01 novembre 2020

Giochi del mare, e del destino beffardo

La Gretel alla fonda

Silenzio, solo silenzio.

Nulla è più vero, nulla ha più sostanza: il nulla non può né espandersi né comparire, giacché è l’assenza del sé, l’astrazione della presenza.

Vie vuote, sguardi persi, contatti prima veri, poi sgusciati via come anguille fra le mani: eternamente vive, ed eternamente libere.

 

In navigazione verso Portofino (con vento contrario)

Venezia si perde, si osserva e si chiede chi è. Difficile risponderle. La Venezia più splendida pare essere quella vuota, liberata dalle presenze estranee le quali, paradossalmente, sono quelle che la fanno vivere.

No, non la fanno vivere, perché – nota a margine – arricchiscono soltanto americo-cinesi o russo-inglesi che l’hanno comprata, come sul banco della pescheria: tranciata a pezzi oppure a fette, come il grande tonno che mi occhieggia e mi guarda lamentoso, per la voglia di mare che ancora ha negli occhi. Poi, la testa sarà buttata, perché la sua voglia di mare non conta niente. Contano solo i baiocchi che genererà.

 

Eureka! L'Ammiraglio esulta: è finalmente entrato il bullone che ferma la delfiniera, così potremo agganciare lo strallo di prua!

 

Lasciamo ed entriamo, lasciamo l’automobile al piano numero nove del parcheggio a torre per infilarci sul vaporetto numero 2 della “circolare” che ci porterà alla Giudecca: sia sempre maledetto il bastardo del cantiere, che ieri non ha “avuto tempo” per far calare con la gru la barca in mare, ed oggi è già tempesta: come si può, con un mare che mostra onde oltre i due metri, prendere il mare da un porto che – pur osservando scrupolosamente la via segnata dalle briccole – non supera i due metri di profondità? Vogliamo, nel cavo dell’onda, andare a sbattere con la chiglia nel fango? L’Ammiraglio, dopo la riunione dello Stato Maggiore della Gretel, ha sentenziato, e all’Ammiraglio si obbedisce e basta.

Bisogna cambiare porto – difatti gli avevamo detto che saremmo andati a Novigrad, in Croazia – e lui, il gran bastardo, non ha trovato il tempo per lasciarci andare, liberi in mare. Sa già che, con il periodo delle tempeste, prenderà altri baiocchi, almeno quelli dell’Inverno. Speriamo che la grappa gli vada di traverso, anche la miglior rakja della Bosnia, per tutto l’Inverno.

 

Intanto, il Nostromo, ligio agli ordini spennella l'antivegetativa

Venezia, in ogni modo – anche se non arrivi dalle bocche del Lido o di Malamocco – è sempre un mistero: paradossalmente, non è né bella e né brutta, ma solo affascinante, misteriosa, zeppa di consuetudini e di domande inevase.

Come si fa a pensare un capoluogo di regione, una città che tutti conoscono nel pianeta, un gioiello di storia gloriosa che, oggi, ha 53.000 abitanti? (1)

Posso affermare di conoscerla bene, anzi, benissimo, visto che ho imparato ad andar per mare – oramai 50 anni fa – proprio fra i suoi canali interni, le sue “autostrade” da tenere sempre ben presenti, catalogate dalle briccole che segnano il canale navigabile nella laguna. Ancora ricordo quando mio padre volle tentare – senza ascoltare gli avvertimenti di un 17enne – di “tagliare” una curva per accorciare il percorso verso Burano per leggere un misterioso cartello che non riusciva a scorgere bene: quando riuscì a leggerlo, c’era scritto solo “secca” e, nel medesimo istante, la prua s’infilò nel fango del fondo. Così mi toccò scendere in mare per alleggerire la barca (mio padre non sapeva nuotare, mio fratello aveva solo 8 anni), infilarmi fino alle ginocchia nel fango e riportare la barca nel suo elemento: l’acqua. Anche sotto la chiglia: meno male che era solo una lancetta di 4 metri a fondo quasi piatto.

 

L'Ammiraglio è perplesso: il Capitano starà dando bene la vernice speciale dell'elica?

 

Poi, siccome non amavo molto arrostirmi sulla spiaggia, accettavo volentieri di fare le mille “commissioni” che, volentieri, assegnavano ad un ragazzo i “marinai” di terra ferma: uno scalmo perso, una coppiglia d’elica rotta, un remo spezzato, una candela “fredda” di ricambio per il motore…

Così, solo, m’infilavo fra le fresche calli di Fondamenta Nuove, fra uno “squero” dove eleganti gondole prendevano forma  e magazzini – sotterranei, non riesco ancora oggi a capire come potessero esistere magazzini di materiale nautico sotto terra, dove la terra non c’era! – per cercare quello scalmo, quella coppiglia…

L’Arsenale era ancora usato: non ne uscivano più galee, certo…ma barconi da trasporto, qualche barca a vela, bragozzi…una volta mi capitò d’incocciare un corteo funebre che traversava la laguna per dirigersi verso l’isola di San Michele, dove c’è il cimitero (2). Un corteo di gondole, silenzioso: nemmeno i remi schioccavano contro l’acqua della laguna. Ricordo che spensi il motore, un segno di rispetto non richiesto ma gradito.

