30 giugno 2016

Essere o non essere?







Il responso di Brexit è stato chiaro: è pur vero che un 52 a 48 non è un 3-0 calcistico, ma quando una consistente fetta degli interrogati si mostra contraria (in democrazia decide la maggioranza, ma anche un 49% dovrebbe far riflettere un governo che qualcosa non va) bisogna correre ai ripari.
Sull’onda dell’emozione, sono comparsi articoli un poco stravaganti – quando mai la Scozia potrà chiedere un “Gb-exit” con un nuovo referendum od un posticcio attaccamento all’UE? – visto che gli Stati Nazionali hanno storie centenarie, e nemmeno le due guerre mondiali ne intaccarono i confini, se non per minimi aggiustamenti o per territori di recente contesa. Vedi il Saarland, restituito dai francesi, oppure l’Istria, terra slava restituita agli slavi. Non voglio accendere polemiche sui singoli casi ma, se due guerre mondiali hanno intaccato modestamente i confini, non si capisce come grandi spostamenti possano avvenire per referendum.
Bisogna ragionare “a bocce ferme” e non farsi catturare dall’emozione: è quello che cercheremo di fare. Nessuno ha conigli nel cappello, ma un sano dibattito fra i lettori è sempre salutare: il mio compito è soltanto quello di mettere in ordine gli eventi.

Stabilito che l’Unione Europea e la gestione dell’Euro hanno mostrato, in breve tempo, un quadro fallimentare, ci sono i due partiti: chi crede che l’UE/Euro sia ancora riformabile, oppure chi desidera gettare acqua e bambino. Ai primi, si dovrebbe far sapere che non si tratta soltanto di riformare qualche regolamento o trattato, mentre i secondi dovrebbero esporsi, e dire a quale situazione si vorrebbe tornare,  ossia Stati Nazionali o Macro-Regioni omogenee per popolazione ed economie? Un bel rebus, e le urla servono a poco.

L’Unione dei primordi – quella di Adenauer, ossia la CECA – era ricalcata sul processo di Zollverein tedesco di metà ottocento, che portò alla nascita della Germania: si trattava d’abbattere i dazi e favorire la circolazione delle merci. Capitali e popolazioni erano escluse da questo processo, poiché si riteneva che il rispetto delle singole peculiarità fosse un valore aggiunto, mentre i movimenti “selvaggi” di capitali avrebbero condotto a disordine economico.

Il segno, che qualcosa si stava muovendo verso nuove dimensioni, fu il cosiddetto “Serpente monetario” e il successivo Sistema Monetario Europeo, ossia un complesso di regole e parametri che limitava gli scostamenti fra le monete europee, il quale fece scorrere tonnellate d’inchiostro dal 1972 fino alla nascita dell’Euro.
Non fu un errore “tecnico”, bensì un’errata valutazione di principio: non è agendo sulle monete che si rendono più omogenei – attenzione: economicamente! – le aree, bensì comprendendo la natura di quelle aree e studiandone attentamente le peculiarità, se si vuole migliorarne l’economia, non agendo sulle monete, che sono solo un parametro susseguente. Un’inversione nella catena di cause ed effetti, drammatica: testimonianza di una logica distorta, da “furbetti del quartierino”, non da statisti.
Già qui si nota un tentativo d’imporre il “monetarismo” come medicina assoluta per tutte le economie che condusse –paradosso! – a misurare la curvatura delle banane con apposito strumento legislativo (poi rimosso nel 2008). Insomma: la moneta come “misura” delle realtà economiche, che non tiene conto (perché non è lo strumento adatto!) dei territori e delle loro caratteristiche.
Questo tipo di distorsione giunse all’apoteosi proprio negli stessi anni, quando – sotto i morsi della crisi economica – la Banca Centrale Europea si mostrò infastidita dalle intromissioni della politica in area economica, e rivendicò (Trichet, poi Draghi) un primato sulla politica (come “tecnici”) che non ha radici nella Storia e tanto meno nella prassi economica. E, questa primazia, fu silenziosamente accettata dal Parlamento Europeo e dalla Commissione, quasi senza “mal di pancia”: un atto di resa dalle prerogative della politica.

Se questo fu un grave errore d’impostazione, altrettanto grave fu il rapporto con la NATO la quale – da alleanza difensiva – dopo il 1990 fu “sdoganata” come “guardiano del pianeta”. Un guardiano ai comandi di chi? Non solo degli americani…sarebbe stato il male minore…no…la NATO come custode degli interessi dell’iper-liberismo nel Pianeta…una contraddizione lacerante con i valori primigeni dell’UE.

Nel 2003 gli USA iniziarono il processo di destabilizzazione dell’area mediterranea e medio orientale a danno, soprattutto, dell’Unione Europea che stava costruendo, fra mille contraddizioni, il suo “cortile di casa”; come gli USA definiscono le Americhe Centrale e Meridionale. In un decennio, furono completamente destrutturate nazioni come l’Iraq, l’Egitto, la Tunisia e la Libia, mentre in piena Europa fu l’Ucraina a diventare una sorta di cavallo di Troia. La Georgia e (per ora) la Siria si salvarono dal rullo compressore americano solo per il tempestivo intervento russo.
Tanto per comprendere cosa ha significato la distruzione politica della Libia, riflettiamo sul progetto Desertec (oggi abortito) – che doveva fornire il 20% dell’energia elettrica per l’Europa, con fonti fotovoltaiche e termodinamiche nel deserto libico – il quale era una partnership fra la Germania e la Libia di Gheddafi. Il 20% del fabbisogno elettrico europeo è una quantità enorme, di Watt e di soldi: difatti, la Germania si chiamò fuori dalla guerra contro Gheddafi.

Stupirà, ma la somma bruta di mezzi da guerra posseduti dagli eserciti europei (aerei, tank, ecc) mette l’UE al primo posto nel pianeta. Le capacità di comando ed organizzazione sono, ovviamente, quasi nulle, se  non al diretto comando degli USA.
Quando, nel 2003, scoppiò la guerra del Golfo, Romano Prodi – all’epoca Presidente della Commissione Europea – definì ironicamente la politica estera europea con un “Avanti tutta, in ordine sparso”. Bel modo di rimuovere le proprie responsabilità ironizzando.

Ci fu quindi, e tuttora continua, un assalto all’Europa chiamato “immigrazione”, che fa saltare i nervi e scardina le frontiere: per contrappasso, aumentano le chiusure ed i conseguenti razzismi. Perché?
E’ un’arma semplice, poco costosa e che ingrassa le mafie internazionali, grandi alleate in questioni geopolitiche: basta bombardare fabbriche, impianti e case e…voilà…vedrai se non crei masse di disperati in movimento! E grossi problemi alle nazioni europee.

Si giunse così al 2008, alla crisi finanziaria, mediante la quale il FMI, la Banca Mondiale, la Commissione Trilaterale (vera, orribile mostruosità) e le grandi banche d’affari – tramite la BCE – ereditarono il controllo dell’UE.
Ci si potrebbe chiedere come siano riuscite, queste potenti organizzazioni, ad impadronirsi dell’Europa: il metodo viene da lontano, ed è sempre l’apparente contraddizione dello scontro all’interno della borghesia, ma della sua sostanziale unitarietà d’intenti e di fini da perseguire.

