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06 gennaio 2021

Sanità e Recovery Plan: che fare?

 

Harley-Davidson 1947

La novità che il Covid-19 ci ha portato non è stata soltanto l’epidemia in sé, bensì prender atto che siamo esposti – e lo saremo ancor più in futuro – a malattie nuove, portate dall’incommensurabile miscuglio di molecole che stanno tutte nel posto dove non dovrebbero stare, ossia nell’acqua, nell’aria e sulla terra.

Per troppi anni ci siamo illusi che i parametri di “massima allerta” – fissati dal genere umano – potessero salvaguardarci da guai futuri ma, anche per la leggerezza con la quale sono stati by-passati con un’alzata di spalle, la realtà, oggi, ci sbatte contro il muso tutte le nostre boriose sentenze.

E, premetto, qui non si tratta solo della tanto vituperata C02, bensì di una marea di composti che viaggiano, indisturbati, intorno a noi e che rilasciati nel “brodo primordiale” degli oceani finiscono per essere in contiguità con le più semplici molecole che possono entrare in contatto con il nostro metabolismo: i virus.

 

Se torniamo indietro nel tempo – non tanto, solo dall’inizio dell’ultimo periodo interglaciale, circa 10.000 anni fa – scopriamo che soltanto da un secolo, massimo un secolo e mezzo ad esser “larghi”, abbiamo iniziato questo perverso percorso.

Per 10.000 anni l’equilibrio fra la specie umana e le malattie è stato sempre il medesimo: sappiamo che in epoca augustea la peste dilagava nel quartiere greco di Roma, e per secoli e secoli – insieme al colera, al vaiolo, al tifo ed alle malattie esantematiche – le malattie condussero più volte verso il limite dell’estinzione. Ci vollero due secoli, ad esempio, perché Torino tornasse al numero d’abitanti che aveva prima del 1629, quando iniziò la celebre epidemia di peste citata dal Manzoni.

 

A metà Ottocento, però – dopo un secolo di lavoro complicato da informazioni frammentarie e talvolta errate – finalmente Pasteur riuscì a togliersi dalla mente tutte le superstizioni sui “miasmi” che portavano malattie e comprese che gli agenti erano loro, quei minuscoli organuli che osservava al microscopio. Erano stati definiti i Batteri, e vaccini ed antibiotici furono i passi successivi.

Che vi fosse qualcosa d’ancora più minuscolo Pasteur lo capì dal “virus del tabacco”, un virus dei vegetali che fu intuito, più che scoperto, intorno al 1870. Troppo piccolo per poterlo individuare, però, sentenziò il grande vecchio della Biologia: bisognò attendere il 1931, anno di scoperta del microscopio elettronico, per definirlo meglio.

 

Questo breve excursus storico (che, spero, mi perdonerete) era necessario per comprendere come la Medicina si sia evoluta, lentamente, soprattutto nell’Ottocento e poi nel Novecento per poi evolversi ulteriormente nella Medicina Elettronica, come andremo a scoprire, dimenticando un poco alcune vecchie tradizioni e “posture” che sovrintendono al rapporto del medico col suo paziente.

Come potrete notare, non è necessario esser medici per disquisire di questi problemi, giacché si tratta di un argomento di base filosofica, ossia capire i nessi dell’indagine, per chiarire i termini del loro rapporto dialettico il quale, se inesistente, non può originare nessun tipo di risposta razionale giacché – parafrasando Hegel – condurrebbe ad un universale irrazionale e, dunque, irreale.

 

Il Covid-19 ha negato, per la sua essenza, un anti-Covid-19 compreso nella sua singolarità ed ha mostrato l’incapacità di contrastare una malattia in assenza di specifici mezzi: finora, per ogni malattia conosciuta, c’era sempre stato un antibiotico od un antivirale. A dire il vero, già Sars, Mers ed (in parte) AIDS avrebbero dovuto metterci in guardia, ma così non è stato ed è inutile piangere sul latte versato.

 

I mezzi che la Medicina ha messo in campo sono stati soprattutto tesi ad evitare la polmonite interstiziale che ha condotto alla morte milioni di persone nel Pianeta e dunque, trattandosi di “polmonite”, hanno usato gli antibiotici. Un secondo pericolo era la formazione di trombi nelle arterie e, dunque, antiaggreganti piastrinici: infine, cortisonici per ovviare a risposte allergiche ed infiammatorie ed antipiretici per combattere la febbre.

Non esistendo il farmaco univoco rispetto al virus, i medici sono stati obbligati a dosare molto attentamente un mix di farmaci che tendevano a ridurre gli effetti del contagio, pur sapendo di non possedere un agente univoco il quale – per chi è guarito – è stato il buon funzionamento del suo sistema immunitario.

Rimangono alcuni dubbi, ad esempio perché non indirizzarsi verso gli anticorpi mono-clonali ricavati dal sangue dei guariti, ma non vogliamo entrare in campi che esulano la nostra indagine, ossia finire in una disputa fra virologi della Domenica Sportiva: se non l’hanno fatto, avranno avuto le loro buone ragioni.

 

La grande confusione, derivante dal terribile stress che hanno provato i sanitari, certamente non ha aiutato a sondare per il singolo paziente il bilanciamento dei farmaci: pratica difficile alla quale non tutti i nostri sanitari sono allenati e le responsabilità non sono ad personam, perché riposano in decenni di pratiche sì più veloci, ma che di fronte ad un attacco sconosciuto mostrano il fianco con troppa facilità. Chiariamo.

 

Era il 1970 – lo ricordo bene – quando ebbi una discussione quasi “feroce” con due ragazze, entrambe “matricole” di Medicina.

Il dissidio nasceva da due posizioni inconciliabili ed era impossibile trovare una sintesi: è di primaria importanza il rapporto con il paziente oppure è sufficiente una immagine del paziente, ricavata dai mezzi diagnostici?

 

Conoscevo le pratiche mediche di quegli anni – nei quali erano già molto comuni gli antibiotici, ad esempio – ma i medici di vecchia formazione non esulavano mai dall’approfondire il rapporto con il loro paziente, di qualsiasi malattia si trattasse.

Il mio medico – che era anche un amico di famiglia – mi confessò che, una volta la settimana, una vecchietta lo veniva a visitare, lui l’ascoltava per qualche minuto e poi le faceva l’iniezione. Di cosa? Acqua distillata, 1 cc, rispose laconico. Perché?

Poiché aveva solo bisogno di un rapporto di fiducia, di sentirsi “importante ed amata” soprattutto dalla persona più importante del borgo, ossia il medico. E così andò avanti per anni ed anni. Quel medico – che “volava” in mille posti diversi ogni giorno, in sella ad una Harley-Davidson tre marce (leva sul serbatoio) – salvando ora uno che aveva bevuto accidentalmente varechina (io), chi s’era tagliato con la sega mezzo braccio, fino al contadino che lo pregava, disperatamente, d’aiutarlo a far nascere un vitello – non dimenticava mai il giorno dell’appuntamento per l’iniezione d’acqua distillata.

 

Le due ragazze – prim’anno di Medicina, ma già parlavano come due primari – mi presero (neanche poi tanto garbatamente) in giro, dileggiandomi con veemenza. Tu non capisci niente…(loro sì: eravamo negli stessi banchi solo pochi mesi prima…) perché la Medicina si sta evolvendo e queste forme “paternalistiche” nel rapporto col paziente non avranno più senso.

La Medicina – questo era il succo del loro punto di vista – si evolverà mediante la diagnostica per immagini, che ci consentirà diagnosi rapide ed esatte fino a divenire una Scienza. Cosa che mi lasciava un poco scettico, giacché la Medicina è definita Arte, a volte Pratica, ma mai Scienza poiché le Scienze sono esatte e la Medicina mai potrà esserlo, poiché nasce proprio dal quel rapporto dialettico medico-paziente che sopra ricordavamo.

 

Eppure, avevano in parte ragione: nessuno qui nega l’importanza di una TAC o di una Risonanza, solo che a fidarsi soltanto delle immagini si finirà con l’avere solo una immagine del paziente, che è molto diversa dalla sua realtà, e  che quindi non servirà più visitare ed auscultare, basterà una telefonata. Che, ovviamente, la sua immagine farà quando avrà un problema.

Telefonata di esempio (ante Covid): “Ho la febbre e mi fanno male tutte le giunture, le ossa…” “Quanta febbre?” “38 e mezzo” “Prendi la Tachipirina e, se vedi che non passa, l’antibiotico per cinque giorni”. Fine del rapporto diagnostico.

Magari per il 70% dei casi la cosa va a posto, ma il restante 30%?

Il restante 30% avrebbe avuto bisogno di un’ispezione a bronchi e polmoni, magari uno “sguardo” all’apparato digerente…insomma: una visita diagnostica.