 

 

L'Ammiraglio ed il Capitano valutano bene la tenuta, i rimandi ed il sartiame dell'albero. Terrà? Ancora non sanno del brutto scherzo che farà loro il "gruista" del cantiere.

La Giudecca è sempre più “solida” e sincera delle rive del Canal Grande: ci abitano più persone vere, non ectoplasmi, efebi od ingioiellate da piazza San Marco, caffè Florian od Harry’s Bar…meglio Malamocco e Pellestrina con i loro minuscoli orti, verdeggianti fra le case ed il blu della laguna. Ma, in tutto, sono oramai 50.000 persone.

Ci sono isole abbandonate, come le Grazie, Poveglia e tante altre, che sono abitate solo per figura: Sant’Erasmo – un tempo “orto di Venezia” – oggi è anche lei alla ricerca del turismo inconsistente di Venezia, quel turismo che morde e fugge in un amen, e dove ogni morso lascia il segno.

Scendiamo dal vaporetto a Palanca – la fermata si chiama così perché, all’epoca, traversare verso la Salute in gondola costava una palanca – e noto con piacere che i vaporetti sono diventati silenziosi e discreti: fa più casino il mio motore da 40 cavalli, che è un semplice diesel da barca a vela. E’ per quello che fanno casino: per dirti “basta” ed alzare la vela.

Il Nostromo ed il Capitano complottano: come la prenderà, l'Ammiraglio, per il casino che c'è qua dentro? Mi sa che finiamo mozzi entrambi...

 

 Siamo ospiti di un amico dell’Ammiraglio, che insegna all’Accademia a Venezia e lo attendiamo in un bar sul canale: finiamo nel discorso più abominevole fra uomini…la tale? Sì, la conoscevo…abbiamo avuto una storia…come, anche tu? Il terzo annuisce, sì, anch’io…bei tempi. Concordiamo: che donna! Ne valeva senz’altro la pena. Suvvia: non scadiamo nelle bagatelle da bar sport!

Nessuno vuole parlare di se stesso, perché tutti abbiamo troppo passato e poco futuro davanti, e lo sappiamo bene. E, in quel passato, sono annidati molti nodi dolorosi che nessuno vuole far emergere, nodi che hanno cominciato ad aggrovigliarsi quando ci conoscemmo, fra i banchi dell’università nell’Autunno del 1969, e si sono aggrovigliati e dipanati solo dopo le lacrime. Il bello – si fa per dire – è che ciascuno di noi ben conosce i nodi e le lacrime dell’altro.

L'Ammiraglio e il Nostromo sono felici, anche dopo il brutto scherzo del gruista...eh, nella vita ne abbiamo passate tante, passeremo anche questa...(ed io rimango Capitano, eh, eh, eh...)

 

Da quel tempo lontano n’è trascorso di tempo…eppure – chissà, forse una magia del Fato – non siamo rimasti amici: siamo stati generati fratelli, l’uno per l’altro. Uno per tutti e tutti per uno, come i Moschettieri.

Anche quando il Nostromo era disperso in terre persiane ed io stavo per partire per andarlo a prendere con l’automobile, senza sapere per certo dov’era: non esistevano telefonini…gli iraniani erano incazzati con tutti ed orgogliosi della loro rivoluzione. E il Nostromo era là, da qualche parte, fra Qom ed Isfahan. Gliela avrò resa quella sua Lambretta con la quale rimasi senza benzina per correre dietro ad una donna…glielo avrò detto dove l’avevo lasciata?

A Venezia, finalmente! Siamo un po' obnubilati dalle bottiglie...cerchiamo di tornare un po' in noi stessi...noi stessi? 'Azzo, che casino tornare in se stessi!
 

L’Ammiraglio è Ammiraglio e non si discute: a lui spetta sempre la sentenza finale, perché così è, il rango glielo impone. Anche se ha calcato tanti teatri italiani, e pure qualche set cinematografico, rimane un Ammiraglio: lui ha il comando indiscusso dei due scapestrati che da una vita si porta appresso. Il Nostromo, silente e meditabondo, ha sempre avuto un debole per le belle donne: quando, però, ha notato che sempre più uomini ammazzavano sempre più donne, ha fondato un’associazione, un luogo dove gli uomini potessero sedersi in cerchio e guardarsi negli occhi, prima di dar mano ai coltelli od alle pistole. Oggi, molti lo cercano ed anche dall’alto qualcuno s’è accorto che sedersi in cerchio è la miglior soluzione per frenare la stupida mattanza. Solo che, dall’alto, fanno fatica a capire le soluzioni semplici, ma il Nostromo è tignoso e determinato: non molla mai, è una roccia di determinazione, e continua a tallonarli. Mica si è Nostromi per nulla.