Le borghesie internazionali, o almeno i loro vertici, sono da sempre riuniti nella Massoneria, nel club Bilderberg od in altre, simili compagnie di ventura: il loro scopo è quello di mantenere saldo il controllo delle borghesie (banche, finanza, ecc) e di ripartirne i proventi in maniera che lo scontro sia mantenuto a livello di pura contrattazione poiché, non dimentichiamo, lo scontro fra le borghesie nazionali si chiama guerra.
E, fin quando vi sono proventi di vario tipo da spartire, questo rischio non lo correranno mai, se non nelle periferie del pianeta. Oppure, giunti a livelli di rischio (Siria, Ucraina, ecc) si torna a trattare: oggi, in un mondo di armi nucleari sulle quali non si ha il completo controllo, il rischio di un conflitto è troppo elevato per rovesciare il piatto, meglio cedere qualcosa che domani potrà essere riguadagnato da altre parti e con altri modi.

Ecco da dove nasce e dove prospera il ladrocinio che ci riguarda: le grandi borghesie, all’occorrenza, fagocitano anche le piccole e medie borghesie e soltanto chi sopravvive nell’agone finanziario riesce a mantenere e ad allargare le proprie ricchezze. Gli altri, vengono mantenuti su livelli di pura sopravvivenza.
E la politica?
Inesistente: semplice “costo” da mettere a bilancio affinché il gioco possa continuare: così, Mario Monti viene inviato in Italia, gli si trova una nomina (senatore a vita, Napolitano) ed una maggioranza parlamentare (Pd ed aggregati) e può iniziare il massacro del lavoro e delle pensioni, per accantonare altre ricchezze da far confluire sulla finanza internazionale.
E la democrazia?

Qui c’è un vulnus eclatante ed evidente. Nella “catena” delle istituzioni europee, c’è una interruzione fra il livello degli eletti (il Parlamento, eletto per suffragio elettorale) e il “Governo” (la Commissione Europea col suo Presidente, oggi Juncker). La Commissione viene nominata dai governi dei singoli Stati: fanno ai futuri commissari l’esamino di cultura generale e di lingue e…voilà, commissario (cioè ministro) per l’Istruzione, i Trasporti, eccetera.
Quante persone sono coinvolte in questo processo?
I votanti sono circa 500 milioni, i quali eleggono il Parlamento Europeo, mentre i Capi di Governo propongono i vari commissari: poche persone giungono a decidere chi sarà a comandare e pochissimi saranno coloro che dovranno prendere realmente delle decisioni. Una struttura oligarchica, fortemente orientata verso un’oligarchia sprezzante ed autoritaria.
E i voti, gli eletti? Diamo loro lauti stipendi, ricchi rimborsi e che stiano lì a scrivere roboanti relazioni sullo stato dell’Unione, compresa quella sulla curvatura delle banane. All’occorrenza, daremo loro anche un apposito martello di gomma per raddrizzarle, basta che non rompano i cosiddetti.

Non sottovalutiamo, però, il potere del Parlamento Europeo – di poteri reali non ne ha quasi – però Bruxelles è diventata la città dei lobbisti: di tutte le età, le nazioni, i sessi e, soprattutto, gli obiettivi.
Così, capita che un oscuro parlamentare europeo venga contattato da un lobbista – ci sono strutture specializzate che si occupano di queste faccende, la recente vicenda di Luca Volonté (c’è qualcuno che si rivolta nella tomba, vero Luca?) lo dimostra, che hanno nella loro organizzazione tutto, dal settore finanziario per far “scivolare” i soldi sull’acqua fino ai Caraibi, alle escort che devono “ammorbidire” il parlamentare, sempre un po’ “rigido” di fronte a queste profferte.
Poi, creata una piccola “corte” all’interno del Parlamento, si contatta il commissario corrispondente, c’è una trattativa…anche qui, soldi, escort, ecc…e, infine, la decisione del Commissario viene magari suffragata pure da un voto parlamentare – non sarebbe necessario – ma, come dicono a Napoli, dove c’è sfizio non c’è perdenza.

Le altre decisioni, i voti su questioni anche importanti, sono ben accette e doverose: ci penserà il relativo Commissario a catalogarle e conservarle per anni fin quando, scadute, finiranno nel trita-documenti: un procedimento lungo ma corretto, con un’appendice ecologica.

Stabilito che l’altra struttura comunitaria, la BCE, è il regno dei desiderata del sistema bancario e dei sacerdoti dell’Euro, non sprechiamo nemmeno tempo a parlarne.
Interessante è, invece, il settore della Giustizia, con la Corte di Giustizia Europea e quella dei Diritti dell’Uomo: qui, qualcosa è sfuggito al controllo e, talvolta, questi giudici scassano proprio i cabassisi.
L’Italia è la nazione che fornisce alle Corti il più alto numero di ricorsi: risultati? Le norme europee affermano che una sentenza europea deve essere immediatamente recepita negli ordinamenti nazionali, ma non è affatto vero.
Ne è un caso eclatante quello della Tv Europa7, perché i giudici nazionali, semplicemente, se ne fregano. Ma non sempre: il risultato è che il medesimo ricorso viene accolto a Torino e non recepito a Firenze, e così in tutta Europa. Il risultato finale? La giustizia di Arlecchino.

Qui termina la nostra analisi: ci sarà senza dubbio dell’altro che ho dimenticato, ma già ciò che ho esposto mi sembra sufficiente per spiegare il crescente rifiuto – direi quasi viscerale – da parte di molti cittadini. S’aggiungano le mille pastoie in economia, che sembrano messe lì solo per farteli girare, più le ingiustizie palesi che causano spesso dolore e disperazione: il cittadino europeo mastica tristezza, è deluso, fa fatica a comprendere perché guerre che vanno chiaramente contro gli interessi di nazioni europee siano portate avanti da altri…con forze armate europee!
E incomprensione ed infelicità dilagano: soprattutto quest’ultima, ecco perché gli europei sono sempre più dubbiosi.

La proposta di riforma più seria riguarda proprio il mutamento di “pelle” all’interno della UE. Siccome la “scollatura” fra Parlamento e Commissione è un evidente regalo alle lobbies – al punto che è plausibile chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, ossia se le istituzioni siano state “pensate” già per essere comodamente infestate dal virus delle lobbies – c’è chi pensa che riportando un funzionamento “naturale” fra le istituzioni: elezioni, parlamento, creazione di una maggioranza parlamentare, espressione di un governo.
A questo punto, è verosimile pensare che il “peso” delle singole nazioni possa decrescere, poiché quel governo è espressione diretta del voto popolare e, se sbaglia, se ne va e governa una diversa coalizione.
Purtroppo, le esperienze nostrane – ma anche in altre nazioni, da noi però s’è visto proprio il peggio – non invitano a crederci molto: si ha paura che, una volta eletti, questi formino il solito “carrozzone” con tutti dentro, dove si sale e si scende secondo le convenienze personali. E delle lobbies.

Un punto trascurato, ma importante, riguarda la Costituzione – non una serie di trattati insulsi – una costituzione discussa ampiamente (non imposta da qualche “saggio”) e poi messa ai voti dei cittadini. Perché, senza una carta fondante, che ti dica – ad esempio – se nel mandato parlamentare c’è libertà personale, se serve una presidenza (e di che tipo), che definisca i rapporti fra l’esecutivo, il legislativo ed il giudiziario, non si va da nessuna parte. Immaginiamo che sia mantenuta (come in Italia) la libertà di mandato – in una struttura così lontana dal singolo cittadino – le lobbie “vignano” alla grande.
E poi: rapporti limpidi e precisi con la magistratura, che impediscano il gioco al massacro come sta avvenendo in Italia, dove sei assolto o condannato solo per vicinanza o convenienza politica. Perché è giusto fermare chi delinque, ma non usare la stessa arma per scopi politici.
Il discorso sarebbe lungo, ma si può condensare in poche parole: passare da una unione confederale ad un vero Stato federale, dove pesi e contrappesi sono definiti con chiarezza, mentre le unioni confederali, storicamente, hanno sempre avuto vita breve.