I nostri medici, oggi, per la gran parte non si fidano più dei loro mezzi di percezione per stabilire il malanno: senza la diagnostica per immagini perdono gran parte della loro capacità diagnostica e brancolano nel buio.

 

Il dottor Riccardo Munda (1) – un medico giovane, non ancora specializzato, uno che (parole sue) aveva bisogno di lavorare – nell’inferno della pandemia nelle valli bergamasche, ha accettato di fare il medico lassù, partendo dalla Sicilia.

Si è trovato 1400 pazienti, parecchi malati di Covid-19 e ne ha perduti e/o ospedalizzati…nessuno!

A chi gli domandava come aveva raggiunto un simile risultato, rispondeva:

 

“Me lo spiego con una ragione semplice: l’assistenza domiciliare. Andare a casa di un mutuato non è la stessa cosa che fare il medico stregone via cavo. Tanto per cominciare andare significa fare una visita accurata, capire se ci sono problemi respiratori e quanto sono seri, valutare lo stato generale del paziente, prescrivere i farmaci giusti...”

 

Che è, esattamente, quanto sostenevo poco sopra.

Un secondo aspetto da rivedere, per le professioni sanitarie, è togliere quel maledetto numero chiuso all’iscrizione, permettendo una sana competizione basata sulle competenze per chi acquisisce la laurea.

Vorrei ricordare – sono stato insegnante nei Licei – che in tanti anni di carriera ho conosciuto un solo figlio di medico che avesse scelto una facoltà diversa da Medicina. Chissà come mai? Per trovare già la “pappa fatta”? Senz’altro, ma anche per godere dei vantaggi che l’ordine dei Medici, qui e là, su e giù, non manca mai di fornire ai figli degli amici, magari “segnalandoli” a qualcuno nella Commissione Medica per l’ammissione.

 

Voglio chiarire che la mia non vuole essere un’accusa, bensì un semplice sospetto: non tocca a me, bensì ad altri (Giustizia) valutare se esistono questi comportamenti. In altre parole, la Medicina si sta trasformando in un affare di famiglia e non è assolutamente detto che il figlio di un medico abbia quella “scorza” che gli consente d’iniziare una professione così difficile.

E, se togliamo il numero chiuso, ci troveremo con medici in soprannumero? Se sono bravi possono andare all’estero, altrimenti andranno a fare gli informatori per le case farmaceutiche: non è sufficiente sedersi alla sedia che fu del padre, se mancano le precise motivazioni per seguire quel percorso di formazione.

 

La figura del medico “telematico”, inoltre, è quanto di più gradito possa esistere per le case farmaceutiche: il sistema è veloce – telefonata, diagnosi “telematica”, farmaco – in modo da rendere immediata una scelta che ha rapporti precisi con la produzione di farmaci e la loro distribuzione. In alcuni studi medici, già esiste una segretaria che ha praticamente “potere di firma” per tutti i farmaci che il paziente usa normalmente, ma questo allontana sempre di più il rapporto medico/paziente che prima ricordavamo e che il dott. Munda, così chiaramente, esplicitava.

In futuro, potremo recarci negli ipermercati ed acquistare semplicemente i farmaci che sono elencati in una carta elettronica: giunti a quel punto, saremo molto vicini al metodo americano di gestione della Sanità, che non ci sembra funzioni così “alla grande”. Guardatevi Sicko, di Michael Moore se non ci credete.

 

Per ultima cosa, ricordo che anni fa ci fu la proposta – non ricordo di chi e di quale governo – di raggruppare i medici in studi: cosa che già hanno fatto per risparmiare sui costi, ma che non sempre è così comoda per i pazienti. Ricordiamo che, a Cuba, esiste una precisa legge che prevede l’abitazione di un medico a non più di 15 minuti a piedi (al massimo 1,5 Km) da qualsiasi paziente.

La proposta che ricordavo, però, conteneva anche un aspetto positivo: quegli studi medici dovevano essere dotati di semplici apparecchiature di diagnostica per immagini (tipicamente: ecografia) le quali avrebbe consentito ai medici di fare subito una ricognizione e, dunque, una diagnosi. In questo modo, molte strutture ospedaliere sarebbero state meno “compresse” da code e file interminabili, che portano a due fattori diversi: o il paziente se ne frega e cerca altre soluzioni, oppure – invece di prendere appuntamenti distanti mesi dalle sue necessità – si rivolge alla sanità privata o convenzionata.

L’ordine del Medici, ovviamente, non appoggiò quella soluzione: c’era da meravigliarsi? Continueremo a fare i segretari per le case farmaceutiche, con tanto di segretarie pagate dallo Stato.

 

Poi è arrivato il Covid e siamo nelle prime posizioni mondiali per decessi rapportati alla popolazione: di chi è la colpa?

Del Governo, ovvio, recitano tutti in coro ma sono decenni che la Sanità italiana va a rotoli – pensiamo solo ai tanti ospedali “privatizzati” e su una gestione regionale che fa disgusto quando non fa paura – eppure, quasi tutti dimenticano che le leggi sono scritte e/o approvate dal Parlamento.

 

Signori parlamentari, che vi lamentate ad ogni piè sospinto d’essere by-passati dai decreti governativi, in questi decenni, dov’eravate?

 

1) https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_01/medico-siciliano-nembro-che-va-casa-pazienti-torino-brescia-6fd89d92-1c79-11eb-a718-cfe9e36fab58.shtml?refresh_ce-cp

09 marzo 2020

Tutto sul Coronavirus


Finora non ho voluto affrontare decisamente l’argomento Coronavirus, però adesso è giunto il momento di prendere il toro per le corna ed affrontarlo direttamente, senza articoli che sì lo coinvolgano, ma sempre di striscio. L’argomento ha molti aspetti, perciò svilupperò un argomento alla volta.

La guerra batteriologica
Chi sentenzia con gran sicurezza – comprendo avere un dubbio – la provenienza militare, o simile, del ceppo del Covid-19 sa molto poco d’armi batteriologiche.
Le armi batteriologiche sono le uniche armi di distruzione di massa che mai sono state sperimentate in una guerra, a differenza di quelle atomiche e chimiche (gas). Perché?
Poiché nessuno è in grado di prevedere lo sviluppo della pandemia conseguente oltre le prime fasi.
I virus/batteri usati per le armi batteriologiche hanno una mortalità percentuale altissima, perché il loro scopo è uccidere in modo massivo la popolazione ed i militari avversari, ma dovrebbero avere/avrebbero un tempo massimo di durata per la loro azione.
Ragioniamo: che se ne farebbero i “vincitori” di un pianeta deserto, senza più nessuno in grado di far funzionare niente? Non lasciamoci prendere dalla fantascienza.

Per questa ragione, ciò che chiedono i militari agli scienziati, giacché questa è la richiesta dei politici e dei committenti centri finanziari, è che funzioni, che faccia un sacco di morti, ma che si fermi. Dopo “un po’”.
Immagino che i biologi che lavorano a quei sistemi abbiano già un sacco problemi a stabilire quanto può essere “quel po’”, figuriamoci fornire ai politici la certezza che i microorganismi non muteranno, non si riprodurranno, risponderanno sempre al medesimo modo agli antidoti, ecc. E chi si prende una simile responsabilità?
Steven Spielberg, fra tutti i suoi film, ha costruito un film spacciandolo per ragazzi: in realtà, un grande film sulle “certezze” della Scienza. Per adulti, ovvio: Jurassic Park.
In quel film, tutto era previsto, tutto era catalogato, normalizzato, controllato, analizzato, standardizzato, esaminato…e tutto doveva andare alla perfezione. Tutti avete visto come andò a finire.
Perché la Biologia non è un sistema informatico – il quale si rompe, ma è sempre possibile risalire alla causa – mentre in ambito biologico non ci sono certezze.
Come fanno, i biologi, a fornirvi un microorganismo che funziona come un computer? Ah, certo: i generali sono abituati ai computer “intelligenti”, quelli che controllano i sistemi d’arma. Come in Iraq, in Afghanistan, in Serbia, in Siria. Ma i biologi non possono farlo!

La Scienza – quella seria signori miei, non quella dei film di James Bond – non è mai, soprattutto quando si trova ad affrontare la biologia, una scienza esatta: è un sapere che va per approssimazioni, per limiti tendenti a zero oppure all’infinito, ma mai può affermare “zero” o “tutto”.
In Ecologia, ad esempio, tutti gli studi sugli insetti vanno soltanto per esponenziali (10x) per quantificare le popolazioni, e nessuno è in grado d’accorgersi se per qualche accidente la popolazione delle vespe o dei millepiedi è raddoppiata o quintuplicata. Quanti sono gli uccelli? Si dice 100 miliardi ma nessuno, in realtà, lo sa: fece bene, Hitchcock, a girare il suo capolavoro.
Se vogliamo considerare la Scienza come esatta dovremmo interrogarci sulla necessità d’aver creato i gas ideali per formulare delle teorie appena un po’ più comprensibili per tutti. Oppure, non dovrebbero esistere le cosiddette “malattie rare”, ossia quelle che hai una probabilità su molti milioni di prenderti. Dovremmo sapere tutto di tutto, e con precisione, ma non siamo in grado di farlo.

