17 ottobre 2020

Quando finirà il dramma?

 

Riprendono i contagi da Covid-19 nel mondo,in Europa ed in Italia e tornano gli assilli di sempre: finirà mai questa storia? Finirà senz’altro – se abbiamo superato l’esplosione del vulcano di Toba del 74.000 a. C. la nostra specie supererà anche questa – il vero problema è come la supereremo.

Le posizioni politiche sul fronte della pandemia sono variegate: il governo mantiene una posizione molto bilanciata sul fronte del rapporto fra la salvaguardia della vita umana e quella dell’economia, mentre le opposizioni sono più ondivaghe. Sono giunte a dichiarare la malattie “inesistente” od oramai “estinta” per poi, il giorno dopo, buttarsi a corpo morto contro il governo perché non fa abbastanza.

Il che, a volte, sembra anche vero, però bisognerebbe chiedere a questi signori cosa farebbero loro se si trovassero a dover decidere: difatti, se avete notato, sbraitano tanto per poi dileguarsi quando si deve votare in Parlamento.

Ci sono poi i Mille – sono un numero magico nella nostra Storia, si dice che abbiano fatto l’Italia, ma è una clamorosa balla – i quali vanno in piazza ad urlare che il governo li priva della libertà: non attendono altro che giunga Halloween od il Carnevale per mascherarsi, poi se lo impone il governo per salvaguardare la loro vita, s’arrabbiano. Vabbè…sono i soliti mille.

 

La grande novità di questa seconda ondata è la differenza nei numeri: non tanto sul numero dei contagiati, quanto sul numero dei morti.

Nella precedente ondata di Primavera, contavamo i contagiati giornalieri a migliaia (103) ed i morti a centinaia (102) mentre oggi, anche se i contagiati giornalieri hanno raggiunto la decina di migliaia (104) conteggiamo i morti (per fortuna!) solo a decine (101), sempre che la differenza fra i numeri rimangano queste.

Il dato è senz’altro importante e degno d’attenzione: prima, la differenza degli esponenti era solo di una cifra, mentre oggi si è alzata a 3 cifre: significa, semplicemente, che siamo riusciti a stanare le migliaia di asintomatici o scarsamente colpiti dal virus. Perché? Poiché, altrettanto semplicemente, stiamo eseguendo più tamponi di prima, ma siamo ancora ben lontani dall’avere una precisa mappatura della popolazione, unica condizione per cominciare un serio tracciamento del contagio sulla popolazione.

 

Il vero rebus sul diffondersi dei contagi non è tanto quel “liberi tutti” che ha portato ad un’Estate vissuta gioiosamente, soprattutto dai giovani, quanto a comprendere come e quando, gli stessi giovani, trasmetteranno il contagio ai loro familiari: osservando la Francia o la Spagna, c’è da temere che i morti salgano nuovamente a centinaia (102). In questo caso, però, possiamo affermare che le strutture sanitarie sono più preparate e, i medici, conoscono un po’ di più il virus ed hanno a disposizione alcuni medicamenti, per ora ancora poco più che “empirici” (non sono stati ancora validati dall’OMS) però, sembra almeno che a qualcosa servano, visto che il tanto strombazzato vaccino è ancora lontano e, soprattutto – data la velocità di studio e testing che s’è imposta – bisognerà osservare se è veramente efficace e non combina altri guai.

Perché – e qui mi fermo subito, giacché non voglio fare il solito virologo da due soldi – quando si va a trafficare con l’RNA del virus ci sono parecchi rischi, ossia che l’inibizione della RNA polimerasi si trasferisca anche ad altre cellule. Stop.

 

Comprendere le dinamiche di una pandemia generata da un virus sconosciuto il quale, come tutti i virus, giunge all’improvviso non è facile: ci sono molti fattori da considerare, tutti interdipendenti in modalità dinamica con il volgere degli eventi, e bisogna analizzare con calma le risultanze scientifiche e cercare di sbagliare il meno possibile. Perché si sbaglia, è ovvio: sbagliano i medici come talvolta sbaglia un falegname, un insegnante od un elettricista. In altre parole, la teoria degli errori non dimentichiamo mai che è parte importante delle scienze matematiche applicate, e questo tutti lo sanno o dovrebbero saperlo: da chi è al governo, all’opposizione o i famosi “mille” che vanno in piazza.

 

Che titoli ho io per parlare o scrivere sulla pandemia? Nessuno, a meno che vogliamo considerare un 30 e lode in Igiene acchiappato quasi 50 anni fa all’Università, durante un affollatissimo esame e pure con un po’ di fortuna il quale, oggi, non conta più niente.

Rimane, però, una certa attitudine all’analisi, che è però il patrimonio di una intera vita: per cercare di capire qualcosa bisogna analizzare gli attributi di un evento, sia esso una pandemia od una guerra, perché è solo dagli attributi che possiamo cogliere qualche particolare significativo di un evento, non dalle sterili enunciazioni di natura teorica ed ideologica. I peggiori attributi che il virus porta con sé sono due: paura ed ignoranza.

 

Il primo “attributo” che la pandemia ci mostra è che è mortale, inutile girarci attorno, però dalla mortalità si può già capire qualcosa.

La mortalità nell’intero pianeta è stata, fino ad oggi, del 2,83% rispetto alle persone contagiate, mentre in Italia è stata del 9,7%, quasi come in Messico (10,2%) e nello Yemen (circa 17%), mentre la Gran Bretagna s’è fermata al 6,5%. Anche grandi Paesi con molti contagi (USA, Brasile, India, ecc) non superano il 3% e tanti Paesi sono sotto l’1%. (1)

Per quale motivo questo scostamento?

Tralasciamo lo Yemen – piccolo Paese, in guerra, con una sanità già provata ed un governo forse “affaccendato” in altre vicende – però il caso di Italia e Messico colpisce per la grande differenza: percentuali praticamente a due cifre contro la gran maggioranza molto lontana da questi valori.

Per il Messico, uno dei problemi più gravi è stato quello dei certificati di morte: sembra incredibile, ma è così. In Messico non si può seppellire né cremare senza un certificato di morte emanato dal Comune e la malattia ha fatto saltare tutto: più morti e meno impiegati al lavoro. Risultato: cadaveri nelle case anche dopo cinque giorni dalla morte, con ovvia diffusione del virus. Ma torniamo in Italia.

 

L’Italia è stata il primo Paese europeo colpito in modo evidente e con numeri subito importanti: da dove sia arrivato non ha molta importanza…la “rotta” balcanica dell’immigrazione cinese, oppure dalla Germania…non serve a niente approfondire.

Fatto è che nella zona fra Lodi, Cremona e Piacenza si è subito evidenziato. Risposta: lockdown di quelle aree.

Qui è stato commesso un errore, perché la chiusura delle aree fu eseguita all’acqua di rose: le persone viaggiavano per mille ragioni diverse utilizzando strade secondarie o di campagna, dove non c’era nessuno a fermarle. D’altro canto, si può anche comprendere la scarsa incisività degli agenti preposti a quel compito: non si sapeva niente di questa malattia – avevamo scarse notizie dalla Cina, dalla Corea del Sud e dall’Iran – e molti devono aver pensato che fosse una precauzione inutile…che la malattia sarebbe passata da sola, che quello che imponevano era eccessivo…chissà che altro…

Quando, invece, la malattia s’è mostrata a muso duro, tutti hanno iniziato a capire, ma a quel punto fu necessario e non dilazionabile la chiusura totale. E, qui, s’iniziarono a notare gli attributi della malattia.

 

Anzitutto, il Covid-19 ha degli attributi precipui, diversi da altre malattie virali.

Stranamente, a differenza dalla Sars o dalla Mers – ceppi analoghi di Coronavirus meno trasmissibili che sono scomparse come delle meteore, non però confondibili con le molte H1N1 (spagnola) e derivati (HxNx) sviluppatisi negli anni e tutte di derivazione aviaria – il virus non ha un comportamento molto omogeneo, nel senso che non rispetta i crismi di “uguaglianza” nel comportamento delle comuni influenze aviarie.

Ad esempio, non ha le medesime attitudini nei confronti di tutti gli individui: cosa che avviene anche per le influenze virali aviarie, ma in modo meno variegato. Insomma, se ti prendi l’influenza grosso modo avrai un po’ di febbre, disturbi intestinali, tosse e raffreddore – con una maggiore o minore intensità, a volte si dice “ieri non sono stato molto bene, sono andato al cesso più volte, ma oggi va già meglio…” – ma qualcosa avviene in tutti o quasi tutti quelli che vengono a contatto con il virus. E le persone più deboli possono anche morire, generalmente con una polmonite da pneumococco. Che, attenzione: è un batterio, non un virus.

Il Covid-19, invece, ci ha abituati ad un nuovo attributo: asintomatico.

 

Ossia, pare esserci un confine – spesso legato all’età, ma non sempre – che indica la quasi inattaccabilità da parte del virus, mentre altri più anziani vengono coinvolti e, se ancora più anziani, finiscono in rianimazione, che se va male ci lasciano la pelle.

Senz’altro, bisogna scoprire altri attributi: la velocità ed importanza del nostro sistema immunitario, messo a confronto con la capacità infettiva più o meno veloce del virus.

All’Università di Oxford, in Gran Bretagna, hanno scoperto un altro attributo importante.

Tutti sappiamo che la comune mascherina chirurgica non ci protegge dal virus: limita la diffusione del virus se noi siamo infetti – giacché la “nuvoletta” di virus che emettiamo rimane più contenuta e, se si rispettano le distanze, non si viene infettati – però è in grado di limitare, almeno un po’, la quantità di virus in entrata nel nostro organismo.

In altre parole, se senza mascherina ed in presenza di persone infette possiamo far entrare nei nostri polmoni (la via più comune) una quantità pari a 107 di virus (è solo un esempio), con la mascherina ne facciamo entrare soltanto 103, che parrebbe già un vantaggio. Ma gli inglesi hanno fatto di più.

