19 maggio 2018

Lezione strategica?


Ho appena terminato di leggere il programma definitivo del governo Lega/M5S: la prima cosa che salta agli occhi è che, se riescono a realizzare la metà di quanto promettono si tratta già, per l’Italia, di una rivoluzione.
I due sono il prodotto della cafoneria italiana – sia chiaro, non è un insulto! – nel senso che i loro visi tracciano la linea degli antichi villici: figli di contadini o d’artigiani, l’uno – forse – discendente di qualche mezzadro che aveva accudito vacche per tutta la vita e, da vecchio, arrostiva le fette di polenta sul fuoco del camino. E si sentiva, in quell’atto, fortunato. L’altro, progenie della cafoneria più schietta del Sud, forse un ciabattino, che passò la vita in un’umida bottega fra i “bassi” di una cittadina qualunque del regno borbonico. E, da vecchio, preferiva succhiare un limone appena colto dall’albero. E, in quell’atto, si sentiva ricco.

Entrambi sono accompagnati da due figure a loro distanti: l’uno, con un Giorgetti dal quale mi fiderei poco a comprare un’auto usata. L’altro, da un Toninelli dall’aria un po’ dandy e tanto profumo di costoso deodorante. Si sa, nessuno è perfetto.

Nella tradizione italiana – dall’Unificazione in poi – i cafoni non sono mai contati una cippa. Chiamati anche bifolchi, erano oggetto d’irrisione da parte delle classi dominanti: ne macellarono più di 600.000 giusto un secolo or sono ma, un responsabile di tanta, sanguinevole tracotanza – ossia Pietro Badoglio, divenuto poi quel che sappiamo, fu l’uomo che (a Caporetto) diede ordine che le artiglierie di grosso calibro sotto il suo comando (XXVII Corpo d’Armata) “non dovessero sparare se non dietro suo ordine”, che si dimenticò di dare (1).
Non importa se decine di migliaia di cafoni morivano a pochi chilometri di distanza gasati, scoppiati, mitragliati…e se altre decine di migliaia sarebbero morti di fame nei campi di prigionia austriaci: erano solo bifolchi, villani che, se osavano proferire un solo appunto sugli ordini ricevuti, c’era subito un tenente – cresciuto a pane ed Omero – a puntare la rivoltella.

Quando si parla di merito, è bene non scordare queste vicende, perché ciò che ci distingue dalle altre nazioni europee è proprio questo profondo disprezzo verso le classi inferiori: un fenomeno che non si trova, così radicato e spocchioso, nemmeno in Spagna, in Portogallo ed i Grecia. Non a caso gli altri PIIGS.

Eppure, furono le stesse persone che soffrirono durante la 2GM a rimboccarsi le maniche, a ricostruire il Paese, a fare in modo che – solo vent’anni dopo – una fabbrica come la FIAT avesse, nella sola Torino, circa 100.000 addetti: gente che veniva da tutte le parti, dalla Sicilia alla Val D’Aosta. Che poi un canado-abruzzese ha gettato nella monnezza.

Dopo, vista la poderosa capacità di risollevarsi degli italiani, pensarono che non era bene…no, non è bene che abbiano diritti…in fondo sono solo bifolchi, villani…meglio se assaggiano il bastone. E arrivò, tanto per fare un esempio, il “pacchetto” Treu sul Lavoro. E si finì con Monti, con la pessima abitudine della di lui servetta, tale Fornero, di ricordare che “l’abitudine italiana di vivere prevalentemente in case di proprietà è poco europea”. Già.
Il nostro caro presidente avrebbe desiderato che un epigono di tanto male (per noi) e di tante cose “serie” (a loro favore) si facesse avanti, con una solida maggioranza di nipoti e pronipoti di Giolitti, Sonnino, Rattazzi, Cairoli, Ricasoli, Gentiloni e compagnia cantante. Ma la “buona” pianta è seccata, non dà più frutti: solo un bavoso imprenditore milanese ed un burattinaio delle terre di Pinocchio. Troppo poco, non si tira avanti.

In fin dei conti, di cosa dobbiamo stupirci? Cosa è successo d’arcano ed incommensurabile, se non che un serio assegno di disoccupazione – chiamato RdC – arriva finalmente anche in Italia, dopo che tutti, ma proprio tutti (a parte la disastrata Grecia) ce l’hanno da decenni? Non sarà – per caso – che sostenere i consumi, soprattutto quelli più semplici, oserei affermare “primari” è un bene per l’economia, che risulta più stabile e meno precaria, come meno precari si sentono i villani? No, no…se va a favore dei bifolchi non siamo d’accordo: Europaaaaaa!!! Se ci sei batti uno spread!

Insomma, non starò a riassumere quello che potete leggere da soli su qualsiasi quotidiano, perché è inutile: è ovvio che il bilancio dello stato deve cambiare radicalmente impostazione. Non mi frega nulla se uno come Cottarelli urla: ma mancano all’appello 100 miliardi! Fa bene, Di Maio, a rispondergli sono “conti della serva”, poiché di ricchezza – vera, copiosa, intonsa – ce n’è tanta in questo Paese, basta scovarla! Sapete che gli ex parlamentari hanno pagato dallo Stato anche il futuro funerale? Che i figli dei presidenti continuano a ricevere benefit anche dopo la morte del padre?

Siccome, però, non siamo del tutto stupidi e sappiamo che “tosando” i politici, anche rivoltando loro le tasche, non esce poi così tanto, concordiamo con Berlusconi, che teme. Ed ha ragione.
Un simile programma comporta due direttrici: una verso l’interno – e, vedremo come se la sapranno cavare con i bilanci – perché qualcuno dovrà pagare. Non mi convince tanto l’appiattimento delle aliquote fiscali – la Costituzione recita “improntate alla proporzionalità” – ma non ne faccio un feticcio: vedremo.
Più interessante il secondo filone, quello internazionale.

La vulgata imperante è che dovremo fare la Terza Guerra Europea contro la Germania, il che è una fandonia grossa come una casa. Secondo me, qualcuno ha ragionato nei termini che “il nemico del mio nemico è mio amico”: può essere?
Qual è lo scenario internazionale, ossia la geopolitica dei prezzi, dei dazi, delle possibili frontiere doganali?

Non è un mistero che gli USA e la Germania sono ai ferri corti: lo capisce anche un bambino.
Dalle multe per la truffa sulle auto diesel ai minacciati dazi sull’importazione dell’acciaio tedesco, sembra quasi d’ascoltare rime e sonetti già sentiti. Meno roboanti di un tempo – la retorica cambia l’abito – ma sostanzialmente simili.
La Germania fu lasciata sopravvivere, ancorché divisa, dagli USA poiché sapevano che un’esangue Francia ed una lontana Gran Bretagna non sarebbero mai state alleati affidabili e seri: la riempirono di basi militari e… al lavoro! Si sa, quando c’è da obbedire i tedeschi trovano le loro doti d’ingegno e creatività. Nell’obbedienza, appunto.

Un brutto giorno, però, l’URSS decise di suicidarsi e la Germania d’assurgere nuovamente a grande potenza: purtroppo, “grande” è un aggettivo troppo vago. E ci furono dei malintesi.
Per i “magni” Stati Uniti d’America – potenza planetaria, che solo negli extraterrestri trova il modo d’avere un nemico – la Germania era una nazione che doveva recitare la parte della potenza regionale, magari prendendo alle sue dipendenze altre nazioni, questo va bene – ma impestare il mondo con tutte quelle macchine, quelle auto, quei pannelli solari…eh no, non avevamo detto questo.
Così iniziarono le rogne, i bisticci, che hanno recentemente portato Angelina del Merkelburgo a dichiarare la guerra diplomatica:

“I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo: questo l’ho capito negli ultimi giorni. Bisogna mantenere relazioni amichevoli con Usa, Gran Bretagna e Russia, ma è con Parigi che bisogna coltivare una relazione speciale. Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani” 

Dopodiché, se n’è andata da Putin a discorrere di gasdotti, che sono una cosa seria, e che lei non ha mai mancato di garantire allo zar di tutte le Russie. Cambiano tempi e modi, ma fra Russia e Germania un accordo si deve pur trovare…d’altro canto, lo fecero sia Lenin ed il Kaiser a Brest-Litovsk e sia Ribbentrop e Molotov…in fin dei conti, siamo quasi parenti. Teniamoci stretti: l’Ucraina? Non so, dov’è?
Insomma, Angelina parla di Francia tanto per non scontentare troppo i francesi – si sa, lo sciovinismo in Gallia è malattia endemica, dai tempi di Napoleone… – ma corre a Mosca dopo aver detto peste e corna di Trump. Se cerchi un amico vero, trova uno che sia in qualche modo interessato (leggi: affari) e abbastanza grosso da saper sferrare anche due pugni sul muso. All’occorrenza.

