09 settembre 2014

Ghiri



Com’è carino il ghiro, com’è pacioccone. E sonnacchioso: già, lo ricordiamo sempre – quasi fosse un aggettivo – riferito ad un umano, “dorme come un ghiro”.


Con tutte le novità che ci sono qui in Langa – il ritorno del lupo, la diffusione imperturbabile di cinghiali e caprioli (ora anche dei daini), qualche timida comparsa di orsi e linci (per ora è più un “si dice” che un “si sa”) più tassi e linci che ci sono sempre stati (si sentono quasi offesi...) – chi pensa mai ai ghiri?

Al più, ti fanno un po’ arrabbiare quando cerchi di raccogliere noci e nocciole, e trovi quelle degli alberi accanto al bosco già tutte inesorabilmente spaccate e mangiate. ‘Sti c...pensi: che cavolo di denti avranno? Già: se un ghiro ha mal di denti, però, nessuno lo sa. E non esistono ghiri-dentisti.

Ma c’è una storia che vi voglio raccontare.



Ci fu un tempo nel quale gli uomini, annoiati, cercavano emozioni sempre più forti: se un’alba non era iper-psichedelica non valeva una mazza, se una motocicletta non superava i 200 all’ora non era una vera motocicletta, se una ragazza non ci stava a farsi legare e poi scopare in gruppo non valeva nemmeno la pena di cominciare.

Fu per questa ragione che i mille e mille paesini italiani furono abbandonati: non fu la mancanza di lavoro, non fu la crisi economica, ma la noia, il sapere che “là”, in città, c’era un tripudio di emozioni sconosciute, che nulla valevano al confronto del fungo di due chili e mezzo o del cinghiale che superava il quintale.

Qualcuno ipotizzò un edonismo esasperato, ma non regge: forse fu soltanto la sete di curiosità, il senso d’avventura castrato, la noia del “diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale” (Guccini). Fu solo per questioni di mera economia che milioni d’europei, dopo Colombo, partirono alla scoperta del mondo? Non ci abbiamo mai creduto.



Così, nei mille e poi mille borghi arrampicati sui colli, rimasero solo dei vecchi pensionati che leggevano ogni giorno i manifesti mortuari, chi ce la faceva ancora seminava un poco d’insalata: i più, sonnecchiavano seduti al tavolino dell’unica “società operaia” ancora aperta, così come l’unico negozio d’alimentari era il solo rifornimento. Per le medicine, i giornali, le sigarette, un attrezzo – fosse anche un paio di forbici – bisognava recarsi al paese vicino, dove ancora esistevano i negozi. Fino a quando?

Inutile ricordare che i terreni erano in gran parte abbandonati, che sotto i portici delle cascine ammuffivano – nell’attesa di diventare “d’epoca” – vecchi trattori e le grandi case erano abbandonate, nelle campagne come nei borghi.



In tempi precedenti erano stati compiuti gravi errori, che divennero effetti d’eventi inarrestabili: la chiusura della rete dei consorzi agrari, la ferrovia tagliata – “rami secchi” – le scuole chiuse – “risparmi” – gli ospedali ridotti al lumicino – “accentrare le eccellenze sul territorio” – insomma, chi rimaneva era proprio l’ultimo dei Mohicani.

Si sapeva – l’aveva anche detto la televisione – che il campo abbandonato ci mette cento anni per trasformarsi in un bosco di querce: qualche anziano ancora ricordava e narrava di raccolti di granturco proprio là, dove oggi si raccoglievano i porcini. Ma nessuno dava la minima importanza ai ghiri: c’erano sempre stati...e allora?



I nostri simpatici dormiglioni continuavano a triturare noci, nocciole e semi d’ogni tipo: avendo a disposizione enormi quantità di cibo (che gli uomini più non raccoglievano) le famiglie crescevano e...c’era bisogno di nuovi alloggi!

Qualcuno rimediava il cavo di un albero, ma c’era sempre il rischio di una volpe o di una donnola affamata: i più previdenti scelsero, saggiamente, le case abbandonate dagli uomini. Altro che alberi cavi! Nei sottotetti si campava da re, e manco c’erano più quei gatti famelici di un tempo da temere: erano tutti castrati, mollicci e se ne stavano al caldo a mangiare croccantini!



Ma, si sa, la cuccagna finisce: per carità, nulla da temere da uomini, gatti e volpi...ma il tempo...accidenti che tempaccio...

Quell’anno, già ai primi di Novembre, cadde la prima neve: e mica poca! Subito dopo venne il gelo e le ultime noci e nocciole rimasero là sotto, sotto una spanna di neve gelata.

Oddio: quando non c’è la pasta si fa un bel minestrone, se manca anche la verdura si mangiano fette di pane abbrustolite sulla stufa e strofinate con l’aglio. E se mancano pane ed aglio? Sono cavoli amari.



Qui, i nostri ghiri hanno veramente una marcia in più: se manca tutto, i loro denti sono in grado anche di rosicchiare il legno. La pancia, almeno, è piena: non saranno i teneri gherigli delle noci, ma la fame è dura e ci si deve arrangiare.

Così, mentre gli uomini, dovutamente imbacuccati, sedevano qualche minuto fuori della “società” prima di rientrare al caldo a bere un caffè od un punch bollente, i ghiri lavoravano e mangiavano. I più anziani fra gli uomini ricordavano vecchie storie “L’Inverno del ’44 ancora lo ricordo...quanta neve, e c’era la guerra...” “Mio nonno raccontava che quello del ’17 fu lungo e nevoso, ma loro erano contenti: se nevica, non si va all’assalto!”



Intanto i ghiri – che dovevano andare in letargo, ma avevano ancora fame e...addormentarsi a pancia vuota non si può, non ci si riesce... – terminarono tutte le scorte e cominciarono i gusci, ma scoprirono ben presto che le vecchie travi del tetto erano più morbide. Le prime vie d’acqua avevano fatto marcire il legno, che s’era intenerito e seminava segatura solo a raschiarlo.

Il nonno, con i vecchi denti gialli e consumati da migliaia di noci, lentamente raschiava e trangugiava, come facevano – con maggior solerzia – i più giovani mentre i piccoli iniziavano anch’essi a comprendere la dura realtà dell’esistenza: com’era dolce il latte della mamma...ora quelle tettine sono diventate piccole e secche...ma guarda te cosa ci tocca mangiare per sopravvivere...nonno, hai ancora una noce? Taci, taci e raschia.



E’ proprio vero che nel samsara nessuno è felice e tutti hanno sempre qualcosa di cui lamentarsi: finalmente, a pancia piena, i ghiri riuscirono a cadere in quel magico mondo del letargo, una sorta di dormiveglia attento ai pericoli, ma sufficiente per ridurre i consumi di prezioso grasso interno al minimo, e l’inverno passò.



Quanto sarebbe saggio, a fronte di sempre nuove guerre, se i governi ordinassero – alle prime avvisaglie belliche – il “letargo generale”, almeno per qualche settimana invernale, così da risparmiare gas, alimenti e vite umane! Ma torniamo a noi.



Trascorsero tre Inverni di quelli di “una volta”, con il loro bravo metro di neve e gli uomini – quelli che non erano comparsi sui manifesti mortuari – tornarono a ricordare: il ’37? Un metro e venti. E il ’28? Quasi due metri! Dai, andiamo a berci un punch, che qui fa freddo.

Nessuno s’accorse del lavorio dei ghiri: quando, di Primavera, si svegliavano erano colti da un appetito famelico e divoravano la prima cosa che potesse finire sotto i loro denti. Le travature dei tetti, ovvio: sarebbero passati ancora almeno tre mesi prima che fossero state disponibili le prime bacche e qualche nocciolo.

Così andò avanti per quei tre inverni duri e freddi: verso la fine del terzo inverno, cadde della neve bagnata e pesante, di quella che sparisce in un paio di giorni di sole. Prima, però, proprio per la sua alta densità, è pericolosa, giacché quaranta centimetri pesano quanto un metro: fu il disastro.



Il tutta l’Italia centro-settentrionale, ma anche sulla dorsale adriatica, sui monti – soprattutto nelle zone poco abitate – avvenne il disastro: migliaia e migliaia di tetti crollarono, compresi quelli d’antiche chiese e manufatti di pregevole interesse storico. Le perdite di vite umane furono bassissime: casi sporadici, gente che era passata accanto agli edifici proprio durante i crolli.

I danni materiali, invece, furono incalcolabili: tutte le persone che avevano avuto le abitazioni seriamente danneggiate se ne andarono, chi in città, chi emigrò, chi s’appoggiò a lontani parenti che vivevano lontano, chi in Italia, chi all’estero.



La situazione politico-economica era assai difficile: nelle città i viveri erano razionati e le occasioni di lavoro poche e di scarso guadagno. Sarebbe stato necessario ri-colonizzare il territorio ma – dopo quella batosta – le cifre per farlo risultarono esorbitanti: il territorio fu abbandonato e, nel volgere di un decennio, circa 5.000 comuni italiani – circa la metà – risultarono abbandonati.

Il governo, in ogni modo, nominò una Commissione di Saggi che dovevano, in origine, essere 10 persone poi – non si sa come e perché – salì a 26, poiché furono inseriti anche geologi, idro-biologi, matematici e numerosi storici dell’arte, per valutare il danno degli edifici storici.



Anni dopo la relazione fu pronta: alcuni milioni di case distrutte, migliaia di chiese, palazzi nobiliari, castelli, ecc. Non fu mai eseguito un calcolo, anche approssimativo, dell’investimento necessario.

Ovviamente nessuno s’accorse del disastro provocato dall’inurbamento dei ghiri: tutto fu addossato ad “eventi meteorologi” associati alla “vetustà delle abitazioni”. A nessuno venne in mente di chiedersi perché tutto era successo quasi nello stesso lasso di tempo (e continuò a succedere): le commissioni di “saggi” dell’epoca servivano solo a produrre molta carta, come i cessi pubblici.



Il Paese andò così avanti: le grandi vie di comunicazione rimasero aperte e le principali città ancora abitate, ma a cento metri dagli steccati autostradali non era consigliabile recarsi. I pericoli erano tanti e, soprattutto, là non c’era nessuno: almeno, così si credeva.



Un secolo e mezzo dopo, finalmente, il Paese si risollevò dalla terribile crisi iniziata per mere questioni di bilancio e terminata con il dimezzamento della popolazione, vuoi per il saldo demografico, vuoi per l’emigrazione.