L’alternativa è andarsene: ognuno per sé e Dio per tutti. Funzionava (dicono): ma all’epoca dei Moschettieri. E solo nei romanzi di Dumas.
In un pianeta nel quale vi sono colossi come USA, Russia, Cina…credete che vi lasceranno in pace a coltivare l’orticello? Se ne avranno bisogno, lo occuperanno e vi faranno una pernacchia: cosa mi fai?
Sempre che l’Italia non mediti di riprendersi l’Istria, la Germania le terre “tedesche” oggi in Polonia, la Spagna Gibilterra…e via discorrendo. Le alleanze si creano in fretta, le guerre pure ed i milioni di morti anche.
Sarebbe bello vivere nel paesello senza complicazioni, ma una qualche forma di aggregazione è necessaria, se non altro per aspetti di difesa.

Se trasformare l’Europa in uno Stato federale puzza – nel senso che si temono gli stessi interventi delle società segrete, lobbies e compagnia cantante – si potrebbe pensare ad una ripartizione che smantella lo Stato nazionale a favore delle macro-regioni, omogenee per economia e cultura.
Si tratta di un percorso più laborioso, il quale però prenderebbe due piccioni con la medesima fava: uno stato federale europeo e disinnescherebbe moltissime tensioni per quei territori che anelano all’indipendenza o che mordono il freno per maggiori autonomie.
Ad esempio, la Spagna diventerebbe Catalogna, Castiglia, Andalusia, Paese Basco…l’Italia Lombardo-Veneto-Emilia, Regione Occidentale, Toscana-Umbria Marche…e così via.
La frantumazione dello Stato Nazionale, però, richiederebbe una maggior attenzione per quanto riguarda i diritti dei cittadini – più l’entità è piccola, maggiori sono i rischi di prevaricazioni dall’alto – perciò regole comuni per fiscalità, lavoro, previdenza, ecc. Oltre, ovviamente, ad un Parlamento dove non puoi cambiare partito: ti dimetti e basta, un’analisi preventiva delle leggi per osservare la loro costituzionalità, ecc: insomma, un simile quadro richiederebbe un’attenzione certosina per leggi e “contrappesi” fra le varie istituzioni.
La moneta?
In un simile quadro, l’euro potrebbe anche rimanere, previa riforma della BCE a banca pubblica di proprietà delle singole entità, siano esse stati o macro-regioni.

Potrebbe funzionare?
Dipende dall’impegno e dalla volontà di cancellare l’attuale obbrobrio e dall’onestà di chi dovrebbe mettersi prima ad immaginare, poi a far funzionare il sistema. Comunque la si osservi, è molto difficile giungere ad un simile “sogno”.
Alternative?
Non ne vedo.

Il vero problema è di potere: se debba essere preminente il potere della finanza oppure quello della vita dei cittadini. A mio avviso, questa Europa va rasata a zero: un’altra? Possibile, ma quale?
Un’Europa come, forse, la immaginarono al tempo della CECA, potremmo dire un’Europa che sostituisca il PIL (Prodotto Interno Lordo) con il QFN (Quoziente di Felicità Netta). Non è un’utopia, ma si tratta di una inversione di tendenza totale, di una rivoluzione di pensiero in campo sociale, economico, energetico, ecc.
Si tratta di “pensionare” (al minimo) tutti i personaggi che hanno costruito questo obbrobrio, e di chiedere – con apposite consultazioni, preceduto da un lungo dibattito pubblico fra persone nuove – ai cittadini europei cosa vogliono, rendendoli però coscienti che un ritorno al passato, puro è semplice, non è possibile.

Subito prima della guerra alla Libia, Saif al Islam Gheddafi – l’unico figlio maschio ancora in vita del colonnello, oggi in galera in Libia in attesa dell’esecuzione – ebbe a dire: “Fermateli! Oggi tocca a noi, ma domani toccherà a voi!”.
Parole profetiche? Chissà…

23 giugno 2016

Jamm’e, jamm’e…


Devo dire che, per quanto riguarda le scorse elezioni amministrative – io non vado a votare, mi hanno preso per il sedere abbastanza – ci sono delle novità che meritano d’essere attentamente studiate, per capire come cercheranno di salvare la baracca (che, oramai, fa acqua da tutte le parti) soprattutto in previsione del referendum costituzionale d’autunno: lì saranno giochi seri, si finisce di scherzare e qualcuno, si vedrà come, ci lascerà le penne.
I grandi giornali hanno titolato ad 8 colonne su Roma e Torino: per come la penso io, il risultato era scontato. E’ veramente difficile governare delle grandi città in modo così trasandato come sotto la Mole e le mura capitoline: i risultati che mi hanno sorpreso, vengono da medie città: Benevento e Savona, ad esempio.
Vediamo perché.

Incredibile Clemente: l’Araba Fenice in persona. Dopo anni trascorsi a fare l’ago della bilancia in Parlamento, più i periodi “vuoti” trascorsi serenamente come parlamentare europeo, aveva bisogno di un posto. Qualunque. Com’era era. E lui la spiegata con semplicità: “Stavo giocando col nipotino, quando è arrivata la prima telefonata: dopo altre telefonate, ho capito che dovevo rispondere”.
Mentre leggevo, m’immaginavo il vecchio rais di Ceppaloni che meditava sulla faccenda: come diventare sindaco di Benevento? Sapendo che avrai gli occhi addosso, che non potrai fare molti accordi alla luce del sole, bensì dovrai lavorare sotto-sotto-sotto-banco. Ma il nostro è tutt’altro che l’ultimo dei cretini – come tanti pensano – ha una laurea in Filosofia in tasca, presa quando le lauree in Filosofia non erano proprio in svendita nel supermercato sotto casa…e tanta, tanta “scuola” democristiana. Paragonatelo un po’ con Fassino: chi è la volpe? Chi è, invece, il leprotto?
Non sappiamo quali siano stati i mezzi usati: uno è stato rivelato, ossia la “pace” con Nunzia di Girolamo, quando la cosiddetta “pace” è una sorta di pax romana, che sarà costata qualche posto o intere “controllate” del Comune…ma che importa? Clemente sa bene che l’importante è sedersi sullo scranno più alto e lasciare che, all’occorrenza, si scannino i tirapiedi. Che finiranno fra le grinfie di qualche magistrato: e allora? Roba d’altri, cavoli loro…io che c’entro?

Il centro destra, orfano di Berlusconi, adescato da un simil-Masaniello padano, tale Salvini di natali (politici) ignoti, per vincere in un capoluogo di provincia ha dovuto ricorrere alla vecchia scuola democristiana, il che testimonia l’epilogo del berlusconismo, inteso come “idea trainante” per la destra.
L’elettorato italiano non è quasi cambiato dai tempi post-unitari, quando Destra e Sinistra Storiche battagliarono a lungo, per poi finire nell’ignominiosa palude degli scandali – come quello della Banca Romana – a braccetto, incapaci d’essere vere destre e vere sinistre, monche perché nate dallo stesso humus di borghesia sparagnina, sabauda, pontificia o borbonica essa fosse.
Questo per dire che la destra italiana non si è estinta: semplicemente, terminata la gestione di Berlusconi, non può più contare su una coesione che il tycoon milanese ha saputo catalizzare per un ventennio.
Dunque, la vittoria di Mastella è paradossale, poiché riporta in scena un modus operandi, quello democristiano, inattuale in un mondo dove non comandano più Roma e Milano, bensì Bruxelles e Francoforte. Una vittoria, quindi, inutile ai fini politici, solo buona per far capire al popolo di destra quanto siano poveri di idee e, soprattutto, di persone in grado d’interpretare quelle poche e stantie parole d’ordine.

