25 novembre 2009

Determinismo brigatista?

Nonostante la gran panoplia d’informazione presente sul Web, raramente si parla di brigatismo, lotta armata ed argomenti correlati.
Alcuni giorni or sono, furono recapitate ad alcuni quotidiani[1] delle lettere contenenti una sorta di “comunicato strategico”, che richiamava ad anni lontani, ed il Ministro dell’Interno Maroni ha recentemente esternato “preoccupazione” per l’evento.
Scorsi rapidamente la notizia, direi superficialmente, troppo superficialmente. Perché?
Poiché la teoria del complottismo ci ha abituati prima alla dietrologia che all’analisi, e dunque frettolosamente si conclude che, ciò che fa comodo al potere, è frutto inequivocabile del potere stesso.

Ci sono alcune defaillance in questi sillogismi: uno, ad esempio, riguarda gli shahid che si fanno saltare per colpire le truppe occidentali in Oriente. I quali, inequivocabilmente, esistono. Al prezzo della propria vita.
Non desideriamo entrare nel tourbillon delle opinioni che riguardano il “dopo 9/11”, poiché ci condurrebbe lontano dai nostri intenti, bensì sottolineare che – se qualcuno ritiene Al Qaeda una “succursale” del Pentagono (chi scrive non è fra questi) – quelli che si gettano con l’auto carica d’esplosivo contro i convogli militari sanno di morire, e la motivazione per giungere a tanto deve essere forte, radicata, convincente.
Chi vorrà approfondire le motivazioni del martirio islamico potrà trovare una breve spiegazione in nota[2], anche se non è questo l’argomento che andremo a trattare: ricordo, quando scrissi il libro su Al Qaeda[3], che una fonte citava, per il solo Pakistan, una “forza combattente” pronta a morire di circa 135.000 unità, formatasi, negli anni, nelle madrasse pakistane.

Il dato non è assolutamente incoerente, se si considera la popolazione del Paese (all’epoca, circa 150 milioni di persone), il reddito pro capite assai basso, l’alta sperequazione nella distribuzione della ricchezza, la diffusione dell’Islam di matrice wahabita ed il difficile accesso all’istruzione.
Considerate queste ragioni, non è certo azzardato concludere che milioni d’adolescenti pakistani siano “passati” nelle madrasse finanziate dalle varie organizzazioni caritatevoli islamiche, e che una parte di essi abbia maturato la convinzione di diventare martire per la causa.
Altrimenti, non potremmo spiegarci il costante “flusso” d’attentatori suicidi che continua, da anni: in altre parole, il quadro presentato è coerente.
Anche se le modalità d’intervento furono diverse (più per noi occidentali che per i musulmani), dovremmo anche riflettere sulle migliaia di combattenti islamici dapprima presenti in Libano, poi in Bosnia, in Cecenia, quindi in Iraq, Afghanistan, ecc.
Tutto ciò, per dire che le condizioni economiche, le culture tramandate, la presenza d’organizzazioni sul territorio ed altri fattori possono generare frutti come questi. Ovviamente, potremmo dissertare all’infinito sui finanziatori, sui “controllori” di queste operazioni, ma ci condurrebbe lontano perché è dell’Italia che desideriamo parlare, non del terrorismo di matrice islamica.

Maroni, come in altre occasioni, è solito “gettare il sasso nello stagno” per poi ritrarre la mano: attenzione – come nel caso del traffico d’organi – Maroni non è solito “sparare” panzane, poiché quel traffico sui migranti fu acclarato già nel 2004, in un dibattito a “porte chiuse” della Sanità Britannica. Semplicemente, pare dimenticarsi che – un Ministro dell’Interno – non può semplicemente lanciare il sasso nello stagno per poi stare a guardare i cerchi dell’acqua. Un Ministro dell’Interno, che comunica notizie di tale gravità, deve far seguire alle parole gli atti.
Non abbiamo nessuna difficoltà a credere che gli inquirenti stiano indagando su queste “Nuove BR”; ciò che ci ha colpito è un altro aspetto del problema: è “coerente”, con la realtà italiana, una nuova diffusione del fenomeno brigatista?
Per questa ragione abbiamo preferito porre all’attenzione dei lettori la questione pakistana – non per improbabili “saldature” fra i due fenomeni – ma per rendere un parallelismo nell’analisi che andremo ad esporre.

Maroni afferma che esistono delle “Nuove BR”, le quali hanno comunicato d’esser organizzate in nuclei territoriali in alcune città del Nord: ovvio, che qui – per i particolari della vicenda – dovremmo credere sia a Maroni e sia alle Nuove BR. Un po’ troppo.
Siano oppure no organizzate territoriali, armate o sedicenti armate, le nuove organizzazioni combattenti di matrice leninista non ci sembrano affatto, nell’attuale panorama politico ed economico italiano, una bestemmia.

Eppure, dobbiamo premettere che la situazione economica italiana non è certo quella pakistana e nemmeno quella statunitense, con il 15% della popolazione sotto la soglia di povertà. Obama gira il mondo con il suo potente Air Force One mentre, a casa, un americano su sei non ha da mangiare.
Questo, perché la soglia di povertà americana è calcolata su degli standard dell’ONU, i quali si basano sul numero di pasti non effettuati durante la settimana: vera fame, mica scherzi. In Italia, invece, la soglia di povertà è fissata in circa 222 euro il mese pro capite, ed è sotto questa soglia il 4,4% delle famiglie italiane[4].
Anche in Italia s’iniziano ad osservare persone che cercano cibo nei cassonetti alla chiusura dei mercati rionali, però la struttura della società italiana è molto diversa da quella americana, laddove la famiglia d’appartenenza è spesso un vago ricordo.

Tutti sappiamo che la vera rete di protezione contro la povertà, in Italia, non è lo Stato bensì la famiglia: sotto questo aspetto, siamo più simili al Pakistan (forti legami familiari e di clan, appartenenza religiosa, ecc, per semplificare molto) che agli USA.
Negli USA, spesso, vivere negli slum è quasi sempre sinonimo di piccola delinquenza, che si consuma in aggressioni a scopo di rapina, spesso individuali, mentre non esistono “germi” di rivolta collettiva. Almeno, ad oggi, e fatti salvi alcuni sporadici casi del passato come Oklahoma City, i quali furono ben delimitati nel tempo e non ebbero seguito.

In Italia, invece, la tradizione alla costituzione di società segrete e/o armate è radicata nella nostra cultura: iniziò nel Risorgimento, prosegui durante il Fascismo, si materializzò nella guerra partigiana, fu ripresa dalle BR (ed altri) negli anni ’70. E’ nel nostro DNA, come del resto la “squadraccia”, ossia il gruppo che s’oppone militarmente sul territorio all’organizzazione politico/militare di stampo marxista-leninista.
Riflettiamo che, ciò che avviene, prende forma in un diverso palcoscenico, ma con un retroterra culturale – una serie di “copioni”, verrebbe da dire – ben sedimentato nello scorrere delle generazioni.
E’ dunque fantapolitica immaginare che, fra pochi anni, avremo nuovamente a che fare con formazioni combattenti sul territorio, strutturate in piccoli gruppi, come avvenne in passato? Io non credo proprio, poiché le condizioni – o ci sono già oggi – oppure stanno maturando.
Cerchiamo di scorrerle, ad una ad una.

Una peculiarità scaturita dalla legge elettorale – la “Calderol Porcata” – è stata la sparizione dei partiti dell’estrema sinistra: un fatto inusuale nel panorama europeo, quando sia in Francia e sia in Germania – indipendenti oppure aggregati a formazioni socialdemocratiche – esistono gruppi comunisti, trotzkisti, ecc, i quali – pensiamo alla “Linke” tedesca – “pesano” nel panorama politico.
Non entriamo nel merito di quella “sparizione”, della fiducia sottratta loro in primis proprio dal loro elettorato tradizionale, poiché ci condurrebbe lontano: certifichiamo soltanto che, in Italia, 2-3 milioni di potenziali elettori non hanno più rappresentanza politica parlamentare (la presenza nelle Amministrazioni Locali sta scemando, e presto sparirà del tutto).
Chi è questa gente?
E’ in gran parte un elettorato che si sente tradito proprio dai leader come Bertinotti o Di Liberto, e che sta rapidamente perdendo interesse per i vari Vendola, Ferrero & compagnia cantante, poiché non riesce a capire – viste le forche caudine della soglia elettorale – il motivo che preclude la loro assimilazione in una sola forza politica. Risultato: è inutile essere un comunista “democratico”, perché tanto non esiste nessuna organizzazione che mi permetta d’esser rappresentato dove conta (o dovrebbe contare) ossia in Parlamento. Credetemi: così ragionano in tanti. E, i “tanti”, cominciano ad essere milioni di persone.

In questo panorama, iniziano a scaturire i frutti della cosiddetta “oramai passata” crisi economica: sarà pur vero che l’economia finanziaria “sta guarendo” (almeno, così raccontano…), ma sul fronte dell’economia reale – l’unica che c’interessa per questa analisi – i segnali sono disastrosi.
La vicenda Olivetti-Getronics-Bull-Eutelia-Noicom-Edisontel, tutti confluiti in Agile s.r.l. (ora Gruppo Omega), è una storia di quelle che fanno tremare i polsi: 9.000 persone che rischiano, nei prossimi mesi, di non avere più nessuna fonte di reddito! Ed è solo una delle tante.
In passato, queste crisi di ristrutturazione erano risolte con la cassa integrazione, la mobilità “lunga” verso la pensione e l’assunzione da parte del settore pubblico per i più giovani: ma, di crisi di ristrutturazione si trattava, crisi cicliche del capitalismo. Oggi?

La situazione internazionale ci vede poco attrezzati per competere nel panorama globalizzato: anni nei quali la ricerca ha languito (incredibile lo scarsissimo interesse per il settore energetico innovativo), la dismissione del patrimonio produttivo pubblico, più la completa deriva di una nazione oramai priva di una classe politica, stanno mostrando i frutti.
Per la classe politica non ci sono scusanti: alcune delle aziende sopra citate, oramai inviate al “Miglio Verde” dell’estinzione, solo vent’anni fa competevano con IBM sui mercati internazionali. La débacle è totale, e lo afferma persino Confindustria, pur cercando d’edulcorare la pillola mediante comunicati spruzzati di rosa shocking.
La responsabilità, ovviamente, non è da addebitare ai lavoratori, agli italiani in genere, ma al connubio fra la classe politica con i boiardi di Stato. Ma passiamo oltre.
E’ ancora possibile, in questo scenario, garantire tutti?

Qualcosa è possibile fare, ma è oramai evidente che il destino degli italiani, nel prossimo futuro, sarà quello d’ulteriori abbassamenti del reddito, privazioni di diritti, precarietà, difficoltà economiche e sociali di vario tipo e natura.
Questo perché, mediante le varie riforme pensionistiche, lo Stato ha fatto cassa per fronteggiare la perdita di posti di lavoro e di competitività sui mercati internazionali, ma le recenti dichiarazioni di Tremonti – nessun inasprimento del regime previdenziale – testimoniano che il sacco è giunto al fondo e che non si può andare oltre.
Anche sul fronte della precarietà del lavoro è difficile pensare a qualche “innovazione”, poiché solo più di schiavitù si tratterebbe.
In altre parole: siamo al capolinea.

In questo immaginario “capolinea” – freddo e buio, come nella tradizione letteraria e cinematografica – s’incontra un ceto politico ed imprenditoriale che non è assolutamente disposto a cedere privilegi e prebende che loro appaiono – nel confronto internazionale – pienamente giustificate. Dall’altra parte della via, moltitudini sempre più povere.
Organizzate? No, perché ha ceduto l’altro “pilastro” dell’organizzazione sociale del lavoro, ossia il sindacato. Trasformati, rigenerati in centri servizi, i caporioni della Triplice attendono posti e prebende dalla Casta politica, nient’altro. Rigorosamente divisi per false appartenenze, CISL ed UIL guardano verso la cosiddetta destra, la CGIL verso la cosiddetta sinistra.
Risultato: rivolta spontanea? No, sbagliato.

L’italiano medio è un suddito, non un cittadino e non si ribella: inveisce e blatera, bestemmia e minaccia, poi rientra nei ranghi e cerca carità.
La struttura della società italiana – proprio per i legami familiari, la “disponibilità” delle organizzazioni mafiose, le associazioni “caritatevoli” del potere ecclesiastico – consente, al prezzo di una graduale ma continua riduzione dei redditi, dei diritti e della propria dignità, di sopravvivere. Questo è lo “stellone” italiano: quello che consentirà a vostro figlio di campare con meno cose di voi, di sopravvivere, affogando la propria vita nell’insipienza di un vivere schiavo.

Tutto ciò, però, vale per grandi numeri, per vaste aggregazioni sociali, ma dimentichiamo un aspetto: la varianza, la differenza, che s’esprime in forma grafica con la campana di Gauss.
La società italiana non mette a ferro e fuoco le periferie come in Francia e non arresta completamente il Paese come gli scioperi in Germania, bensì comunica il suo malessere con le proprie modalità storiche, con i suoi tradizionali mezzi di rivolta: il brigantaggio, le organizzazioni segrete, ecc. Perché?
Poiché, a fronte di una vasta maggioranza che accetterà il tozzo di pane della carità – e di una minoranza che fuggirà nel dolore psicologico fino alle nevrosi, alle droghe, ecc – un’altra minoranza si ribellerà. Come? Con i mezzi della propria tradizione culturale, sedimentati nelle generazioni e via via riportati alla luce e rinvigoriti dalle circostanze.

Perché nacquero le organizzazioni combattenti di sinistra, negli anni ’70? Prima, dobbiamo porre attenzione sul quando nacquero.
Se la spontanea rivolta internazionale partì all’incirca fra il 1967 ed il 1970, le Brigate Rosse (di qui in avanti, useremo il termine in modo omnicomprensivo, per tutte le organizzazioni terroristiche di sinistra dell’epoca) iniziarono ad affermarsi dopo il 1975, e toccarono forse l’apice nel 1978, con il sequestro Moro.
Non perdiamoci in dietrologie sulle singole vicende: non è questo l’argomento.
Il “successo” delle Brigate Rosse iniziò proprio quando il grande movimento di quegli anni iniziò a barcollare, per giungere, nel 1980, all’acclarata sconfitta del movimento operaio, la famosa “marcia dei 40.000” quadri e funzionari FIAT di Torino[5]. Passò sotto le mie finestre.
Dove trasse energie, proseliti, “numeri” la lotta armata?

Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro e cercare di quantificare – con approssimazione – la consistenza dei movimenti di quegli anni.
Le generazioni che furono coinvolte nei rivolgimenti sociali dell’epoca furono all’incirca una decina, ed una generazione dell’epoca superava le 500.000 unità. Fonti (dell’epoca) quantificarono in circa un milione i giovani che fecero parte del Movimento Studentesco, della Sinistra extraparlamentare e d’alcuni partiti che avevano piccole rappresentanze parlamentari: come si può notare – sia pure a grandi linee – il dato è coerente.
I brigatisti condannati per reati di terrorismo, invece, non superarono le 6.000 unità, le quali comprendevano anche i cosiddetti “fiancheggiatori”, ossia chi semplicemente ospitò un terrorista, lo curò, lo aiutò, ecc. E’ da notare che queste persone furono la gran maggioranza, mentre i “gruppi di fuoco” furono sempre molto esigui, qualche centinaio di persone al massimo.
Da una moltitudine che urlava contro il potere, a far sparare le armi – in definitiva – furono poche centinaia, eppure il sangue versato fu tanto. Perché?

Poiché l’organizzazione terrorista gioca d’anticipo, non ha finalità di proselitismo alla luce del sole e su larga scala: la sua “lotta politica” sono le uccisioni stesse.
Sulle modalità di reclutamento c’è parecchia letteratura, e si ricava che i reclutatori avvicinavano persone che militavano nei gruppi extraparlamentari per indicazione di qualche “fiancheggiatore”, intavolavano vaghi discorsi ed osservavano la reazione del soggetto. Se c’erano elementi per loro positivi, veniva nuovamente avvicinato con argomenti sempre più espliciti: solo quando c’era oramai la certezza dell’adesione, l’organizzazione si “scopriva”.

Non è qui importante analizzare come andò a finire, perché qualsiasi società segreta o gruppo armato clandestino viene distrutto mediante la delazione: nemmeno il brigantaggio si sottrasse a questo principio, e la lotta partigiana ebbe successo soltanto perché avvenne in un quadro bellico, dove i vincitori erano al loro fianco.
Ciò che è invece interessante notare è che, per molti versi, la disillusione, lo sconforto italiano di questi anni – pur con importantissime differenze – è un sentimento che assomiglia molto all’atmosfera di “sconfitta” del movimento di quegli anni.

Si potrà dissertare all’infinito sulle differenze storiche, ma la percezione di sconfitta – al tempo una “rivoluzione mancata”, oggi la sensazione che il Paese non è più in grado di trovare “anticorpi” per risollevarsi – ha molti punti di contatto.
Ovviamente, senza avere le informazioni che certamente Maroni ha, non siamo in grado d’andar oltre ma – analizzando le dinamiche sociali – non crediamo proprio che il Ministro dell’Interno abbia desiderato creare del “polverone mediatico”, tanto meno che sia tutta una “bufala”.
I prodromi ci sono tutti.

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

20 novembre 2009

Cari amici di destra e di sinistra

E’ difficile iniziare questo discorso, però è necessario farlo: altrimenti, fra decenni saremo ancora qui a sbatterci sul muso mille piccole ritorsioni, accuse…tanti mal di pancia dei quali, francamente, potremmo fare a meno. E guadagnarci pure.
Poiché, mentre noi ci ributtiamo addosso i classici “comunista” e “fascista”, altri – che non saprei dire se accomunare ai “comunisti” od ai “fascisti” (basta riflettere su quanti “ex” di tutto ci sono nell’attuale Governo e nella cosiddetta Opposizione…) – ci stanno rubando anche le mutande. Rigorosamente rosse e nere, ovviamente.
Questo non significa affatto abiurare le proprie radici, saltare a piè pari le proprie esperienze, poiché questo siamo ed altro non potremmo essere: io, che mi sono formato nel marxismo ed ho “succhiato” latte rosso sin dalla nascita, male mi troverei ad agitare gagliardetti con i labari littori.
Ciò non significa che non possiamo parlarci – un tempo erano solo botte – e forse è meglio che impariamo a farlo, perché il nostro povero Paese ha bisogno di noi, delle nostre energie, delle nostre risorse, delle nostre idee. Tutte. Perché? Perché, chi dovrebbe averle, è giunto alla frutta e non ne ha proprio più.

Osserviamo cosa sta partorendo l’attuale classe politica: leggi ad personam, finanziamenti ad personas e leggi liberticide come quella che privatizzerà l’acqua potabile. Un settore strategico per l’economia ma anche per la vita non viene nemmeno discusso: sottoposto ad un semplice voto di fiducia! Ma stiamo impazzendo?
Il “Pianeta Acqua” – mi riprometto di tornarci più approfonditamente con un articolo ad hoc – comprende molteplici aspetti: dalle forniture civili a quelle industriali, l’agricoltura, il sistema d’approvvigionamento e la gestione dei corsi d’acqua…e…tutto finisce con un voto di fiducia che regalerà ai soliti noti soldi e mazzette, prelevate ancora una volta dalle nostre magre risorse? Siamo tornati all’esazione delle decime ed alla tassa sul macinato?
Immaginiamo che tutti desidereremmo una scuola che funzioni bene, un lavoro sicuro, una giustizia uguale per tutti che non ci metta vent’anni per una sentenza definitiva: soprattutto, vorremmo vivere in un Paese dove il sopruso non sia la regola, la raccomandazione la prassi e dove chi sbaglia paga, senza però essere ucciso in carcere per banali storie di spinelli o di parchimetri.
Veramente, crediamo che sbatterci sulla faccia i soliti epiteti, aiuti noi tutti? Forse, quegli epiteti sono dei “mantra” che contengono, nella loro essenza, proprio le soluzioni? Ne dubitiamo.

A ben pensarci, l’Italia non è mai stata “comunista”, e nemmeno ha avuto un sistema organizzato di “socialismo reale”: forse ebbe alcune impostazioni che facevano capo a quel tipo di scelta politica, ma ci furono cooperative “bianche” e “rosse”, difficile stabilire se fu una scelta completamente autoctona oppure dettata da aspetti ideologici.
Il Fascismo, invece, governò l’Italia per circa vent’anni, con “l’appendice” della Repubblica Sociale.
Oggi, sinceramente, mi mette in imbarazzo chi si dichiara “fascista”, poiché sottende un’appartenenza che più non esiste. E’ da notare, inoltre, che i vari governi europei di destra dell’epoca non furono assimilabili: nemmeno durante la guerra ebbero, poi, rapporti molto “fraterni”. Quelli fra Italia e Germania rimasero sempre improntati dal sospetto, mentre gli iberici puntarono più discretamente sul “carro” inglese, convinti che ci avrebbero perso di meno.
Ma, ciò che più colpisce, è che in Germania Hitler colpì proprio l’ala del suo movimento (le Camicie Brune) che più si sentiva vicino al “movimentismo” del primo Mussolini. Fatto che, Ernst Röhm, mai nascose.
In buona sostanza, Italia e Germania divennero “regimi” quando accolsero i diktat e s’appiattirono sui dettami del grande capitale e della gerarchia cattolica (la prima), degli junker dell’economia e dell’apparato militare la seconda.
Perciò, accomunarsi in qualche modo a quei regimi – ritenersi “Fascista” o “Nazista” – significa abiurare qualunque forma d’elaborazione politica, poiché furono gli stessi capi dell’epoca a promuovere quelle scelte che negavano l’elaborazione politica, pur mantenendo un aspetto di facciata per mascherarle.

C’è da dire che il “vento” dell’epoca era proprio quello del cosiddetto “Uomo forte”, colui che sarebbe stato in grado di condurre la nazione come un sol uomo: se gli americani avessero potuto, avrebbero eletto Roosevelt per dieci volte. E Stalin? E lo stesso Churchill, non fu accolto come il deus ex machina che tutto avrebbe risolto?
Perciò, se ci riferiamo a quei tempi, a quelle persone, a quelle vicende storiche – e le consideriamo riproducibili, valide, attuabili – stiamo perdendo soltanto del tempo, perché quel mondo non esiste più: sia per gli aspetti culturali e sociali, sia per la tecnologia, siamo di fronte ad un altro Pianeta.
Se, invece, desideriamo esplorare i fondamenti delle dottrine dell’epoca – ma nella loro essenza originaria, ossia il dibattito prima ideale, quindi politico – di cose da raccontare e da dibattere ce ne sono molte; un solo esempio: la Costituzione Italiana (art. 46) riconosce il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle imprese. Tale principio era già contenuto in due disposizioni (1942, Fascismo e 1944, Repubblica Sociale), anche se si trattava di una legislazione emanata durante la guerra, che aveva – ovviamente – altre priorità.
Oggi è forse inutile cercare lumi da quei provvedimenti del tempo che fu – il Paese è troppo mutato – però capire che già allora ci si poneva il problema, può aiutare soprattutto chi crede che l’assioma dell’attuale liberismo sia inviolabile.

Il “pianeta” comunista è più variegato e più “espanso” nel tempo: non dimentichiamo che la principale economia (oramai, chiamarla emergente…) del Pianeta è la Cina, che mantiene l’impostazione comunista.
La Cina ha certamente – si dai tempi di Deng Xiaoping – assunto un atteggiamento pragmatico nei confronti dell’economia, ammettendo l’importanza del libero mercato temperato, però, dalla presenza dello Stato.
Se ci mettiamo a discettare sulle defaillance dei cinesi ne troveremmo a iosa, ma questo vale probabilmente per l’intero Pianeta: l’importante – parlando di Cina – è capire che in tutti i documenti ufficiali cinesi l’attuale fase è vista, appunto, solo come una “fase”.
Non è facile capire cosa intendano i cinesi per una “fase” capitalista all’interno di un processo che dovrebbe condurre ad una società socialista, ed è arduo soprattutto perché noi non siamo cinesi, non siamo cresciuti leggendo Kong-Fuzi né Lao-Tse, tanto meno Mao o Zhou Enlai.
Se scorriamo le esperienze “comuniste” nel Pianeta ne scoviamo, solo che alcune si trovano in Paesi lontanissimi da noi per cultura, mentre altre (i tentativi centro-sudamericani) sono più vicine (la cultura cattolica ed iberica) ma fanno capo a Paesi piccoli, con apparati produttivi molto diversi dal nostro, sono popolate da gruppi etnici assai variegati, sui quali è stata “sovrapposta” una cultura, ecc…
Insomma, da un lato grandi Paesi con abissi culturali che ci separano, dall’altro piccoli Paesi con i quali possiamo trovare comunanze, ma le realtà sono diversissime. Ne sanno qualcosa i vecchi amministratori emiliani, quando si trovavano a discutere di “socialismo” con i sovietici: non mi riferisco alle elucubrazioni “di facciata” (le “iperboli” di Togliatti ai congressi del PCUS), bensì alle difficoltà spicciole sul commercio, sullo scambio di delegazioni…due mondi che difficilmente riuscivano a capirsi.

Riassumendo, ci rimane ben poco: lontane esperienze della prima metà del Novecento per i governi di Destra, un panorama variegato e di scarsa utilità per quelli di Sinistra, passati ed attuali. Perciò, se desideriamo riprendere in mano i destini del nostro Paese, assegnarci ad una “appartenenza” del tutto ideologica finisce per farci perdere solo del tempo e complicarci la vita.
Ciò non significa che, domani, potranno esistere differenti visioni, approcci diversi ai problemi, alle soluzioni, ma in un quadro completamente diverso sia dalla sterile contrapposizione “E’ Fascista, è Comunista, non voglio nemmeno ascoltarlo”, sia dall’inciucio permanente delle corruttele al quale siamo abituati.
Oggi, invece, l’emergenza nazionale che abbiamo di fronte c’impone di superare le nostre divisioni, poiché qui non ci si divide più fra chi si dice “Fascista” – e poi? Ripristinerebbe il Sabato Fascista ed i Saggi Ginnici? I moschetti? Ma va là… – e chi ancora immagina che, un bel giorno, la salvifica rivoluzione porti alla Repubblica Popolare Italiana dove tutti i mali, d’incanto, spariranno.

Gli utili idioti non mancano da entrambe le parti: gente con le svastiche tatuate che va in giro ad aggredire i gay e, per contrappasso, qualche Strafe Expedition verso i centri sociali di destra. E’ un bel modo di trascorrere “pericolosamente” il nostro tempo, giocando ai Ragazzi della Via Pal mentre gli altri – proprio additando il “pericolo rosso e nero” – ci sfilano l’ultimo paio di mutande rimasto.
Sono dibattiti “culturali” fra chi non ha mai letto una riga di Marx né sa cosa siano i “Canti Pisani”.
La differenza importante, invece, è fra chi ancora crede nell’importanza dello Stato (con varie e diverse accezioni, ma se ne può discutere) e chi, invece, ritiene che l’unica cosa da fare è attendere il bollettino mensile del WTO, quello del FMI, l’ultimo report dell’ambasciata USA e ricopiare. Fedelmente e senza errori ortografici, mi raccomando.
Se, invece, volessimo partire dai nostri problemi, troveremmo probabilmente più punti di contatto che di frizione: non perché gli “opposti estremismi” si toccano! Cavolate! Semplicemente, perché il buon senso accomuna le menti che intendono risolvere, non chiacchierare.
Prendiamo in esame alcuni semplici esempi, non per svolgerli come si dovrebbe – mancherebbe il tempo e lo spazio, e non è lo scopo di questo articolo – ma per renderci conto di quante cose potremmo esigere perché coerenti con una vita migliore, per tutti.

La classe politica giustifica la privatizzazione dell’acqua allargando le braccia: ci vorrebbero 60 miliardi di euro per risistemare la rete degli acquedotti! Non li abbiamo! Li metteranno, ovviamente, i privati. Come no.
Il problema è tappare le troppe falle degli acquedotti italiani?
Al Politecnico di Torino hanno inventato un marchingegno tecnologicamente complesso ma concettualmente semplice: un piccolo “pesce”, che è in grado di rilevare le perdite (poiché emettono suoni riconoscibili dal normale flusso), viene immesso nelle tubazioni degli acquedotti. Quando trova una falla, invia un segnale radio (probabilmente utilizzando il sistema GPS, ma non ne sono certo) e chi deve riparare quella falla va a colpo sicuro: il risparmio di tempo e di denaro è notevole, visto che il 58% dell’acqua va perduta proprio dalle falle delle grandi condotte.
Il congegno inventato a Torino ha già ottenuto importanti riconoscimenti, al punto che in Qatar (là, d’acqua ce n’è poca…) lo hanno premiato con un milione di euro e stanno pensando alla produzione industriale del sistema. E in Italia?

Una volta strutturato il progetto, abbiamo provato a proporlo in Italia, ma non abbiamo riscosso immediato interesse. Visto che ci credevamo, ci abbiamo lavorato nei rimasugli di tempo, con materiale di scarto del laboratorio. Forse anche grazie a questo è stato possibile realizzare un oggetto a basso costo[1]”.

Questi bravi ingegneri ci hanno provato ma…ahimè…è mancato “l’interesse”…già: costa poco, poca trippa per gatti e…per tangenti!

