13 ottobre 2019

Giustizia ad orologeria?


Spesso, il funzionamento della giustizia viene considerato una forma di lotta politica: molti, a Destra, credono senza dubbio in questo concetto. Il vero problema, però, è un altro: ogni volta che si mette mano alla giustizia, un governo inizia a traballare ed iniziano estenuanti confronti per cambiare, in fin dei conti, il nulla che consente a Tomasi di Lampedusa d’esser sempre lo scrittore più ricordato dagli italiani. Dalle arringhe di Cicerone agli svolazzi gattopardeschi, nulla deve cambiare: ed inizia il conteggio ad orologeria per il governo.

Ci si mette anche l’Europa, con una sentenza che richiama i nobili principi della filosofia del Diritto, e ci presenta il conto del nostro vagare senza costrutto fra claudicanti sentenze e dubbie riforme. Il tutto, viene presentato dalla classe politica – all’unisono – come l’ennesimo attacco all’Italia, che non potrebbe più combattere la Mafia se dovesse applicare ciò che la CEDU ci ha consigliato. Il che, è proprio la classica “cippa” mediatica ad usum stultorum.

La CEDU ha posto l’indice sul nostro “strano” (a dir poco) metodo di valutare la “redenzione” del condannato, ossia proprio il “metro” che viene applicato per la valutazione: mentre in quasi tutti i sistemi giuridici occidentali (latini ed anglosassoni) – non prendo in esame altri diritti, altrimenti la questione sarebbe troppo complicata – la valutazione è quella di stabilire se il condannato ha realmente realizzato la consapevolezza della gravità dell’atto commesso, oppure se rimangono zone d’ombra in questa presa di coscienza. Meno che mai, però, il “premio” della libertà può essere valutato soltanto su una rozza base di “do ut des”, come avviene per il fenomeno – tutto italiano – del pentitismo.

Fino agli anni ’70 una forma primordiale del fenomeno la possiamo ritrovare nell’uso – che sempre è esistito ed è perfettamente logico – della maggiore o minor dilatazione del concetto di attenuante, che il giudice valuta secondo la situazione.
Dagli anni ’70 in poi, il fenomeno del pentitismo prese piede per sconfiggere, nel minor tempo possibile, il fenomeno del terrorismo. Fai dei nomi, dicci quel che sai e sarai “premiato”: un fenomeno relegato ad un’emergenza, perché salta immediatamente agli occhi la contiguità di tale concetto con la legislazione di guerra quando – per contrastare il lavoro delle spie – si giunge a compromessi, a volte assai pesanti, sul fronte delle garanzie costituzionali.

L’Italia degli anni ’70, però, non era formalmente in guerra, a meno che non si desideri estendere “a piacere” il concetto di emergenza giuridica a tutto tondo: come ci pare, ci serve o ci conviene. Qui, a mio avviso, giunse il primo vulnus.
Il secondo, più grave, fu quando si meditò d’estendere il principio alla lotta alle Mafie, e per due motivi.

Mentre sul fronte del terrorismo, grazie al pentitismo – se non sincero, era più il pentimento del prigioniero di guerra, dello sconfitto di quello interiorizzato – i risultati furono confortanti, nel senso che i pentiti si distanziarono realmente dalla lotta armata, sul fronte delle mafie le cose andarono in tutt’altro modo.
Non starò a perder tempo ad illustrare i tanti fenomeni che abbiamo osservato nel corso di queste vicende: pentiti che si “spentivano”, che appena fuori dal carcere riprendevano le attività criminali, che utilizzavano i soldi ricevuti dallo Stato per nuove attività criminali, ecc. A fronte di qualche risultato, la correlazione fra reato e pena è stato distrutta: questo è il danno peggiore.

Il secondo motivo è più sottile, meno evidente, e riguarda le attività investigative. Divenuta un’abitudine che qualcuno “cantasse” (il vero o il falso, poi tutto da vedere) le attività investigative divennero più fiacche, il pensiero analitico di correlazione degli eventi di un Maigret o di un Montalbano rimase confinato al mondo degli scrittori che, quando scrivono libri gialli, in fin dei conti, giocano a fare il commissario. L’abitudine divenne: con le buone o con le cattive, fatelo cantare. A ben vedere, un metodo che riportava indietro le lancette della Storia della criminologia e dei metodi investigativi ai tempi dell’Inquisizione.

Purtroppo, ne abbiamo una prova nel disastroso fenomeno dei femminicidi: ogni due o tre giorni, fateci caso, una donna viene uccisa. Dal marito o dall’amante, dal padre o dall’innamorato respinto ma viene uccisa, ed è un fenomeno sul quale non possiamo invocare scusanti, di nessun tipo. Molto spesso, la donna uccisa s’era rivolta alla Polizia, ai Carabinieri o ad un magistrato, senza nessun risultato.
Certo, la sociologia potrà fornirci degli appigli per spiegare il fenomeno, ma non si può chiedere di cambiare la società altrimenti la disperazione s’incanala lungo la via di un coltello o di una pistola. La società andrebbe cambiata perché ingiusta e violenta nei confronti del cittadino, e questo è auspicabile e bisogna lottare per ottenerlo, ma se una donna smette di essere il calmiere delle angosce sociali – ossia sesso e pastasciutta a piacimento – non si può cancellarla dalla vita, perché le donne soffrono le angosce sociali come gli uomini. Sono, solo, più deboli fisicamente.