A Savona – sorpresa – si è affermato il centro destra, in una città tradizionalmente governata dalla fine della guerra, salvo un caso, da amministrazioni di sinistra. Qui il discorso si fa più interessante, soprattutto per comprendere come ha fatto la destra ad affermarsi. E ci vogliono due cifre per capire.

Primo turno
Cristina Battaglia csx                       31,78%
Ilaria Caprioglio cdx                          26,61%
Salvatore Diaspro M5S                     25,10%
Daniela Pongiglione Lista Civica         8,46%
Marco Ravera rete a sinistra               4,77%

Secondo turno
Ilaria Caprioglio cdx     52,85%
Cristina Battaglia csx   47,15%

Anche considerando le elezioni in termini di voti (vedi nota 1) la situazione non cambia: il M5S ha votato al secondo turno, ed ha votato per il candidato di centro destra. Il centro sinistra ha raccolto le liste minori, ed i conti quadrano, come possono quadrare in una situazione oscillante.
In ogni modo, se prendi il 26% al primo turno, per arrivare al 52% devi trovare un altro 26% che – guarda a caso – corrisponde proprio alla potenzialità del M5S: il che, non ci piace per niente, anche se il “travaso” di voti fosse stato a favore dell’altra candidata.
Perché?

Poiché il M5S, nato (a suo dire) per sbaragliare la vecchia politica ed i giochi di palazzo, si è prestato ad un gioco che gli precluderà, da qui in avanti, la possibilità d’avere un’autonomia politica reale. Ben diverso il caso di Roma, dove i romani si sono veramente affidati ai cinque stelle, mentre a Torino c’è stato uno scambio all’opposto, la destra ha probabilmente votato (magari in parte) il M5S.
Questi appoggi innaturali, dove possono condurre?
Ne faccio un caso “di scuola” perché la città di Savona – per svariati motivi – è sempre tenuta sott’occhio dagli istituti demoscopici (che mi hanno confermato, a microfono spento, la cosa), i quali analizzano sempre con attenzione le elezioni savonesi. Non chiedetemi perché, però questa “attenzione” dura da decenni ed una motivazione, nei meandri degli dei della percentuale, c’è senz’altro.
Ma torniamo a noi.

Scendere in politica con l’obiettivo di riscattare la democrazia da una situazione a dir poco degenerata, non avalla l’appoggio all’uno o all’altro dei due schieramenti, poiché in questo modo si crea un precedente difficile da cancellare. Antica astuzia democristiana? Ma per favore…non confondiamo il grano con il loglio.
Non voglio giungere ad affermare che si è trattato di “esercitazioni” in vista di ben più importanti concioni, ossia di prove tattiche o comunque le si voglia chiamare, ma la sensazione – già il sospetto necessita di uno straccio di prova – rimane. E lascia la bocca amara osservare il partito delle energie rinnovabili appoggiare quello dei petrolieri, oppure i sostenitori del reddito di cittadinanza finire a braccetto con i banchieri. Ripeto: la cosa sarebbe stata innaturale anche se fosse avvenuto l’inverso, ossia avessero appoggiato un candidato di Renzi.

Quella famosa riunione – trasmessa in streaming – dove i parlamentari (appena eletti) del M5S respinsero orgogliosamente le offerte di Bersani e Letta ci poteva anche stare, anche se condannò il M5S all’isolamento parlamentare, ma che senso hanno i cedimenti di oggi? Sia chiaro: non ho mai sostenuto che nel 2013 il M5S dovesse sostenere il PD, Dio me ne guardi. Ho soltanto sostenuto, e l’ho scritto, che chiedere 3 ministeri (interni, giustizia, economia) in cambio dell’appoggio sarebbe stato più saggio, più “democristiano”. Il PD non avrebbe mai potuto accettare, e dunque ci sarebbe stata una diversa evoluzione politica.
Ma, proprio in fede di quel rifiuto, perché accettare oggi una manciata di lenticchie? Che venga da destra o da sinistra, è uguale.

Io non credo che la Storia si ripeta: al massimo, suggerisce delle analogie. Oggi, forse, siamo allo stallo che fu della Destra e Sinistra Storiche – grosso modo i primi anni del ‘900 – ma nessuno è Crispi o Giolitti, tanto meno Mastella è un sanfedista del terzo millennio.
Il M5S ha accettato la sfida a Roma, la accettò a Parma (pur non essendo preparato a farlo), ma cosa vuole fare, qual è la direzione che vuole scegliere…in altre parole, chi è veramente il M5S?
D’accordo nel contrastare e bocciare il referendum di Renzi, ma in futuro cosa vogliamo (o possiamo) fare? E se non è possibile fare altro, a causa dell’UE o degli USA o d’entrambi, è inutile coltivare delle illusioni agli italiani: meglio dire le cose come stanno.
La verità può essere amara da digerire, ma la menzogna o la reiterata omissione sono sì amare, ma anche velenose.

1) Vedi: http://www.repubblica.it/static/speciale/2016/elezioni/comunali/savona.html?refresh_cens

17 giugno 2016

Un dramma shakespeariano in piena regola








Avete discusso, litigato, vi siete scontrati/affratellati con passione per Brexit? Bene! Spero che, almeno, la lunga diatriba sia servita per chiarirvi le idee, per approfondirne i significati in termini di geopolitica e diplomazia internazionale…per il resto, ci hanno pensato loro, i soliti.
Ora, Brexit avrà un esito scontato, poiché il messaggio è partito in modo quasi subliminale, coperto da significati semplici da comprendere, ma difficilissimi da interpretare per una persona digiuna di psicologia,  sociologia e poco attenta ai movimenti strategici internazionali.
Perché?
Poiché la trama è stata scelta dal grande William in persona: si è trattato, poi, semplicemente di eseguirla. Veniamo all’anamnesi della situazione.

L’assassino
Viene scelto in modo che la sua storia sia la più semplice possibile: un drop-out in piena regola, incapace di pensiero razionale per più di tre secondi, con pochi neuroni ancora in circolo. Ovviamente, questa è la rappresentazione in scena: non sappiamo se Thomas Mair fosse veramente un povero deficiente in libertà, questo è ciò che devono credere gli elettori. Magari era “sotto osservazione” da anni: poi, bastano pochi input e il “dormiente” si mette in moto. D’altro canto, le tecniche per inserire chips sottocutanei sono oramai molto avanzate, e non ci stupiremmo affatto se fossero state usate anche se, in questo caso, forse non era nemmeno necessario giungere a tanto.
Insomma, il solito prototipo umano pronto a diventare un assassino perché la sua soglia scatta a livelli molto bassi: basta poco, qualche “amico come si deve”, la prospettiva di diventare famoso…e il gioco è fatto. La sua vita, priva di affettività ed amore, ricorda le truppe scelte sovietiche, che venivano tutte dai brefotrofi della sterminata URSS. Tu spoglia un uomo di amore, carezze, affetto, rendilo un res nullius socialmente, ed avrai il prototipo dei vari Lee Oswald, Shiran Shiran…fino ad oggi. Anche il terrorismo orientale si nutre di figli delle banlieu, negli slums dove la prima cosa che impari è a non riconoscere nessuno come “amico” – perché non sai cosa sia l’amicizia! – e se ne servono anche gli eserciti: in quel caso, il plotone diventa la tua casa, la tua disperazione, la tua tomba. Geniale Kubrik, che lo capì e lo spiegò al mondo.
Possiamo abbandonare la vicenda di Thomas Mair, perché la sua parte è terminata: finirà la sua vita in un ospedale psichiatrico, a “botte” di Droperidolo se prova a rialzare una sola palpebra. Il suo compito è terminato: bravo Mair, ci sei servito, adesso vai a farti fottere.