Questa prudenza, è quella che ci ha salvato finora dal leggere notizie sui quotidiani del tipo: “Nel Balabastan un attacco batteriologico ha sterminato la popolazione dei Cruptiri, pare che il missile sia giunto dal Menamestan”.
Perché, signori miei, se avessero la certezza matematica d’ottenere un danno del 100% a fronte di perdite del 10%, l’avrebbero già fatto: se ci pensate bene, è la stessa logica che ha retto per anni la guerra in Vietnam, l’unica vera guerra moderna che mai sia stata combattuta.
Quella guerra vide ampio uso di napalm e di defolianti, ma nulla di biologico: oggi c’è un ampio dibattito sul fidarsi oppure no dei droni – nel senso d’affidare completamente la guerra ai droni, con notevoli risparmi: pensate ai seggiolini eiettabili o agli impianti d’Ossigeno sugli aerei, ai limiti di G possibili…ma non si riesce a farlo  – perché i militari sanno che per ogni drone ci può essere un hacker. Figuriamoci per una situazione dove la certezza non esiste: c’è solo una vaga percentuale!

La moltiplicazione dei mezzi di comunicazione, poi, è direttamente proporzionale al numero degli stupidi: come si fa ad affibbiare la patente di profeta ad uno scrittore statunitense, Dean Koontz nel libro The Eyes of Darkness, uscito quarant'anni fa? Nel 1981, nel suo libro, aveva immaginato una spy-story dove un cinese scappava con i dati di un virus chiamato “Wuhan-400” – sapeva che presso Wuhan c’erano dei centri di ricerca militare – e quindi così lo chiamò. Poi, tutta la vicenda avviene in Brasile…tutto diverso…eppure, dagli al profeta!
Ricordate sempre, prima di correre dietro al primo che grida, che Carlo Maria Cipolla – uno dei maggiori medievalisti che abbiamo avuto in Italia – affermò che la quantità di stupidi, nelle civiltà storiche, è una costante. Non ha portato prove per la sua tesi, ma quando sento certe persone pontificare…beh…mi torna alla mente.

Un virus creato ad hoc, in un quadro geostrategico
La seconda possibilità è che abbiano creato un virus non-letale per scompaginare le economie avversarie, eccetera, eccetera…come no…peccato che le Borse e gli Investimenti siano tutti sovranazionali…e allora? Vi siete accorti che il prezzo della benzina è calato? Ovvio, perché chi ha comprato un future a 100, oggi s’accontenta di recuperare 95 e salvare il capitale mentre nessuno ha comprato a 90, semplicemente perché nessuno tre mesi fa era così scemo da vendere a 90. E di benzina se ne vende sempre di meno.
In questa fumosa ipotesi, non si capisce cosa c’entri la Corea del Sud: per quale ragione s’è vinta un bel Cov-19? Non fa parte a pieno titolo dell’alleanza occidentale? Passiamo oltre: l’Iran. Eh…l’Iran è stato colpito perché è un nemico degli USA, uno Stato canaglia…ecc…pochi sanno, però, che uno delle poche nazioni a sostenere la forza d’urto delle sanzioni americane è stata la Cina, insieme alla Russia.
Le interazioni fra l’economia cinese e quella iraniana sono strette e vivaci, perciò ha senso che ci siano stati dei contagi, senza scomodare il dottor Stranamore: oltretutto, l’area di Wuhan è proprio quella dell’elettronica militare e, guarda a caso, l’Iran ha migliaia di missili che devono, costantemente, essere aggiornati…

A chi gioverebbe una simile mossa? A Trump? Agli USA? Negli USA – visto che un tampone per il Covid-19 costa dai 1.000 ai 4.000 dollari (1), hai voglia che il numero ufficiale degli infettati è basso! E chi se lo può permettere? Vedremo più avanti, con la campagna elettorale in corso, come se la caverà Trump.
Si arriva così alla scelta tedesca (e parzialmente francese) di non differenziare i casi di Cov-19 dalla comune influenza H1N1: questo perché l’industria tedesca ha appena registrato un calo del 6,8% della sua produzione per l’epocale cambiamento di tecnologie (Italia, -4%) ed Angela Merkel già sa che il suo scranno è perduto, ma non vuole privarsi del diritto di primogenitura, ossia di tentare, almeno, di nominare il suo successore.
Però, alla fine di questa vicenda, i nodi verranno al pettine anche per Angela Merkel.

Come nascono e vivono i virus?
La Cina è sempre stata la “fabbrica” dei virus nel dopoguerra: avevo una decina d’anni quando mi presi l’influenza dell’anno – solito virus H1N1 – definita “asiatica”, poi ne sono arrivate a decine. Nessuno sa con precisione perché esista questo fenomeno: c’è però da considerare la grande differenza nell’alimentazione fra l’Occidente e la Cina. In Cina (salvo verso la Mongolia) non ci sono bovini: tutta l’alimentazione, sul fronte delle proteine animali, è indirizzata su maiali e pollame vario. Ma non basta ancora.
Difatti, i cinesi mangiano una serie d’animali che noi non pensiamo minimamente d’assaggiare: dai piccoli mammiferi fino ai rettili e, infine, agli insetti. La cucina cinese che mangiamo qui, in Europa, è soltanto la cucina di mare cinese, e ci dimentichiamo che la Cina è, in gran parte, un Paese continentale. L’altra cucina, non la immaginiamo nemmeno.
Questa differenza comporta la naturale tendenza dei cinesi ad essere immuni e/o meno coinvolti da molte malattie dovute al passaggio – sia per l’allevamento, sia per la nutrizione – da specie molto lontane, sul versante evolutivo, dal nostro genoma.

Se avete un po’ studiato l’evoluzione della biologia dall’Alto Neozoico in avanti, saprete che nelle Americhe ed in Oceania, come anche in Estremo Oriente, le popolazioni di erbivori furono decimate dalla caccia dei nostri antenati, fino all’estinzione di molte specie. Nell’area Nord Africana, Europea e Medio Orientale, invece, si passò all’allevamento degli erbivori, che ci consentì di “assorbire” in un lasso di tempo più lungo le inevitabili malattie contratte dagli animali allevati.
Ne abbiamo la prova perché, quando andammo in America, le popolazioni indigene scomparvero quasi senza lo sterminio dei conquistatori. La famosa epopea delle Guerre Indiane fu soltanto l’ultimo capitolo della vicenda – le popolazioni Oglala da secoli avevano il cavallo (portato dagli spagnoli) e da sempre il bisonte – e questo consentì loro di non soccombere a molte delle malattie che portarono gli europei, perché il contatto era stato diluito nel tempo. Ci pensarono Vaiolo (in minima parte), Alcool e Winchester.
La “Cultura del Mississippi” – che abitava l’areale del grande fiume, e gli storici valutano in circa 20 milioni d’abitanti – semplicemente sparì, al contatto con i nuovi venuti, così com’erano spariti – ossia morti – Inca ed Atzechi. Per malattie.
Dunque, le teorie cospirazioniste giungono a scontrarsi con delle evidenze storiche le quali non possono convincere che il complotto non sia avvenuto – se avete questo in testa, nessuno ve lo toglierà dalla mente, ne sono certo – però potrete capire che il “ventaglio” di ragioni è più ampio, fa parte della Storia dell’Umanità e ci consegna un puzzle non privo di dubbi.

Inoltre, la nostra civiltà tecnologica ci presenta uno scenario nel quale la tecnologia, e solo essa, è in grado di mutare gli scenari: il che, non è vero. Siamo iper-tecnologizzati, costruiamo apparecchiature mediche impensabili solo mezzo secolo fa ma le nostre “risposte” agli stimoli, talvolta, affondano nelle ere pre-storiche: la paura improvvisa, che ti “ghiaccia” in un istante e ti lascia immobile, fu il modo inconscio che la nostra specie usò in tempi antichissimi per difendersi dalle fiere predatrici perché l’animale percepisce due eventi principali nella caccia: l’odore ed il movimento.
Infine, il nostro genoma è vecchio di milioni di anni e si è evoluto insieme a quello degli animali: nulla di strano, il Covid-19 è solo un’interazione capitata nel 2020, che supereremo: la tecnologia, l’esperienza, le precauzioni ed il sapere serviranno, ma solo a decidere l’esponente dei morti, se migliaia o milioni.

