, s’affidano sempre di più al Corano (riletto in un modo strumentale) che al Metano, paradosso della modernità algerina.

In mezzo a questa umanità derelitta – poiché priva di un retroterra culturale autoctono, che sia immagine fiorente di una cultura e non edulcorato succedaneo – pescano i vari gruppi terroristici (che sappiamo benissimo essere al servizio d’altri potentati, per altri fini, altri scopi, altri giochi geopolitici) per trovare i loro martiri, i loro guerrieri assassini, pronti a morire in una Gestalt che sa più di romanticismo tedesco che di modernità (?) islamica.

Il tutto ha un aspetto geografico curioso: tutti anelano sempre a chi sta un pochino più a Nord, come se il “Nord” fosse sinonimo di pace e di tranquillità di spirito, d’equilibrio sociale, d’anelata giustizia.
I nostri altoatesini si rifiutano – penoso stratagemma, che si ripete in ogni bar alla richiesta di un cappuccino, per banalissimi motivi – di parlare italiano come se si trattasse di una caduta di principi, di razza, di valore. Nel mentre, i veri austriaci – gli abitanti dell’Inn – li snobbano con un’alzata di spalle e giudicano gli italiani per quel che sono, ossia se sono educati, rispettosi delle regole e delle leggi...e meno che mai importa loro che non parlino tedesco. Più della razza – potremmo dire – poté il turismo.
A loro volta, i bavaresi sono considerati i terroni di Germania, i francesi del Sud – più che altro per i loro frequenti “soggiorni” algerini in anni lontani – sono sdegnosamente definiti pied noir dai parigini, i gallesi considerati rozzi e bifolchi dagli inglesi delle Midlands...gli italiani del Sud sono terroni, mafiosi...

L’emisfero australe s’è stranamente salvato da questa curiosa nemesi geografica, ma solo per una ragione: sono state terre di conquista, completamente alienate dalla loro substanzia originale.
Perciò, non ci rimane che interrogare l’unica persona che può fornirci una risposta: Babbo Natale, che è senz’altro più “in alto”, ossia più a Nord, di tutti quanti.

Quando glielo abbiamo chiesto, ha sorriso mentre grattava la testa ad una delle sue renne, che lo osservava con occhi mansueti, pienamente ricambiato da Babbo il quale – ovvia ovvietà – ha fatto finta di non aver compreso la domanda. Sarà stato il mio pessimo lappone, ne sono certo: ai posteri l’ardua sentenza.

31 dicembre 2014

L’affaire Norman Atlantic







E’ la solita storia di errori ed omissioni, che deve essere presentata alla popolazione con molti tweet accorati: tutti pensano alla nave in fiamme in mezzo all’Adriatico, tutti se ne occupano, tutti si sforzano, tutti chiedono che si faccia presto, tutti s’impegnano. Tutti si chiedono se la vicenda, politicamente, non li toccherà.

La storia marittima italiana è costellata di queste vicende assurde, a partire dalla Tito Campanella per giungere, passando per il Moby Prince e la Haven (due disastri a 12 ore di distanza ed un centinaio di miglia l’uno dall’altro!), poi lo sfregio della Concordia con il suo comandante “guappo” – che non rispetta le più antiche regole della marineria – per giungere oggi alla Norman Atlantic.
Sorvolando che – nello stesso giorno, il 28 Dicembre 2014 – una mercantile turco, il Gokbel, è stato speronato a tre miglia dal porto di Ravenna (praticamente, in rada) da un altro mercantile, il Lady Aziza, battente bandiera del Belize: due navi modeste, così come modesti sono stati i risultati dell’impatto. Il Gokbel è colato a picco all’istante, portando negli abissi sei marinai (1). La ragione? Una tempesta di neve mista a nebbia. A tre miglia dalla costa: tre ore dopo – come si nota dalle foto scattate dai soccorritori – non c’era più traccia di neve e di nebbia: certo, il tempo in mare è balzano...però...
La condizione in cui vive la marineria italiana è oggi, prevalentemente, un incubo.