Vediamo invece cos’è successo in Finlandia per un’altra scoperta.
Nel 1998, i finlandesi si mettono in testa che sia possibile rilevare la presenza dell’Helicobacter mediante semplici analisi del sangue, evitando così la più invasiva (e costosa) gastroscopia e…ci riescono!
La Biohit Diagnostics mette a punto le procedure d’analisi, che poi sono rivendute all’estero sotto forma di licenza (od altre, simili forme commerciali) in tutto il mondo. Ovviamente, il “ritorno” commerciale per la Biohit (e per la ricerca finlandese) è cospicuo.
Non c’interessa valutare i parallelismi fra le due scoperte sotto l’aspetto economico e scientifico, bensì sottoporre all’attenzione dei lettori i differenti scenari nei quali sono avvenute, che determinano effetti ben diversi.
In Finlandia, ricchezza per i finlandesi, in Italia…non sappiamo: l’acqua continuerà a perdersi dalle tubazioni degli acquedotti e, magari, in Qatar nascerà una joint venture con capitale misto, ma niente che potrà cambiare nulla, o molto poco, per noi italiani.
A questo punto – gli esempi sarebbero tantissimi, potrei continuare per intere pagine – c’è da chiedersi quale sia la differenza: i finlandesi, che so, hanno forse le antennine da marziani?

No: semplicemente, hanno ancora uno Stato, uno Stato che si cura di porre delle regole e di coadiuvare l’economia senza invaderla, semplicemente stabilendo delle priorità, negando dove occorre…insomma, uno Stato che fa semplicemente il suo dovere. Uno Stato autorevole senza essere autoritario.
In Italia, abbiamo uno Stato autoritario e violento – le vicende Cucchi et similia insegnano – che non sa essere autorevole mai, al punto che si merita solo delle pernacchie.
Vi rendete conto che, nel momento stesso nel quale scrivo queste righe, sta per andare in scena la (così spacciata) più “grande” riforma della scuola dai tempi di Gentile? Siamo quasi a Dicembre, gli allievi delle Medie devono scegliere a quale scuole iscriversi e…nessuno lo sa!
Compaiono anticipazioni dei futuri Licei sui giornali e sul Web, ma le scuole – ufficialmente – non sanno nulla! A Novembre, nemmeno i Dirigenti Scolastici sanno a cosa andremo incontro: questo è esser Stato? Autorevole?!? Siamo alla frutta!
Miss Gelmini chiacchiera nei TG, tutti dibattono nei consessi televisivi…sul nulla, perché non c’è niente! Solo qualche tabella sparsa qui e là. Un vero Stato, dovrebbe comunicare con largo anticipo la riforma, sin nei minimi particolari, perché chi deve scegliere per la propria vita ha il diritto di saperlo per tempo!

Nel ridicolo Stato italiano, invece, ci si bea perché in provincia di Brescia le amministrazioni leghiste hanno iniziato la “pulizia di Natale” – sì, l’hanno chiamata proprio così! Mancava solo un “etnica” per condimento! – nei confronti degli immigrati irregolari o con il permesso di soggiorno in scadenza. E l’hanno giustificato con uno slogan: il “White Christmas”[2], il “Natale dei Bianchi Cristiani”! Contro chi?
Contro il perfido nero immigrato che viene a rubare…ma che cosa viene a rubare, se – cari leghisti[3] e tutta la pletora politica – i primi ladroni d’Italia siete proprio voi! Non è forse vero che il 30% dei finanziamenti pubblici va “perso” in tangenti? Proprio come l’acqua. Privatizzerete anche la tangente? Ma andate a…
Nei Paesi dove lo Stato è autorevole ma non autoritario, è impossibile essere immigrati senza essere stati precedentemente accettati: altra carenza di uno Stato autoritario ma inefficiente.

Qualcuno potrà pensare che “così è sempre stato in Italia, e non c’è niente da fare: e poi, a me che me ne frega…”: a parte che è falso, perché nel dopoguerra l’Italia ebbe una classe politica decente, ed i risultati ci furono, ma tutti ne siamo coinvolti.
Se la classe politica non fa nulla per catalizzare lo sviluppo di un’economia più efficiente, il sistema produttivo sarà sempre in affanno ed accumulerà scarsi profitti e copiose perdite. Ciò, si tradurrà in due inevitabili e paralleli scenari: aumento della pressione fiscale e restrizioni sui diritti dei lavoratori.
Nel primo scenario saremo tutti a pagare – chi più e chi meno, salvo una ristretta cerchia – mentre nel secondo si dovrà allungare la permanenza al lavoro e rendere lo stesso meno remunerativo e più precario.
In definitiva, siamo all’assurdo: manteniamo al lavoro generazioni che non hanno più nulla da dare – riflettiamo sull’informatizzazione della Pubblica Amministrazione, un fallimento, nonostante un Brontolo veneziano continui a blaterare c… – mentre rimangono ai margini del vero lavoro (e, quindi, della vera vita intesa come indipendenza e socialità) le giovani generazioni, che svolgono mansioni spesso inutili, “progetti” che non si sa dove conducano, ecc.
In fin dei conti, perché dobbiamo essere tempestati dalle telefonate dei call center che ci vogliono vendere di tutto, anche se non ne abbiamo nessun bisogno? Questo sarebbe “lavoro”?

Ma, la classe politica, ha bisogno di creare delle sacche di ricchezza per calmierare la sua insipienza: dove prendere le risorse per dare quattro soldi ai disoccupati? Dalle casse dell’INPS! E, allora, sempre più tardi in pensione e lavori sempre meno pagati e precari.
L’unico comparto che non viene mai toccato è quello relativo ai loro compensi ed al mondo delle tangenti: lì, i finanziamenti devono continuare, cospicui, altrimenti il perverso sistema s’inceppa.
La stampa ha campato per mesi sulla vicenda dello Zoccoluto che siede a Palazzo Chigi, con toni da romanzo d’appendice, ma pochi hanno scorto il vero vulnus. Personalmente, se a Berlusconi piacciono le puttane, sono affari suoi: diventano affari miei quando a pagargliele è un “faccendiere” della Sanità, che le foraggerà con le tasse che noi tutti paghiamo per la Sanità, di destra e di sinistra.
Ma, in queste vicende, c’è qualcosa di “destra” o di “sinistra”? Qualcuno può essere favorevole o contrario soltanto per un’evanescente appartenenza politica?
Si dirà: la maggioranza degli italiani non è né di destra e nemmeno di sinistra, bensì appartengono al partito trasversale del “Franza o Spagna, basta che se magna”. Verissimo.

Il sistema, però, ogni anno che passa diventa sempre più instabile: i meno attenti pensano che lo “stellone” possa durare all’infinito, ma così non è. Ad ogni Finanziaria sono sudori, si raschia oramai oltre il fondo del barile.
D’altro canto, per invertire la tendenza, poco si può fare per l’industria manifatturiera e per le attività più tradizionali: molto, invece, si potrebbe fare nel comparto dell’agricoltura e della silvicoltura di qualità, nel settore energetico – che, da solo, potrebbe “dirottare” nelle tasche degli italiani decine di miliardi di euro l’anno, come ho spiegato in tanti articoli – bisognerebbe poi metter mano all’irrazionale sistema di trasporto italiano: una penisola che quasi non ha più navigazione di cabotaggio! E la navigazione interna? Il necessario supporto delle reti telematiche a banda larga? Il telelavoro?
In altre parole, è di una diversa pianificazione del vivere sociale che abbiamo bisogno: meno spinta al consumo e maggior produzione di beni durevoli (per rallentare la “corsa” del rifiuto), sperimentazione di nuovi mezzi di locomozione per un diverso futuro energetico, meno treni ad alta velocità e più collegamenti ferroviari precisi e frequenti per le tratte brevi e medie. Recuperare il territorio che stanno abbandonando, perché lì ci sono le vere risorse, non l’aria fritta che spacciano.

Il paradosso dei paradossi, è che abbiamo una classe politica completamente asservita ai potentati internazionali e nazionali, alle lobbies bancarie e dell’energia, alle diplomazie straniere, ai grandi gruppi editoriali la quale – ecco il paradosso – si auto-delimita accuratamente, baluginando “confini” in sedicenti “Destre” e “Sinistre”.
Noi, che siamo i destinatari di tanta scempiaggine, li seguiamo come caproni, riproponendo al nostro interno delle suddivisioni di facciata, inutili, antistoriche e, così facendo, riusciamo a segnare ogni giorno dei clamorosi goal. Nella nostra porta.
E loro se la ridono.

La faccenda è rigorosamente bipartisan: Ferrero (Rifondazione Comunista) blatera a vanvera sui lavoratori, sulla giustizia, bla, bla…e poi intasca – senza fornire spiegazioni! – “contributi elettorali” per 129.500 euro, persino dalle associazioni dei cementieri[4]!
Qual è il senso dei contributi? Tutte quelle aziende s’erano forse impegnate in un vigoroso piano d’edilizia popolare per i meno abbienti? Ferrero, per favore…

Se a Sparta si piange, ad Atene non si canta vittoria.
Ci chiediamo cosa pensino le persone di “destra” del pietoso teatrino che sta andando in scena fra Berlusconi, Fini, Storace e la signora Garnero, un tempo coniugata Santanché.
Se Fini fa il buono, Storace subisce l’ostracismo: qualora, invece, Fini attenti alla poltrona del capo, ecco che il Capoccione Zoccoluto va a ripescare una tizia (per educazione, limito gli appellativi, anche se la fantasia non mancherebbe…) come la Garnero/Santanché, e fa un bel accordo elettorale[5].
Sarei curioso di sapere come si sentano rappresentati persone di “destra” da una tizia che si è “fatta le ossa” (politicamente, ovvio) nel Billionaire di Flavio Briatore, la quale altro non sa fare che fomentare disordini per dilemmi che agli italiani stanno veramente a cuore – ossia questioni di burka: tutte le italiane, mentre si recano al lavoro (o lo cercano) non pensano ad altro… – sa inoltre mostrare le gambe dall’Insetto ed affermare che, lei, al “capo non gliela dà”. Perché, è d’obbligo dargliela?
Se queste sono le persone per le quali, chi si ritiene di “destra” crede che valga la pena di lottare, beh…s’accomodi alla pernacchia.

Tutto quello che abbiamo raccontato potrebbe apparire scontato e retorico, e invece non lo è nella misura della consapevolezza – tutti compresi, anche chi si dà delle arie e crede che commentare sul Web lo estragga automaticamente dall’inganno – che si ha delle cosiddette “istituzioni” e della cosiddetta “politica”.
Gira e rigira, salta sempre fuori che uno certe cose le dice perché è di “sinistra” oppure di “destra”: siamo noi i primi a cercare confini e demarcazioni e loro, semplicemente, le sfruttano!
Se, invece, cerchiamo qualche fondamento meno evanescente e più “radicato” sul terreno della politica e della sociologia, potremmo chiederci quanto le posizioni di un De Benoist (è di destra? Possiamo inchiodarlo con le puntine da disegno nel tabellone di destra?) sul comunitarismo, sul radicamento sociale (e reale) delle comunità sul territorio sia ancora accomunabile a posizioni “fasciste”. Oppure, se le iperboli del pensiero di Rifkin, l’immaginazione di un mondo paritario e paritetico, unito dalle reti peer-to-peer telematiche e dell’energia sia “di sinistra”. Di quale sinistra, quella che è sepolta nell’Europa manifatturiera di stampo ottocentesco?
Oppure, se l’incedere del nuovo pensiero underground – perché veramente nascosto e sotterraneo, confinato nelle “riserve indiane” del Web – non abbia definitivamente sepolto queste categorie oramai obsolete. Guardiamo avanti, con coraggio, non indietro.
Sappiamo perfettamente che il vero potere economico e politico risiede nei tanti Mister X che siedono nelle lobby e nelle fondazioni, ma non possiamo chiedere conto del disastro a quei signori perché – furbescamente – rimangono dietro le quinte. Mandano avanti i loro lacchè, la casta politica: con questi, però, possiamo prendercela, eccome. Iniziare, almeno, ad allargare la frattura delle loro contraddizioni.

Il 5 Dicembre è stato indetta una manifestazione detta “No B day”, che vorrebbe manifestare il rifiuto verso l’attuale modo di (s)governare dell’attuale Presidente del Consiglio. Non che quelli che lo hanno preceduto facessero cose assai diverse, ma Berlusconi riesce a metterci un certo “valore aggiunto” che, francamente, disgusta.
Qualcuno s’è già lanciato “a pesce” sulla manifestazione – Di Pietro, che è dappertutto, come la gramigna e Ferrero, che farebbe meglio a raccontare cosa ne ha fatto dei soldi ricevuti dai cementieri – ma lo spirito del raduno è nato dal Web, da un tam tam sui social network, da un passaparola telematico.
By-passando chi già cerca di “metterci il cappello” (questa gente sempre ci sarà: Di Pietro, meglio farebbe a spiegarci come mai suo figlio è già incorso in problemi di corruttele…sembra un pessimo film, “Mastella 2: la vendetta”…), questa manifestazione è importante perché è la prima che non è stata indetta da apparati di potere legati ai partiti[6]. Difatti, ci sarà libera partecipazione con esposizione di simboli, ma nessuno dei leader politici potrà salire sul palco[7] ed il PD – spocchioso, “o lo organizzo io, altrimenti non ci vado” – ignorerà l’evento. Tanto meglio: stiano pure con Mister B ed il fallito Mister PESC, questa gente ci è più d’impiccio che d’aiuto.

Il leitmotiv della manifestazione sarà la difesa della Costituzione – dei valori della Costituzione Repubblicana – e della Presidenza della Repubblica come simbolo che la conserva.
In altre parole, si va oltre le persone per giungere ai simboli, al richiamo di quella Carta Costituzionale fra le migliori del Pianeta, e mai attuata. E si chiede anche la non privatizzazione dell’acqua, il no al nucleare (che significa cercare altre strade per l’energia, un nuovo modello di sviluppo, lontano dalle “iperboli” liberiste, ecc): insomma, quel coacervo d’idee – spesso tumultuose, sono il primo a riconoscerlo – che da anni discutiamo sul Web.
Non c’aspettiamo chissà quali risultati – siamo coscienti della potenza delle lobbies internazionali, palesi ed occulte – però è un gran bel momento quando tanta gente scende in piazza, democraticamente, per affermare che desidererebbe un’altra politica, un’altra economia, un altro modo di vivere. Un mondo migliore e per tutti: di destra e di sinistra.
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09 novembre 2009

Carlo Giovanardi detto “il Terminator”


Osservate bene il viso di quest’uomo: costui è un “Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche per la famiglia, al contrasto delle tossicodipendenze e al servizio civile”, come si può leggere sul sito del Governo[1].
E’ la stessa persona che appena commentato la morte di Stefano Cucchi con le seguenti parole:

Stefano Cucchi è morto perché “anoressico, drogato e sieropositivo. Era in carcere perché era uno spacciatore abituale. La verità verrà fuori, e si capirà che è morto soprattutto perché era di 42 chili. (E’ la droga N d. A.) che ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi c'è il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così.[2]

Aggiungo l’audio in una differente nota[3], perché è difficile credere che un personaggio che ha responsabilità di governo possa pronunciare simili castronerie.

