21 agosto 2021

La banalità della guerra

 

La scossa afgana è stata dura da digerire: come un corpo attraversato dalla scarica elettrica, l’Occidente è steso a terra e bofonchia, nell’attesa che il malore se ne vada. Qualcuno scrive di “inevitabilità”, altri di “riscossa”, altri ancora di “speranza”: l’unica realtà è quella dell’aeroporto di Kabul, dove ci sono più morti e feriti causati dall’incresciosa disorganizzazione della fuga occidentale. Nemmeno capaci a scappare ordinatamente.

 

Terminata la guerra, ci saranno state certamente delle vendette, delle rese dei conti…è inevitabile…pensiamo alla Berlino nel ’45 con i russi in casa…ma non si sono viste le lunghe file di persone inginocchiate a terra per tagliare loro la gola, e qualche senso questa “magnanimità” talebana deve pur averlo.

I Talebani hanno compreso che sono stati in grado di riconquistare il Paese, ma sanno benissimo che nulla potrebbero fare per fermare le squadriglie di B-52 che li sotterrerebbero di bombe: perciò, hanno tolto all’avversario la ragione per bombardarli. Semplice: è bastato disarticolare la “coalizione” mondiale nata nel 2001 dopo gli attentati alle torri di New York, per le quali pare che non fossero nemmeno responsabili.

 

Gli Stati Uniti sono a terra e per un po’ non sapranno risollevarsi, alla Gran Bretagna – dopo la Brexit – non è rimasta che la strategia del pappagallo: ripetere, con molta discrezione nei termini, ciò che arriva da Washington. Russia e Cina, insieme all’Iran hanno sposato, paradossalmente, la strategia “salvinista”, ossia ognuno padrone a casa propria. L’Europa “guarda”, “osserva”, “ragiona”. E tace.

In realtà, è stata una grande vittoria cinese sugli occidentali senza che i cinesi facessero niente: sono bastate dichiarazioni compiacenti e tranquillizzanti, mentre la Russia gongola per la ferrovia che dall’Uzbekistan raggiungerà Mazar I Sharif e l’Iran quella che dal territorio iraniano giungerà ad Herat: il collegamento verso Kabul sarà secondario. L’importante, è rendere trasportabili per ferrovia le stratosferiche riserve afghane di minerali preziosi, dei quali gli USA erano già a conoscenza ma, non sapendo convivere con gli afgani, hanno dovuto rinunciare.

 

Si tratta anche d’Oro e diamanti – ma per quelli non era necessaria la ferrovia – mentre servirà per le (stimate) 60 milioni di tonnellate di Rame, per i 2,2 miliardi di tonnellate di Ferro ma soprattutto le 1,4 milioni di tonnellate di Terre Rare, oramai quasi monopolio cinese in tutto il Pianeta: il vero potere nel controllo della produzione futura – armamenti, telefonia, informatica, settore spaziale, ecc – riposa proprio nel possesso del mercato delle Terre Rare, delle quali la Cina ha fatto grande incetta ed ha stabilito contratti a lungo termine in America Latina. Il Litio dell’Argentina, della Bolivia (ed oggi quello afgano) hanno fatto pronunciare a russi e cinesi una frase fatidica nell’occasione della guerra afgana: “Un’alleanza invincibile”.

In qualche modo, la guerra afgana ha ricordato la Suez del 1956, che segnò la fine dell’imperialismo britannico in Oriente.

 

Passata la buriana, verrà il tempo di tirare le somme di questa apocalittica sconfitta nel settore orientale: si è cominciato con il fallito tentativo d’egemonizzare la Siria, terminato con una sconfitta plateale degli USA, della GB, della Francia e d’Israele nell’unico territorio che consentiva d’arrivare ai confini russi. Oggi è l’Afghanistan a segnare l’estromissione degli occidentali dall’Asia Centrale e per Dicembre 2021 è già stato deciso l’abbandono dell’Iraq da parte delle forze americane che ancora vi risiedono, con ovvi contraccolpi sul mercato petrolifero e, vista la vicinanza dell’Iran, un nuovo elemento geostrategico da tenere in conto.

Rimane ancora l’asfittica Ucraina nel cercare di tenere a bada il potente vicino, ma non ci pare che la dirigenza ucraina – abbandonata da tempo dall’occidente ed in preda ad una crisi economica che ha dimezzato il valore della moneta nel volgere di pochi anni – sia in grado di contenere i russi che, peraltro, conquistata la Crimea ed il bacino del Donbass, li lasceranno al loro (amaro) destino.

