13 settembre 2017

Ucraina: la rivoluzione “arancione” abbandonata a se stessa


La fotografia che osservate è stata scattata da mio figlio nello scorso mese di Agosto in un piccolo villaggio dell’Ucraina occidentale, uno di quegli agglomerati dove sembra di rivedere ancora Peppone e Don Camillo durante la loro divertentissima visita in URSS. Si notano 20 visi, che spaziano dagli adolescenti fino a persone decisamente anziane per andare in guerra: al centro una foto più in vista (forse un ufficiale?) ma la stranezza non è tanto quella di un monumento ai caduti così naif, quanto – a detta di mio figlio – che quel monumento gli era sembrato un’iniziativa locale, popolare, spontanea. Tanto per capire, a Leopoli non ha avuto modo di notare monumenti od altre iniziative di quel genere: probabilmente, quei venti morti erano persone di quei luoghi, generate dal “ventre molle” dell’Ucraina contadina, nati e cresciuti in quel villaggio ed in quelli vicini.

Questo è il miglior affresco che si possa mostrare per una guerra inutile, che già si sa chi la vincerà, ma non la vincerà nemmeno, perché un provvido armistizio metterà fine al macello, quando – finalmente – questa terra martoriata per l’assurda mania di tracciare confini sulla carta (come in Iraq, ad esempio) sarà divisa in quello che è (più realisticamente) l’Ovest europeo e l’Est russo, la cerniera fra lo sconfinato oriente e la ricca Europa, fra un mondo che ragiona ancora in termini di merci da commerciare ed un altro, che invece pensa solo in soldi da investire.

Comprendere le ragioni di una guerra, analizzando le ragioni geopoliche e geostrategiche è senz’altro più agevole che comprendere chi combatte, per qualcosa e contro qualcosa. Le analisi dei cosiddetti “esperti” sono impeccabili: Tizio ha agito così per difendere Caio, perché se Sempronio avesse vinto su Caio io avrei perso tot potere in quello scacchiere, in definitiva tot soldi in meno per la mia industria pesante, per le mie armi, il mio petrolio, ecc.
Sono, spesso, esercizi retorici necessari, perché aggiungendo un pezzo la volta si riesce a comporre il puzzle e, finalmente, terminare quel dannato file nel quale manca sempre un’inezia per sembrare credibile, e soddisfarci per il lavoro svolto.
Ma a cosa serve?
Della guerra ci sfugge sempre di più l’aspetto umano, quello della sofferenza e della morte, della miseria estrema, della fine della speranza. I giornalisti, oramai, sono sempre “aggregati” ai reparti combattenti – per “ragioni di sicurezza” (che non neghiamo affatto) – finendo così per raccontare solo quel che conviene allo Stato Maggiore.

Ho la possibilità di raccontare qualcosa sull’Ucraina perché mio figlio, nell’appena trascorso Agosto, s’è recato lassù per il matrimonio del suo amico ucraino, col quale si sente affratellato sin dai tempi della scuola media. Non pretendo di raccontare la guerra ucraina, ma di capire come è vissuta dalla gente.

Per prima cosa, vorrei ricordare che mio figlio era già stato lassù nel 2011, l’anno della maturità: fu il nostro regalo per la maturità. Quasi due mesi in Ucraina: tornò che masticava un po’ di russo/ucraino e con alcune bottiglie di vodka. I “vuoti”, per fortuna, rimasero là e tornò non troppo avvinazzato.
Il cambio, all’epoca, era di 1 : 10, ossia 100 euro per 1000 revnj, con un costo della vita (esclusa Kiev e le aree centrali delle grandi città) pressappoco uguale al nostro, ossia con un revnj acquistavi ciò che qui compravi con un euro. Vita da nababbo, dunque: colossali bicchierate di birra al costo totale di 5 euro, pranzi luculliani per la medesima cifra.

C’è da dire che il posto dove andò, e dove è recentemente tornato, è nell’estremo Ovest del Paese, nella regione (Oblast) di Ivano Frankisk. Vita di campagna, in villaggi di mille, duemila anime o ancora più piccoli, contenuti fra due curve di strade infinite che non sai mai dove portano e segnalati da tre lampioni stradali. Quindi, nessuna connessione con quanto sta accadendo nell’Est del Paese, dove Putin – lentamente, ma inesorabilmente – si sta “mangiando” quel che gli interessa, un boccone dopo l’altro.

Lassù, per due diciannovenni con un gruzzolo da spendere, la vecchia Moskvich del nonno a disposizione (l’unica che riusciva a reggere le strade di quei posti, vere e proprie piste zeppe di buchi) non dovette essere una brutta vacanza. C’era un discreto e diffuso orgoglio d’essere ucraini, anche se nessuno si sognava di spendere un revnj – peggio, un’oncia del proprio sangue – per la Patria.
Birra, vodka e ragazze, una patente comprata sul posto per una manciata di euro e tanto tempo per dormire e divertirsi. L’orto dove raccogliere ceste di cetrioli ed il fiume per pescare: cosa vuoi di più dalla vita?

L’idea che mi feci, quando tornò la prima volta, fu quella di un Paese allo “sbando moderato”, dove la vita agreste di un tempo riviveva ad ogni nuovo giorno e, quando dovevi raccogliere le patate, arrivavano un cavallo in affitto ed il vicino ad aiutare. L’inerzia di “nonno Breznev” continua ad aleggiare in quelle terre, dove non è nemmeno arrivata la meccanizzazione agraria diffusa, dove si continuano a saccheggiare ex cattedrali nel deserto di sovietica memoria, comprando, rubando, rivendendo, nascondendo…acciaio e macchinari, mentre altri trafficano vodka e patate e chissà cos’altro.
Una nazione che non ha mai superato la fine dell’impero sovietico ed il suo stalinismo – magari tollerato, in una chiave psicologica da “padre padrone” – ma, inevitabilmente, generatore di certezze. Quale è stato il futuro dell’Ucraina?

L’Ucraina non è la Russia: a Putin bastò (con grande abilità politica, lo riconosciamo) mettere in galera qualche oligarca finché non sputarono il rospo, ossia i soldi. Dopo, tornò a “pescare” dal grande pozzo dove c’è di tutto, dal gas al petrolio, dai metalli (tutti) ai diamanti.
L’Ucraina, invece, rimase quel che era: un posto di contadini, operai metallurgici, minatori ed infermiere grassottelle, che oggi sono tutte in Italia perché, facendo le badanti, inviano ai parenti – risparmiando, ad esempio, 300 euro il mese – l’equivalente (in moneta locale) di 3.000 euro. Questo nel 2011.
Oggi, al cambio, l’euro viene scambiato a quota 33, non più 1 a 10: per 100 euro, mio figlio ha ricevuto 3300 revnj, circa. Un’inflazione tremenda, tre volte in pochi anni.

Lassù, ha sentito dalla radio nazionale ucraina, che quest’anno (2017) sono emigrate in Italia (finora) 150.000 persone. Che vengono, in gran parte, assorbite dal mercato dell’assistenza, ma giungono anche maschi, che lavorano nei cantieri e nelle fabbriche.

La guerra, quella patriottica, non esiste: tutti fanno a gara per trovare amici e parenti che riescano, pagando, ovvio, a far saltare il servizio militare: cosa che, in un Paese con una corruzione forse maggiore che in Italia, riesce spesso.

I soldati che vanno in guerra, sono di due tipologie: gente di mezza età (30-50 anni) che hanno esperienza di guerra perché sono stati addestrati coi metodi dell’ex impero sovietico o negli anni successivi e giovanissimi, sui 20 anni, che ci lasciano semplicemente la pelle.
Quelli un po’ più vecchi sono i più ricercati (e pagati), per questa ragione o tentano la sorte per soldi, oppure scappano: ho conosciuto un camionista ucraino che da tre anni non mette più piede lassù. Dove vive? Sul camion, sempre sul camion salvo, raramente, quando visita parenti (come la sera che lo conobbi) in Italia.
L’immigrazione ucraina non viene avvertita come un pericolo in Italia: sono di religione cristiana (spesso cattolica) ed hanno i medesimi obiettivi di molti italiani: risparmiare per comprarsi una casa, oppure mettere finalmente il sedere sul sedile di un’AUDI alla quale, subito, fanno installare i vetri oscurati. Segno di distinzione e potere, probabilmente.

