13 novembre 2019

Per favore, mandateli in Africa con un barcone


Un tempo, quello che accadeva dopo disastri apocalittici come il fallimento del Mose di Venezia, seguiva un copione consueto: un uomo (o più uomini) chiudeva la porta del suo studio, apriva un cassetto, osservava per un attimo la pistola, controllava il tamburo poi, senza aspettare troppo, la portava alla tempia e premeva il grilletto.
Prima, s’era concesso le lacrime scrivendo l’ultima lettera alla moglie: “Cara, perdonami se ti ho fatto del male: ti ho sempre amata, dal primo giorno che ti vidi…” non andiamo avanti, lasciamo almeno il riserbo, per decenza, ad un uomo che prende una simile decisione, senza giudicare.

Abitudine che si è persa, da quando gli uomini non sono più uomini ma pagliacci, che si coprono di gloriuzza di fronte alle Tv ed alle truccatissime giornaliste, che rilasciano interviste in studi ovattati, in ville faraoniche per le quali sono stati, quasi sempre, condannati. E prescritti.

Mi chiedo con quale faccia il sindaco di Venezia – Brugnaro – chieda lo stato di “calamità naturale” per la sua città, quando la calamità naturale è che esistano persone del genere, come Brugnaro e, soprattutto, Galan e Zaia, che del Mose furono e sono i santi patroni, mentre san Marco, dai cieli, li fulminava con le acque per tanta insipienza.

Sappiamo tutti la ragione del disastro: acciaio di cacca, nessuna competenza, fiducia in persone perverse, sorrisi furbetti mentre si accettava una busta. Tutte abitudine apprese nella corrosione, giorno per giorno, anno dopo anno, dell’inutilità di fare le cose per bene e per tutti, meglio farle andar bene per sé, parandosi il sederino dietro a tutte le bandiere e gli stendardi. All’occorrenza, cambiarli se uno stendardo era corroso da troppi sospetti e sentenze.

Cosa si può fare, ora?
Buttare altri miliardi nei Mose – che sono due, quello del Lido e quello di Malamocco – e continuare come prima, a far mazzi e mazzette di critiche e dubbi, ma tirare avanti.
In cambio dello stato di calamità, per favore, chiamate l’ing. Johan Peter Killan che, nel 1984, progettò e costruì la grande diga sull’estuario della Schelda, che tuttora funziona benissimo e non ha mai dato problemi. Un’opera che, per essere costruita, necessitò d’affondare piloni alti come case di dieci piani ad una distanza di 25 cm l’uno dall’altro, che furono calati nei termini del progetto senza nessun errore.


La Diga sull'estuario della Schelda progettata da Killan nel 1984

Nel frattempo, sotterrate nei fondali quel contorto sistema fatto di ruggine e plastica che chiamano Mose, affinché san Marco non debba più vederlo: ha aspettato mezzo secolo, dal 1969, prima di mettervi alla prova. E avete fallito: ci avete presi in giro per mezzo secolo.


Io non desidero istigare nessuno al suicidio, ma una piccola cosa dovrete farla in cambio: lasciate tutto – non come Veltroni! – e recatevi a Sciacca o da quelle parti, salite su un barcone ed andate in Africa. Scendete ed andate alla malora per sempre, voi e le vostre truffe camuffate da trovate geniali, voi ed i vostri ingegneri-servetti senza palle di fronte al maestoso potere politico.
Un po’ di sabbia o di savana non potrà che farvi bene. Saluti.

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06 novembre 2019

Cannabiniamo…sì o no?




Perché consumare foreste che hanno impiegato secoli per crescere e miniere che hanno avuto bisogno di intere ere geologiche per stabilirsi, se possiamo ottenere l'equivalente delle foreste e dei prodotti minerari dall'annuale crescita dei campi di canapa?
Henry Ford

I ricordi più dolci che ho di mia madre, erano quelli nei quali mi raccontava l’epopea della canapa, e come quella pianta girovagasse intorno alle vite di donne e uomini, nel lontano ferrarese dei lontanissimi anni ’30. Tutto ruotava intorno a quella pianta gigantesca – arriva a sei metri! – che nasceva con poche cure e forniva raccolti abbondanti, che richiedeva però quasi una liturgia dopo il raccolto. E tanta fatica.

Se ben ricordo, dopo la raccolta, la parte più legnosa doveva essere separata da quella più flessibile, che serviva per le fibre tessili e, per separarle – a parte varie operazioni meccaniche, svolte a mano oppure con rudimentali macchine ed attrezzi – bisognava metterla in acqua.

Pulitura e separazione delle varie parti della canapa

Così, dopo una prima separazione delle parti più legnose, le parti più “tenere” della pianta venivano legate fra loro per creare una sorta di zatteroni, che venivano affondati nei maceri, che erano dei piccoli laghetti alimentati dai canali i quali, nella “bassa”, corrono ovunque, formando una ragnatela che, dal Grande Fiume, si dirama fra strade e poderi.

Le "zattere" di canapa nel macero

A quei tempi, il macero veniva usato anche per l’allevamento spontaneo di pesce: carpe, tinche e anguille che, insieme alle uova ed a qualche pollo, fornivano un po’ di proteine per una dieta che, all’epoca, era quasi vegetariana diremmo oggi, ma allora era un vegetarianesimo forzato, dovuto alla povertà.
C’era anche il maiale, accudito con tutte le attenzioni possibili, poiché le famiglie erano molto numerose, e tutti i giorni si doveva mettere in tavola qualcosa per sostentare gente che faticava di zappa, vanga e scure ogni giorno dell’anno.
Dopo aver affondato la canapa nei maceri, il pesce “sballava” un po’ e veniva a galla: così – ricordava mia madre – partivano lei, ragazzina, e mio prozio, di pochi anni più grande, con la fiocina per catturarli: dopo, li infilavano con un ramo di salice, facendolo passare dalla bocca alle branchie e tornavano a casa con lunghe sfilze di pesci, che erano la dannazione della nonna, regina della cucina. Perché?

Poiché non avevano olio per friggerle! In quelle terre, così lontane da quelle dell’olivo, la penuria d’olio era endemica, giacché i metodi per estrarlo dai semi (mais, girasole, ecc) richiedevano una tecnologia troppo avanzata per dei semplici contadini. Potenti macine, poi torchi o viti senza fine di raffinata produzione meccanica erano oltre le loro possibilità.
Per non parlare delle estrazioni con solventi chimici, che oggi vanno per la maggiore e sono consentite dalla legge (italiana ed europea) se il solvente (n-esano) non recuperato non supera le 0,012 parti per milione. Anche usando il miglior olio di semi in commercio (quello di girasole è forse il migliore) qualche microgrammo di n-esano, alla fine, ce lo becchiamo ogni volta che si frigge qualcosa.

Così, quel pesce finiva sulla gradella, che era l’antenata delle nostre griglie per il barbecue: circolare, fatta di lamiera con, in alto, la griglia, era usata per tutte le attività di cucina. La mettevi sulle braci del camino e, sopra, pentole o padelle o, all’occorrenza, i pesci ad arrostire. Ne ho conservata una, e talvolta la uso per cuocere minestre o per sterilizzare la salsa di pomodoro.
Terminata la macerazione della canapa, e raccolto tutto il pesce possibile, si ritirava la canapa all’asciutto e si apriva la chiusa del canale, così cominciava un altro anno di pesca ed allevamento.
La canapa, a quei tempi, veniva filata e tessuta in casa: ho conservato alcune lenzuola – che oggi hanno quasi un secolo! – e sono di una robustezza incredibile, perché i tessuti di canapa sono un po’ grezzi, ma robustissimi.

Le fibre tessili della canapa sono divise in due qualità: quelle più fini per la produzione di tessuti e quelle più grezze con le quali si fanno i cordami, i “canapi”.
Mentre la produzione della fibre più fini è tuttora richiesta, quella delle fibre per cordami lo è di meno, perché le cime di materiali sintetici costano meno ed hanno una buona resistenza: ho, comunque, a bordo della barca una cima di canapa lunga 120 metri, e non me ne sono mai dovuto lamentare.
Tutto quel mondo andò in fumo nel volgere di pochi anni ma, per indagare su questa vicenda, il problema è un altro, come avrete ben capito.(1)

Il cosiddetto “decreto Cossiga”, nel 1975, proibiva, di fatto, la coltivazione della canapa, senza distinguere fra le varie sottospecie e la quantità di THC: proibiva e basta. La coltivazione della canapa, in Italia, scomparve.
A dire il vero già da parecchi anni era diminuita, perché si era nel bel mezzo della seconda rivoluzione agricola: la prima aveva sostituito la trazione animale con quella meccanica, negli anni ’30-’70, mentre la seconda – appena iniziata – tendeva a specializzare al meglio tutte le lavorazioni agricole, con macchine espressamente dedicate per ogni coltura.
La canapa, se aveva un difetto, era la quantità di manodopera richiesta per tonnellata di prodotto finale: cosa abbastanza simile per altre colture, ma per la canapa il problema era molto avvertito. Sparita la vecchia società contadina, con famiglie con molti figli, più l’abitudine di concorrere con parenti o vicini di casa per i lavori più impegnativi, la coltivazione della canapa, per sopravvivere, doveva meccanizzare molte lavorazioni.
Il Decreto Cossiga – di là delle diverse motivazioni – calò proprio nel momento meno adatto per la coltivazione della canapa.

Oggi, quel decreto è, nella sostanza, decaduto, sostituito da una nuova legge del 2016 e, recentemente, da alcune correzioni ma, la domanda, è sempre la stessa: si può coltivare la canapa senza incorrere nei rischi di un suo uso per scopi non legali?
A mio avviso no, però si possono però  prendere delle precauzioni e, prima, informarsi di più sull’argomento.

