25 novembre 2014

La democrazia è rotonda


Maria Elena Boschi è ineffabile: ancillare presenza, sempre assisa ai piedi del dio Leopoldino della gioventù e della bellezza – rinnovello Apollo – non fa altro che elevare inni alla prestanza ed alla giovinezza, proprio come una vestale deve saper fare, mantenendosi casta e pura – al costo d’infiniti tormenti della carne – per alimentare la fiamma e la prestanza del suo dio. Così facevano le vestali romane, un po’ meno quelle greche e, soprattutto, le troiane: ma passi, non siam qui per rinvangar di Storia – come suggerirebbe Bersani parafrasando le sue bambole da pettinare.




Ci fa specie, dunque, che all’indomani di un voto il quale ha visto la platea degli italiani (di due regioni, va beh, ma perché gli altri avrebbero dovuto comportarsi diversamente?) liquefarsi dalle parti dei seggi elettorali, la nostra giovin eroina non abbia saputo balbettare altro che “Non è da considerare un giudizio sul governo”, come avrebbe senz’altro commentato una Finocchiaro od una Santanché, oppure una Bindi od una Biancofiore e come avrebbero senz’altro blaterato tutti i maschietti della combriccola.

Gli alfieri e le duchesse del giovin signore – l’Italia 3.0 del futuro, gli assatanati di Twitter, gli assuefatti dell’I-Pad – hanno reagito come un Andreotti od uno Spadolini qualunque senza, peraltro, averne il sorriso sornione.



E lo crediamo bene: come si fa a dire che il governo è saldo, che tutto va bene – Madama la Marchesa – se quelli che dovevano recarsi a votare per amore di partito, del giovane Febo e della sua vestale (sto parlando di quel gran pezzo dell’Emilia, come scrisse l’indimenticabile Edmondo Berselli) si sono squagliati, ed a votare sono andati soltanto i vecchierelli col bastone e le vecchiette col lavoro a maglia nella borsa? E i giovani 2.0? I rampanti leopoldini?

Il principe ha addirittura alzato le spalle “Chi se ne frega di quanti vanno a votare...basta vincere qui, ora là...”: attento giovine Parsifal, l’incedere degli eventi può rivoltarsi a tuo sfavore, il Fato è bizzarro...



Noi, che siamo -8.0 e che gli anni già ci rincorrono, di “rivoluzioni epocali”, “Italia che verrà” e simil fanfaluche ne abbiamo viste e sentite a bizzeffe perciò, giovin signore, non c’ammansire più con le tue corbellerie, che tanto ne abbiamo interi cesti colmi, carri, vagoni, velieri...



Ciò che da un lato conforta è che finalmente, gli italiani, non abbiano più sentito l’obbligo morale di scendere in strada e recarsi al seggio: il 60% – più o meno – ha reagito con un “ma votati da solo, e non mi strufugliare i cosiddetti”.

Ciò che dall’altro preoccupa è che questo Paese – ricco di Santi, Poeti e Navigatori come nessun luogo, al punto che li esporta a bizzeffe – non sia in grado d’esprimere una classe dirigente.



Per Beppe Grillo va tutto bene così – chi glielo ha detto? L’ambasciatore Spogli? – mentre per i suoi poveri schiavi-portaborse-parlamentari non va così bene: se ieri hai ottenuto un buon 25%, oggi retrocedi alla metà dei consensi (mentre ti eri ripromesso di raggiungere il 51%) non va per niente bene, stai perdendo.

Tutta la strategia parlamentare di Grillo è stato un flop senza precedenti – considerando la platea potenzialmente favorevole che si ritrovava in un certo momento storico – e lui solo è riuscito a dilapidare consensi con le sue iniziative strampalate, vedi l’attraversamento di fiumi e mari, come Mao Tse Dong e Saddam Hussein (non poteva prendere il traghetto come i comuni mortali?) – mentre mancava totalmente una strategia d’attacco al sistema dei partiti, una strategia che doveva basarsi su idee convincenti, tattiche percorribili, obiettivi chiari. Tutto questo è mancato, ed oggi parte dei suoi parlamentari gli chiedono conto: perché, non scordiamolo, chi la raccontava diversa finiva fuori con un calcio nel sedere.



Anche lui – che aveva promesso d’essere solo il tramite, poi i parlamentari avrebbero deciso in autonomia – è stato preso dal delirio come un Berlusconi, un Bossi e, oggi, un Renzi qualunque.

Quando non si sa più a che santo votarsi – servirebbero altre persone, più preparate dei parlamentari del M5S e nessuno che rompesse loro le scatole – allora si dice che tutto va bene. Come no.



Oppure, si rammenta un vecchio detto del calcio, coniato per spiegare l’incommensurabile: “La palla è rotonda”.

Oggi, a noi, di rotonda è rimasta solo questa simil-democrazia, che assomiglia tanto ad una ciofeca senza tempo, qualcosa fra la P2 di Gelli e le stramberie di Napolitano. E’ così tonda che, da qualsiasi parte cerchi d’uscire, caschi sempre nello stesso posto: nella merda fino agli occhi.

20 novembre 2014

L’Italia degli Adinolfi sarà...


E bravo Adinolfi, Mario: parlamentare, giornalista e giocatore di poker. Classe 1970. Il quale, bello bello, dichiara in Tv che la riforma Fornero è stata giusta perché ha salvato i conti dello stato e previdenziali, difendendoli da quei famelici azzannatori chiamati pensionati e statali. Che tutto mangiano a quattro ganasce, dilapidando il grano pazientemente accumulato grazie alla bravura dei nostri politici. Parlamentari, giornalisti e giocatori di poker: sei proprio un bel Farinello.




A parte il fatto – di per sé insignificante (per lui) – che le pensioni più d’oro che d’oro non si può sono proprio le loro: parlamentari, giornalisti e giocatori di poker, i quali...non era Amato che intascava 32.000 euro il mese?

Così, si diventa “fascisti” – nel senso di fare d’ogni erba un fascio – ed il medico di corsia fa il pari col grande dirigente della sanità – oggi moltiplicata per 20 Regioni, per mangiare in venti al posto d’uno – oppure vogliamo considerare i manager di Stato con le loro liquidazioni milionarie (in euro), elargite per passare da un’azienda ad un’altra e distruggerle ad una ad una? Già: la colpa è dei poveri bidelli a 1.000 euro il mese, oppure degli insegnanti a 1.500. Statali, che si nutrono della “zizza” dello Stato, come i pensionati a 700 euro il mese.

Ma la coperta è corta, lo afferma Adinolfi.



E da quella coperta – già corta – tirano i fili personaggi come il Batman – romanaccio come lui – e poi i Formiconi, gli Scagliola novelli smemorati di Collegno i quali – fra una prescrizione ed un non luogo a procedere – si dimenticano tutto, “a loro insaputa” ricevono appartamenti e tangenti, poi riciclano. Mai che, a loro insaputa, gli taglino le palle. Quanti ne dimentichiamo? La maggior parte: parlamentari, giornalisti e giocatori di poker.



Mai che uno di loro pensi: non sarà che i politici europei siano più bravi di noi (i nostri “cervelli” scappano...) perché sanno creare migliori condizioni d’impresa, perché sanno acchiappare il “treno” della tecnologia e sfruttarlo...magari perché non sono parlamentari, giornalisti e giocatori di poker?

Da quella coperta “corta” – caro Adinolfi – lo spettacolo che si vede non è dei più attraenti: s’osserva bene la tua panza, grassa e flaccida, nutrita con i nostri soldi per mandarti in Tv a blaterare la vecchia solfa della “coperta corta”. Ma che sei: parlamentare, giornalista e giocatori di poker?



Avessi almeno la creanza di mandarti affanculo da solo.

18 novembre 2014

Il Grande Torino ed io



Il primo ottobre del 1964 era una bellissima giornata pre-autunnale: l’aria era tersa e non c’era una sola nuvola in cielo.


Ero entrato alle Superiori (avevo appena compiuto 13 anni, avendo fatto la cosiddetta “primina” a 5 anni) ma ero tutt’altro che felice: in quella classe non conoscevo nessuno e, meno che mai, trovavo interessante i programmi che, via via, gli insegnanti che s’avvicendavano ci presentavano. Una noia mortale: non c’entravo nulla, sarei dovuto rimanere cinque anni in quel posto per studiare le “meraviglie” della tecnica. Le quali, su di me, suscitavano meno clamore di un gelato al limone.