Su questo esempio, deraglia il treno delle indagini, perché le donne non “cantano”, le donne si lamentano: solo che nessuno le ascolta, i magistrati archiviano per leggerezza o cattiva volontà, poliziotti e carabinieri “passano” il verbale “a chi di dovere” e si finisce col funerale, che tutto cancella.
Ci sono tanti, altri casi nei quali la capacità investigativa è a dir poco carente: dai mille furti impuniti, dagli spacciatori conosciuti e tollerati in quanto, all’occorrenza, “gole profonde”, ai tanti omicidi mai risolti e ancora senza nome, al “russo” Igor che viene circondato da reparti militari in un quadrato di 20 x 20 Km e scappa come un fringuello, fino ai mille truffatori per i quali si è giunti alla pantomima degli “avvertimenti” di non aprire a nessuno, ecc. Un fallimento totale: nessuno ha più la ragionevole certezza che, sporta una denuncia, si arrivi a qualcosa. Anzi, sono gli stessi inquirenti a sconsigliare: tanto, spenderà solo dei soldi e non arriverà a nulla…

Tutto questo ha nome e cognome: la non certezza della pena.
L’omicidio volontario prevede una pena che va da 21 anni all’ergastolo, a secondo della gravità dell’atto ed è il giudice a decidere questa “forbice”. La pena realmente scontata, in media, è di 12,4 anni. L’omicidio preterintenzionale prevede pene dai 10 ai 28 anni: la media, ci dice 8,8 anni passati in carcere. (1)
Un uomo confessò l’uccisione della moglie 22 anni dopo: prescritto, non un solo giorno di pena. Pietro Maso, che uccise i genitori per avere l’eredità, oramai vive in Spagna tranquillo e sereno. Erika De Nardo ammazzò la madre e il fratellino: fuori dopo 10 anni.
Si potrebbero scrivere pagine e pagine su questi orrori giuridici, ma non voglio abusare del vostro tempo.

Personalmente, io credo che una persona che uccide volontariamente non dovrebbe più disporre della propria vita a piacimento, nemmeno un solo minuto. Però, questa è la mia convinzione personale, perché ho ben presente il concetto di sacralità della vita. Così come sono contrario alla pena di morte, poiché pronunciata da un Magistrato “in nome del popolo”, ed io non voglio sentirmi responsabile della morte di nessuno. Ma sono opinioni personali, discutibilissime.
E non mi dite che dopo “ci tocca mantenerli”, perché il lavoro nelle carceri c’è sempre stato ed è sempre stato vantaggioso, sia per le aziende e sia per i carcerati. Mio padre, un paio di volte l’anno, faceva il “giro” delle carceri dove la sua azienda forniva lavoro retribuito e serio: non le buffonate che si sentono oggi, solo biblioteche, teatri, qualche rara falegnameria…adesso sì che li manteniamo, ma è semplicemente una scelta politica.

Ma torniamo alla sentenza europea.
Quel che la CEDU ha realmente detto in quella sentenza, è che non si può decidere una forma di ergastolo “eterno”, senza prevedere forme di attenuazione o di rescissione della pena: soprattutto – fra le righe – la Corte ha voluto far notare che non si può demandare la pena – quasi un automatismo – al pentimento che preveda l’arresto e la carcerazione di un’altra persona, perché questo metodo non accerta che ci sia stato reale pentimento. Insomma: è una sorta di commercio! Mors tua, vita mea.
E molti fatti, in questo contesto, ci hanno mostrato quanto il pentimento fosse soltanto mirato al deferimento della pena, od alla sua trasformazione in pene accessorie.
E, tutto questo, disarticola il compito dei magistrati: solo se “canta” sapremo qualcosa, a cosa serve indagare…

Un coro unito, da Destra a Sinistra, si è rivoltato contro questo concetto, compiendo una vera disinformazione giuridica sui fatti: le valutazioni di reale pentimento, in molti Paesi, sono rigidissime, e molto raramente giungono ad un reale beneficio per il carcerato, eppure la nostra Magistratura difende questo anacronistico “diritto di guerra” applicato in tempo di pace.
Nel tempo, la situazione è diventata sempre più scottante: il buonismo permea le Procure, e i colpevoli sono solo persone “che hanno sbagliato” e devono essere redente.
Solo per fare un esempio, Pietro Cavallero, nel 1967 compì una rapina lasciando tre morti a terra. Catturato, fu condannato all’ergastolo. Fu liberato nel 1988, e lavorò presso il Cottolengo di Torino ed altre strutture assistenziali e non diede più nessun problema. Il suo pentimento fu profondo e sincero – che è un percorso aspro per chi è abituato ad imporsi con la forza – ed è proprio quello che chiede la CEDU nella sua sentenza all’Italia: valutare caso per caso, non regalare anni di libertà in cambio di un nome.