Un lungo processo rivoluzionario condusse alla nuova situazione: tutto era mutato, in Italia e nel mondo.

Il nuovo governo – chiamato “Direttorio” – ritenne necessario occupare le terre abbandonate un secolo e mezzo prima: l’economia in crescita necessitava di maggiori derrate alimentari e di grandi biomasse per alimentare la nuova industria chimica che doveva – in assenza di petrolio – ricavare dal mondo naturale ogni sostanza, i nuovi “intermedi” di base.



Alcune colonne iniziarono la nuova esplorazione, forti delle vecchie cartine che indicavano borghi e strade: le strade erano quasi tutte impercorribili, oppure riuscivano a transitarvi piccoli mezzi per brevi tratti. Siccome i mezzi erano tutti elettrici, era molto difficile rifornire le colonne che avanzavano: bisognava costruire linee elettriche lunghe decine di chilometri.

Improvvisamente, una colonna fu colta di sorpresa dal fuoco di molti fucili: chi erano?!?



Giunsero i militari ed avanzarono rintuzzando il fuoco nemico: a poco a poco, si riuscì a parlamentare con questi gruppi, dei quali nessuno immaginava lontanamente l’esistenza.

Erano veramente una nuova razza. Nei loro tratti c’era qualcosa di africano – alcuni erano meticci – ma anche occhi a mandorla...visi europei e tratti mongoli...insomma, c’era di tutto.



Parlavano una lingua che assomigliava molto all’italiano di un tempo – la sintassi era quasi identica – ma molti termini erano incomprensibili come “sciut”, col quale indicavano la pianura (forse “luogo asciutto”, mentre ogni essere di sesso femminile era chiamato femana, fema, femun...tutte con la radice “fem”. Signore e signorine erano scomparse dal dizionario. Sarebbe molto lungo approfondire il loro dizionario, ma anche avvincente.

Erano comunità di cacciatori e raccoglitori, ma avevano anche armi da fuoco: nelle case abbandonate trovarono dei veri e propri arsenali, e s’industriarono per fare la polvere da sparo.



Nelle lunghe discussioni che seguirono, essi affermarono di tenere d’occhio i “carticùn” – ossia gli italiani civilizzati – perché temevano intrusioni ma, abitando solo le aree lontane dalle vie di comunicazione, vissero indisturbati.

Questo pose un grosso problema, perché fu a tutti chiaro che un bene – la terra – era desiderato da entrambi. Fu stabilita una sorta di “pax romana”, ossia i fondovalle con le aree più fertili (gli “indigeni” non coltivavano quasi nulla) ai nuovi venuti, e le aree collinari ai residenti, i quali accettarono d’iniziare un processo d’integrazione, ad esempio mandando i bambini a scuole speciali, adatte alla loro lingua ed al loro pensiero.



Come andrà a finire? Chi vivrà vedrà, ma nessuno immaginava il potere distruttore del ghiro, che meriterebbe un posto d’onore nello stemma della futura Repubblica Comunitaria d’Italia.

03 settembre 2014

Andarsene



“C’é un tempo giusto per andarsene anche quando non si ha un posto dove andare.”


Anonimo



Chissà perché, ultimamente accendo il PC solo per giocare a Spider: eppure so che l’algoritmo del programma è pianificato per rendere il gioco sempre più difficile man mano che il record scende. Potrei cambiare alcuni dati su certi files, per aggirare questo “blocco”...troppa fatica: va bene così, tanto per passare il tempo.

Talvolta provo a scorrere il Web per cercare qualche articolo un po’ “frizzante”, ma c’è un mortorio che fa paura: nell’era della guerra fra grillini vs resto del mondo (attacché al potere, residuati bellici del comunismo del tempo che fu, integralisti di tutte le risme, ecc) ogni dialogo si stempera e rifluisce nel nulla delle sabbie, ogni uadi viene inghiottito dal deserto.

Peggio ancora, ascoltare il promissorio di Renzi: fra un po’ ci racconterà che avremo tutti 800 euro il mese in più, che riconquisteremo la Libia e Nizza tornerà italiana. E’ proprio uno spasso.



C’è chi scuote la testa ed afferma che “tanto ci sarà la Terza Guerra Mondiale”, ne è sicuro, ogni evento che si verifica nella geopolitica planetaria lo indicherebbe: c’è da chiedersi se quella “certezza” non sia la disperata ancora di salvezza lanciata a mare da chi è sconfortato, una sorta di “crepi Sansone con tutti i Filistei” (e magari anch’io che fingo di crederci, che per afflizione ha raggiunto limiti insopportabili).

Eppure, nel Pianeta, non c’è aria di guerra – almeno per i prossimi anni – dopo, certo, nessuno può azzardare previsioni: dire che fra un decennio la Cina e gli USA si scontreranno, è come affermare che fra un decennio il Catania vincerà il campionato di calcio.



Gli USA “non stanno troppo bene” e cercano disperatamente di far fuori l’ennesimo “pacco” aeronautico di produzione nazionale: fra un po’, ci sarà solo l’Italia a credere ancora negli F-35. Che sono la continuazione di un altro disastro, l’F-22, l’aereo “stealth” che andava in tilt per le chiamate dei cellulari.

Gli USA non hanno preso sonore batoste negli ultimi anni, ma un logoramento continuo e pernicioso: ancora ricordiamo quando, in Iraq, smontavano le lamiere dei mezzi saltati sulle mine per saldarli sui tank decenti e rabberciarli.



La Russia ha vinto la sua partita con la Georgia, ma ad un prezzo troppo alto in termini di perdite (soprattutto velivoli) e non ha nessuna voglia d’imbarcarsi in una nuova avventura: dopo la Crimea, a lei basta il solo Donbass...poi, l’Ucraina vada a farsi fottere.



Israele picchia come un dannato su Gaza, ma quando ha tentato d’attraversare il Litani (verso il Libano) Hezbollah gli ha distrutto mezza divisione “Golani”, il fiore all’occhiello di Tzahal.



La Cina ha bisogno di decenni prima d’essere in grado di reggere una guerra, ma non ne ha motivo: perché dovrebbe distruggere i mercati che assorbono la sua produzione? Idem per l’India o per il Brasile.



Inoltre, il saggio di profitto – investendo in Oriente per rivendere in Occidente – è ancora abbastanza alto da far saltare sulla sedia chiunque parli di guerra: di quanto aumenterà il prezzo del gas? a quanto rinunceremo nelle esportazioni? Ma lasciamo perdere...l’Ucraina è un affare tedesco, che se la sbrighino loro...

Insomma, sarebbe ora che chi alimenta gli “spiriti di Odino” la smetta, perché abbiamo alle spalle un decennio di “certissima, anzi, imminente” guerra all’Iran: qualcuno l’ha vista?

Si sa: il think-tank statunitensi qualcosa devono scrivere, altrimenti i loro padroni tagliano i finanziamenti e li stornano verso altri, ancor più decisi, gente che scrive con indosso la mimetica.



Poi, ci sono i banchieri, gli istituti finanziari, le grandi holding delle monete...per loro, ora, va tutto benissimo: lucrano sui debiti pubblici – sì, è vero, devono pagare i loro lacché politici: probabilmente ne hanno pure schifo – e va bene così. Domani qualcuno non ce le farà a pagare? Inizieranno le “dismissioni” del patrimonio pubblico, ossia le “confische” mascherate: preferisci morire di fame oppure cedere Pompei ad una società del Qatar? Oltretutto, voi la lasciate andare alla malora...

L’Italia, quest’anno, è caduta al 5° posto mondiale per presenze turistiche, dietro a Francia, USA, Cina e Spagna (1). Dopo l’industria e l’agricoltura, anche la principale risorsa nazionale scende a picco: troppe tasse, poca promozione internazionale, nessuno schema d’intervento sul territorio...ed anche il primo Paese al mondo per archeologia, patrimonio artistico, cultura e cucina va al quinto posto, perché mancano le teste pensanti di una vera classe dirigente.



Così, il principale bersaglio per cambiare qualcosa e sopravvivere diventano i guerrafondai ed i banchieri: giusto. Ehm...qualcuno ha un’idea, una sola idea su come cambiare le regole del mercato, del liberismo, delle mille guerre dimenticate? Si va a bussare a Francoforte, al Bilderberg, a Bruxelles...oh certo, lor signori hanno una paura terribile.

Qualcuno vuole andarci armato di fucili e pistole: ehi, i tempi della Rivoluzione Francese o Russa sono finiti...vi farebbero fuori a chilometri di distanza. Magari con un aereo senza pilota.



Va benissimo, è attraente fare ipotesi “di scuola” perché dissertare d’economia e di filosofia non può che far bene: soltanto, smettiamo d’immaginare che qualcuno che conta se ne accorga, o, addirittura che faccia sue queste teorie! Oppure, che servano minimamente a risolvere il vero problema: far fuori questa massa di tarlucchi che si fanno chiamare “politici”. Che rimane sempre la prima tappa.

Un breve esempio?



Negli ultimi giorni d’Agosto la Camera (all’unanimità) aveva approvato un provvedimento per “ringiovanire” la classe docente (la più vecchia del mondo): non erano grandi numeri, 4.000 persone, i cosiddetti Quota 96. Ebbene, nel passaggio al Senato il provvedimento è stato bocciato (o ritirato) dopo l’intervento di “uomini della Ragioneria dello Stato”. Un organo tecnico che impone uno stop a quello politico! L’ex sen. Imposimato (ed ex Presidente della Corte Costituzionale) ha dichiarato che si è trattato di un gravissimo vulnus costituzionale, da far intervenire subito la Consulta. Sì: aspetta e spera.



Riflettiamo su cosa sta ad indicare un simile evento: c’è un’architettura istituzionale fatta in un certo modo, ossia il Governo conduce le danze, il Parlamento detta le leggi, il Presidente controlla. Facciamo finta che sia ancora così.

A questo punto, “qualcuno” di un organo squisitamente tecnico come la Ragioneria va in Senato, dice quattro paroline a chi di dovere e – ciò che la Camera ha approvato all’unanimità (notare l’assurdità della vicenda) – viene repentinamente e velocemente stralciato o bocciato.

