14 luglio 2019

Castellani, Cagliari, Gardini…Savoini, Salvini…


Ancora una volta. Come se nessuno sapesse che il mondo del petrolio è il mondo della corruzione per antonomasia: ai tempi di Mattei, si portavano nei Paesi arabi bionde “stangone”, molto gradite agli emiri. Poi, gli emiri capirono che non era il caso di farsi turlupinare con due puttane da strapazzo: nacquero i petroldollari, il resto – guerre comprese – lo conosciamo.
Perché il mondo del petrolio e dell’energia è così differente?

Perché c’è una netta differenziazione fra i Paesi che hanno importanti risorse energetiche e quelli che non le hanno: c’è una sorta di differenza di potenziale energetico fra Paesi come l’Arabia Saudita, la Russia, l’Iran…e la Germania, l’Italia, il Regno Unito…una differenza di potenziale che, in Fisica, si definisce Tensione. C’è dunque tensione fra i Paesi produttori e quelli consumatori: normale che sia così.
Per cautelarsi dai rischi della tensione, si fa fluire fra i due poli a diverso potenziale una Corrente, che è quella che scorre nel filo oppure, la sfilza di petroliere del Golfo Persico o gli oleodotti: una corrente d’energia, che fluisce per mantenere basso il rischio. L’Iraq e la Libia insegnano.

La corrente, per fluire in sicurezza, ha bisogno di un impianto che ha le sue regole, ed anche il flusso d’energia ha le sue regole – in genere non scritte ma ben conosciute in quel mondo – cosicché, quando Mattei forzò quel sistema, il sistema lo “staccò” dal circuito. Come Gheddafi o Saddam Hussein: anche la vicenda iraniana ci evidenzia un circuito di scambio al limite di sicurezza e, entrambi i due poli, cercano di guadagnare il massimo possibile senza rompere il giocattolo. Che è il laghetto chiamato Golfo Persico.

L’importanza finanziaria di quel mondo è tale che le vicende economiche di una classe politica siano lillipuziane rispetto ai “rimedi” per mantenere in sicurezza il sistema ma, non sempre, la parte politica sa astenersi dal great game dell’energia, formando strani connubi con chi è destinato a gestirlo, ossia le compagnie petrolifere, nazionali e non.

Una parentesi riguarda l’Italia. Come nazione sconfitta nella 2GM, l’Italia non doveva avere una compagnia nazionale: vuoi per l’intraprendenza di Mattei, vuoi come contropartita della cobelligeranza, il “cartello” anglosassone chiuse un occhio. E fece male, perché, oggi, l’ENI gira attorno al decimo o undicesimo posto nella classifica internazionale delle compagnie energetiche dove, a riprova della stranezza, non c’è nessuna azienda tedesca o giapponese. Ciò è dovuto, soprattutto, al perfezionamento delle tecniche di ricerca dell’ENI e pure, anche se non si potrebbe dire, da una certa “capacità di fluidificazione” delle correnti energetiche. Con quali mezzi? Beh, i soliti di tutte le compagnie…vedete, ad esempio, la vicenda nigeriana, nella quale vi sono “oscuri” pagamenti che rasentano e superano il miliardo di dollari.(1)

Ciò che colpisce è la grande differenza delle cifre: un finanziamento illecito ad un partito può essere d’alcuni milioni di euro, una tangente energetica può salire di un grado (centinaia) molto facilmente, dato il valore dell’oggetto della transazione.

Per scoprire l’arcano, spicchiamo un salto nel 1993, alla famosa “tangente Enimont”.
Si trattò di una tangente pagata da Raoul Gardini (Gruppo Ferruzzi/Montedison) al sistema politico per far “digerire” la nuova Enimont, colosso che doveva nascere dal una joint venture fra ENI e Montedison, nel campo della chimica. La cifra, per l’epoca, fu iperbolica, 10 miliardi e 250 milioni di lire: beneficiari, tutto l’apparato politico dell’epoca, da Bettino Craxi a Umberto Bossi. Oggi, corrisponde tecnicamente a circa 5 milioni di euro, ma – cercando di attualizzarla utilizzando il potere d’acquisto dell’epoca (compito assai arduo) – potrebbe essere una cifra fra i 20 ed i 50 milioni di euro. Riflettiamo che, quella tangente, fu il “cuore” di “Mani Pulite”.

Oggi, Savoini – che mi pare inutile non far coincidere con l’uomo della Lega in terra russa: troppi anni d’incontri, ufficiali e non, con i russi –  pare aver concordato un “finanziamento” di 65 milioni di dollari in cambio dell’importazione di 300 milioni di tonnellate di petrolio. Nel passaggio, pare che sia coinvolta anche l’ENI che, però, smentisce.
Si tratta di grandi cifre: 300 milioni di tonnellate, pari circa al carico di un migliaio di super petroliere e corrispondenti, a grandi linee, al fabbisogno italiano per 20 anni! Un accordo più che strategico, diremmo epocale!
L’accusa è quella di corruzione internazionale, che consente ogni tipo di rogatoria ed ogni tipo di intercettazione.

Se i magistrati confermeranno questa vicenda – che ha risvolti strategici importanti, basti pensare al petrolio nigeriano dell’ENI (dove finirà? a chi verrà venduto?) – si tratta non solo di un finanziamento illecito, bensì di una mossa strategica di grande rilievo, che sposta importanti equilibri nel mondo dell’energia.
A favore di chi? A scapito di chi?

Riflettiamo che, a fronte di un mercato europeo delle auto elettriche che segna un mercato del 2% annuo sul totale, l’Italia è allo 0,1% e molto in arretrato sulle strutture necessarie per questo mutamento nella trazione dei veicoli: per ogni auto elettrica che si vende in Italia, se ne vendono 20 in Europa. E le colonnine di ricarica non si vedono.
Le direttive europee impongono ai produttori, per il 2030, una produzione pari al 35% di auto elettriche ed ibride, perché i produttori “frenano” in tutti i modi: vogliono ancora lucrare sul motore a ciclo termico, sia benzina e sia diesel.
Chi è, in Italia, che teme di più il cambiamento?

I consumi di benzina e gasolio, in Italia, sono di circa 70 miliardi di euro (2), mentre le accise (che avevano promesso di azzerare) sono di 25 miliardi annui (3): da notare che è la quarta voce, per importanza, delle entrate, dopo IRPEF, IVA ed IRES.

Come potrete notare, si tratta di numeri da legge Finanziaria, mica di bruscolini da festival dell’unità o dei monti padani: questi sono i numeri di quota 100 o del reddito di cittadinanza, che sono stati le punte di lancia dell’azione di governo.
Una “bufala” creata ad hoc?
Difficile da credere: troppe sono le coincidenze, troppo evidenti i fatti, che Salvini (ingenuamente) ha cercato di negare. La criticità dell’evento sta tutta nella frizione fra i due mondi: una modesta provvigione per chi fa l’affare nel mondo petrolifero, un colpo da novanta per un partito dissanguato economicamente dalla sentenza che impone alla Lega di rientrare dei 49 milioni che derivano (probabilmente) dalla vecchia gestione Bossi. Il quale, in anni lontani, già si distinse – appena entrato in politica – acchiappando al volo la sua (modesta) tangente nel processo Enimont di 30 anni fa.

L’ENI si è chiamata fuori: il suo presidente – Descalzi – ha già troppi guai con la vicenda nigeriana, e non ha bisogno d’aggiungere un’altra tegola sui futuri processi. L’ENI ha propri uomini e propri servizi interni per portare avanti queste faccende: si veda, ad esempio, la duplice posizione – contraddittoria – fra la gestione dei grandi giacimenti di gas egiziani (scoperti dall’ENI) e la triste storia di Regeni, che resterà probabilmente uno dei molti misteri italiani.

Il Governo? Ufficialmente non sapeva niente: difficile da credere, però un coinvolgimento del governo – in sede giudiziaria – molto difficilmente sarà possibile dimostrarlo, perché documenti che coinvolgano il governo non ce ne sono e non ce ne saranno: un conto è quello che i servizi italiani avranno detto a Conte, un altro è ciò che – in mancanza di documenti – Conte, se sarà chiamato a rispondere della vicenda, vorrà rivelare.

Tutta la storia – che piaccia o non piaccia ai sostenitori della Lega – puzza da un miglio di faciloneria, di dilettantismo, di quel mélange di Twitter e Facebook nel quale Salvini è maestro il quale, però, per l’istruttoria milanese non conta una cippa. Ha messo un suo uomo in faccende internazionali più grandi di lui, in affari da Kissinger quando il povero Savoini era solo un vecchio amico di Borghezio.
E sarà facile, anche per i russi, sacrificare qualche modesto apparatcik di Lukhoil o Gazprom, qualche scribacchino di Sputnik, che sarà ritirato nell’ombra: Putin non sarà nemmeno sfiorato dalla cosa.

