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31 marzo 2021

A ciascuno il suo personaggio, in cerca d’autore

 

Quando, analizzando una situazione storica, si pongono dei dubbi è sempre salutare: non significa creare una “nuova verità” storica, né fare dell’inutile revisionismo, bensì sgombrare la piazza dal ciarpame e dalle cartacce.

Lo storico Emilio Gentile (che si definisce un liberale) ha compiuto un ottimo lavoro nei suoi libri: s’è guardato bene dal creare dei diktat incontrovertibili, mentre ha dato un po’ di fiato ai molti dubbi che ancora sussistono sulle vicende della 2° Guerra Mondiale italiana. Che, paradossalmente, almeno per il copione, giungono fino ad oggi.

 

Un semplice esempio, che sempre mi ha traversato la mente è: se Mussolini aveva ben compreso che la guerra era perduta, perché accettò d’indossare i panni di un Quisling per fare un favore ai tedeschi? Mussolini era un po’ gradasso ed un poco sopra le righe ma non era stupido, se non altro era dotato del buon senso succhiato, col latte materno, dalla terra che lo aveva generato. Una terra fatta di contadini, che crescevano impastati con la malta della concretezza.

Per questa ragione accettò d’assecondare la Germania nel 1940: una scommessa, la previsione di un “raccolto” che la grandine (più facile da prevedere anzitempo per un intellettuale od un militare) devastò, e con essa l’Italia intera.

 

Basti riflettere che, in tre anni di guerra, l’Italia non riuscì a mettere in campo un carro armato almeno accettabile per gli standard dell’epoca: i nostri corazzati li sbucazzavano le mitragliatrici. Una discreta Marina, ma priva di un’aviazione propria (che fece la differenza) per questioni interne agli equilibri di regime, mentre i nostri sommergibili erano sì tanti, ma con delle dotazioni tecniche che fecero sbottare ad un ufficiale tedesco della base atlantica di Bordeaux (dove operarono i nostri sommergibili atlantici) “che la differenza fra un sommergibile tedesco, rispetto ad uno italiano, è la stessa che esiste fra un sommergibile italiano e le navi di Colombo.”

L’Aviazione, in termini quantitativi, sembrava potente ma, qualitativamente, faceva pena: soltanto nella Primavera del 1943 entrarono in servizio caccia paragonabili agli Spitfire, solo che – mentre da noi entravano in servizio a decine – fra gli Alleati li contavano a centinaia.

Non voglio tediarvi oltre, però questa premessa bisognava farla per giungere alla vera questione alla quale si deve rispondere: cosa si aspettava Mussolini dalla seduta del Gran Consiglio del 25 Luglio 1943? L’ultima riunione, prima di quella seduta, era stata il 7 Dicembre 1939. Una vita prima. Perché, allora, convocarlo di nuovo?

 

Mussolini, quando prese posto quella sera, si portava appresso alcuni avvenimenti che non poteva sottovalutare né dimenticare: il 9 Luglio del 1943 gli Alleati erano sbarcati in Sicilia, praticamente indisturbati e il 22 dello stesso mese entravano a Palermo: due settimane per conquistare l’isola! Già gruppi di commando agivano in Calabria, per preparare lo sbarco nella penisola.

Un Mussolini abulico e depresso si presentò a Feltre il 19 Luglio per un incontro (inconcludente) con Hitler: nello stesso giorno, gli Alleati bombardarono per la prima volta Roma, inviando un avvertimento terrificante e facendo circa 3.000 morti ed 11.000 feriti.

Quale poteva essere lo stato d’animo di Mussolini?

 

Tornato a Roma convocò subito il Gran Consiglio. La mia ipotesi fu che il Duce del Fascismo sperasse d’essere esautorato: a ben pensarci, altre scelte non le aveva.

 

Passò l’Ordine del Giorno Grandi e Mussolini fu spodestato: insieme a lui sparì il Fascismo italiano e il giorno dopo, Domenica, non c’era più una camicia nera per le vie di Roma e quasi deserti erano i gangli più importanti del potere fascista.

Era rientrato a villa Torlonia alle 4 del mattino e, alla moglie Rachele ansiosa che gli domandava “li farai arrestare tutti, no?” rispose “sì, lo farò domani…” Ma non lo fece, e secondo me lo sapeva benissimo: mentì e basta. Ma non finisce qui.

 

Poteva scatenare la Milizia fascista, arrestare i congiurati, anticipare la guerra civile……invece no, chiese semplicemente udienza al Re – che lo odiava di brutto – in una Domenica assolata ed afosa del Luglio romano, scompaginando tutte le previsioni e le tattiche di Vittorio, che fu costretto ad anticipare quello che da tempo pensava di fare.

Così, dopo un colloquio afono, se ne andò tranquillamente, accompagnato da un ufficiale dei Carabinieri in una ambulanza: per essere certi della riuscita, i Carabinieri lo fecero accompagnare sull’ambulanza da tre sottufficiali corpulenti, ma non ce ne fu bisogno. Mussolini appariva tranquillo: la tranquillità di una persona depressa.

 

Dopo vari giri in diverse caserme di Roma, giunse alla Scuola Allievi Carabinieri di Roma, sita in via Legnano: il colonnello Tabellini lo ricevette al circolo ufficiali ma poi, visto il giorno festivo, mica poteva lasciarlo in un circolo quasi deserto in compagnia di un paio di giovani sottotenenti attoniti! Invitò, quello che fino a poche ore prima era il suo comandante supremo, a salire nella sua abitazione.

Non sappiamo se ci fu una tranquilla cena in famiglia, ma il colonnello Tabellini, che ebbe ospite il Duce nella sua abitazione all’interno della caserma di Via Legnano, riferì: “Tenne un contegno che francamente mi meravigliò fino a sconcertarmi…in sostanza ebbi l’impressione che il nuovo stato di cose lo avesse liberato da una situazione insostenibile. Più che rassegnato mi sembrò sollevato.”

Ed è difficile non comprendere il senso, profondo e rilevatore, di quelle affermazioni, fatte da un ufficiale che non lo conosceva personalmente e che lo aveva immaginato per anni ed anni, probabilmente, del tutto diverso.

 

Poi, Mussolini fu inviato “in crociera” nel Tirreno in varie isole e, infine, mandato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, credendo che gli fosse impossibile scappare. Ma, anche qui, ci furono sorprese.

Mussolini non aveva tanta voglia di finire come Gauleiter dell’Italia Settentrionale sotto il tacco dei tedeschi, però comprese che aveva delle responsabilità alle quali non poteva sottrarsi: era stato lui ad insistere per la guerra – tutti i generali erano contrari, poiché l’Esercito Italiano del 1940 non era impreparato, era semplicemente inesistente: poche divisioni, incomplete, molte senza armamento – e, in quei giorni, dovette sentirsi soverchiato dai suoi errori, abbattuto, depresso (e, in questo senso, molti storici concordano).

 

Lo storico Emilio Gentile ebbe un colloquio con Vittorio Mussolini, figlio di Benito ed ufficiale a Salò, il quale gli confessò che il padre comprese che, andarsene al Nord in uno Stato fantoccio, non sarebbe stata una repubblica “fascista e sociale” come lui intendeva. Sperava, però, che in quella situazione un governo italiano sarebbe potuto essere almeno una forza di mediazione fra lui e l’occupante tedesco.

