07 febbraio 2010

Cane, Princeps

Principe,
quale meraviglia e quale onore, aver appreso che ci allieterà, al prossimo Festival di Sanremo, con la sua presenza. Mancava, veramente ci mancava.
L’aver saputo, poi, che non sarà presente come ospite bensì come concorrente, ci ha esaltato il cuore: l’erede al trono d’Italia che scende fra gli umili mortali per concorrere – senza raccomandazioni, beninteso! – con le migliori ugole d’Italia! Un solo dubbio: al suo ingresso sul palco, suoneranno la Marcia Reale?
Leggendo la sua confessione, maturata prima di prendere la ferale decisione, l’emozione ci ha sopraffatto: ha scritto lei stesso la canzone che canterete! Lei, Pupo ed il tenore Luca Canonici: speriamo, almeno, nel tenore.
Visto che è precipitosamente corso a Parigi per prendere lezioni di musica – lo sa che, un tempo, il Belpaese era la terra della musica? – e quindi non ci ascolterà, preso come sarà fra la chiave di tenore e qualche bequadro che “scappa” sempre, spiegheremo noi, con umiltà, la nobile decisione.

Lei ha scritto una canzone mentre era a Roma a preparare, con l’immancabile Pupo, una serie di trasmissioni televisive chiamate “I Raccomandati”. Proprio lupus in fabula, è il caso di dirlo.
Così, nelle solinghe serate romane – ha provato a telefonare a papà? Se era solo…beh…lui è nel “giro” e qualcosa le rimediava…– ha preso carta e penna ed ha scritto una testimonianza…ma che diciamo…un’ode all’Italia, Paese amorevole, gioioso, comprensivo…di tutto di più. Titolo, ovvio: “Italia amore mio”.
Poi, al ristorante, l’ha fatta leggere a Pupo il quale – subito esaltato dal real libretto – ha preso la chitarra e ne ha tratto un’ode celestiale, tanto da farla correre subito a Parigi dalla maestra di piano. Certo, con un critico musicale come Pupo, non si possono fare brutte figure. Confidiamo, nuovamente, nel tenore.

Dato che lei – ci permetta – è appena entrato nel mondo della musica e della canzone, la vorremmo rassicurare: già parecchi anni or sono, un menestrello genovese – tal Ivano Fossati – aveva sentenziato che, oggi, “fare tutto è un’esigenza”. Sicché, non ha troppo da preoccuparsi per la sua esibizione: possiamo anticiparle che, sicuramente, negli anni abbiamo ascoltato cose ben peggiori.
Ciò che più ci incuriosisce – Principe – sono i contenuti dell’ode italica da lei vergata, perché ci chiediamo quale Italia avrà visto: ma, l’ha vista – lei – l’Italia? Sa almeno leggere l’italiano? Lo speriamo vivamente.

Eh sì, perché questo Paese comprensivo, dove tutto s’aggiusta sempre, è lo stesso dove è stato fatto scendere dal treno un handicappato grave (senza braccia!) poiché non era riuscito a comprare il biglietto alle macchinette a terra. Sì, Principe, fatto scendere anche se mostrava, nel taschino, i soldi per pagare il biglietto! Se vorrà prendere atto del misfatto, legga, legga il collegamento in nota[1].
Le Ferrovie si sono scusare, sì, ma solo per “l’eventuale” umiliazione subita: “eventuale”. Ha capito, Principe? Provi lei a prendere un treno senza braccia e vedrà quali “eventualità” incontrerà sulle Ferrovie Italiane e questo – è bene dirlo – non per sola colpa del personale, ma soprattutto per i “lavaggi del cervello” che subiscono affinché non vada perso manco un centesimo. Se, poi, il treno ritarda di mezzora, che problema c’è? Nei piccoli paesi s’aspetta, come nei giorni scorsi, a -10° con le stazioni chiuse. Se il treno ha due ore di ritardo, lo si sopprime, così il problema è risolto: uno spunto per una nuova canzone?
Se vorrà fare un intero ellepi – mi creda – di materiale ce n’è, in abbondanza.

Recentemente, la Corte dei Conti[2] (che qualcuno vorrebbe eliminare o depotenziare) ha comunicato che le truffe ai danni dell’Unione Europea, quest’anno, sono state pari a 153 milioni di euro. Il trucco, caro Principe, si spiega in breve.
Siccome i finanziamenti che utilizzano i fondi europei – e questo solo in Italia – devono “passare” all’approvazione delle Regioni e delle Province, è chiaro che ciascuno vorrà la sua parte. Se, ad esempio, chiedo un finanziamento per impiantare un panificio e devo corrispondere il 20% a Caio, il 15% a Tizio ed il 10% a più Semproni, alla fine mi resteranno giusto i soldi per fare un capannone. E il resto? Non arriverà mai! Viaggi, percorra l’Italia dei capannoni abbandonati, è da decenni che se ne costruiscono, ovunque! Poi, provi a cantarla. Suggeriamo il titolo “Due cuori e un capannone”, ma siamo certi che l’amico Pupo saprà far di meglio.

Speriamo che lei abbia trascorso un sereno Natale: noi, italiani, abbiamo atteso trepidando la tredicesima per metterla da parte per il mutuo, mentre il Governo ha incassato quasi 5 miliardi dallo “Scudo Fiscale”. Non conosce il termine? Glielo spiego in un attimo.
Un certo signor Tremonti, che da quasi un decennio gestisce l’economia italiana, lasciò per anni che gli italiani – non tutti certo, solo i ricchi, quelli che grazie alla false fatturazioni riescono a frodare il fisco – portassero i loro “sudati” risparmi nei paradisi fiscali. Poi venne la crisi finanziaria, e quei soldi servivano in Italia: che fare?
Presto fatto: basta pagare il 5% e tutto rientra, compresa la non perseguibilità dei reati fiscali commessi su quei soldi! Il giochino, poi, proseguirà quando quei soldi – in Italia – avranno fruttato: invece di pagare circa il 40% di tasse, li esporteranno nuovamente all’estero! Ogni volta, un 35% secco di guadagno!

Ma torniamo all’Arte, quella con la “A” maiuscola, al 60° genetliaco del Festival della Canzone Italiana: già, canzone…comprendiamo che, per i suoi nobili natali, sia stato concesso uno strappo alla regola.
Un tenore, eh, Principe?
No, non dica che è già successo, perché Canonici non è certo Pavarotti ma, soprattutto, lei tutto ci sembra meno che Zucchero o Sting: non mescoliamo la farina con la crusca, per favore.
Inoltre, dovremmo domandarci quanto questo Festival della Canzone Italiana sia veramente degli italiani, oppure sia una vetrina del peggio.
Eh sì, Principe, perché mentre lei era lontano dall’Italia, affaccendato con le sue banche svizzere, qui in Italia una bella stagione di canzoni e di musica l’abbiamo avuta: lei non sa nulla, vero? Ma, Pupo, non le ha raccontato niente? Ah, forse perché gli sarebbe stato difficile rispondere alla sua domanda, ovvero: “Ma tu, Pupo, dov’eri?”
Già, dov’era Pupo? Avevamo di meglio.

Ora che è libero fringuello e gira per l’Italia, potrà toccare con mano che in tante cittadine liguri (e non solo) fioriscono piazze, vie, piazzette…dedicate a Fabrizio De André. Speriamo che lei, leggendo, non rammenti il Manzoni e lo parafrasi, al punto di chiedere a Pupo “chi era costui?”, perché tutti gli italiani lo sanno. Ma…sa chi fu Alessandro Manzoni?
Le basti sapere che De André è considerato uno dei maggiori poeti italiani del ‘900: per qualcuno il migliore, per altri se la gioca con Montale. Non sono certo queste “graduatorie” ad interessarci: roba da Festival di Sanremo. No, qui si parla d’Arte, al punto che Fernanda Pivano – allieva di Cesare Pavese – giunse a dire che “Bob Dylan era il De André americano”. Il che, soppesando i parallelismi fra le due culture, non fa una grinza.

Oppure, digiti su Google “cantastorie di Pàvana” ed osservi cosa esce: clicchi pure in alto, sul primo collegamento.
Francesco Guccini rimane il testimone di una generazione e della sua storia, ma seppe andar oltre, seppe congiungere le generazioni, le storie, le vite, i luoghi. Anch’egli amava l’Italia…oh, come l’ha amata…ma si è ritirato nel suo eremo di Pàvana, sull’Appennino a lui caro. Scrive, ogni tanto pubblica qualcosa, storie che non sono mai noiose o scontate.
Entrambi non ebbero mai la pensata di scrivere un’ode all’Italia, eppure l’amarono nei loro versi.

Chi invece la scrisse una canzone per l’Italia, “l’Italia liberata”, fu Francesco de Gregori, ma non so se si riconoscerebbe in quelle rime: lei, è uno svizzero prestato a casa Savoia. Dalla quale ci “liberammo”.
Così come non potrebbe mai comprendere un verso di De Gregori come “…confonde la giustizia con il Carnevale…”: vero che non le dice nulla? Eh, lo crediamo bene: lei non sa chi è Corrado Carnevale, il giudice ammazzasentenze!

Sarebbe ingiusto ricordare solo questi tre cantautori, perché ve ne furono tanti altri: il “professor” Vecchioni, il quale ricordava agli eroi che “giunti al mare, non c’è più nulla da conquistare”, il raffinato musicista genovese Fossati e la sua “Pianta del tè”, il menestrello Branduardi, il giullare Dalla, che si divertì a toccare i vertici della poesia in “Com’è profondo il mare”. E poi tanti altri…la ricerca di una musica rock italiana: la Premiata Forneria Marconi, gli Area…la canzone popolare…i Tazenda, la Nuova Compagnia di Canto Popolare e tutta la “banda” napoletana, dai Bennato a James Senese, da Alan Sorrenti a Pino Daniele…
E quanti, quanti ne dimentichiamo!

Come dice, Principe, a quanti festival della Canzone Italiana parteciparono? Quanti vinsero?
A parte qualche fugace apparizione, quasi nessuno di quelle persone salì sul palco dell’Ariston, almeno in quegli anni. Per lei non significherà nulla, ma s’immagina – all’indomani della tragedia di Seveso – se Antonello Venditti avesse lanciato alla platea dell’Ariston il suo “risarciteci i cuori!”? Lei sa cosa fu Seveso, vero?
No, Principe, per loro ci fu sempre e soltanto la “riserva indiana” del Premio Tenco per la canzone “d’autore”. Ma, se la logica non m’ha completamente abbandonato, quando si definisce “canzone d’autore” quella del Tenco, dovremmo chiederci: all’Ariston, cosa va in scena? Il festival dei figli di nessuno? Tertium non datur. O no? Capisce il Latino?

Così è la storia – Principe – e, se avrà modo di capire un po’ di più l’Italia, comprenderà che questa nazione ha completamente cancellato una generazione, ovunque: dalla politica alla canzone, in egual modo.
Siccome quei grandi nomi avrebbero, con la sola loro presenza, oscurato chiunque – perché erano poeti – si decise che quelli erano dei “pazzarielli”: sa, Principe, cos’è per Napoli “O’ Pazzariell’”?
E’ una persona che, in quanto assunto come pazzo, può raccontare la verità: tutto qui. E, siccome questo è il Paese del quale uno dei suoi più grandi scrittori – Leonardo Sciascia – sentenziò che è “senza memoria e senza verità”, tutto ciò che è vero dev’essere confinato, giacché non si può assumerlo come falso, ma nemmeno si può raccontare. Un Limbo? Faccia lei.

Perciò, quando salirà sul palco dell’Ariston, rammenti queste parole e rifletta sul destino che questo Paese – da lei, a suo dire, tanto amato – le ha riservato: un posto di serie B, per quelli che di serie A non potranno mai essere. Cane, Princeps.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

[1] Vedi: http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/cronaca/ragazzo-braccia/ragazzo-braccia/ragazzo-braccia.html
[2] Vedi: http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/politica/fondi-comunitari/fondi-comunitari/fondi-comunitari.html

03 febbraio 2010

Consigli per gli acquisti

Viva la campagna…che mi dà tutti questi grilli, birilli, cavalli, coltelli, mulini, bambini, tacchini, pulcini, casette, cosette, forchette, saette, tramonti, racconti, bisonti, rimpianti, castagne, lasagne, lavagne, montagne, ombrelli, fratelli, cartelli, caselli, bestiame, pollame, catrame, legname, fragori, fattori, pittori, rumori, patate affettate, posate, scarpate, fontane, cantine, gattoni, fornelli, randelli, piselli, martelli, sentieri, bicchieri, mestieri, profumi, dolcini, legumi, barlumi, cipolle, corolle, betulle, farfalle, formaggi, foraggi…
Nino Ferrer – Viva la campagna – 1970.

Spesso, leggiamo articoli dove ci viene spiegata per filo e per segno com’è nata l’attuale crisi economica, quali saranno i suoi esiti, le contromisure da prendere per cercare riparo.
Non essendo un economista, prendo volentieri atto delle analisi altrui, cerco di capirle anche se – in alcuni casi, non molti per fortuna (capita soprattutto agli stranieri, con in aggiunta la fatica della traduzione) – il linguaggio troppo tecnico scoraggia il lettore. Oppure, gli chiede uno sforzo mnemonico e di sintesi che, talvolta, è veramente arduo.
Quando si spiega, dovendo usare un termine, credo si debba sempre scegliere il più comprensibile per tutti, mantenendo però la precisione del linguaggio. Per ovviare i termini più tecnici, meglio usare una perifrasi od una metafora.

Chiusa questa breve parentesi linguistica, torniamo alla crisi economica tanto strombazzata: l’impressione che si ricava, per l’Italia, è che sia stata poco toccata dagli eventi ben noti, ossia dalla creazione dal nulla di ricchezza inesistente sotto forma di bond “tossici”.
Alcuni grandi comuni italiani sono finiti nel sogno ad occhi aperti del Pozzo di San Patrizio, della Cornucopia a costo zero, ma l’Europa continentale è stata senz’altro meno coinvolta rispetto ai Paesi degli Angli.
Ciò nonostante, assistiamo ad un vero e proprio crollo dell’economia italiana: inutile citare i dati sulla disoccupazione o sul vertiginoso aumento della cassa integrazione, perché li conosciamo tutti.
Anche le analisi d’alcuni centri-studi (visto che non è obbligatorio chiamarli “think-tank”?) presentano un quadro scoraggiante: moltissime famiglie italiane non sono in grado di pagare un conto inaspettato di 600 euro, nemmeno pensare d’acquistare una nuova auto, meno che mai una casa.
Tutto questo è opera della crisi finanziaria internazionale?

Qualcosa sì – una riduzione delle esportazioni può starci – ma la verità è un’altra: è il “sistema-Italia” a non funzionare più, ad essere inequivocabilmente desueto. Tutto sta ad indicarlo, basta riflettere un po’.
Si parte da una scuola che è stata riformata l’ultima volta nel 1923, per passare ad una scuola la quale – senza nemmeno una discussione in Parlamento, con una semplice legge delega – rinverdirà gli antichi fasti, tornando pedissequamente all’impianto del 1923. Che andava benissimo nel 1923 (e fino al 1970 circa): poi, però, mostrò tutti i limiti di un sapere pensato per il 10% della popolazione.
Ad orchestrare questa bella pensata, un ministro che non sa nulla di scuola – assente giustificata dalla “plancia di comando” perché presto sarà madre, ma pur sempre assente – un sottosegretario che è lì soltanto perché ha la proprietà del marchio della vecchia DC, un ministro in pectore – Renato Brunetta – per il quale non merita nemmeno approfondire quali siano le sue competenze in campo didattico.

Passando oltre ma rimanendo nel campo del minus (inteso come mente, pensiero, ecc) veneziano, dovremmo riflettere su una delle sue ultime esternazioni: modificare l’art. 1 della Costituzione, da “fondata sul lavoro” a “fondata sulla finanza”. Tossica?
La disquisizione non è priva di senso, perché il piccolo ministro/forsesindacodiVenezia discende questa sua conclusione da un’analisi da perfetto economista embedded, ossia di una persona che sa perfettamente quali sono i cardini dell’economia globalizzata. La quale, proprio perché tale, ha il precipuo compito di scardinare qualsiasi resistenza al produci/consuma senza sapere quel che fai: fatti venire l’ulcera per 8 ore il giorno, giacché ti chiedi qual senso abbia quel che fai, poi recati al più vicino supermercato e compra senza sapere, ancora una volta, quel che mangerai.

Un meccanismo per formare perfetti imbecilli, laddove qualsiasi critica (nel senso, ovvio, di chi ancora esercita il raziocinio) è bandita: defeco ergo sum, ecco il regale incipit dei nostri tempi.
Fallo però in fretta, giacché la produzione costante ed in aumento di rifiuti è necessaria per finanziare gli enti locali, grazie agli inceneritori ed ai contributi CIP6 che incassano sulla nostra bolletta dell’ENEL, quei soldi che in bolletta sono indicati come contributo per le energie rinnovabili. Ci prendono per il sedere alla grande.
Spostare questo cardine della nostra Costituzione, dal lavoro alla finanza, significa semplicemente dire agli italiani: qui non si produrrà più nulla, o ben poco. Un tempo avevamo veri e propri gioielli tecnologici – Ansaldo, Olivetti, ecc – pubblici e privati, e li abbiamo gettati nella spazzatura per riciclarli sotto forma di tangenti e prebende per noi (classe politica) ed i nostri lacchè imprenditori. Oppure siamo noi politici i lacchè? Non si sa e non importa: tutti assieme appassionatamente.

Siccome non si produrrà più nulla, meglio investire laddove ancora si lavora: un unanime coro – destro, sinistro, alto e basso – invita, consiglia, spinge ad investire in “Cindia”, ovvero nelle economie orientali. Le quali, nonostante queste bazzecole della crisi, hanno continuato ad avanzare imperterrite.
Si dà il caso che gli italiani in grado di seguire cotanta sapienza brunettiana (ossia possedere capitali) siano soltanto un 20% circa, a largheggiare, perché gli altri sono quelli che pagano i debiti ed i mutui con la tredicesima. Se desiderate un po’ di “parlar forbito”, pigliatevi l’espressione “inarrestabile declino del ceto medio”.
Continuo?

