19 gennaio 2020

Via Gradoli Caput Mundi


Forse qualcuno pensava che il punto più importante, nella storia geopolitica romana ed italiana, fosse piazza san Pietro a Roma, per qualcun altro il Quirinale, altri ancora la sede dell’ENI all’EUR…peccato se ci avete creduto, perché questa anonima via della zona Nord di Roma – guarda a caso a pochissimi chilometri dagli studi romani della Rai di Saxa Rubra (Grottarossa) – è senz’altro il centro politico e strategico di Roma. Peccato, non ve ne siete mai accorti: lì si trova il centro strategico dove la cosiddetta “politica nazionale” è sempre stata forgiata prima d’esser presentata sulle piazze politiche, di questo o di quello, come desiderate o più vi fa piacere.

Fino al 1978, chi capitava in via Gradoli ci passava solo per andare alla Tomba di Nerone: poi, col rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, entrò in prima pagina. Anzi, con scherzi e burle, comprese le “sedute spiritiche” di quel buontempone di Romano Prodi. Ma la storia non finisce qui.
Se il numero 96 divenne famoso per la prigionia di Moro – a questo punto, ogni affermazione deve essere anticipata con un “presunta”, viste le cose come stanno – via Gradoli fu “gradita” anche dai terroristi dei NAR (quelli di Valerio Fioravanti), che s’insediarono comodamente nella via in due covi, al numero 65. Chissà se la sera, fra una sparatoria e l’altra, non giocavano a scopone con Moretti & Company.

Ovviamente, tutti questi appartamenti facevano capo a società fittizie (Immobiliare Gradoli Spa, Srl Caseroma, ecc…controllate da Fidrev, definita (durante la lunga odissea dei processi per la Strage di Bologna) una società di consulenza controllata dal SISDE, il servizio segreto che dipendeva dal Ministero dell’Interno, ma che era infarcito di ufficiali dei Carabinieri e d’altre Armi.
Non ho aggiunto il classico “deviato” dopo la parola “SISDE” perché fuorviante: in realtà, si dovrebbe definire più correttamente “Servizi segreti foglia di fico”, giacché se erano deviati era tutta la struttura di Stato ad essere deviata. Verso dove? Bella domanda.
Anche gli amministratori erano gente vicina al SISDE, un certo Domenico Catracchia, che si è rifiutato di testimoniare ai processi perché ha semplicemente riferito agli inquirenti d’avere più cara la pellaccia. Anch’egli, ovvio, “vicino” ai servizi, eccetera, eccetera…
Insomma, un bel teatro di posa per tutte le necessità degli “amici” oppure dei padroni, in genere americani: una telefonata e via…sempre a disposizione…

Così, Moro fu ammazzato dai comunisti brigatisti, non dai servizi americani che non ne potevano più della vera e propria politica italiana di potenza nel Mediterraneo, inaugurata da Mattei e poi seguita dalla coppia Moro-Berlinguer (che si salvò per il rotto della cuffia dall’attentato di Sofia…) per la quale ogni novità veniva discussa fra Roma, Tunisi, Tripoli e La Valletta, che era uscita dal Commonwealth soltanto quando aveva ottenuto la protezione aeronavale italiana.
Però, dopo la tragedia, si continua con la farsa.

Fu così che un povero pulcino bagnato come un ex giornalista RAI – Piero Marrazzo – presidente della Regione Lazio con la passione delle trans…per lui, che amava incontrarsi con alcuni transessuali della zona, fu riservato un appartamento nello stesso stabile dove “alloggiarono” le BR…forse c’era una sorta di “prelazione” fra destra e sinistra…
Il lavoro, in quel caso fu completo: il “protettore” delle trans morì per un’overdose di droga subito dopo, e nei giorni seguenti anche una delle trans fu trovata morta avvelenata per una stufa mal funzionante…eh, col gas bisogna starci attenti…

Quindi, ragazzi cari, smettiamola di mandare in onda i TG, i messaggi dei politici, quelli del Presidente…da altre sedi, che non hanno rilevanza…spostate una troupe in pianta stabile da Saxa Rubra a via Gradoli e finiamola lì. Avete a disposizione un intero quartiere!
Anzi, visto che a giorni ci sarà la pompa nazionale di fine Inverno – denominata Festival di Sanremo – e già che nella selezione dei testi come quelli di Junior Cally – Lei si chiama Gioia, beve poi ingoia. Balla mezza nuda, dopo te la da. Si chiama Gioia, perché fa la troia, sì, per la gioia di mamma e papà…” – si nota una “mano” che non c’entra molto con la canzone italiana tradizionale (quella di Dalla e Celentano, ad esempio, ma anche di quelli che a Sanremo non ci misero mai piede, come De André e De Gregori) e non può essere tutta colpa di Amadeus, che col grande compositore austriaco condivide ignominiosamente il nome.
Magari le scelte le fanno altri…come per la politica…e allora perché – anche se comprendiamo che si deve andare a Sanremo per via dell’orchestra, della tradizione… – la giuria popolare, gli studi, tutto l’ambaradan della RAI non lo spostiamo direttamente in via Gradoli?
In fondo, tutto ciò che è stato veramente importante, per decenni, è sempre stato deciso lì, nei Gradoli’s  studios, che c’entra il resto di Roma? Perché non ci hanno girato “Fascisti su Marte”? Dai, veniva meglio…

11 gennaio 2020

Siamo tutti bersagli

 - Dag Hammarskjöld, segretario generale dell'ONU, morto in un incidente aereo in Zambia, senza colpevoli, Alcuni sospetti conducono al Belgio, per le sue attività minerarie nel Congo (ex) Belga (dove si stava recando per risolvere questioni interne), ma nessuno ha mai ammesso nente, salvo il presidente USA Truman che ammise "quando l'hanno ucciso";
- Ustica, un caso clamoroso, con tanto di battaglia aeronavale nel Mediterraneo ed un Mig che si schiantò sulla Sila, probabilmente dovuta al tentativo, fallito, di abbattere l'aereo di Gheddafi in volo verso Varsavia. Nessuna ammissione di responsabilità;
- Egipt Air, 19 Maggio 2016, 66 morti. Scomparso dai radar nei pressi di Creta. Tracce d'esplosivo sui reperti. Esercitazione NATO nella zona. Nessuna ammissione di responsabilità;
- volo Metrojet, Russia, volo 9268, in servizio da Sharm el Sheikh (Egitto) a San Pietroburgo. 224 morti. Quasi sicuramente un ordigno a bordo. Nessuna ammissione di responsabilità.
- volo Malaysia Airlines 17 MH17/MAS17,da Amstardam a Kuala Lumpur. 298 morti. Abbattuto da un missile terra aria nei pressi del confine russo-ucraino. Nessuna delle parti ha mai ammesso l'abbattimento.