Guardavo fuori, nell’ampio cortile a ferro di cavallo dove, al centro, sorgeva l’asta della bandiera: l’inizio e la fine delle lezioni non erano ritmati con la solita campanella, bensì con una sirena. Riflettevo che, in quei banchi, era passato anche mio padre ma la cosa non mi riempiva d’orgoglio il cuore. Perché? Poiché non sapevo il motivo che mi aveva condotto ad iscrivermi alla Prima dell’Istituto Tecnico “Q. Sella” di Biella: anzi, ad essere precisi, io non m’ero iscritto a nulla, altri avevano condotto le danze per me.

Ma, per capire l’arcano, dobbiamo precisare che gli attori di questa assurda vicenda erano stati tre: mio padre, mio nonno paterno ed il Grande Torino, inteso come entità singola, quasi avesse personalità psichica.



Ma spicchiamo un salto all’indietro (all’epoca di pochi anni, oggi di un’era) ed atterriamo in una fredda e buia notte del 1944, una notte di freddo e di fame, di guerra e di paura. Alcuni giovani, in un bar, giocano a biliardo: chi sono? Cosa fanno lì?

Improvvisamente, entrano le SS e le canne dei mitra sono più convincenti delle parole, che pochi intendono: è un rastrellamento, una perquisizione e, chi è in età di leva, partirà soldato chi – invece – l’avrà superata, partirà per la Germania. Il treno è già pronto, sul binario morto della stazione, ad un centinaio di metri.

Mio padre è fra quei giovani, ma non ha molta paura: ha solo 18 anni e sarà richiamato solo fra un anno.

La situazione è critica: nessuno osa fiatare, perché le dita sui grilletti sono tese, nervose.

Inizia la presentazione dei documenti: tutta gente troppo vecchia...leve che sono al fronte da tempo...1920, 1922, 1919...com’è possibile una simile situazione? Sembra quasi che, in quel bar, si siano dati appuntamento tutti i renitenti alla leva del circondario! E se fossero partigiani, banditen? I tedeschi adesso sono bruschi, non ascoltano nessuno ed iniziano a schierare la gente contro i muri perimetrali per incolonnarli e portarli al treno.



Arrivano i fascisti e, per una volta, la situazione migliora: il sottufficiale in comando cerca di spiegare al suo collega tedesco l’arcano: sono giocatori di calcio! Di quel campionato che, faticosamente, fascisti e tedeschi cercano affannosamente di tenere in piedi per sviare un poco i pensieri tristi dei bombardamenti, della fame, della penuria d’ogni cosa...

Il tedesco capisce solo qualcosa: per fortuna, fra i tedeschi, c’è il solito altoatesino che traduce e spiega tutto. I mitra si abbassano, compare qualche sorriso...alla fine, i giocatori del Torino riusciranno a portare via con loro parecchia gente che non c’entrava niente: fantomatici giocatori, magazzinieri, massaggiatori, autisti, dirigenti...tutta gente che, uscita dal bar, non finisce di ringraziare...

Mio padre, che era rimasto in un angolo “protetto” dai suoi 18 anni e dalla sua affiliazione al Torino, però, ricorda la triste fila di quelli che s’avviavano verso il treno piombato: non tutti ce l’avevano fatta.

Cos’era il Campionato di Calcio durante la guerra e, soprattutto, durante la Repubblica Sociale?



Il Campionato di calcio 1944/45 non fu mai giocato, anche se negli annali viene riportato: anzitutto, l’Italia terminava a La Spezia e in Romagna. Di là della Linea Gotica c’era il Regno d’Italia, di qua la Repubblica Sociale.

Il Campionato, ovviamente, era monco e terminò con un girone a tre fra Torino, Venezia e Vigili del Fuoco de La Spezia che si disputò a Milano: il Torino sottovalutò i Pompieri, che vinsero. Sempre così quando sottovaluti l’avversario: questi ne fanno due o tre e tu dici “adesso recuperiamo”, ma loro si chiudono in difesa e non sai più dove passare. Inutilmente tardiva la sfuriata granata contro il Venezia.

Più che i risultati, è interessante ricordare le condizioni nelle quali si giocava: la trasferta era sempre a rischio mitragliamento aereo dei treni, spesso i mezzi (autobus, ma spesso autocarri od introvabili auto private) e l’ancor più rarefatta benzina costrinsero più di una volta i giocatori a marce forzate per giungere allo stadio. Alberghi bombardati costringevano a spostarsi in case private ma – si sa – i giocatori preferivano trascorrere la notte nelle case di tolleranza.

Un mondo lontano anni luce dalla nostra modernità del cellulare e dei collegamenti Web, che s’accontentava spesso di pane e salame mangiato al freddo in qualche stazione periferica.

E mio padre?



Fino al 1944 aveva studiato e poi lavorato normalmente ma, durante l’ultimo campionato in periodo bellico, gli trovarono un posto presso la Piaggio (che era sfollata da Pontedera, oramai “americana”) e lì, nei pressi di Biella, costruivano le eliche per i Messerschmitt a “ciclo continuo”. In che senso?

Nel senso che, appena le eliche erano terminate ed attentamente equilibrate, venivano accatastate in magazzino dove una “mano partigiana” faceva cadere la prima, che come un domino trascinava a terra tutte le altre. Addio equilibratura, e si tornava in fonderia: un “ciclo continuo”, appunto.

Cosa faceva mio padre?



Grazie ad accordi col Torino, il 18enne portiere si recava prima delle 22 (c’era il coprifuoco) presso il complesso contraereo (che mai sparò un colpo) della fabbrica: lì, c’era una brandina che lo attendeva e, dopo quattro chiacchiere con gli artiglieri contraerei, se ne andava a letto.

Il giorno dopo (coprifuoco permettendo) riprendeva la via di Biella e, come da precisi accordi, si presentava allo stadio “Lamarmora” – miglior terreno di gioco in Piemonte dopo il “Comunale” di Torino (oggi “Olimpico”), che fu usato anche dalla Nazionale nel dopoguerra – e s’allenava per 8 ore, tempo permettendo.

Lì nacquero amicizie “storiche” come quella con Castigliano (il quale era di Livorno Ferraris, nel vercellese) che sono raccolte nel grande album con la copertina di cuoio nero, che – oggi – il Torino vorrebbe per sistemarle a Grugliasco, nel museo della squadra. Vogliono, però, gli originali ed io faccio fatica a staccarmi da quei rettangolini in bianco e nero, probabilmente fissati da mia madre – che lavorava proprio alla “Biellese Calcio” come segretaria – con la vecchia Zenit a soffietto.

Ci sono pose molto “maschie” – era l’epoca – e fasi d’allenamento: Mazzola che tira un rigore a mio padre, Castigliano che crossa, Loik che centra la porta da lontano…mio padre, spesso, piangeva osservando quelle foto e mi nominava gente a me sconosciuta: quello era il magazziniere, l’altro il massaggiatore…tutta gente scomparsa nella nebbia di Superga od in quella, inesorabile, degli anni.



Termina la guerra e mio padre, spesso, prende il treno per recarsi a Torino: immagino per allenarsi al “Filadelfia”, ma non lo so per certo. Ricordo, invece, che raccontava di un bar – dalle parti di Piazza Statuto – che era diventato il ritrovo della Torino calcistica: era di proprietà di due fratelli che giocavano nella Juventus, e così i giocatori d’entrambe le squadre si trovavano per giocare a biliardo od a carte.

Finalmente, agli albori del 1946, giunge la chiamata e gli viene consegnato il suo primo contratto: credo che mio padre, quel giorno, toccò il cielo con un dito. Terzo portiere del Torino!

Era, però, ancora minorenne: avrebbe compiuto i fatidici 21 anni solo ad Agosto del 1947. E qui avvenne il fatto – o fattaccio – che avrebbe cambiato anche la mia vita: mio nonno rifiutò di firmare.



Capire i motivi di quel rifiuto non è facile: oltretutto, mio padre aveva lasciato l’Istituto Tecnico ad un anno dal diploma che – all’epoca – valeva veramente tanto, più di una laurea d’oggi, ed era spiantato senza mestiere.

Forse, bisognerebbe cercare la ragione nei due caratteri così distanti e diversi: mio nonno aveva frequentato la scuola d’arte ed era un restauratore di valore e successo, tanto che fu chiamato (fra i tanti restauri di pregio) a restaurare la Madonna d’Oropa ed il mobilio dei Borromeo all’Isola Bella, sul lago Maggiore.