Il Capitano, il Capitano…i due sanno che avere il comando di una barca è una responsabilità mica da riderci sopra…capire subito perché non parte la pompa di sentina rappresenta la differenza fra stare asciutti o finire in mare…più che rispettarlo lo amano, come si amano i pazzerelli giocherelloni.

 

Così, ci godiamo insieme la pace di una Venezia inconsulta, perché incapace di vivere la sua odierna pace e, pur amandola oltre ogni possibile velleità, sa di non potersela permettere: questa è la dicotomia che deborda dalla città più strana della Terra, la città dove ci sono i supermercati, ma il camion del supermercato deve essere imbarcato dal mini-traghetto merci che passa quasi ogni mezz’ora, per poi sbarcare nel solo posto dove sia possibile la discesa del camion. E dopo? Dopo…barche, carrelli e tante, tante braccia.

 

Il Mulino Stucky, là fuori, veglia su di noi...

Arriva Adriano, insieme a due suoi ex allievi e c’è subito un remescio fra Adriano e l’Ammiraglio perché l’Ammiraglio ha una barca a vela – un Dinghy 12 piedi  (3,6 metri) – ma non vorrebbe vederla disseccarsi nel garage dove la tiene. Discutono, si animano…Adriano non ha posto per metterla…pochi ormeggi nei canali, anche nei canaletti…e mi viene il dubbio che per Adriano sia più comodo spostarsi con la “carta Venezia” coi vaporetti, piuttosto che affidarsi al motore (che non parte, rimane senza benzina…) mentre la navigazione a vela, nella laguna, è una follia, giacché non ti riconoscono la precedenza, come usa in mare.

Io (il Capitano) ed il Nostromo osserviamo silenti il battibecco fra due marinai che si rimpallano una barca in regalo: uno non può più tenerla, l’altro non sa dove metterla…mah…il Nostromo osserva insieme a me l’assurdo (ed amichevole) diverbio. Il Nostromo è tale perché suo fratello ha una barca a vela in Liguria…ma suo fratello è il maggiore…e dunque “cazza un po’ la randa!”…si signore…”lasca un po’ il fiocco!”…fatto!...così, nella vita familiare, si diventa Nostromi senza sapere nemmeno il perché.

 

Adriano ha le borse della spesa: ‘ndémo a magnar o non andémo? Andiamo a cena, dai, e piantatela un po’ lì con quella barca! Nel tragitto gli spieghiamo la nostra odissea col bastardo del cantiere, il motivo per il quale non siamo arrivati via mare…te lo vedi? Non ghe se posto per barche a Venezia! E si ricomincia.

Scorre la calle, strusciano i giubbotti da mare contro le strette pareti di pietra ed arriviamo a casa, c’inerpichiamo su per una scala da brivido, mentre Adriano ci racconta che, sotto, ha pure l’orto! Piccolo, va beh…però per quel che serve basta…

Adriano merita di conoscerlo (3) e mi raccomando, guardate il filmato per due motivi: prima cosa gli orchestrali sono quelli che gestiscono il bar dov’eravamo prima, per seconda cosa toccate con mano cosa spreca la musica italiana, oggi, per trasmettere nell’etere un oceano di cazzate.

 

Tò: passava di qua una chitarra...

Si mangia, finalmente, e si beve. E si suona: a volte mi ricordo pure che sapevo suonare, ma il violino oramai dorme sonni gravidi di eoni trascorsi, mentre il piano, quando lo apro, mi manda subito un messaggio: “Accordare” “Accordare” “Accordare”…e piantala! Guarda che ti metto nella stanza in fondo, al posto della pianola elettronica se non la pianti! Non la pianta, ed ha ragione.

Eppure, nella magia veneziana di una notte di quasi-tempesta anche le note tornano a scendere dalle mani, anche la voce torna a salire su, verso il soffitto affrescato, nei toni tenui di una casa che ha visto Venezia scorrere, dalla galea alla super accessoriata nave da crociera la quale, orgogliosa come una baldracca stinta, ti sfila ad un tiro di fionda dalla finestra, lasciandoti solo un’onda immonda che sciaborda, nervosa e prorompente.