Però, non si dimentica che ha un ruolo di potenza regionale – e questo le va stretto, come un abito da ventenne longilinea – ma se ne deve rendere conto: due guerre le hanno perse e, tutto quel che sono riusciti a mettere insieme, è già grasso che cola.
Ma c’è sempre qualcuno che si lamenta, che fa il guastafeste.

Scapolato il pericolo Le Pen francese – troppo sciovinisti i galletti, per dare il potere ad una Le Pen – ecco che riappare in Italia: il cosiddetto “populismo”, ossia la révanche dei soliti cafoni, villi e bifolci (loro li chiamano untermenschen) contro (loro dicono) il potere delle banche, delle multinazionali, delle truffe della finanza internazionale che, sempre loro dicono, li affama.
Solo perché noi amiamo passare le vacanze su quegli yachtini da 40-50 metri? Va beh… e se qualcuno ha degli amici che viaggiano in elicottero vorrà pure riceverli a bordo, no?

Ecco che Di Maio, qualche mese fa, ha fatto un bel giretto negli USA – adesso c’è andato Di Battista – per parlare con le varie lobbies, i famosi think-tank d’oltreoceano…e giù tutti a dire: venduto! Maledetto traditore! Già.
Ma, se hai un nemico, devi avere anche un amico.

Se leggete con attenzione l’accordo di governo – anche fra le righe – traspare che noi italiani non romperemo le scatole agli USA per le loro basi militari in Italia – anche perché sarebbe puro sciovinismo seguire quella rotta, e chiunque pensa di poterlo fare (oggi) è destinato a rompersi le corna – ma saremo anche molto amici della Russia, al punto di voler cancellare le sanzioni economiche…in fondo, siamo noi che ci perdiamo a non commerciare con la Russia!
C’è qualche nemico? No, in diplomazia non si pronuncia mai quel termine…roba da militari…
Però, però…tutte le nostre rivendicazioni sono da portare in Europa, in un’Europa che ha tradito i valori fondanti, che non è democratica nei suoi atti…bla, bla…insomma, se volete dare una “aggiustatina” al taglio dei capelli ai tedeschi…beh, noi non ci lamentiamo…

Gli Stati Uniti ragionano da statunitensi, il che non è sempre un male. Abbiamo bisogno della Germania, poiché non vogliamo che l’Europa si ricacci nei suoi mille casini…povero presidente Wilson, cosa gli toccò sentire proprio un secolo fa…però, se la Germania sa come si governa un “Grosse Lander” va bene, ma se cominciano a scoppiare simili putiferi non in Ungheria – che ci frega degli ungheresi – ma nella terza economia dell’UE, tutto va a farsi benedire e noi non lo desideriamo affatto.

Quindi, Angelina dovrà darsi una bella limatina alle unghie, altrimenti noi sappiamo come fare…così anche gli Stati del Sud (ne sappiamo qualcosa!) non daranno più problemi e tutti vivremo più tranquilli e soddisfatti: in fondo, quello che desideriamo tutti è fare soldi in santa pace ma, quando cominciano a capitare questi guai…non si può fare una Grecia all’anno!

Vuoi vedere che, quatti quatti, i nostri due “cafoncelli” l’hanno pensata bene? “Contadino, scarpe grosse e cervello fino”: se ne dimenticano troppo presto loro, lor signori ai quali tutto è dovuto.

 

(1) Badoglio, per tutta la mattinata dell’attacco di Caporetto, si rese irreperibile, così l’artiglieria di grosso calibro, tacque. Gli stessi austro-tedeschi ne rimasero (piacevolmente) stupefatti. La speciale commissione che indagò su Caporetto, dopo la guerra, si guardò bene dal tirar in ballo Badoglio il quale, nel frattempo, era diventato senatore nel 1919 e capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel 1921.  

01 maggio 2018

Sparare sul pianista? E poi? Che succede?



Ricordate l’ultima scena del bellissimo “Zorro” di Antonio Banderas ed Anthony Hopkins? Rammento appena le parole a braccio… “quando la polvere si posò, tutto era finito…” …così m’è parso di percepire quando Renzi ha finito di parlare, ben imbeccato dal solito leccasuole di rango, Fabio Fazio. Un duetto imperdibile, da mostrare ai nipotini, per fare loro capire – che se lo ficchino ben bene in testa – fin dove può arrivare la perversione dell’essere umano.
Più dolore mi ha causato leggere, qui e là, i commenti dei lettori su vari portali e giornali: quasi tutti contro Di Maio…è stato un ingenuo, è “rinco”, è un pulcino…e via così. Senza accorgersene, seguivano l’onda di Renzi: la politica è roba da stadio, Maremma maiala, te la giochi come una mano a poker…chi ha fatto il Job Act? Mica io! Chi ha salvato Banca Etruria coi soldi dei contribuenti? Io non so’ stato. Io volevo salvare l’Italia con una bella riformina costituzionale, e ‘sti burini d’italiani m’hanno inchiappettato. Che pena.

Posso capire che molti commentassero per partigianeria politica, ma credo che gli utili ingenui abbiano, in queste ore, ingrossato le loro fila.
Ma cosa doveva fare Di Maio?

Un terzo dei votanti gli hanno affidato il mandato: il movimento dei “vaffa” di pochi anni fa è diventato il primo partito italiano. Ed aveva già fatto un po’ d’esperienza parlamentare nella scorsa legislatura: perciò, correttamente hanno detto “se qualcuno vuol fare delle cose buone insieme a noi, noi ci siamo: firmiamo, però, un bel contratto di fronte agli elettori, così non si potrà sgarrare”.
Forse un po’ ingenuo, poiché un governo, quando entra in carica, non sa cosa si troverà davanti: potrà o non potrà realizzare le promesse elettorali, ma si dovrà impelagare anche in faccende che non aveva previsto.
Un po’ ingenuo?
Io non credo.

Di Maio ha fatto tutto quel che ha fatto solamente per far capire a Mattarella che aveva ben compreso quali sono le vie istituzionali di una democrazia, ed ha portato a termine il suo compito senza il minimo errore: secondo me – e l’aria che tirava la capiva anche un grullo – mai e poi mai avrebbe avuto prima il consenso, ossia la firma su quel famoso contratto, e poi i voti dal PD, che s’è visto di che pasta è fatto. Renzi continua a controllarli come dei polli all’ingrasso: al momento buono, saprà a chi vendere bene la sua merce. Altro che voti per il M5S.

Di Maio, con semplicità, ha mostrato agli italiani che il Re è nudo, nudo come non mai. Non lo capiscono? Date loro tempo, dai primi “vaffa” di Grillo sono passati solo una decina d’anni.
Se il primo a mostrare la propria nudità è stato il PD, con un ex segretario “semplice senatore” che va in Tv e mette in riga i vari accoliti d’un tempo, riempiendo le loro tasche d’invettive e (poco) velate minacce, il secondo è quel Salvini che promette urbi et orbi l’abolizione della legge Fornero.
Dimenticando, però, che i suoi alleati sono stati proprio stati gli autori di quel misfatto, che tutti approvarono senza fiatare: solo la Lega Nord e l’Italia dei Valori votarono contro. PD, PDL, Unione di Centro (ex-democristi) e Futuro e Libertà per l'Italia, ossia gli ex di Fini, (più quisquilie varie) s’abbuffarono alla promessa di “risparmi” (sulla pelle degli altri) di decine di miliardi di euro.
Il terzo non è nemmeno da ricordare, ossia il “picciotto” di Arcore che non fa più nemmeno notizia: mandi, mandi i suoi tirapiedi travestiti da giornalisti a verificare se l’amica della compagna di Fico, a Napoli, è una vera amica oppure è a libro paga, mentre Fico risiede a Roma e paga regolarmente una colf. A proposito, già che ci siamo, possiamo vedere la ricevuta del veterinario per le vaccinazioni di Dudù?

