Visualizzazione post con etichetta giacimenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giacimenti. Mostra tutti i post

29 aprile 2021

L’Italia bizantina del post (?) Covid

 

Fa quasi sorridere mettere quel “post” nel titolo, perché in realtà non conosciamo il futuro, non sappiamo cosa farà il virus, non abbiamo cognizione dei provvedimenti che saranno o non saranno presi…non siamo nemmeno sicuri di quanto il vaccino ci proteggerà e per quanto tempo. Intanto, però, il parlamento (min) italiano processa il ministro Speranza: per che cosa? Nessuno lo ha capito bene: per aver chiuso gli italiani in casa? E cosa doveva fare un ministro della Salute pubblica che, per la prima volta dopo un secolo, si trova di fronte un’epidemia causata da un agente pressoché sconosciuto?

 

L’altra certezza è che arriveranno soldi, tantissimi soldi, da spendere, intercettare, far sparire, usarli in progetti inutili come il ponte di Messina, sparpagliarli in mille rivoli dove milioni di sedicenti politici potranno abbeverarsi, fino all’ubriacatura. Sono abituati a questo comportamento, sanno come fare, e ciò che sta avvenendo lo conferma in pieno.

 

Tornano alla ribalta argomenti triti e ritriti: in fin dei conti, il nucleare non produce CO2, e dunque perché non tentare di buttarci a pesce sull’argomento? L’ENI, intanto, si modernizza: ha inventato il termine “coltivazione” come sinonimo dello sfruttamento dei giacimenti: fa fine, non impegna ed è molto “bio” nel lessico comune del Web. Quindi è diventato l’alfiere, lancia in resta, della cattura dell’odiata anidride carbonica, frutto di decenni di malcostume dei fossili: non bruciando più petrolio, carbone e metano? No, ehm…andiamoci piano… “catturandola” e convogliandola nei giacimenti già sfruttati.

La vicenda farebbe sorridere, ma sull’ignoranza delle persone campano da secoli i nostri sfruttatori/governanti: non ho citato Bisanzio a caso, perché l’Impero d’Occidente ebbe la buona grazia d’estinguersi nel 476 d. C. mentre a Costantinopoli perdurarono, per quasi un millennio, con i metodi usuali: corruzione, nepotismo, violenza gratuita, sacralità pluri-offesa, e tutte le nequizie che bene abbiamo imparato da loro. Eleggevano 3 o 4 co-imperatori, i quali poi s’ammazzavano l’un l’altro, oppure ne facevano uno all’anno, per mille anni.

 

La vera novità è che oggi, grazie a Conte che seppe mantenere un punto fermo nelle trattative, l’UE decise di compiere finalmente un passo risoluto nella direzione che altri Paesi, già da tempo, avevano intrapreso. Ossia, una rivoluzione tecnologica totale: d’altro canto, è puerile citare noiosamente la “lotta” alla CO2 senza capire che la CO2 – poveraccia – non ha nessuna colpa, semmai è stato l’uomo ad aumentarne oltre le 400 ppm la diffusione nell’atmosfera, ed oggi ce la godiamo.

Per quelli che, invece, pensano che sia tutta una panzana di Bill Gates & Al Gore li invito a recarsi in Alto Adriatico e leggere le direttive delle Regioni rivierasche, le quali hanno imposto il rialzo di tutta la cantieristica costiera a terra di circa 60 cm. Siccome io mi sono interessato, ho saputo che nell’Inverno appena trascorso le acque hanno invaso per ben quattro volte magazzini ed officine: una faccenda che nessuno ricordava a memoria d’uomo e della quale non si trova traccia nemmeno negli annali.

 

Tranquilli, però: sopra di noi regna il nuovo ministero dell’Ecologia, dove mister Cingolani è già all’opera per rendere Next Generation UE il più fantasmagorico ed omnia ricettivo piano che si possa immaginare. Tutti dovranno rimanere soddisfatti, proprio come a Bisanzio.

Ma cosa significa catturare le CO2 per togliersela dai piedi?

 

Ci sono varie forme di pensiero su questo problema, salvo che nessuno di questi mezzi ha una base scientifica coerente con l’obiettivo da raggiungere: ossia, immettere la CO2 nei giacimenti di idrocarburi esausti oppure trasformarla in un composto utilizzabile?

Per prima cosa si deve catturarla e nessuno, finora, ha fornito risposte chiarificatrici, giacché catturarla ha un costo non indifferente e, mentre la “cattura” viene eseguita con finanziamenti pubblici, le fasi successive sono tutte eseguite da aziende private. Ma guarda un po’, è una storia che già conosciamo. (1)

Alcune ipotesi sui costi non sono molto chiare: secondo alcune fonti, il costo del sequestro comporterebbe un aggravio sul costo dell’energia elettrica di circa 1/3, che metterebbe il sistema completamente fuori mercato. (2)

 

C’è, però, chi utilizza la CO2 per scopi “nobili”, ossia le compagnie petrolifere: quando un giacimento è quasi esaurito, iniettano CO2 calda nel sottosuolo per sciogliere il poco che rimane – una sorta di “risciacquo” del giacimento – poi estraggono quel che possono e chiudono il tutto. Sempre che, poi, la CO2 – che è un gas – non scappi dalla sua “prigione”.