 Non ho cifre da fornire sulle perdite ucraine, perché lassù – a parte la solita propaganda di tutte le guerre, “noi le diamo e loro le prendono” – non si sa altro: cifre ce ne sono, ma sono talmente distanti, le une dalle altre, da risultare poco credibili. Intanto, le perdite civili vengono assommate a quelle militari, ma di quali “militari” stiamo parlando? Esercito regolare o milizie paramilitari, ossia mercenarie? Dell’altra parte si sa poco o nulla, perché di soldati regolari non si può ufficialmente parlare, ma di certo l’uso di certi sistemi d’arma nelle mani dei “ribelli” testimonia che qualche “istruttore” c’è senz’altro.
Inoltre, non dimentichiamo che i “ribelli” dell’Est hanno a disposizione le informazioni del sistema satellitare russo, preciso e puntuale, mentre all’Ovest non riteniamo che godano di completo appoggio.

In ogni modo, quelle 20 vittime di una guerra lontana 1500 chilometri, vittime ricordate in paesini di 2-3000 abitanti, parrebbero raccontare un salasso mica da poco. Anche la fuga dei maschi in età da servizio militare pare confermare la stessa cosa, catalizzata da una paura strisciante. Mio figlio, nei pochi giorni trascorsi lassù lo scorso Agosto, capì subito che non era il caso di toccare quel tasto: siamo qui per un matrimonio! Che la vodka scorra a fiumi!

Questa guerra ha un andamento lentissimo, propria di tutte le guerre civili: ricorda, per certi passi, il conflitto jugoslavo. Nelle miniere del Donbass – oramai quasi tutte in mano russa – il carbone viene “contrabbandato” verso Marjupol, ancora da “liberare”, affinché i fratelli “russi” non debbano soffrire per il fermo degli altiforni metallurgici. Nell’attesa della “liberazione”.
Così come le nuove autorità “russe” dell’Est emanano nuovi documenti anche per gli abitanti ancora “occupati”, aspettando l’Inverno, la stagione dove il carbone sarà necessario per non congelare e le conquiste, sul terreno, ricominceranno.

Intrighi ce ne sono tantissimi: uomini politici e magnati industriali trattano oramai su due fronti, perché l’Ucraina ha compreso d’essere stata abbandonata da tutti, Germania ed USA in primis. Le vicende di gasdotti superano, per importanza, quel misero conflitto e Putin conviene tenerselo buono, così come Trump non desidera nuove guerre, fredde o calde, con l’inquilino del Cremlino.
Così, Putin può permettersi di sentenziare “Fin quando gli ucraini avranno pazienza…”

I dirigenti di Kiev si rendono conto che sono destinati a regnare su un’Ucraina molto ridotta (perderanno Crimea e Donbass), ma sanno anche che il peso della sconfitta sarà loro addossato subito dopo l’armistizio: prendono tempo, cercando d’arricchirsi il più possibile finche hanno ancora tempo. Domani, si vedrà.
Intanto, altri ragazzini (per obbligo) e quasi vecchietti (per soldi) si preparano a morire nell’Inverno che è alle porte: può darsi che, presto, l’ONU sarà chiamato in causa per delineare un armistizio, poi una futura pace con revisione dei confini.

E’ l’unica soluzione: troppo sbilanciate le forze in campo.
Come i nostri morti della Prima Guerra Mondiale, qualcuno andrà all’assalto, si muoverà nelle trincee scavate nella neve per conquistare un fazzoletto di terra, un ponte, una strada, fino all’ultimo istante.
E’ vero che la guerra accompagna il genere umano dai primordi ma, in casi come questo, quando non c’è più nessuna speranza, l’ONU dovrebbe intervenire per mettere fine ad un disastro annunciato e comprovato sul territorio.

Speriamo che qualcuno si svegli, per quei ragazzi di vent’anni, per quei vecchietti che mai si sarebbero aspettati di ritrovarsi con un fucile in mano. Speriamo.

06 settembre 2017

La Corea ha veramente le armi che ostenta?


Quando, nel 2001, pubblicai “L’impero colpisce ancora” per Malatempora, avvertii che, lassù in un angolo dell’Asia, qualcosa si stava muovendo…ma si sa…Malatempora era una piccola casa editrice ed io uno scrittore sconosciuto. Oggi, quei frutti sono maturati, e l’intero Pianeta ha paura.
La vicenda politica, il dissidio fra Corea del Nord e Stati Uniti, sta lentamente venendo alla luce: in un quadro di sessant’anni di guerra fredda ai suoi confini, la Corea del Nord ha deciso di non fare la fine dell’Iraq e della Libia (che, ricordiamo, erano insieme nel “Asse del Male”).
Per non finire a gambe all’aria, decise in anni lontani di promuovere la ricerca in campo missilistico e nucleare ad uso proprio, mentre i vettori erano, ovviamente, sul mercato internazionale: la Libia, ad esempio, acquistò missili coreani verso gli anni 2000, per poi distruggere tutto e consegnarsi, mani e piedi legati, agli USA & Co.
A ben vedere, la Corea del Nord ha seguito le orme di un altro “Stato del Male”, ossia l’Iran. Evidentemente, conviene essere “Stati del Male”, perché gli altri finiscono come sono finiti. Fagocitati dagli appetiti americani.

Quando Trump ha avvertito Pyongyang che uno Stato nucleare ha degli obblighi (la non proliferazione, il mercato controllato, ecc) ha sfondato una porta aperta, giacché i coreani non hanno mai venduto bombe atomiche, bensì missili. Ci sarebbe da chiedersi da dove sono arrivate le atomiche pakistane, indiane ed israeliane, ma su questo tutti tacciono: il “club” nucleare è a numero chiuso, e se non ha la tessera giusta non puoi entrare.
In altre parole, Pyongyang ha falsificato i documenti ed è entrata dalla porta di servizio. E vuole giocare al tavolo buono, perché è lì che fioccano i soldini e non si deve parlare di sanzioni.

Dobbiamo aggiungere, perché la stampa ufficiale non lo dice mai, che sorvolare con un missile il territorio di un’altra nazione non viene considerato un atto ostile, giacché gli apici di traiettoria sono ben al di sopra dei rituali 60.000 piedi, la quota più alta raggiunta dai velivoli militari.
Anche sull’efficacia dei sistemi anti-missile ci sono molti dubbi: i missili raggiungono gli apici di traiettoria in pochissimi minuti (5-10), e dunque manca il tempo per organizzare una credibile controffensiva.
I famosi “Patriot” non riuscirono ad intercettare gli SCUD iracheni, che uccisero circa 150 cittadini israeliani e nemmeno i successivi tentativi americani di una credibile intercettazione hanno convinto: molti fallimenti, ed una frettolosa certificazione positiva alla prima intercettazione. Non mi ha stupito che il Giappone lasciò passare il missile coreano senza nemmeno provarci. A che pro, poi? La traiettoria era quella di un missile destinato a finire nell’oceano.

Il punto da chiarire è se i coreani hanno veramente quel che dicono di avere, oppure se bluffano.
Il programma missilistico iniziò in anni lontani, quando l’URSS consegnava qualche vecchio SCUD ai suoi alleati, tanto perché si sentissero “affratellati” nel grande universo socialista dove Mosca, ovviamente, dominava. Fin qui, nulla d’eccezionale.
Ma il nonno dell’attuale premier “ciuffetto” – Kim-Il-Sung – era un politico di razza della leva di Mao e di Ho-Chi-Minh, e seppe mettere a frutto quei piccoli, farraginosi, vecchi SCUD. Questo accadeva fra gli anni ’70 ed ’80.
Da quei primi missili nacque il Rodong1, che era uno SCUD migliorato con una gittata di 1000-1500 km, mentre gli SCUD iracheni non raggiungevano certo quelle distanze. Ma siamo negli anni ’90, tempo al tempo.
I coreani mutano strategia: hanno compreso che, se continuano solamente a raffazzonare qualcosa acquistato all’estero, non andranno da nessuna parte: ciò distingue la Corea del Nord e l’Iran dall’Iraq e dalla Libia. In sostanza: capacità interne in termini ingegneristici, elettronici e (poi) nucleari.

Il grande salto avviene col progetto del Taepodong1, un missile bi-stadio in grado di raggiungere gittate fra i 2000 ed i 6000 km, in funzione del carico assegnato. Per questa ragione i coreani hanno puntato molto sulla miniaturizzazione delle testate, e i risultati degli ultimi lanci sembrano confermare questo successo tecnologico.
Curioso, poi, il metodo usato per costruire i vari stadi dei missili, i primi a combustibile liquido (più difficile da trattare) e gli ultimi con stadi già a propellenti solidi, più sicuri e maneggevoli.
Hanno “composto” – un po’ come giocare con il Lego – i missili utilizzando come singoli stadi missili più vecchi, con motori più affidabili: difatti, i lanci falliti sono tutti da attribuire al “flop” dei sistemi d’accensione automatica dei vari stadi.

