12 ottobre 2017

Essere naif, l’unica possibilità

Funzione (o campana) di Gauss
Rotolano sui giornali notizie a valanga: legge elettorale, Rosatellum (cos’è, un vino?), Italicum (beh, siamo tutti italiani…), “sbarramento” (beh, siamo abituati alle strade sbarrate…sono libere solo per i soliti noti…), Mattarellum (di pertinenza dell’inquilino del colle), alla francese, tedesca, spagnola (sono forse variazioni del kamasutra?), fino a proposte incomprensibili: “Verdinellum”, “Consultellum”…tutte figlie di una sola madre, detta Porcellum. Dichiarata illegale: tutte queste persone che blaterano ed occupano gli spazi televisivi, fra una pubblicità e l’altra, sono dunque fasulli, degli impostori, dei guitti di ennesima categoria. Perché i veri guitti sono persone serie.

Confesso una certa noia a parlare di questo argomento, però me la sono scrollata di dosso per cercare di capire come mai si occupino così tanto di come si vota, sottraendo così tempo prezioso alla ricerca di tangenti o finanziamenti occulti da parte di chi “tiene bisogno” di lor signori.
E’ vero che il vero potere si nasconde fra le lobby finanziarie – a Bruxelles sono ufficialmente accreditati 15.000 lobbisti – più varie società segrete e consigli d’amministrazione dove, spesso, le due funzioni si sovrappongono.

C’è, però, la necessità di mantenere una sorta di “credibilità politica”, tanto per poter affermare “siamo stati eletti”. Già: con leggi dichiarate incostituzionali a raffica, ma tant’è.
La vera ragione che questi signori adducono per le loro manovre occulte, è sempre la “governabilità”, e qui il discorso si fa più interessante.

“Governabilità”, lessicalmente, dovrebbe significare “possibilità di governare”, da non confondere con la “capacità” di governare.
Per poter governare (come, poi…), questi signori ci raccontano che devono nascere dalle elezioni governi “forti”, ossia dotati di ampia maggioranza: spesso ci ricordano che la “stabilità politica” ci è richiesta dall’Europa, cosa alquanto nebulosa. Il Belgio ha avuto una stagione politica di circa un anno e mezzo senza un governo che avesse la maggioranza, ossia col vecchio governo, dimissionario, sempre in carica per “l’ordinaria amministrazione”. Eppure, nessuno s’è suicidato per questo, mentre il “fortissimo” governo Monti lasciò una scia di suicidi fra lavoratori ed imprenditori che ancora ricordiamo con orrore.
E allora? Come si fa?

Con la nuova legge, ad esempio, se prendi meno del 3% non becchi niente (almeno, così sembrerebbe): ciò significa che se circa un milione e mezzo d’italiani votano Tizio (e non raggiungono il 3%), Tizio non ha nemmeno il diritto di dire la sua in Parlamento. Nel nome di un milione e mezzo di persone.
E non è detto che il fenomeno non si ripeta con Caio e Sempronio: in altre parole, “tagliano” le ali marginali della nota campana di Gauss, mantenendo solo le posizioni centrali.
Ovvio che la politica susseguente dovrà cercare di soddisfare la sezione centrale della campana, quello che un tempo era definito “classe media”, la quale, oggi, si sta velocemente estinguendo. La necessità di tagliar fuori gli scontenti diventa essenziale: mica siamo fessi.

Si dà il caso che ci siano gli scontenti e gli scontenti “organizzati”, ossia il M5S: anche qui, la soluzione è presto scovata.
Tre partiti (o coalizioni) si giocano la torta, senza fastidi di partitini “insolenti”: è già chiaro da oggi come finirà.
Dividendo in tre parti, pressappoco uguali, la sezione centrale della campana di Gauss – e poi alleandosi due parti (la governabilità!) – anche gli scontenti organizzati saranno fregati: prepariamoci ad un bel governo Renzusconi, credo che lo abbiate già capito da soli.

Basti riflettere sulla gazzarra che sta capitando nella cosiddetta “sinistra”: tutti blaterano, ma tutti lavorano (non alleandosi)  per quel risultato.
Sull’altro versante forse sono meno stupidi e s’accodano, in silenzio e a capo chino: fu Berlusconi stesso a dire di Renzi “Eh…ne avessimo uno così in Forza Italia!”.
Se non considerassimo tutte le varie ed eventuali che l’UE ci metterebbe fra le ruote per tenerci al guinzaglio, quale potrebbe essere una soluzione?

Finalmente ci sono arrivati anche i cinque stelle, dopo aver acconsentito ai vari Mattarellum (et similia) pur di andare a votare: non hanno capito che prima del risultato del voto, ci sono le modalità del voto stesso, senza le quali nulla ha senso. Come si risolverebbe?

Un proporzionale puro e semplice, senza nessuna aggiunta: ossia, si devono eleggere circa 600 deputati e 300 senatori? Si opera una semplice divisione col numero dei votanti e si stabiliscono le dimensioni dei collegi. I cosiddetti “resti” si ripartiscono sui cosiddetti “primi non eletti”: ancora più semplice ed essenziale di come si faceva prima che la febbre maggioritaria sbarcasse nel Belpaese.
Perché è importante questo passaggio?

Un parlamento così eletto, sarebbe lo specchio del Paese e non sarebbe facile trovare la cosiddetta “governabilità”, ma sarebbero anche persone che sono state votate con le preferenze (rigorosamente semplici, tipo numeri di lista in ordine crescente e basta: gli italiani non sono stupidi e se vogliono fare a meno delle mafiette elettorali sanno farlo) e, dunque, sarebbero persone di una certa levatura, gente in gamba.
Perciò, si metterebbero seduti con pazienza per cercare una maggioranza, che sarebbe lo specchio delle mille volontà – oggi represse – dell’Italia.

Sarebbe difficile ed oneroso arrivarci, ma riflettiamo: oggi, dove stiamo andando? In qualche posto dove ci porteranno Renzi e Berlusconi, senza sapere come e perché, solo perché loro saranno stati eletti, grazie ad un meccanismo da loro stessi preparato e collaudato.
In Europa?
Certo! In questa Europa dove non si muove foglia che Berlino non voglia, dove le banche falliscono e…chi mettono a regolare il sistema bancario? Casini! Nomen omen.

Lo so, il sogno è stato bello e la realtà è molto distante, diametralmente opposta.  Però, quando l’Italia vorrà veramente uscire da questo pantano dovrà per forza ripartire da zero, mandando a casa tutti i farabutti che ci governano e cercare nuovi visi, nuovi volti, nuove volontà.
Cosa fare adesso? Non c’è scelta giusta, non c’è scelta sbagliata: quando il mazzo è truccato, non c’è niente da fare.

04 ottobre 2017

Tragedia, commedia e farsa



Oggi, che il dado è tratto, sappiamo cos’è stato il referendum per l’indipendenza della Catalogna: una colossale commedia, giocata su più tavoli per una posta che non c’era, e che continua a non esserci. Il comportamento di Madrid è stato consono al copione franchista, edulcorato con i modi del terzo millennio: pallottole di gomma al posto delle mitragliatrici, gogne mediatiche al posto del garrote, e chiusura dello spazio aereo al posto dei Messerschmitt di Hitler.
Anche i catalani hanno partecipato con dovizia alla rappresentazione, urlando che Madrid è la solita prevaricatrice, che il franchismo non è mai morto, che loro hanno gli occhi azzurri e i capelli biondi come i vicini francesi, che non amano la corrida e che hanno una loro lingua.

Se non fosse stata una commedia, tutto si sarebbe fermato quando la Corte Costituzionale spagnola ha dichiarato nullo il referendum: Rajoy poteva lasciarli tranquillamente votare, ma avrebbe perso la faccia nei confronti dei vecchi hidalgo e dei nuovi sostenitori, più attenti alla torcida notturna che alla corrida. E così, qualche pallottola di gomma, qualche idiota che si è messo a sparare con una carabina ad aria compressa, ma nulla d’irreparabile, business as usual.
Inutile ricordare che la tragedia fu ben altra cosa, ottant’anni or sono: forse, l’unico particolare da indagare, rimane la possibilità di capire quali sono le vie, o meglio, le scarse possibilità d’andarsene da uno Stato sovrano, ma restiamo ancora un poco in Spagna. Pardon, Catalogna.

