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04 gennaio 2020

Gambit

Il gambit è una mossa d’apertura nel gioco degli scacchi, che prevede il sacrificio volontario di un pezzo per acquisire risultati superiori: tipicamente, scambiarlo con un pezzo di valore più importante oppure di giungere fulmineamente allo scacco al Re.
Questo 2020 si è aperto con una curiosa vicenda, alla quale ne è seguita subito un’altra e già se ne promette un’altra ancora: chissà se queste vicende ne sottendono altre, ancor più segrete? Un vero e proprio gambit. Mascherato.
Beh…partiamo dalla prima.

Proprio nella notte di Capodanno, a San Pietroburgo doveva andare in scena uno “spettacolo pirotecnico” ad alto potenziale: no, non erano fuochi artificiali, bensì un attacco terroristico dell’ISIS (?) che prevedeva alcuni attacchi alla popolazione in punti diversi della città. Almeno, così ce l’hanno venduta. (1)
Prontamente, la polizia è intervenuta ed ha arrestato due cittadini russi (?) che avevano il solito ambaradan d’armi ed esplosivi in casa. Così è stato comunicato.
E chi è stato il “canarino” che ha cantato?

Il Presidente americano Trump, il grande “amico” di Putin. Oddio…con qualche faccenduola in sospeso fra loro, roba da poco…storie d’oleodotti e di piccoli Paesi, con l’Ucraina in prima pagina…ma non mancano altre scenografie ad arricchire la grande “amicizia”: Israele, Arabia Saudita, Iran, Siria, Libano, Turchia…cosa volete che siano…
Ovviamente,  Putin ha sparso subito – urbi et orbi – sincerissimi ringraziamenti per l’amico americano, salutandolo come persona seria ed affidabile, che si mostra “comprensivo” dei problemi altrui e poi, bla, bla, bla…
Pochissimi giorni dopo, “l’amico americano” fa saltare per aria il comandante delle brigate “Al Quds” iraniano, il generale Suleimani, molto noto in patria e molto stimato da tutti, amico personale dell’ayatollah Khamenei, eccetera, eccetera.
Naturalmente, l’Iran lancia subito minacce apocalittiche nei confronti degli USA e di Trump, minacciando sfracelli e disgrazie infinite per gli americani e per i loro amici (Israele ed Arabia Saudita, tanto per non far nomi).
Che bella storiella.

Assolutamente razionale, perfetta, ben congegnata, spendibile su tutti i media internazionali senza pecche e, soprattutto, fatta apposta perché i tanti cosiddetti “giornalisti” del Web ci caschino come tanti citrulli, imbevuti di retorica post-modernista, post-guerra fredda, post guerra irachena, post petrolio-dipendenti, post, post, post…basta postare in fretta e furia un articolo, per soddisfare la sete dei molti lettori, di tutte le taglie, forme, razze e religioni del Pianeta.
Se non che, non funziona.

Prima domanda: cosa ci faceva uno dei massimi comandanti militari iraniani in Iraq? Era andato a trovare i parenti, a salutare un amico, a trovare l’amante? Vabbè, prendiamole per buone.
Perché gli americani l’hanno ammazzato? Perché sono cattivi, perché sono stato imbeccati da Tel Aviv, perché s’era macchiato di tanti morti americani, perché, perché, perché…non ce n’è uno che funziona. Un generale che si “macchia” di morti americani?!? E cosa fanno i generali, normalmente, il solletico alle ragazzine?

Non dimentichiamo, poi, che i movimenti dei massimi dirigenti politici e militari delle nazioni non sono mai casuali, ossia ci sono una serie di “contrappesi” che devono essere soddisfatti: altrimenti, che ci vorrebbe a tirare un missile contro l’aereo di Trump o di Putin, di Macron o della Merkel, ma anche del capo di Stato Maggiore della Romania o del Perù?
Queste cose avvengono raramente, e si vide nel 1980 cosa causò l’aver tentato, con un sotterfugio, di far fuori Gheddafi mentre volava a Varsavia: una battaglia aeronavale nel Mar Mediterraneo, che anche se siamo qui a parlarne nessuno ha mai ammesso, perché i Mig cadono nei cieli di Calabria quando grandina. Eh…sì, patiscono la grandine: se non vi va bene e non ci credete, non ce ne frega una mazza.
Quindi, gli spostamenti del gen. Suleimani – un uomo molto vicino, per il suo ruolo, ai servizi di vari Paesi – sono stati rivelati: c’è un “canarino” che ha cantato, altrimenti non sarebbe successo niente del genere.
Ma vediamo di dare una risposta alle vere ragioni di questa vicenda, ossia:

a) Perché gli USA hanno pensato bene di far fuori Suleimani e perché, probabilmente, è stato tradito;
b) Quali possono essere gli sviluppi futuri.

Premesso che, un aumento del prezzo del petrolio di pochi dollari significa miliardi di dollari che s’ammassano (per tutti, Iran compreso!), ci passiamo oltre, perché questa è una storiella banale e non vogliamo raccontare banalità.
Prendiamo, ad esempio, in esame la situazione dell’Aeronautica Iraniana? E perché proprio gli aerei iraniani?
L’Aeronautica Militare Iraniana è ricchissima d’ottimi cervelli, tecnici e militari, ma è poverissima di mezzi, al punto – nel raffronto con Israele e l’Arabia Saudita (suoi avversari regionali) – di riuscire, forse e a malapena, a difendere il territorio nazionale.
Lasciamo pure fuori del conto gli aerei e le portaerei americane: per questa ragione ha ricevuto dalla Russia il sistema di protezione dello spazio aereo S-300, ma non ancora l’S-400 – che hanno richiesto – ma la Russia, che lo ha fornito seduta stante alla Turchia, ha risposto picche.
E gli aerei? Peggio che andar di notte a fari spenti.

