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21 agosto 2021

La banalità della guerra

 

La scossa afgana è stata dura da digerire: come un corpo attraversato dalla scarica elettrica, l’Occidente è steso a terra e bofonchia, nell’attesa che il malore se ne vada. Qualcuno scrive di “inevitabilità”, altri di “riscossa”, altri ancora di “speranza”: l’unica realtà è quella dell’aeroporto di Kabul, dove ci sono più morti e feriti causati dall’incresciosa disorganizzazione della fuga occidentale. Nemmeno capaci a scappare ordinatamente.

 

Terminata la guerra, ci saranno state certamente delle vendette, delle rese dei conti…è inevitabile…pensiamo alla Berlino nel ’45 con i russi in casa…ma non si sono viste le lunghe file di persone inginocchiate a terra per tagliare loro la gola, e qualche senso questa “magnanimità” talebana deve pur averlo.

I Talebani hanno compreso che sono stati in grado di riconquistare il Paese, ma sanno benissimo che nulla potrebbero fare per fermare le squadriglie di B-52 che li sotterrerebbero di bombe: perciò, hanno tolto all’avversario la ragione per bombardarli. Semplice: è bastato disarticolare la “coalizione” mondiale nata nel 2001 dopo gli attentati alle torri di New York, per le quali pare che non fossero nemmeno responsabili.

 

Gli Stati Uniti sono a terra e per un po’ non sapranno risollevarsi, alla Gran Bretagna – dopo la Brexit – non è rimasta che la strategia del pappagallo: ripetere, con molta discrezione nei termini, ciò che arriva da Washington. Russia e Cina, insieme all’Iran hanno sposato, paradossalmente, la strategia “salvinista”, ossia ognuno padrone a casa propria. L’Europa “guarda”, “osserva”, “ragiona”. E tace.

In realtà, è stata una grande vittoria cinese sugli occidentali senza che i cinesi facessero niente: sono bastate dichiarazioni compiacenti e tranquillizzanti, mentre la Russia gongola per la ferrovia che dall’Uzbekistan raggiungerà Mazar I Sharif e l’Iran quella che dal territorio iraniano giungerà ad Herat: il collegamento verso Kabul sarà secondario. L’importante, è rendere trasportabili per ferrovia le stratosferiche riserve afghane di minerali preziosi, dei quali gli USA erano già a conoscenza ma, non sapendo convivere con gli afgani, hanno dovuto rinunciare.

 

Si tratta anche d’Oro e diamanti – ma per quelli non era necessaria la ferrovia – mentre servirà per le (stimate) 60 milioni di tonnellate di Rame, per i 2,2 miliardi di tonnellate di Ferro ma soprattutto le 1,4 milioni di tonnellate di Terre Rare, oramai quasi monopolio cinese in tutto il Pianeta: il vero potere nel controllo della produzione futura – armamenti, telefonia, informatica, settore spaziale, ecc – riposa proprio nel possesso del mercato delle Terre Rare, delle quali la Cina ha fatto grande incetta ed ha stabilito contratti a lungo termine in America Latina. Il Litio dell’Argentina, della Bolivia (ed oggi quello afgano) hanno fatto pronunciare a russi e cinesi una frase fatidica nell’occasione della guerra afgana: “Un’alleanza invincibile”.

In qualche modo, la guerra afgana ha ricordato la Suez del 1956, che segnò la fine dell’imperialismo britannico in Oriente.

 

Passata la buriana, verrà il tempo di tirare le somme di questa apocalittica sconfitta nel settore orientale: si è cominciato con il fallito tentativo d’egemonizzare la Siria, terminato con una sconfitta plateale degli USA, della GB, della Francia e d’Israele nell’unico territorio che consentiva d’arrivare ai confini russi. Oggi è l’Afghanistan a segnare l’estromissione degli occidentali dall’Asia Centrale e per Dicembre 2021 è già stato deciso l’abbandono dell’Iraq da parte delle forze americane che ancora vi risiedono, con ovvi contraccolpi sul mercato petrolifero e, vista la vicinanza dell’Iran, un nuovo elemento geostrategico da tenere in conto.

Rimane ancora l’asfittica Ucraina nel cercare di tenere a bada il potente vicino, ma non ci pare che la dirigenza ucraina – abbandonata da tempo dall’occidente ed in preda ad una crisi economica che ha dimezzato il valore della moneta nel volgere di pochi anni – sia in grado di contenere i russi che, peraltro, conquistata la Crimea ed il bacino del Donbass, li lasceranno al loro (amaro) destino.

Fra pochi anni, gli unici “avamposti” dell’occidente in Asia saranno solo più la Giordania, l’Arabia Saudita ed Israele: auguri.

 

A questo punto, la parola dovrebbe tornare alle armi, ma anche qui ci sono dei punti di non facile soluzione e dovremo fare un passo indietro per scorgerli nella loro interezza.

Da dove nacque il potere occidentale?

 

Nell’Ottocento – solo per non andare più indietro – il potere della Gran Bretagna si poggiava su tre grandi direttrici: l’artiglieria, la flotta e la cavalleria.

Grazie alla flotta il potere britannico si poteva espandere in tutti i mari e le terre, grazie alla cavalleria poteva controllare qualsiasi tentativo di rivolta e grazie all’artiglieria dominava popolazioni e territori.

Questo fu, a grandi linee, ciò che permise il grande potere coloniale inglese.

Anche perché dominate senza possibilità di riscossa, le popolazioni coloniali permisero la nascita dei governi coloniali, in parte britannici ed in parte indigeni: fu così che nacquero le future classi dirigenti nelle nazioni ex coloniali.

Basti pensare alle migliaia di burocrati, tecnici e militari che l’India trovò all’atto dell’indipendenza, mentre un Paese come la Tanzania (ereditato dai tedeschi dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e mai “ristrutturato”) si ritrovò per gestire l’indipendenza 3 medici e circa 150 maestri elementari.

Cosa fece andare in crisi il sistema inglese?

 

Lo abbiamo visto tutti ne L’ultimo Samurai: la mitragliatrice. Senza la mitragliatrice, i samurai avrebbero vinto.

Crollata la cavalleria, toccò alla fanteria assumersi i compiti e, nella Prima Guerra Mondiale, sappiamo a quale disastro si andò incontro: l’artiglieria dovette assumersi il compito di distruggere le fanterie avversarie, ma l’artiglieria costava, ogni proiettile costava caro. E si combatté per quattro anni, fin quando i rifornimenti di granate di uno dei contendenti s’esaurirono.

Rimaneva la flotta, ma la flotta aveva adesso bisogno d’esser protetta dai velivoli avversari e, nonostante la nullità della flotta tedesca, nella Seconda Guerra Mondiale la flotta inglese fu decimata.

 

Dopo la fine della guerra la situazione trovò un nuovo equilibrio: le portaerei americane controllavano i mari…l’URSS non ne aveva quasi…ma l’URSS non ne aveva bisogno: dopo Hitler e Napoleone, venite a conquistarci.

E furono proprio gli sconfitti, i tedeschi, a procurare l’arma che avrebbe segnato un nuovo dissesto: prima il razzo, poi il missile.

Per molto tempo ci si rifugiò nelle certezze del nucleare: oggi, con USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Israele, Pakistan, India, Nord-Corea…più chi si prepara ad accodarsi…c’è oramai da stare bene attenti a premere il bottone.

 

Gli americani avrebbero potuto portare in Afghanistan un migliaio di carri armati e blindati (come avevano fatto i russi) del costo di milioni di dollari ciascuno, solo per vederli distruggere da missili spalleggiabili, del costo di migliaia di dollari ciascuno. E non lo fecero.

Avrebbero dovuto creare un solido governo coloniale, ma senza il controllo del territorio (per un massimo del 50% raggiunto) non potevano farlo: oltretutto, non avevano esperienza di governi coloniali.

Così, se ne sono andati: tanto abbiamo le portaerei che controllano i mari…le rotte…

Fino a un certo punto: il bello è che gli americani lo sanno benissimo.

 

Fintanto che si tratta di controllare la pirateria qualche fregata basta ed avanza…ma in uno scenario di vera guerra – senza poter usare le armi nucleari – il problema diventa serio.

Basti pensare alla guerra in Iraq del 1991: una manciata di missili Scud  del 1950 lanciati dall’Iraq su Israele – e per farceli arrivare avevano ridotto la testata bellica da 1 tonnellata a cento chili d’esplosivo – causarono 156 morti fra la popolazione israeliana, morti che gli israeliani nascosero dichiarandone uno solo, morto d’infarto.

I famosi “Patriot” o cose del genere non beccarono niente, perché la velocità dei missili che scendevano dalla stratosfera era troppo alta per intercettarli: per prenderli sarebbero stati necessari dei laser di potenza a lunga gittata. Peccato che, per ora, esistano solo sulla Enterprise di Star Trek.

 

I missili a lunga gittata a velocità ipersonica, invece, fanno già parte degli arsenali di Russia, Cina ed anche degli USA: solo che gli altri non pretendono di governare tutti i mari del mondo, mentre gli americani sì.

Una salva di tre-quattro missili lanciati a breve distanza di tempo, non sono intercettabili da nessuna nave e, quando incontrano una portaerei, generano un disastro epocale: perforando il ponte di coperta, incontrano aerei e serbatoi di kerosene che esplodono in un attimo. Poi, incontrano anche l’apparato motore nucleare. Non vado oltre.

I sottomarini possono lanciare missili?

Certo, però o sono missili a testata nucleare oppure causano poco danno, anche perché i sottomarini non hanno batterie di missili così fornite da colpire così tanti bersagli: sono stati pensati per la guerra nucleare e le armi convenzionali sono soltanto un adattamento.