Ero in Spagna, anzi, Catalogna, ovverosia fra Gerona e Barcellona sul finire degli anni ’70, ospite di una delle menti più attive per l’indipendenza. Che, all’epoca, pochi consideravano: già l’essersi scrollati di dosso Francisco Franco ed il suo sodale, Carrero Blanco, tolto di mezzo dalla CIA che prese le sembianze di terrorismo basco, comunista…o quant’altro…bastava ed avanzava. Già nel 1969, il KGB faceva circolare informazioni (di fonte americana) dove si narrava di un piano per sgombrare dalla storia i vetero dittatori iberici e, finalmente, far nascere la democrazia in quei Paesi. My God, consumano troppo poco!

Il cadavere di Franco era oramai gelido, nel suo mausoleo di Los Caìdos ma il franchismo era ancora vivo e vegeto, e nessuno fiatava. Era ancora vivido il ricordo dell’ultimo morto dell’ETA, Puig Antich, che non fu garrotato perché l’Europa si oppose alla barbarie: così lo fucilarono messo “al vento” fra due alberi, legato per i polsi e le caviglie, in modo che si vedesse da lontano la sua fine. Poi, gli spararono.
Anche la mia amica, che era una fervente indipendentista, rimaneva coinvolta dal mio scetticismo: e cosa cambierebbe? Allora, riconosceva che non si può sostenere che la Catalogna fosse la più ricca terra di Spagna, che le sue industrie mantenessero il resto del Paese, poiché dietro a molte industrie catalane c’erano investimenti andalusi, degli ex hidalgo dei latifondi, che si riciclavano nella nuova Spagna repubblicana. E il Banco di Santander? Oggi è una multinazionale, ma per due secoli raccolse la ricchezza ispanica dell’America Latina. E, oggi, è al 15° posto fra le banche mondiali, quando la prima delle italiane (Intesa San Paolo) è al 26° posto.

La Spagna, e questo è il punto importante da considerare, non è come l’Italia che ricorda appena i suoi fasti Latini…no, la Spagna continua a ricevere l’eredità di un intero continente, che parla spagnolo e pensa a Madrid come al faro della sua cultura. E non solo: quanti capitali tornarono in Spagna negli ultimi due secoli!
Per questa ragione l’indipendenza della Catalogna mi sembra una melodia stonata: nata da un matrimonio fra due regnanti, da 500 anni la Spagna ha vissuto ai margini dell’Europa, con il cuore più a Caracas o Buenos Aires che a Parigi o Berlino, almeno fino alla guerra civile.

In quei lontani anni non nascondevo il mio scetticismo: vi siete appena liberati di un peso, oltre Badajoz regna ancora Marcelo Caetano, e volete già buttare altra carne al fuoco?
Ma, in fondo al suo cuore, so quel quel sogno non poteva essere sradicato, anche se non aveva molto senso. Perché il vissuto dei catalani è indissolubilmente legato alla sconfitta, e relativa durissima reazione, nella guerra civile.
Così si discuteva, fra una sonata al piano ed un piatto di riso, di fronte al mare che occupava le grandi vetrate della casa di San Antoni, ma mi rendevo conto d’essere in una situazione radicalmente diversa da quella italiana, sia per il lunghissimo passato coloniale, sia per i legami culturali ed economici che aveva lasciato: solo più di dieci dopo sarebbero apparsi in Italia i primi manifesti della Lega, quelli con la gallina dalle uova d’oro che manteneva l’Italia e un nome, quello di un solingo senatore, tale Bossi.

Ogni regione d’Europa ha i suoi vissuti, ma proprio perché svaniti nelle nebbie della Storia sono inutili, inutile ricordare Pontida, il cardinale Ruffo, i Lanzichenecchi, Garibaldi…è storia passata, che oggi non ci può dare più niente. Se volessimo fare una sfilza di nomi di chi se ne vuole andare (o si ritiene una nazione a sé stante) sarebbe lunga: baschi, catalani, bretoni, provenzali, corsi, sardi, siciliani, lombardi, veneti, altoatesini, valloni, fiamminghi, bavaresi…e le mille dispute per capire se un alsaziano è francese o tedesco? E un abitante del Saarland?
E dopo?

Un’Europa che passasse da una ventina di Stati nazionali ad una quarantina di Stati regionali, farebbe andare in brodo di giuggiole le oligarchie che ci governano: ad un fiorire di piccoli stati sovrani, dovrebbe fare da contrappeso un maggior potere centrale. Non vi basta quello che hanno? E come lo usano?
A meno d’immaginare una sorta di vestito d’arlecchino con mille confini e dazi doganali che diventerebbero delle vere e proprie gabbie per le classi subalterne, mentre per i grandi capitalisti sarebbero facilmente valicabili.

Insomma, non vi rendete conto che la questione dei “localismi”, anziché risolvere dei problemi – il famoso “ognuno padrone a casa propria” – farebbe precipitare in un “ancora più schiavo nel proprio orticello”?.
Sono soltanto delle parole d’ordine create ad hoc dalle oligarchie per spennare meglio la gente!
La Lega, tanto per essere chiari, fu creata dal sen. Miglio il quale era uno dei pochissimi italiani ad essere abbonato al Deutsche Fernsehen, la televisione tedesca. In quegli anni, la Germania non immaginava ancora che sarebbe riuscita ad assumere quella posizione centrale, e di dominio, che ha oggi nell’Unione.
Per la prima volta, dopo la 2GM, soldati tedeschi varcarono (sotto l’egida dell’ONU, ovvio) i confini nazionali per andare dove? In Jugoslavia.
La Jugoslavia fece proprio quel percorso, dallo Stato nazionale ai piccoli Stati: molti, ancora oggi, rimpiangono Tito, ma non per Tito o il socialismo titino, bensì per l’appartenenza, senza troppe discussioni, ad un’unica entità.
Così, l’idea di staccare il Lombardo Veneto balenò dalle parti di Berlino, il sen. Miglio era disponibile…perché rinunciare a provarci? Salvo, poi, fargli fare la vita che fecero gli altoatesini i quali, poco prima e durante la guerra, vendettero i loro masi per andare a vivere in Baviera, dove finirono a fare gli schiavi dei tedeschi, Ma…non eravamo tutti tedeschi? Eh no…c’è chi è più tedesco e chi meno…

Dovremmo, allora, chiederci perché appartenere a queste entità, stabilite secoli or sono da regnanti sepolti nel dirupo della Storia, cambiati da avventurieri della politica o da rivoluzionari, perché dovrei sentirmi italiano o finnico?
Non c’è nessuna ragione per avvertire un senso d’appartenenza ad una nazionalità, se non fosse per la lingua, che c’accomuna (ecco, la dimensione multinazionale della Spagna!) e che consente di non sentirci circondati da persone che parlano strani idiomi. Di là di questo, nulla.

Forse sarebbe più opportuno che rivolgessimo le nostre attenzioni ad altri fenomeni, che ci circondano, come la presenza, direi quasi opprimente, di lavoro “a tempo”: oggi lavoro alla Coop, ma domani avrò un posto nella scuola, dopodomani sarò alle Poste, poi farò la stagione turistica estiva, mentre in Inverno andrò a lavorare in una fabbrica di panettoni.
Vi sembra questo il “rispetto” per il lavoratore sancito dalla Costituzione italiana?
Oppure per gli anziani: non sono riuscito ad andare in pensione prima del “ciclone” Fornero, poi ho tentato di raggiungere i 40 anni di contributi, ma non bastavano più, e allora mi sono travestito da APE, ma mi hanno detto che i miei contributi erano troppo bassi.
Un tempo, per fare la maestra, bastavano quattro anni d’Istituto Magistrale ma – forse che finendo così presto il percorso formativo si mettevano insieme, troppo presto, gli anni per la pensione? – adesso ci vogliono 5 anni di scuola superiore e 5 anni di formazione universitaria. Per fare la maestra.

Insomma, vogliamo capire che siamo governati da un’oligarchia finanziaria internazionale, che usa le consuetudini della democrazia borghese per i suoi sporchi fini? Siccome dovremmo averlo compreso, perché perdiamo il nostro tempo per dissertare se è meglio fare i lavoratori trimestrali in Padania od in Italia? In Catalogna od in Spagna?