Hanno semplicemente domandato ai malati ricoverati se usassero la mascherina oppure no: poi, sono andati a verificare il dato dopo la morte dei pazienti. Ebbene, ogni cento deceduti l’80% circa non portava abitualmente la mascherina, mentre solo il 20% la portava: il dato sembra indicare una maggior mortalità per i privi di mascherina. Ci può essere una spiegazione?

Quando veniamo aggrediti da qualsiasi agente esterno – sia esso un virus od una spina di rosa – il nostro sistema immunitario si mette subito al lavoro: chiaramente dipenderà dalle “truppe” che ha a disposizione e dal loro addestramento. Se, però, sono 107 gli aggressori (ossia 100.000.000 di virus) oppure 103 (ossia 1.000 virus) la cosa fa evidentemente differenza.

Così si possono spiegare le guarigioni di persone ultra 90enni e le difficoltà (a volte, addirittura la morte) di giovani sui 30 anni: molto dipende dal numero degli “aggressori” e dalla “potenza di fuoco” del nostro sistema immunitario.

 

Perciò, sappiamo che alcune sostanze – alcune vitamine, soprattutto la C e lo Zinco – sembrano avere importanza per le necessità del nostro sistema immunitario: alcune evidenze sembrano esserci, però la complessità delle reazioni biochimiche, a confronto dell’enorme complessità del sistema immunitario, ci raccontano di star lontani dalle certezze assolute.

Della serie, è giusto assumere questo tipo di sostanze perché c’è una forte probabilità che aiutino il sistema immunitario a rigenerarsi, però è fuorviante credersi, a quel punto, immuni da contagio: dipende molto dalla carica virale con la quale veniamo a contatto. Se incontriamo mille virus sulla nostra strada, il sistema immunitario potrà difenderci, ma se i virus sono un miliardo, può darsi che non bastino lo Zinco e la vitamina C a salvarci. Questo è uno dei plateali errori d’alcuni negazionisti (i più intelligenti) i quali credono che una sostanza benefica risolva sempre un problema: dipende dalla sostanza e dipende dalla natura e dalla gravità del problema! Semplice analisi dialettica (Hegel).

Se, ad esempio, il nostro sistema immunitario (o la biochimica in generale dell’organismo) è già impegnata a contrastare altre malattie, le risorse per un attacco virale saranno minori: per questa ragione si parla di persone decedute “per più patologie”.

 

Tornando alla stranezza del dato italiano, si deve anche precisare la natura della patologia che ha condotto alla morte. Qui, si deve stare attenti a non inquinare con sentenze ideologiche la natura del dibattito.

Alcuni affermano che l’assegnazione di un certificato di morte basato sul Covid-19 sia uno strattagemma sanitario corroborato dai voleri del potere politico, per poter “salvare” un governo che andrebbe, altrimenti, incontro a crisi interne e ad necessarie elezioni politiche. In realtà, il ragionamento deve essere rovesciato.

Qualcuno, che ha interesse ad abbattere l’attuale governo, cerca tutte le cause possibili per dimostrare che la volontà politica del governo sia quella di un sempre maggior numero di morti (o contagiati) da Covi-19: lo fa, però, con una premessa, ossia quella del suo desiderio politico, vale a dire abbattere il governo. Diversa è la posizione dei medici.

 

Qualche medico s’è lasciato andare ad esternazioni che, proprio in questi giorni, si deve rimangiare e in fretta ma lasciamo queste poverissime posizioni di natura politica e torniamo alla pratica medica: qual è la causa di morte che un medico può indicare?

Il Covid-19 genera una polmonite virale interstiziale, ossia il virus si “aggrappa” negli alveoli polmonari e si replica o muta continuamente. I virus sono nati, miliardi d’anni or sono, nel cosiddetto “brodo primordiale” e tale situazione cercano di ricreare: ovviamente senza la minima velleità costruttiva, bensì semplicemente perché è la situazione ambientale che li favorisce.

Perciò, in presenza di questi due attributi – polmonite interstiziale e presenza di Covid-19 – è corretto e preciso indicarne la morte a causa del Covid-19: non c’è nessuna necessita di sottilizzare fra quel “per” ed il “con”. Una persona, però, in quella situazione può anche morire per cause cardiache, giacché l’organismo è violentemente sollecitato a garantire l’ossigenazione del sangue, e questo mette a dura prova il sistema cardio-renale. In questo caso, la causa di morte – sempre in presenza di Covid-19 – è corretto indicarla? A mio avviso sì, come per altre cause secondarie che partecipano attivamente al processo degenerativo dell’organismo in esame. Trombosi, edema polmonare ed altre partecipano al medesimo quadro.

In sostanza, è difficile – se c’è il Covid-19 – indicare una concausa che sia stata neutra ed ininfluente: se non c’è il Covid-19, giustamente il medico deve indicare la causa primaria: infarto cardiaco, tumore, ecc.

 

Però, torniamo per un attimo alla triste situazione della scorsa Primavera: i medici, occupati allo spasmo nelle corsie, avevano il tempo da dedicare all’accuratezza della causa di morte? Probabilmente no, e non si poteva nemmeno chiederglielo.

Perciò, è perfettamente normale prendere con beneficio d’inventario quei dati, ma senza farne subito una freccia di contrasto politico,perché manca il senso profondo proveniente dall’analisi degli eventi.

Ricordiamo che, solo pochi mesi fa, non c’erano mascherine sufficienti per la popolazione: erano un bene troppo semplice per la produzione in Patria, conveniva importarle. E nemmeno dalla Cina – che fabbrica missili ed aerei di V generazione – probabilmente dal Vietnam, dall’Indonesia, dalla Mongolia, Malacca, Kazakhstan…e chissà da quali altri luoghi. Non c’erano rimedi, non si conosceva niente della malattia, gli ospedali esplodevano…l’unica soluzione fu proibire i contatti, ed ha funzionato.

 

Oggi, la situazione è cambiata.

Mentre mesi fa si eseguiva il tampone solo ai sintomatici, oggi si utilizza per scoprire se il virus è presente nella popolazione, sintomatici ed asintomatici: con 150.000 tamponi il giorno, s’arriverà (presto?) ad avere una mappatura della popolazione italiana: l’app Immuni non ha funzionato, perché per farla funzionare bisognava che fosse installata d’imperio dal governo, ed il governo non se l’è sentita. Immaginiamo cosa sarebbe successo, a cosa avviene tutt’oggi per le semplici mascherine.

Ci sono alcuni provvedimenti che si possono comunque prendere, ed in fretta: ad esempio l’esame tramite una semplice goccia di sangue. Un sindaco lombardo di un piccolo comune l’ha attuata con costi inferiori all’euro per esame: magari non è precisa come il tampone, ma fornisce già risultati importanti.

Perché?

Poiché la pandemia terminerà quando più velocemente riusciremo ad avere una mappatura del contagio sufficientemente precisa sul territorio: suvvia, non siamo miliardi! Con 150.000 tamponi il giorno ci vorrà un anno e mezzo per averla: magari con i test rapidi la certezza è leggermente minore, ma la velocità è senz’altro maggiore ed il costo infinitamente minore e, ricordiamo sempre, il fatto d’isolare quanti più infetti possibile è la vera risposta che condurrà alla fine dell’epidemia.

 

Tornando a ragionare sulla mortalità, notiamo che oggi – a fronte di 150.000 tamponi odierni e 10.000 positivi al giorno – è, per fortuna, bassissima, appena qualche decina. Se avessimo conteggiato, la scorsa Primavera, 10.000 contagiati i deceduti sarebbero stati senz’altro superiori al migliaio. Come mai?

Probabilmente, quel 9,7% di mortalità sui contagiati della prima fase è stata un dato falsato dalla fretta: sono sfuggiti centinaia di migliaia d’infetti, mai sottoposti a tampone od altro. Nella “vacanza” estiva sono stati loro ad infettare nuovamente la popolazione: ricordiamo che l’andamento delle epidemie è sempre esponenziale.

Vogliamo raggiungere l’immunità di gregge?

Beh, se la mortalità reale s’aggira intorno al 3% significa che in Italia ci sarebbero 1,8 milioni di morti: siamo certi di sopravvivere – come società coesa – ad un simile salasso?

 

Qualcuno può aver fatto un conto semplicistico ed un poco cinico: muoiono dai 60 anni in su, di cosa devo preoccuparmi? Se muoiono molti pensionati, ci saranno più soldi per me! Questa teoria ha bisogno di qualche delucidazione.

 

I morti per cause naturali, in Italia, sono circa 600.000 l’anno. Il Covid-19, con i suoi 35.000 morti, ha spostato di poco questa cifra, anche perché c’è una varianza di anno in anno superiore: ossia, questo dato è una media.

Proviamo ad immaginare un’Italia che subisce all’incirca 2 milioni di morti in un anno, ossia il 3% per Covid-19 più soltanto 200.000 per cause naturali.

Anzitutto, una quota di circa un milione d’abitazioni finirebbe inevitabilmente sul mercato, con un crollo dei valori immobiliari. I morti sarebbero in maggior quantità nelle aree urbane (più contatti) amplificando ancor più il fenomeno.

La riforma Fornero ha fissato a 67 anni l’età della pensione e tale è rimasta: perciò, scomparirebbero molte persone che oggi sono ancora al lavoro. Ora, nessuno è indispensabile ma tutti siamo utili: siamo certi che i “buchi” lasciati nelle amministrazioni, nelle aziende, nell’istruzione, nella sanità, ecc sarebbero facilmente colmabili? Dovremmo spalancare le porte ad una nuova fase migratoria? Con tutte le maledizioni che si porta dietro?

 

Una nazione strutturata per circa 60 milioni d’abitanti sopravvive sicuramente se scende a 58 milioni, ma i danni sul fronte economico non sono da sottovalutare: significherebbero meno prestazioni e meno consumi, ma non sarebbe una “decrescita felice”.

In altre parole, le società moderne sono strumenti sofisticati e fragili, che reggono su scostamenti lievi, altrimenti vanno in crisi: non si può più ragionare nei termini delle vecchie società agricole, perché oggi – ci piaccia o non ci piaccia – viviamo grazie ad un lavoro che finisce in Cina o negli USA e magari mangiamo, senza saperlo, grano che viene dall’Argentina o dal Canada. E’ tutto, terribilmente interconnesso ed eventuali cambiamenti richiedono tempi lunghi, non certo legati alla demografia che può cambiare un’epidemia.