Mio padre era un portiere, ma anche un artista del pallone: quando aveva oramai superato la cinquantina, giocammo per scherzo, nel prato sotto casa, io e mio fratello contro di lui, cercando di portargli via il pallone. Ero un discreto libero, mio fratello un attaccante tesserato (non ricordo dove), eppure non ci fece vedere il pallone, non riuscimmo a toccarlo: notare che fu una delle pochissime occasioni nelle quali mio padre giocò con noi. Non lo fece mai, come se quel mondo di ricordi fosse solo suo, e troppo doloroso da evocare.

Due artisti, uno delle antichità che amava oppure disprezzava (“L’Impero è da bruciare”, affermava, riferendosi, per contrappasso, ai “Tre Luigi” francesi) l’altro della magia delle traiettorie, dell’ipnosi da usare con l’attaccante che s’avvicina, con gli occhi e con il corpo. Era e fu troppo.



Per uno scherzo del destino (ce ne saranno parecchi in questa vicenda) mio padre (oramai lontano dal calcio ed appena sposato) nella Primavera del 1949 si ruppe un braccio scivolando su una scala ghiacciata: nel giorno della tragedia di Superga aveva il braccio ingessato. Chissà quanto pianse accanto alla radio.

Per tutta la vita il rapporto fra mio nonno e mio padre fu d’aggressione reciproca: non c’era frase che mio nonno – un vero “Junker” – non terminasse con una nota acida, qualsiasi cosa lui facesse o riferisse e non c’era occasione che mio padre non rintuzzasse con altrettanto veleno. Addirittura, nel 1982, andai con mia figlia a trovare i nonni nella casa di campagna, ma mio padre non volle entrare ed aspettò nel prato. Ogni tanto le cose giravano verso il bel tempo ma, puntualmente, una burrasca li separava nuovamente. Una maledizione.

Grazie ai rovesci finanziari di mio padre (ed ai numerosi tradimenti, che intristirono mia madre), io e mio fratello vivemmo come pacchi postali: vissi molto con i nonni paterni, che mi fecero percorrere la medesima strada di mio padre, ossia le migliori scuole private, ma la mia vita era triste per quei continui dissidi fra i due.

Giunse la terza media e superai con ottimi voti gli esami finali: 9 d’Italiano, di Francese e di Latino e solo 7 in Matematica, che narravano di una predilezione per gli studi classici. E invece.



Mio padre si ricordò improvvisamente dei suoi diritti paterni – a suo dire calpestati: in realtà, mentre lui s’arrovellava in vicende imprenditoriali senza senso, qualcun altro ci doveva pur pensare – e così impose l’Istituto Tecnico, con la solita scusa del “una maturità liceale non dà nulla…” e via di seguito. Guarda a caso, però, era la stessa scuola (anche fisicamente, addirittura ebbi alcuni insegnanti in comune) che lui aveva interrotto negli anni della guerra correndo dietro al suo sogno: cosa cercava in quella imposizione, mentre mio nonno garantiva libertà di scelta?



Da un lato si potrebbe interpretarla come una resa – “mio figlio sarà più assennato di quanto non lo fui io” – ma, dall’altra, c’era quel contratto mai firmato: il pezzo di carta che gli avrebbe aperto le porte del quel mondo, del suo mondo. Sapeva benissimo che avevo una mezza idea di studiare Medicina e, agli occhi di mio nonno, temeva forse che divenissi il “fratello minore” bravo, al confronto dei suoi fallimenti?

Bisogna però riconoscere che i suoi fallimenti avvennero perché agiva in un mondo che non era il suo, del quale era stato privato. Oltretutto, dopo una certa età, mio padre fece una buona carriera in un’azienda locale. E mio nonno? Forse voleva impadronirsi del “figlio buono”, dopo le delusioni che il suo unico figlio gli aveva procurato?



C’è ancora un beffardo sberleffo del destino in questa saga, e ancora una volta porta alla via per Superga che avrebbe incrociato la mia, in quella maledizione fra la strada tortuosa ed i binari della funicolare.

Iniziai l’università nell’Autunno del 1969: Chimica, ovviamente, me ne potesse fregar di meno.

Riconosco, però, agli studi chimici un pregio: forniscono una sorta di relativismo scientifico che, per chi non è digiuno di studi filosofici, procurano un viatico ed un punto d’osservazione disincantato, pronto a recepire i mutamenti come la normalità, non l’eccezione. Il “panta rei” del chimico è ben diverso da quello del fisico o del matematico, che anelano sempre a modelli assoluti per tratteggiare la realtà (si pensi al gas ideale), come se quella realtà fosse un porto sicuro, al riparo dai marosi del relativismo. Argomento interessante, ma torniamo alla nostra storia.



All’epoca, gli studenti provenienti dagli Istituti Tecnici potevano iscriversi solo alla Facoltà di Scienze (Matematica, Fisica, Chimica, Geologia, Scienze Naturali) ed al Politecnico: verso Novembre, ci fu la riforma con la completa liberalizzazione. Un mio ex compagno di scuola emigrò subito a Medicina (oggi è medico) e così meditai di fare anch’io.

Giunsi alla stazione colmo di speranza, ma mi attendeva la doccia fredda: mio padre non volle sentir ragioni “E’ troppo lunga”. Un anno in più di Chimica? Mi sovvenne che giocò ancora una volta la parte di suo padre, che gli negò il Torino.

La mia carriera universitaria terminò nelle secche di una Facoltà di Biologia: capii che i desideri non possono essere edulcorati, né che si possono scambiare i muli per i cavalli.



Oggi sono qui, nell’antica casa di campagna, nel proscenio di quel teatro che vide tutte queste rappresentazioni – fra il tragico ed il grottesco – andare in scena: mi circondano gli stessi quadri e le medesime statue che osservarono questa famiglia per mezzo secolo. Taciturne, silenti con i loro ricordi: solo le pendole rompono il silenzio assoluto che regna, come per non disturbare troppo i fantasmi che la abitano e che diedero, a suo tempo, il meglio di loro stessi per tenere il passo con la saga.



Esco sulla terrazza e mi sovviene Leopardi “E tu, silenziosa luna…” Già, la “silenziosa luna” che sembra osservare dall’alto tutti i nostri destini, il nostro incedere, lo svolgersi incessante del karma che ci avvolge e ci tenta, c’illude o pare ingannarci. Nel samsara del non senso.



PS: sono completamente isolato, le due caselle postali che normalmente uso sono out, forse un attacco informatico, forse altro. Mi restano quelle commerciali, ma voi non le conoscete. Cambierò la casella di posta nel mio profilo Google, così almeno chi vorrà scrivermi potrà farlo.

25 ottobre 2014

Nota dell’autore


Le narrazioni che seguiranno inaugureranno un nuovo periodo e (spero) un diverso stile del mio veleggiare in prosa. Il motivo è semplice: non trovo più nulla d’interessante da raccontare sul fronte politico.




Ogni giorno do un’occhiata al Fatto Quotidiano che non dura più di tre minuti: talvolta trovo un articolo decente e i minuti diventano 6 o 7. Ogni tanto una scorsa su CDC – dove, purtroppo, la schiera dei “monetaristi” e dei “la guerra che verrà” – tiene banco fino alla noia, senza portare mai nulla di nuovo sotto il sole. Non ho tempo e voglia di perdermi sul Web a cercare chissà quali nuove facezie e fatiche: sappiamo tutti che ci bombardano coi metalli più strani, che rubano i soldi nel cassetto delle elemosine, che l’unica cosa interessante, per loro, è la festa di questo e quest’altro, con annesse escort e trans brasiliani/e. Non serve a niente dire, servirebbe fare, ma nessuno di noi può fare niente.



Purtroppo, questo andazzo è la logica conseguenza di vent’anni di Berlusconi e dei prossimi (venti?) di Renzi: l’era dei contaballe impazza, basta andare in Tv e promettere qualcosa e tutto è fatto. Poi interviene l’UE che si lamenta ed il copione viene parzialmente riscritto, come da copione: cosa c’è d’interessante da raccontare?

Sono 10 anni che sbatto contro il muro di gomma di questo potere mellifluo ed incontinente nelle sue manifestazioni più false e bugiarde, ad usum stultorum: perché e, soprattutto, per chi dovrei continuare ad assoggettarmi a questo esercizio vuoto, a questo inutile compitino pomeridiano?