Dalla fornitura degli F-14 (1975) americani, è stato un pianto antico: F-4 (quelli del Vietnam), poi F-5, vecchio caccia di seconda linea e pochi (e/o vecchi) Mig-29. Un disastro.
Per questa ragione, l’Iran ha scelto una via che potremmo definire “coreana” anche se non ha l’atomica: è fornita di migliaia di missili con gittate d’oltre 1.000 Km e decine di migliaia di minor gittata, molti dei quali forniti ad Hezbollah, il fedele alleato sciita in un mondo sunnita di nemici d’Israele. Il che, è già una bella tautologia.
Insomma, andare a toccare seriamente l’Iran scatenerebbe Armagheddon e gli Stati Uniti lo sanno benissimo: se l’Iran non può permettersi Armagheddon, nemmeno l’America osa andare a vedere cosa succederebbe.
Sono decenni che Michael Chossudowsy urla allarmi per una “futura” guerra contro l’Iran e mi fa piacere doverlo smentire ogni volta: non perché Chossudowsky mi stia antipatico (anzi), bensì perché mi sta molto antipatica la guerra.
L’industria aerospaziale iraniana è però molto sviluppata, e ricca di veri e propri talenti in quel campo. Notate cosa sono stati capaci di fare:



Questo aereo, denominato Saeqeh (in pharsi, non facile translitterazione) è, in realtà, un Northrop F-5 americano modificato:



al quale è stata totalmente riprogettata e ricostruita la sezione di poppa (si noti la doppia deriva, in stile F-A 18), più una serie d’interventi sull’elettronica di bordo, per dargli migliori potenzialità aerodinamiche e di combattimento.
Non sappiamo fino a che punto gli iraniani siano riusciti in questo giochetto, però siamo certi di una cosa: poche (o nessuna) industrie aerospaziali europee sarebbero state in grado di farlo.
In questo modo, gli iraniani hanno fatto fare al vecchio F-5 un salto generazionale, da un vecchio aereo di 3° generazione ad uno di 4°, almeno così sperano. Però, questo aereo rimane un semplice caccia-bombardiere per l’appoggio locale alle truppe oppure per la difesa aerea ravvicinata: è solo dotato di missili per autodifesa all’infrarosso (Sidewinder, ecc) con portate di una manciata di Km e non è in grado di portare missili in grado di colpire un aereo nemico a 50 o 100 Km di distanza.

Gli iraniani, si sono allora attivati ed hanno chiesto alla Russia di poter acquistare i più potenti Su-30, aerei di 4°+ generazione, pari almeno (o superiori) agli F-15 sauditi, ma…si sono messe di mezzo le sanzioni…che hanno impedito alla Russia (che ne sarebbe stata felicissima!) di soddisfare le loro richieste.
Qualcuno sostiene (2) che piloti iraniani siano già andati in Russia per addestrarsi sui caccia Sukhoi, perché un simile cambiamento richiede un lungo addestramento: è solo nei film americani (Indipendence day) che un ex-pilota del Vietnam, il quale vola su un biplano per spandere concimi, per andare a sparare agli alieni si siede su un F/A 18. E’ come passare da un biplano Sophwith Camel della 1GM ad uno Spitfire, forse peggio.
E quando scadono ‘ste benedette sanzioni? Nel 2020. Iniziate a capire qualcosa?

Allora, allora…
Il 2020, per Trump, è anno d’elezioni: ha sulla schiena una richiesta d’impeachment, non si sente molto sicuro…ha bisogno dei voti dell’elettorato ebraico, che in America può fare la differenza. E i finanziamenti elettorali non fanno la differenza?
Ha provato in tutti i modi a scotennare l’odiato Khamenei, ma non ha ottenuto molto: un drone abbattuto, qualche petroliera colpita…niente d’importante. Tel Aviv, però, non è contenta: sono loro a dover vivere sotto la minaccia dei missili di Hezbollah, mica gli americani! Ci hanno provato nel 2006 a farli fuori, ma non ce l’hanno fatta, e non trovano un presidente che dia loro retta: vogliamo aspettare che Tehran abbia l’atomica?
Preso fra due fuochi, Trump ha dovuto dare loro un contentino, scambiando con i russi qualche rivelazione “coperta”? Non siamo in grado di sostenerlo.
Ha anche spostato un contingente di 750 soldati dalla Siria all’Iraq occidentale – aveva detto loro: “si torna a casa!” (sic!) – lontano dalle popolazioni sciite e più vicino ad Israele ed all’Arabia Saudita. Insomma, io la buona volontà ce la sto mettendo tutta…ma a voi non basta mai!
E i russi?

Ai russi la cosa non può che portare vantaggi: scadute le precedenti sanzioni, nel 2020 potrebbero dare finalmente il via alla consegna dei tanto desiderati Su-30 all’Iran! Sarà una consegna molto “succosa”, si parla d’almeno 30-50 caccia dei quali gli iraniani hanno un bisogno disperato…e non staranno tanto a tirare sul prezzo. La vicenda di Suleimani ha scosso gli animi, da una parte e dall’altra, ed i russi potrebbero decidere autonomamente di consegnare gli aerei agli iraniani: anche i commentatori russi hanno glissato all’acqua di rose: “pericolo per la pace mondiale”… “atto inconsulto”…e via discorrendo…parliamo di cose serie, d’aerei per difendersi dalle minacce americane e saudite…

L’ultima risposta è su cosa potrà fare l’Iran per vendicarsi: lo farà, è chiaro, perché anch’essi hanno un elettorato ed una popolazione da soddisfare. Però, ci sono tanti modi per farlo.
Sul “come”, però, temo che sia il punto interrogativo che aleggia, proprio in queste ore, in molte menti a Tehran.
Aeronautica e Marina possono ben poco: non sono certo 3 sottomarini a spaventare la US Navy e sull’aeronautica abbiamo già detto.
Il presidio dello stretto di Hormuz, però, è molto ben fornito di missili antinave ed imbarcazioni veloci d’assalto: in assenza, però, di naviglio militare americano, non rimane che qualche petroliera che sconfini.
Il canale delle acque territoriali, ad Hormuz, è molto stretto e spesso avvengono leggeri sconfinamenti: da questo, però, ad affondare una petroliera con tutto l’equipaggio ce ne passa, peggio ancora affondare un’unità militare, con centinaia di morti. Sarebbe l’inizio di Armagheddon.
La brigata americana che si sta trasferendo dalla Siria all’Iraq è, ovviamente, sotto il tiro dei missili iraniani, e potrebbe essere un bersaglio adatto: anche qui, però, centinaia di morti.
Scarterei, in linea di massima, queste ipotesi comprendendo anche un eventuale attacco di Hezbollah su Israele: tutte troppo zeppe d’incognite sul futuro dell’area.