Torniamo alla nostra “supposta” (interpretate il termine come vi pare) architettura istituzionale: non serve votare qualcuno che poi nominerà il ministro dell’economia, tanto c’è qualcun altro che – magari – prende ordini direttamente da Francoforte o da Bruxelles (oppure da Londra o da Washington, non importa) e può – col peso della spada di Brenno – far decidere ciò che vuole.



Non voglio impegnare col mio canto orecchie già troppo provate, o che già sanno queste cose, bensì chiarire alcuni meandri di questo sistema para-mafioso: ad esempio, la figura di Franco Bassanini è sottovalutata. Dopo essere volato in soccorso a Sarkozy (il nostro uomo è un ex PCI, PdS, PD...) per “rimettere in sesto” il mercato del lavoro francese (cosa parzialmente non riuscita) torna in Italia e, subito, va a sedersi alla poltrona di Poste spa, dove può controllare il più copioso serbatoio di risparmio italiano.

Nel frattempo la moglie, Linda Lanzillotta, era stata “comandata” a rimanere in Italia, nelle file prima della Margherita, poi del Partito Democratico, quindi di Alleanza per l’Italia (Rutelli) e infine (per ora) è migrata con Monti in Scelta Civica per tenere d’occhio in conto terzi cosa fanno i bimbi-minkia, i mezza età-minkia, gli anziani-minkia del Parlamento italiano.



Se la regola è “piatto ricco mi ci ficco” anche all’INPS (soprattutto dopo la riforma Fornero) ci sono i miliardi, e tanti! Basta urlare ogni tanto all’emergenza per poi spennare bene gli italioti, regola praticata negli ultimi vent’anni alla grande: Berlusconi docet.

Ecco che spunta Mastrapasqua, che occupa non so quante presidenze di enti pubblici e privati – decine, mi pare – in barba ad ogni regola istituzionale, prima di tutte la decenza. Ma viene scoperto a trafficare con i fondi dell’INPS e quelli dell’Ospedale Israelitico di Roma: nell’inchiesta che segue, “scoprono” anche che s’era comprato gli esami per la laurea in Economia. Le dimissioni sono d’obbligo.

Oggi, l’INPS è nelle mani di Vittorio Conti – un economista vicino alla Banca d’Italia – che ha un incarico a termine fino al 30 Settembre.



Questo per dire cosa?

Che, ovunque ci siano dei soldi “veri” gli uomini piazzati sono di sicura fedeltà: lo Stato – come espressione della tripartizione dei poteri – non esiste più da tempo.



Nessuno è in grado di far cambiare idea a questo ceto politico: nemmeno il M5S, percepito dagli italiani oramai come gente che dice cose giuste, ma che non sa come realizzarle. Gli “altri” italiani, continuano a far mazzette – dal centro alla periferia, da Nord a Sud – ed a partecipare al grande gioco a premi “Mafia- Camorra-N’drangheta-Sacra Corona Unita in torneo”: chi riuscirà a seppellire più rifiuti tossici? In palio, ricchi premi e cotillon.



Il M5S – da qui in avanti – rappresenterà quelle persone che furono radicali, oppure che lottarono all’interno della sinistra, ma anche della destra e che oggi non sanno più a che santo votarsi, ma solo una parte.

Il problema è che l’altra parte degli italiani o li percepisce come moralizzatori, oppure non ha fiducia in loro perché reputa le loro ricette prive dello spessore politico necessario: dopo un “non programma” sarebbe ora di passare ad un programma vero, con quale confrontarsi – in primis – con la popolazione.

Risultato: 20% a vita, senza speranze d’arrivare a nulla. Perché il M5S non ha cercato di fare proposte innovative che avvicinassero una larga fetta d’italiani (i non mafiosi)? Ad esempio, ha quasi abbandonato il problema che più viene dibattuto oggi in Europa, ossia Energia e Trasporti. Cercate un piano di tipo tedesco, ossia 80% di rinnovabili per il 2050? Accomodatevi: è qui (2), fatene pure quel che volete, basta – per sola correttezza – citare la fonte.



Ma c’è qualcuno che lotta in silenzio contro questa classe politica: lo fa senza proferir parola, senza impennate, senza scendere in piazza.

Sono anch’essi disperati: sono i cosiddetti “cervelli in fuga” (3) che non sono soltanto “cervelli” ma anche braccia: ad Ottobre, il mio pescivendolo se ne andrà in Gran Bretagna, perché là cercano gente brava per sfilettare il pesce...non saranno più orate e branzini, ma aringhe e merluzzi...e allora? Sempre pesce è: magari c’è più lavoro nel settore del sushi...e lo stipendio? Non può parlare troppo perché il padrone lo osserva...ma fa un gesto con la mano che è più che eloquente.

Se ne vanno tutti, ingegneri e falegnami, medici e gommisti...chiunque sappia far bene una cosa non ha motivo per rimanere in un Paese dove le occasioni sono pochissime ed incerte mentre le tasse sono altissime e garantite: non mi piace citarmi, però già nell’Aprile del 2009 mettevo in guardia contro questa rovina in “Questo è un Paese per vecchi” (4).



Scappano ad un ritmo sempre più serrato (5): gli italiani all’estero, a fine 2012, erano 4.341.156, con un trend in aumento di 132.139 unità. Il 44% è rappresentato da neolaureati che non hanno trovato occupazione in Patria.

Anche queste cifre, però, rischiano d’essere aleatorie e traballanti: perché? Poiché provengono dalla banca dati del Ministero degli Esteri, il quale è un database al quale ci si deve iscrivere: cosa vuol dire? Che l’iscrizione è volontaria: i nostri lavoratori all’estero potrebbero essere molti di più e nessuno lo sa. Qualcuno sa – censimenti a parte – quanti sono gli extracomunitari presenti nel Paese? E i sans-papier?



E s’aggiungono anche le persone di mezza età (6): scusate, ma questi meritano veramente una medaglia d’onore, perché non è facile lasciare l’Italia a 50 anni, dimenticare il caminetto che costruisti vent’anni prima, sperando che quello fosse il punto d’incontro di una famiglia felice. Invece, fai le valige e vai in Canada od in Australia e ricomincia da capo: se quelli che si sparano un colpo meritano tutta la nostra pietà ed umana comprensione, quelli che reagiscono e ci provano di nuovo meriterebbero sì la “medaglia del coraggio”.



Infine, ci sono anche i pensionati (7) i quali, invece di mangiare – qui, in Italia – pane e latte con le loro pensioni, scappano, vanno in posti come L’Argentina o le Canarie dove, almeno – grazie alla moneta od al diverso potere d’acquisto – possono permettersi anche, ogni tanto, due fette di pesce spada. La Patria? Ah, terra grifagna...

Cerchiamo di tirare le somme di questa analisi.



Una “leva” è composta – oggi – da 460.000 nuovi nati italiani e da 70.000 infanti stranieri. Vent’anni fa, gli italiani erano 550.000 e gli stranieri 20.000 (tutte le cifre sono state arrotondate).

Che il “seme italico” stia percorrendo un lungo ed inevitabile declino, già lo sapevamo: che succede se, di quel mezzo milione circa, se ne vanno ogni anno in...facciamo 50.000?

Ve lo dico io che sono stato insegnante: se ne vanno i migliori, quei 3-4 per classe che fanno la differenza.

Col tempo, emigreranno anche 2-3 che andranno a fare i falegnami od i saldatori, così – in Italia – rimarranno i peggiori. I figli degli extracomunitari seguono un percorso similare, ma pochi riescono ad emergere, almeno per ora.



Una parte dei bimbi-minkia rimanenti si sistemerà – grazie ai buoni uffici di papà e mammà – in politica, andranno ad ingrossare le fila di quel milione d’italiani che campa credendo d’essere classe dirigente. Diventeranno, così, mezza-età-minkia ed anziani-minkia: ma benestanti ed in buona salute.

Gli altri, si leveranno il sangue per pagare fior di tasse (e mantenerli) e seguiranno una vita ritmata dai piani industriali di Marchionne e dalle promesse del Renzi di turno. Moriranno poveri, senza mai arrivare ad uno straccio di pensione, perché i bimbi-minkia, quando cresceranno, alzeranno l’asticella ogni anno. Già lo fanno oggi, figuriamoci domani: un vero e proprio scenario da Orwell. A ripensarci, meglio Huxley con le sue allucinate felicità.



Andandosene, si raggiungono due specifici obiettivi: si campa meglio, al diavolo tutta la retorica sul “belpaese” e sulla patria (min). Magari non ci sarà il mare o il bosco di casa, ma tornate a chiedere a quelli che hanno mare e bosco come campano.



Il secondo obiettivo è meno appariscente, ma più “strategico”: mi dite voi, come farà a sopravvivere (od a decollare economicamente) un Paese che non ha un futuro industriale, un futuro agricolo e nemmeno turistico? E quando non ci saranno più teste pensanti (che già oggi contano poco o niente)?

Sarà una nazione che crollerà lentamente, ma più in fretta del previsto: più in là non mi spingo – la mia età non me lo consente – e ci sono giovani scrittori che hanno bisogno di scrutare il futuro: lo facciano, si divertano e soffrano un poco anch’essi.



Da parte mia, ho già scelto: Madeira. Dovrò prima mettere a posto alcune cose, mettere in mare la Gretel e poi veleggiare. Le mie ceneri riposeranno in Atlantico? Non importa: il mare, a pensarci un attimo, è uno solo che tutto circonda ed accarezza. Sono gli uomini a dargli tanti nome diversi, per distinguersi gli uni dagli altri e dimenticarsi così che non esistono le razze, ma solo la specie.



(1) Fonte: http://www.nomisma.it/index.php/it/newsletter/focus-on/item/318-7-febbraio-2010-il-sorpasso-il-turismo-straniero-in-italia-supera-quello-domestico/318-7-febbraio-2010-il-sorpasso-il-turismo-straniero-in-italia-supera-quello-domestico

2) Vedi : http://www.lolandesevolante.net/blog/2011/05/perche-siamo-contrari-al-nucleare/

3) Fonte : http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/16/giovani-crisi-siamo-messi-cosi-male/231632/

4) Fonte : http://carlobertani.blogspot.it/2009/04/questo-e-un-paese-per-vecchi.html

5) Fonte : http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/06/emigrati-cervelliinfuga-estero-lavoro/553900/

6) Fonte : http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/16/crisi-laddio-allitalia-degli-over-50-li-senza-futuro-anche-le-grandi-aziende-non-pagavano-piu/1023530/

7) Fonte : http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/11/pensionati-in-fuga-dallitalia-vita-da-ricchi-con-la-stessa-pensione-e-i-risparmi/955591/

26 agosto 2014

Il peso delle anime



In un celebre (e bellissimo) film si narrava che il peso dell’anima è di 21 grammi: solo dalla Siria, ieri – dunque – sono volati in cielo un dieci chiletti abbondanti da distribuire tutti nel paradiso di Allah, divisi (ovviamente) in soldati siriani e guerriglieri dell’ISIS. Dalla Libia “si dice” che siano arrivati 4 chili scarsi, tutti da Tripoli, zona aeroporto. Bombardamenti, si sa.