Se il gioco gli riuscì è difficile dirlo: tanti partigiani morirono fucilati, ed anche molti giovani della Repubblica Sociale ci rimisero la pelle. Ci sono alcune indicazioni (provate) che Mussolini cercò in tanti modi d’evitare il campo di concentramento per gli ebrei (verso il ’45 giunse a dire “dite loro che non abbiamo i camion per portarglieli”) però è molto difficile dare giudizi obiettivi in una situazione così intricata: la “risiera” di San Sabba, a Trieste, funzionò proprio all’epoca della Repubblica di Salò, e fu l’unico vero campo di sterminio in terra italiana.

 

Anche la disposizione dei Ministeri della Repubblica Sociale fu decisa dai tedeschi: Mussolini abitava a Gragnano, nella villa Feltrinelli, e doveva “ospitare” un tenente tedesco che gli teneva gli occhi addosso. I vari ministeri, poi, furono sparpagliati sul territorio: Salò, ma anche Mantova, Cremona, Verona, Padova e Venezia. Ai tedeschi bastava intercettare le conversazioni telefoniche per capire cosa succedeva nella cosiddetta “Repubblica”.

 

Ne volete un’altra?

La mattina del 9 Settembre 1943, i destini del Re e di Mussolini, probabilmente, s’incrociarono una seconda volta, quando il convoglio della famiglia reale e dei generali in fuga verso Pescara dovette passare quasi “a tiro di sguardo” da Campo Imperatore, dov’era prigioniero Mussolini. Una trentina di chilometri, nulla più.

Il convoglio reale – se la cosa vi stupisce lo comprendo – passò indisturbato, scortato da due autoblindo, in ben tre posti di blocco tedeschi, nei quali nessuno ebbe nulla da ridire. Il 10 Settembre, imbarcati sulla corvetta Baionetta giunta da Zara, i reali salparono da Ortona ed un ricognitore tedesco li sorvolò per un tratto di mare, fotografò tranquillamente la nave della famiglia reale e se ne andò, senza disturbare e senza essere disturbato. La nave giunse a Brindisi sana e salva mentre, di fronte all’Asinara, il giorno prima i tedeschi avevano affondato la nave da battaglia Roma, che andava ad arrendersi a Malta: l’affondamento fu cronologicamente preciso, quasi al minuto, con la fuga del Re dal Quirinale.

I tedeschi non avevano dunque più aerei in Adriatico?

 

Non sembra proprio, dato che il 2 Dicembre del 1943 ben 105 bombardieri tedeschi – decollati dal Nord Italia e dalla Grecia – bombardarono Bari (occupata dagli inglesi) in modo preciso e devastante.

E Mussolini?

 

Appena il Re fu a Brindisi, l’11 Settembre, scattò una nuova operazione: la liberazione di Mussolini. Tutti sappiamo che fu un’azione dei commando-paracadutisti tedeschi che giunsero, il 12 Settembre, con degli alianti ed un ricognitore per portarsi via il prigioniero.

Ah, scusate, dimenticavo…Campo Imperatore era stato fortificato e dotato di mitragliatrici pesanti contraeree le quali, però, molto stranamente il giorno prima furono rimosse per ordine di un Ispettore di Polizia, che nelle “foto ricordo” si nota mentre chiacchiera amichevolmente con l’ex Duce. Anche i cani da guardia furono messi alla catena e fu dato l’ordine di non sparare contro nessuno: morirono solo due italiani, che erano dislocati distante e non avevano ricevuto gli ordini.

Mussolini cenò tranquillamente e partì verso Pratica di Mare sul piccolo ricognitore, dove lo attendeva un altro aereo per condurlo a Vienna.

Non è possibile dimostrare che vi fu uno scambio ma, se le prove latitano, i dubbi sono forti e restano.

 

Dopo quei giorni zeppi di stranezze e di colpi di scena, tutto s’acquietò. Gli Alleati – padroni dell’Aria e del Mare – non decisero di chiudere la faccenda sbarcando, magari, in Romagna ed imbottigliando così le divisioni tedesche nell’Italia peninsulare. No, preferirono una lunga guerra durata quasi due anni, con tanti morti da una parte e dall’altra ed una popolazione sfibrata, affamata, delusa, stanca di vivere quell’inferno. Ma un’Italia stremata faceva parte del copione, ed i copioni vanno sempre rispettati.

La ragione politica è semplice: Stalin desiderava che si aprisse il fronte francese, mica che gli Alleati salissero dall’Italia verso Vienna per incontrarlo in Ungheria! Quella è roba mia e non si tocca! E ci fu lo sbarco in Normandia.

 

La fine fu improvvisa: non ho mai creduto che Mussolini avesse “bevuto” l’ennesima balla dei suoi apparati: quella della “ridotta” della Valtellina. Dopo che gli avevano raccontato di centinaia d’aerei pronti a difendere la Patria, e storie di navi inaffondabili, credo che avesse compreso con chi aveva a che fare. Difatti, Graziani si “sfilò” elegantemente dal corteo e sparì in un monastero di Milano: quattro giorni dopo si consegnò al comando americano. Era uno sterminatore d’etiopi, ma non era un ingenuo.

Mussolini, invece, non poteva “sfilarsi” e dunque sfidò la sorte: Svizzera o morte. Ancora una volta l’antico romagnolo ebbe il sopravvento e, di fronte al lancio dei dadi, non si tirò indietro: questa volta, a tradirlo, fu un oscuro capitano tedesco e non la potenza Alleata, il quale barattò il via libera in Svizzera con la vita di un italiano. E chissenefrega se crepa un italiano: ne abbiamo ammazzati tanti…

Successivamente, le dietrologie e le false o vere “piste” non mancarono.

 

Negli anni seguenti, la Storia ufficiale iniziò le sue indagini affidandosi alle prove ed ai documenti ufficiali, senza i quali nulla può essere validato! Peccato che i documenti ufficiali fossero spariti!

La Storia popolare si mise in moto e, come un caleidoscopio, creò un pantheon di figure, ciascuna corrispondente ai desideri delle principali tipologie d’italiani dell’epoca: la stampa diede una grossa mano.

Nacquero così, come generate da un palcoscenico, le figure del Re Salvatore, Soldato, Fellone, Stupidotto, Nanetto…e quelle del Duce Eroe che voleva Salvare la Patria, Grande Statista, Gran Bastardo, uccisore di Soldati inermi e mal vestiti, Fucilatore di Partigiani…e così via. A seguire, le figure di eredi al trono, regine, gerarchi…non mancarono di generare nuove vicende e sbalorditive “rivelazioni”.

Più avanti i Reali inglesi, che tutto manovrano, furono ben tratteggiati: persino un’ingenua principessa che muore in un sottopassaggio parigino con, a bordo dell’auto, un uomo dei servizi segreti inglesi che miracolosamente si salva..eccetera, eccetera…

Un clamore afono, che ci fa sentire sgomenti.

 

Perché ho raccontato queste vicende?

