13 ottobre 2019

Giustizia ad orologeria?


Spesso, il funzionamento della giustizia viene considerato una forma di lotta politica: molti, a Destra, credono senza dubbio in questo concetto. Il vero problema, però, è un altro: ogni volta che si mette mano alla giustizia, un governo inizia a traballare ed iniziano estenuanti confronti per cambiare, in fin dei conti, il nulla che consente a Tomasi di Lampedusa d’esser sempre lo scrittore più ricordato dagli italiani. Dalle arringhe di Cicerone agli svolazzi gattopardeschi, nulla deve cambiare: ed inizia il conteggio ad orologeria per il governo.

Ci si mette anche l’Europa, con una sentenza che richiama i nobili principi della filosofia del Diritto, e ci presenta il conto del nostro vagare senza costrutto fra claudicanti sentenze e dubbie riforme. Il tutto, viene presentato dalla classe politica – all’unisono – come l’ennesimo attacco all’Italia, che non potrebbe più combattere la Mafia se dovesse applicare ciò che la CEDU ci ha consigliato. Il che, è proprio la classica “cippa” mediatica ad usum stultorum.

La CEDU ha posto l’indice sul nostro “strano” (a dir poco) metodo di valutare la “redenzione” del condannato, ossia proprio il “metro” che viene applicato per la valutazione: mentre in quasi tutti i sistemi giuridici occidentali (latini ed anglosassoni) – non prendo in esame altri diritti, altrimenti la questione sarebbe troppo complicata – la valutazione è quella di stabilire se il condannato ha realmente realizzato la consapevolezza della gravità dell’atto commesso, oppure se rimangono zone d’ombra in questa presa di coscienza. Meno che mai, però, il “premio” della libertà può essere valutato soltanto su una rozza base di “do ut des”, come avviene per il fenomeno – tutto italiano – del pentitismo.

Fino agli anni ’70 una forma primordiale del fenomeno la possiamo ritrovare nell’uso – che sempre è esistito ed è perfettamente logico – della maggiore o minor dilatazione del concetto di attenuante, che il giudice valuta secondo la situazione.
Dagli anni ’70 in poi, il fenomeno del pentitismo prese piede per sconfiggere, nel minor tempo possibile, il fenomeno del terrorismo. Fai dei nomi, dicci quel che sai e sarai “premiato”: un fenomeno relegato ad un’emergenza, perché salta immediatamente agli occhi la contiguità di tale concetto con la legislazione di guerra quando – per contrastare il lavoro delle spie – si giunge a compromessi, a volte assai pesanti, sul fronte delle garanzie costituzionali.

L’Italia degli anni ’70, però, non era formalmente in guerra, a meno che non si desideri estendere “a piacere” il concetto di emergenza giuridica a tutto tondo: come ci pare, ci serve o ci conviene. Qui, a mio avviso, giunse il primo vulnus.
Il secondo, più grave, fu quando si meditò d’estendere il principio alla lotta alle Mafie, e per due motivi.

Mentre sul fronte del terrorismo, grazie al pentitismo – se non sincero, era più il pentimento del prigioniero di guerra, dello sconfitto di quello interiorizzato – i risultati furono confortanti, nel senso che i pentiti si distanziarono realmente dalla lotta armata, sul fronte delle mafie le cose andarono in tutt’altro modo.
Non starò a perder tempo ad illustrare i tanti fenomeni che abbiamo osservato nel corso di queste vicende: pentiti che si “spentivano”, che appena fuori dal carcere riprendevano le attività criminali, che utilizzavano i soldi ricevuti dallo Stato per nuove attività criminali, ecc. A fronte di qualche risultato, la correlazione fra reato e pena è stato distrutta: questo è il danno peggiore.

Il secondo motivo è più sottile, meno evidente, e riguarda le attività investigative. Divenuta un’abitudine che qualcuno “cantasse” (il vero o il falso, poi tutto da vedere) le attività investigative divennero più fiacche, il pensiero analitico di correlazione degli eventi di un Maigret o di un Montalbano rimase confinato al mondo degli scrittori che, quando scrivono libri gialli, in fin dei conti, giocano a fare il commissario. L’abitudine divenne: con le buone o con le cattive, fatelo cantare. A ben vedere, un metodo che riportava indietro le lancette della Storia della criminologia e dei metodi investigativi ai tempi dell’Inquisizione.

Purtroppo, ne abbiamo una prova nel disastroso fenomeno dei femminicidi: ogni due o tre giorni, fateci caso, una donna viene uccisa. Dal marito o dall’amante, dal padre o dall’innamorato respinto ma viene uccisa, ed è un fenomeno sul quale non possiamo invocare scusanti, di nessun tipo. Molto spesso, la donna uccisa s’era rivolta alla Polizia, ai Carabinieri o ad un magistrato, senza nessun risultato.
Certo, la sociologia potrà fornirci degli appigli per spiegare il fenomeno, ma non si può chiedere di cambiare la società altrimenti la disperazione s’incanala lungo la via di un coltello o di una pistola. La società andrebbe cambiata perché ingiusta e violenta nei confronti del cittadino, e questo è auspicabile e bisogna lottare per ottenerlo, ma se una donna smette di essere il calmiere delle angosce sociali – ossia sesso e pastasciutta a piacimento – non si può cancellarla dalla vita, perché le donne soffrono le angosce sociali come gli uomini. Sono, solo, più deboli fisicamente.

Su questo esempio, deraglia il treno delle indagini, perché le donne non “cantano”, le donne si lamentano: solo che nessuno le ascolta, i magistrati archiviano per leggerezza o cattiva volontà, poliziotti e carabinieri “passano” il verbale “a chi di dovere” e si finisce col funerale, che tutto cancella.
Ci sono tanti, altri casi nei quali la capacità investigativa è a dir poco carente: dai mille furti impuniti, dagli spacciatori conosciuti e tollerati in quanto, all’occorrenza, “gole profonde”, ai tanti omicidi mai risolti e ancora senza nome, al “russo” Igor che viene circondato da reparti militari in un quadrato di 20 x 20 Km e scappa come un fringuello, fino ai mille truffatori per i quali si è giunti alla pantomima degli “avvertimenti” di non aprire a nessuno, ecc. Un fallimento totale: nessuno ha più la ragionevole certezza che, sporta una denuncia, si arrivi a qualcosa. Anzi, sono gli stessi inquirenti a sconsigliare: tanto, spenderà solo dei soldi e non arriverà a nulla…

Tutto questo ha nome e cognome: la non certezza della pena.
L’omicidio volontario prevede una pena che va da 21 anni all’ergastolo, a secondo della gravità dell’atto ed è il giudice a decidere questa “forbice”. La pena realmente scontata, in media, è di 12,4 anni. L’omicidio preterintenzionale prevede pene dai 10 ai 28 anni: la media, ci dice 8,8 anni passati in carcere. (1)
Un uomo confessò l’uccisione della moglie 22 anni dopo: prescritto, non un solo giorno di pena. Pietro Maso, che uccise i genitori per avere l’eredità, oramai vive in Spagna tranquillo e sereno. Erika De Nardo ammazzò la madre e il fratellino: fuori dopo 10 anni.
Si potrebbero scrivere pagine e pagine su questi orrori giuridici, ma non voglio abusare del vostro tempo.

Personalmente, io credo che una persona che uccide volontariamente non dovrebbe più disporre della propria vita a piacimento, nemmeno un solo minuto. Però, questa è la mia convinzione personale, perché ho ben presente il concetto di sacralità della vita. Così come sono contrario alla pena di morte, poiché pronunciata da un Magistrato “in nome del popolo”, ed io non voglio sentirmi responsabile della morte di nessuno. Ma sono opinioni personali, discutibilissime.
E non mi dite che dopo “ci tocca mantenerli”, perché il lavoro nelle carceri c’è sempre stato ed è sempre stato vantaggioso, sia per le aziende e sia per i carcerati. Mio padre, un paio di volte l’anno, faceva il “giro” delle carceri dove la sua azienda forniva lavoro retribuito e serio: non le buffonate che si sentono oggi, solo biblioteche, teatri, qualche rara falegnameria…adesso sì che li manteniamo, ma è semplicemente una scelta politica.

Ma torniamo alla sentenza europea.
Quel che la CEDU ha realmente detto in quella sentenza, è che non si può decidere una forma di ergastolo “eterno”, senza prevedere forme di attenuazione o di rescissione della pena: soprattutto – fra le righe – la Corte ha voluto far notare che non si può demandare la pena – quasi un automatismo – al pentimento che preveda l’arresto e la carcerazione di un’altra persona, perché questo metodo non accerta che ci sia stato reale pentimento. Insomma: è una sorta di commercio! Mors tua, vita mea.
E molti fatti, in questo contesto, ci hanno mostrato quanto il pentimento fosse soltanto mirato al deferimento della pena, od alla sua trasformazione in pene accessorie.
E, tutto questo, disarticola il compito dei magistrati: solo se “canta” sapremo qualcosa, a cosa serve indagare…

Un coro unito, da Destra a Sinistra, si è rivoltato contro questo concetto, compiendo una vera disinformazione giuridica sui fatti: le valutazioni di reale pentimento, in molti Paesi, sono rigidissime, e molto raramente giungono ad un reale beneficio per il carcerato, eppure la nostra Magistratura difende questo anacronistico “diritto di guerra” applicato in tempo di pace.
Nel tempo, la situazione è diventata sempre più scottante: il buonismo permea le Procure, e i colpevoli sono solo persone “che hanno sbagliato” e devono essere redente.
Solo per fare un esempio, Pietro Cavallero, nel 1967 compì una rapina lasciando tre morti a terra. Catturato, fu condannato all’ergastolo. Fu liberato nel 1988, e lavorò presso il Cottolengo di Torino ed altre strutture assistenziali e non diede più nessun problema. Il suo pentimento fu profondo e sincero – che è un percorso aspro per chi è abituato ad imporsi con la forza – ed è proprio quello che chiede la CEDU nella sua sentenza all’Italia: valutare caso per caso, non regalare anni di libertà in cambio di un nome.