No, basta ed avanza, perché ho scritto tantissimi articoli[1] per spiegare l’inganno politico/economico/energetico/istituzionale nel quale siamo stati precipitati: non avrebbe senso continuare. Meglio pensare al domani: al nostro domani, non al loro, a questa razza sciagurata.
Giungendo al dunque, una quisquilia come quasi 50 milioni d’italiani si troveranno – nei prossimi anni – ad affrontare il dilemma di come campare. Intendiamoci: non sarà fame – sono furbi, sanno cos’è l’elemosina – ma dimentichiamoci tanti piccoli “benefit” che ancora godiamo.
Tanto – non so se ve ne siete accorti – l’economia da “sguazzo” che propongono – i “pacchetti crociere”, le “impedibili” occasioni di viaggio, la moda all’ultimo grido, l’automobile supertecnologica e via discorrendo – sono pianificati, pensati per un plafond che non supera il 30% della popolazione. Gli altri, semplicemente, stanno a guardare.
Il che, potrebbe non essere proprio un gran danno. Basta riflettere.

Se abbandoniamo quel modo di pensare, non avremo nessun bisogno di una crociera che segue il copione della solita abbuffata a pranzo ed a cena, soltanto che avviene sull’acqua. Con l’imprevisto del mal di mare, che potrebbe farvi vomitare tutto: meglio, si prendono le pastiglie per il mal di mare e s’ingurgita nuovo cibo. Il PIL ringrazia.
Siccome superare i 130 Km orari costa salato, meglio nemmeno possedere uno dei “gioielli” da 200 all’ora: a momenti, ai fatidici 130 c’arriva una Panda.
Insomma, questo mondo di consumi stratosferici sembra creato apposta per gli allocchi che vogliono crederci: non abbiamo nessun bisogno – per la nostra salute fisica e psichica – di questa panoplia d’inutili orpelli.
Rimane il problema dei mancati introiti, degli scarsi guadagni, poiché un Paese che non produce può concedere solo salari da fame. Ovvio, che sono “da fame” anche perché dobbiamo mantenere quel 20% d’aguzzini.
C’è modo di sopravvivere degnamente in un simile scenario?

Sì, a patto di riflettere sulle contromisure da adottare.
Ovviamente, da qui in avanti, non bisognerà più pensare in termini generali – ossia gloabalizzati, si finirebbe nel loro cortile – bensì riferirsi alle situazioni personali, per quella che è semplicemente la nostra situazione economica, lavorativa, familiare, ecc, cercando a quale delle possibili “falle” della globalizzazione possiamo accedere per meglio campare.
Ciascuno prenda in esame la propria vita – famiglia, lavoro, impegni, ecc – e si soffermi su quel che può praticare, per migliorare la propria condizione, sia per l’oggi, sia per le scelte che potremo trovarci ad affrontare domani.

I bisogno primari dell’umanità sono principalmente tre: ripararsi, cibarsi e coprirsi. Iniziamo da quelli.
Il “riparo” è la casa, bene per il quale gli italiani s’indebitano per generazioni.
Pensandola un po’ come un aikidoka – ossia una persona che utilizza la forza d’attacco avversaria e la trasforma in difesa – in fin dei conti lasciano degli spazi, dei “buchi” aperti attraverso i quali potrebbe transitare un esercito.
L’Italia è un Paese a forte urbanizzazione: tutti gli indicatori statistici ed economici lo mostrano.
La ragione?
Una serie d’errori strategici compiuti negli ultimi decenni: nessun serio piano per salvare la nostra agricoltura al punto che oggi, per sette agricoltori anziani, in Italia, ce n’è soltanto uno giovane. In Francia e Germania, ad esempio, c’è praticamente la parità, ossia un normale ricambio generazionale in agricoltura.
La rapida industrializzazione che seguì la Seconda Guerra Mondiale fu pagata dalle campagne, che videro intere comunità giungere al lumicino: oggi, i medesimi luoghi sono praticamente delle comunità di pensionati.

Va da sé che il mercato immobiliare ha seguito l’andazzo e, la medesima situazione abitativa, in un paesino costa da 1/3 ad 1/6 rispetto alla città, affitto o casa di proprietà essa sia, al punto che le agenzie immobiliari sono poco propense a trattare questi immobili, giacché i margini di guadagno sono minimi.
Un appartamento in città, del valore di 300.000 euro, in un paesino scende sotto i 100.000; di più: le case isolate, con terreno annesso (veri “sogni” per chi abita in città), spesso costano ancora meno. Non tutte le aree del Paese seguono questo andazzo – i rustici maremmani non costano certo poco – ma tutta l’area prealpina ed appenninica ha subito una forte riduzione dei valori immobiliari, e sarebbe un peccato non approfittarne.

Si potrà obiettare che il lavoro è in città: con la perdurante crisi, di sistema per l’Italia, l’accentramento nelle città diventerà presto inutile. A ben vedere, l’urbanizzazione – dalla rivoluzione industriale in poi – è stata una necessità, più che una scelta: ora, che le aziende smobilitano, chiudono, riducono il personale, è ancora sensato programmare il proprio futuro in una città?
Ci sono moltissime attività professionali che si possono svolgere anche lontano dalla città – per questo non incentivano la banda larga, sono più furbi di quel che pensiamo – oppure recandosi in città solo per il tempo necessario.
Nelle scuole, spesso, anche personale di ruolo si sposta dalla città al circondario, segno che preferiscono vivere in città. Ma conviene?

Quali sono i vantaggi del decentramento?
Non si tratta soltanto del basso costo delle abitazioni, bensì del minor costo di molti balzelli, ad iniziare dalla tassa sulla spazzatura, l’acqua…per terminare con nessuna multa per divieto di sosta.
E l’energia?
Nei piccoli paesi è prassi che ci si riscaldi con la legna: scaldo circa 180 metri quadrati (più l’acqua calda per circa otto mesi l’anno), in una zona molto fredda e nevosa del Piemonte, con circa 1.500 euro l’anno. Le caldaie a legna, oggi, sono dei veri e propri gioielli, che consentono la carica una sola volta il giorno, ed è possibile controllare molti parametri per risparmiare.
Ho eseguito una semplice comparazione con mia suocera, che abita in Riviera, la quale – per riscaldare una villetta di circa 100 metri quadri – spende un capitale in metano e sta al freddo.

Fra l’altro, questi sistemi centralizzati consentono ogni genera di truffa: dagli scandali dei contatori “taroccati” che ogni tanto saltano fuori, fino all’anidride carbonica immessa nelle tubazioni (con la scusa di mantenere costante la pressione) che ci fanno pagare come metano. Provate a non utilizzare il metano per qualche mese: quando riaprirete le valvole dell’impianto, per parecchi minuti uscirà un gas che sa di metano, ma che non s’incendia. Più, ovviamente, tasse e balzelli che spillano con mille scuse sulle bollette.
Quando acquistate la legna, comprate energia e non foraggiate nessun apparato legato al potere: se, invece, siete robusti potrete tagliarla da soli, in un appezzamento di vostra proprietà oppure comprando il “taglio” a prezzi irrisori. In questo caso vi servirà qualche attrezzatura, ma una motosega ed un vecchio trattore vi costeranno quanto un’utilitaria usata!

Passiamo al secondo bisogno primario: coprirsi.
Mi fa quasi sorridere il pensiero di spendere soldi per gli abiti: la gente butta via di tutto! Approfittiamone!
In questi giorni di freddo, indosso il cappotto che fu di mio padre ed il cappello che fu di mio suocero: le colleghe – sempre attente a come vai vestito – mi chiedono dove ho scovato due capi così eleganti. Dal guardaroba di due persone a me care, ma oramai defunte! Stessa cosa per il lussuoso impermeabile che metterò in Primavera: roba di sartoria parigina. Era dello zio di una mia amica.
Ma non si gettano solo gli abiti dei defunti: un’amica di mia moglie, le telefonò per chiederle se le interessava una pelliccia di visone, giacché l’aveva letteralmente tratta dal sacco che la figlia stava gettando nella spazzatura. Ed è perfetta, senza il minimo difetto!

Conoscere, poi, una persona che fa il rigattiere è forse più proficuo d’avere amici banchieri: nessun pezzo d’antiquariato che ho in casa – dagli armadi in noce ai secretaire, le madie, le culle, le scrivanie – fu pagato più di 100.000 lire. Ci vuole parecchio lavoro per rimetterli in sesto, ma del “fattore” lavoro parleremo al termine dell’articolo.
E non buttano via solo le cose vecchie: tempo fa, il rigattiere mi regalò un lettino da bambini per mio nipote – una marca notissima, “di grido” – ancora imballato nel cellophane. Era stato gettato via senza esser mai stato usato!

In alcune città esistono oramai dei centri di scambio gratuito, oppure magazzini dove si trova a poco prezzo roba usata in buono stato: alcuni esempi? Rarissimo modellino di un leudo (barca ligure con l’albero inclinato verso prua) in legno, perfetto: cinque euro. Binocolo Zeiss perfettamente funzionante, in uso agli ufficiali tedeschi della Kriegsmarine (il meglio che esista): 100 euro.
Un tempo anche e-bay era conveniente, e lo è ancora molto, ma per le cose nuove: lentamente, è diventata una vetrina commerciale per addetti ai lavori. Non mi strappo le vesti per questo mutamento, e per molti acquisti è conveniente, ma il rigattiere rimane la miglior vetrina.

E passiamo al cibarsi.
Nell’abitudine globalizzata, cibarsi significa fare lo shopping al supermercato: attentissimi alle etichette, alla qualità (?), alla certificazione (boh…), alla provenienza (mah?)…
Ciò che vogliono è privarci della possibilità d’essere, almeno parzialmente, autosufficienti: tutto l’ambaradan globalizzato pensa al “fai da te” solo per venderti trapani e seghetti. A patto che li usi pochissimo, altrimenti mandi in malora l’industria del mobile e l’edilizia: contraddizioni capitaliste.
Il verduriere, in campagna e nei piccoli paesi, è sotto casa: si chiama “orto”.

Provate a sottrarre dal vostro bilancio mensile gran parte della spesa per i vegetali: fatto? Quanto vi rimane?
L’orto non è soltanto una fonte di ricchezza e di salute: è una pratica zen.
Ci vuole tempo, impegno ed un po’ di fatica ma la ricompensa è, sul piano meramente pratico, avere deliziosi minestroni e fantasiosi sughi ogni giorno, verdure così gustose che – quando assaggerete quella del supermercato – vi sembrerà di masticare della plastica.
Ci sono, inoltre, due importanti “ricadute”: la prima è la fiducia in se stessi che nasce dalla soddisfazione di provvedere, da soli, ad un bisogno primario. Non si tratta di un borioso “l’ho fatto io”, bensì della consapevolezza d’essere in grado d’ottenere dei risultati senza dover chiedere niente a nessuno. E, di conseguenza, nessuno potrà ricattarvi per quello che sarete in grado di fare da soli.
Il secondo frutto è più sottile, e si gusta negli anni: è la pace interiore che si prova osservano le file ordinate degli ortaggi che crescono, la bellezza dei fiori che diverranno frutti, i contrasti di colore fra il verde acceso della Primavera e la terra smossa, oppure il rigoglio di colori dell’Estate e dell’Autunno. Vi scoprirete silenziosi e consapevoli attori di un processo del quale fate parte, e la vostra mente farà una gran scorpacciata d’endorfine.

Ma l’orto non è soltanto un piacere solitario, se avrete la fortuna d’avere un vicino con il quale andate d’accordo: un vicino, tanti anni fa, mi regalò 125 piantine di finocchio, che trapiantai. Quell’anno, le condizioni meteorologiche furono favorevolissime per i finocchi: regalai finocchi a tutto il vicinato.
L’orto diventa, dunque, il luogo dove la ricchezza perde significato, perché – quando un ortaggio cresce bene ed è abbondante – a parte la modesta quantità che potrete congelare, il resto vi toccherà regalarlo. E lo farete con gioia.
Lo scambio diventa la regola con i vicini: hai una pianta d’albicocche? Più famiglie faranno la marmellata. Sei scarso d’insalata? Quello che, nell’Estate, ha raccolto le tua albicocche, provvederà.
Posso raccontare queste cose per esperienza diretta, per centinaia di baratti che ho fatto senza toccar moneta: mangio i germogli di bambù di mio cugino perché a lui non piacciono, tanto qualcosa da barattare ci sarà sempre.

Autosufficienza e baratto sono una delle migliori medicine che possiamo prendere per guarire dalla malattia del capitalismo: ricordiamo che, fra i Nativi Americani, era usuale scambiare in modo rituale gli oggetti, come le offerte sacrali del nostro mondo antico.
Voglio però terminare con una tiratina d’orecchie.

Si trovano appezzamenti da adibire ad orto sempre più facilmente: perché? Poiché sono pochissime le persone sotto i 40 anni che meditano di tenere un orto: i vecchi se ne vanno, e crescono le erbacce.
In compenso, fioriscono le palestre: vuoi un fisico “da sballo”? Vieni – la mielosa canzone capitalista – spendi ed attueremo la metamorfosi: conosco persone di 90 anni che non hanno mai visto una palestra in vita loro, ma hanno sempre coltivato l’orto, ed hanno dei fisici che ci metterei la firma ad averli io, quando e se arriverò a quell’età.

Cari ragazzi (scusate la deformazione professionale): se volete iniziare a pensare ad un mondo più giusto e più equo, ma anche più gioioso e salubre, qualche abitudine bisogna cambiarla. Ed accettare anche un po’ di fatica.
Va benissimo informarsi, studiare, discutere e criticare ma è meglio anche “saper fare”, perché nessuna pratica della sola mente vi donerà quelle sicurezze interiori che derivano dal mangiare la propria insalata, dal trasformare un tronco d’albero in una scrivania, dal risistemare le tegole del tetto dopo le nevicate invernali.
E, quando sarete temprati dall’esperienza, sempre meno persone potranno raccontarvela per coprirvi di dubbi ed approfittare di voi: ci vuole un po’ d’impegno – questo è certo – ma il risultato è certo. Provare per credere.
Un futuro di comunità interdipendenti deve necessariamente progredire su due gambe: l’analisi teorica, la sintesi delle soluzioni, la curiosità per l’innovazione e lo scambio dell’informazione. Ma, se manca la prassi dell’esperienza diretta, è un mondo che nasce zoppicando. E continuerà a claudicare.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

24 gennaio 2010

Siti del Web o posti dell’anima?

Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto.
Cesare Pavese

E correndo la incontrai lungo le scale…”, verrebbe da dire, ma le scale non sono quelle della vita, dei sentimenti: sono solo quelle di un ospedale. Entrambi con il nostro mazzo di fogli in mano: appena firmati dal radiologo, dall’anestesista, dal chirurgo…ancora caldi di timori repressi, d’ansie ricacciate.
I suoi fogli, però, non sono “suoi” bensì della persona che accudisce: è una delle rare badanti italiane, e cerca di far bene il suo lavoro.
«Anzi» – propone – «perché, quando hai finito con le tue peregrinazioni, non mi telefoni e andiamo a mangiare qualcosa tutti e quattro assieme?»
Sulle prime non capisco: io, mia moglie e lei facciamo tre. No: ci sarà anche il “badato”.
Sono perplesso: che senso ha andare a pranzo con una persona che deve essere “badata”, che magari deve essere imboccata e poi…ci sarà con la testa?
«Fidati» è l’unica risposta: «vedrai che sarà una sorpresa.» Tanto per far defluire le tossine ansiogene, incassate in una mattinata d’ordinaria inquietudine ospedaliera, accettiamo. Ed entriamo nel ristorante.

Fa caldo e c’è tanta gente, ma l’atmosfera è allegra: qualche giovane che mangia in fretta, leggendo il giornale, i soliti crocchi d’operai dell’ENEL e delle Ferrovie che s’accalorano nell’ultima discussione, mentre non perdono di vista l’orologio.
Attraversiamo l’umanità gustante per giungere al tavolo, dove un uomo anziano c’attende. La sorpresa è, da subito, quella dell’abito: l’uomo è vestito in modo sobrio ma elegante, con il tocco di classe di chi potrebbe apparire ad una cena di gala indossando una maglietta. Giacca, camicia e cravatta in tono, capelli bianchi ben pettinati, viso ben rasato ed occhiali con montatura dorata: appena giungono le due signore, si alza in piedi come non vedevo fare da tanto tempo, da quando l’educazione e l’arte della cavalleria sono finiti nella discarica del savoir vivre.

Per rompere il ghiaccio leggo, al contrario, la pagina del giornale che stava leggendo mentre ingannava l’attesa; c’è il dibattito su Craxi: ladro non ladro, grande politico non grande politico, eccetera…
Due occhi azzurri mi fissano, dopo le presentazioni, e ricadono sulla pagina del giornale, poi – con un filo di voce, ma senza incertezze – parla.
«Certo che per me, che sono stato da sempre socialista, è un gran dispiacere leggere ancora oggi queste cose, perché nel socialismo ci ho creduto. Mio padre fu tra i fondatori del Partito Socialista Italiano, amico personale di Turati. Quando penso ai politici d’oggi, a Berlusconi…» Scuote la testa.
Non voglio ribattere anche perché non c’è nulla di sbagliato in quanto afferma, così mi limito a dire che anch’io sono cresciuto in una famiglia socialista, così socialista che perse per due volte la casa – durante il Fascismo – perché non accettavano di togliere dall’anticamera le fotografie di Giacomo Matteotti e di Felice Cavallotti.

Roba d’altri tempi, che mi raccontò una bambina di dodici anni con le rughe al volto: una bambina che, pur di tramandare quelle memorie, accettava di soffrire un’altra volta, come se quello che aveva già sofferto non fosse ancora abbastanza.
Andava così: i fascisti entravano, guardavano le due fotografie, non dicevano nulla e se n’andavano. Pochi giorni dopo, arrivava l’ingiunzione di confisca: il fabbricato veniva rapidamente destinato alle attività ricreative per gli iscritti al Partito Nazionale Fascista, mentre prati e campi diventavano piste da ballo, giochi da bocce, campi da calcio…
Per ben due volte – la voce della bambina si tinge di rabbia – riuscimmo a comprare nuovamente una casa ed un po’ di terreno e, per due volte, ci confiscarono tutto.
Così finì la vita di una famiglia d’agricoltori della “bassa”, gente che di certo non scialava, ma alla quale non mancavano mai il pranzo e la cena: emigrazione. Finirono, in affitto, in un vecchio mulino incassato nel fondo di una valle dove il sole compariva poche ore il giorno. Poi la fabbrica, la guerra, la lotta partigiana, di nuovo la fabbrica: tutto per colpa di un altro “nato” socialista, l’ennesimo traditore di un grande ideale.