Tutto è soltanto una questione d’immagine – ricordiamo la drammatica telefonata fra Schettino e De Falco, dove il militare gli ordinava di risalire a bordo – che è stato solo uno scoop mediatico: dalla sua posizione – a Grosseto – l’ufficiale militare non era in grado di giudicare quale fosse la miglior posizione per coordinare i soccorsi. Schettino aveva già mostrato tutta la sua incapacità, come marinaio, prima: quando aveva condotto il suo “bestione”, che pescava 8 metri, in un “campo” di scogli dove non s’avventurano neanche le barche a vela (che pescano 1,5 – 2,5 metri).
La corruzione imperversa anche in mare o, perlomeno, fra coloro che dovrebbero controllare le condizioni delle navi: ricordiamo che una nave come la Haven – definita, dopo il naufragio (unica superstite della sua classe di quattro unità, tutte naufragate) “un colabrodo galleggiante” – aveva appena superato i collaudi di rito. E sì che aveva appena preso un missile Exocet in pancia: quello a Genova, fu l’ultimo viaggio dopo l’assalto della marina iraniana e le (sbrigative?) riparazioni eseguite a Singapore.

Ma veniamo all’ultima tragedia.
La Norman Atlantic era partita a notte fonda da Igoumenitsa, sulla rotta Patrasso – Igoumenitsa – Ancona: le condizioni del mare erano proibitive, forza 8-9, vento a 50 nodi (quasi 100 Km orari) ed onde alte più di sei metri.
La nave però, almeno all’inizio della traversata, gode di un vantaggio: naviga nel canale fra l’isola di Corfù e la terraferma, che dona un po’ di requie e maggior riparo. La pratica di navigare fra le isole e la costa è molto attuata in Adriatico in caso di tempeste: spesso, le navi “entrano” nel canale fra le isole a Dubrovnik (Ragusa) e ne escono a Split (Spalato).
Alle prime ore del giorno, però, la Norman Atlantic esce dal riparo naturale e viene presa in pieno dalla tempesta: qui, bisogna analizzare attentamente il comportamento del comandante – Argilio Giacomazzi, 62 anni della Spezia – perché qui nasce la tragedia, non dopo.

Fatto salvo che Giacomazzi ha dimostrato d’essere un comandante serio (i paragoni con Schettino si sprecano, sulla stampa e sui media), c’è da dire che la responsabilità della tragedia di qualcuno deve essere, e non vale un’assoluzione generale consolatoria, né un’inchiesta che condurrà ad un processo chissà dove e chissà quando. Sempre che il magistrato conceda, e non decida per un “non luogo a procedere”.
Perché di responsabilità, Giacomazzi, ne ha: ricordiamo che il comandante, sulla sua nave, è padre e padrone, Dio ed Imperatore. Con tutto ciò che ne consegue.

Il primo punto: la nave non era in buone condizioni, lo dimostra il rapporto (2) conseguente all’ultima ispezione (eseguita a Patrasso il 19 Dicembre scorso), dove si parla di porte “taglia fuoco malfunzionanti”, “mancanza di alcuni sistemi di sicurezza” e di problemi strutturali (fatto assai grave) che non sono ritenuti all’altezza degli standard vigenti. Nonostante ciò, la nave non viene fermata e di tutto ciò Giacomazzi era al corrente.
Secondo punto: avvisato per tempo delle proibitive condizioni meteorologiche, il comandante decide comunque di gettarsi in mare aperto puntando direttamente su Ancona.
A tal riguardo, vorrei ricordare un fatto del quale ho serbato ricordo.

A Novembre 2012, ci fu una forte tempesta sul Tirreno Settentrionale e nel porto di Savona si rifugiarono tre navi della Costa Crociere. Una delle tre navi ricevette dalla compagnia l’ordine di prendere il mare per la consueta crociera, ma il comandante si rifiutò e la nave rimase in porto: nulla smosse il comandante dell’unità dalla sua decisione. Questo per ricordare che è solo il comandante a decidere e, se non teme ritorsioni da parte dell’armatore, la sua decisione è legge. Sempre che abbia le palle.