Scomparirebbero gran parte dei nonni, che sono quelli che spesso si occupano dei nipoti “supplendo” i genitori oberati dal lavoro e dagli impegni?

 

Fare queste previsioni non è facile e richiede maggior ponderatezza perché in Gran Bretagna dove, a fasi alterne e con poco discernimento, s’è cercato d’adottare un principio dell’immunità “di gregge” che è ben diverso da quello americano. Se osservate la cartina americana, vi rendete subito conto che i contagi sono stati soprattutto in California, in Florida e nel New England, aree a forte inurbamento: quasi assente nel vasto Nord-Ovest dove le città sono più rare e distanti l’una dall’altra.

La Gran Bretagna, invece, è un formicaio come l’Italia: se ci siete stati lo saprete…a parte la Scozia, il resto è molto popolato. Quel 6,5% di mortalità recensita in Gran Bretagna è più attinente alla realtà del 9,7% italiano: indica la vera mortalità per aree densamente popolate, ma con una raccolta di dati sulla popolazione più coerente. In altre parole, tentare l’immunità di gregge in fretta, aumenta i morti e non sappiamo con certezza se si tratta di morti solo perché avvengono in tempi più ristretti oppure perché i tempi più ristretti aumentano i contagi.

Quello che sappiamo è soltanto che, con una popolazione di 64 milioni, la Gran Bretagna ha eseguito 26 milioni di tamponi (2), ossia il 40% della popolazione: molti di più di quelli eseguiti in Italia, 1,4 milioni (3) su una popolazione di 60 milioni circa. Sui tamponi italiani bisogna precisare una cosa: le autorità sanitarie non aggiornano il numero giorno per giorno come in Gran Bretagna, e questo dato è quello del 21 Aprile 2020. Siccome durante l’Estate ne hanno fatti pochi, e solo ora il numero è alto, potremmo – molto empiricamente – triplicare il numero di Aprile: saremmo, comunque, molto distanti dalla rilevazione inglese.

 

Quindi, parrebbe che la mortalità sia un fattore legato al tempo di rilevamento ed alla concentrazione fisica delle persone: secondo questa tesi, dovremmo concludere che la mortalità reale sarebbe intorno al 6%, ma è solo un’ipotesi, perché rimane confusa la classificazione dei decessi, diversa da nazione a nazione.

In altre parole, se si cede all’immunità di gregge, i contagi s’espandono subito rapidamente e solo dopo, con misure di prevenzione (lockdown, ecc) si riesce a riprendere in mano la situazione: quello che ha fatto il governo britannico. Il governo italiano ha scelto la via “lenta” ma questa soluzione non ci mette al riparo dal rischio di morte per la pandemia, perché – a parte un vaccino “veloce” (ci credo poco) – tutti dovremo passare attraverso questa malattia, a meno che si estingua da sola per cause sconosciute. Oppure, col trascorrere dei mesi, trovino degli antivirali che ci immunizzino per qualche mese, magari da ripetere (un po’ come succede con le gammaglobuline tetaniche, che ti garantiscono per un paio di mesi se non sei vaccinato) ma che consentano di vivere normalmente.

 

Prima di terminare, vorrei ricordare che tutte le epidemie che l’umanità ha subito hanno scelto loro il tempo d’estinguersi – vedi la peste di Milano, che durò quasi due anni – però, i termini di questa cessazione spesso restano oscuri. La Sars com’è sparita? La Mers aveva un’altissima mortalità, e questo la “aiutò” senz’altro a “suicidarsi”…però, non sappiamo perché si estinse: poteva uccidere il 90% dell’umanità, e non lo fece.

 

Da ultimo, visto che il governo sta per prendere delle decisioni importanti, darei un consiglio che, sono certo, nessuno ai piani alti ascolterà.

Questa vicenda, per molti aspetti ci ha provati: inutile nasconderlo, meglio accettarlo.

Però, nella scorsa Estate, molti italiani hanno pensato che fosse finita e ritenevano che le mascherine sarebbero diventate solo dei ricordi: il risveglio, a base di decine di migliaia d’infettati, è stato e sarà ancor più traumatico. Però, una larga fetta d’italiani chiede di vivere la vita di sempre e questo indipendentemente dall’età, dal sesso o dalla condizione sociale. Dipende molto dall’intelligenza, perché non è facile accettarlo.

 

Stamani, sono andato al mercato. Tutti con la mascherina, ambulanti compresi e gente fra i banchi.

L’occhio m’è caduto lì vicino, dove c’è un bar col dehors. Davanti al bar, tre carabinieri: uno con la mascherina e due senza, che parlottavano con alcune ragazze del posto, anch’esse senza mascherina. Nel dehors tutti con le mascherine abbassate alla gola, felici e pimpanti.

Se il Presidente del Consiglio non chiama il comandante dell’arma dei Carabinieri ed il Capo della Polizia,è tutto inutile: capisco la posizione di chi stava al bar senza mascherina, comprendo meno quella di chi – per dovere istituzionale – dovrebbe far rispettare le norme ed invece mostrava, col suo comportamento, di ritenerle insulse e dunque inutili, da non rispettare.

 

Basterebbe che in quell’immaginario colloquio, Conte dicesse una cosa semplicissima ai due alti ufficiali: “O voi siete in grado di far rispettare la legge ai vostri sottoposti, oppure non siete adatti e, dunque, sarete sostituiti”. Ma un buon democristiano come Conte non lo farà senz’altro, inutile illudersi.

 

1) https://it.wikipedia.org/wiki/Pandemia_di_COVID-19_del_2019-2020_nel_mondo

2) https://coronavirus.data.gov.uk/

3) https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_aprile_23/coronavirus-quante-persone-sono-state-sottoposte-tampone-davvero-5bb59814-847c-11ea-8d8e-1dff96ef3536.shtml

14 ottobre 2020

Chiediamo soldi all'Europa? E per cosa farne?

 


Gentile Presidente Conte,

la vicenda è quella che da un ventennio assilla gli ex dipendenti delle ex Province nella Scuola, che iniziò con la riforma Berlinguer dell’Istruzione nel 1999 ed è terminata con una sentenza della Corte di Cassazione nel 2019. Una vicenda iniziata nel 1999 e terminata, con uno sberleffo all’Europa, nel 2019: tempismo eccezionale della Giustizia Italiana.

 

In Italia, all’epoca (fino al 2000), nella Scuola lavoravano all’incirca 70.000 persone suddivise fra docenti e non docenti, che prestavano il medesimo servizio dei colleghi dello Stato: il perché di questa stranezza è uno dei tanti misteri italiani, misteri che nascondono giochi di potere, collusioni politiche, controllo del voto ecc. Finalmente (e coraggiosamente) un ministro dell’ Istruzione (Berlinguer) si mise con pazienza a smantellare quel sistema, che generava incomprensioni e difficoltà: oltretutto, si parlava oramai di una prossima abrogazione delle Province, che giunse nel 2014. Nella stesura originale della legge (n. 124 del 1999) si tutelavano i dipendenti delle ex Province: l’anzianità di servizio sarebbe stata totalmente conservata e sarebbero entrati nelle graduatorie dello Stato con minime differenze di retribuzione a loro favore.

 

Ma qualcuno (Berlusconi) ritenne che anche quelle minime differenze fossero troppe e così, nella Legge Finanziaria per il 2006 (comma 218) inserì una “interpretazione autentica” la quale, altro non era che la totale riscrittura retroattiva di una norma, introdotta solo 6 anni prima.

In quella “interpretazione” – fumosa, farraginosa, in alcuni punti addirittura ilare, che denotava lo “stile giuridico” di Berlusconi – si compiva un’iperbole giuridica, anche difficile da interpretare: praticamente, chi aveva 40 anni di servizio scendeva a 20, oppure chi ne aveva 20 scendeva a 7. Insomma, più soldi per noi (Berlusconi aveva promesso l’abolizione di alcune tasse molto invise dagli italiani più ricchi, come lui stesso) e meno soldi per voi. Non c’è da stupirsi: quello è il mondo di Berlusconi e tutti in Europa lo hanno capito.

 

Nel frattempo, però, molti dipendenti si erano rivolti alla Giustizia Europea, che aveva respinto senza incertezze tutti i tentativi della Giustizia italiana di far passare come norma di “interpretazione autentica” una stupidaggine giuridica la quale, altro non era che il tentativo di risparmiare denaro stravolgendo retroattivamente una norma precedente e già contemplata nell’ordinamento giuridico.

Come avesse fatto la Corte di Cassazione ha “passar per buona” quella fantasiosa ricostruzione di un articolo di legge mi parve, all’epoca, incredibile: dopo le ultime vicissitudini in seno al Consiglio Superiore della Magistratura, credo d’aver iniziato a capire. Forse, se vogliamo veramente essere europei, abbiamo ancora molta strada da compiere: iniziano magari dalla Giustizia e dal sistema Legislativo.

 

La prima a demolire questa “fantasiosa” ricostruzione fu la Corte di Giustizia Europea, poi partirono le richieste personali alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, della quale non si contano più i ricorsi – tutti vittoriosi per i dipendenti – che sono costati allo Stato italiano pesanti sentenze, nel senso di pagamenti di spese processuali, danni, ecc, oltre al riconoscimento del diritto originario dei lavoratori. L’ultima sentenza è costata allo Stato circa 400.000 euro: perché lo Stato italiano dilapida in questo modo soldi pubblici?

Inoltre, nell’ultima sentenza si è avvertito il fastidio della Magistratura Europea per la mancata applicazione di norme che il Trattato di Nizza obbliga l’Italia ad applicare. Dulcis in fundo, partirà presto l’ennesimo procedimento giuridico contro la Presidenza del Consiglio – gli avvocati Sullam e Zampieri lo stanno già preparando – per la mancata applicazione della direttiva 77/187 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e della CEDU.