Rimarrà l’aspetto mediatico: mesi nei quali l’istruttoria milanese andrà avanti e che produrrà i suoi effetti sull’alleanza di governo: superfluo notare che la dicotomia sarà fra la specchiata onestà del 5S e la nuova “caduta”, per tangenti, della Lega, si farà sentire.
Piaccia o non piaccia ai sostenitori della Lega, essa è il più vecchio partito italiano: nacque proprio quando il processo Enimont liquidò in un amen la vecchia classe politica italiana. Non a caso la Lega si oppone, da tempo, alla riforma del processo penale di Bonafede, nel quale sarà quasi eliminata la prescrizione, ciambella di salvataggio per i corrotti d’ogni tempo e sotto ogni cielo.
Il governo andrà avanti?

A mio avviso sì, anche perché affrontare una campagna elettorale sotto i riflettori di un rinvio a giudizio per corruzione internazionale non mi sembrerebbe tanto proficuo e perché – siatene certi – i magistrati milanesi non molleranno di un centimetro. A questo punto, però, la palla sarà di più nelle mani dei 5S: Salvini vuole andarsene? Auguri.
Ed è anche inutile gridare “al lupo” perché Renzi o chi altro urla “crucifige, crucifige!”: non ne avessimo viste di queste faccende! Quando AN mandava i suoi uomini a gettare monetine su Craxi, oppure la Lega minacciava con manciate di pallottole a Pontida!

Tutte chiacchiere.
In fin dei conti, com’è giusto che sia, sarà un’inchiesta giudiziaria, un rinvio a giudizio ed un processo a mettere il punto finale a questa vicenda, perché la difesa di Salvini – “quello non lo conosco” – è già fallita in partenza. Non siamo allo stadio fra gli ultras, Salvini, siamo al Tribunale di Milano: lo stesso che distrusse Craxi e Forlani, lo stesso che giustiziò un’intera classe politica.

Fu un bene, fu un male?
Difficile rispondere, però, a fronte di queste vicende, l’unica risposta è sempre in un vecchio proverbio della Marina.
“Come fai a salvarti in un sommergibile, a 300 metri di profondità, centrato dalle bombe di profondità?”
“Basta non esserci dentro”.

07 luglio 2019

La peste bianca



Non prendete questo articolo, vi prego, come una difesa dell’immigrazione, clandestina e non: non è questo.
Vuole essere un calepino, un block notes di appunti dove ho cercato di mettere insieme le tante – moltissime! – argomentazioni che riguardano il vertiginoso calo demografico europeo. Voglio portare soltanto delle argomentazioni sensate, perché continuare ad invocare le cannonate della Marina contro le navi degli immigrati mi sembra non solo improbabile al 100% ma, in fin dei conti, inutile e dannoso.

Ottaviano Augusto, primo imperatore, fu anche il primo – dopo un secolo di guerre civili – a governare un impero senza guerre dentro le sue frontiere, e la rinnovata stabilità interna condusse a tempi più tranquilli: l’Egitto forniva grano in abbondanza, i Galli erano diventati abili nella produzione di ceramiche, la Spagna forniva il pesce ed il prelibatissimo (per i loro palati) garum. C’erano ancora guerre di contenimento alle frontiere, ma la società italica – grazie alle abbondanti re-distribuzioni delle terre ai reduci – visse una nuova età aurea.

Immediatamente, però,  la popolazione romana percepì che i pericoli erano passati, che ci si poteva divertire! Augusto giunse al punto di dover esiliare la figlia, Giulia, in un’isola per la sua condotta scandalosa.
Come per noi, anche per Augusto il problema era di dover garantire una natalità di “qualità”, altrimenti, un impero con i figli degli schiavi – non educati, che non conoscevano la lingua, ecc –  non lo mandavi certo avanti.
A dire il vero, molti funzionari dello Stato venivano già allora cercati fra i figli dei liberti, che diedero buona prova nell’amministrazione e, nelle legioni ausiliarie, nell’esercito, ove la promessa della cittadinanza faceva gola.
Eppure, un sistema che aveva molto potere e gran parte del mondo allora conosciuto ai suoi piedi, dopo un secolo iniziò a scricchiolare, al secondo iniziò qualche crollo, nel terzo era già nella tormenta. Perché? Non perché erano giunti altri popoli da altre terre, bensì perché avevano cessato di riprodursi!

Ah, le donne…
La donna, inutile nasconderselo, è centrale nelle vicende di natalità: un tempo, anzi, la sua vita era centrata proprio sulla riproduzione, almeno fino alla Prima Guerra Mondiale. Poi, ci fu il cambiamento: le donne, forzatamente, entrarono nell’apparato produttivo…e non ne uscirono più!
D’altro canto, la donna di fine ‘800 aveva desideri, aspettative, programmi, sogni…che non sono nemmeno paragonabili a quelli odierni, dove apprezza l’indipendenza che la società moderna le consente mentre, a fine ‘800, non poteva nemmeno ereditare, bensì solo consegnare la propria dote al marito.
Oggi, se vuole, può placare la sua ansia di figli semplicemente, con un figlio generato da un rapporto qualunque (magari anche d’amore, poi concluso) mentre gli anticoncezionali la metteranno al sicuro da gravidanze indesiderate.
D’altro canto, oggi, non penso che si possa (e si desideri) riportarle – per editto – a quella condizione: eppure, qualcosa bisognerà fare. Ma dovrà essere un “fare” che riguarda la società nel suo insieme, non certo le sole donne. Perché anche le donne, pur emancipate e liberate da una sudditanza incongrua, non sono affatto contente!

Alcuni dati sull’Africa
Nel 1950 il paese sahariano del Niger, con 2,6 milioni di persone, era più piccolo di Brooklyn. Nel 2050, con 68,5 milioni di persone, avrà le dimensioni della Francia. A quel punto, la Nigeria, con 411 milioni di persone, sarà considerevolmente più grande degli Stati Uniti. Nel 1960, la capitale della Nigeria, Lagos, aveva solo 350.000 abitanti. Era più piccola di Newark. Ma Lagos ora è sessanta volte più grande, con una popolazione di 21 milioni, e si prevede che raddoppierà di nuovo nella prossima generazione, diventando la città più grande del mondo, con una popolazione all’incirca uguale a quella della Spagna. (1)
V’invito a leggere l’articolo citato in nota.

Le grandi “paure” dei demografi del Novecento – Cina ed India – le abbiamo alle spalle, giacché sia l’India e, soprattutto, la Cina stanno imboccando anch’esse la via del declino demografico.
Il vero problema, dunque, non è l’Africa – rimasta la sola grande area d’incremento demografico – ma le modalità di gestione dei movimenti migratori.

I dati sull’Europa
L’Unione europea ha raggiunto una popolazione di 509,4 milioni nel 2015, i suoi paesi costituenti hanno aggiunto circa un centinaio di milioni di persone (ossia immigrati, N. d. A.) dall’inizio degli anni Sessanta. Eurostat, l’agenzia di statistica dell’Ue, prevede che la sua popolazione raggiungerà probabilmente i 518 milioni entro il 2080. L’Europa dovrà importare persone. Senza migrazione, mostra Eurostat, la popolazione europea nel 2080 scenderebbe a 407 milioniPer mantenere costante la popolazione attiva della Germania, ai tedeschi serviranno 24,3 milioni di immigrati. (ibidem)

Meno siamo, meglio stiamo?
Apparentemente, le cose sembrerebbero stare così: ma è poi proprio vero?
Le “piramidi” demografiche ci mostrano un ben diverso andazzo: finché la base dei nuovi nati è larga, l’avvenire è assicurato ma, quando la “piramide” quasi si capovolge, le giovani generazioni sono troppo scarse per consentire ad una società la stabilità necessaria. Germania e Giappone sono le società più “vecchie” del Pianeta, con metà della popolazione sopra i 47 anni, seguite a ruota da Italia ed Austria.
Oggi, stanno “uscendo” dall’età riproduttiva le generazioni degli anni ’80 – già di per sé scarse – e si affacciano le generazioni degli anni ’90, ancora più scarse: già oggi, perdiamo circa 200.000 abitanti l’anno, ogni anno una città come Brescia, Perugia o Catania sparisce.
Ovviamente le città non scompaiono, sono le aree periferiche e le campagne a spopolarsi: in Spagna, ad esempio, c’è una società immobiliare, la Aldeas Abandonadas (2), che non vende solo abitazioni, bensì interi villaggi abbandonati!