Da Roma, invece, oltre ai soliti invii dagli ospedali e dalle strade per incidenti vari, 42 grammi – giusti giusti – sono giunti in cielo, un anima ucraina (ortodossa?) ed una cristiana, ed è di queste due anime che c’occuperemo principalmente, senza trascurare le altre, ovvio.



Le anime sono volate via da una graziosa e discreta villetta di via Birmania, quartiere EUR: zona non proprio nobile ma riccotta, nulla a che vedere con altri quartieri della “Roma bene” abituati – ogni tanto – a strani e terribili omicidi, ricordiamo la contessa Filo della Torre e, andando indietro nel tempo, il conte Casati Stampa & moglie & di lei amante.

Chi è l’assassino? Il solito “bravo ragazzo” figlio di un alto ufficiale della Guardia di Finanza ma – dalle evidenze del fatto – apparirebbe un poco disturbato. A 35 anni, ancora giocava in giardino – in tuta mimetica ed anfibi – con il lancio dei coltelli, al punto di spaventare la sua vittima, la quale si rivolge – con un SMS – al padrone di casa, l’uomo che aveva “ospitato” l’assassino nel periodo delle vacanze dei genitori. Almeno, così presumiamo.



Questo delitto, di per sé abbastanza complicato se lo prendiamo dalla parte delle indagini – perché era ospite da due mesi presso il suo collega di lavoro? perché non riusciva a reprimere (o, almeno, a nascondere) la sua passione per le armi bianche? al punto di spaventare la vittima? – si svolge come un film sotto i nostri occhi se cerchiamo di spiegarlo sotto l’aspetto psicologico.

Ancora un dato: la sorella si stupisce. Perché lo hanno ammazzato? In parte è vero: essendo oramai salito sulla sua auto, potevano colpirlo alle gambe o ad una spalla – era armato solo della mannaia con la quale aveva decapitato la povera colf ucraina – ma, nel tiro, pare che gli agenti italiani non siano molto esperti. Spaccarotella insegna. Ma c’è un’altra ipotesi.

La sorella si stupisce perché era tenero ed affettuoso con i suoi due figli piccoli ma, a ben vedere, anche questo è un dato che s’incastra perfettamente.



E veniamo alla vittima – perché in questo omicidio ci sono tutti i dati ed i valori della nostra tristissima epoca – la povera colf che viene da un Paese martoriato, dove le anime salgono in cielo sole od a gruppi: oggi indipendentisti, domani unionisti, milizie ucraine, milizie separatiste, filo-occidentali, filo-russi, veri occidentali e veri russi. Tutti insieme svolazzano verso il cielo azzurro, dal quale cadono gli aerei ed altre anime – sei chili in una sola volta – volano subito in alto.

La vittima, come sempre, non ha storia e non ha colpe – come non ne aveva la povera prostituta rumena uccisa con un palo nello sfintere, oppure la sposa afgana che, nel giorno delle sue nozze, ha ricevuto in dono 12 tonnellate d’esplosivo da un B-52 sul suo villaggio. C’é un assembramento sospetto – gracchia la radio da Diego Garcia – lo hanno appena comunicato dal Pentagono, lo confermano i satelliti: coordinate...

Già, doveva essere il giorno più bello della sua vita, il giorno del suo matrimonio.



La vittima, forse, ha commesso un errore a comunicare al padrone di casa la sua paura per il comportamento dello strano tipo: da qui è nato probabilmente l’omicidio. Le vittime, a ben vedere, hanno comportamenti lineari a fronte di psichi contorte e, a volte, sconvolte. Per questo, spesso, finiscono per avere la peggio.



Quanto era contorta la mente dell’assassino? Parecchio, e proprio lo stupore della sorella ci dà una prima chiave di lettura: come si spiegano l’affetto e le premure per i nipoti? Non sappiamo nulla della sua situazione sentimentale...celibe, sposato, separato, divorziato....ma quell’affetto, quella dedizione indicava proprio il calore della famiglia, che l’uomo – probabilmente – traeva a piene mani dal focolare della sorella.

Quando lasciava quella casa, probabilmente, andava “in debito” di calore e d’affetto: allora, ricominciava la sua vita solinga.

Perché non viveva con i genitori?



Due sono gli elementi che ci aiutano, ma solo un poco: il fatto che preferisse vivere, ospite, presso un amico (scartiamo, per ora, un ménage a trois alla Casati Stampa: non ci sono elementi per sostenerlo) indica che qualcosa non andava nella sua convivenza familiare, forse un rapporto difficile col padre, e la madre che – a 35 anni – riteneva compiuto il suo dovere.

L’altro è l’abbigliamento: anfibi ai piedi, mimetica, cintura paramilitare...cosa significano? Forse un “sono anch’io come te, papà” oppure un “vorrei tanto esserlo, ma non ci riesco” o, ancora, un rapporto edipico mai concluso “la mamma non mi vuole più”.

E le armi? Primitive: diverso sarebbe il caso se avesse usato una pistola.



Invece il suo rapporto primitivo con l’affettività s’evidenzia con quei coltelli: l’uomo – complice anche la solitudine ed una città deserta, gli amici in vacanza, il tempo e le giornate vuote – compie senza accorgersene la sua regressione. Ed il coltello è l’arma dell’uomo primitivo, l’ascia (la mannaia) ancor più.

L’SMS al padrone di casa (e suo collega di lavoro) della colf, che svela i suoi comportamenti e le sue abitudini (almeno un poco strane), scatena il raptus, la fase di follia che ignora ogni forma d’autocontrollo: la “traditrice” deve essere punita e, forse, non era nelle sue intenzioni ucciderla. Ma, quando inizia il terribile alterco i freni inibitori saltano: dopo, tutto diventa un copione difficile da decifrare, come la decapitazione, che un’analisi superficiale conduce lontano, all’emulazione dell’Iraq.

Potrebbe essere tutto: dal desiderio di negare l’accaduto (facendo a pezzi la vittima) ad un’estrema punizione della madre, o forse entrambe.



Un’ultima riflessione riguarda la polizia, accorsa in forze e trovatasi di fronte un individuo vestito in modo paramilitare che stringeva una mannaia: un uomo che aveva appena decapitato una donna. Hanno cercato in tutti i modi di calmarlo, poi gli hanno sparato alle gambe, infine – mentre stava per fuggire in auto – al cuore, uccidendolo.

Viene da chiedersi perché siano stati così pazienti, mentre in altri casi (Aldrovandi, Magherini, ecc) sono divenuti sbrigativamente decisi: botte, fino ad uccidere. Perché?



Qui, ci sono probabilmente da considerare due processi: quello identitario e quello di difformità, intesi non come eventi razionali e, dunque, meditati bensì come sviluppi quasi “animaleschi” di percezione dell’idem o dell’alter.

Inutile ricordare, qui, come le forze di polizia vivano un universo a sé stante, spesso separato (anche per privilegi) dal resto del corpus sociale: nella massa informe dei cittadini, spiccano per identità o difformità gli estremi.



Un individuo che pare essere lontano dalla realtà – o perché torna a casa un po’ esaltato dalla musica o da qualche droga, oppure perché chiede aiuto senza (apparentemente) mostrarne le cause – è un elemento lontano dalla percezione di un poliziotto. Lontano per l’addestramento che ha ricevuto, lontano per la percezione del (inesistente, per lui) problema, oppure per la negazione del problema stesso – visto come antisociale, e quindi da distruggere – mentre, a tutto ciò, si deve sommare la strana “comprensione” di questi fenomeni da parte delle autorità. Purtroppo, sostenuta da squallidi parlamentari che non conoscono nemmeno l’ABC della Costituzione.



Tornando al nostro caso, però, l’aver visto un uomo agile e muscoloso, addobbato con abiti paramilitari hanno probabilmente fatto scattare l’elemento identitario, poi terminato con il “colpo di grazia” poiché l’idem deve essere a conoscenza dei rischi che corre.



Lungo tutta questa analisi, sembra che abbiamo dimenticato la povera colf, la vittima: non è così.

Donne e bambini sono diventati il “filo di terra” dove si scaricano tutte le tensioni (ed anche gli assurdi desideri!) di una platea maschile da brivido: basti riflettere sull’uomo di Milano che ha ucciso moglie e figli soltanto...perché immaginava una nuova vita meravigliosa in compagnia dell’amante!



L’edonismo, un tempo negletto e controllato da una morale religiosa un po’ costrittiva (bisogna riconoscerlo), oggi è straripato: nulla è negato nel nome dell’affermazione e della soddisfazione personale. Certo, dopo c’è la galera, ma l’edonismo sfrenato – proprio perché senza limiti – non coglie pericoli, regole morali o principi etici.

Qui, si aprirebbe una porta filosofica che non vogliamo aprire per non tediare troppo il lettore: ci basterà affermare che, come fu stralunato il pensiero di Nietzche, lo fu anche quello di Marcuse.



Infine, si parla – a volte a sproposito, ma sempre più assiduamente – di Terza Guerra Mondiale: difficile affermare se le teorie geo-strategiche condurranno ad eventi epocali od alle solite stragi quotidiane alle quali i media ci hanno, forzatamente, abituati.

Chi è cresciuto con alle spalle l’orrore della 2GM ed ha vissuto il tetro andirivieni della Guerra Fredda ha interiorizzato un mondo di timori, ammettiamolo: gli stessi timori che, annichiliti, oggi hanno condotto a società così violente e permissive nei confronti della violenza. Domani, sarà abitudinario aprire il giornale e leggere delle solite mogli, prostitute, colf, duchesse, ragazze, ragazzine...strozzate, decapitate, seppellite, soffocate...