 

Eppure, pareva che una sorta di “gentleman agreement” fosse a portata di mano già nel Giugno 2020, all’incontro di Villa Pamphili, poi tutto è tornato a girare nel medesimo modo: la Ragioneria dello Stato continua a richiedere rimborsi di decine di migliaia di euro sulla base della sentenza della Suprema Corte di Cassazione…eppure, la Corte Europea era stata chiara: nell’ultima sentenza del Settembre 2019 era compresa una diffida (con formula ultimativa!) con l’invito ai vertici del Ministero dell’Istruzione a relazionare sul perché la questione non era stata ancora risolta! Della serie: l’Europa ci deve aiutare, poi noi facciamo come ci pare?

 

Mi rendo pienamente conto dei problemi che l’Italia (ed il mondo intero) sta attraversando, ma non si può – anche se un maledetto microrganismo cerca di farci impazzire – dimenticare il senso della vita che scorre ugualmente: domani, Covid o non Covid, la Ragioneria dello Stato invierà alle sedi periferiche l’elenco delle pazzesche richieste di decine di migliaia di euro da richiedere a 70.000 persone incolpevoli, soltanto sulla base di una sentenza della Suprema Corte di Cassazione che l’Europa ha definito, ad essere ancora veniali, una schifezza. Ed è la stessa Europa alla quale lei ha chiesto giustamente aiuto e che, a quanto sembra, è decisa a farlo? A cosa serve se le prassi giuridiche – controfirmate ed accettate – non vengono rispettate?

 

Non le pare, questa, una contraddizione incongrua, una sorta di gioco delle tre carte della serie “non vedo, non sento e non parlo” che giunge a massacrare decine di migliaia di famiglie italiane per colpa – diciamola tutta – di una classe politica che non sapeva come fare per salvare i suoi privilegi? Le sembra che sia cambiato qualcosa?

 

Bisogna avere i nervi saldi per sopravvivere in questa situazione, so che tanti altri vivono giorni difficili e lo fanno con coraggio ma, mi creda, campar male per colpa di una sentenza che non si comprende come sia stato possibile confezionare rende rabbiosi al solo immaginarlo. E come si fa ad andare avanti, sapendo che la nostra vita è stata stravolta da una sentenza che il fior fiore dei giuristi europei ha giudicata immonda?

Smettiamo, per favore, di parlare d’Europa se, in fin dei conti, siamo proprio noi a non mostrarci europei.

La saluto e la ringrazio

 

prof. Carlo Bertani, ex insegnante, giornalista e scrittore    info@carlobertani.it

25 settembre 2020

Energie nuove? Per una politica nuova? Servitevi…

 

Nave Gru Saipem 7000 di ENI, la più grande al mondo

Mentre tutti s’accapigliano per comprendere dove il M5S ha sbagliato, oppure è stato carente, c’è un settore dove sono stati completamente assenti e mi spiace doverlo rilevare, senza nessuna scusante.

E’ il settore dell’energia, per il quale i 5S sono stati presenti, in entrambi i governi, con loro rappresentanti nel posto chiave, ossia il Sottosegretariato per l’Energia annesso al Ministero dell’Economia nel quale prima c’era Davide Crippa ed oggi Stefano Buffagni.

E pensare che il settore dell’Energia è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del movimento, sin da quando Grillo sbeffeggiava le procedure di sicurezza della centrale di Caorso o mostrava, sul palco, un’automobile ad Idrogeno dal cui tubo di scappamento usciva limpidissima acqua. Oggi, sembrano aver perduto la strada.

 

C’è da dire che la situazione italiana è molto strana: siamo un Paese che non ha importanti risorse fossili, però abbiamo notevoli risorse rinnovabili, basti pensare al “ventaglio” d’acqua che scende dalle Alpi, da Ventimiglia a Trieste. E che fece sbottare, con gran meraviglia, Jeremy Rifkin quando venne in Italia (si sa, gli statunitensi, in quanto a Geografia…beh…). Giunto a Milano, domandò che montagne erano quelle che si scorgevano in lontananza. Ricevute le adeguate spiegazioni, ribatté sorpreso: “Ma voi, avete problemi d’energia?”. E non aveva torto.

 

Nel periodo fra le due guerre mondiali si costruirono parecchie dighe per l’idroelettrico: forse per la scarsità di mezzi (che, spesso, erano solo dei terrapieni), forse perché erano aziende private senza adeguati controlli, s’ebbero diverse disgrazie, inondazioni, alluvioni con molti morti. Nel dopoguerra il settore energia venne praticamente nazionalizzato, l’ENEL costruì ottime dighe (compreso il Vajont, che tuttora è in piedi, lì si trattò di un imponente smottamento) costruite in alta montagna che furono per molti anni la spina dorsale del settore elettrico nazionale e che oggi – siccome il cemento non è eterno – dovrebbero essere attentamente verificate, per non finire come il ponte Morandi.

 

Ovviamente, in quegli anni s’aveva fretta: così si costruirono bacini a livelli molto alti, per sfruttare le alte cadute (turbine Pelton). Le medie cadute…beh…non erano redditizie…il petrolio costava poco…il carbone ancora meno…

Ma il genio italico è veramente sorprendente.

Con il salire dei prezzi dell’energia, anche le cadute minori (turbine Kaplan e Francis) sono diventate interessanti ed è stupefacente notare come piccole o medie aziende (tutte italiane!) forniscano dei “kit” completi per gli impianti idroelettrici: dalla parte burocratica alla realizzazione, chiavi in mano. Ammortamento intorno ai 5-10 anni con durata dell’impianto per 40-50 e scarsa manutenzione. Chi sono i clienti? Privati, amministrazioni, a volte (rare) lo stesso Stato: parliamo di potenze che da decine di KW salgono fino a centinaia di MW.

Un tempo, era l’ENEA a compiere rilevamenti sulle possibili fonti d’energia poi, si spense la luce: negli anni ’90 vi fu ancora una rilevazione di circa 1.000 MW (come una grande centrale nucleare) solo nelle aree d’importanza idroelettrica vicine a luoghi abitati, e quindi facili da impiantare. In alcuni casi, si trattava semplicemente di riattare impianti già utilizzati nella prima metà del Novecento. Poi si scatenò il ventennio Berlusconi-Prodi e calò il sipario.

 

Subito dopo la guerra, però, siccome eravamo stati “bravi” ad arrenderci per tempo, godemmo di un trattamento di favore (a differenza di Germania e Giappone) e ci fu concesso d’avere una compagnia petrolifera nazionale – oggi l’ENI – che nacque sfruttando lo scarso metano della valle Padana: subito dopo, però, “sbarcammo” in Libia ed iniziammo il lungo percorso che ha condotto l’ENI a diventare una dei principali colossi mondiali.

 

Ora, bisogna fare alcune precisazioni.

Se un Paese è produttore di petrolio, lo vende e crea un Ministero per il Petrolio. Se invece un Paese è importatore di materie prime energetiche (Italia) deve creare un ministero per l’approvvigionamento energetico, oppure avere delle figure politiche che si occupino del problema di far arrivare ogni giorno la benzina ai distributori. Non c’è niente di male che se ne occupi un Sottosegretario, ma anche nei precedenti governi ciò avveniva, soltanto che il vero Ministero per l’Energia italiano si chiama ENI e di pubblico c’è ben poco, salvo la golden share del ministero dell’Economia che controlla la società, una joint venture pubblico-privato quotata in Borsa. Le rinnovabili fanno capo al Ministero per l’Ambiente, ma con scarsi risultati: non sarebbe meglio avere un ministero pubblico per l’Energia, come controparte verso il settore di produzione?

 

Ora, non è mia intenzione scagliarmi contro l’ENI perché non ce ne sarebbe ragione: è una grande compagnia italiana, all’avanguardia soprattutto nei sistemi di ricerca e perforazione, s’è appena aggiudicata lo sfruttamento del più grande giacimento mondiale del Mediterraneo e non si capisce proprio perché dovrei scagliarmi contro questa grande azienda che produce utili ed occupazione.

Ci sono delle questioni di tangenti – è vero – ma il mondo del petrolio non è la San Vincenzo, questo bisogna capirlo: inoltre l’ENI, un paio di decenni or sono, s’accanì (insieme all’ENEL) contro il sistema delle rinnovabili, ma oggi molto è cambiato, in tutti i sensi.

 

A scagliarsi contro le rinnovabili non sono più decine di giornalisti (a libro paga? probabile, ma non ho le prove), non si spertica più nessun docente universitario: che il mondo del futuro sarà un mondo elettrico l’hanno capito tutti. Resta qualche sito di “nostalgici” del motore a benzina e del treno a vapore…ma che volete…lasciamoli pure dire…l’importante è comprendere che un terzo dell’energia elettrica che oggi adoperiamo è già d’origine rinnovabile, e il bello della faccenda è che se ne sono accorti anche ENEL ed ENI.

Nel 2018 il fabbisogno totale energetico italiano è stato del 18,1% coperto da fonti rinnovabili (sul totale energetico di tutti i settori: elettrico, trasporti, industria, ecc) e, in particolare, del 34,4% del settore elettrico. (1)

 Come ben saprete, l’UE ha posto come obiettivo per il 2050 il raggiungimento del 50% di produzione rinnovabile, che è ancora lontano. Ma, oggi, ha messo in campo un mare di soldi per farlo: e sono impianti che iniziano a rendere il giorno dopo che sono installati, che non sono spese “a debito”, perché s’ammortizzano in pochi anni. Sono, anzi, spese “a credito”.

 

Il primo obiettivo da abbattere è senz’altro la generazione da carbone, che è il più inquinante per l’atmosfera, in quanto non solo generatore di Co2 bensì anche d’ossidi d’azoto ed anidridi solforose, ben più pericolose della semplice CO2.

 

Non voglio ritornare sul problema del riscaldamento globale: la scienza ha dimostrato che la molecola di CO2 riflette, verso terra, la radiazione infrarossa che “rimbalza” sulla Terra dopo il percorso dal Sole. E’ stato ampiamente dimostrato con precise sperimentazioni di laboratorio, sulle quali non intendo tornare: anzi, altre molecole riflettono ancor più la radiazione infrarossa, ad esempio una molecola di Metano riflette 18 volte la quantità d’infrarossi rispetto ad una molecola d’anidride carbonica.