Inoltre, il virus Covid-19 non è solo: ci siamo dimenticati del “ceppo” relativo alla SARS e alla MERS? Difatti, il nome scientifico del virus è SARS-CoV19, ossia una mutazione del virus SARS.
Invece, per alimentare le teorie del complotto, c’inventiamo che da qualche parte, qualcuno, s’è appropriato di un virus modificato e l’ha sparso in giro per il mondo, come se la SARS e la MERS non fossero mai esistite. Anche le malattie che distrussero le popolazioni americane furono sparse deliberatamente?

Nella seconda metà dell’Ottocento in qualche caso sì – oramai si sapeva di più sui microorganismi, grazie a Pasteur – ma quelle del Seicento? All’epoca si riteneva che le malattie fossero dovute a “miasmi” od accidenti del genere, non c’era la minima nozione scientifica di trasmissione del contagio. Si intuiva qualcosa, qui e là, ma niente di più: empiristicamente, avevano notato che la peste si trasmetteva e dilagava, ma non avevano la minima conoscenza del fenomeno. Michel de Notredame – medico, in arte Nostradamus – qualcosa intuì nel Cinquecento e consigliò di tenere lontani i topi, ma erano intuizioni senza seguito.
Gli spagnoli, invece, conobbero il chinino per caso: una pattuglia spagnola, mentre risaliva la costa del Perù – affaticati, in preda alle febbri, senz’acqua – si lasciarono andare e bevvero l’acqua di una pozza. La febbre sparì: qualcuno, pensò che proprio i rami di quell’insignificante albero, che s’annegavano nella pozza, li avesse salvati. Così conoscemmo la Chincona, ossia l’Albero della China.

Perché l’Italia?
Il contagio europeo è partito dall’Italia, o forse la Germania è riuscita a tenere nascosto il cosiddetto “paziente zero” per alcune settimane? Ha scarsa importanza.
Oggi, sappiamo di più sul Cov-19: sappiamo che è un virus che si presenta, in molti casi, in modo assolutamente non-sintomatico, ossia molte persone infette non hanno nessun sintomo. Altre ne hanno di più lievi: un po’ di febbre e nulla più. Si comporta, in effetti, come qualsiasi virus “naturale” (e dunque non militare) che segue per la sua espansione la Campana di Gauss, ben nota nella statistica.
E’ chiaro che, in simili condizioni d’infettività, il virus ha vita comoda: può darsi che un cinese (più probabilmente un gruppo di cinesi, fra i quali c’era qualche persona infetta ed asintomatica) sia arrivato in Italia quando l’infezione iniziava appena a presentarsi in Cina.
Oltretutto, ha un periodo d’incubazione piuttosto lungo: ben 14 giorni! 14 giorni nei quali questa persona ha potuto girare tranquillamente perché non avvertiva nulla, magari qualche linea di febbre ma non ci ha dato peso perché è passata da sola.
In un recente articolo ho parlato dell’immigrazione clandestina cinese sul confine giuliano, che è una via possibile, ma poco probabile. Perché?
Poiché una decina di giorni prima che scoppiasse il pandemonio di Wuhan, quella (o quelle) persona poteva essere già qui, senza essere cosciente di nulla. Come le persone che si sono tranquillamente imbarcate sulle navi da crociera, che solo dopo hanno manifestato la malattia.
Si potrà dire che il “percorso” dell’infezione è il medesimo dell’immigrazione clandestina da Trieste: il Veneto (uno dei primi casi) poi la bassa padana, fra Milano e Piacenza. Può essere, ma può essere anche una coincidenza.

Sulla zona di Piacenza, però, c’è da dire una cosa: è, in qualche modo, il “centro” d’Italia per la distribuzione delle merci: lì ha sede, ad esempio, il magazzino generale di Amazon, ma anche altre catene hanno le loro strutture in quell’area perché è “centrale” per raggiungere tutto il Nord oppure prendere la via del Sud, lungo l’autostrada del Sole o la ferrovia ad alta velocità. Non è l’unica zona: anche l’area veronese è in buona posizione: la sede centrale di Lidl, ad esempio, è lì.
C’è la possibilità che il virus sia giunto mediante una merce?
Il Cov-19 ha scarsa resistenza al contatto dell’aria, però qui entra in gioco la statistica: se il denominatore è un numero consistente, tutto dipenderà dal valore del numeratore. Se il valore è 1/25.000 non c’è quasi nessuna possibilità che un evento si generi, ma se la frazione è 5.000/25.000 c’è una probabilità su cinque che l’evento si generi. Per questa ragione, potrebbe essere importante l’area di concentramento, magazzinaggio e poi distribuzione delle merci estere (che aumentano il numeratore): ma, ci tengo a sottolinearlo, sono soltanto ipotesi, senza la minima certezza.

Economia e virus
Bel binomio, prodromo di mille speculazioni giornalistiche alle quali abbiamo assistito. Favorevole per chi deve vendere un vaccino (quando ci sarà) oppure dei mezzi di contrasto, gamma-globuline specifiche od antivirali mirati. Anche chi vende mascherine od impianti sanitari ne riceverà un vantaggio, ma il gioco varrebbe la candela?
Tutto il resto precipita, almeno per qualche tempo, e non è detto che i mancati acquisti di oggi si trasformino in acquisti di domani: nonostante tutti gli arzigogoli, le simulazioni e gli scenari informatici, nessuno lo sa. Si sa per certo, però, che una parte di Pil se la porterà via il Cov-19: meno automobili, meno elettronica, meno concerti, meno cultura, meno balli…meno su tutta la linea.

Quindi, se qualcuno ancora ritiene che il virus sia – in qualsiasi modo – una trovata “finanziaria” lo invito a riflettere. Ovunque, si rischia d’avere i magazzini delle merci saturi e che le merci ristagnino sugli scaffali: vi sembra che un simile scenario faccia andare in brodo di giuggiole gli investitori? I quali, badate bene, investono anche nelle aziende farmaceutiche, ma il farmaco, per essere l’optimum per loro, deve sì farti sentir meglio, ma mai guarirti, poiché verrebbe meno una parte dei loro profitti.
Quindi, molti malanni, ma nessuna pandemia che spaventa al punto che si decide (o si è in obbligo) di consumare meno, su tutta la filiera dei prodotti e servizi in vendita.
I primi a voler far sparire il Covid-19 dall’umanità sono proprio i banchieri e la finanza, di tutte le razze e le religioni, perché nessuno di loro ci guadagna: pregheranno tutti, con la kippà od il velo islamico, cattolici e protestanti, buddisti e confuciani. Tutti con un occhio ai portafogli e l’altro ai listini di Borsa.

L’altra bufala riguarda un pensiero che a molti è passato per la mente: gli istituti previdenziali sono beneficiati da questa “moria” d’anziani.
Anche se, al termine del percorso, i morti per il Cov-19 fossero compresi in una “forbice” fra i 5.000 e i 10.000  – siccome i decessi italiani nel 2019 sono stati circa 647.000 – sarebbe una incremento intorno all’1%: niente che cambi l’equilibrio previdenziale dell’INPS. Senza dimenticare che, trattandosi di soggetti molto anziani, parecchi malati sarebbero morti dopo breve tempo per altre patologie. Ma c’è di più.

L’INPS, oramai da anni, non ha più una vera autonomia dallo Stato: già ai tempi di Tremonti l’autonomia dell’INPS venne seriamente ridotta: dopo Monti, poi, è risultato evidente che era oramai soltanto una voce, apparentemente separata, del bilancio statale.
Fra i compiti dell’INPS, però, non c’è solo la previdenza, bensì anche l’assistenza, ossia il sostegno per i lavoratori in difficoltà: a dirla tutta, la cassa integrazione.
Non sappiamo come andrà a finire, economicamente, questa epidemia: ci saranno dei danni economici, senz’altro, ci saranno concessi alcuni benefici dall’UE, e passi, ma il conteggio degli ulteriori esborsi si farà alla fine, e non saranno certo quei poveri morti nelle corsie ospedaliere a sanificare i bilanci!