 

Ma la notte procede – ed il vaporetto della notte non aspetta – così io e il Nostromo torniamo in albergo: una albergo che, almeno, è economico e non nasconde la sua povertà portandola dignitosamente, come se il tempo si fosse fermato in Via della Povertà. L’Ammiraglio si ferma da Adriano: che vogliano continuare, ancora ed ancora, la bega di un Dinghy che nessuno vuole? Mentre torniamo rammento sempre la sequela di maledizioni per il tizio del cantiere, che mi fa dormire in un alberghetto squalliduccio mentre sarei potuto addormentarmi con l’oblò di prua proprio sopra i miei occhi. E chi se ne frega se fuori c’è tempesta…

 

Venezia ci saluta con l'immagine di questa chiesa, vicina a san San Basilio...con quel cielo ambiguo, che già si tinge dei colori dell'alba...

 Arrivederci alla prossima Primavera, non c’è altro da fare per adesso: i marinai, quando sono a terra, piantano fave e piselli, così li masticheranno, gioiosi, in mare, rammentando così l’eterno sposalizio fra l’acqua e la terra, fra il sole ed il vento. All’infinito.

PS: forse volevate leggere l’ennesima puntata della serie Tv “Coronavirus & Company” in onda a reti unificate. Mi spiace: avevo voglia di raccontare storie di mare  e di una città magica, che ancora una volta è capace di farti sognare e ti terrà compagnia per tutto il lungo Inverno. Spero anche a voi.

 

(1) https://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2015/02/23/news/da-175-000-a-56-000-abitanti-cosi-si-svuota-venezia-1.10921951

(2) https://www.youtube.com/watch?v=eFoeIaEud2A

(3) https://www.youtube.com/watch?v=MN_len5r1LI

7 commenti:

ambrogio negri ha detto...

Venezia è stata per me il primo colpo di fulmine per un luogo. Una sera di un sabato dell’estate ’65 ero al bar con tre amici fraterni quando, un po’ per noia e un po’ per inaugurare la fiammante 500 che Marcello aveva da qualche mese, decidemmo di compiere una zingarata: Andare a fare colazione a Venezia.
Prendemmo uno dei primi vaporetti della mattina e giungemmo in piazza San Marco di mattina presto. Per me fu una visione incantata. Trascorremmo la mattinata girando per le calli, sorpresi dalla bellezza di ogni angolo, poi visitammo la Basilica ed il Palazzo dei Dogi. Tutto era splendido.
Nel ritorno a Milano, ci fermammo a Vittorio Veneto, dove i genitori di Giorgio ci offrirono il pranzo ed una bottiglia di grappa a testa.
L’ultima volta che sono stato a Venezia, dopo numerose puntate negli anni, era il 2008. Fu allora che ebbi la sgradevole sensazione di trovarmi trascinato da una fiumana di zombie, che nulla avevano a che vedere con gente interessata alla storia e all’arte. Perciò ora mi accontento dei ricordi e di quanto mi offre internet quando desidero “rivisitare” quel luogo incantato.
Ciao

Carlo Bertani ha detto...

Caro Ambrogio, visto che non sei poi così lontano, ti consiglio vivamente - appena si potrà - di recarti a vederla di nuovo. Non è più quella di quando eravamo giovani: no, non si può dire perché...mancano i veneziani! In ogni modo, c'è tanta pace, mille rumori che non conoscevi, con tutta quella gazzarra...Acc...spero che con la grappa ci siate andati piano! Ciao
Carlo

massimiliano p ha detto...

Finalmente i racconti delle scorribande con la Greta. A parte Tizio del cantiere, mi sa che è stato un bel viaggio.

Ciao
Massimiliano

Carlo Bertani ha detto...

Eh sì...perché il Bastardo ci ha proprio rovinato tutto. L'Ammiraglio aveva già spiegato la rotta e il Capitano e il Nostromo avevano approvato. Rotta per 90° fino all'Istria (Novigrad, Parenzo, ecc), sosta con pranzo e rakja a volontà, poi rotta per 350° fino a Pirano, rotta per 70°, Trieste e poi 240° fino al Lido. Sosta a Venezia e poi giù, per 190° fino a Porto Levante. C'è stato solo un giorno di burrasca, e saremmo rimasti in Istria a goderci il vento e la grappa. Poi, anche col "mare vecchio" del dopo burrasca la Gretel - costruita per l'onda del Mare del Nord . se ne sarebbe fatta un baffo: al massimo si ballava un po'. Mai i bastardi esistono, come gli stupidi, e questo è il guaio della nostra Italia.
Ciao
Carlo

massimiliano p ha detto...

Effettivamente è proprio un altro viaggio.

P.S.
Sono sempre stato un po' rinco... e l'avanzare dell'età non aiuta. Carlo, quando ti capita, fammi il piacere di scusarmi con la Gretel per averla ribatezzata.

Ciao
Massimiliano

Carlo Bertani ha detto...

Non se n'è manco accorta...figurati...sta riflettendo sulla sua gru di poppa, ancora da ri-saldare...
Ciao
Carlo

KETINA BARLEY ha detto...
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