Molti anni fa, primordi della Lega Nord che impazzava, bar del trevigiano con due sale: in una gli operai che giocavano a boccette ed infioravano la recente vittoria elettorale di Bossi, adesso sì che vedremo, che saremo, che faremo…
Nell’altra sala padroni, padroncini, commercianti…gente che giocava a scala un tanto a punto, ma con punti “pesanti”, tanto che ogni mano biglietti da diecimila e da cinquantamila passavano di mano. Cosa dicono? Ma lasciali dire…tanto io li rimpiazzo quando voglio con due “baluba” che vengono dall’Africa o dalla Romania…lasciali dire…chiudo!

E, adesso, guardatevi allo specchio e ditemi: ci tenete proprio tanto alla vostra indipendenza e ad una nuova identità? Se ci tenete proprio, andate avanti così. A Bruxelles sorridono, contenti come delle pasque.

28 settembre 2017

Mi do i pizzicotti


Altro non riesco a pensare di lei, dott. Marco Bella, “ricercatore in Chimica Organica”, come lei stesso si definisce. E, ancor più, mi do altri pizzicotti perché non comprendo come possano – Gomez e Travaglio – pubblicare articoli come i suoi (1). Dopo averci informato che la Magistratura lavora oramai, praticamente, soltanto per la classe politica (ne arrestano uno al giorno), pensano di sorvolare su tutto ciò che scrivono sul Fatto Quotidiano.
Non per questo, però, dobbiamo gettare alle ortiche secoli di libertà di pensiero – cari Gomez e Travaglio – poiché le male abitudini dei ladroni nostrani non coprono il silenzio assordante che l’articolo pubblicato genera. Se Dio vuole, siamo ancora in grado di reagire agli stalinisti (o squadristi, fate voi) della comunicazione parcellizzata, agli sterminatori del libero pensiero, nel nome di una sorta di “tutela” dei cittadini che neppure Platone si sognò mai, e tanto meno Rousseau.

Il nostro dott. Bella – così, tranquillamente – chiede il totale ostracismo dei prodotti omeopatici dalle farmacie italiane, nel nome della Scienza, quella ufficiale, con la “s” maiuscola, che conduce agli altari o getta nella fogna dirimendo i problemi con la spada, senza curarsi di ciò che è dibattito scientifico, filosofico, epistemologico e gnoseologico di 25 secoli.
Mi ricorda una vecchia pubblicità, dove una paffuta casalinga diceva “Mi lasci il mio Dash!”, stringendosi il fustino del detersivo al petto. “Mi lasci il mio Lavoisier”. Vero, Bella?

Non ho proprio nulla contro Lavoisier, perché funziona: i calcoli stechiometrici procedono alla perfezione, i risultati soddisfano pienamente le attese.
Ho avuto, però, dei seri dubbi quando lessi Steiner, molti anni fa, laddove sosteneva che la trasmutazione biologica degli elementi era possibile, citando un esempio sulla quantità di Calcio che veniva sottratto, annualmente, da un ettaro coltivato ad erba medica.

Non sono diventato steineriano, semplicemente ho avuto dei dubbi, come chiunque s’appressi a discutere una teoria scientifica, e ritengo che il liberalismo scientifico non si possa “correggere” con gli editti, pur riconoscendo che la Scienza non può essere “democratica”, poiché in un dibattito scientifico uno vince, e l’altro perde.
Proprio per questa ragione è necessario il massimo liberalismo in campo scientifico, perché molte teorie competano: è l’unico rimedio che conosciamo contro gli assolutismi. In tutti i campi. E mi domando: se un giorno qualcuno dibattesse e vincesse con una diversa teoria, perché dovrei negargli – oggi – la possibilità di farlo?
Ricordiamo che i salassi e le sanguisughe sono cose di poco più di un secolo fa.

Nemmeno sono un fan dell’omeopatia: personalmente, mi curai molti anni fa con l’omeopatia da un luminare dell’epoca in materia, senza rimediare nulla. A rigor di logica, dunque, potrei essere un detrattore convinto di tale teoria, ma non lo sono.
Perché?

Poiché non discuto della sintesi del dicloro-benzene, giacché è assodata da molto tempo la prassi per produrlo, bensì della scelta di un tipo di medicina, che è cosa assai diversa dalla Chimica. Difatti, la Chimica è una scienza, la Medicina non lo è, e non fa parte delle scienze esatte: un tempo usava dire “arte medica”, e non siamo molto distanti dal concetto di “arte”, se consideriamo la dicotomia dialettica fra malattia e malato.

Lei, chiedendo il bando dei medicinali omeopatici dalle farmacie, ha chiesto (e chi è, lei, per farlo?) l’ostracismo di una parte della Medicina, che non collima con i principi scientifici del nostro tempo – concordo con lei che, a rigor di logica, le diluizioni centesimali riducono il principio attivo a quantità infinitesimali – ma non è lei a dover decidere come, perché e se queste quantità influiscono oppure no sul binomio malattia/malato! Eppure, potrebbe darsi che quelle pochissime molecole, andando ad inserirsi in un meccanismo così complesso come la biochimica, umana ed ambientale, sortiscano oggi effetti poco conosciuti, ancora da spiegare. E lei, con un colpo di spugna, vuole cancellare tutto? Lasciamo solo i farmaci della medicina ufficiale: lo sa, vero, cosa significava pharmakon in greco? Veleno.

Inutile raccontarsela a lungo: c’è chi crede nel veleno che distrugge l’avversario e chi pensa, invece, di stimolare la risposta dell’organismo con piccolissime dosi di un altro veleno (spiegazione ridotta all’osso). Chi ha ragione? Non lo so, però ho la speranza che, domani, qualcuno riuscirà a completare il puzzle, spiegando più cose – in un senso e nell’altro – di quanto si riesce a fare oggi.

Facciamo un passo indietro, ed osserviamo a cosa porta una scienza che non si pone mai dubbi.

Per i biologi, quando una specie d’insetti si riduce ad esponente 2 (ossia sotto le cento unità) in un’area ampia si può definirla “non presente”. Questo è ciò che ha portato a dichiarare la zanzara anopheles “non presente in Italia”. Perché se 100 zanzare anopheles (per qualsivoglia motivo) sono presenti in tutta la superficie italiana si può pensare alla “non presenza”, dimenticando però che l’Italia, un tempo, era zona malarica in alcune aree paludose.
E cosa succede?

Che una bambina, la scorsa Estate, muore di malaria: una bambina trentina, che era stata al mare sulla riviera veneta. I medici, dopo attenta analisi (e molto ritardo nella diagnosi), in tre diversi ospedali…se l’anopheles non è presente nel nostro areale, non possiamo pensare che sia malaria…hanno escluso qualsiasi fonte di contagio interna al sistema ospedaliero.
Ma, circa vent’anni or sono, un’altra persona (che si salvò) fu infettata dalla anopheles in quel di Grosseto.
Due aree ex malariche.
Già, 10 alla seconda sul territorio italiano…cosa volete che sia?

Qualcuno ha cercato persino di sfruttare la faccenda a fini politici – basta con gli untori immigrati! – senza riflettere che un “passaggio” dalle coste turche (dove l’anopheles è endemica) è senz’altro più agevole su un mercantile in transito, piuttosto che nella canottiera di un sudanese.

Allo stesso modo, lei ha “condito” la sua assurda richiesta con la questione dei vaccini, sostenendo che l’insieme dei medici omeopati racchiude anche quelli contrari alle vaccinazioni de iure. Ma, scusi un particolare, io non sono medico, ma lei lo è? E anche se lo fosse, come potrebbe sentenziare su quale medicina devo scegliere? Al punto di proibire, sempre de iure, la vendita dei farmaci? Sostenendo che i farmacisti sono professionisti seri? E i medici omeopati cosa sono, dei cretini?

La scienza, quella vera dott. Bella, è costituita da certezze e da dubbi, sempre in perenne conflitto fra di loro e alla ricerca di un (impossibile) equilibrio: per questa ragione la vera scienza marcia con lentezza, quella sicura di tutto è la sua, dove basta un diktat staliniano per risolvere le questioni. E adesso le racconto perché lei può raccontare le sue edificanti storielle urbi et orbi.

Il caro “Fatto Quotidiano”, se si stipula un abbonamento “sostenitore” (costo 500 euro annui), dà la possibilità di scrivere sull’edizione on-line. Sempre che se ne abbia titolo. E qual è il titolo? Non importa…cacciano i soldi? Sono sostenitori? Capirete che parecchia gente, tanto per poter dire “sono un giornalista del Fatto…” risparmia sui pannolini del figlio e scova i 500 euro. I titoli?
Può essere “Ricercatore in Chimica Organica”, oppure “Chief Economist del Fondo Investimenti dell’Oman”, il primo dà il diritto di sentenziare su questioni mediche (e filosofiche) a chi ne sa meno di un barelliere, il secondo, invece, conferisce direttamente la carica di Ministro delle Finanze in pectore. Basta abbondare con roboanti titoli e tante, tante maiuscole fuori posto.