Se voglio percepire il mutamento, se così lo vogliamo definire, mi basta affacciarmi alla finestra: quando acquistai questa casa, nel 1999, se mi affacciavo alla finestra vedevo una piana ordinata dai campi di grano, granturco ed erba medica. Nel paese giravano trattori carichi di patate o di legna. Oggi, qualche erbaio abbandonato e tanti noccioleti, che sono un modo per far rendere qualcosa il terreno quando non si hanno più le forze per coltivarlo.
Eppure, il pane, il vino, l’olio, i formaggi…continuiamo a consumarli: soltanto, non sappiamo più da dove arrivano.
I giovani, quando insegnavo, li salutavo e molto raramente li ho poi incontrati: finito il Liceo, Università…poi, solo racconti di genitori o di amici…vive a Udine, a Montreal, a Friburgo…

Il problema del rapporto fra occupati e produzione è sempre un dilemma: la produttività è cresciuta di circa un punto percentuale l’anno, ossia si produce di più grazie all’automazione. Ma, per contrappasso, le attività sociali crescono: basti pensare, oggi, a quanti lavorano per l’assistenza degli anziani.
Sull’altro versante, però, i frutti dell’automazione non sono stati suddivisi fra capitale e lavoro, bensì i contratti di lavoro sono diventati sempre più precari, e le retribuzioni premiano a dismisura i “piani alti” dell’impresa, mentre i lavoratori di basso livello hanno visto le loro retribuzioni inaridirsi, con buona pace del sindacato, venduto a chiunque offrisse qualche vantaggio a loro, non ai lavoratori.

Se desideriamo osservare dov’è finita la grande immigrazione dai Balcani (Albania, Romania, ecc) basta che ci rechiamo in un qualsiasi cantiere edile: è raro che la lingua “base” sia ancora l’italiano. Così come il settore tessile è in mano cinese, e l’agricoltura latifondista si serve principalmente di africani.
Forse, se le paghe nel settore agricolo fossero quelle sindacali, chissà…può darsi che qualche italiano si presenterebbe, ma dubito che sarebbero in tanti. Meglio, sarebbe gestire l’agricoltura mediante vere cooperative, come si fa in Olanda od in Spagna: in Italia, però, il latifondo è sempre presente e nessuno mai l’ha scalzato. Ho visitato, personalmente, un campo di 14 km x 5 in provincia di Padova ed una tenuta di migliaia di ettari in quel di Gravina, in Puglia.
La realtà sono, invece, le “aziende” che sfruttano all’osso gli africani, pagandoli quel che vogliono e poi, come se non bastasse ancora, “aziende” che concimavano le verdure destinate al consumo con compost ricavato dai rifiuti ospedalieri (3). Figuriamoci cosa gliene importa di far raccogliere i pomodori a 10 euro il giorno e se chi lavora, la sera, non ha nemmeno un tetto sotto il quale riposare!

In altre parole, per non continuare all’infinito a respingere (e poi far sbarcare lo stesso) navi e barconi, bisognerebbe che il governo si facesse portavoce, in Europa, di una conferenza diretta a trovare una soluzione, una vera soluzione. Ma una soluzione dignitosa anche per loro: siamo in grado di garantirla?
Potrebbe essere un quantitativo standard, deciso a livello europeo – tenendo conto anche dei bisogni europei di manodopera – stabilito di anno in anno con la ripartizione per ogni Paese perché l’Europa non può affidarsi a fumose trattative, di volta in volta, per queste faccende. Rimarrebbero i richiedenti asilo: ma, se non si vanno a fomentare guerre, è difficile che la gente scappi. Perché non iniziamo a ritirare il nostro contingente in Mali? Perché non chiediamo alla Francia di fare altrettanto?
Nemmeno va bene il concetto scaturito dall’accordo irlandese: dove arrivano, se li tengono. Bell’accordo!

Ci sono poi persone che temono d’inquinare la propria razza con culture diverse: questo, signori miei, è puro razzismo.
La cultura italiana, per quel che vedo e noto, se n’è già andata da un pezzo: la religione cattolica è diventata solo più un pio ornamento, per una civiltà che – nel bene e nel male – ne fece il suo cardine. Gli italiani credono alla reincarnazione, frequentano swami e comunità di vario tipo: una situazione molto simile a quanto avvenne nella decadenza dell’Impero, quando Adriano accettò Cristo come uno dei tanti Dei, nel frastuono afono della decadenza.
Non parliamo poi della vita sociale: un tempo, il bar era il luogo di ritrovo, dove eri sicuro d’incontrare gli amici di sempre, dove facevi la partita a calciobalilla od a ping-pong…esisteranno ancora, qui e là, posti del genere, ma io noto i bar già chiusi alle 9 di sera, i baristi non sono più orgogliosi, come un tempo, del loro mestiere “sociale”…no, contano i guadagni e basta.
Vi rendete conto che non riusciamo nemmeno più ad imbastire una Nazionale di Calcio almeno decente, anche se distribuiamo cittadinanze italiane a destra ed a manca, facendo ridere i polli?

Nessuno ne ha colpa e tutti ce l’hanno…quando una cultura decade, decade l’arte: la musica si fa rumore, il disegno impazzisce, la danza è scomposta…e, soprattutto – forse inconsciamente – passa la voglia di “passare il testimone” ad una discendenza, alla quale, non si saprebbe come giustificare la scelta.
Quindi, di cosa dovremmo sentirci defraudati dalle altre culture? Non sto parlando di chi delinque, ovvio, ma di chi ha semplicemente la pelle o gli occhi diversi dai nostri.

Ciò che m’intristisce è notare che anche gli immigrati, quando vengono da noi, smettono di fare figli: non subito, dopo un po’, quando realizzano dove sono finiti.
La nostra società ha così tante motivazioni di tristezza, al suo interno, da scoraggiare chiunque ci arrivi: si sforzano di mantenere le loro radici culturali, ma finiscono in una terra di nessuno dove ogni cosa perde di valore, ogni suono si tace, ogni volontà si estingue: per forza si chiudono nelle loro cerchie...vi rendete conto di cosa proponiamo? Un mondo di persone sole, in perpetuo contrasto le une con le altre, nessun valore superiore ma solo denaro, potere e denaro, auto di lusso, moto rombanti…c’è da meravigliarsi se non ridiamo più? Se non accettiamo più la scommessa di fare un figlio con la gioia nel cuore e la speranza di un buon avvenire per tutti?

Siamo un popolo infelice: abbiamo ben poco da proporre, da salvare…altro che temere fumose contaminazioni culturali!

01 luglio 2019

Non sanno più cosa inventarsi

Sono veramente alla frutta, non sanno più come rinverdire la grande campagna mediatica per “l’invasione” dei migranti i quali, purtroppo, latitano. Una volta capito che non si può più sbarcare in Italia come e quando si vuole per poi, con tutto comodo, andarsene dai parenti in Germania, valutano altre possibilità e, i trafficanti di carne umana, pure. Perché in Germania s’andava a lavorare in fabbrica, in Italia sotto il sole a raccogliere pomodori.

A questo punto, c’è chi decide di farla fuori dal vaso, ed invoca un muro di 346 km per dividere l’Italia dalla Slovenia: sì, avete capito bene, un muro: i cementieri italiani esultano, si torna a scavare!
Mi chiedo se il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Fedriga, abbia ancora il cervello, sia stato a passeggiare in Carso, abbia visitato Slovenia e Croazia, sappia qualcosa di Geografia.

Quel numero – 346 – immagino sia il confine terrestre con la Slovenia, ossia dal passo di Tarvisio al confine, sul mare, di Muggia, presso Trieste: bisognerebbe, fra l’altro, tagliare in due Gorizia con un bel muro, che passerebbe proprio nella piazza centrale di Gorizia/Nova Gorica. E sistemare muri  e fili spinati in mezzo a foreste immense, con ampi contingenti destinati alla sorveglianza altrimenti, il giorno dopo, con una pinza tagliafili, saremmo da capo. Oppure, il Gauleiter delle Giulie, immagina confini altamente informatizzati – come quelli israeliani – con bionde soldatesse, in bunker con aria condizionata, che sparano premendo il tasto del mouse?
Un confine – si noti bene – fra due stati appartenenti all’Unione Europea! Vogliamo raccontare a Fedriga perché la sua idea è una boiata pazzesca?

Perché, anzitutto, non esiste una pressione demografica sul confine orientale: ci sono almeno due nazioni sovrane da attraversare prima di giungere all’Italia! In Bosnia, ci sono modesti ammassamenti di profughi o migranti che provengono, per lo più, da zone del Medio Oriente: siriani, iracheni, curdi, ecc, tutti frutti caduti dall’albero dopo le guerre americane, meglio non scordarlo. Glieli rimandiamo a New York? Come no…devono ancora rispondere dei morti del Cermis…
Ma, la Bosnia, non fa parte dell’UE e non ne farà parte ancora per tanto tempo, sempre che non preferisca il canto delle sirene di Erdogan, dato che fino al 1876 fu proprietà turca e, il Paese balcanico, non mostra di voler venir meno alle sue tradizioni ancestrali. Ma, anche qui, è solo il frutto delle guerre dell’Occidente mentre, nella Jugoslavia unita, queste tensioni non c’erano: a Mostar, addirittura, Tito aveva installato l’industria aeronautica jugoslava.