Fra pochi anni, gli unici “avamposti” dell’occidente in Asia saranno solo più la Giordania, l’Arabia Saudita ed Israele: auguri.

 

A questo punto, la parola dovrebbe tornare alle armi, ma anche qui ci sono dei punti di non facile soluzione e dovremo fare un passo indietro per scorgerli nella loro interezza.

Da dove nacque il potere occidentale?

 

Nell’Ottocento – solo per non andare più indietro – il potere della Gran Bretagna si poggiava su tre grandi direttrici: l’artiglieria, la flotta e la cavalleria.

Grazie alla flotta il potere britannico si poteva espandere in tutti i mari e le terre, grazie alla cavalleria poteva controllare qualsiasi tentativo di rivolta e grazie all’artiglieria dominava popolazioni e territori.

Questo fu, a grandi linee, ciò che permise il grande potere coloniale inglese.

Anche perché dominate senza possibilità di riscossa, le popolazioni coloniali permisero la nascita dei governi coloniali, in parte britannici ed in parte indigeni: fu così che nacquero le future classi dirigenti nelle nazioni ex coloniali.

Basti pensare alle migliaia di burocrati, tecnici e militari che l’India trovò all’atto dell’indipendenza, mentre un Paese come la Tanzania (ereditato dai tedeschi dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e mai “ristrutturato”) si ritrovò per gestire l’indipendenza 3 medici e circa 150 maestri elementari.

Cosa fece andare in crisi il sistema inglese?

 

Lo abbiamo visto tutti ne L’ultimo Samurai: la mitragliatrice. Senza la mitragliatrice, i samurai avrebbero vinto.

Crollata la cavalleria, toccò alla fanteria assumersi i compiti e, nella Prima Guerra Mondiale, sappiamo a quale disastro si andò incontro: l’artiglieria dovette assumersi il compito di distruggere le fanterie avversarie, ma l’artiglieria costava, ogni proiettile costava caro. E si combatté per quattro anni, fin quando i rifornimenti di granate di uno dei contendenti s’esaurirono.

Rimaneva la flotta, ma la flotta aveva adesso bisogno d’esser protetta dai velivoli avversari e, nonostante la nullità della flotta tedesca, nella Seconda Guerra Mondiale la flotta inglese fu decimata.

 

Dopo la fine della guerra la situazione trovò un nuovo equilibrio: le portaerei americane controllavano i mari…l’URSS non ne aveva quasi…ma l’URSS non ne aveva bisogno: dopo Hitler e Napoleone, venite a conquistarci.

E furono proprio gli sconfitti, i tedeschi, a procurare l’arma che avrebbe segnato un nuovo dissesto: prima il razzo, poi il missile.

Per molto tempo ci si rifugiò nelle certezze del nucleare: oggi, con USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Israele, Pakistan, India, Nord-Corea…più chi si prepara ad accodarsi…c’è oramai da stare bene attenti a premere il bottone.

 

Gli americani avrebbero potuto portare in Afghanistan un migliaio di carri armati e blindati (come avevano fatto i russi) del costo di milioni di dollari ciascuno, solo per vederli distruggere da missili spalleggiabili, del costo di migliaia di dollari ciascuno. E non lo fecero.

Avrebbero dovuto creare un solido governo coloniale, ma senza il controllo del territorio (per un massimo del 50% raggiunto) non potevano farlo: oltretutto, non avevano esperienza di governi coloniali.

Così, se ne sono andati: tanto abbiamo le portaerei che controllano i mari…le rotte…

Fino a un certo punto: il bello è che gli americani lo sanno benissimo.

 

Fintanto che si tratta di controllare la pirateria qualche fregata basta ed avanza…ma in uno scenario di vera guerra – senza poter usare le armi nucleari – il problema diventa serio.

Basti pensare alla guerra in Iraq del 1991: una manciata di missili Scud  del 1950 lanciati dall’Iraq su Israele – e per farceli arrivare avevano ridotto la testata bellica da 1 tonnellata a cento chili d’esplosivo – causarono 156 morti fra la popolazione israeliana, morti che gli israeliani nascosero dichiarandone uno solo, morto d’infarto.