Qualcosa non va nel nostro sistema giudiziario e prova ne sia che il ministro Bonafede – che vuole fermare la prescrizione al 1° grado se c’è una sentenza di colpevolezza – prima è stato fermato da Salvini/Berlusconi ed oggi viene, ugualmente, avvisato per tempo da Zingaretti: “Oh sì, accelerare i processi è necessario…ma per la prescrizione ci vuole ancora una pausa di riflessione…” Ben sapendo che gli avvocati sanno benissimo come posticipare e rallentare le udienze, cosicché il concetto di non punibilità s’estende, e con esso la volontà di delinquere. Del resto, il PD aveva bloccato proprio il suo ministro, Orlando, quando aveva proposto la medesima cosa che oggi propone Bonafede.

Così si tira avanti, perché Falcone e Borsellino avevano appoggiato senza riserve il sistema “premiale” del pentimento a fronte delle confessioni non dei propri delitti, bensì su quelli degli altri!
Purtroppo, però, Falcone e Borsellino si sbagliarono su questo concetto: il pentimento dei terroristi giungeva da un percorso d’ideali falliti, quello dei mafiosi è sempre correlato a denaro e potere, che sono due aspetti che non muoiono mai e che hanno sempre molta “presa” nella società mafiosa (e non).
Del resto, in questi lunghi anni di pentitismo, abbiamo notato una vera e reale sconfitta delle Mafie? Il vero capo della Mafia, oggi, è libero come l’aria: si chiama Matteo Messina Denaro, la sua cosca di riferimento è quella trapanese, è coinvolto nel grande affare finanziario dell’eolico siciliano, fu “compagno di merende” di Giovanni Brusca…oh? Cosa vi devo ancora raccontare perché lo prendiate? Ma andiamo…

Le Mafie hanno capito che conveniva loro cambiar pelle, entrare nello Stato piuttosto che starne ai margini – difatti, anche al Nord, sciolgono consigli comunali ogni due per tre – e dunque, a cosa è servito svendere un cardine del Diritto come la certezza della pena, in cambio di nulla?

Adesso vedremo, a Gennaio, se il Governo riuscirà a mantenere le promesse ed a non posticipare alle calende greche un altro cardine del Diritto, ossia la preminenza della verità processuale sulla volontà dell’ignavia, del “mai si saprà” perché è trascorso solo qualche anno.
Se ciò non avverrà, propongo di sostituire la lettura critica de La Divina Commedia con Il Gattopardo, in ogni scuola d’ordine e grado, con la giustificazione – firmata dal Ministro – “perché più confacente alla realtà italiana”.


1) https://www.nonsprecare.it/pena-omicidio-volontario-italia-sconto-assassini-prescrizione?refresh_cens

03 ottobre 2019

L'aereo che cambiò il mondo

Oggi, voglio raccontarvi una storia senza che esista nessuna prova per confermarla – perché? Poiché non potrebbe esistere! – ma che, se ragioniamo col principio del “cui prodest” a fianco, e ci aggiungiamo che gli USA tutto sono stati, meno che dei colonialisti (e, quindi, non ebbero mai l’esperienza dei colonizzatori), potrebbe essere vera. Anzi, ci sono molte possibilità che sia veramente avvenuta. Vediamo.

Nella notte dei tempi, ovvero nel 1974, lo Scià di Persia era ossessionato dai voli di ricognizione che i Mig-25 russi (caccia fra i più veloci mai esistiti) eseguivano sull’Iran, e chiese aiuto agli USA, suo usuale fornitore di statunitense. Il 1974 fu anche l'anno dell'ingresso in servizio nell'aviazione di Marina americana dell'F-14 Tomcat: ebbene, proprio nello stesso anno, il presidente Nixon autorizzò la vendita di 80 Tomcat alla Persia e di 714 missili Phoenix per l'aereo, che raggiungevano la strabiliante (per l'epoca) gittata di 100 miglia nautiche, quasi 200 chilometri. Un sistema d’arma eccezionale, ineguagliato all’epoca.
Ora, è molto strano che un aereo appena entrato in servizio in una potente armata aerea (all’epoca, americane o russe, e basta) venisse fornito ad un’aviazione di un Paese (quasi) dell’allora terzo Mondo: eppure, così fu, anche se i comandi USA pretesero (ed ottennero) che il velivolo fosse privato d’alcuni sistemi elettronici d’ultimissima generazione.