Ricordiamo che l’Iran ha messo più volte l’accento sulla “pazienza” nella vendetta: potrà lasciar passare anche qualche mese, prima d’attuare qualcosa. Molto probabilmente si tratterà dell’uccisione o della presa d’ostaggi americani nell’area, quando la tensione sarà calata e tutti tenderanno a dimenticare.
Il punto saliente, per gli iraniani, è ottenere finalmente la vendita degli aerei da parte russa, cosa di primaria importanza per la loro difesa: poi, qualcosa s’inventeranno, ma sarà qualcosa che non dovrà impegnare militarmente nessuno.

In fin dei conti, a questo serve il terrorismo: a mandare avvertimenti, senza mai comparire in prima persona, e questo è uno degli attori delle guerre a geometria variabile, che devono tener conto del prezzo del petrolio, delle armi nucleari e di riuscire ad intimidire l’avversario senza entrare in questi “campi minati”.
Dalla diplomazia alla guerra il salto può essere repentino, ma entrambi i contendenti lo sanno, e sanno anche cosa rischiano: per noi, che non vorremmo più dover raccontare storie come queste, rimane l’assillo di un Pianeta senza pace, che non riesce a convivere senza una pistola sotto il cuscino.
Ed è questa la grande sconfitta che tutti i giorni dobbiamo affrontare.

03 ottobre 2019

L'aereo che cambiò il mondo

Oggi, voglio raccontarvi una storia senza che esista nessuna prova per confermarla – perché? Poiché non potrebbe esistere! – ma che, se ragioniamo col principio del “cui prodest” a fianco, e ci aggiungiamo che gli USA tutto sono stati, meno che dei colonialisti (e, quindi, non ebbero mai l’esperienza dei colonizzatori), potrebbe essere vera. Anzi, ci sono molte possibilità che sia veramente avvenuta. Vediamo.

Nella notte dei tempi, ovvero nel 1974, lo Scià di Persia era ossessionato dai voli di ricognizione che i Mig-25 russi (caccia fra i più veloci mai esistiti) eseguivano sull’Iran, e chiese aiuto agli USA, suo usuale fornitore di statunitense. Il 1974 fu anche l'anno dell'ingresso in servizio nell'aviazione di Marina americana dell'F-14 Tomcat: ebbene, proprio nello stesso anno, il presidente Nixon autorizzò la vendita di 80 Tomcat alla Persia e di 714 missili Phoenix per l'aereo, che raggiungevano la strabiliante (per l'epoca) gittata di 100 miglia nautiche, quasi 200 chilometri. Un sistema d’arma eccezionale, ineguagliato all’epoca.
Ora, è molto strano che un aereo appena entrato in servizio in una potente armata aerea (all’epoca, americane o russe, e basta) venisse fornito ad un’aviazione di un Paese (quasi) dell’allora terzo Mondo: eppure, così fu, anche se i comandi USA pretesero (ed ottennero) che il velivolo fosse privato d’alcuni sistemi elettronici d’ultimissima generazione.

Le ragioni? Difficile entrare nelle menti del Kissinger e del Nixon dell’epoca, però la sconfitta in Vietnam oramai evidente, più l’arretratezza dell’Arabia Saudita in campo militare e considerato “improprio” fornire ad Israele un simile mezzo, viste le incerte ed imprevedibili condizioni dello Stato ebraico, sempre in conflitto con i vicini arabi…beh…dovettero meditare che, fornire un simile mezzo allo Scià, sarebbe stata una buona scelta politica, per mantenersi fedele una Nazione che poteva diventare un “fulcro” militare fra il golfo Persico, l’area indo-pakistana, l’Afghanistan e l’Oceano Indiano. Calcolo logico, ma privo di attributi da colonizzatori: troppe incognite.

Difatti, nel 1979 – quando le commesse non erano ancora state completate – scoppiò la nota Rivoluzione Islamica, capeggiata dall’ayatollah Khomeini il quale, cacciato lo Scià, si ritrovò una quarantina (?) di F-14 sulle piste.
Ed ecco che viene incaricato un ex dipendente CIA, tale Saddam Hussein, per attaccare l’Iran: una storia che tutti conosciamo, e che avrà una certa importanza per quel che andremo a narrare.

Quali erano le condizioni dell’aeronautica iraniana? Più o meno disperate, giacché venne meno il sostegno USA per gli F-14 e d’altro c’era ben poco, un magazzino di robivecchi americani. Però, a qualcuno dovettero far gola quei bei gioiellini che gli iraniani non potevano manco usare al pieno delle loro potenzialità. A chi?

L’URSS, nel 1979, era ancora ben lontana dalla sua débacle del decennio successivo: qual era la sua produzione aeronautica di punta?
Dopo il Mig-19 ed il Mig-21, due aerei semplici – il secondo un buon caccia “rustico”, una sorta di Kalashnikov del cielo…qui e là ce n’è ancora qualcuno in volo – puntarono su due aerei: il Mig-27 per l’attacco al suolo ed il Mig-25 per la difesa aerea.
Il Mig-25 raggiungeva la stratosferica velocità di 3.200 km orari in quota: in sostanza, fu il “papà” del successivo Mig-31, ancora oggi in linea.