Ho raccontato di tutto: ho spiegato che l’energia si trova ovunque, basta raccoglierla, che le campagne stanno andando in malora per lo spopolamento, che le guerre servono solo a rimpinguare le tasche di chi vende armi...centinaia d’articoli...cosa ho ottenuto? Poco, praticamente nulla, se si esclude il vostro assenso e rispetto.



Ho cercato di fondare dei gruppi di persone che scrivessero, e si moltiplicasse così il “j’accuse” al potere – dapprima con Italianova, che subito morì, poi con l’Olandese Volante che prese il volo per qualche tempo – ma la gente non è pronta al sacrificio quotidiano dell’informazione, ed ha ragione. Le viene richiesto d’essere un giornalista, di lavorare come un giornalista e di non beccare un soldo: la “fiamma” dura qualche tempo, poi s’affloscia e nascono i personalismi. Provate a dire loro “Lo fai per tot il mese”: tutto assume una nuova veste, perché il lavoro – non dimentichiamo – è tempo nostro e richiede una mercede in cambio, anche modesta, ma il poco – ricordando Parmenide – è cosa assai diversa dal nulla.



Nella mia vita è intervenuto un fatto nuovo – inutile nasconderlo – ossia la pensione. Tutti agognano alla pensione, sin dai tempi più remoti: anche i Tre Moschettieri speravano.

Oggi – dopo Bismarck – la pensione è diventata un’altra cosa e non conta più il merito, bensì gli anni e – soprattutto (dopo quel brutto arnese della Fornero) – gli anni di servizio: insomma, rassomiglia sempre di più ad un “fine pena”. Salvo per i soliti noti, lo sappiamo.

Eppure la pensione ti cambia la vita: non hai più impegni di sorta, puoi cancellare metà del tuo hard disk, almeno un quarto dei Preferiti e rimani solo con quel che ti va, che scegli tu. Nondimeno, le soste di fronte ai manifesti mortuari diventano d’obbligo e stili l’immaginaria “classifica” della serie “A”, sperando che – per ora – il tuo nome sia ancora in serie C.

Eppure lo sai: a quasi 64 anni, se te ne vai, nessuno scrive più “prematuramente”. Era nelle cose che così fosse, ed è successo.



Ma io ho una serie di priorità alle quali non voglio e non posso rinunciare: barca, case, orto...le belle donne (che ancora m’attizzano, se non altro perché amo ossessivamente la bellezza come in un bosco, nel mare all’alba, nella neve sui tetti...)...e qualcosa scende di grado, da Capitano a Caporale.

Va da sé che questo tormento di raccontare alla gente come vanno le cose mi ha stufato: la gente lo capisce – spesso – da sola e non servono Grilli Parlanti che sussurrino.



Se siamo capaci, però, possiamo narrare: ho sempre sostenuto che la grandezza di Pasolini non fu quella di regista o saggista, bensì il Pasolini narratore controverso, soprattutto il poeta che tracciava graffiti eterni con pochi gesti.

Così si raggiunge la Gestalt, e s’entra in comunicazione meglio con gli altri esseri: ovviamente ci sarà qualcuno che preferirà altre modalità di trattazione ma, vivaddio, il Web è vasto e c’è posto per tutti.



Come conseguenza, i miei scritti compariranno solo qui e – se lo vorrà – su Italicum dell’amico Tedeschi, perché suvvia: siamo uomini, non caporali.

Vi posso preannunciare il titolo del mio prossimo pezzo, che sarà “Il Grande Torino ed io”: finalmente, sento di nuovo la tastiera rispondere alle mie dita, finalmente non perdo più tempo, finalmente tiro un sospiro di sollievo. I compiti sono finiti: li faccia Renzi, che è giovane.

12 ottobre 2014

Voglia di vomitare


Il mare è sempre lo stesso, la Lanterna anche, le navi in porto galleggiano – addirittura la Concordia – ed i torrenti fanno il loro dovere di portare l’acqua al mare in una città che sorge su una scarpata, dove gli orti si chiamano “fasce”, le strade “carruggi”, i sentieri “creuze” e gli alluvioni sono soltanto i disastri (non) annunciati d’Autunno, un evento ciclico, come la Fiera del Mare o quella di Santa Zita.


Il Bisagno è soltanto una vena, scavata sul fondo di una valle: peccato che il resto del vallone sia occupato da ogni sorta di scempiaggine cementifera. E’ tutta colpa della speculazione selvaggia degli anni ’60: mettiti il cuore in pace – baby – erano italiani cattivi che pensavano solo a far soldi e ad ingrassare mogli, amanti e puttane, mentre il Card. Siri si scervellava su come mandare gli ex gerarchi nazi-fascisti in Argentina. Il Vaticano ci metteva i passaporti e l’armatore Costa le navi: comodo no?

Oggi no, è tutto diverso: addirittura Marta Vincenti è sotto processo, andrà in galera...ahhhhhhhhhhhh!!!!

No: Aaaaaaagh!



Aaaaaaaagh perché sono stufo di scrivere di cazzate. Tutto è una scoordinata e mefitica cazzata, come quella di Paolo Barnard che va a puttane perché non gli hanno lasciato fare la MMT (si chiama così?). E bravo Paolino: un pompino è sempre meglio di un calcinculo, su questo siamo d’accordo, ma ricamarci sopra mi sembra una storia da dementi.

Così – in un vortice di bandiere osannanti – il popolo italiano si sarebbe ribellato, avrebbe portato il buon Paolino in trionfo fino a Palazzo Chigi – sgominando legioni di Carabinieri, Granatieri, Polizia, ecc – che avrebbe diramato la “Direttiva 1” mediante la quale sarebbe stata emanata la MMT. E già che ci siamo, anche la presidenza della RAI per il buon Paolo, il licenziamento in tronco della Gabanelli e una sorta di “esentasse” per le bocchinare di Palazzo.

Scendi dal letto, Paolo e svegliati: sei solo un giornalista che credeva di lavorare per la rete televisiva del sub-comandante Marcos, oppure per la libera Tv dell’Avana. Se esistono o sono esistite: no, fanno parte anch’esse dell’Oceano Cazzarolo, quello che bagna le isole Trash 1,2,3,4...

Mettiti il cuore in pace, Paolo: perché non apri un chiosco di bibite e angurie, panini e pizzette? Magari ci campi, ci ha campato pure il “pentito” Marino, e magari riesci ad imbastire una storia bislacca per incastrare la tua grande nemica e rovinarla nella polvere. Mai fatto sesso con la Gabanelli, vero? Ti credo sulla parola.



Altra enorme cazzata è la vicenda di Azzolini....azz...Azzolini...che riceveva fondi direttamente da Governo (Berlusconi) – senza passare attraverso la Regione Puglia (là c’era un “rosso”...) – per il suo bel porto di Molfetta. Peccato che il fondale fosse minato.

Non erano stati gli americani nella guerra mondiale – no, ovvio – qualcuno ha visto addirittura un aereo a pedali con le insegne dell’ISIS che lanciava bombe incendiarie. La storia finisce qui: anche la Marina si è stufata di sminare gratis – per cinque lire, manco un cane muove la coda – mentre i soldi erano già spariti (certo, la CMC di Ravenna ha fatto buon bottino), così anche il “rosso” è stato accontentato?

Ma anche questa non è una primizia, perché prima di Molfetta c’era stato Fiumicino, con il suo mega-porto turistico da 403 milioni di euro (pagati da noi tutti, tramite la Regione Lazio), e gestito da Francesco Bellavista Caltagirone, un nome, una garanzia.

Dopo il solito balletto dei subappalti, l’ultima azienda (quella rimasta col cerino in mano) eseguì i lavori per un centinaio di euro: trecento milioni spariti. Risultato: le passerelle galleggianti affondano in breve tempo, mentre la diga foranea presenta già segni di cedimento. Il commento del Comune: “Il prossimo obiettivo non sarà più un porto turistico, bensì un porto commerciale”. Eh, con quel che si è “mangiato” prima...un porto commerciale...almeno il triplo.

Ma prima ancora, Bellavista Caltagirone (grand-guignolesco patron del gruppo Acqua Pia Antica Marcia di Roma) aveva “lavorato” per il porto turistico di Imperia, insieme a Scajola detto “a mia insaputa”: anche qui inchieste, proscioglimenti, rinvii a giudizio...insomma, il solito marcio di palude, altro che acqua.