A. B. – potrebbe essere X. Y. e sarebbe lo stesso: quel che racconto è assolutamente vero, ma non fornirò nessun elemento per identificare la persona. Non è “privacy”, è soltanto il giusto riserbo di chi ancora interpreta il giornalismo come diffusione d’informazione e basta, e non come arma politica o glorificazione di se stessi – non è meravigliato né scosso: di queste storie, ne avrà sentite raccontare chissà quante.
«Guardi, voglio essere franco. Io, Craxi, lo stimai per due soli eventi: quando non consegnò i palestinesi agli americani – la Achille Lauro era italiana, dunque la giurisdizione era nostra, aveva ragione – e quando ebbe il coraggio di rispondere a Gromyko che, se voleva che noi togliessimo i nostri missili da Comiso, che cominciasse lui a togliere i suoi dalla Polonia. Per il resto…» e scuote la testa, fissandomi con due occhi che sono diventati di ghiaccio, fendenti, limpidi come l’acqua di neve.

Dobbiamo interrompere la conversazione perché una signora è giunta al nostro tavolo: ci alziamo – mi ha contagiato, con gran gioia, a stemperarmi nella cavalleria di un tempo – per salutare la donna, anziana ma ben truccata, elegante. Una bella signora d’altri tempi.
Si dicono qualcosa e, educatamente, chiudo l’audio per discrezione ma – appena la signora se n’è andata – torna a fissarmi con quegli occhi che, adesso, sbocciano di frutti maturi e di calore, d’acqua salsa e di tramonti estivi. Pare quasi volersi confessare, con una persona che ha conosciuto da pochi istanti: «Fu una storia d’amore intenso, che durò parecchio: poi, un giorno, lei mi disse che si sentiva troppo amica di mia moglie per continuare, e così finì… »
Mi volto ed osservo la signora, seduta due tavoli più in là: dev’essere stato veramente difficile staccarsi da quel bocciolo, come doveva apparire qualche decennio prima, altro che le misere storie di veline e di escort…
Indovina i miei pensieri, ed aggiunge: «E’ una donna di rara signorilità: ha lavorato tutta la vita ma, nel tempo libero, si dedicava al teatro. Recitava: sapesse come leggeva, in pubblico, poesie e racconti! Una vera e propria Musa…» La osservo nuovamente, e non ho difficoltà a crederlo.
Mentre c’invitano a spostarci ad un altro tavolo, più grande, e ci portano il menu non posso far altro che sovrapporre la raffinata, solo un po’ sfiorita bellezza che abbiamo appena lasciato, con la Contessa.

Già, la Contessa: sono trascorsi molti anni, ma non ho mai dimenticato quel pomeriggio d’Inverno. L’unica circostanza, fortunatissima, che la vita mi riservò per sentirmi – per poche ore – come nel cenacolo di Madame de Warens.
C’era ancora un po’ di neve, anche quel giorno di fine Inverno del 197…non ricordo l’anno. E nemmeno il luogo, che poteva essere Murazzano, Bossolasco, Cravanzana…uno dei borghi “alti” della Langa, quelli sull’antica Via del Sale, la Pedaggera.
Ero stato recapitato in quel luogo da un ansimante furgone Volkswagen, con il quale – da Torino – portavano in quei dimenticati luoghi noi: studenti, disoccupati…per guadagnare qualche soldo con il “porta a porta”. Fu forse l’ultima volta che tentai la fortuna come venditore: vendere shampoo e saponette non era proprio il mio pane.
Così vagavo, poco convinto, fra un viottolo e l’altro, borsa a tracolla e poca voglia di bussare per ascoltare i soliti rifiuti. Poi, decisi per quella porta di noce scuro, con il batocchio di bronzo antico: almeno, pensai, sarebbe stato un nobile rifiuto!

Invece, apparve un viso dolce, appena accarezzato da qualche ruga, che m’invitò ad entrare: capì in un nonnulla cos’ero lì a fare, e mi fece accomodare in una poltroncina foderata con velluto a coste fini, color vinaccia. Poi, mi chiese chi ero e cosa facevo.
Mi presentai e dissi il poco che avevo da dire: ero studente a Torino e, come altri, ogni tanto tentavo la fortuna di riuscire a vendere qualcosa per raggranellare qualche soldo. A dire il vero – aggiunsi – credendoci poco e con scarso successo. Sorrise.
Mi chiese se gradivo un caffè, e s’allontanò.
Solo allora iniziai a guardarmi intorno, e compresi che non ero finito in una casa qualunque: le litografie alle pareti, le statuine di porcellana o di bronzo su antichi tavolini, testimoniavano che quella era una casa antica, di quelle che la Storia l’avevano vista. E, talvolta, l’avevano fatta.
Tornò dopo qualche istante con il vassoio e le tazzine: mentre sorseggiavo il caffè, cercai di capire chi avevo di fronte. Vestita con dimessa eleganza, qualche capello già grigio che striava appena la capigliatura scura, il portamento altero su un corpo formoso, seppur castigato dagli abiti. Portava alcuni anelli alle dita, ma l’impressione che ne ricavai fu che vivesse – sola – in quella magione d’altri tempi.
Fu lei a rompere il ghiaccio, ricordando qualcosa che avevamo in comune: anch’ella aveva studiato a Torino.
Subito dopo aggiunse «Molti anni fa….», tanto per incassare il minimo di galanteria che potessi esprimere «Beh, proprio tanti…» Passò oltre.
Fu in quel preciso istante che iniziò a parlarmi di Cesare.

Sì, di Cesare e basta, con il quale aveva intessuto per molto tempo una lunga amicizia, interrotta e sempre ripresa negli anni, come quel treno di montagna che ansima nelle valli della Langa, e che s’arresta nelle stazioni a prender fiato. Per poi ripartire sempre, ma con calma, per non patire il mal di cuore.
Capii subito a quale Cesare si riferiva: non ce ne sono tanti, da queste parti, a potersi concedere il nome e basta.
Fu però franca, nel confessare che con Pavese era stata una vita d’inferno la sola amicizia: troppo conflittuale e introverso il suo rapporto con l’universo femminile. Sempre desiderato ma mai accolto: quella sete mai placata, che finì per sopraffarlo in un anonimo albergo di Torino.
Per un attimo pensai che avesse qualcosa da recriminare (o da recriminarsi?) per quel ch’era stato, ma fu lei stessa ad indovinare i miei pensieri ed a fermarli, con un sorriso ed un negare del capo.
Saliva, Cesare, ogni tanto saliva da Santo Stefano e sorseggiava il caffè proprio seduto sulla stessa poltroncina dov’ero io adesso: per un attimo, avvertii che le mie natiche urlavano per il disagio.
«Fu tanto tempo fa», concluse, quasi a prevenire il mio imbarazzo.

Raccontò ancora di quei tempi, dopo la guerra, quando l’ideologia univa, amava, odiava, allontanava, soffriva: ma non era l’ideologia a soffrire, bensì erano uomini e donne, carne e sangue sorti dalla terra. E, i più, alla terra tornati.
Forse per dipanare la cappa del passato che stava straripando nel salotto, mi propose di fare una passeggiata in paese: accettai. Potei solo offrirle il braccio, che accettò.
Passeggiando per le antiche viuzze, m’accorsi solo allora di chi avevo al braccio: «Signora Contessa…» «Buonasera Caterina», rispondeva con misura. Gli uomini si toccavano appena la tesa del cappello «Madama…» e lei rispondeva, allora, con un impercettibile chinar del capo ed un timido sorriso.

Giungemmo così alla piazza, dove ci sarebbe dovuto essere il vecchio furgone Volkswagen ad attendermi, ma la piazza era deserta: dovevo esser stato dichiarato disperso sul fronte del marketing.
Quasi per farsi perdonare l’incomodo nel quale ero occorso – uno dei più piacevoli della mia vita, che avrei pagato oltre qualsiasi prezzo – mi chiese di comprare qualcosa. Mi sentii in imbarazzo, poi compresi.
«C’è la corriera che scende verso Dogliani, Bra…parte fra un quarto d’ora…da lì potrai trovare un treno per Torino.»
Nel pronunciare il nome della lontana metropoli, parve quasi confessare l’inconfessabile desiderio di seguirmi, d’abbandonare la sua dimora del ricordo, sentinella rimasta a presenziare un passato oramai ucciso, molti anni prima, da un colpo di pistola.
Giunse la corriera e ci salutammo. Non erano ancora giunti i tempi nei quali abbracci e baci si sarebbero sprecati per un nonnulla: una stretta di mano ed un fugace incontrarci con gli occhi fu tutto. La sua immagine, però, rimase stampigliata nei miei occhi fin quando il treno, sferragliando, non terminò l’abbrivio a pochi passi dal respingente di Porta Nuova.

Sono ancora imbambolato, mentre cerco di ripescare dalla memoria l’immagine della Contessa quando A. B. riprende, perché quelle poche frasi su Craxi non bastano e – ironia del destino – si torna ancora una volta a Torino. Sì, perché quel congresso del 1978 fu una boa, dalla quale la rotta del PSI mai più si volse[1].
Anch’io ricordo quei giorni di fine Inverno, quando al Jolly Hotel Ambasciatori si tenne il congresso del PSI, perché abitavo poco più avanti, in Borgo San Paolo. Poco oltre l’hotel, c’erano “Le Nuove” – ossia le vecchie carceri di Torino – dove si svolse il famoso processo alle prime BR, quello per il quale non si trovavano giurati popolari. Finché non saltò fuori Adelaide Aglietta e, per risposta, le BR fecero saltar giù dal cielo due colpi di mortaio, sparati da un camioncino tre isolati più in là.
«Lì», sentenzia A. B. «terminò definitivamente la grande avventura del Partito Socialista, la scommessa di un partito proletario ma non massimalista, essenziale nei suoi obiettivi ma deciso a difenderli come Cavallotti faceva con la spada. Il dopo…questa gente che s’imbelletta per esser stata socialista…»
Scuote la testa, è quasi commosso dal ricordo.
Difatti, lo precisa: «Sa, mi fa male parlare di queste cose, ed il mio cuore è oramai poco saldo.»
Non rinuncia però alla frecciata finale: «Quando sento personaggi come Brunetta e Cicchitto gloriarsi…“io ero socialista”…non so se arrabbiarmi o ridere.» Decide di sorridere, e riesce così a stemperare il dolore.

Anch’io vado a rovistare nel baule dei ricordi: quelli di una lontana Estate del 1978 quando, lungo le strade che uniscono le frazioni di Stella – abitavo là da poche settimane – impazzava un vecchio camioncino con gli altoparlanti, e declamava fra valli ed uliveti la più incredibili canzone che quei luoghi avessero mai udito.
«Cittadine, cittadini: il nostro concittadino, il compagno Sandro Pertini, è stato eletto Presidente della Repubblica! Cittadine, cittadini…
Ricordo bene che lo chiamavano proprio il “compagno” Pertini» aggiunsi «il “compagno Presidente”…eppure, solo pochi anni dopo, Pertini fece recapitare, alla segreteria provinciale di Savona del PSI, un messaggio tagliente come le lame di Cavallotti.
Siccome giungeva in visita a Savona, fece sapere che se – ad accoglierlo, all’aeroporto di Genova – ci fosse stato Alberto Teardo, avrebbe fatto dietro front e sarebbe tornato a Roma…»
Annuisce: si vede che conosce bene quella vicenda.

Aggiunge solo: «Il cancro, iniziato al congresso di Torino, aveva già generato metastasi: ovunque, ma le condizioni che resero possibile quel vero e proprio colpo di mano, sul partito più ricco di tradizioni che esistesse, erano già state poste anni prima.
Ricordo bene, sul finire degli anni ’60, che nelle riunioni a livello provinciale e regionale si parlava solo più di posti e non di proposte. Intendiamoci:» per un attimo gli occhi prendono fuoco «la cosa esisteva anche prima, ma con diversi attributi.»
Scorge nei miei occhi un’espressione smarrita, perché non comprendo con chiarezza quel che vuole dirmi, quale sia la discriminante. E capisce che deve andare più a fondo, altrimenti mi deluderà.

«Vede» si avvicina, come a volermi confessare una colpa «io fui contrario, all’epoca, alla nomina di un ciabattino alla presidenza di un Istituto di Risparmio. Fui accusato di classismo, di frappormi all’ascesa, nei posti di potere, di chi proveniva dalle classi subalterne.»
Per un attimo, spontaneamente, mi metto al fianco del ciabattino.
«La mia non era una critica al suo essere un ciabattino, bensì al fatto – inequivocabile – che era un ciabattino ignorante, stupido! Mai, mi sarei permesso la stessa critica se fosse stato un ciabattino intelligente e capace!»
Ecco, la semplice risposta, e non mi sembra il caso di ricordare Cipolla e i suoi divertenti grafici…che la percentuale di stupidi, nella Storia, è una costante. Le popolazioni non sono dunque – sempre che sia possibile tratteggiarle in un singolo universale – “stupide” od “intelligenti”: dipende quale delle due parti ha in mano la leva del comando!
Difatti, A. B. – e, insieme a lui, tanti altri – finì fuori dal PSI: terminò la sua carriera politica presiedendo enti e fondazioni, quelle dove non giravano soldi, ovvio. Faccio però notare che A. B. non fu mai un politico di professione e basta, bensì lavorò normalmente fino alla pensione.
Ecco, allora, che dal racconto di A. B. riesco meglio a spiegare quel che m’accadde tanti anni prima, una sera del 1971.

Ero stato chiamato da un dirigente locale del PSI: siccome entrambi c’interessavamo di musica popolare, ritenevo che quello fosse il motivo dell’invito. Mi sbagliavo.
La proposta giunse quasi subito, dopo la prima grappa: «Saresti disposto a prenderti sul groppone la Federazione Giovanile Socialista?» poi, subito dopo, senza attendere risposta «In cambio, possiamo offrirti un posto di Geometra in Comune.»
La prima risposta, ovvia, fu quella che non ero Geometra. La cosa non parve interessarlo: «Sono cose che si sistemano.»
La seconda, altrettanto ovvia – che lui sapeva benissimo – era che militavo nello PSIUP, il Partito Socialista d’estrema sinistra: un partito, all’epoca, dichiaratamente rivoluzionario. Cosa ci sarei andato a fare, in un partito apertamente riformista?
La cosa finì lì, ma per un caso della vita ebbi modo di conoscere quello che accettò (che non era Geometra): il tizio, finì poi nell’ingranaggio di Mani Pulite per tangenti che riguardavano la Sanità, ma fu un ingranaggio piccolo, insignificante, come può esserlo quello che attende di chi si finge Geometra. E continuò con una carriera politica scipita, saporita come una pasta al burro senza sale.
Siamo giunti al caffè, ma si vede che ha ancora qualcosa in gola, un ricordo del quale vuol farmi partecipe.
Non attende molto.

«Eh, Pertini…»
Aspetto, perché la palla è nel suo campo.
«Con Pertini partecipai ad una campagna elettorale nella Liguria occidentale: Alassio, San Remo, i paesini dell’entroterra…lui era Pertini: io, allora, ero solo un “giovane di studio”.
La mattina c’erano spesso degli incontri con l’associazionismo: il pomeriggio, invece, si concludeva sempre con un comizio in piazza.
A pranzo, un giorno, erano avanzati quattro pesciolini fritti: chiesi, con deferenza, se li voleva.
Mi rispose, in dialetto ligure: mangiali tu, che sei giovane.
Poi, subito, affondò: ma tu, da dove vieni?
Risposi che ero socialista da sempre, sin da quando mio padre m’aveva condotto – ragazzo – in Federazione a Genova…
Ah, ma allora una cosa non l’hai ancora imparata, concluse: che fra compagni ci si dà del tu!»

E’ giunta l’ora di riprendere la via di casa: in quattro sulla Panda, badante e “badato” compresi. Ci salutiamo con la promessa di rivederci presto, e lui assicura che verrà, appena entrambi avremo scapolato le nostre secche sanitarie.
Ed io ci spero, con tutto il cuore.

A questo punto, qualcuno si chiederà qual è il succo di questo racconto. Beh, il primo è che mi è piaciuto scriverlo e, spero, che altri lo abbiano gradito. Per chi ama scrivere, basta ed avanza: è come offrire un bicchiere di vino.
Ma c’è dell’altro.

Nei giorni scorsi avevo letto un articolo di Franco Cardini, comparso originariamente su “Il Giornale” e ripreso da numerosi siti[2], dove poneva il problema dell’appartenenza, del nostro sentirci “parte” di qualcosa.
Premetto che l’articolo m’era parso un poco frettoloso, ma di questo non bisogna farne gran colpa all’autore: nelle redazioni, ti dicono “cinquemila battute”, e devi starci dentro. Si capiva che aveva faticato a starci dentro: purtroppo, duemila battute in più sarebbero state il minimo.

Non potendo avvalersi solidamente del concetto di “Patria” – perché è un valore, per noi italiani, che ha iniziato a perder significato già dalla Prima Guerra Mondiale, con la fine del Risorgimento – Cardini ha cercato “sponda” nel corrispondente in lingua tedesca.
Precisi come sono, però, i tedeschi hanno due termini per definire l’appartenenza: Vaterland (terra dei padri, degli antenati) ed Heimat, che mi piace tradurre con il “posto dell’anima”, felicissimo titolo per un altrettanto radioso e struggente film di Riccardo Milani, dove Michele Placido e Silvio Orlando riescono a dare il meglio di loro stessi.

Ora, le “terre degli antenati” – qui, in Italia – sembrano scarseggiare: “figli d’Annibale”, o di francesi, spagnoli, austriaci…a meno di rifugiarsi nelle mille Vaterland locali: piccolissime, minute, dove basta il soffio dell’immigrazione per mettere a soqquadro un debole modello.
Credo che poche Vaterland siano sopravvissute al Novecento, ed oggi il furore globalizzatore sta sradicando gli ultimi polloni di un’appartenenza legata alla stirpe.
Più interessante, invece, cercare quale sia – per ciascuno di noi – il proprio Heimat, quel luogo al quale ci sentiamo teneramente legati, che può anche non coincidere con una precisa indicazione geografica. Tanto, dal prossimo anno scolastico, aboliranno anche la Geografia ed andremo tutti a spasso con un bel GPS sulla schiena.