Col Mig-27 (una “riscrittura” per l’attacco al suolo del Mig-23) le forze aeree ci potevano anche stare, per ora gli americani non avevano tanto da vantare – la sconfitta in Vietnam fu anche una cocente delusione sul fronte aeronautico e missilistico – però Washington aveva capito che, il vantaggio accumulato nel primo dopoguerra sui sovietici, era svanito: bisognava cercare non tanto nuovi aerei, quanto nuove “strade” che portassero, concettualmente, a nuove generazioni di velivoli.

Si cominciò a prospettare la possibilità di una battaglia aerea senza contatto visivo (il noto concetto BVR, ossia Oltre L’Orizzonte Visibile) che già era stata tentata, in Vietnam, proprio dal binomio F-4 Phantom/missile A7 Sparrow.
Ciò che apparve chiaramente, in Vietnam, fu che i futuri missili aria-aria dovevano, una volta lanciati, proseguire autonomamente alla ricerca del bersaglio, senza essere più “legati” al radar dell’aereo che li aveva lanciati, lasciandolo libero di evoluire senza doversi preoccupare di “illuminare” il bersaglio. La capacità di colpire del missile A7 Sparrow, inoltre, se puntato in basso regrediva fin quasi a zero, a causa delle onde riflesse dal terreno (clutter): non dimentichiamo che gli USA persero, in Vietnam, ben 511 F4 Phantom II.

Gli USA dell’epoca, però, per capacità ingegneristiche, elettroniche e, soprattutto, finanziarie erano in grado di compiere il passo: misero al lavoro le loro migliori menti già negli anni ‘60 e, a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80 riuscirono a concretizzare i loro sforzi con tre velivoli che diedero loro un vantaggio impressionante sui velivoli russi: F-14, F-15 ed F-16.
E i sovietici?

I sovietici avevano vissuto “di rendita” per essere riusciti a controbilanciare la potenza nucleare americana con identici mezzi: le testate nucleari, ora, riposavano silenti nei loro silos sotterranei, nei sottomarini e nei lanciatori mobili. Gli USA erano avvertiti: un solo passo falso ed il Pianeta sarebbe scomparso sotto un’immane nuvola nucleare. Questa incertezza è ciò che ci ha regalato 75 anni senza guerre mondiali.
Non considerarono, però, che quella strategia “nuclear only” li rendeva fragili nel loro ruolo di potenza planetaria, giacché nelle guerre di “frizione” (Corea, Vietnam, ecc) potevano presentare ben poco: insomma, capirono a loro spese la frase che John Fitzgerald Kennedy aveva pronunciato con enfasi a Berlino Ovest: “Non accetteremo mai di farci bastonare a sangue sotto la protezione di un ombrello nucleare”.

Per ora, in Corea e Vietnam, l’avevano “sfangata” grazie ad errori grossolani e pessime valutazioni del rapporto scenari bellici/mezzi a disposizione degli americani e gli alti ufficiali sovietici – gli ammiragli carichi di “lasagne” ed i generali tintinnanti di medaglie come alberi di Natale – erano riusciti a presentarsi sulla Piazza Rossa senza temere siluri (interni) in arrivo.

I servizi segreti, però, segnalavano il “fervore” dell’amministrazione USA per nuovi mezzi, soprattutto velivoli: come tenera il passo del confronto strategico?
Come ricordavamo, si fecero raffazzonate “copiature” e “rifacimenti” dell’esistente ma era chiaro che la battaglia, se continuava con quei ritmi, sarebbe stata persa.
Già…perché l’F-14 – e i successivi F-16 ed F-15 che stavano per entrare in servizio – erano non una, ma un paio di generazioni avanti! Che fare?

Nel 1969, i vertici sovietici si riunirono (un po’ in ritardo) e decisero – da buoni apparatcik – che serviva un aereo superlativo se si voleva continuare la battaglia, e decisero d’investire sul nuovo velivolo ciò che serviva: attenzione, però: sul nuovo velivolo, uno solo, che sarebbe stato, per forza, nuovamente, un aereo multiruolo.
Gli USA, invece, già avevano capito il fallimento del concetto del “unico aereo in più versioni” ed avevano deciso di sdoppiare la linea, l’F-16 come caccia leggero e l’F-15 come caccia-bombardiere da superiorità aerea, mentre l’F-14 era destinato alle portaerei. La ferita in Vietnam dell’F-4 “sdoppiato” in due fotocopie, come caccia “puro” e da attacco al suolo, bruciava ancora.

I generali sovietici furono salvati dalla fortuna? Vedremo in seguito.
In quei tumultuosi anni, con mille timori addosso – va beh che non si finiva più in Siberia come sotto Stalin, però… – e con le notizie del KGB che segnalava ben tre aerei americani, differenti, che sarebbero entrati in servizio, i potenti generali dalle mille medaglie decisero: saranno due! Stavano per nascere (almeno sulla carta) il Mig-29 ed il Sukhoi-27. Il primo doveva essere un caccia leggero, il secondo un aereo da superiorità aerea: non c’erano vere portaerei, dunque…
Come andarono avanti le cose? Facciamo prima un passo indietro, perché entriamo nel campo delle ipotesi e di scarse prove: l’avevo premesso nell’abstract.

L’aviazione da caccia sovietica, nei primi anni ’70, tirava avanti con i Mig-23 ed i Mig-21: che cominciavano ad invecchiare, però erano così tanti!
Se cercate le nazioni che utilizzarono il Mig-21, troverete stranamente anche l’Iran: ma quando?
La domanda è pertinente: sotto lo Scià (fino al 1979) acquistavano negli USA (prima l’F-4 ed F-5, poi, inaspettatamente l’F-14) e l’unica spiegazione può essere che, durante la guerra contro l’Iraq, i sovietici fornirono all’Iran dei Mig-21, per far volare i tanti piloti “appiedati” per la mancanza di pezzi di ricambio: soprattutto per gli F-4, aerei grosso modo coevi del Mig-21, e dunque più “malleabili” per le competenze dei piloti iraniani.

