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17 dicembre 2020

Giulio Regeni

 

Strana storia questa di un ragazzo della Carnia, nato in un minuscolo borgo sui confini italiani e morto, ancora molto giovane, a soli 28 anni nella capitale egiziana dove sapere cosa stava facendo è arduo, se non impossibile. Certo, i genitori non comprendono come quel figlio, così intelligente e studioso, sia stato barbaramente torturato e infine ucciso…già…da chi? e perché?

 

Si fa presto a tirare le somme, giacché il presidente (o dittatore, o generale, o Gauleiter messo lì a governare l’Egitto…) si chiama Al Sisi: è il capo di stato (o di tutta la banda) e, dunque, la responsabilità è sua. Una soluzione che può acquietare solo un briciolo la famiglia, perché – tanto – nessuno rimuoverà certamente quel tal Al-Sisi dal trono dei Faraoni, perché su quel trono è giunto dopo lunghe e concordate riunioni proprio fa quelli che dovrebbero chiarire la faccenda, ossia italiani, francesi, inglesi, americani, russi e turchi.

Si dà il fatto che, trascorsi 4 anni dalla morte di Giulio, le cose stiano esattamente come 4 anni fa: nessuno sa chi lo ha ammazzato, nessuno sa il perché e, soprattutto, nessuno può sgomitare troppo per sapere la verità. Ma torniamo al ragazzo, quando ancora viveva.

Di Giulio Regeni tutti concordano nel tratteggiarlo come un giovane molto intelligente e studioso: aveva proprio il “pallino” per la grande politica internazionale e la strategia, ossia era un giovane geo-stratega. Ne abbiamo conosciuti altri, e ci arriveremo. Seguiamo la sua breve biografia:

 

“…e ancora minorenne si trasferì per studiare allo Armand Hammer United World College of the American West (Nuovo Messico, USA) e poi nel Regno Unito. Vinse due volte il premio "Europa e giovani" (2012 e 2013), al concorso internazionale organizzato dall'Istituto regionale studi europei, per le sue ricerche e gli approfondimenti sul Medio Oriente. Dopo aver lavorato presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale e aver svolto per un anno ricerche per conto della società privata di analisi politiche Oxford Analytica, stava conseguendo un dottorato di ricerca presso il Girton College dell'Università di Cambridge. (Wikipedia, Omicidio di Giulio Regeni.) (1)

 

Ora, se facciamo due semplici calcoli, Giulio vinse i due premi “Europa e giovani” quando aveva 24 e 25 anni: doveva essere davvero un genio (era del 1988). Stupisce ancor più apprendere che il giovane se ne andò a studiare negli USA quando era ancora minorenne: ricordo che gli studi superiori terminano a 19 anni, e nemmeno alla fine della quarta si è maggiorenni: a meno che Giulio Regeni sia andato negli USA e terminato là l’ultimo anno, avendo però fatto la “primina”. Insomma, un percorso assai strano, anche per un genio.

Un genio che, molto giovane, s’innamora del Medio Oriente e va a studiare nelle università anglosassoni ne rammenta un altro, nato esattamente 100 anni prima di Giulio e che aveva fatto del Medio Oriente la sua ragion d’essere.

 

Nato nel 1888, Thomas Edward Lawrence (il futuro Lawrence d’Arabia), nel 1907 a 19 anni (pressappoco come Giulio) entra ad Oxford, ma non solo nella celebre università, bensì nella prestigiosa (e molto misteriosa) Round Table, la “Tavola Rotonda” la quale – reminescenze esoteriche a parte – è un cenacolo geopolitico, dove si dibatte (soprattutto) sul ruolo del Medio Oriente nei tortuosi destini dell’Impero Britannico.

 

Nel 1916 – ad un secolo esatto dall’assassinio di Giulio – diventa Capitano (nel 1918 sarà già Tenente Colonnello) del British Army e giunge nella penisola arabica, dove si compirà il suo glorioso destino. Pressappoco alla stessa età di Giulio sarà catturato dai turchi, torturato e seviziato, ma riuscì a fuggire.

Ci lascerà una traduzione dell’Odissea dal greco antico e I sette pilastri della saggezza, il racconto della sua guerra nell’Higiaz, spesso redatta in forma poetica: morirà in uno strano incidente motociclistico nel 1935, che lascerà non pochi dubbi sulla sua morte. Tutti gli atti ufficiali della sua vita sono, ancora oggi, coperti dal segreto di Stato.

 

Come potrete notare, ci sono molte similitudini nelle due vite: se si fa la tara sulle differenze storiche dei due vissuti, c’è da rimanere allibiti. Quasi identici luoghi, nomi, citazioni…Oxford, Cambridge, Onu-Società delle Nazioni…torturato dai turchi l’uno, dagli egiziani (che, all’epoca, erano ancora nell’Impero Ottomano) l’altro. E due morti misteriose, in egual modo sintomatiche di un segreto contorto ma reale, al punto d’eliminare due vite che potevano guastare qualcosa. A poco meno di un secolo, non siamo ancora in grado di sapere perché la motocicletta di Lawrence, di colore verde, avesse dopo l’incidente nitide e corpose striature di vernice nera, né perché nessuno poté avvicinare Lawrence morente.

Così come il nome di chi torturò ed uccise Regeni è ancora misterioso: dietro alla sua vicenda non sono mancate altre morti, ma una risposta non c’è e – a mio parere – come per le tante stragi di Stato italiane, mai ci sarà. Però, almeno tirando la coda di serpente del cui prodest, qualcosa riusciremo a leggere.

 

Giulio Regeni, a differenza di Lawrence, fu torturato ed ucciso: ma, se la morte di Giulio era considerata necessaria per eliminare un nemico, ben difficilmente avrebbero fatto ritrovare il cadavere. Molto semplicemente, avrebbero insabbiato tutto e di sabbia, in Egitto, non ne manca proprio: la sabbia egiziana ha celato discretamente non il frutto di un delitto, bensì le stragi delle moltitudini per migliaia di anni.