Quello che andava fatto meglio
Il primo errore è una falsa imputazione: fatale, immaginifica di una realtà impossibile.
Il responsabile nazionale della Protezione Civile, Angelo Borrelli, ha ieri dichiarato: “Vinciamo la nostra guerra se i nostri cittadini adottano comportamenti responsabili”.
Potremmo rispondere a Borrelli che l’Italia entrò in guerra contro la Francia e l’Impero Britannico con 150 carri armati, già obsoleti appena usciti di fabbrica e completamente inutili: la corazza degli M-13 veniva sbucazzata dalle comuni mitragliatrici. Che comportamento responsabile!
Ma torniamo all’oggi – ricordando che un virus non è una guerra – e chiediamo a Borrelli cosa ne pensa delle migliaia di milanesi che ieri, Sabato 7 Marzo, sono scesi come Unni con i loro camper ed hanno invaso la costiera ligure: capiremmo se fosse stato il 7 Giugno, con la voglia di bagni, ma il 7 Marzo: perché?!?
Poiché la voglia di trasgredire, di farla in barba a tutti, di scappellare le leggi, di mostrare quanto il “singolo” tenga presente la sua appartenenza ad una “comunità” è profondamente insito negli italiani. Come la pietà per i cuccioli di foca in uno Squalo Bianco.
Oppure le “fughe” in treno verso il Meridione, ancora intonso dalle virali intemperanze, non ancora corrotto dalle imposizioni che la legge, in stato di emergenza, deve poter imporre?
Borrelli, ma lei ci crede? Davvero? Ma dov’è vissuto in tutti questi anni, mentre gli italiani erano educati al sollazzo, senza curarsi dei danni che avrebbero procurato? Quando evadevano le tasse, compravano – famelici – i programmi per scovare gli autovelox, pagavano per inquinare i terreni con i loro scarti industriali, oppure più in alto, si facevano fare da un parlamento comprato le leggi sulla Giustizia per evadere la legge?
Borrelli: lei non è in grado di proteggere nulla e nessuno, perché le manca la dote basilare per svolgere quel compito, ossia che chiunque governi deve, per prima cosa, conoscere bene chi sono i suoi governati.
Non servono appelli, richiami al decoro, spinte verso l’altrui bisogno: bisognava, semplicemente, dire che chiunque esce – senza permesso o comprovato motivo – dalla zona rossa è multato con una sanzione che va da un minimo di 1.000 euro ad un massimo di 5.000. Questa, ne sono certo, la capirebbero.

Comprendiamo che l’avvocato Conte, non avendo dirette competenze scientifiche, sia dovuto ricorrere a mille consiglieri scientifici, a mille medici sapienti, a mille microbiologi di provata temperanza. Ma, alla fine, avrebbe dovuto ricordare che la sua carica era super partes, non stiracchiata come una giacchetta da due soldi da un capo all’altro.
Tutto lo svolgimento di questa misurata, anzi sofferta: no, stitica azione di contrasto nei confronti del Cov-19 è stata lenta e zeppa d’incongruenze.
Dov’è avvenuto il fattaccio? In Cina. Bene, quando arriva un aereo dalla Cina avvertitemi, eh? Ah, già che ci siete, misurate loro la febbre. Un ottimo provvedimento: per un ministro della Destra o della Sinistra. Storiche.
Come ha fatto a non saltarle in mente che una persona che vuole entrare in Italia, prende un volo (o un autobus) in Cina e scende ad Hong-Kong, poi riparte e sbarca ad Heathrow, dove non ci sono controlli per le provenienze da Hong-Kong: è un possedimento ex imperiale! Oh, sir…
Da lì, con pochi aggiustamenti, un volo per Roma proveniente da Heathrow (od altri mezzi): passi pure. Lo ha fatto un italiano, che poi l’ha raccontato alla stampa.
E un cinese di Hong-Kong, è tanto diverso – nell’aspetto – da un cinese di Canton? O di Shangai?
Ricorda l’allenatore della Nazionale italiana, Fabbri, contro la Corea del Nord nel 1966? “Per me, fra il primo e il secondo tempo, li hanno cambiati tutti: e come facevi a distinguerli tutti ‘sti Kim?”

E poi, quando ha capito che il focolaio dell’infezione si stava diffondendo prima nelle province di Cremona e Piacenza, poi vero Milano…quanto tempo c’è voluto per capire che l’infezione andava più veloce dell’azione di governo?
Senta, Conte: fra i suoi collaboratori, c’è per caso un Generale? Immagino di sì. Un Generale di Fanteria qualsiasi, non ha importanza se è stato al Pentagono o se ha fatto la guerra di Cric e Croc…no…lo prenda da parte un attimo, e gli faccia una domanda.
“Generale, mi racconti: come si fa un accerchiamento? La devo prendere “larga” oppure stringere tutto in un sacco piccolo?” Se ha ancora dei dubbi, vada a leggere cos’hanno fatto i russi a Stalingrado. Capirà subito che, se devi accerchiare qualcuno, devi circoscrivere un cerchio più largo, oltre le sua punte avanzate, in modo che non se ne accorga: solo così sei sicuro che le rane siano tutte in fondo al sacco!
Adesso la Lombardia, più qualche provincia, un po’ nel Veneto, un po’ in Emilia – no, Bologna no… – un po’ di Piemonte – eh, ma a Torino come fanno? – e vedrà che, in men che non si dica, le avanguardie arriveranno a Napoli. Spero di sbagliarmi, che il nemico non abbia colonne motorizzate veloci: se mai, chieda consiglio a Borrelli, lui ha parlato di guerra…

Chi controlla le via d’accesso alle zone rosse, Presidente Conte? Chi sorveglia i movimenti sui treni? Chi sugli autobus a lunga percorrenza? Chi i traghetti?
Dove troverà migliaia di agenti da inviare nelle stazioni dei treni e degli autobus, nei porti e, soprattutto, chi sorveglierà le vie secondarie? L’italiano non è responsabile, non è consapevole, non ha coscienza civica anche perché l’educazione civica, nelle scuole, non è mai stata studiata. Perché? Forse perché studiandola i ragazzi imparerebbero i loro diritti? Andiamo oltre.
Noi vorremmo sapere, visto che sulle strade non c’è mai nessuno che controlla nulla, salvo in vicinanza delle discoteche e nei centri cittadini: dove troverà decine di migliaia di persone da inviare sul territorio?
Perché, presidente Conte, dalla Lombardia si può uscire da mille strade diverse, magari secondarie, ma agibili, asfaltate, solo meno conosciute.
Le do un consiglio gratis, tanto dovrà arrivarci ugualmente.

L’Esercito italiano ha circa 171.000 effettivi, senza conteggiare i Carabinieri: e se, invece di inviarli sempre dove la NATO ha bisogno di metterci una pezza, le usassimo per un’emergenza nazionale?
Pur mantenendo la custodia di navi, aerei, caserme ed armamenti, riteniamo che almeno 50-60.000 persone sarebbero disponibili per questi scopi. E’ o non è un’emergenza nazionale?
Per carità, niente carri armati o mitragliatrici in giro: non si tratta di terrorismo. Diamogli, al massimo, una pistola da tenere in tasca e qualcuno con la mitraglietta (non sai mai chi incontri), magari con un poliziotto o un carabiniere nelle squadre di sorveglianza (per la maggiore esperienza) però, per controllare i flussi ed i documenti di chi vuole passare, non sarebbero utilissimi? Perché la Cina lo ha fatto, noi siamo il secondo Paese al mondo per decessi e non dobbiamo farlo?

Conclusioni
Passerà, certamente, passerà: il problema è, sin da oggi, capire cosa ci lascerà. Le scelte che faremo oggi saranno importanti per il nostro futuro e, di tutta la questione, la meno importante è l’economia, che poi riprenderà, magari con tutte le sue magagne, ma riprenderà.
Anzitutto, trovo sbagliato seguire i “consigli” d’alcuni anestesisti e rianimatori che chiedono una regolamentazione – de lege – per decidere chi si salva e chi no. I medici, talvolta, operano già queste scelte per non finire in inutili accanimenti terapeutici: c’è la morfina, e fortuna che in molti casi esiste, ma lo fanno sotto la propria responsabilità.
Un provvedimento di legge in tal senso sarebbe deflagrante nella società italiana: finirebbe che “quello si è salvato perché conosceva qualcuno”, oppure “ha telefonato il primario di…”, “s’è interessato l’onorevole K…” eccetera.
Non possiamo certificare in alcun modo questi comportamenti: i medici proseguano con le loro metodologie, con la loro deontologia professionale, ma non chiedano alla legge un supporto per giustificare le loro scelte. Sarebbe non solo deontologicamente scorretto, bensì deflagrante per la società italiana, così abituata alla “raccomandazione”. La legge non può certificare nessuna raccomandazione, ed i medici sappiano che nessuna raccomandazione sarà tenuta, in futuro, in conto.

Questa vicenda ha sì toccato la globalizzazione, ma non è figlia della globalizzazione: a meno di sostenere che i confini dovrebbero essere sbarrati ed i viaggi consentiti soltanto dopo i visti delle ambasciate, com’era con alcuni Paesi un tempo, durante la Guerra Fredda. L’URSS, ma anche gli USA.
Il virus non ha autonomia di vita dall’organismo che lo ospita: perciò, non possiamo di certo accusare le merci d’essere un veicolo di contagio.
Un tempo, le verdure crescevano nei dintorni delle città e venivano vendute nei mercati rionali, mentre oggi arrivano dalla Spagna sui camion: confesso che preferirei un’agricoltura più “nostrana” (e di servirmi soprattutto da chi la pratica, orto a parte) ma non trovo collegamenti con questa vicenda.
Molti italiani si recano in Cina per lavoro: la Cina vende molti prodotti di largo consumo in Italia, ma l’Italia vende alla Cina beni di alto contenuto tecnologico, e dunque questo interscambio è positivo, e non riesco a vedere la necessità di “chiudere i rubinetti” perché è arrivato mister Cov-19. L’influenza comune, giungeva dall’Oriente tutti gli anni.

