24 maggio 2019

Comunicazione di servizio


Comunico che, Domenica 2 Giugno alle ore 18:00,  presso "La Cena di Pitagora", Via San Ponzo 25, 

Ponte Nizza (Pavia) intervisterò Massimo Fini, partecipando al dibattito sull'argomento:

"Massimo Fini e il pensiero ribelle. La modernità di un antimoderno"

Per presenziare è gradita la prenotazione presso:
 

"La cena di Pitagora" tel. +39 038353410

21 maggio 2019

Mansueti, guerrieri o maneggioni?

E ci guardano pure. Dai loro manifesti elettorali, ci scrutano, ci osservano: speranzosi, languidi, concilianti, battaglieri, consolatori, fidanti, consueti, suadenti e complici, integerrimi e scontrosi…ce n’è per tutte le razze e le solfe…hanno dedicato tempo e soldi per quelle immagini…no, così, un po’ più a destra…il ciuffo…la piega sulla giacca…
E finiamo per crederci, che quelle immagini rappresentino il succo dell’ideologia, la sterzata fra il desueto, il coraggio fra la contiguità…e ci scanniamo pure.
Poi, per cinque anni, le parole più gettonate saranno: variante, ponte, autostrada, tangente, palazzo, appartamenti, attico, tangente, voti, scambio, cupola, tangente. E, infine: avviso, garanzia, indagine, intercettazione, cellulare, processo, patteggiamento, rinvio, giudizio, assoluzione, condanna, dimissioni, corruzione…

Finiamo, inconsciamente, per lottare su basi ideologiche per gente che l’ideologia la snobba, la usa solo come grimaldello per far saltare tutti i chiavistelli del potere, per arrivare a possedere cinque telefonini, quattro automobili, tre uffici, due amanti, lo yacht, la faraonica villona al mare ed il gentile chalet sulle nevi.

Poi, ci provò Grillo. Non sappiamo molto di questa vicenda, perché l’inquietante presenza dei Casaleggio lancia un dubbio su tutta l’avventura: forse, il Beppe si rese conto che senza l’appoggio di gente abile nella comunicazione avrebbe soltanto gridato al vento per anni. Ma tant’è: nacque il Movimento.
Nacque mentre i partiti tradizionali – che avevano sbaragliato la vecchia classe politica ai tempi di Tangentopoli – finivano massacrati dai loro stessi atti, ossia dall’incapacità di generare felicità nelle menti degli italiani e, parallelamente, di mostrare una protervia inconcepibile nel traghettare risorse dai bilanci pubblici ai loro portafogli. Gli italiani sono il popolo meno prolifico del mondo, e il generare figli non dipende da asili nido o quant’altro, ma solo nella felicità intrinseca, la gioia di guardare al futuro. Che manca. Irrimediabilmente?

Giunti a questo punto, si dovrebbe parafrasare il titolo di un noto testo storico – Ascesa e declino delle grandi potenze di Paul Kennedy – in “Ascesa e declino dei partiti politici italiani”: quasi una rottamazione.
L’UDC conquistata e spartita (pare quasi una Polonia del 1939!) fra i due blocchi, Alleanza Nazionale morta per un appartamento a Montecarlo. Sì, avete letto bene: per un appartamento a Montecarlo. Trovarne uno più stupido di Gianfranco Fini, fra i tanti fessi italioti al potere, non è facile.
Sopravvive un barlume del ceppo originario, legato alla sopravvivenza fisica di Silvio Berlusconi, dove trova rifugio la gran maggioranza di quel 10% d’italiani che possiedono il 50% della ricchezza nazionale: hanno ragione a farlo, perché B. non li ha mai traditi.

Dall’altra parte, invece, i tradimenti consumati nel nome di un’Europa che sarebbe stata in grado d’aprire la cornucopia urbi et orbi sono stati infiniti, tanto che non si deve perdere tempo a citarli. Veltroni – “Celestino” (V, come lo chiama De Gregori) – il poco prode Prodi, qualche rottame ex DC ed ex PCI, robetta di poco conto. Se D’Alema è la “ mens maxima” che riescono ad esprimere, saluti e baci. Il resto sono soltanto rumenta di poco conto, gente da mandare, per la riconversione operativa, da Filippo de Maria. Magari diventano ballerini.

Fra le nuove “leve” della politica dell’epoca – FI, AN, UDC, PDS, RC, ecc – c’era anche la Lega Nord di Bossi.
Ricordo bene i manifesti con la gallina del Nord che faceva le uova d’oro, ed il Sud – famelico – che le rubava: era solo il tentativo del sen. Miglio d’accontentare i suoi partner tedeschi – Miglio era uno dei pochi italiani abbonati alla Deutsche Fernsehen, la Tv tedesca – per staccare il Lombardo-Veneto e collegarlo con gli “Imperi Centrali”. Senza una guerra, come avvenne nei Balcani.
Ma il sen. Miglio fallì, e poi morì e tutto passò nelle mani di un modesto (per cultura politica) Umberto Bossi, il quale non trovò di meglio che accasarsi con Berlusconi. La prima volta sbatté la porta e se ne andò, la seconda rimase e finì tutto a bagasce. La fine fu tristissima: il “Trota” laureato (?) in Albania, fiumi di soldi alla famiglia Bossi, storie di diamanti in Africa ed i famosi 49 milioni di rimborsi elettorali inesistenti ancora oggi “presenti” nella politica nostrana.

Per 30 anni, la Lega – a fasi alterne – ha (s)governato questo Paese: non si può negarlo, perché la compagnia era allegra e pronta ad ogni permissività, basta ricavare i voti.
Nella sua fase di ascesa, la Lega era probabilmente un partito ancora di “verginelle”, ma ci ha abituato, nei decenni, a comportamenti ed abitudini sempre più simili a quelli degli ex qualcosa che erano tutti in FI ed in AN.

Basti pensare ai famosi bilanci della Regione Piemonte – le “Mutande Verdi” – dalle quali spuntarono spese pazze addossate al bilancio regionale, oppure il “Gran Circo” della Regione di Maroni, con accusati, processi e quant’altro, con le tre regioni del nord – Piemonte, Lombardia e Veneto, sempre governate dalla Lega in associazione con FI ed altri – falcidiate dai processi.
Chissà perché i “Mose” olandesi funzionano regolarmente nelle chiuse e nei canali, mentre quello italiano è sempre rotto. Chissà.
Alla fine della storia, cosa troviamo?

Un partito che vince alla grande alle elezioni, ma che non ha i voti per governare da solo e che non desidera fare un governo con i due principali attori del passato: FI e PD. Lo stallo è evidente, e la situazione non è gestibile, se non con l’arrivo della trojka europea o di governi istituzionali.
C’è il lungo braccio di ferro, e alla fine spunta il governo M5S-Lega.
Già, ma la Lega chi è?