Qualcosa non va nel nostro sistema giudiziario e prova ne sia che il ministro Bonafede – che vuole fermare la prescrizione al 1° grado se c’è una sentenza di colpevolezza – prima è stato fermato da Salvini/Berlusconi ed oggi viene, ugualmente, avvisato per tempo da Zingaretti: “Oh sì, accelerare i processi è necessario…ma per la prescrizione ci vuole ancora una pausa di riflessione…” Ben sapendo che gli avvocati sanno benissimo come posticipare e rallentare le udienze, cosicché il concetto di non punibilità s’estende, e con esso la volontà di delinquere. Del resto, il PD aveva bloccato proprio il suo ministro, Orlando, quando aveva proposto la medesima cosa che oggi propone Bonafede.

Così si tira avanti, perché Falcone e Borsellino avevano appoggiato senza riserve il sistema “premiale” del pentimento a fronte delle confessioni non dei propri delitti, bensì su quelli degli altri!
Purtroppo, però, Falcone e Borsellino si sbagliarono su questo concetto: il pentimento dei terroristi giungeva da un percorso d’ideali falliti, quello dei mafiosi è sempre correlato a denaro e potere, che sono due aspetti che non muoiono mai e che hanno sempre molta “presa” nella società mafiosa (e non).
Del resto, in questi lunghi anni di pentitismo, abbiamo notato una vera e reale sconfitta delle Mafie? Il vero capo della Mafia, oggi, è libero come l’aria: si chiama Matteo Messina Denaro, la sua cosca di riferimento è quella trapanese, è coinvolto nel grande affare finanziario dell’eolico siciliano, fu “compagno di merende” di Giovanni Brusca…oh? Cosa vi devo ancora raccontare perché lo prendiate? Ma andiamo…

Le Mafie hanno capito che conveniva loro cambiar pelle, entrare nello Stato piuttosto che starne ai margini – difatti, anche al Nord, sciolgono consigli comunali ogni due per tre – e dunque, a cosa è servito svendere un cardine del Diritto come la certezza della pena, in cambio di nulla?

Adesso vedremo, a Gennaio, se il Governo riuscirà a mantenere le promesse ed a non posticipare alle calende greche un altro cardine del Diritto, ossia la preminenza della verità processuale sulla volontà dell’ignavia, del “mai si saprà” perché è trascorso solo qualche anno.
Se ciò non avverrà, propongo di sostituire la lettura critica de La Divina Commedia con Il Gattopardo, in ogni scuola d’ordine e grado, con la giustificazione – firmata dal Ministro – “perché più confacente alla realtà italiana”.


1) https://www.nonsprecare.it/pena-omicidio-volontario-italia-sconto-assassini-prescrizione?refresh_cens

03 ottobre 2019

L'aereo che cambiò il mondo

Oggi, voglio raccontarvi una storia senza che esista nessuna prova per confermarla – perché? Poiché non potrebbe esistere! – ma che, se ragioniamo col principio del “cui prodest” a fianco, e ci aggiungiamo che gli USA tutto sono stati, meno che dei colonialisti (e, quindi, non ebbero mai l’esperienza dei colonizzatori), potrebbe essere vera. Anzi, ci sono molte possibilità che sia veramente avvenuta. Vediamo.

Nella notte dei tempi, ovvero nel 1974, lo Scià di Persia era ossessionato dai voli di ricognizione che i Mig-25 russi (caccia fra i più veloci mai esistiti) eseguivano sull’Iran, e chiese aiuto agli USA, suo usuale fornitore di statunitense. Il 1974 fu anche l'anno dell'ingresso in servizio nell'aviazione di Marina americana dell'F-14 Tomcat: ebbene, proprio nello stesso anno, il presidente Nixon autorizzò la vendita di 80 Tomcat alla Persia e di 714 missili Phoenix per l'aereo, che raggiungevano la strabiliante (per l'epoca) gittata di 100 miglia nautiche, quasi 200 chilometri. Un sistema d’arma eccezionale, ineguagliato all’epoca.
Ora, è molto strano che un aereo appena entrato in servizio in una potente armata aerea (all’epoca, americane o russe, e basta) venisse fornito ad un’aviazione di un Paese (quasi) dell’allora terzo Mondo: eppure, così fu, anche se i comandi USA pretesero (ed ottennero) che il velivolo fosse privato d’alcuni sistemi elettronici d’ultimissima generazione.

Le ragioni? Difficile entrare nelle menti del Kissinger e del Nixon dell’epoca, però la sconfitta in Vietnam oramai evidente, più l’arretratezza dell’Arabia Saudita in campo militare e considerato “improprio” fornire ad Israele un simile mezzo, viste le incerte ed imprevedibili condizioni dello Stato ebraico, sempre in conflitto con i vicini arabi…beh…dovettero meditare che, fornire un simile mezzo allo Scià, sarebbe stata una buona scelta politica, per mantenersi fedele una Nazione che poteva diventare un “fulcro” militare fra il golfo Persico, l’area indo-pakistana, l’Afghanistan e l’Oceano Indiano. Calcolo logico, ma privo di attributi da colonizzatori: troppe incognite.

Difatti, nel 1979 – quando le commesse non erano ancora state completate – scoppiò la nota Rivoluzione Islamica, capeggiata dall’ayatollah Khomeini il quale, cacciato lo Scià, si ritrovò una quarantina (?) di F-14 sulle piste.
Ed ecco che viene incaricato un ex dipendente CIA, tale Saddam Hussein, per attaccare l’Iran: una storia che tutti conosciamo, e che avrà una certa importanza per quel che andremo a narrare.

Quali erano le condizioni dell’aeronautica iraniana? Più o meno disperate, giacché venne meno il sostegno USA per gli F-14 e d’altro c’era ben poco, un magazzino di robivecchi americani. Però, a qualcuno dovettero far gola quei bei gioiellini che gli iraniani non potevano manco usare al pieno delle loro potenzialità. A chi?

L’URSS, nel 1979, era ancora ben lontana dalla sua débacle del decennio successivo: qual era la sua produzione aeronautica di punta?
Dopo il Mig-19 ed il Mig-21, due aerei semplici – il secondo un buon caccia “rustico”, una sorta di Kalashnikov del cielo…qui e là ce n’è ancora qualcuno in volo – puntarono su due aerei: il Mig-27 per l’attacco al suolo ed il Mig-25 per la difesa aerea.
Il Mig-25 raggiungeva la stratosferica velocità di 3.200 km orari in quota: in sostanza, fu il “papà” del successivo Mig-31, ancora oggi in linea.

Col Mig-27 (una “riscrittura” per l’attacco al suolo del Mig-23) le forze aeree ci potevano anche stare, per ora gli americani non avevano tanto da vantare – la sconfitta in Vietnam fu anche una cocente delusione sul fronte aeronautico e missilistico – però Washington aveva capito che, il vantaggio accumulato nel primo dopoguerra sui sovietici, era svanito: bisognava cercare non tanto nuovi aerei, quanto nuove “strade” che portassero, concettualmente, a nuove generazioni di velivoli.

Si cominciò a prospettare la possibilità di una battaglia aerea senza contatto visivo (il noto concetto BVR, ossia Oltre L’Orizzonte Visibile) che già era stata tentata, in Vietnam, proprio dal binomio F-4 Phantom/missile A7 Sparrow.
Ciò che apparve chiaramente, in Vietnam, fu che i futuri missili aria-aria dovevano, una volta lanciati, proseguire autonomamente alla ricerca del bersaglio, senza essere più “legati” al radar dell’aereo che li aveva lanciati, lasciandolo libero di evoluire senza doversi preoccupare di “illuminare” il bersaglio. La capacità di colpire del missile A7 Sparrow, inoltre, se puntato in basso regrediva fin quasi a zero, a causa delle onde riflesse dal terreno (clutter): non dimentichiamo che gli USA persero, in Vietnam, ben 511 F4 Phantom II.

Gli USA dell’epoca, però, per capacità ingegneristiche, elettroniche e, soprattutto, finanziarie erano in grado di compiere il passo: misero al lavoro le loro migliori menti già negli anni ‘60 e, a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80 riuscirono a concretizzare i loro sforzi con tre velivoli che diedero loro un vantaggio impressionante sui velivoli russi: F-14, F-15 ed F-16.
E i sovietici?

I sovietici avevano vissuto “di rendita” per essere riusciti a controbilanciare la potenza nucleare americana con identici mezzi: le testate nucleari, ora, riposavano silenti nei loro silos sotterranei, nei sottomarini e nei lanciatori mobili. Gli USA erano avvertiti: un solo passo falso ed il Pianeta sarebbe scomparso sotto un’immane nuvola nucleare. Questa incertezza è ciò che ci ha regalato 75 anni senza guerre mondiali.
Non considerarono, però, che quella strategia “nuclear only” li rendeva fragili nel loro ruolo di potenza planetaria, giacché nelle guerre di “frizione” (Corea, Vietnam, ecc) potevano presentare ben poco: insomma, capirono a loro spese la frase che John Fitzgerald Kennedy aveva pronunciato con enfasi a Berlino Ovest: “Non accetteremo mai di farci bastonare a sangue sotto la protezione di un ombrello nucleare”.

Per ora, in Corea e Vietnam, l’avevano “sfangata” grazie ad errori grossolani e pessime valutazioni del rapporto scenari bellici/mezzi a disposizione degli americani e gli alti ufficiali sovietici – gli ammiragli carichi di “lasagne” ed i generali tintinnanti di medaglie come alberi di Natale – erano riusciti a presentarsi sulla Piazza Rossa senza temere siluri (interni) in arrivo.

I servizi segreti, però, segnalavano il “fervore” dell’amministrazione USA per nuovi mezzi, soprattutto velivoli: come tenera il passo del confronto strategico?
Come ricordavamo, si fecero raffazzonate “copiature” e “rifacimenti” dell’esistente ma era chiaro che la battaglia, se continuava con quei ritmi, sarebbe stata persa.
Già…perché l’F-14 – e i successivi F-16 ed F-15 che stavano per entrare in servizio – erano non una, ma un paio di generazioni avanti! Che fare?