Terminator/Giovanardi è per prima cosa un mendace, poiché afferma che Stefano era sieropositivo – la famiglia ha sempre ammesso la tossicodipendenza, ma sempre smentito la sieropositività – e dunque il Conan da Modena dovrebbe per lo meno citare le fonti. Se le ha.

Per seconda cosa è un pagano nel senso spregiativo del termine, perché pronunciando quelle parole ha abiurato non solo la (sedicente) religione alla quale appartiene, bensì dimostra di nemmeno conoscere i Vangeli, la vita del Cristo, la Pietas, la Carità, la Misericordia. E neppure mostra un po’ di comprensione per il dolore dei genitori.

Per terza cosa, Giovanardi riteniamo che abbia molte difficoltà nell’attività politica, come le ha qualsiasi non vedente. Non ci può essere altra spiegazione: Giovanardi è orbo, non ha visto sul viso di Stefano i segni delle botte, né il pietoso stato del suo corpo dopo la morte. Attenzione, sono immagini crude[4].

Per quarta cosa, ci sovviene il dubbio che Giovanardi millanti una Laurea in Legge, che non comprendiamo come possa aver conseguito, giacché quel corso di Laurea prevede un esame d’Italiano, e Giovanardi non sa leggere. Se sapesse leggere, avrebbe letto i referti medici dell’autopsia sul povero Stefano[5], nella quale sono state rilevate “lesioni ed ecchimosi nella regione palpebrale bilaterale…la rottura di alcune vertebre…presenza di sangue nello stomaco e nell’uretra”. Tutte causate dagli spinelli, ovviamente.

Fine dell’ironia.
Le affermazioni di Giovanardi sono di una gravità incommensurabile, di una tristezza intellettuale senza limiti, sono un vulnus che – in qualsiasi Paese civile – condurrebbero immediatamente alle dimissioni.
Non stiamo eccedendo né estremizzando: le uniche affermazioni che possiamo accomunare a quelle di Giovanardi sono le esternazioni dei Generali argentini e cileni, le quali tentavano di giustificare le pratiche dei vari “Squadroni della Morte” sudamericani.

Ma c’è un precedente ancor più sinistro e terribile: se, come si può evincere dalle parole di Giovanardi, Stefano è morto in quanto “drogato”, quindi “fragile”, “ineluttabilmente destinato” – non pensiamo di travisare il Giovanard-pensiero, perché altro non si può concludere dalle sue parole – Carlo Giovanardi s’affratella ad un altro individuo che sancì l’indegnità di vivere per i debilitati, i gracili, gli psicolabili. Era Adolf Hitler.

Buona famiglia, buon contrasto alle tossicodipendenze e buon servizio civile a tutti: siete in buone mani.


Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.


06 novembre 2009

Niente paura: è tutta opera dello Spirito Santo

“…e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato.”
Fabrizio de André – Un blasfemo – dall’album Non al denaro non all'amore né al cielo – 1971.

La recente sentenza della Corte Europea – la vicenda di “crocifissi negati”, per le reazioni che ha generato – è una di quelle storie vomitevoli, da paese sottosviluppato, il quale non riesce a comprendere non il Diritto, ma soltanto i principi che lo sottendono, i quali sono la base della convivenza.
Anche il tono di chi commenta, a volte, fa arrossire: ma, davvero, nel 2009 – con tutti i guai che ci circondano – dobbiamo perderci in una guerra di religione? Sono questi i termini della vicenda?
Se una Corte Europea ha emanato quella sentenza, la prima cosa da fare è mettere sotto processo la Corte e l’Europa in genere? Gente che fino al giorno prima si sperticava in elogi per questo o quel trattato, improvvisamente nega tutto? Oppure, all’opposto, chi nega l’Europa per altri (e validissimi) motivi, per quale ragione non riesce a separare una vicenda dalle altre? Dobbiamo forse ricordare che, una delle principali conquiste civili, è stata quella di bruciare solo il libro, e non (insieme) l’autore?

Ovviamente, si possono avere le più disparate opinioni sui crocifissi ed altri simboli religiosi, ma non si può omettere – né nascondere dietro ad un dito – ciò che significano.
Da più parti, si solleva il vulnus dell’identità europea tradita: è una colossale falsità.
Per prima cosa, la strenua difesa in trincea del crocifisso non appartiene alla cristianità europea, bensì al solo cattolicesimo europeo, che è altra cosa. Solo che, chi vive in un angolo d’Europa e non alza mai la testa, difficilmente riesce a rendersene conto, accecato dal proprio provincialismo.
Salvo quattro Paesi – Italia, Spagna, Portogallo e Polonia – tutte le altre nazioni europee sono realmente multi-religiose, senza sconti: provate ad affermare, in Germania, la presunta “superiorità” di un culto e vedrete come vi risponderanno. Con un’alzata di spalle che sa tanto di commiserazione.
Se questi quattro Paesi desiderano vivere all’interno di un quadro comunitario, devono accettare delle regole che siano di garanzia per tutti, regole libertarie, che concedono la piena libertà di culto per tutti e, parallelamente, nessun accenno di supremazia nei confronti d’altre fedi.

E’ proprio così difficile immaginare un posto, nazione, continente o pianeta dove chiunque ha un credo – rispettando, ovviamente, la legge (inchiodare i gatti alle porte delle chiese non può essere accettato, perché offende le norme che riguardano gli animali e la salvaguardia degli edifici) – lo professa in piena libertà, senza pretendere che alcuni simboli – solo i suoi! – campeggino negli edifici pubblici, ossia nei luoghi che appartengono alla collettività?
Perché, avendo specifici luoghi di culto – garantiti proprio dalla legge – i simboli di un solo credo devono pervadere tutti gli ambienti? Perché questa è l’identità europea? Altra balla colossale, sia per l’oggi, sia per il passato.

Per chi non se ne fosse accorto, l’Italia – sono parole di Giovanni Paolo II, non mie – è “terra di missione”, tanto la religione cattolica è vissuta e praticata da una minoranza della popolazione. A parte le tradizionali presenze (Ebraismo e Protestantesimo), ci sono circa 20.000 italiani convertiti all’Islam: italiani, non africani.
Quanti sono i buddisti? Decine di migliaia, che seguono differenti aspetti della dottrina.
Ciò che però stupisce, è che tantissimi italiani oramai credono nella reincarnazione, s’identificano con principi animisti, rispolverano gli antichi Pantheon greco-romani. Quanti? Tantissimi, basta ascoltare qualche confidenza: se non basta, leggere le rilevazioni statistiche di fonte “non sospetta”[1]: il 30%!
Se un italiano su tre è cattolico praticante, uno su tre crede nella reincarnazione, altri si definiscono agnostici, induisti, buddisti, musulmani, ecc – a volte in un quadro di “credere senza appartenere”, come giustamente afferma Pier Luigi Zoccatelli, l’autore citato in nota – si può ancora affermare l’omogeneità e la completa sovrapponibilità di un credo religioso in una nazione?

Ma, ribaltiamo la domanda al religioso: è assolutamente necessario appartenere per credere? Oppure il credere senza appartenenza, il vagare cercando, lo sperimentare con fatica, l’assaporare gioie e disillusioni nella propria ricerca interiore, è valore infimo rispetto all’appartenenza, con o senza condizioni?
Perché mai – mi domando – dovrei percepire come “inferiore”, “incompiuto” od altro chi, semplicemente, dichiara d’essere alla ricerca di quella coerenza interiore che è stata – per millenni! – l’avventura filosofica?
Oppure, solo la Scolastica è da assaporare come scuola di pensiero?
Il respiro della libertà – tante volte citato a sproposito, per meri scopi di bottega – non dovrebbe comprendere tutti, al punto d’ascoltare chi riteniamo possa portare conoscenza, indicarci una via, avvalorare una tesi? Senza chiedere, prima, a quale appartenenza esso appartenga?
E veniamo alla Storia, spesso citata a sproposito per avvalorare tesi che non stanno in piedi.

Quando comincia la Storia?
Sotto Augusto, quando nacque il Cristo? Oppure la storia europea ha inizio con i Carolingi? Con l’avvento degli stati nazionali? Quando? Perché ciascuno di questi periodi contiene in sé aperte contraddizioni con l’Europa “giudaico-cristiana”.
Quando nacque il Cristo, l’Europa era Pagana. Poi divenne cristiana, ma con il Cristianesimo iniziò l’Eresia: vogliamo parlare dei Catari, di Dolcino, dei Giansenisti…di Pietro Valdo, di Savonarola…del Nicolaismo, della Simonia…
Nessuna contraddizione? Solo la Chiesa di Roma, che ordinava Cardinali – a 12 anni! – i rampolli delle famiglie nobiliari romane, non sbagliava?
Si giunse ad un cattolicissimo re di Spagna, protettore della Santa Sede come Imperatore del Sacro Romano Impero – ovviamente – il quale, nella tempesta della Riforma, per meri scopi dinastici permise ad un’armata protestante d’attraversare l’Italia e mettere al sacco Roma. Era Carlo V.
Fino al XV secolo, l’Andalusia era musulmana ed ebrea – e vissero in pace, fino all’arrivo d’Isabella la Cattolica – mentre gran parte dell’Europa Orientale fu Ottomana almeno fino all’Ottocento. E gli ortodossi greci e balcanici?
Certo che ci sono delle radici giudaiche e cristiane, ma ne esistono altre: la presenza musulmana, nell’est, durò secoli. Se queste radici esistono, perché sono i soli cattolici a reclamarne l’eredità? Perché i Luterani non sembrano molto interessati a queste vicende? Tanto meno gli Ortodossi?

E veniamo all’oggi.
Attualmente, il 5% della popolazione che risiede in Italia è composta da immigrati, in maggioranza musulmani, ma anche ortodossi, induisti, ecc: nelle altre nazioni europee, sono ancor più.
Nessuno si sogna, in Gran Bretagna, di discriminare una persona perché Buddista o Sikh: al massimo, ci fanno pure un divertente film come “Sognando Beckam”.
Chi sogna improbabili “paradisi razziali”, si metta il cuore in pace: che ci piaccia oppure no, senza un costante afflusso di “sangue fresco” l’Italia deperirebbe come una pera rinsecchita. La migrazione, nella Storia, è la normalità, non l’eccezione.
La natalità è soltanto retta dai figli degli immigrati (che, difatti, a fronte del 5% della popolazione, sono il 10% della popolazione scolastica) e, senza di loro, gli apparati produttivi non funzionerebbero. Quale giovane italiano, oggi, sa allevare un vitello? Dobbiamo importare anche i falegnami, perché i ragazzi italiani non vogliono più aver a che fare con segatura e trucioli: l’aspetto curioso, è che importiamo anche suore e preti da Paesi di tradizione non cattolica e poi…vogliamo discettare sui crocifissi?

Personalmente, nessun crocifisso mi ha mai disturbato, però mi è sempre parsa una stupidaggine imporre dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, giacché non tutti li riconoscono come tali, e dunque si possono generare reazioni negative proprio nei confronti di figure che – volendo essere veicoli di fratellanza e di pace – finiscono per dividere invece d’unire. Fra l’altro, l’icona di un uomo inchiodato ad una croce di legno non sempre viene compresa e necessita di spiegazioni, soprattutto per i bambini.
A mio avviso, la soluzione francese di negare qualsiasi simbolo religioso nelle strutture pubbliche è una conquista di civiltà giuridica: nessuno impone qualcosa, nessuno può vantare primogeniture, tutti i diritti d’appartenenza religiosa sono egualmente riconosciuti.
Di là del semplice principio giuridico, però, dovremmo chiederci quale sia lo scopo del simbolo religioso, mettendo da parte tutte le diatribe su Paesi che impongono questo e quello…altri che invece…
A cosa serve?

Oggi, siccome ho un’ora libera, scrivo in un laboratorio informatico, a scuola; ho cercato il crocifisso, ma non c’è: che abbiano già applicato le sentenza europea? Dubito: più semplicemente, qualcuno avrà dimenticato di metterlo e colgo quindi l’occasione per informare il ministro Gelmini della defaillance.
Il bello è che nessuno se n’è mai accorto, nessuno mai lo ha cercato, come in tutte le aule della scuola: dove c’è e dove non c’è. Penso che la stessa cosa avvenga in tutti gli edifici pubblici dello Stivale.
In ospedale è diverso; talvolta, ci sono malati che si portano da casa una Madonnina e la pongono sul comodino: trepidano per la loro salute, temono, cercano conforto.
In quel caso, il simbolo assume un senso: per il credente, diventa un mezzo di preghiera. Solo un mezzo, nulla più: ciò che veramente conta, è l’afflato di fede che scaturisce dalla persona, non il simbolo. Ma, quel sistemare il simbolo sul comodino, intesse una relazione: cosa assai diversa dal medesimo simbolo imposto de iure.
La stessa cosa avviene per le mille icone stradali, soprattutto le tantissime Madonnine incastonate nei palazzi o protette nelle modeste cappelle agresti. Purtroppo, talvolta diventano preda di un mercato antiquario becero e senza scrupoli.

Pur non essendo cristiano, mi ha sempre addolorato osservare lo stato d’abbandono nel quale versano queste modeste opere d’artigianato popolare, poiché furono testimonianze di una fede vera e convinta, non lo spettacolo che osservo all’uscita della chiesa di fronte alla mia abitazione: sguardi che osservano più il cappotto di Armani o la borsa di Gucci che l’icona di un Santo.
Non lontano dalla mia abitazione c’è un’edicola, che segna il crocevia d’antichi sentieri: la ricordavo cadente, polverosa, dimenticata. Poi, improvvisamente, il miracolo: passando, notai che era stata ripulita, c’erano dei fiori freschi…insomma, si notava che il vento era mutato. Chiesi lumi a mia moglie.
«Sono le ucraine, le badanti: prova ad andarci un giorno qualsiasi, al tramonto». Così feci, cercando di non farmi notare.
Ecco, al calar del sole, che una modesta ed informale processione di donne bionde e grassottelle scende la strada e s’avvicina. Sono le badanti, ex infermiere sovietiche, che ora si prendono cura di una società sempre più vecchia e rincagnata, tanto sospettosa verso lo straniero quanto edonista e permissiva verso se stessa.
Anche a distanza, notai che – mentre con gesti misurati cambiavano i fiori, pulivano l’inferriata, toglievano qualche erbaccia – non smettevano di parlare fra di loro e, probabilmente, con la Madonnina. Fui colto dalla commozione.
Quelle donne lontane da casa, che avevano probabilmente dovuto lasciare mariti e figli a casa per procurare il pane negato dagli architetti della globalizzazione, avevano ritrovato una Madonnina alla quale parlare, alla quale confessare i loro timori per i familiari lontani, le loro paure per il futuro. Una donna fra altre donne, che rimaneva lì, in silenzio, ad ascoltarle e che diveniva trasposizione, sublimazione dei loro fragili esseri, accomunati dall’angoscia di chi vive lontano dalle proprie certezze, in luoghi stranieri e talvolta ostili.
Posti molto “cristiani”, dove si recita nelle piazze la “Bibbia” di Giancarlo Gentilini: il Vangelo del razzismo e del rifiuto[2].