La questione non è un dibattere sul sesso degli Angeli, perché dalla propria appartenenza ad un “posto dell’anima” discende, per via diretta, il nostro incontrare l’altro. Se non proprio l’anima gemella, almeno quella che vibra armoniosamente con la nostra.
Così, gli Heimat possono improvvisamente dischiudersi quando meno ce li aspettiamo: dietro ad una porta, dove s’immaginava di vendere qualche saponetta. Oppure nel vociante ristorante appena a tergo di un ospedale.
E, dall’incontrarsi nei misteriosi e forse poco ortodossi Heimat, nasce la consapevolezza del non esser soli a pensare, a sentire, a gioire e soffrire in quel modo.

In quale Heimat vive, oggi, la classe politica?
Ferrando ricorda semplicemente che gli iracheni portano avanti la loro lotta di liberazione, e viene subito cacciato da Rifondazione. Bontempo si alza, alla Camera, e chiede – forse in modo retorico – “lumi” sul signoraggio: Bertinotti gli toglie la parola. Paradossalmente, entrambi colpiti da un “capo” comunista.
Non ci meravigliamo se Berlusconi, D’Alema, Bersani, Matteoli, Casini e, in fin dei conti, anche Di Pietro reagiscono agli stessi stimoli in modo assolutamente paritetico: traggono le loro convinzioni dal medesimo Heimat, un luogo dove si è “al di là del bene e del male”, perché appartenenti all’empireo degli eletti.
Non c’è più nessuna riflessione su quel che vanno facendo: intessono false consultazioni elettorali, oppure si beano del culto di un “capo” che giunge a sfruttare un modesto incidente di piazza per risalire nella hit parade mediatica.
Sono il prodotto di una prassi stralciata dal lessico politico, quella ben descritta da A. B. quando ricorda che, in politica, si devono premiare per prima cosa l’intelligenza e l’etica.
Inorridisco, al pensiero di quali possano essere gli attributi degli Heimat nei quali s’incontrano personaggi come Capezzone o Rutelli.

In fin dei conti – prima che politici, poeti, intellettuali – le generazioni precedenti s’incontrarono nei loro Heimat, quei luoghi dove regnava il rispetto antico per l’avversario, per la donna, per la libertà altrui.
Oggi, sappiamo che tutto ciò è stato calpestato da una marea urlante, da una vucirrìa televisiva che ha veicolato proprio l’opposto: l’avversario è il nemico, la donna una puttana da godere, la propria libertà (o licenza?) è sopra ogni altro valore. Quella degli altri, all’occorrenza, sotto le ruote del SUV.
L’eleganza del gesto è sacrificata alla fretta, la potenza del verso sostituita dai decibel, la galanteria svapora negli inviti a cena che già sanno di noiosa scopata.
Eppure, chiediamo: urliamo, desideriamo un nuovo mondo.

Sapremmo riconoscerlo? Oppure, passando per il proprio Heimat, finiremmo per non vederlo, e magari ci svuoteremmo il portacenere dell’auto?
A monte di qualsiasi aggregazione, di un possibile movimento politico – ma anche di un matrimonio o di un’amicizia – se non c’è, prima, il riconoscersi in un Heimat comune, tutto si stempera nella consuetudine. Che è l’anticamera della nauseante noia: rileggere Sartre – cum grano salis – può servire.
Perciò, il mio invito è quello di non soffermarsi troppo a considerare se il Web può o non può…se è meglio appoggiare questo o quello…
In fin dei conti, solo riconoscere il proprio Heimat conduce a sconfiggere le nebbie della mente, e qualsiasi luogo – reale o virtuale – è atto alla bisogna. Il Web come il bar, la spiaggia come un libro.
Anche rimanere ad ascoltare una contessa che vive oramai fuori del tempo, un anziano che racconta l’avventura politica di una vita, oppure una bambina con le rughe – mia madre – che ancora urla il dolore provato in un tempo lontano.

Solo i “posti delle anime” possono generare i sinceri incontri, i saldi e calorosi abbracci che infondono coraggio e temperamento: il resto, viene dopo.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

[1] Nel 1976 il PSI aveva subito un forte rovescio elettorale, il segretario De Martino venne messo sotto accusa per la sua subalternità al PCI e andò in minoranza nella famosa riunione all'hotel Midas. Craxi Bettino, capo della corrente autonomista, allievo prediletto di Nenni divenne il nuovo segretario del PSI. De Martino però godeva ancora nel partito di un forte consenso, dell'appoggio di Lombardi e del PCI. Al primo passo falso di Craxi sarebbe potuto tornare facilmente alla segreteria. Era necessario per questo convincerlo a ritirarsi dalla vita politica. Nel 1977, poco prima del congresso di Torino del PSI, un gruppo di malavitosi napoletani legati alla camorra rapì il figlio di De Martino chiedendo un riscatto che, molto probabilmente, fu pagato da Calvi (P2). Oggi sappiamo che la P2 ed il Sismi tenevano legami diretti, tramite Carboni e Pazienza, con la camorra e le bande criminali di Bergamelli, Turatello e Vallanzasca. De Martino, interrogato dalla commissione P2, ha più volte fatto capire che il rilascio di suo figlio ha avuto come contropartita la sua rinuncia a tornare ad assumere il ruolo dirigente nel PSI. Egli ha affermato infatti: “il rapimento di mio figlio ha avuto lo stesso significato politico dell'assassinio dell'onorevole Moro”.
Fonte: Alla conquista del PSI, di Luigi Cipriani. http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/allapsi.html

17 gennaio 2010

Arriva il Bengodi nucleare

Mentre i giornali ci solleticano con le abituali vicende legate alle tasse – oggi si tolgono, domani no, troppo tardi, forse dopodomani… – oppure con le molte leggi e leggine utili a riformare la giustizia (minuscolo) per il solo comprensorio di Arcore, sono state emanate le direttive per le future centrali nucleari. In sostanza, si dice che dovranno essere vicine all’acqua e lontane dalle aree sismiche: elucubrazioni che, anche chi non è Pico della Mirandola, già sapeva.
Poi si parla d’incentivi: una manna – gente! – incentivi “a pioggia”, per tutti! Chi vorrà, potrà prendere visione del decreto in nota[1].
Insomma, con il “rientro” di 95 miliardi di euro, grazie al bel regalo dello “Scudo Fiscale” – hanno pagato il 5% di tasse mentre avrebbero dovuto pagare il 40% – ci saranno tanti soldini per fare tante cose, nucleare compreso?

Ma, quanto costa una centrale nucleare?

Il costo medio attuale di una centrale nucleare è di circa 2000-2200 euro/kWe installato, ovvero il costo in conto capitale di una centrale da 1000 MWe è di circa 2 miliardi di euro. Il costo dell’EPR da 1600 MWe (il reattore europeo di III Generazione fornito dalla franco-tedesca Areva) è di 3 miliardi di euro[2].

In realtà, sul Web circolano anche altre cifre – qualcuno arriva a dichiarare 15-20 miliardi di euro per il solo reattore – ma quelle più attendibili variano in una “forbice” fra 3-7 miliardi di euro. Il nodo, non facile da districare, riguarda cosa s’intenda per “costo”: il reattore, oppure la struttura? Entrambi?
Non dimentichiamo che, proprio per il nucleare, ci sono delle procedure d’infrazione aperte dall’UE per il finanziamento “occulto”, usando fondi statali per finanziare imprese private, che lavorano in quello che dovrebbe essere un libero mercato[3]. Insomma, un ginepraio.
In effetti, la cifra di 5 miliari di euro per una centrale (struttura + reattore) da 1600 MWe è credibile, ma qui salta fuori un altro coniglio dal cappello: la “levitazione” dei costi.

Un chiaro esempio di questi problemi è la costruzione in corso a Okiluoto, in Finlandia, di un reattore europeo pressurizzato ad acqua (EPR) di nuova generazione – il primo reattore di questo tipo – che dopo soli diciotto mesi di costruzione ha già accumulato un ritardo di diciotto mesi sul programma, superando già adesso il budget previsto di 700 milioni di euro[4].

I tempi di costruzione delle centrali, dagli anni ’70 ad oggi, sono praticamente raddoppiati: per la maggior complessità tecnologica, per i sistemi di sicurezza, ecc. Se non sono riusciti a star “dentro” nei tempi (e quindi nei costi) tutti gli altri, c’è da sperare che ci riusciremo noi italiani?
Si potrà ricordare che il reattore finlandese è di nuova generazione, ma il fenomeno del procrastinarsi dei tempi di costruzione è un fenomeno planetario, che riguarda anche le centrali non sperimentali.

Poi, bisogna conteggiare i finanziamenti per “compensazione” alle popolazioni (termine assai poco chiaro) che ammonteranno a 3-4000 euro/anno per MWe installato: in pratica, una centrale da 1.600 MWe sborserà a “qualcuno” circa 6 milioni di euro l’anno.
Nel decreto recentemente approvato[5], si parla addirittura di “interventi a pioggia” per tutti: Comuni, Province, sconti sull’IRPEF, sulle forniture elettriche…ancora…roba da Babbo Natale Atomico, mica scherzi.
Saremo curiosi di verificare, dopo le elezioni regionali, quando si saprà chi si “beccherà” la centrale sulla cocuzza – prima no, ovvio, votate tranquilli… – quante di queste “piogge” di denaro rimarranno.
Bisogna stare attenti quando si parla di provvedimenti a favore della popolazione, perché quei soldi s’intendono dati agli amministratori locali, che sono cosa assai diversa dalle popolazioni.
Scusate il sospetto, ma i trucchi delle tre carte di Tremonti li conosciamo da tempo: magari “cartolarizzerà” quei benefici, “spalmandoli” in 25 esercizi finanziari…roba del genere…ma la centrale arriverà, sicuro. Cioè, sicuro: forse.
Calcolando benefici a “pioggia”, costi di costruzione e quant’altro…chiudiamo la faccenda a 7 miliardi di euro per una centrale da 1.600 MWe per 25 anni? Senza considerare, ovviamente, l’Uranio, il personale, le scorie…

I sostenitori del nucleare affermano che la “forza” di quel sistema è una produzione continua, senza interruzioni: falso. Anche le centrali nucleari, come tutti i sistemi complessi, necessitano di manutenzione: altrimenti, si spalancano veramente le porte dell’Inferno Nucleare.
E’ appena passato Natale e vogliamo essere generosi: concediamo a quelle centrali di produrre alla massima potenza per l’80% del tempo, da quando entreranno in funzione (circa 2020) al 2045.
Una centrale da 1.600 MWe produrrà, in un anno (all’80%), circa 11,2 milioni di MWh (11,2 TWh), in 25 anni 280 milioni di MWh (280 TWh).

Quanta potenza elettrica di fonte eolica sarebbe possibile installare con 7 miliardi di euro?
Calcolando il costo di 1 MW di potenza eolica installato in mare – lontano dalla costa, su piattaforma ancorata, invisibile da terra – in 1,3 milioni di euro[6] (+ 25-30% rispetto agli impianti a terra[7]), potrebbero essere installati 5.385 MW. Quanto produrrebbero in 25 anni?

Siccome le mappe eoliche del CESI[8] stimano nella aree marine del basso Adriatico, del Canale di Sicilia e del Sud della Sardegna (fondali inferiori ai 100 m) una produzione alla massima potenza per +3.000 ore l’anno, quegli aerogeneratori produrrebbero, sempre in 25 anni, circa 404 milioni di MWh (404 TWh). 124 TWh in più della centrale nucleare!
Crediamo bene che gli alfieri della “estetica ambientale” si spellino la lingua, in TV, contro l’eolico: potremmo addirittura ipotizzare che qualcuno paghi, e parecchio, per tanto fervore!
Difatti, negli altri Paesi stanno abbandonando il nucleare per investire nell’eolico: lo fa, addirittura, l’ENEL in Texas!

124 TWh in più senza considerare che la manutenzione dell’eolico è infinitamente meno onerosa rispetto ai costi del materiale fissile, del personale e della custodia delle scorie (peraltro, ben lontana dal trovare una soluzione)!
A questo punto c’è la solita obiezione: le rinnovabili non sono affidabili poiché intermittenti, poco costanti.
Ciò è vero, e sarebbe una follia affidarsi al solo eolico.

Carlo Rubbia – oramai solo “di passaggio” in Italia – non ha mancato di “tirare le orecchie” al governo per lo strampalato piano energetico di Scajola & Co: riteniamo che un Nobel italiano, il quale sta operando proprio nel campo delle rinnovabili (solare termodinamico), almeno il diritto di togliersi qualche sassolino dalla scarpa (per come è stato trattato…) ce l’abbia.
In qualsiasi Paese – diciamo solo “normale” – sarebbe Rubbia a stendere il piano energetico, anche perché il solare termodinamico sta funzionando benissimo in Spagna, i tedeschi stanno cercando joint venture per installarlo in Africa, Israele ci sta pensando, così l’Algeria, il Marocco…
Insomma, tante nazioni rivierasche del Mediterraneo puntano su sole e vento…e noi – ma saremo proprio i più furbi della nidiata? – pianifichiamo un obbrobrio costoso, tutto d’importazione, meno redditizio e…ancora cantiamo?

Un serio piano energetico dovrebbe poggiare principalmente su tre direttrici: solare termodinamico, eolico e biomasse di scarto. Perché?
Poiché le energie naturali sono anche energie stagionali, ossia dipendenti dalla meteorologia, dalla stagione, dai capricci del tempo.
Se è vero che il solare termodinamico, grazie all’inerzia delle alte temperature generate, riesce a soddisfare anche la richiesta notturna (che è sensibilmente inferiore di quella diurna, circa 1/6), poco può fare quando ci sono prolungati periodi di cielo coperto. In Inverno, ad esempio.
Ma, proprio in Inverno, in Primavera ed in Autunno la circolazione dei venti è consistente, favorendo così l’eolico. Il quale, è certamente meno favorito d’Estate (ampia omeotermia nel Mediterraneo, e quindi ridotta circolazione dei venti), quando il termodinamico raggiunge le migliori rese.

Ogni anno, poi, in Italia generiamo 30 milioni di tonnellate di scarti dell’agricoltura, della silvicoltura e delle industrie di trasformazione (segherie, ecc): scarti “puliti”, non come i rifiuti, materiali che si possono utilizzare ovunque.
Calcolando in circa 4.000 Kcal/Kg l’energia che si può ricavare da quegli scarti, essi corrispondono all’incirca a 12 MTEP, ossia a 12 Milioni di Tonnellate di Petrolio, circa il 6% del fabbisogno energetico nazionale.
Di più: proprio perché quegli scarti non inquinano, potrebbero essere utilizzati in un ciclo combinato, ossia per produrre energia elettrica e riscaldare le abitazioni con il vapore esausto delle turbine.
Oggi, nelle centrali termoelettriche, il rendimento non supera il 35%: la gran parte dell’energia se ne va, sprecata, nei fiumi e nel mare, nelle acque usate per il raffreddamento nei condensatori. Nelle centrali a ciclo combinato – proprio perché il calore non viene dissipato bensì utilizzato per riscaldare le case – il rendimento raggiunge già oggi il 60%[9], ma con l’affinarsi delle tecnologie potrebbe migliorare.

Vorremmo proporre una considerazione ed un’esortazione.
Abbiamo fior fiore di tecnici e ricercatori, bravissimi, in grado di progettare e migliorare qualsiasi settore energetico: sanno fare bene il loro lavoro, al punto che alcune piccole industrie lavorano come sub-contraenti per l’industria eolica. Abbiamo aziende in grado di produrre meccanica di precisione, elettronica di supporto, ecc: non sono questi i problemi.
Mancano filosofi.
Ci vogliono persone in grado di dialogare, di proporre, di valutare – senza pelli di salame agli occhi – le future scelte.
Avere un Rifkin sarebbe chiedere troppo?
Forse mi sono sbagliato, i “filosofi” ci sono: non mancherà, per caso, chi li dovrebbe interpellare? Ad ascoltare certe fregnacce televisive, il dubbio viene.
E veniamo all’esortazione.

Prima di gettare nel nucleare del 2020 miliardi che, per ora, manco ci sono, perché non modificare il piano energetico – a questo punto suddiviso su più esercizi finanziari e con “ritorno” quasi immediato degli investimenti, non nel 2020 – su quelle tre direttrici come esperimento pilota?
Tralasciamo, in questa sede, altre forme d’energia, il risparmio energetico e il dilemma di scegliere fra grandi impianti oppure sistemi per l’autosufficienza energetica: la questione diverrebbe troppo complessa, e ci torneremo in un prossimo articolo.
Restringendo l’indagine a questi soli tre sistemi di produzione energetica: quale scenario potremmo ipotizzare?

Alcune centrali termodinamiche nel Sud, “campi” eolici in mare e centrali a biomasse laddove c’è più produzione di scarti agricoli. Poi, fra pochi anni – da tre a cinque, non nel 2020 – potremmo già tracciare delle conclusioni, verificare i problemi, migliorare i sistemi, ecc.

Distribuendo i campi eolici al limite delle acque territoriali (12 miglia, circa 23 Km, invisibili da terra), in tre zone ben definite: le coste adriatiche pugliesi, il Canale di Sicilia e l’area a Sud di capo Teulada, l’incostanza del sistema eolico sarebbe compensata dalla distanza poiché, chiunque abbia un minimo d’esperienza di mare, sa che è praticamente impossibile avere le medesime condizioni di vento in aree così distanti.

Le centrali a biomasse potrebbero sorgere nei pressi di grandi città della pianura padana (forte produttrice di scarti agricoli), così da non incorrere in significative perdite per il trasferimento sulla rete elettrica di distribuzione e facilitando, per la stessa ragione, il teleriscaldamento delle abitazioni. Funzionando prevalentemente durante l’Inverno, compenserebbero la scarsa produzione termodinamica.
Un’accorta programmazione – dato che il trasporto delle biomasse è uno dei principali fattori di costo – prevedrebbe, in parallelo, di riattare la rete fluviale italiana, dal Po ai canali limitrofi, compresa l’area veneta, ed un maggiore impulso alla navigazione di cabotaggio. Sono interventi non molto costosi, per altro finanziabili in parte con fondi europei.