Anni 2000, compare un nuovo missile, il Taepodong2, missile tri-stadio, e i giochi si fanno più seri, perché il missile ha una gittata di 4500-9000(?) km, sempre in funzione del carico assegnato.
E’ probabilmente un missile di questo tipo ad aver attraversato l’isola di Hokkaido (Giappone) per poi cadere in mare, ed è con questo tipo di missile che le minacce all’isola di Guam hanno preso corpo. Ma non finisce qui.

Tutti s’aspettavano il Taepodong3, un vero ICBM in grado di raggiungere i 13000 km di gittata, ma tutto tacque su questo nuovo progetto.
Con gran furbizia, i coreani decisero di spostare l’obiettivo dei missili, da missili balistici a vettori spaziali, e sono riusciti con due lanci – nel 2012 e nel 2016 – a mettere in orbita qualcosa.
Ma, ai coreani, importava poco mettere in orbita qualsiasi cosa (attività considerata lecita): semplicemente, lavorando sul nuovo missile – definito Unha – hanno acquisito il know-how per costruire i grandi ICBM, necessari per raggiungere il rango di vera potenza nucleare.

Oggi, qual è dunque la situazione?
Premettendo che i coreani stendono molte cortine fumogene su nomi e dati dei loro missili, con i missili Rodong potrebbero colpire agevolmente la Corea del Sud, e con i Taepodong1 il Giappone. Con il Taepodong2 possono, probabilmente, raggiungere Guam, dove sono stanziati migliaia di soldati statunitensi.
Ma anche senza un attacco a Guam, un attacco nucleare sulla Corea del Sud e sul Giappone (dove gli USA hanno grandi basi militari) sarebbe disastroso. E gli USA lo sanno: difatti, i consiglieri militari di Trump hanno cercato in tutti i modi di fargli capire che sì, “tutte le opzioni sono sul tavolo, ma non sono praticabili”.
Putin ha affermato grosso modo la stessa cosa, ed anche i cinesi chiedono che la vicenda confluisca in una trattativa, fermo restando che il rango di potenza nucleare, oramai, alla Corea del Nord va riconosciuto.

Spero vivamente che i coreani lancino il loro missile Unha in versione ICBM con un lancio di prova nell’oceano: questo metterebbe fine ai dubbi (se possono oppure no raggiungere il continente americano), anche se la prospettiva di una guerra nucleare “lampo” – che, comunque, lascerebbe milioni di persone uccise, ferite, a vivere in un ambiente non più ospitale – dovrebbe bastare per scendere a patti.

Nella visione statunitense, la Corea del Sud sta lentamente scivolando verso la figura del vecchio Vietnam del Sud, ossia di una propaggine americana nel continente asiatico. E’ una visione vecchia, da Risiko, di un uomo vecchio come Trump, che non considera il nuovo mondo multipolare che, invece, sia la Russia e sia la Cina ben capiscono.
L’Europa? Quando si è materializzata la paura d’essere anche noi sotto “l’ombrello” nucleare coreano, la Francia ha avuto un ritorno di fiamma d’antica “grandeur”. Ma tutto è finito lì.

Scatenare una guerra nucleare senza che vi sia una ragione di tipo economico o geopolitico –e, ribadisco, per quanto mi sforzi non riesco a trovarne di coerenti con i rischi che si correrebbero – mi sembra una follia: ma forse stiamo solo parlando di bulli di paese, che hanno l’arma nucleare al posto del coltello. Pronti, entrambi, a richiudere la lama al primo sguardo ammiccante: così andrà a finire.

State tranquilli e godetevi questi ultimi scampoli di una legislatura frizzante come un succo di melanzana, con uno spruzzo di birra tedesca e due patatine americane come contorno. Una vera delizia.

29 agosto 2017

E vai! Il profugo e il manuale Cencelli

Nel Marzo del 2016, il Governo (Renzi) bandì una gara per sistemare 1700 profughi nella provincia di Vicenza (1), e queste furono le principali offerte per la partecipazione al bando:
1) Cooperativa Con te di Quinto Vicentino 370 posti
2) Hotel Adele 280 posti
3) Tourist hotel di Sandrigo 150 posti
4) Ecofficina educational di Battaglia 135 posti.
Altri, con minori posti letto, si aggiudicarono i rimanenti per giungere a 1700, con un costo stimato di 35 euro/giorno (per due anni): totale, circa 43 milioni di euro.

Chi sono i proprietari di queste strutture?
I più importanti ruotano nella galassia cooperativa PD, ma c’è anche una sorpresa: l’hotel Adele (ed altre strutture) è di proprietà di Gedorem Andreatta, consigliere grillino di Marostica. L’albergo, per inciso, prima del 2015 era sull’orlo del fallimento. Oggi, nel business ci sono la socia, Samanta Zardo, la di lei sorella e la madre delle due donne, Meri Stiller, che si occupa della “transumanza” dei migranti, dal Canale di Sicilia al Vicentino. Gli affari vanno a gonfie vele, al punto che Andreatta ha distribuito ai soci dividendi per 4 milioni di euro (2). Viva la solidarietà!

Potremmo metterci a fare i conti della serva su quanto costi mantenere questa gente: si spenderanno, realmente, 35 euro/giorno per migrante? I “conti della serva” raccontano che una cifra di 10 euro per il cibo sia più che abbondante (soprattutto considerando le economie di scala), mentre per la gestione alberghiera scommettiamo mezzo c…ne che sono appaltati ad aziende d’altri migranti, magari dell’Est europeo? Che, come ben sappiamo, pagano il personale pochissimi euro l’ora.

Oggi, nuovo bando per 2900 profughi (sempre a Vicenza) per un totale di 74 milioni di euro che, non stentiamo a credere, giungeranno nelle tasche dei soliti noti: il manuale Cencelli tutti accoglie e ripartisce, secondo il “peso” elettorale.

Tutto il piano, dunque, ci racconta di una colossale raccolta di fondi a scopo elettorale: voti, per il personale italiano impegnato nell’operazione, e soldi, con i quali pagare altri voti. Come? Dai 50 euro a scheda fino al personale delle associazioni, fondazioni, centri studi, ecc, ecc. bel sistema, vero? Con quello che stanzia lo Stato per due profughi (70 euro), con 20 li mantieni e con gli altri 50 ti compri un voto! Siano benedetti i profughi!

Il problema si è generato per risolverne un altro, che non trova soluzione dai tempi del colonialismo.
Come ben sappiamo, AREVA sta “masticando” le alture sahariane del Ténéré nigerino, altre nel Ciad, per estrarre Uranio puro: per 1 kg di Uranio grezzo (da arricchire), si generano 5.000 tonnellate di scorie, il carico di 120 autocarri da cava. Per un solo chilo. Queste scorie, ancora radioattive, vengono accumulate dove capita, senza tener conto degli abitanti.



Altro scenario, il delta del Niger: inferno dantesco fatto di paludi ricoperte da strati di greggio, dove ogni tanto – ma, oseremmo dire “ovviamente” – scoppiano incendi che mandano in fumo intere regioni.



Ovvio che nessuno vuole mandare i propri figli a scuola su strade che, a lato, hanno due “muraglioni” di scorie radioattive (Ciad) e nemmeno andare in fumo con quel miscuglio di greggio e mangrovie rachitiche.
Non dobbiamo, però, prendercela con i soliti amerikani kattivi, perché ci sono dentro tutti, fino al collo, europei compresi (dov’e si trova la Francia di AREVA?): anche qui, dobbiamo ricorrere al vecchio Mao Tse Dong, il quale – riferendosi al Vietnam – soleva affermare di non avercela con gli americani, bensì solo con il loro governo. Che non è proprio la stessa cosa, solo perché Wall Street si trova negli USA?

Volente o nolente, l’Africa è proprio terra da pipe: non bastano deserti come il Sahara ed il Kalahari, ma tutto il continente ha una conformazione geologica che lo condanna (salvo poche aree) ad un’agricoltura di sopravvivenza. Per contro, in Africa potrete trovare qualsiasi tipo di minerale, e questa è la sua sfortuna secolare.
Belgi, Inglesi, Boeri, Spagnoli, Francesi, Italiani, Tedeschi, Statunitensi…e chiunque sapesse tenere in mano un fucile l’hanno percorsa in lungo ed in largo, compresi gli schiavisti primari, ossia gli Arabi. Kitchener ci lasciò la pelle a Khartoum, Ghandi fuggì in India, Gheddafi morì in uno uadi secco con una baionetta piantata nel culo. Per cosa? Sempre per quella manciata di minerali.
Non ricordo chi lo affermò, se Luttvark, Kissinger o chi altro…che, per mandare avanti l’apparato estrattivo dell’Africa, erano sufficienti 50 milioni d’abitanti. Gli altri ci tocca mantenerli: potremmo sì lasciarli al loro destino (e, magari, se la caverebbero in qualche modo) ma, ma…non si può!