La pianta della canapa è definita, dai botanici, cannabis sativa, ma ne esistono molte cultivar o sottospecie, perché non c’è nessuna differenza dalla cannabis sativa alla cannabis indica, soltanto il più alto tasso di THC, per una cultivar che si è più specializzata naturalmente per i climi caldi o tropicali.
Le resine, che contengono il famigerato THC, sono la naturale difesa della pianta contro le malattie e gli insetti: una pianta senza resine, deve affidarsi al solito balletto dei fitofarmaci i quali, come si sa, sono la vera “vigna” per le industrie del settore, anche se le sostanze che vengono sparse non sempre sono innocue per la salute umana.
La canapa, per sua fortuna, è una pianta robustissima,a patto di lasciarle le sue difese naturali!
Recentemente, è stata approvata una modifica alla precedente norma del 2016 che limitava il tasso di THC a 0,2% e l’ha portato allo 0,6%, proprio per consentire la difesa della pianta dai parassiti, ma non raccontiamocela soave: se la cannabis sativa, la meno ricca di THC, viene coltivata, è normale che si diffonda il suo uso anche ad impiego “ricreativo”.(2)
A questo punto, l’attenzione si sposta su due aspetti: la tossicità del THC e le conseguenze sulla malavita che gestisce il mercato.

Recentemente, il giudice Nino di Matteo s’è espresso negativamente sulla liberalizzazione della cannabis, adducendo il problema al fronte delle attività della mafia. Il magistrato sostiene – e di Matteo ha ampia esperienza di cose di Mafia – che non sappiamo come la Mafia andrebbe a “sostituire” i proventi del mercato della cannabis. Ossia, potrebbe gettarsi sui mercati delle droghe pesanti (e c’è già), oppure sulle armi (anche qui, già c’è). E dove, allora?
Qui, però, e non so se di Matteo se n’è accorto, si va a toccare un ganglio importante del rapporto dello Stato col potere mafioso: non si può giustificare una scelta – qualsiasi: potrebbe essere l’auto elettrica o a metano, le patatine fritte o il melograno candito – e la domanda rimane: lo Stato, deve calibrare le sue scelte sulla base della “risposta” che si potrebbe avere dal sistema mafioso? Mi sembra una ben triste condizione: a questo punto, diamogliela vinta del tutto e morta lì. Ma diciamolo a chiare lettere, non cincischiando con le commissioni antimafia.
Voglio precisare che ho grande stima e profondo rispetto per Nino di Matteo, ma non posso esimermi dall’incongruenza che questa sua esternazione contiene. Forse, la situazione di un uomo troppo abituato a vivere accanto ai problemi di mafia…forse un’amarezza profonda, che gli consente ancora di lottare ma forse senza crederci fino in fondo (e lo capisco), se non a patto d’accettare queste incongruenze. Non me lo spiego proprio, e sì che è un’affermazione grave.

Fra l’altro, tutti oramai sanno che il mercato della cannabis europea è l’Albania: da anni, oramai, a Tirana si assiste ad una sorta di miracolo economico, con forti investimenti nel mercato immobiliare ed un aumento ben diffuso e “spalmato” su tutti i beni di consumo più comuni. Dalle auto all’elettronica, dalla cosmesi alla spesa alimentare, ecc. (3)

Scene di guerra fra la polizia ed i narcos a Lazarat,in Albania

 La zona meridionale dell’Albania (Valona, Argirocastro, ecc) è oramai nelle mani dei trafficanti ed il governo è imbelle, forse coinvolto nella corruzione dilagante, forse sta solo a guardare questo “miracolo” economico che gli toglie le castagne dal fuoco, da quando l’Albania è diventata la prima produttrice europea di cannabis. 90 tonnellate di sequestri della Guardia di Finanza in Italia solo nel 2017: con chi trafficano gli albanesi? Con la Sacra Corona Unita – che è il loro dirimpettaio in Puglia – ma i clan albanesi sembra che abbiano stretto alleanze anche con alcune n’drine per lo smercio della cocaina nel nord Europa, soprattutto nel mercato tedesco.

Sarebbe possibile togliere dal controllo mafioso i proventi della cannabis per farli rientrare nel mercato legale, con lo Stato o dei privati a gestirlo? Ovviamente, mantenendo la “soglia” dello 0,6 di THC sulle coltivazioni, le sanzioni per chi guida in stato d’ebbrezza (alcolica o da THC), ma cancellando il reato penale per la detenzione di cannabis? In fin dei conti, l’alcool causa danni più gravi del THC, eppure è legale.
In queste faccende, quel che conta è la quantità e la frequenza con la quale si assumono certe sostanze: la scorsa Estate, sono stato presente, casualmente, ad una vendita di superalcolici in un supermercato. Sono arrivati in quattro o cinque ragazzi/e, hanno depositato sul banco bottiglie di vodka e di rum, sufficienti per ubriacare una compagnia d’alpini: alcuni erano, chiaramente, minorenni. Ma, quello che ha pagato, ha mostrato alla cassiera la carta d’identità (secondo me, era l’unico maggiorenne) che non ha potuto far altro che dargliele. Buona sbronza, colossale dal quantitativo acquistato: quando, poi, uno di loro guida, capitano le morti del sabato sera, puntuali, ogni fine settimana.

Questo è il quadro che abbiamo di fronte, non altro: tutti possono acquistare superalcoli in quantità industriale, e dobbiamo consegnare alla giustizia penale un tizio che ha qualche grammo di marijuana?
L’industria degli alcolici, però, è sacra e non si devono scalfire i livelli occupazionali…quindi…dobbiamo anche mantenere stabili i livelli occupazionali delle mafie? O sarebbe un atto d’orgoglio, da parte dello Stato, togliere loro quei proventi? Resterebbero loro la cocaina, la morfina, l’eroina, l’LDS e tutte le droghe sintetiche.
Resta da definire se la cannabis sia così nociva.

Il problema è complesso, giacché tutti riconoscono che il THC ha degli effetti molto positivi e conclamati nel controllo del dolore, degli spasmi nervosi in molte patologie, malattie dove la farmacopea ufficiale si trova un po’ spiazzata non tanto per l’efficacia dei prodotti, quanto per gli effetti collaterali indesiderati.
Hanno provato a produrre THC sinteticamente, ma i risultati sono stati scarsi: molti effetti collaterali rispetto al derivato naturale…insomma, la maledizione della canapa sembra quella d’essere…perfetta!
Tutti, per fortuna, riconoscono che la cannabis non dà assuefazione né crisi d’astinenza: insomma, è un po’ come chi è  abituato a bere vino a tavola. Se non c’è non è certo contento, però s’adatta a bere acqua: sarebbe forse meglio pensare alle vere droghe, eroina e cocaina, ad esempio e fare qualcosa per un mercato che è praticamente libero ed in mano alle mafie. Già, ma fa comodo scagliarsi contro una sostanza ed una pianta che hanno accompagnato l’avventura umana per millenni, piuttosto che guardare in faccia alla realtà.

Fra l’altro, la canapa ha avuto una storia “legale” molto complessa: fu proibita negli USA già nel 1937, ma non per vicende legate al THC. Fu una storia strana: Henry Ford aveva costruito un’automobile usando come componente di base del telaio le fibre di canapa, “annegata” in una resina proveniente dalla soia, che rendevano più leggera la struttura e molto robusta: il motore funzionava ad etanolo, sempre ricavato dalla canapa. La prima auto al mondo ad essere costruita in gran parte con materiali naturali!
La Ford, però, entrò in collisione con la potente industria chimica Du Pont la quale, ovviamente, non vedeva di buon occhio questa “incursione” dei prodotti agricoli nell’industria automobilistica. La Du Pont scatenò una campagna giornalistica che, alla fine, condusse alla proibizione di coltivare la canapa nel 1937. Ovviamente, fu la fine per l’innovativa Hemp Body Car (auto di canapa). (4)

Una Hemp Car del 1941

 Insomma, la chimica contro i prodotti naturali: anche per quanto riguarda la produzione di cordami, l’industria chimica vedeva nella canapa l’avversario da sconfiggere, perché stava iniziando la produzione di fibre tessili o adatte per la filatura. La cosa sorprendente, però, avvenne nel dopoguerra quando un ricercatore americano ebbe dei fondi per studiare la composizione chimica della tela di ragno: ebbene, fu proprio dalla riproduzione chimica di quel polimero che nacquero molte fibre adatte a corde resistenti ma anche elastiche, oggi usate in alpinismo o nella nautica. Insomma, sembra proprio che la natura, mettendoci milioni di anni d’evoluzione, sia ancora vincente sull’uomo!
La vicenda di Henry Ford è emblematica – e, in qualche modo, parallela a quella di Raoul Gardini: anche lui vedeva nel futuro una nuova chimica, più legata all’agricoltura che al petrolio – e, per sua fortuna, Henry Ford cedette e…salvò la pelle? Mah…

 Ricordiamo qui – en passant – le mille proprietà della canapa per entrare nel mercato in tanti settori: soprattutto la creazione di pannelli leggeri che contendono la palma di miglior sistema rispetto alla fibra di Carbonio (sensibilmente più costosa), pannelli composti da base di canapa e reagenti poliuretanici, oppure cementi od altre resine. Lo “scarto” sarebbe costituito da lignina, utile – e naturale – per usi energetici e  di riscaldamento o per la formazione di pannelli più resistenti, destinati a mille usi diversi. Insomma, la canapa è un cespite di idee e di soluzioni per l’edilizia, l’industria automobilistica, il mondo dell’energia, la produzione di carta, la produzione di foraggio per animali, di semi oleosi, di cellulosa, senza dimenticare la fibra tessile ed i cordami…non per nulla la pianta comparve nell’avventura umana sin dal lontanissimo 8.000 a.C. Una vera e propria miniera a cielo aperto.