Se Di Maio ha una pecca…questa sì…è di capire poco di calcio…eh…davvero…
Qual è l’obiettivo di una squadra di calcio? Segnare un goal in più degli avversari. E come si fanno i goal? Dipende.
Nel caso più semplice, c’è un lancio lungo della difesa, un’ala colpisce di testa a fa un assist alla punta: tiro al volo sotto la traversa, goal. Netto, nulla da dire. Questa – temiamo – è l’idea del calcio di Di Maio.
Ci sono però più casi.
Ad esempio, respinta della difesa, palleggio a centro campo, di nuovo dietro ai difensori, poi appoggio sulla destra, dribbling, traversone verso sinistra, stop, passaggio al centrocampista che arriva in corsa, tiro, respinto dai difensori, carambola sul piede dell’attaccante, tiraccio “sporco”, palo, rimbalzo sulla schiena del portiere. Goal. Detto anche gollicchio o gollonzo, più semplicemente goal di culo. Ma uno vale uno, eh…Di Maio…è così…

Insomma, il parlamento italiano è un po’ come M5S contro Resto del Mondo…cosicché…quelli del Resto del Mondo (da qui in avanti, RdM) sono forti, hanno ottimi giocatori, però non sono abituati a giocare in squadra. Più che altro, tutti vogliono la maglia numero 10 e nessuno vuole stare in porta: capita, capita nei migliori oratori.
Per riuscire a giocare una partita, quelli del RdM hanno bisogno di circa tre mesi d’allenamenti: tu stai al centro, tu un po’ più a destra…tu in porta…eh no, io in porta non ci sto!...allora, da capo…io sto al centro, tu fai la mezzala, no, guarda che oggi si dice “mezza punta”, no, no…perché si comincia col dire mezzala e si finisce per dire “vecchiume”, io non ci sto! E via discorrendo…

Di Maio ha fatto, da subito, l’errore di dire “io faccio il centravanti”: siccome nel M5S nessuno ha fiatato, gli altri gliel’hanno lasciato fare. Mica si fa la strategia per l’avversario.
Ed hanno cominciato le trattative per fare l’11 stellare, la squadra delle 11 Stelle in Movimento.
Venga, venga signor centravanti…dunque…facciamo un bell’accordo di governo…però lei non vuole come terzino Tale…e noi…capirà… Tale dobbiamo farlo giocare, altrimenti Quale s’incavola e non ci paga più la luce dello stadio. Allora è andato di là: venga signor centravanti, che piacere…certo, potremo, faremo, saremo…vediamoci fra una settimana. In quella settimana, Tale e Quale si sono iscritti al campionato inglese e sono migrati: Di Maio è venuto a saperlo da un talk show in prima serata. Piange, poraccio.

A questo punto, il M5S ha ritirato la squadra e l’ha iscritta al campionato di hockey su ghiaccio della Namibia. Per tutta risposta, quelli del RdM hanno subito chiesto: il pallone ce lo lasciate, vero?
E così hanno iniziato i tre mesi d’allenamento: a Ferragosto ci saranno le prime amichevoli, poi si vedrà se incontrare la squadra della Volkspartei oppure il M5S, di ritorno dalla Namibia. Mattarella tenta il suicidio: viene salvato in extremis, adesso è in rianimazione insieme a Napolitano. E chi fa il Presidente? Per ora ci mette una toppa la Casellati, ma – mancando gli ex presidenti da consultare – chiama Fico, prendono un caffè sul Torrino, poi allargano le braccia, sconsolati. Dall’estero, però, mugugnano: italiani del picchio, coprite sempre le vostre magagne con la solita foglia di Fico!

Allora, adesso che faccio? Vi racconto come finisce il campionato o vado direttamente a Zorro? Ok, volete sapere come finisce il campionato.

Ora che il M5S s’è ritirato sull’Aventino – nell’attesa delle elezioni – il RdM propone alla Casellati di fare un governicchio, così, tanto per scaldarci un po’ i muscoli…e se rifacessimo la legge elettorale? La Casellati è d’accordo, Fico un po’ meno, ma lui è solo il supplente della supplente, che ci può fare?

Passa il tempo, Mattarella e Napolitano ronfano, nel loro coma farmacologico, e sognano mozzarelle ed arancini mentre, goccia a goccia, dalla flebo scende la solita, anonima, soluzione di glucosio e proteine.

Il nuovo governo, tutti quelli del RdM, governa oramai da 3 anni quando Mattarella esce dal coma e si risveglia: c’è un governo? Oh…si mette a piangere…non lo speravo più…
Un così bel governo, così tranquillo…perché non farlo arrivare a scadenza naturale? Sarebbe un peccato, proprio adesso che si parla dei mondiali di Pallavolo da assegnare all’Italia…quanti palazzetti dello sport da rifare…Luca Lotti è in visibilio…

Il ministro dell’Interno, Salvini, ha dato ordine di sparare alle navi italiane nel Canale di Sicilia: basta con l’invasione, finiamola! Da Bruxelles, però, hanno pregato di correggere l’ordine d’operazione, aggiungendo un “a salve” dopo le parole “aprire il fuoco”. Gli ammiragli hanno abbozzato, riconoscendo la saggezza d’oltralpe.
Il risultato è stato grandioso: cacciatorpediniere e fregate hanno evoluito mostrando maestosa perizia marinara, mentre le bocche da fuoco da 76/62 vomitavano valanghe di fumo al ritmo di due colpi il secondo.
Il filmato è visibile su Youtube alla voce machecazzofacciamo.youtube.com ed è stato acquistato dalla RAI del Presidente Vittorio Sgarbi: dopo quello sulla parata navale del 1938 di Napoli, è il più cliccato. La Marina è soddisfatta per il successo: Sgarbi, dalla sua postazione sul cesso, in RAI, ha inviato un caloroso #caghiamotuttiassieme ai valorosi equipaggi.
Alcuni, però, sui malandati pescherecci non erano stati avvertiti dell’inghippo europeo ed hanno dato mano a qualche Kalashnikov che avevano giù, in sentina. Risultato: tre morti e 14 feriti sulle navi italiane. Subito definiti “incidenti sul lavoro”, ed immortalati all’hashtag #senzadime/maipiùincidentisullavoroinmare.

Insomma, il nuovo governo – che ha finalmente scritto una legge elettorale, detta “della salvatio” – gode di buona salute, di una robusta maggioranza parlamentare, fornita da tutto l’arco costituzionale (a parte gli “aventiniani” del M5S): pecca un po’ per sostegno popolare, ma non si può avere tutto dalla vita. D’altronde, dopo la luminosa riuscita del 2018, si può guardare con fiducia a tutti gli appuntamenti elettorali da oggi al 2098. Poi, si vedrà.

La nuova legge elettorale è stata scritta sulla falsa riga del campionato di calcio. Le elezioni non si fanno più: si prende l’ultimo sondaggio ufficiale, approvato dall’apposita commissione. Poi, per 45 giorni, i partiti più votati possono fare campagna acquisti fra i non eletti: la fase detta “del trombone”.
Infine, si fanno le elezioni sul modello dei play-off: i partiti, dopo sorteggio, si scontrano con voto elettronico (votando da casa col telefonino), ad eliminazione diretta, fino alla finale: il vincitore, governa col 55% alla Camera ed al Senato. Un sistema molto stabile e veloce: il partito che vince rappresenta, in genere, meno del 10% della popolazione, ma in due mesi si fa tutto e si archivia ‘sto problema delle elezioni.

Il M5S è sempre, oramai stabilmente, il primo partito italiano nei sondaggi: si teme, però, che – a causa della nuova legge elettorale – sia sconfitto nella fase finale dal televoto. La “fase del trombone” è molto importante per inserire nelle liste candidati famosi: una simulazione dimostrava che, ad esempio in Lazio, l’inserimento di Totti da parte di uno dei partiti principali sarebbe determinante per una vittoria schiacciante.

Mattarella, dopo la necessaria riabilitazione, ha incontrato il premier Gentiloni ed il ministro dell’economia Padoan facendo loro i complimenti per l’ottimo lavoro eseguito. Soprattutto per “l’importante continuità di governo che perdura da quasi quattro anni”.
Berlusconi è raggiante, perché Dudù ha scodellato sei bei cucciolini, Renzi è diventato ministro del Lavoro e la compagna (oggi moglie) di Salvini – dopo anni di successi, come presentatrice, in Mediaset ed in RAI – è stata finalmente promossa giornalista: è una delle voci “di grido” del Tg1. Il direttore del Tg1, Fazio, gongola per i successi e lo share della sua rete.
Purtroppo, non è stato possibile archiviare la riforma Fornero: visti gli importanti risultati di “risparmio” ottenuti, l’ONU l’ha dichiarata “patrimonio dell’umanità”, è stata esportata in molti Paesi ed Elsa Fornero è stata nominata senatrice a vita, da un Mattarella perfettamente guarito e raggiante.