I famosi “Patriot” o cose del genere non beccarono niente, perché la velocità dei missili che scendevano dalla stratosfera era troppo alta per intercettarli: per prenderli sarebbero stati necessari dei laser di potenza a lunga gittata. Peccato che, per ora, esistano solo sulla Enterprise di Star Trek.

 

I missili a lunga gittata a velocità ipersonica, invece, fanno già parte degli arsenali di Russia, Cina ed anche degli USA: solo che gli altri non pretendono di governare tutti i mari del mondo, mentre gli americani sì.

Una salva di tre-quattro missili lanciati a breve distanza di tempo, non sono intercettabili da nessuna nave e, quando incontrano una portaerei, generano un disastro epocale: perforando il ponte di coperta, incontrano aerei e serbatoi di kerosene che esplodono in un attimo. Poi, incontrano anche l’apparato motore nucleare. Non vado oltre.

I sottomarini possono lanciare missili?

Certo, però o sono missili a testata nucleare oppure causano poco danno, anche perché i sottomarini non hanno batterie di missili così fornite da colpire così tanti bersagli: sono stati pensati per la guerra nucleare e le armi convenzionali sono soltanto un adattamento.

Anche l’USAF, purché attrezzata con il meglio del meglio, può fare “cappotto” nelle guerre “non convenzionali”, ossia contro l’Iraq o l’Afganistan: contro l’Iran, ad esempio, non sono andati oltre qualche drone.

 

In una vera guerra non nucleare non si può prevedere cosa potrebbe succedere: certamente Russia e Cina hanno usato parole molto pesanti – “alleanza invincibile” – ma la realtà sarebbe proprio difficile da individuare.

Perciò, la strategia procede con questi colpi – in parte diplomatici, in parte militari – ma sempre senza raggiungere il limite della guerra: all’interno di questa strategia, per ora, l’occidente s’è visto perdente senza condizioni. In Siria, in Ucraina, oggi in Afghanistan.

 

La scelta, in anni lontani, fu una scelta del capitalismo internazionale: utilizzare nazioni con basso costo del lavoro per conquistare mercati e sconfiggere competitori. Alla fine, proprio quelli che dovevano essere dei “mezzi di produzione” e basta si sono rivelati vincenti: riflettiamo sulla non volontà di Marchionne d’intraprendere la via dell’auto elettrica, ad esempio, e cosa ha portato come frutti, quando invece gli Agnelli, negli ultimi anni del millennio, già sperimentavano le auto elettriche.

Oggi, la Cina, ha nelle sue mani il mercato dell’auto elettrica a costo contenuto ed ha conquistato la benevolenza afgana per avere a disposizione proprio i minerali che servono per costruirla. Sta costruendo a tamburo battente una grande Marina, ma non la muove mai dal mar Cinese e non va a cercarsi dei guai dappertutto.

 

Invece, si muove agilmente in tutto il Pianeta per acquisire contratti sui minerali che le servono, ma non “strozza” mai sul prezzo chi vende: domani, se avranno più possibilità economiche, verranno da me a comprare.

Oramai la Cina spazia nella sua tecnologia da un settore all’altro: dalla meccanica appresa in anni lontani dall’alleata URSS al tessile, appreso soprattutto in Europa: vi meravigliavate di qualche decina di migliaia di cinesi a Prato? Erano solo l’avanguardia, per imparare: oggi, sono 13 milioni gli addetti all’industria tessile cinese, 13 milioni che lavorano su macchine tecnologicamente avanzatissime e di buona qualità di prodotto. Poi venne l’elettronica e l’informatica, fino all’acquisizione della IBM (oggi Lenovo) ma soprattutto i grandi progressi nell’elettronica della difesa e dello spazio. Anche nelle energie rinnovabili la Cina guarda avanti, anche se non basta ancora per sopperire alle necessità dell’industria: in ogni modo, ha ben 350 GW di potenza eolica installata – maggiore di quelle di Europa, Africa, Medio Oriente e America Latina messe assieme – e procede a balzi del 78% sull’anno precedente.

Non conosciamo la ragione di un simile balzo economico sul resto del Pianeta: possiamo solo riconoscere che la loro politica estera non è brutale come lo fu quella europea e non è nemmeno grezza come quella americana. Ci sanno fare: riconosciamolo.