Da dove viene, allora, la “pressione demografica” sul confine giuliano?
I cinesi.
Da dove vengono i cinesi? Presenza silente in Italia, gente educata che è qui per un solo motivo: far soldi.

I cinesi giungono all’aeroporto internazionale di Pola e, da lì, in autobus, si recano sul confine giuliano, nelle zone impervie del Carso: una passeggiata notturna nei boschi e, dall’altra parte, altri autobus che prendono subito la via dell’autostrada Trieste-Venezia.

Quando scrissi “Ladri di organi” fui fortunato: un funzionario di polizia di Trieste – del quale non seppi mai il nome – m’informò del traffico, stimando il flusso annuo in circa 25.000 persone, lo stesso che viene stimato oggi.
Dietro a questo traffico ci sono organizzazioni potenti – forse la “Jakuza” giapponese, la “Triade” cinese, altre… – ed il traffico gode di una riservatezza a prova di “gole profonde”, giacché sono formazioni fra le più cruente del Pianeta.
Ma, in fin dei conti, il problema è politico: simile, per molti versi, al caso Regeni.

Salvini, sull’immigrazione, ebbe a dire “non voglio vederli arrivare sulle barche, voglio che arrivino in aereo”. Accontentato.

Come per il caso Regeni, non sapremo mai nulla perché c’è una sorta di tela di Penelope, durante la quale i “servizi” dell’ENI smontano, di notte, ciò che la diplomazia italiana fa di giorno – siamo troppo impelagati per questioni energetiche con l’Egitto – così la “questione cinese” s’incrocia con i mille affari che ci sono fra Italia e Cina, e non solo per le importazioni: l’Ansaldo, ad esempio, lavora molto per la Cina, dove le sue turbine sono molto richieste ed apprezzate. Così molte aziende italiane nel settore del macchinario industriale, nelle macchine di processo, nell’automazione industriale, ecc.

In altre parole, non si possono mettere sullo stesso piano il Mali e la Cina: eppure, anche i cinesi sono extracomunitari, soltanto che godono dello strabismo italiano nei confronti del confine giuliano.

Paradossale, e curiosa, la vicenda del povero Regeni e di Fedriga: entrambi friulani, entrambi costretti a confrontarsi con realtà più grandi di loro. Vogliamo organizzare un incontro fra Fedriga e Xi Jinping? Non lo consiglierei, giacché l’alfiere friulano finirebbe per diventare una caccola, che il presidente cinese scaccerebbe con un gesto di sufficienza.

Così, la “caccia al migrante”, che appassiona in questa calura gli italiani con un tifo da stadio – ed è necessaria per mantenere viva la politica-Lambrusco su Twitter – deve forzatamente riconoscere che esistono migranti di serie A e di serie Z: i “numeri” dell’immigrazione cinese non compaiono nemmeno nelle statistiche. Li vediamo solo materializzarsi nella ragazzina-cameriera, che ci chiede – in italiano stentato – di ordinare il menu facendo crocette sul foglio.

Mentre, all’opposto, la Cina ci chiede sempre più garanzie per le strutture portuali che dovranno garantire l’interscambio commerciale: “Fale in fletta a finile ponte Genova, altrimenti noi tolnale a sbalcale a Lotteldam!”
Capito mi hai, Fedriga? Dai, che fra poco in Carso compariranno le “frasche” per indicare dove i “carsolini” devono svuotare le botti del “Teràn”, rosso e bianco. Si mangia e si beve bene: non pensare a muri e reticolati, che tanto nessuno ti darà retta.

25 giugno 2019

Un vagito, da un Paese “pieno di energie e presenze positive”


“Per essere veramente grande, devi stare con la gente, non sopra di essa.”
Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, giurista, filosofo illuminista e pensatore liberale

Caro Presidente,

ho appena letto il suo accorato appello all’unità d’intenti, vergato nell’occasione dell’anniversario dell’uccisione di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore del Banco Ambrosiano di Michele Sindona. Vorrei ricordarle che, Ambrosoli, si laureò in Giurisprudenza, a Milano, nel 1958, con una tesi di Diritto Costituzionale sul Consiglio Superiore della Magistratura.

Proprio oggi, mi sono recato dal mio avvocato per le mille miserie di una qualsiasi vita italiana – nel Paese che lei definisce “pieno di energie e presenze positive” – e, scendendo le scale insieme a lui, mi ha narrato d’aver incontrato un vecchio magistrato di Cassazione in pensione (proprio del “Palazzaccio”, non ad  honorem) e di aver fatto quattro chiacchiere sulle recenti, tristissime ambasce nelle quali è precipitata la Magistratura.
La sentenza è stata brevissima ed amara: “Ci siamo giocati l’indipendenza della Magistratura”. A mio avviso, molto di più: è proprio il principio generale di “Giustizia” ad essere andato in fumo.

Lei sa benissimo che, la maggior parte del Paese, non ha compreso od ha capito ben poco dello psicodramma che si è giocato fra il Quirinale e il Palazzo dei Marescialli. Al più, con un’alzata di spalle, 99 italiani su 100 avranno pensato: “Sono cose loro…hanno il loro “marcio” da insabbiare…sono gente dalla quale star lontana…”
Già, “lontana”, come dicono i galeotti.

Eppure, ciò che è successo è di una gravità inaudita, che sfugge ai più, i quali non credono più a niente o non comprendono – miserere nobis – che si è infranto un cardine della vita democratica di questo dannato Paese, così “pieno di energie e presenze positive”. Non è una buona notizia, anche se qualcuno avrà pensato: “Viene l’Estate, andranno al mare, dimenticheranno…” Già, meglio dimenticare?

Dimenticare che uno dei cardini dell’ordinamento democratico – che affidava alla Magistratura il governo di se stessa, in contrapposizione (dialettica?) con il Legislativo e l’Esecutivo – è andato in pezzi? Qui non si tratta di dialettica, non si prende in esame la turris eburnea, ma è stato evidenziato, denudato di fronte agli italiani che il potere Giudiziario faceva pappa e ciccia con l’Esecutivo, ossia col Governo. E non da oggi, e nemmeno da ieri, come vedremo in seguito.

Lei è intervenuto, bloccando alcune nomine a dir poco “sospette” – ne prendiamo atto – ma si doveva giungere a tanto? Si dovevano smascherare i più alti gradi della Magistratura grazie a delle semplici intercettazioni, come per i mariuoli e per i mafiosi?

Sappiamo, anche se formalmente lei è il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che questa presidenza è sempre stata vissuta nei decenni con forse troppo garbo, un po’ d’indulgenza, e tanta fiducia che i magistrati sarebbero stati in grado di bastare a se stessi. Ma è così?

Vogliamo tornare indietro di 10 anni? Al 2009, alla famosa “cena” (1) fra Berlusconi, Alfano, Gianni Letta, Carlo Vizzini e le due “toghe” del CSM, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano? Una “cena” tenutasi a Roma nel Giugno del 2009, nella quale il “piatto forte” fu un progetto di riforma costituzionale, che prevedeva anche mutamenti pesanti nell’ordinamento, per rendere i giudici costituzionali ancora più succubi – mi perdoni, ma le recenti vicende lasciano aperta la porta ai più oscuri sospetti – del potere Esecutivo.
E oggi? Non conosciamo ancora lo “spessore” dei progetti intercorsi fra l’ex ministro Lotti ed il giudice Palamara, ma sono “vicinanze” che fanno accapponare la pelle.
Ciò che sconcerta è che dibattiti, opinioni ed (eventualmente) decisioni sono prese completamente al di fuori dell’agone democratico, delle istituzioni preposte: una ferita, sull’ordinamento repubblicano.

Domani è un altro giorno, già: si dice sempre così.
Uno di questi giorni, già so che dovrò incontrare un magistrato, ovviamente per faccende che riguardano il Diritto, anche se, “miseramente”, civile.
Come potrò essere sereno, come potrò fissarlo negli occhi e sapere che quel giudice potrà anche sbagliare – per carità: nessuno è infallibile! – ma chi mi garantirà che, oscure trame, non lo conducano ad una “vicinanza” con la parte avversa? Si renda conto, signor presidente, che va in pezzi uno dei cardini dello Stato di diritto!
Non fosse già avvenuto.

Da parecchio tempo la Magistratura dà una pessima immagine di se stessa: vogliamo ricordare l’inchiesta sull’incidente ferroviario in Puglia del 2017, con un PM sollevato dall’incarico nella “turbolenta” (a dir poco…) procura di Trani? Oppure l’allucinante vicenda dei corsi propedeutici per l’ingresso in Magistratura, viziati da abusi sessuali che vennero, giustamente, puniti dal CSM? In tutte queste (e tante altre) vicende è sempre la commistione fra indagante ed indagato a spaventare, a segnare il passo di comportamenti che paiono seguire la medesima traccia, come se il principio di separazione dei poteri fosse un inutile e fastidioso orpello, da ovviare facendo spallucce?
E quando proprio l’organo interno di Giustizia della magistratura deflagra, in una miriade di comportamenti da censurare, con forza e determinazione? Basta l’affermazione d’aver “fatto pulizia” per acquietarci?