Invece, Giulio viene fatto ritrovare, a due passi dal Cairo, sulla strada che porta ad Alessandria: da subito viene giudicato, in modo puerile, un incidente stradale. Proprio il giorno del ritrovamento del cadavere (3 Febbraio 2016), al Cairo era giunta l’allora ministro per le Attività Produttive Federica Guidi, alla testa di una delegazione di 60 imprenditori, per individuare nuovi settori per gli scambi commerciali fra Italia ed Egitto. Vista la situazione, il ministro torna subito in Italia come atto di protesta nei confronti del Paese africano.

 

Non abbiamo elementi probatori per sostenere nessuna tesi: però, che Al-Sisi avesse tutto quell’interesse nel presentarsi al ministro italiano con quel cadavere sul gobbo, ci sembra veramente fuori da ogni logica. Più probabilmente, aveva interesse a farlo chi desiderava che i rapporti fra Italia ed Egitto precipitassero nel baratro. Torneremo su questo punto, ma cerchiamo di sapere qualcosa di più su Al-Sisi e, soprattutto, sul suo predecessore, Mohamed Morsi.

 

Il Generale (oggi Feldmaresciallo) Abdel Fattah Al-Sisi è l’ennesimo militare salito al potere dopo un colpo di stato, dopo Nasser, Sadat e Mubarak.

Il povero Mohamed Morsi, invece, era un ingegnere eletto democraticamente nelle elezioni del 2012 dal partito della Fratellanza Musulmana, un partito che è stato fondato da un insegnante, Hasan al-Banna nel 1928, che propugnava la “modernità coniugata all’Islam tradizionale”. Non hanno mai sostenuto la lotta armata, seppur centinaia di essi siano stato scannati senza remore da Nasser, Sadat, Mubarak e – oggi – Al-Sisi.

Se nel 2012 gli egiziani elessero democraticamente l’unico presidente che sia mai esistito, potremmo affermare che nel suo unico anno di presidenza Morsi si avvicinò un po’ al modello iraniano: appunto, il tentativo di coniugare l’Islam alla modernità. Il che – ossia un nuovo Iran sulle coste del Mediterraneo – non andò a genio a molti, in particolare a quelli che comandano o che vorrebbero (o potrebbero) contare nello scacchiere mediterraneo. Chi “gioca” la partita mediterranea?

 

Ci sono attori di primo piano, e solitamente più defilati, ed altri di livello inferiore, a vari livelli interessati ad alleanze, territori, giacimenti, contratti…e tutto quello che ruota intorno al Mediterraneo da più di due millenni.

USA e Russia (erede dell’URSS) sono attori di primo piano, ed anche quando la Russia è intervenuta militarmente in Siria, l’ha fatto con il piglio della grande potenza: poco impegno, ma micidiale e conclusivo. Gli americani non sono molto interessati al Mediterraneo, poiché hanno già altre gatte da pelare nei Caraibi e nel Pacifico: si limitano al controllo e, come ha fatto la Russia, se intervengono sono rapidi e micidiali (vedi la Libia) mentre, per il resto, si limitano a “consigliare” i loro alleati. E qui c’è il vero gioco geo-strategico, che coinvolge Francia, Italia, Gran Bretagna e, ultimamente, la Turchia.

 

Si veda, ad esempio, come la situazione libica sia tenuta in stallo da americani ed italiani, a Tripoli, contro francesi, egiziani e russi a Bengasi: in pratica, osservando l’equilibrio delle potenze in gioco, potremmo concludere un bilanciamento perfetto. Gli inglesi, da quando hanno perso Malta ed Alessandria d’Egitto mantengono una scarsa presenza a Gibilterra ed a Cipro: quel che conta, per gli inglesi, è che la compagnia di bandiera inglese – la BP – sia sempre in gioco. Ovviamente, nel gioco strategico, sono più vicini agli americani.

 

La Russia è ancora molto soddisfatta per i colpi messi a segno in Siria (e con la Turchia) che le consente basi aeree sulle coste del Mediterraneo e navali (Tartus): di più, non vuole (e non può) fare, per questa ragione il suo appoggio a Bengasi è più legato alla vendita di armi che altro. Già l’aver venduto il sistema antiaereo russo S-400 ai turchi (che non permetterà loro d’avere l’F35?) è stato un colpaccio: vedremo cosa riserveranno i rapporti con la nuova amministrazione americana. Francia e Italia, invece, meritano un paragrafo più approfondito e, forse, qualcosa che c’entra con la morte di Giulio Regeni.

 

Mentre Chernobyl era stata considerata una iattura, Fukushima è stata la dimostrazione che il sistema nucleare non può essere scevro da incidenti: insieme ai mille problemi incontrati nella costruzione della centrale finlandese di Oikiluoto da parte di AREVA (l’ente nucleare francese) la Francia ha compreso che la sola via nucleare non conduce da nessuna parte, soprattutto per la vicinanza dei Paesi europei eventualmente coinvolti in un disastro. Ciliegina sulla torta, è cascata la miriade di problemi che ha incontrato l’apparato motore (nucleare) della portaerei Charles de Gaulle, che è praticamente inservibile, o solo utilizzabile nei brevi periodi fra una rottura e l’altra.

 

Ma, si sa, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale lo sciovinismo francese è salito a mille: perché  non costruire una portaerei nucleare che possa navigare a lungo in tutti i mari della Terra? Ecco com’è finita.

I francesi mormorano a denti stretti epiteti contro la decisione italiana di una seconda portaerei (la Trieste) che andrà ad affiancare la Conte di Cavour, quando la Garibaldi sarà messa in disarmo o trasformata in semplice portaelicotteri. Portaerei grosso modo corrispondenti alla tanto osannata Charles de Gaulle.

Le due portaerei italiane avranno una linea di volo centrata sul F-35 e ben pochi conosceranno la genesi di questo aereo: molti penseranno che, dovendo sostituire i Sea Harrier, sarà un derivato dei Sea Harrier. Niente di più falso.