Ad abundantiam, narravano i Latini…che cresceva in ore stultorum…vero dott. Bella? Vero Gomez e Travaglio?


(1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/26/farmacie-senza-omeopatia-una-petizione-chiede-di-vendere-fuori-le-stregonerie/3878356/

13 settembre 2017

Ucraina: la rivoluzione “arancione” abbandonata a se stessa


La fotografia che osservate è stata scattata da mio figlio nello scorso mese di Agosto in un piccolo villaggio dell’Ucraina occidentale, uno di quegli agglomerati dove sembra di rivedere ancora Peppone e Don Camillo durante la loro divertentissima visita in URSS. Si notano 20 visi, che spaziano dagli adolescenti fino a persone decisamente anziane per andare in guerra: al centro una foto più in vista (forse un ufficiale?) ma la stranezza non è tanto quella di un monumento ai caduti così naif, quanto – a detta di mio figlio – che quel monumento gli era sembrato un’iniziativa locale, popolare, spontanea. Tanto per capire, a Leopoli non ha avuto modo di notare monumenti od altre iniziative di quel genere: probabilmente, quei venti morti erano persone di quei luoghi, generate dal “ventre molle” dell’Ucraina contadina, nati e cresciuti in quel villaggio ed in quelli vicini.

Questo è il miglior affresco che si possa mostrare per una guerra inutile, che già si sa chi la vincerà, ma non la vincerà nemmeno, perché un provvido armistizio metterà fine al macello, quando – finalmente – questa terra martoriata per l’assurda mania di tracciare confini sulla carta (come in Iraq, ad esempio) sarà divisa in quello che è (più realisticamente) l’Ovest europeo e l’Est russo, la cerniera fra lo sconfinato oriente e la ricca Europa, fra un mondo che ragiona ancora in termini di merci da commerciare ed un altro, che invece pensa solo in soldi da investire.

Comprendere le ragioni di una guerra, analizzando le ragioni geopoliche e geostrategiche è senz’altro più agevole che comprendere chi combatte, per qualcosa e contro qualcosa. Le analisi dei cosiddetti “esperti” sono impeccabili: Tizio ha agito così per difendere Caio, perché se Sempronio avesse vinto su Caio io avrei perso tot potere in quello scacchiere, in definitiva tot soldi in meno per la mia industria pesante, per le mie armi, il mio petrolio, ecc.
Sono, spesso, esercizi retorici necessari, perché aggiungendo un pezzo la volta si riesce a comporre il puzzle e, finalmente, terminare quel dannato file nel quale manca sempre un’inezia per sembrare credibile, e soddisfarci per il lavoro svolto.
Ma a cosa serve?
Della guerra ci sfugge sempre di più l’aspetto umano, quello della sofferenza e della morte, della miseria estrema, della fine della speranza. I giornalisti, oramai, sono sempre “aggregati” ai reparti combattenti – per “ragioni di sicurezza” (che non neghiamo affatto) – finendo così per raccontare solo quel che conviene allo Stato Maggiore.

Ho la possibilità di raccontare qualcosa sull’Ucraina perché mio figlio, nell’appena trascorso Agosto, s’è recato lassù per il matrimonio del suo amico ucraino, col quale si sente affratellato sin dai tempi della scuola media. Non pretendo di raccontare la guerra ucraina, ma di capire come è vissuta dalla gente.

Per prima cosa, vorrei ricordare che mio figlio era già stato lassù nel 2011, l’anno della maturità: fu il nostro regalo per la maturità. Quasi due mesi in Ucraina: tornò che masticava un po’ di russo/ucraino e con alcune bottiglie di vodka. I “vuoti”, per fortuna, rimasero là e tornò non troppo avvinazzato.
Il cambio, all’epoca, era di 1 : 10, ossia 100 euro per 1000 revnj, con un costo della vita (esclusa Kiev e le aree centrali delle grandi città) pressappoco uguale al nostro, ossia con un revnj acquistavi ciò che qui compravi con un euro. Vita da nababbo, dunque: colossali bicchierate di birra al costo totale di 5 euro, pranzi luculliani per la medesima cifra.

C’è da dire che il posto dove andò, e dove è recentemente tornato, è nell’estremo Ovest del Paese, nella regione (Oblast) di Ivano Frankisk. Vita di campagna, in villaggi di mille, duemila anime o ancora più piccoli, contenuti fra due curve di strade infinite che non sai mai dove portano e segnalati da tre lampioni stradali. Quindi, nessuna connessione con quanto sta accadendo nell’Est del Paese, dove Putin – lentamente, ma inesorabilmente – si sta “mangiando” quel che gli interessa, un boccone dopo l’altro.

Lassù, per due diciannovenni con un gruzzolo da spendere, la vecchia Moskvich del nonno a disposizione (l’unica che riusciva a reggere le strade di quei posti, vere e proprie piste zeppe di buchi) non dovette essere una brutta vacanza. C’era un discreto e diffuso orgoglio d’essere ucraini, anche se nessuno si sognava di spendere un revnj – peggio, un’oncia del proprio sangue – per la Patria.
Birra, vodka e ragazze, una patente comprata sul posto per una manciata di euro e tanto tempo per dormire e divertirsi. L’orto dove raccogliere ceste di cetrioli ed il fiume per pescare: cosa vuoi di più dalla vita?

L’idea che mi feci, quando tornò la prima volta, fu quella di un Paese allo “sbando moderato”, dove la vita agreste di un tempo riviveva ad ogni nuovo giorno e, quando dovevi raccogliere le patate, arrivavano un cavallo in affitto ed il vicino ad aiutare. L’inerzia di “nonno Breznev” continua ad aleggiare in quelle terre, dove non è nemmeno arrivata la meccanizzazione agraria diffusa, dove si continuano a saccheggiare ex cattedrali nel deserto di sovietica memoria, comprando, rubando, rivendendo, nascondendo…acciaio e macchinari, mentre altri trafficano vodka e patate e chissà cos’altro.
Una nazione che non ha mai superato la fine dell’impero sovietico ed il suo stalinismo – magari tollerato, in una chiave psicologica da “padre padrone” – ma, inevitabilmente, generatore di certezze. Quale è stato il futuro dell’Ucraina?

L’Ucraina non è la Russia: a Putin bastò (con grande abilità politica, lo riconosciamo) mettere in galera qualche oligarca finché non sputarono il rospo, ossia i soldi. Dopo, tornò a “pescare” dal grande pozzo dove c’è di tutto, dal gas al petrolio, dai metalli (tutti) ai diamanti.
L’Ucraina, invece, rimase quel che era: un posto di contadini, operai metallurgici, minatori ed infermiere grassottelle, che oggi sono tutte in Italia perché, facendo le badanti, inviano ai parenti – risparmiando, ad esempio, 300 euro il mese – l’equivalente (in moneta locale) di 3.000 euro. Questo nel 2011.
Oggi, al cambio, l’euro viene scambiato a quota 33, non più 1 a 10: per 100 euro, mio figlio ha ricevuto 3300 revnj, circa. Un’inflazione tremenda, tre volte in pochi anni.

Lassù, ha sentito dalla radio nazionale ucraina, che quest’anno (2017) sono emigrate in Italia (finora) 150.000 persone. Che vengono, in gran parte, assorbite dal mercato dell’assistenza, ma giungono anche maschi, che lavorano nei cantieri e nelle fabbriche.

La guerra, quella patriottica, non esiste: tutti fanno a gara per trovare amici e parenti che riescano, pagando, ovvio, a far saltare il servizio militare: cosa che, in un Paese con una corruzione forse maggiore che in Italia, riesce spesso.

I soldati che vanno in guerra, sono di due tipologie: gente di mezza età (30-50 anni) che hanno esperienza di guerra perché sono stati addestrati coi metodi dell’ex impero sovietico o negli anni successivi e giovanissimi, sui 20 anni, che ci lasciano semplicemente la pelle.
Quelli un po’ più vecchi sono i più ricercati (e pagati), per questa ragione o tentano la sorte per soldi, oppure scappano: ho conosciuto un camionista ucraino che da tre anni non mette più piede lassù. Dove vive? Sul camion, sempre sul camion salvo, raramente, quando visita parenti (come la sera che lo conobbi) in Italia.
L’immigrazione ucraina non viene avvertita come un pericolo in Italia: sono di religione cristiana (spesso cattolica) ed hanno i medesimi obiettivi di molti italiani: risparmiare per comprarsi una casa, oppure mettere finalmente il sedere sul sedile di un’AUDI alla quale, subito, fanno installare i vetri oscurati. Segno di distinzione e potere, probabilmente.