Se possiamo comprendere le difficoltà della Magistratura nella lotta contro le mafie – Falcone e Borsellino ancora vivono fra noi, i loro filmati ci accompagnano nella nostra (e loro) speranza di giungere a vivere in un Paese normale – non si riesce a capire come la Magistratura assista, comodamente seduta nella sua turris eburnea, allo scempio di centinaia di vite umane, derise e violate senza che, dalla parte dei giudici, si sia giunti ad un modus operandi che ponga fine allo strazio. Quando potremo sfogliare un quotidiano senza imbatterci nell’ennesima donna uccisa, sfigurata, oppure sfuggita – solo grazie alle sue forze, oppure per pura fortuna – alla mano massacratrice, dopo aver denunciato per molte volte ai giudici ed alle forze di Polizia il suo calvario?

Cosa sono diventati, i giudici, una nuova casta di potere? Tollerata e “compresa” nel potere politico, basta che non dia “fastidi” al manovratore?

Siamo un Paese cattolico, che vive – a mio modesto parere – con troppo indulgenza le vicende di giustizia: siamo il Paese dove, al peccato, si associa immediatamente il perdono, relegando alla coscienza personale il richiesto pentimento, senza indagare se è avvenuto, senza intrometterci. Sono cose “private”, “personali”.
Sarà, signor presidente, ma nei paesi luterani il concetto di giustizia, associata al dolo ed al pentimento, viene vissuto con diversa serietà ed attenzione: non si è oberati né schiacciati dal controllo sociale – non so se, ancora oggi, in Gran Bretagna non siano previsti documenti d’identità personale com’era un tempo, ritenuti “invasivi” della libertà personale – ma, se si sbaglia, la punizione è certa e severissima. E, soprattutto, veloce.

Oggi, solo per farle un esempio, sono  impegolato (insieme a molti altri) in una vicenda (2) giudiziaria infinita, che ha visto – fino ad ora – ben cinque gradi di giudizio: primo grado, Corte d’Appello, Cassazione, ritorno alla corte d’Appello, nuovamente Cassazione. Oggi, si prospetta un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Spiegata al bar, ad un amico avvocato, mi ha confessato: “Ci saranno certo dei validi principi giuridici ma, detta così, non riesco a capire il garbuglio.” Durato, per ora, vent’anni.
E, il bello della vicenda, è che l’attuale vicenda è soltanto il secondo “round” di una precedente causa giudiziaria – che, se ben ricordo, terminò nel 1978 – mentre le basi filosofiche del contendere sono da ricercare nel carteggio fra Giovanni Gentile, all’epoca Ministro della Pubblica Istruzione, ed Antonio Gramsci, all’epoca detenuto politico a Ventotene.
Ciò non impediva, ai due, di difendere oppure criticare la riforma Gentile dell’Istruzione del 1923: correttamente, l’uno da viale Trastevere, l’altro dalla sua cella, si confrontavano sulla base degli assiomi kantiani ed hegeliani della filosofia sette-ottocentesca, sull’eterno problema del rapporto fra teoria e pratica, idealismo ed empirismo nell’educazione dei ragazzi.
Com’è possibile, signor presidente, che una vicenda iniziata – seppur nei suoi aspetti “teoretici” – nel 1923 debba tornare in vita, nel 2019, in una corte di Giustizia italiana?

Tornando a noi, la Magistratura si difende, affermando che – in fin dei conti – il potere Legislativo ha nelle sue mani le Leggi, ossia le basi sulle quali la Magistratura deve poi sentenziare. Salvo, poi, gridare “al lupo!” se ritiene che siano intaccati i suoi principi d’indipendenza, sanciti dalla Costituzione. Ma, sulla correttezza costituzionale delle leggi, debbono vegliare lei e, soprattutto, la Corte Costituzionale. Che ha mostrato un inquietante “tasso” di marciume e sordida connivenza con ambienti poco “puliti” di poteri con i quali non doveva e non poteva avere quei rapporti.

E la Magistratura italiana si compiace anche con se stessa, per rendere sempre più illeggibili gli emanati: al tradizionale uso (spesso superfluo) della citazione latina, oggi si aggiunge l’uso della lingua inglese, che pare voler “trattenere” nella torre d’avorio le sentenze, gli emanati, le motivazioni, quasi ci fosse vergogna ad esibirli in pubblico, creando anche un’artificiosa distanza, che ha olezzo di classismo, fra chi deve amministrare la Giustizia e chi deve usufruirne. E la distanza fra il Paese reale e le aule di Giustizia, aumenta: scompaiono gli avvocati, mentre spadroneggiano gli azzeccagarbugli.

In questa serena Estate italiana – i guai idrogeologici verranno in Autunno – mentre lei ci comunica la sua profonda convinzione di vivere in un Paese “pieno di energie e presenze positive”, siamo alle prese con un pasticcio istituzionale che solo la frescura del mare potrà far dimenticare. Già, ma ciò che esce dalla porta rientra dalla finestra – recita il proverbio – e, francamente, non mi sento di cassare questa antica sentenza. Possiamo rispondere: “non riesco a capire il garbuglio”, come ha fatto l’amico avvocato?
Veda lei.


(2) https://www.tecnicadellascuola.it/giustizia-e-dignita-per-gli-ata-itp-ex-enti-locali

16 giugno 2019

Risposte ad una domanda pleonastica

Chi ha messo/tirato delle mine/missili/siluri/bombe od accidenti vari alle due petroliere nel golfo di Oman? Sarebbe bello saperlo, ed io non lo so: però, una vaga idea ce l’ho, anzi, due. Perché?
Poiché il copione, sempre lo stesso dal “incidente del Tonchino” del 1964, si ripete nei modi e nei termini di sempre: la Storia non si ripete mai – questo bisogna averlo bene in mente – però i modi, le tecniche, gli approcci sono sempre i medesimi, almeno dall’inizio dell’Evo Moderno. Vogliamo provare?

Se c’è fumo c’è arrosto e, qui, l’arrosto non è stato cercato né desiderato da nessuno dei contendenti: entrambi, avevano tutti i mezzi per spedire a fondo le due petroliere, ma non l’hanno fatto. Perché?
Poiché non erano ben sicuri che, dall’altra parte, si sarebbe accusato il colpo senza rispondere: un po’ come gli inutili lanci di missili da crociera sulla Siria, che già si sapeva sarebbero stati intercettati ad altissime percentuali dai sistemi antimissile russi. I quali – si noti bene – non hanno portato in Siria sistemi antiaerei ed antimissile d’ultimissima generazione –  roba buona sì – ma non all’ultimo grido.
Qual è il punto d’inizio, il giro di boa che ha messo in dubbio la supremazia americana negli scacchieri internazionali?

Meno che mai la spettacolare Prima Guerra del Golfo, seguita – in tono minore – dalla Seconda la quale era avvantaggiata da anni ed anni di miserie in Iraq.
Il vero punto di non ritorno, per le armi a stelle e strisce, è stato il 1999: il Kosovo, una guerra forse secondaria per gli esiti e per le modalità utilizzate, ossia la “guerra spettacolo” da mandare in onda a reti unificate su tutti i canali planetari.
Una guerra viziata, sin dall’inizio, dalla vittoria irachena del 1991, che aveva fatto credere ad un’alleanza stratosferica di 27 Paesi contro un mediocre Stato medio orientale, catapultandola in un mito d’invincibilità, quasi fosse l’ennesima puntata di Guerre Stellari, oppure la milionesima avventura del Capitano Kirk.
Una guerra giocata in un campo dove l’avversario era senza alleati, con una Russia al lumicino ed una Cina ancora inesistente sul piano internazionale.
Eppure, quella guerra qualche risultato lo diede, ad analizzare attentamente gli eventi.

Oggi, ci hanno mostrato un filmato in b/n dove si vede una specie di motosilurante che abborda una petroliera e che traffica qualcosa sulla murata della nave.
Quando l’ho visionato, m’è tornato alla mente il filmato degli elicotteri Apache “caduti in esercitazione” nei pressi di Tirana: fumose immagini, rotori impazziti…in altre parole, non si vedeva una mazza.
Il sospetto venne subito, quando s’udirono in diretta – Tg1 – due forti esplosioni: il giornalista, visibilmente imbarazzato, biascicò che erano state udite due forti esplosioni provenire (così sembrava) dall’aeroporto di Tirana. Vere le due esplosioni – in quel momento era a Tirana il Ministro dell’Interno italiano, Rosa Russo Jervolino, e si erano alzati subito da Gioia del Colle gli F-104 (!) che avevano attraversato l’Adriatico come fulmini – ma la verità era un’altra.