Poiché nascono da un tempo lontano, del quale rischiamo di perdere la memoria e di farci prendere per il naso. E poi: guardatevi attorno…che ve ne sembra di figure come Draghi o Mattarella, Grillo o Renzi, Letta o Salvini…forse non calcano anch’essi un palcoscenico e poi passano a nuovi copioni, proprio come gli attori di teatro? Il Fascismo, radicato da vent’anni, in una sola notte scompare dal panorama italiano: la Democrazia Cristiana regna per decenni senza un alito di tempesta, poi nasce la bufera di Tangentopoli, compare un ex poliziotto molisano che non sa nemmeno l’Italiano e fa il magistrato (?) e tutto svanisce nel volgere di poche settimane?

 

Vince le elezioni, a man bassa, un nuovo partito che – miracolosamente – esprime un premier come mai se me sono visti in Italia ma deve sparire, in fretta, senza inutili clamori. Il sipario s’abbassa: una nuova scena, alla riapertura, è già pronta. Vengono prontamente richiamati personaggi stantii, che aspettavano solo d’andare in pensione, giungono dall’estero ex segretari di partito divenuti docenti universitari, calcano il proscenio manager sconosciuti: ma un ex banchiere di Goldman & Sachs garantisce per tutti.

Baristi e ristoratori, che erano diventati la nuova leva rivoluzionaria, si zittiscono immediatamente e scompaiono dalla scena, si cambiano nel camerino ed escono dal teatro.

 

Solo un uomo comprese tutto con decenni d’anticipo: Leonardo Sciascia. A ciascuno il suo.

08 settembre 2020

Ogni anno scade l’8 Settembre

 

Di per sé, questa data fausta/infausta che scade ogni anno potrebbe anche entrare nel dimenticatoio del dibattito, per prender posto nel suo spazio storico che la sua importanza gli compete. Potrebbe: ma non può, non riesce.

C’è ancora, in Italia – almeno, queste sono le cifre ufficiali – un buon 15% di persone (FDI) legate al culto di Mussolini, al punto di presentare i suoi lontani eredi sulla scena politica. Non bastasse Alessandra, presto arriverà Caio Giulio Cesare. Sempre Mussolini.

 

Fatto salvo che questi personaggi sanno soltanto sfruttare sotto l’aspetto mediatico il nome che portano (e non gliene frega una cippa del passato del loro avo) rimangono milioni di persone che ritengono la fine del Fascismo come la fine dell’onore della comunità italiana nel mondo. E, notiamo, sotto l’aspetto storico non hanno tutti i torti nel sostenere che il concetto di Patria si dissolse in un lontano Sabato qualsiasi della Storia italiana. La Patria è il luogo d’aggregazione di tutti gli italiani: se improvvisamente ne compaiono due (ed un po’ farlocche entrambe), possiamo continuare a riconoscerci nel medesimo universale? Né è sufficiente che, due anni dopo, la due “Patrie” si ricongiungano, poiché sono vissute per un tempo sufficiente nel fornire diverse asserzioni di “Patria” che non giungeranno mai ad una sintesi.

 

Mettiamoci la fretta di Togliatti ministro della Giustizia (il quale, personalmente, avrebbe piazzato davanti ad un muro centinaia di persone) nel cercare una frettolosa pacificazione, le necessità dell’economia d’allontanarsi da quegli anni di pane di segatura e di grasso chiamato “carne”, l’esigenza impellente di ricostruire i collegamenti stradali e ferroviari fra le due “Patrie”…e la frittata è fatta.

Le due “Patrie” si mescolarono, ma all’interno d’ogni persona rimasero ben definite. Anche perché al Nord occupato dai tedeschi c’erano molti antifascisti, mentre nel Sud “liberato” dagli angloamericani sopravvivevano molti sostenitori del Duce.

 

Passarono gli anni e la situazione si acquietò ma, ad un furbacchione romano venne alla mente di scatenare, nel nuovo luogo d’aggregazione – la Tv – i sentimenti “di pancia” degli italiani. Non penso che Gianfranco Funari fosse pienamente cosciente del rischio che si assumeva – in fin dei conti, era un ex croupier divenuto per il rotto della cuffia cabarettista – ma lo sdoganare tutti i sentimenti “di pancia” degli italiani non fu una buona mossa, soprattutto perché – la “audience”, nel frattempo, era divenuta il “faro” da seguire – molti giornalisti, con attributi ben maggiori rispetto a Funari, ne sposarono le tracce.

Dagli anni ’80 in poi, il nostro vivere è divenuto sempre più “duale” e riconosciuto valido solo se, alla fine della tenzone, c’è un vincitore ed un perdente: si potrebbe quasi affermare una forma di “Patria duale”, sfaccettata e scomposta in mille riflessi: dal più comprensibile confronto politico alla morale, dalla moda all’alimentazione, dal “sentire” in modo antitetico anche questioni scientifiche, come il mutamento climatico o l’epidemia di Covid, fino  quisquilie senza senso: a leggere i commenti sui quotidiani, c’è da rimanere allibiti per il non-sense di tante affermazioni, utili soltanto per riuscire a “sconfiggere” l’altro commentatore.

 

Si tratta di un ben strano concetto nell’esercizio della democrazia, poiché non si ascolta quasi mai l’altro, occupati come si è a tentare di distruggerlo, d’annullarlo, d’imporsi e basta. E’ quasi un esercizio inutile leggere i commenti sui grandi quotidiani o sui siti che dicono di praticare la controinformazione, giacché ovunque ci siano traffico e molti commenti, immediatamente si scatena il medesimo copione.

Si può rispondere se l’8 Settembre 1943 (o il 25 Luglio dello stesso anno) siano stati la fine della Patria?

 

Non penso.

Ritornando a quei giorni, alla condizione nella quale era ridotta l’Italia, c’era oramai poco da fare: l’Italia bombardata incessantemente dai bombardieri che, oramai, decollavano dalla Tunisia, invasa nel suo Meridione, senza armi moderne da opporre, non aveva speranza. La scelta d’arrendersi fu la più saggia, giacché altre opzioni non esistevano: sacrificare milioni di persone, sotto le bombe o uccisi al fronte aveva ancora un senso? L’esito era scontato.

La fortuna italiana fu che, seppur subissata dal potere fascista, esistevano ancora altri centri di potere: uno su tutti, la Monarchia, che ebbe il coraggio di “inventarsi” qualcosa, pur sapendo d’essere, dopo, obbligata a fuggire.

 

A questo proposito, Rachele Mussolini, la moglie, consigliò al marito di non recarsi all’appuntamento fatale con il Re: a ben vedere, Mussolini poteva arroccarsi con la Milizia, far arrestare gli oppositori del 25 Luglio…e poi?

Sono sempre stato convinto che Mussolini – il quale doveva per forza individuare una soluzione – la trovò il 25 Luglio 1943, quando comprese che sarebbero stati altri a togliergli le castagne dal fuoco. Dopo, sì…creò l’effimera Repubblica Sociale…pensò di riuscire a scappare in Svizzera…forse sperava in un aiuto da Churchill…ma, in fin dei conti, quel che accadde dopo fu solo colpa sua.

 

Non ho mai avuto simpatia per Pietro Badoglio, personaggio infido, sfuggente, opportunista…però, quando nel 1940 si cominciarono a sentire venti di guerra, si recò da Mussolini (era il capo delle Forze Armate) e gli spiattellò, numeri alla mano (citato nei diari di Ciano), che l’Italia non era assolutamente preparata per affrontare una guerra: secondo i calcoli dei militari, assumendo ottimisticamente i dati sulla produzione industriale, ci sarebbero voluti almeno 2 anni e mezzo per essere pronti, ossia nel 1943, quando la guerra era oramai perduta.