Anche l’USAF, purché attrezzata con il meglio del meglio, può fare “cappotto” nelle guerre “non convenzionali”, ossia contro l’Iraq o l’Afganistan: contro l’Iran, ad esempio, non sono andati oltre qualche drone.

 

In una vera guerra non nucleare non si può prevedere cosa potrebbe succedere: certamente Russia e Cina hanno usato parole molto pesanti – “alleanza invincibile” – ma la realtà sarebbe proprio difficile da individuare.

Perciò, la strategia procede con questi colpi – in parte diplomatici, in parte militari – ma sempre senza raggiungere il limite della guerra: all’interno di questa strategia, per ora, l’occidente s’è visto perdente senza condizioni. In Siria, in Ucraina, oggi in Afghanistan.

 

La scelta, in anni lontani, fu una scelta del capitalismo internazionale: utilizzare nazioni con basso costo del lavoro per conquistare mercati e sconfiggere competitori. Alla fine, proprio quelli che dovevano essere dei “mezzi di produzione” e basta si sono rivelati vincenti: riflettiamo sulla non volontà di Marchionne d’intraprendere la via dell’auto elettrica, ad esempio, e cosa ha portato come frutti, quando invece gli Agnelli, negli ultimi anni del millennio, già sperimentavano le auto elettriche.

Oggi, la Cina, ha nelle sue mani il mercato dell’auto elettrica a costo contenuto ed ha conquistato la benevolenza afgana per avere a disposizione proprio i minerali che servono per costruirla. Sta costruendo a tamburo battente una grande Marina, ma non la muove mai dal mar Cinese e non va a cercarsi dei guai dappertutto.

 

Invece, si muove agilmente in tutto il Pianeta per acquisire contratti sui minerali che le servono, ma non “strozza” mai sul prezzo chi vende: domani, se avranno più possibilità economiche, verranno da me a comprare.

Oramai la Cina spazia nella sua tecnologia da un settore all’altro: dalla meccanica appresa in anni lontani dall’alleata URSS al tessile, appreso soprattutto in Europa: vi meravigliavate di qualche decina di migliaia di cinesi a Prato? Erano solo l’avanguardia, per imparare: oggi, sono 13 milioni gli addetti all’industria tessile cinese, 13 milioni che lavorano su macchine tecnologicamente avanzatissime e di buona qualità di prodotto. Poi venne l’elettronica e l’informatica, fino all’acquisizione della IBM (oggi Lenovo) ma soprattutto i grandi progressi nell’elettronica della difesa e dello spazio. Anche nelle energie rinnovabili la Cina guarda avanti, anche se non basta ancora per sopperire alle necessità dell’industria: in ogni modo, ha ben 350 GW di potenza eolica installata – maggiore di quelle di Europa, Africa, Medio Oriente e America Latina messe assieme – e procede a balzi del 78% sull’anno precedente.

Non conosciamo la ragione di un simile balzo economico sul resto del Pianeta: possiamo solo riconoscere che la loro politica estera non è brutale come lo fu quella europea e non è nemmeno grezza come quella americana. Ci sanno fare: riconosciamolo.

Inutile raccontarsela: noi europei non contiamo quasi più niente nei grandi mercati internazionali. Abbiamo rinunciato a troppe cose: come quando facemmo fuori Gheddafi che era il nostro garante per il grande progetto tedesco Desertec, ossia la captazione d’energia solare nel deserto libico che ci avrebbe consegnato, da solo, il 25% dell’energia necessaria in Europa. E perché? Per seguire Sarkozy o la Clinton? La Germania, solo per ricordarlo, non mosse un dito contro Gheddafi: l’Italia s’accodò, scodinzolando, quando pochi mesi prima era stato ricevuto a Roma in pompa magna.

Adesso è tardi per recriminare, per rimpiangere le occasioni perdute: non abbiamo più chance per far sentire la nostra volontà. Ammesso d’averne una.

12 giugno 2021

La conferenza postbellica di Jalta (quarta ed ultima parte)

 

Josef Mengele, il medico-boia di Auschwitz

Nelle indagini storiche, l’assillo d’ogni ricercatore sono le fonti, che devono essere ampiamente documentate ed affidabili: altrimenti, si è subito cestinati ed accusati di complottismo. Ma c’è un “ma” che molte volte non si nomina che però esiste, eccome.

In fin dei conti, chi scrive veramente la Storia? Gli storici, che traggono le loro fonti dagli archivi, sempre che da quegli archivi non siano passati prima altri e sottratto od immesso quello che loro faceva comodo. Quelli che la Storia hanno il vezzo di “addomesticarla”.

 

L’esempio lampante fu lo storico inglese Hugh Trevor-Roper, autore del famoso libro Gli ultimi giorni di Hitler nel quale cercava di tacitare le molte voci che, soprattutto dai Paesi del Socialismo reale (URSS in testa), accusavano gli Alleati d’aver nascosto Hitler per loro vantaggi.

Lo stesso Trevor-Roper, però, durante la guerra era un agente segreto inglese, in stretto e costante contatto con Wilhelm Canaris, capo indiscusso dei servizi segreti germanici, con il quale tentò d’intessere una trattativa – poi fallita poiché i sovietici mangiarono la foglia – per una pace separata con la Germania. Insomma, per quei due, la Guerra Fredda sarebbe nata con almeno una decina d’anni d’anticipo: a questo punto, fregiarsi del titolo di “storico ufficiale” inglese, mi sembra un poco esagerato.

Quando poi dichiarò autentici i Diari di Hitler nel 1983, subito dopo si scoprì che erano un falso: insomma, molta confusione sotto il cielo…non vi stupirà sapere, allora, che alcune notizie qui riportate provengono, addirittura, dalla prestigiosa e di certo non accusabile di complottismo, Università Luiss di Roma.

 

Il conflitto sul metodo, dunque – ricordando Popper – dovrebbe nascere dal confronto aperto sui contenuti, ed analizzando attentamente anche il cui prodest, senza il quale molte “mosse”, in guerra o in diplomazia, finiscono per non reggere se l’analisi si fa più serrata.

Magari non prestare attenzione a chi spaccia teorie senza la minima prova, ma ascoltare chi pone una serie d’eventi concatenati, segno evidente che lasciano trasparire sospetti molto consistenti: non è un buon affare per la cultura storica, anche se pare acquietare gli animi e tranquillizzare la popolazione.

Quel “andrà tutto bene”, propalato ai quattro venti durante la pandemia, mostra tutti i suoi limiti, sia per le questioni pandemiche e sia per le questioni storiche.

 

Devo confessare che di tutta la vicenda la parte che meno m’impressionò fu la sorte di Hitler, anche se Abel Basti – pur comprendendo le necessità editoriali – intervistò persone che dicevano d’averlo incontrato, e la presenza di Ante Pavelic, il dittatore croato, fu sicuramente documentata nel dopoguerra a Buenos Aires e pare che ci sia stato un incontro fra i due.

Stalin non ci credeva affatto alla morte di Hitler e, alla conferenza di Postdam (a guerra finita) fece sapere come la pensava chiacchierando con un addetto d’ambasciata britannico. “Dove avete nascosto Hitler?” gli chiese, creando un notevole imbarazzo.

Anche Mussolini fece la fine che fece per credere a delle fandonie: lui – pilota – cosa ci avrebbe messo, volando di notte, a decollare dal nuovissimo aeroporto di Linate a rifugiarsi in Spagna da Franco? Ma i servizi segreti italiani non erano quelli tedeschi, è la più ovvia risposta. Oppure Franco non voleva grane e declinò la richiesta? Come vedete, la strada per la Valtellina è zeppa di “bivi” mai indagati.

 

In ogni modo, la figura dei due dittatori era oramai inutile nel nuovo panorama internazionale: erano già iniziati i prodromi della Guerra Fredda.

Lo capirono entrambi: l’interprete del loro ultimo incontro, quello avvenuto dopo l’attentato ad Hitler, intervistato nel dopoguerra, raccontò che a parte la sparata iniziale di Hitler sulle nuove armi che avrebbero…eccetera, eccetera…ascoltato più per cortesia che altro da Mussolini, stettero almeno un’ora a ricordare gioiosamente i loro passati di caporali, uno sul fronte francese (con suo ufficiale Rudolf Hess!) e l’altro sul fronte italiano: avevano creato e gestito un’epoca, e milioni di morti. Erano, usando un termine oggi consueto, “obsoleti”.

 

Gli uomini d’apparato, però, sono preziosi e vengono salvaguardati, anche se hanno commesso qualche “marachella” durante la guerra: ne avemmo anche noi, seppur frettolosamente “tutti assolti” dalle malefatte pre e post belliche.

Ne è un esempio il prefetto di Milano nel 1969, Marcello Guida, il quale indirizzò immediatamente le indagini per la strage di piazza Fontana verso Valpreda e gli anarchici, dimostratosi poi non solo un “indirizzo” sbagliato, ma anche colluso con gli interessi della destra eversiva dell’epoca. Ma chi era Marcello Guida?

Fu, in epoca fascista, commissario e direttore della colonia penale per motivi politici di Ventotene e, nel 1970, il presidente della Camera Sandro Pertini, scendendo dal treno a Milano dove il prefetto era andato a riceverlo in pompa magna, si rifiutò di stringergli la mano.

 

Mentre l’Italia non ebbe grandi “richieste” di personaggi del mondo occulto dei servizi segreti, annessi & connessi, la Germania nel dopoguerra viveva un incubo: suddivisa in quattro settori, uno comunista e tre (s)governati dagli alleati, fino al 1950 restò letteralmente alla fame. Bisognava farle pagare le bombe su Londra e, soprattutto gli inglesi, si misero con impegno a farlo.