E’, in gran parte, la stessa compagine politica – nel senso di parlamentari, ministri, sottosegretari, assessori, sindaci e politici in genere – che è maturata negli anni di Berlusconi, ed ha assorbito un certo laissez-faire nella gestione degli appalti e nella programmazione delle opere. La Lega era al governo quando Lunardi ammetteva che “con la mafia bisogna convivere”.

Dall’altra, per ora, non ci sono episodi di corruzione: c’è la vicenda Raggi, ma l’accusa era di falso, ossia l’accusa era d’aver mentito su questioni interne alla sua giunta, cosa poi rivelatasi non vera. Di queste accuse, ne nascono e muoiono centinaia l’anno. Però, non ci sono soldi dietro, non c’è il chiudere gli occhi di fronte al malaffare, non si vuole favorire economicamente questo al confronto di quello.
Bisogna che la Lega se ne faccia una ragione: ci sono accuse che sono interne alla vita delle giunte – falso, varie omissioni, ecc, anche se così non dovrebbe essere – che fanno quasi parte della lotta politica ed altre – dove ci sono soldi di mezzo – e, queste, qualche campanello d’allarme devono farlo scattare, altrimenti è del tutto inutile proporre un governo “del cambiamento”.

Siri, Rixi, Fratus sono la punta dell’iceberg di questi comportamenti e la Lega – invece di fare ostruzionismo sul governo – dovrebbe fare pulizia al suo interno. D’altra parte, se questo governo ha deciso d’essere il governo del cambiamento, le regole vanno rispettate.

E’ tutto un teorema ordito dai giudici. Se si sposa questo principio, si deve poi indicarne la soluzione: nomina dei giudici da parte del potere politico? Per secoli l’umanità ha vissuto con questo sistema, ed è stato lampante che, quando un giudice doveva giudicare “milord” ed uno straccione, appeso al palo finiva sempre lo straccione.
La tripartizione dei poteri è una conquista, anche se ci possono essere delle smagliature, ma questo è compito della classe politica porvi rimedio: ad esempio, perché non punire la “fuga” delle notizie giudiziarie, almeno fino all’avviso di garanzia?
Basta fissare delle regole certe ed uguali per tutti, procure comprese, e certi comportamenti finirebbero: ricordo che B. fece infinite lamentazioni per il suo avviso di garanzia recapitato a Napoli durante un incontro con Bush, ma fu lui stesso (tramite i suoi giornali) a diramare ai quattro venti che il presidente della Regione Lazio andava a trans con l’auto di servizio.
Che fare?

Io non penso che lottare contro la corruzione politica sia un valore di destra o di sinistra, e nemmeno che il M5S sia un partito di sinistra e la Lega uno di destra. Sono categorie di un tempo trascorso, dalle quali fatichiamo tutti a staccarci, io per primo. Sono le categorie che ci vengono dalla nostra storia personale, dalle amicizie, dal nostro passato. Eppure, è necessario staccarsi.
Da anni sono amico di una persona che fu nel MSI quando io militavo nello PSIUP: sapeste quante risate ci siamo fatti su quegli anni! Sulle nostre ingenuità, i nostri pregiudizi, sulle nostre incapacità nel guardare oltre gli amici uccisi, i reciproci agguati, le botte, il sangue. Nel nome di un Duce che mai conobbero o di un radioso futuro socialista, mai arrivato.

La Storia ci ha messi in un bel guaio, perché – ad essere onesti – nessuno può dire che un governo di destra o di sinistra sia dietro l’angolo, dato che entrambe le forze politiche che hanno dato vita al governo, secondo me, faticherebbero troppo a dover tornare all’obbedienza in dei fumosi e poco probabili schieramenti. Non c’è nessuna alleanza con Berlusconi dietro l’angolo, ed il PD è sempre il PD di Renzi, anche se il segretario, oggi, è Montalbano-bis. Ed il PD e FI sono stati sconfitti sonoramente dagli italiani: concedere loro altro tempo sarebbe non solo sprecato, ma ingiusto.

Per chi coltiva queste illusioni, vorrei ricordare cosa sono le elezioni europee: una sfida che non ha mai contato una cippa, visto che non contano una cippa gli eletti e vanno a Bruxelles per decidere una cippa.
E vorrei rammentare le elezioni europee del 1984, quando a sinistra si gridò al “sorpasso” sulla DC, mentre Andreotti abbozzò un sorriso: nessuno, all’epoca, meditò di scomodare la mafia per così poco e, nelle successive elezioni politiche del 1987, la DC superò il PCI per ben tre milioni di voti. Le vere elezioni, gente, sono fissate per il 2023.

Meditate, prima di gridare a nuovi governi di destra o di sinistra: quel che ci aspetta, in quel caso, è soltanto un Monti-bis o Mario Draghi. Saluti e baci a tutti.

12 maggio 2019

Governo Lega-5Stelle 2.0

Certamente, Salvini dopo l’uno/due della faccenda Siri e dell’autorizzazione allo sbarco autorizzata da Conte (con impegni già presi di mandarli in Europa), sta meditando se staccare la spina al governo oppure continuare. Il cellulare con Giorgetti sarà caldissimo, anche perché la vicenda di Siri rischia di trasformarsi – con la prosecuzione delle inchieste – e Giorgetti rischia anche lui un avviso di garanzia, perché quell’inchiesta è un filo che si sa da dove parte e non si sa dove andrà a finire. L’atteggiamento dei 5Stelle, complice anche l’avvicinarsi al voto, si è fatto intransigente e la Lega ha perso 6 punti percentuali nei sondaggi in una settimana. Salvini ha provato a scaricare il barile delle espulsioni sulle spalle di Conte e di Moavero, che hanno risposto picche: che fare?

A mio avviso, Salvini non aveva veramente intenzione, dopo le elezioni, di rompere il Governo per tentare l’avventura con il centro-destra nel quale fare il leader indiscusso, perché a parole Berlusconi glielo avrà senz’altro promesso, ma lui non si fida. E fa bene: il vecchio marpione ne sa una più del diavolo in termini di alleanze, e se oggi promette, domani è pronto a farti scivolare via lo zerbino da sotto i piedi. Lo abbiamo visto nell’ultimo governo – socio di Renzi – cos’è stato in grado d’inventarsi (Verdini e tutto il resto).

Ha commesso degli errori, inutile girarci attorno, credendo d’essere il vero capo della coalizione, colui che aveva le redini della politica italiana ed oggi Conte si è ripreso tutto il suo spazio, relegandolo al suo ruolo di ministro degli Interni.

Fidarsi della “parola degli italiani”, che nei sondaggi lo consacrano primo partito? E per quanto? La Lega, più volte, ci ha mostrato di saltare dalle stelle alle stalle in brevi periodi, di passare da momenti di gloria fin quasi all’estinzione.
Relegarsi in un ruolo subalterno, fidando sulla dimostrazione di buon governo? I 5 Stelle sono maestri in quest’arte, e se lui si priva del ruolo di playmaker che si è dato – la politica fatta sui social, le sparate un po’ sopra le righe, la vicinanza con ambienti non proprio coerenti col suo ruolo istituzionale (l’estrema destra, le tifoserie più accese, ecc) – rischia veramente di tornare a percentuali che gli danno sì il ruolo di primo partito nel centro destra, ma non i numeri per governare.