Io, questa storia non la volevo raccontare perché ne preferivo un’altra, quella in cui Mattarella mandava tutti a casa e si tornava a votare. Ma è colpa di Zorro, mica mia.
E’ stato lui a comparirmi in sogno, ed a narrarmi il vero finale del suo film: dopo che la polvere si posò – raccontò – in quel silenzio sentimmo dei tamburi rullare. Era il generale di Santa Ana con le sue truppe.
Dopo un solo mese, la miniera era nuovamente in funzione: non era più schiavitù come prima, questo è vero, ma poco ci mancava. Non si lavorava più per i “don”, ma “per il Messico”: questa era la sola differenza.
Sfiduciato, decisi di tornare in Spagna: sotto il falso nome di Zoroastro Mendoza aprii una libreria a Barcellona, dove vissi fino alla morte.

Io volevo raccontarvi una bella storia, di bei sentimenti, di democrazia, di fiducia nel popolo italiano, della sua voglia di cambiare percepita da tutti, con due “4”: il 4 Dicembre 2016 ed il 4 Marzo 2018.
Non pensavo che giungessero a tanto, che si mettessero tutti assieme – dopo tutto quel che avevano detto – per eliminare il M5S dalla stanza dei bottoni. Eppure, io stesso l’avevo previsto (1), ma non ci ho voluto credere. Però, non sparo sul pianista che ci ha provato.

(1) https://comedonchisciotte.org/buffonate-furbizie-da-poco-e-tanta-tanta-ignoranza/

25 aprile 2018

Questioni di mafia e di governo

I problemi della mafia e della camorra ci sono sempre stati e sempre ci saranno, purtroppo ci sono, bisogna convivere con questa realtà.
Questo problema però, non ci può impedire di fare le infrastrutture.”
Pietro Lunardi, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti nei governi Berlusconi, dal 2001 al 2006.

 Credo che le questioni giuridiche emergenti fossero troppo sottili per la componente laica della corte d’assise.
Giovanni Fiandaca, “padre” del diritto penale antimafia, in riferimento alla recente sentenza della Corte d’Assise di Palermo.

“Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto, va tutto di male in peggio.”
Silvio Berlusconi

Il capolavoro dell'ingiustizia è di sembrare giusta senza esserlo.”
Platone

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario.
Ernesto (Che) Guevara Linch

Potremmo continuare, c’è solo l’imbarazzo della scelta, giacché il tema della giustizia è sempre stato uno dei cardini della cultura umana. Senza fare un sunto dei vari sistemi di giustizia (del tutto inutile, ci toccherebbe partire dal Repubblica di Platone) sembra che il problema che viene posto sia: “è necessario che i cittadini comuni partecipino alla gestione della giustizia (e della democrazia)?”

Molti anni fa, mi giunse la comunicazione del Tribunale che mi aveva inserito nelle liste dei giudici “popolari” (non togati) e rimasi pensieroso: sapevo che i giudici popolari erano chiamati solo nelle Corti d’Assise, convocati per decidere su fatti gravi, e ne fui un poco allarmato. Se mi capita un fatto di sangue semplice semplice può andare…ma se mi capita una “rogna” di quelle da novanta, che faccio? Mi rassicurai, riflettendo che c’erano sempre i due giudici togati: il nostro compito sarebbe stato solo quello d’esprimere i nostri pareri, poi si sarebbe giunti ad una sintesi. Non fui mai chiamato, e la cosa si risolse da sola.

Contrariamente al prof. Fiandaca, però, ritengo che i giudici togati abbiano bisogno dei giudici popolari, poiché giudicando solo mediante le norme del diritto – complesse, talvolta apparentemente contraddittorie, specifiche, zeppe di casi particolari, ecc – possano essere “trascinati” nel vortice delle mille contraddizioni del Diritto e smarrire il vecchio buon senso (che, però, fu concesso agli uomini – secondo Cartesio – “in modo assai parco”).
Come potete osservare, una corte d’Assise è un po’ come un congegno d’orologi meccanici, ognuno tarato diversamente e con equilibri personali, che devono trovare una sintesi fra le leggi ed i ticchettii vari. Un compito arduo.

Tornando a bomba sul processo di Palermo – senza, però, aver ancora letto le motivazioni della sentenza – saltano agli occhi alcuni punti focali.
La cronologia della sentenza, senz’altro strana: il procedimento, però, durava da 5 anni e, dunque, non si può decidere quando è maturo per giungere a sentenza. La sentenza non è stata pronunciata allo scadere elettorale, bensì 45 giorni dopo, quando il governo sarebbe potuto essere già formato.
Il secondo punto è la mancanza di prove, che in parte è vero: stupisce, soprattutto, la condanna dei Carabinieri e d’altri organi dello Stato, e l’assoluzione di un ex ministro. Ma, qui, senza le motivazioni, è impossibile andare oltre.

Ciò che s’intuisce, in questo guazzabuglio di pentiti e falsi pentiti, è che i giudici (popolari e togati) abbiano ravvisato i segni di un disegno coerente, di una “storia” che conteneva elementi probatori perché, perché…non sarebbe potuta andare diversamente!

Dagli attentati “interlocutori” alla Standa degli anni ’90 (da poco acquistata da Berlusconi), agli assassini di Falcone e Borsellino, fino alle bombe di Firenze e di Milano e infine al fallito (?) attentato all’Olimpico c’era il segno inequivocabile che la mafia desiderava qualcosa, ed era ferocemente impegnata per ottenerlo.
E’ altrettanto vero che le forze dell’ordine scardinarono l’ordine dei corleonesi, ed il potere politico sanzionò pesantemente la loro detenzione, con il varo del 41-bis.
Ma è anche vero che la mafia, per sopravvivere, abbandonò una generazione di capi per affidarsi a uomini più giovani – Messina Denaro fa pensare – che rimarranno indisturbati per decenni. Insomma, una sorta di “ristrutturazione” dove la lupara non faceva più la parte del leone, mentre ci s’attrezzava per una sorta di “compartecipazione” occulta sugli appalti, sul fiume di denaro che lo Stato spende per la manutenzione dell’esistente ed oltre (vedi Ponte sullo Stretto).

Un incauto Lunardi pronunciò due parole di troppo, forse per inesperienza in queste faccende, forse per sottolineare che gli accordi erano chiari e rispettati da entrambe le parti. Un “pizzino” inviato mediante i media?
Insomma, il quadro accusatorio – se non provato da tracce evidenti – viene approvato per le forti e probanti coincidenze, evidenti, del suo svolgersi.
Marcello Dell’Utri era già stato condannato per “vicinanza” alle cosche nel precedente processo, giunto alla sentenza definitiva: difatti, Dell’Utri è in carcere. Le prove, in quel caso, ci furono e molto circostanziate: la vicenda dello “stalliere” Mangano, che Dell’Utri ben conosceva come affiliato al clan di Porta Nuova a Palermo, ad esempio.
Quella sentenza, però, sanzionava il comportamento di Dell’Utri fino al 1992: oggi, è stato riconosciuto che il suo “agire” in combutta con le cosche è continuato anche dopo – nel 1993 fonda Forza Italia, insieme a Silvio Berlusconi – e non c’è da stupirsi più di tanto. Se mai, c’è da chiedersi perché la sua “vicinanza” alle cosche fu analizzata solo fino al 1992. Mistero (buffo).

Su tutte le sentenze che vengono emanate, pesano come dei macigni quelle non emanate, oppure  sconfessate da ulteriori sviluppi. Pochi giorni or sono, alla Procura di Roma è giunta un’informativa sulla storia infinita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: un atto di scarsa importanza, ma indicativo dei tempi (e dei modi) della giustizia italiana. Giunto alla Procura di Firenze nel 2012, arriva sulla scrivania del GIP romano nel Gennaio del 2018. Perché?
Siamo ancora in attesa di sapere chi:
- mise le bombe a Piazza Fontana
- a Brescia
- sul treno Italicus
- alla stazione di Bologna: Fioravanti e la Mambro si sono sempre detti innocenti per quel crimine, e Cossiga – in punto di morte – affermò che si era trattato dell’esplosione accidentale di un “trasporto” di esplosivo da parte dei Palestinesi. Sarà?
- chi abbatté l’aereo di Ustica: anche qui, Cossiga (sempre prima di morire) affermò che i missili erano francesi. Vabbé.
- come mai un traghetto – il Moby Prince – affonda a Livorno in una placida sera di Primavera. E la nebbia (provato) non c’era.
Ed altre, misteriose morti mai indagate o risolte: Mino Pecorelli, Roberto Calvi, l’affaire Moro e tanti altri.