Da quel giorno, quando passo di fronte all’icona – anche se non sono cristiano – non manco mai d’inviare con il pensiero un saluto alla Madonnina. Non è più un tozzo di creta verniciato: è diventata un coagulo di sentimenti corrisposti, partiti da una fredda terra lontana, che in quel luogo si sono ricongiunti con secoli d’antiche preghiere e richieste, timori e pianti d’altre donne, d’altre generazioni, d’altri mondi. Quella Madonnina è sacra: le badanti ucraine l’hanno nuovamente consacrata, non la fredda benedizione di un prete o di un vescovo.

Mi tornano allora alla mente i poveri crocifissi dimenticati, che sopportano l’ignavia degli studenti, le maledizioni dei giudicati, i poveri chiacchiericci degli uffici pubblici. Chissà, se a qualche povero Cristo tocca pure ascoltare l’ultima puntata del Grande Fratello? No, a tanto non potrebbe reggere…
Forse, se potesse, sarebbe proprio il povero Gesù a chiedere d’andarsene. Seguendo i pensieri, ho avuto un’Epifania dello spirito, un’Illuminazione in pieno stile agostiniano.
Visto che nulla dovrebbe sfuggire all’occhio di Dio – pur nella temperanza del libero arbitrio – c’è da chiedersi se quella sentenza europea non sia stata emanata ex cathedra, con l’approvazione dello Spirito Santo.
In altre parole, potrebbe essere stato accolto, nell’Empireo, l’antico grido di dolore – Eloì! Eloì! Lamà sabactàni![3] – questa volta urlato in coro da una moltitudine di poveri Cristi abbandonati e polverosi, inchiodati ancora una volta in posti dove nessuno s’accorge di loro. Così in alto, nei Golgota scolastici, che manco i bidelli tolgono loro la polvere.

Un grido di dolore finalmente accolto, per abbandonare una terra dove lo spregio del Creato è lampante: chi ha massacrato Stefano Cucchi, si recava in Chiesa? Ci piacerebbe sapere se s’inginocchiava di fronte al Cristo e cos’aveva il coraggio di chiedere e di raccontare. Chi ha affondato le navi dei veleni, ha sotterrato il Cromo presso le fonti o nei fiumi, si riteneva un credente? Chi scavalca, volgendo lo sguardo, il corpo di un suicida sul marciapiede, chi non soccorre un ferito a morte nella metropolitana di Napoli (solo perché rumeno?) si può ancora considerare un credente? E in che cosa?
Certo, c’è il peccato e c’è la confessione, la redenzione dal peccato. Ma la traccia resta. Mille, migliaia, milioni, miliardi di tracce che ogni giorno s’accumulano e s’affastellano, in un mondo che ha smarrito la sacralità dell’essere e della natura, che al posto degli altari a cielo aperto dei Black Hills ha costruito miniere ed immondezzai, seppellito missili e scavato gallerie. Gente che militarizza le periferie per sotterrare rifiuti, altra che impesta l’aria bruciandoli, altri ancora che li versano su spiagge lontane.

Dov’è finita la sacralità dell’Uomo? Dov’è finita la ritualità dei gesti, la comunione empatica con il Creato?
Il povero uomo tecnologico, morso dal senso di colpa, si lancia nel volontariato per calmierare la fornace interiore la quale, inconscia ma presente, lo avverte della sua incompiutezza, del suo inutile vagare senza cercare, proseguire su dubbi sentieri senza direzione né meta.
Forse, la prima azione di volontariato – inteso come soccorso – l’Uomo dovrebbe compierla mettendosi di fronte ad uno specchio e non temere d’osservarsi: in silenzio, per lunghi, interminabili minuti. Non lo fa: troppo pericoloso.
Sì, siamo sempre più convinti che lo Spirito Santo si sia manifestato: questa volta non a Roma, bensì a Bruxelles.

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

30 ottobre 2009

E se fosse l’Olandese Volante?


Gentile Ministro Prestigiacomo,
quella che può osservare nella fotografia, sarebbe il relitto scovato dalla nave oceanografica “Mare Oceano” al largo di Cetraro, in Calabria. Molto probabilmente lo è, perché la nave “Città di Catania” (all’epoca si apponeva sempre, prima, la locuzione “Città di”) fu affondata nel Marzo 1917 da un sommergibile tedesco – all’Ufficio Storico della Marina lo confermeranno di certo – e siamo dunque felici che la “Città di Catania” (proveniente dall’India e diretta a Napoli) sia stata finalmente ritrovata.
Siamo un po’ più freddi, invece, al riguardo della “cessata emergenza” diramata ai quattro venti poiché – a nostro avviso – la conclusione ci sembra cozzare contro le più elementari regole della logica. Soprattutto della logica delle costruzioni navali.
Partiamo dall’inizio.

La presunta “nave dei veleni”, individuata dalla ricerca finanziata dapprima dalla Regione Calabria, doveva essere la Kunsky (che risultava, invece, demolita in Oriente ma, sulle pratiche di demolizione in quelle aree, meglio non fare troppo affidamento) ed invece si scopre che è un relitto italiano risalente alla Prima Guerra Mondiale. Le vendite di pesce sono crollate dell’80%, ed è dunque un bel sollievo sapere che si tratta di un innocente piroscafo italiano.
Ci sono, però, alcune discrepanze fra le due descrizioni, che saltano agli occhi.
Nelle risultanze pubblicate sui primi rilevamenti – quelli ordinati dalla Regione Calabria – si dice che:

E' lei. E' la nave descritta dal pentito di mafia Francesco Fonti. E' come e dove lui aveva indicato. Sotto cinquecento metri di acqua, lunga da 110 a 120 metri e larga una ventina, con un grosso squarcio a prua dal quale fuoriesce un fusto. Si trova venti miglia al largo di Cetraro (Cosenza). I fusti sarebbero 120, tutti pieni di rifiuti tossici[1].

Ci sono dei fusti. Fusti in metallo, ovviamente. Peccato, Ministro Prestigiacomo, che lo stivaggio di materiali in fusti metallici non fosse assolutamente in uso agli inizi del ‘900: all’epoca, tutto veniva stivato in barili di legno, tanto che le tabelle d’armamento, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, prevedevano che a bordo vi fosse almeno un mastro bottaio con alcuni aiutanti. Controlli, la prego.
Ci sono dei fusti nei pressi della “Città di Catania”? Approfondisca.

Altro capitolo che non ci convince riguarda le dichiarazioni della “Grande Silenziosa”, la Regia Mar…pardon, oggi Marina Militare Italiana:

Di certo i misteri che hanno sempre avvolto questa vicenda non lasciano sperare bene. Come aveva già confermato la Marina Militare, nella zona – siamo a venti miglia al largo di Cetraro (CS) – non ci sono relitti bellici né della prima né della seconda guerra mondiale.[2]

Ohibò, vuoi vedere che alla gloriosa Marina Italiana era sfuggita la povera “Città di Catania”? Oppure qualcuno se n’era scordato? Per di più: una nave che porta il nome della sua città natale…
Insomma: furono oppure no affondate navi, per eventi bellici, nel mare di Cetraro? Controlli, la prego: se desidera, posso inviarle i riferimenti dell’Ufficio Storico della Marina, ma sono certo che lei già li possiede.

Se il mistero dei fusti e dei barili, più le incertezze della Marina, ancora non la convincono, le sottoponiamo la relazione stesa durante i primi rilevamenti:

L’epoca della costruzione della nave affondata, secondo quanto emerso dai primi rilievi, risalirebbe agli anni `60-´70. Secondo quanto riferito dal procuratore Bruno Giordano, infatti, non sarebbe visibile la bullonatura, il che indurrebbe a pensare che sia stata costruita in quegli anni. Il relitto è coperto da numerose reti da pesca[3].

Non vorremmo tediarla con inutili dissertazioni sulle costruzioni navali, ma vorremmo ricordarle – questa è Storia, non invenzioni – che le prime navi a non avere bulloni per collegare le lamiere alle ordinate furono le corazzate “tascabili” tedesche della classe Admiral Graf von Spee (più precisamente, Admiral Graf von Spee, Admiral Scheer e Deutschland, poi Lützow), le quali – dovendo sottostare ai limiti imposti dalle Conferenze Navali di Londra e Washington – non potevano dislocare più di 10.000 tonnellate.
I tedeschi, per risparmiare il peso dei bulloni, “inventarono” la saldatura della lamiere alle ordinate, il che consentì di costruire navi con cannoni di maggior calibro (280 mm) al posto dei 203 mm dei “classici” incrociatori pesanti da 10.000 tonnellate.
Tutto questo, per dirle che – come afferma il Procuratore di Paola – se la nave in questione non ha bulloni nello scafo, non può essere la “Città di Catania” (varata nel 1906, quando si “bullonava” sempre, da non confondere con l’omonima nave affondata in Adriatico durante il secondo conflitto mondiale), ma un’altra. Che la Kunsky sia solo un poco più in là? Perché chiudere così frettolosamente le indagini? “Caso chiuso”: così in fretta?

Rimane il mistero del Cesio 137 ritrovato nei molluschi[4], proprio in quel mare: siccome il Cesio 137 non si trova in natura, chi ce lo avrà messo? Lei ha un’idea? Che siano stati gli iraniani?

Le ricordo, infine, che le precedenti rilevazioni stabilirono che – nel mare di Cetraro – il SONAR aveva individuato ben sette “macchie scure”, che non indicano necessariamente una nave, ma che forniscono alte probabilità che lo siano.
Ciò che insospettisce, è che la notizia fu pubblicata da AdnKronos e – proprio mentre scrivevo questo articolo – è sparita! Sì, ritirata dal circuito!
Credo che, anche per lei, la cosa risulterà assai strana.
Non vorremmo che, per correre dietro all’urgenza economica di garantire la pesca, per ovviare alle proteste dei pescatori e per tacitare chi fa “allarmismo”, aveste semplicemente scambiato una nave per un’altra. Capita. In fin dei conti, quel che conta è la verità mediatica: il resto…

Provi a rifletterci un poco; se mai, chieda lumi a Bertolaso ed alla Marina: vedrà che – con un poco di calma e di riflessione – tutto si chiarirà. Come sempre, in Italia.

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

28 ottobre 2009

Cronache dalla barbarie

Se “l’imbarbarimento” della vita politica italiana fosse solo l’inciviltà che abbiamo sotto gli occhi, potremmo ridere allegramente e nutrirci di sole vignette, che sono – talvolta – esilaranti. Si va dalla carta d’identità di Brunetta, nella quale si vedono solo i capelli, a quelle “meteorologiche” su Berlusconi, il quale – non contento delle mille baggianate che fa raccontare dalle sue TV – s’inventa pure una tempesta di neve su Mosca per non incontrare il suo Ministro dell’Economia. Di questo passo, il nuovo Fascismo Mediatico ci racconterà pure che l’Umbria ha dichiarato guerra alle Marche, e qualcuno ci cascherà.

Non è nemmeno troppo “barbaro” che il Presidente del Consiglio vada a puttane, facendole pagare da un faccendiere della Sanità pugliese, il quale ha probabilmente ricevuto quei soldi dalle commesse di un’amministrazione di centro-sinistra dopo, chiaramente, aver fornito “carne fresca” anche nelle Puglie di “sinistra”.
In questa barbarie casereccia, c’è anche un rispettabilissimo Presidente di Regione che non va a puttane, perché preferisce i trans, e non si sa se li paga con soldi suoi o con mazzette, se ci va con l’auto di servizio oppure con la sua “Panda”, e se i carabinieri che lo scoprono sono delle “mele marce” oppure sapientemente imbeccati. Da chi? Perché?
Ecco, allora, che puttane e trans s’incrociano quando il Presidente del Consiglio telefona al Presidente di Regione:

«Attento Presidente, c’è un video che circola dove sei ritratto mentre te la spassi con “una” che ha un bel batocchio fra le gambe.»
«Non mi dica, Presidente: ma…come ha fatto a saperlo?»
«Me lo ha raccontato – Presidente – un caro amico giornalista – un Direttore, caro Presidente, sia chiaro – il quale s’è visto offrire la “merce” in cambio di denaro.»
«Ma…Presidente, spero che il Direttore non abbia accettato…»
«Certo, Presidente, io sono un uomo d’onore: visto che quel giornale è mio e che quel Direttore è un mio dipendente, puoi stare tranquillo, in una botte di ferro. Come Attilio Regolo.»
«Non so come ringraziarla, Presidente»
«Beh, non farlo sapere i giro – sai – perché non mi piace avere a che fare con quelli che se la spassano con i “batocchi”…io, le mie pulzelle, le faccio urlare di piacere tutta la notte. Come faccio? Una pastiglia, una doccia gelata e via, con il mio medico personale a disposizione nella stanza accanto.»
«Ma, adesso – Presidente – come posso fare?»
«Eh, caro Presidente, stacca qualche assegno dal tuo carnet per tacitare la cosa.»
«Mah, Presidente, e se la cosa non funzionasse, se il ricatto…»
«In quel caso – da Presidente a Presidente – giungerò in tuo soccorso e partirà l’indagine interna dei Carabinieri: le chiameremo “mele marce”, le cacceremo dall’Arma…e via. Ah, solo un’ultima cosa: se staccare gli assegni non dovesse funzionare, alla fine della questione ti toccherà staccare la spina che ti lega alla Regione Lazio.»
«Certo, Presidente: si tratta di una rinuncia che…»
«Non preoccuparti: ti faremo Presidente di una nuova fondazione, quella delle Pari Opportunità Sessuali: oggi una femmina, domani un trans, dopodomani un uomo barbuto, la settimana prossima una giovanetta, poi una capra…tutti uguali di fronte al sesso!»
«Non so come ringraziarla, Presidente…»
«Eh, caro Presidente, quando si è nella stessa barca…oddio, proprio la stessa…con quei “batocchi” no, però…ci si deve pure dare una mano fra di noi, altrimenti, se si sfalda la nostra casta…ci rendiamo conto di dove potremmo andare a finire? Lo sa quanti comunisti con le zanne sono pronti ad assalirci, nascosti nelle cantine di Roma, nelle foreste alpine, sotto i mari? Lo sa? Lo sa che ho dovuto appioppare una bella “tassa” agli italiani – sotto forma di decoder, cavi SCART, antenne e TV da sostituire, quella baggianata della Legge Gasparri e del digitale terrestre… – per consentire loro d’ascoltare Emilio Fede, per continuare la crociata anticomunista? Lo sa?»
«Eh sì, lo so Presidente: sapesse che fatica ho dovuto fare per togliermi di torno qualcuno di quei comunisti dalla Regione…erano della sottospecie domesticus, per fortuna, non i ferox da lei indicati…però…»
«Certo, Presidente, la capisco: resistere!resistere!resistere!»
«Grazie, grazie ancora Presidente.»