Riflettiamo un attimo con calma: i sondaggi non sono voti, sono sondaggi, adesioni vere o false gettate nella mischia per agitare le acque, ma più volte abbiamo visto cosa succede dei sondaggi dopo le elezioni. Anche così, l’elettorato italiano – interrogato dai sondaggisti – conserva un buon 20% d’indecisi, in grado di cambiare le sorti di qualsiasi governo.

Salvini non può competere con Conte come figura “affidabile” per un elettorato centrista, perché non ne ha la stoffa: è un estremista che però, per vincere, ha bisogno d’inoltrarsi in quella palude del centro che è un marasma difficile da decifrare. Basta un nonnulla, ed i tuoi risultati variano di quel 5% che è il discrimine per governare o restare al palo. Le recenti elezioni ci hanno consegnato un governo “spurio”, che ha accettato la sfida di governare, ed in qualche modo l’ha portata avanti, con ingenuità, sbruffonerie e quant’altro.

Ma la vera mina vagante, il vero pericolo per Salvini è la vicenda Siri, della quale tutto ciò che è avvenuto sino ad oggi è solo la punta dell’iceberg: male ha fatto, il ragazzo, a non liberarsi subito di Siri perché la faccenda rischia di rovinargli addosso come un boomerang.

Tutto nasce dall’ingenuità dei 5Stelle e dalla supponenza della Lega, che ha sottovalutato molti aspetti della vicenda, fidando troppo sulla “faccenda migranti” per creare consenso. I 5Stelle non hanno capito che l’unico modo di ovviare all’ingerenza dei grandi gruppi di capitali (anche mafiosi) nel mondo dell’energia era quella di dar forza allo Stato creando un vero e proprio ministero per l’Energia, con un vero ministro capace di tenere a bada le mille camarille delle lobby dell’energia, e riportare alla mano pubblica quel pianeta che, in quanto a giro di soldi, equivale al possesso di una moneta nazionale. Attenzione: non sto dicendo che con l’una si possano curare le magagne dell’altra, bensì che le potenzialità della ricchezza creata/rubata si equivalgono in termini bruti.

Per capire la faccenda, bisogna sforzarsi di capire il mondo dell’energia, e cercherò di farlo nel modo più semplice e veloce possibile.

Il mondo dei fossili è al capolinea, ma non per le questioni ecologiche, Greta, la CO2 e tutto il resto: per il semplice fatto che l’umanità ha scoperto mezzi più economici e veloci per produrla. Come per ogni grande scoperta, ci vuole tempo perché il nuovo soppianti il vecchio: la ferrovia ci mise circa 70 anni per buttare le carrozze nei musei. E la ferrovia, creò una fortuna immane nelle mani dei Rothschild, che la investirono nella 1GM, con esiti che ben conosciamo: stiamo attenti a non ripetere l’errore.

I mezzi sono due, l’eolico e il solare, con l’idroelettrico ed il geotermico (già conosciuti da tempo) a seguire.
Soltanto 30 anni fa, i pannellini solari li vendevano come giocattoli per i bambini, per deliziarli nel far girare una ventola. 40 anni fa, fui testimone dei primi tentativi della FIAT (centro ricerche di Cambiano) di creare il “Libellula”, una specie d’aerogeneratore con molle, camme e contrappesi che fu installato proprio a Stella (SV), e che ad ogni tempesta andava in mille pezzi. Di acqua ne è passata sotto i ponti.

Premesso che entrambi i metodi sono validi ed essenziali per la continuità di fornitura e per ovviare ai capricci del sole e del vento, il fotovoltaico va bene per le forniture domestiche in loco (si ovvia a molti, onerosi trasporti d’energia) mentre l’eolico è il vero sistema di potenza.

Un odierno aerogeneratore da 3 MW di potenza, quando ruota al 50% della potenza produce 1.500 KWh: per ottenere lo stesso risultato, sono necessarie almeno 2000 installazioni su tetti in altrettante case. Ossia tutte le case di una cittadina di 5000 abitanti: ma non fate il tifo per l’uno o per l’altro, servono entrambi per l’equilibrio del sistema.

Chiudo la parentesi tecnica ricordando di non spaventarsi per l’incostanza delle fonti: c’è l’idroelettrico a compensare, ed anche le turbine a gas metano (per ora), ma quando il sistema sarà abbastanza esteso ed interconnesso non saranno necessarie più nemmeno quelle.

E veniamo ai costi.

Il sistema eolico costa circa 1 milione di euro per MW installato, tutto compreso: i costi diminuiscono man mano che il tempo passa, ma teniamo per buono quel dato empirico.
Ci vogliono capitali, e lo Stato decise che l’eolico era patrimonio dei privati: poteva usare la Cassa Depositi e Prestiti, ma non lo fece. Approfondiremo in seguito.

E’ molto raro che i Comuni comunichino i dati dei soldi che incassano per quelle installazioni sul loro territorio – io li conosco, ma a “microfono spento”, oppure andando a spulciare il bilanci – però in qualche caso l’hanno fatto.

E’ il caso di Firenzuola (FI), che ha installato (dal 2014) un parco eolico su 7 aerogeneratori per complessivi 13,6 MW di potenza installata, che produce circa 28 GWh l’anno.
Il costo d’installazione, dunque, è stato di 13,6 milioni di euro: in quanto tempo si ammortizza l’impianto?
Dipende da quanto produce: l’articolo in esame (1) afferma 28 GWh, (che  secondo i miei calcoli dovrebbero essere 35): anche qui, c’è sempre qualcuno che vuole nascondere la sabbia sotto il tappeto, ma teniamo buono quel “28”.
A questo punto bisogna stabilire quanto pagherà Terna per il singolo KWh, che l’ENEL ci vende a circa 30 centesimi di euro: il prezzo varia da 3 a 20, secondo le ore del giorno, ed a fissarlo è la Borsa Elettrica: operando una media ragionata ed abbastanza precisa, si può fissare a circa 12 centesimi il KWh.
L’impianto rende dunque circa 3,3 milioni di euro l’anno, che è abbastanza in linea coi dati consueti: un impianto ha un ammortamento di circa 5-6 anni. Ossia, la società di gestione allo scadere del 5° anno avrà pagato l’impianto e, con la sola manutenzione, incasserà 50 milioni di euro nei successivi 15 anni.
E il Comune?

Al Comune andranno 170.000 euro l’anno, ossia circa il 5% dell’incasso annuo in energia.  Così è per tutti gli impianti eolici, che devono avere l’approvazione del Comune. Sarà proprio così? Solo il 5%?
Poco? Tanto?
E’ come per la società Autostrade, che si decise di venderla ai privati: da quel momento, non essendoci più profitti, tutto il sistema viario italiano cominciò a decadere.