La concezione dell’F-35 deriva (controllate le immagini se non ci credete) dai prototipi e dagli studi sullo Yak-141, costruiti nell’URSS prima della sua caduta – e che avrebbero dovuto fornire la linea di volo per le 4 Kiev, poi vendute o travolte nel disastro dell’URSS – che i russi hanno “gentilmente” fornito salvo poi, volendo anch’essi munirsi di un caccia imbarcato, oggi lo stanno riprendendo per migliorarlo rispetto all’F-35 americano. Chiusa parentesi (scusate).

 


Dopo l’apoteosi nucleare, la Francia ha dovuto  rendersi conto che doveva rientrare – e pure velocemente – nel gran gioco del gas, che è quello che consente di produrre energia al minor tasso d’inquinanti: una delle ragioni della guerra libica del 2011 fu proprio questa, non tanto il controllo delle aree fornitrici d’Uranio del Ciad e del Niger, che già controllavano. Ci fu, anche, una collaborazione con l’Italia, ossia lo spiegamento di una forza comune nell’area sub-sahariana per mantenere il controllo del Fezzan e delle aree limitrofe.

Ma, a questo punto, successe qualcosa.

Chi si era avvantaggiato dal parziale abbandono della ricerca di petrolio e gas della Francia, “drogata” dall’apoteosi nucleare?

Principalmente l’ENI (ma anche la BP) perché l’ENI – negli anni successivi alla guerra libica – fece il “colpo da maestro” nell’area del Mediterraneo orientale, scoprendo due giacimenti di gas (Zohr e Noor) dei quali non si conosce nemmeno, con esattezza, la quantità di metano che contengono: si sa soltanto che sono i più grandi del Mediterraneo finora scoperti, più altri minori nelle acque territoriali egiziane ed a terra.

Quando si trovano miliardi e miliardi di risorse fossili, scattano una serie di accettati ed abbastanza comuni accordi e pianificazioni giuridico-economiche, accordi che soddisfano le compagnie, gli Stati proprietari delle compagnie e gli stati limitrofi alle scoperte. Sinteticamente, le compagnie pagano delle royalties agli Stati, che le compagnie pagano in metano direttamente allo Stato limitrofo ai giacimenti (in questo caso l’Egitto), oppure denaro…insomma, ci sono tante “varie ed eventuali”, ma la sostanza è che, da quei giacimenti, guadagnano l’ENI, l’Italia (praticamente proprietaria di ENI, grazie alla Golden Share), e l’Egitto.

Se ci sono collaborazioni in ambito tecnico, vengono suddivise nell’ambito della resa dei giacimenti: è il caso di BP, che partecipa al 50% su alcuni giacimenti e della compagnia nazionale egiziana. Se lo avete notato, Ansaldo ha appena consegnato ad un’azienda di Marghera la più grande turbina a gas per la produzione elettrica che sia stata mai costruita, con rendimenti mai raggiunti. E da dove viene il gas? Dai giacimenti egiziani, trasportato su gasiere nei serbatoi dove rimane allo stato liquido intorno ai -170° e viene scaricato fra Chioggia e Porto Levante, dove ci sono le piattaforme con gli hub dai quali partono i metanodotti.

E la Francia?

La Francia ha ottenuto qualcosa con la guerra in Libia, ma è poco o nulla rispetto ai risultati italiani. Con il governo Gentiloni scaturì uno strano accordo mascherato da fumose “revisioni” dei confini marittimi: ossia, la Francia otteneva delle aree di pesca italiane, mentre l’ENI otteneva libertà assoluta di sondare il Mediterraneo occidentale, in acque internazionali, ad Ovest di Corsica e Sardegna. L’accordo abortì con il nuovo governo: forse, non tutti si fidarono delle assicurazioni francesi su quella “libertà assoluta”.

Mentre in Egitto parecchi pozzi sono affidati ad ENI al 100%, altri a metà con BP, finalmente nel 2017 compare il primo pozzo suddiviso in tre parti, la principale (circa il 40%) ad ENI e le altre due a BP e Total. Nel 2020, ad esempio, per la gestione del pozzo di Nor El-Hammad la ripartizione è stata del 37,5% ad ENI (con il ruolo di Operatore), il 37,5% a BP (GB) ed il 25% a Total (Francia).

 

Come potrete notare, la situazione libica s’è molto raffreddata e non ci sono più colonne corazzate che cercano d’entrare a Tripoli. Sarà avvenuto il miracolo o si è trovato un accordo? Tutti questi movimenti ricordano parecchio l’accordo Sykes-Picot del 1920, ossia la necessità di suddividere le “dipendenze” coloniali (od ex-coloniali) fra le potenze europee, senza dimenticare gli USA ed Israele, che fanno parte anch’essi della torta del metano egiziano. Lawrence sbatté la porta, a Parigi, andandosi a sedere con la delegazione araba – ossia quelli che avevano realmente combattuto nell’Higiaz – ma la “madre” Gran Bretagna lo lasciò sbattere, dimenticandosi di lui.

 

E veniamo all’ultimo arrivato, ossia al nuovo Sultano di Costantinopoli, il quale non vive certo giorni tranquilli: da un lato rischia d’essere gettato a mare dalla NATO, dopo essere stato rifiutato dall’Unione Europea e, dopo aver comprato il sistema di difesa aerea da Putin, di Putin si deve fidare.

Da buon neo-Sultano Ottomano che si rispetti, la butta in caciara: minaccia di tornare a riprendersi la Libia e si comporta come se in Egitto fosse un suo dipendente a comandare, com’era nell’Ottocento.

Qualcosa gli danno, tanto per tenerlo tranquillo, ma quando minaccia con al flotta le piattaforme dell’ENI e le gasiere in transito, bastano due fregate (una italiana, l’altra francese) per fargli mettere le ali ai piedi, mettere la coda fra le gambe e passare subito i Dardanelli, per tornare nel più sicuro Mar Nero.