 Non ho cifre da fornire sulle perdite ucraine, perché lassù – a parte la solita propaganda di tutte le guerre, “noi le diamo e loro le prendono” – non si sa altro: cifre ce ne sono, ma sono talmente distanti, le une dalle altre, da risultare poco credibili. Intanto, le perdite civili vengono assommate a quelle militari, ma di quali “militari” stiamo parlando? Esercito regolare o milizie paramilitari, ossia mercenarie? Dell’altra parte si sa poco o nulla, perché di soldati regolari non si può ufficialmente parlare, ma di certo l’uso di certi sistemi d’arma nelle mani dei “ribelli” testimonia che qualche “istruttore” c’è senz’altro.
Inoltre, non dimentichiamo che i “ribelli” dell’Est hanno a disposizione le informazioni del sistema satellitare russo, preciso e puntuale, mentre all’Ovest non riteniamo che godano di completo appoggio.

In ogni modo, quelle 20 vittime di una guerra lontana 1500 chilometri, vittime ricordate in paesini di 2-3000 abitanti, parrebbero raccontare un salasso mica da poco. Anche la fuga dei maschi in età da servizio militare pare confermare la stessa cosa, catalizzata da una paura strisciante. Mio figlio, nei pochi giorni trascorsi lassù lo scorso Agosto, capì subito che non era il caso di toccare quel tasto: siamo qui per un matrimonio! Che la vodka scorra a fiumi!

Questa guerra ha un andamento lentissimo, propria di tutte le guerre civili: ricorda, per certi passi, il conflitto jugoslavo. Nelle miniere del Donbass – oramai quasi tutte in mano russa – il carbone viene “contrabbandato” verso Marjupol, ancora da “liberare”, affinché i fratelli “russi” non debbano soffrire per il fermo degli altiforni metallurgici. Nell’attesa della “liberazione”.
Così come le nuove autorità “russe” dell’Est emanano nuovi documenti anche per gli abitanti ancora “occupati”, aspettando l’Inverno, la stagione dove il carbone sarà necessario per non congelare e le conquiste, sul terreno, ricominceranno.

Intrighi ce ne sono tantissimi: uomini politici e magnati industriali trattano oramai su due fronti, perché l’Ucraina ha compreso d’essere stata abbandonata da tutti, Germania ed USA in primis. Le vicende di gasdotti superano, per importanza, quel misero conflitto e Putin conviene tenerselo buono, così come Trump non desidera nuove guerre, fredde o calde, con l’inquilino del Cremlino.
Così, Putin può permettersi di sentenziare “Fin quando gli ucraini avranno pazienza…”

I dirigenti di Kiev si rendono conto che sono destinati a regnare su un’Ucraina molto ridotta (perderanno Crimea e Donbass), ma sanno anche che il peso della sconfitta sarà loro addossato subito dopo l’armistizio: prendono tempo, cercando d’arricchirsi il più possibile finche hanno ancora tempo. Domani, si vedrà.
Intanto, altri ragazzini (per obbligo) e quasi vecchietti (per soldi) si preparano a morire nell’Inverno che è alle porte: può darsi che, presto, l’ONU sarà chiamato in causa per delineare un armistizio, poi una futura pace con revisione dei confini.

E’ l’unica soluzione: troppo sbilanciate le forze in campo.
Come i nostri morti della Prima Guerra Mondiale, qualcuno andrà all’assalto, si muoverà nelle trincee scavate nella neve per conquistare un fazzoletto di terra, un ponte, una strada, fino all’ultimo istante.
E’ vero che la guerra accompagna il genere umano dai primordi ma, in casi come questo, quando non c’è più nessuna speranza, l’ONU dovrebbe intervenire per mettere fine ad un disastro annunciato e comprovato sul territorio.

Speriamo che qualcuno si svegli, per quei ragazzi di vent’anni, per quei vecchietti che mai si sarebbero aspettati di ritrovarsi con un fucile in mano. Speriamo.

06 settembre 2017

La Corea ha veramente le armi che ostenta?


Quando, nel 2001, pubblicai “L’impero colpisce ancora” per Malatempora, avvertii che, lassù in un angolo dell’Asia, qualcosa si stava muovendo…ma si sa…Malatempora era una piccola casa editrice ed io uno scrittore sconosciuto. Oggi, quei frutti sono maturati, e l’intero Pianeta ha paura.
La vicenda politica, il dissidio fra Corea del Nord e Stati Uniti, sta lentamente venendo alla luce: in un quadro di sessant’anni di guerra fredda ai suoi confini, la Corea del Nord ha deciso di non fare la fine dell’Iraq e della Libia (che, ricordiamo, erano insieme nel “Asse del Male”).
Per non finire a gambe all’aria, decise in anni lontani di promuovere la ricerca in campo missilistico e nucleare ad uso proprio, mentre i vettori erano, ovviamente, sul mercato internazionale: la Libia, ad esempio, acquistò missili coreani verso gli anni 2000, per poi distruggere tutto e consegnarsi, mani e piedi legati, agli USA & Co.
A ben vedere, la Corea del Nord ha seguito le orme di un altro “Stato del Male”, ossia l’Iran. Evidentemente, conviene essere “Stati del Male”, perché gli altri finiscono come sono finiti. Fagocitati dagli appetiti americani.

Quando Trump ha avvertito Pyongyang che uno Stato nucleare ha degli obblighi (la non proliferazione, il mercato controllato, ecc) ha sfondato una porta aperta, giacché i coreani non hanno mai venduto bombe atomiche, bensì missili. Ci sarebbe da chiedersi da dove sono arrivate le atomiche pakistane, indiane ed israeliane, ma su questo tutti tacciono: il “club” nucleare è a numero chiuso, e se non ha la tessera giusta non puoi entrare.
In altre parole, Pyongyang ha falsificato i documenti ed è entrata dalla porta di servizio. E vuole giocare al tavolo buono, perché è lì che fioccano i soldini e non si deve parlare di sanzioni.

Dobbiamo aggiungere, perché la stampa ufficiale non lo dice mai, che sorvolare con un missile il territorio di un’altra nazione non viene considerato un atto ostile, giacché gli apici di traiettoria sono ben al di sopra dei rituali 60.000 piedi, la quota più alta raggiunta dai velivoli militari.
Anche sull’efficacia dei sistemi anti-missile ci sono molti dubbi: i missili raggiungono gli apici di traiettoria in pochissimi minuti (5-10), e dunque manca il tempo per organizzare una credibile controffensiva.
I famosi “Patriot” non riuscirono ad intercettare gli SCUD iracheni, che uccisero circa 150 cittadini israeliani e nemmeno i successivi tentativi americani di una credibile intercettazione hanno convinto: molti fallimenti, ed una frettolosa certificazione positiva alla prima intercettazione. Non mi ha stupito che il Giappone lasciò passare il missile coreano senza nemmeno provarci. A che pro, poi? La traiettoria era quella di un missile destinato a finire nell’oceano.

Il punto da chiarire è se i coreani hanno veramente quel che dicono di avere, oppure se bluffano.
Il programma missilistico iniziò in anni lontani, quando l’URSS consegnava qualche vecchio SCUD ai suoi alleati, tanto perché si sentissero “affratellati” nel grande universo socialista dove Mosca, ovviamente, dominava. Fin qui, nulla d’eccezionale.
Ma il nonno dell’attuale premier “ciuffetto” – Kim-Il-Sung – era un politico di razza della leva di Mao e di Ho-Chi-Minh, e seppe mettere a frutto quei piccoli, farraginosi, vecchi SCUD. Questo accadeva fra gli anni ’70 ed ’80.
Da quei primi missili nacque il Rodong1, che era uno SCUD migliorato con una gittata di 1000-1500 km, mentre gli SCUD iracheni non raggiungevano certo quelle distanze. Ma siamo negli anni ’90, tempo al tempo.
I coreani mutano strategia: hanno compreso che, se continuano solamente a raffazzonare qualcosa acquistato all’estero, non andranno da nessuna parte: ciò distingue la Corea del Nord e l’Iran dall’Iraq e dalla Libia. In sostanza: capacità interne in termini ingegneristici, elettronici e (poi) nucleari.