 

Ma gli italiani, che ancora oggi gridano al “tradimento” nei confronti dei tedeschi, dovrebbero riflettere su quanto i tedeschi stessi ci hanno tradito, abbandonandoci in Russia di fronte all’attacco che sapevano imminente, “sfilando” in silenzio le loro forze per poterle salvare anzitempo. Ci riposizioneremo 200 km ad Ovest, come difatti avvenne…gli italiani? Eh, chi se ne frega…manco glielo diciamo, così rallentano i russi…

Sulla destra della Julia doveva esserci un reparto tedesco ma…nel momento dell’attacco, erano già svaniti! Come ricorda Giulio Bedeschi: i tank che si scorgevano in lontananza non erano tedeschi, bensì i T-34 russi che non avevamo mai visto e che li stavano circondando!

 

Ma la follia hitleriana giunse alla decisione di non invadere la Gran Bretagna perché nei sogni di quel folle, in Europa, la Germania avrebbe dovuto governare l’intero continente facendo poi i conti con l’URSS, mentre la Gran Bretagna sarebbe rimasta potenza marittima ed imperiale.

Le 8.000 chiatte e navi che aspettavano il via per invadere l’isola – 35 km di mare! – attesero invano, e non fu causa di Goering che non riuscì a distruggere la RAF, bensì dal “sogno” mutato nella caleidoscopica visione allucinata di Hitler, che non desiderava la fine dell’impero inglese…e non riusciva a comprendere perché gli inglesi non lo capissero!

Le vere decisioni inglesi, nel caso dell’invasione, erano quelle di trasferire la Corona ed il Governo in Canada e di non impegnare la Royal Navy in quel conflitto, perché sacrificarla in quell’occasione avrebbe privato la Gran Bretagna della sua potenza marittima, l’unica che poteva mettere sulla bilancia dell’alleanza con gli USA: i tedeschi lo sapevano benissimo dai loro contatti con l’aristocrazia inglese e scozzese, che curavano molto già da prima della guerra.

D’altro canto, lo sbarco tedesco prevedeva l’invio di ben 8 divisioni corazzate, tre di paracadutisti e aviotrasportate, e circa 20 di fanteria mentre gli inglesi non avevano quasi nulla da opporre: il poco che avevano salvato a Dunkerque, anche quello un “regalo” tedesco non compreso.

Se per l’Italia la guerra fu perduta il 10 Giugno del 1940, e per la Germania il 1° Settembre 1939, non c’è molto da stupirsi: quando mai, due Caporali fanno comunella e vincono una guerra?

 

E i frutti, li vediamo ancora oggi: volete sapere l’ultima dei due caporali?

Si videro per l’ultima volta il 20 Luglio 1944 a Rastemburg, subito dopo il fallito attentato al Fuhrer. Era presente un interprete poiché, per quanto se ne dicesse, Mussolini non parlò mai il tedesco: conosceva qualche parola, poche frasi ed era necessario l’interprete. Cosa si dissero?

Nell’atmosfera rilassata che si nota dal filmato (1), con saluti romani e nazisti molto distesi ed approssimativi, il copione è di due vecchi che s’avvicinano alla fine, e lo sanno bene di non avere più molto futuro davanti a loro.

L’interprete, la sola persona presente all’incontro riservato, raccontò di una breve comunicazione di Hitler sulle V1 e V2, ma senza porci troppa enfasi. Finalmente, passarono a raccontarsi le loro avventure di Caporali, uno sul Carso e l’altro in Belgio, della loro vita di trincea, entrambi giunti al grado di Caporale solo per il trascorrere del tempo, ossia perché erano ancora vivi. Sorrisi, tristi, e cordialità, di circostanza: infine, dal treno, saluti da scolaretti in vacanza.

 

Mentre gli alleati erano guidati da Churchill, ex Primo Lord del Mare, da Roosevelt che giunse al terzo mandato e da Stalin che, per quanto crudele, seppe organizzare una grande Nazione per vincere una guerra combattendo per due anni da solo contro il Reich, noi eravamo guidati da due Caporali, più un “Divino Imperatore” il quale, pur di mantenere la poltrona, rinunciò anche alla sua divinità.

 

La “classe non è acqua”, si racconta: rammentiamolo, quando nuovi “caporali sovranisti” dovessero affacciarsi al potere. La Patria? E chi se la ricorda…

 

(1) http://www.ponzaracconta.it/2020/06/29/mussolini-e-hitler-due-dittatori-a-confronto-4-lultimo-incontro/

04 agosto 2019

Agosto italiano


Strano mese quello delle calure agostane, già bilanciate dai primi rovesci di pioggia, dai primi avventi d’Autunno, ma lasciati ancora oltre la porta d’ingresso, in silente attesa. Pare una forma di sospensione del tempo, quasi la timidezza d’osservare il dopo, il rendersi conto, anzitempo, di ciò che avverrà.

L’Agosto più colmo di sorprese fu senz’altro quello del 1943, durante il quale i canti di guerra mutarono senso: “La guerra continua”, fu l’incipit di Badoglio al 26 Luglio del 1943: già, ma da che parte si continuava ancora non era stato raccontato agli italiani. C’era il fatidico Agosto di mezzo – il mese delle vacanze – il mese nel quale tutto viene deciso.

La coreografia dell’epoca è interessante: il gran teatro definito “Gran Consiglio del Fascismo” dormiva sonni profondi – a volte sereni, altre funerei – dal Dicembre del 1939. Ohibò: c’è una nuova guerra: che facciamo?
Meglio starne fuori: vediamo come butta. Poi, decideremo se giocare la parte di Gengis Khan oppure quella di “Una Svizzera moltiplicata per mille”(1).

Mussolini, un socialista, sa bene che, nel 1922, era stato chiamato al potere dal Re per debellare la rivoluzione bolscevica che s’era installata nelle fabbriche italiane, ed aveva svolto il compito con diligenza. Ma oggi?
Nel 1943 sa di essere finito – chissà quante volte avrà rimpianto l’altra soluzione, quella di essere semplicemente spettatore (e fornitore d’armi) per le potenze in guerra: l’aveva prospettata lui stesso, “Una Svizzera moltiplicata per mille”. In fin dei conti, Spagna, Portogallo e Turchia ne sono rimasti fuori, con notevoli vantaggi.
“Fuori”, adesso, può solo osservare il quartiere di San Lorenzo raso al suolo dai B-17 americani e sa perfettamente che è stato soltanto un avvertimento: a parte il Vaticano ed il Quirinale, in poche settimane tutto sarà ridotto in briciole.

Ripensa agli avvertimenti di Badoglio, Ciano, Umberto, Balbo, in quel lontano Giugno del 1940…e tanti altri…”Potremo essere pronti a fine 1942, non prima”…ma ha sbagliato, ed oggi non può più farci niente. Perciò, conscio della ribellione latente nel Gran Consiglio, lo convoca ugualmente, per andare incontro al suo destino: pensava forse di vincere i riottosi consiglieri? Poteva non sapere che Dino Grandi – ex ambasciatore a Londra e grande amico di Winston Churchill – non avesse preparato la trappola? Poteva sperare che il Re, suo grande nemico da anni, lo rimettesse in sella? No, Mussolini sapeva: non era il grande statista che alcuni ancora pensano, ma un uomo di parola sì. Lo convocò apposta, per uscire di scena potendo dare la colpa ai “traditori” e salvare, in qualche modo, il suo “onore”. Il che, poi, è tutto da dimostrare.