Non sappiamo se la Terza Guerra Mondiale sia alle porte, ma le società sono pronte a qualcosa di peggio: alla negazione d’ogni principio etico e ad una morale da postribolo. Ahi noi.

16 agosto 2014

Di Battista lo stupido, e gli idioti che gli sputano addosso



Che bel teatrino. Da un lato un tizio che sta imparando come crearsi audience sparandole grosse, tanto per passare dalla media classifica della serie B alla zona UEFA della serie A. E, per raggiungere il suo misero obiettivo, non disdegna di fare un unico fascio di sciiti e sunniti, di Gaza e dell’ISIS (o come si chiama), dei sedicenti califfi e di quelli veri, di carità sincere e di quelle pelose e, soprattutto, di petrolio, petrolio, petrolio e soldi, tanti soldi.


Riferendosi all’ISIS, Di Battista afferma che è giusto usare l’arma della rappresaglia per difendere la propria esistenza, ma si sbaglia di luogo, alleati, tempi e denari.



I suoi detrattori, invece, lamentano una vuoto storico da far inorridire La Pallice, poiché negano in toto ed urbis et orbis la risposta armata a qualsiasi sopruso. Vorremmo vedere se si fossero trovati di fronte alla domanda delle cento pistole: “Utu o Tutsi?”. Risposta sbagliata...zac...testa che rotola nell’erba secca.

I detrattori, ricordano – per caso – d’aver trionfalmente ricordato ed osannato la lotta partigiana? Cosa potevano fare i partigiani contro le SS o la San Marco? Combattere, con i mezzi che avevano. E contro il panzer che, quasi sempre, accompagnava i rastrellamenti, come si dovevano comportare? Insomma: non si può condannare in toto la risposta armata e poi ammetterla “perché quelli erano giusti”.

E chi sono i giusti?



Bella domanda, soprattutto se riferita al Medio Oriente.

Di certo, i “giusti” sono gli uomini e le donne di Gaza, che vivono in una specie di lager a cielo aperto bombardato ogni due-tre anni per riportare da capo il tasso di natalità: oppure li ho viste solo io le icone della donna incinta alla quale sparare nel ventre? “One shot, two kills”, recitava la didascalia.

Certo, perché Gaza deve rimanere una sorta di Bantustan dove la mano d’opera frontaliera non costa quasi nulla, ed Israele può così fregiarsi della Palma di “miglior economia”...e storie del genere...dell’area mediorientale.

Sbagliano, allora, quelli che lanciano i razzi contro Israele? In un certo senso sì, perché per ogni razzo giungono centinaia di missili, colpi di cannone, bombe d’aereo e di nave. E la loro disperazione, dove la mettiamo?

Quella “disperazione” è catalizzata dall’arrivo di merce – ossia missili – che giungono sempre via Iran (o dipendenti) mentre l’Islam wahabita non si cura dei palestinesi, bensì fa affari con Israele. In questo primo girone infernale, osserviamo chi sono gli “amici” dei disperati palestinesi e chi sono – per certo – i loro nemici o, per lo meno, gli indifferenti.



Fra gli indifferenti, potremmo mettere anche Erdogan e la sua Turchia neo-ottomana, la quale si spese per i palestinesi (con la Freedom Flotilla) ma più ad uso interno che internazionale: con quella trovata, Erdogan “licenziò” quasi completamente – in un solo colpo – i dunmeh, ossia la casta degli ufficiali (filo-israeliana), la quale tesseva le trame della politica turca dai tempi del massacro degli Armeni. Incapaci di dare il via all’ennesimo colpo di stato (che in Turchia non è tale, per la Costituzione di Ataturk) dopo gli eventi della Freedom Flotilla, tramontarono e, oggi, non contano più niente.

Ed è un bene che così sia. Perché?

Poiché Erdogan, oggi, è l’unico baluardo che si erge contro il malessere dilagante, il terrore allo stato puro, l’abiura ad ogni invito alla fede ed alla fratellanza umana che c’è nel Corano. Come c’è nei Vangeli, come ricordano le più grandi religioni. Ma questo non è un affare religioso.



Se Erdogan dovesse cedere, toccherebbe ancora una volta ai serbi – tanto bistrattati e derisi – la difesa di un’Europa fatta di “sdraiati”, di metallari, di neo-yippies, di iper-connessi, di annoiati, di delusi...tutti incapaci di tenere fra le mani un fucile.



Quello che sta nascendo a Ninive, è un mostro – Di Battista – che nulla ha a che vedere con i palestinesi o con i giordani, con i libanesi o chi altro. E’ la proposizione (non ri-proposizione!) di una sorta di potere assoluto dell’Islam wahabita contro tutti gli altri, siano sciiti, cristiani o chi altro.

L’Islam non è mai stato tale nella Storia: nei suoi secoli d’oro fu un faro per l’umanità, ma nulla c’entra con questi tagliagole da strapazzo contro i quali Obama il keniota – un po’ per ignoranza, un po’ pusillanimità, un po’ perché non capisce niente di Medio Oriente (e come può capirlo un keniota? Forse che un brasiliano può comprendere la complessità dell’anima russa?) – non osa porre termine subito, con un ricorso alla pura forza senza se e senza ma.



L’Islam wahabita è un brutto scherzo della Storia: nato fra un accordo fra gli Al-Saud e l’emiro Al-Wahabi nel XVIII secolo – in mezzo a pietraie assolate – poteva contare come Montezuma o come qualche reuccio del Pacifico. Invece no: una pioggia di miliardi è cascata addosso a quel regime assurdo ed anti-storico perché il liquor maleodorante serviva a tutti, e tutti erano disposti a pagarlo.



Oggi, con l’uscita degli americani dall’Iraq, il potere (tramite Al- Maliki) era quasi completamente in mano agli sciiti: i grandi giacimenti dell’Est (Amara) o del Sud erano in mano sciita: l’Iran, non poteva attendersi di meglio dopo dieci anni di guerra senza risultati. Un bel pacchetto regalo.

Ecco allora che i wahabiti si riorganizzano e, grazie alla debolezza di Assad (anche questa di fonte USA), tornano a macinare miliardi tramite le varie zacat e saddaqua e torna persino in auge hawala (termine hindi) che fu l’embrione dei finanziamenti elettronici ad Al Qaeda. Non stupiamoci troppo: ogni cosa ha sempre capo a Riyadh.



Ora, vorrei chiedere all’esimio Di Battista – il quale ammette ogni sorta di difesa contro i droni – cosa ne pensa del filmato che segue, se ancora si sente così convinto che questa gente vada difesa (o sorretta?), così come vorrei domandare ai detrattori di Di Battista se, ancora, i palestinesi non hanno diritto a difendersi.



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Nel filmato, una cosa mi ha colpito: uno degli autisti, affranto dalla serie interminabili delle domande da “catechesi” risponde, stufo, “io voglio vivere”. Quell’autista ha detto, prima d’essere ammazzato, la verità più semplice che tutti noi uomini accettiamo come universale: vivere, senza offendere né ammazzare altri. Vivere del proprio lavoro, come facevano quei tre poveri autisti (nella versione integrale – che è stata probabilmente “depurata” – c’era l’esecuzione completa).



Ti senti ancora di difendere gli ha sparato loro in testa? Rispondi, Di Battista.

29 luglio 2014

il ponte della concordia


Mentre a Gaza gli israeliani massacrano deliberatamente (job is usually, la scadenza è bi o triennale) bambini israeliani, oppure si disserta sulla futura guerra mondiale sui confini orientali europei di là da venire o, ancora, si riconosce che Schettino ha fatto meglio di Renzi – lui sì che ha creato migliaia di posti di lavoro, altro che Bangladesh o Turchia per la demolizione della Concordia – anche qui a Savona (nel suo piccolo, ovvio) si lavora alacremente per costruire e demolire, com’è d’uso oggi – nel fulgore dell’iperliberismo – per fare i soldi.


Qui, i dollaroni si fanno costruendo ponti e demolendo quelli vecchi. Che male c’è, direte voi. Aspettate.



Intanto, scorporiamo i ponti romani perché quelli, da duemila anni, se la ridono e campano d’ottima salute: con le loro “schiene d’asino” al vento di Tramontana, osservano i poveri ponti moderni che le alluvioni si portano via.

Il problema, quando per un po’ di anni non vengono alluvioni e Giove Pluvio sta calmo, è come costruire ponti nuovi! Altrimenti? Gli appalti? Come avevo preannunciato, si demolisce.

Cosa si demolisce? I vecchi ponti, ovvio. Già, ma quelli antichi stanno in piedi per secoli, quelli di qualche decennio crollano da soli quando c’è un’alluvione...non rimangono che i ponti nuovi.



Il ponte nuovo che andrà demolito è un modesto ponticello levatoio che conduce da una riva all’altra del vecchio porto, sfruttando un punto dove le acque si restringono: il guaio è che ha solo 16 anni. E’ scassato? Fatiscente? Non funziona?

Niente di tutto questo: non va bene per i disabili.

Costruite i montascale! Ci sono già, ma non funzionano.



A questo punto, le persone con ancora un po’ di sale in zucca se la sono grattata: chiamate la ditta e fateli riparare...no, “non vale la pena”. Riparare due montascale per le carrozzelle?!?

Gratta gratta e la verità salta fuori.



I croceristi della Costa si sono lamentati perché devono trascinare i trolley su per l’ardua scalinata del ponte: ben trenta scalini! Ma si sa: Costa chiama e Casta risponde. Come sa fare, ovviamente.



A parte tre quisquilie:

a) i croceristi della Costa arrivano in gran parte a Savona con gli autobus, quelli che arrivano via treno trovano il bus navetta. Insomma, è solo qualche turista “fai da te” che si trova quella specie di “Everest” da 30 scalini, che comunque possono evitare facendo il giro della darsena, 500 metri.



b) Non è, per caso, che è possibile costruire sull’altro lato dove non ci sono i montascale due “monta-trolley”?



c) A chiudere il porto, hanno costruito un mega-palazzo a forma d’anfiteatro con scaloni (per arrivarci) veramente mozzafiato: lì, nessuno fa questioni di handicap. Tanto non c’è nessuno: la costruzione megalitica è praticamente vuota – adesso, visto che è stato un fallimento immobiliare, ne costruiscono un’altra – come il grattacielo che osservate sullo sfondo: costo di un appartamento di 3 stanze, 1,3 milioni di euro. Mia figlia l’ha ribattezzato “La tomba di famiglia più grande del mondo”.