Riflettiamo che, l’eolico, è uno degli investimenti più sicuri, redditizi e legali che ci possano essere: quale azienda la ammortizzi completamente e senza rischi dopo 5 anni? Poi, 15 anni di profitti, quindi un intervento per cambiare i rotori e…via per altri 20 anni! Magari si lamenteranno pure che bisognerà ridare la vernice ai pali, oppure Italia Nostra chiederà a gran voce la demolizione del tutto.
Ora, io sono d’accordo che non si può costruire un impianto vicino ad un’abbazia romanica, ma a qualche chilometro non disturba proprio nessuno, nemmeno il più esigente degli esteti! Non la vogliono proprio? L’alternativa è una mini centrale nucleare (modello sottomarino nucleare) nel giardino di casa: la vuoi?

Se, invece, la Cassa Depositi e Prestiti avesse finanziato l’intervento, i soldi ora sarebbero rientrati in casse pubbliche per essere usati per nuovi bisogni: così s’impoverisce lo Stato! Esattamente come per la moneta!

E’ chiaro che, nel caso di Siri, non si è trattato di una semplice (e misera) tangente (sempre che sia così) ma dell’emergere, per un attimo, del marasma che questa vicenda sottende.
La Magistratura siciliana, già da tempo, aveva evidenziato i legami fra Cosa Nostra ed il mondo dell’eolico: c’è da meravigliarsi? Possibile che un simile affare sfugga ai mammasantissima?

E allora…lo Stato si disinteressa dell’Energia…nomina sì un sottosegretario con delega – tale Davide Crippa (5Stelle) – il quale, però, non ha mezzi ( o non vuole) intervenire sulla materia.
L’importante è che “qualcun altro” possa garantire che quel flusso di denaro e di rendite – il vento sono solo soldi che volano per l’aria – che il sistema eolico assicura: non importa se le aziende si chiamano Tizio, Caio o Sempronio, l’importante è che assorbano i “surplus” delle attività criminali delle Mafie e li riciclino nel modo più pulito possibile. E cosa c’è di più pulito del vento?

Ecco, allora, che un ex parlamentare di Forza Italia – tale Paolo Arata – cerca disperatamente di far scegliere Siri al ministero dello Sviluppo Economico (dove, oggi, c’è Crippa) perché sapeva che, da quella poltrona, Siri sarebbe potuto essere di grande aiuto per i suoi affari. Ma non ci riesce, e Siri va ai Trasporti.
Affari pericolosi, giacché il nostro – in un’intercettazione – diceva di Vito Nicastri “La persona più brava dell'eolico in Italia” pur sapendo che Nicastri era agli arresti domiciliari per la sua vicinanza al boss Mattia Messina Denaro. E aveva inviato, chissà perché, suo figlio Franco Arata (pure indagato) ad Alcamo – residenza coatta di Nicastri – mentre aveva “piazzato” l’altro figlio, Federico,  accanto a Giorgetti, come “consulente”.
Un bel casino per Salvini.

Ora, non m’interessa la colpevolezza o l’innocenza di questi signori: mi sembra che ci sia abbastanza materiale per capire ciò che la gente non deve sapere: storditi dall’innocenza di Greta, gli affari sotterranei delle Mafie devono continuare, in un settore che ha l’immagine della “pulizia”, l’energia “pulita”.

Ora, domandiamoci quale potrà essere il futuro del Governo.
O si mettono d’accordo per depurare tutti gli ambienti decisionali dalla gente vicina alle mafie ed agli ambienti contigui (perché le mafie non si presentano mai con la coppola dicendo: “buongiorno, sono il capobastone di…). Compare, invece, un distinto signore – il quale, magari, è all’oscuro di tutto – ma non ci deve essere pietà per nessuno: sta ai partiti politici verificare chi mettono in lista!
L’altra alternativa è andare ad elezioni con Berlusconi che (se ce la farà) spadroneggerà dietro le spalle di Salvini, o qualche trucco contabile di Mattarella, Cottarelli, la trojka e roba del genere.

Tertium, non datur.

05 maggio 2019

Destini

Ieri, era una giornata un po’ speciale: l’ho passata a tagliar legna per il prossimo Inverno ed a sistemare la cantina, perché c’è sempre tanta roba da sistemare e non sai mai dove metterla. Ma da dove piove tutta ‘sta roba?!? Eppure, mi rivoltavo in me stesso perché sapevo, ricordavo, pur non volendo ricordare, perché il ricordo non è sempre triste, ma è ingombrante. Il ricordo parte come un missile verso cieli tersi, poi finisce di trascinarsi appresso mille cosucce da nulla, pinzillacchere, bagatelle…minuzie…e poi, dal nulla, schizza fuori un drago fiammeggiante e non sei più tranquillo mentre sistemi le mille quisquilie di una vita, quando ti capita fra le mani un pallone. 70 anni fa, si schiantò l’aereo del Grande Torino.

Eppure, già 60 anni fa, ero nel prato con le mani legate dietro la schiena, mentre mio padre tirava palloni un po’ angolati e non forti: dovevo respingerli di testa. Le mani erano legate per scacciare l’istinto a posare le mani a terra: dovevo imparare a “scivolare” dai fianchi fino alle spalle senza farmi male.
Perché, papà, ti sei intestardito a voler fare di due figli due portieri come te? Perché – papà – non hai capito che avevamo la nostra strada, diversa dalla tua, io in difesa e mio fratello – più in gamba di me – attaccante? Domande inutili: poteva capitarmi un padre generale di brigata, e sarebbe andata peggio. Io, a differenza di te, mi sono limitato ad osservare mio figlio che correva, dalla tribuna: anche lui col classico “sinistro di famiglia”, certo mi faceva piacere osservare qualcosa di me e di te anche in lui, ma questo non consente “invasioni di campo”, e di vita.

Ieri i giornali hanno intessuto la solita retorica sul Grande Torino. Un po’ melensa, in fin dei conti inutile: conosciamo tutti la storia, Superga…e via discorrendo.
Certo, è una storia curiosa: un ex tenente colonnello della Regia Aeronautica alla cloche del velivolo, specialista in volo strumentale, tradito da un altimetro difettoso. Che si chiamava Meroni (Pierluigi) ed era stato decorato in guerra per aver salvato un suo commilitone, tale Capitano Bulgarelli (?), omonimo del futuro attaccante azzurro. Come Meroni (Luigi, detto Gigi) si sarebbe chiamato un grande attaccante del Toro che – una ventina d’anni più tardi – avrebbe risollevato le sorti della squadra e giocato in Nazionale (con Bulgarelli) se…non fosse morto in un banale incidente, travolto da un’auto mentre attraversava la strada. E chi era alla guida dell’auto? Attilio Romero – grande tifoso del Toro e vicino di casa di Gigi – che sarebbe diventato, molti anni dopo, presidente del Torino. Il cerchio si chiude.
Omero ci avrebbe intessuto una tragedia (Eresiade?), ma è una storia che sa di karma contorti, d’incongrui grovigli, di destini segnati anzitempo dalle Parche.