Il grande pasticcio nel quale ci aveva infilati – sapendo di non poter scendere in guerra senza armi moderne, senza carri armati, con i biplani, con una Marina nella quale le cariche di lancio dei proiettili non erano precise, senza una strategia per l’utilizzo dei sommergibili, senza radar, senza ecogoniometri, senza bombardieri di “peso”…insomma, con un’industria non all’altezza dei tempi – terminò con un Paese, prima, ancora indipendente in politica estera, dopo, colonizzato come tuttora continua ad essere.

Poteva resistere?
Nei primi giorni di Luglio incontra Hitler a Feltre e lo scongiura di cercare una pace separata con l’URSS, ma il tedesco non lo ascolta nemmeno. Resistere all’invasione? E con che cosa?
L’avventura africana, appena conclusa, ha decimato l’esercito: i prigionieri si contano a centinaia di migliaia, mentre molte divisioni sono sparse in Francia, in Grecia, in Russia, in tutti i Balcani. L’industria aeronautica ha appena iniziato a produrre caccia di qualità: la Reggiane sforna il Re-2005 Sagittario, che è superiore ai caccia britannici ed americani, ma ne entreranno in linea 6 (sei!). La Marina non può fare niente: appena uscita dai porti, sarebbe stata immediatamente assalita da centinaia di aerei e decine di sommergibili. La Sicilia, in meno di un mese, è perduta: sbarcati il 10 Luglio, gli americani entrano a Palermo il 22. Il 3 Settembre gli angloamericani sbarcavano in Calabria, l’8 Settembre a Salerno: fin qui, la cronaca.

Che poi il fronte italiano, dopo la caduta del Fascismo, avrebbe preso un andazzo sonnacchioso fu una decisione politica, dettata dalla necessità di mediare ogni decisione fra Gran Bretagna, USA e, soprattutto, URSS, la quale aveva retto – da sola – l’impatto col Terzo Reich per quasi tre anni.
Domandiamoci: chi avrebbe mai impedito agli alleati di sbarcare – ancora nel 1944 – sul litorale romagnolo, indisturbati, e di mettere fine alla faccenda un anno prima? Lo impedì Stalin che temeva l’invasione dei Balcani.

Appena le calure agostane si chetano, ecco che riprende il gran movimento: c’è da stupirsi che il Re – in fuga verso Brindisi per fare il “reuccio” di uno Stato inesistente e Mussolini, che scende dalla sua “prigionia” sul Gran Sasso per andar a fare il sotto-Gauleiter per l’Italia di Hitler – non finissero per incontrarsi? Le loro strade quasi s’incrociarono, ma non avvenne: sarebbe stato un bell’incontro delle reciproche vergogne, mai confessate.

Questo per concludere, per chiarire ancora una volta a coloro che ancora credono al “tradimento” od alla felice conclusione di una guerra (già persa) a fianco dell’alleato germanico: Hitler, nelle sue memorie, giunse a dire che “sarebbe stato meglio che gli italiani non fossero mai entrati in guerra”.
Del resto, nella porzione d’Italia conquistata era normale che tutte le persone abili ad un qualsiasi lavoro diventassero operai al servizio dei nuovi padroni. Come, del resto, avvenne al Nord: i pochi reparti di Salò non parteciparono quasi mai alla difesa al fronte, e la famosa divisione “Monterosa” – addestrata ed equipaggiata in Germania – non sparò mai un colpo sulla linea gotica.
Addirittura, le navi per lo sbarco in Sicilia furono caricate da migliaia di prigionieri italiani, che non avevano scelta: almeno, mangiavano.

Eppure, ancora oggi, ci sono persone che pensano a quegli eventi come un colossale tradimento ai danni del popolo italiano, non alla inevitabile nemesi di scelte sbagliate ed avventate, compiute nel 1940.

Siamo un Paese colonizzato, inutile girarci attorno. Fra le grandi potenze planetarie – USA, Cina, Russia ed Europa – non contiamo una cippa, giacché l’Europa è quella definita ad Aquisgrana, ossia un potentato franco-tedesco con ammennicoli vari, come il Benelux od il Lussemburgo.
Già sappiamo che l’assassino del Carabiniere di Roma, prima o poi, sarà estradato negli USA e là sarà liberato dopo un po’ di galera a tarallucci e vino. Siamo l’unico Paese che ha partecipato ad una guerra (Libia) contro un suo alleato e contro i propri interessi!

Ma, adesso, siamo nell’Agosto del limbo: divertitevi, mangiate, bevete, andate a ballare, in spiaggia, nei locali…tanto altro non si può fare…la cronologia italiana è sempre la stessa: dopo le decisioni prese in zona Cesarini nella calura di Luglio, si devono lasciar passare le mollicce vacanze agostane.

Solo un anno fa, s’era appena insediato un governo: una compagine difficile da gestire, anche se i due partiti erano ferocemente contrari all’euro ed all’Europa, entrambi contrari alla TAV ed anche la Lega difendeva la lotta dei Comuni della Val di Susa:

E' il 7 dicembre del 2005 quando la Padania intervista Maroni sulla questione e titola col suo virgolettato: "Non sono i no global. La protesta della Val Susa non va ignorata, bisogna comprendere le ragioni della gente". Per l'allora Ministro del Welfare "il problema non si risolve con strumentalizzazioni o con l'intervento delle forze dell'ordine" (2)

Accorpano persone come Borghi e Bagnai, che stanno trascorrendo una sonnacchiosa legislatura, ben lontana dalle ire antieuropee di un solo anno fa: anche Paolo Savona s’acquieta e non si fa più sentire. Di Battista, almeno, è stato onesto: ha capito, ha sbattuto la porta e se ne è andato.

Piccole manovrine crescono: il governatore della Liguria Toti – ex direttore del TG4 di Mediaset – all’ultimo istante, prima che i riflettori si spengano e si dia l’avvio ufficiale alle vacanze, lascia Forza Italia con qualche lacrimuccia agli occhi. Già da un anno masticava la scelta, quella di una sorta di Forza Italietta “depurata” dal fantasma ingombrante del Cavaliere, per associarsi alla Lega stravincente (per ora) ed alla pallida Meloni, che sa di un melone acerbo. Speriamo nella tintarella. Un esito ampiamente previsto: Berlusconi abbozzerà o s’incazzerà? Mah…eppure, in qualche modo, bisognerà fermare la riforma di Bonafede…

Quello che gli italiani, spesso, dimenticano è la Parte Seconda della Costituzione e, in particolare, il Titolo Secondo, ossia gli art. 83-91: la sezione che descrive i poteri del Presidente della Repubblica.
Pochi sapranno che la figura, nel 1946, fu ricopiata quasi pari passo da quella del Re.