A fronte di queste “defaillances” della giustizia italiana, il teorema della prova provata senza ombra di dubbio va a farsi benedire, perché operano centinaia di depistaggi. Forse, imbastire un processo sul cui prodest, e poi cercare di capire se gli eventi s’incastrano uno nell’altro, con valenza probante, è l’unico modo per giungere a qualcosa. Insomma, la sequenza degli indizi probanti, fino a prova contraria, diventa prova di colpevolezza. Nella lunga vicenda di Ilaria Alpi, ad esempio, sono stati accertati almeno 26 diversi depistaggi, tramite false testimonianze (di persone poi svanite nel nulla) ed altre prove poi rivelatesi false od inesistenti.
Se prendiamo in esame l’operato della giustizia italiana dal dopoguerra in poi, dobbiamo constatare che la sua capacità investigativa e sanzionatoria è stata bassa, bassissima.
A sua discolpa, però, dobbiamo prendere in esame qual è stato il quadro nel quale si è mossa.

All’indomani della fine della guerra, fu scattata questa fotografia:



Quelli che vedete sono Salvatore Giuliano – eccidio di Portella della Ginestra – e don Vito Genovese, pezzo da novanta della mafia italo-americana, uomo di don Calogero Vizzini, all’epoca il massimo esponente delle cosche americane. Come vedete, è in divisa dello US Army. E’ il testimonial del patto fra il colonnello Charles Poletti e la mafia nordamericana, per il controllo della Sicilia.
Non è un mistero che gli americani guardassero con l’acquolina in bocca la Sicilia appena conquistata…Malta rimarrà agli inglesi…certo, se avessimo anche noi una bella isola per controllare il Canale di Sicilia…insomma, aggiungiamo una stellina alla bandiera…ma anche indipendente va bene lo stesso…
La cosa non andò in porto probabilmente poiché non discussa né prevista a Yalta, ma la soluzione fu presto trovata: nessuna, fra le Regioni a statuto speciale italiane, ne ha ricevuta una “speciale” come la Sicilia, anche se formalmente l’art. 116 della Costituzione la cita insieme alle altre tre.
Inoltre, gli americani hanno ricevuto tutte le basi militari che desideravano: Sigonella e Comiso, tanto per capirci.

Con la nazione italiana nuovamente costituita, politicamente e giuridicamente, toccava allo Stato italiano gestire i rapporti con la mafia, e lo Stato si attrezzò.



I due personaggi ritratti insieme una miriade di volte testimoniano l’importanza che lo Stato assegnava alla Sicilia: voti, soprattutto voti per la DC e, in pratica, “non vedo, non sento e non parlo” sui traffici della Mafia.
Gli affari andarono bene per molti anni, con i fratelli Salvo – vicini a Salvo Lima – che avevano in appalto la riscossione del 40% delle tasse raccolte nell’isola (!).
Quando, nei primi anni ’90, l’impianto saltò, Lima fu ucciso. Cuore, indimenticabile fonte di risate, ironie e sarcasmi, titolò l’evento: “Salvo Lima come John Lennon: ucciso da un fan impazzito”. Ed era la tragica verità. Anche se la follia c’entrava poco.

Ciò che si nota, dal rozzo accompagnarsi di un mafioso americano con un brigante, è il livello che era cambiato: il deus ex machina della DC, l’uomo innumerevoli volte ministro e capo del Governo, e colui che teneva i contatti con la fertile provincia per il costante, ed imprescindibile, controllo delle elezioni.
Ma giunse Mani Pulite, ed un’intera classe dirigente fu spazzata via: ecco, allora, i “rimpiazzi”:



Gli anni fra il 1990 ed il 1993 sono anni pericolosi: tutto torna a saltar per aria, e le uccisioni fioccano come grandine improvvisa. Quando gli equilibri sono nuovamente ripristinati, ecco che la pace dilaga: i corleonesi sono sconfitti, ma tutto passa nelle mani di un (all’epoca) giovane capo: Matteo Messina Denaro. Imprendibile, “primula rossa”, come lo furono Riina e Provenzano. E tutto torna tranquillo, per decenni, miracolosamente.

Ed ecco che, il 18 Aprile 2018, una improvvisa trappola viene tesa agli affiliati del boss: vengono arrestate 22 persone, giungendo molto vicino al boss dei boss, sono arrestati due suoi cognati.
Esattamente come avvenne la cattura di Riina, arrestato il 15 Gennaio del 1993, poco prima che Berlusconi salisse al potere per la prima volta.
Si direbbe che i periodi di “interregno” siano funesti per la Mafia, oppure che anche la Mafia ne approfitti per ristrutturarsi (o sia obbligata a farlo), così come la classe dirigente. Sappiamo, però, che la Mafia non “chiude bottega” se arrestano un suo esponente di spicco, anche il capo dei capi: si riuniscono, e trovano un nuovo equilibrio da proporre alla “controparte” politica. Altrimenti, se non c’è accordo, iniziano i guai.

Oggi, ancora non sappiamo chi governerà in Italia nei prossimi anni: sappiamo che grandi interessi si stanno muovendo intorno alla presidenza della Repubblica, e parecchi politici ne sono coinvolti.
Difficile credere che, all’interno delle nuove forze politiche – il M5S e la Lega (che proprio “nuova” non è) – la Mafia non sia riuscita ad infilare qualche suo uomo fidato: magari un giovane ligio ai dettami de “l’antimafia di facciata”, con tanti “vaffa” nel pedigree, oppure un giovane settentrionale con le corna verdi e la Padania ad ogni piè sospinto.
Difficile affermarlo, ma altrettanto difficile pensare il contrario.

Noi guardiamo ai grandi leader, che non hanno certo quei contatti e quelle frequentazioni, ma sapremo presto cosa succederà. Accordi? E con chi? Niente accordi? Per la prima volta l’ISIS (o chi per lei) colpirà il territorio italiano?
Lo scenario internazionale, inoltre, non consente divagazioni: il confronto strategico si fa più aspro, e le basi diventano importantissime nei periodi di diplomazia “calda”. Di certo, la Mafia è la controparte più sicura cui rivolgersi, se si vuole mantenere il controllo dell’isola.

Se si farà un “governo del Presidente” – ossia tutti contro il M5S – sarà molto difficile che duri nel tempo: troppe le tensioni interne, troppi i “rospi” del passato da sputare.
Però, un governo M5S e Lega è ciò che non solo fa impallidire Mattarella, ma che ha già ricevuto il pollice verso di Bruxelles, la diffidenza USA, la storcere di nasi da parte dei finanzieri internazionali.

 A parer mio – come scrissi prima delle elezioni – un governo del Presidente potrà trovare un equilibrio (centro destra + PD) a patto di estromettere personaggi troppo difficili da digerire: uno su tutti, Salvini. Non dimentichiamo che un simile governo – una tale armata Brancaleone – potrà permettersi di perdere per strada anche una ventina di persone: quante bastano, a Salvini, per salvare la faccia e tornare fra i “duri e puri”. Per prendere nuovi allocchi alle future elezioni.

Allora, si tornerà agli accordi sottobanco…qualche capomafia sarà arrestato ed un nuovo capo proporrà un accordo con il nuovo governo…i due finti litiganti, gli amici/nemici, si troveranno di nuovo vicini, ma all’opposizione.
Così va il mondo, perché tutto cambi senza mai cambiare nulla.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/21/trattativa-per-fiandaca-era-una-boiata-pazzesca-ora-se-la-prende-con-giudici-popolari-troppo-complessa-per-loro/4307884/

19 aprile 2018

Abbiamo vinto, o quasi

Parrebbe, dal titolo, una inconfessabile adulazione nei confronti del M5S, mentre il tono dell’articolo è un po’ diverso, senza nulla togliere al chiaro successo dei pentastellati. Assistiamo, in questi giorni, ad una fase del dibattito politico che ci pare sconnessa, confusa, senza un perché. E’ invece chiara, limpida come l’acqua, a volerla vedere per quello che è.
I vari partiti sembrano non intendersi su ciò che desiderano fare, sulle decisioni da attuare, con chi farle e una domanda nasce spontanea: perché è successo oggi e non cinque o dieci anni fa?
Vediamo.

Sarebbe troppo semplice affermare che siccome il M5S è oggi il primo partito, tutta l’architettura dell’oligarchia è saltata. In parte è vero, ma perché proprio oggi?
La risposta sta tutta nella legge elettorale.