Sono solo alcuni casi d'abbattimenti "per errore" fra i più famosi: purtroppo, quando un aereo civile viene colpito da un missile terra aria, s'inabissa (spesso) in mare senza lasciare tracce, che molte volte scompaiono dopo la lunga immersione o i rottami non vengono recuperati. Inoltre, molto spesso non c'è tempo per inviare messaggi o tali messaggi vengono intercettati e disturbati, al punto da non essere più ricevuti.
I casi dubbi, purtroppo, nella storia dell'aviazione civile sono almeno molte decine e ciò identifica il volo civile come un obiettivo dei servizi segreti di tutti i Paesi del Mondo.
Gli iraniani hanno affermato che è stata colpa loro, e di questo bisogna rendere loro merito: è la prima volta che abbiamo una piena ammissione di colpa. Si può contestare loro che non è stato un "soldatino", perché le consolle di lancio dei missili sono sempre al comando di un ufficiale, non di un soldato. E che c'erano molte "tracce" in arrivo questo è sicuro, poiché dopo l'attacco missilistico iraniano gli USA avevano certamente molti velivoli presso i confini iraniani nell'attesa di ordini.
L'errore è stato duplice: gli iraniani senz'altro, e l'hanno ammesso, ma le compagnie aeree che lasciano partire i loro voli in un simile scenario, sono da considerare quasi in concorso di colpa.
Le assicurazioni pagheranno senz'altro, ma la vita umana non ha prezzo: come la mettiamo?

04 gennaio 2020

Gambit

Il gambit è una mossa d’apertura nel gioco degli scacchi, che prevede il sacrificio volontario di un pezzo per acquisire risultati superiori: tipicamente, scambiarlo con un pezzo di valore più importante oppure di giungere fulmineamente allo scacco al Re.
Questo 2020 si è aperto con una curiosa vicenda, alla quale ne è seguita subito un’altra e già se ne promette un’altra ancora: chissà se queste vicende ne sottendono altre, ancor più segrete? Un vero e proprio gambit. Mascherato.
Beh…partiamo dalla prima.

Proprio nella notte di Capodanno, a San Pietroburgo doveva andare in scena uno “spettacolo pirotecnico” ad alto potenziale: no, non erano fuochi artificiali, bensì un attacco terroristico dell’ISIS (?) che prevedeva alcuni attacchi alla popolazione in punti diversi della città. Almeno, così ce l’hanno venduta. (1)
Prontamente, la polizia è intervenuta ed ha arrestato due cittadini russi (?) che avevano il solito ambaradan d’armi ed esplosivi in casa. Così è stato comunicato.
E chi è stato il “canarino” che ha cantato?

Il Presidente americano Trump, il grande “amico” di Putin. Oddio…con qualche faccenduola in sospeso fra loro, roba da poco…storie d’oleodotti e di piccoli Paesi, con l’Ucraina in prima pagina…ma non mancano altre scenografie ad arricchire la grande “amicizia”: Israele, Arabia Saudita, Iran, Siria, Libano, Turchia…cosa volete che siano…
Ovviamente,  Putin ha sparso subito – urbi et orbi – sincerissimi ringraziamenti per l’amico americano, salutandolo come persona seria ed affidabile, che si mostra “comprensivo” dei problemi altrui e poi, bla, bla, bla…
Pochissimi giorni dopo, “l’amico americano” fa saltare per aria il comandante delle brigate “Al Quds” iraniano, il generale Suleimani, molto noto in patria e molto stimato da tutti, amico personale dell’ayatollah Khamenei, eccetera, eccetera.
Naturalmente, l’Iran lancia subito minacce apocalittiche nei confronti degli USA e di Trump, minacciando sfracelli e disgrazie infinite per gli americani e per i loro amici (Israele ed Arabia Saudita, tanto per non far nomi).
Che bella storiella.

Assolutamente razionale, perfetta, ben congegnata, spendibile su tutti i media internazionali senza pecche e, soprattutto, fatta apposta perché i tanti cosiddetti “giornalisti” del Web ci caschino come tanti citrulli, imbevuti di retorica post-modernista, post-guerra fredda, post guerra irachena, post petrolio-dipendenti, post, post, post…basta postare in fretta e furia un articolo, per soddisfare la sete dei molti lettori, di tutte le taglie, forme, razze e religioni del Pianeta.
Se non che, non funziona.

Prima domanda: cosa ci faceva uno dei massimi comandanti militari iraniani in Iraq? Era andato a trovare i parenti, a salutare un amico, a trovare l’amante? Vabbè, prendiamole per buone.
Perché gli americani l’hanno ammazzato? Perché sono cattivi, perché sono stato imbeccati da Tel Aviv, perché s’era macchiato di tanti morti americani, perché, perché, perché…non ce n’è uno che funziona. Un generale che si “macchia” di morti americani?!? E cosa fanno i generali, normalmente, il solletico alle ragazzine?

Non dimentichiamo, poi, che i movimenti dei massimi dirigenti politici e militari delle nazioni non sono mai casuali, ossia ci sono una serie di “contrappesi” che devono essere soddisfatti: altrimenti, che ci vorrebbe a tirare un missile contro l’aereo di Trump o di Putin, di Macron o della Merkel, ma anche del capo di Stato Maggiore della Romania o del Perù?
Queste cose avvengono raramente, e si vide nel 1980 cosa causò l’aver tentato, con un sotterfugio, di far fuori Gheddafi mentre volava a Varsavia: una battaglia aeronavale nel Mar Mediterraneo, che anche se siamo qui a parlarne nessuno ha mai ammesso, perché i Mig cadono nei cieli di Calabria quando grandina. Eh…sì, patiscono la grandine: se non vi va bene e non ci credete, non ce ne frega una mazza.
Quindi, gli spostamenti del gen. Suleimani – un uomo molto vicino, per il suo ruolo, ai servizi di vari Paesi – sono stati rivelati: c’è un “canarino” che ha cantato, altrimenti non sarebbe successo niente del genere.
Ma vediamo di dare una risposta alle vere ragioni di questa vicenda, ossia:

a) Perché gli USA hanno pensato bene di far fuori Suleimani e perché, probabilmente, è stato tradito;
b) Quali possono essere gli sviluppi futuri.

Premesso che, un aumento del prezzo del petrolio di pochi dollari significa miliardi di dollari che s’ammassano (per tutti, Iran compreso!), ci passiamo oltre, perché questa è una storiella banale e non vogliamo raccontare banalità.
Prendiamo, ad esempio, in esame la situazione dell’Aeronautica Iraniana? E perché proprio gli aerei iraniani?
L’Aeronautica Militare Iraniana è ricchissima d’ottimi cervelli, tecnici e militari, ma è poverissima di mezzi, al punto – nel raffronto con Israele e l’Arabia Saudita (suoi avversari regionali) – di riuscire, forse e a malapena, a difendere il territorio nazionale.
Lasciamo pure fuori del conto gli aerei e le portaerei americane: per questa ragione ha ricevuto dalla Russia il sistema di protezione dello spazio aereo S-300, ma non ancora l’S-400 – che hanno richiesto – ma la Russia, che lo ha fornito seduta stante alla Turchia, ha risposto picche.
E gli aerei? Peggio che andar di notte a fari spenti.