Perciò, non intendo ritornare sulle solite mene complottiste che menano il can per l’aia – fa più freddo, fa più caldo, c’è meno aumento dei mari, c’è più aumento dei mari, c’è più ghiaccio, c’è meno ghiaccio, ecc – e chi non ha ben chiara la differenza fra meteorologia e clima vada a scassare i cosiddetti da altre parti dove sarà sen’altro più ascoltato, raggranellerà più “mi piace” o commenti, così dormirà più contento.

 

Nel più muto silenzio dei nostri sottosegretari, però, si sta almanaccando un contorto meccanismo mentale per continuare a bruciare combustibili fossili pompando la CO2 sottoterra. E dove?

Sotto il mare Adriatico e la pianura Padana: non è uno scherzo e nemmeno una bufala.

 

La vicenda iniziò molti anni fa all’interno dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), vicenda che non voglio rinvangare perché sono storie del 2007 (2), se non per dirvi che il leitmotiv era chiaro: se riusciamo ad “infilare” la CO2 nel sottosuolo, dove c’era (probabilmente) un tempo il metano già estratto, magari ne possiamo trovare dell’altro e ci facciamo belli. Come sono bravi! Ci liberano della cattiva CO2!

 

Ora, immettere da un serbatoio della CO2 nel sottosuolo non è difficile né pericoloso: l’anidride carbonica è un gas inerte. Il vero problema è dove trovarla, perché nell’aria è presente all’incirca intorno alle 600 ppm (parti per milione), dove ci fa il bello scherzo di trattenere la radiazione infrarossa, ma separarla dall’aria non è facile ed è costoso. Questo processo viene eseguito in rari casi per riempire le bombole di CO2 per scopi tecnici (saldatura, ecc) oppure, in Olanda, ne immettono un po’ sotto le serre per accelerare la crescita delle piante ma…qualcuno ha fatto il calcolo di quanto costerebbe estrarne dall’aria milioni di tonnellate? Perché se ne estrai solo qualche tonnellata il gioco non vale la candela. (3)

 

Eppure, il progetto va avanti, senza considerare i costi. Greenpeace s’è mostrata contraria a queste scelte, per un motivo che è semplicissimo da capire: perché devo spendere del denaro per acchiappare della CO2 e farla sparire sotterra, mentre più semplicemente posso costruire dei sistemi (eolici, solari, idroelettrici, geotermici, a biomasse) che producono energia senza far aumentare il tasso del gas in atmosfera?

Insomma, invece di macinarci il cervello cercando il mezzo per farla sparire, non sarebbe più semplice non produrla? Per quella che già c’è, ci pensano i vegetali a consumarla.

 

Ma qui c’è il terzo incomodo.

Maledizione avere una barca a vela, maledizione andar per l’Adriatico, maledizione andar per bettole e scovare gente che ha voglia di chiacchierare, maledizione guardarsi attorno anche quando si è a terra, maledizione saper ragionare. La più grossa, senz’altro.

Perché se prendete il largo dal delta del Po verso la Croazia, vi apparirà una selva. Questo è matto da legare: oh, Bertani, siamo in mare!

Aspettate…una selva di isole galleggianti, piattaforme petrolifere, anzi, gasiere.

Appena sotto l’orizzonte da terra, c’è una lunga sfilza che inizia appena sotto Venezia e termina poco prima del Conero: è il sistema del Metano, il sistema che garantisce l’approvvigionamento di Metano all’Italia. Discreto, quasi nascosto.

 

Sono senz’altro più di una ventina: un tempo estraevano Metano ma, accortisi che il livello della superficie sotto il mare s’approfondiva, hanno smesso. In buona sostanza, la pianura Padana sta “su” perché sotto c’è pressione di gas che la sorregge: se n’era già accorto Enrico Mattei, che smise le perforazioni nella zona di Cortemaggiore perché la pianura Padana rischiava di finire sotto il mare.

Allora, per non abbandonarle al loro destino, le adoperano come terminal: la nave giunge da chissà dove, carica di Metano liquido a bassissime temperature, poi lo rilascia nel metanodotto che va a terra. E va bene, ci serve del Metano e lo compriamo.

 

Già che ci siamo, però, visto che ci passa proprio sui piedi…costruiamo qualche modesta centrale termoelettrica a terra, per generare energia elettrica con Metano appena sbarcato, a basso costo: ce ne sono circa 25, da Chioggia a Ravenna ed oltre.

Bisogna però fare qualcosa con ‘sti rompi..glioni degli ambientalisti…ci sono questi qua dell’INGV che da vent’anni soffiano sul fuoco: vogliono mettere la CO2 sotto terra…se funziona, fosse anche poca roba va bene, tanto per dire che facciamo qualcosa…altrimenti questi, in mare, ci piazzano le pale eoliche sulle piattaforme!

 

Ed ecco, pronto all’uso, il progetto per il primo “campo” di generatori eolici in mare italiano: di fronte a Rimini! Tranquilli, appena sotto l’orizzonte, così Sgarbi non vede nulla e, dal suo cesso, non ci lancia improperi.

 

Chi ha avuto l’idea di piazzare degli aerogeneratori di fronte a Rimini è un po’ analfabeta…non sa leggere!

Si veda quello che prevede l’Atlante Eolico italiano (4) per quelle aree: c’è troppo poco vento! Non sarebbe economico farlo lì!

Le uniche aree italiane di mare degne di nota sono la Sardegna sud-occidentale, la Sicilia occidentale e le aree ad est del Molise e della Puglia settentrionale. Stop.

 

Veniamo a noi: quali sono gli investimenti per l’eolico off-shore (in mare) di Germania e Gran Bretagna?

D’accordo: loro godono di venti molto forti e costanti, ma anche noi nelle zone che prima ho indicato troviamo venti generosi e costanti.

La Gran Bretagna ha varato un piano poliennale da 41 miliardi di sterline, mentre la Germania prevede 31 miliardi di euro.

 

Non preoccupatevi per problemi tecnici: i pali sono galleggiati ed ancorati con tre ancore anche su alti fondali. Oggi, le potenze variano fra i 6 ed i 9 megawatt per torre e impianti di questo genere forniscono numeri ben diversi da quelli da 1-3 megawatt che ci sono a terra e che impressionano Sgarbi: sono numeri che cambiano le percentuali della produzione energetica, che nessuno vedrà mai da terra e che l’ENI stessa potrebbe già oggi cooperare ad installare grazie alla Saipem 7000, la più grande gru galleggiante del mondo. Con buona pace di vuole sotterrare la CO2 sotto terra.

 

Se volessimo impiantare – finalmente – il sistema termodinamico di Carlo Rubbia abbiamo un luogo perfetto dove installare i pannelli: le autostrade! Coprendo le autostrade, si viaggia al fresco, si risparmia sui condizionatori e si genere energia! E’ un po’ troppo per i sottosegretari? Non saprei.

Quello che vi sto raccontando è che, per non finire sempre in tangenti od in mafie all’arrembaggio, deve esistere una struttura di controllo: un ministero pubblico per l’Energia può andar bene?

 

Così va il mondo e vanno le cose: l’ENI, che solo vent’anni fa vedeva l’eolico come il fumo negli occhi, oggi ha varato la più grande nave-gru del mondo e la sta usando per impiantare in mare aerogeneratori al largo della Scozia.

Molti sono oramai convinti che il M5S sia un partito finito: probabilmente lo affermano più per paura, ossia per i valori che il Movimento aveva ed ha immesso, rinnovando il lessico politico contro la corruzione. Perciò, non guardo i sondaggi oggi, ma vorrei vedere quelli che ci saranno fra un paio d’anni se il Movimento riuscirà a comprendere i mezzi per incidere nella realtà politica del Paese. Ne ho esternato qualche semplice esempio.

 

Se i nostri sottosegretari se n’accorgessero, invece del loro affannarsi bulimico su come riordinare i loro parlamentari per farli apparire come una formazione da grande squadra, il problema sarebbe risolto: se si vuole fare una squadra, prima degli uomini, servono le idee.

Questo è il compito di un buon politico, e non perdere tempo a fare messaggi a raffica su Facebook: imparate da Conte.

(1) https://gualerzi.blogautore.repubblica.it/2019/05/15/energia-nel-2018-il-18-dei-consumi-italiani-da-rinnovabili/

(2) https://comedonchisciotte.org/il-paese-dei-mandarini/

(3) https://www.repubblica.it/ambiente/2013/04/30/news/co2_sottoterra-57440458/

(4) http://atlanteeolico.rse-web.it/

22 settembre 2020

Chi ha vinto e chi ha perso?

 

Per prima cosa, bisognerebbe ri-codificare il titolo: ossia, chi non ha vinto e chi non ha perso? Forse, le cose sono più semplici e più facili da capire.

 

Se torniamo ad un anno fa, qualcuno che sicuramente non ha vinto è stato Matteo Salvini perché, dopo l’exploit delle europee d’appena un anno or sono – quel 34 a 66 contro l’intero elettorato italiano – la perdita di consenso è netta e senza margini per sofisticate congetture.

Quel risultato nasceva da un qui pro quo grande come una casa: il governo era saldo ed inattaccabile sotto l’aspetto parlamentare, solo che non era disposto a farsi guidare da Salvini, tutto qui. Il governo, all’epoca, era guidato da Conte e Salvini non poteva ri-definirsi premier senza passare per uno scontro: lo scontro ci fu, e Salvini perse completamente la strada.

Non comprese che il governo, all’epoca, era costituito dal M5S per il 33% e dalla Lega per il 17% e che la guida di una coalizione non la si trova su Facebook, bensì nelle aule parlamentari.

 

Dopo, dopo…non ha avuto più scampo: oggi, la Lega, ha probabilmente ricompattato l’elettorato settentrionale, ha forse conquistato qualche spezzone al centro…ma ha perso l’elettorato meridionale che non si è più fidato di lui, ed è tornato in gran parte a credersi “fascista” – il che è soltanto una chiacchiera da bar – però ha cercato casa più dalla Meloni che dal vecchio capataz di Arcore.