Molti tedeschi abbandonarono la Germania in quegli anni, ma c’era chi non poteva farlo alla luce del sole, perché mostrare un documento poteva trasformarsi in un capo d’accusa di fronte ad un tribunale militare. Qui, tornarono utili le vecchie conoscenze, in luoghi vissuti per secoli come contee tedesche e che ora, per i ghiribizzi della Storia, languivano sotto il tacco italiano.

 

Non era difficile giungere fino a Vipiteno (Sterzing) o recarsi in altre località della ex Operationszone Alpenvorland, che fino al Maggio del 1945 conteneva il Trentino, l'Alto Adige e la Provincia di Belluno sotto la Germania nazista: lì, c’erano ancora molti amici. E proprio in quelle zone iniziò la “rat-line” (via dei topi), ossia il percorso che portava gli ex nazisti a ricevere nuove identità e documenti italiani, poi a Roma, dove soprattutto i religiosi croati “sistemarono” centinaia di persone, quindi a Genova, dove il cardinal Siri li imbarcava, con la buona volontà dei Costa, sulle navi e li spediva in Sudamerica. Che gioielli di bontà cristiana: tutto sotto gli occhi di Pio XII, che era stato nunzio apostolico per molti anni in Germania (firmando nel 1933 un Concordato dove riconosceva il partito nazista) e, nel 1936, come Segretario di Stato aveva soggiornato a lungo in Argentina.

 

La domanda da porsi è allora: perché gli americani strinsero quel patto scellerato con quella gente? Che, notiamo, in larghissima parte abbandonò la Germania, la quale era timorosa d’essere accusata di nazismo per secoli: molti comportamenti, ad esempio, sono tollerati più in Italia o Spagna che in Germania. Lo Horst Wessel Lied, l’inno nazista, in Germania è reato suonarlo ed ascoltarlo, e la legge viene fatta rispettare.

 

Quando, se ben ricordo era il 2003, mia figlia si recò in Argentina con il fidanzato per conoscere la sua famiglia le chiesi, qualora si fosse ritrovata a San Carlos de Bariloche – considerata il rifugio dei nazisti argentini – di telefonarmi, e lo fece.

Qui era Estate e laggiù Inverno, sotto i contrafforti delle Ande: mia figlia desiderava darmi delle informazioni, anche se il gelo sentivo che l’attanagliava, ma avvertivo che non sapeva cosa raccontarmi. Sì…sulla piazza c’era una birreria in stile bavarese…ma che prova è? Magari possiamo trovarla anche a Roma od a Bari. Le case erano in stile nordico, ma erano quasi sulle Ande…la notizia più curiosa fu che, lì vicino, era sopravvissuta una comune hippie da anni lontani e che erano diventati famosi perché costruivano delle bellissime stufe in terracotta.

Ciò che pensai, mentre lei parlava, fu che si trovava in un teatro di posa abbandonato.

 

Un teatro di posa che era servito, per molti anni, per immagazzinare, controllare e decidere la destinazione di ricchezze inaudite: per noi italiani, la fine – mai conosciuta – dell’Oro della Banca d’Italia trafugato dapprima a Fortezza, in Alto Adige. La parte sparita e mai recuperata ammontava a due tranches del 1944, una di circa 64 tonnellate confluite nella Reichsbank di Berlino e l’altra di circa 7 tonnellate prelevata dal Ministero degli Esteri tedesco. In totale, circa 71 tonnellate mai ritrovate, e viene da chiedersi cos’avessero trasportato i sottomarini a San Matias: 71 tonnellate erano il carico di due sottomarini e mezzo, se le nostre ipotesi del capitolo precedente sono corrette.

 

Ma, se da una parte i servizi americani tollerarono questi traffici, dall’altra chiesero qualcosa in cambio.

Anzitutto, la democrazia in Argentina era un optional: dal 1950 al 1970 l’economia crebbe parecchio e la povertà diminuì fino a toccare un valore minimo del 7% (forse anche grazie all’enorme ricchezza precipitata sull’Argentina?). I governi democratici si succedevano a periodi dittatoriali, fino al 1976, quando prese il potere la giunta Videla. Lì, fu la catastrofe con almeno 30.000 desaparecidos, persone scomparse e mai più ritrovate.

Parallelamente, in Cile nel 1973 andava in scena la seconda rappresentazione: il golpe militare del generale Pinochet, che inaugurò un periodo di disgrazie e morti senza fine.

Mentre la presenza e l’attività di Klaus Barbie – il boia di Lione – è documentata in Argentina ed in Bolivia, quella di Walter Rauff, SS-Obersturmbannführer (simile a Colonnello) nelle SS è documentata in Cile, dove godette della protezione di Pinochet fino alla sua morte, avvenuta nel 1984.

Fra Cile, Argentina, Bolivia e Brasile non si conosce il numero delle vittime né la precisa identità dei loro assassini: si sa che il neofascista italiano Stefano delle Chiaie operò in Argentina sotto la dittatura e poi in Bolivia, in quel grande intervento che prese poi il nome di Operazione Condor. I nazisti, probabilmente operarono dietro alle quinte, senza intervenire direttamente, ma delle tracce le lasciarono, ben evidenti.

 

Colonia Dignidad fu una di queste.

Un orrore nazista, creato nel 1961 da un ex caporale della Wermacht, medico o infermiere che sia stato (un medico caporale?): Paul Schäfer, a 350 chilometri da Santiago del Cile, costruì un campo dove una apparente setta idolatrava il loro leader, pedofilo e nazista fino al midollo, con un annesso ospedale dove un medico (?) tedesco, Harmut Hopp, riforniva di bambini il suo capo, mentre altri li utilizzava come cavie per i suoi esperimenti. Pare che da Colonia Dignidad sia passato anche Josef Mengele, il medico-boia di Auschwitz: non vi è la certezza, ma il marchio sembra proprio il suo.

Nel campo era proibita qualsiasi attività sessuale e, grazie agli psicofarmaci, la gente viveva imbambolata più che tranquilla. D’altro canto, un “campo” circondato da un recinto elettrificato qualche ricordo lo fa rinvenire, e non sono bei ricordi.

 

Vissuto per molti anni nella totale indifferenza, il “campo” divenne tristemente famoso dopo il golpe di Pinochet del 1973, quando parecchi “indesiderati” gli fecero visita e scomparirono per sempre. Sotto Pinochet, il campo fu inviolabile: nessun magistrato poteva indagare e chi lo faceva veniva trasferito, se insisteva spariva. D’altro canto, la presenza della DIMA – la polizia segreta del regime d Pinochet – era abituale a Colonia Dignidad.

Quando, finalmente, in anni recenti si riuscì a penetrare nel “campo”, si scoprirono depositi di armi e di munizioni, molte risalenti all’ultimo conflitto mondiale e, ben celato sotto terra ma perfettamente funzionante, addirittura un carro armato.

Harmut Hopp, il “medico” dell’ospedale, condannato in Cile, è tornato in Germania dove vive libero, mentre Schäfer è morto a Santiago nel 2005 in carcere, dopo essere scappato in Argentina e ripreso.

 

Colonia Dignidad fu scoperta per la fuga di un suo “adepto” che rivelò al mondo quella ignobile presenza: ma quante sopravvissero, in silenzio, sia come “campi di adepti” o come semplici strutture dei servizi segreti? In fin dei conti, agli USA interessava soprattutto il Rame cileno e che l’URSS non mettesse piede in Sudamerica: paradossale, ma  gli aerei che bombardarono il palazzo della Moneda, uccidendo il presidente Allende, erano Mig-21 cileni.

 

Così, la lista di nomi che segue (probabilmente molto incompleta) è tutta composta da gente scomparsa in Europa e ricomparsa in Sudamerica, e mai più tornata per affrontare la giustizia nei Paesi dove l’avevano offesa (salvo Eichmann e Priebke):

 

Josef Mengele, Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Gerhard Bohne, Walter Kutschmann, Erich Priebke, Erich Muller, Walter Rauff, Josef Schwammberger…ed i meno noti:

-Ludolf von Alvensleben, ex ufficiale delle SS in Russia.

-Josif Berkovic, fascista croato.

Gerard Blaton, collaborazionista belga.

-Michel Boussemaere, fondò l’associazione Vlaanderren in Argentiniae.

- Bytebier Gerard, collaborazionista belga condannato a morte.

-Bytebier Michel, suo fratello.

-Franz Calcoen, già condannato a Bruges.

-Kurt Christmann, ex ufficiale delle SS e colonnello della Gestapo.

-Pierre Daye, collaborazionista belga.

-Jan Durcanksy, ministro della Repubblica indipendente slovacca.

-Erwin Fleiss,capo delle SS nel Tirolo.

-Fridolin Guth, partecipò al fallito colpo di stato austriaco del 1934.

-Hans Friedrich Heffelmann, accusato di aver preso parte al programma di eutanasia di Hitler.

-Friedrich Rauch, ex ufficiale delle SS e vicino al Fuhrer.

-Eduard Roschmann, ex comandante del ghetto di Riga.

-Bilanovic Vjubomir Sakic, ex comandante del campo di concentramento di Jasenovac, Croazia.

-Franz Votterl, ex dirigente della Gestapo e ufficiale delle SS.

-Guido Zimmer, ex comandante delle SS a Genova.

-Albert Rits, ex ufficiale delle SS.

-Fritz Lantschner, coinvolto nel colpo di stato in Tirolo del 1934.

 

Queste persone, però, giunsero in Argentina tramite la cosiddetta “rat-line” ossia le protezioni e le falsificazioni delle identità in gran parte create in Alto Adige e poi in Italia, come ricordavamo all’inizio, ma viene da pensare che prima giunsero delle “avanguardie” le quali, per prima cosa s’incaricarono di spostare in Argentina le copiose ricchezze rapinate in tutta Europa dai nazisti e quindi di sistemare degnamente i “profughi” che arrivavano dall’Europa. Ecco perché, all’epoca, San Carlos de Bariloche era un “teatro” molto attivo divenuto, nel 2003 (quando ci passò mia figlia) un teatro di posa abbandonato.