In buona sostanza, tutto l’ambaradan che sta andando in scena sui “giacimenti” (in funzione, “coltivati”, esausti, ecc) sulla costa romagnolo-veneta parrebbe un tentativo italo-bizantino d’affibbiare allo stato i costi per poi goderne privatamente degli effetti: d’altro canto, il buon Cingolani – come primo atto da ministro (min) – ha subito firmato sette permessi d’estrazione nelle acque italiane per l’ENI. E’ il futuro che avanza.

 

La vicenda del sequestro della CO2 mi coinvolse molti anni fa e fu una faccenda dai contorni esilaranti, che vedremo in seguito.

Si può trasformare la CO2 chimicamente per ottenere qualcosa d’utilizzabile?

Oddio, in Chimica tutto si può: dipende dai costi che quel “si può” comporta.

 

La CO2 è un gas che sublima a -57°C e quindi, se si vuole separarla dall’aria bisogna raffreddare enormi volumi d’aria a quella temperatura: si può farlo nell’Inverno siberiano? Sì, là si arriva vicino a quelle temperature, ma non per periodi così lunghi e, raffreddare milioni di tonnellate d’aria per separare la CO2 (che solidifica, il cosiddetto “ghiaccio secco”), ha dei costi non indifferenti. Perché sono 29 miliardi di tonnellate che buttiamo, ogni anno, nell’atmosfera.

La soluzione più semplice rimane sempre quella di farla assorbire ai vegetali, però l’ENI non si occupa di agricoltura e foreste e dunque il sistema naturale viene scartato. Cingolani che dice? Mah…

 

Ci sono altri mezzi per acchiapparla per via chimica ma finora nessuno ha parlato di costi, perché la CO2 è un composto molto stabile e, per renderlo utilizzabile, bisognerebbe idrogenarlo per farlo tornare un idrocarburo utilizzabile. L’ENI ha subito proposto di idrogenarlo grazie all’energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili…oddio…ma allora, scusate…dovremmo catturare energia con pannelli e mulini per, poi, gettarla sulla trasformazione della CO2 in idrocarburo il quale, bruciato, fornisce di nuovo CO2? Mi gira la testa, scusate…oltre ai cosiddetti.

Insomma, Cingolani, ENI, ENEL e compagnia cantante state cercando di prendere per il sedere noi o la Termodinamica chimica? No, ditelo, altrimenti vi mandiamo di nuovo a Bisanzio per scervellarvi sulla natura della Trinità, sul Filioque e sul Credo Niceno. Fareste meno danni.

Ecco un esempio delle “Tribolazioni” ENI-ENEL di natura conciliare (con riforma condivisa ed in Costituzione della Termodinamica chimica) che mi sono rifiutato di guardare perche tutto può andar bene, ma quanto costa? E chi paga? Cingolani non dixit.

 


 

La vicenda del sequestro italiota della CO2 ha più attori, che hanno sì le grandi compagnie dell’energia come fulcro centrale, ma hanno bisogno di corollari. Il più importante? L’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ossia quello che tiene sotto controllo i vulcani italiani e cerca, con scarsa fortuna, di prevedere i terremoti.

L’INGV ebbe nella sua lunga storia (prima si chiamava Istituto Nazionale di Geofisica) quasi un solo presidente, Enzo Boschi (1942-2018) che tenne la presidenza per ben 28 anni, sotto le due differenti nominazioni.

Boschi fu presidente dal 1982 fino al 2011: una discreta “tenuta” nel panorama italiano. Qual era il suo rapporto con la politica?

 

“Anch’io ho fatto tutto quello che in genere si fa per fare carriera. Ho leccato il sedere quando c’era da leccarlo, ho assecondato, ho chinato la testa: non ho paura a negarlo…Sono sempre stato gentile con i potenti perché sapevo che avrebbero potuto aiutarmi, come vedo che fanno i giovani di oggi.[…] anche con i politici bisogna avere sempre buoni rapporti.” Dichiarazione di “grande nobiltà d’intenti” del 2008 a La Stampa. (3)

 

Nel 2007, mi trovo – mio malgrado – ad incrociar la lama con questi personaggi e m’arriva una mail di rimando:

 

Buongiorno, che cosa rispondiamo all’articolista che butta fango sulla sequestrazione geologica e Boschi? Attendo risposta. Sonia.

Dott.ssa Sonia Topazio (a Fedora Quattrocchi)

Capo Ufficio Stampa Ufficio di Presidenza Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Via di Vigna Murata

 60500143 Roma

 

La buona Sonia è pagata per gironzolare sul Web e scoprire cosa pensa la gente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: quando trova qualcosa d’interessante è suo dovere riferire. Punto.

Un “Capo Ufficio Stampa” – forse – dovrebbe sapersela cavare da solo, ma si sa che l’assunzione di responsabilità – nel Bel Paese – è un comportamento assai raro.