Per le centrali termodinamiche servono poche parole: che fine ha fatto la modesta centrale sperimentale di Priolo Gargallo, appaltata all’ENI per la costruzione e la messa in esercizio? Di questo passo, potremmo dare in appalto l’Arma dei Carabinieri ad una holding paritetica fra Mafia, Camorra e N’drangheta.
In realtà, il termodinamico sta avanzando nel Pianeta[10], e in Spagna stanno passando dalle prime centrali da 50 MW a quelle, in fase di progettazione, da 300 MW. Se e quando funzionerà Priolo Gargallo, sarà una delle prime centrali progettate, ma avrà la minor potenza fra tutte le altre: 5 MW.
Tutto questo, nonostante Rubbia abbia dimostrato che una superficie di specchi pari a quella compresa all’interno del raccordo anulare di Roma provvederebbe, da sola, ad un terzo del fabbisogno nazionale.

Concludendo, potremo riassumere la faccenda in poche considerazioni.
I dati sui costi reali dell’energia nucleare sono soggetti ad una continua disinformazione e facciamo notare che, nella nostra analisi, non abbiamo considerato i costi dell’Uranio né quelli del personale e neppure la custodia delle scorie, assai onerosa, come avevamo già analizzato nel nostro “Vattelapesca forever”[11].
Programmare delle centrali per il 2020 è un’operazione molto azzardata, poiché il costo dell’Uranio ha goduto, dal 1990 in poi, di un importante calmiere del prezzo, dovuto allo smantellamento di moltissime testate belliche del dopoguerra (gli accordi SALT, ecc). Oggi, quella “manna” è terminata, ed il prezzo dell’Uranio – che influisce sulla produzione elettrica per un 5-10% – è in costante aumento.
Nel 2020 non sappiamo a quanto arriverà il prezzo del minerale, poiché dieci anni – in mercati così volatili – possono riservare di tutto: vento, sole ed acqua costeranno quanto costano oggi, cioè niente. Le tecnologie per captare le energie naturali, al contrario, man mano che s’affinano e migliorano abbassano il costo del KWh prodotto.
Da ultimo, ricordiamo che il costo d’impianto oggi stimato per il nucleare è di 2,2 milioni euro per MW, mentre quello dell’eolico è di un milione per le installazioni a terra e di 1,3 milioni per quelle in mare.
Perciò, la scelta insensata va oltre la querelle sulla sicurezza delle centrali: si costruiscono obsoleti macinini ad Uranio e non si guarda oltre. Siamo un paese vecchio, che teme le novità, la ricerca, la sperimentazione. Nuove verità che affossino antiche credenze mettono in dubbio false sicurezze: ma, le false certezze, sono destinate da sole a crollare.

Non siamo ingenui: conosciamo perfettamente la ragione che conduce l’Italia lontano dalle fonti rinnovabili e ad affidarsi, quando quasi tutti gli altri lo stanno abbandonando, al nucleare.
Qualsiasi produzione energetica che necessiti di un rifornimento costante di materiali produce flussi di denaro e, su quei flussi di denaro, la corruzione crea enormi ricchezze per i soliti noti.
Per quanto ci possa consolare il pensiero che corruzione e lobbismo siano radicati ovunque, non c’è terra dove la corruzione sia quasi “istituzionale”, come avviene in Italia. Condite “l’insalata nucleare” italiana con un po’ d’ignoranza e tanta voglia di soldi sicuri da distribuire ai famelici appetiti della politica e dei baroni dell’economia, ed ecco la risposta.

La questione si sposta dunque dal settore tecnico alla politica: ci rendiamo conto che, per molti, questa è la classica scoperta dell’acqua calda, ma riteniamo che ogni tanto sia necessario “rinfrescare” le idee. Soprattutto a coloro i quali, dopo le elezioni regionali, si vedranno “recapitare” una centrale nucleare sulla cocuzza: mentre ENEL ed ENI si fregheranno le mani contente – e con esse il Tesoro, che ha importanti partecipazioni azionarie in entrambe le holding – quei “fortunati” vedranno le loro abitazioni precipitare ad un terzo del loro valore. Contenti loro.

Cosa possiamo fare?
L’unica forza politica che ha lanciato una petizione contro la costruzione delle centrali nucleari è stata “Per il Bene Comune”[12], la quale ha consegnato le prime 50.000 firme alla Presidenza della Repubblica, senza che – fino ad ora – sia giunta risposta (se gli amici di PBC hanno novità in merito, saremmo felici se ci aggiornassero, nei commenti o direttamente all’autore).
PBC non ha passato sotto silenzio che il referendum del 1987 fu un pronunciamento contro l’energia nucleare nel nostro Paese: si potrà affermare che il meccanismo di qualsiasi referendum abrogativo prevede l’abolizione di una norma, come in quel caso furono abrogate le norme che prevedevano l’impianto delle centrali di Caorso e di Montalto di Castro (semplifico un po’ la questione).
In pratica, furono abrogate le norme per quelle centrali, ed oggi ci sono nuove norme (emesse dall’attuale governo) che, per essere parimenti abolite, necessiterebbero di un altro referendum. Questo è il “corso” giuridico.

Non ci si può, però, nascondere dietro ad un dito perché gli italiani – concediamo che la vicenda di Chernobyl abbia, all’epoca, modificato i consensi – si pronunciarono chiaramente contro il nucleare. Oggi, sono favorevoli?
Per niente.
Secondo una ricerca effettuata da “Il Sole 24 ore”[13] – che non è certo una fonte “comunista” – solo il 26,3% degli italiani è disposto ad accettare una centrale sul proprio territorio. E, tutto questo, nonostante il buon Mannehimer si sia tanto dato da fare per organizzare – lo scorso 12 Novembre 2009 – un bel convegno con un titolo che era tutto un programma: “Energia nucleare: la gestione del consenso[14].
Insomma, ‘sti italiani sono contrari, lo erano già nel 1987: come facciamo a farli cambiare opinione? Va da sé che se la sono “sparata” fra di loro e basta: di voci contrarie, manco l’ombra.
Il buon Mannheimer deve aver fatto un bel flop, tanto che il governo sarà costretto a militarizzare le aree delle centrali.

E l’opposizione?
L’UDC è favorevole, mentre Di Pietro ha recentemente dichiarato di voler promuovere due referendum abrogativi[15], contro il nucleare e la privatizzazione dell’acqua. Ma, Di Pietro, è la stessa persona che si alleò con il Presidente della Regione Molise Iorio (all’epoca, Forza Italia) contro il primo “campo” eolico italiano off-shore. La vicenda è comica, e la trattammo in “Venti nucleari”[16].
Farà seguire alle parole i fatti? Ah, saperlo…
Non è il caso di chiederlo al PD – che, paradossalmente, si dichiara contrario al nucleare e favorevole all’eolico[17] – per il problema che, loro, prima dovrebbero trovare il PD.

Perciò, l’unica via da seguire è appoggiare PBC nella sua petizione e chiedere, finalmente, a Pietruzzo cosa vuol fare da grande. Ha un partito, è in Parlamento, può lanciare la raccolta di firme: il 75% degli italiani non vuole quelle centrali.
Se ci sei, Pietruzzo, batti un colpo: altrimenti, taci.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

Ringraziamo Truman Burbank per essersi reso disponibile alla revisione del testo.

[1] Vedi : http://www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=87890&idCat=81
[2] Fonte: http://titano.sede.enea.it/Stampa/skin2col.php?page=eneaperdettagliofigli&id=127
[3] Vedi : http://www.greenpeace.org/italy/news/olkiluoto-nucleare
[4] Fonte: http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/comunicati/costi-nucleare
[5] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/ambiente/nucleare3/decreto-legge-siti/decreto-legge-siti.html
[6] Fonte : Immacolata Niola (Cattedra di Merceologia, Università di Napoli Federico II) – La nuova frontiera dell’energia eolica : lo sfruttamento delle risorse off-shore – pubblicato su Ambiente, Risorse Salute – Numero 105 – Settembre/Ottobre 2005.
[7] Fonte: http://www.ecoage.it/eolico-costo-aerogeneratori.htm
[8] Vedi: http://atlanteeolico.erse-web.it/viewer.htm
[9] i: http://www.latermotecnica.net/pdf_riv/200907/20090713003_1.pdf
[10] Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Impianto_solare_termodinamico
[11] Vedi: http://www.carlobertani.it/vattelapesca_forever.htm
[12] Vedi: http://www.perilbenecomune.org/index.php?p=24:6:2:119:198
[13] Vedi: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/10/nucleare-sondaggio-italia.shtml?uuid=9b96e626-b34b-11de-bd42-b647cd45635a&DocRulesView=Libero
[14] Vedi: www.enea.it/eventi/eventi2009/EnergiaNucleare121109.pdf
[15] Fonte: http://www.zero321.it/index.php/component/content/article/53-novara/2602-di-pietro-a-novara-due-referendum-abrogativi-per-il-nucleare-e-lacqua-appoggio-convinto-a-bresso
[16] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2009/03/venti-nucleari.html
[17] Vedi: http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?ID_DOC=51529

10 gennaio 2010

La nuova generazione: Pegaso contro Furia?


Questo è un lungo articolo, ve lo dico subito, così chi non se la sente d’affrontarlo può tranquillamente rivolgersi ad altro. E’ dedicato al problema di chi scrive, di chi legge, del loro rapporto dialettico e simbiotico, della possibilità che da questi rapporti ne possano nascere altri, più soddisfacenti per tutti, di natura politica e sociale.

Scrittori, giornalisti e bloggher

Tutti sappiamo scrivere, il problema è come si scrive. Per quanto riguarda gli aspetti più tecnici della scrittura (ortografia, grammatica, ecc), un semplice programma come Word aiuta parecchio, giacché individua gli errori, o quasi. I veri problemi sono stilistici, ovvero dare coerenza al testo, e questo s’ottiene “sposando” l’argomento della trattazione con uno degli stilemi tradizionalmente usati nella letteratura italiana. Così, una trattazione scientifica avrà gli stilemi del saggio (precisione, linguaggio sintetico, citazioni, ecc) mentre un racconto userà un linguaggio più onirico, la favola, la suspense, ecc.
Queste sono, però, regole di massima, giacché un bravissimo scrittore potrebbe raccontare la sintesi delle proteine con lo stile della favola, ed a soluzioni del genere ricorrono gli scrittori della letteratura rivolta ai ragazzi, ma non è detto che non si possano ottenere buoni risultati anche con gli adulti.
Il mestiere di chi scrive, dunque, è quello di coordinare tutti questi aspetti e farli convivere armoniosamente.

Simili “percorsi” avvengono nella musica, laddove la parte “tecnica” vi potrà rendere perfetti esecutori, mentre per diventare “musicisti” ci vuole l’ispirazione e parecchio “mestiere”. Le doti che consentirono a Beethoven – oramai sordo – di scrivere la Nona Sinfonia senza averla mai ascoltata. Oppure, come per Grieg, scrivere il Peer Gynt in una baracca che sorgeva in un fiordo, dove non c’era nemmeno un pianoforte. I musicisti possiedono la cosiddetta “scala assoluta” nella mente: potrete osservare, nel film “Amadeus” di Milos Forman, come (probabilmente, è solo un esempio) Mozart scrisse il Requiem. Tutti i musicisti dell’epoca scrivevano senza provare nulla: in un certo senso, la procedura è simile nella stesura del software, quando il testing (ossia, provare le sezioni di un programma) avviene solo dopo la scrittura (implementazione).
E i parallelismi fra i due mondi – letteratura e musica – non s’arrestano qui: la punteggiatura, per lo scrittore, ha molto della scelta del tempo per il musicista, mentre il poeta è senz’altro più correlato alla musicalità del testo.
L’ultima cosa – last but not least – è avere qualcosa da raccontare.

Tutti abbiamo qualcosa da raccontare: quando, stesi sul letto o in poltrona, di fronte al mare o sotto un albero d’Estate chiudiamo gli occhi, le immagini appaiono da sole. Fateci caso.
Le prime volte non presteremo troppa attenzione a queste fantasie – potrebbe anche essere un sogno erotico sulla vicina di casa – ma, se comprendiamo dove inizia il filo d’Arianna che conduce a raccontare, quel sogno erotico potrà diventare un racconto erotico, oppure la vicina viene misteriosamente uccisa e allora “parte” il giallo a sfondo erotico/sessuale. Ancora: la vicina scompare, nessuna sa più niente di lei. Il mistero, la scomparsa, l’Africa dov’è fuggita con un altrettanto misterioso amante, e via a descrivere persone, luoghi, situazioni…
Il percorso l’ho indicato, ma non è detto che tutti riescano a percorrerlo: anche disegnare o dipingere è un “percorso” tecnico e d’ispirazione, ma non sono mai riuscito ad andar oltre un disegno infantile.
Alcuni possiedono personalità poliedriche, che consentono loro d’esprimersi in più campi e con più mezzi: sta a noi capire a quale universale apparteniamo, senza crederci subito chissà chi, ma nemmeno castrare immediatamente le nostre potenzialità.

Gli scrittori – nella semplice accezione di chi scrive ed ha qualcosa da raccontare – scelgono poi diversi campi nei quali proporre la loro comunicazione: libri, giornali, blog. Da notare che, oggi, tutte queste forme sono perfettamente fruibili in modalità cartacea ed elettronica.
Spesso, nei commenti ad un articolo, qualcuno obietta che l’argomento è sì interessante, ma non completamente svolto: questo, è il limite dell’articolo. Per rendere quel testo completamente esauriente, lo scrittore sarebbe stato costretto a “sconfinare” nel saggio, ma a quel punto la lunghezza del testo avrebbe scoraggiato molti lettori ad affrontarlo.
Così, chi scrive, tende ad auto-limitarsi, cosciente che – per semplici questioni di tempo, stanchezza o poca abitudine ad affrontare testi lunghi e complessi – la gran parte dei lettori rifiuterebbe la lettura. E, qui, si apre un nuovo scenario.
Chi, oggi, legge?

Una delle conquiste della società moderna è stata la sconfitta dell’analfabetismo: almeno, la grossolana sconfitta dell’analfabetismo. Ecco un esempio d’argomento tronco: se dovessi argomentare sugli attributi dell’analfabetismo (tradizionale, di ritorno, parziale, ecc), sarebbe necessaria una pagina in più.
Stabilito che solo una piccola parte della popolazione non sa leggere un testo, man mano che il livello degli argomenti proposti (ed il corrispondente linguaggio) aumentano per complessità, cala il numero dei lettori in grado di comprenderlo.
I quali, però, mantengono immutato il loro diritto di critica: questo spiega molti commenti campati per aria, che non hanno coerenza. Insomma, la classica situazione di chi indica il cielo e nella quale c’è chi s’ostina ad osservare il dito. Perché?
Beh, riflettiamo su una semplice constatazione: prima della Seconda Guerra Mondiale, poche persone superavano le scuole elementari. Dopo la guerra, divenne uno “standard” la terza media: per una maturità superiore, conseguita da quasi tutta una generazione, bisogna giungere ad oggi. Per questa ragione l’informazione sul Web è principalmente fruita da persone più istruite.
La circolazione dell’informazione, come oggi la conosciamo, vive solo da un decennio: prima, o acquistavi un giornale, oppure nulla. Questo, ha cambiato profondamente il mondo della comunicazione, e siamo solo agli inizi.
Ovunque, sul Web, troviamo informazione su tutto: vuoi preparare un piatto da gran chef? Vai al sito delle ricette. Vuoi sapere qualcosa di più su Giustiniano? Eccoti servito.
Ma, siamo preparati ad affrontare questo mare d’informazione?

Questo spiega la gran diffusione dei blog, ma non cadiamo nell’errore di pensare che il blog non esistesse prima di Internet: mai madre, a sua insaputa, è una bloggher giacché da decenni tiene un diario.
Il blog, questo è e non altro: importantissimo, poiché istantaneo. Se siamo riusciti a sapere molte cose sulla sporca guerra in Iraq, lo dobbiamo ai soldati americani i quali – muniti di palmare e di telefono satellitare – inviavano direttamente i post sui loro blog negli USA, spesso by-passando la censura dei giornalisti ufficiali, i cosiddetti “embedded”.
Il limite del blog è spesso lo spazio: nato come il successore elettronico del diario, mal si presta per analisi lunghe e dettagliate, anche se è tecnicamente possibile.
Nei blog, s’incontrano nello stesso luogo due diversi tipi di lettori: coloro che sono alla ricerca di un’informazione a largo spettro, forzatamente superficiale, con quelli che desiderano, invece, approfondire.
Ne nasce una confusione di termini: chi scrive su importanti siti si ritiene un giornalista, ma non c’è “giornale” in senso stretto, mentre anche le grandi testate, se vogliono sopravvivere, sono state obbligate a migrare sul Web ed a concedere i commenti, pur debitamente “purgati”.

La febbre del commento ha oramai pervaso tutto il Web: tutti vogliono commentare su tutto, sempre. Perché? Poiché, con la chiusura di tutti gli spazi di democrazia partecipativa tradizionale – talvolta solo effimeri consessi, ma pur sempre qualcosa – l’unico luogo dove farsi ascoltare è rimasto il Web. Riflettiamo sul significato e sulla partecipazione alla vita politica dei partiti in ambiti locali – il dibattito nelle sezioni – di pochi decenni or sono, e confrontiamolo con il canale a senso unico della politica in TV.
Dopo la prima Samarcanda – nella quale si correva il rischio d’incontrare non diciamo proprio il cittadino comune, ma almeno il presidente di una sconosciuta associazione, il responsabile di uno sperduto centro sociale, ecc – sono arrivate trasmissioni dove i tempi vengono suddivisi fra i politici con il manuale Cancelli. E la gente? Parterre, claque e basta.
Ovvio che, se nessuno m’ascolta, appena trovo uno spazio mi ci butto a pesce, e questo è l’aspetto positivo.
L’aspetto negativo, che finisce spesso per depotenziare totalmente la comunicazione nei siti dove si commenta, è che la critica ha dei canoni. Per carità: non tiriamo fuori la solfa della critica “costruttiva”, che fa tanto politically correct! D’altro si tratta.
Lo scrivente, che sa assai poco d’arti figurative, quando si trova (magari accompagnando una scolaresca in gita) di fronte ad un edificio di pregio architettonico o ad un quadro, esprime sempre dei giudizi estetici personali: mi piace, è armonico. No, non mi piace, ecc.
Mai, mi lancerei in analisi del tipo «L’abside ha pregevoli forme, mentre il transetto sembra incoerente, per stile e forme, con il resto del…» e così via. Cosa ci ricaverei? Probabilmente una brutta figura.