Sappiamo che l’Iran, durante la guerra irachena, si trovò in situazioni terribili: giunsero a far “sminare” i corridoi nei campi di mine iracheni da volontari-suicidi per far passare i carri armati, una prova da kamikaze che però, a differenza dei nipponici, riuscì – se non proprio a vincere – a fermare l’avversario ed a difendere i confini. Nelle riflessioni della “guida suprema” e dei suoi collaboratori, dovette apparire un dilemma: guardare negli occhi l’eterno nemico sovietico doveva spaventare? O spaventavano di più gli Scud di Saddam Hussein?

Ma i sovietici (e, qui, bisognerebbe riflettere sul ventennio di Putin…), non davano mai con una sola mano: c’era sempre l’altra, che chiedeva qualcosa in cambio.
Cos’avevano gli iraniani di più prezioso del caccia di “grido” del momento, vero mattatore dei cieli degli anni 70-90?

La rivista Janes, nel 1985, pubblicò qualcosa in merito, senza però calcare troppo la mano, né pubblicare platealmente le sue fonti che, trattandosi della più famosa rivista militare del Pianeta, erano e sono ovviamente più che classificate.

“Iran gave the Soviet Union U.S. F-14 Tomcat and F-4 Phantom fighters to evaluate and allowed the Soviets to examine former CIA listening posts in northern Iran…” (1)

In buona sostanza, Janes raccontava che “alcuni” F-14 Tomcat erano “volati” in URSS insieme ad alcuni F-4 Phantom…ed in cambio erano arrivati i Mig? No, Janes non giunse a sostenere niente del genere, e non andarono oltre la segnalazione di quei “voli”. Gli americani glissarono…ma sì, i russi già avevano il Mig-25, che aveva delle tecnologie simili all’F-16 o all’F-15…insomma, come diceva la volpe di Esopo: l’uva, tanto, è acerba…

Qui, ci sono da precisare un po’ di cosette prima di procedere.
1) I russi non se ne facevano niente degli F-4: già da una quindicina d’anni i vietnamiti li avevano forniti abbondantemente di F-4 abbattuti o frutto di atterraggi di fortuna. Per chi non lo sa, gli americani ci misero tre mesi ad abbattere il loro primo Mig-17 in Vietnam, perdendo vari F-8 ed F-4. La commissione militare israelo-egiziana, dopo la guerra di Yom Kyppur, giunse alla conclusione (concorde) che il Mig-21 aveva vinto la sua sfida (dopo il Vietnam, anche in Medio Oriente) con l’F-4.
2) Il Mig-25 era un aereo velocissimo, difficile da intercettare proprio per la sua velocità. Ma, mentre (soprattutto l’F-16) era veramente un osso duro nel combattimento manovrato, il Mig-25 non valeva una cicca: l’elettronica (e, soprattutto, i missili!) erano antidiluviani rispetto al binomio AIM-120/AIM9, ed anche nei confronti del vecchi missili AIM7 Sparrow.
3) Oggi, l’Iran possiede una trentina di Mig-29 Fulcrum: secondo la vulgata imperante, sarebbero quelli fuggiti dall’Iraq alla fine della guerra del 1991. Può essere che qualcuno sia fuggito, ma non tanti così: non è che, per caso, facevano già parte dell’accordo F-14?
4) La tecnologia impiegata per il Mig-25 era soprattutto tecnologia dei materiali, ma niente che assomigliasse, per il controllo del volo, a quelle dei caccia americani.

Ma, i russi, avevano proprio bisogno degli F-14? Ritengo di sì.
Non fatemi dire ciò che non voglio dire: i russi hanno sempre avuto ottimi progettisti aeronautici – Pavel Osipovič Suchoj e Andrej Nikolaevič Tupolev, ad esempio – ed un primato indiscusso nella tecnologia dei materiali ma, nell’intreccio fra informatica, calcolatori e meccanica di alta precisione, erano rimasti indietro. Forse per le vicende politiche? Forse perché gli americani furono, semplicemente, più bravi? Non ho una risposta certa, univoca e soddisfacente ma, al principio degli anni ’80, erano terribilmente indietro.

Alla formidabile (per l’epoca) tripletta F-14, F-15 ed F-16 cosa potevano opporre?
I velocissimi Mig-25 ed i vetusti Mig-23. Andava un po’ meglio per l’attacco al suolo – Su-24 – ma c’era veramente poca trippa per gatti.
Invece.

Più o meno contemporaneamente, compaiono sul Baltico due aerei sconosciuti: il Sukhoi Su-27 ed il Mikoyan-Gudrevic Mig-29. La comparsa del Mig-29 nel 1986 a Rissala, in Finlandia, ad una manifestazione aerea lasciò letteralmente a bocca aperta gli analisti occidentali. Nessuno riusciva a spiegarsi l’eccezionale manovrabilità del velivolo, abituati com’erano ai caccia sovietici “duri e puri” ma poco “flessibili”.

Qualcosa, nella filosofia aeronautica sovietica, era cambiato: il controllo del volo doveva essere per forza di tipo “fly by wire”, ossia gestito da una piattaforma informatica che, oltre a gestire i controlli inviati dal pilota tramite la cloche, ne impediva manovre che sarebbero state pericolose per la “tenuta” complessiva del velivolo. Ossia, vola pure come vuoi, ma i limiti li gestiamo noi: un vantaggio, perché sollevava il pilota dal dover controllare che i comandi dati rientrassero nelle potenzialità di volo del velivolo. Qualcosa di simile, concettualmente, ad un comando che ci impedisse di andare “fuori giri” premendo troppo l’acceleratore.

Il Su-27, invece, fu presentato in pompa magna a Parigi, a salone di Le Bourget, nel 1989, salvo che questo aereo “sconosciuto” era già stato avvistato sul Baltico e, anzi, a momenti stava per avere una collisione con un velivolo statunitense “curiosone”. Anche lì, bastò un “cobra di Pugacev” (2) per sbalordire tutti.