Nel 1969, i vertici sovietici si riunirono (un po’ in ritardo) e decisero – da buoni apparatcik – che serviva un aereo superlativo se si voleva continuare la battaglia, e decisero d’investire sul nuovo velivolo ciò che serviva: attenzione, però: sul nuovo velivolo, uno solo, che sarebbe stato, per forza, nuovamente, un aereo multiruolo.
Gli USA, invece, già avevano capito il fallimento del concetto del “unico aereo in più versioni” ed avevano deciso di sdoppiare la linea, l’F-16 come caccia leggero e l’F-15 come caccia-bombardiere da superiorità aerea, mentre l’F-14 era destinato alle portaerei. La ferita in Vietnam dell’F-4 “sdoppiato” in due fotocopie, come caccia “puro” e da attacco al suolo, bruciava ancora.

I generali sovietici furono salvati dalla fortuna? Vedremo in seguito.
In quei tumultuosi anni, con mille timori addosso – va beh che non si finiva più in Siberia come sotto Stalin, però… – e con le notizie del KGB che segnalava ben tre aerei americani, differenti, che sarebbero entrati in servizio, i potenti generali dalle mille medaglie decisero: saranno due! Stavano per nascere (almeno sulla carta) il Mig-29 ed il Sukhoi-27. Il primo doveva essere un caccia leggero, il secondo un aereo da superiorità aerea: non c’erano vere portaerei, dunque…
Come andarono avanti le cose? Facciamo prima un passo indietro, perché entriamo nel campo delle ipotesi e di scarse prove: l’avevo premesso nell’abstract.

L’aviazione da caccia sovietica, nei primi anni ’70, tirava avanti con i Mig-23 ed i Mig-21: che cominciavano ad invecchiare, però erano così tanti!
Se cercate le nazioni che utilizzarono il Mig-21, troverete stranamente anche l’Iran: ma quando?
La domanda è pertinente: sotto lo Scià (fino al 1979) acquistavano negli USA (prima l’F-4 ed F-5, poi, inaspettatamente l’F-14) e l’unica spiegazione può essere che, durante la guerra contro l’Iraq, i sovietici fornirono all’Iran dei Mig-21, per far volare i tanti piloti “appiedati” per la mancanza di pezzi di ricambio: soprattutto per gli F-4, aerei grosso modo coevi del Mig-21, e dunque più “malleabili” per le competenze dei piloti iraniani.

Sappiamo che l’Iran, durante la guerra irachena, si trovò in situazioni terribili: giunsero a far “sminare” i corridoi nei campi di mine iracheni da volontari-suicidi per far passare i carri armati, una prova da kamikaze che però, a differenza dei nipponici, riuscì – se non proprio a vincere – a fermare l’avversario ed a difendere i confini. Nelle riflessioni della “guida suprema” e dei suoi collaboratori, dovette apparire un dilemma: guardare negli occhi l’eterno nemico sovietico doveva spaventare? O spaventavano di più gli Scud di Saddam Hussein?

Ma i sovietici (e, qui, bisognerebbe riflettere sul ventennio di Putin…), non davano mai con una sola mano: c’era sempre l’altra, che chiedeva qualcosa in cambio.
Cos’avevano gli iraniani di più prezioso del caccia di “grido” del momento, vero mattatore dei cieli degli anni 70-90?

La rivista Janes, nel 1985, pubblicò qualcosa in merito, senza però calcare troppo la mano, né pubblicare platealmente le sue fonti che, trattandosi della più famosa rivista militare del Pianeta, erano e sono ovviamente più che classificate.

“Iran gave the Soviet Union U.S. F-14 Tomcat and F-4 Phantom fighters to evaluate and allowed the Soviets to examine former CIA listening posts in northern Iran…” (1)

In buona sostanza, Janes raccontava che “alcuni” F-14 Tomcat erano “volati” in URSS insieme ad alcuni F-4 Phantom…ed in cambio erano arrivati i Mig? No, Janes non giunse a sostenere niente del genere, e non andarono oltre la segnalazione di quei “voli”. Gli americani glissarono…ma sì, i russi già avevano il Mig-25, che aveva delle tecnologie simili all’F-16 o all’F-15…insomma, come diceva la volpe di Esopo: l’uva, tanto, è acerba…

Qui, ci sono da precisare un po’ di cosette prima di procedere.
1) I russi non se ne facevano niente degli F-4: già da una quindicina d’anni i vietnamiti li avevano forniti abbondantemente di F-4 abbattuti o frutto di atterraggi di fortuna. Per chi non lo sa, gli americani ci misero tre mesi ad abbattere il loro primo Mig-17 in Vietnam, perdendo vari F-8 ed F-4. La commissione militare israelo-egiziana, dopo la guerra di Yom Kyppur, giunse alla conclusione (concorde) che il Mig-21 aveva vinto la sua sfida (dopo il Vietnam, anche in Medio Oriente) con l’F-4.
2) Il Mig-25 era un aereo velocissimo, difficile da intercettare proprio per la sua velocità. Ma, mentre (soprattutto l’F-16) era veramente un osso duro nel combattimento manovrato, il Mig-25 non valeva una cicca: l’elettronica (e, soprattutto, i missili!) erano antidiluviani rispetto al binomio AIM-120/AIM9, ed anche nei confronti del vecchi missili AIM7 Sparrow.
3) Oggi, l’Iran possiede una trentina di Mig-29 Fulcrum: secondo la vulgata imperante, sarebbero quelli fuggiti dall’Iraq alla fine della guerra del 1991. Può essere che qualcuno sia fuggito, ma non tanti così: non è che, per caso, facevano già parte dell’accordo F-14?
4) La tecnologia impiegata per il Mig-25 era soprattutto tecnologia dei materiali, ma niente che assomigliasse, per il controllo del volo, a quelle dei caccia americani.

Ma, i russi, avevano proprio bisogno degli F-14? Ritengo di sì.
Non fatemi dire ciò che non voglio dire: i russi hanno sempre avuto ottimi progettisti aeronautici – Pavel Osipovič Suchoj e Andrej Nikolaevič Tupolev, ad esempio – ed un primato indiscusso nella tecnologia dei materiali ma, nell’intreccio fra informatica, calcolatori e meccanica di alta precisione, erano rimasti indietro. Forse per le vicende politiche? Forse perché gli americani furono, semplicemente, più bravi? Non ho una risposta certa, univoca e soddisfacente ma, al principio degli anni ’80, erano terribilmente indietro.

Alla formidabile (per l’epoca) tripletta F-14, F-15 ed F-16 cosa potevano opporre?
I velocissimi Mig-25 ed i vetusti Mig-23. Andava un po’ meglio per l’attacco al suolo – Su-24 – ma c’era veramente poca trippa per gatti.
Invece.

Più o meno contemporaneamente, compaiono sul Baltico due aerei sconosciuti: il Sukhoi Su-27 ed il Mikoyan-Gudrevic Mig-29. La comparsa del Mig-29 nel 1986 a Rissala, in Finlandia, ad una manifestazione aerea lasciò letteralmente a bocca aperta gli analisti occidentali. Nessuno riusciva a spiegarsi l’eccezionale manovrabilità del velivolo, abituati com’erano ai caccia sovietici “duri e puri” ma poco “flessibili”.

Qualcosa, nella filosofia aeronautica sovietica, era cambiato: il controllo del volo doveva essere per forza di tipo “fly by wire”, ossia gestito da una piattaforma informatica che, oltre a gestire i controlli inviati dal pilota tramite la cloche, ne impediva manovre che sarebbero state pericolose per la “tenuta” complessiva del velivolo. Ossia, vola pure come vuoi, ma i limiti li gestiamo noi: un vantaggio, perché sollevava il pilota dal dover controllare che i comandi dati rientrassero nelle potenzialità di volo del velivolo. Qualcosa di simile, concettualmente, ad un comando che ci impedisse di andare “fuori giri” premendo troppo l’acceleratore.

Il Su-27, invece, fu presentato in pompa magna a Parigi, a salone di Le Bourget, nel 1989, salvo che questo aereo “sconosciuto” era già stato avvistato sul Baltico e, anzi, a momenti stava per avere una collisione con un velivolo statunitense “curiosone”. Anche lì, bastò un “cobra di Pugacev” (2) per sbalordire tutti.

Il fatto curioso è che i due aerei – pur essendo entrambi previsti dalla programmazione sovietica come “caccia leggero” il Mig-29 e “caccia pesante” il Su-27 – avevano subito repentine e notevoli “ricostruzioni”.

Il programma del Mig-29 era, addirittura, partito dopo il 1969, e nel 1977 il Mig-29 A compì il primo volo. Tutto fatto? Manco per idea.
Gli unici due prototipi, a causa di problemi ai motori, vanno perduti in incidenti. Beh, direte voi…ne possono costruire altri…ma, quando il primo velivolo giunge ai reparti operativi è il 1986: sette anni! E, guarda a caso, proprio gli anni della rivoluzione islamica in Iran, del “caso” F-14…e tutto quello che abbiamo ipotizzato.
Fra l’altro, sembra che i due aerei andati perduti (fotografati dai satelliti USA e denominati provvisoriamente “RAM-L”) fossero alquanto diversi dai Mig-29 comparsi in Finlandia.

Ma non basta, perché la Mikoyan-Gudrevic – parallelamente – continua la progettazione di un prototipo alquanto rivoluzionario – il Mig 1.42 MFI (3) – che ha molte caratteristiche innovative ed il programma continua per tutti gli anni ’90 (con gli ovvi problemi finanziari della Russia dell’epoca): compie il primo volo nel 2001. Si racconta che parti o studi per questo velivolo siano oggi “rientrate” nel Sukhoi PAK FA, appena entrato in servizio e nel cinese J-20. Insomma, pare che il Mig-29 sia stato “ri-confezionato” in sette anni, mentre procedeva (a rilento) il lavoro sul futuro Mig (o Sukhoi).