Se la barbarie fosse solo questa, potremmo sorridere (amaro) e passar oltre, senza curarci troppo di quanto avviene fra “pulzelle e batocchi”. Oppure credere al minuetto fra Bossi, Berlusconi e Tremonti…al partito “nuovo” che Bersani ha appena battezzato, e che già invecchia e si sfalda mentre è ancora sullo scalo…no…sarebbe soltanto il consueto corollario di una civiltà morente, che rovinerà da sola, senza nemmeno il classico “dito” per la spinta finale. Come dite? Che, crollando, ci trascineranno nell’abisso? Eh, qui no: permettetemi di dissentire, perché nell’abisso ci siamo già oggi.

Il 16 Ottobre 2009, un giovane romano – Stefano Cucchi di 31 anni – viene arrestato per la detenzione di una “modesta quantità di droga”: non viene specificato di quale droga si trattasse. Grazie alla legge partorita dall’oggi “Illuminato” (per qualcuno) Gianfranco Fini e dal compare Carlo Giovanardi (rimasto un ninnolo parlante da sacrestia), quel ragazzo poteva avere anche solo pochi grammi d’hascisc. Destinazione: Regina Coeli.
I genitori – immaginiamoli come tutti i genitori, preoccupati, ansiosi – chiedono subito un colloquio con il figlio in carcere, e lo ottengono per il 23 Ottobre: una settimana per avere il colloquio, eh, l’amministrazione carceraria è lenta…si deve avere pazienza…
Dove, invece, la Giustizia è rapidissima è nel comminare la pena di Morte, come abbiamo ricordato nel nostro “Il Miglio Verde Italiano[1], ed i genitori – che, immaginiamo, attendono trepidando di parlare con il figlio, di chiedere spiegazioni, sapere come sta… – sono immediatamente “dirottati” all’obitorio dell’Ospedale Pertini (reparto carcerario), perché – quando si dice la sfortuna! – Stefano è improvvisamente spirato nella notte fra il 22 ed il 23 Ottobre. Perché era in ospedale?
Aveva improvvisamente avvertito dei “dolori alla schiena” ed i premurosi carcerieri s’erano immediatamente allertati per farlo ricoverare, affinché ricevesse le necessarie cure. Come no.
I “dolori alla schiena” che il figlio aveva manifestato, si trasformano – meraviglia di una transustanziazione carceraria – in un viso tumefatto, distrutto, quasi irriconoscibile per i poveri genitori che devono, invece di parlare con il figlio, ottemperare all’obbligo del riconoscimento. Qualcuno si rende conto della sofferenza che c’è dietro ad una storia del genere?
E questo caso è solo uno fra i tanti.

Aldo Bianzino, un falegname umbro di 44 anni, viene arrestato in piena notte il 12 Luglio 2007 per la stessa ragione: Bianzino, forse uno degli ultimi hippies, aveva delle piantine di marijuana nell’orto. Condotto nel carcere di Capanne (PG), viene trovato morto nella notte fra il 13 ed il 14 Luglio dello stesso anno, due giorni dopo l’arresto[2].
Nel caso di Bianzino, il “lavoro” è stato eseguito bene: il povero falegname è morto per traumi interni, emorragie invisibili dall’esterno, costole rotte, ecc. Un “lavoro” che solo dei “professionisti” del crimine possono eseguire, gente che ha a disposizione tutto il “necessario” ed ha tempo per farlo.
La vicenda è stata pubblicata anche sul blog di Beppe Grillo, perché è l’apoteosi della disgrazia, di un Fato perverso che sembra allearsi a questi massacratori d’innocenti: la moglie di Branzino – Roberta Radici – muore pochi mesi dopo – ricordiamo, forse, che i nostri “vecchi” dicevano “è morto di crepacuore”? – e lascia solo il figlio Rudra, minorenne.
Non ci dilunghiamo in altri casi, perché sarebbero soltanto delle fotocopie con lievi differenze: chi colpito in modo “professionale” da qualcuno che è stato ben preparato per quelle evenienze, oppure s’utilizza il laissez faire carcerario d’antica memoria. Si muore in una cella, soli, pestati a sangue da qualcuno che non sai se è un detenuto od un agente in borghese, si muore sputando l’anima con un punto interrogativo che serra lo stomaco, che chiede incessantemente perché?perché? perché proprio a me?
Bianzino, Cucchi e tutti gli altri che lasciano la pelle nelle carceri, nelle strutture psichiatriche come Mastrogiovanni, sulla strada come Aldrovandi non sono altro che il manifestarsi – evidente! Solo chi non ha occhi può accampare scuse! – che il “Garage Olimpo” italiano sta funzionando a meraviglia. Uccidono, senza remore, chiunque caschi nella loro rete, facendo ben attenzione a salvare quelli che non devono morire.

Sabato notte, 24 Ottobre 2009, un giovane torna ad Ostia dopo aver trascorso la serata a Roma: non c’è nulla di strano nel suo comportamento – forse, affermano i giornali, “è solo elegantemente vestito” – e ciò basta a tre pezzi di merda (scusate il necessario turpiloquio), che sono appoggiati al muro della stazione Lido Nord per assalirlo, pestarlo a sangue (costole rotte, setto nasale, ecc) al grido di “Frocio, Comunista”[3].
Il commento del sindaco Alemanno è che si tratta di “una vicenda preoccupante” e che ci vuole “più lavoro nelle periferie”. Alla prossima dirà che si tratta di un gesto “esecrabile”, e poi via con tutti i sinonimi dello Zingarelli: finché ci sono aggettivi, c’è speranza.

Da più parti si sostiene che il Belpaese ben si presti per le “sperimentazioni”: qualcuno, addirittura, lo chiama il “Laboratorio Italia”. E, allora, di cosa vi meravigliate? Stiamo qui a discutere se sia meglio andare a puttane od a trans, e se sia lecito esigere – sempre – il rispetto della privacy?
Chi ha rispettato la “privacy” di farsi uno spinello per Aldo e per Stefano? Gli stessi che vanno a puttane e poi sentenziano a morte – sì, perché le leggi le fanno loro – dagli scranni del Parlamento? E qualcuno parla ancora di rispetto per gli energumeni che ci governano?
Per caso, qualcuno rammenta il caso del deputato UDC Cosimo Mele[4], sorpreso durante un festino a “luci rosse” e cocaina in via Veneto: in quel caso, non era tanto una questione morale, quanto l’accusa di spaccio. Ebbene? Cosimo Mele ha ricevuto lo stesso trattamento di Cucchi e Bianzino? E qualcuno, ancora, invoca una “pietosa” e molto anglosassone privacy per questi signori?

Si può parlare a vanvera del Trattato di Lisbona e poi, quando i suoi prodromi – il “Laboratorio Italia” – si manifestano sotto i nostri occhi, non vederli, oppure continuare con un’alzata di spalle facendo i “superiori”, in nome di una morale che dovrebbe essere condivisa, e viene invece derisa?
Gli assassini di Cucchi, Bianzino, Mastrogiovanni, Aldrovandi e tanti altri sono la ferita inferta da questa classe politica di mefitici saltimbanchi ai grandi principi di garanzia del Diritto, dall’Habeas Corpus alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. In quale Paese, un simile stillicidio d’omicidi di Stato non avrebbe suscitato indignazione, ribellione, dimissioni?
In tutti, salvo nel “Laboratorio Italia”, quell’appendice di terra slanciata nel Mediterraneo dove le condizioni sono “ottimali” per sperimentare i frutti del Trattato: una sorta di “Garage Olimpo”, trasposto dall’Argentina dei generali all’Italia dei pretoriani.
E qualcuno, ancora, si “scalda” per difendere il diritto di questa gente ad avere una “privacy”? La loro libertà d’uccidere mentre si garantiscono lusso e piaceri a iosa? Lo faccia pure, ma non s’aspetti d’avermi al suo fianco.

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

19 ottobre 2009

E bravo Giulio!

“Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra filosofia”
William Shakespeare – Amleto – Atto Primo – Scena Quinta.

Continuando di questo passo, siamo certi che Giulio Tremonti scoprirà che le galline fanno le uova e che le rose profumano. Dandogli ancora tempo, arriverà a capire come facciano le mucche e fare il latte e, magari, perché il Sole scalda.
L’uomo del Monte x 3 non la smette mai di stupirci; va là – italiani! – ve lo dico io come si vive meglio: con il posto fisso[1]! Lo crediamo bene: lui ce l’ha!
Adesso che abbiamo risolto tutto con il posto fisso, forse non ha più senso parlare di reddito di cittadinanza, d’energia rinnovabile, di truffa sulla moneta…non serve più a niente…oppure sarebbe meglio proporre schede gratis per i telefonini e una moratoria per tutte le infrazioni stradali causate dall’alcolismo? Dai, Giulio.
Ma…sbagliamo o questo Giulio Tremonti è la stessa persona che, solo un anno fa, firmò i famosi decreti dei “100 giorni”, quelli che hanno visto nascere, nella scuola, le classi di 30-40 persone e che hanno cacciato sulla strada decine di migliaia d’insegnanti? O abbiamo sognato? Il sospetto che ci siano in giro dei replicanti – signori miei – a questo punto non è più fantasia.

Oppure, nel miglior stile sovietico, Giulio ha fatto autocritica. Comprendiamo.
Non va più di moda sbattere la gente in Siberia…no…però – a questo punto – vorremmo vedere i fatti. Altrimenti, il replicante che parlava al convegno della Banca Popolare di Milano – facendosi credere il Ministro dell’Economia della Repubblica – in una baita sopra Sondrio dovrebbe andarci da solo. E restarci.
Il lavoro non è un argomento “gettonato”, eppure trascorriamo spesso più tempo al lavoro che con i nostri familiari: ora, se a parlare di lavoro è uno scrittore, passi, ma quando a farlo – ed in modo così esplicito! – è un Ministro dell’Economia, dovrebbe trarne le conseguenze. Oppure scegliere la parte d’Amleto e recitarla fino in fondo, sempre che riesca a reggere il ruolo.
Siccome non crediamo una parola delle riflessioni del nostro bel Amleto da Sondrio, proveremo noi a parlare di lavoro: come sappiamo farlo, visto che non siamo ministri economici.

Come si può parlare di lavoro, di quel che è diventato il lavoro, di cosa potrebbe (e dovrebbe) essere il lavoro, sul perché lavoriamo, per quanto tempo, come…
Quante ore fai? Quanto prendi? Ti fai il culo?
Ecco, forse in questo modo tutti capirebbero – come fanno in TV, che la vincono sempre – però il Web è il luogo dove pochi, fra quelli che non sanno leggere un grafico, arrivano: dunque, parlare di lavoro senza le pelli di salame agli occhi, dovrebbe essere ancora possibile. Sempre che s’abbandoni la triplice domanda appena esposta.

Il primo aspetto da valutare, per quanto riguarda la natura del lavoro, è il fabbisogno energetico: più è elevato, meno lavoro manuale esiste. Le immagini dei cinesi che costruivano le strade a forza di braccia sono oramai storia, come le nostre di quasi un secolo fa: difatti, anche il loro fabbisogno energetico è schizzato alle stelle.
La gran parte dell’energia consumata va a sostituire la forza muscolare umana ed animale, mentre una quota certamente minore viene utilizzata per sostituire l’intelligenza umana, dai semplici computer alla miriade di schede elettroniche utilizzate nelle macchine di processo, ossia nell’enorme “cascata” tecnologica che, partendo dalla macchina che vernicia automaticamente le autovetture, giunge alla macchina che ha costruito quella macchina.
Il fenomeno è noto e possiamo analizzarlo meglio partendo da un dato relativo agli ultimi 30-40 anni: l’occupazione nelle grandi imprese è scesa all’incirca di un punto percentuale l’anno, mentre la produttività è cresciuta pressappoco del medesimo valore.
Senza spilluzzicare i decimali, potremmo semplicemente affermare che le macchine fanno le cose più in fretta dell’uomo e costano di meno: perciò, gli uomini dovrebbero lavorare sempre di meno. Non me lo invento io: basta rileggere Marx, invece ci viene chiesto di lavorare sempre di più. E poi manca il lavoro: per forza! Se lo fanno le macchine…

L’equilibrio ha retto fin quando il capitalismo di matrice keynesiana ha vissuto, ossia fino alle grandi ristrutturazioni industriali degli anni ’70, giacché la “spinta” sindacale era sorretta da molti fattori, quali il gran numero di lavoratori sindacalizzati, l’assenza di un’informazione pianificata in modo spietatamente orwelliano, la presenza di 160 divisioni sovietiche di là dell’Oder.
Ciascuno di quei fattori aveva il suo peso e contribuiva a destinare ai lavoratori una quota consistente dell’aumento di produttività, che si trasformò per decenni in diminuzione dell’orario di lavoro ed in aumento reale delle retribuzioni, mentre il trattamento previdenziale ed assistenziale era sicuramente più favorevole rispetto all’oggi ed a quello che il futuro prospetta.
Se vogliamo scendere un attimo fra gli esempi, ricordiamo che la sanità era praticamente gratuita, che in ospedale s’andava anche “per analisi”, ossia per stilare una diagnosi precisa, e non solo per nascere, per morire o per qualche accidente improvviso. Oggi, ti fanno correre come un pazzo fra le varie strutture, e ti paghi praticamente tutto.

Il trattamento previdenziale era diversificato fra il settore pubblico e quello privato, ma in ogni modo molto vantaggioso rispetto all’oggi: nel pubblico, le famose “pensioni baby” erano un espediente della classe politica per salvaguardare la fedeltà dei ceti medi, mentre chi aveva lavorato nel settore privato – ed aveva iniziato a lavorare presto – a circa 50 anni terminava la propria vita lavorativa, giacché bastavano 35 anni di contribuzione.
Da ultimo, la generazione nata negli anni 20-30 del ‘900 riuscì spesso ad acquistare o costruire una casa, a far studiare i figli, a concedersi quello che oggi è considerato quasi un lusso: due o tre settimane di vacanza, magari in tenda o roulotte, ma vacanze erano.
A fronte di quella situazione – idilliaca, se paragonata all’oggi – il debito pubblico era attestato intorno al 60% del PIL: quindi, quando narrano che sono stati lavoratori le “idrovore” del bilancio pubblico, raccontano solo frottole.