Dobbiamo “aiutarli” a casa loro, perché noi – a casa loro – ci dobbiamo restare per forza: abbiamo bisogno del loro petrolio e del loro Oro, del Manganese, del Nichel, del Cobalto e poi Rame e Stagno, Argento ed Indio, Germanio e Wolframio, Rutenio e Piombo, Selenio, diamanti, gas…ecc, ecc, ecc, ecc…
A dire il vero c’è un altro posto dove si può trovare di tutto, ma si paga dazio: Napoleone ed Hitler ci provarono, ma quelle genti non sono disposte a svendere a prezzi stracciati, ed il generale Inverno ha sempre una stelletta in più del Capo dell’Esercito.
Perciò, non facciamo della geopolitica da straccioni strappacuori nei confronti dell’Africa: la vogliamo, ma senza (o con pochi) africani. Tutto qui: più minerali e poca gente da mantenere. Fine.
Poi, si dà il caso che Lampedusa sia più a Sud di Tunisi e dunque…no, non vanno fino a Marsiglia, ma si fermano prima: siamo o non siamo il “ponte” fra le due sponde del Mediterraneo?

La soluzione – quella definitiva – sarebbe in soli due passi:
1) Aprire una trattativa sul costo dei minerali grezzi, aumentando – ma di poco, credetemi – il prezzo dei vari minerali. Non trattare più con i soliti Gauleiter nominati dalle holding internazionali, bensì con un organismo composto pariteticamente dai rappresentanti degli Stati africani. Se l’ONU battesse un colpo, ogni tanto…no, meglio che non lo batta, abbiamo già visto il seguito.
2) Permettere la nascita di vere democrazie in Africa, poiché – oggi – non c’è nessuna forma di Stato che non sia controllata e sorretta dai servizi di questo o quel Paese, nel nome del commercio internazionale a prezzi stracciati.

Comprendo che possa apparire come un sogno, ma sarebbe opportuno iniziare a capire ed a far circolare queste idee: altrimenti, abituiamoci a numeri ben più grandi di quelli attuali. Oltretutto, questa pressione demografica “scardina” i bilanci degli Stati europei mediterranei, indebolendoli nei confronti dell’Europa del Nord (che commercia e usa proprio quei materiali). Insomma, ci usano come un immondezzaio, dal quale pescare – eventualmente – qualcuno se le necessità della produzione lo richiedono.

Quando Saif Al Islam Gheddafi (l’unico figlio di Gheddafi ancora vivo) ci avvisò, nel 2011: “Non fateci la guerra: oggi tocca a noi, domani toccherà a voi”, furono parole profetiche: non siamo forse governati dai Gauleiter nominati da Berlino o da Washington? E facciamo i custodi del loro immondezzaio.

Figure che si sono opposte a questo sporco mercato delle grandi holding euroamericane, ci sono state: Mattei fu una. Lo ammazzarono. Thomas Sankara, in Burkina Faso (ex Alto Volta) fu eletto democraticamente e, ricordo, vendette tutte le Mercedes istituzionali e le sostituì con delle Renault 5. Quando fu assassinato, aveva un conto in banca di 150 dollari, una chitarra e la casa dove era nato. Gheddafi fu meno “francescano”, ma la Libia, sotto di lui, divenne per ricchezza il secondo stato africano (dietro al Sudafrica che fu di Mandela).

Vogliamo derubarli fino al midollo? Non lamentiamoci se scappano: domani, con la popolazione italiana in picchiata demografica, saranno loro a gestire il nostro Paese. Non c’è altra storia, le vicende migratorie mostrano questo, ovunque, dalla Cina alla California, dove i messicani sono la maggioranza.

Nessuno ha voglia di vedersi taglieggiare stipendi e pensioni perché Renzi ed il suo portaborse Gentiloni hanno bisogno dei quattrini per sfamare questa gente. Ma, anche se l’UE ci ha dato 600 milioni per aiutarci ad affrontare il problema, non bastano, certo che non bastano: soprattutto perché, terminato lo stanziamento biennale (e relative ruberie), non si sa che fine farà questa gente. E’ anche vero, però, che i politici italiani hanno il ruggito dell’agnello in Europa, ma questo spiega perché il Gauleiter Renzi non è mai stato votato od eletto da nessuno. Capito mi hai?
Insomma, se vogliamo “volare basso”, continuiamo con le gazzarre fra il pistola della Lega ed il pistolino dei 5 Stelle, fra un Papa così “angelico” e caritatevole che pare quasi simpatico – ottima scelta mediatica, vero? Le Organizzazioni Caritatevoli ringraziano… – e qualche erede di una sinistra maneggiona, barbuta e puzzolente.

Oppure vogliamo credere che sia una “tratta” di esseri umani per arricchire le mafie di mezzo mondo? Gli scafisti sono dei malavitosi? Le ONG sono colluse con la mafia? Servono schiavi per raccogliere pomodori? Reni e cuori a basso prezzo per l’industria trapiantistica, che così riesce vendere la Ciclosporina per tutta la vita ad una persona, e Novartis vede il proprio titolo salire in Borsa? Può essere, ma questi sono soltanto corollari del problema.
Va tutto bene per cianciare ma, ditemi: qual è la ragione di tutto ciò?

Lo ha raccontato, molto sinteticamente, Massimo Fini in un libro memorabile: Il Denaro, sterco del Demonio.
Tutto il resto, serve solo a riempire i giornali ed i Tg, prima delle partite…della classifica, poi il Lunedì che viene…e allora si maledisce, s’inveisce, si bofonchia, si grida “al lupo”, è colpa di questo e di quello, della moglie o del cognato, della zuppa di pesce che m’è rimasta sullo stomaco…
Ma per favore: un po’ di serietà.

13 agosto 2017

Ministro Fedeli: perché vuole istituire le classi differenziali?

Mi ero ripromesso di non parlare più di scuola, giacché sono in pensione da alcuni anni e la scuola rappresenta un passato che non m’appartiene più, dal quale sono lontano e non più coinvolto: anche le cosiddette “amicizie” con i colleghi si stemperano, altre li sostituiscono, così è la vita.
Però, la notizia che saranno istituiti corsi quadriennali per la Secondaria Superiore (Licei, Istituti Tecnici,ecc) mi ha colpito: significa non avere compreso nulla dello stato della scuola italiana e, in fin dei conti, ubbidire agli ordini dall’alto senza fiatare. Cosa più determinante, senza pensare.
Vorrei sfatare una leggenda metropolitana che va per la maggiore – la scuola non serve a niente…ognuno fa per sé…è la vita ad insegnare, ecc – ed altre, simili baggianate: chi fa queste affermazioni non capisce niente d’educazione, dalla quale dipenderà in gran parte la qualità, in termini di cittadinanza attiva e di capacità critica, delle generazioni future. Ricordavo ai miei allievi che s’entrava nella scuola quando da poco avevi mollato il ciuccio e ne uscivi magari col fidanzato/a che ti aspettava in macchina.

Inoltre, per avere una visione “panoramica” della scuola è necessario averla vissuta da studenti e da insegnanti, per capire cosa si prova di là e di qua della cattedra.
Spicca, in questo senso, la pochezza della nostra classe politica che, per quanto ricordi, mai nominò un insegnante all’Istruzione: qualche (rarissimo) docente universitario e poi, stuoli di funzionari, manager, avvocati, politici di carriera…ecc, ecc…

Oggi, tanto per lasciare il segno della sua presenza a viale Trastevere, il ministro Fedeli ha voluto varare la sua “riformina”, cosicché qualcuno la ricorderà negli annali: 100 prime classi del percorso Superiore – per ora a livello sperimentale, una sola sezione per Istituto che lo richiederà – da quest’anno dureranno 4 anni al posto dei rituali 5.
E avranno anche l’insegnamento in lingua (per la grande maggioranza sarà l’inglese) di una materia non linguistica: immaginatevi cosa può voler dire la Chimica, la Fisica, la Storia o la Filosofia in inglese.
“L’Europa lo vuole”: falso, solo Spagna, Francia, Regno Unito, Portogallo, Ungheria e Romania – sono 6 – hanno corsi quadriennali, ma in un quadro generale della scuola diverso dal nostro. Potremmo far notare al ministro che gli altri 22 Paesi hanno impianti quinquennali. Eppure, la novità viene spacciata “per uniformarsi all’impianto europeo”. In realtà, è soltanto uno dei tanti “risparmi”.

Qualcuno riesce a vederne anche aspetti positivi – come Manlio Lillo, che si presenta su Fatto Quotidiano come “archeologo e giornalista” (1) – e, specificatamente, due:

1) L’abbreviazione del percorso di studi;
2) La riduzione dell’abbandono scolastico.