C’è inoltre da ricordare che la Spagna, anche se oramai controllata più rigidamente dagli ex-Alleati, forse chiuse più di un occhio a cavallo del 1950, e nessuno poteva controllare chi partiva da Vigo per il Sudamerica, soprattutto se dotati di documenti falsi e d’identità non facilmente riconoscibili: d’altro canto, lo faceva tranquillamente anche l’Italia.

Non dimentichiamo, inoltre, che tutto avveniva con la bonaria distrazione dei servizi segreti americani, che ebbero poi molti contatti con quella gente: ricordiamo che, dopo il 1970, ci fu un momento nel quale nell’America Latina non ci fu più un solo governo democratico.

 

In fin dei conti, non sappiamo quanti ex nazisti giunsero in Sudamerica – probabilmente, i nomi scoperti sono soltanto la punta dell’iceberg – e la Storia ufficiale ha taciuto, sia per i limiti di ricerca attuati dai servizi segreti di mezzo mondo ed altri storici per aperta collusione.

Allora, vista la situazione di stallo nella quale gli storici si sono trovati, perché continuare a negare l’evidenza di moltissime prove che indicherebbero la sopravvivenza di un’ideologia perversa e soltanto utile a fini strategici?

In fin dei conti, la guerra al bolscevismo inaugurata da Hitler continuò in America Latina, oggi forse connotata più dai grandi cartelli internazionali del traffico di droga piuttosto che da ideologie anticomuniste ma, comunque si voglia definirlo, un brutale assassinio della tanto sbandierata democrazia.

 

Chissà se un giorno, cancellati gli omissis dai documenti secretati, i nostri nipoti sapranno veramente quel che è accaduto.

17 dicembre 2020

Giulio Regeni

 

Strana storia questa di un ragazzo della Carnia, nato in un minuscolo borgo sui confini italiani e morto, ancora molto giovane, a soli 28 anni nella capitale egiziana dove sapere cosa stava facendo è arduo, se non impossibile. Certo, i genitori non comprendono come quel figlio, così intelligente e studioso, sia stato barbaramente torturato e infine ucciso…già…da chi? e perché?

 

Si fa presto a tirare le somme, giacché il presidente (o dittatore, o generale, o Gauleiter messo lì a governare l’Egitto…) si chiama Al Sisi: è il capo di stato (o di tutta la banda) e, dunque, la responsabilità è sua. Una soluzione che può acquietare solo un briciolo la famiglia, perché – tanto – nessuno rimuoverà certamente quel tal Al-Sisi dal trono dei Faraoni, perché su quel trono è giunto dopo lunghe e concordate riunioni proprio fa quelli che dovrebbero chiarire la faccenda, ossia italiani, francesi, inglesi, americani, russi e turchi.

Si dà il fatto che, trascorsi 4 anni dalla morte di Giulio, le cose stiano esattamente come 4 anni fa: nessuno sa chi lo ha ammazzato, nessuno sa il perché e, soprattutto, nessuno può sgomitare troppo per sapere la verità. Ma torniamo al ragazzo, quando ancora viveva.

Di Giulio Regeni tutti concordano nel tratteggiarlo come un giovane molto intelligente e studioso: aveva proprio il “pallino” per la grande politica internazionale e la strategia, ossia era un giovane geo-stratega. Ne abbiamo conosciuti altri, e ci arriveremo. Seguiamo la sua breve biografia:

 

“…e ancora minorenne si trasferì per studiare allo Armand Hammer United World College of the American West (Nuovo Messico, USA) e poi nel Regno Unito. Vinse due volte il premio "Europa e giovani" (2012 e 2013), al concorso internazionale organizzato dall'Istituto regionale studi europei, per le sue ricerche e gli approfondimenti sul Medio Oriente. Dopo aver lavorato presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale e aver svolto per un anno ricerche per conto della società privata di analisi politiche Oxford Analytica, stava conseguendo un dottorato di ricerca presso il Girton College dell'Università di Cambridge. (Wikipedia, Omicidio di Giulio Regeni.) (1)

 

Ora, se facciamo due semplici calcoli, Giulio vinse i due premi “Europa e giovani” quando aveva 24 e 25 anni: doveva essere davvero un genio (era del 1988). Stupisce ancor più apprendere che il giovane se ne andò a studiare negli USA quando era ancora minorenne: ricordo che gli studi superiori terminano a 19 anni, e nemmeno alla fine della quarta si è maggiorenni: a meno che Giulio Regeni sia andato negli USA e terminato là l’ultimo anno, avendo però fatto la “primina”. Insomma, un percorso assai strano, anche per un genio.

Un genio che, molto giovane, s’innamora del Medio Oriente e va a studiare nelle università anglosassoni ne rammenta un altro, nato esattamente 100 anni prima di Giulio e che aveva fatto del Medio Oriente la sua ragion d’essere.

 

Nato nel 1888, Thomas Edward Lawrence (il futuro Lawrence d’Arabia), nel 1907 a 19 anni (pressappoco come Giulio) entra ad Oxford, ma non solo nella celebre università, bensì nella prestigiosa (e molto misteriosa) Round Table, la “Tavola Rotonda” la quale – reminescenze esoteriche a parte – è un cenacolo geopolitico, dove si dibatte (soprattutto) sul ruolo del Medio Oriente nei tortuosi destini dell’Impero Britannico.

 

Nel 1916 – ad un secolo esatto dall’assassinio di Giulio – diventa Capitano (nel 1918 sarà già Tenente Colonnello) del British Army e giunge nella penisola arabica, dove si compirà il suo glorioso destino. Pressappoco alla stessa età di Giulio sarà catturato dai turchi, torturato e seviziato, ma riuscì a fuggire.

Ci lascerà una traduzione dell’Odissea dal greco antico e I sette pilastri della saggezza, il racconto della sua guerra nell’Higiaz, spesso redatta in forma poetica: morirà in uno strano incidente motociclistico nel 1935, che lascerà non pochi dubbi sulla sua morte. Tutti gli atti ufficiali della sua vita sono, ancora oggi, coperti dal segreto di Stato.

 

Come potrete notare, ci sono molte similitudini nelle due vite: se si fa la tara sulle differenze storiche dei due vissuti, c’è da rimanere allibiti. Quasi identici luoghi, nomi, citazioni…Oxford, Cambridge, Onu-Società delle Nazioni…torturato dai turchi l’uno, dagli egiziani (che, all’epoca, erano ancora nell’Impero Ottomano) l’altro. E due morti misteriose, in egual modo sintomatiche di un segreto contorto ma reale, al punto d’eliminare due vite che potevano guastare qualcosa. A poco meno di un secolo, non siamo ancora in grado di sapere perché la motocicletta di Lawrence, di colore verde, avesse dopo l’incidente nitide e corpose striature di vernice nera, né perché nessuno poté avvicinare Lawrence morente.

Così come il nome di chi torturò ed uccise Regeni è ancora misterioso: dietro alla sua vicenda non sono mancate altre morti, ma una risposta non c’è e – a mio parere – come per le tante stragi di Stato italiane, mai ci sarà. Però, almeno tirando la coda di serpente del cui prodest, qualcosa riusciremo a leggere.

 

Giulio Regeni, a differenza di Lawrence, fu torturato ed ucciso: ma, se la morte di Giulio era considerata necessaria per eliminare un nemico, ben difficilmente avrebbero fatto ritrovare il cadavere. Molto semplicemente, avrebbero insabbiato tutto e di sabbia, in Egitto, non ne manca proprio: la sabbia egiziana ha celato discretamente non il frutto di un delitto, bensì le stragi delle moltitudini per migliaia di anni.

Invece, Giulio viene fatto ritrovare, a due passi dal Cairo, sulla strada che porta ad Alessandria: da subito viene giudicato, in modo puerile, un incidente stradale. Proprio il giorno del ritrovamento del cadavere (3 Febbraio 2016), al Cairo era giunta l’allora ministro per le Attività Produttive Federica Guidi, alla testa di una delegazione di 60 imprenditori, per individuare nuovi settori per gli scambi commerciali fra Italia ed Egitto. Vista la situazione, il ministro torna subito in Italia come atto di protesta nei confronti del Paese africano.

 

Non abbiamo elementi probatori per sostenere nessuna tesi: però, che Al-Sisi avesse tutto quell’interesse nel presentarsi al ministro italiano con quel cadavere sul gobbo, ci sembra veramente fuori da ogni logica. Più probabilmente, aveva interesse a farlo chi desiderava che i rapporti fra Italia ed Egitto precipitassero nel baratro. Torneremo su questo punto, ma cerchiamo di sapere qualcosa di più su Al-Sisi e, soprattutto, sul suo predecessore, Mohamed Morsi.

 

Il Generale (oggi Feldmaresciallo) Abdel Fattah Al-Sisi è l’ennesimo militare salito al potere dopo un colpo di stato, dopo Nasser, Sadat e Mubarak.

Il povero Mohamed Morsi, invece, era un ingegnere eletto democraticamente nelle elezioni del 2012 dal partito della Fratellanza Musulmana, un partito che è stato fondato da un insegnante, Hasan al-Banna nel 1928, che propugnava la “modernità coniugata all’Islam tradizionale”. Non hanno mai sostenuto la lotta armata, seppur centinaia di essi siano stato scannati senza remore da Nasser, Sadat, Mubarak e – oggi – Al-Sisi.

Se nel 2012 gli egiziani elessero democraticamente l’unico presidente che sia mai esistito, potremmo affermare che nel suo unico anno di presidenza Morsi si avvicinò un po’ al modello iraniano: appunto, il tentativo di coniugare l’Islam alla modernità. Il che – ossia un nuovo Iran sulle coste del Mediterraneo – non andò a genio a molti, in particolare a quelli che comandano o che vorrebbero (o potrebbero) contare nello scacchiere mediterraneo. Chi “gioca” la partita mediterranea?