Le ragioni? Difficile entrare nelle menti del Kissinger e del Nixon dell’epoca, però la sconfitta in Vietnam oramai evidente, più l’arretratezza dell’Arabia Saudita in campo militare e considerato “improprio” fornire ad Israele un simile mezzo, viste le incerte ed imprevedibili condizioni dello Stato ebraico, sempre in conflitto con i vicini arabi…beh…dovettero meditare che, fornire un simile mezzo allo Scià, sarebbe stata una buona scelta politica, per mantenersi fedele una Nazione che poteva diventare un “fulcro” militare fra il golfo Persico, l’area indo-pakistana, l’Afghanistan e l’Oceano Indiano. Calcolo logico, ma privo di attributi da colonizzatori: troppe incognite.

Difatti, nel 1979 – quando le commesse non erano ancora state completate – scoppiò la nota Rivoluzione Islamica, capeggiata dall’ayatollah Khomeini il quale, cacciato lo Scià, si ritrovò una quarantina (?) di F-14 sulle piste.
Ed ecco che viene incaricato un ex dipendente CIA, tale Saddam Hussein, per attaccare l’Iran: una storia che tutti conosciamo, e che avrà una certa importanza per quel che andremo a narrare.

Quali erano le condizioni dell’aeronautica iraniana? Più o meno disperate, giacché venne meno il sostegno USA per gli F-14 e d’altro c’era ben poco, un magazzino di robivecchi americani. Però, a qualcuno dovettero far gola quei bei gioiellini che gli iraniani non potevano manco usare al pieno delle loro potenzialità. A chi?

L’URSS, nel 1979, era ancora ben lontana dalla sua débacle del decennio successivo: qual era la sua produzione aeronautica di punta?
Dopo il Mig-19 ed il Mig-21, due aerei semplici – il secondo un buon caccia “rustico”, una sorta di Kalashnikov del cielo…qui e là ce n’è ancora qualcuno in volo – puntarono su due aerei: il Mig-27 per l’attacco al suolo ed il Mig-25 per la difesa aerea.
Il Mig-25 raggiungeva la stratosferica velocità di 3.200 km orari in quota: in sostanza, fu il “papà” del successivo Mig-31, ancora oggi in linea.

Col Mig-27 (una “riscrittura” per l’attacco al suolo del Mig-23) le forze aeree ci potevano anche stare, per ora gli americani non avevano tanto da vantare – la sconfitta in Vietnam fu anche una cocente delusione sul fronte aeronautico e missilistico – però Washington aveva capito che, il vantaggio accumulato nel primo dopoguerra sui sovietici, era svanito: bisognava cercare non tanto nuovi aerei, quanto nuove “strade” che portassero, concettualmente, a nuove generazioni di velivoli.

Si cominciò a prospettare la possibilità di una battaglia aerea senza contatto visivo (il noto concetto BVR, ossia Oltre L’Orizzonte Visibile) che già era stata tentata, in Vietnam, proprio dal binomio F-4 Phantom/missile A7 Sparrow.
Ciò che apparve chiaramente, in Vietnam, fu che i futuri missili aria-aria dovevano, una volta lanciati, proseguire autonomamente alla ricerca del bersaglio, senza essere più “legati” al radar dell’aereo che li aveva lanciati, lasciandolo libero di evoluire senza doversi preoccupare di “illuminare” il bersaglio. La capacità di colpire del missile A7 Sparrow, inoltre, se puntato in basso regrediva fin quasi a zero, a causa delle onde riflesse dal terreno (clutter): non dimentichiamo che gli USA persero, in Vietnam, ben 511 F4 Phantom II.

Gli USA dell’epoca, però, per capacità ingegneristiche, elettroniche e, soprattutto, finanziarie erano in grado di compiere il passo: misero al lavoro le loro migliori menti già negli anni ‘60 e, a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80 riuscirono a concretizzare i loro sforzi con tre velivoli che diedero loro un vantaggio impressionante sui velivoli russi: F-14, F-15 ed F-16.
E i sovietici?

I sovietici avevano vissuto “di rendita” per essere riusciti a controbilanciare la potenza nucleare americana con identici mezzi: le testate nucleari, ora, riposavano silenti nei loro silos sotterranei, nei sottomarini e nei lanciatori mobili. Gli USA erano avvertiti: un solo passo falso ed il Pianeta sarebbe scomparso sotto un’immane nuvola nucleare. Questa incertezza è ciò che ci ha regalato 75 anni senza guerre mondiali.
Non considerarono, però, che quella strategia “nuclear only” li rendeva fragili nel loro ruolo di potenza planetaria, giacché nelle guerre di “frizione” (Corea, Vietnam, ecc) potevano presentare ben poco: insomma, capirono a loro spese la frase che John Fitzgerald Kennedy aveva pronunciato con enfasi a Berlino Ovest: “Non accetteremo mai di farci bastonare a sangue sotto la protezione di un ombrello nucleare”.