Cosa si oppone a tutto questo?
 Sul Web, la pubblicistica sulla cannabis è enorme, ovviamente suddivisa in favorevoli e contrari: normale, visto che la canapa, come mercato complessivo (tessile, chimico, energetico, farmaceutico, ecc) muove interessi enormi, perciò mi sono affidato a Wikipedia la quale riporta, almeno, fedelmente le varie posizioni.
Sul fronte sanitario e scientifico, non c’è assolutamente una certezza alla quale affidarsi: in Spagna hanno rivelato che il THC uccide le cellule tumorali nel cervello, mentre in Gran Bretagna negano che sia vero…secondo alcuni psichiatri l’uso della cannabis favorisce psicosi, nevrosi od altro per il 40% dei casi, per altri psichiatri solo per l’1%, ossia nulla. Un disastro totale, la scienza all’ammasso.
Inoltre, se si prendono in esame le vie di inalazione insieme al fumo del tabacco, non si riesce a discernere quali sono i danni dell’uno o dell’altro…niente, una follia totale.
Si riconoscono, almeno, gli effetti positivi del THC nella cura del dolore neuropatico e nella sclerosi multipla…di più, è inutile cercare perché si finisce nella ridda di contenuti contradditori. Ma, qualcosa si muove.

Alla legalizzazione della cannabis, per prima attuata dall’Uruguay e dal Cile, s’è aggiunta quella più “pesante” del Canada, che ha completamente legalizzato la coltivazione e l’uso “ricreativo”. Gli USA, come sempre, sono a macchia di leopardo: dipende dalle scelte di ciascuno stato, mentre gli organismi federali non prendono decisioni. In Europa, solo l’Olanda permette un blando uso, sempre però circoscritto in locali pubblici ben definiti dalla legge.
Nel panorama generale, sembra che l’anti-proibizionismo nei confronti della cannabis stia diminuendo: forse, ci si è accorti che i danni collaterali sono meno gravi di quelli causati dall’alcool e, per non avviare campagne pubblicitarie che coinvolgerebbero inevitabilmente anche l’alcool (con relativi aspetti economici), si preferisce chiudere la faccenda senza troppo chiasso.

In Uruguay – per confermare quello che temeva Nino di Matteo – c’è stata una virulenta ripresa degli omicidi mafiosi: probabilmente, la perdita di un mercato clandestino, un settore molto “succoso” – la vendita della cannabis, in Uruguay, è adesso affidata ai monopoli di Stato – ha comportato una ri-definizione degli equilibri del mercato illegale per le altre droghe, che nel campo mafioso contiene sempre la sfilza di morti ammazzati.

Quindi, per concludere, la storia della cannabis è, in realtà, la storia della canapa: nessuno, penso, se n’accorgerebbe se fosse liberalizzata la produzione della cannabis sativa con uno 0, qualcosa in più od in meno di THC, perché la canapa fa parte – anzi, è quasi la Regina – di quel mondo che preferisce la chimica da prodotti agricoli invece che da prodotti fossili. Questo è il vero motivo del proibizionismo.
La canapa fu anche studiata come farmaco agli albori della Carlo Erba: qui, probabilmente, c’è un altro, enorme conflitto di interessi poiché la funzione antidolorifica del THC è accertata e sicura. Ovvio che si scatenano conflitti paurosi, come quelli sotterranei laddove le case che si basano sull’acetil-salicilico stampano (per soli medici e farmacisti, ovvio) pubblicazioni – le ho viste di persona – che colpiscono il paracetamolo, e viceversa quelli del paracetamolo verso l’acetil-salicilico. Figuriamoci se entrasse nel mercato un potente antidolorifico ed antispastico d’origine, oltretutto, naturale!
Perciò, io ritengo che i (possibili?) danni sarebbero senz’altro inferiori ai rischi: non fate, però, diventare la coltivazione della canapa uno stato di polizia se, un’Estate a causa del calore eccessivo, si scopre una coltivazione con lo 0,7% di THC! Oltretutto, chi volesse usarla per scopi “ricreativi” dovrebbe soltanto prendere qualche infiorescenza, senza nemmeno sapere se è 0,2 o 0,7: tanto sarebbe la stessa cosa.
L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di vedere un agricoltore in manette a causa del caldo: pensate piuttosto a come limitare od abolire – veramente, non lasciando praticamente il mercato libero alle mafie – le terribili droghe di sintesi, l’eroina, la cocaina ed a limitare seriamente il consumo d’alcool, ma con un po’ di cognizione: non si capisce perché si deve stare attenti, al ristorante, a non bere più di un paio di bicchieri di vino, mentre c’è gente che va in giro completamente sbronza e/o “fatta” e semina morti a profusione.

Come diceva Henry Ford, perché dobbiamo rinunciare alla risorse che ci dà il mondo vegetale per aderire senza riflessione al mondo dei fossili? Chissà, forse rivedremo la Hemp Body Car 3.0, e ne saremo soddisfatti. Anzi, l’hanno già fatta: in Canada ovviamente.





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02 novembre 2019

Le origini dell’antisemitismo italiano


Il 30 Ottobre 2019 non sarà una data da ricordare con letizia, perché è stata approvata la cosiddetta “commissione Segre” – dal nome della senatrice che l’ha promossa – ovvero una commissione che dovrà occuparsi dei fenomeni di odio, razzismo ed antisemitismo. Non sarà una data fausta poiché è stata approvata a maggioranza, mentre la Destra italiana, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia sono usciti dall’aula: un fatto gravissimo, impensabile per una democrazia occidentale. Nessuno pensa che esista un pericolo nell’odio, nel razzismo e nell’antisemitismo sciorinati a piene mani? Pazzesco, anche il solo pensarlo. E colpisce ancor più l’ostracismo contro Mara Carfagna, colpevole soltanto d’essersi ribellata contro quel non-voto per lei incomprensibile.
Ma la destra italiana, oggi, circuisce e rincorre non solo il razzismo di Salvini, bensì l’antisemitismo che circola sulla Rete, dimenticando le radici liberali – e non fasciste e razziste – della (fu) destra italiana.

Per quanto si cerchi, è veramente difficile trovare radici o giustificazioni per l’antisemitismo italiano, sia oggi e sia nel passato: se c’è una nazione che non ha mai praticato giustificazioni tendenti all’annientamento fisico nei confronti degli ebrei, questa è stata la Nazione Italiana. E lo riconoscono anche a Yad-Yashem, il museo dell’Olocausto a Tel Aviv.
L’obiezione, giustissima, riguarda l’emanazione delle leggi razziali del 1938 e questo è senz’altro corretto: fu un vulnus, una vergogna sia per il regime Fascista e sia per la Corona, che controfirmò quell’ignominia. Soprattutto per i Savoia, che accettarono – silenti – una decisione che doveva condurli, inevitabilmente, alla fine della loro casa regnante in Italia.
Le leggi razziali furono emanate per cementare ancor più l’alleanza con la Germania ma, se si guarda al panorama interno della nomenclatura fascista, si scoprono parecchi distinguo.

Anzitutto, partendo dai vertici: Mussolini, proprio nell’occasione dell’emanazione delle leggi razziali, inserì nel medesimo testo di legge la promozione a Generale di Corpo d’Armata del gen. Levi (!). Forse una forma di cerchiobottismo, tipico delle abitudini italiane?
Anche parecchi gerarchi di regime storsero il naso, a cominciare da Dino Grandi (ma anche Balbo, Ciano, ed altri) il quale, solo 5 anni dopo, sarà proprio colui che avrà il coraggio di far cadere il dittatore. Ma, per ben 6 anni, la follia mussoliniana percorse l’Italia ed agli ebrei fu proibito quasi tutto, salvo il respirare: in nota (1) troverete l’elenco delle proibizioni dei decreti fascisti.
Difficile comprendere Mussolini per quell’atto, non fosse che per la sua lunga relazione amorosa con l’ebrea Margherita Sarfatti, che terminò poco prima dell’emanazione delle leggi razziali, con la fuga in Argentina della donna.

Ma gli italiani, generalmente, rimasero indifferenti alle leggi razziali: anzi, furono fra i più prodighi nell’aiutare e nascondere gli ebrei dalle persecuzioni naziste: più dei francesi, ad esempio, che terminarono la guerra fra le potenze vincitrici. E molti scheletri nell’armadio.
In Germania, invece – che ha, ovviamente, le maggiori responsabilità per la Shoà – si tentenna in modo sinistro: alla denuncia del sindaco di Dresda per “l’emergenza nazismo” nella città, il principale partito di governo, la CDU di Angela Merkel ha risposto non votando, insieme agli altri partiti, la mozione di condanna, adducendo fumose “interpretazioni linguistiche” (2).
Questi scenari parrebbero identificare la destra europea come appiattita sulle posizioni estreme dell’odio razziale, sempre per la solita paura: non perdere voti, potenziali elettori, rimanere al potere ad ogni costo. Se ciò fosse vero, sarebbe veramente una virata di 180 gradi nella politica tedesca, e non importa se la questione coinvolge ebrei o altre razze. E lo stesso fenomeno s’è visto in Italia, al non voto sulla mozione Segre.
Oggi, la natura dell’antisemitismo è dubbia: più che l’odio razziale, si pondera sui fantomatici poteri della finanza ebraica in campo internazionale, la quale terrebbe sotto scacco le popolazioni del vecchio e del nuovo continente. Qui, occorre un po’ di Storia per comprendere queste posizioni.