Dalla fornitura degli F-14 (1975) americani, è stato un pianto antico: F-4 (quelli del Vietnam), poi F-5, vecchio caccia di seconda linea e pochi (e/o vecchi) Mig-29. Un disastro.
Per questa ragione, l’Iran ha scelto una via che potremmo definire “coreana” anche se non ha l’atomica: è fornita di migliaia di missili con gittate d’oltre 1.000 Km e decine di migliaia di minor gittata, molti dei quali forniti ad Hezbollah, il fedele alleato sciita in un mondo sunnita di nemici d’Israele. Il che, è già una bella tautologia.
Insomma, andare a toccare seriamente l’Iran scatenerebbe Armagheddon e gli Stati Uniti lo sanno benissimo: se l’Iran non può permettersi Armagheddon, nemmeno l’America osa andare a vedere cosa succederebbe.
Sono decenni che Michael Chossudowsy urla allarmi per una “futura” guerra contro l’Iran e mi fa piacere doverlo smentire ogni volta: non perché Chossudowsky mi stia antipatico (anzi), bensì perché mi sta molto antipatica la guerra.
L’industria aerospaziale iraniana è però molto sviluppata, e ricca di veri e propri talenti in quel campo. Notate cosa sono stati capaci di fare:



Questo aereo, denominato Saeqeh (in pharsi, non facile translitterazione) è, in realtà, un Northrop F-5 americano modificato:



al quale è stata totalmente riprogettata e ricostruita la sezione di poppa (si noti la doppia deriva, in stile F-A 18), più una serie d’interventi sull’elettronica di bordo, per dargli migliori potenzialità aerodinamiche e di combattimento.
Non sappiamo fino a che punto gli iraniani siano riusciti in questo giochetto, però siamo certi di una cosa: poche (o nessuna) industrie aerospaziali europee sarebbero state in grado di farlo.
In questo modo, gli iraniani hanno fatto fare al vecchio F-5 un salto generazionale, da un vecchio aereo di 3° generazione ad uno di 4°, almeno così sperano. Però, questo aereo rimane un semplice caccia-bombardiere per l’appoggio locale alle truppe oppure per la difesa aerea ravvicinata: è solo dotato di missili per autodifesa all’infrarosso (Sidewinder, ecc) con portate di una manciata di Km e non è in grado di portare missili in grado di colpire un aereo nemico a 50 o 100 Km di distanza.

Gli iraniani, si sono allora attivati ed hanno chiesto alla Russia di poter acquistare i più potenti Su-30, aerei di 4°+ generazione, pari almeno (o superiori) agli F-15 sauditi, ma…si sono messe di mezzo le sanzioni…che hanno impedito alla Russia (che ne sarebbe stata felicissima!) di soddisfare le loro richieste.
Qualcuno sostiene (2) che piloti iraniani siano già andati in Russia per addestrarsi sui caccia Sukhoi, perché un simile cambiamento richiede un lungo addestramento: è solo nei film americani (Indipendence day) che un ex-pilota del Vietnam, il quale vola su un biplano per spandere concimi, per andare a sparare agli alieni si siede su un F/A 18. E’ come passare da un biplano Sophwith Camel della 1GM ad uno Spitfire, forse peggio.
E quando scadono ‘ste benedette sanzioni? Nel 2020. Iniziate a capire qualcosa?

Allora, allora…
Il 2020, per Trump, è anno d’elezioni: ha sulla schiena una richiesta d’impeachment, non si sente molto sicuro…ha bisogno dei voti dell’elettorato ebraico, che in America può fare la differenza. E i finanziamenti elettorali non fanno la differenza?
Ha provato in tutti i modi a scotennare l’odiato Khamenei, ma non ha ottenuto molto: un drone abbattuto, qualche petroliera colpita…niente d’importante. Tel Aviv, però, non è contenta: sono loro a dover vivere sotto la minaccia dei missili di Hezbollah, mica gli americani! Ci hanno provato nel 2006 a farli fuori, ma non ce l’hanno fatta, e non trovano un presidente che dia loro retta: vogliamo aspettare che Tehran abbia l’atomica?
Preso fra due fuochi, Trump ha dovuto dare loro un contentino, scambiando con i russi qualche rivelazione “coperta”? Non siamo in grado di sostenerlo.
Ha anche spostato un contingente di 750 soldati dalla Siria all’Iraq occidentale – aveva detto loro: “si torna a casa!” (sic!) – lontano dalle popolazioni sciite e più vicino ad Israele ed all’Arabia Saudita. Insomma, io la buona volontà ce la sto mettendo tutta…ma a voi non basta mai!
E i russi?

Ai russi la cosa non può che portare vantaggi: scadute le precedenti sanzioni, nel 2020 potrebbero dare finalmente il via alla consegna dei tanto desiderati Su-30 all’Iran! Sarà una consegna molto “succosa”, si parla d’almeno 30-50 caccia dei quali gli iraniani hanno un bisogno disperato…e non staranno tanto a tirare sul prezzo. La vicenda di Suleimani ha scosso gli animi, da una parte e dall’altra, ed i russi potrebbero decidere autonomamente di consegnare gli aerei agli iraniani: anche i commentatori russi hanno glissato all’acqua di rose: “pericolo per la pace mondiale”… “atto inconsulto”…e via discorrendo…parliamo di cose serie, d’aerei per difendersi dalle minacce americane e saudite…

L’ultima risposta è su cosa potrà fare l’Iran per vendicarsi: lo farà, è chiaro, perché anch’essi hanno un elettorato ed una popolazione da soddisfare. Però, ci sono tanti modi per farlo.
Sul “come”, però, temo che sia il punto interrogativo che aleggia, proprio in queste ore, in molte menti a Tehran.
Aeronautica e Marina possono ben poco: non sono certo 3 sottomarini a spaventare la US Navy e sull’aeronautica abbiamo già detto.
Il presidio dello stretto di Hormuz, però, è molto ben fornito di missili antinave ed imbarcazioni veloci d’assalto: in assenza, però, di naviglio militare americano, non rimane che qualche petroliera che sconfini.
Il canale delle acque territoriali, ad Hormuz, è molto stretto e spesso avvengono leggeri sconfinamenti: da questo, però, ad affondare una petroliera con tutto l’equipaggio ce ne passa, peggio ancora affondare un’unità militare, con centinaia di morti. Sarebbe l’inizio di Armagheddon.
La brigata americana che si sta trasferendo dalla Siria all’Iraq è, ovviamente, sotto il tiro dei missili iraniani, e potrebbe essere un bersaglio adatto: anche qui, però, centinaia di morti.
Scarterei, in linea di massima, queste ipotesi comprendendo anche un eventuale attacco di Hezbollah su Israele: tutte troppo zeppe d’incognite sul futuro dell’area.

Ricordiamo che l’Iran ha messo più volte l’accento sulla “pazienza” nella vendetta: potrà lasciar passare anche qualche mese, prima d’attuare qualcosa. Molto probabilmente si tratterà dell’uccisione o della presa d’ostaggi americani nell’area, quando la tensione sarà calata e tutti tenderanno a dimenticare.
Il punto saliente, per gli iraniani, è ottenere finalmente la vendita degli aerei da parte russa, cosa di primaria importanza per la loro difesa: poi, qualcosa s’inventeranno, ma sarà qualcosa che non dovrà impegnare militarmente nessuno.