Il fatto curioso è che i due aerei – pur essendo entrambi previsti dalla programmazione sovietica come “caccia leggero” il Mig-29 e “caccia pesante” il Su-27 – avevano subito repentine e notevoli “ricostruzioni”.

Il programma del Mig-29 era, addirittura, partito dopo il 1969, e nel 1977 il Mig-29 A compì il primo volo. Tutto fatto? Manco per idea.
Gli unici due prototipi, a causa di problemi ai motori, vanno perduti in incidenti. Beh, direte voi…ne possono costruire altri…ma, quando il primo velivolo giunge ai reparti operativi è il 1986: sette anni! E, guarda a caso, proprio gli anni della rivoluzione islamica in Iran, del “caso” F-14…e tutto quello che abbiamo ipotizzato.
Fra l’altro, sembra che i due aerei andati perduti (fotografati dai satelliti USA e denominati provvisoriamente “RAM-L”) fossero alquanto diversi dai Mig-29 comparsi in Finlandia.

Ma non basta, perché la Mikoyan-Gudrevic – parallelamente – continua la progettazione di un prototipo alquanto rivoluzionario – il Mig 1.42 MFI (3) – che ha molte caratteristiche innovative ed il programma continua per tutti gli anni ’90 (con gli ovvi problemi finanziari della Russia dell’epoca): compie il primo volo nel 2001. Si racconta che parti o studi per questo velivolo siano oggi “rientrate” nel Sukhoi PAK FA, appena entrato in servizio e nel cinese J-20. Insomma, pare che il Mig-29 sia stato “ri-confezionato” in sette anni, mentre procedeva (a rilento) il lavoro sul futuro Mig (o Sukhoi).

Il Su-27 ha una storia quasi analoga: anche per lui la data d’inizio degli studi è il 1969 e compie il primo volo nel 1977 ma solo nel 1985 giunge ai reparti: fin qui, per la qualità del velivolo, ci potrebbe anche stare. Il problema è che – negli stessi anni “incriminati” – passa dal (prototipo T-10/1 - 1977), al nuovo (e molto diverso) T-10S che vola per la prima volta solo nel 1981, viene avviata la produzione in serie nel 1982 e nel 1985 arriva ai reparti. Anche qui, con evidenti differenze fra i due prototipi, sempre immortalati dai satelliti USA.

I fatti, ridotti all’osso (ci fu anche l’offerta di contropartite americane, poi definite “scandalo Iran-Contras”, ecc) però, sono questi, sui quali ognuno di noi potrà ragionare.
Dagli strani “intoppi” capitati negli sviluppi dei due aerei, sembra di capire che i russi, improvvisamente, siano venuti in possesso di nuove tecnologie e di nuovi concetti che riguardavano il controllo del volo: dunque, che abbiamo frettolosamente fatto “rientrare” i prototipi negli hangar e li abbiano applicati, magari modificando anche la cellula del velivolo ove fosse necessario. Contemporaneamente, nacque il primo missile aria-aria sovietico a guida radar attiva, ossia l’R-77 (codice NATO: AA-12 Adder) che aveva grosso modo le stesse prestazioni dell’AMRAAM occidentale.
Tutto casuale?

Mi rendo conto che un articolo del genere presta il fianco a due (ovvie ed incontrovertibili) critiche: di essere un po’ ostico per chi non s’interessa al mondo militare e, per contro, di sorvolare su molti particolari della vicenda per i più esperti. Però, questa storia mi ha sempre incuriosito. Perché?

Poiché, mentre discutiamo di missili o droni in Yemen, forniti da questo o da quello, provenienti da Sud o da Nord…non ci rendiamo conto che – se questi fatti hanno un senso ed una spiegazione – la Russia del dopo-Eltsin avrebbe avuto soverchie difficoltà a rimettersi in sesto.
Se ben ricordate, nei primi anni Putin girò come un ossesso i vecchi alleati per vendere prodotti militari russi a mezzo mondo: dall’Etiopia alla Birmania, dal Vietnam all’Egitto. Parallelamente, cercò di rimettere in mani statali il petrolio russo: dubito che senza il “cash” fornito dalle armi russe il gioco gli sarebbe riuscito.
Dall’altra, notiamo una dabbenaggine americana: credo che sia l’unico caso di un’arma appena entrata in linea in una super-potenza ad essere venduta senza prendere qualche precauzione. Oppure lo scambio fu consenziente, per mantenere un equilibrio che aveva retto per cinquant’anni?

E se non fosse avvenuto lo scambio?
Difficilmente l’Iran sarebbe sopravvissuto alla lunga guerra con l’Iraq e potremmo dover conciliare, oggi, ogni mossa con un tipetto molto affidabile e “fedele”, tale Saddam Hussein.
Ma c’è qualcosa in più che sembra raccontare che quello scambio avvenne realmente: l’Iran pare non aver dimenticato la serietà (interessata) russa nel fornire aiuto quando la situazione sul campo era disperata.

L’Iran, storicamente, ha sempre temuto il potente vicino sovietico e, la vicenda dello Scià (e di Mossadeq, quando la ripartizione dei proventi del petrolio era 94 a 6 a favore degli angloamericani), si spiega molto con questa paura e con l’estrema difficoltà di conciliare la presenza sovietica nel vicino Afghanistan, due potenze nucleari (India e Pakistan) ad Est, il riarmo saudita degli anni ’80 e la sempiterna presenza delle portaerei americane al largo delle coste. Le minacce di Israele? Sì, Israele qualcosa può fare, ma Tel Aviv è lontana…

Oggi, la Storia ci propone un nuovo dilemma: una nazione che cerca di coniugare modernità e tradizione – e sconta tutte le difficoltà interne di un simile connubio – si trova ad essere protetta da sistemi antiaerei russi molto potenti, ad avere una “vetrina” diplomatica nello SCO e pare disposta a tutto per fermare gli USA sulla sua porta.
Inoltre, l’Iran ha una popolazione numerosa e molto attiva in tutti i campi: ricordiamo che furono loro ad inventare l’algoritmo (Al Kwaritzmi, Algoritmi de numero indorum, Baghdad, IX secolo), e che tutta la conoscenza dei grandi califfati abbassidi proveniva dalla Persia. La tradizione, talvolta, non è proprio acqua fresca.