Ciò che più stupisce è la risposta di “chi di dovere”:

 

Cara Sonia

Quel tipo che ha scritto quelle stupidagini ignoranti è un blogger ignorante di nome Carlo Bertani (di cui ti allego foto per tua conoscenza del soggetto). Dalle cose che scrive nel suo blog (www.carlobertani.it ) non credo che sia una specialista del settore, forse sarà politicamente impegnato, ma fa molta confusione sulla politica energetico-ambientale e non credo abbia nessun Curricul Vitae per dire quello che dice sulla sequestrazione geological di CO2 nel sito blog don chisciotte. Purtroppo ora va di moda fare i blogger invece che stare sui banchi delle università a studiare. E’ una vera iattura del protagonismo giovanile e non giovanile (vedi Beppe grillo) moderno. Lui mi legge per conoscenza e spero abbia il buon senso di chiedermi articoli e pubblicazioni scientifiche nazionali ed internazionali prima di riscrivere qualcosa pubblicamente sull’argomento. Aspettiamo un paio di settimane se si fa vivo e ci chiede una mano a capirci qualcosa e siccome sto già preparando un articolo a mezzo stampa sul blog di beppe grillo potrei sputare veleno anche sul suo blog ignorante (VAI ALL?UNIVERSITA’! VAI ALL’ESTERO A STUDIARE COME ABBIAMO FATTO NOI RICERCATORI!) come irresponsabile ignorante che se ne approfitta della povera gente che ha la sola III media e non si può pagare le scuole e l’università per fare i soldi con un blog ……. si informasse dagli scienziati che ci lavorano da anni prima di parlare sul sito don chisciotte di politica energetico ambientale. E non mi spreco neanchè a scrivergli sul blog perchè lui sennò ci guadagna pure.

Un saluto

Fedora Quattrocchi

(ricopiata ortografia compresa, rimane il mistero della foto: dovevo aspettarmi un colpo di P.38? Oppure gli spilloni? Mah…)

 

La storia m’incuriosisce, e mi viene la voglia di capirci qualcosa di più sulla faccenda: in fondo, avevo soltanto messo in dubbio un progetto tecnico, cosa c’entravano tutti quegli insulti?

 

Per Sonia Topazio fu facile: era una ex attricetta di film soft-porno, aveva lavorato anche in un film con Tinto Brass, poi laureata in Lettere era andata a fare l’addetto stampa all’INGV. Ovviamente, sapeva di Geologia quanto io ne so di testi in aramaico, ma non fa niente. Vediamo come spiega il suo arrivo all’Ufficio Stampa dell’INGV:

 


I suoi accusatori hanno scritto sul web che quel posto lo hai avuto davvero grazie a una relazione con il presidente Enzo Boschi? “Se proprio lo vuoi sapere sono arrivata lì nell’unico modo possibile nelle amministrazioni statali, per segnalazione di un politico. C’era un posto libero nella didattica e divulgazione e così ho avuto il contratto. E poi diciamolo, ma anche se avessi avuto una storia con il presidente, che male c’è? Che cos’è questo puritanesimo? Anche se avessi avuto una simpatia, diciamo così, con un collega nessuno potrà dire che ho avuto qualche vantaggio…Chi era il politico? “Si dice il peccato, non il peccatore. Facciamo così, ti dico il suo nome se tu mi dici i nomi dei precari che insistono ancora con questa storia”.

 

Onesta, almeno. Però, anche quei precari che si chiedevano perché una completa digiuna di Geologia fosse arrivata così in alto, qualche ragione l’avevano. Ah, a proposito, Sonia Topazio oggi è dirigente del settore Stampa e Divulgazione dell’INGV ed ha anche scritto un libro di Geologia – “I signori dei terremoti” – una che non l’ha mai studiata manco un giorno. A chi lo ha dedicato? Ad Enzo Boschi buonanima, ma guarda te…

 

La buona Fedora fu quella che s’impegnò a fondo sul progetto per la sequestrazione della CO2 e per la quale ci fu lo scontro, tuttora attuale. Io continuavo a ripetere: ma non conviene investire del denaro in sistemi che la CO2 non la producano, invece di scervellarsi per riuscire a catturarla? Mi sembra un po’ come chi va per farfalle col retino!

 

Mesi dopo mi giunse una telefonata con voce calma e suadente del padre – arrivò sul mio telefono fisso, che non fornivo a nessuno…ma quella è gente che può… – il quale mi raccontò la solita tiritera…abbiamo fatto tanti sacrifici per far studiare ‘sta figlia…sapesse…e adesso questa storia proprio non ci voleva…

Fedora non ha avuto fortuna dopo le dimissioni di Boschi: nel 2014 è stata licenziata in tronco, seduta stante, dall’Istituto. Motivi? Sconosciuti, salvo che oggi ha una libera docenza e che la causa giudiziaria per il suo licenziamento si trascina negli anni. No, fortunata proprio no.

Ho dato un’occhiata alla sua pagina Facebook, al suo sito personale…dice d’essere assolutamente una seguace del PD ma, improvvisamente, si presenta con i 5S per le europee, trombata. Quindi a Mantova, nelle liste per le amministrative, trombata pure lì. Oggi mi sembra una no-vax che si scortica contro il governo e va a tutte le manifestazioni contro le chiusure organizzate, a Roma, dalla Meloni. Del sequestro della CO2 manco più una parola, dopo che l’hanno sequestrata gli altri. E chi la capisce più?