Per ora, in Corea e Vietnam, l’avevano “sfangata” grazie ad errori grossolani e pessime valutazioni del rapporto scenari bellici/mezzi a disposizione degli americani e gli alti ufficiali sovietici – gli ammiragli carichi di “lasagne” ed i generali tintinnanti di medaglie come alberi di Natale – erano riusciti a presentarsi sulla Piazza Rossa senza temere siluri (interni) in arrivo.

I servizi segreti, però, segnalavano il “fervore” dell’amministrazione USA per nuovi mezzi, soprattutto velivoli: come tenera il passo del confronto strategico?
Come ricordavamo, si fecero raffazzonate “copiature” e “rifacimenti” dell’esistente ma era chiaro che la battaglia, se continuava con quei ritmi, sarebbe stata persa.
Già…perché l’F-14 – e i successivi F-16 ed F-15 che stavano per entrare in servizio – erano non una, ma un paio di generazioni avanti! Che fare?

Nel 1969, i vertici sovietici si riunirono (un po’ in ritardo) e decisero – da buoni apparatcik – che serviva un aereo superlativo se si voleva continuare la battaglia, e decisero d’investire sul nuovo velivolo ciò che serviva: attenzione, però: sul nuovo velivolo, uno solo, che sarebbe stato, per forza, nuovamente, un aereo multiruolo.
Gli USA, invece, già avevano capito il fallimento del concetto del “unico aereo in più versioni” ed avevano deciso di sdoppiare la linea, l’F-16 come caccia leggero e l’F-15 come caccia-bombardiere da superiorità aerea, mentre l’F-14 era destinato alle portaerei. La ferita in Vietnam dell’F-4 “sdoppiato” in due fotocopie, come caccia “puro” e da attacco al suolo, bruciava ancora.

I generali sovietici furono salvati dalla fortuna? Vedremo in seguito.
In quei tumultuosi anni, con mille timori addosso – va beh che non si finiva più in Siberia come sotto Stalin, però… – e con le notizie del KGB che segnalava ben tre aerei americani, differenti, che sarebbero entrati in servizio, i potenti generali dalle mille medaglie decisero: saranno due! Stavano per nascere (almeno sulla carta) il Mig-29 ed il Sukhoi-27. Il primo doveva essere un caccia leggero, il secondo un aereo da superiorità aerea: non c’erano vere portaerei, dunque…
Come andarono avanti le cose? Facciamo prima un passo indietro, perché entriamo nel campo delle ipotesi e di scarse prove: l’avevo premesso nell’abstract.

L’aviazione da caccia sovietica, nei primi anni ’70, tirava avanti con i Mig-23 ed i Mig-21: che cominciavano ad invecchiare, però erano così tanti!
Se cercate le nazioni che utilizzarono il Mig-21, troverete stranamente anche l’Iran: ma quando?
La domanda è pertinente: sotto lo Scià (fino al 1979) acquistavano negli USA (prima l’F-4 ed F-5, poi, inaspettatamente l’F-14) e l’unica spiegazione può essere che, durante la guerra contro l’Iraq, i sovietici fornirono all’Iran dei Mig-21, per far volare i tanti piloti “appiedati” per la mancanza di pezzi di ricambio: soprattutto per gli F-4, aerei grosso modo coevi del Mig-21, e dunque più “malleabili” per le competenze dei piloti iraniani.

Sappiamo che l’Iran, durante la guerra irachena, si trovò in situazioni terribili: giunsero a far “sminare” i corridoi nei campi di mine iracheni da volontari-suicidi per far passare i carri armati, una prova da kamikaze che però, a differenza dei nipponici, riuscì – se non proprio a vincere – a fermare l’avversario ed a difendere i confini. Nelle riflessioni della “guida suprema” e dei suoi collaboratori, dovette apparire un dilemma: guardare negli occhi l’eterno nemico sovietico doveva spaventare? O spaventavano di più gli Scud di Saddam Hussein?

Ma i sovietici (e, qui, bisognerebbe riflettere sul ventennio di Putin…), non davano mai con una sola mano: c’era sempre l’altra, che chiedeva qualcosa in cambio.
Cos’avevano gli iraniani di più prezioso del caccia di “grido” del momento, vero mattatore dei cieli degli anni 70-90?

La rivista Janes, nel 1985, pubblicò qualcosa in merito, senza però calcare troppo la mano, né pubblicare platealmente le sue fonti che, trattandosi della più famosa rivista militare del Pianeta, erano e sono ovviamente più che classificate.