Da quando mondo è mondo, quando l’oligarchia deve affrontare delle elezioni s’attrezza per farlo nel migliore dei modi, ossia progettando un conteggio elettorale favorevole a chi vuole far vincere. Così è sempre stato: fin quando il potere democristiano si basò sulle preferenze, guai a chi toccava “la libertà dell’elettore di scegliere”. Guarda a caso fu proprio un democristiano, Mario Segni, a volerle cancellare con un referendum. Pilotato da qualcuno? Da tanti? Vicini e lontani? Può essere, però è innegabile che quando il sistema del duopolio DC-PCI (più un PSI che si faceva largo) iniziò a dare segni di cedimento, la preferenza divenne pericolosa: non si sa mai chi può liberamente scegliere l’elettore.
Meglio un bel maggioritario, meno problemi e salutamme a sorreta.

Se, oggi, ci fosse stata una legge maggioritaria, il centro-destra avrebbe senz’altro conquistato la maggioranza in Parlamento. A parte che, andare a votare con il Porcellum o Porcellum modificato, iniziava ad essere un po’ scomodo: qualcuno aveva già ventilato l’ipotesi di chiamare gli osservatori dell’ONU, e questo non è bello, non fa fine e fa sembrare il tutto una cloaca, ovvero quello che è.
Allora s’inventa una legge meno maggioritaria (paura dei grillini?), ma fatta in modo che nessuno possa realmente vincere, e questo l’abbiamo capito tutti.

Di leggi maggioritarie, però, ce ne sono tante: da quelle che conferiscono un minimo premio di maggioranza a quelle che, con il 30% dei voti più qualche raccogliticcio che si raccatta in giro, si fa un governo. Il 30%, in realtà, vuol dire che meno di venti elettori su cento ti hanno realmente votato (astensionismo, schede bianche e nulle) e così si realizzava l’arcano: la cosiddetta “governabilità”.
Non voglio nascondermi dietro ad un dito: a mio avviso, solo una legge proporzionale perfetta è vera democrazia, tutte le altre sono soltanto dei tentativi di piegare o dirigere la volontà popolare. Il Parlamento è il luogo dove questi problemi vanno risolti, non i “caminetti”, i “patti”, ecc. ecc.
Se si corre dietro a queste alchimie, s’arriva alla Gran Bretagna dove, negli anni 70-80, i Verdi erano giunti a percentuali a due cifre e nessun rappresentante alla Camera dei Comuni. Non parliamo del sistema americano: lì, devi iscriverti se vuoi votare. Nostalgici del circolo Pickwick.

Questa volta, però, il sistema maggioritario poteva premiare oltre misura il M5S, e quindi è stata creata questa legge elettorale che ha introdotto una larga parte di proporzionale nei conteggi. Da questa apparente “anomalia” nascono i conflitti: se si fosse votato con un maggioritario puro, Berlusconi – anche se trascinato da Salvini, anche se pregiudicato – avrebbe vinto e nessuno avrebbe messo in dubbio la sua vittoria. Ma c’era incertezza, e allora il PD ha scelto di perdere ma di rimanere in qualche modo ago della bilancia, ed in parte ci sta riuscendo.

Devo confessare che Di Maio non m’attizza particolare simpatia – gli preferivo di gran lunga Di Battista, per la sua verve, per la sua feroce ironia che “sento” più vicina al mio modo d’essere – però gli riconosco una certa “calma olimpica” da democristiano DOC, che in una simile situazione ha i suoi vantaggi.
Non approvo, invece – fra le proposte presentate nel lungo approccio alla Lega – quella di cambiare ancora una volta il sistema in senso più maggioritario: caro Luigi, non mi far dire che il peggio che abbiamo visto sia migliore di un qualsiasi domani, perché della cosiddetta “governabilità” non ce ne può fregar di meno.
Per chi? Per il sistema bancario? Per l’Europa? Per gli USA? Per chi è “meglio”?

L’Italia è un Paese strano, un Paese giovane, figlio di mille vicissitudine, ancorato al passato di piccoli regni, retaggio di modi di sentire diversi: abbiamo bisogno di parlarci, di capirci, d’intenderci, di fidarci gli uni degli altri: se tu pensi “facciamo una bella alleanza con la Lega ed una legge maggioritaria”, quel poco che siamo riusciti ad ottenere – ossia che si sente parlare un poco di nuovi programmi, di soluzioni da cercare, di persone da volere o da non volere come compagni di viaggio – va a farsi benedire. Tempo un decennio e siamo da capo, con una specie di nuova DC e chissà che altro.

Già di cose abbastanza schifose ne vediamo anche oggi: il Presidente della Repubblica che tratta con un pregiudicato il futuro della Nazione. Ma dove siamo? Con la fedina penale “sporca” non puoi fare il poliziotto, l’insegnante, il carabiniere…ma neppure il bidello o l’usciere…e sali al Quirinale per contrattare il futuro dell’Italia? E tu lo ricevi? Non hai sentito la puzza? Se ci fosse stato al tuo posto tuo fratello buonanima, l’avrebbe probabilmente riconosciuto: era lo stesso puzzo che dovette avvertire poco prima che gli sparassero. E riesce ad eleggere una sua pupilla alla presidenza del Senato? Già, l’Italia è proprio un Paese strano.

E così è strano anche l’uomo che tu, Luigi, vorresti al fianco nel governo. Il M5S ha fatto il suo percorso negli anni: si potrà dire tutto ciò che si vuole sulla Casaleggio & Associati, su Beppe Grillo e quant’altro, però bisogna ricordare che la “pagnotta” se l’è guadagnata discutendo con le persone, mica con le banche o con la Casta al potere.

Perché anche questo bisogna ricordarlo: il caro Matteo “legaiolo-DOC” ha preferito fare la sua campagna elettorale sotto il mantello di Berlusconi…non sa che quest’uomo era nella P2 (accertato) ed in mille affari poco leciti sempre coperti da qualche amico degli amici e poi da sé, inventandosi le prescrizioni dei reati su misura?

Insomma: il M5S riconosce che ci sono molti punti in comune sui rispettivi programmi, però non vuole ingombranti padri e padrini del nuovo governo. Ne convieni? I “numeri” li avete. Non vuoi (o non puoi) allontanarti da Berlusconi? Problemi tuoi. Però Di Maio ti ha avvertito: stai sciupando un’occasione storica, ed il Paese ti guarda.
Oh, certo…i sondaggi dicono…ma la campagna elettorale è finita, e – se ne comincerà un’altra – avrà toni completamente diversi, filtrati da ciò che sta avvenendo in queste settimane, perché le vicende storiche dormono a volte per anni, poi in poche settimane aprono nuovi orizzonti.

Oggi, a discutere in Parlamento, ci sono attori veri, più simili ai milioni di persone che li hanno votati: c’è chi difende astiosamente le proprie ricchezze, chi tenta di difendere posizioni di potere acquisite in tempi lontani ed oramai svanite, nostalgici di tutte le risme, sognatori di un futuro più roseo…proprio come avviene nelle strade, nei bar, sulle spiagge…

Questo “miracolo” – ancora modesto, in parte incompiuto – si chiama “proporzionale”, ossia ascoltare ciò che dicono le persone e presentarsi in Parlamento per discuterle con altri, diversi per storie e passato, e dover trovare una sintesi, un accomodamento, sperando che sia il migliore possibile.
Non è soltanto una questione etica: le soluzioni “maggioritarie” sono false, poiché inficiate da un errore alla base. Non si è tenuto conto di milioni di persone: si governa, vero, ma in quale Paese? In quello che è andato alle elezioni? Sulla base dei desideri e sulle proposte che giungono dalla gente comune, dalle mille voci della strada e del Web? No, s’immagina un “Paese ideale” – mi rammenta molto il “gas ideale” dei fisici – che, però, proprio perché s’analizza in modo errato, non può che generare soluzioni balorde. Sperando di farla franca, sempre e comunque.

Volete fare una sola, grande accozzaglia dal centro destra al PD, ossia una conventio ad escludendum contro il M5S? Accomodatevi. Altrimenti, si torna al voto ma – almeno – con questa legge elettorale, che un po’ di verità (non voluta di certo da chi la scrisse) la racconta.
Con buona pace dei potentati europei che tireranno un sospiro di sollievo, ma sempre più flebile, più simile ad un rantolo.