 

Ci sono attori di primo piano, e solitamente più defilati, ed altri di livello inferiore, a vari livelli interessati ad alleanze, territori, giacimenti, contratti…e tutto quello che ruota intorno al Mediterraneo da più di due millenni.

USA e Russia (erede dell’URSS) sono attori di primo piano, ed anche quando la Russia è intervenuta militarmente in Siria, l’ha fatto con il piglio della grande potenza: poco impegno, ma micidiale e conclusivo. Gli americani non sono molto interessati al Mediterraneo, poiché hanno già altre gatte da pelare nei Caraibi e nel Pacifico: si limitano al controllo e, come ha fatto la Russia, se intervengono sono rapidi e micidiali (vedi la Libia) mentre, per il resto, si limitano a “consigliare” i loro alleati. E qui c’è il vero gioco geo-strategico, che coinvolge Francia, Italia, Gran Bretagna e, ultimamente, la Turchia.

 

Si veda, ad esempio, come la situazione libica sia tenuta in stallo da americani ed italiani, a Tripoli, contro francesi, egiziani e russi a Bengasi: in pratica, osservando l’equilibrio delle potenze in gioco, potremmo concludere un bilanciamento perfetto. Gli inglesi, da quando hanno perso Malta ed Alessandria d’Egitto mantengono una scarsa presenza a Gibilterra ed a Cipro: quel che conta, per gli inglesi, è che la compagnia di bandiera inglese – la BP – sia sempre in gioco. Ovviamente, nel gioco strategico, sono più vicini agli americani.

 

La Russia è ancora molto soddisfatta per i colpi messi a segno in Siria (e con la Turchia) che le consente basi aeree sulle coste del Mediterraneo e navali (Tartus): di più, non vuole (e non può) fare, per questa ragione il suo appoggio a Bengasi è più legato alla vendita di armi che altro. Già l’aver venduto il sistema antiaereo russo S-400 ai turchi (che non permetterà loro d’avere l’F35?) è stato un colpaccio: vedremo cosa riserveranno i rapporti con la nuova amministrazione americana. Francia e Italia, invece, meritano un paragrafo più approfondito e, forse, qualcosa che c’entra con la morte di Giulio Regeni.

 

Mentre Chernobyl era stata considerata una iattura, Fukushima è stata la dimostrazione che il sistema nucleare non può essere scevro da incidenti: insieme ai mille problemi incontrati nella costruzione della centrale finlandese di Oikiluoto da parte di AREVA (l’ente nucleare francese) la Francia ha compreso che la sola via nucleare non conduce da nessuna parte, soprattutto per la vicinanza dei Paesi europei eventualmente coinvolti in un disastro. Ciliegina sulla torta, è cascata la miriade di problemi che ha incontrato l’apparato motore (nucleare) della portaerei Charles de Gaulle, che è praticamente inservibile, o solo utilizzabile nei brevi periodi fra una rottura e l’altra.

 

Ma, si sa, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale lo sciovinismo francese è salito a mille: perché  non costruire una portaerei nucleare che possa navigare a lungo in tutti i mari della Terra? Ecco com’è finita.

I francesi mormorano a denti stretti epiteti contro la decisione italiana di una seconda portaerei (la Trieste) che andrà ad affiancare la Conte di Cavour, quando la Garibaldi sarà messa in disarmo o trasformata in semplice portaelicotteri. Portaerei grosso modo corrispondenti alla tanto osannata Charles de Gaulle.

Le due portaerei italiane avranno una linea di volo centrata sul F-35 e ben pochi conosceranno la genesi di questo aereo: molti penseranno che, dovendo sostituire i Sea Harrier, sarà un derivato dei Sea Harrier. Niente di più falso.

La concezione dell’F-35 deriva (controllate le immagini se non ci credete) dai prototipi e dagli studi sullo Yak-141, costruiti nell’URSS prima della sua caduta – e che avrebbero dovuto fornire la linea di volo per le 4 Kiev, poi vendute o travolte nel disastro dell’URSS – che i russi hanno “gentilmente” fornito salvo poi, volendo anch’essi munirsi di un caccia imbarcato, oggi lo stanno riprendendo per migliorarlo rispetto all’F-35 americano. Chiusa parentesi (scusate).

 


Dopo l’apoteosi nucleare, la Francia ha dovuto  rendersi conto che doveva rientrare – e pure velocemente – nel gran gioco del gas, che è quello che consente di produrre energia al minor tasso d’inquinanti: una delle ragioni della guerra libica del 2011 fu proprio questa, non tanto il controllo delle aree fornitrici d’Uranio del Ciad e del Niger, che già controllavano. Ci fu, anche, una collaborazione con l’Italia, ossia lo spiegamento di una forza comune nell’area sub-sahariana per mantenere il controllo del Fezzan e delle aree limitrofe.

Ma, a questo punto, successe qualcosa.

Chi si era avvantaggiato dal parziale abbandono della ricerca di petrolio e gas della Francia, “drogata” dall’apoteosi nucleare?

Principalmente l’ENI (ma anche la BP) perché l’ENI – negli anni successivi alla guerra libica – fece il “colpo da maestro” nell’area del Mediterraneo orientale, scoprendo due giacimenti di gas (Zohr e Noor) dei quali non si conosce nemmeno, con esattezza, la quantità di metano che contengono: si sa soltanto che sono i più grandi del Mediterraneo finora scoperti, più altri minori nelle acque territoriali egiziane ed a terra.

Quando si trovano miliardi e miliardi di risorse fossili, scattano una serie di accettati ed abbastanza comuni accordi e pianificazioni giuridico-economiche, accordi che soddisfano le compagnie, gli Stati proprietari delle compagnie e gli stati limitrofi alle scoperte. Sinteticamente, le compagnie pagano delle royalties agli Stati, che le compagnie pagano in metano direttamente allo Stato limitrofo ai giacimenti (in questo caso l’Egitto), oppure denaro…insomma, ci sono tante “varie ed eventuali”, ma la sostanza è che, da quei giacimenti, guadagnano l’ENI, l’Italia (praticamente proprietaria di ENI, grazie alla Golden Share), e l’Egitto.

Se ci sono collaborazioni in ambito tecnico, vengono suddivise nell’ambito della resa dei giacimenti: è il caso di BP, che partecipa al 50% su alcuni giacimenti e della compagnia nazionale egiziana. Se lo avete notato, Ansaldo ha appena consegnato ad un’azienda di Marghera la più grande turbina a gas per la produzione elettrica che sia stata mai costruita, con rendimenti mai raggiunti. E da dove viene il gas? Dai giacimenti egiziani, trasportato su gasiere nei serbatoi dove rimane allo stato liquido intorno ai -170° e viene scaricato fra Chioggia e Porto Levante, dove ci sono le piattaforme con gli hub dai quali partono i metanodotti.

E la Francia?

La Francia ha ottenuto qualcosa con la guerra in Libia, ma è poco o nulla rispetto ai risultati italiani. Con il governo Gentiloni scaturì uno strano accordo mascherato da fumose “revisioni” dei confini marittimi: ossia, la Francia otteneva delle aree di pesca italiane, mentre l’ENI otteneva libertà assoluta di sondare il Mediterraneo occidentale, in acque internazionali, ad Ovest di Corsica e Sardegna. L’accordo abortì con il nuovo governo: forse, non tutti si fidarono delle assicurazioni francesi su quella “libertà assoluta”.

Mentre in Egitto parecchi pozzi sono affidati ad ENI al 100%, altri a metà con BP, finalmente nel 2017 compare il primo pozzo suddiviso in tre parti, la principale (circa il 40%) ad ENI e le altre due a BP e Total. Nel 2020, ad esempio, per la gestione del pozzo di Nor El-Hammad la ripartizione è stata del 37,5% ad ENI (con il ruolo di Operatore), il 37,5% a BP (GB) ed il 25% a Total (Francia).

 

Come potrete notare, la situazione libica s’è molto raffreddata e non ci sono più colonne corazzate che cercano d’entrare a Tripoli. Sarà avvenuto il miracolo o si è trovato un accordo? Tutti questi movimenti ricordano parecchio l’accordo Sykes-Picot del 1920, ossia la necessità di suddividere le “dipendenze” coloniali (od ex-coloniali) fra le potenze europee, senza dimenticare gli USA ed Israele, che fanno parte anch’essi della torta del metano egiziano. Lawrence sbatté la porta, a Parigi, andandosi a sedere con la delegazione araba – ossia quelli che avevano realmente combattuto nell’Higiaz – ma la “madre” Gran Bretagna lo lasciò sbattere, dimenticandosi di lui.

 

E veniamo all’ultimo arrivato, ossia al nuovo Sultano di Costantinopoli, il quale non vive certo giorni tranquilli: da un lato rischia d’essere gettato a mare dalla NATO, dopo essere stato rifiutato dall’Unione Europea e, dopo aver comprato il sistema di difesa aerea da Putin, di Putin si deve fidare.

Da buon neo-Sultano Ottomano che si rispetti, la butta in caciara: minaccia di tornare a riprendersi la Libia e si comporta come se in Egitto fosse un suo dipendente a comandare, com’era nell’Ottocento.

Qualcosa gli danno, tanto per tenerlo tranquillo, ma quando minaccia con al flotta le piattaforme dell’ENI e le gasiere in transito, bastano due fregate (una italiana, l’altra francese) per fargli mettere le ali ai piedi, mettere la coda fra le gambe e passare subito i Dardanelli, per tornare nel più sicuro Mar Nero.