Il punto di “viraggio” di quella situazione possiamo allocarlo fra il 1980 ed il 1990: l’elezione di Ronald Reagan non fu la causa scatenante del processo di mutamento, bensì il suo giungere a maturazione.
La “Guerra Fredda” aveva concesso enormi investimenti alla ricerca militare, soprattutto per quanto riguardava la miniaturizzazione dell’elettronica (missili, ecc), la quale fu gran dispensatrice di una nuova gestione del lavoro, nel quale la fatica umana diventava un nemico da sconfiggere non tanto per questioni etiche, quanto perché meno redditizia. Difatti, proprio negli anni ’80, la FIAT assorbì la COMAU (robotica industriale) e, dopo pochissimi anni, segmenti importantissimi delle catene di montaggio (si pensi alla verniciatura, con quel che si trascinava appresso per problemi di nocività) furono completamente automatizzati.
Fin qui l’aspetto tecnologico e produttivo, che toccava ogni ambito del lavoro, dall’agricoltura ai servizi, passando – ovviamente – per l’industria, i trasporti, la sanità, ecc.
Rimaneva il problema di non cedere più i benefici della maggior produttività ai lavoratori, e non era faccenda così semplice da risolvere.

L’aspetto internazionale del problema è stato, a nostro avviso, poco valutato: ricordiamo che Enrico Berlinguer, prima delle elezioni del 1976, candidamente affermò che «se il PCI avesse vinto le elezioni, l’Italia sarebbe stata naturalmente schierata nel Patto di Varsavia
Ovvio che quella frase non può essere presa per oro colato – i mezzi per ovviarla erano molti, il Cile insegna – però la presenza sovietica nel Pianeta richiedeva sempre attenzione sul fronte interno.
Il grande “sogno” di un nemico sconfitto e nella polvere fu realizzato dall’amministrazione Reagan, mentre – precedentemente – la “trappola afgana” di Brezinskji ne aveva creato i prodromi. La fulminea, nuova impostazione americana della difesa – ricordiamo la “Marina delle 600 navi” – condusse l’URSS ad aumentare le spese militari fino al 16,5% del proprio PIL, mandando a catafascio la programmazione sovietica. Zeppi d’armi di tutti i tipi, con l’industria pesante completamente assorbita a costruire “bisonti” di cielo, mare e terra, i russi attendevano per mesi il motore di ricambio per il frigorifero, ed imprecavano.
Terminiamo qui la trattazione dell’aspetto geopolitico del problema – non perché manchino gli argomenti! Le spese militari che giunsero al 7% del PIL statunitense (UE circa 1-2%) con inevitabili ricadute, la “liberazione” al capitalismo selvaggio di tante nazioni prima legate al carro di Mosca, che si rivelò un boomerang proprio per l’industria a stelle e strisce, ecc… – e ci fermiamo qui soltanto perché ci condurrebbe lontano dai nostri obiettivi.

Gli eventi di quegli anni – l’avvento dell’elettronica a basso costo, il crollo dell’URSS, la nuova “informazione libera”, che solo oggi osserviamo nella sua completa acquiescenza al potere – crearono le basi per il passaggio a quello che viene definito “Turbocapitalismo”, “Liberismo selvaggio”, eccetera.
La differenza precipua, rispetto al capitalismo di matrice keynesiana, risiede in un semplice principio: il lavoratore non è più considerato un attore del processo produttivo, non deve accampare diritti, le rappresentanze sindacali possono essere comperate un tanto al chilo od ignorate, nel nome del supremo interesse nazionale. Il che, incrina quella “repubblica fondata sul lavoro” che recita il primo articolo della Costituzione, giacché i Costituenti pensarono al mondo del lavoro come ad un universo dialettico, non un diktat determinato dal “supremo interesse nazionale”, che sa tanto di Ventennio.
Ovvio che questo “interesse nazionale” è un pio eufemismo: si tratta della somma fra gli interessi delle classi dominanti (finanza, industria, ecc) e di quelli dei loro lacché, la Casta politica. Il che, apre uno scenario che riguarda il debito pubblico.

A metà degli anni ’70, il debito pubblico iniziò a “correre”: ovviamente, la colpa fu addossata ai lavoratori (scala mobile, ecc), mentre sfuggì completamente che l’Italia aveva moltiplicato a dismisura la spesa pubblica non nella fornitura di servizi alla collettività, bensì per creare un vasto elettorato – fedele poiché retribuito – mediante la de-localizzazione.
La riforma regionale del 1970 doveva decretare la fine delle Province – della serie: o l’impianto di stampo napoleonico (Province), oppure quello di matrice tedesca (Regioni), poiché mantenerli entrambi sarebbe stato troppo costoso – ed invece avvenne il miracolo. Le Province furono “salvate” assegnando loro una “quota” del personale scolastico (un vero e proprio non sense) ed altre competenze che riguardavano la caccia e la pesca. Di più: nacquero le comunità montane e le circoscrizioni, altre idrovore di soldi pubblici.
Per citare un solo esempio, prima della polverizzazione delle competenze, sul fiume Po aveva voce in merito un solo ente: il Magistrato del Po. Oggi, sono 28 diverse amministrazioni, con il gran caos che ne consegue.
Infine, poiché ancora non bastava, ecco spuntare una miriade di fondazioni ed enti – alcune già esistenti, altre creati ex novo – per avere una sorta di “cassa di compensazione” per i “trombati” oppure per parenti, amici, mammasantissima di turno. Tutto ciò, lo possiamo osservare ogni anno nel consueto “assalto alla diligenza” che è la Finanziaria: ridotti al lumicino i provvedimenti d’assistenza sociale, si moltiplicano le “fondazioni” che ricevono denaro, la stampa pagata direttamente dalla politica, ecc.

Si tratta del necessario frutto per nutrire un elettorato fasullo, certo della propria sicurezza sociale soltanto grazie al voto ed all’appoggio politico: anche le famose pensioni d’invalidità, di democrista memoria, sono tornate a crescere.
In fin dei conti, solo 30 italiani su 100 si sono recati, alle ultime elezioni europee, a sorreggere i partiti di governo: sommiamo tutta la Casta con i suoi aggregati (fondazioni, enti inutili, consulenze, ecc) famiglie, parenti ed amici e capiremo che una buona fetta di quei voti sono comprati.
E il lavoro? E i lavoratori?

Il primo passo, sconfitto l’orso sovietico, fu quello di fare man bassa per tutto ciò che c’era d’appetibile: la famosa “riunione” sul Britannia è storia nota, meno le condizioni di quello che fu “appetito”.
La Società Autostrade – finanziata per decenni dall’ANAS, soldi pubblici, di noi tutti – era una fiorente società pubblica: basso indebitamento, occupazione in calo dell’1% l’anno (tessere autostradali al posto degli esattori, poi Telepass), bilancio ampiamente in attivo: passata di mano per un piatto di lenticchie.
La barzelletta che hanno raccontato per decenni fu che lo Stato, in economia, era uno sfracello: difatti, si guardarono bene dal privatizzare ciò che non conveniva o doveva mantenere un ruolo sociale. Oggi, tentano nuovamente la stessa carta, con le continue pressioni per privatizzare Italcanieri, un’azienda pubblica, florida ed in espansione. Zeppa di “posti fissi”, quelli che oggi – 19/10/2009, teniamolo a mente, magari domani cambiano replicante… – piacciono tanto a 3Monti.

Dopo quelle belle trovate – siccome lo Stato s’era privato di fonti di reddito, ed i boiardi di Stato reclamavano ampia “libertà d’impresa” – giunsero gli accordi sindacali del 1993, i quali sancirono anch’essi il principio del “supremo interesse nazionale”.
Il recupero salariale dell’inflazione fu affidato alla cosiddetta “inflazione programmata”, la quale fu una presa per i fondelli come mai se n’erano viste: “programmo” un tasso d’inflazione (lo desumo dalle analisi dei “guru” economici, me lo faccio dire dal Mago di Forcella, lo invento di sana pianta…) e la differenza sarà – in seguito (!) – recuperata. Ovvio che, quel “seguito”, assommava altra inflazione ed altre perdite di valore delle retribuzioni le quali, dalla fine della scala mobile, hanno perduto circa il 30%, forse più, del loro valore reale.
Tutti gli attori di quella sciagurata rapina ai danni dei lavoratori furono sontuosamente premiati: l’artefice (Ciampi) con la Presidenza della Repubblica, mentre quelli che facevano il “palo” (i sindacalisti venduti) con le presidenze di “succosi” enti. Ma non bastava ancora.

Si narra che l’appetito vien mangiando: ecco allora – benedetto da tutti: Treu, Maroni, Bassanini, Sacconi, ecc – il grande escamotage per privare i lavoratori dell’ultimo appiglio che rimaneva loro per mettere insieme il pranzo con la cena: il contratto di lavoro. Entra in scena la “flessibilità”: come?
Si prende un accurato studio sul lavoro svolto da un docente universitario (Biagi), si opera un sapiente “taglia ed incolla” per prendere tutto ciò che può essere favorevole agli imprenditori e s’eliminano tutte le garanzie per i lavoratori. Quando, poi, il professore si lamenta che il suo lavoro è stato stravolto, che non era quello il frutto del suo pensiero, lo si abbandona e gli si toglie la scorta. Lui, ancora si lamenta perché ha ricevuto minacce: a quel punto, delle “provvidenziali” Brigate Rosse lo ammazzano e, quello che è oggi Ministro delle Attività Produttive (Scajola), lo definisce un “rompicoglioni”. In qualsiasi Paese europeo, un simile elemento – dopo un’uscita del genere – non sarebbe mai più entrato in un’aula parlamentare, ma siamo in Italia.
Ha così inizio l’odissea di tanti giovani, i quali non hanno più ferie pagate, accantonamenti pensionistici, liquidazioni: il bello della faccenda è che, sulla carta, questi diritti ancora esistono mentre, nella realtà, sono stati completamente depotenziati. Quale sarà la pensione di un lavoratore a progetto? Ha solo da sperare nell’assegno sociale.
A quel punto, il disegno d’appropriarsi totalmente degli incrementi di produttività era quasi completato: mancavano ancora due tasselli.

Il primo è la necessità di un vasto sottoproletariato, qualcuno che sia ancor più ricattabile e sul quale (possibilmente) scaricare la rabbia e la frustrazione: ecco all’orizzonte le barche dei migranti, i nuovi schiavi non si devono più rastrellare nella savana! Basta dar fuoco alla savana: arrivano da soli!
Nell’agro casertano e nel foggiano, in agricoltura, si sono consumate pagine da piantagione dell’Alabama del secolo scorso, con tanto di guardiani armati. La stampa qualcosa ha riportato[2], ma basta qualche velina, più il solito rumeno delinquente (al pari del delinquente italiano), per saldare tutti i conti. Mica i giornalisti delle testate di regime e delle TV di partito li strapagano per niente.
Una volta trovato qualche milione di capri espiatori, ecco la nuova puntata: bisogna aumentare l’età della pensione! I conti sono in rosso!

In realtà, prima della controriforma Damiano, l’INPS era in attivo per la parte previdenziale di 1 miliardo di euro l’anno, dopo la riforma Damiano (dati 2007) per ben 17 miliardi di euro. Eppure, altre nubi s’addensano sui lavoratori: l’ultima “puntata” del reality pensionistico è stato portare (da oggi al 2018) a 65 anni l’età di pensionamento delle dipendenti pubbliche. Perché solo quelle pubbliche? E’ ovvio che, giuridicamente, non sta in piedi. La risposta di Sacconi (ma…parlerà con Tremonti? Con quale dei replicanti? Boh…) è stata molto interessante e ci apre uno scenario che, per la definizione odierna di “lavoratore”, è quasi un incubo.
«Perché hanno un lavoro sicuro.»
Ora, stabilire che chi ha un lavoro sicuro debba lavorare più di altri ci sembra un poco stiracchiato, giacché – con questa bella uscita – si fa passare il concetto che un lavoro sicuro sia quasi un privilegio. Da oggi, grazie al buon Giulio, sappiamo che è tornato una buona cosa. Ne siamo felici.

Eppure, lavorare semplicemente tutta la vita (se lo si desidera) in un’azienda, non ci sembra chissà quale concessione: milioni d’italiani delle generazioni precedenti l’hanno fatto. Erano anch’essi privilegiati?
Il furbo Sacconi vuole far credere che il lavoro “normale” – quello che tutti dovrebbero avere, perché “giusto”, “coerente” con lo sviluppo infinito della spirale produzione/consumo, utile a mantenere “giovane” il lavoratore perché vive stimoli sempre nuovi, ecc – sia quel claudicare fra un lavoretto di qualche mese ed un “progetto” di settimane. Il tutto, ovviamente, inframmezzato da periodi di disoccupazione: chi non gode di questo trattamento è un privilegiato, e dunque deve pagare dazio. Purtroppo, questa è stata la vulgata imperante fino a ieri, giacché tutti i media e le forze politiche lo sorreggevano, ma da oggi...
La Costituzione Italiana prevede ben altro per il lavoratore, e pare che il buon Giulio – recatosi da Napolitano per altre questioni – ne abbia ricevuto una copia in omaggio e, finalmente, l’abbia letta. Sentitamente, ce ne rallegriamo.
Ecco quel che Tremonti deve aver scoperto:

Art. 35. La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Riconosce la liberta di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.

Art. 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa e stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Art. 37. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

Art. 38. Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L'assistenza privata è libera.

A leggere questi articoli, c’è da chiedersi in quale Paese viviamo. Signor Presidente della Repubblica: cos’ha da dire al riguardo dei contratti di flessibilità, con l’art. 36 – “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi” – correlato con gli attuali ritmi del lavoro “flessibile”, nel quale le ferie sono, spesso. semplice disoccupazione?
Signori giudici della Corte Costituzionale, cos’avete da dire riguardo all’art. 38 – “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria” – in special modo per chi rimane disoccupato? E ancora, l’art. 35 – “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” – dov’è finita la dignità di mantenere la propria famiglia con 800 euro il mese?

Adesso, caro Giulio, affermi che “la Costituzione non è stata pienamente applicata”: scusa, da una ventina d’anni a questa parte, dove hai vissuto? E le pensioni?