Gli ebrei europei – tanto per essere chiari – furono privati in tempi lontanissimi della possibilità di possedere proprietà immobiliari e, questa proibizione “punitiva”, nacque da un errore storico molto antico, ossia imputando loro l’uccisione di Cristo. Dimenticando, la storicità dell’evento: a condannare Cristo fu un governatore romano, Ponzio Pilato, e questo nel quadro storico più vasto delle guerre giudaiche che coinvolsero tutto il Medio Oriente di quell’epoca, da Augusto a Traiano, e da Antiochia ad Alessandria d’Egitto.
La proibizione di possedere proprietà immobiliari fu anche la causa della successiva fuga degli ebrei nelle Fiandre, della nascita delle “Province Libere”, e della maggior tolleranza della convivenza ebraica con i luterani e gli arabi, piuttosto che con i cattolici.
Insomma, se dal Medio Evo all’Età Moderna tu proibisci ad intere popolazioni la proprietà immobiliare, dopo non lamentarti se questi si gettano sulla proprietà più “mobile” che esista, ossia il denaro ed il conseguente commercio. Ma, tutto questo, oramai fa parte del passato.

La realtà della cosiddetta finanza ebraica può essere ancora identificata con la nascita del sistema ferroviario, che coinvolse molte banche e, soprattutto, la Banca Rothschild nella seconda metà dell’Ottocento e fino alla metà del Novecento con i susseguenti prestiti di guerra. E dopo?
Vi furono due eventi che investirono il mondo finanziario del Novecento, e che hanno cambiato radicalmente l’economia o, meglio, il modo di definire e trattare l’Economia come scienza economica. E che poco c’entrano con la finanza ebraica.

La prima fu la Repubblica di Weimar – frutto del parossistico accordo di Versailles che chiuse in modo ignominioso l’inutile guerra che aveva sconvolto l’Europa, facendogli perdere l’indiscusso primato mondiale ed affamando la Germania – nella quale, per la prima volta nella Storia, una moneta fu una moneta di pura imputazione, senza corrispettivo aureo. Il Rentenmark, anche se dopo pochi anni tornò alla parità aurea, fu il vero, primo mattone del giro di boa, ossia della preminenza della Finanza sull’economia dei beni, sulla quale si basa, oggi, la cosiddetta “ingegneria finanziaria”.

Il secondo fu l’inevitabile nemesi, ossia l’abbandono della parità aurea sancita dall’abolizione degli accordi di Bretton Woods (Luglio 1944) che ammettevano la parità aurea solamente tramite il passaggio attraverso il dollaro USA. Con un atto unilaterale, a firma di Richard Nixon del 15 Agosto 1971, gli USA decisero che le monete, da unità di misura degli scambi, diventavano esse stesse merci (e, quindi, il loro valore poteva fluttuare), e l’oro cessava per sempre d’essere una unità di misura.

Il mondo che seguì questi due eventi è quello che abbiamo sotto gli occhi: quello degli improbabili debiti, del loro improbabile saldo, degli spread, dei finanziamenti che sono corrispettivi politici e forme d’appropriazione nei confronti degli Stati. Il rapporto della Finanza con la politica è divenuto saldo ed intrinseco, lasciando in una posizione secondaria la realtà della produzione.
Ora, dare la colpa agli ebrei di tutto questo mi pare assolutamente ridicolo. Le menti semplici non hanno difficoltà a credere alle società segrete, agli accordi sotterranei fra nasi adunchi dietro a porte sconnesse, ad ordini che partono da una sinagoga per approdare ad una banca…è un mondo semplice, che per le menti semplici è facilmente comprensibile…2+2 fa 4…e ve l’hanno dato in pasto. Se le cose vanno male, laddove vanno peggio è sempre meglio dare loro un capro espiatorio.

Già in Bretton Woods c’erano, insiti, i prodromi della futura Pax Americana totale, quando fu scartato il sistema proposto da John Maynard Keynes (GB) che prevedeva il Bancor, una sorta di moneta di compensazione, e fu invece scelto il sistema proposto da Harry Dexter White (USA), nel quale la moneta di riferimento era il puro e semplice dollaro. Poi, sfilatosi pure quello nel 1971, rimase il nulla che oggi vediamo: ciò che rende possibile una quota di “derivati” pari (forse) ai due terzi del capitale circolante, mentre il capitale in qualche modo “industriale” è relegato ad un solo terzo. Altre fonti danno ripartizioni ancor più alte per i derivati finanziari.

“…I derivati finanziari, che sono assimilabili alla moneta di credito, non solo non hanno copertura, ma di fatto vengono emessi dagli stessi speculatori così che questa forma di capitale, diversamente dal passato, può espandersi a dismisura.” (Karl Marx, Il Capitale, Libro Terzo, 1894).

Insomma, qualsiasi istituto finanziario può creare moneta elettronica per valori multipli alla moneta circolante, e questo non c’entra niente con l’attuale scelta italiana dei pagamenti elettronici o delle fatturazioni elettroniche: sia per la modestia di questi interventi ed, anzi, è un metodo per cercare di tassare proprio quelle ricchezze che sfuggono, grazie alla creazione di capitali solo “immaginati”, ma reali dal punto di vista funzionale.

Di tutto questo, i colpevoli sarebbero sempre loro: i nasi adunchi, che sussurrano frasi incomprensibili dentro botteghe oscure…che contano mazzette di soldi ridendo contenti…

In realtà, questo mondo ha nome e cognome, luogo e data della sua creazione: venne alla luce sotto le due amministrazioni “parallele”, quelle di Ronald Reagan e di Margaret Tatcher, e la cosiddetta “Scuola economica di Chicago” fu quella che rese possibile il “miracolo”, iniziato negli anni ’80 e poi abbattutosi nel 2008 come un uragano che fece il giro del mondo.

Ora, domandiamo ai tanti, sicuri e convinti sulla malignità insita nella finanza ebraica: riuscite a distinguere, nel mondo finanziario, la perversione dei soli ebrei nella questione? Perché, qui, si tratta di una commistione che ha coinvolto banche, governi, Stati in un Monopoli pazzesco, nel quale la moneta veniva creata dal nulla e distribuita ad ogni passaggio dal “Via”. I fondi d’investimento, poi, hanno fatto il resto, facendo circolare in un luna park impazzito le monete, dai paradisi fiscali alle economie emergenti, dai bilanci degli Stati a quelli del mercato immobiliare.
Le banche d’affari gestiscono questo grande circo Barnum ma, non illudetevi: Richard Fuld, l’ultimo amministratore delegato di Lehman & Brothers, non ha pagato nulla per quel fallimento, anzi, è stato addirittura premiato e, alla fine della corsa, è caduto comodamente sul velluto. Oggi vive in Florida.

Fuld era d’origini ebraiche, come Friedman, ma non lo era Stigler, altro esponente dei Chicago-boys…e i fondi d’investimento cinesi? Quelli russi? Quelli arabi?
Le banche d’investimento hanno centinaia di dipendenti in posizioni apicali, che seguono il mercato azionario ed obbligazionario del Pianeta: sono tutti ebrei?

Oppure, visto che qualcuno che paga c’è sempre – quelli che hanno perso la casa per i mutui subprime negli USA, ad esempio – non pensate che siano un tantino arrabbiati e delusi? E allora, che c’è di meglio che fornire loro un bel capro espiatorio, mediante il quale gli affaristi economici se ne lavano le mani e continuano a lucrare senza pensieri?

Ragionate un po’, poi scegliete la possibilità che vi sembra più sensata.
  