Il Su-27 ha una storia quasi analoga: anche per lui la data d’inizio degli studi è il 1969 e compie il primo volo nel 1977 ma solo nel 1985 giunge ai reparti: fin qui, per la qualità del velivolo, ci potrebbe anche stare. Il problema è che – negli stessi anni “incriminati” – passa dal (prototipo T-10/1 - 1977), al nuovo (e molto diverso) T-10S che vola per la prima volta solo nel 1981, viene avviata la produzione in serie nel 1982 e nel 1985 arriva ai reparti. Anche qui, con evidenti differenze fra i due prototipi, sempre immortalati dai satelliti USA.

I fatti, ridotti all’osso (ci fu anche l’offerta di contropartite americane, poi definite “scandalo Iran-Contras”, ecc) però, sono questi, sui quali ognuno di noi potrà ragionare.
Dagli strani “intoppi” capitati negli sviluppi dei due aerei, sembra di capire che i russi, improvvisamente, siano venuti in possesso di nuove tecnologie e di nuovi concetti che riguardavano il controllo del volo: dunque, che abbiamo frettolosamente fatto “rientrare” i prototipi negli hangar e li abbiano applicati, magari modificando anche la cellula del velivolo ove fosse necessario. Contemporaneamente, nacque il primo missile aria-aria sovietico a guida radar attiva, ossia l’R-77 (codice NATO: AA-12 Adder) che aveva grosso modo le stesse prestazioni dell’AMRAAM occidentale.
Tutto casuale?

Mi rendo conto che un articolo del genere presta il fianco a due (ovvie ed incontrovertibili) critiche: di essere un po’ ostico per chi non s’interessa al mondo militare e, per contro, di sorvolare su molti particolari della vicenda per i più esperti. Però, questa storia mi ha sempre incuriosito. Perché?

Poiché, mentre discutiamo di missili o droni in Yemen, forniti da questo o da quello, provenienti da Sud o da Nord…non ci rendiamo conto che – se questi fatti hanno un senso ed una spiegazione – la Russia del dopo-Eltsin avrebbe avuto soverchie difficoltà a rimettersi in sesto.
Se ben ricordate, nei primi anni Putin girò come un ossesso i vecchi alleati per vendere prodotti militari russi a mezzo mondo: dall’Etiopia alla Birmania, dal Vietnam all’Egitto. Parallelamente, cercò di rimettere in mani statali il petrolio russo: dubito che senza il “cash” fornito dalle armi russe il gioco gli sarebbe riuscito.
Dall’altra, notiamo una dabbenaggine americana: credo che sia l’unico caso di un’arma appena entrata in linea in una super-potenza ad essere venduta senza prendere qualche precauzione. Oppure lo scambio fu consenziente, per mantenere un equilibrio che aveva retto per cinquant’anni?

E se non fosse avvenuto lo scambio?
Difficilmente l’Iran sarebbe sopravvissuto alla lunga guerra con l’Iraq e potremmo dover conciliare, oggi, ogni mossa con un tipetto molto affidabile e “fedele”, tale Saddam Hussein.
Ma c’è qualcosa in più che sembra raccontare che quello scambio avvenne realmente: l’Iran pare non aver dimenticato la serietà (interessata) russa nel fornire aiuto quando la situazione sul campo era disperata.

L’Iran, storicamente, ha sempre temuto il potente vicino sovietico e, la vicenda dello Scià (e di Mossadeq, quando la ripartizione dei proventi del petrolio era 94 a 6 a favore degli angloamericani), si spiega molto con questa paura e con l’estrema difficoltà di conciliare la presenza sovietica nel vicino Afghanistan, due potenze nucleari (India e Pakistan) ad Est, il riarmo saudita degli anni ’80 e la sempiterna presenza delle portaerei americane al largo delle coste. Le minacce di Israele? Sì, Israele qualcosa può fare, ma Tel Aviv è lontana…

Oggi, la Storia ci propone un nuovo dilemma: una nazione che cerca di coniugare modernità e tradizione – e sconta tutte le difficoltà interne di un simile connubio – si trova ad essere protetta da sistemi antiaerei russi molto potenti, ad avere una “vetrina” diplomatica nello SCO e pare disposta a tutto per fermare gli USA sulla sua porta.
Inoltre, l’Iran ha una popolazione numerosa e molto attiva in tutti i campi: ricordiamo che furono loro ad inventare l’algoritmo (Al Kwaritzmi, Algoritmi de numero indorum, Baghdad, IX secolo), e che tutta la conoscenza dei grandi califfati abbassidi proveniva dalla Persia. La tradizione, talvolta, non è proprio acqua fresca.

Attualmente, gli iraniani sono il principale Paese produttore di petrolio nel golfo Persico ad avere una fiorente industria petrolchimica: hanno compreso (sono forniti, a differenza dei sauditi, di una buona “classe media” di tecnici) che il petrolio vale, ma vale di più se lo presenti sotto forma di prodotti già pronti per essere utilizzati: riflettiamo che da queste tecnologie all’industria chimica degli intermedi di produzione (4), il passo è breve.

Può darsi che, stufi delle mille beghe occidentali per costruire una centrale nucleare – se consumi il petrolio che hai, dove trovi l’energia per trasformarlo in qualcosa di maggior valore? – abbiano deciso d’arricchire l’Uranio oltre le famose “soglie” che ne consentono l’utilizzo militare, ma dobbiamo riconoscere che nessuno ha fatto storie del genere per le centrali in Finlandia, Argentina, Corea del Sud, Taiwan, Sudafrica, Slovenia, ecc, ecc.

La realtà, a ben vedere, è limpida come l’acqua: l’Iran è stato uno dei pochi Paesi al mondo a non esser stato colonizzato, ha una popolazione numerosa, il livello d’istruzione è medio-alto, le capacità tecnologiche spaziano dal settore petrolifero a quello aeronautico e navale, alla siderurgia in genere. Chi altro ha, nell’area un simile potenziale? Qualcosa del genere l’aveva l’Iraq, ma la difficoltà interna d’essere diviso in tre etnie (o confessioni), un sistema politico molto “arruffato” e, soprattutto, la fine dell’Iraq capitò proprio nel massimo apogeo della potenza militare e politica USA.

Sarebbe una buona occasione per ri-modulare molte pretese di Washington nella regione: lo capiranno mai?
E cosa potrebbero mai fare se decidessero di cancellare l’Iran come piccola potenza economica e tecnologica nel mondo? Ma principale, nell’area del Golfo Persico?
C’è da temere il blocco dello stretto di Hormuz, c’è da paventare l’attacco alle portaerei da parte dei missili antinave iraniani (che hanno portate e precisioni considerevoli), ci sono da considerare gli attacchi missilistici iraniani che possono colpire fin in Europa, il contrasto della marina iraniana…insomma, il gioco vale la candela?

Tutti sappiamo che, grazie al fracking, gli USA sono tornati ad essere autosufficienti per l’aspetto petrolifero: però, compiendo una scelta del genere, colpirebbero anche tutti i loro alleati asiatici, che si riforniscono nel golfo Persico: Giappone, Corea, Taiwan, Filippine a secco? Senza contare che Cina, Russia (India?) non starebbero certo a guardare e, dopo le prime incertezze sul da farsi, fornirebbero agli iraniani tutti i dati delle loro reti satellitari. Lo hanno fatto con la Serbia, figuriamoci in una situazione del genere!

C’è una guerra dei dazi con l’Europa ma, una simile scelta, non sarebbe un cataclisma per le alleanze europee, per la tenuta della NATO, e per il commercio mondiale? Non a caso, Trump ha deciso che le cose andavano bene così, dato che gli iraniani non sono caduti nella trappola d’abbattere l’aereo che seguiva il drone, confermando anche un’ottima discriminazione dei bersagli.

Insomma, se lo scambio avvenne, per ben due volte e in due epoche diverse, un aereo ha salvato la pace mondiale: perché non consegnare all’F-14 il premio Nobel per la Pace alla memoria? Lo hanno dato a cani e porci: almeno, l’aereo era più bello!


(1) https://www.upi.com/Archives/1985/11/20/Iran-gave-the-Soviet-Union-US-F-14-Tomcat-and/2779501310800/
(2) Si tratta di una sorta di “frenata” che l’aereo compie assumendo una violenta cabrata, seguita poi da una picchiata: lo scopo è “liberarsi” di un nemico in coda. Pochissimi aerei al mondo sono in grado di sopportarla, per gli enormi sforzi dinamici ai quali è sottoposta la struttura.
(3) http://www.military-today.com/aircraft/mikoyan_mig_mfi.htm
(4) Gli intermedi sono i prodotti di base per l’industria chimica: alcoli, ammine, ecc. Prodotti necessari alle industrie farmaceutiche, delle sostanze coloranti, dei fertilizzanti, materie plastiche, ecc.


28 settembre 2019

Futuri inaspettati, pagabili in comode rate


La notizia più interessante, nel panorama politico, è senz’altro l’inizio delle indagini sui (presunti) trascorsi affaristico/politico/stragisti di Silvio Berlusconi con la mafia. Qualcuno griderà al complotto: libero di farlo, però, prima, dovrebbe tenere in conto alcune cosette.

La vicenda, di per sé, non è nuova: già Paolo Borsellino – che s’aspettava d’essere ammazzato (1992) – ne parlò in una serie d’interviste, nelle quali tracciava i primi lineamenti della nuova strategia dei rapporti stato/mafia risultante dal crollo dei vecchi equilibri politici della prima Repubblica.

La “sospetta” tempistica? Non so se sia un esempio di giustizia ad orologeria, come qualcuno sospetterà, e domando: e se fosse capitato tre mesi fa, in pieno crisi politica? Oppure fra tre mesi, quando ci saranno i definitivi “allineamenti” per le elezioni amministrative di Primavera?
Il vero problema italiano è che la classe politica vive continuamente in uno stato di fibrillazione: dunque, qualsiasi novità, notizia di reato o semplice inchiesta giudiziaria, scuote i palazzi della politica come un uragano.