 

Insomma, forse l’ENI spera ancora che qualcuno tiri fuori dei soldi per mettere ‘sta benedetta CO2 sotto terra, anche se le tre strutture presenti nel Pianeta sono riuscite, scucendo tanti soldi pubblici, a trovare sistemazione per lo 0,3% della CO2 presente nell’atmosfera, sempre che questa non scappi un domani dal sottosuolo.

Boschi è morto, Sonia è sempre ben piazzata con le sue amicizie politiche, anche se ha ammesso “d’essere oramai vicina alla menopausa” mentre Fedora si sbatte, oramai senza futuro. Tutti quegli anni spesi sui libri…eh, Sonia sì che aveva capito come va il mondo…

 

Fine della storia, italo-bizantina, della cattura della perfida anidride carbonica: Eccelso Cingolani, ci fai sapere qualcosa? Tu, che con l’ENI vai a braccetto…

 

PS: mi hanno risposto per l’idea sull’ACNA, esattamente come dicevo io: “Abbiamo ricevuto e passato alle competenti strutture. Grazie”. A mai più. Ovvio, mica ho delle belle tette da “condividere”.

 

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Cattura_e_sequestro_del_carbonio

(2) https://www.rinnovabili.it/ambiente/cattura-e-stoccaggio-del-carbonio-333/

(3) https://www.greedybrain.com/divulgazione/i-veri-retroscena-del-caso-topazio/

17 dicembre 2020

Giulio Regeni

 

Strana storia questa di un ragazzo della Carnia, nato in un minuscolo borgo sui confini italiani e morto, ancora molto giovane, a soli 28 anni nella capitale egiziana dove sapere cosa stava facendo è arduo, se non impossibile. Certo, i genitori non comprendono come quel figlio, così intelligente e studioso, sia stato barbaramente torturato e infine ucciso…già…da chi? e perché?

 

Si fa presto a tirare le somme, giacché il presidente (o dittatore, o generale, o Gauleiter messo lì a governare l’Egitto…) si chiama Al Sisi: è il capo di stato (o di tutta la banda) e, dunque, la responsabilità è sua. Una soluzione che può acquietare solo un briciolo la famiglia, perché – tanto – nessuno rimuoverà certamente quel tal Al-Sisi dal trono dei Faraoni, perché su quel trono è giunto dopo lunghe e concordate riunioni proprio fa quelli che dovrebbero chiarire la faccenda, ossia italiani, francesi, inglesi, americani, russi e turchi.

Si dà il fatto che, trascorsi 4 anni dalla morte di Giulio, le cose stiano esattamente come 4 anni fa: nessuno sa chi lo ha ammazzato, nessuno sa il perché e, soprattutto, nessuno può sgomitare troppo per sapere la verità. Ma torniamo al ragazzo, quando ancora viveva.

Di Giulio Regeni tutti concordano nel tratteggiarlo come un giovane molto intelligente e studioso: aveva proprio il “pallino” per la grande politica internazionale e la strategia, ossia era un giovane geo-stratega. Ne abbiamo conosciuti altri, e ci arriveremo. Seguiamo la sua breve biografia:

 

“…e ancora minorenne si trasferì per studiare allo Armand Hammer United World College of the American West (Nuovo Messico, USA) e poi nel Regno Unito. Vinse due volte il premio "Europa e giovani" (2012 e 2013), al concorso internazionale organizzato dall'Istituto regionale studi europei, per le sue ricerche e gli approfondimenti sul Medio Oriente. Dopo aver lavorato presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale e aver svolto per un anno ricerche per conto della società privata di analisi politiche Oxford Analytica, stava conseguendo un dottorato di ricerca presso il Girton College dell'Università di Cambridge. (Wikipedia, Omicidio di Giulio Regeni.) (1)

 

Ora, se facciamo due semplici calcoli, Giulio vinse i due premi “Europa e giovani” quando aveva 24 e 25 anni: doveva essere davvero un genio (era del 1988). Stupisce ancor più apprendere che il giovane se ne andò a studiare negli USA quando era ancora minorenne: ricordo che gli studi superiori terminano a 19 anni, e nemmeno alla fine della quarta si è maggiorenni: a meno che Giulio Regeni sia andato negli USA e terminato là l’ultimo anno, avendo però fatto la “primina”. Insomma, un percorso assai strano, anche per un genio.

Un genio che, molto giovane, s’innamora del Medio Oriente e va a studiare nelle università anglosassoni ne rammenta un altro, nato esattamente 100 anni prima di Giulio e che aveva fatto del Medio Oriente la sua ragion d’essere.

 

Nato nel 1888, Thomas Edward Lawrence (il futuro Lawrence d’Arabia), nel 1907 a 19 anni (pressappoco come Giulio) entra ad Oxford, ma non solo nella celebre università, bensì nella prestigiosa (e molto misteriosa) Round Table, la “Tavola Rotonda” la quale – reminescenze esoteriche a parte – è un cenacolo geopolitico, dove si dibatte (soprattutto) sul ruolo del Medio Oriente nei tortuosi destini dell’Impero Britannico.