Invece, nei commenti, persone che non sanno nulla di petrolio o d’energia (e si capisce subito) si mettono tranquillamente a dissertare, assicurando che sì, è evidente che il petrolio ha origine inorganica. Oppure che no, non è vero.
Entrambe le critiche necessiterebbero di spazio e d’argomentazioni a sostegno: allora, come si risolve? S’incolla un bel collegamento ad un video ed il gioco è fatto. Giusto così?
No, perché qualsiasi contenuto esterno va presentato mediante un abstract: se ricorro ad un parere esterno, dovrò comunicare le ragioni che mi hanno condotto a sposare quella tesi. Perché? Poiché il collegamento esterno potrebbe contenere, a sua volta, imprecisioni e dubbi, e quindi non sortirebbe altro effetto che confondere ulteriormente.
Esempio: si fa presto a citare il rapporto Leuchter per quanto riguarda le camere a gas naziste ma…qualcuno ha provato a sondare le varie ipotesi per capire se sono fondate, oppure le ha prese per buone e via così? Le pietre che non contengono sufficienti quantità di residui di gas – e questa diventerebbe la prova della non esistenza di tutto l’ambaradan – di che tipo sono? Qual è la permeabilità ai gas di quel tipo di roccia? La curva di decadimento, per la concentrazione di quello specifico gas e per quel tipo di roccia, è conosciuta?
E questo vale per il mutamento climatico, per questioni finanziarie, per molte tesi “complottiste”, ecc.
Può commentare, dunque, solo chi è esperto, ha certezze che derivano dal suo curriculum studiorum? Non è detto: anche il grande “esperto” prende gran cantonate.
Come si può, allora, commentare?

Lo sforzo di commenta è, se non proprio pari a quello di chi scrive, di poco inferiore: la critica comporta l’attenta comprensione di un testo, l’approfondimento delle parti che si considerano dubbie e, infine, l’implementazione di una diversa coerenza che sia credibile, solida.
Secondo il metodo scientifico post-galileiano – dalle parti di Russell e Popper – è compito della critica proprio vagliare la produzione letteraria, saggistica, scientifica, ecc degli autori, giacché è solo sapendo che il proprio lavoro sarà attentamente vagliato che si distruggono gli assolutismi, di qualsiasi natura. Non riteniamo, però, che Russell e Popper considerassero come valida critica un commento del tipo: “E’ solo una str…zata: ascoltate qui, su http//www.youtube…”

Comunicazione, politica, cambiamento

Per quanto ci sforziamo, non troviamo nella Storia un solo evento nel quale un giornale (principale media dell’epoca) sia riuscito a scatenare un mutamento politico. Della serie: domattina, ore 8, tutti in piazza per…
E’ altrettanto vero, però, che i grandi mutamenti sono stati tutti catalizzati dall’informazione, almeno nella Storia Moderna e Contemporanea.
Che ne sarebbe stato della Rivoluzione Francese, senza gli Enciclopedisti? E di quella sovietica, senza il lavoro teorico prima di Marx e poi di Lenin? Tutte le grandi rivoluzioni – a partire da quella inglese – giunsero dopo l’invenzione della stampa.
Ma, sull’altro versante, c’erano condizioni sociali veramente estreme: perdita delle Terre Comuni, fame, carestie, guerre. Ed un’avanguardia in grado d’interpretare quei fenomeni.
Chi si aspetta, quindi, che l’informazione “a 360 gradi” sul Web, con libertà di commento – e dunque bi-direzionale – possa condurre da sola a nuove formazioni politiche – le quali produrranno quel cambiamento che in tanti aspettiamo, per veder scomparire nel ricordo questo brutto palcoscenico della politica italiana e far posto, almeno, ad un Paese “normale” – è un illuso.
Sull’altro versante, l’unica via per incrinare l’apparente, cristallina solidità degli apparati di potere, è l’informazione. Una contraddizione in termini? No.

Galileo accettò il verdetto dei cardinali ma, la prima cosa che fece appena riconquistata la piena libertà, fu inviare ad Amsterdam i suoi manoscritti affinché fossero pubblicati: Amsterdam, al tempo, non era più nelle generiche “Fiandre”, bensì nelle Zeven Provincien, le Province Libere. Liberate dal potere della Chiesa Cattolica con l’affrancamento dalla corona di Spagna.
Durante il Fascismo, vi furono numerose pubblicazioni clandestine – che circolavano in Italia ma, soprattutto, all’estero – e in quelle pubblicazioni il dibattito politico, negato dal potere, proseguì. Altrimenti, col cavolo che nel 1947 ci sarebbe stata una classe politica d’alto livello, in grado di scrivere una delle migliori costituzioni del Pianeta!
Per certi aspetti, il Web è oggi una pubblicazione clandestina, tanto è vero che vi sono molti, bravissimi scrittori, analisti, ecc…i quali, però, devono rimanere confinati sul Web, altrimenti sarebbero dirompenti per l’establishment. Che fine fecero fare a Benettazzo ad Anno Zero? Lo presentarono come un orfanello naif, una specie di grillo parlante. Trascurarono persino di presentarlo, e si dimenticarono anche – che caso! – di ricordare che aveva previsto con largo anticipo la crisi finanziaria. La stessa cosa avvenne con Chiesa e Blondet per l’11 Settembre, i quali furono abilmente immessi nell’arena, per recitare la parte del toro nella corrida.

Il media TV ha i suoi canoni di media mono-direzionale, ed a quella legge nessuno scampa: anche il giornalismo d’inchiesta, in TV, segue lo schema del reality. E’ intrattenimento politico, non dibattito.
Nessuno, sul Web, si sognerebbe di “in-trattenere” qualcuno perché mancano gli schemi per farlo: ovvio che si cambia canale come si cambia sito, ma in TV c’è lo spettacolo, i tempi sono orchestrati proprio all’insegna del veloce mutamento, per non “annoiare”. Così, si rimane annoiati da una serie di cambiamenti repentini, mentre s’attende il “coup de théâtre”. Che non giunge mai.
Non sono i contenuti, ma i tempi ad essere diversi. Leggere attentamente questo articolo, comporta una concentrazione che nessun media TV richiede: per contrappeso, le informazioni, i contenuti degli articoli rimangono ben impressi, fanno scaturire ulteriori dubbi, approfondimenti, ecc. La TV è, per antonomasia, usa e getta.
In altre parole, la pazienza del leggere e del ponderare quel che si legge è la “molla” che ci consente di salire di un livello nella comprensione della realtà: svuotati di tutto l’ambaradan pubblicitario e spettacolare, restiamo soli con un testo, noi e la nostra Gestalt. La TV non consente Gestalt, perché è lei stessa a fornirne una, pre-confezionata.

Ovviamente, chi segue questi percorsi, impara rapidamente e, altrettanto velocemente, desidererebbe quei cambiamenti che gli sembrano, oramai, tanto semplici quanto scontati. Vive, oramai, da Pegaso in mezzo alle mandrie che corrono nella prateria.
Si scontra, però, con la differenza – a questo punto “interpretativa” – della realtà che i due mezzi propongono: per questo le giovani generazioni (più informatizzate) sono più propositive, addirittura pragmatiche nella ricerca delle soluzioni. Man mano che si passa dal Web alla TV, le soluzioni proposte sono sempre più ingabbiate da preconcetti, giacché il media TV veicola, oltre allo spettacolo, una serie di limiti che diventano di fruizione quasi subliminale.
Ponete attenzione a quante volte viene citato l’aggettivo “corretto”: tale aggettivo passa come sinonimo di “giusto” ed invece è falso. Il verbo latino corrigo ha ben altro significato, mentre il Corregidor spagnolo era un ufficiale di nomina regia che aveva compiti di controllo coloniale. Altro che “giustizia”.
Così, anno dopo anno, vi diranno, vi ripeteranno che è necessario essere “corretti” e fabbricheranno un bozzolo intorno alla vostra personalità, al punto che sarete voi stessi a “correggervi” prima d’aprir bocca.

Sull’altro lato della via, invece, la libertà è totale e sconfina spesso in licenza. Non si tratta solo di un problema d’educazione, ma di pragmatismo.
Il dibattito sulla Shoà è spesso uno dei più crudi: non si lesinano insulti e minacce ma, a ben vedere, è quello che fornisce più frecce all’arco d’Israele per la sua politica terroristica nei confronti dei Palestinesi.
Indubbio che, sotto l’aspetto storico, la libertà di discutere deve essere garantita…ma…conviene? Forse che Irving o Trevor Roper mutarono una sola delle loro tesi, per un commento su un quotidiano o sul Web? No, però ci sarà chi sfrutterà quel commento per demonizzare tutto un sito.
Quando, un sito o blog seguito, con buone “penne”, riesce ad incidere?
Semplicemente quando fa quello che fanno tanti siti e blog: continuando a fornire informazione, a smascherare le pacchiane falsità, oppure ad indicare altre interpretazioni per un fenomeno che viene spacciato per unico ed inconfutabile.

Qui, dissento in parte con Paolo Barnard sulla necessità d’avere una struttura come lui l’ha indicata, ossia ben organizzata e, soprattutto, finanziata.
Certo, non ci sarebbe nulla di male a scrivere dandosi una veste redazionale – sicuramente la qualità del lavoro migliorerebbe – ma dubito che quella struttura sarebbe in grado di catalizzare la presa di coscienza della colossale finzione nella quale siamo immersi. Ossia, potrebbe fare senz’altro di più, ma l’errore sarebbe attendersi solo dall’informazione quel “go” verso il mutamento politico che l’informazione, storicamente, non ha mai avuto.
Inoltre, sono molto pessimista al riguardo di possibili “mecenate” che volessero sorreggere il reddito di cittadinanza, l’energia pulita, il riconoscimento del comunitarismo come valore fondante del vivere sociale…insomma, tutto quello che i tanti “Pegaso” del Web discutono da anni.
La Storia muta ogni istante, lentamente, inesorabilmente e, con essa, cambiano le nostre vite. Poi, apparentemente in maniera stocastica, succedono eventi di grande portata, che producono accelerazioni impensate solo la settimana prima. Pensiamo alle rivoluzioni, ma anche all’11 Settembre, che ha accelerato la caduta degli USA come dominatori assoluti del Pianeta.
Io credo fermamente nella forza e nell’importanza dell’informazione – e ritengo che il Web oggi sia un elemento veramente cruciale per la casta politico/affaristica al potere – però non penso che da siti o blog possa nascere qualcosa che, domani, sarà un nuovo soggetto politico. Forse potrebbe accadere in Germania – dove per fondare un partito bastano 50 firme – non certo in quest’Italia destinata inesorabilmente al disastro. Dopo una catarsi? Forse: scrivo articoli, non profezie.

L’aspetto economico

Da quando è nato il Web nella sua attuale forma, ovvero scambio d’informazione a largo raggio – poco più di un decennio – va per la maggiore che, chi produce cultura, debba farlo gratis.
Nessuno si salva; la musica finisce subito nei circuiti peer to peer, come i film, mentre per la letteratura il problema è presto risolto: scrivi ciò che ti passa per la testa sul tuo sito, sul tuo blog, su Facebook e noi leggiamo.
Peccato che non esistano paralleli circuiti per lo scambio gratuito delle carote, e la motivazione è semplice: le carote non possono essere scambiate, bensì solo consumate.
Per questa ragione – ossia per sostenere l’importanza di chi creava beni immateriali – tutte le normative prevedevano (e, tuttora, prevedono) la protezione del Diritto d’Autore: se, per la letteratura, sono gli stessi autori a preferire (vedremo dopo perché, come, ecc) la pubblicità dei loro scritti, così non è per la musica e per il cinema.
Con un’interpretazione della Corte di Cassazione, la quale equiparava lo scambio sui circuiti peer to peer al prestare un libro, oramai va per la maggiore che sia legale, o quasi (anche se non è vero), scaricare di tutto. Non sarà legale al 100%: però, indubbiamente tollerato.
Vi siete mai chiesti la ragione, per la quale tanta manna ci viene concessa?

E’ raro che leggiamo i patrocini ed i ringraziamenti all’inizio ed alla fine di un film, e facciamo male: sempre più spesso, all’inizio, compaiono una serie di patrocini che dovrebbero far riflettere.
“Sotto l’alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica”, “Si ringrazia la Regione XY per l’aiuto offerto”, “Con la fattiva collaborazione del Comune di…”, “Con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio”, eccetera.
Siccome le sale cinematografiche, a parte le città, non esistono più, ed anche nei grandi centri sono oramai una frazione di quelle che c’erano un tempo, gli introiti al botteghino sono molto ridotti rispetto al passato. Dopo qualche mese (in genere, sei), il film passa nel circuito dell’Home Video e, dopo pochi giorni, compare la prima copia sui circuiti di scambio.
Le case di produzione s’affidano allora a delle strutture le quali, immettendo altri film nel circuito con lo stesso nome (in genere, film pornografici), tentano di “stancare” chi scarica: certamente rallentano il fenomeno, ma i programmi per lo scaricamento diventano sempre più raffinati nello riuscire a distinguere anzitempo le copie fasulle. E’ un guerra persa, ma tollerata.
Potrà senz’altro far piacere possedere migliaia di film, ma l’effetto che si produce sul fronte della produzione sono i mancati introiti: per questa ragione, i registi ed i produttori – con il cappello in mano – iniziano a “battere” le stanze della politica, a tutti i livelli, per mettere insieme i capitali necessari alla produzione di un altro film.
Ovvio che, chi dà dei soldi, non desidera essere maltrattato…anzi, se da quel film la sua immagine ne uscirà meglio…allora…meglio per il produttore, che la prossima volta otterrà altri spiccioli!
Ergo: con questi mezzi, la politica s’impadronisce delle leve della cultura cinematografica.

Chi ha saputo leggere fra le righe de “Il Caimano”, qualcosa avrà compreso, ma c’è un’ulteriore complicazione: il Presidente del Consiglio è anche il principale editore televisivo, che non disdegna qualche “passeggiata” nel mondo del Cinema (Medusa, ad esempio), e poi tutto l’ambaradan dei canali satellitari, delle Pay TV…
Che il gran tourbillon, nel quale finì Vittorio Cecchi Gori, dipendesse tutto dalla ex moglie e dalla Fiorentina…beh, ci si può credere, ma io non ci ho mai creduto. Soprattutto, soppesando il valore, in termini di titoli a listino, posseduto dal Cecchi Gori Group.
Insomma, dopo queste premesse, ci possiamo spiegare come mai non si facciano più veri film di denuncia, di critica all’establishment. Dove sono i “figli” di grandi film come “Finché c’è guerra c’è speranza” oppure “Detenuto in attesa di giudizio” con Alberto Sordi, o “Il caso Mattei” ed i tanti film di Gian Maria Volonté?
Di Sordi non rimane nulla, di Volonté il figlio: meglio Albertone.
Qualche regista prova a fare film che ancora si collochino nella grande stagione italiana del film di denuncia: Virzì, Soldini e pochi altri…ma non hanno più “l’impatto” sociale che ebbero le generazioni precedenti di cineasti, anche perché – per trovare i soldi – quanto dovranno mediare? Quanti portoni dovranno valicare?

La musica rock riesce a salvarsi un pochino grazie ai concerti, ed è proprio per gli scarsi (o nulli) introiti della distribuzione che i prezzi dei biglietti hanno raggiunto livelli esorbitanti. Le altre musiche – a partire dalla classica, passando per l’operistica e per finire con il jazz – si salvano solo più con i contributi pubblici, come del resto il teatro: Baricco cercò d’aprire un dibattito provocatorio sull’argomento[1], ma fu zittito.
La letteratura, invece, ha più “filoni”: libri, giornali, riviste, Web.
Anche qui, assistiamo ad un parallelo fenomeno: anche se nella scuola, oramai, mancano i fondi per pagare i supplenti e qualsiasi attività aggiuntiva, tutte le Finanziarie prevedono un corposo contributo per la stampa.
E, anche qui – non riteniamo di doverci dilungare – un altro clamoroso conflitto d’interessi, con “Libero” o “Il Giornale” che si mettono, proni, a disposizione delle più elementari “necessità” di Berlusconi (ricordiamo il caso Moffo) ed il Governo che ricambia, con tutto ciò che serve per mantenere nell’oro i suoi scribacchini[2].
Chi vuol fare informazione nella carta stampata, dunque, si trova di fronte all’insormontabile problema di trovare un Direttore che gli dia una scrivania, poiché quel Direttore ha decine, centinaia di richieste e “segnalazioni” da parte dei politici, e sa che quelle persone non gli creeranno grattacapi. La qualità? Beh, a parte qualcuno che ancora sa scrivere, il resto…
Avevo già analizzato il problema nel mio “Alì Babà e i Quaranta Ladroni[3]”: chi vorrà, potrà approfondire.

Per i libri, la situazione è diversa ma altrettanto disperante: se una persona sa scrivere, ed ha qualcosa da dire, prima o dopo troverà una casa editrice che lo pubblicherà. Il problema è “quale”.
Difficilmente sarà una grande casa, e per questa ragione il suo libro rimarrà negli scaffali per pochi giorni: dopo, finirà “dietro” e nessuno più andrà a cercarlo.
Chi proprio ci tiene, potrà imbarcarsi in faticosissimi tour, per firmare una ventina di libri in una libreria o dopo una conferenza: le spese, in genere, sono a carico dell’autore.
Tutto ciò, avviene perché la programmazione in libreria avviene come negli ipermercati: la distribuzione fornirà, mesi prima, al libraio i “pacchetti” – tot di questo, tot dell’altro, questo no, aspetta… – ed il libraio accetterà, perché sa che quegli autori, nel periodo corrispondente, saranno in TV, avranno una recensione sul “Corriere”, ecc. Niente di diverso dal vendere prosciutti o banane.

Notiamo, a margine, quanti autori provengano dalle “truppe” della TV: non che non siano bravi, ma è inevitabile chiedersi quanti autori – che non hanno calcato le scene – rimarranno sempre nell’ombra.
Il cortocircuito è evidente: la bravura non è più dell’autore, bensì dell’agente editoriale, delle sue “aderenze” a questo o a quello…dei favori che dovrà ricambiare…inoltre, non dimentichiamo che siamo solo 60 milioni (italiani un po’ meno) e dobbiamo vedercela con i “colossi” di lingua inglese e spagnola, che hanno ben altri mercati, i quali raggiungono la notorietà nel loro bacino linguistico: solo dopo arrivano, a migliaia, le traduzioni. Contate quanti sono gli autori italiani che sono tradotti all’estero.