Attualmente, gli iraniani sono il principale Paese produttore di petrolio nel golfo Persico ad avere una fiorente industria petrolchimica: hanno compreso (sono forniti, a differenza dei sauditi, di una buona “classe media” di tecnici) che il petrolio vale, ma vale di più se lo presenti sotto forma di prodotti già pronti per essere utilizzati: riflettiamo che da queste tecnologie all’industria chimica degli intermedi di produzione (4), il passo è breve.

Può darsi che, stufi delle mille beghe occidentali per costruire una centrale nucleare – se consumi il petrolio che hai, dove trovi l’energia per trasformarlo in qualcosa di maggior valore? – abbiano deciso d’arricchire l’Uranio oltre le famose “soglie” che ne consentono l’utilizzo militare, ma dobbiamo riconoscere che nessuno ha fatto storie del genere per le centrali in Finlandia, Argentina, Corea del Sud, Taiwan, Sudafrica, Slovenia, ecc, ecc.

La realtà, a ben vedere, è limpida come l’acqua: l’Iran è stato uno dei pochi Paesi al mondo a non esser stato colonizzato, ha una popolazione numerosa, il livello d’istruzione è medio-alto, le capacità tecnologiche spaziano dal settore petrolifero a quello aeronautico e navale, alla siderurgia in genere. Chi altro ha, nell’area un simile potenziale? Qualcosa del genere l’aveva l’Iraq, ma la difficoltà interna d’essere diviso in tre etnie (o confessioni), un sistema politico molto “arruffato” e, soprattutto, la fine dell’Iraq capitò proprio nel massimo apogeo della potenza militare e politica USA.

Sarebbe una buona occasione per ri-modulare molte pretese di Washington nella regione: lo capiranno mai?
E cosa potrebbero mai fare se decidessero di cancellare l’Iran come piccola potenza economica e tecnologica nel mondo? Ma principale, nell’area del Golfo Persico?
C’è da temere il blocco dello stretto di Hormuz, c’è da paventare l’attacco alle portaerei da parte dei missili antinave iraniani (che hanno portate e precisioni considerevoli), ci sono da considerare gli attacchi missilistici iraniani che possono colpire fin in Europa, il contrasto della marina iraniana…insomma, il gioco vale la candela?

Tutti sappiamo che, grazie al fracking, gli USA sono tornati ad essere autosufficienti per l’aspetto petrolifero: però, compiendo una scelta del genere, colpirebbero anche tutti i loro alleati asiatici, che si riforniscono nel golfo Persico: Giappone, Corea, Taiwan, Filippine a secco? Senza contare che Cina, Russia (India?) non starebbero certo a guardare e, dopo le prime incertezze sul da farsi, fornirebbero agli iraniani tutti i dati delle loro reti satellitari. Lo hanno fatto con la Serbia, figuriamoci in una situazione del genere!

C’è una guerra dei dazi con l’Europa ma, una simile scelta, non sarebbe un cataclisma per le alleanze europee, per la tenuta della NATO, e per il commercio mondiale? Non a caso, Trump ha deciso che le cose andavano bene così, dato che gli iraniani non sono caduti nella trappola d’abbattere l’aereo che seguiva il drone, confermando anche un’ottima discriminazione dei bersagli.

Insomma, se lo scambio avvenne, per ben due volte e in due epoche diverse, un aereo ha salvato la pace mondiale: perché non consegnare all’F-14 il premio Nobel per la Pace alla memoria? Lo hanno dato a cani e porci: almeno, l’aereo era più bello!


(1) https://www.upi.com/Archives/1985/11/20/Iran-gave-the-Soviet-Union-US-F-14-Tomcat-and/2779501310800/
(2) Si tratta di una sorta di “frenata” che l’aereo compie assumendo una violenta cabrata, seguita poi da una picchiata: lo scopo è “liberarsi” di un nemico in coda. Pochissimi aerei al mondo sono in grado di sopportarla, per gli enormi sforzi dinamici ai quali è sottoposta la struttura.
(3) http://www.military-today.com/aircraft/mikoyan_mig_mfi.htm
(4) Gli intermedi sono i prodotti di base per l’industria chimica: alcoli, ammine, ecc. Prodotti necessari alle industrie farmaceutiche, delle sostanze coloranti, dei fertilizzanti, materie plastiche, ecc.


16 agosto 2014

Di Battista lo stupido, e gli idioti che gli sputano addosso



Che bel teatrino. Da un lato un tizio che sta imparando come crearsi audience sparandole grosse, tanto per passare dalla media classifica della serie B alla zona UEFA della serie A. E, per raggiungere il suo misero obiettivo, non disdegna di fare un unico fascio di sciiti e sunniti, di Gaza e dell’ISIS (o come si chiama), dei sedicenti califfi e di quelli veri, di carità sincere e di quelle pelose e, soprattutto, di petrolio, petrolio, petrolio e soldi, tanti soldi.


Riferendosi all’ISIS, Di Battista afferma che è giusto usare l’arma della rappresaglia per difendere la propria esistenza, ma si sbaglia di luogo, alleati, tempi e denari.



I suoi detrattori, invece, lamentano una vuoto storico da far inorridire La Pallice, poiché negano in toto ed urbis et orbis la risposta armata a qualsiasi sopruso. Vorremmo vedere se si fossero trovati di fronte alla domanda delle cento pistole: “Utu o Tutsi?”. Risposta sbagliata...zac...testa che rotola nell’erba secca.