Possiede uno dei più numerosi eserciti del mondo, ma non ha strutture all’avanguardia per proteggerle, qualora immaginasse qualche sortita da qualche parte del Mediterraneo: insomma, tanta pubblicità ad uso interno e Putin lo usa come “grimaldello” nei confronti della NATO, ma – a mio avviso – non si fiderebbe di lui manco per comprare un’utilitaria. Perciò, Erdogan in questa faccenda di morti e petrolio c’entra come il due di coppe, con la briscola bastoni.

 

Ora, torniamo a Giulio Regeni ed alla sua sfortunata vicenda.

Nel 2015, l’ENI scopre Zohr, il primo grande giacimento di metano in area egiziana: non sappiamo quali siano stati gli accordi internazionali dell’epoca, sappiamo però che l’Italia è in forte contrasto con la Francia per la nuova “suddivisione” del petrolio libico, che non la soddisfa affatto. L’Italia costruisce una flotta di tutto rispetto, non solo portaerei, ma anche sottomarini (di progetto tedesco) e parecchie navi di superficie. La Francia macina male la cosa, perché il suo sciovinismo di nazione “vittoriosa” nella Guerra Mondiale la fa credere onnipotente. Consiglierei i francesi di cercare un pusher migliore: ciò non toglie, però, che qualche bastardata a livello di servizi la possano pure immaginare.

 

Nel 2016 Giulio Regeni va in Egitto e si mette a studiare la società egiziana partendo da un settore che lo solletica: i venditori ambulanti, che in Egitto sono almeno 100.000 (la cifra esatta nessuno la conosce, manco gli egiziani) e che sono la grande distribuzione “porta a porta” in tutto il Paese. Vuole solo completare la tesi, niente di surreale.

Per le sue esigenze, contatta il segretario del loro sindacato il quale, in passato, ha creato parecchi grattacapi al potere politico, al punto che il segretario è attentamente controllato dai servizi segreti, e lui lo sa benissimo.

Il nemico più difficile da stanare e distruggere, per Al-Sisi, è sempre la Fratellanza Musulmana, la quale ne ha ben donde: hanno defenestrato il presidente regolarmente eletto e poi gli hanno fatto fare la solita “brutta fine”. Non più impiccato come Said Qubd o i molti ammazzati in mille modi diversi: ufficialmente muore d’infarto, nel 2019, durante l’ennesimo processo (era stato condannato a morte, poi avevano deciso di rifare il processo: l’esito non è cambiato).

 

Ma per Al-Sisi – per quanto ci sia simpatico come Francisco Franco od Augusto Pinochet – non riusciamo a trovare una logica plausibile per scovare una ragione per gioire, nel giorno della visita della Guidi in Egitto, a sbattergli fra i piedi il cadavere di un ragazzo italiano.

Potrebbe mai, la Fratellanza Musulmana, pensare che l’uccisione di Regeni potesse rappresentare un buon motivo per liberarsi del sadico persecutore? Mi sembra molto strano, e per due motivi: Giulio Regeni era una persona sconosciuta alla popolazione egiziana, inoltre la Fratellanza ha sempre aborrito la via della guerriglia contro il potere. Non ci sembra un valido motivo.

 

Al-Sisi ha cercato più volte di “fare giustizia” all’egiziana per la questione Regeni, perché la cosa è sempre un fastidioso scoglio nelle relazioni fra i due Paesi. Mi rendo conto che, messa così, la vicenda assume tinte di cinismo ma, rediamoci conto che da parte egiziana così viene vista.

Così, fece ritrovare i documenti di Giulio e la Polizia (?) uccise in un conflitto a fuoco 4 terroristi (?) colpevoli del rapimento e quindi dell’uccisione di Giulio. Tutto risolto? Per niente, poiché le prove evidenziate agli inquirenti italiani mostrarono chiaramente che, dai tabulati telefonici, i 4 “terroristi” si trovavano, la sera del rapimento di Giulio, a più di 100 chilometri dalla sua abitazione. Inoltre, i colpi evidenziavano non un conflitto a fuoco, bensì l’uccisione a freddo e da brevissima distanza dei quattro.

 

Da questo, però, possiamo ricavare che Al-Sisi è riuscito a mettere le mani sui veri assassini di Giulio – se aveva i documenti! Scomparsi per anni! – ma, evidentemente, qualcosa gli impedisce di poterlo chiarire.

Quale può essere la ragione, per la quale non può farlo?

Perché, evidentemente, i mandanti – sapere gli esecutori non è poi così importante – sono personaggi vicini ad un’altra potenza e, se si scontenta l’Italia, non si possono scontentare gli altri. Poi, che gli agenti di una potenza straniera – magari per questioni di energia – abbiano deciso di uccidere Regeni per avvelenare le relazioni italo-egiziane, non sarebbe per niente strano. I servizi, spesso, si vendono al miglior offerente: in questo caso, vengono semplicemente definiti “deviati”. Il “lavoro sporco” in questi casi, non viene eseguito dai servizi del Paese interessato, bensì pagando profumatamente settori che si conoscono dei servizi di quel Paese, senza rischiare che un qualsiasi incidente porti in primo piano personale di Paesi esteri.

 

Perciò, la “coda di serpente” del cui prodest ci indica chiaramente che la vicenda è maturata e si è conclusa nell’ambito del mondo dell’energia e dai sussulti internazionali che esso provoca. Ovviamente, senza prove non si possono lanciare accuse. Perché non uccidere, ad esempio, un ministro od un ambasciatore? Troppo pericoloso: storie del genere difficilmente si concludono senza un lancio di missili, magari con il palazzo presidenziale come obiettivo. Gli inglesi, ad esempio, non si fecero problemi a buttare nel cesso Lawrence, dopo che gli aveva consegnato il Medio Oriente su un piatto d’argento! E, tutto sommato, Giulio Regeni era meno conosciuto di Thomas Edward Lawrence.