La vittima
Scelta in modo geniale, non potevano far meglio. Non la rampante burocrate, non la donna in carriera, non la donna in politica aggressiva ed arrivista, niente di questo.
Jo Cox, in scena, è salita per poco tempo. Ha occupato – in articulo mortis – sì la parte della parlamentare laburista, ma con a fianco l’icona della giovane madre, felicemente sposata ed anche un poco stravagante, visto che abitava, col marito e coi suoi due bambini, in un barcone ormeggiato sul Tamigi. Confesso che, per questa ultima ragione, la mia simpatia per lei è cresciuta. Ma sono cose personali.

La scenografia
Per l’assassino, una sterminata lista di partecipazioni a partiti e movimenti d’ispirazione nazista e razzista, ricoveri psichiatrici, insomma – non il male assoluto! – ma la malattia incontrollata, il male oscuro, che l’elettore dovrà paragonare, al momento del voto, con il “salto nel buio” di Brexit, mentre – per l’altra metà del cielo, ossia per le donne – quante sapranno resistere al disperato richiamo di una moglie e madre, strappata ai suoi bambini ed all’amato marito dallo stesso male oscuro, che nella cabina elettorale si espanderà, fino a dilagare su tutti gli altri insiemi.
Sentimenti contro follia, sangue innocente contro affetti sicuri…chi potrà resistere?
Il cocktail è fulminante, e chi lo ha predisposto ha analizzato con cura la situazione – uccisa a pochi passi dalla biblioteca che frequentava da ragazza…come a dire, ammazzata sul luogo della sua redenzione – i significati simbolici sono tantissimi ed univoci, corrono tutti nella stessa direzione. Quale?
Ovvio: al momento del voto sarà follia contro stravaganza, menti oscurate contro sentimenti limpidi, la partita non ha più senso. Ogni ragionamento logico, è già scomparso, ingoiato dagli eventi sotto il palco.

Le vittime? Come sempre, William Shakespeare le ammanta di buoni sentimenti, ma le conduce ugualmente alla morte, quasi si trattasse della loro liberazione da un mondo che non li meritava. “Elsinore, ultimo atto”, verrebbe da dire.
E che dire dell’essere stati scippati, ancora una volta, della discussione sulla quale progredire per scegliere? Jo Cox è morta perché nessuno possa pensare con la propria testa, mentre Thomas attenderà la morte con l’ago al braccio, impotente persino a capire cosa è successo. Un grande successo dell'ignoranza,

07 giugno 2016

S’i fosse foco…


Strane e molto interessanti elezioni: nonostante le molteplici e diversificate tiritere, tutti hanno perso. Erano elezioni di sindaci, d’accordo, ma non crederete mica che, chi è andato a votare, lo abbia fatto meditando sul fatto che De Magistris era meglio della Raggi oppure Fassino di Mastella?
La gente si è espressa sulle questioni che interessano: chiami a votare il popolo? Il popolo risponde secondo quello che la sua pancia gli indica, mica una faccia o un partito…per fare il sindaco poi…ed ha pensato ai contratti sempre più a termine, ai voucher, al lavoro che non c’è, alla corruzione che fa incazzare di brutto, quando hai dei figli che non trovano lavoro, e cominci ad aver paura che non lo trovino proprio più, perché è il lavoro ad essersi estinto. Macchine a controllo numerico, computer, catene di montaggio automatizzate…ma se ci fermassimo qui diremmo solo delle banalità.
Due sono le entità che hanno gettato l’occhio sulle elezioni italiane, e che lavoreranno su quei risultati: l’UE e la diplomazia USA, sotto varie forme e con più attori. Sarà piaciuto lo spettacolo? Soddisfatti per il costo del biglietto?

Partiamo dall’UE.
In Europa le elezioni non s’indicono per creare classi dirigenti, bensì si celebrano per osservare chi sa offrire meglio la solita merce avariata, ossia prelievi, tasse, leggi di coercizione europee, nuove tagliole, vecchie gabelle rimodernate, soluzioni “avveniristiche” che fanno ridere. E sempre maggior sudditanza a Bruxelles, sia chiaro: questo è l’unico obiettivo, che tutto comprende.
Ne sono chiari esempi la “regolarizzazione” delle elezioni austriache, laddove il risultato non era soddisfacente, oppure la “trovata” di vendere a pezzi la Grecia, visto che tutta intera dà più problemi che proventi.
Saranno rimasti soddisfatti a Bruxelles, a Francoforte, a Strasburgo? Ne dubitiamo.

E’ vero che “tutto s’aggiusta” sempre, ma c’è sempre un prezzo da pagare ed il prezzo, verosimilmente, deve essere il più basso possibile (in termini politici) e ben organizzato e venduto (in termini mediatici). E’ vero che hanno la forza per imporlo, ma schierare a difesa dell’UE i Lancieri di Montebello con i loro blindati in una Roma assediata è una prospettiva che fa rizzare i capelli anche a lor signori.
Vediamo alcuni dati statistici.

Nel 2000, prima dell’introduzione dell’euro, la fiducia degli italiani nell’impianto europeo era del 57%, un dato piuttosto alto e “rassicurante”. Nel Marzo del 2014 era crollato al 29%: una bella débacle, oggi sarà ancora sceso, non ci sono elementi per affermare che sia migliorato.
La “popolarità” dell’UE in Italia si può riassumere in questo modo: 29% di fiducia, 27% di sfiducia e, nel mezzo, un 44% di “sfiducia da depressione”, ossia gente che non ci crede più, ma che ha paura che staccare la spina dell’euro sia ancora peggio.
Se l’obiettivo europeo è la rassicurazione, queste elezioni non hanno fornito un buon viatico: il PD, il più compatto partito europeista, ci ha mollato di brutto. Non è catastroficamente crollato, ma il trend conduce, se non proprio all’estinzione, ad un ruolo negletto e marginale.
Forza Italia e la Lega sono partiti, sull’europeismo, “a geometria variabile”: negli anni sono stati su entrambe le sponde, con un’altalena di posizioni entusiaste e dissacranti. Il loro elettorato è ancor più variabile sul tema, e meno controllabile di quello del “fido” PD. Gli altri, i “minori”, son lì solo per figura e danno ancor minore affidamento.
Rimane l’incognita 5 Stelle.

Il M5S ha dato sì alcune indicazioni anti-europeiste, ma non ha mai preso posizioni chiare sull’euro e, soprattutto, su cosa fare se l’Italia decidesse d’uscirne. Questo lascia uno spazio di manovra alle burocrazie europee: in ogni modo, a meno di giocarsi il M5S in pochissimi anni, l’UE dovrebbe – almeno formalmente – dare qualche indirizzo politico/economico difforme dall’attuale, e quel “formalmente”, per molti, sembra già troppo. E’ un problema, a ben vedere, che tocca metà dell’UE, quella meridionale, e l’obiettivo delle economie del Nord è proprio quello di non concedere nulla agli odiati PIIGS.

Di conseguenza, tutto ciò che possiamo aspettarci è che premeranno ancor più sul PD – se ci sarà qualche spicciolo da investire, meglio in mano al PD che al M5S – ma chiederanno al PD qualcosa in cambio, la testa di Renzi ad esempio, e la restaurazione della “vecchia guardia” dei D’Alema, Bersani & Co. Il fondo del barile non contiene altro: dovranno accontentarsi.
E gli USA?