Lo abbiamo visto in opera un anno or sono, quando al posto di Savona andò Tria: un ministro del governo Monti!
Con un sapiente e misurato uso di verbi, avverbi ed aggettivi – “sentito il…”, “nei casi previsti…”, “qualora…” et similia, il presidente fa il cavolo che vuole: un anno fa ci provò il povero Di Maio a pronunciare il famoso termine “impeachment” (che non esiste nella lingua italiana), per poi dover genuflettersi 550 volte e dire trecento Pater, Ave e Gloria ogni mattina appena sceso dal letto.

In effetti, l’ultimo, grave dissidio fra la figura di garanzia (Presidente/Re) ed il Governo fu proprio quello fra re Vittorio e Mussolini: un dissidio profondo, ma mantenuto allo stato latente per un intero ventennio: scoppiato poi, evidentemente, quando la situazione era diventata insostenibile per i motivi sopra esposti.

La velleità di parte del panorama politico d’andare rapidamente ad elezioni si scontra proprio con il Presidente, che mai e poi mai acconsentirà ad andare ad elezioni “al buio” senza una legge Finanziaria da definire e promulgare nel prossimo Autunno. Senza considerare anche un dato curioso, ma che gli importa assai poco: la maggioranza degli italiani vuole che questo governo vada avanti, cosa mai accaduta nella storia della Repubblica ad un anno dall’insediamento.

In qualche modo, si stanno scontrando due modi d’interpretare la politica e l’azione di Governo ed il servaggio americano: quello che ha regnato per 70 anni – da Gelli a Sindona, da Calvi a Marcinkus, da Cagliari a Gardini, da Moro ad Andreotti, da Prodi a Berlusconi, da D’Alema ad Amato, da Monti alla Fornero, da Renzi a Gentiloni…senza contare i “comprimari” che hanno insanguinato e gettato nel mistero ogni loro azione: da De Pedis al Vaticano, da Pippo Calò a Woitila, dai Bontade ai Messina Denaro, dai Bertone ai Ratzinger… – perché questa è l’Italia che ha contato e che, ancora oggi, vuole  contare.  Difatti, ogni azione giudiziaria di un certo peso va a scontrarsi, precisa come un orologio, con eventi e persone che la storia di questo Paese hanno diretto, cambiato, insanguinato: Massoneria, Mafie, Servizi Segreti. Qui c’è la vera continuità.

Sinceramente, osservando questo sconfortante scenario, poco c’azzeccano i movimenti di un Toti o di un Di Battista nel mefitico panorama delle istituzioni, quando anche il CSM è stato raggiunto dal puzzo di cloaca.
E l’altro modo d’intendere la politica? E’ perduto, sconfitto, nella penosa parabola dei Borghi e dei Bagnai, dei Savona e dei Di Maio, dei di Battista e dei Salvini. Le promesse elettorali? Aria fritta, alle quali il Quirinale sorride, sornione.

Scomposti burattini, messi in scena da abili mani: sempre le stesse, ogni anno che passa. Come narrava Guccini, “Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni eguale”.

(1) Dichiarazione di Benito Mussolini.
(2) https://www.fanpage.it/politica/tav-in-val-di-susa-quando-la-lega-diceva-no/

28 aprile 2019

Scherzare col fuoco

Capita ogni anno, da parecchi anni, ed ogni volta che arrivano il 25 Aprile e il 1° Maggio si ripresentano, uguali nei toni ma con sempre maggior veemenza. Mussolini fu un grande statista, la sinistra ha condotto l’Italia alla rovina, i repubblichini lottavano per la Patria, i partigiani erano dei traditori che sostenevano il nemico, la grande alleanza delle democrazie plutocratiche che ci domina tuttora.
Io vi racconterò una vicenda, cose che capitarono nella mia (allora) città nell’Inverno ‘44-’45, poi decidete voi come pensarla, ma non sottovalutate i rischi che stiamo correndo.

Una sera di Gennaio ’45 mio padre e due amici stanno tornando a casa sul filo del coprifuoco: avevano 18 anni, ragazzi, erano stufi di 5 anni di guerra, coprifuoco, tessera alimentare e quant’altro. Si può capirli.
Gli altri due erano persone come lui che aveva, però, qualche “protezione” in più perché giocava nel Torino, ma erano solo ragazzi. Uno dei tre era più sfigato: si chiamava Maggio, ed il padre non aveva trovato niente di meglio che chiamarlo Primo. L’altro l’ho sempre sentito nominare come Tino, e non conosco il cognome: so soltanto che abitava in un appartamento sotto la mia via, dalla quale – avevo 10 anni – osservavo una bambina che studiava sotto una luce fioca, col libro appoggiato al tavolo della cucina. Si chiamava Laura, ed ero pazzamente innamorato di lei che, ovviamente, non seppe mai nulla. Un amore da libro “Cuore”.

Giunti al portone di casa, mio padre disse ai due amici di salire e dormire da lui: “Mio padre capisce, non rischiate, ci arrangiamo per dormire…” “Ma no, dobbiamo fare solo duecento metri e siamo a casa…” risposero. Si salutarono: mio padre li vide scendere parlottando nella via deserta, aprì il portone e salì. La verità giunse anni dopo, quando mio padre incontrò Primo a “Torino esposizioni”, la mostra del campeggio, dove piansero come due fontane per dieci minuti buoni.
Mentre mio padre saliva le scale, la tragedia iniziava: all’incrocio successivo, proprio di fronte al portone di Tino, incontrarono le Brigate Nere, la Muti, o qualche altro accidente che infestava le strade.
Primo scappò, immediatamente: ebbe forse paura del nome che portava…chi lo sa…s’infilò in un cancello che dava su degli orti e, prima che i fascisti si togliessero i fucili dalla tracolla, era già lontano. Gli spararono, ma non lo colpirono: il giorno dopo fuggì a Torino, da alcuni parenti, e non tornò più.
Tino, probabilmente, disse semplicemente che lui abitava lì, in quel portone…vabbè, erano passate le nove da dieci minuti…però…
Lo massacrarono con i calci dei fucili: la sua morte fu una lunga odissea, morì nel Gennaio del ’46, dopo aver trascorso un anno da paralitico.

Il comandante di quegli sbandati era un certo S. che mio padre conosceva perché era un arbitro: ciao, ciao negli spogliatoi e saluto romano se lo incontravi per strada. Altrimenti menava: stranezze della vita di guerra.
Passano pochi giorni e mio padre, mentre rientra a casa, sente il gelo di una canna puntata sul collo. Alza le mani.
“Non temere, sono io G., che voglio andare a casa perché mia madre sta morendo e volevo vederla per l’ultima volta. Stai davanti e fammi strada”. G. era, ovviamente, un partigiano.
Giunti a casa di G. era veramente troppo tardi per tornare a casa, dopo quel che era capitato a Tino…
Così si ferma e, casualmente, nella notte insonne, racconta a G. la vicenda di Tino. Risposta: “Quel bastardo di S.”

Volano i mesi, si giunge alla Primavera, oramai i fascisti si sentono braccati, i partigiani sono loro, oramai, a dare la caccia. Così, durante una partita in trasferta, mio padre incontra di nuovo G. che gli dice: “S. l’ho ammazzato io: piangeva come un cagnolino quando gli ho infilato la pistola in bocca, prima di sparargli”.