 

Nel 1916 – ad un secolo esatto dall’assassinio di Giulio – diventa Capitano (nel 1918 sarà già Tenente Colonnello) del British Army e giunge nella penisola arabica, dove si compirà il suo glorioso destino. Pressappoco alla stessa età di Giulio sarà catturato dai turchi, torturato e seviziato, ma riuscì a fuggire.

Ci lascerà una traduzione dell’Odissea dal greco antico e I sette pilastri della saggezza, il racconto della sua guerra nell’Higiaz, spesso redatta in forma poetica: morirà in uno strano incidente motociclistico nel 1935, che lascerà non pochi dubbi sulla sua morte. Tutti gli atti ufficiali della sua vita sono, ancora oggi, coperti dal segreto di Stato.

 

Come potrete notare, ci sono molte similitudini nelle due vite: se si fa la tara sulle differenze storiche dei due vissuti, c’è da rimanere allibiti. Quasi identici luoghi, nomi, citazioni…Oxford, Cambridge, Onu-Società delle Nazioni…torturato dai turchi l’uno, dagli egiziani (che, all’epoca, erano ancora nell’Impero Ottomano) l’altro. E due morti misteriose, in egual modo sintomatiche di un segreto contorto ma reale, al punto d’eliminare due vite che potevano guastare qualcosa. A poco meno di un secolo, non siamo ancora in grado di sapere perché la motocicletta di Lawrence, di colore verde, avesse dopo l’incidente nitide e corpose striature di vernice nera, né perché nessuno poté avvicinare Lawrence morente.

Così come il nome di chi torturò ed uccise Regeni è ancora misterioso: dietro alla sua vicenda non sono mancate altre morti, ma una risposta non c’è e – a mio parere – come per le tante stragi di Stato italiane, mai ci sarà. Però, almeno tirando la coda di serpente del cui prodest, qualcosa riusciremo a leggere.

 

Giulio Regeni, a differenza di Lawrence, fu torturato ed ucciso: ma, se la morte di Giulio era considerata necessaria per eliminare un nemico, ben difficilmente avrebbero fatto ritrovare il cadavere. Molto semplicemente, avrebbero insabbiato tutto e di sabbia, in Egitto, non ne manca proprio: la sabbia egiziana ha celato discretamente non il frutto di un delitto, bensì le stragi delle moltitudini per migliaia di anni.

Invece, Giulio viene fatto ritrovare, a due passi dal Cairo, sulla strada che porta ad Alessandria: da subito viene giudicato, in modo puerile, un incidente stradale. Proprio il giorno del ritrovamento del cadavere (3 Febbraio 2016), al Cairo era giunta l’allora ministro per le Attività Produttive Federica Guidi, alla testa di una delegazione di 60 imprenditori, per individuare nuovi settori per gli scambi commerciali fra Italia ed Egitto. Vista la situazione, il ministro torna subito in Italia come atto di protesta nei confronti del Paese africano.

 

Non abbiamo elementi probatori per sostenere nessuna tesi: però, che Al-Sisi avesse tutto quell’interesse nel presentarsi al ministro italiano con quel cadavere sul gobbo, ci sembra veramente fuori da ogni logica. Più probabilmente, aveva interesse a farlo chi desiderava che i rapporti fra Italia ed Egitto precipitassero nel baratro. Torneremo su questo punto, ma cerchiamo di sapere qualcosa di più su Al-Sisi e, soprattutto, sul suo predecessore, Mohamed Morsi.

 

Il Generale (oggi Feldmaresciallo) Abdel Fattah Al-Sisi è l’ennesimo militare salito al potere dopo un colpo di stato, dopo Nasser, Sadat e Mubarak.

Il povero Mohamed Morsi, invece, era un ingegnere eletto democraticamente nelle elezioni del 2012 dal partito della Fratellanza Musulmana, un partito che è stato fondato da un insegnante, Hasan al-Banna nel 1928, che propugnava la “modernità coniugata all’Islam tradizionale”. Non hanno mai sostenuto la lotta armata, seppur centinaia di essi siano stato scannati senza remore da Nasser, Sadat, Mubarak e – oggi – Al-Sisi.

Se nel 2012 gli egiziani elessero democraticamente l’unico presidente che sia mai esistito, potremmo affermare che nel suo unico anno di presidenza Morsi si avvicinò un po’ al modello iraniano: appunto, il tentativo di coniugare l’Islam alla modernità. Il che – ossia un nuovo Iran sulle coste del Mediterraneo – non andò a genio a molti, in particolare a quelli che comandano o che vorrebbero (o potrebbero) contare nello scacchiere mediterraneo. Chi “gioca” la partita mediterranea?

 

Ci sono attori di primo piano, e solitamente più defilati, ed altri di livello inferiore, a vari livelli interessati ad alleanze, territori, giacimenti, contratti…e tutto quello che ruota intorno al Mediterraneo da più di due millenni.