Due cacciabombardieri J-22 Orao s’erano alzati dalla loro base nei pressi di Podgoriza e, conoscendo bene l’orografia del territorio, erano riusciti a volare molto bassi seguendo una valle che “sfociava” già in territorio albanese: da lì, avevano puntato sull’aeroporto internazionale di Tirana (dove sostava l’aereo di Stato del Ministro dell’Interno italiano) ed avevano eseguito un solo passaggio con bombe a frammentazione, distruggendo un aereo civile della KLA che trasportava, dall’estero, combattenti per l’UCK albanese ed alcuni elicotteri Apache americani. Da qui la necessità di “giustificare” la perdita degli elicotteri. I due aerei serbi riuscirono a fuggire ed atterrarono a Povikne, a Nord di Belgrado, dove furono ricoverati in un hangar sotterraneo.

Se cercate notizia di questo evento, non meravigliatevi se non troverete più niente: la “pulizia” è uno dei compiti principali d’ogni controspionaggio che si rispetti.

Questo per dire come, in presenza di qualsiasi evento bellico, gli apparati d’informazione sfornano filmati “alla bisogna”: cosa in cui crede il comune lettore, cosa di cui ride chi ha un minimo di conoscenza di queste faccende.
Ma ci fu un “dopo”.

Il “dopo” non fu una guerra americana, ma il tentativo – maldestro – da parte israeliana di conquistare, nel 2006, la parte del Libano a Sud del fiume Litani, conclusasi assai amaramente per Tzahal e, soprattutto, per il glorioso battaglione “Golani”, che ebbe numerose perdite di uomini e mezzi.
Ma, ancor più, ci fu la perdita di una corvetta ed il danneggiamento di una seconda: cosa che mise fortemente in allarme gli israeliani, ma anche gli angloamericani. Perché?

Poiché la perdita di un’unità navale moderna non significa che qualcuno – come narrano a Napoli “ha cugliuto bbuono o’ tiro” – bensì che “qualcuno” è riuscito ad ingannare le misure elettroniche di una unità navale di soli 13 anni fa. Una nave dotata del meglio che esisteva in ambito occidentale: chi aveva fornito quel software?
Hezbollah, ovvio: ma chi forniva Hezbollah? L’Iran, ovviamente. Già: ma chi forniva l’Iran?
Qui la risposta è più dubbia, ma che non si tratti del Pentagono è altrettanto ovvio: l’India? Può essere, sono i più abili nel maneggiare software, e non a caso ogni nuovo aereo russo che viene progettato (vedi T-50, o Sukhoi-57, o Pak-fa) vede sempre la partecipazione indiana. Insomma, “qualcuno” dalle parti dell’India, della Cina o della Russia possedeva – nel 2006 – l’elettronica necessaria per ingannare una corvetta israeliana oppure i carri armati Merkawa.

E torniamo all’oggi.
Se vogliamo rimanere in ambito militare, possiamo raccontarci quello che vogliamo: può essere stata una classica false flag americana, oppure un attacco d’avvertimento (non ci sono state perdite, né di mezzi e né di vite) iraniano. I motivi?
Di là dell’infinita solfa del nucleare iraniano, vorremmo ricordare che l’embargo unilaterale statunitense colpisce uno dei gangli vitali dell’apparato produttivo iraniano: l’industria petrolchimica.

Negletta, dimenticata, è l’industria petrolchimica che ci fornisce fertilizzanti, medicinali, materie plastiche…e tutta la panoplia che vediamo sugli scaffali dei supermercati. E l’industria petrolchimica iraniana è nata nel 1964, ai tempi dello Scià di Persia, che desiderava modernizzare il Paese.
Il concorrente, nel Golfo Persico, è l’Arabia Saudita, da sempre alleata degli USA e di Israele: la società petrolifera di Stato – ARAMCO – ha deciso di buttarsi anch’essa nel petrolchimico…già…nel 2018. Con 54 anni di ritardo sugli odiati iraniani: vogliamo pensare (male) e chiederci se, per caso, abbiano chiesto un “aiutino” agli “amici” israeliani ed americani? I quali, come fecero col Giappone nel 1941, decisero che i negoziati potevano considerarsi conclusi soltanto se Tokyo accettava le “quote” fisse d’importazione di petrolio, ferro, carbone…ecc…che Washington aveva deciso. Il seguito lo conoscete.

Perché, vedete, vendere petrolio è la cosa più facile di questo mondo: lo pompi in un oleodotto oppure lo carichi sulle petroliere…e via, intaschi i soldi. Ma il petrolio, oggi, non è più quello dei tempi di Mattei: il mondo va verso un futuro sempre più elettrico, e la “quota” delle importazioni che prendevano la via del petrolchimico – fino a qualche anno fa – era del 5%: oggi è del 12%, per il prossimo anno si prevede un 14%.
Per installare l’industria petrolchimica (che fornisce alti introiti), prima, bisogna conoscere le basi dell’industria chimica, creare quadri dirigenziali (e, qui, non è poi così difficile) però bisogna creare anche copiosi quadri intermedi, avere conoscenze, tecniche, materiali, sistemi di produzione, ecc.

Può, l’Arabia Saudita – un Paese di 31 milioni di persone, che anche per guidare un autobus assume un immigrato – confrontarsi con un Paese come l’Iran, che ha 82 milioni d’abitanti e che la surclassa in ogni sfera del sapere e della tecnologia? Che ha una popolazione senz’altro più “vitale” di quella saudita, un sistema di governo più efficiente, se raffrontato ad una casa regnante con 25.000 nobili “di Stato”?

E poi, poi…c’è sempre lo zampino di Putin…il quale, stranamente, quando si è parlato di confronto militare fra l’Iran e gli Usa – che, si noti, hanno perso da tempo quel codazzo di 27 Paesi che li seguirono in Iraq – ha semplicemente affermato “che lui non può farci niente” se l’Iran va in guerra contro gli Usa…ma guarda un po’, che strana dichiarazione…

Ci si poteva aspettare la solita manfrina da “nuova guerra fredda” per un Paese considerato “osservatore” nello SCO, il vecchio Patto di Shangai…ma un “osservatore” di riguardo, è già si pensa ad un suo ruolo più “ufficiale”. Niente, non ci può fare niente…o non vuole? E perché?

Perché Putin sa cosa la Russia ha fornito all’Iran il quale – parliamoci chiaro – di fronte alle armi americane soccomberebbe, già…ma “quanto” soccomberebbe e, soprattutto, cosa lascerebbe in eredità con la sua sconfitta?
Putin ha venduto all’Iran il sistema antiaereo/antimissile S-300, lo stesso che ha mantenuto in salde mani russe in Siria, perché conosce bene l’efficienza di quel sistema. E poi: i missili iraniani? Non sono mica gli Scud di Saddam Hussein: possono raggiungere Israele quando e come vogliono, mentre è ancora dubbio se possano raggiungere Napoli, per colpire direttamente la base della VI flotta.
Cosa ne sarebbe dello Stretto di Hormuz? Quante petroliere in fondo al mare?

Israele, se colpito, potrebbe rispondere con le armi nucleari, ma la risposta iraniana sarebbe ad armamento chimico e/o biologico, e – sinceramente – non so quale preferire. In ogni modo, sul piano politico e diplomatico, attaccare per primi con armi nucleari sarebbe una mossa sbagliata, per Israele in primis, perché il “gioco” delle alleanze si romperebbe subito, con conseguenze imprevedibili.

Come potrete notare, la “scaramuccia” che è andata in onda nel golfo di Oman si presta ad entrambe le ipotesi: un “avvertimento” americano all’Iran? Od uno iraniano agli Usa?
Non è poi così importante sapere chi è stato, ma che la cosa sia avvenuta: oggi, intorno alla faccenda, c’è un silenzio che assorda. C’è da giurare che le diplomazie stiano girando “a mille” non tanto sull’evento, ma su tutti i corollari della situazione.

Nel 1941, gli Usa potevano permettersi di mandare al Giappone un diktat senza condizioni: oggi?

09 giugno 2019

Per favore, salviamo la lingua italiana!

La lingua, come percezione diffusa, non viene considerata patrimonio, bensì mezzo. Ed è un grosso errore poiché, se pur vero che è il mezzo per comunicare, quando si sedimenta costituisce l’involucro, il contenitore di una cultura, il “pozzo” da cui attingere per sapere chi siamo, chi eravamo. E, per certi aspetti – come una moneta – la lingua coincide con una popolazione: è una sorta di “presentazione” sul palcoscenico internazionale.

La lingua più antica della Terra, tuttora in uso, è il cinese mandarino, chiamato anche lingua sino-tibetana: sarà un caso che la più antica lingua ancora in uso della Terra si presenti oggi sulla scena come il futuro deus ex machina del Pianeta?
E come sta la lingua italiana?