 

Rimane il dolore di quei due genitori. Potremmo affermare “la persona giusta nel posto sbagliato”, ma questo non acquieterebbe di certo il loro dolore.

Se vogliono, possono domandarsi di chi era la voce (era di un italiano chiaramente del Sud) che alla radio militare – nella concitata sera che portò al rogo del Moby Prince – con voce tranquilla, disse semplicemente “Mobby Prins, pigghiatelo n’tu culo”. I familiari di tutti quei morti ancora se lo chiedono.  

 

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Giulio_Regeni

14 dicembre 2019

Winston Churchill searching

La Gran Bretagna, grande nazione per tre secoli di storia, festeggia la sua ennesima vittoria: l’affermazione dei conservatori racconta che lo “strappo” definitivo dall’Europa avverrà a fine Gennaio. Dobbiamo crederci? Facciamo finta, oppure crediamoci pure, non cambia molto.

Il problema di Sua Maestà, ora, è come armonizzare il dopo Brexit con la realtà: la Gran Bretagna – siamo onesti – da Napoleone in poi non ha avuto superbi statisti e, quando si ritrovò quasi con Rommel e Guderian sulla costa della Kent, dovette richiamare in fretta e furia un mastino, non un gran pensatore, un gran picchiatore e basta. Di necessità virtù: dove non giunsero le alchimie sopraffine di Chamberlain, arrivarono gli Spitfire di Churchill.
La Gran Bretagna fu salvata, durante la Seconda Guerra Mondiale, dalle truppe dei dominions – australiani, neozelandesi, indiani, birmani, ecc – i quali, con qualche mal di pancia, salvarono l’impero britannico dalla distruzione militare. Al resto, pensarono i convogli dall’America che portarono di tutto, dal latte ai carri armati.

Dopo la guerra, la scelta europea apparve vantaggiosa ma oggi, la crisi intrinseca (e tutta politica) dell’UE, ha fatto virare il consenso popolare verso una “indipendenza” che presenta molte incognite. Il bislacco sistema elettorale inglese ha fatto il resto.
Il Commonwealth? Può ancora essere la valvola di sfogo dei tanti problemi britannici? I molti “distinguo” di Australia e Canada, ad esempio, non sembrano portare molte speranze.
L’impero inglese si è trasformato in un grande impero finanziario, senza più basi industriali o il grande commercio agrario di un tempo: basterà, per reggere, da solo, nel panorama politico mondiale?

Le parole d’ordine dei politici di destra – America first, British first, o prima gli italiani – di Trump, Johnston e Salvini finiscono per essere dei vuoti mantra, senza un costrutto interno a renderli validi. Parole d’ordine buone per Facebook o Twitter, puri messaggi elettorali e basta: non c’è modo – se vogliamo – di proteggere gli europei dal dilagare della potenza cinese: basta osservare un qualsiasi porto italiano, e cosa c’è scritto a poppa delle navi o sopra i container.

Per qualche tempo, la Gran Bretagna fu salvata da un oscuro geologo – Colin Campbell – che scoprì il Brent, il petrolio del Mare del Nord. Ma, oggi, sta finendo ed il governo inglese ha lanciato il più vasto piano eolico europeo, per sopperire ai bisogni interni.
Però, mentre i giacimenti del Dogger Bank – in Inghilterra – sono quasi esauriti, quelli situati in area scozzese stanno molto meglio: insomma, la Brexit ci lascerà un panorama con inglesi quasi senza petrolio e scozzesi ricchi petrolieri.
Non a caso, le recenti elezioni inglesi hanno visto la vittoria in Inghilterra dei candidati Brexit, mentre in Scozia (e nel Nord Irlanda, ma per altri motivi) il no-Brexit ha avuto la maggioranza e, già oggi, qualcuno mette avanti la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese. E questo è già un grosso problema.

Tutti i mari inglesi, però, risulteranno di più difficile navigazione e per la pesca: la Manica tornerà ad essere divisa a metà con Francesi e Belgi e, soprattutto, il Mare d’Irlanda – considerato quasi un mare interno inglese – tornerà ad essere diviso con l’Irlanda la quale, come tutti sanno, non ha profondi sentimenti d’amicizia per gli ex dominatori inglesi.
La situazione più difficile, però, è senz’altro quella del confine nord-irlandese.

I più giovani non possono sapere, ma i meno giovani ben ricordano cosa fu prima dell’integrazione europea per gli irlandesi: un confine violento, arrossato di sangue, fra due popolazioni che sono entrambe irlandesi, ma separate fra cattolicesimo irlandese e protestanti al Nord. Insomma, la vecchia storia dell’IRA, che si tacitò con l’accordo di Shengen per la libera circolazione delle persone e delle merci. Se in altri confini fu odiato per la circolazione degli extracomunitari, lassù – con la libera circolazione di persone e di merci – tacitò le intemperanze, di una parte e dell’altra. E fu una benedizione.

Insomma, la Gran Bretagna, a Gennaio 2020 tornerà ad essere un Paese circondato da mari e coste di Paesi…diciamolo con una formula neutra…“non-amici”. E, paradossalmente, l’unica via aperta sarà di nuovo quella verso l’America: la stessa rotta che seguirono i convogli durante la guerra.
Il voto ai conservatori inglesi si è concentrato soprattutto nelle Midland, dove c’è stato un vero plebiscito, perché – a parte Scozia e Irlanda del Nord, dove hanno vinto i no-Brexit – anche nel Galles il risultato è stato più bilanciato. In effetti, si è trattato di una vittoria più inglese che britannica.
Ovvio che una nuova GB non dovrà soltanto guardarsi dai nemici “interni”, bensì anche creare nuove alleanze esterne.

Berlino non ha interessi a mantenere un buon rapporto con Londra: il suo interesse geopolitico vira ad Est, verso le opportunità (ed i bassi costi di manodopera, meno di quella cinese!) che trova in Romania, Ungheria e nei Balcani in genere. Domani una porta verso l’Ucraina potrebbe aprirsi, ma ritengo che, finché ci sarà Putin in Russia, tutto rimarrà come oggi.
Anche nel continente, se c’è molto scontento per come viene gestita l’avventura europea, non ci sono segnali di “partecipazione attiva” da parte di Paesi europei verso la scelta inglese: tanta parole, ma fatti niente, perché una simile scelta è molto ardua.