USA e Russia (erede dell’URSS) sono attori di primo piano, ed anche quando la Russia è intervenuta militarmente in Siria, l’ha fatto con il piglio della grande potenza: poco impegno, ma micidiale e conclusivo. Gli americani non sono molto interessati al Mediterraneo, poiché hanno già altre gatte da pelare nei Caraibi e nel Pacifico: si limitano al controllo e, come ha fatto la Russia, se intervengono sono rapidi e micidiali (vedi la Libia) mentre, per il resto, si limitano a “consigliare” i loro alleati. E qui c’è il vero gioco geo-strategico, che coinvolge Francia, Italia, Gran Bretagna e, ultimamente, la Turchia.

 

Si veda, ad esempio, come la situazione libica sia tenuta in stallo da americani ed italiani, a Tripoli, contro francesi, egiziani e russi a Bengasi: in pratica, osservando l’equilibrio delle potenze in gioco, potremmo concludere un bilanciamento perfetto. Gli inglesi, da quando hanno perso Malta ed Alessandria d’Egitto mantengono una scarsa presenza a Gibilterra ed a Cipro: quel che conta, per gli inglesi, è che la compagnia di bandiera inglese – la BP – sia sempre in gioco. Ovviamente, nel gioco strategico, sono più vicini agli americani.

 

La Russia è ancora molto soddisfatta per i colpi messi a segno in Siria (e con la Turchia) che le consente basi aeree sulle coste del Mediterraneo e navali (Tartus): di più, non vuole (e non può) fare, per questa ragione il suo appoggio a Bengasi è più legato alla vendita di armi che altro. Già l’aver venduto il sistema antiaereo russo S-400 ai turchi (che non permetterà loro d’avere l’F35?) è stato un colpaccio: vedremo cosa riserveranno i rapporti con la nuova amministrazione americana. Francia e Italia, invece, meritano un paragrafo più approfondito e, forse, qualcosa che c’entra con la morte di Giulio Regeni.

 

Mentre Chernobyl era stata considerata una iattura, Fukushima è stata la dimostrazione che il sistema nucleare non può essere scevro da incidenti: insieme ai mille problemi incontrati nella costruzione della centrale finlandese di Oikiluoto da parte di AREVA (l’ente nucleare francese) la Francia ha compreso che la sola via nucleare non conduce da nessuna parte, soprattutto per la vicinanza dei Paesi europei eventualmente coinvolti in un disastro. Ciliegina sulla torta, è cascata la miriade di problemi che ha incontrato l’apparato motore (nucleare) della portaerei Charles de Gaulle, che è praticamente inservibile, o solo utilizzabile nei brevi periodi fra una rottura e l’altra.

 

Ma, si sa, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale lo sciovinismo francese è salito a mille: perché  non costruire una portaerei nucleare che possa navigare a lungo in tutti i mari della Terra? Ecco com’è finita.

I francesi mormorano a denti stretti epiteti contro la decisione italiana di una seconda portaerei (la Trieste) che andrà ad affiancare la Conte di Cavour, quando la Garibaldi sarà messa in disarmo o trasformata in semplice portaelicotteri. Portaerei grosso modo corrispondenti alla tanto osannata Charles de Gaulle.

Le due portaerei italiane avranno una linea di volo centrata sul F-35 e ben pochi conosceranno la genesi di questo aereo: molti penseranno che, dovendo sostituire i Sea Harrier, sarà un derivato dei Sea Harrier. Niente di più falso.

La concezione dell’F-35 deriva (controllate le immagini se non ci credete) dai prototipi e dagli studi sullo Yak-141, costruiti nell’URSS prima della sua caduta – e che avrebbero dovuto fornire la linea di volo per le 4 Kiev, poi vendute o travolte nel disastro dell’URSS – che i russi hanno “gentilmente” fornito salvo poi, volendo anch’essi munirsi di un caccia imbarcato, oggi lo stanno riprendendo per migliorarlo rispetto all’F-35 americano. Chiusa parentesi (scusate).

 


Dopo l’apoteosi nucleare, la Francia ha dovuto  rendersi conto che doveva rientrare – e pure velocemente – nel gran gioco del gas, che è quello che consente di produrre energia al minor tasso d’inquinanti: una delle ragioni della guerra libica del 2011 fu proprio questa, non tanto il controllo delle aree fornitrici d’Uranio del Ciad e del Niger, che già controllavano. Ci fu, anche, una collaborazione con l’Italia, ossia lo spiegamento di una forza comune nell’area sub-sahariana per mantenere il controllo del Fezzan e delle aree limitrofe.

Ma, a questo punto, successe qualcosa.

Chi si era avvantaggiato dal parziale abbandono della ricerca di petrolio e gas della Francia, “drogata” dall’apoteosi nucleare?

Principalmente l’ENI (ma anche la BP) perché l’ENI – negli anni successivi alla guerra libica – fece il “colpo da maestro” nell’area del Mediterraneo orientale, scoprendo due giacimenti di gas (Zohr e Noor) dei quali non si conosce nemmeno, con esattezza, la quantità di metano che contengono: si sa soltanto che sono i più grandi del Mediterraneo finora scoperti, più altri minori nelle acque territoriali egiziane ed a terra.