Cazzate, cazzate e cazzate, contro le quali si scontrano e sono sconfitte tutte le intelligenze di questo Paese: l’ultima è il decreto di Renzi che foraggia e sostiene gli inceneritori. Anche all’estero lo fanno, ma conferiscono in discarica l’1-3% del totale, mentre noi sfioriamo il 40.

Proviamo con la cultura, ultima spiaggia: entriamo in libreria.



In libreria, nelle posizioni migliori sono sciorinati libri d’alta cultura: si va da “Cucinare con le salse” a “Cucinare con le salpe”, per finire con un “Come acchiappare il principe azzurro e tenerselo”. Le iconografie sono un po’ diverse: nei primi casi gonne appena sopra il ginocchio, della serie “l’ho già preso e lo devo solo trattenere” – con tanta buona cucina ed una buona dose di sesso (non ostentato, per carità: reggicalze e guepière possono stare benissimo sotto il castigato completo gonna/pullover, come fanno le afgane con il burka) – mentre nel secondo caso (maschio da acchiappare) l’immagine di copertina è un melange, una pozione elaborata con abili percentuali di Cappuccetto Rosso, Heidi ed una discotecara soft.

Fin qui abbiamo scherzato: poi, ci sono i libri seri.

“Il camposanto della notte del terrore”, “Il cimitero degli zombie danzanti”, “Il camposanto ritrovato sotto la Coop”, “Il cimitero degli elefanti sbroccati”, eccetera.

Eros e Tanathos tengono banco per un buon 50% della “cultura”, almeno nelle terre delle “casalinghe di Voghera” dove – nonostante l’apparenza della più assoluta “normalità” – le donne tradiscono più degli uomini, i fine settimana all’insegna del ritrovo sexy trasgressivo sono oramai all’ordine del giorno e – lost but not least – si ammazzano un paio di donne il giorno.



Cosa deve fare una persona che sa scrivere e – spera – di scrivere anche qualcosa di utile, che serva a comprendere i molti arcani di questa epoca bislacca? Filosofi, cattedratici, artisti...tutti “organici” – come li definiva Gramsci – ossia richiamati all’ordine e maggiordomi della politica, oggi si dice “embedded”.



L’energia? Quando Rifkin venne in Italia osservò, in lontananza, le Alpi da una stranamente limpida Milano: qualcuno gli spiegò che era una catena che versava acqua nella Pianura Padana lunga più di mille chilometri. Ogni chilometro un rigagnolo, un affluente, poi un fiume, quindi un grande fiume.

Il filosofo dell’energia si voltò e disse: “Ma come fa un Paese come questo ad avere problemi energetici?” e (aggiungo io) un migliaio di chilometri di penisola zeppa di sole e vento?



Vi confesso, non so più cosa fare. Capisco Barnard, lui la getta in farsa con la storia dei pompini: nemmeno con la MMT, però, risolveresti qualcosa. Se prima non cacciamo questa gente che sperpera 60 miliardi l’anno (corruzione italiana secondo l’UE) ma forse di più, come sostenevo nel precedente articolo. Forse 150.



Immaginate cosa si potrebbe fare con...diciamo...100 miliardi in più a bilancio? Paghiamo pure i debiti con 50: ne restano altri 50 per investimenti o reddito di cittadinanza, oppure entrambi.

Convinciamoci, una volta per tutte, che il solo problema italiano è stato la ladroneria scatenatasi come un’iperbole dopo Tangentopoli. Di là dal fermare il processo, Tangentopoli dimostrò com’era possibile rubare e farla franca, come sta succedendo oggi.



Io non so più cosa raccontare: mi alzo la mattina e mi guardo attorno. Mentre vado dal panettiere mi chiedo: ma è mai possibile che tutta questa gente sia stata lobotomizzata? Fino a questo punto? In Francia, in Germania, in Spagna...parlo alcune lingue ed un po’ l’Europa l’ho girata...in nessun altro Paese vige questo lassismo nauseabondo, questo cambiare le leggi secondo il reato ed il “pedigree” dell’indagato. E tutto va bene, va bene così.

Tutte le mattine c’è una lotta con me stesso, accendo il computer: ma cosa posso ancora dire? Cosa c’è ancora da capire? Abbiamo capito che il M5S non ce la farà a ribaltare la musica: soluzioni? Scappare o ribellarsi: ne siamo capaci? Altrimenti, non resta che ballare sul relitto, fin quando non cadrà a pezzi.



Adesso scatenatevi pure, non ho nulla da difendere o da perdere.

01 ottobre 2014

La parabola calante di Renzie e la santa anima di Bettino



Tre storielle edificanti, ad usum Renzi-dipendenti, per spiegare come mai l’Italia è l’unico Paese europeo ad avere crescita negativa, dopo strombazzamenti vari, a partire dagli 80 euro in poi.




Ragioneria dello Stato: ovvero, la “verità contabile”



“Pronto, è la Ragioneria dello Stato, ufficio stipendi?”

“Sì”

“Sono…e vorrei sapere a che punto è la mia pratica di stipendio – visto che avete bloccato lo stipendio di Agosto – senza la quale non posso accedere alla pensione…e i soldi che mi dovete?”

“Sì…dunque…ehm…vede: da un anno a questa parte, c’è una nuova procedura. Il tutto deve essere vistato dalla Commissione.”

“E cos’è ‘sta Commissione?”

“Nulla…è un nostro ufficio interno…però deve rivedere il tutto e vistare la pratica, così – dopo – io posso inviare a Latina tutto il suo incartamento e, finalmente, possono mettere in pagamento le sue spettanze…”

“Quindi, se la Commissione vista il tutto…”

“Eh, non so…dovrebbe farlo entro questa settimana (ma è l’ufficio a fianco!!! mi trattengo), altrimenti slitterà il 18…”

“E se slitta il 18?”

“Perdiamo la “finestra” – ancora ‘ste finestre! – per mettere in pagamento la sua pratica e saltiamo dalla fine di Settembre alla metà di Ottobre per avere il mandato di pagamento effettivo…sa, a Latina devono avere il tempo d’istruire la pratica…”

“Perché, allora, m’avete bloccato lo stipendio di Agosto? Io non vedo un soldo da Luglio! E mi dovete quasi 10.000 euro!”

“Per una questione contabile…di “praticità”…siccome lei ad Agosto era già in pensione, non era corretto…meglio chiudere la partita contabile stipendiale e, poi, aprire quella pensionistica…”

E io aspetto: le rammento che una parte dei miei antenati erano tedeschi.

“Ah sì? E di dove? Mio fratello insegna a Mannheim…”

“Le ha detto come trattano lassù queste cose?”

“Sì, me lo ha raccontato.” E tace.



Una vicenda di “de-materializzazione”



Ancora incazzato per la telefonata, decido di recarmi dal medico: deve consegnarmi delle ricette…

Mentre attraverso il paesino, mi salta in mente una fantasia: che Cottarelli (o chi per esso) abbia inviato una circolare “riservata” dove, sostanzialmente, ricorda tutti i trucchi per rallentare i pagamenti? Ma questi sono atti pubblici: come possono esistere – in una democrazia – settori “off-limits” riservati soltanto ai massimi dirigenti? Perché esiste il sistema criptato SISSI per la scuola, dove tutto giunge dall’alto mentre dal basso non può partire nulla? Non è mica un’industria automobilistica, che deve proteggere le sue strategie di mercato!

Dal medico non c’è nessuno: sento la voce, “Avanti!”

Entro, e noto subito che è “nero”.

“Ho bisogno delle pastiglie per la pressione, la ricetta…”

Fa cenno d’aver capito e s’appressa alla tastiera: dopo un attimo, al posto della ricetta, esce dalla stampante un mezzo foglio bianco. Lo volto e, dietro, c’è la ricetta: solo che non è più il foglio prestampato, in genere stampato con l’inchiostro rosso, è un foglietto in formato A5 con i medesimi dati.

Non capisco la novità.

“La chiamano “de-materializzazione”: solo che, prima, agli stampati provvedevano loro, adesso è tutto a spese nostre.” Risponde abbacchiato.

Capisce dalla mia espressione il dubbio: beh, per un po’ di carta…

“E non è mica per la carta: questo scherzetto costa 700 euro all’amministrazione e 700 a noi, dicono per il programma…1400 euro a medico! Prima assicuravano che ce li avrebbero resi, oggi nicchiano…come andrà a finire?”