La soluzione trovata è stata di costruire un secondo ponte e demolire il primo: tutto normale, niente da dire, i soldi li ha messi l’Ente Porto e via così. Ma chi comanda all’Ente Porto? Le solite propaggini della Casta.



Veniamo ai conti.

Il nuovo ponte (che potete osservare nella fotografia sullo sfondo, dove c’è la ruspa gialla ferma) fu appaltato ad una ditta di Parma per 1,2 milioni di euro. Il vecchio, generosamente, lo regalarono al Comune che fece marameo, così ci saranno anche 200.000 euro per la demolizione.

E veniamo ai tempi.

Il nuovo ponte è “partito” nel 2012, doveva essere pronto nella Primavera del 2013, ma...

All’inizio del 2013, la Cometal di Parma (ditta vincitrice dell’appalto) presenta i libri in Tribunale e la procedura fallimentare impone lo stop a qualsiasi attività fino a Giugno 2013. Attualmente, sembra che i lavori dovranno riprendere, ma...nel guazzabuglio delle carte, della gare d’appalto e tutto il resto nulla è certo...insomma, il solito pasticcio italiano.



Dulcis in fundo, quando sarà terminato, il nuovo ponte sarà molto basso sull’acqua ed avrà un “tirante d’aria” (lo spazio fra la superficie del mare ed il piano del ponte) insufficiente per far passare anche le barchette da pesca. Prima, invece, con il “vecchio” ponte levatoio, era necessario aprirlo solo quando transitava una barca a vela oppure un grande cabinato.

Siccome, in passato, ci sono state polemiche sulla “solerzia” di chi doveva aprire il ponte...apriti cielo, quando dovranno aprirlo ogni mezzora!



Chissà perché, gli inglesi costruirono il Tower Bridge in 8 anni e lo inaugurarono nel 1896: il ponte, dopo numerosi ammodernamenti, è ancora oggi un elemento importantissimo per il traffico stradale e quello fluviale.

Soprattutto, non ci sono pazzi in giro che lo vogliono demolire per far posto ad un ponte girevole: quello di Taranto è molto diverso per funzione, poiché usato soltanto per far transitare dal Mar Piccolo al Mar Grande (e, quindi, al mare aperto) le grandi navi della Marina Militare o poco altro. E’ l’unico in Italia.



Dopo questa istruttiva storiella (tutta verificabile, basta buttare due parole su Google) ci rendiamo conto del livello organizzativo/amministrativo della nostra classe politica, locale e nazionale?

Tralasciando che erano fondi dell’Ente Porto, con quei soldi si sarebbe potuto fornire – per un anno – un reddito di cittadinanza (o di disoccupazione) di 500 euro mensili per 233 persone.

Perché “il ponte della concordia”? Perché – almeno fino a quando qualcuno non ha cominciato a ridere loro dietro – erano tutti d’accordo, destra, sinistra, alto, basso, ex di tutte le parti...non so come abbia votato (se era già in Comune all’epoca) il M5S, immagino contro, gli unici.



Questa vicenda potrebbe addirittura essere definita banale – 1,4 milioni di euro – poiché gli scandali ai quali ci hanno abituati sono colossali: l’EXPO, il Mose, la TAV e tutto il resto di grandi dimensioni.

Però sono tante ruberie: una per ogni città, piccole o grandi che siano, ci sono le piccole e le grandi corruzioni. Riflettiamo che, quando per far soldi si giunge a demolire ciò che funziona col solo scopo d’avere la possibilità di un nuovo appalto, abbiamo superato Kafka, probabilmente anche Orwell, giacché nessuno fiata.



Cadono come la neve, su di noi, nuove teorie economiche “facili” e risolutive: m’astengo dal commentarle perché non sono un economista, però non ho gran fiducia nei miracoli. Ad esempio: il reddito del signoraggio può essere goduto da due soggetti diversi, ossia dalle banche private oppure dalla banca statale pubblica. Già: e chi governa la banca pubblica? I cognati, i figli, i fratelli, gli amici di quelli che fanno i MOSE, l’EXPO e via discorrendo.



Altri economisti sostengono che la situazione italiana è senza sbocco perché il prelievo truffaldino (il teorema di Craxi, su ogni appalto il 30%) è troppo alto e ampio, diffuso sul territorio. Ciò ha condotto il rapporto debito/PIL al 135%. Perché le cosiddette “riforme” di Monti non hanno dato nessun frutto? Poiché, parallelamente all’aumento dei gettiti (Equitalia, leggi Fornero, ecc) sono aumentati gli appetiti. In altre parole, ci hanno tosati per far soldi: la Casta, nessun altro, ha goduto.



Si torna da capo: come sbarazzarci di questa gentaglia che s’è impossessata del potere e lo sta consolidando, grazie a manovre di palazzo che esauriranno qualsiasi spazio di democrazia? Siamo tornati ai “senatori” (e deputati) “del Re”, in una situazione ben peggiore del 1861, quando nacque il Regno d’Italia. Paradossalmente – se i senatori erano di nomina regia – almeno i deputati erano eletti (con modalità diverse da oggi, si rifletta sul non voto alle donne), però qualcuno li sceglieva.



Per qualche tempo s’è pensato che il M5S ce l’avrebbe fatta a sgominare la Banda Bassotti al potere, invece la Banda ha serrato i ranghi ed ha messo in difficoltà il M5S stesso, poiché digiuno di politica. Quando hanno iniziato a “macinare” meglio ciò che succedeva, oramai l’asse di ferro fra il PD e Berlusconi era cosa fatta e non ci sarà più spazio per nessuno.



Ci vuole un “cambio di passo” all’interno del movimento stesso, un mutamento lento e sostanziale: non servono le chiamate alle armi e nemmeno le sterile polemiche, anche se condite con molto umorismo.

Se si desidera andar oltre, e fare in modo che un plafond più ampio della popolazione comprenda, bisogna iniziare a presentare situazioni, problemi, malgoverno, idiozie, ecc...ed indicare le soluzioni.

A fianco del “popolo” incazzato del M5S, servono persone esperte che sappiano indicare le soluzioni dei problemi: basta con ‘ste teorie monetarie che un altro contesta e non si giunge mai alla fine. Meno Wall Street e più Main Street.



In tutta Europa (mettiamo il naso fuori, ogni tanto) non si discute sulla forma di governo o su quella delle assemblee elettive: si dà per scontato che le assemblee sono elette – con preferenze – da apposite liste. Sbagli le persone che metti in lista? Perdi voti.

In Europa il dibattito che tiene banco è (soprattutto dopo Fukushima) quello dell’energia, accoppiato al clima, che sembra mutare con una velocità impressionante. Vi siete accorti che il 2014 sarà un anno senza Estate? Un altro dibattito è la produzione agricola, gli OGM...per noi italiani sarebbe meglio riflettere sulla principale industria italiana, il turismo.



Tutto questo deve essere presentato, spiegato, scritto per gli italiani dal M5S – perché è l’unica forza politica in grado di farlo – e allora i consensi non saranno più “ballerini” e non soffriranno per il mutar del vento politico, per i bei faccioni dei giovanottoni simpatici che piacciono tanto, oppure per le belle donnine che li circondano. Che, a volta, fanno addirittura i ministri.



Smontare e rimontare una cultura di governo, è l’unica strada da seguire: ci vorrà tempo, certo, ma non vedo altra soluzione.

21 luglio 2014

Un copione già visto


L’abbattimento dell’aereo di linea della Malaysian Air Line è uno di quei casi che terranno banco per molto tempo, e così scivoleranno nella Storia con le pantofole di velluto, senza disturbare nessuno: a differenza dell’altro incidente dell’8 Marzo – quando un aereo scompare, pare riapparire per poi scomparire del tutto (a ben vedere, un nuovo copione) – l’aereo caduto in Ucraina ha un illustre precedente, ossia Ustica.


Di tutta la tragedia restano tre vagoni refrigerati carichi di morti, di pezzi di morti, di bambini dilaniati: tutta gente che – almeno – non dovrebbe aver sofferto giacché l’improvvisa depressurizzazione dovrebbe aver almeno fatto perdere loro i sensi. Speriamolo, per quella gente innocente.



Visto che, attualmente, siamo preda della disinformazione più bieca, mentre saltano fuori sistemi missilistici, alquanto vecchiotti, che pare – e sottolineo pare – non abbiano agganciato il missile al radar d’inseguimento, basandosi solo – per il lancio – sul radar di scoperta (come abbia fatto, allora, a colpire rimane un mistero) oppure pochi fotogrammi di un sistema SA-11 che rientra in Russia con un missile mancante (io, confesso, dalle immagini non l’ho notato) o ancora una bella chiacchierata fra miliziani ed ufficiali russi dove confessano in diretta planetaria d’aver abbattuto un aereo civile.

Come se i servizi russi ed ucraini non parlassero la stessa lingua, non conoscessero come il proprio palmo la disposizione delle forze avversarie, gli ucraini non avessero anch’essi in dotazione l’SA-11...qualche fotogramma d’archivio ce l’hanno tutti...la giustificazione per il missile che non ha rilevato l’IFF del Boeing (If Friend or Foe, ma nei modelli civili è chiamato transponder) perché non ha agganciato il missile al bersaglio. Va beh, tutto fa brodo: un missile viene lanciato alla cieca nel cielo e, 10 km più in alto, colpisce un aereo civile. Mah.



Nelle primissime ore, qualcuno aveva menzionato anche la contemporanea caduta di un aereo militare, poi sparito nel tritatutto dell’informazione usata come arma: per subissarti di input e non darti il tempo di ricostruire nessun puzzle.

Forse, quel caccia scomparso – del resto, nel silenzio più assoluto dei media, gli ucraini bombardano ogni giorno i separatisti con i loro velivoli – racconterebbe più cose di tante notizie frullate alla svelta e presentate nei Tg all’ora di cena. Se esiste per davvero, ovvio.

Dobbiamo, però, prima fare un salto all’indietro, al momento della “separazione”.



Che la Crimea prendesse la via della Russia non era un mistero per nessuno: le basi della Flotta sono tutte lì, la popolazione è in gran parte d’etnia russa (sempre per la stessa ragione, sono marinai e tecnici di manutenzione della grande flotta del Mar Nero) che si spinge, talvolta, nel Mediterraneo facendo base a Tartus, in Siria.