27 ottobre 2019

Realtà ed immaginazione


E’ con dolore che do l’addio a Comedonchisciotte, perché è stato la “palestra” del mio confrontarmi come giornalista, come autore, come persona. Sin dal lontanissimo 2005, quando iniziai: centinaia d’articoli, su tutto e contro ogni fandonia presentata come sublime verità. A mio modo di vedere, ovviamente.
Oggi, non è più possibile.
Non so se l’attuale dirigenza vorrà pubblicare questo mio addio, perché ci sono stati eventi che hanno mutato il panorama di CDC, rendendolo un’altra cosa, completamente diversa dalle sue origini.
Prima delle elezioni del 2018, Davide Ranzini mi confidò che c’era stato un “grosso” interessamento da parte di Pierluigi Paragone nei confronti di CDC: Paragone (così mi disse) prospettava persino la creazione di un nuovo giornale cartaceo, a partire dalla testata Web. Restai piuttosto freddo, viste le non brillanti performance delle testate cartacee nei confronti delle edizioni Web: se non ci sono copiosi finanziamenti – da parte pubblica e/o di sponsor – le testate cartacee hanno vita dura, data la gran differenza di costi che devono sopportare. Mi sembrò un’idea bislacca, e me ne dimenticai, ma fui pressappochista ed ingenuo.
Invece, qualcosa di vero c’era.
Vennero le elezioni, il M5S cercò, come prima “sponda” per costruire un governo – perché un governo andava fatto: né il centro-destra e né il centro-sinistra avevano i numeri per governare – e, dunque, i 5S dovevano uscire dalla loro turris eburnea, quindi si rivolsero al PD. Grazie a Renzi, come ricordate, saltò tutto.
Venne il contratto con la Lega, il governo partì e cominciò a governare fra mille difficoltà impreviste, una per tutte: il crollo del Ponte Morandi, che fu una vera e propria tegola inaspettata.
Nei primi mesi del governo le cose andarono abbastanza bene: l’accordo per i migranti verteva sempre su una forte pressione per una re-distribuzione europea, ma Salvini mordeva il freno. Perché spronato dai suoi alleati di centro-destra, che non aveva mai abbandonato: qui è la differenza, mentre il M5S era completamente solo riguardo ad alleanze, la Lega aveva chiarito che non abbandonava Berlusconi e la Meloni. E, oggi, quelli che non mollarono mai l’alleanza, se la prendono con chi ne ha cercate di nuove!
Le elezioni europee del 2019 fecero saltare il banco, perché la somma dei consensi ottenuti dal centro-destra poteva prefigurare un governo di centro-destra: la pressione dei due alleati si fece sempre più pesante, e Salvini fu tentato dal progetto: le vicende sui migranti, invece d’essere contenute in ambito europeo, deflagrarono come se fosse un’emergenza inarrestabile. Mentre, a guardare la realtà, i numeri erano modesti e non paragonabili a quelli prima dell’accordo stipulato da Minniti nel 2017.
Ma a Salvini – qui, forse, c’è anche una sorta di “predisposizione” a farsi incantare – la cosa iniziò ad andare stretta in tutti gli ambiti: s’inventò il “partito del no”, dimenticando che il “No” più grosso l’aveva accettato anche lui: quello della prosecuzione dei contratti con Atlantia per la gestione autostradale, e fu proprio Salvini (oramai tornato organico nel centro-destra, e ben consigliato da Verdini) ad aprire la porta di Atlantia per la gestione di Alitalia. Un ricatto bello e buono.
E su CDC le cose come andarono?
Improvvisamente la “referente”, vicina al M5S e sistematasi comodamente come redattrice della rivista – Rosanna Spadini – generava una profonda avversione verso la politica del M5S, soltanto perché – dopo che Salvini aveva fatto saltare il banco – il M5S non s’era messo a cuccia rispetto ai nuovi padroni. E s’inventava anche fumose vicende di precedenti accordi fra PD e M5S, vicende che non trovano uno straccio di prova.
Senza considerare che, Costituzione alla mano, nessuno aveva trasgredito le regole della democrazia italiana: il Presidente della Repubblica ha il diritto/dovere, prima di sciogliere le Camere, di verificare se esiste una maggioranza diversa.
Nel frattempo, il tono della polemica interna su CDC aumentava, l’antisemitismo diventava la regola: fastidioso, pressante, volgare e l’ostracismo verso la Sinistra abituale, la percezione – senza fondamento – d’essere stati “fregati” dilagava, le uniche colonne portanti della discussione erano il complottismo ed il tradimento dell’Europa nei confronti italiani.
In questo ambiente – nel quale bastava essere di Sinistra per essere dileggiati o, anche, insultati – cosa si può ancora trovare? Nulla di buono, dopo che per anni la vecchia dirigenza di CDC – Davide e Giancarlo –aveva sempre privilegiato il dialogo rispetto allo scontro.
Tanti se ne sono andati: Barnard, Martinez, Fusaro, Fini…oppure passati ogni tanto “di striscio”…perché il tono della discussione è troppo distorto: si è passati dall’avversario al nemico, ed io non voglio sentirmi nemico di nessuno.
Vanno per la maggiore traduzioni di network internazionali, fondazioni USA, siti russi dove, alla grande, vanno di moda le reductio at minimum delle nuove scoperte energetiche e relative corrispondenze ambientali: ovvio che i russi vedono come fumo negli occhi tutto ciò che va contro all’uso dei fossili, sono la principale fonte che ha anche referenti politici interessati!
Di là delle convenienze e dalle facilità di reperimento, l’uso di traduzioni da siti esteri spesso distorce il pensiero: sono siti che scrivono per fondazioni statunitensi, laddove chi finanzia può detrarre dalle tasse corposi vantaggi fiscali. I modi d’avvertire i mutamenti sociali sono profondamente differenti…l ’indipendenza delle fonti? Fate voi.
Spesso, le vicende del nostro Paese sono sovrastate da questo clamore che proviene dagli USA, i quali operano in/per un mondo globalizzato, e non gliene frega niente di ciò che avviene in Italia, spesso non la conoscono per niente e non sanno nemmeno dov’è. Ma, tant’è, tutto viene accolto come oro colato per intavolare discussioni chilometriche, scambi di battute, facezie e nequizie.
Mi ha molto colpito l’ostracismo verso nuovi metodi, ricerche, strutture che si occupino del futuro energetico ed ambientale: a leggere CDC, pare d’essere tornati all’epoca dei cavalli, è proprio vero che la reazione ed il conservatorismo non sanno valutare i termini della negazione. Auto elettriche, sistemi di accumulo, sistemi di generazione, nuove tecnologie…tutto al macero, quel che abbiamo va bene così! Sembra di sentir parlare Scaroni. O Mussolini, quando affermava che l’Italia non necessitava di portaerei.
Non so se questo cambiamento sia stato accompagnato, anche, da un supporto economico: non ne ho le prove, e dunque non lo sostengo, ma il sospetto viene. Oh, come viene.
Non rimane che salutarci: cercate di farvi bastare quel che passa il convento…questo è il grande vantaggio/svantaggio dell’informazione 2.0. In pochi attimi, si va dalle stelle alle stalle, così come passano le mode, le infatuazioni, le passioni più coinvolgenti.
Perdonate una persona che ha sempre creduto che il ragionamento, alla lunga, trovi sempre una corrispondenza e premi: non in promesse di consenso, bensì in certezze di solide basi. Non in vuoti affidamenti, bensì in ponderate riflessioni.
Auguri.

22 ottobre 2019

Filippo Rossi de Bergerac

Strano a dirsi, ma ogni tanto spunta qualcosa di nuovo: un tenero porcino, una vellutata farfalla, un bocciolo di pesco…e un uomo che pensa, riflette e giunge a scrivere un libro per rifondare la Destra italiana. Per carità: niente di male, hanno pubblicato libri sulle barzellette dei Carabinieri o su quelle di Totti e c’è posto per tutti. C’è posto persino per la velleità di Filippo Rossi, che porta un nome prosaico ma anonimo, e ben si presta per presentare la rébellion d’un garçon plein d’air et de nullité, che al giorno d’oggi vorrebbe entrare nella parte del grande Savinien Cyrano de Bergerac (1619-1655) e calcar le scene (televisive?) dopo esser stato ristrutturato per il teatro e reso celebre da Edmond Rostand (1868-1918). Meraviglie della modernità.

Obiettivamente, sono stato troppo duro con Filippo Rossi ed il suo Dalla parte di Jekill, perché l’intento è buono…almeno…passabile, ossia raccontare (per sommi capi) che cosa è stata la Destra italiana da Cavour a Salvini, da come sono avvenuti trecentoquarantatré contrappassi, ventotto tradimenti, otto ristrutturazioni e, infine, la creazione di una coalizione che potrebbe anche vincere delle elezioni. Quando saranno.

Rossi (non Paolo) ha tirato sì in porta, ma diciamo che ne è nato solo un modesto calcio d’angolo dopo una sterile deviazione in corner. Perché?
Perché Filippo (non di Edimburgo) ha regalmente declamato la parola chiave, sulla quale ha intessuto capitoli di storie sulle disgraziate vicende della perduta nelle nebbie Grande Destra Italiana: Patria.

Oddio, non è il solo…
Giorgia Meloni pensa, addirittura, di affidare l’Italia alla grande Triade: Dio, Patria e Famiglia. Se il primo si degna di uno sguardo, se la seconda veramente esiste (come vedremo in seguito) e la terza, da tempo, ha smesso di far parte dell’insieme: ogni 72 ore, una donna (e spesso madre) viene uccisa (1).
Matteo Salvini si limita a misteriosi segni con le mani ed agita crocifissi e medagliette: la sua attuale famiglia (se è vero) è la di Verdini figlia, mentre per la Patria omette. Dovrebbe menzionare troppe patrie, quelle venete e lombarde in primis, e poi il vecchio regno piemontese, la repubblica ligure…mamma mia! Meglio star zitto.
Il BerlusKaiser ha smesso i panni neri od ossigenati per gli indumenti dai colori meno cangianti, come fanno tutti i vecchietti, e dopo aver partecipato alla grande kermesse del 19 Ottobre – dove hanno salutato “vigorosamente” coloro che partiranno per santificare il loro grande anniversario, la Marcia su Roma del 27-29 Ottobre – giunto a casa, sistemato nel suo lettuccio caldo, avrà aperto le pagine di Dalla parte di Jekyll e si sarà messo a sognare: oh, bei ricordi…un Montanelli giornalista, un Cossiga Presidente, un Andreotti agli Esteri…gli sarà sfuggita una lacrima, perché anche lui – come quelli che credono nel fulgore dell’amor patrio che tutto supera, travolge e calcina, oppure quelli che sognano una Destra in guanti bianchi a cena al Ritz – non ha capito una mazza. Oppure, persone che si sono rese conto che il problema esiste , ma che il problema stesso ha scarse possibilità di soluzione.

Sgombriamo subito il campo da stravaganti collusioni fonetico-culturali: possiamo subito affermare che il termine “Patria-Europea” è l’ossimoro più evidente in campo linguistico, perché non esiste un sentiero europeo sotto questo aspetto. I circa 50 milioni di morti nelle guerre nazionaliste o para-nazionaliste del ‘900 crediamo che bastino ad evidenziarlo. Non si possono creare “Patrie” dopo una simile, recente voragine: al più, si può parlare di reciproca tolleranza.