Io vi posso raccontare com’era la vita di un giocatore del Torino dell’epoca, giacché mio padre faceva parte delle giovanili del tempo di guerra e, nel 1946, stava per firmare il contratto, ma…mio nonno (mio padre era ancora minorenne) non lo controfirmò. Tragedia familiare. Sì, mio padre nella parte di Achille, con la sua ira funesta, ci può stare. Sì, ci sta.
Al termine della guerra, mio padre guadagnava 30.000 lire al mese, che imponevano 8 ore d’allenamento presso lo stadio “Lamarmora” di Biella ed un impiego di “comodo”, ossia andava a dormire in un locale della “Piaggio Aeronautica” di Candelo Biellese, dove la fabbrica toscana s’era trasferita per le vicende belliche. Dormì un paio d’anni vicino ad una flak tedesca da 88 mm della difesa contraerea. Una volta gli chiesi: faceva tanto rumore? Non lo so – rispose – non sparò mai un colpo.
Per fare un confronto, Bacigalupo (il primo portiere) guadagnava 160.000 lire il mese (fonte: Wikipedia): mia madre, operaia tessile, nel 1946 prendeva 15.000 lire il mese.
Sarebbe come se, oggi, il portiere della Juventus guadagnasse intorno ai 12.000 euro il mese: questa poche cifre qualcosa raccontano sull’attuale suddivisione della ricchezza.

Aprendo una parentesi, confesserò di non credere assolutamente alle cifre che i club, oggi, comunicano per gli acquisti e gli ingaggi dei giocatori: sono superiori – ma di molte volte! – al totale degli incassi, dei diritti televisivi e dei contributi degli sponsor, che sono le voci “attive” dei bilanci. O sono false le cifre – ossia le squadre barano sulle cosiddette “plusvalenze” – oppure entrano in gioco i bilanci delle aziende dei presidenti, e qui la cosa sarebbe ancora più complessa e dunque non quantificabile da un semplice giornalista. Ci vorrebbe un’inchiesta da parte della Magistratura.

E la vita? Com’era?
In tempo di guerra era tutto un “forse”: non per nulla il campionato 1943-44 fu vinto dalla squadra di calcio dei Vigili del Fuoco di La Spezia!
Ogni trasferta era sempre un “forse”, un’avventura che iniziava sul treno molte ore prima, sempre che il treno non venisse mitragliato, non si rompesse, non ci fossero bombardamenti all’arrivo…immaginate un po’. I tedeschi si diedero molto da fare per tenere in piedi una parvenza di normalità, ma i risultati furono ben lungi dalle aspettative.
La settimana, poi, trascorreva tranquilla (Biella non fu mai bombardata, per questo il Torino era migrato lassù) anche se i giocatori si muovevano: mio padre narrava di un bar nei pressi di Piazza Statuto dove s’incontravano con i “cugini” della Juventus per interminabili partite a biliardo od alle carte. Sorvolava, ovviamente, su dove passassero le notti: col senno di poi ho capito che qualche casa di tolleranza li ospitava, ma erano cose che non si potevano raccontare a un bambino!

Le amicizie, come sempre, dipendevano dal caso: Eusebio Castigliano era di Livorno Ferraris (fra Vercelli e Chivasso) ed erano molto amici perché prendevano lo stesso treno per tornare a casa. Mio padre, ancora piangeva quando vedeva le foto di Castigliano nell’album di famiglia.
Mazzola, invece, aveva il compito di allenarlo a parare rigori e punizioni e mio padre ne aveva un buon ricordo: sempre accondiscendente, nello “scoprire” i punti deboli di un attaccante per migliorare il portiere.
Poi, c’erano le “punizioni” – non quelle tirate sul campo – bensì i giri di corsa sulla pista dell’atletica da compiere come punizione per i ritardi (talvolta, incolpevoli, viste le condizioni di vita) ma che, comunque, il regolamento non considerava. Vai e corri, intanto ti fai il fiato.

Ciò che, invece, non molti sapranno, fu che proprio nel buio della guerra nacque l’innovazione nel mondo del calcio: dopo le disposizioni tradizionali (detto “Metodo”, ossia due terzini, tre mediani e cinque attaccanti) il Torino varò il WM, che è praticamente il 3-4-3 del calcio moderno, con le sue variazioni (4-4-2, 5-3-1, ecc) che oggi osserviamo, soprattutto nelle partite di Coppa Europea.

Forse, per questa ragione dovrebbe essere ricordato – unico al mondo, come Alessandro Magno – come “Grande” Torino, ossia qualcosa che sfugge al freddo computo delle virtù e degli errori: proprio come l’incommensurabile condottiero macedone.

Il resto è solo una fredda lapide con molti nomi incisi, che racconta poco o nulla: come in una fotografia, l’istantanea non comprende gli aneliti di vita vissuta, i sentimenti, a volta qualche acredine di troppo.

C’è ancora una quisquilia, una delle tante in questa vicenda epica, che sempre mi ha colpito. Mio padre, nel 1949 – oramai lontano dal calcio professionista – nel Marzo scivolò sulla neve e si ruppe un braccio. Anche se il destino fosse stato diverso, non sarebbe potuto salire su quell’aereo. Ma queste sono solo illazioni, perché il destino è sempre fumoso, a volte beffardo, e sempre difficile da interpretare per noi che ci crediamo lungimiranti, anziché accettarci come ciechi che s’arrabattano in qualche modo a vivere.

Accidenti…’sto pallone è ancora gonfio dopo tanti anni…ma dove ti metto?

28 aprile 2019

Scherzare col fuoco

Capita ogni anno, da parecchi anni, ed ogni volta che arrivano il 25 Aprile e il 1° Maggio si ripresentano, uguali nei toni ma con sempre maggior veemenza. Mussolini fu un grande statista, la sinistra ha condotto l’Italia alla rovina, i repubblichini lottavano per la Patria, i partigiani erano dei traditori che sostenevano il nemico, la grande alleanza delle democrazie plutocratiche che ci domina tuttora.
Io vi racconterò una vicenda, cose che capitarono nella mia (allora) città nell’Inverno ‘44-’45, poi decidete voi come pensarla, ma non sottovalutate i rischi che stiamo correndo.

Una sera di Gennaio ’45 mio padre e due amici stanno tornando a casa sul filo del coprifuoco: avevano 18 anni, ragazzi, erano stufi di 5 anni di guerra, coprifuoco, tessera alimentare e quant’altro. Si può capirli.
Gli altri due erano persone come lui che aveva, però, qualche “protezione” in più perché giocava nel Torino, ma erano solo ragazzi. Uno dei tre era più sfigato: si chiamava Maggio, ed il padre non aveva trovato niente di meglio che chiamarlo Primo. L’altro l’ho sempre sentito nominare come Tino, e non conosco il cognome: so soltanto che abitava in un appartamento sotto la mia via, dalla quale – avevo 10 anni – osservavo una bambina che studiava sotto una luce fioca, col libro appoggiato al tavolo della cucina. Si chiamava Laura, ed ero pazzamente innamorato di lei che, ovviamente, non seppe mai nulla. Un amore da libro “Cuore”.