Nonostante i tanti allarmi, ed una guerra infinita sui media, nemmeno uno dei migranti che sono sbarcati sulle nostre coste ci ha portato il virus: acc…Salvini, t’è andata male…
Se ci sono riflessioni da fare su questa vicenda, una è che siamo una delle Nazioni con la popolazione più vecchia del Pianeta, e non è un caso se qui da noi ci sia una mortalità percentuale più elevata rispetto alla Cina, all’Iran od alla Corea del Sud, che sono Nazioni sensibilmente più giovani. Ma questo è un problema che non sappiamo risolvere, perché non siamo in grado d’interpretarne le vere cause.

Perciò, cari amici, riflettete su quanto ho scritto e cercate di non lasciarvi infettare dai media, che così tante brutte figure come durante questa crisi, non ne avevano mai fatte. A ciascuno il suo, titolava Sciascia, ed aveva ragione.

1) https://www.agi.it/estero/news/2020-03-06/coronavirus-usa-costo-tampone-7338462/

07 luglio 2019

La peste bianca



Non prendete questo articolo, vi prego, come una difesa dell’immigrazione, clandestina e non: non è questo.
Vuole essere un calepino, un block notes di appunti dove ho cercato di mettere insieme le tante – moltissime! – argomentazioni che riguardano il vertiginoso calo demografico europeo. Voglio portare soltanto delle argomentazioni sensate, perché continuare ad invocare le cannonate della Marina contro le navi degli immigrati mi sembra non solo improbabile al 100% ma, in fin dei conti, inutile e dannoso.

Ottaviano Augusto, primo imperatore, fu anche il primo – dopo un secolo di guerre civili – a governare un impero senza guerre dentro le sue frontiere, e la rinnovata stabilità interna condusse a tempi più tranquilli: l’Egitto forniva grano in abbondanza, i Galli erano diventati abili nella produzione di ceramiche, la Spagna forniva il pesce ed il prelibatissimo (per i loro palati) garum. C’erano ancora guerre di contenimento alle frontiere, ma la società italica – grazie alle abbondanti re-distribuzioni delle terre ai reduci – visse una nuova età aurea.

Immediatamente, però,  la popolazione romana percepì che i pericoli erano passati, che ci si poteva divertire! Augusto giunse al punto di dover esiliare la figlia, Giulia, in un’isola per la sua condotta scandalosa.
Come per noi, anche per Augusto il problema era di dover garantire una natalità di “qualità”, altrimenti, un impero con i figli degli schiavi – non educati, che non conoscevano la lingua, ecc –  non lo mandavi certo avanti.
A dire il vero, molti funzionari dello Stato venivano già allora cercati fra i figli dei liberti, che diedero buona prova nell’amministrazione e, nelle legioni ausiliarie, nell’esercito, ove la promessa della cittadinanza faceva gola.
Eppure, un sistema che aveva molto potere e gran parte del mondo allora conosciuto ai suoi piedi, dopo un secolo iniziò a scricchiolare, al secondo iniziò qualche crollo, nel terzo era già nella tormenta. Perché? Non perché erano giunti altri popoli da altre terre, bensì perché avevano cessato di riprodursi!

Ah, le donne…
La donna, inutile nasconderselo, è centrale nelle vicende di natalità: un tempo, anzi, la sua vita era centrata proprio sulla riproduzione, almeno fino alla Prima Guerra Mondiale. Poi, ci fu il cambiamento: le donne, forzatamente, entrarono nell’apparato produttivo…e non ne uscirono più!
D’altro canto, la donna di fine ‘800 aveva desideri, aspettative, programmi, sogni…che non sono nemmeno paragonabili a quelli odierni, dove apprezza l’indipendenza che la società moderna le consente mentre, a fine ‘800, non poteva nemmeno ereditare, bensì solo consegnare la propria dote al marito.
Oggi, se vuole, può placare la sua ansia di figli semplicemente, con un figlio generato da un rapporto qualunque (magari anche d’amore, poi concluso) mentre gli anticoncezionali la metteranno al sicuro da gravidanze indesiderate.
D’altro canto, oggi, non penso che si possa (e si desideri) riportarle – per editto – a quella condizione: eppure, qualcosa bisognerà fare. Ma dovrà essere un “fare” che riguarda la società nel suo insieme, non certo le sole donne. Perché anche le donne, pur emancipate e liberate da una sudditanza incongrua, non sono affatto contente!

Alcuni dati sull’Africa
Nel 1950 il paese sahariano del Niger, con 2,6 milioni di persone, era più piccolo di Brooklyn. Nel 2050, con 68,5 milioni di persone, avrà le dimensioni della Francia. A quel punto, la Nigeria, con 411 milioni di persone, sarà considerevolmente più grande degli Stati Uniti. Nel 1960, la capitale della Nigeria, Lagos, aveva solo 350.000 abitanti. Era più piccola di Newark. Ma Lagos ora è sessanta volte più grande, con una popolazione di 21 milioni, e si prevede che raddoppierà di nuovo nella prossima generazione, diventando la città più grande del mondo, con una popolazione all’incirca uguale a quella della Spagna. (1)
V’invito a leggere l’articolo citato in nota.

Le grandi “paure” dei demografi del Novecento – Cina ed India – le abbiamo alle spalle, giacché sia l’India e, soprattutto, la Cina stanno imboccando anch’esse la via del declino demografico.
Il vero problema, dunque, non è l’Africa – rimasta la sola grande area d’incremento demografico – ma le modalità di gestione dei movimenti migratori.

I dati sull’Europa
L’Unione europea ha raggiunto una popolazione di 509,4 milioni nel 2015, i suoi paesi costituenti hanno aggiunto circa un centinaio di milioni di persone (ossia immigrati, N. d. A.) dall’inizio degli anni Sessanta. Eurostat, l’agenzia di statistica dell’Ue, prevede che la sua popolazione raggiungerà probabilmente i 518 milioni entro il 2080. L’Europa dovrà importare persone. Senza migrazione, mostra Eurostat, la popolazione europea nel 2080 scenderebbe a 407 milioni…Per mantenere costante la popolazione attiva della Germania, ai tedeschi serviranno 24,3 milioni di immigrati. (ibidem)

Meno siamo, meglio stiamo?
Apparentemente, le cose sembrerebbero stare così: ma è poi proprio vero?
Le “piramidi” demografiche ci mostrano un ben diverso andazzo: finché la base dei nuovi nati è larga, l’avvenire è assicurato ma, quando la “piramide” quasi si capovolge, le giovani generazioni sono troppo scarse per consentire ad una società la stabilità necessaria. Germania e Giappone sono le società più “vecchie” del Pianeta, con metà della popolazione sopra i 47 anni, seguite a ruota da Italia ed Austria.
Oggi, stanno “uscendo” dall’età riproduttiva le generazioni degli anni ’80 – già di per sé scarse – e si affacciano le generazioni degli anni ’90, ancora più scarse: già oggi, perdiamo circa 200.000 abitanti l’anno, ogni anno una città come Brescia, Perugia o Catania sparisce.
Ovviamente le città non scompaiono, sono le aree periferiche e le campagne a spopolarsi: in Spagna, ad esempio, c’è una società immobiliare, la Aldeas Abandonadas (2), che non vende solo abitazioni, bensì interi villaggi abbandonati!

Se voglio percepire il mutamento, se così lo vogliamo definire, mi basta affacciarmi alla finestra: quando acquistai questa casa, nel 1999, se mi affacciavo alla finestra vedevo una piana ordinata dai campi di grano, granturco ed erba medica. Nel paese giravano trattori carichi di patate o di legna. Oggi, qualche erbaio abbandonato e tanti noccioleti, che sono un modo per far rendere qualcosa il terreno quando non si hanno più le forze per coltivarlo.
Eppure, il pane, il vino, l’olio, i formaggi…continuiamo a consumarli: soltanto, non sappiamo più da dove arrivano.
I giovani, quando insegnavo, li salutavo e molto raramente li ho poi incontrati: finito il Liceo, Università…poi, solo racconti di genitori o di amici…vive a Udine, a Montreal, a Friburgo…

Il problema del rapporto fra occupati e produzione è sempre un dilemma: la produttività è cresciuta di circa un punto percentuale l’anno, ossia si produce di più grazie all’automazione. Ma, per contrappasso, le attività sociali crescono: basti pensare, oggi, a quanti lavorano per l’assistenza degli anziani.
Sull’altro versante, però, i frutti dell’automazione non sono stati suddivisi fra capitale e lavoro, bensì i contratti di lavoro sono diventati sempre più precari, e le retribuzioni premiano a dismisura i “piani alti” dell’impresa, mentre i lavoratori di basso livello hanno visto le loro retribuzioni inaridirsi, con buona pace del sindacato, venduto a chiunque offrisse qualche vantaggio a loro, non ai lavoratori.