In buona sostanza, l’elettorato italiano è tornato indietro di anni, quando tre forze – Lega, Forza Italia e Alleanza Nazionale – rappresentavano la tripletta vincente per la coalizione di centro destra, perché non basta agitare medagliette o raccomandarsi alla Madonna per cancellare gli anni di Bossi, del suo veemente odio per i meridionali e per le loro necessità di uno Stato assistenziale contro lo Stato liberista del Lombardo-Veneto. Che è la grande incognita dall’Unificazione, la grande questione mai risolta.

 

In questo mutamento, c’è anche la sempre maggior insipienza di Forza Italia, partito leader per tanti anni, ma rimasto senza un Delfino degno di questo ruolo: Silvio, almeno fino al Covid, s’è pensato immortale.

In parte l’elettorato di matrice cattolica s’è largamente ridotto: tutto ciò deve farci riflettere poiché, dopo 150 anni dall’Unificazione, la questione cattolica non pesa più come al tempo della Rerum Novarum. Anzi, le “cose nuove” sono giunte ma forse perché tanto “nuove” non erano, né così importanti sono sembrate, al punto che anche i papati più modernisti non hanno inciso più di tanto sul pensiero né hanno richiamato forze nuove dal cattolicesimo al cattolicesimo in politica.

Se vogliamo, solo Forza Italia punta ancora molto su questo connubio ma il suo tempo è scaduto e non ne verranno altri: con la scomparsa di Berlusconi (fisica o politica per “decorrenza dei termini”) il partito finirà nel nulla ma, attenzione, per gli equilibri politici italiani non significa assolutamente che un elettorato, per quanto ridotto, non esisterà più, e qui potranno giungere delle novità. Potranno: non è detto che delle novità giungeranno per certo.

 

Giorgia Meloni può dunque assaporare un buon successo, ma sempre se sarà capace di tenersi lontana da certe frange estreme: dovrà far memoria dell’elettorato di destra italiano, che fa un dieci per cento se valuta la questione meridionale e la forza della burocrazia statale, mentre scade all’uno per cento se segue marce su Roma od improbabili rotture “nazionali” con l’Europa.

 

Se la destra ha, da domani, parecchie questioni sulle quali riflettere, le medesime questioni saranno sui tavoli del PD e dei 5S.

Zingaretti ha subito detto che, se uniti, avrebbero vinto parecchio di più ed è senz’altro vero. Ma Zingaretti non ha compreso che la semplice somma algebrica non serve a niente nel governo di un Paese: può durare qualche anno, poi lascia ampi spazi aperti a qualsiasi opposizione.

 

Anche il M5S ha sbagliato, e tanto: troppo. Dopo l’archiviazione del sogno del 51%, doveva prendere atto che le alleanze sono necessarie in politica per una semplice ragione: non la pensiamo, in maggioranza, allo stesso modo. Bisogna mediare, con chi si ritiene in grado di mediare con noi.

Sinceramente, non ho mai ben compreso cosa li convinse all’alleanza con la Lega: un partito legato mani e piedi – e mai in dubbio su questo – con una coalizione, retta da un personaggio non proprio “vicino” ai temi cari ai 5S: oggi s’è chiarito, con quel 70 a 30, chi sta di qua e chi sta di là.

 

Ma i 5S hanno atteso troppo attendendo inutilmente un passaggio che era obbligato: non si va a governare un Paese mantenendo una sorta di “prelazione” di una società privata – la Casaleggio & Associati – sulla loro politica. Tutta la “banda” dei Grillo e dei Casaleggio devono star distanti dal nostro voto, perché il nostro voto, ossia la pratica della democrazia, non deve essere condizionata da società private.

Altrimenti, vale la stessa cosa per quei partiti che hanno guidato l’Italia tenendosi ben stretti Mafie e Massonerie: i 5S devono rendersi conto che stanno compiendo il medesimo tragitto. Già quando cercavano – e non trovavano – un gruppo parlamentare in Europa si dovettero chiedere perché il gruppo dei Verdi Europei non li volle proprio per quella ragione: non accettiamo chi ha contatti stretti con società private. Ed avevano pienamente ragione.

 

Quello che oggi, per rappresentanza parlamentare, è ancora il primo partito italiano non ha una struttura interna, non ha strutture sul territorio, non ha regole certe e comprovate sulla vita politica interna del loro partito. Come si può guardare avanti? Come si possono stabilire delle alleanze, senza democrazia interna? Come si possono eleggere dei “capi politici” senza consultare nessuno, se non la rete dei “Meet Up” – sorta di comunità psicologiche dedite alla politica – o quella barzelletta del voto su Rousseau?

Anche Di Battista dovrebbe fare ben attenzione a quello che dice nei suoi comizi: il loro non è un “sogno”, bensì una realtà che devono saper attuare gestendo al meglio i mezzi della politica. Dal pensiero alla realtà. Non al riportare in terra un “sogno” che…tutti devono condividere? C’è qualcosa che non funziona.

 

Il PD è stato quello che, dopo essersi opposto al “Sì” in ben tre occasioni, ha saputo sfangarla meglio, salvando la faccia di fronte ai suoi elettori e riuscendo a contenere l’avanzata del centro-destra: ora, lo aspetta il periodo più duro.

Devono riuscire a far passare una legge elettorale che, visto che il grande problema del bicameralismo perfetto pare insolubile, almeno sia una legge che parifica l’elezione dei senatori a quella dei deputati: la differenza è minima per l’età dei votanti e non si capisce perché gli esiti siano così diversi.

Bisogna però riconoscere che il partito di Zingaretti non ha sbagliato nulla: certo, hanno un’esperienza nella lotta politica che giunge loro da molte generazioni. Dovrebbero, però, capire che se sono in qualche modo “rinati” lo devono proprio alla decisione dei 5S d’andare contro tutto e contro tutti, “rivalutando” una tradizione di “sinistra” che s’era persa per strada.

 

Ultima vittoria, lo scontro interno con Renzi, che è stato distrutto anche questa volta, se non bastassero ancora le occasioni precedenti. Cosa può fare, oggi, l’uomo di Rignano? Ben poco, però è furbo e già ha capito che c’è un’area – quella del centro cattolico – che avrà bisogno di un leader giovane e capace, ma la strada per arrivarci è lunga e densa d’incognite. Sapranno, Lega e FdI, accaparrarsi il paniere di voti che l’inevitabile fine di Forza Italia genererà? Oppure sarà un altro a soffiarglieli via, un altro che non ha più carte da giocare a sinistra? Difficile immaginare una via, ma è la sola strada che rimane a Renzi.

C’è un vero vincitore?

 

Inevitabilmente, è uno solo: Giuseppe Conte. L’uomo che ha saputo ridare a Genova il suo ponte in 15 mesi di lavori: mai avvenuto in Italia. L’uomo che ha saputo varare il RdC – con tutte le manchevolezze che ancora evidenzia – ma c’è. L’uomo che ha saputo, durante il Covid, combattere e vincere una battaglia immane in Europa, andando ben oltre tutte le più rosee aspettative.

Tutti lo amano o lo odiano, perché sanno benissimo che non saprebbero mai essere al suo livello: un livello mai toccato, in Europa, da un uomo politico italiano per determinazione e risultati raggiunti.

 

Oggi, la partita più dura è per i 5 Stelle, che devono inventarsi un partito vero oppure finire scapitozzati da mille arpie che non attendono che questo: eppure – e questo dobbiamo riconoscerlo – tutto è partito da loro, dalla loro semplicità e dalla loro volontà di cambiare il volto di questo Paese.

I prossimi mesi saranno importanti e ne vedremo delle belle: se riusciranno a darsi la forma ed il “peso” di un partito vero, non raggiungeranno di certo i risultati del 2018, ma potranno assestarsi come secondo/terzo partito italiano dietro al PD/Lega, che oggi sa d’avere il pallino in mano a sinistra, mentre per la Lega già “sento” voci di sottofondo che sussurrano di faide interne, di regolamenti di conti.

 

Non dimentichiamo, però, che i 5S hanno un jolly in mano che altri non hanno: Giuseppe Conte, il PdC più amato dagli italiani dal dopoguerra. E non è poca cosa.

14 settembre 2020

Un bell’ingorgo

 

La Tv nazionale trasmette, in prima serata, il film su Stefano Cucchi mentre, da pochi giorni, siamo qui a leccarci le ferite per l’orribile fine di Willy Montero e, subito dopo, a Napoli un fratello ammazza la sorella perché lesbica. Un bel trittico, da qualsivoglia posizione lo si osservi.

Stiamo diventando peggio della Chicago degli anni ’30 e, a parte le solite boutade – al muro! in galera e via la chiave! lavori forzati a vita!…eccetera, eccetera… – non riusciamo a capire come mai siamo circondati da violenze d’ogni tipo.

 

La scuola: è colpa della scuola che non sa più educare! Gli insegnanti non sanno più fare il loro mestiere!

Ho insegnato per 33 anni in un Liceo e, quindi, ancora due in un Istituto Tecnico e Nautico e non me la sento d’appoggiare questa tesi: negli ultimi due anni ho notato qualcosa di diverso, ma non così tremendo da sostenere simili argomenti. Probabilmente, elementi del genere escono prima dalla scuola.  E cosa possono fare gli insegnanti? Ben poco.

Quando anche, per fatti gravissimi, ne decretassero l’espulsione dopo il problema non sarebbe più della scuola, che – apparentemente – parrebbe aver fallito, ma io non ho mai vissuto una simile esperienza: al massimo tre giorni di sospensione (con obbligo di frequenza), in tanti anni. Perciò, ritengo che di simili comportamenti siano, in primo luogo, responsabili i genitori, perché le vere basi dell’educazione s’apprendono in famiglia…la scuola può fare qualcosa…ma ben poco.

 

Ricordo che, quando fu varata la patente a punti, vennero a scuola alcuni agenti della Stradale che spiegarono con molti esempi e chiaramente a cosa si va incontro guidando in stato d’ebbrezza. Certo, questo non mette al riparo che, anni dopo, un ragazzo si sbronzi una sera e…

Più interessante è, invece, il ruolo della Magistratura.