Entrambi questi aspetti positivi – a suo dire raggiungibili mediante la riforma – mi paiono solenni fregnacce.
Il primo è una colossale tautologia, poiché non spiega come, in quattro anni, si possa far meglio che in cinque (quando, oggi, alla maturità ti rispondono che Puskin è un cantante).
Il secondo, invece, denota che Lillo non conosce i problemi della scuola, ma tanto gli basta per pontificare dalle pagine del giornalone “democratico”.
L’abbandono alla quarta classe deriva da problemi ben precisi, alcuni risolvibili, altri no:

1) Gravi problemi psichici e/o fisici, che alterano gravemente la volontà. Spesso, l’accettazione della ripetizione dell’anno scolastico può essere una buona soluzione. Se basta.
2) Presa di coscienza d’aver sbagliato scuola o, comunque, la progettazione della propria vita. Questo dipende, in gran parte, dall’aver ignorato l’errore di orientamento in Terza Media: le scuole ricevono tot soldi per alunno/a dallo Stato e i presidi non vogliono ascoltare chi propone la necessità di re-orientare gli allievi, che mostrano segni d’insofferenza al corso di studi, verso altre scuole. Le famiglie s’impuntano, i ragazzi soffrono: è la situazione più difficile da gestire.

La soluzione che Lillo appoggia, seppur anacronistica, è: smetti in quarta? E noi t’accorciamo il percorso! E’ una scelta senza motivazioni né implicazioni pedagogiche: se si “fa tutto” in soli quattro anni, chi garantisce che non cedano prima?

Su quel “fare tutto” in soli 4 anni, poi, io ho grossi dubbi. Già per “far prima” è stata abolita dal corso di studi la Geografia: non ci meravigliamo se i nostri figli piazzano Macerata dal Friuli alla Sicilia. La soluzione? Appiccichiamo loro un bel GPS sulla schiena? Oppure devono consultare l’onnipresente cellulare per spostarsi di 30 chilometri? Quando incontro un TIR che procede, smarrito, con un codazzo di automobili dietro a passo d’uomo, su una strada di montagna che è sì una scorciatoia, però…mi viene da pensare.
Ma anche nelle altre materie la differenza si vede, si nota chiaramente: a conti fatti – ossia, ad esempio, la capacità d’affrontare versioni di autori latini – le abilità di un allievo del 5° Liceo Scientifico sono pressappoco quelle che la mia generazione aveva in terza media. Provato sul campo.

La nostra generazione ha ancora “preso” il bene ed il male della Riforma Gentile, ed i mali li ha interiorizzati al punto di ribellarsi – giustamente – a delle impostazioni anacronistiche e velleitarie, solo buone per farti capire l’obbedienza. Ma c’era anche il “buono”.

Quando la campanella d’inizio lezioni terminava di squillare da mezzo secondo, e tu aprivi la porta della classe, l’insegnante ti riceveva con un bel “Buongiorno Bertani, ci rivediamo domattina”. E vai dal preside a spiegare, spiega a casa dopo…il mattino dopo, le gambe affrettavano da sole il passo.
Nel triennio superiore, era uso dare del lei all’insegnante ed essere corrisposti con egual appellativo: ciò ti dava la misura che stavi crescendo, e che le tue responsabilità aumentavano. A sedici anni, non c’era solo la patente per la motocicletta: dovevi iniziare a pensarti uomo, e gli insegnanti te lo mostravano.
Pochi anni fa, ho riammesso due fratelli alle 9,30 del mattino con una semplice R sul registro. Per curiosità chiesi loro dove fossero stati. La risposta fu avvilente: “Dal barbiere”. Poi, senza ritegno: “Le piace come me li ha fatti, prof?”

Il “buono” della riforma Gentile era che puntava molto sull’educazione e, volente o nolente, eri obbligato ad uscire – da qualsiasi corso di studi – con una mente ordinata e conoscendo il pregio del rispetto, verso gli altri e verso te stesso.
Il male della Riforma Gentile (riedizione della Riforma Casati, dell’800) era il classismo: per Gentile esistevano solo gli studi classici, gli altri erano solo dei parvenu. Curiosità: il Ministero dell’Istruzione è coordinato in “Divisioni”. C’è la Divisione per l’Istruzione Classica e Magistrale, poi quella per l’istruzione Scientifica e Tecnica: i due Licei, che parrebbero fratelli, nella mente di Gentile erano soltanto lontani cugini.

Cosa mi fa pensare che il liceo quadriennale non sarà quella meraviglia come raccontano? Alcuni ricordi lo impediscono.

Il primo è stampato nella mia mente come se fosse successo oggi: scrutinio finale di una Terza Scientifico. Si sta discutendo sulla promozione a Settembre o sulla bocciatura di un allievo: si tarda a votare perché l’orientamento è per la bocciatura. La preside interviene: “Ma di chi è figlio questo?” Promosso con tre materie a Settembre.
Scrutinio di una Quarta Scientifico. Un collega si alza, pallido, ed afferma: “Devo comunicare al Consiglio che mi è stata fatta un’offerta in denaro per non bocciare Tizio”. Cala un silenzio gelido, come se dal soffitto dell’aula pendessero i ghiaccioli. Tanto per rompere il gelo, la butto lì: “Beh, hai fatto male a dircelo: adesso ti toccherà dividere!”
Il gelo rimane, appena appannato da sorrisi forzati: tutti comprendono la gravità della situazione. La preside si riprende, inizia a proporre una meditazione sul percorso delle vacanze estive: chiamata dal giudice, deposizione, magari rimanere a disposizione…poi l’eventuale processo, andare a testimoniare – e come fa a dimostrarlo? Non lo dice, ma la sostanza è tutta lì! – insomma, finisce con quatto materie a Settembre.

Per questa ragione non credo al piano quadriennale, poiché mi sembra un nuovo liceo degli asini d’oro truccati da cavalli da corsa, mentre i corsi quinquennali saranno, in pratica, delle classi differenziali.
Sarà il liceo dei figli di “qualcuno”, che avranno lezioni private e tutor per ogni materia: promozioni comprate a suon di soldoni…altro che “eccellenze”, altro che “cultura laboratoriale”, “sperimentazione in itinere”…quante cazzate mi toccherà ancora ascoltare, dopo anni che me ne sono andato? Devo immaginare che, quello che con gran fatica si riusciva ad ottenere in cinque anni, s’otterrà in quattro?

Già, dimenticavo che ci vuole magia per ottenere questo bel frutto: ecco la ragione per cui, al Ministero, hanno nominato Maga Magò! E c’è anche chi ci casca, come Lillo che, appannato da imperituro buonismo, cerca “aspetti positivi”!

Scusate il disturbo: prometto che non scriverò più niente di scuola.

06 agosto 2017

Migranti, e cervelli migrati all’ammasso


Domandarsi il motivo della stupidità umana, quasi sempre è un esercizio retorico, giacché la stupidità è una qualifica della mente umana, come la speculare intelligenza. Se desideriamo, almeno, tratteggiarla rimane il noto adagio di Carlo Maria Cipolla: “La persona intelligente è colei che riesce, contemporaneamente, a soddisfare se stesso e gli altri. Lo stupido, contrariamente, riesce a non soddisfare né se stesso e né gli altri.”
C’è da chiedersi se poi, veramente, i tanti parvenu della politica che affollano esclusive ville ed inaccessibili panfili in questa stagione – oltre ad ingombrare le pagine dei rotocalchi che sfogli distrattamente dal medico – si rendano conto che Internet, in futuro, sarà giudice e testimone, la Storia sempre presente, ad un click. Mi torna alla mente la vicenda di Remo Gaspari – rais democristiano del Molise e dell’alta Campania – che finì i suoi giorni in una casetta di campagna, solo, e morì durante il “cambio” delle due badanti che l’assistevano. Dopo tanto sbattersi, finì per crepare solo come un cane.
Oggi ho due vicende da raccontarvi (reali), che mostrano a quale nequizia siano giunti il PD ed i suoi galoppini, compreso Tito Boeri – presidente INPS – che si dà tante arie di “riformatore” bonaccione.

La prima è una persona di 57 anni, ex autotrasportatore dipendente, che aveva iniziato a lavorare a 16 anni. L’uomo non sta bene: la malattia che gli hanno riscontrato fa parte delle molte sindromi simili alla SLA. In altre parole, è stato colpito gravemente nella locomozione: si muove con passettini brevi, come una persona di 90 anni. Non può fare la doccia da solo, poiché l’acqua calda sui muscoli gli provoca la perdita del controllo dei nervi. Sta ore ed ore seduto alla finestra, come un vecchio, e pensa a cosa l’ha ridotto la vita. Senza più la minima speranza di guarire: non ci sono interventi chirurgici possibili, non c’è niente da fare. Le relazioni dei medici sono limpide come l’acqua di fonte: anche un profano si rende conto, leggendole, che la situazione è grave e non c’è rimedio.
Decide di fare richiesta d’invalidità all’INPS: insomma, ho pagato decenni di contributi…avrò diritto a trascorrere quel che mi resta da vivere senza dovermi far mantenere dai parenti?