Se desideriamo osservare dov’è finita la grande immigrazione dai Balcani (Albania, Romania, ecc) basta che ci rechiamo in un qualsiasi cantiere edile: è raro che la lingua “base” sia ancora l’italiano. Così come il settore tessile è in mano cinese, e l’agricoltura latifondista si serve principalmente di africani.
Forse, se le paghe nel settore agricolo fossero quelle sindacali, chissà…può darsi che qualche italiano si presenterebbe, ma dubito che sarebbero in tanti. Meglio, sarebbe gestire l’agricoltura mediante vere cooperative, come si fa in Olanda od in Spagna: in Italia, però, il latifondo è sempre presente e nessuno mai l’ha scalzato. Ho visitato, personalmente, un campo di 14 km x 5 in provincia di Padova ed una tenuta di migliaia di ettari in quel di Gravina, in Puglia.
La realtà sono, invece, le “aziende” che sfruttano all’osso gli africani, pagandoli quel che vogliono e poi, come se non bastasse ancora, “aziende” che concimavano le verdure destinate al consumo con compost ricavato dai rifiuti ospedalieri (3). Figuriamoci cosa gliene importa di far raccogliere i pomodori a 10 euro il giorno e se chi lavora, la sera, non ha nemmeno un tetto sotto il quale riposare!

In altre parole, per non continuare all’infinito a respingere (e poi far sbarcare lo stesso) navi e barconi, bisognerebbe che il governo si facesse portavoce, in Europa, di una conferenza diretta a trovare una soluzione, una vera soluzione. Ma una soluzione dignitosa anche per loro: siamo in grado di garantirla?
Potrebbe essere un quantitativo standard, deciso a livello europeo – tenendo conto anche dei bisogni europei di manodopera – stabilito di anno in anno con la ripartizione per ogni Paese perché l’Europa non può affidarsi a fumose trattative, di volta in volta, per queste faccende. Rimarrebbero i richiedenti asilo: ma, se non si vanno a fomentare guerre, è difficile che la gente scappi. Perché non iniziamo a ritirare il nostro contingente in Mali? Perché non chiediamo alla Francia di fare altrettanto?
Nemmeno va bene il concetto scaturito dall’accordo irlandese: dove arrivano, se li tengono. Bell’accordo!

Ci sono poi persone che temono d’inquinare la propria razza con culture diverse: questo, signori miei, è puro razzismo.
La cultura italiana, per quel che vedo e noto, se n’è già andata da un pezzo: la religione cattolica è diventata solo più un pio ornamento, per una civiltà che – nel bene e nel male – ne fece il suo cardine. Gli italiani credono alla reincarnazione, frequentano swami e comunità di vario tipo: una situazione molto simile a quanto avvenne nella decadenza dell’Impero, quando Adriano accettò Cristo come uno dei tanti Dei, nel frastuono afono della decadenza.
Non parliamo poi della vita sociale: un tempo, il bar era il luogo di ritrovo, dove eri sicuro d’incontrare gli amici di sempre, dove facevi la partita a calciobalilla od a ping-pong…esisteranno ancora, qui e là, posti del genere, ma io noto i bar già chiusi alle 9 di sera, i baristi non sono più orgogliosi, come un tempo, del loro mestiere “sociale”…no, contano i guadagni e basta.
Vi rendete conto che non riusciamo nemmeno più ad imbastire una Nazionale di Calcio almeno decente, anche se distribuiamo cittadinanze italiane a destra ed a manca, facendo ridere i polli?

Nessuno ne ha colpa e tutti ce l’hanno…quando una cultura decade, decade l’arte: la musica si fa rumore, il disegno impazzisce, la danza è scomposta…e, soprattutto – forse inconsciamente – passa la voglia di “passare il testimone” ad una discendenza, alla quale, non si saprebbe come giustificare la scelta.
Quindi, di cosa dovremmo sentirci defraudati dalle altre culture? Non sto parlando di chi delinque, ovvio, ma di chi ha semplicemente la pelle o gli occhi diversi dai nostri.

Ciò che m’intristisce è notare che anche gli immigrati, quando vengono da noi, smettono di fare figli: non subito, dopo un po’, quando realizzano dove sono finiti.
La nostra società ha così tante motivazioni di tristezza, al suo interno, da scoraggiare chiunque ci arrivi: si sforzano di mantenere le loro radici culturali, ma finiscono in una terra di nessuno dove ogni cosa perde di valore, ogni suono si tace, ogni volontà si estingue: per forza si chiudono nelle loro cerchie...vi rendete conto di cosa proponiamo? Un mondo di persone sole, in perpetuo contrasto le une con le altre, nessun valore superiore ma solo denaro, potere e denaro, auto di lusso, moto rombanti…c’è da meravigliarsi se non ridiamo più? Se non accettiamo più la scommessa di fare un figlio con la gioia nel cuore e la speranza di un buon avvenire per tutti?

Siamo un popolo infelice: abbiamo ben poco da proporre, da salvare…altro che temere fumose contaminazioni culturali!

20 aprile 2017

Che ne facciamo di Schettino?


Fra pochi giorni, sarà celebrato l’ultimo atto della vicenda Costa Concordia e per Francesco Schettino sarà veramente l’ultima spiaggia: se verrà confermata la sentenza d’Appello saranno 16 anni di carcere, ma il P.G. della Cassazione ha già anticipato che chiederà 27 anni. Una pena troppo pesante per un omicidio colposo, seppure plurimo? La pena per l’omicidio volontario è di 22 anni. Tutta la vicenda ha un sapore assai strano: a Schettino non è stato ritirato il passaporto, e l’interdizione al comando – guarda a caso – è stata comminata per soli 5 anni.
Recentemente, Schettino ha pubblicato su Youtube un breve filmato intitolato “L’onore del marinaio” (1) e non ci sentiamo di dargli completamente torto.

Sarà perché tante volte ho visto la Concordia entrare in porto, a Savona, proprio mentre mi recavo a scuola, magari proprio al Nautico e ricordo l’imponente massa che, talvolta, suonava i rituali 5 colpi di sirena rivolta a barche, pescherecci e quant’altro: 5 colpi significano “non capisco cosa cazzo vuoi fare”. Ricordo che sorridevo, pensando al pilota occupato a seguire magari 3 o 4 bersagli mentre conduceva in porto un albergo galleggiante con 5.000 anime sopra.
Voglio precisare subito: per come sono andate le cose, Schettino doveva essere degradato a mozzo senza ripensamenti. Mai più doveva salire in plancia in comando: questo mi stupisce della sentenza di primo grado, sostanzialmente confermata in appello, perché girando attorno alle vicende processuali ci sono troppe cose che non tornano: gente che ha ricevuto medaglie e, poi, s’è trovata a dover patteggiare le pene, altri che hanno fatto la parte del leone e poi sono stati trasferiti, ma andiamo con ordine.

Nel 1974 mi trovavo al Giglio, accampato “sotto le stelle” proprio sulla punta delle Scole, che separa Giglio Porto dalla baia delle Cannelle. Nella baia, era ancorata una pilotina del New England di proprietà della contessa Agusta (quella che sposò un calciatore nero, ricordate?). Non fatevi fuorviare da quel “pilotina”: la “barca” in questione era un tre alberi di 100 piedi di lunghezza, equipaggio in divisa, ottoni lucidi e tutto il resto…se ne stavano lì, a fare i bagni.
Un giorno, probabilmente per rifornirsi di carburante, si recarono a Giglio Porto (a motore, ovvio) e fui stupito perché la rotta, vista da lassù, puntava dritta sull’Argentario (pressappoco per 90°): fecero un lungo bordo – circa un miglio – prima di virare di 180° circa ed entrare a Giglio Porto. Perché?
Poiché dal mio punto di osservazione, in alto, si notava chiaramente il “campo minato” di scogli che, dalla battigia, continuavano per centinaia di metri: manco con un gommone – pensai – sarei andato a cacciarmi lì dentro! Saggio, il comandate della pilotina – perché cercarsi grane? – mentre Schettino fu proprio tutto meno che avveduto.

E’ vero che lo spettacolo del Giglio con poche luci, nel buio invernale era atteso dai passeggeri, ma c’è modo e modo di farlo!



Osservate, nella cartina, l’angolo fra la rotta della Concordia e la costa Est dell’isola: troppo ampio. Pare quasi una rotta per entrare in porto al Giglio (se mai fosse possibile, con un simile “bestione”!) Chi tracciò quella rotta? Non lo sappiamo. Chi doveva approvarla? Il comandante. Per questa ragione affermo che Schettino non dovrebbe più comandare nulla, manco un pattino. Toglietegli anche la patente nautica.
Con una rotta più verso Nord, una correzione di rotta sarebbe stata più agevole: ma dove ha imparato, Schettino, a condurre una nave? E la velocità? Oltre 16 nodi! Non facciamoci proprio mancare niente per combinare un bel disastro!
Come è avvenuto? Colpa della globalizzazione, anche in quel caso.