La questione USA presenta delle differenze: agli americani interessa di più la geopolitica, soprattutto Africa ed Asia, ed usano mezzi più spregiudicati per raggiungere i loro obiettivi. Anche per gli americani Renzi è a un bivio: o s’adatta a gestire in prima persona la guerra in conto terzi per la Libia, oppure torna a Firenze a gestire la fondazione per la Vera Bistecca Fiorentina. Maremma impallinata.

La simpatia della diplomazia USA per il M5S non è un mistero: gli americani guardano con favore verso chi parla di rinnovamento, d’innovazione, questo sì…però…per prima cosa gli USA sono in un anno elettorale, di conseguenza fino al 2017 non si muoverà foglia che Washington non voglia.
Sempre che la questione libica non s’aggravi (ossia scendano i quantitativi di greggio) e, proprio per questa ragione, potrebbero puntare anch’essi su un ribaltone interno al PD, onde portare al potere gente più fidata ed affidabile. Sarebbe un’operazione di scarso rilievo, che si può fare anche sotto elezioni: e poi, a Renzi non dispiacerebbe la fondazione per la Bistecca, la gestirebbe insieme alla Boschi in santa pace. Maremma copulata.

Gli scenari futuri potrebbero ancora cambiare – un M5S al potere, per gli USA, lo si addomestica con un attentato…e che ci vuole? – ma, per ora, non vedrei altro.

Certo, Renzi pensa ad un commissariamento, ad una “strigliatina” nel partito…ma, caro, piccolo Renzino, non ti sei accorto che i giochi sono più grandi, e non hai fatto bella figura con ‘ste elezioni…molti non hanno gradito il risultato, vogliono la restituzione del biglietto…che devi fare?
Ma nulla! Faranno tutto loro, tranquillo. A te…resterà da urlare Maremma inchiappettata! Eh, Renzino, oneri ed onori…by, by…

30 maggio 2016

Un macello di cento anni or sono


Gli anniversari sono soltanto una bandierina appuntata su un muro bianco, il muro della Storia. Per un eschimese, un tibetano od un polinesiano, forse, “cento anni” non significano nulla: noi occidentali, però, usiamo tenere questo strano registro, nel quale incolliamo un ricordo agli anni...cose belle, cose brutte...sperando così di rinverdire le prime e di non ricascare nelle seconde. Lavoro del tutto inutile: visto che, puntualmente, le prime rimangono un ricordo collegato, in genere, ad una persona che osanniamo senza mettere in pratica nulla di ciò ci regalò. Le seconde, invece, con una protervia bestiale le consideriamo solo come “avvenimenti”. Ossia: da migliorare, da portare a termine “meglio”.

Esattamente 100 anni or sono, proprio nella sera del 30 di Maggio del 1916, gli equipaggi salivano a bordo e gli scalandroni venivano ritirati a bordo. Uomini di mare, di un mare duro – che non ammette il minimo errore senza presentarti il conto – comandanti di navi passeggeri, nostromi di carboniere, mozzi di pescherecci delle aringhe...prendevano posto nelle scomode camerate ricavate a fianco dei depositi munizioni, incocciavano l’amaca alla paratia, dove pochi centimetri oltre c’era già l’elevatore delle munizioni, quei mostruosi proiettili pesanti tonnellate che sarebbero volati nell’aria per venti, trenta chilometri, cercando d’uccidere altri uomini come loro. Altri uomini che magari conoscevano, con i quali avevano forse condiviso notti di pesca sul Dogger Bank, oppure avevano incontrato in un porto delle Indie...Batavia, Manila, Singapore...ed erano andati a cena insieme...avevano mostrato sbiadite fotografie di mogli e fidanzate bevendo birra ghiacciata o Gin...

Quel giorno la guerra, che separa anche i capelli vicinissimi per creare una pettinatura, una riga, li conduceva a salire su mostri costruiti solo per uccidere, incapaci di portare un solo carico di caffè, inutili persino per pescare un’aringa.

Così, la Grand Fleet, comandata da Jellicoe, salpava nella notte da Scapa Flow, da Rosyth...mentre nell’estuario dello Jade e da Wilhelmshaven partiva la Hochseeflotte (la “flotta d’alto mare”) di Scheer, l’una per difendere l’onore dell’Impero Britannico, l’altra per difendere quello della creatura di Tirpitz.
Nella notte, 142 navi da guerra britanniche e 93 tedesche – dalla grande corazzata al veloce cacciatorpediniere – correvano verso il centro del Mare del Nord, ignare della presenza del nemico, inconsapevoli che la più grande battaglia navale della Storia stava per avere inizio. Solo fumosi dispacci, dubbie intercettazioni radio raccontavano della presenza del nemico, ma nessuno sapeva “quanto” e, soprattutto, dove.

Gli inglesi scendevano verso Sud a Occidente, i tedeschi salivano verso Nord ad Oriente e, per un soffio, potevano anche non incontrarsi: gli Dei sono bizzarri, e muovono le ore e le nebbie a piacimento, seguendo i loro capricci.
Ma, proprio al centro del Mare del Nord, nei pressi del Dogger Bank, una “carretta” danese saliva verso Nord col suo carico di legname e due cacciatorpediniere delle forze esploranti – uno inglese, l’altro tedesco – la avvicinarono per il riconoscimento: ebbe così inizio la Battaglia dello Jutland (eng) o dello Skagerrak (ted).

La mattina del 1° Giugno, 176.000 tonnellate di naviglio e 8.650 morti giacevano sul fondo del Mare del Nord, bruciati dal fuoco, dilaniati dagli scoppi, annegati.
Per la fredda cronaca dei numeri fu una vittoria tedesca: gli inglesi persero il doppio delle navi e più del doppio degli uomini, ma fu una vittoria di Pirro, giacché la flotta tedesca non uscì più dalle sue basi e finì per auto-affondarsi, al termine della guerra, nel 1919.

Il lavoro, per anni, di migliaia di operai – 176.000 tonnellate d’acciaio! – sfumò in un solo giorno, le vite di migliaia di marinai furono bruscamente troncate: le vedove piansero, le fidanzate accesero un lume accanto alla fotografia dell’amato. Dopo qualche anno – a dimostrare che la pragmaticità femminile supera l’orgoglio maschile – probabilmente dimenticarono, o finsero di dimenticare, sposandosi di nuovo. La specie deve sempre correre verso nuove tragedie, e ci vuole sempre nuova carne per alimentarle.
Qualcuno ci guadagnò, come sempre: nei cantieri, nelle banche...certamente qualcuno si fregò le mani, come fecero i nostri “ghiottoni” l’indomani del terremoto dell’Aquila.

Solo i venditori di fiori non trassero profitti giacché, come recita una canzone popolare tedesca, “sulla tomba del marinaio non crescono le rose”.

06 aprile 2016

Teppa Rossa






“Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.”
(Bertrand Russell)

Oh, com’è diventata divertente la politica italiana! Credevamo che i giochetti petroliferi fossero appannaggio delle “Sette Sorelle”, e invece...va beh, a noi hanno pure ammazzato un presidente dell’ENI...ma oggi è più frizzante, più intrigante...eh sì, ci voleva proprio Renzie per smuovere un poco le acque!

Gli ingredienti ci sono tutti! Un vero romanzo giallo tutto da scrivere – se Camilleri ne avesse voglia...forza Montalbano, dai... – con colpi di scena improvvisi, emendamenti approvati in piena notte, giudici impertinenti, Cuperlo piagnucolanti (“Dimmi, Matteo: sei forse diventato soltanto un capo partito? Ma dov’è finita la “mia” sinistra, quella bella, ridente, quella di una volta...no, Matteo, così mi fai piangere...” sigh, sigh, sigh...).