Presenta la domanda, va alla visita presso la sede INPS, il medico legale stende una relazione sul caso e, dopo una ventina di giorni, l’INPS si pronuncia: è invalido, ma non inabile. Come invalido ha già diritto alla pensione – sempre secondo l’INPS – che verrà decurtata di una percentuale, perché la pensione completa l’avrebbe avuta se fosse stato anche inabile. Va beh, pensa, qualcosa mi daranno: meglio di niente.
Una successiva nota dell’INPS, però, afferma che alcuni periodi di contribuzione sono “troppo bassi” e non raggiungono la “soglia” per essere considerati validi. Perciò, siccome quei periodi cadono proprio negli ultimi 5 anni, non avrà diritto ad alcuna pensione.
Lasciamo a dopo i commenti, perché i casi che vi proporrò sono due: per ora, pensate che c’è un uomo – da qualche parte d’Italia – che vive di fronte ad una finestra, che guarda fuori quel mondo il quale non gli appartiene più, ed ora sa anche che la società italiana lo considera sì invalido per il lavoro, ma che per l’INPS può anche crepare, anzi meglio. Crepa, così i tuoi contributi se li godrà qualcun altro.

Il secondo caso riguarda una donna di 64 anni, che ha creduto nella proposta della cosiddetta APE, ossia Anticipo PEnsionistico, mediante la quale l’obiettivo strombazzato da Renzi e dai suoi sodali doveva essere quello di fornire, alle persone occupate, d’anticipare (a 64 anni) la pensione stipulando una sorta di mutuo, che avrebbero ripagato con la successiva pensione. Oppure, dipendenti (sempre over 64) che le aziende volevano togliersi di torno: in questo caso, il “mutuo” dovrebbe anticiparlo l’azienda. Il terzo caso riguarda persone senza lavoro né pensione, che difficilmente potranno trovarlo a 64 anni: in questo caso, è lo Stato che dovrebbe intervenire, senza nessun rimborso.

La signora ha 64 anni, 34 anni di contributi versati (ne bastano 30), ma si sente rispondere di no: perché? Perché sono 25 anni di contributi INPS e 9 come Co.Co.Pro, e gli anni come lavoratore “atipico” sono considerati “metà” (protervia maxima!) per i lavoratori “atipici” (i quali non possono accedere alla contribuzione volontaria), perché la contribuzione dei lavoratori “atipici” è inferiore allo “standard” INPS. Quindi, 25 + 4 e mezzo fa 29 e mezzo: torni nel 2020 signora, sempre che la normativa non cambi ancora!

Non voglio continuare la questione “tecnica” – se mai, sarà qualche troll a cercare di smentire – ma un principio – violato – mi è saltato agli occhi. Gli anni trascorsi sul lavoro, non contano più come “tempo” bensì come moneta, denaro, soldi, grano…o come volete chiamarli? Insomma, un’equivalenza che non ha senso: tempo e valore. Assurdo, inconcepibile.
Se i miei contributi versati sono minori, mi verrà corrisposta una pensione più bassa, ma non si possono eliminare come se non fossero mai esistiti!
Ovvio che ne deriva la domanda: che fine faranno quegli anni con versamenti “insufficienti”?
E poi: quando mai s’è visto che tempo e denaro siano due valori corrispondenti? Certo, potrete impiegare il vostro tempo per guadagnare denaro, ma nessun milione di dollari potrà regalarvi più tempo se la vostra ora è giunta. Forse migliori cure…ma la malattia non si cura del vostro denaro, e avanza inesorabile: due giorni, tre mesi di vita in più? Credo che dipenda più dalla nostra mente che da qualche alchimia terapeutica.

Queste mefitiche novità giungono in un’epoca nella quale la “vecchia” società italiana non esiste più da tempo: il mondo agropastorale – poche pretese, risorse a portata di mano e capacità, apprese di padre in figlio, di saperle sfruttare, la famiglia patriarcale, musicanti e teatranti di strada, cura della terra e delle acque, poiché erano la tua terra e le tue acque…insomma, un mondo povero ma tranquillo…al più, se eri proprio solo e abbandonato, bussavi alle suore di carità – poi il mondo industriale, maggiori pretese, ritmato da regole ferree ma precise: orari, tempi, lavoro, retribuzione, pensioni. E diritti codificati, precisi.

Oggi, tutto questo non esiste più. I tuoi anni di lavoro contano come capitale versato e, se non raggiungono determinate soglie, diventano niente, nell’attesa che tu passi a miglior vita: fra l’altro, tutte queste “riforme” sono state emanate da governi illegali in modo assolutamente unilaterale, senza confronto, mai sottoposte a referendum, con il solito occhio delle banche che vegliano su quei “capitali”.
Ora, mi fa sorridere Salvini: vuole sottoporre a referendum la Legge Fornero? Nessun problema: siccome il referendum è solo abrogativo e per una determinata legge (come hanno fatto per l’acqua) vareranno prontamente una legge “Fornaretto”, che riporterà i flussi di cassa al livello desiderato. E tu, raccogli le firme, presentale alla Consulta…ecc, ecc…
E’ tutto, soltanto, propaganda elettorale.

Ma c’è dell’altro, i migranti, ai quali vorrebbero fornire lo “ius soli”. Ora, io mi metto nei panni di un povero tizio che nasce in Italia, parla solo italiano, scrive in italiano, tifa per la Juve o per la Roma…e beh…non riesco proprio a capire perché non possa essere italiano. Al massimo, alla maggiore età, gli chiedi cosa vuol fare. Qualcuno non sarà d’accordo, perché c’è il sangue e la razza…ma, da ex insegnante, vi posso dire che se un albanese o un marocchino è nato in Italia, non ha proprio niente di culturalmente diverso da noi. Chiusa parentesi.

Perché s’arrabattano così tanto per far diventare italiani gli immigrati? Per i voti – dite voi – ma a me la cosa fa ridere, ridere a crepapelle.
Sapendo di che forza è il gelataio di Rignano, e di che forza sono quelli che tirano i fili del burattino Big Jim, vi sembra credibile che “investa” in “qualcosa” che potrà, al più, dargli qualche risultato elettorale fra almeno un decennio?
Lo sapete che un buon politico pensa alle prossime generazioni, mentre un arruffone da parlamento italiano pensa solo alle prossime elezioni, vero?

Ma, i migranti, sono un affare, un grande affare. Non c’è lavoro in Italia, lo hanno distrutto a forza di tasse e cessioni a multinazionali estere, ma a loro non frega un accidente.
Sapete quanta gente lavora (e vota) – partendo dal centro – ossia capi-divisione ministeriali per le migrazioni? Poi, si scende ai mille funzionari, statali o locali. Si arriva a chi deve coordinare il lavoro delle ONG, per arrivare al personale delle ONG stesse. Quando il migrante è arrivato, bisognerà accoglierlo: ecco che parte il settore “assistenza”, con stuoli di dirigenti regionali, provinciali, comunali…fino agli assistenti sociali, che devono trovare soluzioni per ospitarli. Poi, ci vorranno altri stuoli di persone che gl’inventino uno straccio di lavoro, qualcosa come fare lo sguattero in cucina per 200 euro il mese. Part time, ovvio, perché dopo c’è la scuola dove li devono alfabetizzare, insegnare loro tutto…dai segnali stradali fino a recarsi dal medico, eccetera, eccetera…
La Chiesa Cattolica è per l’accoglienza, ovvio: sono loro a beccare fior di quattrini dallo Stato per le loro “comunità”.

I migranti sono un grande affare – come raccontava Emma Bonino – e l’Italia chiese che fossero tutti dirottati in Italia, poi parecchi finirono in Grecia. Perché? Poiché sono i due Paesi coi bilanci più disastrati dell’Unione, più facili da ricattare. Vuoi dare gli 80 euro e vincere le elezioni? Beccati ‘sto stuolo di africani in casa!

Sull’altro versante, il problema dei migranti è serio: perché rischiano la vita nel Mediterraneo per fuggire dall’Africa?
Oh bella: perché Areva deve macinare le loro montagne per tirar fuori l’Uranio (Ciad e Niger), mentre nel delta del Niger ENI, BP, Exxon Mobil e tutto il resto non vogliono gente fra le palle mentre riducono un paesaggio palustre in un inferno dantesco, con colossali incendi che tutto devastano. E poi c’è la “normalità” dell’Africa, ossia dittatori che vivono in residenze protette da centinaia di miliziani, che pagano in dollari.
E poi c’è la fame, la fame vera, atavica, ereditata da centinaia d’anni di schiavismo, colonizzazione, decolonizzazione, ricolonizzazione a forza di propaganda su un “ideale collettivo” di vita euroamericana assurta a religione del Pianeta.