La notizia, di per sé, è vecchia e parecchio strana: un uomo che decide d’entrare in politica e ne scalerà i vertici, come Silvio Berlusconi, si tiene in casa – con la pietosa scusa dello “stalliere” – un personaggio come Vittorio Mangano, capo-mandamento della cosca di Porta Nuova a Palermo, pluriomicida e più volte condannato? Oppure era obbligato?

Oggi, le accuse che sono state rivolte a Berlusconi sono di una certa gravità e, cosa importante, tutte non-prescrivibili grazie alle leggi varate dai suoi governi, data la pesantezza delle accuse.

Insomma, questo è soltanto l’epilogo di fatti già annunciati, già noti ma complessi, zeppi di contraddizioni e di accuse portate e poi ritirate, com’è usuale nelle indagini su Cosa Nostra, che muove pedine, pizzini e pentiti, falsi, veri, oppure ad intermittenza. Per questa ragione, l’accusa di “giustizia ad orologeria” non ha senso e costrutto interni, giacché se fosse avvenuta un anno fa o fra un anno, per la classe politica, avrebbe avuto la stessa valenza.

La classe politica non sopporta d’essere chiamata a rispondere di reati – anche gravissimi – e si ritiene al di sopra d’ogni giudizio da parte della Magistratura. Insomma, la tripartizione dei poteri non è mai stata pienamente accettata nell’ordinamento italiano: siamo rimasti legati al vecchio concetto di “intangibilità” dei potenti, che Alberto Sordi ben evidenziò nel Marchese del Grillo con la vicenda del povero Aronne, oppure lo sberleffo di Don Raffaé da parte di de André. Come disse il Belli: Io so io, e voi non siete un cazzo, continua ad imperare.
Ciò non esime la Magistratura dalle sue responsabilità, come ha dimostrato la penosissima vicenda del CSM: anche qui, il connubio intrinseco fra potere giudiziario e potere politico.

Più interessante, invece, è la strategia che le forze politiche assumeranno di fronte alla prossima, evidente “defenestrazione” di Berlusconi a quasi un trentennio dalla sua comparsa nell’agone politico. Oddio, il vecchio capataz di Arcore in qualche modo doveva finire: anche se pesantemente truccato, gettato in scena come un ectoplasma e sempre sorretto da parlamentari (femmine) “badanti”, faceva più sorridere che paura.

Con lui, però, scompare dalla scena politica quel concetto di centro-destra di sapore post-montanelliano, che si nutriva di forze fresche prelevate dalla Destra più intransigente per convogliarle verso un centro più dialogante. Che, però, metteva in crisi le forze di Destra più intransigenti e “nutriva” in modo asfittico il Centro cattolico e legato all’Oltretevere.
Oggi, quale di queste strategie è attuabile per la coalizione di Destra?

Se è vero che Salvini è riuscito a costruire, grazie ad una notevole e ben gestita campagna mediatica, una figura di riferimento forte e attraente, è anche vero che quella figura risulta “ingombrante” per molti aspetti: è visto con sospetto dalla destra tradizionale, figlia o nipote di Almirante, ed anche da quella meno pretenziosa, che ha conosciuto la penosa vicenda di Fini, terminata con la sua sconfitta, personale e politica.

Anche nel partito di Berlusconi, però, i “mal di pancia” non si sono fatti attendere: tanto è vero che il tentativo di Toti di fondare “qualcosa” di “vicino ma non uguale” a Forza Italia, e di “amicizia ma non sudditanza” verso la Lega, è abortito con uno 0,qualcosa nei sondaggi elettorali. Non che i sondaggi elettorali siano oro colato, però quando si prende lo 0,qualcosa il significato è chiaro. Come, del resto, avviene da anni per formazioni d’estrema Destra quali Forza Nuova o per i partitini che la Sinistra sforna ogni due per tre.

Di primo acchito, verrebbe da pensare ad un “soccorso” alla Lega dopo l’abbandono del governo ed al superamento (indolore? quanto?) del lungo periodo d’interregno che ci separa dalle elezioni del 2023. Perché è chiaro, sin da oggi, che le forze politiche attualmente al governo vorranno nominare il nuovo Presidente della Repubblica (previste per il 2022) – questo è più che ovvio – e non ci sarà manovra di palazzo capace di schiodarle da questo obiettivo, di primaria importanza.
Allora, forse, l’attuale “downgrading” di Forza Italia (conseguente alle vicende giudiziarie di Berlusconi) non è un inutile soccorso alla Lega, quanto una apertura verso nuovi equilibri che segneranno – veramente – l’ingresso nella Terza Repubblica. E, qui, la “chiamata” al Bildenberg – per quanto squalificato e ridotto ad un mero evento di costume – di Matteo Renzi qualche significato l’ha.

L’uomo di Rignano non ha dato gran prova di sé: partito dal 40% di consensi ha dilapidato velocemente un simile vantaggio, finendo intrappolato da una riforma costituzionale mal gestita e, peggio ancora, finendo pugnalato da inchieste giudiziarie – legittimissime! -  che avevano coinvolto i genitori e parenti vari.
Il ragazzotto, di per sé, vanta una lunga frequentazione con il capataz di Arcore, si dai tempi nei quali Mediaset gli fece un “regalo” corposo (o pagamento occulto?) con la vincita ad un gioco a premi: viste le mille “provvidenze” di Berlusconi, a pensar male non si fa peccato.

Le recenti vicende (ed elezioni) avevano lasciato l’uomo di Rignano confinato, a rigor di logica, al suo scranno di senatore – ma la logica, in Italia, non è molto aristotelica e più legata agli empirismi di palazzo – e, dunque, il senatore controllava e controlla un buon numero di deputati, tanti da creare un nuovo soggetto politico.
Non ci si lasci abbindolare dalle difese in extremis nei confronti di Berlusconi (“stupito”, “senza prove”, ecc): sono soltanto dei segni d’omaggio e formali ringraziamenti. In realtà, il guitto della politica italiana, vuole ereditare: nient’altro. E, qui, si apre un bel dilemma al quale, però, l’inossidabile trasformismo della politica nazionale saprà fornire risposte.

Per prima cosa, Renzi ha dipinto un acquerello dalle modulazioni tenere: Italia viva sarà la ripulita e profumata casa dei veri “centristi” obbligati, obtorto collo, ad entrare, silenti, nel truce maniero dei bolscevichi rampanti dal Veltroni-pensiero. Una sorta di “nuovo CCD”? Il sospetto viene, ma non addossiamo al monello di Rignano pensieri e parole impure, come il copione della trattazione richiede.

La strada è stretta, inutile raccontarselo, però Renzi non pone fine al tempo: è giovane, ha rottamato in LeU i vecchi apparatcik del partito e, dunque, può divertirsi nel gioco del trasformismo senza temere trasformazioni troppo veraci. In altre parole, sarà capace di fingersi il grande nemico di Salvini fin quando gli servirà. Dopo? Eh, dopo…e chi lo sa quali bischerate m’inventerò? Fossi al posto di Conte – dopo le formali rassicurazioni di appoggiare il governo sine die – farei un salto a trovare Enrico Letta. Credo che insegni a Parigi: vuole il telefono? Ah, già lo tiene.

Eppure, quello di Renzi è un gioco pericoloso, e lui lo sa bene, perché oggi è assolutamente sprovvisto di sufficienti “scorte” politiche per affrontare il drago rampante padano ma, da bravo politico qual è, sa benissimo che dopo un’ascesa senza limiti non puoi che aspettarti due cose: un crollo rovinoso oppure una discesa lenta ed inesorabile. Salvini si nutre di promesse: fino a quando il suo elettorato s’accontenterà e non dirà “vedo”?

Qui è il nocciolo della questione – non Conte, i 5Stelle o robetta del genere, questi trastulli lasciamoli pure al PD – bensì come, da una stretta e poco confortevole poltrona da senatore, potrà diventare – chiamato a gran voce! – il difensore dei valori europei, globalismi, eccetera eccetera…e dovrà scendere nell’arena solo, ad incontrare il suo nemico. Il Salvinardo.
Come Macron debellò la Le Pen, questa è l’opera che nella sua stamberga di Rignano legge e rilegge, alternandola al Principe, del quale ha letto e capito qualcosa solo fino al capitolo settimo, saltando poi l’ottavo – Di quelli che per scelleratezze sono pervenuti al Principato – e finendo di non capire una mazza nei capitoli inerenti i costi per ottenerlo.
Però, sette capitoli li ha letti: dai, che oggi è già tanto.

Da buon toscano, il Renzino, è una persona furba e schietta: quello che si trasforma rapidamente nel tombarolo il quale s’appropria d’altrui tesori e poi li rivendica come, da sempre, propri. Perché toscano, e dunque etrusco.
In altre parole, Renzi è il miglior avvocato di se stesso che sia riuscito a trovare e, mettergli in bocca futuri intrallazzi o trappoloni farseschi, è come attendersi risposte limpide dal pappagallo di un pirata (i pappagalli sono molto longevi) che risponderà sempre “un giro di chiglia!” (1). Che ne farai di Conte? “Un giro di chiglia”. Cosa aspetta Salvini? “Un giro di chiglia!”. Cosa vorresti dal papa? “Un giro di chiglia!”. Perché?

Poiché, nell’immaginario che lui stesso ha creato di se stesso – oggi si va per ectoplasmi viventi e saltellanti sul Web, gli impegni politici sono fanfaluche – c’era soltanto la necessità di rientrare in gioco, non altro.
Quando si è alzato in Senato per parlare, ed esprimere appoggio al Conte2, era l’avvocato Matteo Renzi che difendeva il nuovo governo nascente ma senza attaccare troppo il vecchio, perché nei confronti di Salvini non è mai stato brutale od offensivo: “sono il tuo futuro avversario, ma (per ora) ti rispetto”, pareva dire.