Se abbondano il noir e le povere vedovelle singhiozzanti come Cuperlo, non manca il rosa carnascialesco, quello made in Italy che più non si può! Bisogna richiamare in servizio Stefania Sandrelli per girare un nuovo “Divorzio all’italiana”...con tutte quelle storielle goderecce di provincia...una ricca figlia di strapresidenti di tutti i presidenti con la quale la natura è stata grifagna...la bellezza, sogno d’ogni donna, poco o nulla...ma lei, perbacco, non s’arrende! E trova il suo bel ragazzotto che, però, non ha i soldi per riempire il serbatoio della Lamborghini. Vieni, amore, stammi vicino, ti lascio un emendamento sul comodino...con questo, vedrai...

E poi c’è la rivale – non certo in amore, ma per bellezza – la Boscosa figlia di strapresidenti di banche e banchetti, la quale – pura come le storiche Angeliche e Beatici – è tutta santa: Dio, Patria e Partito. Lei non ha posto per amori di poca cosa, lei vuole tutto! Il massimo! Qualcuno sostiene che sia matta per Matteo, ma sono semplicemente storielle che si raccontano a Firenze e dintorni, fra Rignano ed Arezzo, Maremma imboscata!
Però, come s’incazza Matteo quando gliela toccano!        

E così la figliola di tanto padre, divenuta ministra, deve andare a batter cassa proprio dall’odiata rivale (in bellezza, sia chiaro) per avere un provvedimento per la Lamborghini carino carino, un bon bon tutto rosa incartato con un emendamento. Passata la stagione delle leggi ad personam, si varano gli emendamenti ad mutandam? Mah...

La questione terminerà nelle aule di giustizia, ma a noi rimane un dubbio: passi Toni Servillo nella parte che fu di Mastroianni, ma chi ci mettiamo a fare la Sandrelli per “Divorzio all’italiana 2: la verità smutandata”?

E veniamo a cose più serie, perché ridere un poco fa sempre bene, ma ci sarà un referendum fra qualche giorno, e bisogna scoprire cos’hanno architettato ‘sti bravi figlioli di cotanti padri. Perché ci sono cose che non quadrano, non cubano e non stanno nemmeno nelle mutande.

Da quando fu varata la riforma del Titolo V della Costituzione, le Regioni videro aumentare copiosamente i loro poteri: si decide qui, da noi, che c’entra lo stato? Le grandi scelte alle piccole comunità... – la scelta della TAV, difatti, fu affidata ai comuni della val di Susa, come no... – e Dio per tutti!
Così, le prime installazioni d’aerogeneratori dovettero passare sotto le forche caudine delle Regioni, che invocavano sempre il famoso “danno paesaggistico” per opporsi.

Famosa fu la Santa Alleanza fra Iorio (presidente molisano, centro dx) e Di Pietro (IDV, centro sx) sul quale scrissi un interessante articolo sulle convergenze (quando, ancora, tutti si scannavano fra destri e sinistri) delle due compagini quando c’erano soldi di mezzo (1).
Giunto Renzi al seggiolino più alto, se ne infischiò del Titolo V e di tutte le altre balle e disse: Maremma molinara, qui decido io! Ed ha avocato al Consiglio dei Ministri ogni decisione in merito a nuovi impianti off-shore da sistemare nelle acque territoriali.
Risultato? Eccolo:



Fonte: Legambiente

Tutti bocciati, non uno che gli andasse bene.
Se facciamo una somma dei MW che sarebbero stati installati, scopriamo che abbiamo “lasciato” al vento ben 2536 MW di potenza elettrica di fonte eolica (con tutto l’indotto di know-how e di posti di lavoro), ossia 2,536 GW. Quanta energia producono, in mare, 2,536 GW?

Nella regione mediterranea, le produzioni più elevate si raggiungono proprio in mare: mentre sulle coste del Mare del Nord si raggiungono e si superano anche le 4000 ore annue, nell’area mediterranea, a terra, il rendimento è limitato a 2000-2500 ore/anno, mentre in mare questo dato è superiore del 30% circa, con un aumento dei costi d’installazione del 25%. Ovviamente, più l’impianto è esteso, più s’ottengono risparmi di scala.
La resa degli impianto off-shore è preferibile rispetto a quelli a terra anche per un altro motivo: i venti sono più costanti e l’energia prodotta è più “spalmata” nelle 24 ore e, generalmente, nelle 8760 ore che compongono un anno solare.
Di conseguenza – dato che condizioni di omotermia su tutto il Mediterraneo (ed i conseguenti venti) sono molto rare – è molto difficile che la produzione eolica subisca forti variazioni nel corso dell’anno.

I costi (2)? Il costo di un MW di produzione eolica (qui, dipende molto dalle dimensioni del rotore) è in una “forbice” compresa fra 42 e 180 euro (fotovoltaico: 80-140), (carbone: 40-90), (gas: 140-210). Come si può notare, le “forbici” sono molto ampie per tutte le fonti, poiché dipendono da un’infinità di fattori: variazioni del prezzo dei fossili, piovosità (per l’idroelettrico), irraggiamento (per il solare), ecc.
Ciò che si può capire, però, è che le fonti rinnovabili stanno scalzando le fonti fossili proprio sul fronte dei costi (si noti l’altissimo costo del gas metano): per questa ragione i veri costi degli impianti a fossili – ossia i costi sanitari e sociali – sono abilmente nascosti nelle pieghe dei bilanci, oppure ignorati. E si nota che, in Italia soprattutto, si tende a privilegiare una sorta di “allungamento” della vita utile delle fonti fossili. Stupefacente il recente “ammodernamento” della centrale di Civitavecchia a carbone “pulito” (?), che ha avuto costi esorbitanti...ma tant’è: non si deve muover foglia che l’industria dei fossili non voglia.

In definitiva, quanto produrrebbero quei 2,536 GW di potenza installata? Stimando un dato realistico di 3000 ore/anno alla potenza di picco, otterremmo circa 7.600 Gigawattora, che corrispondono a 7.600.000.000 Kilowattora.
Siccome il consumo medio annuo di una abitazione civile è intorno ai 4.000 Kilowattora, con quell’energia si potrebbero alimentare 1.900.000 abitazioni, vale a dire una città di circa 6 milioni d’abitanti. Se vi sembra poco...
Siccome da una tonnellata di petrolio si ricavano 11.630 Kwh (2), quelle installazioni avrebbero generato, ogni anno – e, con la dovuta manutenzione, per sempre – l’equivalente di circa 653.500 tonnellate di petrolio, che sono pari a circa 4,5 milioni di barili annui. Gli impianti lucani producono, attualmente, circa 31 milioni di barili l’anno. Solo sette volte quello che i primi campi off-shore eolici avrebbero prodotto: se fossero stati approvati! Ed erano i primi!

Invece, Renzi boccia ogni impianto eolico ed approva tutte le possibili trivellazioni: non importa se le patologie tumorali, in val d’Agri, impazzano, se un piccolo paradiso naturale è stato trasformato in un girone infernale: a lui, di noi, non frega una mazza.
La storia la conosciamo, ed è tutta una storia toscana, della Toscana che conta, quella fra Arezzo e Prato, Firenze e Valdarno. Una terra zeppa di pietre, argille, ghiaie, rocce, ciottoli, sassi, lastre, scogli, massi...e Massoni.
Come non ricordare l’interessamento di Verdini, Carboni e Cappellacci per l’eolico sardo? Correva l’anno 2010. Ne nacque il filone d’inchiesta battezzato “P3” (3), che si perderà sui binari morti delle prescrizioni e dei non luogo a procedere, come tutti gli altri...