Possiede uno dei più numerosi eserciti del mondo, ma non ha strutture all’avanguardia per proteggerle, qualora immaginasse qualche sortita da qualche parte del Mediterraneo: insomma, tanta pubblicità ad uso interno e Putin lo usa come “grimaldello” nei confronti della NATO, ma – a mio avviso – non si fiderebbe di lui manco per comprare un’utilitaria. Perciò, Erdogan in questa faccenda di morti e petrolio c’entra come il due di coppe, con la briscola bastoni.

 

Ora, torniamo a Giulio Regeni ed alla sua sfortunata vicenda.

Nel 2015, l’ENI scopre Zohr, il primo grande giacimento di metano in area egiziana: non sappiamo quali siano stati gli accordi internazionali dell’epoca, sappiamo però che l’Italia è in forte contrasto con la Francia per la nuova “suddivisione” del petrolio libico, che non la soddisfa affatto. L’Italia costruisce una flotta di tutto rispetto, non solo portaerei, ma anche sottomarini (di progetto tedesco) e parecchie navi di superficie. La Francia macina male la cosa, perché il suo sciovinismo di nazione “vittoriosa” nella Guerra Mondiale la fa credere onnipotente. Consiglierei i francesi di cercare un pusher migliore: ciò non toglie, però, che qualche bastardata a livello di servizi la possano pure immaginare.

 

Nel 2016 Giulio Regeni va in Egitto e si mette a studiare la società egiziana partendo da un settore che lo solletica: i venditori ambulanti, che in Egitto sono almeno 100.000 (la cifra esatta nessuno la conosce, manco gli egiziani) e che sono la grande distribuzione “porta a porta” in tutto il Paese. Vuole solo completare la tesi, niente di surreale.

Per le sue esigenze, contatta il segretario del loro sindacato il quale, in passato, ha creato parecchi grattacapi al potere politico, al punto che il segretario è attentamente controllato dai servizi segreti, e lui lo sa benissimo.

Il nemico più difficile da stanare e distruggere, per Al-Sisi, è sempre la Fratellanza Musulmana, la quale ne ha ben donde: hanno defenestrato il presidente regolarmente eletto e poi gli hanno fatto fare la solita “brutta fine”. Non più impiccato come Said Qubd o i molti ammazzati in mille modi diversi: ufficialmente muore d’infarto, nel 2019, durante l’ennesimo processo (era stato condannato a morte, poi avevano deciso di rifare il processo: l’esito non è cambiato).

 

Ma per Al-Sisi – per quanto ci sia simpatico come Francisco Franco od Augusto Pinochet – non riusciamo a trovare una logica plausibile per scovare una ragione per gioire, nel giorno della visita della Guidi in Egitto, a sbattergli fra i piedi il cadavere di un ragazzo italiano.

Potrebbe mai, la Fratellanza Musulmana, pensare che l’uccisione di Regeni potesse rappresentare un buon motivo per liberarsi del sadico persecutore? Mi sembra molto strano, e per due motivi: Giulio Regeni era una persona sconosciuta alla popolazione egiziana, inoltre la Fratellanza ha sempre aborrito la via della guerriglia contro il potere. Non ci sembra un valido motivo.

 

Al-Sisi ha cercato più volte di “fare giustizia” all’egiziana per la questione Regeni, perché la cosa è sempre un fastidioso scoglio nelle relazioni fra i due Paesi. Mi rendo conto che, messa così, la vicenda assume tinte di cinismo ma, rediamoci conto che da parte egiziana così viene vista.

Così, fece ritrovare i documenti di Giulio e la Polizia (?) uccise in un conflitto a fuoco 4 terroristi (?) colpevoli del rapimento e quindi dell’uccisione di Giulio. Tutto risolto? Per niente, poiché le prove evidenziate agli inquirenti italiani mostrarono chiaramente che, dai tabulati telefonici, i 4 “terroristi” si trovavano, la sera del rapimento di Giulio, a più di 100 chilometri dalla sua abitazione. Inoltre, i colpi evidenziavano non un conflitto a fuoco, bensì l’uccisione a freddo e da brevissima distanza dei quattro.

 

Da questo, però, possiamo ricavare che Al-Sisi è riuscito a mettere le mani sui veri assassini di Giulio – se aveva i documenti! Scomparsi per anni! – ma, evidentemente, qualcosa gli impedisce di poterlo chiarire.

Quale può essere la ragione, per la quale non può farlo?

Perché, evidentemente, i mandanti – sapere gli esecutori non è poi così importante – sono personaggi vicini ad un’altra potenza e, se si scontenta l’Italia, non si possono scontentare gli altri. Poi, che gli agenti di una potenza straniera – magari per questioni di energia – abbiano deciso di uccidere Regeni per avvelenare le relazioni italo-egiziane, non sarebbe per niente strano. I servizi, spesso, si vendono al miglior offerente: in questo caso, vengono semplicemente definiti “deviati”. Il “lavoro sporco” in questi casi, non viene eseguito dai servizi del Paese interessato, bensì pagando profumatamente settori che si conoscono dei servizi di quel Paese, senza rischiare che un qualsiasi incidente porti in primo piano personale di Paesi esteri.

 

Perciò, la “coda di serpente” del cui prodest ci indica chiaramente che la vicenda è maturata e si è conclusa nell’ambito del mondo dell’energia e dai sussulti internazionali che esso provoca. Ovviamente, senza prove non si possono lanciare accuse. Perché non uccidere, ad esempio, un ministro od un ambasciatore? Troppo pericoloso: storie del genere difficilmente si concludono senza un lancio di missili, magari con il palazzo presidenziale come obiettivo. Gli inglesi, ad esempio, non si fecero problemi a buttare nel cesso Lawrence, dopo che gli aveva consegnato il Medio Oriente su un piatto d’argento! E, tutto sommato, Giulio Regeni era meno conosciuto di Thomas Edward Lawrence.

 

Rimane il dolore di quei due genitori. Potremmo affermare “la persona giusta nel posto sbagliato”, ma questo non acquieterebbe di certo il loro dolore.

Se vogliono, possono domandarsi di chi era la voce (era di un italiano chiaramente del Sud) che alla radio militare – nella concitata sera che portò al rogo del Moby Prince – con voce tranquilla, disse semplicemente “Mobby Prins, pigghiatelo n’tu culo”. I familiari di tutti quei morti ancora se lo chiedono.  

 

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Giulio_Regeni

04 gennaio 2020

Gambit

Il gambit è una mossa d’apertura nel gioco degli scacchi, che prevede il sacrificio volontario di un pezzo per acquisire risultati superiori: tipicamente, scambiarlo con un pezzo di valore più importante oppure di giungere fulmineamente allo scacco al Re.
Questo 2020 si è aperto con una curiosa vicenda, alla quale ne è seguita subito un’altra e già se ne promette un’altra ancora: chissà se queste vicende ne sottendono altre, ancor più segrete? Un vero e proprio gambit. Mascherato.
Beh…partiamo dalla prima.

Proprio nella notte di Capodanno, a San Pietroburgo doveva andare in scena uno “spettacolo pirotecnico” ad alto potenziale: no, non erano fuochi artificiali, bensì un attacco terroristico dell’ISIS (?) che prevedeva alcuni attacchi alla popolazione in punti diversi della città. Almeno, così ce l’hanno venduta. (1)
Prontamente, la polizia è intervenuta ed ha arrestato due cittadini russi (?) che avevano il solito ambaradan d’armi ed esplosivi in casa. Così è stato comunicato.
E chi è stato il “canarino” che ha cantato?

Il Presidente americano Trump, il grande “amico” di Putin. Oddio…con qualche faccenduola in sospeso fra loro, roba da poco…storie d’oleodotti e di piccoli Paesi, con l’Ucraina in prima pagina…ma non mancano altre scenografie ad arricchire la grande “amicizia”: Israele, Arabia Saudita, Iran, Siria, Libano, Turchia…cosa volete che siano…
Ovviamente,  Putin ha sparso subito – urbi et orbi – sincerissimi ringraziamenti per l’amico americano, salutandolo come persona seria ed affidabile, che si mostra “comprensivo” dei problemi altrui e poi, bla, bla, bla…
Pochissimi giorni dopo, “l’amico americano” fa saltare per aria il comandante delle brigate “Al Quds” iraniano, il generale Suleimani, molto noto in patria e molto stimato da tutti, amico personale dell’ayatollah Khamenei, eccetera, eccetera.
Naturalmente, l’Iran lancia subito minacce apocalittiche nei confronti degli USA e di Trump, minacciando sfracelli e disgrazie infinite per gli americani e per i loro amici (Israele ed Arabia Saudita, tanto per non far nomi).
Che bella storiella.

Assolutamente razionale, perfetta, ben congegnata, spendibile su tutti i media internazionali senza pecche e, soprattutto, fatta apposta perché i tanti cosiddetti “giornalisti” del Web ci caschino come tanti citrulli, imbevuti di retorica post-modernista, post-guerra fredda, post guerra irachena, post petrolio-dipendenti, post, post, post…basta postare in fretta e furia un articolo, per soddisfare la sete dei molti lettori, di tutte le taglie, forme, razze e religioni del Pianeta.
Se non che, non funziona.

Prima domanda: cosa ci faceva uno dei massimi comandanti militari iraniani in Iraq? Era andato a trovare i parenti, a salutare un amico, a trovare l’amante? Vabbè, prendiamole per buone.
Perché gli americani l’hanno ammazzato? Perché sono cattivi, perché sono stato imbeccati da Tel Aviv, perché s’era macchiato di tanti morti americani, perché, perché, perché…non ce n’è uno che funziona. Un generale che si “macchia” di morti americani?!? E cosa fanno i generali, normalmente, il solletico alle ragazzine?