Il grande salto avviene col progetto del Taepodong1, un missile bi-stadio in grado di raggiungere gittate fra i 2000 ed i 6000 km, in funzione del carico assegnato. Per questa ragione i coreani hanno puntato molto sulla miniaturizzazione delle testate, e i risultati degli ultimi lanci sembrano confermare questo successo tecnologico.
Curioso, poi, il metodo usato per costruire i vari stadi dei missili, i primi a combustibile liquido (più difficile da trattare) e gli ultimi con stadi già a propellenti solidi, più sicuri e maneggevoli.
Hanno “composto” – un po’ come giocare con il Lego – i missili utilizzando come singoli stadi missili più vecchi, con motori più affidabili: difatti, i lanci falliti sono tutti da attribuire al “flop” dei sistemi d’accensione automatica dei vari stadi.

Anni 2000, compare un nuovo missile, il Taepodong2, missile tri-stadio, e i giochi si fanno più seri, perché il missile ha una gittata di 4500-9000(?) km, sempre in funzione del carico assegnato.
E’ probabilmente un missile di questo tipo ad aver attraversato l’isola di Hokkaido (Giappone) per poi cadere in mare, ed è con questo tipo di missile che le minacce all’isola di Guam hanno preso corpo. Ma non finisce qui.

Tutti s’aspettavano il Taepodong3, un vero ICBM in grado di raggiungere i 13000 km di gittata, ma tutto tacque su questo nuovo progetto.
Con gran furbizia, i coreani decisero di spostare l’obiettivo dei missili, da missili balistici a vettori spaziali, e sono riusciti con due lanci – nel 2012 e nel 2016 – a mettere in orbita qualcosa.
Ma, ai coreani, importava poco mettere in orbita qualsiasi cosa (attività considerata lecita): semplicemente, lavorando sul nuovo missile – definito Unha – hanno acquisito il know-how per costruire i grandi ICBM, necessari per raggiungere il rango di vera potenza nucleare.

Oggi, qual è dunque la situazione?
Premettendo che i coreani stendono molte cortine fumogene su nomi e dati dei loro missili, con i missili Rodong potrebbero colpire agevolmente la Corea del Sud, e con i Taepodong1 il Giappone. Con il Taepodong2 possono, probabilmente, raggiungere Guam, dove sono stanziati migliaia di soldati statunitensi.
Ma anche senza un attacco a Guam, un attacco nucleare sulla Corea del Sud e sul Giappone (dove gli USA hanno grandi basi militari) sarebbe disastroso. E gli USA lo sanno: difatti, i consiglieri militari di Trump hanno cercato in tutti i modi di fargli capire che sì, “tutte le opzioni sono sul tavolo, ma non sono praticabili”.
Putin ha affermato grosso modo la stessa cosa, ed anche i cinesi chiedono che la vicenda confluisca in una trattativa, fermo restando che il rango di potenza nucleare, oramai, alla Corea del Nord va riconosciuto.

Spero vivamente che i coreani lancino il loro missile Unha in versione ICBM con un lancio di prova nell’oceano: questo metterebbe fine ai dubbi (se possono oppure no raggiungere il continente americano), anche se la prospettiva di una guerra nucleare “lampo” – che, comunque, lascerebbe milioni di persone uccise, ferite, a vivere in un ambiente non più ospitale – dovrebbe bastare per scendere a patti.

Nella visione statunitense, la Corea del Sud sta lentamente scivolando verso la figura del vecchio Vietnam del Sud, ossia di una propaggine americana nel continente asiatico. E’ una visione vecchia, da Risiko, di un uomo vecchio come Trump, che non considera il nuovo mondo multipolare che, invece, sia la Russia e sia la Cina ben capiscono.
L’Europa? Quando si è materializzata la paura d’essere anche noi sotto “l’ombrello” nucleare coreano, la Francia ha avuto un ritorno di fiamma d’antica “grandeur”. Ma tutto è finito lì.

Scatenare una guerra nucleare senza che vi sia una ragione di tipo economico o geopolitico –e, ribadisco, per quanto mi sforzi non riesco a trovarne di coerenti con i rischi che si correrebbero – mi sembra una follia: ma forse stiamo solo parlando di bulli di paese, che hanno l’arma nucleare al posto del coltello. Pronti, entrambi, a richiudere la lama al primo sguardo ammiccante: così andrà a finire.

State tranquilli e godetevi questi ultimi scampoli di una legislatura frizzante come un succo di melanzana, con uno spruzzo di birra tedesca e due patatine americane come contorno. Una vera delizia.

29 agosto 2017

E vai! Il profugo e il manuale Cencelli

Nel Marzo del 2016, il Governo (Renzi) bandì una gara per sistemare 1700 profughi nella provincia di Vicenza (1), e queste furono le principali offerte per la partecipazione al bando:
1) Cooperativa Con te di Quinto Vicentino 370 posti
2) Hotel Adele 280 posti
3) Tourist hotel di Sandrigo 150 posti
4) Ecofficina educational di Battaglia 135 posti.
Altri, con minori posti letto, si aggiudicarono i rimanenti per giungere a 1700, con un costo stimato di 35 euro/giorno (per due anni): totale, circa 43 milioni di euro.

Chi sono i proprietari di queste strutture?
I più importanti ruotano nella galassia cooperativa PD, ma c’è anche una sorpresa: l’hotel Adele (ed altre strutture) è di proprietà di Gedorem Andreatta, consigliere grillino di Marostica. L’albergo, per inciso, prima del 2015 era sull’orlo del fallimento. Oggi, nel business ci sono la socia, Samanta Zardo, la di lei sorella e la madre delle due donne, Meri Stiller, che si occupa della “transumanza” dei migranti, dal Canale di Sicilia al Vicentino. Gli affari vanno a gonfie vele, al punto che Andreatta ha distribuito ai soci dividendi per 4 milioni di euro (2). Viva la solidarietà!

Potremmo metterci a fare i conti della serva su quanto costi mantenere questa gente: si spenderanno, realmente, 35 euro/giorno per migrante? I “conti della serva” raccontano che una cifra di 10 euro per il cibo sia più che abbondante (soprattutto considerando le economie di scala), mentre per la gestione alberghiera scommettiamo mezzo c…ne che sono appaltati ad aziende d’altri migranti, magari dell’Est europeo? Che, come ben sappiamo, pagano il personale pochissimi euro l’ora.

Oggi, nuovo bando per 2900 profughi (sempre a Vicenza) per un totale di 74 milioni di euro che, non stentiamo a credere, giungeranno nelle tasche dei soliti noti: il manuale Cencelli tutti accoglie e ripartisce, secondo il “peso” elettorale.

Tutto il piano, dunque, ci racconta di una colossale raccolta di fondi a scopo elettorale: voti, per il personale italiano impegnato nell’operazione, e soldi, con i quali pagare altri voti. Come? Dai 50 euro a scheda fino al personale delle associazioni, fondazioni, centri studi, ecc, ecc. bel sistema, vero? Con quello che stanzia lo Stato per due profughi (70 euro), con 20 li mantieni e con gli altri 50 ti compri un voto! Siano benedetti i profughi!

Il problema si è generato per risolverne un altro, che non trova soluzione dai tempi del colonialismo.
Come ben sappiamo, AREVA sta “masticando” le alture sahariane del Ténéré nigerino, altre nel Ciad, per estrarre Uranio puro: per 1 kg di Uranio grezzo (da arricchire), si generano 5.000 tonnellate di scorie, il carico di 120 autocarri da cava. Per un solo chilo. Queste scorie, ancora radioattive, vengono accumulate dove capita, senza tener conto degli abitanti.



Altro scenario, il delta del Niger: inferno dantesco fatto di paludi ricoperte da strati di greggio, dove ogni tanto – ma, oseremmo dire “ovviamente” – scoppiano incendi che mandano in fumo intere regioni.



Ovvio che nessuno vuole mandare i propri figli a scuola su strade che, a lato, hanno due “muraglioni” di scorie radioattive (Ciad) e nemmeno andare in fumo con quel miscuglio di greggio e mangrovie rachitiche.
Non dobbiamo, però, prendercela con i soliti amerikani kattivi, perché ci sono dentro tutti, fino al collo, europei compresi (dov’e si trova la Francia di AREVA?): anche qui, dobbiamo ricorrere al vecchio Mao Tse Dong, il quale – riferendosi al Vietnam – soleva affermare di non avercela con gli americani, bensì solo con il loro governo. Che non è proprio la stessa cosa, solo perché Wall Street si trova negli USA?