Direte voi: ma costa un sacco di soldi mantenere in moto una macchina del genere, che parte dai gommoni nel Canale di Sicilia ed arriva al pacco-viveri nella periferia di Milano.
Eh beh?

Ricalcoliamo le pensioni, alziamo la “soglia” del contributo previdenziale per diventare conteggiabile, portiamo l’età della pensione a 70 anni, raddoppiamo – in un solo anno – le tasse a favore degli Enti Locali (2016), mettiamo 100 euro di tasse sulla bolletta dell’ENEL e chiamiamolo “canone RAI” poi, sul metano mettiamo CIP6, 5, 4, 8, 9…20 euro di metano ed 80 euro di tasse. Non sai più se ti conviene entrare dal gioielliere o in Comune, per pagare la spazzatura: forse oro e brillanti costano meno.
Non è poi così difficile, ed otterremo un risultato clamoroso: gli italiani, dopo essere emigrati ovunque, diventeranno razzisti e si dimenticheranno di noi, che li fottiamo alla grande tutti i giorni! Basterà far blaterare un Salvini qualunque per ottenere che la loro rabbia si scarichi su di loro, mica su di noi! Poi Salvini, come già Bossi, passerà all’incasso.
La febbre del voto contagerà tutti, da Grillo fino a Renzi, bisogna far fruttare tutto! Da destra a sinistra bisognerà raccontare che l’Europa è cattiva non perché ci fotte con l’euro tutti i giorni, ma perché non si vuole prendere i migranti! Così loro confonderanno l’Europa ed i migranti, dicendo: vadano tutti affanc…Così ci lasceranno in pace.

Ma quanti sono?
Nel 2016, sono arrivati in Italia 181.436 persone (fonte: Viminale), nello stesso anno, il saldo nascite/morti è stato negativo per circa 86.000 unità (2): considerando gli italiani che vanno all’estero, non sono cifre da disastro epocale. Grosso modo, la popolazione rimane stabile.
Cambia la qualità – sono d’accordo – partono le teste pensanti ed arrivano dei poveri disgraziati (molti con una laurea in tasca, ma non riconosciuta), ma a loro cosa frega? Niente.

Pensate che la poderosa razza italica venga inquinata da DNA troppo diversi? Beh…se la razza italica è riuscita a farsi un simile autogol, a sopportare una simile accozzaglia di mangiapane a tradimento nei posti di potere, e non muovere un muscolo per ribellarsi a tanta presa per i fondelli…se lo merita, speriamo che quel “DNA” ci porti qualcosa di nuovo, perché con quel che ci ritroviamo, c’è veramente da strapparsi i capelli.

Sappiamo tutti – anche l’uomo della strada che legge solo la Gazzetta dello Sport – che rubano e ci fottono per rubare, sappiamo tutti che sono d’accordo nel presentarci le “soluzioni” elettorali che più ci aggradano – ieri il rassicurante “professore”, poi il bravo “imprenditore”, quindi il ragazzo “giovane e bello”, domani il sogno di Grillo, il quale si guarda bene dal dire a chiare lettere la verità: se vado al governo, il giorno dopo referendum consultivo sull’Europa…l’ha detto? E quando? E come? Tanto oggi ne dice una e domani la smentisce… – sappiamo tutti che in Italia comanda il duopolio franco-tedesco…sappiamo questo ed altro…e allora? Tutto quello che riusciamo a cogitare è la speranza, un domani, chissà quando, di riuscire a far parte dei fottitori e di lasciare l’universo dei fottuti.

Questa è la favolosa razza italica? Questa è la grande cultura italica? Spero tanto in un buon apporto di DNA africano, come in Francia, che diede asilo a 7 milioni di algerini e, oggi, se Macron prova a toccare pensioni ed assistenza gli vanno a fuoco le banlieu. In Francia, signori miei, si è giunti con gran fatica alla pensione a 62 anni, ma oltre nessuno ha il coraggio d’andare. In Francia, un autotrasportatore, dopo 25 anni – a qualsiasi età – va in pensione: in Italia, un macchinista delle ferrovie va a 67 anni, con una speranza di vita media di 62!

Noi ci lamentiamo coi colleghi di lavoro, lanciamo petizioni su Change.org, scriviamo commenti di “vibrante protesta”. Aderiamo al voto “di protesta”. Poi, dopo il Tg…c’è la partita o un film?
Chi è causa del suo mal, pianga se stesso, e non trovi scuse sulla razza o l’invasione: osservi la sua coscienza. E pianga.




(2) http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Istat-86-mila-italiani-in-meno-nel-2016-nascite-minimo-storico-e82256d6-2954-427a-8950-226945b0bfa6.html

28 luglio 2017

Tenutario di cesso pubblico

Così, dala sera alla mattina, mi ritrovo con un cesso chimico sotto casa, nel quale, stanotte, "depositeranno" migliaia d'ubriachi alla festa della Birra. E così andrà avanti per i prossimi dieci giorni di festeggiamenti. Incavolato, ho fatto un esposto al Prefetto.



Al Prefetto della Provincia di Cuneo, dott. Giovanni Russo

Alzandomi, stamane, ho scoperto d’essere diventato un cesso pubblico. C’è di peggio – anch’io lo ammetto – quello che assolutamente non sopporto sono l’ignoranza e la stupidità, soprattutto quando sono strettamente legate all’interesse personale. Vengo al dunque.

Il Comune di Saliceto – come altri comuni – tutti gli anni organizza la cosiddetta “notte bianca” o brava, o rosa…insomma…che è una festa della birra mascherata, come si nota dalle immagini.






Il motivo di tanto clamore? Non lo so: una vocina mi sussurra che si tratti di soldi, di qualcosa che il Comune organizza e dal quale ricava soldi per i sempre più disastrati bilanci, con i trasferimenti dallo Stato ridotti all’osso. Quando esiste ancora l’osso. Ma non lo sostengo, è un puro sospetto, un sogno di mezza Estate, mettiamola così.
Personalmente, non ho nulla in contrario, solo che la disorganizzazione ed il pressapochismo, in questi frangenti, la fanno da padrone.

Il Comune di Saliceto ha un’ampia area d’interesse storico, che racchiude il Castello dei Del Carretto e la piccola cattedrale, diventata famosa con il film The broken key (2016).
Come si può notare, ci sono ampie aree per sistemare i servizi igienici, come sempre è stato fatto negli anni precedenti: solo che, quest’anno, “qualcuno” ha deciso diversamente.
I gabinetti chimici – che poche ore dopo iniziano a puzzare come paludi di birra andata a male – sono “dispersi” nel centro storico. Qui, bisogna fare un po’ di topografia.

 Questa è l’area nella quale, gli scorsi anni, venivano installati i servizi igienici: lontana dalle abitazioni, vicina ai luoghi della festa. Una soluzione razionale ed igienica.






Come si può notare, nessun servizio igienico è installato nei pressi degli stand di mescita. Non nella piazza della chiesa…




E nemmeno nella vasta area del parco del castello


Insomma, la gente che beve non deve essere disturbata da persone in fila innanzi ai servizi…e…dove li mettiamo?

Ecco la soluzione trovata: in mezzo alle case, anche a parecchia distanza dalle mescite.
Questo è l’unico gabinetto “a portata” di…insomma, dove ci sia la speranza d’arrivare sani e salvi e “depositare”.




Li “disseminiamo” a macchia di leopardo nel borgo: ovvio che chi ha in corpo un paio di litri di birra non avrà difficoltà a trovare un gabinetto…correndo con le mani sulla patta, lei cosa immagina?

Sotto alle finestre della gente, per giorni e giorni (la festa dura fino al 12 Agosto) e, tutti gli anni, l’azienda è venuta a rimuovere i gabinetti soltanto al termine dei cosiddetti festeggiamenti.

Non vorremmo che finisse come negli anni scorsi, con centinaia d’ubriachi che fanno i loro bisogni ovunque, invadono giardini privati, buttano immondizia nelle case…una sorta di calata degli Unni del Terzo Millennio. E, si badi bene, sono tutti italiani.
 

Ho protestato, ma il Comune (nella persona del Vigile Urbano, Stefano Spadi) è stato irremovibile: quando l’ho informato che avrei avvertito la Prefettura, ha risposto “E chiamala, chiamala…” poi, voltandosi, se n’è andato.
A latere (ma non troppo), vorrei ricordare come si è giunti a tutto questo.
La cittadina di Saliceto ha un centro storico del quale si fregia, ma la maggior parte della popolazione vive in altre zone: considerano il centro storico una sorta di palcoscenico, nel quale vanno in scena le feste, le sagre, ecc.
Vive per 10 giorni l’anno: per il resto, è dimenticato ed all’abbandono.