A dire il vero, i russi avrebbero l’alternativa di Nikolaev – sulla costa est del Mar Nero – ma, da sempre, Nikolaev è un enorme cantiere di costruzioni navali: sarebbe difficile farci stare anche la base per una flotta.



Se qualcuno riteneva che la questione fosse conclusa con la Crimea (tacitamente accettata dalle diplomazie internazionali) c’era un altro “bubbone” che sarebbe scoppiato: l’ho sempre sostenuto e (forse) anche scritto tempi addietro, il Donbass.

Il Donbass è un’area ricchissima di carbone (e, pare, anche di gas e petrolio), abitato da etnie prevalentemente russe, che mal hanno accettato la “nuova” Ucraina, ritenendo la “fratellanza” con la Russia di primaria importanza.

Del resto, sono popolazioni di confine – alcuni con doppio passaporto – oppure russi trasferitisi lì al tempo dell’URSS: insomma, questi hanno tutto da guadagnare a stare dalla parte del più forte (oltre che a sentirsi parte della nazione più forte) ed abbandonare il Paese che si regge sul lavoro all’estero degli emigranti.

Da qui, la guerra: prima strisciante, poi guerreggiata.



E torniamo agli strani parallelismi con Ustica.

Sul cielo di Varsavia, mezzora prima della tragedia, s’incrociano l’aereo presidenziale di Putin ed il Boeing della Malaysia Air Line: questo è un dato di fatto, certificato dai controllori di volo polacchi. Ovviamente, le rotte sono diverse: l’IL-96 torna dai Carabi ed è diretto a Mosca, l’altro è partito da Amsterdam e va in Malesia.

Se osservate una cartina dell’area, potrete notare che l’aereo di Putin non sorvolerà mai l’Ucraina, avendo come rotta quasi una retta che lo conduce verso Minsk, nel Belarus, e poi direttamente a Mosca. I velivoli, spesso, sono obbligati a volare all’interno delle aerovie e, quindi, non possono sfruttare a pieno i vantaggi di una rotta ortodromica. Al più, lo fanno sugli oceani o sulle rotte polari.

Il Boeing, invece, riceve l’assenso a volare per “waypoint diretti” e – diretto a Kuala Lumpur – scende verso Sud-Est allontanandosi dall’aereo di Putin, che continua su una rotta grosso modo ENE.



Chi scorta gli aerei dei Capi di Stato?

Dentro lo spazio aereo nazionale, i velivoli militari: e fuori?

Sono trattative complesse, delle quali quasi nulla viene a galla: normalmente, in ogni spazio aereo nazionale sono i caccia della nazione a doverlo scortare, ma ci sono tutta una serie di “se” e di “ma” ed il lavoro di preparazione di una missione all’estero richiede settimane di lavoro e di contatti per i servizi addetti alla sicurezza.

Torniamo indietro qualche secondo ad Ustica.



L’aereo di Gheddafi – che si recava a Varsavia per una riunione ad alto livello – decollò da Tripoli (o da Misurata) scortato dai caccia libici e fu preso in consegna, al limite delle acque territoriali italiane, da due F-104 per la scorta. I caccia libici tornarono indietro ma furono sostituiti da altri velivoli che decollarono da Misurata: Gheddafi aveva probabilmente ricevuto qualche avvisaglia di ciò che stava per accadere, e non si fidava.

Il compito dei due F-104 era di scortare l’aereo presidenziale fino allo spazio aereo austriaco, dove sarebbe stato preso in consegna dagli austriaci. Ma successe il patatrac.

Aerei francesi decollarono dalla base presso Bonifacio (in Corsica) e ci sono testimonianze dei decolli ravvicinati di quel pomeriggio, quasi si trattasse di una guerra. Degli americani non si hanno notizie certe, ma durante il “ripescaggio” del relitto del DC-9 vennero a galla anche pezzi di Phantom mai meglio identificati. I Phantom erano in dotazione alle portaerei della VI Flotta.

L’aereo di Gheddafi fece dietro front e tornò in Libia a tutto gas (questa è una delle ricostruzioni) ma la seconda scorta rimase: così prese inizio la famosa battaglia aerea di quel giorno: non si sa se il DC-9 Itavia fu abbattuto volontariamente da qualcuno che lo ritenne l’aereo presidenziale, oppure se il disgraziato aereo “agganciò” per sua sfortuna un missile all’infrarosso destinato ad altri.

Questa non è una ricostruzione di fantasia, ma nemmeno pretende d’essere verità distillata: dopo 34 anni di “muro di gomma” si è addirittura perso memoria del giorno in cui cadde il Mig libico sulla Sila!



Torniamo all’oggi.

L’aereo di Putin può essere scortato sopra il Belarus da caccia russi: ma prima? C’è da fidarsi (dopo l’incidente di Katyn) di una scorta polacca?

In ogni modo, nella fase finale del volo la rotta dell’IL-96 rasenta il confine ucraino ad una distanza di circa 50 miglia nautiche: cosa può essere successo in uno spazio così ristretto per velivoli che volano a Mach 2? Anche nulla.

Nella confusione generale, però, qualcuno può aver inserito un’informazione errata nel sistema (per errore o di proposito, non lo sapremo mai) – il Boeing malese, oramai, si trova a centinaia di miglia dall’IL-96 – però qualcuno può averlo ritenuto l’aereo di Putin proprio a causa di un input sbagliato.

E c’è una verità tangibile e verificabile: qualcuno ha agganciato l’aereo al suo radar di tiro (a terra od in volo) ed ha premuto il pulsante, questo è innegabile.



Pazienza: fra cinquant’anni ci diranno che fu un’esplosione in volo, oppure una bomba, anche da quelle parti hanno ottimi produttori di gomma per costruire muri. Persino migliori dei nostri.

27 giugno 2014

Quelli che “...sono contro la caccia...”




Si fa presto a dire sono “contro la caccia”: a prima vista lo siamo tutti. Ma.


Sarebbe più logico diventare vegetariani – c’è poca differenza fra la fucilata nel bosco o lo “sterilissimo” colpo con la pistola a molla che domattina (oggi è Domenica) sfonderà il cranio di una mucca in un qualsiasi macello – ma anche il vegetarianesimo (o veganesimo) comportano dei problemi, come vedremo.

Gli animali sono i nostri compagni di viaggio, anche quelli che mangiamo: che paradosso, vero? La mia gatta non si cura delle acciughe morte che le do da mangiare...ma se fosse un coniglio? Per alcuni è un animale da compagnia, per altri uno splendido sugo per le tagliatelle. Osservo le lumachine sull’insalata e le sposto in un posto fresco, mio fratello le raccoglie, le mette a spurgare nell’acqua e se le mangia.

Io, da parte mia, potrei anche fare a meno della carne, ma del pesce sarebbe un vero tormento: tonni e tonnetti (bonitos), acciughe fresche, salate o in carpione col limone, moscardini e gronghi...non mangio pesce “nobile” ma quello popolare, anche se so benissimo che non fa differenza.

Siamo partiti dalla caccia, ed alla caccia torniamo.



Molti anni fa – siamo intorno al 1960 – la caccia era, quasi ovunque, praticata nei confronti della lepre, del fagiano, della quaglia e di pochi altri animali.

Il cinghiale? Il cinghiale era solo in Sardegna ed in qualche riserva naturale della Toscana: i salamini di cinghiale sott’olio erano una vera rarità, che trovavi solo in Sardegna ed a Grosseto & dintorni. Poi, avvenne il cambio della fauna: ecco come avvenne.



Il cinghiale è un animale potente, ma poco prolifico: ti può aprire la pancia senza tante storie con le sue zanne se capiti male (femmine con i piccoli) e so di gente che s’è arrampicata sugli alberi per sfuggirgli. La sua scarsa diffusione era causata dal fatto che più di un paio, al massimo tre piccoli non metteva al mondo: l’equilibrio della popolazione era quindi perfetto, scarsa prolificità e caccia praticamente assente.

Qualcuno – bisognerebbe cercarlo nelle associazioni venatorie? – ebbe un’idea: perché non li incrociamo con maiali di certe sottospecie (come il maiale sardo od altri di razze inglesi), che hanno una livrea praticamente identica? Ecco fatto: nacque un cinghiale che conservò le zanne ma che, in compenso, sfornava 8-12 cuccioli per ogni nidiata.

E l’equilibrio saltò.



Ci vollero decenni: nel 1980 in Liguria già esistevano le “squadre” per la caccia al cinghiale mentre nell’alto Piemonte erano praticamente sconosciute. Ora, quando vado nella casa di famiglia sulla Serra d’Ivrea, li sento grugnire – la notte – a due passi.



Poi c’è il capriolo: “Bambi” che tutti i bambini imparano a conoscere nei cartoni animati. Animale mansueto, docile, che s’affeziona addirittura all’uomo: il problema è che – come tutti i caprini – preferisce cibarsi di gemme piuttosto che d’erba. Cosicché, non solo qualsiasi coltura è a rischio, bensì anche ogni taglio di bosco ceduo stenta a ricrescere, poiché i caprioli fanno razzia di gemme.



Alcuni dati: lo scorso anno, nella provincia di Savona, fu autorizzato un “prelievo” – eufemismo: hanno ammazzato – circa 3.000 cinghiali. Immaginate un po’ che razza di fauna c’è nei boschi d’Italia: una sorta d’allevamento sul territorio, a disposizione dei cacciatori. Purtroppo, non ho dati sui caprioli: so soltanto che sono stati introdotti i primi daini (il daino è un animale piuttosto grande, il maschio rasenta il quintale, a differenza del capriolo) poiché il capriolo non incontra molto il gusto dei consumatori...si spera nel daino.

Perché questo affaccendarsi in razze ed incroci?



Poiché la caccia non è soltanto uno sport, è un’attività redditizia.

Stabiliti in circa 1.000 euro le spese fisse (tasse, licenze, cartucce, ecc) ogni componente di una squadra (sono circa una decina di persone) può arrivare a mettere insieme 5.000 euro l’anno, considerando sia il quantitativo di carne per auto-consumo, sia gli introiti derivanti dalla vendita.