I detrattori, ricordano – per caso – d’aver trionfalmente ricordato ed osannato la lotta partigiana? Cosa potevano fare i partigiani contro le SS o la San Marco? Combattere, con i mezzi che avevano. E contro il panzer che, quasi sempre, accompagnava i rastrellamenti, come si dovevano comportare? Insomma: non si può condannare in toto la risposta armata e poi ammetterla “perché quelli erano giusti”.

E chi sono i giusti?



Bella domanda, soprattutto se riferita al Medio Oriente.

Di certo, i “giusti” sono gli uomini e le donne di Gaza, che vivono in una specie di lager a cielo aperto bombardato ogni due-tre anni per riportare da capo il tasso di natalità: oppure li ho viste solo io le icone della donna incinta alla quale sparare nel ventre? “One shot, two kills”, recitava la didascalia.

Certo, perché Gaza deve rimanere una sorta di Bantustan dove la mano d’opera frontaliera non costa quasi nulla, ed Israele può così fregiarsi della Palma di “miglior economia”...e storie del genere...dell’area mediorientale.

Sbagliano, allora, quelli che lanciano i razzi contro Israele? In un certo senso sì, perché per ogni razzo giungono centinaia di missili, colpi di cannone, bombe d’aereo e di nave. E la loro disperazione, dove la mettiamo?

Quella “disperazione” è catalizzata dall’arrivo di merce – ossia missili – che giungono sempre via Iran (o dipendenti) mentre l’Islam wahabita non si cura dei palestinesi, bensì fa affari con Israele. In questo primo girone infernale, osserviamo chi sono gli “amici” dei disperati palestinesi e chi sono – per certo – i loro nemici o, per lo meno, gli indifferenti.



Fra gli indifferenti, potremmo mettere anche Erdogan e la sua Turchia neo-ottomana, la quale si spese per i palestinesi (con la Freedom Flotilla) ma più ad uso interno che internazionale: con quella trovata, Erdogan “licenziò” quasi completamente – in un solo colpo – i dunmeh, ossia la casta degli ufficiali (filo-israeliana), la quale tesseva le trame della politica turca dai tempi del massacro degli Armeni. Incapaci di dare il via all’ennesimo colpo di stato (che in Turchia non è tale, per la Costituzione di Ataturk) dopo gli eventi della Freedom Flotilla, tramontarono e, oggi, non contano più niente.

Ed è un bene che così sia. Perché?

Poiché Erdogan, oggi, è l’unico baluardo che si erge contro il malessere dilagante, il terrore allo stato puro, l’abiura ad ogni invito alla fede ed alla fratellanza umana che c’è nel Corano. Come c’è nei Vangeli, come ricordano le più grandi religioni. Ma questo non è un affare religioso.



Se Erdogan dovesse cedere, toccherebbe ancora una volta ai serbi – tanto bistrattati e derisi – la difesa di un’Europa fatta di “sdraiati”, di metallari, di neo-yippies, di iper-connessi, di annoiati, di delusi...tutti incapaci di tenere fra le mani un fucile.



Quello che sta nascendo a Ninive, è un mostro – Di Battista – che nulla ha a che vedere con i palestinesi o con i giordani, con i libanesi o chi altro. E’ la proposizione (non ri-proposizione!) di una sorta di potere assoluto dell’Islam wahabita contro tutti gli altri, siano sciiti, cristiani o chi altro.

L’Islam non è mai stato tale nella Storia: nei suoi secoli d’oro fu un faro per l’umanità, ma nulla c’entra con questi tagliagole da strapazzo contro i quali Obama il keniota – un po’ per ignoranza, un po’ pusillanimità, un po’ perché non capisce niente di Medio Oriente (e come può capirlo un keniota? Forse che un brasiliano può comprendere la complessità dell’anima russa?) – non osa porre termine subito, con un ricorso alla pura forza senza se e senza ma.



L’Islam wahabita è un brutto scherzo della Storia: nato fra un accordo fra gli Al-Saud e l’emiro Al-Wahabi nel XVIII secolo – in mezzo a pietraie assolate – poteva contare come Montezuma o come qualche reuccio del Pacifico. Invece no: una pioggia di miliardi è cascata addosso a quel regime assurdo ed anti-storico perché il liquor maleodorante serviva a tutti, e tutti erano disposti a pagarlo.



Oggi, con l’uscita degli americani dall’Iraq, il potere (tramite Al- Maliki) era quasi completamente in mano agli sciiti: i grandi giacimenti dell’Est (Amara) o del Sud erano in mano sciita: l’Iran, non poteva attendersi di meglio dopo dieci anni di guerra senza risultati. Un bel pacchetto regalo.

Ecco allora che i wahabiti si riorganizzano e, grazie alla debolezza di Assad (anche questa di fonte USA), tornano a macinare miliardi tramite le varie zacat e saddaqua e torna persino in auge hawala (termine hindi) che fu l’embrione dei finanziamenti elettronici ad Al Qaeda. Non stupiamoci troppo: ogni cosa ha sempre capo a Riyadh.



Ora, vorrei chiedere all’esimio Di Battista – il quale ammette ogni sorta di difesa contro i droni – cosa ne pensa del filmato che segue, se ancora si sente così convinto che questa gente vada difesa (o sorretta?), così come vorrei domandare ai detrattori di Di Battista se, ancora, i palestinesi non hanno diritto a difendersi.



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Nel filmato, una cosa mi ha colpito: uno degli autisti, affranto dalla serie interminabili delle domande da “catechesi” risponde, stufo, “io voglio vivere”. Quell’autista ha detto, prima d’essere ammazzato, la verità più semplice che tutti noi uomini accettiamo come universale: vivere, senza offendere né ammazzare altri. Vivere del proprio lavoro, come facevano quei tre poveri autisti (nella versione integrale – che è stata probabilmente “depurata” – c’era l’esecuzione completa).



Ti senti ancora di difendere gli ha sparato loro in testa? Rispondi, Di Battista.