In fin dei conti, a questo serve il terrorismo: a mandare avvertimenti, senza mai comparire in prima persona, e questo è uno degli attori delle guerre a geometria variabile, che devono tener conto del prezzo del petrolio, delle armi nucleari e di riuscire ad intimidire l’avversario senza entrare in questi “campi minati”.
Dalla diplomazia alla guerra il salto può essere repentino, ma entrambi i contendenti lo sanno, e sanno anche cosa rischiano: per noi, che non vorremmo più dover raccontare storie come queste, rimane l’assillo di un Pianeta senza pace, che non riesce a convivere senza una pistola sotto il cuscino.
Ed è questa la grande sconfitta che tutti i giorni dobbiamo affrontare.

01 gennaio 2020

Teoria del Chiasso

Sulla questione climatica, oramai, si sente soltanto chiasso. Chiasso mediatico, chiasso rabbioso, chiasso interessato, genuino, ispirato, malevolo…ma sempre e solo chiasso. Perché il chiasso è il fenomeno che più s’oppone al ragionamento ed alla meditazione, unica via per giungere alla sintesi di qualsiasi evidenza naturale, per trovarne una soluzione o, almeno, comprenderne la genesi. Potremmo definire il chiasso come l’antitesi vera e propria della ricerca scientifica.
A parte il chiasso, quali sono i dati in nostro possesso?

Evidenze scientifiche
La percentuale di CO2 nell’atmosfera terrestre nel 1975 era di 320 ppm (parti per milione), oggi abbiamo superato le 390 ppm: in 45 anni è aumentata del 22%. Nello stesso periodo, la temperatura media globale è aumentata di circa 0,5 gradi Celsius ed i mari sono saliti di circa 40 mm.
Possono indicarci qualcosa questi pochi dati certi?
Il rapporto fra questi dati è provato e riproducibile in laboratorio: se in un laboratorio, a temperatura ed illuminazione costanti, immettiamo in un recipiente di vetro una miscela di aria e CO2 ed aumentiamo la CO2, otteniamo un aumento di temperatura, perché l’anidride carbonica (ed altri gas) riflettono la radiazione infrarossa che, dal suolo, viene riflessa verso il cielo e la proiettano nuovamente verso terra. Insomma, come in una serra, non la lasciano sfuggire. Il terzo dato necessita di una comparazione, ossia due recipienti, come sopra, con del ghiaccio alla medesima temperatura e peso: in quello a maggior temperatura, nella stessa unità di tempo, si scioglierà una maggior quantità di ghiaccio.
Ciò che possiamo provare scientificamente è tutto qui: il resto richiede la preparazione di modelli matematici, poiché un conto è operare un esperimento in laboratorio, un altro espanderlo a livello della biosfera, dove intervengono miliardi d’interazioni delle quali non conosciamo interamente i rapporti, e per questo li indaghiamo con modelli matematici i quali, come ogni modello prodotto dall’uomo, è passibile di critica.

Perché il chiasso?
Il primo obiettivo dei fautori del chiasso è disperdere la concentrazione, effettuando un’operazione di per sé semplice, soprattutto nei confronti di coloro che non sono molto avvezzi nell’epistemologia delle scienze sperimentali: assegnare il medesimo valore d’inesistenza inerente fra la critica dei modelli matematici e l’evidenza dei dati scientifici. E’ un chiasso un poco furbetto e sempliciotto: in altre parole, se dimostro che il modello matematico è imperfetto, lo saranno anche i dati scientifici che lo alimentano. Il che è pietosamente falso: sarebbe come sostenere, nella costruzione di due grattacieli, che essendo errato in uno dei due il calcolo delle masse e delle relative pressioni, sono errati i concetti fisici di massa e pressione.

Il “complottismo"
Più interessante, invece, la critica proveniente dagli ambienti del “complotto”. Si sostiene che, siccome il sistema politico-economico è una piovra che tutto controlla e decide, allora l’evidenza di nuovi ed enormi profitti conduce ad esaltare la necessità di compiere questi interventi, finalizzati ad un maggior profitto per gli azionisti.
Nulla da eccepire sotto l’aspetto della critica: nessuno di noi ha mai pensato che le holding economiche del Pianeta siano istituti di beneficienza sociale.
Il nesso, però – inconsistente – è fra le nuove tecnologie energetiche e l’intervento finanziario.
Prima del secolo XVIII, era la nobiltà ad assumersi oneri ed onori per quanto riguardava gli interventi, ma la macchina a vapore sconvolse questi equilibri: troppo grandi gli interventi richiesti, estesi sui cinque continenti, in continua evoluzione, ecc.
La ferrovia fu il canto del cigno per il potere economico della nobiltà, la quale – anche per altri fattori storici – si vide relegata in un angolo del potere finanziario ed economico.
Precisando il fenomeno, nel secolo XIX, per la macchina a vapore ed il carbone, furono le banche ad investire ed a fare profitti, sorrette dal patrimonio azionario dell’espansione borghese, mentre nel XX secolo s’affermarono mezzi di finanziamento ancor più evoluti, quali fondi d’investimento, fondi pensione, fondi sovrani, ecc.
Ricapitolando, c’è da operare una distinzione fra sviluppo e ricerca tecnologica e mezzi di finanziamento: mentre i primi possono essere anche frutto di ricerche e sviluppi nati nell’ambito pubblico – gli istituti universitari, ad esempio – i secondi sono quasi interamente rivolti agli investitori privati, siano essi banche o strutture finanziarie.
Aprendo una breve parentesi, si può notare come in Italia si sia generato un fenomeno che dire “assai strano” è ancora riduttivo: il sistema autostradale, costruito col finanziamento pubblico, è diventato una gestione privata in cambio – diciamolo chiaro – di un piatto di lenticchie. E la dimostrazione, lampante, è dei nostri giorni e di cosa sta accadendo.
Quindi, è assolutamente normale che il sistema finanziario s’adoperi per entrare e guadagnare nel comparto delle nuove tecnologie energetiche: compito della parte pubblica sarà, invece, definire il quadro degli investimenti per fare in modo che questi interventi non siano “a gamba tesa”.

Alternative?
Ancor più ampio, come prospettive, è la definizione del sistema economico di riferimento: non si può tacere sul fatto, evidente, che la maggior potenza economica in forte ascesa sia la Cina. La Cina popolare, che si dice ancora comunista, qualsivoglia sia il significato che i dirigenti cinesi assegnano, oggi, a quel termine: sarebbero, però, analisi che richiederebbero ben altro spazio di un articolo.

Il Ministro del Petrolio saudita, molti anni fa, ebbe a pronunciare una frase profetica:

L’Era della Pietra non terminò certo per la mancanza di pietre, e l’Era del Petrolio potrebbe terminare molto prima dell’esaurimento del petrolio.”