Nemmeno Parigi, o Roma, o Madrid hanno cospicui rapporti economici con Londra: ciò che importa molto, invece, sono i rapporti finanziari con la city londinese i quali, però, da molti anni sono migrati a Dublino perché da lì, in qualche modo, s’arriva ai paradisi fiscali dei Caraibi. Comprendo che la logica appare un po’ strana, però i capitali che vanno “off-shore” passano oggi per Dublino più che da Londra.
Il perché è di facile comprensione: gli investitori necessitano di un mercato libero ed evanescente, senza improvvise pastoie che giungano da Londra o da Berlino.
Una specie di Svizzera in mezzo al mare, sicuro rifugio per capitali erranti? Potrebbe essere, ma ci sono già le banche svizzere e quelle irlandesi che “coprono” sia la domanda di conservazione, sia quella d’espatrio verso “lidi” più remunerativi.

Di là delle misere strategie parlamentari, dei rimandi, dei trucchi delle tre carte, resta nel piatto il punctum dolens: come reagirà l’America – oggi Donald Trump – quando Londra non sarà più legata all’Europa?
La vicenda d’ogni “sovranismo” – ossia nazionalismo mascherato – ineluttabilmente, va ad uno scontro con altri nazionalismi: ovvio che gli USA gioiscano per ogni ridimensionamento o maggior debolezza dell’Europa ma, nel caso inglese, come reagiranno?

Una volta che la Gran Bretagna sia isolata dal resto dell’Europa, gli USA si mostrerebbero comprensivi verso un Paese verso il quale non avrebbero nessun vantaggio a stringere costose alleanze? Non dimentichiamo che, nel 1940, in cambio d’alcuni vecchi cacciatorpediniere della Prima Guerra Mondiale, gli USA pretesero l’uso, per 99 anni, di buona parte delle colonie britanniche nel pianeta. In buona sostanza, tutti i convogli inviati in Gran Bretagna furono pagati, al termine della guerra, con la cessione del potere britannico sui dominions: in pratica, la fine dell’Impero Britannico.

Hitler non desiderava la fine dell’Impero Britannico: più volte illustrò il suo pensiero, ossia quello di una Germania al potere in Europa e in gran parte della Russia, ma non comprese il rifiuto di una pace con la GB che avrebbe salvato l’impero britannico dalla rovina.
Ma, si sa che gli inglesi – seppur in gravi condizioni – prospettarono lo spostamento della Corona in Canada, qualora l’Inghilterra fosse stata invasa, piuttosto che cedere. Non si fidarono di Hitler? Comprensibile.

Oggi, il potere della Germania sul continente europeo è forte e ben articolato: grandi investimenti in Spagna, Portogallo ed Italia e molte fabbriche de-localizzate nel Paesi dell’Est Europa.
E’ sufficiente questo parallelismo per giudicare la scelta inglese?
Sostanzialmente sì, però mancano i corollari per sostenere con certezze questa scelta: anzitutto, la Merkel non è Hitler, e su questo non ci piove. E poi: i britannici non possono più contare sulla potenza economica del loro impero.

Il potere internazionale, oggi, verte sul confronto fra una potenza in declino – gli USA – ed una in ascesa, la Cina. Difatti, in modo molto ingenuo e raffazzonato, Trump ha immaginato che basti una politica doganale per contrastare l’avversario: puerile, visto che la Cina può muovere i suoi investimenti dal mercato estero al mercato interno (e lo sta facendo), mentre nella sua appartenenza allo SCO trova molti partner sui quali far conto.

Su cosa possono contare gli USA in una stretta alleanza con la Gran Bretagna? Sulla condivisione dei fazzoletti per piangere?

25 marzo 2011

Non se ne poteva più…



21 Aprile
A malincuore, alla fine, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato costretto ad approvare la Risoluzione 1973bis: sono stati giorni d’attesa e di batticuori, ma la decisione era oramai nell’aria, inevitabile.
Fino all’ultimo, l’ambasciatore italiano all’ONU ha sperato in un veto da parte degli Stati Uniti, ma le ultime notizie sull’ammontare del debito americano – e, soprattutto, l’irritazione di Pechino per la dichiarata insolvibilità di quel debito, che la vede principale creditrice – hanno condotto all’astensione il rappresentante statunitense, che ha lasciato il Palazzo di Vetro senza rilasciare dichiarazioni. La risoluzione ha visto dunque 13 voti favorevoli, 1 astenuto ed un voto contrario (Trinidad &Tobago).
A Roma, nei palazzi della politica, la consegna è di non rilasciare dichiarazioni: lo stesso rais Berlusconi è asserragliato con i suoi fedelissimi nel bunker antiatomico di Palazzo Grazioli.
La risoluzione istituisce una no fly zone sui cieli italiani, fin quando il rais Berlusconi non lascerà il potere: questo è, sostanzialmente, il succo della decisione.
D’altro canto, dopo il rifiuto di lasciare la poltrona di Presidente del Consiglio a seguito della condanna per sfruttamento della prostituzione, la decisione era nell’aria e, la politica italiana – totalmente asservita al capataz di Arcore – non era più in grado di reagire autonomamente. Da qui, l’intervento dell’ONU.
Nella risoluzione, sono circostanziate le ragioni della decisione e, soprattutto, i timori: si ricorda la brutale repressione del dissenso interno (cita espressamente Genova e la Caserma Diaz) con l’aggravante della giustizia mai applicata nei confronti dei colpevoli, per quella che viene definita dall’ONU “macelleria di stampo nazista”.
I timori, invece, riguardano la “chiamata alle armi” del Ministro Bossi: ai primi movimenti di valligiani, che hanno cominciato a scendere dalla Val Camonica e dalla Val Brembana armati di fucili da caccia, l’ONU ha preferito non porre più indugi.
La Risoluzione 1973bis è molto elastica – hanno dichiarato la Cina e il Brasile, che sembrano i Paesi più determinati a farla rispettare – ed il comando delle operazioni è stato concordato nell’isola di Aruba, nel territorio del Venezuela. Gli aerei della coalizione, che useranno le basi francesi, tunisine, libiche e nell’ex Jugoslavia, saranno forniti da 29 Nazioni, dall’Algeria alla lontana Nuova Zelanda. La Francia – obtorto collo – è stata costretta ad aprire le sue basi agli aerei della coalizione.
La domanda che si pongono gli italiani, attoniti, è: il rais di Arcore, se ne andrà spontaneamente oppure resisterà?