Renzi sa benissimo che iniziare il gioco delle minacce, del “stacca/attacca” la fiducia al governo gli darebbe una pessima notorietà: è un avvocato, sa benissimo quali sono i rischi di un’arringa troppo veemente, come, del resto, sono avvocati Conte, Bonafede, Toninelli, Bongiorno…e tanti altri. Solo Salvini non lo è, e si vede: ottimo comunicatore, è una “bestia” da Web come Di Battista, ma non sa mediare e contrattare un accordo. O sfonda, o perde.
Di Maio, invece, non è avvocato ma non ha nemmeno una comunicazione molto efficace: ha doti di mediazione naturali (s’è visto nell’accordo con Arcelor per Taranto) ma, più di tanto, non riesce a combinare: probabilmente, proprio per questa ragione fu scelto da Beppe Grillo per guidare il Movimento, un elemento di mediazione che previene scissioni? Probabile: difatti, in tutto il trambusto che c’è stato, pochissimi hanno lasciato il Movimento e, passato il momento “clou”, non lo lasceranno.

In definitiva, l’unica strategia di Matteo Renzi, oggi, è quella di “ereditare” qualche parlamentare (da Forza Italia, principalmente), una è arrivata dal M5S, qualcuno può darsi si muoverà dal PD o dalle forze di centro sempre molto “mobili”. Ma, oggi, la sua strategia è attendista: vuole logorare Salvini sulla lunga distanza, aspettando il momento giusto per avere sufficienti forze parlamentari e mettere un piede “pesante” nella coalizione di governo. Quasi sicuramente, quel momento verrà con l’elezione del Presidente della Repubblica, nel 2022.

Conte, oggi, non ha molte scelte di fronte: ha una buona immagine nell’elettorato, che sa difendere bene, e dunque sa che – in futuro – la sua immagine sarà sempre molto “spendibile” per richiamare consensi: la strategia del governo è di basso profilo. Sparita la contrapposizione a muso duro con l’Europa, scomparse tutte le velleità “no-euro” e “no-Europa” – sulle quali, in realtà, nemmeno Salvini premette molto sull’acceleratore, difatti i suoi due “alfieri” (Borghi e Bagnai) sono sempre rimasti nell’ombra – quindi, molto della partita sarà vissuta dal governo per ottenere qualcosa di “sostanzioso” dalla nuova commissione, viste anche le pessime condizioni tedesche.

La strategia di Salvini dovrà essere riveduta, per due ragioni: la vicenda dei migranti non è molto cambiata, prima arrivavano di nascosto, oggi arrivano alla luce del sole, però con un accordo europeo di redistribuzione che, per oggi, è solo provvisorio ma esiste. La seconda è la strategia di volere elezioni ad ogni costo, che è svanita e, dunque, si tratterà di correggere la sua esposizione politica e, soprattutto, mediatica, per far fronte alla nuova situazione. E’ molto difficile cambiare la strategia d’attacco su tutta la linea di Salvini, la sua totale esposizione mediatica, perché l’elettorato di Salvini vuole “risultati subito” e Salvini, oggi, non è in grado d’offrirli.

Difatti, il “boom” elettorale dei sondaggi scende, proporzionalmente all’esposizione mediatica di Salvini: non sono io a dirlo, bensì Libero, il quotidiano che gli è più vicino. Ed anche Il Giornale titola più su faccende europee che sulle vicende italiane, vale a dire glissa, sospende, non s’azzarda.
Vedremo come se la sfangherà, perché è difficile mutare una strategia per lo sfondamento in una per l’attesa: è come passare da Germanico a Quinto Fabio Massimo, e non sempre riesce.

Certamente, il vero sconfitto, oggi, è il M5S che era partito come colui che avrebbe mutato non la pelle, bensì l’intero organismo della politica italiana: va bene il taglio dei parlamentari, ma il continuo bisogno di alleanze (prima la Lega, poi il PD) per stare al governo cancella molte delle promesse e delle speranze iniziali. Hanno tentato, fallendo, la via delle alleanze e, oggi, se ne vedono i frutti.
La sua immagine è appannata, anche il consenso è intorno al 20%: questo accade a chi promette la luna e, dopo, non può fornirla. D’altro canto, la stessa parabola che ha obbligato Sryza e poi Podemos ad accettare più miti consigli e abbandonare le posizioni più estreme.

Il poco è sempre meglio del nulla”, rammentava Parmenide…già…però, oggi, nel clamore mediatico del Web, ogni ridimensionamento è considerato un fallimento, ogni parola data ed impossibile da realizzare un tradimento. D’altro canto, è la sempiterna vicenda fra chi vuole innovare e chi desidera, invece, mantenere. E’ la molla che spinge la Storia verso una risultante che è sempre una mediazione fra opposti, non la volontà rivoluzionaria o reazionaria. Facciamocene una ragione.

(1) Giro di chiglia: punizione molto usata nella marineria velica, consisteva nel legare il malcapitato con due funi ai polsi. Poi, gettato a babordo, veniva recuperato a tribordo compiendo un giro subacqueo della parte immersa (opera viva). Se sopravviveva…

17 settembre 2019

Giravolte e contrappassi


Una volta, tanto tempo fa, ci fu in Italia il governo della “resurrezione”, che doveva condurci ai fulgidi avvenire dell’euro, e finì con una caciara innaffiata di bombe in quel di Belgrado. Venne dunque – per contrappasso – il governo delle “libertà”, ma di libertà se ne videro ben poche, condite però con robusti tagli a tutti i settori sociali.

Nuova boa, nuova virata a sinistra, con il governo del “riscatto” che passò quasi inosservato e, dopo due anni, per un colpo di lupara sparato da Ceppaloni, terminò nella polvere.
Tornò quindi in auge il sempiterno “libertario” che ci condusse, in pochi mesi, da una Roma stravolta dalla pacifica invasione libica di un Gheddafi raggiante – con stuoli di giovanette che si convertivano all’Islam (si scoprì, dopo, che erano state reclutate in una scuola per hostess) – ad una guerra senza quartiere, nel quale il “convertitore” Gheddafi finì martire, in un canale di scolo, con una baionetta piantata nel sedere.
Con gran spiegamento (anche) delle armi italiane ed una Hillary Clinton raggiante: dopo i giochi di bocca di Monica, assistente del marito, quella baionetta nel culo di Gheddafi dovette eccitarla, al punto di lasciarsi andare a mail molto focose, prontamente carpite dal buon Samaritano Assange.

Dopo, fu il regno del terrore, con un Bergmeister affiancato da una kapò dagli occhi di ghiaccio, che sbatté nel lager della “fine pena mai” i lavoratori italiani. Terminò anche l’incubo – mentre le loro riforme rimasero, al punto che, per cercare di ovviare al problema, si varò “Quota 100” che però, a conti fatti, prevede un “taglio” che va dal 5 al 30% dell’assegno pensionistico. In pratica, la riforma Fornero, non fu toccata nei suoi assiomi essenziali, vale a dire la “consistenza generale” del rapporto retribuzione/pensione. (1)

Dopo molte schermaglie, dissidi interni fra i partiti, alleanze stranissime e leggi elettorali sempre più “fantasiose”, giunse il governo della “rottamazione” il quale, ancora una volta, rottamò ben bene i diritti senza toccare, ovviamente, i doveri.

Infine, il governo del “cambiamento” che cercò disperatamente di cambiare qualcosa nel guazzabuglio della legislazione italiana ma che, per improvvisi motivi – che è oggi ampia materia di dibattito: è stato l’uno! No, l’altro! E’ tutta colpa della Madonna! No, dei comunisti! – cadde.

Oggi abbiamo un nuovo governo e, mentre il vecchio governo lavorava, anche la magistratura lavorava, eccome! Questa volta, però, era fortemente contrastata dalla giurisprudenza europea: come finì?

Finì con una sentenza del Febbraio 2019 che eludeva e cassava i diritti di 70.000 persone, transitati da molti enti locali (in primis le Province) al Ministero dell’Istruzione. Il passaggio fu decretato nel 1998 dal ministro Berlinguer, con l’omonima riforma che toccava un migliaio d’insegnanti e quasi 70.000 assistenti amministrativi, segretari, ed altro personale della scuola.
In pratica, Berlinguer in parte mentì, perché affermò che la riforma era a “costo zero” mentre, a parità d’anzianità conseguita, c’era un modesto esborso. All’epoca, veramente modesto per lo Stato.

Ma nel 2000, sotto Amato, ecco che si attivarono i sindacati: quando mai i sindacati, in Italia, hanno mancato al loro preciso dovere di difendere, vegliare, corroborare, aumentare i diritti e le retribuzioni dei…sindacalisti? Il lavoratore? Chi era costui?
Così ci fu un bel accordo nel Giugno del 2000 nel quale, zappetta un poco, confondi qui e là…i lavoratori confluiti volontariamente il 1° Gennaio 2000 (con diritto di scelta!) si videro tagliare l’anzianità pregressa. Ad esempio, da 20 a 7 anni. Perché? Poiché lo prevedeva l’accordo sindacale “confederale”. Amato, quanto sei stato amato!

Il successivo governo delle “Libertà” – Forza Italia, Lega Nord e Alleanza Nazionale – precisò ancor meglio quella ruberia, inserendo un apposito comma (218) nella legge Finanziaria per il 2006. E, qui, entra in gioco l’Europa: l’Europa della barbarie, dell’intrigo, dei diktat massonici.

Stimolati dai vari ricorsi in sede europea – l’Italia assorbe, da sola, circa  la metà dei ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (!) – i giudici europei stilarono ben 7 sentenze favorevoli ai lavoratori mentre, negli anni, la magistratura continuava a stilare sentenze favorevoli e contrarie, alcune “incerte” anche alla attenta analisi dei giuristi le quali, però, terminavano sempre con un verdetto contrario della Corte di Cassazione. Vabbè…due telefonate, una a Palazzo Chigi, un’altra a viale Trastevere…se trovammo sempre n’accordo pé accontentà tutti…il lavoratore? Chi è costui?