 

E giù tutti a dire che la Magistratura li mette dentro e dopo una settimana sono fuori…che mettono gli assassini ai domiciliari, che se ne sbattono, che Palamara è un poco di buono…ma si dimenticano di una cosa: la Magistratura segue le norme del Codice Penale e del Codice di Procedura Penale che il Parlamento gli ha fornito, non giudica con la giurisprudenza russa, americana o neozelandese. Difatti, la metà dei ricorsi alle Corti Europee è di provenienza italiana, e le Corti Europee hanno già avvertito più volte che questo andazzo deve cambiare.

Cosa non va?

 

L’impianto giuridico italiano, fino agli anni ’70, era equilibrato: se ammazzavi ti prendevi l’ergastolo, o trent’anni se t’andava bene, poi ci fu il film di Sordi. Già, proprio “Detenuto in attesa di giudizio” (1), che scompaginò la giurisprudenza italiana.

Attenzione: il film di Sordi poneva l’accento sul disastro atavico della gestione delle carceri italiane, disastro che non poteva essere negato né by-passato con un’alzata di spalle.

 

La questione è complessa e parte da un dato costante nel tempo: a fronte di una capacità massima di circa 50.000 detenuti, in Italia i carcerati superano abbondantemente i 60.000. E dove li mettono? Uno sopra all’altro, considerando pure che circa un terzo sono in attesa di giudizio e quindi, Diritto alla mano, sono innocenti.

Col tempo, poi, sono cresciuti anche i reati che prevedono la detenzione: il reato di clandestinità, ad esempio, oppure la detenzione di droga, che in Italia non distingue tra marijuana ed eroina. Insomma: sbarchi in Italia, ti timbrano un foglio dove è previsto il rimpatrio (e come fai ad andarci? con quali soldi? come e dove?) e se ti fermano vai in carcere. Oppure, se ti coltivi una pianta di marijuana – praticamente uguale a quella che vendono nei negozi autorizzati – finisci in carcere, magari insieme ad uno vero spacciatore di anfetamine, crack ed altre porcate.

 

In questa situazione, ovvio che la prima necessità è proprio quella di svuotare in fretta le carceri. Diminuendo le pene? No, così non si può fare…perderemmo la faccia di fronte all’elettorato…come si farà a dire che siamo per “legge e ordine”? E questo tutti…dalla Meloni a Salvini fino a Zingaretti: quanti ne hanno, dei loro, da salvare dal carcere per le mille ruberie?

Però, con un po’ di fantasia…se ti becchi 22 anni per un omicidio volontario, considerando la buona condotta e la legge Gozzini, a grandi linee, male che vada una dozzina d’anni (che è la media) e sei fuori. Se, invece, l’omicidio è preterintenzionale (seppur con dolo provato) te ne vai dopo 8-9 anni.

 

Così, gli assassini di Willy usciranno prima del 2032, mentre il fratello disgraziato di Napoli prima del 2028 sarà già fuori: ancor prima che le spoglie di Willy e della sorella del napoletano siano trasferite nell’ossario.

 

Non parliamo, poi, delle pene modeste: sotto i tre anni nessuno vede il carcere, ma tre anni sono all’incirca la pena detentiva per lesioni gravi, ossia chi ammazza di botte (senza ucciderla, ovvio) la moglie o l’amante, il fidanzato della moglie, della figlia, della nonna…poi, se è bravo con le arti marziali, fracassa chiunque.

Detenete illegalmente un’arma? E che volete che sia…da tre a dodici mesi d’arresto…niente gabbia per il vostro futuro! Attenzione, però: se è un’arma da guerra vi fate nove anni. Perché la vecchia pistola da Ufficiale del nonno quella sì che è pericolosa: un colpo di 357 Magnum in testa no…è solo un bruscolino…

 

Se, invece, vi mettete a stampar soldi falsi, attenzione: la pena va da 3 a 12 anni. Sarà per questa ragione che in Italia un killer lo trovi dietro l’angolo e ammazza per pochi soldi, mentre trovare dei dollari falsi è più dura?

Il Codice Penale italiano, assomiglia più al Banco Lotto che ad un corpus giuridico, mentre il Codice di Procedura Penale è più complicato e presenta più tranelli dell’Appia Antica se pretendete di andarci in automobile, da Roma a Taranto, ovvio.

 

Riforme. Già: se ne parla da decenni, ma avete visto cosa c’è voluto per andare a toccare la Santa Prescrizione, che vanificava il già poco in un nulla assoluto?

I magistrati. Certo, ci sono Magistrati e magistrati, secondo la latitudine, la longitudine, l’età ed il sesso. Come potrebbe essere diverso?

D’altro canto, se – poniamo – i magistrati fossero punibili dal potere esecutivo, alla prima indagine su – mettiamo – un ministro, salterebbe il magistrato. Ossia, sarebbe spostato, degradato, ridotto al silenzio…non come Falcone e Borsellino, non ce ne sarebbe bisogno.

 

Per questa ragione, i magistrati hanno un apposito strumento: il Consiglio Superiore della Magistratura, che è presieduto dal Presidente della Repubblica. Il quale, se facesse valere veramente il suo potere, finirebbe in un caos istituzionale, una sorta di potere dittatoriale sui magistrati, e questo non si può certo fare: il Presidente “osserva” e “consiglia”. E chi elegge quei magistrati che sorvegliano?

Le associazioni di categoria dei Magistrati, che corrispondono in pieno ai partiti politici: per questo nessuno vuol sentir parlare di sorteggio. Vogliamo votare i “nostri”! Che andranno sempre contro ai “loro”. Punto.

 

Rimane solo un potere, reale e tangibile: quello legislativo, che non ha potere diretto sulla Magistratura, però può scrivere e cancellare leggi e pene, come ritiene che sia meglio per il Paese. Difatti, Berlusconi – quando ne fu in grado – allargò la prescrizione secondo le sue necessità: lo faceva lui direttamente o lasciava fare a Ghedini? Mah…forse era Ghedini…difatti non passò nessuna legge per proteggere le nipoti dei presidenti egiziani…dobbiamo riconoscerlo.

In definitiva, solo il Parlamento può scrivere leggi più severe e/o consone ai nostri tempi: ve li vedete mettersi d’accordo? Con lo stuolo di condannati che ha ogni partito? Si salvano i 5S: per questo vanno eliminati più in fretta che si può…gente senza esperienza…non hanno una classe politica “adeguata”…

Come possiamo essere così disgraziati?

 

Perché siamo una nazione giovane, che in un secolo e mezzo ha passato Monarchia, Fascismo (Dittatura) e Repubblica: tre sistemi di governo molto diversi, che hanno fini ed esigenze diverse, che si riflettono sui rispettivi sistemi penali.

Anche la Germania ha vissuto il medesimo percorso, però la Germania non ha vissuto la questione mafiosa, “sbarcata” dagli angloamericani ed insediatasi stabilmente in Sicilia, che gli americani desideravano mantenere sotto il loro controllo, lasciando Malta agli inglesi. Cosa che hanno fatto: difatti, la Sicilia vive una sorta di “indipendenza” che nessuna delle altre Regioni a statuto speciale ha, nemmeno gli altoatesini.

 

Questo potere si è insediato stabilmente, ha preteso ed ottenuto totale indipendenza giudiziaria che, quando l’Italia giunse al primo, enorme processo di mafia del 1987 che decapitò Cosa Nostra, rispose con l’uccisione di Falcone e Borsellino degli anni ’90: Caponnetto, all’epoca ex Procuratore di Palermo, disse senza dubbi “E’ tutto finito”. Di quegli anni fanno parte anche il “mistero” del Moby Prince e, 12 ore dopo, l’affondamento della petroliera Haven dinanzi a Genova: un evento che trasformò l’intero mare di Genova in una enorme piattaforma asfaltata. 12 ore di distanza, per i due più dirompenti disastri marittimi del Mediterraneo.

Poi vennero gli attentati: Firenze, Milano, Roma. L’avvertimento doveva arrivare, ed arrivò con il “gradito” insediamento di Berlusconi, che durò un ventennio.

 

L’obiettivo di mantenere, in Sicilia, una sorta di potere reale ma non ufficiale, fu possibile garantirlo solo tramite la Mafia, ma la Mafia per svolgere i suoi compiti di controllo sotto lo sguardo attento dei servizi italo-americani, pretendeva contropartite e le ebbe, sotto varie forme.

Se non era possibile intaccare il 41-bis dall’ordinamento, fu scardinato l’ordinamento nelle sue basi: è quello al quale oggi assistiamo. Con il beneplacito della classe politica – una volta stroncato il terrorismo – si diede il via a quel “liberi tutti” così gradito alle mafie il quale, osserviamo ogni giorno che passa una sostanziale tolleranza di una quota di delinquenti liberi come l’aria.

 

Il problema non è quello di costruire qualche nuovo carcere – non sono poi spese enormi da affrontare per una nazione che è la terza economia dell’Unione Europea – bensì il fatto che la gente, in carcere, le varie mafie non vogliono che ci stia, e la giurisprudenza ha accettato questo “scambio”: Matteo Messina Denaro è libero come l’aria ma la pace sociale, seppur violentata da centinaia d’omicidi che vengono puniti con l’acqua fresca, è garantita. Gli assassini di Willy erano due nullatenenti che viaggiavano in costosissimi Suv e scorrazzavano con potenti motociclette, già  segnalati per violenze varie e porto abusivo d’arma, sempre condonati con pene pecuniarie: datevi una risposta e fatevene una ragione.

 

Non ci resta che piangere: mai sentenza fu più azzeccata.

 

(1) https://www.youtube.com/watch?v=YZSOuKdr9Fo  

08 settembre 2020

Ogni anno scade l’8 Settembre

 

Di per sé, questa data fausta/infausta che scade ogni anno potrebbe anche entrare nel dimenticatoio del dibattito, per prender posto nel suo spazio storico che la sua importanza gli compete. Potrebbe: ma non può, non riesce.

C’è ancora, in Italia – almeno, queste sono le cifre ufficiali – un buon 15% di persone (FDI) legate al culto di Mussolini, al punto di presentare i suoi lontani eredi sulla scena politica. Non bastasse Alessandra, presto arriverà Caio Giulio Cesare. Sempre Mussolini.