22 Aprile
La giornata s’è aperta con una notizia che ha lasciato attonite le massaie italiane, le tante che – di prima mattina – avevano appena acceso la Tv per il meteo: due aerei hanno lanciato dei missili su un convoglio di resistenti che scendevano dalla Val Brembana verso Bergamo. Nel tratto fra Branzi e San Pellegrino Terme, due (forse tre, ma c’è incertezza sul terzo missile) missili hanno centrato un convoglio di resistenti, appartenenti ad un’etnia molto vicina al Ministro Tremonti. I danno sono rilevanti: alcune BMW dei tipi X4, X5 ed X6 sono state completamente distrutte, insieme ad una Porsche Cayenne ed alcune AUDI. Non ci sono, per ora, notizie di vittime, giacché – fortunatamente – il convoglio era in sosta per fare rifornimento.
Qualcuno s’è stupito che gli aerei della coalizione, partiti da Marsiglia – due Sukhoi cinesi – si siano spinti così in profondità ed abbiano rilevato il bersaglio con gran precisione: altri affermano che, il fumo dei barbecue accesi dai resistenti, sia stato notato oppure rilevato dai sensori di bordo. Alcuni degli insurgents sono stati, in ogni modo, accompagnati all’ospedale di Bergamo per il grave shock subito.
Da parte del rais, nessun commento, mentre la seduta per un voto di fiducia al governo è stata rimandata a data da destinarsi, “causa eventi bellici”. Il portavoce Bonaiuti non ha aggiunto altro.
Il portavoce del Partito del Governo – Capezzone – ha invece inveito contro “la vigliacca aggressione subita dai cittadini della Val Brembana, che stavano recandosi a Roma per difendere il legittimo Governo uscito dalle urne e voluto dagli italiani.”
Nel pomeriggio, il fatto più grave.
Alle ore 15.23, otto miglia nautiche al largo di Ancona, la motonave “Maurizia” – iscritta al Registro Navale di Taranto – è stata centrata da un missile antinave lanciato da un velivolo e si è incendiata. Non ci sono ancora notizie precise, ma pare che vi siano delle vittime. In ogni modo, la coalizione ha autorizzato la partenza di mezzi di soccorso da Ancona per soccorrere i naufraghi, ma non l’invio di elicotteri: su questo punto, la risoluzione è chiara, “nessuna attività aerea”.
Il Governo Italiano – per bocca del Ministro La Russa – ha denunciato la “vile aggressione, che travalica il mandato della risoluzione”, aggiungendo che l’Italia “non si piegherà alle inconsistenti richieste dell’ONU”, ritenendole “un’indebita intromissione negli affari interni di uno Stato sovrano”.
Fonti della coalizioni hanno invece sostenuto – mostrando fotografie scattate da velivoli e mappe satellitari – che la motonave aveva imbarcato armi portatili, missili spalleggiabili antiaerei ed anticarro nel porto di Brindisi ed era diretta a Venezia, per consegnarle al concentramento di “Veneto Libero” – la formazione paramilitare comandata da Mario Borghezio – in partenza per Roma, per soccorrere il “governo del fare”.

23Aprile
Già nella notte, i decolli si sono susseguiti dagli aeroporti della Corsica, della Provenza e del litorale croato: destinazione, bombardare le milizie che assicurano, dal Nord, la sopravvivenza politica del rais.
Sono state colpite le aree di concentramento dei “Volontari della Libertà” a Varese, Bergamo, Brescia, Treviso, Vicenza e Mestre. I danni sono ingenti.
Non è stato confermato il ferimento (qualcuno avanzava, addirittura, l’uccisione) del “generale” Salvini, comandante del raggruppamento “Madunina”, mentre il leader Bossi è già segnalato in Svizzera: pare che abbia passato il confine già nella notte.
A Roma, fonti vicine al rais hanno riferito risposte spavalde, della serie: “non saranno certo quattro missili a fermare il Governo voluto dagli italiani e sorretto dalla volontà delle riforme, il Governo del fare”.
Ma, nel pomeriggio, una forza anfibia s’è presentata di fronte ad Anzio ed ha sbarcato una divisione corazzata, la quale sta già dirigendosi verso Roma, senza incontrare resistenza.

24 Aprile
Dopo i bombardamenti sulle aree di concentramento delle milizie lealiste nel Nord, la coalizione ha preso di mira un’area che nessuno riteneva d’importanza militare: la zona di Ansedonia e di Capalbio.
Velivoli decollati dalla Corsica hanno colpito alcune abitazioni – tutte, al momento, disabitate – nell’area: sono andate completamente distrutte le lussuose ville[1] del presidente della Repubblica Napolitano, di Pancho Pardi, Giuliano Amato, Piero Fassino, Claudio Petruccioli…
Un gruppo di velivoli s’è poi diretto a Sud, dove ha distrutto altre abitazioni dei VIP a S. Severa (Ciampi), Martinafranca (Violante), Ravello (Brunetta)…
Contemporaneamente, altri velivoli decollati dalla portaerei Vikrant hanno colpito le ville del Sud, dalla Puglia a Pantelleria, fino al massiccio attacco che ha completamente distrutto la più famosa villa del rais italiano: Villa Certosa, in Sardegna.
Stranamente, per questi attacchi non c’è stata nessuna veemente reazione del Governo e del rais, che rimane asserragliato nei sotterranei di Palazzo Grazioli.
Voci non confermate, però, affermano che – dopo la distruzione di un patrimonio immobiliare valutato oltre un miliardo di euro – il rais abbia deciso di trattare, anche perché il mandato delle coalizione non concede limiti territoriali per colpire le sue proprietà immobiliari. Pare che il suo avvocato, Al-Ghedini, lo abbia informato dei rischi che corrono le sue ville nei Caraibi.