Giunti al portone di casa, mio padre disse ai due amici di salire e dormire da lui: “Mio padre capisce, non rischiate, ci arrangiamo per dormire…” “Ma no, dobbiamo fare solo duecento metri e siamo a casa…” risposero. Si salutarono: mio padre li vide scendere parlottando nella via deserta, aprì il portone e salì. La verità giunse anni dopo, quando mio padre incontrò Primo a “Torino esposizioni”, la mostra del campeggio, dove piansero come due fontane per dieci minuti buoni.
Mentre mio padre saliva le scale, la tragedia iniziava: all’incrocio successivo, proprio di fronte al portone di Tino, incontrarono le Brigate Nere, la Muti, o qualche altro accidente che infestava le strade.
Primo scappò, immediatamente: ebbe forse paura del nome che portava…chi lo sa…s’infilò in un cancello che dava su degli orti e, prima che i fascisti si togliessero i fucili dalla tracolla, era già lontano. Gli spararono, ma non lo colpirono: il giorno dopo fuggì a Torino, da alcuni parenti, e non tornò più.
Tino, probabilmente, disse semplicemente che lui abitava lì, in quel portone…vabbè, erano passate le nove da dieci minuti…però…
Lo massacrarono con i calci dei fucili: la sua morte fu una lunga odissea, morì nel Gennaio del ’46, dopo aver trascorso un anno da paralitico.

Il comandante di quegli sbandati era un certo S. che mio padre conosceva perché era un arbitro: ciao, ciao negli spogliatoi e saluto romano se lo incontravi per strada. Altrimenti menava: stranezze della vita di guerra.
Passano pochi giorni e mio padre, mentre rientra a casa, sente il gelo di una canna puntata sul collo. Alza le mani.
“Non temere, sono io G., che voglio andare a casa perché mia madre sta morendo e volevo vederla per l’ultima volta. Stai davanti e fammi strada”. G. era, ovviamente, un partigiano.
Giunti a casa di G. era veramente troppo tardi per tornare a casa, dopo quel che era capitato a Tino…
Così si ferma e, casualmente, nella notte insonne, racconta a G. la vicenda di Tino. Risposta: “Quel bastardo di S.”

Volano i mesi, si giunge alla Primavera, oramai i fascisti si sentono braccati, i partigiani sono loro, oramai, a dare la caccia. Così, durante una partita in trasferta, mio padre incontra di nuovo G. che gli dice: “S. l’ho ammazzato io: piangeva come un cagnolino quando gli ho infilato la pistola in bocca, prima di sparargli”.

Arriva il 25 Aprile. Come a Milano, c’è una riunione in vescovado: ci sono il tenente della Wehrmacht e un importante capo partigiano che si accordano di fronte al vescovo. La colonna dei nazifascisti partirà alle 5 del mattino, e prenderà la via di Vercelli, ancora in mano tedesca. Tutti d’accordo: i fascisti non erano nemmeno stati invitati.
Parte la colonna. In coda, c’è S. padre, che spera di scappare: ne ha fatte quante il figlio, se non peggio.

Giunti in una piazza, ci sono due donne che si recano a lavorare per le 6, con tanto di lasciapassare. I tedeschi non le degnano di uno sguardo e proseguono di fretta: il tempo scorre, e bisogna mettersi in salvo perché alle 8 scenderanno dalle alture 20 brigate partigiane, 10.000 uomini. Meglio filare.
Ma S. padre urla qualcosa alle due donne, che rispondono anch’esse urlando – c’è rumore, i cingolati in testa fanno un frastuono tremendo – poi, non si sa come, parte una raffica e le due donne cadono sull’asfalto.

I partigiani, prontamente avvertiti, rompono l’accordo e, facendo avanzare un’ala dello schieramento, s’appostano sopra la strada, una decina di chilometri più a valle. Quando i nazifascisti giungono là, scoppia l’inferno: gli ultimi troveranno la morte nel Canale Cavour, che ha ripide sponde in cemento ed è gonfio per le piogge primaverili.

Trascorrono una decina d’anni e, una mattina, inaspettatamente, conosco S. zio, il fratello dell’annegato e lo zio del massacrato a colpi di pistola in bocca. Lo conosco a casa di mia nonna: le aveva fatto una visita…ah nonna, nonnina, ti piacevano le divise, lo so…
E’ un bell’uomo, alto, con gli occhi chiari, gentile nei modi ed aristocratico nei gesti: era un ex ufficiale, un ufficiale pilota durante la guerra. Ma lo vedo, nella mente, come Amedeo Nazzari “Luciano Serra Pilota”…no, questo è diverso…ha dei modi molto inglesi…
Non si sottrae alle mie curiosità di ragazzino. “Sì, durante la guerra ero dislocato in Sicilia, scortavamo con i nostri Re-2000 i bombardieri su Malta, nel 1943…fu un errore, nella “confusione della battaglia” per una svista, atterrai a Malta e fui preso prigioniero.
Ci ho ripensato a lungo, ma scambiare Malta per la Sicilia è proprio una cosa impossibile, viste le distanze e le dimensioni in gioco. Era atterrato a Malta. Non si era lanciato col paracadute, proprio atterrato.

Così termina la guerra per la famiglia: un “sopravvissuto” (forse più furbo?) e due morti, padre e figlio.
Mi chiedo, spesso, che senso ha avuto. Per quel ragazzo ammazzato senza motivo, per le due donne uccise.

E oggi, qualcuno – qualcuno che non ha sentito raccontare nulla dalle fonti che avevano vissuto quei giorni – ci viene ad esaltare Mussolini ed a scimmiottare saluti romani. Come non avessimo abbastanza guai, ci mancano ancora questi.

Mussolini un grande statista? Non direi proprio.
L’Italia non aveva motivi per scendere in guerra: poteva solo perdere (come avvenne) le colonie oltremare, alla lunga indifendibili. Non aveva obiettivi strategici da raggiungere e, quando la Francia fu al collasso, pensò di fare il furbetto, come sempre gli era andata bene in Italia, dove gli credevano o fingevano di credergli per paura. Salvo, poi, il 25 Luglio del 1943, divertirsi a fare a pezzi busti ed aquile littorie.

Ma, in quel luminoso Giugno del 1940, il “lungimirante uomo di Stato” sparì, e lasciò il posto al dittatore da operetta qual era. A nulla valsero gli appelli dei generali che gli raccontavano la medesima solfa: per mettere almeno un po’ in quadro le Forze Armate italiane – dopo l’Etiopia e la Spagna – ci vorranno tre anni. Non siamo pronti. “Disfattisti”, pensava di loro.
Non gli passò nemmeno per la testa che una lunga neutralità – magari nell’attesa di vedere chi vinceva – sarebbe stata di grande aiuto all’Italia, sfruttando le commesse dei belligeranti. No, si doveva “tirare diritto”, giungere a 320.000 caduti sui vari fronti, altrettanti feriti e mutilati e decine di migliaia di morti fra la popolazione civile.