Arriva il 25 Aprile. Come a Milano, c’è una riunione in vescovado: ci sono il tenente della Wehrmacht e un importante capo partigiano che si accordano di fronte al vescovo. La colonna dei nazifascisti partirà alle 5 del mattino, e prenderà la via di Vercelli, ancora in mano tedesca. Tutti d’accordo: i fascisti non erano nemmeno stati invitati.
Parte la colonna. In coda, c’è S. padre, che spera di scappare: ne ha fatte quante il figlio, se non peggio.

Giunti in una piazza, ci sono due donne che si recano a lavorare per le 6, con tanto di lasciapassare. I tedeschi non le degnano di uno sguardo e proseguono di fretta: il tempo scorre, e bisogna mettersi in salvo perché alle 8 scenderanno dalle alture 20 brigate partigiane, 10.000 uomini. Meglio filare.
Ma S. padre urla qualcosa alle due donne, che rispondono anch’esse urlando – c’è rumore, i cingolati in testa fanno un frastuono tremendo – poi, non si sa come, parte una raffica e le due donne cadono sull’asfalto.

I partigiani, prontamente avvertiti, rompono l’accordo e, facendo avanzare un’ala dello schieramento, s’appostano sopra la strada, una decina di chilometri più a valle. Quando i nazifascisti giungono là, scoppia l’inferno: gli ultimi troveranno la morte nel Canale Cavour, che ha ripide sponde in cemento ed è gonfio per le piogge primaverili.

Trascorrono una decina d’anni e, una mattina, inaspettatamente, conosco S. zio, il fratello dell’annegato e lo zio del massacrato a colpi di pistola in bocca. Lo conosco a casa di mia nonna: le aveva fatto una visita…ah nonna, nonnina, ti piacevano le divise, lo so…
E’ un bell’uomo, alto, con gli occhi chiari, gentile nei modi ed aristocratico nei gesti: era un ex ufficiale, un ufficiale pilota durante la guerra. Ma lo vedo, nella mente, come Amedeo Nazzari “Luciano Serra Pilota”…no, questo è diverso…ha dei modi molto inglesi…
Non si sottrae alle mie curiosità di ragazzino. “Sì, durante la guerra ero dislocato in Sicilia, scortavamo con i nostri Re-2000 i bombardieri su Malta, nel 1943…fu un errore, nella “confusione della battaglia” per una svista, atterrai a Malta e fui preso prigioniero.
Ci ho ripensato a lungo, ma scambiare Malta per la Sicilia è proprio una cosa impossibile, viste le distanze e le dimensioni in gioco. Era atterrato a Malta. Non si era lanciato col paracadute, proprio atterrato.

Così termina la guerra per la famiglia: un “sopravvissuto” (forse più furbo?) e due morti, padre e figlio.
Mi chiedo, spesso, che senso ha avuto. Per quel ragazzo ammazzato senza motivo, per le due donne uccise.

E oggi, qualcuno – qualcuno che non ha sentito raccontare nulla dalle fonti che avevano vissuto quei giorni – ci viene ad esaltare Mussolini ed a scimmiottare saluti romani. Come non avessimo abbastanza guai, ci mancano ancora questi.

Mussolini un grande statista? Non direi proprio.
L’Italia non aveva motivi per scendere in guerra: poteva solo perdere (come avvenne) le colonie oltremare, alla lunga indifendibili. Non aveva obiettivi strategici da raggiungere e, quando la Francia fu al collasso, pensò di fare il furbetto, come sempre gli era andata bene in Italia, dove gli credevano o fingevano di credergli per paura. Salvo, poi, il 25 Luglio del 1943, divertirsi a fare a pezzi busti ed aquile littorie.

Ma, in quel luminoso Giugno del 1940, il “lungimirante uomo di Stato” sparì, e lasciò il posto al dittatore da operetta qual era. A nulla valsero gli appelli dei generali che gli raccontavano la medesima solfa: per mettere almeno un po’ in quadro le Forze Armate italiane – dopo l’Etiopia e la Spagna – ci vorranno tre anni. Non siamo pronti. “Disfattisti”, pensava di loro.
Non gli passò nemmeno per la testa che una lunga neutralità – magari nell’attesa di vedere chi vinceva – sarebbe stata di grande aiuto all’Italia, sfruttando le commesse dei belligeranti. No, si doveva “tirare diritto”, giungere a 320.000 caduti sui vari fronti, altrettanti feriti e mutilati e decine di migliaia di morti fra la popolazione civile.

Mussolini fu un grande statista? Ma per carità. Fece la battaglia del grano e prosciugò le paludi, ma si dimenticò totalmente dell’industria elettrica ed elettronica, che stava nascendo ovunque. Così, quando il primo “Gufo” (radar italiano) fu installato su un cacciatorpediniere (1943), gli inglesi ci massacravano i convogli, nel buio della notte, da anni.

La Costituzione Italiana fu redatta con un duro monito per chi avesse cercato di ricostituire un partito fascista, ma poi: che senso avrebbe oggi? A cosa servirebbero delle parole d’ordine che sono appartenute ad un’altra epoca, ad un altro Paese, a persone completamente differenti e con tutt’altri problemi?
Il ministro dell’Interno sta giocando col fuoco, senza rendersene conto: abbiamo già vissuto una terribile stagione negli anni ’70-80, con morti da entrambe le parti. Vogliamo ricominciare?

Non si tratta del rispetto per i caduti, che è sacrosanto da entrambe le parti siano morti, ma di andare in giro con striscioni inneggianti a Mussolini, sfruttando la generale ignoranza storica degli italiani. Per cosa? Per guadagnare una manciata di voti. E poi? Quando qualcuno di Casa Pound inizierà a scontrarsi con altri ragazzi, quelli dei centri sociali, di chi sarà la colpa? Si vuole proprio che ci scappi il morto, per poi riprendere la tiritera fra fascismo ed antifascismo, e mascherare che questo governo non ha più un orizzonte credibile, almeno dalla parte dei 5S?

Meglio lasciare che Salvini corra incontro al suo destino, che sarà quello di qualche settimana da leone e tanti anni da pecora, piuttosto che fomentare ancora questi fuochi fatui di un passato che andrebbe compreso, non sottovalutato, tanto meno esaltato.

23 luglio 2018

75 anni: troppi?pochi?

Sembra quasi impossibile, ma sono trascorsi ben 75 anni da quella data, storica per le vicende italiane. La vita di un uomo. Per decenni ne abbiamo sentito parlare da chi c’era, da chi l’ha vissuto, con diversi accenti, differenti opinioni. Che hanno pervaso, nei giorni a venire, la storia italiana.
Era, quella data, già indissolubilmente legata a quella dell’8 Settembre? Poteva, Mussolini, cercare altre soluzioni? Se lo aspettava? Era l’unica soluzione, anche per il Duce?

La cronologia di quei giorni, spaventa solo a ricordarla. Pare quasi un evento stocastico, detta all’occidentale, oppure un groppo di karma che si scatena improvviso, per un orientale. Improvviso? Forse per chi lo vive, non certo per chi sa leggere il “prima” ed ha potuto vedere anche il “dopo”. Le cause sono le radici degli eventi, e solo le condizioni conducono alla loro maturazione: per gli orientali istruiti non è una sorpresa, giacché la loro cultura ha molti nessi che, già da bambini, li conducono sulla via della comprensione, del capire i nessi dell’originazione interdipendente, così com’è citata nei testi buddisti.
Noi occidentali seguiamo una via più contorta, ma rincorriamo la cronologia come un vademecum che dovrebbe spiegare, mentre in realtà dipinge soltanto le situazioni, senza convincere. Ha, però, il pregio della precisione: sempre che ci sia onestà intellettuale, e certezza delle fonti.