Inutile raccontarsela: noi europei non contiamo quasi più niente nei grandi mercati internazionali. Abbiamo rinunciato a troppe cose: come quando facemmo fuori Gheddafi che era il nostro garante per il grande progetto tedesco Desertec, ossia la captazione d’energia solare nel deserto libico che ci avrebbe consegnato, da solo, il 25% dell’energia necessaria in Europa. E perché? Per seguire Sarkozy o la Clinton? La Germania, solo per ricordarlo, non mosse un dito contro Gheddafi: l’Italia s’accodò, scodinzolando, quando pochi mesi prima era stato ricevuto a Roma in pompa magna.

Adesso è tardi per recriminare, per rimpiangere le occasioni perdute: non abbiamo più chance per far sentire la nostra volontà. Ammesso d’averne una.

02 agosto 2021

Le radici dell’antisemitismo

 

Stemma dei Rothschild


La vicenda dell’antisemitismo, che per noi giunge solo ad Hitler o poco oltre, ha invece origine in tempi molto lontani: i primi a praticarlo furono gli antichi Romani.

Oddio, per i Romani non si distingueva molto fra Ebrei e Cristiani e, dunque, le due vicende ebbero parecchie interconnessioni: la prima, evidente, è che Gesù nacque ebreo.

I Giudei avevano combattuto duramente contro i Romani e non furono sconfitti definitivamente che nel 70 d.C. dopo l’assedio di Tito, figlio di Vespasiano: lì, iniziò la diaspora ebraica. E’ plausibile pensare che, dopo una lunga e sanguinosa guerra, non corresse proprio buon sangue fra Romani e Giudei…ma si trattava di scenari comuni a tante altre conquiste.

 

I Cristiani, almeno storicamente, quasi non esistevano: Giuseppe Flavio – ex generale giudeo poi diventato molto amico di Vespasiano, al punto di prendere il nome della sua stessa gens – riporta (tramite Plinio il Giovane) qualche notizia su un certo Gesù Cristo che afferma essere un maestro molto ben voluto e, soprattutto, un essere “pacificatore” (e quindi molto lontano dalla ideologia dei guerriglieri Zeloti). Su questi resoconti, però, cala il dubbio degli amanuensi medievali: quanto dell’originale, veramente scritto proprio dal giudeo/romano, è stato ri-scritto fedelmente?

E Ponzio Pilato?

 

Altro bell’affare: carnefice per alcuni, santo per i cristiani ortodossi etiopi. Vacci a capire.

Insomma, anche prendendo per buona la descrizione degli Evangelisti (postuma d’ameno mezzo secolo dopo la morte di Gesù), si giunge ad un risultato di poca rilevanza storica: fece frustare o fustigare Gesù? C’è una bella differenza.

Ciò che appare fra le righe è che a Ponzio Pilato importasse poco di quella vicenda: però, nessuna esecuzione capitale poteva essere comminata se non dal potere romano. Insomma, dire che c’è buio pesto su quella storia è ancora poco: si dà per certo che un tizio di nome Gesù fu crocifisso, ma nessuno conosceva all’epoca un certo Barabba. E allora?

 

La vera pietra angolare del Cristianesimo fu Paolo di Tarso: ebreo ellenizzato che mai conobbe Gesù, però cittadino romano di lingua greca. Il quale, dopo la morte di Gesù, fu la persona che tracciò le indicazioni per la nuova fede la quale, così, dall’origine medio-orientale, si “munì” di una filosofia greca “d’appoggio” e di una liturgia latina, ovvia per avere diffusione nel vasto impero. Un bel pudding, presentato secoli dopo come un tutt’uno.

In fin dei conti, dopo queste premesse, possiamo fidarci – prendendola con le molle – solo della storiografia dell’Età Moderna, ad esser già larghi.

 

La religione Romana era un Paganesimo complesso ed era, in definitiva, una religione civile: era il Senato Romano a decidere quali culti e quali Dei andassero onorati, in seguito anche le bolle imperiali. Man mano che nuovi territori venivano conquistati, nuovi Dei comparivano per l’approvazione senatoriale: non c’era una Casellati a dirigere il simposio, e fu certamente una gran fortuna.

Siccome c’erano molti Dei, fra i popoli sottomessi, che riguardavano la salute e la malattia furono accolti come Dei “corollari” al Dio Esculapio, il quale già era il Dio greco Asclepio…insomma…nella domus medicorum ci potevano stare tutti…così i vari Dei virili e bellicosi, che erano tutti discepoli di Marte…così ognuno poteva continuare a venerare i propri Dei se “inscritti” dal Senato Romano fra quelli che erano “compresi” anche dai Romani. Il sistema, bene o male, funzionava.