31 marzo 2018

Uovo di Pasqua 2018

  
Cosa sta almanaccando Mattarella? Strano rimandare le consultazioni a ben un mese dal voto, non può essere solo “dimenticanza” o rispetto per la Settimana Santa: qui, gatta ci cova.
Intanto, il governo “dimissionario” ed in carica solo per “l’ordinaria amministrazione” ha pensato bene di compiere un atto piuttosto pesante in politica estera: non sappiamo cosa sia capitato alla ex-spia russa in Gran Bretagna, non ci sono prove che siano stati i russi e di bugie, in passato, ne sono state raccontate in abbondanza (ricordiamo la fialetta d’antrace di Powell!) eppure, abbiamo espulso due funzionari russi dall’Italia. Atto grave in politica estera, che un governo dimissionario non dovrebbe permettersi (trincerandosi proprio dietro questa qualifica): forse Mattarella dimentica d’essere stato ordinario di Diritto Costituzionale?

Poi, ci sono le nomine in scadenza – come ha paventato Rovertini, economista del M5S – ossia il “Gotha” dei funzionari ed amministratori che dovranno governare “robetta” come ENI, ENEL, Cassa Depositi e Prestiti e via discorrendo, per una sessantina di persone. Eppure, è prassi che lo spoils system lo pratichi il nuovo governo: il perché non è nemmeno da spiegare.
Insomma, una “polpetta avvelenata” che obbligherà il prossimo governo a dover “sgombrare” persone scomode, con il relativo codazzo di repliche, querele, i soliti “veleni” e, infine, ricorsi al TAR ed al Consiglio di Stato. Questo è stato il senso dell’avvertimento di Rovertini.
Ma, domandiamoci: in cosa spera Mattarella?

In primis, Mattarella spera d’esser costretto a nuove elezioni: questo darebbe modo a Gentiloni di scrivere il nuovo DEF e consegnarlo al nuovo governo nell’Autunno, quando i giochi saranno già fatti e si dovrà seguire, obtorto collo, le indicazioni del DEF (poiché i tempi saranno strettissimi). Un DEF scritto da Padoan & Company ed approvato dall’Europa con un coro d’applausi. Oh, grande gioia: questo spiegherebbe la strana “pace” sul fronte dei titoli di Stato e relativi spread.
Tutto sommato, lasciar passare del tempo, corrodere i primitivi segni di dialogo fra Lega e M5S, “riabilitare” Berlusconi come leader politico senza strascichi giudiziari è un modo per togliere entusiasmi, rinfocolare antiche diatribe e, in definitiva, offuscare una verità semplicissima: la maggioranza degli italiani ha espresso un giudizio pesante sull’operato dei governi europeisti e sulla gestione di questa Europa.
Mattarella spera, inoltre, in un “ravvedimento” del PD, che abbandoni quell’opposizione che sa tanto di Aventino per rientrare nei ranghi della “responsabilità”, che tradotto dal politichese vuol dire mettere a disposizione i propri voti per un governo.
Quale governo?

Certo, Mattarella, Gentiloni ed i loro padroni, a Bruxelles, canterebbero lodi al Signore se almeno una cinquantina di PD decidessero d’essere più “responsabili” e s’aggregassero al gran circo Barnum di Berlusconi, e Salvini accettasse di fornire carne da macello per l’estrema “responsabilità”, per il “volume del debito che preoccupa”, per la “fluidità della situazione internazionale”…ed altre balle che a Bruxelles stampano da tempo con il ciclostile.
Meno gradito – ma sempre meglio dell’opzione “A” – sarebbe un governo M5S con il PD: più difficile perché ci vorrebbe l’intero PD, ed anche perché non si vede perché il M5S dovrebbe suicidarsi per le varie faccende che ricordavamo.
Identica cosa si potrebbe dire per Salvini, ma lì la questione è più complessa.

Senza voler tornare a chi ha vinto ed a chi ha perso, proviamo a ragionare in termini di elettorato, ma di elettorato in termini di ricchezza o, se preferite, di classe per le varie forze politiche. Perché lo spauracchio di nuove elezioni è sempre presente, ed ogni partito tiene “famiglia”, ossia teme le emorragie di voti, per qualsivoglia ragione.

Il M5S è stato il vero vincitore ed ha raggruppato un elettorato molto variegato, inevitabilmente. Ha come “collante” la molto avvertita avversione per un potere che si esprime come “Casta”, ossia una gretta oligarchia la quale, come bene primario, reputa la propria sopravvivenza come necessaria per una generica “salvezza” del Paese. Un terzo dell’elettorato li reputa, invece, la causa dei mille guai italiani e li vuole spodestare: come e con quali modalità è poi tutto da vedere, poiché non basta certo il miliardo di risparmio che Fico ha promesso per la sua gestione come Presidente della Camera. E’ senz’altro un segnale di buona volontà, necessario, ma poco rilevante per il bilancio finanziario del Paese.
L’elettorato M5S è giovane, con livello d’istruzione medio-alto, e questo li porta a credere che sia “facile” rimediare ad una situazione disastrosa: sono disposti a dare credito al loro partito, ma non si sa fino a quando, ossia se giungeranno al potere con grandi difficoltà – e a fronte di una situazione disperante (a questo ci penserà Padoan, se scriverà lui il DEF) – non si sa quale potrà essere la tenuta del suo elettorato.
I sondaggi, per nuove elezioni, li danno ancora in crescita ma è difficile che vadano oltre il 35%: riflettiamo che sono già – per delle elezioni politiche nazionali! – della percentuali “bulgare”. Roba da DC dei tempi d’oro.
Dalla loro posizione, non possono che osservare il “resto” dall’alto e chiedere chi sarebbe disposto a discutere con loro partendo, però, dal loro programma: c’è da stupirsi?

Quello che si reputa “vincente” – e, invece, non è vero per niente – è il centro-destra.
L’unica vera “vittoria” è stata l’aver impedito al M5S la maggioranza assoluta: se la Lega fosse andata per i fatti suoi, avrebbe racimolato sempre un buon gruzzolo di voti ma – questo è l’inganno di questa legge elettorale – nei collegi uninominali del Nord il M5S sarebbe stato, in molti casi, vincente e questo lo avrebbe portato al cosiddetto “cappotto”.
Se tralasciamo il modesto contributo dei “Meloni-boys”, non c’è nulla di più distante dell’elettorato della Lega da quello di Forza Italia. E dubito che Salvini potrebbe essere il leader di una sorta di “partito unico” che esprima i desideri d’entrambi.

Se partiamo dalla ripartizione per ricchezza italiana, l’indice di Gini ci racconta che il 10% della popolazione gode di circa il 50% della ricchezza. Ciò significa un reddito pro-capite di queste 6 milioni di persone è all’incirca di 150.000 euro annui. Mentre per i restanti 54 milioni è di circa 18.000 euro annui.
Ovvio che queste cifre sono soltanto indicative e vanno prese con il beneficio d’inventario delle statistiche: servono, però, a comprendere le differenze. Ora, Forza Italia ha sempre avuto un programma elettorale centrato sul calo delle tasse, e questo è proprio quello che cercano i possessori di grandi ricchezze. Ogni calo delle tasse significa un taglio al welfare o ad altri servizi essenziali, ma a loro non interessa: hanno soldi per curarsi dai migliori medici, mandano i figli alle scuole private, ecc.
Il loro Capo, Berlusconi, incarna proprio il tipo di persona che loro desiderano: l’uomo che evade le tasse, che corrompe, che sgomita per affermarsi, che ha in spregio la legge.
Ma, l’elettorato della Lega, è così ricco? Da chi è composto?

Chi vota la Lega vuole pagare meno tasse, è vero, ma perché lavora. E’ soprattutto composto da artigiani, piccolissimi imprenditori, professionisti, ma anche operai. Vuole pagare meno tasse perché suda per mettere insieme le migliaia di euro che deve pagare ogni anno, ha sognato che liberandosi del Sud le cose migliorassero, poi ha sognato che l’Europa fosse la manna che piove dal cielo: oggi, chiede senza più cercare capri espiatori.

Come si possono mettere d’accordo due istanze così distanti?
Riescono a stare insieme soltanto per il potere mediatico, per battute e barzellette, per le personificazioni di “maschi alfa” che rivendono all’elettorato femminile ma, una volta al governo, hanno sempre agito come Robin Hood al contrario. E chi pagò? La Lega Nord, giunta ad un soffio dall’estinzione. Meno di quanto pagò Forza Italia, segno che il “malessere” dei grandi ricchi trovava risposte: meno che mai, Monti “risolse” i problemi finanziari colpendo le pensioni dei lavoratori, un altro gesto in linea con Berlusconi. Colpisci tante formichine e lascia stare i potenti: poi, le formichine si sono incazzate.
Come ha “ricostruito” la Lega Salvini?