Sta, ma non sta troppo bene, e qui voglio chiarire subito che non si tratta delle nuove espressioni gergali – ad esempio, l’onnipresente “tipo” del linguaggio giovanile –  che, in realtà, rendono viva una lingua: si tratta di come si presenta sul proscenio del Pianeta.

La lingua dell’Italia non ha mai superato l’amputazione del Latino: del resto, essere i padroni del mondo antico e poi perderlo, qualche sconquasso lo crea. Vi faccio solo notare una curiosità linguistica: nel mondo latino, tutto ciò che era inerente alla guerra aveva la radice bellum: da questo l’italiano bellico, bellicoso, belluino. Ma il bellum, come sostantivo, non è “passato” dal Latino all’Italiano ed è stato sostituito da guerra, che proviene dal basso sassone, werra, poi war (GB) e Wehr (D): perché?
Poiché lo “spettacolo” che si presentò agli italiani dell’epoca – le invasioni dei barbari – non era codificabile nei termini antecedenti, quando il massimo disastro era stato Teutoburgo: una catastrofe militare immane, ma che avvenne a duemila miglia da Roma. Il fenomeno era nuovo – …semirutarum urbium cadavera…(trad: i cadaveri (delle) rovine nelle città) scriveva Ambrogio, vescovo di Milano – la distruzione era giunta nelle città italiane: era cambiato tutto, e cambiò anche la lingua.

Mi viene la voglia di darvi subito la classifica degli autori italiani più venduti nel mondo, ma è meglio che ci riflettiate un attimo: se volete, potete sempre scorrere avanti, ma non servirà a nulla. Perché?
Poiché, se pensiamo alle lingue come contenitori di cultura (in tutti i sensi: romanzesca, scientifica, saggistica, ecc) ci rendiamo conto che noi italiani (ma anche i tedeschi ed i francesi) viviamo in un microcosmo culturale: chi ha mai letto Dostoevskji in russo? E Shakespeare in inglese? Se non c’è la traduzione, ciccia. Ergo, una lingua – intesa come contenitore culturale di un insieme d’individui – si presenta nel mondo solo con una traduzione. I tentativi di “monocultura linguistica” planetaria fallirono, purtroppo, con l’esperanto – curiosità: uno dei grandi sostenitori di quel tentativo fu Giuseppe Pinelli, l’anarchico “defenestrato” nel 1969 – che non era poi tanto male per come era stata progettata, ma si sa: nessuno, che vince economicamente nel Pianeta, si conforma ad una lingua altrui.

Gli unici che ci riuscirono, a radere alla radice e rinnovare la loro lingua, furono gli Ebrei, ma che gli Ebrei abbiano (nel bene e nel male) una marcia in più lo sappiamo tutti: detto fatto, buttato l’aramaico e sostituito con l’Ebraico Moderno. Punto.

Se suddividiamo il Pianeta per aree di comprensione della lingua scritta, ci troviamo di fronte – pressappoco –  a questa “geopolitica della cultura”:

1) Area islamica: circa 2,6 miliardi di persone, alfabetizzazione medio-bassa
2) Area cinese: circa 1,3 miliardi di persone, alfabetizzazione molto alta
3) Area indiana: circa 800 milioni di persone, alfabetizzazione medio-alta
4) Area ispanica: circa 500 milioni di persone, alfabetizzazione medio alta
5) Area anglofona, circa 500 milioni di persone, alfabetizzazione molto alta
6) Area slava: circa 300 milioni di persone, alfabetizzazione molto alta.

Il resto, come ricordava Benigni in un celebre film, parlando del prete, del farmacista e del medico in un piccolo paese, “è lì pe’ figura”.
Certo, è una “figura” spesso importante, soprattutto per la creazione di cultura, pensiamo all’area francofona, germanofona, ma anche italiana. E il persiano? l’urdu? Tutte destinate a sparire?

Ci sono notizie, che viaggiano sul Web, le quali narrano di un vero e proprio amore per la lingua italiana e di molte persone che s’iscrivono ai corsi di lingua italiana. Può essere anche vero ma, quante di queste persone giungeranno a leggere Pirandello in Italiano? Pochi, ritengo, poiché l’Italiano è una lingua difficile, ostica, zeppa di mille significati contradditori.
Perciò, il vero significato dell’appressarsi alla lingua italiana ha una diversa accezione: è una sorta d’infatuazione per un Paese ed una cultura che percepiscono ricca, profonda, attraente. Una specie d’innamoramento: come, al tempo dei Latini, la lingua greca.
Esaurito il “fuoco” iniziale, gli amanti dell’Italia li vedremo in giro per Roma o Venezia, poi ceneranno nei ristoranti italiani di Los Angeles o Singapore, e finiranno, magari, col libro di un autore italiano (tradotto nella loro lingua) sul comodino.
E chi sceglieranno? Ecco la classifica (1):

1) Dante Alighieri 
2) Carlo Lorenzini (detto il Collodi)
3) Carolina Invernizio (una sorta di “Liala” dell’800, maestra nel romanzo d’appendice)
4) Giovannino Guareschi 
5) Andrea Camilleri
6) Oriana Fallaci
7) Umberto Eco
8) Giorgio Faletti 
9) Susanna Tamaro 
10) Roberto Saviano

Ci sono parecchie di queste classifiche, e ne ho scorse molte: a volte differiscono per qualche nome, ma le posizioni di testa quasi non cambiano. In alcune c’è Niccolò Machiavelli, che con il suo “Principe” contende a Sun-Tzu l’alloro della politica e della guerra, ma sono i “mancanti” che ci raccontano qualcosa.

Manzoni, ad esempio: a nessuno frega un accidente di una storia di dominazione straniera e del finale “in rosa” dovuto all’intervento della Provvidenza Divina. Non sto dicendo che Manzoni sia più o meno di altri: dico soltanto che nelle classifiche dei testi letti all’estero (e dunque tradotti) non c’è.
Non c’è Pirandello: e qui è veramente una grave lacuna, dovuta però alla profonda arguzia ed all’eleganza del grande tessitore di storie siciliano, poco comprensibile per altre culture, soprattutto dopo traduzione.
Non stupisce l’indiscussa leadership di Dante: il suo poema fu quasi la “colonna sonora” del tardo Medio Evo, al punto che se ne sentono gli effluvi anche in Huitzinga, nel suo “Autunno del Medio Evo” e, addirittura, Bob Dylan lo chiama in causa nel suo “Tangle up in blue”.

I fenomeni editoriali, a volte, sono strani e dovuti a percezioni fortunate degli editori, oppure certi autori “attecchiscono” in terre lontane per curiose assonanze culturali. Guareschi, ad esempio, fu molto noto in Cina e ci fu addirittura un dissidio giudiziario, poiché i cinesi inventarono una coppia Peppone-Don Camillo cinese e diedero il via ad una serie di avventure locali. Curiosità bibliografiche, con relativo contenzioso giudiziario.

Ciò che ci insegna questa classifica (od altre, simili) è che le posizioni di testa identificano la cultura meno appariscente ma profonda di un popolo (Maigret/Simenon sarà letto anche nel 3000, magari insieme a Rabelais), mentre le posizioni di coda rappresentano – a grandi linee – l’attualità di una cultura. Piaccia o non piaccia, così è. Dunque, la cultura letteraria di un Paese – se vuole sopravvivere come lingua (espressione di una cultura) – deve creare e pubblicizzare se stessa che, in questo caso, significa tradurre: anche le cucine sono “tradotte”, perché il piatto cinese che mangiamo in Italia non è la cucina di Shangai, così come gli spaghetti di San Francisco non assomigliano a quelli che “buttiamo” tutti i giorni.

La globalizzazione tecnologica, però, ha creato degli “standard” che regolano il mercato: costi, stampa digitale, costo della carta e distribuzione hanno “appiattito” il mondo dell’editoria. Un libro che costa 10 euro, per noi è accessibile, per un abitante medio del mondo islamico è caro, come lo può essere per un filippino, per un africano, ecc.
La “soglia” di redditività, per un prodotto editoriale, però è uguale dappertutto: sono 5.000 copie, sotto ci perdi, sopra ci guadagni. A New York come a Roma, a Parigi od Islamabad.

E’ proprio qui che la lingua di appartenenza gioca un ruolo decisivo: vendere lo stesso prodotto a 500 milioni di persone è dieci volte più facile che a 50 milioni di persone.
Anche per questa ragione osserviamo che la professione di chi scrive è più facile e più diffusa nel mondo anglosassone ed in quello ispanico: notiamo, a margine, che con una sola traduzione si può arrivare ad un mercato di un miliardo di persone, molto alfabetizzate ed abbastanza ricche da permettersi un libro.
Isabel Allende è senz’altro una grande scrittrice, però notiamo che è forse l’unica a dominare completamente (per sue vicende personali) entrambe le lingue.