E, se così non fosse, sarebbe un dramma.
Oggi, a nostro favore, abbiamo la ricerca tecnologica, la quale è passata da un processo combustione>energia meccanica>energia elettrica alla più semplice captazione diretta dell’energia elettrica, vuoi con la captazione eolica, vuoi con quella fotovoltaica. E, molto, rimane ancora da esplorare, sul fronte delle energie dalle correnti sottomarine e dal moto ondoso, sull’eolico d’alta quota, sul geotermico, sullo sfruttamento delle biomasse di scarto, sull’idroelettrico da grandi masse e modeste cadute e quanto, sicuramente, ci segnaleranno nel futuro scienza e tecnologia.
Perché rifiutare?

Conclusioni
Non sappiamo cosa significhino quelle 390 ppm di CO2 nell’atmosfera, come non sappiamo cosa ci porterà quel mezzo grado in più, né quei 40 mm in più d’acqua negli oceani. Possiamo solo dire che quei miseri 40 mm d’innalzamento del livello di mari ed oceani significano circa 14.500 miliardi di tonnellate d’acqua in più negli oceani. Non cambierà nulla? Lo cambierà? Non lo sappiamo.
Sappiamo però che, qualsiasi mutamento questo quadro porterà, sarà fuori dalle capacità umane, in futuro, porvi rimedio: l’unico atteggiamento da assumere, oggi, è l’elementare principio di prudenza, cercando di salvaguardare un equilibrio che ben conosciamo e nel quale siamo vissuti per migliaia di anni.
I mezzi li abbiamo tutti: sarà solo l’ennesima transizione della civiltà umana verso sistemi più evoluti: dalla trazione animale, a quella meccanica alla trazione elettrica. Dall’energia muscolare, a quella meccanica, a quella elettrica fino a quella nucleare, che non ha dato i risultati sperati, poiché basta un solo errore (e ce ne sono stati ben due) per condannare intere regioni all’inesistenza per la vita umana.
Ci sono gli aspetti economici e finanziari, ma questo non è un principio immutabile – come le leggi della Fisica – bensì soltanto un metodo costruito dall’Uomo per governare l’economia delle società umane. Se dovesse risultare un errore, un obbrobrio oppure un ostacolo per l’evoluzione umana, basterà rimuoverlo o modificarlo. Questo lo possiamo fare: basta averne consapevolezza.

22 dicembre 2019

Regalo di Natale (con ammennicoli vari…)

Natale è la vera festa dei cattolici: dovrebbe essere, in realtà, la Pasqua la quale contiene e condensa in pochi giorni (o, addirittura, ore) tutta la vicenda di un certo Joshua bar Joseph (Gesù figlio di Giuseppe), che sarebbe diventata la colonna sonora di due millenni di storia, oggi conclusa, terminata, smarcata dalle cronache religiose del pianeta. Vedremo poi.
Già, Natale…però il Natale, celebrando la nascita del Redentore delle Anime, sconfessa apertamente chi non aveva riconosciuto in lui il Davide, il Grande Re Davide che avrebbe riportato alla gloria il grande popolo d’Israele. Non l’hanno riconosciuto? Ben gli sta! Giù la testa!

Se il grande regno di Davide mai non giunse, anche il surrogato – ossia il povero Joshua bar Joseph – non fu una gran trovata. Ossia, lo fu sotto l’aspetto secolare, di potere – indubbiamente servì a tanto per superare la crisi dell’Impero Romano e trasformarlo nel Sacro Romano Impero, con annessi e connessi – ma fallì totalmente sotto l’aspetto della religione e, soprattutto, della contigua filosofia religiosa. Prima di partire, ricordiamo una curiosità: il primo a godere dell’appellativo di Pontifex Maximus (pressappoco “guida suprema”) fu…Giulio Cesare! Dopo di lui, tutti gli imperatori romani.
Bisogna partire da lontano per capire tutto l’arzigogolo, e quando si dice da lontano quel “lontano” è, niente popò di meno che…Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus, in arte Nerone, quinto imperatore romano. Perché?

Perché Nerone aveva ben compreso che il futuro dell’Impero non era nella lontana Britannia o nella riottosa Germania, bensì nel Mediterraneo: ossia, voleva spostare il baricentro dell’Impero verso Oriente, non verso l’inospitale Nord. Nel 67 d. C. si recò in Grecia e concesse a tutti i Greci l’immunità, qualcosa che si avvicinava alla cittadinanza romana, ed iniziò a meditare che Alessandria d’Egitto (seconda città dell’Impero) aveva tutti i crismi per diventarne la prima: la Biblioteca – che, oggi, definiremmo “un grande polo universitario” – il grandioso porto e la posizione geo-centrica di quello che lui immaginava il futuro dell’Impero. E la religione? Le tradizioni? Beh…ci penseremo…in Oriente si trova di tutto…
A Roma non furono molto d’accordo, e lo fecero fuori. Ma il dado era tratto: nemmeno 60 anni dopo, Adriano ammetteva “Christus” fra gli dei onorabili a Roma, sempre che i seguaci lo onorassero nel Pantheon romano e non come unico Dio. Ma la strada era tracciata. S’era intorno al 120 d. C.

Ci furono ancora lotte, discriminazioni, uccisioni…ma, due secoli dopo, Costantino sanciva il passaggio definitivo, quello della religione cristiana come unico credo del regno. E, annessa, vi fu la prima truffa dei cristiani, ossia la cosiddetta “donazione” di Costantino (mai avvenuta) poi codificata nel Constitutum Constantini, un testo apocrifo del IX secolo d. C. la quale concedeva al papato non la guida della Chiesa, bensì una specie di titolo di imperator, ossia la supremazia su qualsiasi regno o (futuro) feudatario del grande impero. La frittata (un colossale falso storico) era sfornata, ed era nato lo Stato della Chiesa.

Per i secoli a seguire, dunque, i Papi non furono le guide religiose che tutti pensiamo ed immaginiamo nella nostra tradizione, bensì i Re d’alcuni possedimenti italici e gli imperatori dell’ex Impero Romano, perché avevano nelle mani uno strumento potente per mantenere quel primato (che usarono più volte), ossia la scomunica. Furono Pontifex Maximus dei re ed imperatori d’Europa.

Non ci dobbiamo perciò meravigliare dei fasti della corte papale, delle molte concubine, delle mille corruzioni, delle sanguinose lotte di potere…non dimentichiamo che molti Papi non furono nemmeno preti, oppure furono nominati cardinali da bambini…erano dei regnanti, stop. Machiavelli scrisse che gli italiani crebbero “senza religione e cattivi”, poiché allevati in quei torbidi consessi, nei quali la gestione del potere era “santificata” da qualcosa che, di veramente santo, non aveva niente.
Ma venne la prima punizione.

Un oscuro monaco agostiniano germanico, Martin Lutero – dopo una visita a Roma nella quale vide quel che vide, non ultimo il commercio, venale, delle indulgenze, che lo terrificò – tornato in Germania (e sotto la protezione di Federico di Sassonia) pubblicò le famose 95 tesi affiggendole sulla porta della Chiesa di Wittemberg. Era il 1517, era la Rivoluzione.
Lutero voleva tornare ad un Cristianesimo più puro, mondato da ogni coinvolgimento secolare che la Chiesa Romana, ovviamente, non poteva concedere, senza correre il rischio d’enormi perdite, territoriali e di ricchezza.