Mussolini fu un grande statista? Ma per carità. Fece la battaglia del grano e prosciugò le paludi, ma si dimenticò totalmente dell’industria elettrica ed elettronica, che stava nascendo ovunque. Così, quando il primo “Gufo” (radar italiano) fu installato su un cacciatorpediniere (1943), gli inglesi ci massacravano i convogli, nel buio della notte, da anni.

La Costituzione Italiana fu redatta con un duro monito per chi avesse cercato di ricostituire un partito fascista, ma poi: che senso avrebbe oggi? A cosa servirebbero delle parole d’ordine che sono appartenute ad un’altra epoca, ad un altro Paese, a persone completamente differenti e con tutt’altri problemi?
Il ministro dell’Interno sta giocando col fuoco, senza rendersene conto: abbiamo già vissuto una terribile stagione negli anni ’70-80, con morti da entrambe le parti. Vogliamo ricominciare?

Non si tratta del rispetto per i caduti, che è sacrosanto da entrambe le parti siano morti, ma di andare in giro con striscioni inneggianti a Mussolini, sfruttando la generale ignoranza storica degli italiani. Per cosa? Per guadagnare una manciata di voti. E poi? Quando qualcuno di Casa Pound inizierà a scontrarsi con altri ragazzi, quelli dei centri sociali, di chi sarà la colpa? Si vuole proprio che ci scappi il morto, per poi riprendere la tiritera fra fascismo ed antifascismo, e mascherare che questo governo non ha più un orizzonte credibile, almeno dalla parte dei 5S?

Meglio lasciare che Salvini corra incontro al suo destino, che sarà quello di qualche settimana da leone e tanti anni da pecora, piuttosto che fomentare ancora questi fuochi fatui di un passato che andrebbe compreso, non sottovalutato, tanto meno esaltato.

20 aprile 2019

Abitudine consolidata

La vicenda di Armando Siri sarebbe soltanto la solita storia di corruzione italiana: come si faccia a nominare Sottosegretario un pregiudicato, bisognerebbe spiegarcelo. Perché il fringuello, tre anni fa, patteggiò una condanna a 18 mesi per bancarotta fraudolenta. Ricordando che il patteggiamento sottende un’ammissione di colpa, la domanda che sorge spontanea è: non c’era proprio nessun altro per quel posto (1)? Ma passiamo oltre, perché la vicenda ci porta direttamente in quel dell’energia, ed è qui che le sorprese non mancano.

Tutta la questione ruota intorno ad un dato: il costo di produzione di un KW con il sistema eolico è diventato il più conveniente fra tutte le fonti energetiche, al punto che Bloomberg (2-3) prevede in Italia per il 2030 il 90% del fabbisogno da rinnovabili e per il 2050 la totale scomparsa del sistema termoelettrico. Mi sembrano dati un poco ottimistici (ed il grafico decisamente fiducioso), però un fatto è certo: con il costo del KW eolico sceso sotto la soglia dei 6 centesimi il Kilowattora, le fonti tradizionali sono fuori mercato. Tutte, carbone e nucleare comprese. Fra l’altro, si pensa d’utilizzare le batterie usate (ma ancora con l’80% di rendimento) provenienti del settore auto elettriche per ovviare all’intermittenza insita nella fonte. Come è avvenuto tutto ciò?

Molto semplicemente, visto che il “palo” bisogna mettercelo, tanto vale farlo più alto e metterci un generatore di maggior potenza: dai mulini a vento da 1 MW di potenza, nel mondo oggi si installano generatori da 7, 9, fino a 12 MW per ogni singola installazione. In Italia molti generatori sono ancora di prima generazione, ossia intorno ad 1 MW di potenza, ma basta fare due conti per capire dove andrà il mercato. Quasi una moltiplicazione per 10.
C’è un problema?
Sì, c’è.

Posto che le nuove installazioni costano di meno per singolo MW di potenza installata (palo più robusto, ma sempre un palo, generatore più potente, ma sempre un generatore, ecc) va da sé che, come investimento, è più costoso.
Esempio: un mulino da 1 MW, costa un milione di euro (1 milione di euro/MW) un generatore da 5 MW 4 milioni di euro (800.000 euro per MW) ma sempre di 4 milioni si tratta. Che poi, avendo una vita utile di almeno 30 anni, si ripagheranno ampiamente: il problema è l’investimento iniziale.
Chi ha molti soldi da investire?
Ecco, qui il problema.

Fra i molti che pensano che l’investimento sia redditizio, ci sono anche le mafie, che hanno soldi a bizzeffe ma non sanno come “lavarli”. Qui nasce la vicenda di Siri.
Non stiamo ad indagare troppo sulla tecnica della “lavatrice” – giri su banche estere, paradisi fiscali, ritorno (abbastanza) puliti, ecc – quanto sulla certificazione che tutto è a posto. E, per questa ragione (oltre che per i permessi, le approvazioni tecniche, ecc), servono i politici – meglio se ben agganciati alle realtà locali – per “oliare” il meccanismo.
Non fatevi fuorviare dalle filippiche di Sgarbi: lui non era, per principio, contro l’eolico o contro le mafie. Il tizio era, semplicemente – tramite Chicco Testa – un alfiere delle centrali nucleari che l’ex direttore dell’ENEL sperava di riportare in Italia. Ma l’Italia porta sfiga al nucleare: fa un referendum e scoppia Cernobyl, tenta di nuovo ed arriva Fukushima…no, Chicco Testa gettò la spugna e Sgarbi se ne andò da Salemi, dove prevedeva una centrale fra le “fu” che voleva installare Berlusconi.
Poi, il prezzo per KW – sempre quello – ha fatto la differenza.

La mafia siciliana – secondo la DIA – ha ampiamente investito nell’eolico, questo è assodato. Perché?
Poiché l’eolico è un grande affare, come le autostrade, come le “grandi” opere.
Ve lo spiego in due parole, semplificando un po’.

Prendiamo un aerogeneratore da 1 MW di potenza massima (di picco). Quanto produrrà?
Dipende dal vento, ovvio. Ci sono delle tabelle che indicano la velocità media del vento: ovvio che si mettono dove il vento è più forte e costante.
La “resa” di un aerogeneratore si calcola in ore annue alla potenza massima: in un anno, ci sono 8760 ore. Dall’esperienza (ma restando “bassi”) calcoliamo in 2500 ore annue (3) alla massima potenza la resa della macchina: sono esattamente 2500 MWh (1 MW = 1000 KWh).
A quanto si vendono? Dipende dalla Borsa Elettrica – nella giornata il prezzo varia da 30 a 200 euro per MWh – ma restiamo sempre “bassi”. Se prendiamo un valore basso – 60 euro a MWh – fanno 150.000 euro l’anno. Difatti, si calcola che un aerogeneratore si ammortizza in 6-7 anni, ma ci sono da pagare i Comuni ed i proprietari del sito, la manutenzione…facciamo pure 10. Il fatto è che queste macchine durano (almeno) 30 anni. In 30 anni, rendono 4,5 milioni di euro l’una, a fronte di un investimento di un solo milione. E senza calcolare certificati verdi ed altre prebende.
Capirete bene che un investimento che triplica o quadruplica nel volgere di 30 anni, fa gola: ed inizia a rendere soldi subito, appena installato. E’ un investimento che rende, annualmente, intorno al 5-10% annuo, mentre BOT e CCT non vanno oltre il 2,5%.
Non è un caso che il fotovoltaico è stato lasciato anche alle piccole utenze, mentre l’eolico è solo per grandi gruppi (tutti privati).