Ma, all’interno del nostro Paese, si può parlare di “Patria”?
Abbiamo circa 150 anni di storia unitaria: fu l’Esercito Piemontese ad unificare il tutto, con l’aiuto francese in funzione anti-austriaca fino a quello tedesco in funzione anti-francese per il Veneto e la presa di Roma. E qualche “aiutino” britannico (per gli interessi di Sua Maestà, antifrancesi), che – dopo aver impiccato l’ammiraglio Caracciolo a Napoli nel 1799 – concesse a due fregate inglesi di sostare a Marsala ed attendere i due vascelli di Garibaldi (per non esporli prima dello sbarco al fuoco dei vascelli partenopei).

Negli anni successivi, reggimenti piemontesi iniziarono la guerra contro il brigantaggio – dovuto principalmente al tradimento delle promesse “unitarie” – ed uccisero circa 75.000 persone (2) ma c’è un particolare che agghiaccia: cosa capivano, l’uno dell’altro, ribelli e soldati?
Eseguimmo una prova, a cena: un gruppo di piemontesi con due amici napoletani in un ristorante a Napoli.
I napoletani zitti, mentre noi discorrevamo in piemontese “stretto”, ma certamente più “largo” di quello post-unitario. Alla fine, i due amici napoletani chiesero così, in giro, a qualcuno chi ritenevano che fossimo: le risposte furono equamente suddivise fra francesi e tedeschi. Nessuno pensò nemmeno per un istante che fossimo italiani: saranno turisti…eppure era la Napoli della fine del Novecento, che aveva già vissuto l’emigrazione…niente: stranieri.

Oh certo, la “lingua di Dante” già esisteva…Manzoni aveva già sciacquato i suoi panni in Arno…ma questa era soltanto roba, nell’Ottocento, per gli ufficiali piemontesi ed i baroni meridionali che facevano parte – guarda a caso – della medesima alleanza.
Tuttora, non riesco a comprendere i pescatori pugliesi se parlano nel loro dialetto: eppure, in mare dovrebbe essere più facile…no, non è così: le connessioni linguistiche storiche, soprattutto fra italiani, spagnoli e portoghesi hanno un’altra radice: il Latino.
Quindi, la nostra “Unificazione” che doveva condurre ad una “Patria”, fu condotta da eserciti che parlavano lingue diverse – dove solo gli ufficiali potevano capirsi (a volte, a fatica) – mentre per la truppa c’era soltanto la legge del piombo e della sciabola.

Giunse, però, il gran momento: durante la Prima Guerra Mondiale – che i cantori del regime salutarono come “la grande offerta alla Patria in armi” – e, finalmente, i sarti napoletani ed i villici siciliani, calabresi, ecc ebbero il grande onore di crepare, con la bocca piena di fango, su terre che non sapevano manco riconoscere su una carta geografica. In mezzo a popolazioni che non capivano, vessati da ufficiali che non comprendevano se non per i comandi essenziali: fuoco! all’assalto! Savoia! E vi meravigliate se esiste una “questione meridionale”?

E venne il Fascismo. I fascisti erano tutt’altro che stupidi e compresero che per ottenere una “Patria” bisognava affidarsi ad un universale comune, ma anche loro poterono farci ben poco, perché l’unico “universale comune” che riuscirono a scovare fu l’Impero Romano.

Sempre per usi propagandisti, ossia per creare quella liaison fra i lontani Latini ed il Novecento, crearono una nuova architettura, che ha avuto il suo fulcro nella creazione dell’EUR, a Roma. Come tutte le scelte in capo architettonico, a qualcuno piacque, ad altri no, ma non per fedeltà/infedeltà verso il regime: quello che si può senz’altro affermare è che pochi compresero quel tentativo di celebrare gli antichi fasti dell’impero romano. Guardavano col naso all’insù le geometriche architetture…qualcuno diceva “Bello…” altri “Bah…”

Quel poco di Patria raffazzonata, molto esaltata sì, ma senza reali e solide radici per giungere ad essere interiorizzata, però, si squagliò al sole dopo due anni di occupazione straniera, tedesca ed anglo-americana. Gli italiani urlarono “basta!”, c’avete fregati un’altra volta, torniamo al nostro paese (il nostro piccolo Heimat? Vedremo in seguito) e non rompeteci più con fandonie del genere.

L’inno italiano non si può dire che, musicalmente, sia un gran che: una marcetta, più noiosa della Marsigliese, che non raggiunge mai i toni aulici dell’inno tedesco od inglese.
Il nuovo regno d’Italia impose subito la Marcia Reale come inno ufficiale, ed il Fascismo s’accontentò di canzonette come Giovinezza per render gai gli animi, anche quando c’era poco da stare allegri. Mussolini, nella Repubblica Sociale finì per tollerare l’antico inno di Mameli, ma non lo appoggiò mai.
Così, finita la guerra, tutti s’affidarono “all’elmo di Scipio”: vorrei sapere quanti conoscevano o si riconobbero in un fumoso console latino di duemila anni prima, che era andato a soggiogare una lontana provincia d’origine fenicia, tale Cartagine. Difatti, diciamolo a chiare lettere: possiamo anche tollerare quell’inno perché non abbiamo alternative, però che piaccia e – soprattutto – che racconti qualcosa, non venite a raccontarcelo.
Alla Lega è piaciuto di più il coro del Nabucco – che per versi e musica non ho difficoltà ad avvertirlo come più gradevole – ma è una storia d’antichi esuli ebrei nella terra di Babilonia!

Come hanno affrontato la loro quasi contemporanea unificazione i tedeschi?
Non ci fu nessuna guerra, bensì un processo definito Zollverein, ossia “unificazione doganale”, facilitato dalle precedenti invasioni napoleoniche, che avevano fatto “saltare” molti confini fra piccoli ducati o contee ecclesiastiche. La Prussia era la più forte militarmente: difatti, subito dopo l’unificazione rese il favore fatto da Napoleone (qui, è interessante il carteggio ed il rapporto con Goethe!) sconfiggendola brutalmente nella guerra del 1870.
E sotto l’aspetto linguistico?

La Germania ha anch’essa dei dialetti (non così diversi come quelli italiani), ma fu molto facilitata dalla diffusione dei testi luterani – che furono anche un fattore linguistico unificante – poi da una serie di riforme sui codici e sul lessico (caratteri gotici, ecc), per giungere a Giuseppe II d’Austria, che “accomunò” le due lingue (austriaco e tedesco), infine da altri regnanti germanici che seguirono i medesimi impulsi. E i concetti di riferimento?
La “Patrie”, in Germania, sono due: il Vaterland la “terra dei padri” (e qui non ci sono problemi a capirlo) e l’Heimat, termine che non ha traduzione in italiano e nelle principali lingue europee. Significa pressappoco il luogo dell’anima, il mio “posto”…insomma, qualcosa che coniuga la “Patria personale” con quella grande, comune a tutti. E l’inno?

Il noto Deutschland über alles (3), nella sua traduzione, si presta ad una mistificazione: quel “über alles” può essere tradotto in vari modi, ossia molto frettolosamente in “sopra tutti” oppure, semanticamente corretto, in “sopra ogni cosa” o “prima di tutto”. Ed è così che l’intese chi lo scrisse all’inizio dell’800, che poi lo accoppiò con la musica di Haydn. Un inno molto pacifico, dove si esaltano i valori nazionali…donne tedesche, vino tedesco…nessun impeto guerresco, perché c’era da unificare, non da guerreggiare.

Come si può notare, si trattò di due percorsi analoghi, vissuti nel medesimo periodo storico, con due potenze regionali a guidarlo – Prussia e Piemonte – ma realizzate in modo completamente diverso: mentre in Germania ci fu molta attenzione sul versante linguistico ed anche sulla questione dei termini – l’uso dei due sostantivi, Vaterland ed Heimat, sostanzialmente, acquietò possibili incomprensioni e “fughe” mirco-nazionaliste – e nemmeno il regime nazista si sognò di toccare l’inno tedesco.
I nazisti diffusero molti inni  “accessori” come quelli militareschi ed usarono il famoso Horst-Wessel-Lied (4), l’inno dei lavoratori tedeschi (nazisti), che dopo la 2GM fu proibito in tutta la Germania, con ben due appositi articoli del codice penale. E, soprattutto, fatto rigidamente rispettare.

In Italia, invece, incomprensioni linguistiche, conquista militare, comportamento coloniale, uso di un inno sconclusionato e guerresco ed ampie repressioni successive finirono per proporre una forma di Patria grifagna, infida e nemica, che continua ad essere percepita, oggi, come inquisitrice, ingiustamente impositrice di gabelle, dilapidatrice di patrimoni pubblici ed incapace di portare all’Italia ciò che gli italiani hanno sempre desiderato: un posto da cittadini, con diritti e doveri uguali per tutti.

Qui termina il gran sogno di Filippo Rossi: se fossimo a scuola potrebbe meritare anche un buon voto, perché sviluppa con buona lena molti aspetti delle vicende della Destra italiana, partendo però da un presupposto errato: qualsiasi Destra che si rispetti – dai conservatori inglesi ai cattolici spagnoli – presuppone l’esistenza di una entità superiore ai singoli individui, e che sia percepita come tale! Quando non c’è, tutto crolla.

E torniamo al nostro Hercule Savinien (!) Cyrano de Bergerac, che in una nuova epoca intrisa di dubbi sul futuro delle Nazioni e sui loro destini – politici, economici, ambientali, ecc…come lo fu, in qualche modo, il tempestoso Seicento che doveva prender coscienza del “allargamento” del mondo abitualmente conosciuto da millenni – s’arrocca in una versione del tradizionale mondo “cortese” che la memoria ante-Americhe ancora gli rammenta. Ma lo declina da uomo del Seicento: un mondo tempestoso, corrugato da nuovi filosofi, sbalorditivi concetti, proto-ideologie…e viene considerato il primo precursore della letteratura fantascientifica.