La prima avvisaglia di come i Protestanti desideravano “accomiatarsi” dal potere romano avvenne nel 1527, con il Sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi: 20.000 morti ed il resto della popolazione in fuga. Per “scalzarli” da Roma il papa dovette pagare 400.000 ducati d’argento. Cash.
La risposta, da Roma, venne nel 1545 con il Concilio di Trento e fu una risposta totalmente di chiusura, con la proibizione del possesso degli antichi testi biblici (in greco ed aramaico): solo la Vulgata – pessimo titolo! – ossia la Bibbia in Latino visionata e distribuita solo da Roma. E la creazione del Sant’Uffizio (la futura Inquisizione) e dell’indice dei testi “scomunicati”.
Gli ultimi a ricevere questo “trattamento” furono Simone de Beauvoir, Gide, Moravia e Sartre (!). Li precedettero, praticamente, tutti i “pilastri” della civiltà moderna occidentale, da Cartesio in poi, e l’ultimo Papa passato sullo scranno del Sant’Uffizio, poi divenuto “Congregazione per la dottrina della Fede” fu papa Ratzinger, tuttora vivente, Benedetto XVI.

Insomma, in barba a tutti i “consigli” che giungevano dall’esterno, la Chiesa Cattolica non ha deviato di un’unghia, non ha discusso con nessuno, non ha accettato nessun “bonario” consiglio.
Ha continuato a non concedere rogatorie nemmeno quando le vicende dello IOR (la Banca Vaticana) sprofondavano, più che nella tragedia, nella farsa. Pedofilia, niente, preservativi, nulla, divorzio, ignorato. Salvo concederlo, già a Trento (1545), per le coppie di neri che erano state battezzate dai missionari e poi vendute, schiave, a differenti proprietari. Una vera e propria chicca: un’attenzione perfetta per le esigenze del commercio! La giustificazione? Qualcuno aveva potuto leggere le pubblicazioni dell’atto? Magari affisse su un albero della foresta equatoriale? Penosi.

Ma la nemesi giunge da dove meno te lo aspetti. Stavolta non c’è più un monaco che affigge delle tesi su una chiesa per chiederne la discussione, per avviare una ricostruzione di quel credo suggerito (pare) molto tempo prima da un oscuro pescatore/predicatore della Galilea. Rivisto e purgato – in primis Paolo di Tarso, poi Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino eccetera, eccetera… – per l’udito e la forma mentis dei greci e dei latini dapprima, poi per i loro eredi.

Quando un edificio si mostra troppo vecchio per resistere ancora allo scorrere del tempo, quando non sono stati eseguiti per tempo i necessari lavori di ristrutturazione, entrano in funzione le ruspe demolitrici: non c’è altra soluzione.

La “ruspa” – addirittura comico! – sgattaiola fuori dal garage delle Edizioni San Paolo di Roma, ma non affigge tesi per discutere, non chiede udienza, non dà alla vetusta istituzione cattolica nemmeno l’appiglio di un confronto: “non voglio intromettermi fra ciò che pensano e credono i cattolici rispetto alla loro Fede”. E’ ciò che Mauro Biglino ripete, anche se sa benissimo che non ci potrebbero essere più roghi per bruciarlo.

Magari, però, una pallottola vagante potrebbe sempre manifestarsi: i tempi cambiano e gli inquisitori accettano anche qualche “suggerimento” della modernità. La morte del comandante delle Guardie Pontificie, Alois Estermann (mai chiarita), della moglie e di un caporale, è stata una sparatoria degna di un film di Sergio Leone. Proprio accanto all’appartamento del Papa.

Così, dalle Bibbie più antiche – guarda a caso quelle proibite nel ‘500 con l’Inquisizione – salta fuori, traducendo letteralmente, che il potente e “glorioso” Dio Javhé viaggiava nei cieli su un “carro di fuoco”, mentre i suoi “cherubini” assomigliavano più a delle guardie del corpo che agli angioletti del presepe.
Ma anche il Nuovo Testamento è stato “rivisitato” – soprattutto grazie all’acume “greco” di Paolo di Tarso – e, dunque, una vicenda interna alla comunità ebraica, uno scontro fra fazioni discordi ed un fallito assalto al tempio di Salomone, ha creato i prodromi per la creazione di una nuova religio, visto che quella vigente nella Roma imperiale era in forte crisi, pervasa e stravolta da nuovi credi.
Mentre era stato proibita dal Senato la pratica dei Baccanali, i culti di Cibele, Iside e, soprattutto, Mitra erano entrati a far parte del Pantheon Romano, scombussolandone le radici, che risalivano addirittura al primo re, Numa Pompilio. C’era bisogno di “aria nuova”: che durò per due millenni.

Oggi, osservando con occhio disincantato e senza nessun tipo d’acredine, possiamo affermare che la religione Cattolica sia ancora uno dei “perni” del vivere italico?

Vivo di fronte ad una chiesa, che si dice sia stata un “luogo” dei Templari, e nella quale è stato anche girato un pessimo film (The broken key) sull’infinita saga dei cavalieri antichi e delle moderne società segrete.
Le campane, a parte le ore, suonano musichette che sembrano il “liscio” dei Casadei: mai più ascoltato una musica sacra. Rari matrimoni e battesimi, più frequenti i funerali, con un solo denominatore: niente che abbia a che vedere con una pratica sacra, ma solo cerimonie mondane, allegre o tristi, ma solo mondane. Abiti eleganti le donne, camicie e cravatte gli uomini: per quel che ne so, una liturgia spenta senza più nessuna tensione religiosa verso il sacro, il supremo, l’assoluto inconoscibile.

Le statistiche ci dicono che circa la metà della popolazione italiana si dice cattolica, ma coloro che si dicono credenti e praticanti sono soltanto il 22%. Ci sono, poi, un 10% circa che appartiene ad altre religioni, ed un 14% che, genericamente, “crede in Dio”. Questa è, sostanzialmente, la situazione.
Al di là della sfera religiosa, gli italiani che credono molto o abbastanza alle coincidenze rappresentano ben il 53% mentre il 41% crede nella fortuna, il 25% nella reincarnazione, il 24% nella predestinazione dell'anima, il 21% nei miracoli dei guaritori, il 18% nel karma, il 17% nell'astrologia, il 16% nella presenza di alieni sulla Terra, un altro 16% nella jella e nel malocchio, sempre il 16% nelle sedute spiritiche, il 14% nella possessione diabolica, il 9% nei tarocchi e un altro 9% nella magia. (sondaggio Adnkronos)
Sembra quasi l’identica situazione del tardo Impero Romano anzi: forse peggio.

Eppure, continuiamo a definirci un “Paese cattolico”: in ogni modo, felice Natale a tutti!

14 dicembre 2019

Winston Churchill searching

La Gran Bretagna, grande nazione per tre secoli di storia, festeggia la sua ennesima vittoria: l’affermazione dei conservatori racconta che lo “strappo” definitivo dall’Europa avverrà a fine Gennaio. Dobbiamo crederci? Facciamo finta, oppure crediamoci pure, non cambia molto.