A questo punto, lo scrittore deciderà di puntare sul Web per farsi conoscere – ma il Web è una riserva indiana, chiusa e controllata – e da lì ha poche possibilità d’uscire.
Ovviamente, ci sono scrittori per necessità e per diletto. Chi cerca di farlo come mestiere, spesso deve arrangiarsi con le traduzioni – mica la Allende, le spiegazioni multilingue di un frullatore – e cercare di guadagnare qualcosa per rimanere a galla. Oppure, fare un altro lavoro part time…ci sono moltissime varianti.
Chi ha già un lavoro, dedicherà una parte del suo tempo alla scrittura, ben sapendo che non guadagnerà nulla o pochissimo.
Personalmente, ho scelto di pubblicare liberamente gli articoli e di mettere a pagamento la mia produzione di narrativa, con risultati non esaltanti, ma già lo sapevo. Per questa ragione, credo poco alle iniziative di giornali on line a pagamento: se non si ha dietro un gruppo editoriale (che ti chiederà sempre qualcosa in cambio), è molto difficile farcela.
Tirando le somme, dunque, uno scrittore che pubblica articoli sul Web è una persona che non ha nessun ritorno economico da quell’attività: c’è chi lo fa come mezzo per avere visibilità (ma da chi?), oppure quasi come volontariato sociale.

Per questa ragione, assistiamo spesso alle lagnanze degli scrittori quando vengono insultati (io per primo) da chi commenta; il diritto/dovere di critica va benissimo, l’insulto – palese o mediato con qualche assurda elucubrazione (il secondo è il più fastidioso) – fa scattare una semplicissima molla: e chi me lo fa fare?
La protesta viene sempre accolta dai gestori dei siti – anche loro volontari, che campano con altri lavori e non ci guadagnano nulla! – perché ci si sente nella stessa barca: insomma, cerchiamo di scrivere qualcosa che non sia la solita Bibbia di regime…e questi c’insultano?
Il risultato è lo sconforto, oppure il dubbio se continuare un’attività la quale – sia dal punto di vista professionale, sia da quello economico – si sa con certezza che non darà nulla. Anche perché, se si desidera un mondo dove tutti ricevano il sacrosanto rispetto che è loro dovuto, non s’inizia insultando il primo che scrive.
Vediamo, allora, chi legge, chi critica, chi insulta e perché lo fa.

L’utente

Le persone che frequentano i siti di controinformazione sono di due tipi: quelle che cercano informazione per l’incompletezza e la faziosità di quella di sistema e quelle che operano per seminare zizzania.
Scartiamo le seconde – a volte definite “troll” – perché sono utenze interessate: non crediamo che la classe politica sia così disattenta al Web.
Le prime, invece, sono molto diverse fra di loro: un tempo, la controinformazione era patrimonio della sola sinistra mentre oggi, persone deluse dai governi di centro-destra, si rendono conto anch’esse che la sbobba è la stessa per tutti. Dunque…

La pessima eredità, che non riusciamo a scrollarci, viene ancora una volta dalla TV: scorrendo i commenti, pare quasi d’assistere alla brutale trascrizione di un dibattito televisivo.
Purtroppo, in questo senso c’è ben poco da fare: o s’abbandona completamente la TV – ed i frutti di tale “privazione” s’iniziano ad osservare dopo mesi, una vera e propria “disintossicazione” – oppure ci si trascina appresso il pessimo vezzo d’imitare un alterco fra La Russa e Di Pietro.
Alcuni siti non prevedono commenti per gli utenti, e sono anch’essi molto seguiti, oppure filtrano attentamente gli interventi: non bisogna, subito, alzare grida di sdegno e di censura, poiché dipende da com’è gestito il filtro. Ovvio che chi insulta va filtrato, ma non è questo il problema: spesso, utenti abili – che operano per scelta politica o tornaconto personale sul Web – appena viene pubblicato un articolo immettono subito commenti fuorvianti, che non c’entrano nulla con il contesto. Lo scopo che si prefiggono è quello di depotenziare l’articolo, conducendo il “flusso” dei commenti in sterili polemiche, estraendo dal contesto una sola frase e facendo in modo che i commentatori si scatenino in un dissidio infinito.

Funari può essere considerato a pieno titolo l’inventore di questo “format”, anche se le tecniche di comunicazione lo prevedevano già prima. Un solo esempio: la “rissa” scatenata da Berlusconi nei confronti Rosy Bindi – “Rosy Bindi è più bella che intelligente” – ha spostato l’attenzione del pubblico sulla sua scarsa educazione (sulla quale si nutrivano pochi dubbi), mettendo in secondo piano fatti assai gravi, vale a dire le sue posizioni processuali, i conflitti istituzionali, ecc.
Seguendo questo “format”, chi commenta collabora poco alla sintesi, all’incontro fra le tesi di un autore ed il pubblico dei lettori – che dovrebbe essere la vera funzione dei siti e blog “aperti” – poiché tutto si perde in inutili chiacchiericci.
I quali, fra l’altro, finiscono proprio per stancare, per primo, chi legge: spesso, ci si guadagna a leggere il solo articolo ed a non prestare attenzione ai commenti. Il che, è tutto dire.

La notorietà

Alcuni sostengono che la notorietà acquisita sul Web sia in ogni modo un valore, qualcosa del quale l’autore può andar fiero. A prima vista così parrebbe.
Se, però, si “gratta” un poco la vernice di questa presunta “notorietà”, si scopre che non esiste. Anzi, talvolta può risultare quasi dannosa.
Stabilito che un autore non ricava nessun (o scarsissimo) ritorno economico dalla sua attività di scrittore sul Web, dobbiamo domandarci quali altri frutti maturi.

Senz’altro “l’applauso” dell’attore dilettante, quel momento di gioia e quella sensazione di trionfo che lo pervade sul proscenio, mentre s’inchina verso il pubblico. Questo è innegabile.
Si tratta, però, di un sentimento assai effimero, che è legato al narcisismo insito nella personalità umana: il quale, però, con il tempo si stempera nell’assuefazione.
Quando si pubblica il primo libro s’attende, trepidando, che arrivino le copie omaggio: dopo qualche pubblicazione, si risponde: «Ah, sono arrivate? Dopo le guardo…»
Stupisce poi notare che, fuori dal mondo del Web, quella notorietà non esiste: anzi, non esiste proprio quell’autore, quella firma, quel giornalista.
Salvo, appena esterna qualcosa che irrita il potere, “sbattere il mostro” in prima pagina – come fece Magdi Allam con me sul “Corriere” – e, in questo modo, invocare strali contro quel mondo d’ignoranti pervertiti, i quali sono solo bloggher e non conoscono, dunque, i canoni della comunicazione. Si tratta, ovviamente, di una posizione strumentale, ma – credetemi – essere sbattuti come “mostri” sul Corriere, o come Caracciolo su “Repubblica”, non è piacevole, per niente.

La Casta sta a guardare, ma non solo: quando scopre che un certo autore è seguito, la prima cosa che fa è contattarlo. Mica lo fa firmandosi con nome e cognome! Giungono bizzarre mail “interlocutorie” – a nome di strane associazioni, con i fini più disparati – le quali cantano tutte la stessa canzone: scrivi per noi, i soldi ci sono.
Qui sta all’autore scegliere: se proteggere la propria libertà d’espressione, oppure arricchirsi. Non sono mai andato oltre una risposta di cortesia, ma conservo quelle mail. Attenti: non uso raccontare frottole.

Conclusione

Dopo questa lunga “galoppata”, dovremmo domandarci cosa si può chiedere ad uno scrittore, giornalista, bloggher…chiunque sia…sotto due, distinti profili.
Il primo è la sua posizione pubblica poiché è evidente che, chiunque scriva, opera mutamenti: impercettibili? Sotterranei? Non è il “grado” ad essere importante, quanto l’evento.
Perciò, è evidente che chi scrive ha una responsabilità: oltretutto, quel che si scrive sul Web è quasi “per sempre”, mica come il giornale di oggi, che domani servirà per incartare le uova.
Personalmente, ho scelto di guardarmi bene dall’avvertire chiunque su quel che dovrebbe fare: stare attaccato alla tastiera, correre in un centro sociale, chiudersi in un monastero. Sono affari suoi. Nessuna rivoluzione è mai nata dai consigli, ma dal mutamento – dialettico – fra le condizioni sociali e la capacità d’interpretare la realtà, in evoluzione, da strati sempre più vasti della popolazione.
L’informazione serve solo a questo: a catalizzare l’analisi e la sintesi, null’altro.
Non ci sono rivoluzioni dietro l’angolo, facciamocene una ragione, e dopo Berlusconi ci saranno Montezemolo, Draghi, Fini, D’Alema, Casini…ed una buona pletora di seconde linee. Fameliche, dopo anni di gavetta. Quindi, si lavora per tempi che potrebbero essere assai lontani.
Quel che conta, però, è fornire informazione che sia il più possibile veritiera, e farlo costa fatica: tanta.
Da qui la decisione, da parte di qualcuno, di chiedere un compenso: non la ritengo affatto una bestemmia, anche perché so quale impegno ci vuole per scrivere. Bene.
Voglio terminare quasi con una battuta.

Quella che osservate alla mia sinistra, nella fotografia, si chiama Gretel. Sono cinque tonnellate e mezza d’acciaio assemblate, nel 1975, in un cantiere olandese a forma di sloop d’altura.
Oggi, hanno bisogno di tanto lavoro per poter riprendere il mare, ed è per me quasi una necessità – in pieno stile comunista, ossia è parte inscindibile della mia personalità – poterlo fare appena andrò in pensione.
Vi prego d’astenervi dai paragoni con D’Alema: fra me e mia moglie mettiamo insieme quasi 70 anni di lavoro, e non abbiamo bombardato nessuno.
Da quando ho pubblicato il mio blog (ma anche prima) ho scritto circa 200 articoli, che hanno letto decine di migliaia di persone. Quale dei due diritti è preminenete? Quello di chi desidera leggere gratis? Il mio, che vorrebbe vederla scendere in acqua già il prossimo anno?
Ovvio che, più tempo dedico a scrivere, meno ne dedicherò alla mia barca: oggi, invece di scrivere, dovrei rifinire il boccaporto di prua che ho appena costruito.
Sarebbe un bel sogno – in pieno stile comunista – se qualcuno rispondesse: nella prossima Estate, prenderò il sacco a pelo e verrò a darti una mano. So saldare, so verniciare, so rimontare le attrezzature.
La parte di lavoro dalla quale sarai sollevato, dedicala a scrivere, perché è giusto che tu lo faccia.
Quanti risponderebbero? Siate sinceri.

Non importa, non fa nulla, perché altri hanno già risposto.
Sono i vecchi amici, le persone che mi onoro d’avere accanto, i quali hanno già risposto: tranquillo – Carlo – il pennello è mio. Oppure: mettimi da parte la levigatrice. Ancora, Carlo: telefona quando vuoi per qualsiasi consiglio, poi verrò io a tesarti il sartiame ed a verificare le attrezzature, sempre che tu ritenga l’esperienza di un ex Ufficiale della Marina Militare (velista) sufficiente.
E, questa – se da un lato è una bellissima storia, ed io sono fortunato in tal senso – mostra tutti i limiti di quella che è la “socialità del Web”. Il problema non è il denaro, bensì la consapevolezza dell’azione.
Solo quando riusciremo ad abbattere la barriere fra di noi, a tornare allo spirito del dono rituale, magari un misero euro, ma dato con la consapevolezza e la gioia di volerlo donare – come praticavano i Nativi Americani – potremo dissertare su un nuovo mondo.
Come vedete, il problema non sono pochi euro dati o non dati che modificano le nostre e le altrui finanze: è la consapevolezza dell’azione che modifica, in primis, noi stessi, per prepararci ad un nuovo mondo. Oggi, saremmo i primi a non esser pronti.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

05 gennaio 2010

Errata Corrige

La villa di Renato Brunetta si trova a Ravello, sulla costiera amalfitana, e non ad Ischia: chiedo scusa agli abitanti ed agli amministratori di Ischia per l'errore, dovuto ad una svista.
Carlo Bertani

Il cesso piange



Fra le tante stranezze che circolano oramai in questo Pianeta, preda d’ogni infatuazione che consenta d’obliare la realtà – ovvero che non sappiamo più dove andiamo, come e perché – ci ha colpito quella del ministro Renato Brunetta, il quale desidera modificare l’art. 1 della Costituzione, trasformando il tema fondante della Repubblica: da “fondata sul lavoro” a “fondata sulla finanza”.
Ohibò, ci siam detti, vuoi vedere che il nostro ha trascorso il Natale a Londra?
Non ne siam certi, poiché i movimenti dei Ministri sono così discreti da diventare impalpabili, come la leggera nebbia che aleggia sul Tamigi, avvolge il London Bridge e s’incunea fra le viuzze nel quartiere di Banks.
Senza voler scendere nelle solite manfrine sulla permeabilità italiota ai gorgheggi britannici – tanto meno dimenarci fra compassi e grembiulini – ricordiamo un raggiante Massimo D’Alema il quale, appena eletto Primo Ministro, si recò in pellegrinaggio al sancta sanctorum della City, che si trasformò – ahimè, per il poveretto, nato all’ombra di fronzuti olivi – nella Perfida Albione.

Viene così da chiedersi poiché il nostro discendente dei Dogi sia così, pervicacemente ed inguaribilmente innamorato dell’apparente signorilità, un po’ dandy, che scorre nelle vene degli emuli del British Empire: forse perché il grande William ambientò alcune opere proprio nella terra d’origine del brevilineo, virgulto veneto? O è preda dei vaneggi, dei canti alla luna inviati all’Empireo da evanescenti economisti che frequentavano Bloomsbury?
E’ veramente difficile trovare una risposta ed avvertiamo il lettore: stiamo scrivendo “a braccio”, e dunque non assicuriamo che il compimento sarà degno di tanto ardore nel tessere le trame di un romanzetto che vorrebbe traghettarsi fra le due sponde, quelle dell’epica e della baruffa. Il rischio è quello di finire nel romanzo d’appendice, tutti gli scrittori lo sanno: perciò, i lettori sono avvertiti.
Quando il dubbio assale, i punti interrogativi s’infiltrano fra i tasti della tastiera e salgono nell’aere, volteggiando nel fumo di sigaretta, è necessario ancorare la barca a solido molo, che è sempre il grande Cipolla.
Forse che il nostro appartiene all’universale degli stupidi?

Avremmo risolto tutto, ma Carlo Maria c’avverte: “lo stupido è colui che riesce, contemporaneamente, a danneggiare sé stesso e gli altri”!
A prima vista non parrebbe il caso del ministrucolo, poiché la furbizia che dimostra nelle sue operazioni immobiliari – una stalla acquistata per pochi soldi a Ravello, trasformata in una multivilla a multipiani di multivalore grazie ad alcuni “accorgimenti” approvati nel piano regolatore da un sindaco, poi “traghettato” direttamente alle sue dipendenze al Ministero della Funzione Pubblica – sembra indicare che il nostro tutt’altro che stupido sia.
Ma, avvertiamo, la definizione di Cipolla va sciolta, sciorinata nel tempo e negli anni: non abbiamo nostradamiche doti, le quali ci consentano di predire aruspici sul futuro dell’ex venditore, minilineo, di minigondole. Perciò, lasciamo il rassicurante ormeggio di Carlo Maria per inoltrarci nuovamente nel mare magnum, ove tutto è possibile, compreso il contrario del vero e del falso, e dove persino i sillogismi aristotelici perdono vigore, sciolti e frammentati dai vapori che il sole trae dall’acqua.

La prima barca che incontriamo è soprannominata “u’ schoeggiu”, lo scoglio: sì, così era appellata la barca di Fabrizio, poiché il poeta-cantore si nutriva più dei paesaggi che delle boline rasentate a sentor di chiglia, con l’antivegetativa all’aria.
Anche qui, la sentenza è pesante e non consente circumnavigazioni: “il cuore troppo vicino al buco del culo”.
Non riteniamo che la sentenza s’adatti al ragazzotto di Riva Schiavoni, poiché viziata da un peccato originale: Fabrizio era anarchico, e non corse mai buon sangue fra gli anarchici e la Magistratura.
E poi, non scadiamo dalla tragedia nella farsa: altrimenti, qualcuno potrebbe credere che il titolo scelto sia riferito ad personam, ossia al rischio che il nostro formichino possa oltrepassare il confine del copritazza, passando così di dimensione, da quella di maya, dell’apparenza, a quella del non essere. Rassicuriamo il lettore: non era questo il nostro intento anche perché, misure alla mano, il nostro è sì poco sviluppato in altezza, ma pingue.

Scapolato l’orizzonte, dove anche lo “scoglio” genovese è sceso, inghiottito dalla lontananza, restiamo soli con le nostre ipotesi che salgono dal mare, s’arrovellano nelle spume e giungono a frangersi su, fino in coperta.
La prima certezza che il Dio Nettuno c’invia, a forma di un delfino che c’accarezza il mascone, è che Renato Brunetta non poteva che esser maschio: sarà poco, lo ammettiamo, ma è pur qualcosa. Grazie delfino.
Se fosse stata una Renata Brunetta non avremmo avuto nessun problema da dibattere: ah, le donne, le donne…sempre capaci di trasformare il Fato avverso ammaliandolo con occhi dolci…così da scapolare anche gli scogli più difficili da dimenticare.
Sei nata piccola? Appena riesci, con i tacchi da equilibrista, a gettare un bacetto sul collo all’amato? “Nella botte piccola c’è il vino buono”. Fatto, risolto: se mi vuoi, sappi che dovrai abbassarti un poco, per bere dalla spina un vino vellutato e carico d’aromi.
Il giorno più importante della tua vita, mentre con l’abito bianco e lo strascico t’appressi alla chiesa, si scatena la maledizione meteorologica? “Sposa bagnata, sposa fortunata”. Come, non ricordi la Giusi, che pioveva a dirotto anche al suo matrimonio, e poi vinse una Mercedes alla lotteria aziendale? E tu corri, bagnato fradicio verso la chiesa, con una fiammante Mercedes stampigliata sulla retina.
Oddio, se il nostro Renato fosse stato una Renata, qualche danno l’avrebbe pur combinato: i poveri figlioli sarebbero stati bersagli d’incessanti analisi finanziarie sulle paghette, il marito conteggiato alla voce “attivi” e la suocera a quella “passivi”, ma tutto sarebbe rimasto confinato fra il desco ed il talamo, mica fra il Parlamento ed il Quirinale. E invece, del lingam fu dotato.