La legge, oggi, impone la lingua inglese nei comandi in plancia. Così, invece di “timone a dritta” bisogna dire “on the starboard” e per timone a sinistra “on the port”. Immaginate…onthestarboard…ontheport…ditelo in fretta: com’è? Confusione? Pensate un po’…con un timoniere indonesiano che mastica poco l’inglese…
Così, con una bella accostata a dritta (invece che a mancina) per allontanare la poppa dagli scogli, si è giocato con la vita di 32 persone: bisognava pensarci prima, con una diversa rotta ed una velocità più bassa.

Un naufragio è una tragedia: anche quando finisci in mare da una piccola deriva a vela…ti viene una paura irrazionale…anche se sai nuotare, se è giorno, piena Estate…ti viene un terrore inconsulto e cerchi d’aggrapparti a qualsiasi cosa, anche se basterebbero poche bracciate per giungere a terra.
Un naufragio di 5000 persone, di notte, d’Inverno, nel volgere di un’ora…è una cosa che non riesco nemmeno ad immaginare: pur comprendendo le procedure, non penso che ci sia essere umano in grado d’affrontarlo. l’Andrea Doria, tanto per essere chiari, rimase a galla ancora per quasi un giorno: per certi versi, il naufragio della Concordia ricorda quello del Titanic: notte, freddo, stesso “taglio” delle lamiere per più compartimenti, inabissamento repentino.

Se non bastassero i prodromi – e qui Schettino ce l’ha messa proprio tutta – quando la nave, già da un’ora, è adagiata sugli scogli del Giglio, si fa vivo un certo De Falco – Capitano di Fregata della Capitaneria di Grosseto – che completa l’opera: dalla tragedia al teatro dei pupi.
Da cento chilometri di distanza, senza aver chiara la situazione, senza sapere niente – in pratica – fa una bella lavata di capo a Schettino, diventando un eroe nazionale. Successivamente, De Falco, sarà trasferito (non dietro sua richiesta) ad un incarico amministrativo (non operativo), proprio per aver aggiunto, per pura insolenza (tipicamente militare), un po’ di pepe sulla ferita: oh, come godono i media di mezzo mondo quando un “vero uomo” sale alla ribalta!

Prima d’andare avanti, bisogna ricordare che una nave, nel momento che viene dato il comando d’abbandonarla, diventa un relitto: da quel momento in poi, il comandante cessa d’esser tale e la competenza passa alla Marina, tramite le Capitanerie di Porto. Schettino, giuridicamente, era un naufrago come tutti gli altri.
Senza ricordarsi che il comandante Calamai (Andrea Doria) si salvò – ma anche l’amm. Nagumo sopravvisse all’affondamento dell’Akagi (Midway, 1942) come il comandante dell’Indianapolis Mac Vay e tanti altri – chiede a Schettino (non può chiedergli perché non è morto da eroe in plancia! Così fanno i veri uomini!) di risalire su un relitto senza corrente elettrica, buio come il fondo dell’inferno per dirigere le operazioni di sbarco. Che, all’ora in cui ci fu la famosa telefonata, erano pressoché concluse: alcune navi, deviate dalla rotta per soccorrere la Concordia, stavano allontanandosi perché oramai erano in troppi.
Schettino dirigeva, a quell’ora, le operazioni dalla scogliera insieme ai suoi ufficiali: s’avverte, nel colloquio, che Schettino non ha tempo né voglia di stare a sentire la ramanzina del solito capitano rompicoglioni, tant’è che ha già chiamato Roma, ossia il superiore di De Falco, per narrargli l’accaduto. Che, ad essere onesti, non ha mai negato: “Ho combinato ‘nu grosso guaio”, esordisce nel primo messaggio con la Costa Crociere, a Genova.

Poco prima aveva abbandonato la nave con l’ultima scialuppa disponibile, disincastrandola dalla gru che, per l’inclinazione della nave, minacciava di portarla a fondo. Nel momento nel quale lasciava la nave con gli ultimi naufraghi, Schettino era fermamente convinto che tutti gli occupanti avessero lasciato il relitto, perché non era lui a doversi occupare della questione. E chi, allora?
Quando si parla di naufragi e di responsabilità, sono sempre storie infinite: per questa ragione, Charles Butler McVay III (comandante dell’Indianapolis) si stufò e, nel 1968 – dopo 23 anni di avanti e indietro, sentenze di colpevolezza seguite da assoluzioni e tante scuse – si stese sul prato di casa e si sparò un colpo con la pistola d’ordinanza.

Schettino non rischia questi “avanti e indietro” – è responsabile e colpevole dell’affondamento – però ci sono altri che non hanno eseguito i loro compiti: primo fra tutti, il capo commissario di bordo Manrico Giampedroni, rimasto ferito (una gamba rotta) durante le operazioni di evacuazione e dimenticato sul relitto per un giorno e mezzo – per questa ragione ha ricevuto una medaglia al valore dal Senato – ma…quali erano i suoi compiti? Quella sera, dove si trovava?
Era sull’aletta di plancia, a sinistra, e si godeva lo “spettacolo” del “inchino” al Giglio, mai eseguito (sic!) così vicino alla costa dell’isola.
Così, ha patteggiato una pena a 2 anni, perché:

“…non avrebbe fatto evacuare i passeggeri dalle cabine della Costa Concordia e non li avrebbe fatti radunare nei punti di raccolta per avviarli alle lance di salvataggio, e non avrebbe coordinato l'emergenza in base ai prescritti protocolli.”

Insomma, l’uomo che aveva la responsabilità “alberghiera” della nave, in quel momento, stava in plancia (dove non doveva essere) e si trastullava. Disse anche: “Oh, ma quegli scogli li prendiamo in pieno!”. E scomparve, rimanendo poi ferito in un ponte inferiore, da qui la medaglia del Senato. Concessa con troppa fretta? Beh…similis similia solvitur…sappiamo bene che i senatori non perdono tempo per unirsi al coro dei media ed apparire in Tv…
Anche a Schettino è stato dato un riconoscimento – insieme a tutto l’equipaggio – nientedimeno che dai Lloyd's di Londra, per il comportamento tenuto durante il naufragio e per il salvataggio dei passeggeri.
Perché?

Poiché tutto il naufragio, dall’impatto a “nave ferma” semiaffondata, è durato circa 63 minuti e, in quei 63 minuti, il mondo si è capovolto per le persone sulla Concordia: dai brindisi al sapore, amaro, dell’acqua salsa.
La manovra tentata e riuscita, eseguita dagli ufficiali della nave – senza poter contare sulle macchine! – è stata da manuale (il plauso dei Lloyd's non giunge a casaccio): filando le ancore in sequenza, a tempo debito, sono riusciti ad accostare la nave alla costa. Cosa sarebbe successo se la Concordia fosse affondata – in 63 minuti! – nel canale? Quante centinaia di morti?

Insomma, tutta la faccenda è stata vissuta su due piani, quello reale (terribile) e quello mediatico, che deve essere spettacolare e che ha i suoi ruoli – il mattatore, il vile, l’eroe, l’amante, ecc – come recitano i canoni della commedia dell’arte. E servono, ancora una volta, ad acchiappare ed a condizionare il pubblico, a portarlo dove si vuole. Quante persone, nei giorni successivi alla tragedia – anche fra le gente di mare! – avrebbero voluto impiccare Schettino all’albero di maestra!

Il giudizio sul governo della nave, da parte del comandante Francesco Schettino, deve essere completo e la pena pesante, non c’è dubbio. Una manovra pericolosissima, senza tener conto che la cartografia GPS contiene un errore di 25-50 metri (per ragioni di terrorismo), ma 50 metri non sono niente in mare, difatti, la gomena, che è la misura corrente per le piccole distanze, è di 80 metri, e non vengono usate altre unità minori. Una gerarchia di comando e controllo molto approssimativa – quando mai un comandante non approva la rotta anzitempo? – l’assenza in plancia (sappiamo perché…) in un momento cruciale, la diffidenza con i suoi più diretti sottoposti, denotano un temperamento sbruffone ed orgoglioso, un comportamento superficiale e guascone. La compagnia è responsabile, per aver conferito il comando ad un uomo simile.

Per le vicende successive all’impatto, però, non ci sono elementi che aggravino la sua posizione nella vicenda: ha fatto quel che doveva fare, da bordo o da terra, la cosa non cambiava.
I giudici giudicheranno: vedremo se la sentenza sarà mediatica o basata sui fatti. Schettino è libero d’andare dove vuole: lo farà? Andrà in carcere?