Quando si trovano miliardi e miliardi di risorse fossili, scattano una serie di accettati ed abbastanza comuni accordi e pianificazioni giuridico-economiche, accordi che soddisfano le compagnie, gli Stati proprietari delle compagnie e gli stati limitrofi alle scoperte. Sinteticamente, le compagnie pagano delle royalties agli Stati, che le compagnie pagano in metano direttamente allo Stato limitrofo ai giacimenti (in questo caso l’Egitto), oppure denaro…insomma, ci sono tante “varie ed eventuali”, ma la sostanza è che, da quei giacimenti, guadagnano l’ENI, l’Italia (praticamente proprietaria di ENI, grazie alla Golden Share), e l’Egitto.

Se ci sono collaborazioni in ambito tecnico, vengono suddivise nell’ambito della resa dei giacimenti: è il caso di BP, che partecipa al 50% su alcuni giacimenti e della compagnia nazionale egiziana. Se lo avete notato, Ansaldo ha appena consegnato ad un’azienda di Marghera la più grande turbina a gas per la produzione elettrica che sia stata mai costruita, con rendimenti mai raggiunti. E da dove viene il gas? Dai giacimenti egiziani, trasportato su gasiere nei serbatoi dove rimane allo stato liquido intorno ai -170° e viene scaricato fra Chioggia e Porto Levante, dove ci sono le piattaforme con gli hub dai quali partono i metanodotti.

E la Francia?

La Francia ha ottenuto qualcosa con la guerra in Libia, ma è poco o nulla rispetto ai risultati italiani. Con il governo Gentiloni scaturì uno strano accordo mascherato da fumose “revisioni” dei confini marittimi: ossia, la Francia otteneva delle aree di pesca italiane, mentre l’ENI otteneva libertà assoluta di sondare il Mediterraneo occidentale, in acque internazionali, ad Ovest di Corsica e Sardegna. L’accordo abortì con il nuovo governo: forse, non tutti si fidarono delle assicurazioni francesi su quella “libertà assoluta”.

Mentre in Egitto parecchi pozzi sono affidati ad ENI al 100%, altri a metà con BP, finalmente nel 2017 compare il primo pozzo suddiviso in tre parti, la principale (circa il 40%) ad ENI e le altre due a BP e Total. Nel 2020, ad esempio, per la gestione del pozzo di Nor El-Hammad la ripartizione è stata del 37,5% ad ENI (con il ruolo di Operatore), il 37,5% a BP (GB) ed il 25% a Total (Francia).

 

Come potrete notare, la situazione libica s’è molto raffreddata e non ci sono più colonne corazzate che cercano d’entrare a Tripoli. Sarà avvenuto il miracolo o si è trovato un accordo? Tutti questi movimenti ricordano parecchio l’accordo Sykes-Picot del 1920, ossia la necessità di suddividere le “dipendenze” coloniali (od ex-coloniali) fra le potenze europee, senza dimenticare gli USA ed Israele, che fanno parte anch’essi della torta del metano egiziano. Lawrence sbatté la porta, a Parigi, andandosi a sedere con la delegazione araba – ossia quelli che avevano realmente combattuto nell’Higiaz – ma la “madre” Gran Bretagna lo lasciò sbattere, dimenticandosi di lui.

 

E veniamo all’ultimo arrivato, ossia al nuovo Sultano di Costantinopoli, il quale non vive certo giorni tranquilli: da un lato rischia d’essere gettato a mare dalla NATO, dopo essere stato rifiutato dall’Unione Europea e, dopo aver comprato il sistema di difesa aerea da Putin, di Putin si deve fidare.

Da buon neo-Sultano Ottomano che si rispetti, la butta in caciara: minaccia di tornare a riprendersi la Libia e si comporta come se in Egitto fosse un suo dipendente a comandare, com’era nell’Ottocento.

Qualcosa gli danno, tanto per tenerlo tranquillo, ma quando minaccia con al flotta le piattaforme dell’ENI e le gasiere in transito, bastano due fregate (una italiana, l’altra francese) per fargli mettere le ali ai piedi, mettere la coda fra le gambe e passare subito i Dardanelli, per tornare nel più sicuro Mar Nero.

Possiede uno dei più numerosi eserciti del mondo, ma non ha strutture all’avanguardia per proteggerle, qualora immaginasse qualche sortita da qualche parte del Mediterraneo: insomma, tanta pubblicità ad uso interno e Putin lo usa come “grimaldello” nei confronti della NATO, ma – a mio avviso – non si fiderebbe di lui manco per comprare un’utilitaria. Perciò, Erdogan in questa faccenda di morti e petrolio c’entra come il due di coppe, con la briscola bastoni.

 

Ora, torniamo a Giulio Regeni ed alla sua sfortunata vicenda.

Nel 2015, l’ENI scopre Zohr, il primo grande giacimento di metano in area egiziana: non sappiamo quali siano stati gli accordi internazionali dell’epoca, sappiamo però che l’Italia è in forte contrasto con la Francia per la nuova “suddivisione” del petrolio libico, che non la soddisfa affatto. L’Italia costruisce una flotta di tutto rispetto, non solo portaerei, ma anche sottomarini (di progetto tedesco) e parecchie navi di superficie. La Francia macina male la cosa, perché il suo sciovinismo di nazione “vittoriosa” nella Guerra Mondiale la fa credere onnipotente. Consiglierei i francesi di cercare un pusher migliore: ciò non toglie, però, che qualche bastardata a livello di servizi la possano pure immaginare.