Sale dal mare una domanda, portata da un Pesce Luna che rotea, annoiato, senza posa in superficie: è tutto da confinare nell’universo dei brevilinei?
Che i brevilinei covino feraci rimostranze nei confronti dei normolinei e dei longilinei è assodato ma, che da simili uova nascano sempre volteggianti cigni, è dubbio. Per un Maradona che si “bevve” l’intera difesa britannica, quanti passerottini scalciano inutilmente un pallone?
Dunque, potremmo concludere che il piccolo corriere del Canal Grande sia soltanto un Maradona in divenire, e tale ipotesi ci è confermata da un’alalunga, la quale per un attimo ci mostra la regale pinna a mo’ d’assenso, per poi inabissarsi, giungendo così a confermare che la via è quella, solo dobbiamo rassegnarci: lunghe immersioni ancora c’attendono, prima di scoprire il misterioso Graal celato fra i relitti sul fondo.

Il piccolo scrivano veneziano ancora non ha letto Goldoni – di questo siam certi – altrimenti saprebbe stemperare le sue ansie nella commedia, s’abbandonerebbe fra le braccia di qualche sartina od attricetta d’avanspettacolo, godendone i frutti, senza porsi domande che travalicano l’orizzonte dei suoi occhi. La Costituzione, perbacco.
Ma è giusto comprendere questi tormenti del giovane Reinhard, poiché l’adolescenza – a volte – continua imperterrita a segnare i giorni, anche quando i primi capelli bianchi, allo specchio, dovrebbero indicare una boa.

E’ giunto dunque il momento di partire, di volgere la prua a Maestrale, scapolare le Colonne d’Ercole per navigare nei mari vichinghi ed approdare alle terre del Nord, per seguire la rotta del piloto venexiano: minuscola macchietta, nel grigiore che ammanta i banchi delle Aringhe.
Proprio nel bel mezzo del Dogger Bank, il dubbio diventa massimo e la rotta incerta: volgere la prua ad Ovest, e correre infine fra le accoglienti braccia di un estuario, per ormeggiare sotto un castello degli York? Oppure ad Est, verso lo Jade e Wilhelmshaven? O ancora a Sud, per mangiare formaggio all’aglio in una trattoria di Boulogne?
A Nord è inutile correre: lo Shangri-là nordico è tutto uguale, con le sue foreste interminabili e poca gente rimasta a presidiarle.
Incerti, andiamo all’orza, con le vele che fileggiano e sbattono. Addirittura, ci vorrebbe il desiderio d’ancorare, tanto siamo dubbiosi. Riflettiamo.

Ad Est, foreste di mulini a vento danno il benvenuto in una terra dove il fantastico è sempre stato confinato in musica e poesia. E che musica e che poesia. Herr Schmidt e Frau Schroeder lavorano, fabbricano, s’ingegnano.
Sono, ostinatamente, convinti che avere qualcosa da scambiare – qualcosa che altri non hanno – sia la miglior veste per presentarsi, per far bella figura. Anche a Sud la pensano pressappoco allo stesso modo: coccolano, vezzeggiano con cura i propri agricoltori poiché, se ci si vuole recare almeno una volta al cesso, qualcosa bisogna mettere in bocca.

Ad Ovest, invece, sono convinti che la creatività sia la carta vincente; il problema è che l’hanno poco adoprata nelle Arti: Shakespeare, Marlowe…i Beatles e poco altro.
Forse negletta nelle Arti, la creatività ha tracimato nelle Scienze, ritenendo che l’artista non debba avere confini, non si debbano in nessun modo porre limiti ai suoi parti. Madre Natura ha decretato che i bovini mangino vegetali? E chi l’ha detto? Chi è Madre Natura, al cospetto dell’imperial ingegno?
Se, nutrendoli con gli scarti della macellazione animale, la crescita dei vitelli raddoppia, perché arrestarsi? Peccato che, in una sinfonia, un misero bequadro sfuggito ad un violino di fila nessuno l’avverta: un po’ meno un pione, lanciato come un sasso nel mare magnum della catena alimentare. Fu la mucca a divenire pazza?

Questi stupidi mangiatori d’aglio francesi, ed i mangiapatate della Renania, credono che per creare ricchezza sia necessario creare dei beni. Fessi! Non si sono ancora accorti che è facile: basta creare direttamente la ricchezza! E giù con i derivati finanziari.
Com’è finita lo sappiamo, ma noi siamo grandi, nel senso che siamo cresciuti.
Così, una minuscola aringa s’affaccia allo specchio di poppa, boccheggia alla superficie poi scuote la testa e s’inabissa. Comprendiamo il segnale che Nettuno c’invia: è giunta l’ora di ripartire.
Mentre stiamo tornando, ed anche il terribile Capo Finistère ci è bonario – segno che gli Dei c’accompagnano – ci convinciamo sempre di più che nessun Graal c’attendeva, nessuna verità distillata era stata preparata affinché la scoprissimo.

Renato Brunetta non è quel che crediamo, ossia un brevilineo: è soltanto un adolescente che ancora frequenta la Seconda Liceo. Ha diciassette anni – li porta male, è vero – ma sono solo diciassette ed ha già vinto un premio scolastico per un buon componimento su un argomento economico, un concorso che sarà premiato con un viaggio. Confidiamo non a Londra.
Per la sua età ha già fatto molto: il problema – come spesso ricorda il nostro buon Presidente del Consiglio, stilettato e convalescente – è sempre da attribuire alla cattiva stampa.
Ma come si fa a far credere che un diciassettenne sia a capo di un importante ministero, come quello della Funzione Pubblica?

Chissà da dove è uscita questa bufala: attento, Brunetta, non farti solleticare troppo da questa parvenza di fama, non farti inebriare da questa apparente iperbole di notorietà. Ricorda: fra poco terminerà il quadrimestre e ci saranno le pagelle. Non vorremmo che, distratto da queste bufale giornalistiche, tuo padre che lavora sodo per mantenerti agli studi dovesse soffrire per qualche “cinque” in pagella. Vai bene in Aritmetica e te la cavi in Italiano: in Filosofia? Ah, lo sapevamo…

Comunque, cari amici, siamo felici di potervi rassicurare: non è niente di serio, solo un adolescente – preda di tutti i sogni dell’adolescenza, da Peter Pan ad Harry Potter, fino alla finanza creativa – che sogna e, talvolta, urla al mondo la sua necessità d’esistere. Niente paura: deve solo crescere.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

31 dicembre 2009

Medio Oriente in pillole

Da qualche tempo a questa parte, pare che le questioni medio-orientali siano diventate motivo di contesa politica spicciola, di rivisitazione storica assai superficiale: mi riferisco soprattutto agli utenti di Comedonchisciotte.org, dove pare che ogni articolo scateni sempre più risse e sempre meno ragionamenti, al punto che sto chiedendomi se valga ancora la pena di scrivere per quel sito.
Ma scendiamo a bomba sull’argomento.

Per capire cosa sta succedendo nel Medio Oriente (più il Vicino Oriente) bisogna tornare al 2003, quando le truppe americane sbaragliarono l’esercito di Saddam Hussein. Cosa prevedibile, com’era facile prevedere che l’Iraq si sarebbe presto trasformato in una sorte di Vietnam senza jungla: è un leitmotiv delle guerre americane dopo la II G.M, ossia “vincere la guerra e perdere la pace”.
Ciò deriva dall’incapacità di un popolo che non è mai stato colonialista quando tutti lo erano: difatti, guai ancora peggiori – agli USA – li hanno evitati i britannici, che di queste cose se ne intendono. E persino gli italiani.
In poche parole, gli americani credono alla favoletta dei “liberatori” – la loro retorica ne è intrisa, sono una nazione nata da una guerra contro dei colonizzatori – e non riescono a comprendere che, una volta conquistato un Paese, l’unica cosa da fare è giungere a patti con la classe dirigente sconfitta, altrimenti la nazione è ingovernabile.

Nel 2003, George Bush I il Vecchio avvertì il figlio del rischio che lui stesso s’era trovato ad affrontare nel 1991: “liberare” l’Iraq per regalarlo all’Iran. Bush II il Giovane – mal consigliato da personaggi con scarso acume strategico (si noti la defezione di Powell) – non prestò attenzione ai consigli del padre e, di conseguenza, finì in un vicolo cieco.
Tutti ricordiamo lo stillicidio di vittime USA che aumentavano di giorno in giorno, mentre l’inquilino della Casa Bianca mangiava noccioline.
Affermare che l’Iraq sia oggi “pacificato” è una menzogna – nel solo periodo 1-23 Dicembre 2009 sono stati uccisi almeno 13 soldati USA[1], più quelli che muoiono per le ferite e gli invalidi (non dichiarati) – ed Obama ha dovuto spostare molto in là nel tempo il “rompete le righe” in Iraq, con il plauso dei repubblicani ed il dissenso dei democratici. Business is usual.
Ciò nonostante, il numero degli attacchi è sceso: perché?
Poiché, facendo leva sulla maggioranza sciita nel Paese, gli USA hanno appoggiato ed appoggiano gli sciiti e la minoranza curda in funzione anti-sunnita, ottenendo in questo modo una minor conflittualità nei loro confronti, ma giungendo – infine – al paradosso di Bush il Vecchio, ossia “regalare” l’Iraq agli iraniani.

Per quanto riguarda il passato, vorrei ricordare che lo scrivente mai ritenne probabile una guerra contro l’Iran, e tutti gli articoli che scrisse sono ancora là a testimoniarlo. Certo, non si può mai esser certi al 100%, ma per affermare che non ci sarebbe stata guerra – quando tanti sedicenti “analisti” lanciavano un “allarme guerra Iran” la settimana e comunicavano “segreti” spostamenti di Task Force USA – bisognava avere il coraggio delle proprie opinioni. E guerra non c’è stata, meno che mai in futuro.
Quei movimenti navali erano reali, indiscutibili, ma facevano parte della “Naval diplomacy” per convincere l’Iran a “richiamare” il riottoso Moqtada al Sadr all’ordine, e per fornire qualche spaventapasseri utile agli ayatollah iraniani, tanto per fare accettare l’accordo. Si veda, come termine di paragone, la “Naval diplomacy” durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, per rendersi conto di come certi movimenti navali non siano da ascrivere al quadro militare, bensì diplomatico.

In cambio, l’Iran ottenne il via libera per il suo programma nucleare: con una “zampa” in Iraq, gli iraniani sapevano e sanno benissimo che gli USA non sono più in grado di mercanteggiare. Gli USA hanno cercato di coinvolgere la Russia per l’arricchimento esterno ai confini iraniani dell’Uranio – cosa che sarebbe stata gradita ai russi, moneta sonante e la possibilità di “regolare” dall’esterno il programma nucleare iraniano – ma a Teheran non hanno abboccato, stipulando (in chiave energetica e politica) con la Cina la vendita, per 25 anni, del gas iraniano. Più l’eterna alleanza con l’India in chiave anti-pachistana, ed i russi sono stati spiazzati.
Nello scacchiere Medio Orientale, quindi, la situazione trova un compromesso al ribasso il quale, in ogni modo, ha il pregio di rallentare la guerriglia in Iraq. Al prezzo di un Iran che cresce, economicamente e militarmente.
Se cercate la prova del nove, chiedetevi perché l’ENI si è aggiudicata il contratto per il “succoso” giacimento di Zubair – Paolo Scaroni l’ha definito “un bel boccone” – e se Scaroni, vecchia volpe del petrolio, decide di cacciare i soldi per un giacimento nel sud dell’Iraq, sa che i tempi sono maturi per farlo[2].

Se il Medio Oriente, se non altro, piange meno, nel Vicino Oriente si ride poco, anzi.
La repentina decisione di creare una moneta unica nel Golfo (Iran escluso, ovvio) sembra una risposta saudita, sul piano finanziario, alla crescita militare dell’Iran.
Pur essendo entrambi i Paesi produttori di petrolio, la loro struttura sociale è profondamente diversa: poco popolosa ed ancorata ad un sistema feudale la Saudi Arabia, paese “giovane” che punta sull’industrializzazione e sui frutti della conoscenza l’Iran.
Ovvio che i sauditi non possono, per loro struttura sociale, competere con l’Iran sul piano della tecnologia e della produzione industriale, e per avere forze militari in grado di controbattere all’Iran devono affidarsi agli eterni alleati, gli USA.
Per questa ragione, il “Gulfo” non sembra avere (a differenza dell’euro) valore di moneta “strategica”: parrebbe più un supporto al dollaro che altro, considerando che le altre monete “in gara” per il mercato dell’energia sono senz’altro più “corpose”: l’euro in primis, ma anche – in futuro – lo yuan cinese ed addirittura il vecchio rublo si fa avanti.
Perciò, una moneta di per sé “esterna” all’area del dollaro, ma ad esso ancorata non da legami finanziari ma strategici, potrebbe essere gradita a Ryad – che potrebbe mettere in campo qualcosa per contrastare l’egemonia iraniana nel Golfo – ma dall’altra anche dagli USA i quali, sapendo benissimo che il dollaro è oramai una moneta “a termine”, almeno per gli scambi petroliferi potrebbero fare affidamento su una moneta “amica”, nel senso che potranno sempre regolare il rubinetto che rifornisce l’aeronautica saudita.

In questo quadro, chi va a soffrire di più è senz’altro Israele.
Tramontato, con la guerra in Libano, il sogno di porsi come crocevia per gli scambi petroliferi dal Nord (Caspio, Kurdistan, ecc) al Sud grazie al porto di Askelon, Tel Aviv si rende conto d’essere la pedina di gambit, da sacrificare per eventi maggiori. E non ci sta.
Le diplomazie israeliana ed americana sembrano esser giunte ad un punto simile a quello del 1956 – la crisi di Suez – quando gli israeliani cercarono in tutti i modi di far entrare gli USA nella partita, ma non ci riuscirono perché quella guerra, per Washington, doveva significare il tramonto delle ex potenze coloniali, GB e Francia. E così fu.
Non si può dire che le due diplomazie siano in conflitto fra loro, ma che corra unità d’intenti è una falsità: gli interessi americani divergono oramai diametralmente dalla nota dottrina della “Eretz Israel”, e Tel Aviv sa che non aggiungerà più un metro quadrato di territorio. Anzi, dovrà difendere il West Bank e Gaza dalle richieste internazionali di uno Stato Palestinese.
Che fare?

Nella prospettiva di non poter attaccare i siti nucleari iraniani – sotto il profilo militare sarebbe una follia: troppo distanti, troppi rifornimenti in volo, ampio margine d’allarme per i difensori, ecc – si prova con la destabilizzazione interna. Funzionò ai tempi di Mossadeq, ma quelli erano altri tempi, una situazione molto diversa.
Sull’Iran si fa tanta confusione, soprattutto perché si finisce per osservarlo con i nostri occhi, occhi occidentali. Se è vero che non potremmo mai accettare di vivere in un Paese come l’Iran – nessuno di noi potrebbe ammettere le impiccagioni – è altrettanto vero che un iraniano non si troverebbe certo a suo agio qui: troppa Storia ci divide.
La società iraniana è – a nostra differenza – vitale perché giovane ed “innamorata” della politica, soprattutto stima un Presidente che ha saputo mettere in primo piano la crescita ed il benessere della nazione rispetto agli interessi stranieri: a ben vedere, avremmo qualcosa da imparare.
Sull’altro versante, è innegabile che certe restrizioni del vivere sociale vadano “strette”: difatti, si fa largo uso d’alcolici nelle feste private, nelle case. Mai in pubblico.
Le ragazze “sfidano” l’obbligo del velo portandolo quasi sulla nuca: sono le naturali pulsioni e contraddizioni di una popolazione giovane che desidererebbe maggior libertà.

Non scambiamo, però, queste richieste come il voler buttare al macero la storia del Paese degli ultimi 30 anni: nessuno vorrebbe tornare indietro, ai tempi dello Scià, salvo pochi reazionari monarchici.
La sfida iraniana diventa quindi interessante sotto il profilo sociale per l’intero mondo musulmano: il problema – che a nostro avviso molti non avvertono – è che non possiamo giudicarlo con il nostro metro! Il termine “Illuminismo” – da noi – ha un preciso significato, mentre laggiù non vuol dir nulla.
Separare l’ambito religioso da quello sociale, senza scadere nella secolarizzazione della dottrina religiosa, e tanto meno relegandola in una Torre d’Avorio è impresa ardua, anche perché gli iraniani ritengono il Credo sciita parte integrante della loro vita.
A differenza dei sunniti, che non hanno quasi organizzazione gerarchica religiosa, il credo sciita è fortemente strutturato: moneta a due facce senz’altro, ma che consente un dialogo fra interlocutori certi.
In mezzo a questo vero e proprio tourbillon sociale, è chiaro che è facile innestare dall’esterno delle parvenze di “rivolta” contro il Governo iraniano: queste rivolte esistono, ma non sono ascrivibili né comprensibili se non all’interno della tradizione del Paese. Ripeto: non con il nostro metro.
D’altro canto, nel quadro geopolitico sopra presentato, cosa rimane da fare alle diplomazie occidentali? Cercare almeno, a mo’ d’arma spuntata, di creare grattacapi a chi governa, pur sapendo che non s’otterranno grandi risultati.

Tutto ciò, però, getta ancor più nella disperazione la situazione palestinese: se il quadro geopolitico non consente ad Israele l’espansione che desiderava, sarà molto difficile strappare delle concessioni su quel fronte.
Anche qui, notiamo come il rapporto Goldstone non sia – ad oggi – ritenuto di sostanziale valore fondante per giungere ad una svolta nella situazione: anch’esso viene usato in chiave diplomatica, come contrappeso alle velleità israeliane di potenza.

Comprendo che il quadro potrà apparire cinico, ma è a questo che dobbiamo riferirci se vogliamo dissertare di questioni geopolitiche. Non è ciò che desidereremmo in un’ottica di pace e di prosperità per tutti, ma è ciò che abbiamo. It’s diplomacy, baby. Rassegnati.

Per ora, accontentatevi degli auguri di Buon Anno.

Copyright 2009, riproduzione vietata. E’ solo possibile scrivere un breve abstract e linkare l’articolo.