Anzitutto scrollandosi di dosso il passato: via il “Nord” e via il simbolo del quale – come molti sapranno – era proprietario Berlusconi. Nel 1994, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, Bossi lo insultava ripetutamente e, dalle querele conseguenti – che Berlusconi, facilmente, vinse – la Lega Nord perse la proprietà del simbolo, che Berlusconi ottenne in cambio di parecchie centinaia di milioni di lire che Bossi avrebbe dovuto pagare.
Salvini ha sì, allora, centrato l’interesse sulla lotta all’immigrazione: poi, però, s’è reso conto che l’argomento era di difficile “presa” su chi lavorava fianco a fianco con stranieri. Ossia, andava bene il vecchio andazzo “ci rubano i posti di lavoro” poi, rendendosi conto che la questione del lavoro è più vasta – c’entra più la delocalizzazione che l’immigrazione e, più d’ogni altra cosa, l’automazione – ha capito che la realtà era più complessa e richiedeva un diverso approccio, soprattutto in chiave europea.
A quel punto, Salvini andò ad occupare una posizione che era, in parte, comune alle tematiche del M5S, ampliando il suo consenso anche in aree che prima gli erano precluse.

L’avvicinamento fra Salvini e Di Maio non è strumentale, ossia non è dovuto alla semplice somma aritmetica, bensì i due elettorati hanno molti punti in comune, più di quelli che ha con Berlusconi (che la vecchia Lega non ha mai amato e sempre solo sopportato per necessità) e si è trovato con un “compagno di strada” verso il quale, subito dopo le elezioni, non lesinava complimenti. Corrisposti.
Da qui il grande timore, che ha “consigliato” Mattarella a posporre oltre ogni sensato limite l’inizio delle consultazioni: e l’urgenza del DEF, dov’è finita?

C’è poi il PD. Il PD, mio Dio…il PD in ogni salsa, il PD in ogni dove…senza capire che il PD è solo l’ultimo anelito di parecchie formazioni politiche che non hanno mai capito il mondo dopo il 1991. Forse, perché non l’avevano compreso sin dai tempi del dibattito fra Karl Kautsky e Rosa Luxemburg, terminato tragicamente con l’assassinio della Luxemburg. Mentre l’idea “entrista” di Kautsky ha ancora cavalcato la Storia per quasi un secolo, prima di venire meno.

Il PD è stato sconfitto da se stesso, ossia dalla completa incomprensione di cosa doveva diventare la sinistra di fronte al crollo del grande impero sovietico: soprattutto di fronte alla ricomparsa dell’impero germanico, che ha affilato le armi per la terza volta. Persino Andreotti l’aveva ben compreso, quando affermò d’essere un grande estimatore della Germania e sibilò, ironicamente, “al punto di volerne sempre due”.
Senza più idee, senza più comprendere le tematiche del lavoro (si vedano le contorsioni agoniche del sindacato, divenuto un semplice CAF), senza saper opporre all’internazionalizzazione del capitale una internazionalizzazione dei lavoratori, come poteva finire?
A fare il reggicoda del liberismo.
Perciò, il PD (ed i quattro scagnozzi che vorrebbero “rifondare” qualcosa: ricordino, questi signori, quando applaudivano estatici la Fornero) potrà andare sull’Aventino oppure svendere i suoi quattro voti a chi vuole, perché – proprio nel mondo della sinistra – il M5S ha un milione d’idee in più. Proprio per questo ha difficoltà a coordinarle (uno vale veramente uno?) ed a contenerle in una progressione coerente (la democrazia digitale?), altro…si vedrà. Ci vuole tempo.

Paradossalmente, se volessimo “leggere” la situazione odierna con i vecchi termini, ci sono un moderno centro-sinistra ed un moderno centro-destra, M5S e Lega. Frapposti e scomposti fra di loro si muovono vecchie entità che blaterano litanie desuete, dipingendo mondi oramai scomparsi, come i grandi manieristi di tutte le epoche al comparire degli impressionisti.
Si può comprendere che un vecchio professore di Diritto Costituzionale, “consigliato” da un decrepito avvocato napoletano, non abbia saputo partorire niente di più che la vecchia tattica: temporeggiare. Andò bene a Quinto Fabio Massimo ma…riconosciamolo…ebbe anche un bel po’ di c…con Annibale!
Auguri di Buona Pasqua, Presidente!

24 marzo 2018

Il primo effetto

Non è casuale la data del 21 marzo 2018, non lo è proprio. La vicenda era nota da tempo: non si sa come e perché, sulla base di uno sconosciuto “Trattato di Caen” la Francia aveva deciso d’acchiapparsi 400 Km2 di mare italiano, da sempre italiano, prima e dopo le guerre mondiali, ossia fino a ieri. Per quello che si sa, questo sconosciuto “Trattato di Caen” è il solito ludibrio europeo che ha solo un senso: dopo essersi prese le industrie e la distribuzione italiana (due nomi: Thyssen e Parmalat, tanto per ricordare), il nuovo Asse Franco-Tedesco aveva concesso alla Francia aree molto ambite per la pesca del gambero (Liguria) e del Tonno Pinna Rossa in Sardegna, che sul mercato di Tokyo è battuto all’asta a peso d’oro. Pare anche che ci sia, nelle aree che letteralmente ci volevano rubare, un giacimento di gas.

I “galletti” hanno subito fatto marcia indietro:

“…essa (la riunione dove si doveva decidere la “combine”, del 25 marzo 2018 N.d.A.), come informa l’ambasciata di Francia a Roma, riguarda semplicemente ‘una consultazione pubblica nel quadro della concertazione preparatoria di un documento strategico sul Mediterraneo che si riferisce al diritto ed alle direttive europee esistenti e che non è volta in alcun modo a ‘modificare le delimitazioni marittime nel Mediterraneo’.” (1)

Concorda la Farnesina:

A sentire il sottosegretario agli Affari Europei, Sandro Gozi, l trattato non è operativo perché il Parlamento non l'ha ancora ratificato. Per Gozi “nessuno intende modificare i confini marittimi tra Italia e Francia”. (2)

Sono tutti d’accordo, non si tocca nulla ma – chiediamo – come mai le carte marittime francesi erano già state aggiornate a nuovi confini e perché un peschereccio italiano fu sequestrato dalla Guardia Costiera Francese?

nel gennaio 2016 il peschereccio italiano Mina era stato fermato dalla gendarmeria marittima francese e scortato fino al porto di Nizza, con l'accusa di praticare la pesca del gambero in acque francesi. Solo dopo il pagamento di una cauzione di 8300 euro era stato rilasciato. Dunque, quelle che sembravano essere acque italiane erano diventate francesi.”(1)

La vicenda non è conclusa:

Ad oggi, spiega l'ammiraglio De Giorgi (ex Capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2013 1l 2016)  i confini tra acque italiane e francesi rimangono incerti.

La faccenda è oscura. E poi: in cambio di che cosa? Non ci sono indicazioni di contropartite diplomatiche: forse, erano “contropartite” su “fondazioni” private? La Francia ci ha abituati a comportamenti del genere, si veda l’affaire Sarkozy/Gheddafi.

Questa vicenda è singolare, e ci precipita direttamente nell’attuale Parlamento Italiano laddove, seppur con i tempi ed i modi della schermaglia parlamentare, si nota che gli schieramenti che hanno tentato la cessione delle acque italiane alla Francia, ovvero gli “svenditori”, sono il “blocco” che sosteneva Gentiloni, ossia il centro sinistra e quello berlusconiano, gli stessi che oggi tentano disperatamente di bloccare la nascita di un governo Lega-5Stelle.

Va dato atto a Giorgia Meloni d’essersi battuta più di tutti contro questo vero e proprio furto: adesso, Fratelli d’Italia scelga: o con chi vuole svendere tutto all’UE oppure con chi desidera mantenere la sovranità nazionale, anche in un quadro d’accordi europei, ma di accordi, non di furti.

I furbetti del quartierino – Renzi e Berlusconi – non s’aspettavano una simile débacle elettorale e contavano di rimettere insieme il solito governicchio prono ai desiderata di Bruxelles: ci spiace -))) ma non è andata così. E’ stato costretto ad ammetterlo addirittura Napolitano, l’uomo che più “lavorò” alla sporca faccenda.

Adesso, dopo le necessarie fasi iniziali, ancor prima del Governo, il Parlamento metta all’ordine del giorno questa lercia faccenda e chiuda la porta con un no, sonoro e deciso. Questa volta vogliamo sentirlo tutti, “chiaro e forte”, mi raccomando.