“Iran gave the Soviet Union U.S. F-14 Tomcat and F-4 Phantom fighters to evaluate and allowed the Soviets to examine former CIA listening posts in northern Iran…” (1)

In buona sostanza, Janes raccontava che “alcuni” F-14 Tomcat erano “volati” in URSS insieme ad alcuni F-4 Phantom…ed in cambio erano arrivati i Mig? No, Janes non giunse a sostenere niente del genere, e non andarono oltre la segnalazione di quei “voli”. Gli americani glissarono…ma sì, i russi già avevano il Mig-25, che aveva delle tecnologie simili all’F-16 o all’F-15…insomma, come diceva la volpe di Esopo: l’uva, tanto, è acerba…

Qui, ci sono da precisare un po’ di cosette prima di procedere.
1) I russi non se ne facevano niente degli F-4: già da una quindicina d’anni i vietnamiti li avevano forniti abbondantemente di F-4 abbattuti o frutto di atterraggi di fortuna. Per chi non lo sa, gli americani ci misero tre mesi ad abbattere il loro primo Mig-17 in Vietnam, perdendo vari F-8 ed F-4. La commissione militare israelo-egiziana, dopo la guerra di Yom Kyppur, giunse alla conclusione (concorde) che il Mig-21 aveva vinto la sua sfida (dopo il Vietnam, anche in Medio Oriente) con l’F-4.
2) Il Mig-25 era un aereo velocissimo, difficile da intercettare proprio per la sua velocità. Ma, mentre (soprattutto l’F-16) era veramente un osso duro nel combattimento manovrato, il Mig-25 non valeva una cicca: l’elettronica (e, soprattutto, i missili!) erano antidiluviani rispetto al binomio AIM-120/AIM9, ed anche nei confronti del vecchi missili AIM7 Sparrow.
3) Oggi, l’Iran possiede una trentina di Mig-29 Fulcrum: secondo la vulgata imperante, sarebbero quelli fuggiti dall’Iraq alla fine della guerra del 1991. Può essere che qualcuno sia fuggito, ma non tanti così: non è che, per caso, facevano già parte dell’accordo F-14?
4) La tecnologia impiegata per il Mig-25 era soprattutto tecnologia dei materiali, ma niente che assomigliasse, per il controllo del volo, a quelle dei caccia americani.

Ma, i russi, avevano proprio bisogno degli F-14? Ritengo di sì.
Non fatemi dire ciò che non voglio dire: i russi hanno sempre avuto ottimi progettisti aeronautici – Pavel Osipovič Suchoj e Andrej Nikolaevič Tupolev, ad esempio – ed un primato indiscusso nella tecnologia dei materiali ma, nell’intreccio fra informatica, calcolatori e meccanica di alta precisione, erano rimasti indietro. Forse per le vicende politiche? Forse perché gli americani furono, semplicemente, più bravi? Non ho una risposta certa, univoca e soddisfacente ma, al principio degli anni ’80, erano terribilmente indietro.

Alla formidabile (per l’epoca) tripletta F-14, F-15 ed F-16 cosa potevano opporre?
I velocissimi Mig-25 ed i vetusti Mig-23. Andava un po’ meglio per l’attacco al suolo – Su-24 – ma c’era veramente poca trippa per gatti.
Invece.

Più o meno contemporaneamente, compaiono sul Baltico due aerei sconosciuti: il Sukhoi Su-27 ed il Mikoyan-Gudrevic Mig-29. La comparsa del Mig-29 nel 1986 a Rissala, in Finlandia, ad una manifestazione aerea lasciò letteralmente a bocca aperta gli analisti occidentali. Nessuno riusciva a spiegarsi l’eccezionale manovrabilità del velivolo, abituati com’erano ai caccia sovietici “duri e puri” ma poco “flessibili”.

Qualcosa, nella filosofia aeronautica sovietica, era cambiato: il controllo del volo doveva essere per forza di tipo “fly by wire”, ossia gestito da una piattaforma informatica che, oltre a gestire i controlli inviati dal pilota tramite la cloche, ne impediva manovre che sarebbero state pericolose per la “tenuta” complessiva del velivolo. Ossia, vola pure come vuoi, ma i limiti li gestiamo noi: un vantaggio, perché sollevava il pilota dal dover controllare che i comandi dati rientrassero nelle potenzialità di volo del velivolo. Qualcosa di simile, concettualmente, ad un comando che ci impedisse di andare “fuori giri” premendo troppo l’acceleratore.

Il Su-27, invece, fu presentato in pompa magna a Parigi, a salone di Le Bourget, nel 1989, salvo che questo aereo “sconosciuto” era già stato avvistato sul Baltico e, anzi, a momenti stava per avere una collisione con un velivolo statunitense “curiosone”. Anche lì, bastò un “cobra di Pugacev” (2) per sbalordire tutti.

Il fatto curioso è che i due aerei – pur essendo entrambi previsti dalla programmazione sovietica come “caccia leggero” il Mig-29 e “caccia pesante” il Su-27 – avevano subito repentine e notevoli “ricostruzioni”.

Il programma del Mig-29 era, addirittura, partito dopo il 1969, e nel 1977 il Mig-29 A compì il primo volo. Tutto fatto? Manco per idea.
Gli unici due prototipi, a causa di problemi ai motori, vanno perduti in incidenti. Beh, direte voi…ne possono costruire altri…ma, quando il primo velivolo giunge ai reparti operativi è il 1986: sette anni! E, guarda a caso, proprio gli anni della rivoluzione islamica in Iran, del “caso” F-14…e tutto quello che abbiamo ipotizzato.
Fra l’altro, sembra che i due aerei andati perduti (fotografati dai satelliti USA e denominati provvisoriamente “RAM-L”) fossero alquanto diversi dai Mig-29 comparsi in Finlandia.