Le due cause primigenie s’uniscono quando inizia l’incendio, che narrano sia stato generato dallo sfregamento d’alcuni camion carichi d’olio contro le paratie o contro il soffitto dell’apposito locale. Una giustificazione che appare assai strana: qui, qualcosa non torna.
Gli autoveicoli, nel ponte hangar, vengono attentamente fissati al ponte mediante catene: è stato eseguito a regola d’arte? Per una traversata con mare forza 9?
Altro capitolo: nell’hangar c’erano alcuni camion frigoriferi i quali, durante la traversata, affidano l’alimentazione di detti frigo alla nave, nel senso che utilizzano energia elettrica della nave trasformata a 24 V da specie di caricabatteria. Fin qui, tutto regolare.
I caricabatteria sono sistemati in appositi alloggiamenti ai lati dell’hangar – in modo che non vadano a sbattere – però, talvolta, i cavi per l’alimentazione non sono abbastanza lunghi. Che si fa se il camion ha l’attacco dalla parte opposta del caricabatteria? Si toglie l’aggeggio dalla sua sede protetta e lo si mette sul ponte, mediante una semplice prolunga: ovvio che è una pratica proibita, perché col moto ondoso potrebbe rovesciarsi, però...

Sulla Norman Atlantic erano presenti camion carichi d’olio (od olive), i quali perdono sempre un po’ di materiale, trafilano olio un po’ dappertutto...accanto ai camion frigoriferi col pesce con l’alimentazione esterna...tutto regolare? Forse: se, però, qualcuno degli alimentatori era fuori posto e s’è rovesciato, ecco che il cortocircuito è stato quasi sicuro, con scintille sull’olio, che è infiammabile. Altro che sfregamento contro il soffitto.

E i sistemi di sicurezza?
Posto che in mare, particolarmente durante una tempesta, la Legge di Murphy (3) funziona al quadrato, le immagini che sono state diramate indicavano un incendio grave, difficilmente domabile.
Come avevamo già indicato, le porte tagliafuoco avevano dei problemi ma, per fortuna, esistono altri sistemi antincendio sulle navi.
Il più semplice è rappresentato da estintori e schiumogeni, poi si passa alle “doccette" che si azionano automaticamente al rilevamento di un calore eccessivo ma, la vera arma antincendio, è l’anidride carbonica.
I ponti inferiori, soprattutto – se l’incendio è grave – vengono evacuati e inondati di anidride carbonica, fino a riempire completamente i locali: in questo modo, l’incendio si spegne per mancanza d’Ossigeno.

Il prerequisito, però, è che i ponti siano sgombri: i giornali hanno riportato che molte persone dormivano – fuori dalle norme vigenti – sui loro mezzi, il che potrebbe aver impedito l’uso della CO2, della quale la nave (di soli 5 anni!) doveva essere provvista.
Questo è un altro mistero che devono spiegare: quelle lingue di fuoco che uscivano dallo scafo, a molte ore dall’inizio dell’incendio, testimonierebbero che la CO2 non sarebbe stata usata.

E i soccorsi?
Se l’incendio è scoppiato alle prime luci dell’alba del 28, il “MAYDAY” – la chiamata di soccorso – dovrebbe essere stata immediata: come mai nave San Giorgio prese il mare solo nel pomeriggio, dopo le 16?

La vicenda è zeppa di non sense e suscita dubbi: da ultimo, perché una nave in difficoltà che dista 13 miglia da Valona (Vlore, Albania) e 45 da Brindisi deve essere rimorchiata proprio a Brindisi traversando l’Adriatico in tempesta? Salendo a Valona, la nave avrebbe avuto il vento in prora, favorevole per la visibilità e la stabilità della nave.
L’ultimissimo “scoop” è che gli albanesi – sempre in pieno accordo con la magistratura italiana? – prendono a rimorchio la nave al prezzo della vita di due loro marinai (una cima di rimorchio che si spezza è peggio di un colpo di sciabola) per portarla in Albania. Perché adesso va bene in Albania? Quanti sono i morti del fallimento nella strategia di gestione della tragedia? Da undici a novantotto? Vi pare una cosa seria? Cosa va “ripulito” in Albania?

Renzi, illuminaci: twitta qualcosa.


(3) Semplificando: “Se qualcosa si può rompere, state pure sicuri che si romperà”.