Il problema di Sua Maestà, ora, è come armonizzare il dopo Brexit con la realtà: la Gran Bretagna – siamo onesti – da Napoleone in poi non ha avuto superbi statisti e, quando si ritrovò quasi con Rommel e Guderian sulla costa della Kent, dovette richiamare in fretta e furia un mastino, non un gran pensatore, un gran picchiatore e basta. Di necessità virtù: dove non giunsero le alchimie sopraffine di Chamberlain, arrivarono gli Spitfire di Churchill.
La Gran Bretagna fu salvata, durante la Seconda Guerra Mondiale, dalle truppe dei dominions – australiani, neozelandesi, indiani, birmani, ecc – i quali, con qualche mal di pancia, salvarono l’impero britannico dalla distruzione militare. Al resto, pensarono i convogli dall’America che portarono di tutto, dal latte ai carri armati.

Dopo la guerra, la scelta europea apparve vantaggiosa ma oggi, la crisi intrinseca (e tutta politica) dell’UE, ha fatto virare il consenso popolare verso una “indipendenza” che presenta molte incognite. Il bislacco sistema elettorale inglese ha fatto il resto.
Il Commonwealth? Può ancora essere la valvola di sfogo dei tanti problemi britannici? I molti “distinguo” di Australia e Canada, ad esempio, non sembrano portare molte speranze.
L’impero inglese si è trasformato in un grande impero finanziario, senza più basi industriali o il grande commercio agrario di un tempo: basterà, per reggere, da solo, nel panorama politico mondiale?

Le parole d’ordine dei politici di destra – America first, British first, o prima gli italiani – di Trump, Johnston e Salvini finiscono per essere dei vuoti mantra, senza un costrutto interno a renderli validi. Parole d’ordine buone per Facebook o Twitter, puri messaggi elettorali e basta: non c’è modo – se vogliamo – di proteggere gli europei dal dilagare della potenza cinese: basta osservare un qualsiasi porto italiano, e cosa c’è scritto a poppa delle navi o sopra i container.

Per qualche tempo, la Gran Bretagna fu salvata da un oscuro geologo – Colin Campbell – che scoprì il Brent, il petrolio del Mare del Nord. Ma, oggi, sta finendo ed il governo inglese ha lanciato il più vasto piano eolico europeo, per sopperire ai bisogni interni.
Però, mentre i giacimenti del Dogger Bank – in Inghilterra – sono quasi esauriti, quelli situati in area scozzese stanno molto meglio: insomma, la Brexit ci lascerà un panorama con inglesi quasi senza petrolio e scozzesi ricchi petrolieri.
Non a caso, le recenti elezioni inglesi hanno visto la vittoria in Inghilterra dei candidati Brexit, mentre in Scozia (e nel Nord Irlanda, ma per altri motivi) il no-Brexit ha avuto la maggioranza e, già oggi, qualcuno mette avanti la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese. E questo è già un grosso problema.

Tutti i mari inglesi, però, risulteranno di più difficile navigazione e per la pesca: la Manica tornerà ad essere divisa a metà con Francesi e Belgi e, soprattutto, il Mare d’Irlanda – considerato quasi un mare interno inglese – tornerà ad essere diviso con l’Irlanda la quale, come tutti sanno, non ha profondi sentimenti d’amicizia per gli ex dominatori inglesi.
La situazione più difficile, però, è senz’altro quella del confine nord-irlandese.

I più giovani non possono sapere, ma i meno giovani ben ricordano cosa fu prima dell’integrazione europea per gli irlandesi: un confine violento, arrossato di sangue, fra due popolazioni che sono entrambe irlandesi, ma separate fra cattolicesimo irlandese e protestanti al Nord. Insomma, la vecchia storia dell’IRA, che si tacitò con l’accordo di Shengen per la libera circolazione delle persone e delle merci. Se in altri confini fu odiato per la circolazione degli extracomunitari, lassù – con la libera circolazione di persone e di merci – tacitò le intemperanze, di una parte e dell’altra. E fu una benedizione.

Insomma, la Gran Bretagna, a Gennaio 2020 tornerà ad essere un Paese circondato da mari e coste di Paesi…diciamolo con una formula neutra…“non-amici”. E, paradossalmente, l’unica via aperta sarà di nuovo quella verso l’America: la stessa rotta che seguirono i convogli durante la guerra.
Il voto ai conservatori inglesi si è concentrato soprattutto nelle Midland, dove c’è stato un vero plebiscito, perché – a parte Scozia e Irlanda del Nord, dove hanno vinto i no-Brexit – anche nel Galles il risultato è stato più bilanciato. In effetti, si è trattato di una vittoria più inglese che britannica.
Ovvio che una nuova GB non dovrà soltanto guardarsi dai nemici “interni”, bensì anche creare nuove alleanze esterne.

Berlino non ha interessi a mantenere un buon rapporto con Londra: il suo interesse geopolitico vira ad Est, verso le opportunità (ed i bassi costi di manodopera, meno di quella cinese!) che trova in Romania, Ungheria e nei Balcani in genere. Domani una porta verso l’Ucraina potrebbe aprirsi, ma ritengo che, finché ci sarà Putin in Russia, tutto rimarrà come oggi.
Anche nel continente, se c’è molto scontento per come viene gestita l’avventura europea, non ci sono segnali di “partecipazione attiva” da parte di Paesi europei verso la scelta inglese: tanta parole, ma fatti niente, perché una simile scelta è molto ardua.

Nemmeno Parigi, o Roma, o Madrid hanno cospicui rapporti economici con Londra: ciò che importa molto, invece, sono i rapporti finanziari con la city londinese i quali, però, da molti anni sono migrati a Dublino perché da lì, in qualche modo, s’arriva ai paradisi fiscali dei Caraibi. Comprendo che la logica appare un po’ strana, però i capitali che vanno “off-shore” passano oggi per Dublino più che da Londra.
Il perché è di facile comprensione: gli investitori necessitano di un mercato libero ed evanescente, senza improvvise pastoie che giungano da Londra o da Berlino.
Una specie di Svizzera in mezzo al mare, sicuro rifugio per capitali erranti? Potrebbe essere, ma ci sono già le banche svizzere e quelle irlandesi che “coprono” sia la domanda di conservazione, sia quella d’espatrio verso “lidi” più remunerativi.

Di là delle misere strategie parlamentari, dei rimandi, dei trucchi delle tre carte, resta nel piatto il punctum dolens: come reagirà l’America – oggi Donald Trump – quando Londra non sarà più legata all’Europa?
La vicenda d’ogni “sovranismo” – ossia nazionalismo mascherato – ineluttabilmente, va ad uno scontro con altri nazionalismi: ovvio che gli USA gioiscano per ogni ridimensionamento o maggior debolezza dell’Europa ma, nel caso inglese, come reagiranno?