In fin dei conti, il Paganesimo Romano ha molti punti di connessione con il Pantheon induista e qualche connessione col successivo buddismo, laddove però gli “dei” non godono di una esistenza inerente, bensì come manifestazioni “esplicative” di sentimenti e pulsioni presenti anche nell’animo umano: una formazione più “psichica” rispetto a quella tradizionale induista.

 

Il problema, per i senatori romani – fra una visita alle terme ed una al lupanare – era quello di garantire, agli Dei “accettati” il medesimo trattamento degli Dei tradizionali: insomma, a Roma si doveva accettare tutto in blocco e, se non accettavi, erano ceci.

Il Senato aveva anche regole curiose, quale che per alcuni riti c’era il “vietato ai minori”, mentre altri – perché apertamente in conflitto con l’etica Romana – erano addirittura proibiti.

Per questo motivo l’imperatore Adriano – ma s’era già nel II secolo d.C. – decise di mettere un poco d’ordine nelle faccende religiose e pubblicò un “Rescritto” nel quale indicava anche i Cristiani: ossia, se non c’erano altre ragioni (ad esempio il rifiuto palese d’altri riti) nessuno poteva condannare una persona, o spargere maldicenze, soltanto per la sua fede. Gli ebrei erano lontani: popolavano soprattutto Alessandria d’Egitto ed Antiochia, la seconda e la terza città dell’Impero.

Il problema erano che i primi a non accettare altre fedi erano proprio i Cristiani.

 

La figura del Dio unico (ma “trino”, e questo in seguito condusse a guai a non finire) cozzava violentemente contro una concezione poliedrica della religione, giacché sostituiva alle mille pulsioni “condivise” fra mortali ed immortali una figura unica che tutto sapeva e conosceva, ma aveva attributi così lontani da quelli umani dal finire per essere una figura esterna al vivere umano. Ossia, da quel momento “l’umanità” era più un dovere che un piacere e tutti divennero “schiavi” di un padrone sconosciuto con attributi extra-umani e, dunque, superiori.

La cosa non fu presa tanto bene da molti pagani, ma come andarono a finire le cose lo sappiamo e con Costantino il Cristianesimo divenne religione di Stato: difatti, già verso la metà del millennio, iniziarono le prime persecuzioni verso gli ebrei.

La questione era semplice: i Giudei hanno ammazzato Gesù Cristo.

 

A parte che Gesù, senza il consenso dell’autorità Romana mai avrebbero potuto crocifiggerlo ma, soprattutto, sarebbe come se oggi decidessimo che gli americani sono tutti da eliminare perché hanno ucciso Sacco e Vanzetti. Oppure gli inglesi, che impiccarono gratuitamente a Napoli l’ammiraglio Caracciolo dopo aver invitato la moglie per un tè a bordo dell’ammiraglia di Nelson, giusto per vedere con i suoi occhi il marito appeso.

Insomma: le colpe dei singoli non possono generare ritorsioni che finiscono addosso ad etnie, razze o religioni dopo secoli.

 

Il problema della ritorsione si diluisce con le generazioni: in Europa più nessuno può avercela a morte con i tedeschi, ma chiedetelo ai nostri genitori o nonni. Nei Balcani, quando la diluizione dei dolori cominciava a scomparire, capitò un’altra guerra dove i croati tornarono ustascia…i serbi cetnici, ecc…il tempo diluisce e cancella, ma con fatica.

Come mai nel caso dell’antisemitismo non è accaduto?

 

Perché i cristiani decisero – e questa proibizione fu valida per tutto il Medio Evo, quando “ricchezza” era quasi sinonimo di “terra” – che la proprietà immobiliare agli ebrei era proibita. Per più di mille anni! Vi rendete conto di quale affronto fu verso persone che magari non erano nemmeno parenti dei cosiddetti “assassini” di Gesù? Di certo non lo erano gli askenaziti, poiché popolazioni d’origine georgiana che si convertirono all’ebraismo nel VIII secolo d.C. e poi migrarono a Nord, verso l’Ucraina e la Polonia. Anche i sefarditi…sì, almeno sulla carta erano i discendenti degli ebrei di Gerusalemme…passati poi ad Alessandria d’Egitto, poi in Marocco, quindi in Spagna ed infine nelle Fiandre dove gli spagnoli li avevano cacciati.