Le riforme pensionistiche italiane (sempre con la scusa del debito pubblico, da loro creato ad hoc, sul quale campano tutti: politici, imprenditori e banchieri) sono peggiori di quelle francesi e tedesche, le quali hanno sì l’età della pensione a 65 anni, ma sono completamente diverse come impianto generale.
In Francia, ad esempio, si può andare in pensione a 60 anni (uomini e donne) scegliendo un minor assegno, mentre in Germania, chi ha avuto periodi di disoccupazione, può andarci a 61 con una riduzione della prestazione. Ovviamente, queste riduzioni sono calcolate sulle loro retribuzioni, ben diverse dalle nostre.
Qualcuno sa, ad esempio, che la maternità in Europa rientra nel calcolo previdenziale, con la riduzione dell’età pensionabile (in genere, un anno per figlio)? Che in Spagna si va in pensione a 61 anni con 30 anni di contributi?

Porre de iure un numero d’anni di lavoro, altrimenti non si potrà andare in pensione – in Italia! – è una barzelletta: quanti anni di lavoro perso, in nero, con truffe d’ogni genere hanno subito gli italiani? Dopo aver chiuso un occhio su tutte le nefandezze del passato, nel 2007, Damiano pose l’asticella a 37 anni di contribuzione per il 2012. Mettere insieme 37 anni non è proprio da tutti, e così si lavora fino a 65: un bel trucco delle tre carte. Se qualcuno, nel frattempo, crepa è tutto grasso che cola per le loro pensioni da nababbi, maturate in 36 mesi, non anni. Compresa quella di Giulio.
Dunque, privare il lavoratore della possibilità di scegliere – almeno nell’arco 55-65 anni, con diverse opzioni sulla fuoruscita: orario ridotto negli ultimi anni, assegno decurtato, ecc – ci porta fuori dal concetto di previdenza e ci fa entrate in quello di “fine pena”, che ha a che fare più con una condanna penale che con il “lavoro” immaginato dai Costituenti.

Senza quasi rendercene conto, per foraggiare i ceti che li sostengono, ci hanno condannati – tutti – a 37 anni: perché? Non avendo mai affrontato, colpevolmente ed in mala fede, la separazione della previdenza (pensioni) dall’assistenza (ad esempio, la cassa integrazione), è ovvio che nei periodi di “vacche magre” si deve allungare la vita lavorativa per far cassa, da destinare ai miseri sussidi che percepiscono i disoccupati.
Quando, poi, tornano periodi di vacche…diciamo “non fameliche”, perché “grasse”…l’appetito del ceto politico reclama la sua parte, e viene immediatamente compensato trasferendo gli aumenti di produttività al gran calderone della spesa pubblica (soprattutto periferica), mediante la quale – con la consueta pratica tangentizia – campano tutti, imprenditori e politici.
Di là degli aspetti morali o delle pruderie, cos’ha mostrato la vicenda di Berlusconi, delle “escort” e di Tarantini? Che, nel “libro paga” sessuale del faccendiere pugliese della sanità, c’erano tutti: assessori di Vendola compresi. E chi ha pagato migliaia di euro alla D’Addario? Noi, con le nostre tasse: per questa ragione tutti devono essere “soddisfatti”, perché una voce fuori del coro farebbe saltare la baracca.

L’ultimo afflato è quello di legare l’età della pensione all’aspettativa di vita, perché qui s’oltrepassa un altro limite.

"Art. 600 (Riduzione in schiavitù o in servitù):
Chiunque riduce una persona in schiavitù o in servitù è punito con la reclusione da otto a venti anni. Agli effetti della legge penale si intende per schiavitù la condizione di una persona sottoposta, anche solo di fatto, a poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà, o vincolata al servizio di una cosa. Agli effetti della legge penale si intende per servitù la condizione di soggezione continuativa di una persona costretta mediante violenza, minaccia o abuso di autorità all'accattonaggio o a rendere prestazioni sessuali o lavorative. La pena è aumentata se i fatti di cui al primo comma sono commessi a danno di minori di anni diciotto o sono diretti allo sfruttamento della prostituzione".[3]

Riflettiamo un attimo sui termini dell’art. 600: Agli effetti della legge penale si intende per servitù la condizione di soggezione continuativa di una persona costretta mediante…abuso di autorità…a rendere prestazioni…lavorative.
Se in Italia esistesse ancora un sindacato – ossia, se tutte le forze sindacali avessero pari dignità, e non solo la “Triplice” + l’UGL le quali, a parte la CGIL, sono soltanto dei centri servizi e non hanno quasi più seguito sindacale – queste decisioni dovrebbero derivare da accordi stipulati fra le controparti. E non potremmo sostenere quel “abuso di autorità”.
Se, invece, gli accordi sono una truffa, i referendum confermativi pure – al referendum per l’approvazione della “Riforma Damiano” non riuscii a votare, perché aprirono i seggi solo in luoghi “sicuri” – rimane solo l’imposizione de iure, appena camuffata.

Quando il bel faccione di Bonanni compare in televisione – “segretario della CISL” – nella vulgata imperante quello è un segretario sindacale: nel loro database[4] indicano gli iscritti alla CISL nel 2008 in un numero spropositato: 4.427.037. Se fosse vero quel dato, un quarto dei lavoratori dipendenti italiani sarebbero tesserati CISL! Ma chi credono di prendere in giro? Per mettere insieme un simile numero, non basta conteggiare i morti: si deve aggiungere anche il cane del morto!
Se, invece, credete che queste siano balle, guardate i collegamenti in nota su Youtube[5], con una precisazione che riguarda la oramai “nota” imparzialità di questo network: un paio d’anni or sono, erano presenti filmati tratti dalle assemblee interne della FIAT Mirafiori, dove si vedevano i sindacalisti della “Triplice” fuggire dalla presidenza dell’assemblea, incalzati dagli insulti degli operai. Ovviamente, quei filmati sono oggi introvabili, mentre campeggiano decine di filmati “embedded” dei sindacati di regime.

Per il disastro del sindacalismo italiano vale lo stesso discorso fatto per i politici: la grande finanza li ha fatti accomodare nel salotto buono, dove se ne stanno tranquilli e buonini, mentre a prendersi le randellate del liberismo ci vanno altri, quelli che dovrebbero difendere. Stessa cosa per i servizi legali della “Triplice”, che riescono a farti perdere anche le cosiddette “cause vinte in partenza”.
La componente sindacale attiva, oggi in Italia, è rappresentata soltanto da una minoranza della CGIL e, soprattutto, dai COBAS-SdL: l’unica voce che ancora parli il linguaggio dei lavoratori.
Per finire, ricordiamo che Guglielmo Epifani faceva parte della “componente socialista” della CGIL – e lo ha ricordato recentemente Gianni de Michelis “Alla Cgil c’è Epi­fani, che nel PSI è sempre stato alla mia destra, prima demartiniano poi craxiano[6] – accomunandolo per appartenenza politica ad altri “socialisti” dell’epoca: Brunetta, Sacconi, Cicchitto. C’è bisogno d’aggiungere altro? Con quale spirito il buon Epifani affronterà una trattativa, avendo come controparte gli amici di un tempo?

Per queste ragioni, che sono soltanto la somma di combine economico-politiche del medesimo ceto, si calpestano i diritti del lavoratori e la Costituzione – caro Giulio, che oggi cerchi di fare lo gnorri – precipitando chi lavora nell’incubo di chi è oramai senza diritti e senza nessuno che possa farli valere: un servo.
Legando la vita lavorativa all’aspettativa di vita, non apparteniamo più all’universale dei lavoratori – ossia diritti e doveri, codificati ed accettati dalle parti – bensì a quello dei servi, e gli oligarchi potranno (fosse la prima volta, ricordiamo i falsi dati promulgati da Brunetta sulle assenze nel pubblico impiego, smentiti dall’ISTAT stessa) “inciuciare” per bene i dati per farci lavorare quanto desiderano.
Indicare un numero di anni fisso per accedere alla pensione, non tiene in conto le differenze fra gli italiani: c’è chi preferirebbe andarci prima con un assegno minore, chi dopo con più soldi. Da cosa dipende? Da moltissimi fattori: avere oppure no una casa di proprietà, le condizioni di salute, figlio o non figli e di quale età, problemi personali, desideri personali, ecc. In fin dei conti, si riduce la diversità fra gli esseri ad una tabula rasa, nella quale tutti devono scontare la stessa pena. E, non dimentichiamo, con uno sviluppo tecnologico che tende a ridurre fortemente la forza lavoro.
E, questa, in che altro modo si può chiamare se non servitù?

Dopo aver fatto a pezzi anche la Costituzione, c’è stato qualche risultato positivo? Il debito pubblico è tornato a correre (andiamo verso il 120% del PIL), l’industria italiana è a pezzi, manca totalmente la capacità di promuovere la ricerca e l’innovazione – che, ricordiamo, era in gran parte patrimonio delle grandi aziende pubbliche (nomi come Ansaldo e tanti altri non dicono nulla?) – mentre, un Paese di vecchietti al lavoro e di giovani disoccupati, affonda.
La totale acquiescenza ai desideri dei poteri industriali e finanziari, non produce migliorie: sicuri di poter ottenere sempre una “revisione” al peggio degli accordi, gli imprenditori italiani guardano più all’accordo con la Casta politico-sindacale che a cercare nuove vie. In altre parole, invece di percorrere la via dell’innovazione – la quale è praticabile solo con personale di qualità, e dunque ben trattato[7] – scivolano a far concorrenza alla Cina od all’India. Il che, è una battaglia persa dall’inizio: difatti, Francia, Germania, e oggi anche la Spagna, non si curano troppo della concorrenza sui beni di scarso contenuto tecnologico od artistico, bensì cercano nuove vie, ossia vendere bene il primato tecnologico, proprio ai Paesi che producono beni di largo consumo.

La cosiddetta opposizione, poi, sul lavoro – che, ricordiamo, è uno degli aspetti più importanti della vita – ha partorito tanti topolini da riempire una fogna. Nessuno degli “oppositori” si pone il problema di fondo: è possibile pensare ad uno sviluppo sempre in crescita, nei secoli dei secoli? Gli infiniti sono soltanto astratti concetti matematici: nella realtà, le Scienze non ammettono processi infinitamente in crescita, giacché il primo fattore limitante (energia, popolazione, cibo, ecc) fa crollare il castello di carte.
Il problema concettuale che gli eredi del PCI si trovano ad affrontare è la revisione del loro pensiero, che da dogmatico non è mai riuscito a diventare dialettico, aperto alla critica: crollata l’URSS, la “chiesa” sovietica, tutto quello che riguardava quel mondo era da dimenticare. Bisognava, ovviamente, trovare una nuova “chiesa” alla quale appartenere: la trovarono nelle ricette liberiste, che tutti sposano da Vendola a D’Alema, da Ferrero a Bersani.

E, per concludere, vorrei proporre una riflessione ai “sancta sanctorum” del signoraggio come unico male: spero di non scatenare un dogmatismo pari a quello dei sostenitori della “crescita infinita”.
Nessuno nega la truffa sulla moneta e, se qualcuno non la conosce, troverà molti siti[8] che la spiegano (meglio sarebbe leggere ciò che scrisse il prof. Auriti): il problema è un altro.
Stabilito che l’emissione monetaria concede un privilegio, oggi goduto dai banchieri, qualora l’emissione tornasse totalmente allo Stato, esso sarebbe goduto da Berlusconi, Fini, Casini, D’Alema, ecc. Contenti così?
Si porta ad esempio Hitler, che effettivamente riportò la potestà monetaria allo Stato, ma come usò quelle risorse? Qualcuno ricorda, per caso, che condusse la Germania al peggior disastro della sua Storia?

Se il debito pubblico, schizzato alle stelle dopo la riforma regionale, il Britannia, la cessione della Banca d’Italia alle banche private, gli accordi sindacali del 1993, ecc, fosse soltanto un dato economico, potremmo chiederci come risolvere il problema del debito per uscirne definitivamente. In realtà, il debito è stato artatamente creato come una spada di Damocle da presentare, ogni giorno, nel piatto degli italiani. In altre parole, se non ci fosse, lo inventerebbero: l’hanno fatto. E’ un dato politico, non economico.
Nel nome del debito, l’oligarchia riesce a far passare ogni bruttura: possiamo credere che la sanità gratuita degli anni ’70, le pensioni d’anzianità con 35 anni di contributi, l’età pensionabile a 55-60 anni (donne e uomini) dipendessero dall’assenza del debito? E se così fosse, chi ha creato quel debito? Perché?
Qui, bisogna intendersi: nessuno nega che l’espropriazione dell’emissione di moneta abbia creato una voragine, ma la ragione di quella scelta è anzitutto l’arma di ricatto che, nelle generazioni, potranno esercitare sui lavoratori. Perché, ad esempio, non si toccano mai le succose “consulenze”, le missioni di guerra all’estero, gli stanziamenti per le “fondazioni”…e si finisce sempre per limitare il potere d’acquisto dei lavoratori e per togliere loro dei diritti?

Perciò – pur concordando che il problema della moneta esiste, e che deve essere sempre più conosciuto – qualsiasi rivoluzione che ci liberi da questa cappa d’oligarchi non potrà che partire dalla ribellione su due temi convergenti: riportare il lavoro alla sua dignità, sancita dalla Costituzione, e ricondurre i lavoratori alla loro, che significa tornare a sedersi intorno ad un tavolo per avere un rapporto dialettico fra esseri umani, non fra feudatari e servi della gleba. L’alternativa?
Andarsene. Oppure, credere all’ennesimo affabulatore: San Giulio da Sondrio.

Copyright 2009 © Riproduzione vietata, salvo assenso scritto dell'autore da richiedere a info@carlobertani.it

[1] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/occupazione/tremonti-postofisso/tremonti-postofisso.html
[2] Vedi : http://www.peacelink.it/migranti/a/22949.html
[3] Fonte: http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_2_1.wp;jsessionid=3DADEBD010FFA8A602627B6D6A9D3C91.ajpAL01?previsiousPage=mg_1_2&contentId=SAN31048
[4] Fonte: http://www.cisl.it/Sito-Iscritti.nsf/PagineVarie/Iscritti%5E2008R
[5] http://www.youtube.com/watch?v=MbSmaj7qj2Q oppure http://www.youtube.com/watch?v=Fcr6PTqGYJ4
[6] Fonte: http://www.corriere.it/politica/09_settembre_23/demichelis_57f058c4-a803-11de-94a2-00144f02aabc.shtml
[7]Puoi raggiungere risultati altamente superiori con un team molto motivato, che dispone di macchinari vecchi e fatiscenti dislocati in un vecchio capannone, rispetto a quello che riuscirai a raggiungere con un team demotivato e privo di stimoli, che ha accesso alle migliori attrezzature e infrastrutture.” Reinhold Würth, imprenditore tedesco che ha costruito, partendo da una ferramenta, un’azienda di levatura mondiale, che occupa 51.000 dipendenti e che spazia dai sistemi di fissaggio ai pannelli solari.
[8] Vedi, ad esempio: http://www.signoraggio.com/index2.html