Seguendo questo ragionamento, dovremmo concludere che in Italia si pubblica meno, il che non è vero: in Italia si pubblica un nuovo libro ogni 8 minuti. 66.757 l’anno (2017), 183 ogni giorno, 7,5 ogni ora, uno ogni, appunto, 8 minuti (2). Dove vanno a finire? (3)

La gran parte, finisce sugli scaffali delle librerie dove ha una “vita utile” – ossia è una novità – per 90 giorni, tre mesi. E dopo?
Un tempo, a Rimini, c’era il mercato dei “morti viventi”, ossia dei libri invenduti, ma oggi – per quel che ne so – non esiste più e vanno direttamente al macero, cioè al recupero della carta.

La risposta è il libro digitale? Non sembra. Nonostante esistano da molti anni, gli e-book non superano la quota del 30% delle vendite sui testi tradizionali. Sarà che il libro è un “compagno” sul comodino, sarà che dopo molte ore al PC non se ne ha più voglia, sarà che leggono di più le persone meno giovani…ma così è. E non c’è da aspettarsi che il pdf rivolti il mercato come un calzino: sarebbe già avvenuto.
E come funziona il mercato editoriale?

Questo mercato presenta le medesime dis-funzionalità degli altri mercati e ha degli impressionanti parallelismi con il mercato dell’edilizia, tanto per citarne uno.
Un libro che costa 10 euro ha, approssimativamente, queste suddivisioni finanziarie:

3 euro all’autore/editore
5 euro alla distribuzione
2 euro al libraio

Sono, ovviamente, ripartizioni di massima.
Le tre figure sono, per certi versi, incoerenti con il significato comune. Il libraio, ad esempio, non ci perde niente, come un giornalaio: lavora solo sul venduto, e restituisce le copie invendute con relativo ri-conteggio delle sue spettanze.
Il distributore (in Italia le Messaggerie) è, in realtà, il vero deus ex machina della situazione perché funziona quasi da “banca” per gli altri attori e, nonostante qualche dato positivo, il mercato è stagnante, regolato più dalla voglia di leggere che dal portafogli: si legge poco.
E perché si legge poco?
Perché non sempre quel che acquistiamo soddisfa, poi, i nostri desideri.
E perché non li soddisfa? Perché gli editori pubblicano questa enorme massa di libri?

Per capire questa apparente assurdità, bisogna tracciare un parallelo con l’edilizia: come funziona l’edilizia?
Tizio è un costruttore. Appena terminato un palazzo, sa benissimo che, per venderlo, ci vorranno anni, se andrà venduto! Perciò si reca in banca dove Caio deve valutare la reale consistenza del patrimonio di Tizio per concedergli una linea di credito. Incarica Sempronio, un Architetto od un Geometra, che stima l’immobile e, a microfono spento, gli comunicherà la consistenza e la veridicità delle rassicurazioni di Tizio.
Come ben capirete, questo è un gioco di fiducie e sfiducie che ruota intorno a milioni di euro: tutto è possibile. Però, in genere, Tizio riceve un credito…più qualche vendita…e può ripartire con un altro palazzo.

Nell’editoria, il distributore è la pedina centrale, quella che regola il mercato: è lui che paga i libri pubblicati all’editore salvo poi, dopo 6 mesi o un anno, fare il consuntivo delle copie vendute e chiedere il rimborso delle copie andate al macero. L’editore, non sempre è fuori dai guai…(anzi, spesso quei soldi da rendere non li ha proprio) e allora cosa fa? Pubblica un nuovo libro, per il quale il distributore darà un anticipo…e così via. In questo modo, si giunge all’assurdo di un libro pubblicato ogni 8 minuti in un Paese che non legge quasi mai: solo il 40% degli italiani legge un libro l’anno, e solo una piccolissima percentuale legge più libri.
Il sistema è un po’ più complesso, ma sostanzialmente, al minimo per non complicare la narrazione, questa è la situazione.

C’è da chiedersi perché gli italiani vogliano leggere solo più le barzellette di Totti. Qualcuno dirà perché sono dei buzzurri, altri perché una società poco vitale toglie la voglia d’informarsi, e così via…
Però, ho letto libri che gli editori regalano agli autori (presi dai fondi di magazzino) e, talvolta, mi sono imbattuto in dei veri capolavori, cose che nemmeno Dan Brown (mai letto, ma ha venduto un sacco…) si sognerebbe mai d’inventare. Ne cito uno che meritava un successo planetario, “I rotoli di Yarmouth” di Guido Cornia (primo al premio “Firenze Libri”), e invece poco o niente conosciuto.  Perché?
La mentalità è la stessa dell’edilizia – un libro come un mattone – facciamone tanti e qualcosa si vende.
Quello che manca, è la qualità: la bellezza di una storia, la sagacia di una buona analisi saggistica. Per questa ragione, fuori d’Italia, i libri non si riesce a tradurli.
Come fare?

Il problema di tutte le case editrici, sono i lettori della casa editrice: per quel che ne so, soltanto Sellerio tiene in servizio dei lettori-critici per decidere cosa pubblicare e cosa buttare. Einaudi aveva una buone rete di critici, ma la prima decisione di Berlusconi, quando acquistò, fu di licenziarli tutti. Era un costo, via i costi.
La cosa, in sé, è addirittura buffa: si presenta del materiale al pubblico che nessuno ha letto, che solo un redattore ha scorso per 2-3 pagine perché leggere, per mestiere, costa.
Oppure ci s’affida agli agenti editoriali, che si disputano a furor di coltello le poche firme “sicure”: poi, giungono ad “aprire” il portale Web per l’invio di nuove opere solo il primo minuto di ogni mese. Roba da matti.
Ci sarebbe una soluzione?

La soluzione può solo venire dalla parte pubblica, ma quasi senza metterci un soldo, altrimenti non se ne fa nulla.
Ricordiamo che il Governo ha a disposizione l’Istituto Poligrafico dello Stato, che presiede (oltre alle attività monetarie) alla stampa di tutto il materiale di servizio dello Stato. Il problema è: chi li legge?
Abbiamo, in Italia, circa 60.000 persone che non fanno nulla tutto il giorno. Chi sono?

I detenuti.
Fra questi 60.000 detenuti, ce ne saranno una parte di diplomati e laureati, gente in grado di criticare un libro? Non ne servono molti, un migliaio o due, da ricompensare – se meritevoli dal punto di vista carcerario – con qualche permesso in più, od altri mezzi compatibili con il regime carcerario.
Potrebbero “filtrare” decine di migliaia di libri l’anno.
Solo un primo filtro, s’intende, lasciando ai direttori delle carceri il compito di scegliere i lettori, evitando – ovvio – di mettere in strada un tizio pericoloso soltanto perché buon critico. Gente che, al termine della lettura, dovrebbe compilare un prospetto critico standard, fornito dal ministero, per avere un’analisi il più oggettiva possibile.
Quando la platea dei nuovi autori si fosse ridotta ad un migliaio, continuare come in un comune premio letterario (con lettori pagati, oppure concedendo qualche credito extra ai laureandi, od un mix d’entrambe le soluzioni), fino a restringere i meritevoli ad un centinaio.

A quel punto, l’Istituto Poligrafico provvederebbe alla stampa delle 5.000 copie “d’ordinanza” nel mondo letterario ed alla distribuzione.
Perché sarebbe importante ed a basso costo un’operazione del genere?

Perché fornirebbe alle case editrici del materiale già visionato e filtrato: potremmo azzardare che, ogni anno, sarebbero le migliori opere dell’ingegno letterario italiano. Potremmo ri-creare un mondo che, all’estero, fu molto apprezzato: quello della letteratura italiana. Con poca spesa.

Non dimentichiamo che, agli occhi del Pianeta, l’Italia è il ricettacolo del Bello, in tutti i sensi: nell’arte, nella moda, nella cucina, nel design. Negli ultimi anni, purtroppo, la letteratura italiana ha perso smalto, mordente, attualità: le ragioni sono state ampiamente spiegate. Poi, non mancano le buffonate, come quella di quest’anno alla Fiera del Libro di Torino: futili mezzi per catalizzare l’attenzione, proprio perché la qualità dei “prodotti” – uno ogni 8 minuti, una catena di montaggio impazzita – è scarsa.

E’ ora di porvi rimedio: i costi sarebbero veramente minimi per uno Stato, mentre i vantaggi – economici e d’immagine – sarebbero senz’altro di tutt’altro ordine. Altrimenti, centinaia d’autori di lingua inglese o spagnola, raggiungeranno facilmente le canoniche 5.000 copie – in un rapporto di “facilità” di 1 a 10 con l’autore italiano – e si presenteranno sul mercato internazionale: non è un caso se tutta la narrativa storica italiana è quasi completamente nelle mani d’autori esteri.

Che idea balzana…far leggere i detenuti…e se funzionasse?

(3) La cifra non conteggia i libri scolastici né quelli scientifici, tecnici, medici, ecc. né quelli venduti tramite Amazon, che non fornisce dati.