 

Nel 2016 Giulio Regeni va in Egitto e si mette a studiare la società egiziana partendo da un settore che lo solletica: i venditori ambulanti, che in Egitto sono almeno 100.000 (la cifra esatta nessuno la conosce, manco gli egiziani) e che sono la grande distribuzione “porta a porta” in tutto il Paese. Vuole solo completare la tesi, niente di surreale.

Per le sue esigenze, contatta il segretario del loro sindacato il quale, in passato, ha creato parecchi grattacapi al potere politico, al punto che il segretario è attentamente controllato dai servizi segreti, e lui lo sa benissimo.

Il nemico più difficile da stanare e distruggere, per Al-Sisi, è sempre la Fratellanza Musulmana, la quale ne ha ben donde: hanno defenestrato il presidente regolarmente eletto e poi gli hanno fatto fare la solita “brutta fine”. Non più impiccato come Said Qubd o i molti ammazzati in mille modi diversi: ufficialmente muore d’infarto, nel 2019, durante l’ennesimo processo (era stato condannato a morte, poi avevano deciso di rifare il processo: l’esito non è cambiato).

 

Ma per Al-Sisi – per quanto ci sia simpatico come Francisco Franco od Augusto Pinochet – non riusciamo a trovare una logica plausibile per scovare una ragione per gioire, nel giorno della visita della Guidi in Egitto, a sbattergli fra i piedi il cadavere di un ragazzo italiano.

Potrebbe mai, la Fratellanza Musulmana, pensare che l’uccisione di Regeni potesse rappresentare un buon motivo per liberarsi del sadico persecutore? Mi sembra molto strano, e per due motivi: Giulio Regeni era una persona sconosciuta alla popolazione egiziana, inoltre la Fratellanza ha sempre aborrito la via della guerriglia contro il potere. Non ci sembra un valido motivo.

 

Al-Sisi ha cercato più volte di “fare giustizia” all’egiziana per la questione Regeni, perché la cosa è sempre un fastidioso scoglio nelle relazioni fra i due Paesi. Mi rendo conto che, messa così, la vicenda assume tinte di cinismo ma, rediamoci conto che da parte egiziana così viene vista.

Così, fece ritrovare i documenti di Giulio e la Polizia (?) uccise in un conflitto a fuoco 4 terroristi (?) colpevoli del rapimento e quindi dell’uccisione di Giulio. Tutto risolto? Per niente, poiché le prove evidenziate agli inquirenti italiani mostrarono chiaramente che, dai tabulati telefonici, i 4 “terroristi” si trovavano, la sera del rapimento di Giulio, a più di 100 chilometri dalla sua abitazione. Inoltre, i colpi evidenziavano non un conflitto a fuoco, bensì l’uccisione a freddo e da brevissima distanza dei quattro.

 

Da questo, però, possiamo ricavare che Al-Sisi è riuscito a mettere le mani sui veri assassini di Giulio – se aveva i documenti! Scomparsi per anni! – ma, evidentemente, qualcosa gli impedisce di poterlo chiarire.

Quale può essere la ragione, per la quale non può farlo?

Perché, evidentemente, i mandanti – sapere gli esecutori non è poi così importante – sono personaggi vicini ad un’altra potenza e, se si scontenta l’Italia, non si possono scontentare gli altri. Poi, che gli agenti di una potenza straniera – magari per questioni di energia – abbiano deciso di uccidere Regeni per avvelenare le relazioni italo-egiziane, non sarebbe per niente strano. I servizi, spesso, si vendono al miglior offerente: in questo caso, vengono semplicemente definiti “deviati”. Il “lavoro sporco” in questi casi, non viene eseguito dai servizi del Paese interessato, bensì pagando profumatamente settori che si conoscono dei servizi di quel Paese, senza rischiare che un qualsiasi incidente porti in primo piano personale di Paesi esteri.

 

Perciò, la “coda di serpente” del cui prodest ci indica chiaramente che la vicenda è maturata e si è conclusa nell’ambito del mondo dell’energia e dai sussulti internazionali che esso provoca. Ovviamente, senza prove non si possono lanciare accuse. Perché non uccidere, ad esempio, un ministro od un ambasciatore? Troppo pericoloso: storie del genere difficilmente si concludono senza un lancio di missili, magari con il palazzo presidenziale come obiettivo. Gli inglesi, ad esempio, non si fecero problemi a buttare nel cesso Lawrence, dopo che gli aveva consegnato il Medio Oriente su un piatto d’argento! E, tutto sommato, Giulio Regeni era meno conosciuto di Thomas Edward Lawrence.

 

Rimane il dolore di quei due genitori. Potremmo affermare “la persona giusta nel posto sbagliato”, ma questo non acquieterebbe di certo il loro dolore.

Se vogliono, possono domandarsi di chi era la voce (era di un italiano chiaramente del Sud) che alla radio militare – nella concitata sera che portò al rogo del Moby Prince – con voce tranquilla, disse semplicemente “Mobby Prins, pigghiatelo n’tu culo”. I familiari di tutti quei morti ancora se lo chiedono.  

 

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Giulio_Regeni