Volente o nolente, l’Africa è proprio terra da pipe: non bastano deserti come il Sahara ed il Kalahari, ma tutto il continente ha una conformazione geologica che lo condanna (salvo poche aree) ad un’agricoltura di sopravvivenza. Per contro, in Africa potrete trovare qualsiasi tipo di minerale, e questa è la sua sfortuna secolare.
Belgi, Inglesi, Boeri, Spagnoli, Francesi, Italiani, Tedeschi, Statunitensi…e chiunque sapesse tenere in mano un fucile l’hanno percorsa in lungo ed in largo, compresi gli schiavisti primari, ossia gli Arabi. Kitchener ci lasciò la pelle a Khartoum, Ghandi fuggì in India, Gheddafi morì in uno uadi secco con una baionetta piantata nel culo. Per cosa? Sempre per quella manciata di minerali.
Non ricordo chi lo affermò, se Luttvark, Kissinger o chi altro…che, per mandare avanti l’apparato estrattivo dell’Africa, erano sufficienti 50 milioni d’abitanti. Gli altri ci tocca mantenerli: potremmo sì lasciarli al loro destino (e, magari, se la caverebbero in qualche modo) ma, ma…non si può!

Dobbiamo “aiutarli” a casa loro, perché noi – a casa loro – ci dobbiamo restare per forza: abbiamo bisogno del loro petrolio e del loro Oro, del Manganese, del Nichel, del Cobalto e poi Rame e Stagno, Argento ed Indio, Germanio e Wolframio, Rutenio e Piombo, Selenio, diamanti, gas…ecc, ecc, ecc, ecc…
A dire il vero c’è un altro posto dove si può trovare di tutto, ma si paga dazio: Napoleone ed Hitler ci provarono, ma quelle genti non sono disposte a svendere a prezzi stracciati, ed il generale Inverno ha sempre una stelletta in più del Capo dell’Esercito.
Perciò, non facciamo della geopolitica da straccioni strappacuori nei confronti dell’Africa: la vogliamo, ma senza (o con pochi) africani. Tutto qui: più minerali e poca gente da mantenere. Fine.
Poi, si dà il caso che Lampedusa sia più a Sud di Tunisi e dunque…no, non vanno fino a Marsiglia, ma si fermano prima: siamo o non siamo il “ponte” fra le due sponde del Mediterraneo?

La soluzione – quella definitiva – sarebbe in soli due passi:
1) Aprire una trattativa sul costo dei minerali grezzi, aumentando – ma di poco, credetemi – il prezzo dei vari minerali. Non trattare più con i soliti Gauleiter nominati dalle holding internazionali, bensì con un organismo composto pariteticamente dai rappresentanti degli Stati africani. Se l’ONU battesse un colpo, ogni tanto…no, meglio che non lo batta, abbiamo già visto il seguito.
2) Permettere la nascita di vere democrazie in Africa, poiché – oggi – non c’è nessuna forma di Stato che non sia controllata e sorretta dai servizi di questo o quel Paese, nel nome del commercio internazionale a prezzi stracciati.

Comprendo che possa apparire come un sogno, ma sarebbe opportuno iniziare a capire ed a far circolare queste idee: altrimenti, abituiamoci a numeri ben più grandi di quelli attuali. Oltretutto, questa pressione demografica “scardina” i bilanci degli Stati europei mediterranei, indebolendoli nei confronti dell’Europa del Nord (che commercia e usa proprio quei materiali). Insomma, ci usano come un immondezzaio, dal quale pescare – eventualmente – qualcuno se le necessità della produzione lo richiedono.

Quando Saif Al Islam Gheddafi (l’unico figlio di Gheddafi ancora vivo) ci avvisò, nel 2011: “Non fateci la guerra: oggi tocca a noi, domani toccherà a voi”, furono parole profetiche: non siamo forse governati dai Gauleiter nominati da Berlino o da Washington? E facciamo i custodi del loro immondezzaio.

Figure che si sono opposte a questo sporco mercato delle grandi holding euroamericane, ci sono state: Mattei fu una. Lo ammazzarono. Thomas Sankara, in Burkina Faso (ex Alto Volta) fu eletto democraticamente e, ricordo, vendette tutte le Mercedes istituzionali e le sostituì con delle Renault 5. Quando fu assassinato, aveva un conto in banca di 150 dollari, una chitarra e la casa dove era nato. Gheddafi fu meno “francescano”, ma la Libia, sotto di lui, divenne per ricchezza il secondo stato africano (dietro al Sudafrica che fu di Mandela).

Vogliamo derubarli fino al midollo? Non lamentiamoci se scappano: domani, con la popolazione italiana in picchiata demografica, saranno loro a gestire il nostro Paese. Non c’è altra storia, le vicende migratorie mostrano questo, ovunque, dalla Cina alla California, dove i messicani sono la maggioranza.

Nessuno ha voglia di vedersi taglieggiare stipendi e pensioni perché Renzi ed il suo portaborse Gentiloni hanno bisogno dei quattrini per sfamare questa gente. Ma, anche se l’UE ci ha dato 600 milioni per aiutarci ad affrontare il problema, non bastano, certo che non bastano: soprattutto perché, terminato lo stanziamento biennale (e relative ruberie), non si sa che fine farà questa gente. E’ anche vero, però, che i politici italiani hanno il ruggito dell’agnello in Europa, ma questo spiega perché il Gauleiter Renzi non è mai stato votato od eletto da nessuno. Capito mi hai?
Insomma, se vogliamo “volare basso”, continuiamo con le gazzarre fra il pistola della Lega ed il pistolino dei 5 Stelle, fra un Papa così “angelico” e caritatevole che pare quasi simpatico – ottima scelta mediatica, vero? Le Organizzazioni Caritatevoli ringraziano… – e qualche erede di una sinistra maneggiona, barbuta e puzzolente.

Oppure vogliamo credere che sia una “tratta” di esseri umani per arricchire le mafie di mezzo mondo? Gli scafisti sono dei malavitosi? Le ONG sono colluse con la mafia? Servono schiavi per raccogliere pomodori? Reni e cuori a basso prezzo per l’industria trapiantistica, che così riesce vendere la Ciclosporina per tutta la vita ad una persona, e Novartis vede il proprio titolo salire in Borsa? Può essere, ma questi sono soltanto corollari del problema.
Va tutto bene per cianciare ma, ditemi: qual è la ragione di tutto ciò?

Lo ha raccontato, molto sinteticamente, Massimo Fini in un libro memorabile: Il Denaro, sterco del Demonio.
Tutto il resto, serve solo a riempire i giornali ed i Tg, prima delle partite…della classifica, poi il Lunedì che viene…e allora si maledisce, s’inveisce, si bofonchia, si grida “al lupo”, è colpa di questo e di quello, della moglie o del cognato, della zuppa di pesce che m’è rimasta sullo stomaco…
Ma per favore: un po’ di serietà.

13 agosto 2017

Ministro Fedeli: perché vuole istituire le classi differenziali?

Mi ero ripromesso di non parlare più di scuola, giacché sono in pensione da alcuni anni e la scuola rappresenta un passato che non m’appartiene più, dal quale sono lontano e non più coinvolto: anche le cosiddette “amicizie” con i colleghi si stemperano, altre li sostituiscono, così è la vita.
Però, la notizia che saranno istituiti corsi quadriennali per la Secondaria Superiore (Licei, Istituti Tecnici,ecc) mi ha colpito: significa non avere compreso nulla dello stato della scuola italiana e, in fin dei conti, ubbidire agli ordini dall’alto senza fiatare. Cosa più determinante, senza pensare.
Vorrei sfatare una leggenda metropolitana che va per la maggiore – la scuola non serve a niente…ognuno fa per sé…è la vita ad insegnare, ecc – ed altre, simili baggianate: chi fa queste affermazioni non capisce niente d’educazione, dalla quale dipenderà in gran parte la qualità, in termini di cittadinanza attiva e di capacità critica, delle generazioni future. Ricordavo ai miei allievi che s’entrava nella scuola quando da poco avevi mollato il ciuccio e ne uscivi magari col fidanzato/a che ti aspettava in macchina.