25 Aprile
Ogni attività di governo, da parte del rais Berlusconi, è cessata: lo shock per la perdita di gran parte del patrimonio immobiliare dei politici italiani – di destra e di sinistra – ha condotto, nella notte, a febbrili incontri, che hanno condotto alla resa.
Lo stesso conducator è probabilmente fuggito a bordo prima di un’auto, poi sul panfilo del figlio Piersilvio. Molto probabilmente, nella notte ci sono stati incontri fra l’infaticabile sottosegretario Gianni Letta ed il generale Nalandam Raijv Khan – comandante della 4° divisione indiana sbarcata ad Anzio – per stipulare un accordo che ponesse fine alle attività militari e, quasi certamente, contenesse una clausola per consentire la fuga del rais. Il quale, sembra scomparso nel nulla, ne ha dato notizia Enrico Letta, che accompagnava lo zio Gianni all’incontro.
Indiscrezioni, sembrano indicare che sarà instaurato un governo di coalizione che preluderà a nuove elezioni: in soli quattro giorni, l’Italia è stata finalmente liberata dal rais che la opprimeva da almeno vent’anni.
Il popolo italiano, da oggi, può guardare al futuro con nuova (!) fiducia.


Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

Questa pubblicazione non può essere considerata alla stregua della pubblicazione a stampa, giacché ha carattere saltuario e si configura, dunque, come un libera espressione, così come riferito dall'art. 21 della Costituzione. Per le immagini eventualmente presenti, si fa riferimento al comma 3 della Legge 22 Maggio 2004 n. 128, trattandosi di citazione o di riproduzione per fini culturali e senza scopo di lucro.


18 marzo 2011

Pronto in tavola un piccolo Iraq, a due passi da Lampedusa



Se leggete attentamente la risoluzione ONU sulla Libia[1], v’accorgerete che è il solito copia/incolla di quella sul Kosovo del 1999: differenze di dettaglio.
Le aviazioni “alleate” avranno via libera per bombardare le forze di Gheddafi le quali – per il Diritto Internazionale – sono l’esercito nazionale libico, le forze armate della Libia: e, questo, comunque la pensiate su Gheddafi o sui cosiddetti “ribelli”.

In altre parole, ancora una volta, l’ONU concede ad una ben precisa parte – se li contate, ci sono tutte le ex potenze coloniali – di bombardare come e quando vorranno in Libia. Nel nome della difesa dei “patrioti”, ovvio.
Ecco, dunque, che una dozzina di Paesi dell’Occidente hanno dichiarato guerra alla Libia senza dichiararla ufficialmente, come usa fare da quando la guerra è stata bandita come “crimine contro l’umanità”.

Chissà perché, nel Ruanda, quella risoluzione non venne mai oppure fu così “distratta” da non accorgersi che, nel frattempo, c’erano già un milione di morti nel Paese africano. Certo, Tutsi ed Hutu non fanno la stessa rima di petrolio e gas.
La stessa risoluzione, però, non concede l’ingresso di truppe nel territorio libico: un “mix” perfetto, “cucito” addosso alla Libia per dissanguarla, per chissà quanto tempo, fin quando non sarà disposta a cedere le sue ricchezze minerarie a poco prezzo, a questo ed a quell’altro.

Una vera e propria “cima” della politica italiana – un tal Italo Bocchino, che parla con la saggezza di un Metternich – lo dice a chiare lettere[2]:

“L'Italia dovrebbe dire all'Onu “Noi siamo pronti”. Non dovrebbe mettere a disposizione le basi, ma anche gli aerei. Sarebbe un errore se l'Italia avesse un atteggiamento ipocrita o pavido. Noi siamo i dirimpettai e il primo partner economico della Libia: non ho capito perché debbano intervenire Francia e Inghilterra e diventare poi loro il primo partner.”

Insomma, ragazzi – afferma il Bocchino – là c’è un mare di soldi…forza, su…cosa volete che sia mandare qualche aereo…e se lo abbattono? Sarà l’ultimo eroe del “Afrika Korp”, faremo una bella cerimonia…

Bersani è meno fesso nelle esternazioni, ma altrettanto determinato:

“Ci sono gli strumenti per applicare la risoluzione dell'Onu. Io mi auguro che Gheddafi, alla luce anche di questa posizione più ferma e più netta della Comunità internazionale, blocchi l'operazione. Altrimenti bisognerà impedire che Gheddafi bombardi la sua gente a Bengasi.”

Insomma, up patriot sto arms…armiamoci e partite.

Non abbiamo in gran simpatia il colonnello libico, anzi, però l’esperienza insegna che nessuna delle avventure di “democrazia” occidentali ha regalato qualcosa di meglio ai Paesi “liberati”. Qualcuno se la sente d’affermare che, il “dopo Ghaddafi”, sarà meglio del prima? Come doveva essere il “dopo Saddam”?

Piccolo particolare finale: mentre i danesi ed i canadesi potranno “gustare” i tanti “breaking news” dei loro telegiornali, mangiando noccioline e pop corn, i pescatori di Mazara del Vallo si troveranno, improvvisamente, a pescare in zona di guerra. Senza contare quel che potrà accadere fra Capo Passero e Lampedusa.

Ma, ancora una volta, la democrazia deve essere esportata: USA, Francia e Gran Bretagna in testa. I soliti: quelli che ressero, per secoli, i traffici dei negrieri.


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