“Fammi vedere bene la faccia” ribatto per celia “no, non quella: l’altra…eh sì, sembra proprio che te l’abbiano messo nel…”

“Va a dar via il c… Carlo.”

Esco e rifletto: 700 euro a medico (e gli altri 700 a carico della Sanità? Esisteranno per davvero?) sono una cifra da far paura, soprattutto se riferita al numero di medici di base…ma quando mai – un programma che trae i dati da un database, li ordina nei rispettivi campi e invia tutto ad una stampante – deve costare così tanto?!? 20-30-50.000 euro sono cifre con le quali qualsiasi programmatore in poco tempo lo assembla. E ringrazia Dio per tanta manna. Sui 46.000 (circa) medici di famiglia italiani grava invece una spada di Damocle da 32 milioni di euro: alla faccia del programmino!



Vacance volée



Torno a casa e, visto che Ottobre si avvicina, provo a vedere se riesco a programmare quella vacanza in Spagna che attendiamo da tempo.

Invio la prima mail: periodo 1-7 Ottobre. No, ci dispiace, il 6 non è possibile. OK, allora 29-5. Niente: anche il 30 è occupato. Mandatemi una lista delle disponibilità! Va bene il 12-18 Ottobre? Provo a cambiare albergo, Regione, Stato...non rispondono più.

Il viaggio l’avevo vinto con la solita formula “paghi solo il vitto, pernottamenti gratis” e invece questi di EUROREST fanno i furbi. Hanno chiesto circa 20 euro d’anticipo e adesso…voilà! Gli alberghi rispondono picche. Una truffa ben congegnata: butto due parole su Google e tutto è chiaro, ci sono cascati in migliaia – solo in Italia, ovvio, all’estero li sbattono in galera per truffa – adesso rispondono…fammi causa!

Li denuncerò, ma…quanto tempo la denuncia trascorrerà sulla scrivania di un magistrato (se mai ci arriverà) prima d’essere archiviata? Il solito gioco delle scatole cinesi: un magistrato c’impazzisce dietro per poi trovarsi come unico destinatario un conto alle Cayman, il quale corrisponde ad un nero che fa il raccoglitore di banane e che non ne sa nulla, oppure in Lussemburgo dove ci vuole una rogatoria millenaria…t’hanno fregato 20 euro…va beh, capita…ecco cosa pensa l’italiano medio.



Adesso chiariamo perché queste storie si collegano con Renzi e con la buonanima di Craxi: ci vorranno pochi attimi per capirlo.

Intanto, per Renzi e la sua cricca è arrivata una scoppola di quelle serie: l’unico Paese europeo ad essere ancora in recessione, mentre gli altri Paesi europei almeno stanno sopra lo zero. Non stanno nemmeno bene loro, ma noi stiamo peggio.

Lasciamo stare le caccole come gli 80 euro od il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione – che ritenevano avrebbero smosso mari e monti – e che invece sono, semplicemente, scomparsi dal panorama economico.

Le ragioni?



Gli 80 euro sono arrivati in famiglie dove nemmeno 800 euro sarebbero bastati per osservare qualche timido rilancio dell’economia perché – nel frattempo – sono calate sulle loro teste tante gabelle ed imposizioni fiscali che le hanno annichilite. Che ci fai con 80 euro? Ci paghi una badante? Le tasse universitarie? L’auto che non ne può più?

E i debiti della Pubblica Amministrazione? Sì, sono stati pagati…tutti? Beh, quelli che sono rimasti. Quante aziende hanno chiuso negli ultimi anni? Una media di 2 ogni ora, 14.256 nel solo 2013, 59.570 negli ultimi cinque anni (1).

Come avviene il processo?



Basta che un’azienda ritardi un pagamento un poco oltre la normalità (ad es. da 30-60 giorni a 150 ed oltre) che si scatena l’effetto domino, soprattutto perché il sistema bancario non interviene. Ma il sistema bancario, a sua volta, deve proteggersi dalle insolvenze, poiché anche la banca è un’azienda.

Chi è il primo “cattivo pagatore” dell’ex Belpaese? Lo Stato.



Quando lo Stato decide finalmente di pagare, molte di quelle aziende non esistono più: in questo modo – grazie alla lentezza della giustizia (in particolare, le procedure fallimentari) – lo Stato finisce per “dirli ma non darli”, ossia promette qualcosa quando i ricettori non ci sono più od hanno cambiato ragione sociale, ecc.

Il risultato è il crollo del sistema delle imprese: ecco spiegato il dato anomalo dell’Italia, quel -0,4% del PIL.

Chi paga la vera crisi? Chi lavora: piccoli e medi imprenditori, tecnici, impiegati ed operai, che si trovano senza soldi o senza stipendi.

E dove li spende lo Stato tutti ‘sti soldi?



Elaborando i dati sul numero di dipendenti pubblici moltiplicato la spesa media per dipendente, s’evince che lo Stato (in tutte le sue articolazioni, centrali e periferiche) spende 173 miliardi l’anno per pagare i dipendenti pubblici (2). Ribadisco, compresa anche la spesa per gli Enti Locali (e quindi la Sanità), ma non considerando le spese per mantenere i politici di tutte le razze e di tutte le piazze.

Ci sono, però, i “sotto-politici”, ossia tutta la ghenga dei dirigenti che, in Italia, sono una marea:



“Un’elaborazione della Cisl-Fp, basata sul dossier della Corte dei Conti del 2013 sul costo del lavoro pubblico, arriva a contare 168 mila dirigenti e una spesa lorda per le loro retribuzioni di quasi 15 miliardi l’anno. Ma il confronto con un altro rapporto – realizzato dal professore Roberto Perotti per Lavoce.info – evidenzia una serie di lacune: dai 16 mila ufficiali delle forze armate ai 3987 dirigenti dei corpi di polizia, fino ai 9754 magistrati. Figure che, per ruolo e reddito, sicuramente vanno considerate nel novero della dirigenza. Integrando i rilevamenti, si arriva a quasi 200 mila.” (3)



Se sommiamo questi quadri dirigenziali, giungiamo ad una spesa di circa 20 miliardi, che rappresenta più del 10% del totale di circa 193 miliardi.

A quanto ammonta la spesa pubblica?



Sempre considerando l’anno 2010, sono 723,3 miliardi al netto degli interessi (4). Sottraendo i 193 miliardi delle retribuzioni, rimangono più di 500 miliardi: cosa rappresentano? Dovrebbero rappresentare le spese in conto capitale, ossia tutto ciò che lo Stato acquista o finanzia: dall’F-35 al temperamatite, dal ponte ai materiali per la strada da riparare, dalle medicine per gli ospedali ai computer, dal sostegno per tutti gli sfigati a quello per l’editoria, alle auto...fino ai preservativi per i militari all’estero. Insomma: tutto.



Ora, spicchiamo un salto nel passato ed atterriamo alla Camera dei Deputati il 29 Aprile del 1993:



“...i finanziamenti illeciti sarebbero stati necessari alla vita politica dei partiti e delle loro organizzazioni per il mantenimento delle strutture e per la realizzazione delle varie iniziative; il suo partito non si sarebbe discostato da questo generale comportamento[80] e, quindi, più che dichiarare sé stesso innocente, Craxi giungeva a sostenere che egli era colpevole né più né meno di tutti gli altri.”



Bettino Craxi, sostanzialmente, affermava d’essere sì colpevole, ma come tutti gli altri di tutti i partiti, nessuno escluso.



Da quei tempi ci è giunto il ben noto “Teorema di Craxi”, secondo il quale ogni esborso dello Stato – sotto qualsiasi forma – è “tassato” con un 30% per pagare le tangenti. Sarà vero? Non lo sappiamo.

L’UE sostiene (5) che la corruzione, in Europa, è pari a 120 miliardi di euro, dei quali la metà è generata dallo Stato italiano. Secondo il Teorema di Craxi, invece, il 30% delle spese in conto capitale renderebbe 150 miliardi: la corruzione italiana starebbe dunque in una forbice fra 60 e 150 miliardi di euro, sempre che non vi siano altri elementi da valutare (le Mafie?).