Si rinnova la vicenda delle autostrade: quando un settore rende, o lo si fabbrica con soldi pubblici e poi si vende ai privati, oppure lo si cede da subito al settore privato. Vi chiederete perché all’estero si installano grandi wind farm al largo delle coste ed in Italia no. E chi sarebbe il beneficiato per l’occupazione di quelle aree? Lo Stato. Ma si può far meglio: perché lo Stato non emette dei wind bond e fa poi fabbricare ed installare i mulini ai privati, mantenendo la proprietà del sito e dei proventi? Investimento sicuro, redditività alta, ricchezza diffusa. No, non s’ha da fare: meglio regalarli alle mafie. Ci prendete per scemi?

Fa specie l’inattività totale del M5S sul fronte dell’energia: pazienza la Lega – che c’è dentro fino al collo in quelle faccende – ma il M5S ha sempre fatto dell’energia rinnovabile il suo cavallo di battaglia. Perché tace?
Il sig. Davide Crippa (M5S), sottosegretario con delega all’energia, ha proposto tre leggi (nessuna ancora approvata): due sull’inquinamento elettromagnetico ed una sul pagamento dell’IMU da parte delle piattaforme petrolifere. Un po’ pochino? Eh, certo: il vero sottosegretario all’energia lo faceva Siri, col suo giro di tangenti!

La tangente intascata (questo sostengono, con prove di intercettazioni ambientali e telefoniche i magistrati) da parte di Siri era diretta (almeno, pare) ad ottenere degli sgravi fiscali per il mini-eolico, ossia per una diffusione “familiare” dei mulini, un po’ com’è avvenuto per il solare.  Questi sgravi, per i grandi impianti eolici non servono – ce la fanno da soli a produrre a prezzi concorrenziali – mentre i piccoli necessitavano di un “aiutino” che il settore eolico chiede da sempre. Si vede che la mafia puntava su molti investimenti fatti dai privati per poi lucrare sui guadagni tramite il controllo delle società di gestione (quello, pare, era il “lavoro” degli Arata, padre e figlio).

Così è partita la trafila, dalla Sicilia a Genova, presso un ex deputato di Forza Italia (Paolo Arata), padre di un “collaboratore” nominato da Giorgetti al ministero, che ha contattato Siri e consegnato la “busta”. Questo, in sostanza, il racconto (con prove) dei magistrati.
Ma Siri non conosce bene il mondo dei “picciotti” ed è incorso in uno sgarro piuttosto grave: l’emendamento richiesto fu sì presentato, ma mai approvato. E che minchia fa, quello? Piglia i spicciuli e poi non fa una minchia? Eh, Siri…impara da Salvo Lima, altrimenti…

E così è arrivato il “pizzino”, sotto forma di “soffiata” ai magistrati inquirenti e, adesso, il genovese è nei guai: ma proprio un tipo del genere dovevano mettere a fare il sottosegretario?!?


(3) E’ evidente che il rendimento è intermittente e variabile: oggi gira piano, domani è fermo, dopodomani gira veloce…quelle 2.500 ore sono la somma di tutte queste variazioni considerate alla massima potenza.

16 aprile 2019

Sfrattato Quasimodo


Se fossimo degli ingenui, diremmo che un restauratore poco attento ha dimenticato di tappare la boccetta dell’essenza di trementina, mentre un suo amico un po’ sbadato fumava nell’attesa che terminasse l’orario di lavoro. Ecco, adesso suona: ehi! Aspetta! Butta la cicca e corre a cambiarsi.
Se fossimo dei creduloni.
Invece Macron attende anche lui la chiamata – ancora un po’ di fondo tinta, monsieur le Président? Un ricciolo fuori posto? – e, invece.
Gli mandano a fuoco Marianne, en-tout. Sì: la Francia, improvvisamente, prende fuoco.
I Gilet Gialli? Peut être…voilà…ma, anche qui, ci vuole una buona dose di dabbenaggine a crederci.
Guarderei più in là, un poco più in là.

Nelle sabbie infuocate della Libia, un caccia di Haftar prende fuoco, s’avviluppa in una vite infinita e precipita al suolo: i serventi della batteria di Tripoli esultano: l’abbiamo preso. Non ci credevano neppure loro.
Un vecchio ferraccione di sovietica memoria ha fatto splash!
Ma sarà stato proprio un vecchio ferraccione sovietico ad assalire il cielo per inseguire l’altro (probabile) ferraccione? Oppure il velivolo non era un ferrovecchio? E il missile? Due missili lanciati: 50% degli impatti. Un buon risultato: un missile veramente “Astrale” per mettere a segno un simile risultato.
Intanto, dopo la minaccia di centinaia di migliaia di nuovi “migranti” (questa volta libici) le milizie di Haftar si ritirano, esauste: con ogni probabilità, l’assalto a Tripoli ha perso mordente. Troppe perdite, per gente alla quale avevano assicurato che sarebbe bastata qualche raffica sparata in aria per prendere l’odiata capitale ed intascare i sontuosi “premi”, saccheggi e stupri compresi.

Se c’era un mezzo per avvertire Macron che la stava veramente facendo fuori dal vaso, niente di meglio che un “bombardamento” su Parigi, sul centro di Parigi. La Merkel fa sentire a Macron la sua “vicinanza”, ma forse medita, fra sé e sé, che quella storia di Acquisgrana…l’accordo “fino alla morte” fra cucchi e galletti era stato firmato un po’ troppo in fretta…e se si mette a bruciare anche la porta di Brandeburgo?
Ah, quanti dubbi, quanti perché senza risposta nella narrazione degli eventi…dalle 23.15 alle 23.22 la procura di Parigi cambia diametralmente posizione: dapprima una indagine per “distruzione dolosa”, poi si misura meglio il tiro: “distruzione involontaria tramite incendio”.
Chissà quante telefonate fra l’Eliseo e la Procura…quante raccomandazioni, quante prudenze…mentre a noi viene fatto credere che tutti i sofisticatissimi sistemi d’allarme ed antincendio di Notre Dame hanno fatto cilecca, proprio come i sistemi di contromisure e di jamming del caccia di Haftar…

Se credi che tutti i sistemi di difesa sono andati in tilt, sei un cittadino esemplare ed equilibrato. Se, invece, pensi che qualcuno abbia voluto mandare a Macron un avvertimento mafioso sei un complottista.
Ma che minchia dite?!? la Mafia non esiste…