Fino a Giugno del 2019, quando l’UE s’incazza e dice: “Lo sapete che siete tenuti a rispettare e dare corso alle sentenze della Corte Europea? Avete firmato, prendendo precisi impegni. La finite d’ingolfarci con ricorsi inutili, sui quali abbiamo già sentenziato, perché la materia è chiarissima: non si può ingannare un lavoratore, impegnandosi a garantire l’anzianità da un passaggio da un’amministrazione all’altra, e poi fottersene con mezzucci giuridici che fanno pietà?”
E, tanto per spolverare la memoria, “ricorda” le varie sentenze:

Sentenza Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Grande Sezione) del 6 Settembre 2011, caso C 108/2010, Ivana Scattolon c. MIUR.
Poi, le varie sentenze della CEDU (Corte Europea dei Diritti Umani):
Agrati e altri c. Italia del 7 giugno 2011;
Anna De Rosa e altri c. Italia dell’11 dicembre 2012;
Montalto e altri c. Italia del 14 gennaio 2014;
Biasucci e altri c. Italia del 25 marzo 2014;
Bordoni e altri c. Italia, del 13 maggio 2014;
Caponetto c. Italia del 13 maggio 2014;
Peduzzi e Arrighi c. Italia del 13 maggio 2014;
Marino e Colacione c. Italia del 13 maggio 2014;
Caligiuri e altri c. Italia del 9 settembre 2014.

In teoria, se l’Italia fosse un Paese con un minimo di dignità, sarebbe bastata la sola sentenza del 2010, quella della Corte Europea di Giustizia dell’Unione Europea (Grande Sezione) ma l’Italia non ascolta, non recepisce, non attua nulla.
Credo d’aver capito il motivo.

Perché, in Italia, mancano sempre i soldi. Già.
Se viveste in Ausonia, dove vivo io, non succederebbe mai che i ponti autostradali crollino perché vecchi e fatiscenti, ed i tecnici incaricati della sorveglianza non si munirebbero d’appositi “disturbatori” elettronici per non farsi intercettare. (2)
Non capiterebbe nemmeno che una importante opera pubblica chiamata “Aurelia Bis”, che doveva esser pronta nel 2016, sia finanziata con 128 milioni (spariti) e che poi…la società fallisse, uno scappa, l’altro è in Africa, l’altro ancora è irreperibile…e tutto rimane fermo, così, con migliaia di tonnellate di macerie all’aria e nulla di fatto. (3)
Non capiterebbe nemmeno che un ponte, inaugurato a Natale, cada a Capodanno! (4)
Non succederebbe nemmeno che si chiedano dei soldi in Europa per specifiche opere e poi siano fatti sparire nel nulla (5): scusate, qui ho dovuto fermarmi perché c’erano centinaia di casi e non ho voluto tediarvi inutilmente.

Non capiterebbe nemmeno che persone che hanno oramai quasi ottant’anni vengano richiamate nelle scuole dove prestarono servizio per vedersi consegnare una nuova ricostruzione di carriera (!), grazie alla quale dovranno restituire tot soldi in tot anni…quasi li avessero rubati…mentre i magistrati di Cassazione rispondono con uno sberleffo. C’è ancora un ministro dell’Istruzione? Chi è? Cosa fa? Ne sono passati tanti che fecero promesse: sempre le stesse, più qualche cambiamento (non manca mai) nell’esame di maturità. Si parte sempre dal’omega.

Eppure, una ragione c’è a tanti disastri in Italia: la mancanza di memoria, che poi si concretizza in un lamento collettivo per le pretese “ingiustizie” create da altri. E’ vero che il trattato di Maastricht fu una truffa per l’Italia, ma ci fu solo quello?

Qualcuno ricorda a quanto arrivavano le aste dei BTP negli anni ’80? Al 15% d’interesse, come in Argentina, dove poi finirono con i conti correnti bloccati a sbattere le casseruole in strada. E i finanziamenti europei?
Qualcuno ricorda che, a differenza di Spagna e Portogallo dove c’erano strutture centrali, in Italia venivano concessi alle Regioni, le quali incaricavano poi le Province e, se non si trovava un accordo di spartizione fra le forze politiche, ritornavano a Bruxelles. Ancora oggi, l’Italia non ha imparato ad usarli: Spagna e Portogallo s’abbuffarono con i finanziamenti rifiutati dall’Italia. Oggi, è la Polonia la prima ad accalappiarli, seguita da altri Paesi dell’Est, che poi giocano a fare i sovranisti.

Da noi, se sei un panettiere, prova a fare domanda per costruire un forno con i finanziamenti europei: ti faranno girare mille uffici, e non otterrai nulla. Solo se hai un qualche mammasantissima alle spalle otterrai un finanziamento per studiare lo sviluppo e l’adattamento della capra abissina sulle prealpi. Che, poi, presenterai, qualcun altro verificherà con cura e poi sistemerà in un archivio, dove dormirà sonni tranquilli per secoli. Ma i soldi, privati della loro percentuale, arriveranno.

“Chi è senza colpa scagli la prima pietra”: è una frase illuminante della Bibbia cristiana. Non penso che tutto quello che diciamo e raccontiamo sulle vicende europee sia oro colato: nel caso che ho illustrato, anzi, è l’Europa stessa a far presente che la retroattività della norma non è ammessa, sia nel diritto di derivazione latina e sia in quello anglosassone. Ma la giurisprudenza italiana se ne frega altamente e non rispetta i trattati internazionali.

Me ne frego dopo me ne frego, siamo giunti ad un punto nel quale ogni truffa o raggiro viene quasi ammirata: quello è stato furbo, adesso gira in Audi, mentre io ho la vecchia Punto di mio zio buonanima. Allora, andiamo sul Web, sui social e ci assataniamo in caustici commenti contro l’Europa, le banche, i governi, le monete, ecc…
Mai guardare alle proprie mancanze, ai propri doveri elusi, alla troppa sufficienza nel giustificare fatti che non ammettono giustificazione. Noi scusiamo tutto e tutti…già…tanto il lamento è libero!

(5) https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/22/como-maxi-truffa-allunione-europea-sui-fondi-per-il-mantenimento-dei-pascoli-98-indagati/5402711/

08 settembre 2019

Cosa si può ottenere e cosa si può sognare



All’indomani della nomina del nuovo governo, sono tornato a leggere le promesse elettorali di quello precedente: su tutto, spiccava la questione europea, in mille salse. Uscita, dall’UE o dall’euro, o da entrambi, poi discesa con un’infinita diatriba sui mini-BOT per pagare le imprese che lavoravano per lo Stato, infine, tutto derubricato all’anno del poi ed al giorno del mai. E’ vero oppure l’ho sentita solo io questa solfa? E perché non hanno lottato strenuamente per raggiungere l’obiettivo? La Lega, addirittura, aveva eletto Borghi e Bagnai, i quali hanno scaldato la loro sedia per più di un anno senza dire una parola, senza fare una proposta. Tutto normale?

Tutto normalissimo, in un Paese nel quale lanci dei proclami che sai benissimo, dopo, di non poter realizzare: basta vincere. Poi, poi…va beh…poi se lo dimenticano…
La campagna per le elezioni europee fu impostata da Salvini tutta sull’immigrazione – altro argomento che richiama consensi – per poi giocarla (male) in un’avventura che, se avesse avuto un po’ di sale in zucca (opinione non mia, bensì di Roberto Maroni), non avrebbe mai tentato. Era ovvio che finisse così: fin quando c’è una maggioranza parlamentare, il Presidente della Repubblica ha il diritto/dovere di non mandare il Paese ad elezioni. Altrimenti, ad ogni elezione – europea, regionale, comunale – qualcuno chiederebbe di tornare al voto.

In realtà, le elezioni europee – pur vincenti per la Lega in Italia – in Europa furono una delusione per il fronte sovranista, poiché la maggioranza dei popolari e socialisti non fu quasi scalfita. Ma, domandiamoci, cos’è il tanto osannato “sovranismo”?

Questa è la definizione che dà l’enciclopedia Larousse:

Il sovranismo è una dottrina politica che sostiene la preservazione o la ri-acquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali.

Mi sembra appropriata, dunque è il diritto di lasciare un’organizzazione sovranazionale quando riteniamo che ci danneggi.
Ma, gli italiani, votarono nel 1989 per appartenere all’UE, dunque:
1) Per prima cosa bisogna indire un nuovo referendum;
2) Se lo si vince, bisogna attuare una procedura di “distacco”.

A margine, vorrei far notare a quelli che credono che Salvini avrebbe indetto il referendum – insieme alla Meloni ed a Berlusconi (senza gli alleati, non aveva i numeri per vincere) – beh…ritengo che dopo questa bella prova di fiducia e di affidamento, avrebbero potuto tranquillamente credere in Cappuccetto Rosso, nella Terra Piatta, nei bambini che nascono sotto i cavoli ed a Babbo Natale.

La procedura di “distacco” va in onda oggi in Gran Bretagna, la quale sapeva benissimo a cosa andava incontro: non puoi per trent’anni firmare trattati ed accordi, e dopo andartene con un “ciao”. Insomma, è un po’ più complicato rispetto ad un matrimonio. C’è una trattativa in corso, com’è logico che sia: ciascuno, cerca di ottenere tutto ciò che può.
Però, la Gran Bretagna ci ha riflettuto bene: non dimentichiamo che gli inglesi sono usciti vittoriosi dalla 2GM, hanno saputo trasformare il loro ex impero in una struttura conveniente sia per loro e sia per gli ex colonizzati, inoltre la GB ha da sempre un rapporto privilegiato con gli USA. Quali, di queste qualità, ha l’Italia?

Sbattere la porta è facile, più difficile dire cosa si farebbe dopo: per ora, non ho sentito altro dal fronte sovranista, se non qualche richiamo ad Orban, che oggi ti sembra alleato e, domani – come nel caso dei migranti – ti abbandona al tuo destino.