La legge proibisce di fare commercio con i proventi della caccia, ma – capirete bene – quanto siano facili da superare questi divieti: per un ristoratore basta avere una fattura o due di cinghiali allevati per sfornarne venti “abusivi”.



Rimedi?

L’unico rimedio è la caccia oppure il ripopolamento con i predatori che un tempo erano comuni sui nostri rilievi: lupi, linci ed orsi.

Eviterei qualche marchingegno genetico per risolvere la questione con “l’alta ingegneria” delle specie, perché – dopo – non sapremmo più veramente a quale santo votarci: meglio stare con i piedi per terra, nel senso che di unicorni e draghi volanti non abbiamo proprio bisogno. Lasciamo stare Jurassic Park. E nemmeno provare con qualche microbo che, dopo, magari provoca l’invasione delle vipere o la morte di tutti i faggi.

Vediamo le specie conosciute.



L’orso, ad essere precisi, non è un vero e proprio predatore nei confronti del cinghiale o del capriolo: può essere considerato un competitore, in ogni modo c’è un progetto per diffonderlo nelle Alpi Centrali (1). Non si tratta dell’orso marsicano, ma dell’ursus arctos, dal quale il marsicano differisce solo per dimensioni (300 kg max contro 700). Insomma, il “cuginetto” del grizzli. In Croazia, ogni anno, ci sono circa tre morti a causa degli orsi: si tratta per lo più di ristoratori od albergatori di zone impervie. Mi spiegarono in loco che, al termine del letargo, le bestie affamate s’introducono nelle dispense di queste strutture e, incontrando qualcuno, lo “scostano” un po’ troppo rudemente...insomma, nessuna volontà d’ucciderlo per farne preda, però...



I lupi sono i principali candidati per questa “disfida”, ma ci dimentichiamo di una cosa: già ci sono, e mica pochi. Fonti attendibili affermano che, fra Genova ed il confine francese, siano attivi una decine di branchi per un totale di un centinaio d’esemplari. E non hanno certo scalfito la popolazione dei cinghiali.

A complicare la cosa, ci sono anche branchi di cani selvatici i quali si sono accoppiati con i lupi, determinando degli ibridi: si tratta di cani da pastore, molto vicini geneticamente ai loro cugini selvatici, mentre i molossoidi (alani, mastini, ecc) hanno repulsione per i lupi.

Questi nuovi “lupoidi” temono l’uomo molto meno dei lupi e, paradossalmente, sono più pericolosi, perché hanno meno remore ad avvicinarsi agli abitati.

Personalmente, vidi una coppia di lupi fuggire da un incendio boschivo di grandi dimensioni: passarono a qualche decina di metri da me e tirarono dritto, senza curarsi degli umani. Si notava “a pelle” che cercavano un rifugio, una forra od il folto del bosco per nascondersi e non pensavano affatto ad attaccare: in effetti, tutta la scena durò al massimo 10 secondi.



Il terzo, possibile predatore è la Lince: un “gattone” che pesa circa 30 chili ed è alto 55 centimetri alla spalla, 70 con la testa. Le dimensioni sono quelle di un cane di mezza taglia, però si tratta del “cuginetto” della tigre.

Non ha un buon carattere: non attacca l’uomo ed i suoi insediamenti solo fin quando ha abbondanza di prede, poi, s’avvicina alle case. E’ un felino: comportamento completamente diverso dai lupi, insomma...è un “gattone” che non fa piacere incontrare in un bosco perché salta sugli alberi, è silenzioso, e ti può “atterrare” sulla testa quando meno te lo aspetti.

La Lince è già presente in Francia, Svizzera ed Austria: in Italia, è stata fotografata sull’Appennino tosco-emiliano nei pressi di Forlì, mentre un mio conoscente (cacciatore) ne ha scorto le orme sulla neve sul Monte Beigua (alle spalle di Varazze).



Non c’è da stupirsi della sua presenza, come di quella dei lupi: gli animali tendono a disporsi sul territorio sempre in cerca d’aree esclusive di caccia, gioco forza questo comportamento genera, prima o dopo, una diffusione a macchia d’olio.

La fauna disdegna le aree pianeggianti e coltivate (salvo fare incursioni notturne) ma l’Italia – esclusa la pianura Padana e poche pianure costiere – è una sola area montagnosa, partendo da Trieste per finire a Reggio Calabria, senza soluzione di continuità.



Se si opta per questa scelta, bisogna avere almeno una legislazione per le armi simile a quelle francesi, svizzere o austriache – ossia libertà nell’acquisto per le armi da caccia (canna liscia) – poiché se la gente non può spaventare – e all’occorrenza uccidere – queste bestie, prima o dopo scatterà un pogrom silenzioso ed omertoso.

Inizieranno ad essere trovate carcasse di lupi, di linci o di orsi nei boschi senza – ovviamente – che ci sia la firma di nessuno. Al primo bambino o cercatore di funghi dilaniato, come reagirà la popolazione?



Come potrete notare, qui non si tratta di un problema etico, bensì politico il quale somiglia molto alla legislazione sull’aborto: un male, ma un male necessario per non avere mali peggiori.

Le forze dell’ordine? Inutili.

Al primo rombo di una camionetta che s’avvicina la lince scompare nel folto del bosco, dal quale ti tiene d’occhio – è una piccola tigre, per carattere, non scordiamolo – e si ripresenta qualche giorno dopo. Pazienza se viene predata qualche gallina, ma se attacca tuo figlio mentre gioca nel prato?



E’ un equilibrio difficile da mantenere: l’equilibrio fra le popolazioni animali (uomo compreso) necessita di nervi saldi e sangue freddo, soprattutto da parte dell’uomo, che riveste il ruolo di gestore di questi equilibri.

Gli animali, a loro volta, hanno l’arma della prolificità: nessuno schioderà mai più dall’Italia i cinghiali, per la semplice ragione che non sono più cinghiali, bensì maiali mascherati.

Quindi, la scelta: o la caccia – ancor più determinata di oggi – oppure i predatori, ma in buon numero. Le armi? In “Bowling at Columbine” Michael Moore ha dimostrato senza ombra di dubbio che gli omicidi non hanno nessun rapporto con la diffusione delle armi – ricordiamo il confronto fra la sponda canadese e quella USA del lago Michigan – mentre la vera ragione sono le menti malate e disperate, che uccidono anche con un coltello da cucina.



Chi è rimasto sconfitto in questa strana guerra sono gli agricoltori periferici, ossia quelli che coltivavano le aree appenniniche e prealpine: oggi, non è più possibile coltivare pressoché nulla in quelle aree, ed i risarcimenti per i danni causati alle coltivazioni (è un compito affidato alle Province) seguono il corso delle finanze pubbliche, sempre più rari ed esangui.

Ho visto personalmente campi di patate (quasi sotto casa) ridotti ad un terreno arato, e una coltivazione di fagiolini a rama alta, a non più di qualche decina di metri dalle case, “potata” fino all’altezza di un uomo dai caprioli.



Bene: possiamo fare a meno degli agricoltori di collina/montagna? Certo!

Fra un po’ faremo a meno degli agricoltori in toto, visto che il tasso di sostituzione italiano è di un solo agricoltore sotto i 30 anni per 8 anziani, mentre in Francia è di circa 7,9 ad 8 ed in Germania, addirittura, di 8,1 ad 8. E’ facile capire quali sono gli Stati che preservano e finanziano l’agricoltura, anche di nicchia, perché (ad esempio per i vini) certe cultivar crescono solo in certi posti, e non si può sostituire il Barbarossa con il Sangiovese: così, interi “pezzi” di tradizione vinicola se ne vanno.



Domandiamoci: è stato una sorta di “complotto” per desertificare le aree di collina e di mezza montagna? Non lo so e dunque non lo sostengo.

Però, c’è tutta una serie di segni che parrebbero indicarlo, i quali hanno probabilmente origini e cause molto differenti.



Una è, appunto, il “ripopolamento” ad uso venatorio d’aree che erano, in origine, agricole: facciamo notare che non si tratta di cocuzzoli di montagne o di luoghi impervi, bensì di terreni o in leggero declivio o, addirittura, in piano. Aree coltivabili con le macchine, tanto per intenderci.



Un’altra causa è stata il ritiro della ferrovia da ogni valle che non prevedesse il collegamento fra grandi città, preferibilmente in alta velocità: con il traffico passeggeri se n’è andato anche quello delle merci, ed in ogni stazione secondaria – se aguzzate gli occhi – vedrete capannoni (anni ’30 – anni ’60) in disuso oppure fatiscenti. Senza il collegamento ferroviario, le aree periferiche non possono sopravvivere: per il trasporto delle merci e per un veloce trasferimento dei passeggeri. Non dimentichiamo che, le risorse (agricole, forestali, energetiche, ecc) sono sul territorio, non nel centro delle grandi città.



L’altra causa è stata l’inaridirsi dei finanziamenti agli agricoltori: ancora negli anni ’60-’70 se eri contadino avevi una serie d’assistenze per l’acquisto dei macchinari, per edificare stalle, ecc. Oggi, con i chiari di luna che ci sono, è ancora grazia se mandano un elicottero a salvarti quando un fiume straripa.



Infine, se immaginiamo un’agricoltura ed una silvicoltura moderne – come quelle dei paesi del Nord Europa – dobbiamo chiederci come si fa a sopravvivere avendo come accesso al Web reti fatiscenti, lentissime, oppure “chiavette” ancor più lente: questa è la situazione appena t’allontani dalla città.



Così, abbiamo boschi cedui immensi (che aumentano ogni anno che passa per massa boschiva) ed importiamo dalla Romania e dalla Lituania il pellet per riscaldarci: siamo il primo Paese europeo per coltivazione e commercio d’alimenti biologici...già...ancora per quanto?

Metti un giovane in un posto senza ferrovia, dove per andare ad una festa estiva deve fare 50 km in macchina e, ovviamente, non può bere un goccio altrimenti...via la patente! Non dargli la possibilità di commerciare e socializzare su Internet, non proporgli un progetto di vita (che comporti anche finanziamenti) e vedrete quanti rimangono.

Qui, in Langa, uno su dieci.



Resteremo a ballare coi lupi sulla neve, nelle notti di luna piena: li osserveremo riprendersi il territorio che una specie dominante non ha saputo gestire. Un altro fallimento, come se non bastasse il resto.





(1) http://www.pnab.it/natura-e-territorio/orso/life-ursus.html