Ma non basta, perché la Mikoyan-Gudrevic – parallelamente – continua la progettazione di un prototipo alquanto rivoluzionario – il Mig 1.42 MFI (3) – che ha molte caratteristiche innovative ed il programma continua per tutti gli anni ’90 (con gli ovvi problemi finanziari della Russia dell’epoca): compie il primo volo nel 2001. Si racconta che parti o studi per questo velivolo siano oggi “rientrate” nel Sukhoi PAK FA, appena entrato in servizio e nel cinese J-20. Insomma, pare che il Mig-29 sia stato “ri-confezionato” in sette anni, mentre procedeva (a rilento) il lavoro sul futuro Mig (o Sukhoi).

Il Su-27 ha una storia quasi analoga: anche per lui la data d’inizio degli studi è il 1969 e compie il primo volo nel 1977 ma solo nel 1985 giunge ai reparti: fin qui, per la qualità del velivolo, ci potrebbe anche stare. Il problema è che – negli stessi anni “incriminati” – passa dal (prototipo T-10/1 - 1977), al nuovo (e molto diverso) T-10S che vola per la prima volta solo nel 1981, viene avviata la produzione in serie nel 1982 e nel 1985 arriva ai reparti. Anche qui, con evidenti differenze fra i due prototipi, sempre immortalati dai satelliti USA.

I fatti, ridotti all’osso (ci fu anche l’offerta di contropartite americane, poi definite “scandalo Iran-Contras”, ecc) però, sono questi, sui quali ognuno di noi potrà ragionare.
Dagli strani “intoppi” capitati negli sviluppi dei due aerei, sembra di capire che i russi, improvvisamente, siano venuti in possesso di nuove tecnologie e di nuovi concetti che riguardavano il controllo del volo: dunque, che abbiamo frettolosamente fatto “rientrare” i prototipi negli hangar e li abbiano applicati, magari modificando anche la cellula del velivolo ove fosse necessario. Contemporaneamente, nacque il primo missile aria-aria sovietico a guida radar attiva, ossia l’R-77 (codice NATO: AA-12 Adder) che aveva grosso modo le stesse prestazioni dell’AMRAAM occidentale.
Tutto casuale?

Mi rendo conto che un articolo del genere presta il fianco a due (ovvie ed incontrovertibili) critiche: di essere un po’ ostico per chi non s’interessa al mondo militare e, per contro, di sorvolare su molti particolari della vicenda per i più esperti. Però, questa storia mi ha sempre incuriosito. Perché?

Poiché, mentre discutiamo di missili o droni in Yemen, forniti da questo o da quello, provenienti da Sud o da Nord…non ci rendiamo conto che – se questi fatti hanno un senso ed una spiegazione – la Russia del dopo-Eltsin avrebbe avuto soverchie difficoltà a rimettersi in sesto.
Se ben ricordate, nei primi anni Putin girò come un ossesso i vecchi alleati per vendere prodotti militari russi a mezzo mondo: dall’Etiopia alla Birmania, dal Vietnam all’Egitto. Parallelamente, cercò di rimettere in mani statali il petrolio russo: dubito che senza il “cash” fornito dalle armi russe il gioco gli sarebbe riuscito.
Dall’altra, notiamo una dabbenaggine americana: credo che sia l’unico caso di un’arma appena entrata in linea in una super-potenza ad essere venduta senza prendere qualche precauzione. Oppure lo scambio fu consenziente, per mantenere un equilibrio che aveva retto per cinquant’anni?

E se non fosse avvenuto lo scambio?
Difficilmente l’Iran sarebbe sopravvissuto alla lunga guerra con l’Iraq e potremmo dover conciliare, oggi, ogni mossa con un tipetto molto affidabile e “fedele”, tale Saddam Hussein.
Ma c’è qualcosa in più che sembra raccontare che quello scambio avvenne realmente: l’Iran pare non aver dimenticato la serietà (interessata) russa nel fornire aiuto quando la situazione sul campo era disperata.

L’Iran, storicamente, ha sempre temuto il potente vicino sovietico e, la vicenda dello Scià (e di Mossadeq, quando la ripartizione dei proventi del petrolio era 94 a 6 a favore degli angloamericani), si spiega molto con questa paura e con l’estrema difficoltà di conciliare la presenza sovietica nel vicino Afghanistan, due potenze nucleari (India e Pakistan) ad Est, il riarmo saudita degli anni ’80 e la sempiterna presenza delle portaerei americane al largo delle coste. Le minacce di Israele? Sì, Israele qualcosa può fare, ma Tel Aviv è lontana…

Oggi, la Storia ci propone un nuovo dilemma: una nazione che cerca di coniugare modernità e tradizione – e sconta tutte le difficoltà interne di un simile connubio – si trova ad essere protetta da sistemi antiaerei russi molto potenti, ad avere una “vetrina” diplomatica nello SCO e pare disposta a tutto per fermare gli USA sulla sua porta.
Inoltre, l’Iran ha una popolazione numerosa e molto attiva in tutti i campi: ricordiamo che furono loro ad inventare l’algoritmo (Al Kwaritzmi, Algoritmi de numero indorum, Baghdad, IX secolo), e che tutta la conoscenza dei grandi califfati abbassidi proveniva dalla Persia. La tradizione, talvolta, non è proprio acqua fresca.