Non dimentichiamo, poi, che i movimenti dei massimi dirigenti politici e militari delle nazioni non sono mai casuali, ossia ci sono una serie di “contrappesi” che devono essere soddisfatti: altrimenti, che ci vorrebbe a tirare un missile contro l’aereo di Trump o di Putin, di Macron o della Merkel, ma anche del capo di Stato Maggiore della Romania o del Perù?
Queste cose avvengono raramente, e si vide nel 1980 cosa causò l’aver tentato, con un sotterfugio, di far fuori Gheddafi mentre volava a Varsavia: una battaglia aeronavale nel Mar Mediterraneo, che anche se siamo qui a parlarne nessuno ha mai ammesso, perché i Mig cadono nei cieli di Calabria quando grandina. Eh…sì, patiscono la grandine: se non vi va bene e non ci credete, non ce ne frega una mazza.
Quindi, gli spostamenti del gen. Suleimani – un uomo molto vicino, per il suo ruolo, ai servizi di vari Paesi – sono stati rivelati: c’è un “canarino” che ha cantato, altrimenti non sarebbe successo niente del genere.
Ma vediamo di dare una risposta alle vere ragioni di questa vicenda, ossia:

a) Perché gli USA hanno pensato bene di far fuori Suleimani e perché, probabilmente, è stato tradito;
b) Quali possono essere gli sviluppi futuri.

Premesso che, un aumento del prezzo del petrolio di pochi dollari significa miliardi di dollari che s’ammassano (per tutti, Iran compreso!), ci passiamo oltre, perché questa è una storiella banale e non vogliamo raccontare banalità.
Prendiamo, ad esempio, in esame la situazione dell’Aeronautica Iraniana? E perché proprio gli aerei iraniani?
L’Aeronautica Militare Iraniana è ricchissima d’ottimi cervelli, tecnici e militari, ma è poverissima di mezzi, al punto – nel raffronto con Israele e l’Arabia Saudita (suoi avversari regionali) – di riuscire, forse e a malapena, a difendere il territorio nazionale.
Lasciamo pure fuori del conto gli aerei e le portaerei americane: per questa ragione ha ricevuto dalla Russia il sistema di protezione dello spazio aereo S-300, ma non ancora l’S-400 – che hanno richiesto – ma la Russia, che lo ha fornito seduta stante alla Turchia, ha risposto picche.
E gli aerei? Peggio che andar di notte a fari spenti.

Dalla fornitura degli F-14 (1975) americani, è stato un pianto antico: F-4 (quelli del Vietnam), poi F-5, vecchio caccia di seconda linea e pochi (e/o vecchi) Mig-29. Un disastro.
Per questa ragione, l’Iran ha scelto una via che potremmo definire “coreana” anche se non ha l’atomica: è fornita di migliaia di missili con gittate d’oltre 1.000 Km e decine di migliaia di minor gittata, molti dei quali forniti ad Hezbollah, il fedele alleato sciita in un mondo sunnita di nemici d’Israele. Il che, è già una bella tautologia.
Insomma, andare a toccare seriamente l’Iran scatenerebbe Armagheddon e gli Stati Uniti lo sanno benissimo: se l’Iran non può permettersi Armagheddon, nemmeno l’America osa andare a vedere cosa succederebbe.
Sono decenni che Michael Chossudowsy urla allarmi per una “futura” guerra contro l’Iran e mi fa piacere doverlo smentire ogni volta: non perché Chossudowsky mi stia antipatico (anzi), bensì perché mi sta molto antipatica la guerra.
L’industria aerospaziale iraniana è però molto sviluppata, e ricca di veri e propri talenti in quel campo. Notate cosa sono stati capaci di fare:



Questo aereo, denominato Saeqeh (in pharsi, non facile translitterazione) è, in realtà, un Northrop F-5 americano modificato:



al quale è stata totalmente riprogettata e ricostruita la sezione di poppa (si noti la doppia deriva, in stile F-A 18), più una serie d’interventi sull’elettronica di bordo, per dargli migliori potenzialità aerodinamiche e di combattimento.
Non sappiamo fino a che punto gli iraniani siano riusciti in questo giochetto, però siamo certi di una cosa: poche (o nessuna) industrie aerospaziali europee sarebbero state in grado di farlo.
In questo modo, gli iraniani hanno fatto fare al vecchio F-5 un salto generazionale, da un vecchio aereo di 3° generazione ad uno di 4°, almeno così sperano. Però, questo aereo rimane un semplice caccia-bombardiere per l’appoggio locale alle truppe oppure per la difesa aerea ravvicinata: è solo dotato di missili per autodifesa all’infrarosso (Sidewinder, ecc) con portate di una manciata di Km e non è in grado di portare missili in grado di colpire un aereo nemico a 50 o 100 Km di distanza.

Gli iraniani, si sono allora attivati ed hanno chiesto alla Russia di poter acquistare i più potenti Su-30, aerei di 4°+ generazione, pari almeno (o superiori) agli F-15 sauditi, ma…si sono messe di mezzo le sanzioni…che hanno impedito alla Russia (che ne sarebbe stata felicissima!) di soddisfare le loro richieste.
Qualcuno sostiene (2) che piloti iraniani siano già andati in Russia per addestrarsi sui caccia Sukhoi, perché un simile cambiamento richiede un lungo addestramento: è solo nei film americani (Indipendence day) che un ex-pilota del Vietnam, il quale vola su un biplano per spandere concimi, per andare a sparare agli alieni si siede su un F/A 18. E’ come passare da un biplano Sophwith Camel della 1GM ad uno Spitfire, forse peggio.
E quando scadono ‘ste benedette sanzioni? Nel 2020. Iniziate a capire qualcosa?

Allora, allora…
Il 2020, per Trump, è anno d’elezioni: ha sulla schiena una richiesta d’impeachment, non si sente molto sicuro…ha bisogno dei voti dell’elettorato ebraico, che in America può fare la differenza. E i finanziamenti elettorali non fanno la differenza?
Ha provato in tutti i modi a scotennare l’odiato Khamenei, ma non ha ottenuto molto: un drone abbattuto, qualche petroliera colpita…niente d’importante. Tel Aviv, però, non è contenta: sono loro a dover vivere sotto la minaccia dei missili di Hezbollah, mica gli americani! Ci hanno provato nel 2006 a farli fuori, ma non ce l’hanno fatta, e non trovano un presidente che dia loro retta: vogliamo aspettare che Tehran abbia l’atomica?
Preso fra due fuochi, Trump ha dovuto dare loro un contentino, scambiando con i russi qualche rivelazione “coperta”? Non siamo in grado di sostenerlo.
Ha anche spostato un contingente di 750 soldati dalla Siria all’Iraq occidentale – aveva detto loro: “si torna a casa!” (sic!) – lontano dalle popolazioni sciite e più vicino ad Israele ed all’Arabia Saudita. Insomma, io la buona volontà ce la sto mettendo tutta…ma a voi non basta mai!
E i russi?

Ai russi la cosa non può che portare vantaggi: scadute le precedenti sanzioni, nel 2020 potrebbero dare finalmente il via alla consegna dei tanto desiderati Su-30 all’Iran! Sarà una consegna molto “succosa”, si parla d’almeno 30-50 caccia dei quali gli iraniani hanno un bisogno disperato…e non staranno tanto a tirare sul prezzo. La vicenda di Suleimani ha scosso gli animi, da una parte e dall’altra, ed i russi potrebbero decidere autonomamente di consegnare gli aerei agli iraniani: anche i commentatori russi hanno glissato all’acqua di rose: “pericolo per la pace mondiale”… “atto inconsulto”…e via discorrendo…parliamo di cose serie, d’aerei per difendersi dalle minacce americane e saudite…

L’ultima risposta è su cosa potrà fare l’Iran per vendicarsi: lo farà, è chiaro, perché anch’essi hanno un elettorato ed una popolazione da soddisfare. Però, ci sono tanti modi per farlo.
Sul “come”, però, temo che sia il punto interrogativo che aleggia, proprio in queste ore, in molte menti a Tehran.
Aeronautica e Marina possono ben poco: non sono certo 3 sottomarini a spaventare la US Navy e sull’aeronautica abbiamo già detto.
Il presidio dello stretto di Hormuz, però, è molto ben fornito di missili antinave ed imbarcazioni veloci d’assalto: in assenza, però, di naviglio militare americano, non rimane che qualche petroliera che sconfini.
Il canale delle acque territoriali, ad Hormuz, è molto stretto e spesso avvengono leggeri sconfinamenti: da questo, però, ad affondare una petroliera con tutto l’equipaggio ce ne passa, peggio ancora affondare un’unità militare, con centinaia di morti. Sarebbe l’inizio di Armagheddon.
La brigata americana che si sta trasferendo dalla Siria all’Iraq è, ovviamente, sotto il tiro dei missili iraniani, e potrebbe essere un bersaglio adatto: anche qui, però, centinaia di morti.
Scarterei, in linea di massima, queste ipotesi comprendendo anche un eventuale attacco di Hezbollah su Israele: tutte troppo zeppe d’incognite sul futuro dell’area.

Ricordiamo che l’Iran ha messo più volte l’accento sulla “pazienza” nella vendetta: potrà lasciar passare anche qualche mese, prima d’attuare qualcosa. Molto probabilmente si tratterà dell’uccisione o della presa d’ostaggi americani nell’area, quando la tensione sarà calata e tutti tenderanno a dimenticare.
Il punto saliente, per gli iraniani, è ottenere finalmente la vendita degli aerei da parte russa, cosa di primaria importanza per la loro difesa: poi, qualcosa s’inventeranno, ma sarà qualcosa che non dovrà impegnare militarmente nessuno.