Ecco la verità, sic et simpliciter, tutti gli sbandierati giochini amorosi sono soltanto lì per abbagliare la gente: in realtà, le royalties che i francesi di Total pagano per il petrolio lucano sono poca cosa, se paragonate al bilancio dello stato, ma sono cifre consistenti se paragonate a quelle che ha incassato la “fondazione” (prontamente varata) dello stesso Renzi, 100.000 euro dalla British American Tabacco, ad esempio (4), mentre una legge che regolamenti lo spadroneggiare delle lobbies in Parlamento rimane sul binario morto.
E la Basilicata? Rimane una delle più povere regioni italiane, dove l’export è calato del 5,3% e l’occupazione del 2,8% (5): altro che Lucania Saudita! Ora, salirà – e parecchio – nella classifica dell’inquinamento e dei tumori, perché i dati epidemiologici già lo raccontano. E qualcuno dice “La Lucania saudita è diventata una terra dove siamo seduti su laghi di petrolio, con degli stracci addosso”. Niente di diverso dalla Nigeria.

Perciò, a questa gentaglia che fa affari anche col demonio basta riempirsi le tasche, possiamo dare un segnale d’avvertimento, un ulteriore “avviso di mora” con il referendum del 17 Aprile. Solo una comunicazione di “sgradimento" per tutte le loro porcate: tanto, poi, aggiusteranno una nuova legge e non potremo mai star loro dietro coi referendum.
Ma qualcosa conta: anche a noi, recarci al seggio per esprimere il nostro dissenso, costa poco.




22 marzo 2016

Ma come si fa?





Dalle mie parti, si dice “avere la faccia come il c...” che è un po’ scurrile, lo ammetto, ma rende bene l’idea. Soprattutto quando, dietro la firma di Renzi su Twitter, spiccano quelle di Gentiloni, Giannini, Alfano, Fassino...e tutta la ghenga. Come si fa a spiegare alla gente che un autista s’addormenta al volante per una tratta di per sé non certo impegnativa, come Valencia-Barcelona, su un’ottima autostrada: meno di quattro ore di guida. Bastano quattro righe di condoglianze buttate giù in fretta, dal nostro sindaco di Firenze (con i suoi corifei al seguito), stacanovista di Twitter? Non si spiega fin quando, cercando bene fra le pieghe della notizia, non salta fuori l’età dell’autista: 63 anni.

Per un caso della vita, quando ancora avevo da poco scapolato i vent’anni, portai un camion su e giù per lo Stivale: non era certo un bestione comunque, fra cassone e cabina (era un passo lungo), raggiungeva quasi gli 8 metri. Un 625 N2 BS, per gli amanti delle antichità “pesanti”.
Ma non è un metro in più od in meno a fare la differenza: sono le ore in più (all’epoca, non c’erano ancora i “dischi”), le attese snervanti, i pasti consumati in fretta, le notti insonni passate a farsi abbagliare dai veicoli dell’opposta corsia.
A volte, fui fortunato: la svista capita anche a 20 anni, soprattutto quando – dopo una giornata di lavoro e consegne – riparti e ti fai una tirata Napoli-Torino di notte.

Oggi, ho 65 anni: pressappoco l’età dell’autista spagnolo. La prima domanda che mi sono posto, quando ho letto la notizia, è stata “te la saresti sentita?”. Forse, è la risposta che mi sono dato: me la sarei sentita solo se fosse stata una questione grave, di vita o di morte, come usa dire. Normalmente, no.
E’ vero che ho guidato per soli tre anni, che non sono allenato – dopo una vita trascorsa fra i banchi di scuola – ma la questione è un’altra: a questa età, non c’è soltanto il colpo di sonno in agguato, ma anche il malore, lo sfinimento eccessivo.

A volte, mentre veleggio nel traffico col mio motorino, osservo i camion che escono dall’autostrada: certe facce, lo confesso con dolore, mi spaventano. Visi emaciati dall’età indefinita, coperti dai soliti occhiali da sole, crani calvi, sentore di vecchio, di chi dovrebbe stare ai giardinetti, invece che su una “bestia” con 44 tonnellate sulla schiena.
Ma com’è stato possibile fare un simile scempio?

Se i genitori delle povere ragazze di Tarragona cercassero un colpevole, basterebbe scorrere la lista dei vari “eminenti lacrimosi” su Twitter: c’erano quasi tutti quando fu votata la legge Fornero, c’erano quasi tutti quando furono definite le categorie a rischio, per i quali non valevano le nuove norme. E, il presidente del consiglio, ha un aggravio: non aver promosso nessuna iniziativa per rivedere quelle norme pazzesche, che a 67 anni ti obbligano a condurre un camion, una nave od un treno. Per i macchinisti delle ferrovie, c’è anche lo sberleffo: hanno una vita media di 64 anni, forse a causa dei campi magnetici dei locomotori, ma non è dimostrato scientificamente – lo ha detto Tullio Regge, per il caso della Radio Vaticana e la vicenda di Ponte Galeria. Crepate pure tre anni prima della pensione: qualcuno che si godrà i vostri contributi ci sarà di sicuro, ad esempio noi.

Non importa se, in questo caso, l’autista era spagnolo perché anche la Spagna ha seguito, per la previdenza, il sentiero italiano: prima, in Spagna, s’andava in pensione tutti intorno ai 60 anni, addirittura con 30 anni di contributi.
Ma siamo in Europa, vivaddio! Solo la Francia resiste all’assalto previdenziale delle banche ai fondi pensione, e continua a sostenere una teoria bislacca: se porti un camion per 25 anni – a qualsiasi età – dopo vai in pensione. E’ bislacca solo per chi un volante non l’ha mai avuto fra le mani per 9 ore il giorno, per sei (?) giorni la settimana.

La storia è quasi inutile raccontarla, perché tutti la conosciamo: i primi “risparmi” della riforma Fornero (3,9 miliardi) furono subito destinati da Monti al salvataggio del Monte dei Paschi, il quale non li ha ancora restituiti (1). Era la stessa banca alla quale scriveva, amareggiato, Giuliano Amato per chiedere che non fosse diminuito il contributo (erano “solo” 150.000 euro) per il suo amato circolo tennistico di Orbetello...”come facciamo? Siamo già all’osso!” (2)
Prima di lui, ci aveva pensato Giulio Tremonti ad azzerare il consiglio d’amministrazione dell’INPS, per trasformare l’Istituto Previdenziale in una cassa “per storni” ad uso del bilancio dello Stato. Il lavoro dei becchini ha molti padri, e tutti hanno la scusa buona per scansarsi ed incolpare un altro.

Cari genitori, non ci sono parole che potranno acquietare il vostro dolore: nessuno dei genitori che hanno perso dei figli, e che ho conosciuto personalmente, si è mai riavuto da quel trauma, che è il più terribile da sopportare nella nostra valle di lacrime. Inutile ricorrere ai “se” od ai “ma”...se non si chinava per raccattare il cd dal pavimento dell’auto...se si fermava a dormire da voi...se quel maledetto cellulare non lo distraeva...non serve a niente, è solo tempo sprecato.

Non è che covare rabbia sia utile per il vostro dolore ma, se veramente vogliamo che simili storie non si ripetano più, dobbiamo avere il coraggio di mettere il dito nella piaga, di fare i nomi dei colpevoli. Che tutti conosciamo.