Attualmente, gli iraniani sono il principale Paese produttore di petrolio nel golfo Persico ad avere una fiorente industria petrolchimica: hanno compreso (sono forniti, a differenza dei sauditi, di una buona “classe media” di tecnici) che il petrolio vale, ma vale di più se lo presenti sotto forma di prodotti già pronti per essere utilizzati: riflettiamo che da queste tecnologie all’industria chimica degli intermedi di produzione (4), il passo è breve.

Può darsi che, stufi delle mille beghe occidentali per costruire una centrale nucleare – se consumi il petrolio che hai, dove trovi l’energia per trasformarlo in qualcosa di maggior valore? – abbiano deciso d’arricchire l’Uranio oltre le famose “soglie” che ne consentono l’utilizzo militare, ma dobbiamo riconoscere che nessuno ha fatto storie del genere per le centrali in Finlandia, Argentina, Corea del Sud, Taiwan, Sudafrica, Slovenia, ecc, ecc.

La realtà, a ben vedere, è limpida come l’acqua: l’Iran è stato uno dei pochi Paesi al mondo a non esser stato colonizzato, ha una popolazione numerosa, il livello d’istruzione è medio-alto, le capacità tecnologiche spaziano dal settore petrolifero a quello aeronautico e navale, alla siderurgia in genere. Chi altro ha, nell’area un simile potenziale? Qualcosa del genere l’aveva l’Iraq, ma la difficoltà interna d’essere diviso in tre etnie (o confessioni), un sistema politico molto “arruffato” e, soprattutto, la fine dell’Iraq capitò proprio nel massimo apogeo della potenza militare e politica USA.

Sarebbe una buona occasione per ri-modulare molte pretese di Washington nella regione: lo capiranno mai?
E cosa potrebbero mai fare se decidessero di cancellare l’Iran come piccola potenza economica e tecnologica nel mondo? Ma principale, nell’area del Golfo Persico?
C’è da temere il blocco dello stretto di Hormuz, c’è da paventare l’attacco alle portaerei da parte dei missili antinave iraniani (che hanno portate e precisioni considerevoli), ci sono da considerare gli attacchi missilistici iraniani che possono colpire fin in Europa, il contrasto della marina iraniana…insomma, il gioco vale la candela?

Tutti sappiamo che, grazie al fracking, gli USA sono tornati ad essere autosufficienti per l’aspetto petrolifero: però, compiendo una scelta del genere, colpirebbero anche tutti i loro alleati asiatici, che si riforniscono nel golfo Persico: Giappone, Corea, Taiwan, Filippine a secco? Senza contare che Cina, Russia (India?) non starebbero certo a guardare e, dopo le prime incertezze sul da farsi, fornirebbero agli iraniani tutti i dati delle loro reti satellitari. Lo hanno fatto con la Serbia, figuriamoci in una situazione del genere!

C’è una guerra dei dazi con l’Europa ma, una simile scelta, non sarebbe un cataclisma per le alleanze europee, per la tenuta della NATO, e per il commercio mondiale? Non a caso, Trump ha deciso che le cose andavano bene così, dato che gli iraniani non sono caduti nella trappola d’abbattere l’aereo che seguiva il drone, confermando anche un’ottima discriminazione dei bersagli.

Insomma, se lo scambio avvenne, per ben due volte e in due epoche diverse, un aereo ha salvato la pace mondiale: perché non consegnare all’F-14 il premio Nobel per la Pace alla memoria? Lo hanno dato a cani e porci: almeno, l’aereo era più bello!


(1) https://www.upi.com/Archives/1985/11/20/Iran-gave-the-Soviet-Union-US-F-14-Tomcat-and/2779501310800/
(2) Si tratta di una sorta di “frenata” che l’aereo compie assumendo una violenta cabrata, seguita poi da una picchiata: lo scopo è “liberarsi” di un nemico in coda. Pochissimi aerei al mondo sono in grado di sopportarla, per gli enormi sforzi dinamici ai quali è sottoposta la struttura.
(3) http://www.military-today.com/aircraft/mikoyan_mig_mfi.htm
(4) Gli intermedi sono i prodotti di base per l’industria chimica: alcoli, ammine, ecc. Prodotti necessari alle industrie farmaceutiche, delle sostanze coloranti, dei fertilizzanti, materie plastiche, ecc.