Inoltre, per avere una visione “panoramica” della scuola è necessario averla vissuta da studenti e da insegnanti, per capire cosa si prova di là e di qua della cattedra.
Spicca, in questo senso, la pochezza della nostra classe politica che, per quanto ricordi, mai nominò un insegnante all’Istruzione: qualche (rarissimo) docente universitario e poi, stuoli di funzionari, manager, avvocati, politici di carriera…ecc, ecc…

Oggi, tanto per lasciare il segno della sua presenza a viale Trastevere, il ministro Fedeli ha voluto varare la sua “riformina”, cosicché qualcuno la ricorderà negli annali: 100 prime classi del percorso Superiore – per ora a livello sperimentale, una sola sezione per Istituto che lo richiederà – da quest’anno dureranno 4 anni al posto dei rituali 5.
E avranno anche l’insegnamento in lingua (per la grande maggioranza sarà l’inglese) di una materia non linguistica: immaginatevi cosa può voler dire la Chimica, la Fisica, la Storia o la Filosofia in inglese.
“L’Europa lo vuole”: falso, solo Spagna, Francia, Regno Unito, Portogallo, Ungheria e Romania – sono 6 – hanno corsi quadriennali, ma in un quadro generale della scuola diverso dal nostro. Potremmo far notare al ministro che gli altri 22 Paesi hanno impianti quinquennali. Eppure, la novità viene spacciata “per uniformarsi all’impianto europeo”. In realtà, è soltanto uno dei tanti “risparmi”.

Qualcuno riesce a vederne anche aspetti positivi – come Manlio Lillo, che si presenta su Fatto Quotidiano come “archeologo e giornalista” (1) – e, specificatamente, due:

1) L’abbreviazione del percorso di studi;
2) La riduzione dell’abbandono scolastico.

Entrambi questi aspetti positivi – a suo dire raggiungibili mediante la riforma – mi paiono solenni fregnacce.
Il primo è una colossale tautologia, poiché non spiega come, in quattro anni, si possa far meglio che in cinque (quando, oggi, alla maturità ti rispondono che Puskin è un cantante).
Il secondo, invece, denota che Lillo non conosce i problemi della scuola, ma tanto gli basta per pontificare dalle pagine del giornalone “democratico”.
L’abbandono alla quarta classe deriva da problemi ben precisi, alcuni risolvibili, altri no:

1) Gravi problemi psichici e/o fisici, che alterano gravemente la volontà. Spesso, l’accettazione della ripetizione dell’anno scolastico può essere una buona soluzione. Se basta.
2) Presa di coscienza d’aver sbagliato scuola o, comunque, la progettazione della propria vita. Questo dipende, in gran parte, dall’aver ignorato l’errore di orientamento in Terza Media: le scuole ricevono tot soldi per alunno/a dallo Stato e i presidi non vogliono ascoltare chi propone la necessità di re-orientare gli allievi, che mostrano segni d’insofferenza al corso di studi, verso altre scuole. Le famiglie s’impuntano, i ragazzi soffrono: è la situazione più difficile da gestire.

La soluzione che Lillo appoggia, seppur anacronistica, è: smetti in quarta? E noi t’accorciamo il percorso! E’ una scelta senza motivazioni né implicazioni pedagogiche: se si “fa tutto” in soli quattro anni, chi garantisce che non cedano prima?

Su quel “fare tutto” in soli 4 anni, poi, io ho grossi dubbi. Già per “far prima” è stata abolita dal corso di studi la Geografia: non ci meravigliamo se i nostri figli piazzano Macerata dal Friuli alla Sicilia. La soluzione? Appiccichiamo loro un bel GPS sulla schiena? Oppure devono consultare l’onnipresente cellulare per spostarsi di 30 chilometri? Quando incontro un TIR che procede, smarrito, con un codazzo di automobili dietro a passo d’uomo, su una strada di montagna che è sì una scorciatoia, però…mi viene da pensare.
Ma anche nelle altre materie la differenza si vede, si nota chiaramente: a conti fatti – ossia, ad esempio, la capacità d’affrontare versioni di autori latini – le abilità di un allievo del 5° Liceo Scientifico sono pressappoco quelle che la mia generazione aveva in terza media. Provato sul campo.

La nostra generazione ha ancora “preso” il bene ed il male della Riforma Gentile, ed i mali li ha interiorizzati al punto di ribellarsi – giustamente – a delle impostazioni anacronistiche e velleitarie, solo buone per farti capire l’obbedienza. Ma c’era anche il “buono”.

Quando la campanella d’inizio lezioni terminava di squillare da mezzo secondo, e tu aprivi la porta della classe, l’insegnante ti riceveva con un bel “Buongiorno Bertani, ci rivediamo domattina”. E vai dal preside a spiegare, spiega a casa dopo…il mattino dopo, le gambe affrettavano da sole il passo.
Nel triennio superiore, era uso dare del lei all’insegnante ed essere corrisposti con egual appellativo: ciò ti dava la misura che stavi crescendo, e che le tue responsabilità aumentavano. A sedici anni, non c’era solo la patente per la motocicletta: dovevi iniziare a pensarti uomo, e gli insegnanti te lo mostravano.
Pochi anni fa, ho riammesso due fratelli alle 9,30 del mattino con una semplice R sul registro. Per curiosità chiesi loro dove fossero stati. La risposta fu avvilente: “Dal barbiere”. Poi, senza ritegno: “Le piace come me li ha fatti, prof?”

Il “buono” della riforma Gentile era che puntava molto sull’educazione e, volente o nolente, eri obbligato ad uscire – da qualsiasi corso di studi – con una mente ordinata e conoscendo il pregio del rispetto, verso gli altri e verso te stesso.
Il male della Riforma Gentile (riedizione della Riforma Casati, dell’800) era il classismo: per Gentile esistevano solo gli studi classici, gli altri erano solo dei parvenu. Curiosità: il Ministero dell’Istruzione è coordinato in “Divisioni”. C’è la Divisione per l’Istruzione Classica e Magistrale, poi quella per l’istruzione Scientifica e Tecnica: i due Licei, che parrebbero fratelli, nella mente di Gentile erano soltanto lontani cugini.

Cosa mi fa pensare che il liceo quadriennale non sarà quella meraviglia come raccontano? Alcuni ricordi lo impediscono.

Il primo è stampato nella mia mente come se fosse successo oggi: scrutinio finale di una Terza Scientifico. Si sta discutendo sulla promozione a Settembre o sulla bocciatura di un allievo: si tarda a votare perché l’orientamento è per la bocciatura. La preside interviene: “Ma di chi è figlio questo?” Promosso con tre materie a Settembre.
Scrutinio di una Quarta Scientifico. Un collega si alza, pallido, ed afferma: “Devo comunicare al Consiglio che mi è stata fatta un’offerta in denaro per non bocciare Tizio”. Cala un silenzio gelido, come se dal soffitto dell’aula pendessero i ghiaccioli. Tanto per rompere il gelo, la butto lì: “Beh, hai fatto male a dircelo: adesso ti toccherà dividere!”
Il gelo rimane, appena appannato da sorrisi forzati: tutti comprendono la gravità della situazione. La preside si riprende, inizia a proporre una meditazione sul percorso delle vacanze estive: chiamata dal giudice, deposizione, magari rimanere a disposizione…poi l’eventuale processo, andare a testimoniare – e come fa a dimostrarlo? Non lo dice, ma la sostanza è tutta lì! – insomma, finisce con quatto materie a Settembre.

Per questa ragione non credo al piano quadriennale, poiché mi sembra un nuovo liceo degli asini d’oro truccati da cavalli da corsa, mentre i corsi quinquennali saranno, in pratica, delle classi differenziali.
Sarà il liceo dei figli di “qualcuno”, che avranno lezioni private e tutor per ogni materia: promozioni comprate a suon di soldoni…altro che “eccellenze”, altro che “cultura laboratoriale”, “sperimentazione in itinere”…quante cazzate mi toccherà ancora ascoltare, dopo anni che me ne sono andato? Devo immaginare che, quello che con gran fatica si riusciva ad ottenere in cinque anni, s’otterrà in quattro?

Già, dimenticavo che ci vuole magia per ottenere questo bel frutto: ecco la ragione per cui, al Ministero, hanno nominato Maga Magò! E c’è anche chi ci casca, come Lillo che, appannato da imperituro buonismo, cerca “aspetti positivi”!

Scusate il disturbo: prometto che non scriverò più niente di scuola.