Senza terra per sostentarsi è ovvio che si dedicarono dapprima all’artigianato ed al commercio e, infine, all’usura: perché? Poiché i nobili del XVII-XVIII secolo non avevano altro modo per procurarsi i soldi che, senza pensarci troppo, perdevano ai tavoli da gioco. E, il prestito ad interesse, era considerato peccato sia per i musulmani e sia (in modo molto meno rispettato) per i cristiani.

 

Il famoso “scudo rosso” dei Rothschild altro non era che l’insegna convenzionale dove si poteva trovare un prestito ad Amburgo: in realtà, pare che la famiglia si chiamasse Muller o qualcosa di simile.

Poi, la Storia ci racconta di ebrei “maledetti” che prestarono soldi agli inglesi durante la Prima Guerra Mondiale, ottenendo in cambio le “basi” per creare in futuro lo Stato d’Israele (dichiarazione di Balfour)…ma dove avevano preso tutti quei soldi, al punto da finanziare una guerra?

Dalle ferrovie.

Il grande sviluppo delle ferrovie europee, nella seconda metà dell’Ottocento, fu possibile solo grazie a enormi prestiti ottenuti sia da prestatori ebrei, sia da banche ebraiche.

Così, furono proprio gli ebrei a mettere da parte i soldi dei giocatori d’azzardo del Settecento per poi darli alle nazioni europee per costruire le ferrovie nell’Ottocento e, infine, agli inglesi per fare una guerra. Ma, domandiamoci: la guerra la decisero gli ebrei o gli squattrinati inglesi?

 

Non diamo la colpa agli ebrei per le scellerate guerre europee del Novecento, quando francesi ed inglesi si svenarono per non concedere alla Germania un posto di primaria importanza nelle vicissitudini del continente: tanto, oggi, ci sono arrivati lo stesso.

Durante la Prima Guerra Mondiale, però, gli ebrei combatterono e morirono su entrambi i fronti senza distinzioni e nel 1938, quando Mussolini promulgò le leggi razziali, proprio nella medesima “tranche” di provvedimenti, infilò anche la promozione a Generale di Corpo d’Armata del gen. Levi (!). Ma Mussolini l’aveva già detto precedentemente che i combattenti della Grande Guerra sarebbero stati sempre rispettati.

 

E’ curiosa, comunque, l’abitudine italiana ad infilare nel medesimo corpus di provvedimenti approvati (Fascismo o dopo, non c’è differenza) leggi che c’entrano come i cavoli a merenda. Anzi, se c’è un provvedimento di primaria importanza, le altre “leggine” passano inosservate. Andiamo avanti.

 

In Germania, però, c’era la necessità di creare un “vulnus” che doveva essere sanato, giacché le popolazioni non vivevano proprio tanto bene: arbeit ed ancora arbeit, ma soldi pochi. La ragione era semplice e da ricercare nelle clausole pazzesche inserite a Versailles per punire la Germania, soprattutto da parte della Francia.

 

In termini economici, la fissazione degli indennizzi di guerra a favore di Francia e Belgio aprì un lungo contenzioso con il regime di Weimar. Furono valutati prima in 269 miliardi di marchi-oro, poi ridotti a 132
miliardi, una cifra ingentissima che oggi sarebbe prossima ai 2.000 miliardi di dollari. La Germania perse inoltre tutti i suoi brevetti industriali (tra cui quello dell’aspirina detenuto dalla Bayer), e la navigazione lungo Reno, Oder ed Elba fu internazionalizzata. Infine, la Germania dovette rinunciare al proprio impero coloniale, cioè a Camerun, Togo, Tanzania, Rwanda, Burundi, Namibia (in Africa), NuovaGuinea, Nauru e Samoa (nel Pacifico).”

(Fondazione Micheletti)

 

Questo, oltre alla perdita del 10% della popolazione ed il 15% del territorio, spartiti fra gli stati confinanti e creando ampie zone di lingua tedesca all’interno della Polonia, cosa che poi fu fra i fattori scatenanti della Seconda Guerra Mondiale.