Qui è la sintesi, o il parallelo, con la situazione della Destra italiana: Giorgia Meloni – oggi “sovranista” – non sa, o non ricorda, o fa finta di non ricordare quanto il partito che frequentò – Alleanza Nazionale – era proiettato in Europa, fidente e gagliardo, senza nessun dubbio su moneta comune e quant’altro, fino ad essere inclusa nel raggruppamento parlamentare “Alleanza per l'Europa delle Nazioni” che era, evidentemente, una tagliola in embrione, perché non puoi mantenere diviso (delle “Nazioni”) ciò che vuoi unire (l’Unione Europea).

Silvio Berlusconi, con la famosa “discesa in campo”, cercò prosaicamente – da buon imprenditore qual è – d’accaparrarsi quella “fetta di mercato” che la DC aveva lasciata libera e senza più referenti. Un cattolico conservatore, in sintesi, senza troppi orpelli. E che differenza c’è fra un cattolico italiano ed uno tedesco?

Per Umberto Bossi, invece, il sentiero era contiguo ma molto differente: non aderiva ad un concetto di “Patria” italiana, perché il suo obiettivo era un’Europa “delle Regioni”, qualcosa che gli consentisse di far convivere il Diavolo con l’Acqua Santa, ossia il suo Lombardo-Veneto indipendente purché “sistemato” in una personale visione europea.
Oggi, è molto difficile comprendere il nuovo lessico leghista: relegato in un angolo il “Grande Nord”, l’Italia intera deve diventare “Nord” per difendersi dal “Sud” del mondo? E i voti che deve prendere dai piccoli imprenditori padani? Mah…

Come si può notare, gli assiomi di base della Destra italiana sono fortemente divergenti: “Patrie” (europee) per il segmento Fini-Meloni, unione dei cattolici europei (DC-CDU, ecc) per Berlusconi, un pot-pourri di regioni affastellate per Bossi. Poi, c’è sempre il “non so” di Salvini: domanda non pervenuta.

Qualcuno si chiederà perché la Sinistra, in questa narrazione, sia totalmente assente: per due motivi.
1) Tradizionalmente, il concetto di Patria è sempre stato associato alle formazioni politiche conservatrici, che ne hanno fatto il loro stendardo storico;
2) La Sinistra italiana, per sua genesi, fu sempre attratta/associata all’internazionalismo cosmopolita – due figure: Mazzini e Garibaldi – poi la lunga avventura degli internazionalismi socialisti/comunisti del Novecento, culminati, poi, con la piena adesione (come avvenne per la maggior parte della Destra) all’Unione Europea.
Ciò che distingue le due ideologie è che, mentre per le Destre la Patria è un concetto primario ed incomprimibile né “traslabile” in altre fumose concezioni (si noti la vicenda catalana), per la Sinistra è un concetto accessorio, non presente nel suo DNA costituente.

Ma i voti, i consensi, si prendono con concetti forti, che raggiungono gli animi e li scuotono, li seducono, fanno sentire gli elettori “partecipativi” ai processi in corso: era nato un nuovo partito, il M5S, che proponeva un concetto semplice da ricordare e da interiorizzare. L’onestà assoluta di chi è chiamato al governo della cosa pubblica, come avviene quasi dappertutto in Europa, dove il minimo scandalo conduce alla porta. Come reagire?

Per chiedere consensi o anche sacrifici, o cambiamenti sostanziali, bisogna trovare un altro concetto “forte” da contrapporre alla “onestà”: già, come fare? La Patria non funziona, o molto poco: due guerre mondiali l’hanno “consumata” parecchio, decenni di malgoverno l’hanno trasformata in un campo di battaglia a colpi di tangenti.
Ecco, allora, che si trova un escamotage, molto avvincente ma pericoloso: difendere la piccola Patria personale – potremmo scambiarla con l’Heimat tedesco, ma il nostro Vaterland è corroso e deriso – non importa, si va avanti a forza di tweet e di Facebook, fidando sull’ignoranza collettiva della Storia. E sottovalutando molti rischi sul fronte sociale.

Si giunge ad affermare che i tortellini col pollo al posto del maiale sono un insulto alla cultura culinaria nazionale: vade retro, Satana! Mia madre, ferrarese “doc”, li faceva col ripieno di cappone: a me non piacevano, ma il resto della famiglia s’abbuffava.

I crocifissi, nelle scuole, vennero re-introdotti poco prima del 1990, giacché prima – per un anelito di laicità della scuola negli anni ‘70 – erano spariti: me n’accorsi perché vidi un bidello, col martello in mano, risistemarli dietro la cattedra. Nessuno s’era accorto della loro sparizione, e nessuno s’accorse della loro ricomparsa.

Poi si devono armare tutti, contro il nemico incombente: all’armi! all’armi! Cosa non vera – provate ad andare in armeria e vedrete cosa vi daranno, ossia niente o troppo, esattamente come prima – però il messaggio che passa è che “potremo armarci” e difenderci dall’invasione della nostra Patria (che come universale presente nella vita comune non esiste più da tempo). E chi ci minaccia?
Gli immigrati, i negher, i musulmani, che stuprano le nostre donne e diffondono le droghe per i nostri giovani: se leggete anche solo un po’ la cronaca, vedrete che sì s’ammazza, ma soprattutto all’interno delle famiglie italiane, che il controllo delle droghe è sempre nelle mani dei cartelli italiani, che oggi sono insediati a Medellin per la coca ed in Albania per l’hascisc. Più un po’ di robaccia chimica che viene d’oltralpe o da chissà dove: non certo dall’Africa.

Ma il concetto è passato, e gli spin-doctor hanno saputo addobbarlo bene: il problema, oggi, è farlo durare, perché un Governo c’è, governa – come può, come sa fare, non è il Pico della Mirandola dei governi, ma nemmeno con i bilanci alla Paolo Cirino Pomicino! – e si deve programmare una lunga traversata nel deserto, fino all’Oasi del 2022, quando ci si fermerà, si apriranno i bloc notes, e ci si conterà di nuovo.

E tornerà la sempre difficile riesumazione di una Patria che non esiste, che non è mai esistita, per giudicare e scegliere fra questo o quello. Con l’Europa? Senza l’Europa? E chi lo sa!

Prendetela come meglio gradite, ma non ditemi che le cose non stanno proprio così: è un problema serio, che spesso non riusciamo a percepire.
Buona patria (o pappa, zuppa, sbobba…) a tutti.

(4) https://it.wikipedia.org/wiki/Alleanza_Nazionale_(Italia)

13 ottobre 2019

Giustizia ad orologeria?


Spesso, il funzionamento della giustizia viene considerato una forma di lotta politica: molti, a Destra, credono senza dubbio in questo concetto. Il vero problema, però, è un altro: ogni volta che si mette mano alla giustizia, un governo inizia a traballare ed iniziano estenuanti confronti per cambiare, in fin dei conti, il nulla che consente a Tomasi di Lampedusa d’esser sempre lo scrittore più ricordato dagli italiani. Dalle arringhe di Cicerone agli svolazzi gattopardeschi, nulla deve cambiare: ed inizia il conteggio ad orologeria per il governo.

Ci si mette anche l’Europa, con una sentenza che richiama i nobili principi della filosofia del Diritto, e ci presenta il conto del nostro vagare senza costrutto fra claudicanti sentenze e dubbie riforme. Il tutto, viene presentato dalla classe politica – all’unisono – come l’ennesimo attacco all’Italia, che non potrebbe più combattere la Mafia se dovesse applicare ciò che la CEDU ci ha consigliato. Il che, è proprio la classica “cippa” mediatica ad usum stultorum.

La CEDU ha posto l’indice sul nostro “strano” (a dir poco) metodo di valutare la “redenzione” del condannato, ossia proprio il “metro” che viene applicato per la valutazione: mentre in quasi tutti i sistemi giuridici occidentali (latini ed anglosassoni) – non prendo in esame altri diritti, altrimenti la questione sarebbe troppo complicata – la valutazione è quella di stabilire se il condannato ha realmente realizzato la consapevolezza della gravità dell’atto commesso, oppure se rimangono zone d’ombra in questa presa di coscienza. Meno che mai, però, il “premio” della libertà può essere valutato soltanto su una rozza base di “do ut des”, come avviene per il fenomeno – tutto italiano – del pentitismo.

Fino agli anni ’70 una forma primordiale del fenomeno la possiamo ritrovare nell’uso – che sempre è esistito ed è perfettamente logico – della maggiore o minor dilatazione del concetto di attenuante, che il giudice valuta secondo la situazione.
Dagli anni ’70 in poi, il fenomeno del pentitismo prese piede per sconfiggere, nel minor tempo possibile, il fenomeno del terrorismo. Fai dei nomi, dicci quel che sai e sarai “premiato”: un fenomeno relegato ad un’emergenza, perché salta immediatamente agli occhi la contiguità di tale concetto con la legislazione di guerra quando – per contrastare il lavoro delle spie – si giunge a compromessi, a volte assai pesanti, sul fronte delle garanzie costituzionali.

L’Italia degli anni ’70, però, non era formalmente in guerra, a meno che non si desideri estendere “a piacere” il concetto di emergenza giuridica a tutto tondo: come ci pare, ci serve o ci conviene. Qui, a mio avviso, giunse il primo vulnus.
Il secondo, più grave, fu quando si meditò d’estendere il principio alla lotta alle Mafie, e per due motivi.