Controprove? Non ce ne sono. Certezze? Da cercare col lanternino. Ci sono però elementi che suffragano la ladroneria generale, dalla nota teoria del “a mia insaputa” – iniziata da Scajola ed oggi di gran moda – per finire con i porti ed i cantieri italiani zeppi di “incrociatori” da milioni e milioni di euro, che non si sa di chi sono. Qualcuno, addirittura, è fermo da anni perché sequestrato dalla Magistratura: il pagamento del porto? Mettete in conto...

Una delle forme più in voga, oggi, per pagare tangenti è proprio la nautica: dai cantieri italiani (fatevi un giro...) escono già belle che pronti, con sulla poppa i nomi dei porti d’iscrizione “Cayman”, “Guernesey”, eccetera...tutti i paradisi fiscali del mondo.



Comunque sia, la corruzione che subiamo è una cifra iperbolica: la vera sanguisuga degli italiani.

Le soluzioni prospettate dal governo sono puerili: dare un “assaggio” di TFR agli italiani (soldi loro! e tassati!)

a Natale, così faranno risollevare il sacro PIL. Della serie: raccolgo io parte del grano del tuo campo, per rendertelo a suo tempo...anzi no...te ne do subito una parte...ma una parte di quella parte me la tengo. E per sempre! Mannaggia che affare!



Sono soluzioni da apprendisti stregoni, da fattucchiere della spesa pubblica, che non hanno nessun riscontro nella vera economia di uno stato e nemmeno in quella ufficiale, già di per sé divenuta una barzelletta.



Ora, so di toccare tasti dolenti, ma devo farlo. Mi riferisco ai vari sostenitori di teorie economiche innovative che tutto renderebbero più semplice. Dal signoraggio in poi.

Signori signoraggisti: giusto indicare il “prelievo” – illegale – del sistema bancario sulla creazione di moneta, ma – se non lo diamo alle banche lo diamo allo Stato, ossia alla collettività (come, in parte, un tempo) – ora...mumble mumble...a chi lo diamo? Quale malfattore preferiamo? Renzi (se potesse) si leccherebbe i baffi e tutta la ghenga sarebbe felice di spartirsi la torta.



Signori “innovatori” di teorie economiche: a chi le proponete? A noi, popolo da 1.000 euro il mese? Giusto: ma gli altri – quelli da 10.000 e più euro il mese – saranno d’accordo? E come faremo a portarle avanti? Con chi? Non mi raccontate di Grillo o di Tsipras (un comico che dice ogni giorno il contrario del contrario di ieri associato ad un allampanato imprenditore...ed un oriundo comprato all’estero, perché d’italiani “di sinistra” s’era persa la razza). Va beh, facciamo giocare ‘sto Tsipras...poi, magari lo rivendiamo al Real Mad...scusate, alla Spagna.



Ecco che si torna da capo: “Unica soluzione è la rivoluzione”, affermava Lenin. E mi sa che aveva ragione.



(1) Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-01-23/in-italia-chiudono-due-imprese-ogni-ora-cinque-anni-perse-60mila-aziende-174528.shtml?uuid=ABjyzjr



(2) Fonte: elaborato (anno 2010) da: http://www.fermareildeclino.it/fare/approfondimento-spesa-pubblica-per-stipendi-nella-pa



(3) http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/02/16/news/quanto-costa-la-pubblica-amministrazione-ecco-i-nomi-e-gli-stipendi-dei-paperoni-di-stato-1.153347



(4) Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Spesa_pubblica



(5) Fonte: http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/guidaAlDiritto/dirittoPenale/2014-02-04/allarme-corruzione-europa-meta-142330.php

09 settembre 2014

Ghiri



Com’è carino il ghiro, com’è pacioccone. E sonnacchioso: già, lo ricordiamo sempre – quasi fosse un aggettivo – riferito ad un umano, “dorme come un ghiro”.


Con tutte le novità che ci sono qui in Langa – il ritorno del lupo, la diffusione imperturbabile di cinghiali e caprioli (ora anche dei daini), qualche timida comparsa di orsi e linci (per ora è più un “si dice” che un “si sa”) più tassi e linci che ci sono sempre stati (si sentono quasi offesi...) – chi pensa mai ai ghiri?

Al più, ti fanno un po’ arrabbiare quando cerchi di raccogliere noci e nocciole, e trovi quelle degli alberi accanto al bosco già tutte inesorabilmente spaccate e mangiate. ‘Sti c...pensi: che cavolo di denti avranno? Già: se un ghiro ha mal di denti, però, nessuno lo sa. E non esistono ghiri-dentisti.

Ma c’è una storia che vi voglio raccontare.



Ci fu un tempo nel quale gli uomini, annoiati, cercavano emozioni sempre più forti: se un’alba non era iper-psichedelica non valeva una mazza, se una motocicletta non superava i 200 all’ora non era una vera motocicletta, se una ragazza non ci stava a farsi legare e poi scopare in gruppo non valeva nemmeno la pena di cominciare.

Fu per questa ragione che i mille e mille paesini italiani furono abbandonati: non fu la mancanza di lavoro, non fu la crisi economica, ma la noia, il sapere che “là”, in città, c’era un tripudio di emozioni sconosciute, che nulla valevano al confronto del fungo di due chili e mezzo o del cinghiale che superava il quintale.

Qualcuno ipotizzò un edonismo esasperato, ma non regge: forse fu soltanto la sete di curiosità, il senso d’avventura castrato, la noia del “diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale” (Guccini). Fu solo per questioni di mera economia che milioni d’europei, dopo Colombo, partirono alla scoperta del mondo? Non ci abbiamo mai creduto.



Così, nei mille e poi mille borghi arrampicati sui colli, rimasero solo dei vecchi pensionati che leggevano ogni giorno i manifesti mortuari, chi ce la faceva ancora seminava un poco d’insalata: i più, sonnecchiavano seduti al tavolino dell’unica “società operaia” ancora aperta, così come l’unico negozio d’alimentari era il solo rifornimento. Per le medicine, i giornali, le sigarette, un attrezzo – fosse anche un paio di forbici – bisognava recarsi al paese vicino, dove ancora esistevano i negozi. Fino a quando?

Inutile ricordare che i terreni erano in gran parte abbandonati, che sotto i portici delle cascine ammuffivano – nell’attesa di diventare “d’epoca” – vecchi trattori e le grandi case erano abbandonate, nelle campagne come nei borghi.



In tempi precedenti erano stati compiuti gravi errori, che divennero effetti d’eventi inarrestabili: la chiusura della rete dei consorzi agrari, la ferrovia tagliata – “rami secchi” – le scuole chiuse – “risparmi” – gli ospedali ridotti al lumicino – “accentrare le eccellenze sul territorio” – insomma, chi rimaneva era proprio l’ultimo dei Mohicani.

Si sapeva – l’aveva anche detto la televisione – che il campo abbandonato ci mette cento anni per trasformarsi in un bosco di querce: qualche anziano ancora ricordava e narrava di raccolti di granturco proprio là, dove oggi si raccoglievano i porcini. Ma nessuno dava la minima importanza ai ghiri: c’erano sempre stati...e allora?



I nostri simpatici dormiglioni continuavano a triturare noci, nocciole e semi d’ogni tipo: avendo a disposizione enormi quantità di cibo (che gli uomini più non raccoglievano) le famiglie crescevano e...c’era bisogno di nuovi alloggi!

Qualcuno rimediava il cavo di un albero, ma c’era sempre il rischio di una volpe o di una donnola affamata: i più previdenti scelsero, saggiamente, le case abbandonate dagli uomini. Altro che alberi cavi! Nei sottotetti si campava da re, e manco c’erano più quei gatti famelici di un tempo da temere: erano tutti castrati, mollicci e se ne stavano al caldo a mangiare croccantini!



Ma, si sa, la cuccagna finisce: per carità, nulla da temere da uomini, gatti e volpi...ma il tempo...accidenti che tempaccio...

Quell’anno, già ai primi di Novembre, cadde la prima neve: e mica poca! Subito dopo venne il gelo e le ultime noci e nocciole rimasero là sotto, sotto una spanna di neve gelata.

Oddio: quando non c’è la pasta si fa un bel minestrone, se manca anche la verdura si mangiano fette di pane abbrustolite sulla stufa e strofinate con l’aglio. E se mancano pane ed aglio? Sono cavoli amari.



Qui, i nostri ghiri hanno veramente una marcia in più: se manca tutto, i loro denti sono in grado anche di rosicchiare il legno. La pancia, almeno, è piena: non saranno i teneri gherigli delle noci, ma la fame è dura e ci si deve arrangiare.