 

Fatto salvo che questi personaggi sanno soltanto sfruttare sotto l’aspetto mediatico il nome che portano (e non gliene frega una cippa del passato del loro avo) rimangono milioni di persone che ritengono la fine del Fascismo come la fine dell’onore della comunità italiana nel mondo. E, notiamo, sotto l’aspetto storico non hanno tutti i torti nel sostenere che il concetto di Patria si dissolse in un lontano Sabato qualsiasi della Storia italiana. La Patria è il luogo d’aggregazione di tutti gli italiani: se improvvisamente ne compaiono due (ed un po’ farlocche entrambe), possiamo continuare a riconoscerci nel medesimo universale? Né è sufficiente che, due anni dopo, la due “Patrie” si ricongiungano, poiché sono vissute per un tempo sufficiente nel fornire diverse asserzioni di “Patria” che non giungeranno mai ad una sintesi.

 

Mettiamoci la fretta di Togliatti ministro della Giustizia (il quale, personalmente, avrebbe piazzato davanti ad un muro centinaia di persone) nel cercare una frettolosa pacificazione, le necessità dell’economia d’allontanarsi da quegli anni di pane di segatura e di grasso chiamato “carne”, l’esigenza impellente di ricostruire i collegamenti stradali e ferroviari fra le due “Patrie”…e la frittata è fatta.

Le due “Patrie” si mescolarono, ma all’interno d’ogni persona rimasero ben definite. Anche perché al Nord occupato dai tedeschi c’erano molti antifascisti, mentre nel Sud “liberato” dagli angloamericani sopravvivevano molti sostenitori del Duce.

 

Passarono gli anni e la situazione si acquietò ma, ad un furbacchione romano venne alla mente di scatenare, nel nuovo luogo d’aggregazione – la Tv – i sentimenti “di pancia” degli italiani. Non penso che Gianfranco Funari fosse pienamente cosciente del rischio che si assumeva – in fin dei conti, era un ex croupier divenuto per il rotto della cuffia cabarettista – ma lo sdoganare tutti i sentimenti “di pancia” degli italiani non fu una buona mossa, soprattutto perché – la “audience”, nel frattempo, era divenuta il “faro” da seguire – molti giornalisti, con attributi ben maggiori rispetto a Funari, ne sposarono le tracce.

Dagli anni ’80 in poi, il nostro vivere è divenuto sempre più “duale” e riconosciuto valido solo se, alla fine della tenzone, c’è un vincitore ed un perdente: si potrebbe quasi affermare una forma di “Patria duale”, sfaccettata e scomposta in mille riflessi: dal più comprensibile confronto politico alla morale, dalla moda all’alimentazione, dal “sentire” in modo antitetico anche questioni scientifiche, come il mutamento climatico o l’epidemia di Covid, fino  quisquilie senza senso: a leggere i commenti sui quotidiani, c’è da rimanere allibiti per il non-sense di tante affermazioni, utili soltanto per riuscire a “sconfiggere” l’altro commentatore.

 

Si tratta di un ben strano concetto nell’esercizio della democrazia, poiché non si ascolta quasi mai l’altro, occupati come si è a tentare di distruggerlo, d’annullarlo, d’imporsi e basta. E’ quasi un esercizio inutile leggere i commenti sui grandi quotidiani o sui siti che dicono di praticare la controinformazione, giacché ovunque ci siano traffico e molti commenti, immediatamente si scatena il medesimo copione.

Si può rispondere se l’8 Settembre 1943 (o il 25 Luglio dello stesso anno) siano stati la fine della Patria?

 

Non penso.

Ritornando a quei giorni, alla condizione nella quale era ridotta l’Italia, c’era oramai poco da fare: l’Italia bombardata incessantemente dai bombardieri che, oramai, decollavano dalla Tunisia, invasa nel suo Meridione, senza armi moderne da opporre, non aveva speranza. La scelta d’arrendersi fu la più saggia, giacché altre opzioni non esistevano: sacrificare milioni di persone, sotto le bombe o uccisi al fronte aveva ancora un senso? L’esito era scontato.

La fortuna italiana fu che, seppur subissata dal potere fascista, esistevano ancora altri centri di potere: uno su tutti, la Monarchia, che ebbe il coraggio di “inventarsi” qualcosa, pur sapendo d’essere, dopo, obbligata a fuggire.

 

A questo proposito, Rachele Mussolini, la moglie, consigliò al marito di non recarsi all’appuntamento fatale con il Re: a ben vedere, Mussolini poteva arroccarsi con la Milizia, far arrestare gli oppositori del 25 Luglio…e poi?

Sono sempre stato convinto che Mussolini – il quale doveva per forza individuare una soluzione – la trovò il 25 Luglio 1943, quando comprese che sarebbero stati altri a togliergli le castagne dal fuoco. Dopo, sì…creò l’effimera Repubblica Sociale…pensò di riuscire a scappare in Svizzera…forse sperava in un aiuto da Churchill…ma, in fin dei conti, quel che accadde dopo fu solo colpa sua.

 

Non ho mai avuto simpatia per Pietro Badoglio, personaggio infido, sfuggente, opportunista…però, quando nel 1940 si cominciarono a sentire venti di guerra, si recò da Mussolini (era il capo delle Forze Armate) e gli spiattellò, numeri alla mano (citato nei diari di Ciano), che l’Italia non era assolutamente preparata per affrontare una guerra: secondo i calcoli dei militari, assumendo ottimisticamente i dati sulla produzione industriale, ci sarebbero voluti almeno 2 anni e mezzo per essere pronti, ossia nel 1943, quando la guerra era oramai perduta.

 

Ma gli italiani, che ancora oggi gridano al “tradimento” nei confronti dei tedeschi, dovrebbero riflettere su quanto i tedeschi stessi ci hanno tradito, abbandonandoci in Russia di fronte all’attacco che sapevano imminente, “sfilando” in silenzio le loro forze per poterle salvare anzitempo. Ci riposizioneremo 200 km ad Ovest, come difatti avvenne…gli italiani? Eh, chi se ne frega…manco glielo diciamo, così rallentano i russi…

Sulla destra della Julia doveva esserci un reparto tedesco ma…nel momento dell’attacco, erano già svaniti! Come ricorda Giulio Bedeschi: i tank che si scorgevano in lontananza non erano tedeschi, bensì i T-34 russi che non avevamo mai visto e che li stavano circondando!

 

Ma la follia hitleriana giunse alla decisione di non invadere la Gran Bretagna perché nei sogni di quel folle, in Europa, la Germania avrebbe dovuto governare l’intero continente facendo poi i conti con l’URSS, mentre la Gran Bretagna sarebbe rimasta potenza marittima ed imperiale.

Le 8.000 chiatte e navi che aspettavano il via per invadere l’isola – 35 km di mare! – attesero invano, e non fu causa di Goering che non riuscì a distruggere la RAF, bensì dal “sogno” mutato nella caleidoscopica visione allucinata di Hitler, che non desiderava la fine dell’impero inglese…e non riusciva a comprendere perché gli inglesi non lo capissero!

Le vere decisioni inglesi, nel caso dell’invasione, erano quelle di trasferire la Corona ed il Governo in Canada e di non impegnare la Royal Navy in quel conflitto, perché sacrificarla in quell’occasione avrebbe privato la Gran Bretagna della sua potenza marittima, l’unica che poteva mettere sulla bilancia dell’alleanza con gli USA: i tedeschi lo sapevano benissimo dai loro contatti con l’aristocrazia inglese e scozzese, che curavano molto già da prima della guerra.

D’altro canto, lo sbarco tedesco prevedeva l’invio di ben 8 divisioni corazzate, tre di paracadutisti e aviotrasportate, e circa 20 di fanteria mentre gli inglesi non avevano quasi nulla da opporre: il poco che avevano salvato a Dunkerque, anche quello un “regalo” tedesco non compreso.

Se per l’Italia la guerra fu perduta il 10 Giugno del 1940, e per la Germania il 1° Settembre 1939, non c’è molto da stupirsi: quando mai, due Caporali fanno comunella e vincono una guerra?

 

E i frutti, li vediamo ancora oggi: volete sapere l’ultima dei due caporali?

Si videro per l’ultima volta il 20 Luglio 1944 a Rastemburg, subito dopo il fallito attentato al Fuhrer. Era presente un interprete poiché, per quanto se ne dicesse, Mussolini non parlò mai il tedesco: conosceva qualche parola, poche frasi ed era necessario l’interprete. Cosa si dissero?

Nell’atmosfera rilassata che si nota dal filmato (1), con saluti romani e nazisti molto distesi ed approssimativi, il copione è di due vecchi che s’avvicinano alla fine, e lo sanno bene di non avere più molto futuro davanti a loro.

L’interprete, la sola persona presente all’incontro riservato, raccontò di una breve comunicazione di Hitler sulle V1 e V2, ma senza porci troppa enfasi. Finalmente, passarono a raccontarsi le loro avventure di Caporali, uno sul Carso e l’altro in Belgio, della loro vita di trincea, entrambi giunti al grado di Caporale solo per il trascorrere del tempo, ossia perché erano ancora vivi. Sorrisi, tristi, e cordialità, di circostanza: infine, dal treno, saluti da scolaretti in vacanza.

 

Mentre gli alleati erano guidati da Churchill, ex Primo Lord del Mare, da Roosevelt che giunse al terzo mandato e da Stalin che, per quanto crudele, seppe organizzare una grande Nazione per vincere una guerra combattendo per due anni da solo contro il Reich, noi eravamo guidati da due Caporali, più un “Divino Imperatore” il quale, pur di mantenere la poltrona, rinunciò anche alla sua divinità.

 

La “classe non è acqua”, si racconta: rammentiamolo, quando nuovi “caporali sovranisti” dovessero affacciarsi al potere. La Patria? E chi se la ricorda…

 

(1) http://www.ponzaracconta.it/2020/06/29/mussolini-e-hitler-due-dittatori-a-confronto-4-lultimo-incontro/