 

Nella Germania così fortemente offesa non poteva che nascere il revanscismo hitleriano ma, andare al nocciolo della questione, non era possibile: le forze armate tedesche erano fortemente controllate da trattati internazionali che le tenevano ai minimi vitali. E, quindi, era necessario creare delle nuove “direzioni” ove dirigere il malcontento popolare. Gli ebrei, giacché commercianti, medici od altri laureati, erano perfetti.

 

I nazisti non sono certo stati gli unici: nel film “La grande scommessa” sulla crisi economica del 2008, al termine, quando il trader Mark Baum (personaggio inventato, ma che richiama la figura di Steve Eisman ed interpretato da Steve Carell) deve finalmente incassare un miliardo di dollari dalle sue operazioni finanziarie e sa che quei soldi saranno realmente pagati dalla classe media americana, dice senza mezzi termini “I media incolperanno gli immigrati, i messicani…”.

Cose che osserviamo ogni giorno anche nella politica nostrana, con lo slogan “prima gli italiani” il quale, in termini pratici, non significa niente: la Lega, anzi, vorrebbe eliminare il Reddito di Cittadinanza, che è proprio principalmente diretto agli italiani più poveri.

Allo stesso tempo, chiudendo le frontiere, finiamo per impoverire proprio l’agricoltura italiana la quale, senza una forza-lavoro di 300-400.000 persone annue nei campi, non può fare altro che ridursi alle meno remunerative coltivazioni di cereali (come sta succedendo), e non può più dedicarsi alle colture ortofrutticole di maggior pregio. Facendo credere, inoltre, che quei 300-400.000 potrebbero essere sostituiti da italiani il che è drammaticamente falso: almeno 100-150.000 italiani lasciano il Paese ogni anno per recarsi a lavorare all’estero, molti laureati, ma anche cuochi o gente che lavora nella moda, ecc.

 

In definitiva, la “notte dei cristalli” (autunno 1938) fu un’operazione abilmente orchestrata dal regime nazista per spostare l’attenzione della povertà, a fronte di tanto lavoro, solo per pagare i debiti di guerra: la successiva conferenza di Wannsee del 1942, in una situazione completamente diversa – frequentata,  furbescamente, soltanto dalle seconde e terze linee del potere hitleriano – sancì definitivamente la “soppressione” del popolo ebraico.

 

Dopo la guerra, gli inglesi offrirono una parte del Tanganika per costituire lo stato ebraico ma gli ebrei rifiutarono colpendo sia gli inglesi e sia le popolazioni arabe residenti con attentati e bombe a mano.

Seppur fosse comprensibile la disperazione ebraica per quanto era successo durante il nazismo, è un bel rebus chiedere di tornare in una terra dove si era vissuti 2.000 anni prima e fondarci uno stato solo per loro.

Senza eccedere, potremmo solo dire – comparando – che noi italiani dovremmo avere l’intera Dalmazia perché l’abitavamo 2.000 anni or sono oppure, per la medesima ragione, affermare che la Turchia dovrebbe essere dei Persiani, il Montana dei Pellerossa, la Scozia dei Norvegesi (Vichinghi) e l’Australia degli aborigeni.

Insomma: la vicenda non funziona e non funzionerà mai.

 

Nel 1952 Ben Gurion offrì ad Albert Einstein la presidenza d’Israele che rifiutò, adducendo di non averne le capacità essenziali. E, si dice, che quando rifiutò il premier tirò un bel sospiro di sollievo.

Conosciamo oramai bene la storia d’Israele e, questo, ha condotto ad una nuova stagione d’antisemitismo la quale, però, rimarrà sterile e confinata a quattro assatanati da tastiera per secoli, fin quando lo stato d’Israele esisterà e rimarrà il ricordo di Auschwitz.

Una soluzione ci potrebbe essere, ossia creare un solo Stato che comprende anche i territori arabi e governato come un qualsiasi stato democratico, ma questo si scontra con la ferma opposizione degli integralisti israeliani.

 

Perciò, dal primo antisemitismo d’origine cristiana siamo passati quello delle tastiere nascoste, che vomitano insulti senza ragione, se non quella – che ho sempre sostenuto – della strana definizione di “stato democratico” che si fonda, in realtà, su una concezione di stato confessionale, che in nessun luogo del mondo civilizzato sopravvive ancora oggi.

La Storia è anche questo: la possibilità di definire, con precisione, degli eventi e le loro cause. Che rimane, purtroppo, un ben misero conforto e sempre sofferenze, ora all’uno, ora all’altro.