Così, mentre gli uomini, dovutamente imbacuccati, sedevano qualche minuto fuori della “società” prima di rientrare al caldo a bere un caffè od un punch bollente, i ghiri lavoravano e mangiavano. I più anziani fra gli uomini ricordavano vecchie storie “L’Inverno del ’44 ancora lo ricordo...quanta neve, e c’era la guerra...” “Mio nonno raccontava che quello del ’17 fu lungo e nevoso, ma loro erano contenti: se nevica, non si va all’assalto!”



Intanto i ghiri – che dovevano andare in letargo, ma avevano ancora fame e...addormentarsi a pancia vuota non si può, non ci si riesce... – terminarono tutte le scorte e cominciarono i gusci, ma scoprirono ben presto che le vecchie travi del tetto erano più morbide. Le prime vie d’acqua avevano fatto marcire il legno, che s’era intenerito e seminava segatura solo a raschiarlo.

Il nonno, con i vecchi denti gialli e consumati da migliaia di noci, lentamente raschiava e trangugiava, come facevano – con maggior solerzia – i più giovani mentre i piccoli iniziavano anch’essi a comprendere la dura realtà dell’esistenza: com’era dolce il latte della mamma...ora quelle tettine sono diventate piccole e secche...ma guarda te cosa ci tocca mangiare per sopravvivere...nonno, hai ancora una noce? Taci, taci e raschia.



E’ proprio vero che nel samsara nessuno è felice e tutti hanno sempre qualcosa di cui lamentarsi: finalmente, a pancia piena, i ghiri riuscirono a cadere in quel magico mondo del letargo, una sorta di dormiveglia attento ai pericoli, ma sufficiente per ridurre i consumi di prezioso grasso interno al minimo, e l’inverno passò.



Quanto sarebbe saggio, a fronte di sempre nuove guerre, se i governi ordinassero – alle prime avvisaglie belliche – il “letargo generale”, almeno per qualche settimana invernale, così da risparmiare gas, alimenti e vite umane! Ma torniamo a noi.



Trascorsero tre Inverni di quelli di “una volta”, con il loro bravo metro di neve e gli uomini – quelli che non erano comparsi sui manifesti mortuari – tornarono a ricordare: il ’37? Un metro e venti. E il ’28? Quasi due metri! Dai, andiamo a berci un punch, che qui fa freddo.

Nessuno s’accorse del lavorio dei ghiri: quando, di Primavera, si svegliavano erano colti da un appetito famelico e divoravano la prima cosa che potesse finire sotto i loro denti. Le travature dei tetti, ovvio: sarebbero passati ancora almeno tre mesi prima che fossero state disponibili le prime bacche e qualche nocciolo.

Così andò avanti per quei tre inverni duri e freddi: verso la fine del terzo inverno, cadde della neve bagnata e pesante, di quella che sparisce in un paio di giorni di sole. Prima, però, proprio per la sua alta densità, è pericolosa, giacché quaranta centimetri pesano quanto un metro: fu il disastro.



Il tutta l’Italia centro-settentrionale, ma anche sulla dorsale adriatica, sui monti – soprattutto nelle zone poco abitate – avvenne il disastro: migliaia e migliaia di tetti crollarono, compresi quelli d’antiche chiese e manufatti di pregevole interesse storico. Le perdite di vite umane furono bassissime: casi sporadici, gente che era passata accanto agli edifici proprio durante i crolli.

I danni materiali, invece, furono incalcolabili: tutte le persone che avevano avuto le abitazioni seriamente danneggiate se ne andarono, chi in città, chi emigrò, chi s’appoggiò a lontani parenti che vivevano lontano, chi in Italia, chi all’estero.



La situazione politico-economica era assai difficile: nelle città i viveri erano razionati e le occasioni di lavoro poche e di scarso guadagno. Sarebbe stato necessario ri-colonizzare il territorio ma – dopo quella batosta – le cifre per farlo risultarono esorbitanti: il territorio fu abbandonato e, nel volgere di un decennio, circa 5.000 comuni italiani – circa la metà – risultarono abbandonati.

Il governo, in ogni modo, nominò una Commissione di Saggi che dovevano, in origine, essere 10 persone poi – non si sa come e perché – salì a 26, poiché furono inseriti anche geologi, idro-biologi, matematici e numerosi storici dell’arte, per valutare il danno degli edifici storici.



Anni dopo la relazione fu pronta: alcuni milioni di case distrutte, migliaia di chiese, palazzi nobiliari, castelli, ecc. Non fu mai eseguito un calcolo, anche approssimativo, dell’investimento necessario.

Ovviamente nessuno s’accorse del disastro provocato dall’inurbamento dei ghiri: tutto fu addossato ad “eventi meteorologi” associati alla “vetustà delle abitazioni”. A nessuno venne in mente di chiedersi perché tutto era successo quasi nello stesso lasso di tempo (e continuò a succedere): le commissioni di “saggi” dell’epoca servivano solo a produrre molta carta, come i cessi pubblici.



Il Paese andò così avanti: le grandi vie di comunicazione rimasero aperte e le principali città ancora abitate, ma a cento metri dagli steccati autostradali non era consigliabile recarsi. I pericoli erano tanti e, soprattutto, là non c’era nessuno: almeno, così si credeva.



Un secolo e mezzo dopo, finalmente, il Paese si risollevò dalla terribile crisi iniziata per mere questioni di bilancio e terminata con il dimezzamento della popolazione, vuoi per il saldo demografico, vuoi per l’emigrazione.

Un lungo processo rivoluzionario condusse alla nuova situazione: tutto era mutato, in Italia e nel mondo.

Il nuovo governo – chiamato “Direttorio” – ritenne necessario occupare le terre abbandonate un secolo e mezzo prima: l’economia in crescita necessitava di maggiori derrate alimentari e di grandi biomasse per alimentare la nuova industria chimica che doveva – in assenza di petrolio – ricavare dal mondo naturale ogni sostanza, i nuovi “intermedi” di base.



Alcune colonne iniziarono la nuova esplorazione, forti delle vecchie cartine che indicavano borghi e strade: le strade erano quasi tutte impercorribili, oppure riuscivano a transitarvi piccoli mezzi per brevi tratti. Siccome i mezzi erano tutti elettrici, era molto difficile rifornire le colonne che avanzavano: bisognava costruire linee elettriche lunghe decine di chilometri.

Improvvisamente, una colonna fu colta di sorpresa dal fuoco di molti fucili: chi erano?!?



Giunsero i militari ed avanzarono rintuzzando il fuoco nemico: a poco a poco, si riuscì a parlamentare con questi gruppi, dei quali nessuno immaginava lontanamente l’esistenza.

Erano veramente una nuova razza. Nei loro tratti c’era qualcosa di africano – alcuni erano meticci – ma anche occhi a mandorla...visi europei e tratti mongoli...insomma, c’era di tutto.



Parlavano una lingua che assomigliava molto all’italiano di un tempo – la sintassi era quasi identica – ma molti termini erano incomprensibili come “sciut”, col quale indicavano la pianura (forse “luogo asciutto”, mentre ogni essere di sesso femminile era chiamato femana, fema, femun...tutte con la radice “fem”. Signore e signorine erano scomparse dal dizionario. Sarebbe molto lungo approfondire il loro dizionario, ma anche avvincente.

Erano comunità di cacciatori e raccoglitori, ma avevano anche armi da fuoco: nelle case abbandonate trovarono dei veri e propri arsenali, e s’industriarono per fare la polvere da sparo.



Nelle lunghe discussioni che seguirono, essi affermarono di tenere d’occhio i “carticùn” – ossia gli italiani civilizzati – perché temevano intrusioni ma, abitando solo le aree lontane dalle vie di comunicazione, vissero indisturbati.

Questo pose un grosso problema, perché fu a tutti chiaro che un bene – la terra – era desiderato da entrambi. Fu stabilita una sorta di “pax romana”, ossia i fondovalle con le aree più fertili (gli “indigeni” non coltivavano quasi nulla) ai nuovi venuti, e le aree collinari ai residenti, i quali accettarono d’iniziare un processo d’integrazione, ad esempio mandando i bambini a scuole speciali, adatte alla loro lingua ed al loro pensiero.



Come andrà a finire? Chi vivrà vedrà, ma nessuno immaginava il potere distruttore del ghiro, che meriterebbe un posto d’onore nello stemma della futura Repubblica Comunitaria d’Italia.