In fin dei conti, a questo serve il terrorismo: a mandare avvertimenti, senza mai comparire in prima persona, e questo è uno degli attori delle guerre a geometria variabile, che devono tener conto del prezzo del petrolio, delle armi nucleari e di riuscire ad intimidire l’avversario senza entrare in questi “campi minati”.
Dalla diplomazia alla guerra il salto può essere repentino, ma entrambi i contendenti lo sanno, e sanno anche cosa rischiano: per noi, che non vorremmo più dover raccontare storie come queste, rimane l’assillo di un Pianeta senza pace, che non riesce a convivere senza una pistola sotto il cuscino.
Ed è questa la grande sconfitta che tutti i giorni dobbiamo affrontare.

14 dicembre 2019

Winston Churchill searching

La Gran Bretagna, grande nazione per tre secoli di storia, festeggia la sua ennesima vittoria: l’affermazione dei conservatori racconta che lo “strappo” definitivo dall’Europa avverrà a fine Gennaio. Dobbiamo crederci? Facciamo finta, oppure crediamoci pure, non cambia molto.

Il problema di Sua Maestà, ora, è come armonizzare il dopo Brexit con la realtà: la Gran Bretagna – siamo onesti – da Napoleone in poi non ha avuto superbi statisti e, quando si ritrovò quasi con Rommel e Guderian sulla costa della Kent, dovette richiamare in fretta e furia un mastino, non un gran pensatore, un gran picchiatore e basta. Di necessità virtù: dove non giunsero le alchimie sopraffine di Chamberlain, arrivarono gli Spitfire di Churchill.
La Gran Bretagna fu salvata, durante la Seconda Guerra Mondiale, dalle truppe dei dominions – australiani, neozelandesi, indiani, birmani, ecc – i quali, con qualche mal di pancia, salvarono l’impero britannico dalla distruzione militare. Al resto, pensarono i convogli dall’America che portarono di tutto, dal latte ai carri armati.

Dopo la guerra, la scelta europea apparve vantaggiosa ma oggi, la crisi intrinseca (e tutta politica) dell’UE, ha fatto virare il consenso popolare verso una “indipendenza” che presenta molte incognite. Il bislacco sistema elettorale inglese ha fatto il resto.
Il Commonwealth? Può ancora essere la valvola di sfogo dei tanti problemi britannici? I molti “distinguo” di Australia e Canada, ad esempio, non sembrano portare molte speranze.
L’impero inglese si è trasformato in un grande impero finanziario, senza più basi industriali o il grande commercio agrario di un tempo: basterà, per reggere, da solo, nel panorama politico mondiale?

Le parole d’ordine dei politici di destra – America first, British first, o prima gli italiani – di Trump, Johnston e Salvini finiscono per essere dei vuoti mantra, senza un costrutto interno a renderli validi. Parole d’ordine buone per Facebook o Twitter, puri messaggi elettorali e basta: non c’è modo – se vogliamo – di proteggere gli europei dal dilagare della potenza cinese: basta osservare un qualsiasi porto italiano, e cosa c’è scritto a poppa delle navi o sopra i container.

Per qualche tempo, la Gran Bretagna fu salvata da un oscuro geologo – Colin Campbell – che scoprì il Brent, il petrolio del Mare del Nord. Ma, oggi, sta finendo ed il governo inglese ha lanciato il più vasto piano eolico europeo, per sopperire ai bisogni interni.
Però, mentre i giacimenti del Dogger Bank – in Inghilterra – sono quasi esauriti, quelli situati in area scozzese stanno molto meglio: insomma, la Brexit ci lascerà un panorama con inglesi quasi senza petrolio e scozzesi ricchi petrolieri.
Non a caso, le recenti elezioni inglesi hanno visto la vittoria in Inghilterra dei candidati Brexit, mentre in Scozia (e nel Nord Irlanda, ma per altri motivi) il no-Brexit ha avuto la maggioranza e, già oggi, qualcuno mette avanti la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese. E questo è già un grosso problema.

Tutti i mari inglesi, però, risulteranno di più difficile navigazione e per la pesca: la Manica tornerà ad essere divisa a metà con Francesi e Belgi e, soprattutto, il Mare d’Irlanda – considerato quasi un mare interno inglese – tornerà ad essere diviso con l’Irlanda la quale, come tutti sanno, non ha profondi sentimenti d’amicizia per gli ex dominatori inglesi.
La situazione più difficile, però, è senz’altro quella del confine nord-irlandese.

I più giovani non possono sapere, ma i meno giovani ben ricordano cosa fu prima dell’integrazione europea per gli irlandesi: un confine violento, arrossato di sangue, fra due popolazioni che sono entrambe irlandesi, ma separate fra cattolicesimo irlandese e protestanti al Nord. Insomma, la vecchia storia dell’IRA, che si tacitò con l’accordo di Shengen per la libera circolazione delle persone e delle merci. Se in altri confini fu odiato per la circolazione degli extracomunitari, lassù – con la libera circolazione di persone e di merci – tacitò le intemperanze, di una parte e dell’altra. E fu una benedizione.

Insomma, la Gran Bretagna, a Gennaio 2020 tornerà ad essere un Paese circondato da mari e coste di Paesi…diciamolo con una formula neutra…“non-amici”. E, paradossalmente, l’unica via aperta sarà di nuovo quella verso l’America: la stessa rotta che seguirono i convogli durante la guerra.
Il voto ai conservatori inglesi si è concentrato soprattutto nelle Midland, dove c’è stato un vero plebiscito, perché – a parte Scozia e Irlanda del Nord, dove hanno vinto i no-Brexit – anche nel Galles il risultato è stato più bilanciato. In effetti, si è trattato di una vittoria più inglese che britannica.
Ovvio che una nuova GB non dovrà soltanto guardarsi dai nemici “interni”, bensì anche creare nuove alleanze esterne.

Berlino non ha interessi a mantenere un buon rapporto con Londra: il suo interesse geopolitico vira ad Est, verso le opportunità (ed i bassi costi di manodopera, meno di quella cinese!) che trova in Romania, Ungheria e nei Balcani in genere. Domani una porta verso l’Ucraina potrebbe aprirsi, ma ritengo che, finché ci sarà Putin in Russia, tutto rimarrà come oggi.
Anche nel continente, se c’è molto scontento per come viene gestita l’avventura europea, non ci sono segnali di “partecipazione attiva” da parte di Paesi europei verso la scelta inglese: tanta parole, ma fatti niente, perché una simile scelta è molto ardua.

Nemmeno Parigi, o Roma, o Madrid hanno cospicui rapporti economici con Londra: ciò che importa molto, invece, sono i rapporti finanziari con la city londinese i quali, però, da molti anni sono migrati a Dublino perché da lì, in qualche modo, s’arriva ai paradisi fiscali dei Caraibi. Comprendo che la logica appare un po’ strana, però i capitali che vanno “off-shore” passano oggi per Dublino più che da Londra.
Il perché è di facile comprensione: gli investitori necessitano di un mercato libero ed evanescente, senza improvvise pastoie che giungano da Londra o da Berlino.
Una specie di Svizzera in mezzo al mare, sicuro rifugio per capitali erranti? Potrebbe essere, ma ci sono già le banche svizzere e quelle irlandesi che “coprono” sia la domanda di conservazione, sia quella d’espatrio verso “lidi” più remunerativi.

Di là delle misere strategie parlamentari, dei rimandi, dei trucchi delle tre carte, resta nel piatto il punctum dolens: come reagirà l’America – oggi Donald Trump – quando Londra non sarà più legata all’Europa?
La vicenda d’ogni “sovranismo” – ossia nazionalismo mascherato – ineluttabilmente, va ad uno scontro con altri nazionalismi: ovvio che gli USA gioiscano per ogni ridimensionamento o maggior debolezza dell’Europa ma, nel caso inglese, come reagiranno?

Una volta che la Gran Bretagna sia isolata dal resto dell’Europa, gli USA si mostrerebbero comprensivi verso un Paese verso il quale non avrebbero nessun vantaggio a stringere costose alleanze? Non dimentichiamo che, nel 1940, in cambio d’alcuni vecchi cacciatorpediniere della Prima Guerra Mondiale, gli USA pretesero l’uso, per 99 anni, di buona parte delle colonie britanniche nel pianeta. In buona sostanza, tutti i convogli inviati in Gran Bretagna furono pagati, al termine della guerra, con la cessione del potere britannico sui dominions: in pratica, la fine dell’Impero Britannico.

Hitler non desiderava la fine dell’Impero Britannico: più volte illustrò il suo pensiero, ossia quello di una Germania al potere in Europa e in gran parte della Russia, ma non comprese il rifiuto di una pace con la GB che avrebbe salvato l’impero britannico dalla rovina.
Ma, si sa che gli inglesi – seppur in gravi condizioni – prospettarono lo spostamento della Corona in Canada, qualora l’Inghilterra fosse stata invasa, piuttosto che cedere. Non si fidarono di Hitler? Comprensibile.

Oggi, il potere della Germania sul continente europeo è forte e ben articolato: grandi investimenti in Spagna, Portogallo ed Italia e molte fabbriche de-localizzate nel Paesi dell’Est Europa.
E’ sufficiente questo parallelismo per giudicare la scelta inglese?
Sostanzialmente sì, però mancano i corollari per sostenere con certezze questa scelta: anzitutto, la Merkel non è Hitler, e su questo non ci piove. E poi: i britannici non possono più contare sulla potenza economica del loro impero.

Il potere internazionale, oggi, verte sul confronto fra una potenza in declino – gli USA – ed una in ascesa, la Cina. Difatti, in modo molto ingenuo e raffazzonato, Trump ha immaginato che basti una politica doganale per contrastare l’avversario: puerile, visto che la Cina può muovere i suoi investimenti dal mercato estero al mercato interno (e lo sta facendo), mentre nella sua appartenenza allo SCO trova molti partner sui quali far conto.

Su cosa possono contare gli USA in una stretta alleanza con la Gran Bretagna? Sulla condivisione dei fazzoletti per piangere?