Mentre sul fronte del terrorismo, grazie al pentitismo – se non sincero, era più il pentimento del prigioniero di guerra, dello sconfitto di quello interiorizzato – i risultati furono confortanti, nel senso che i pentiti si distanziarono realmente dalla lotta armata, sul fronte delle mafie le cose andarono in tutt’altro modo.
Non starò a perder tempo ad illustrare i tanti fenomeni che abbiamo osservato nel corso di queste vicende: pentiti che si “spentivano”, che appena fuori dal carcere riprendevano le attività criminali, che utilizzavano i soldi ricevuti dallo Stato per nuove attività criminali, ecc. A fronte di qualche risultato, la correlazione fra reato e pena è stato distrutta: questo è il danno peggiore.

Il secondo motivo è più sottile, meno evidente, e riguarda le attività investigative. Divenuta un’abitudine che qualcuno “cantasse” (il vero o il falso, poi tutto da vedere) le attività investigative divennero più fiacche, il pensiero analitico di correlazione degli eventi di un Maigret o di un Montalbano rimase confinato al mondo degli scrittori che, quando scrivono libri gialli, in fin dei conti, giocano a fare il commissario. L’abitudine divenne: con le buone o con le cattive, fatelo cantare. A ben vedere, un metodo che riportava indietro le lancette della Storia della criminologia e dei metodi investigativi ai tempi dell’Inquisizione.

Purtroppo, ne abbiamo una prova nel disastroso fenomeno dei femminicidi: ogni due o tre giorni, fateci caso, una donna viene uccisa. Dal marito o dall’amante, dal padre o dall’innamorato respinto ma viene uccisa, ed è un fenomeno sul quale non possiamo invocare scusanti, di nessun tipo. Molto spesso, la donna uccisa s’era rivolta alla Polizia, ai Carabinieri o ad un magistrato, senza nessun risultato.
Certo, la sociologia potrà fornirci degli appigli per spiegare il fenomeno, ma non si può chiedere di cambiare la società altrimenti la disperazione s’incanala lungo la via di un coltello o di una pistola. La società andrebbe cambiata perché ingiusta e violenta nei confronti del cittadino, e questo è auspicabile e bisogna lottare per ottenerlo, ma se una donna smette di essere il calmiere delle angosce sociali – ossia sesso e pastasciutta a piacimento – non si può cancellarla dalla vita, perché le donne soffrono le angosce sociali come gli uomini. Sono, solo, più deboli fisicamente.

Su questo esempio, deraglia il treno delle indagini, perché le donne non “cantano”, le donne si lamentano: solo che nessuno le ascolta, i magistrati archiviano per leggerezza o cattiva volontà, poliziotti e carabinieri “passano” il verbale “a chi di dovere” e si finisce col funerale, che tutto cancella.
Ci sono tanti, altri casi nei quali la capacità investigativa è a dir poco carente: dai mille furti impuniti, dagli spacciatori conosciuti e tollerati in quanto, all’occorrenza, “gole profonde”, ai tanti omicidi mai risolti e ancora senza nome, al “russo” Igor che viene circondato da reparti militari in un quadrato di 20 x 20 Km e scappa come un fringuello, fino ai mille truffatori per i quali si è giunti alla pantomima degli “avvertimenti” di non aprire a nessuno, ecc. Un fallimento totale: nessuno ha più la ragionevole certezza che, sporta una denuncia, si arrivi a qualcosa. Anzi, sono gli stessi inquirenti a sconsigliare: tanto, spenderà solo dei soldi e non arriverà a nulla…

Tutto questo ha nome e cognome: la non certezza della pena.
L’omicidio volontario prevede una pena che va da 21 anni all’ergastolo, a secondo della gravità dell’atto ed è il giudice a decidere questa “forbice”. La pena realmente scontata, in media, è di 12,4 anni. L’omicidio preterintenzionale prevede pene dai 10 ai 28 anni: la media, ci dice 8,8 anni passati in carcere. (1)
Un uomo confessò l’uccisione della moglie 22 anni dopo: prescritto, non un solo giorno di pena. Pietro Maso, che uccise i genitori per avere l’eredità, oramai vive in Spagna tranquillo e sereno. Erika De Nardo ammazzò la madre e il fratellino: fuori dopo 10 anni.
Si potrebbero scrivere pagine e pagine su questi orrori giuridici, ma non voglio abusare del vostro tempo.

Personalmente, io credo che una persona che uccide volontariamente non dovrebbe più disporre della propria vita a piacimento, nemmeno un solo minuto. Però, questa è la mia convinzione personale, perché ho ben presente il concetto di sacralità della vita. Così come sono contrario alla pena di morte, poiché pronunciata da un Magistrato “in nome del popolo”, ed io non voglio sentirmi responsabile della morte di nessuno. Ma sono opinioni personali, discutibilissime.
E non mi dite che dopo “ci tocca mantenerli”, perché il lavoro nelle carceri c’è sempre stato ed è sempre stato vantaggioso, sia per le aziende e sia per i carcerati. Mio padre, un paio di volte l’anno, faceva il “giro” delle carceri dove la sua azienda forniva lavoro retribuito e serio: non le buffonate che si sentono oggi, solo biblioteche, teatri, qualche rara falegnameria…adesso sì che li manteniamo, ma è semplicemente una scelta politica.

Ma torniamo alla sentenza europea.
Quel che la CEDU ha realmente detto in quella sentenza, è che non si può decidere una forma di ergastolo “eterno”, senza prevedere forme di attenuazione o di rescissione della pena: soprattutto – fra le righe – la Corte ha voluto far notare che non si può demandare la pena – quasi un automatismo – al pentimento che preveda l’arresto e la carcerazione di un’altra persona, perché questo metodo non accerta che ci sia stato reale pentimento. Insomma: è una sorta di commercio! Mors tua, vita mea.
E molti fatti, in questo contesto, ci hanno mostrato quanto il pentimento fosse soltanto mirato al deferimento della pena, od alla sua trasformazione in pene accessorie.
E, tutto questo, disarticola il compito dei magistrati: solo se “canta” sapremo qualcosa, a cosa serve indagare…

Un coro unito, da Destra a Sinistra, si è rivoltato contro questo concetto, compiendo una vera disinformazione giuridica sui fatti: le valutazioni di reale pentimento, in molti Paesi, sono rigidissime, e molto raramente giungono ad un reale beneficio per il carcerato, eppure la nostra Magistratura difende questo anacronistico “diritto di guerra” applicato in tempo di pace.
Nel tempo, la situazione è diventata sempre più scottante: il buonismo permea le Procure, e i colpevoli sono solo persone “che hanno sbagliato” e devono essere redente.
Solo per fare un esempio, Pietro Cavallero, nel 1967 compì una rapina lasciando tre morti a terra. Catturato, fu condannato all’ergastolo. Fu liberato nel 1988, e lavorò presso il Cottolengo di Torino ed altre strutture assistenziali e non diede più nessun problema. Il suo pentimento fu profondo e sincero – che è un percorso aspro per chi è abituato ad imporsi con la forza – ed è proprio quello che chiede la CEDU nella sua sentenza all’Italia: valutare caso per caso, non regalare anni di libertà in cambio di un nome.

Qualcosa non va nel nostro sistema giudiziario e prova ne sia che il ministro Bonafede – che vuole fermare la prescrizione al 1° grado se c’è una sentenza di colpevolezza – prima è stato fermato da Salvini/Berlusconi ed oggi viene, ugualmente, avvisato per tempo da Zingaretti: “Oh sì, accelerare i processi è necessario…ma per la prescrizione ci vuole ancora una pausa di riflessione…” Ben sapendo che gli avvocati sanno benissimo come posticipare e rallentare le udienze, cosicché il concetto di non punibilità s’estende, e con esso la volontà di delinquere. Del resto, il PD aveva bloccato proprio il suo ministro, Orlando, quando aveva proposto la medesima cosa che oggi propone Bonafede.

Così si tira avanti, perché Falcone e Borsellino avevano appoggiato senza riserve il sistema “premiale” del pentimento a fronte delle confessioni non dei propri delitti, bensì su quelli degli altri!
Purtroppo, però, Falcone e Borsellino si sbagliarono su questo concetto: il pentimento dei terroristi giungeva da un percorso d’ideali falliti, quello dei mafiosi è sempre correlato a denaro e potere, che sono due aspetti che non muoiono mai e che hanno sempre molta “presa” nella società mafiosa (e non).
Del resto, in questi lunghi anni di pentitismo, abbiamo notato una vera e reale sconfitta delle Mafie? Il vero capo della Mafia, oggi, è libero come l’aria: si chiama Matteo Messina Denaro, la sua cosca di riferimento è quella trapanese, è coinvolto nel grande affare finanziario dell’eolico siciliano, fu “compagno di merende” di Giovanni Brusca…oh? Cosa vi devo ancora raccontare perché lo prendiate? Ma andiamo…

Le Mafie hanno capito che conveniva loro cambiar pelle, entrare nello Stato piuttosto che starne ai margini – difatti, anche al Nord, sciolgono consigli comunali ogni due per tre – e dunque, a cosa è servito svendere un cardine del Diritto come la certezza della pena, in cambio di nulla?

Adesso vedremo, a Gennaio, se il Governo riuscirà a mantenere le promesse ed a non posticipare alle calende greche un altro cardine del Diritto, ossia la preminenza della verità processuale sulla volontà dell’ignavia, del “mai si saprà” perché è trascorso solo qualche anno.
Se ciò non avverrà, propongo di sostituire la lettura critica de La Divina Commedia con Il Gattopardo, in ogni scuola d’ordine e grado, con la giustificazione – firmata dal Ministro – “perché più confacente alla realtà italiana”.


1) https://www.nonsprecare.it/pena-omicidio-volontario-italia-sconto-assassini-prescrizione?refresh_cens