Basti notare che la famosa chiesa, sul lato sinistro, presenta gravi problemi strutturali che nessuno s’interessa a determinare con esattezza per quantificare (e possibilmente ovviare) i pericoli per la popolazione.
 

La situazione dei parcheggi è al collasso, ma a nessuno è saltato in mente di attuare, come in altri luoghi, l’opzione “residenti” per il posteggio. La gestione dei rifiuti è per lo meno dilettantesca, senza una raccolta differenziata degna di questo nome.
Abbandono totale: una “ripassata” di cera prima della festa e tutto va per il meglio. Fino all’anno prossimo, basta che il palcoscenico stia in piedi.

Il dramma, tutto italiano, è che a nessuno interessa: la “dittatura” della maggioranza vige come sempre, e la maggioranza abita lontana dal centro storico. A chi rivolgersi, dunque?

Lei, in questo territorio, rappresenta lo Stato: un’ammirevole innovazione napoleonica, che speriamo vivamente non osino abolire o “re-interpretare”, svuotandola d’ogni potere d’intervento.
Io, da parte mia ho pubblicato molti libri e centinaia d’articoli, molti sul degrado ambientale e sulle sue cause: sono un illuso, credo ancora nella legge e nella forza, possibilmente “gentile”, del Diritto.
Veda Lei, se ancora può fare qualcosa.

La saluto cordialmente

Prof. Carlo Bertani

PS: il testo sarà pubblicato su alcuni siti e sui più noti social network.


16 luglio 2017

Marianna Madia vuole salvare i Boschi!


Fra le tante nequizie e disperazioni che suscita la nostra amata classe politica, come ogni anno, non mancano gli incendi estivi: stavolta è toccato al Vesuvio, che ha sfoderato un bel pennacchio e copiose nuvolaglie, forse per celare il disgusto che ci circonda. Nonostante gli sforzi dei giornalai e dei tanti parolai di regime, la realtà è amara: dei 38 elicotteri dell’ex Corpo Forestale, soltanto 6 sono in grado di volare. Chi per guai veri, chi per guai burocratici, chi perché ha cambiato arma e destinazione d’uso…non stiamo a sottilizzare. La colpa è tutta sulle fragili spalle del Ministro Madia, colpevole di una riforma della P.A insulsa e senza senso, utile solo a salvare i Boschi, del Veneto e dell’Etruria in primis, sia chiaro.
Fatto è che, nel lungo Stivale e le sue infinite coste, solo 6 elicotteri dell’ex Corpo Forestale (i più esperti, insieme ai Vigili del Fuoco) sono riusciti a levarsi in volo. Per giunta sono in gran parte elicotteri piccoli, che portano un migliaio di litri d’acqua.

Due anni fa filmai un incendio boschivo nei pressi di Spotorno (SV), ed ebbi tutto il tempo di sistemare bene la videocamera: ci misero tre giorni a spegnarlo. Un Canadair sganciava acqua come poteva, sollecitato dalle forti correnti ascensionali che gl’impedivano di collimare bene sul bersaglio, consci anche che gli incendi, in Liguria, sono devastanti: della flotta primigenia di Canadair, ben due si schiantarono nei pressi di Savona, con la morte dei 4 piloti. Mestiere ingrato sganciare acqua sul fuoco: forse, è meno pericoloso sganciare bombe in giro per il mondo.
A far da Sancho Panza al solitario aquilone giallo, un AB-212 con il “secchio” che riempiva in mare: poche centinaia di litri, su un fronte di chilometri di fiamme. Punzecchiature di spillo. Per fortuna, dopo tre giorni, venne un po’ d’acqua dal cielo: Giove Pluvio s’impietosì degli umani e delle loro fatiche di Sisifo.

Come se non bastasse la nostra imperizia ed insipienza nel volerci intestardire a “sganciare” dell’acqua sul fuoco, la politica italiana ha fatto veramente bingo nell’assegnare il Corpo Forestale sotto il comando dei Carabinieri: non c’è nessuno, come i Carabinieri che – storicamente, ma soprattutto negli ultimi decenni – siano lontani da boschi e foreste, montagne e colline. Molte caserme di campagna sono state chiuse, ed i militi fanno solo più comparse sporadiche, due giretti in macchina, una la mattina e l’altro il pomeriggio. Figuriamoci che fine hanno fatto gli uomini della Forestale.

Eppure non mancano i progetti di grandi dirigibili in funzione antincendio, in grado di posizionarsi in alto e, grazie al GPS collegato con l’anemometro, far scendere una pioggia di ore sul fronte dell’incendio. 160 tonnellate d’acqua (progetto Cargolifter) contro la decina dei Canadair, e le poche “secchiate” degli elicotteri. Perché?
Poiché tutti quei progetti sono stati boicottati dalle banche, non perché non potessero diventare remunerativi – antincendio, spostamento di carichi pesanti, aerosoccorso, sorveglianza radar, installazione e manutenzione di strutture isolate (rifugi alpini, aerogeneratori, isole), ecc – ma soltanto perché l’industria aeronautica, grazie al potere del lobbismo ha saputo fermare, ancora una volta, il pericoloso rivale.
Sempre in prima pagina le foto del disastro dell’Hindenburg: pochi lo sanno che oggi i dirigibili sono riempiti con inerte Elio, ed hanno sistemi di casse interne come i sommergibili, per variare la spinta senza sprecare il gas. Basta poco: una leggenda metropolitana, tanta ignoranza, ed “olio” per oliare chi ha il potere. Il quale, nella maggior parte dei casi, non ha nemmeno idea di cosa sia un dirigibile ed a cosa possa servire.

Ora, non si tratta di “sparare sul pianista” come al solito, ma la Riforma Madia – pur portando il cognome della grande “protetta” di Walter Veltroni – ci sembra eterodiretta, perché dalle parti di via Nazionale e da quelle del Ministero dell’Economia, si chiedeva una sola cosa: risparmi.
Tutti dobbiamo risparmiare, anche i Carabinieri ed i Forestali, perché la vicenda delle banche fasulle richiede montagne di denaro, denaro vero, non la fuffa che hanno spacciato per molti anni.

Questo sistema è ottimo solo per tosarci ancora una volta: saggezza vorrebbe che il sistema bancario fosse responsabile in toto dei guai che combina – come al tempo del Banco Ambrosiano, quando tutto fu sistemato all’interno del sistema bancario – perché se c’è qualche deficiente che medita d’arricchirsi sulle spalle dei correntisti, se a pagare sono le altre banche, saranno le banche stesse a metterlo sul chi vive. Se a pagare è la fiscalità generale, è un invito a nozze: ruba tu che rubo anch’io, tanto, poi…

Come si può notare, anche dei fenomeni che sembrano assai distanti hanno origini comuni: brucia tutto perché non si costruiscono mezzi adatti, perché quelli esistenti sono obsoleti e di scarso numero, poiché le “riforme” impongono di “risparmiare”, poiché – infine – ci sono voragini innominabili da colmare. Perché qualcuno, prima, s’è riempito le tasche.

Ci vuole, però, un capro espiatorio: oh com’è gratificante assicurare alla giustizia il colpevole! Dagli al piromane! Dagli al nuovo untore!
Non nego che possa esistere qualche pazzoide del genere, e che qualcuno abbia da nascondere qualche abuso edilizio dando fuoco a tutto, però…sapeste com’è facile che tutto prenda fuoco in condizioni di calore come le attuali! Sapendo già che l’incendio, per legge, bloccherà ogni tentativo di cementificazione.
Nel 1976 bruciò la cascina dove abitavo: barre di ferro e bottiglioni di vetro, immagazzinati nel fienile, innescarono del fieno, forse troppo fresco, che era appena stato ammassato.

Ferro nei boschi? Ci ho trovato anche delle lavatrici! Un mio collega, appassionato storico, riuscì a scovare anche il relitto di un B-17 dell’ultima guerra. Vetro? Centinaia di bottiglie di birra: sono più pericolose delle pietre aguzze e delle vipere.
Lo strame che s’accumula nel bosco, anno dopo anno, con un po’ di rugiada notturna fermenta e produce gas infiammabile, in pratica metano. Basta nulla, una bottiglia che faccia da lente, un pezzo di ferro rugginoso che si scalda al sole…chilometri quadrati di bosco, e nessun sistema antincendio di prevenzione…non si può sostenere che non si è in grado di spegnere gli incendi: è colpa dei piromani!

Io, al posto dei giornalai di regime, i “piromani” li andrei a scovare dalla parti di via Nazionale…