Una volta che la Gran Bretagna sia isolata dal resto dell’Europa, gli USA si mostrerebbero comprensivi verso un Paese verso il quale non avrebbero nessun vantaggio a stringere costose alleanze? Non dimentichiamo che, nel 1940, in cambio d’alcuni vecchi cacciatorpediniere della Prima Guerra Mondiale, gli USA pretesero l’uso, per 99 anni, di buona parte delle colonie britanniche nel pianeta. In buona sostanza, tutti i convogli inviati in Gran Bretagna furono pagati, al termine della guerra, con la cessione del potere britannico sui dominions: in pratica, la fine dell’Impero Britannico.

Hitler non desiderava la fine dell’Impero Britannico: più volte illustrò il suo pensiero, ossia quello di una Germania al potere in Europa e in gran parte della Russia, ma non comprese il rifiuto di una pace con la GB che avrebbe salvato l’impero britannico dalla rovina.
Ma, si sa che gli inglesi – seppur in gravi condizioni – prospettarono lo spostamento della Corona in Canada, qualora l’Inghilterra fosse stata invasa, piuttosto che cedere. Non si fidarono di Hitler? Comprensibile.

Oggi, il potere della Germania sul continente europeo è forte e ben articolato: grandi investimenti in Spagna, Portogallo ed Italia e molte fabbriche de-localizzate nel Paesi dell’Est Europa.
E’ sufficiente questo parallelismo per giudicare la scelta inglese?
Sostanzialmente sì, però mancano i corollari per sostenere con certezze questa scelta: anzitutto, la Merkel non è Hitler, e su questo non ci piove. E poi: i britannici non possono più contare sulla potenza economica del loro impero.

Il potere internazionale, oggi, verte sul confronto fra una potenza in declino – gli USA – ed una in ascesa, la Cina. Difatti, in modo molto ingenuo e raffazzonato, Trump ha immaginato che basti una politica doganale per contrastare l’avversario: puerile, visto che la Cina può muovere i suoi investimenti dal mercato estero al mercato interno (e lo sta facendo), mentre nella sua appartenenza allo SCO trova molti partner sui quali far conto.

Su cosa possono contare gli USA in una stretta alleanza con la Gran Bretagna? Sulla condivisione dei fazzoletti per piangere?

02 dicembre 2019

Castrucci e la Storia

C’è qualcosa che stride nella vicenda di Emanuele Castrucci, qualcosa che non si riesce a capire: o meno, che non si può intendere se si conosce la Storia e non si è preda d’allucinate visioni. E pensare che, questo signore, faceva il professore. Universitario, per giunta!
Si tratta di un sillogismo frettoloso – solo così riesco a definirlo – perché non posso capacitarmi di come abbia la capacità, un uomo che deve aver studiato (almeno, si spera) i cardini della storia del Novecento, di cadere in una simile castroneria. D’altronde, qualcuno dirà, Castrucci…nomen omen…ma non vogliamo infierire.

Il suo sillogismo, semplificato al massimo, vuol dire che Hitler combatté fino alla morte (presunta) coloro che, oggi, governano l’economia. Che, ovviamente, non sono americani, cinesi, giapponesi, inglesi, arabi, francesi, italiani, spagnoli, brasiliani, russi, tedeschi, turchi…no…sono soltanto ebrei, perché gli ebrei hanno inventato la logica economica dell’imperialismo, solo gli ebrei e basta.
Mi sembra un po’ frettoloso ed un po’ fuorviante, anche ammettendo che alcune banche d’affari di fine Ottocento fossero governate da ebrei (vedi i Rothschild), perché ce ne sono state tantissime che non avevano a capo un ebreo. E sono la gran maggioranza. Tutta l’economia dei petrodollari ha avuto banchieri ebrei alle spalle? Siamo certissimi – è solo un piccolo esempio – che i sostenitori di Castrucci lo sosterranno senza il minimo dubbio, senza portare – però – che le pedanti prove d’altri siti Web che sostengono la medesima tesi. Alla base, però, c’è la Storia, che è sì fatta anche di complotti e di colossali inganni, ma che è difficile negarla in toto a causa di quei raggiri.

Solo un esempio: è pur vero che gli USA erano a conoscenza dei piani d’attacco giapponesi a Pearl Harbour, ed avevano decrittato i codici segreti giapponesi, ma è anche vero che il Giappone, per mantenere il suo livello d’espansione, prevedeva la “sfera di prosperità orientale” guidata dal Giappone, che significava l’accaparramento – volente o nolente – dei giacimenti petroliferi dell’Indonesia, all’epoca olandese. Il Giappone, se qualcuno lo ricorda, era dal 1937 che era in guerra contro la Cina.

Già, ma pare che Castrucci lo abbia dimenticato.
E veniamo alla Germania.

La Germania nazista ha sempre intessuto la sua politica estera di concetti razziali, senza avere la minima prova: parole, solo parole, veleni e notizie “alla Goebbels”, il quale sosteneva – sue parole – che “una bugia raccontata molte volte diventa una mezza verità”.
Fino alla fine del 1942 – ossia fino alla creazione del Palestine Regiment in Palestina (che combatté contro l’Africa Korps di Rommel) e la  Jewish Infantry Brigade, che nel 1944 divenne organica nell’esercito britannico – Hitler non ebbe ragioni per considerare gli ebrei come facenti parte della coalizione alleata.
E, a fine 1942, ci pare, che qualcosa nel Ghetto di Varsavia fosse già accaduto, vero Castrucci? Ah, già, ma Hitler era così “grande” da conoscere il futuro…ossia, il futuro raccontato dai cosiddetti “eletti” dell’anti-ebraismo di Internet.

Sapete cosa vi risponderanno?
Che i maledetti angloamericani stavano sotterrando di bombe la Germania! Come potevano, i poveri tedeschi, permettersi di mantenere milioni di ebrei?
A parte che, se un problema ci fu in Germania, fu quello dei molti soldati ed ufficiali ebrei che facevano parte della Wehrmacht da prima del nazismo, e che fu un po’ “problematico” metter fuori. Ma, prima degli inglesi su Berlino, non avevano forse i tedeschi inventato il verbo “coventrizzare” per definire un bombardamento a tappeto altamente distruttivo sulla popolazione? Ed era solo il 1940.
Solo che gli anglo-americani furono più bravi dei presuntuosi tedeschi: spedirono in fondo all’Oceano gli U-Boot che dovevano affamarli con un semplice congegno chiamato “radar”, che i bravissimi tecnici tedeschi non conoscevano o snobbarono.

Quindi – signor Castrucci – per favore, non si metta a raccontare di queste cavolate pensando che siano tutti ignoranti come quelli che si “adunano” alle sue (presumo) conferenze, perché – in realtà – vi trovate e vi raccontate le solite manfrine ma Casa Pound, che si presenta alle elezioni ad ogni tornata, non riesce a superare mai lo 0,qualcosa, che la dice lunga sulla vostro consenso fra la popolazione.

Mi dia ascolto, Castrucci: ho solo un anno in più di lei e sono stato anch’io un docente…vada in pensione, ne ha diritto, e tolga il disturbo che di problemi, di quelli veri, ne abbiamo già tanti, senza che lei ci venga ad ingolfare con le sue castronerie.
Saluti.