E’ chiaro che il M5S, all’indomani del voto europeo, scelse la via del cambiamento dell’UE dall’interno, poiché altre vie – francamente – non ne vedevano. Forse questo cambiamento fu anche dettato dalla visione salviniana di una lotta senza quartiere all’UE – solo sui social, chiaramente! – tanto per acquisire consensi. Ma, parliamoci chiaro, quali sono state le mosse di Salvini sul fronte europeo?

Per carità…non torniamo alla storiella dei migranti…a parte che il signor ex ministro dell’Interno non è riuscito a rimpatriare un solo migrante fra quelli che già erano in Italia, ma nemmeno è riuscito a bloccare nemmeno l’ingresso dei migranti che sono giunti in Italia. Qualche sparata qui e là, ma niente di serio: bene o male, sbarcavano sempre, se non dalle navi, dai gommoni. La migrazione di massa, l’aveva già bloccata Minniti con l’infame accordo con i libici a metà del 2017.
Perché? Poiché bisogna distinguere fra “migrazione” ed “invasione” l’invasione avviene da popolazioni armate che giungono dopo un conflitto militare, mentre la migrazione è semplicemente un trasferimento in altro luogo di un surplus di popolazione.

Da noi è giunta una migrazione: voglio ricordare le parole di Salvini, “voglio che in Europa giungano in aereo”. Giustissimo, ma se per ottenere l’obiettivo ti spingi a tratteggiare l’UE come un nemico, dopo non ti stupire se ti lasciano solo ad affrontare il problema. Non è che la migrazione sia un fenomeno solo dei nostri tempi: la Germania ha 9,8 milioni di migranti (11,9% sulla popolazione), la Francia 7,4 milioni (8,9% sulla popolazione), la Spagna 3 milioni (13,8% sulla popolazione), l’Italia 3,6 milioni (8,3% sulla popolazione). Fonte: Wikipedia.

In principio di questa storia, si riteneva opportuno coinvolgere l’UE sui flussi migratori: ossia, sulla base della popolazione, accettare migranti fino ad una determinata soglia (probabilmente intorno al 10% della popolazione) ma giunse, forte e categorico, il “no” proprio dai Paesi cosiddetti “sovranisti”, Ungheria ed Austria in primis.
La vicenda, dopo questo fallimento, finì per avvilupparsi su se stessa: Salvini urlacciava, l’UE s’irrigidiva e così assistemmo alle famose “chiusure” dei porti – che collidevano con il diritto internazionale sul salvataggio in mare – e le “carrette del mare” o giu ngevano indisturbate, oppure erano obbligate a sbarcare nei nostri porti, salvo poi ridistribuire i migranti grazie all’intervento d’altri ministri, poiché Salvini s’era reso inviso a tutti in Europa, salvo ad Orban & compagni che, però, non si prendevano manco un migrante!

La questione dei migranti così si pone – a parte le procedure truffaldine escogitate nel Belpaese, cosicché i migranti finivano nei nuovi “Alabama” dell’agro-alimentare, oppure direttamente a disposizione delle mafie italo-nigeriane, ecc – se si vuole farli arrivare “in aereo”: si stabiliscono le necessità di manodopera per gli apparati produttivi, quindi si apre una trattativa con gli stati “fornitori”, si stilano degli accordi sui numeri annui e sulle destinazioni, si procede all’importazione della manodopera necessaria.

A questo punto, non dite che così si toglie lavoro agli italiani…che barba…trovatemi un italiano disposto a trasferirsi nei campi di pomodori, cavoli, finocchi, meloni, angurie…e poi disposti ad accudire vacche e maiali, quindi a lavorare sotto il sole nelle riparazioni stradali…perché gli occhi li ho come voi, e so riconoscere quanti neri ci sono in questi ambiti.

Qui è cominciata la guerriglia fra Salvini e l’UE – dimenticato l’euro e l’UE (Borghi, Bagnai: dov’eravate?) – tutto si consumò in una campagna elettorale continua, da una radio all’altra, da una spiaggia all’altra, fino a rendersi inviso agli alleati di governo, alle burocrazie europee, ma anche agli stessi partiti di centro-destra! Non è un caso se Toti e Brunetta, recentemente, lo hanno scaricato. E pure qualcuno dentro la Lega ha storto il naso: Maroni e Giorgetti, tanto per non far nomi.

Rimasto solo a giustificare una mossa incredibile – far saltare un governo e poi dare la colpa agli altri, fino a giungere ai complotti, alle dietrologie, alle storie fantapolitiche di chissà quali coinvolgimenti – Salvini, oggi, torna alla sola cosa che sa fare: campagna elettorale, sempre, ovunque. Finché ci sarà qualcuno che lo ascolta, perché dopo un po’ stufa: è la legge dei social, baby, fattene una ragione.

Cosicché, il M5S è stato obbligato a formare un governo con un PD altrettanto diffidente: lo stesso percorso che precedette l’inizio del governo giallo-verde, perché – se sapete leggere – il M5S non ha cambiato le sue richieste: la riforma Bonafede sulla Giustizia, il ritorno delle autostrade allo Stato, la tassazione proporzionale, ecc…solo sulla TAV non ci sono novità: sono tutti a favore (a parte il M5S), dalla Meloni al PD, Lega compresa. E, attenzione, tutti sanno benissimo che l’opera non servirà a niente, ma vogliono i soldi, i quattrini che l’UE ha (per ora) solo promesso, e che genereranno grandi flussi di denaro per i soliti noti, Lega compresa. Un affare da decine di miliardi di euro che durerà almeno 20 anni.

Ed hanno fatto bene a non cedere alle ultime, miserevoli, proposte di Salvini poiché la realtà era ed è che Salvini non ha una linea di governo, non ha idee su cosa fare sull’euro, non vuole l’Europa ma non sa cosa fare per andarsene, non sa come fare per correggere i trattati: Salvini, non ha proposto niente perché non ha niente da proporre.
Non ci credete?

Prendete in esame la situazione internazionale: ci sono 4 grandi potenze economico-militari. USA, Cina, Unione Europea e Russia sono in eterno equilibrio/conflitto su molti temi, mentre almeno 3 medie potenze – Giappone, India e Brasile – si avvicinano o si allontanano da almeno una delle grandi potenze, mai però entrano in aperto conflitto. Due grandi nazioni – Australia e Canada – fanno parte del Commonwealth britannico, 14 nazioni africane pagano una sorta di “tangente” del 50% a Parigi per usare il Franco Coloniale, che consente loro il cambio in euro. Molte nazioni sudamericane hanno legami con il dollaro o con l’euro, tramite il Banco di Santander. Altre, come la Siria e l’Iran, sono vicine al blocco russo od al Patto di Shangai.

Se consideriamo l’aspetto economico e finanziario, la situazione è un po’ diversa, ma le monete che “contano” – nel Pianeta – non sono più di 4-5: il dollaro, l’euro, lo yuan cinese, il rublo, la sterlina, lo yen giapponese e poco altro. Affiancati, però, alle monete – per potere finanziario – ci sono i fondi sovrani di parecchi stati, che investono su beni, servizi e monete. Basti pensare al fondo sovrano norvegese, a quello saudita, a quello del Qatar, ecc.

Chi desidera tornare ad una moneta – nazionale e sovrana – deve munirsi di mutande di latta, se non vuole fare la fine del pulcino non schiacciato – per carità! – bensì lasciato sopravvivere a colpi di spread e di declassamenti da parte delle agenzie di rating. Perché, il pulcino, più e mal messo e più rende.
Questa lezione – amarissima – l’hanno dovuta ingoiare Tsipras e Varouflakis, dei quali stimo più il primo che il secondo: almeno, ha avuto il coraggio di restare e di prendersi le sue “botte” di traditore. E che altro poteva fare?

La questione, se riuscite a capirla, è che siamo nelle mani di una banda di strozzini e non è urlando “li faremo neri!” che si arriva a qualcosa: loro, restano tranquilli, sereni, protetti dai servizi segreti e dai contingenti militari che tengono le capitali sotto scacco. A Roma, tanto per citarne una, sono di stanza il 1° ed il 2° battaglione “Lancieri di Montebello” che hanno – ma pensa te! – anche i mezzi blindati che mancavano ai nostri contingenti in Afghanistan. E’ più importante mantenere sicura Roma piuttosto che i soldatini all’estero.

Due fatti, però, li avevano fatti pensare: il governo giallo-verde in Italia (che Salvini ha affossato perché non voleva la riforma Bonafede, Berlusconi e Bossi hanno detto “nièt”) e, soprattutto, il movimento dei gilet jaune francesi, che li ha fatti impensierire: e se la cosa prende piede? Ci tocca muovere i blindati, ed il PIL s’affossa…

Per questa ragione, oggi, ci sono delle aperture da parte europea (anche perché la recessione ha raggiunto anche la Germania, a testimoniare quanto sia stupido ed infame il capitalismo in salsa Milton Friedman) e si sentono sempre più voci che parlano di “apertura” verso nuovi patti di stabilità, verso “più elasticità”, verso “più equità fiscale”, perché il capitalismo sopravvive sempre, ma sopravvive male a sentirsi incalzato.
Conte ed i 5Stelle hanno scelto questa via: la trattativa, per vedere cosa si riesce ad ottenere. Funzionerà, non funzionerà? Vedremo.

Se avete delle proposte migliori, proponetele, perché io da Matteo Salvini non ho sentito nulla in merito, che non fossero le solite, innocue (per loro) sparate. Ma non tirare in ballo mini-bot, mini-bond, mini-monete, locali, nazionali o quant’altro, perché se si decide per l’altra via – ossia andarsene dall’UE – bisogna avere una proposta concreta, non una favoletta da raccontare per i grulli. Credete forse che ci farebbero sopravvivere fuori dal loro recinto? E protetti da chi, che non sarebbe pronto a venderci il giorno seguente?

Serietà, proposte, non aria fritta. Grazie