Non è mia intenzione addentrarmi nell’analisi di un evento che ha già avuto più esegeti che attori, bensì cercare di capire cosa vissero gli italiani d’allora, secondo le poche fonti non inquinate che si possono consultare e, soprattutto, le voci, le parole di chi mi dipinse quei giorni, né maledetti e né meravigliosi (questa è già una perversione del “dopo”), ma solo funesti.

Il 19 Luglio 1943 si scatena, per la prima volta, l’ira degli angloamericani sulla città di Roma, fino a quel momento risparmiata dalle bombe alleate: il colpo è terribile e la città devastata, al punto d’accorgersi finalmente di cosa succede da tre anni a Milano, a Genova, a Torino…e così via, nel “cuore” industriale del Paese. Di colpo, il “cuore” politico del Paese deve prendere coscienza che la situazione non ammette più deroghe: i cinegiornale Luce non bastano più nel creare sempre il dubbio che sia sempre e solo la propaganda nemica a mentire.

Gli stessi cinegiornale Luce non fanno nemmeno in tempo a “confezionare” un prodotto “accettabile” per il regime e, difatti, tutti i cinegiornali Luce sono postumi, ed in lingua inglese, poi doppiati. Girati dai nuovi padroni.
Perché la valanga è talmente improvvisa da stordire: i ricognitori della Regia Aeronautica e della Luftwaffe non riescono nemmeno ad avvicinarsi ai porti tunisini, perché la caccia nemica è ovunque, incontrastata. Perciò, gli italiani, non sanno cosa li attende: gli Alleati sbarcano il 10 Luglio in Sicilia, l’11 Giugno era già caduta Pantelleria, il 12 Luglio cade Augusta, il 22 Palermo. Infine, la presa di Messina avvenne il 17 Agosto  la conquista della Sicilia era durata 37 giorni.
L’Aeronautica ha combattuto una battaglia impari, l’Esercito in certe situazioni ha combattuto, in altre è scappato, la Marina – oramai ridotta al lumicino e senza carburante – non si è mossa.

Comunque si voglia osservare la situazione, conquistare un’isola grande come la Sicilia in 37 giorni è un’impresa da guinness dei primati: un anno dopo, gli Alleati ci misero molto di più per riuscire a varcare i confini della Normandia e per prendere Parigi ci misero due mesi e mezzo.

Scrivo questo, perché ci sono persone le quali ritengono che l’Italia sarebbe dovuta rimanere al fianco dei tedeschi e combattere palmo a palmo per difendere il Paese. Di là delle considerazioni morali, non eravamo in grado di difendere niente: i primi caccia veramente in grado di confrontarsi ad armi pari con gli Alleati entrarono in servizio proprio nel 1943 – poche decine, non migliaia di velivoli – la Marina era a pezzi, non avevamo nulla che fosse paragonabile ad un carro Patton americano o Tigre tedesco. Non avevamo nulla, così come poco avevamo nel 1940.
Eppure, ancora oggi, qualcuno parla di “supremo sacrificio” e di “onore”.

Mussolini era un uomo molto orgoglioso, anche un poco sbruffone e tracotante, ma non era stupido, non lo era per niente.
Quando seppe dell’ordine del Giorno Grandi, dovette capire che il vento era oramai cambiato: nella lunghissima lotta – durata vent’anni – fra il Fascismo e la Monarchia, la seconda aveva avuto il sopravvento: Grandi era uomo di diplomazia, amico personale di Churchill, che aveva sempre guardato con maggior favore a Londra, piuttosto che a Berlino. Difatti, dopo la guerra, fu a lungo consigliere degli ambasciatori USA in Italia.

C’è da chiedersi cosa si aspettava Mussolini da quel Gran Consiglio: argomenti da controbattere non ne aveva più, se non uno sterile “pacta servanda sunt”, che Grandi rigirò facilmente, ricordando che i tedeschi erano stati i primi a non rispettare i patti. E, la votazione, terminò con 19 voti favorevoli, 7 contrari, 1 astenuto ed un non-votante.
Come si sentì Mussolini dopo quel voto? Forse abbattuto, oppure sollevato. D’altro canto, non aveva più strali al suo arco da scoccare: sapeva che, se quel voto avesse approvato l’esistente, Roma sarebbe stata bombardata come le città tedesche, e dunque la fine sarebbe stata ancor più vicina. L’auto del Re, in visita al quartiere bombardato di San Lorenzo il 19 Luglio, fu presa a sassate ed il Re dovette fuggire.

Mussolini sperava, con una buona dose d’infantilismo, di tornare privato cittadino: difatti, chiese di poter tornare alla Rocca delle Carminate, a casa sua, a Predappio. Ma la Storia esige sempre un conto da pagare, e non poté sottrarsi.

C’è un ultimo sberleffo in queste vicende: le due rocambolesche fughe, quella del Duce e quella del Re. Il primo “liberato” da un blitz tedesco da alcuni paracadutisti tedeschi sul Gran Sasso, il secondo che – quasi negli stessi giorni – attraversò un’Italia a dir poco confusa, dominata dalle truppe tedesche, filtrando come una Primula Rossa fra le soverchianti forze germaniche: viene da chiedersi se ci fu accordo, e di che tipo, e per quali scopi di parte.

La Campagna d’Italia proseguì a rilento – gli Alleati sarebbero potuti sbarcare sul litorale emiliano qualora lo avessero voluto – perché, a quel punto, contò più Stalin che Hitler, come futuro nemico, al confronto di un nemico oramai sconfitto. Troppa velocità avrebbe scontentato Stalin, che si sarebbe vendicato prendendosi i Balcani ed il sempre agognato sbocco sul Mediterraneo.

Per Mussolini rimase solo la parte di un personaggio shakespeariano, che portò a compimento con l’ineluttabilità del destino che accompagna, sempre, la penna del grande drammaturgo inglese.

Dopo aver sbagliato molto, se non proprio tutto – dai Patti Lateranensi per ingraziarsi lo IOR, e dunque costruire le armi fasciste, fino a disperdere quei soldi verso una FIAT che nel 1944 costruiva ancora caccia biplani e “scatole di sardine” come il carro M-13/40 – si ritirò in una Repubblica fasulla, senza esercito, se non quello tedesco.

Nulla ci è pervenuto dei lunghi colloqui che il Duce ebbe, nel suo dorato esilio di Gragnano, con l’amico di gioventù Nicola Bombacci – mai stato fascista, eppure fucilato a Dongo – il quale già lo andava a trovare in galera, nel 1911, quando divideva la cella con Pietro Nenni, per aver, entrambi, manifestato contro la guerra di Libia. E lo ritrovò, nella nuova “prigione” di Salò, dove continuarono a sognare un mondo migliore, una nuova repubblica, con tanto di Costituzione. Protetti dalle SS.

Chissà cosa si dissero, cosa si raccontarono: entrambi avevano conosciuto Lenin, ma mentre il primo aveva creduto nel Partito Nazionale Fascista, il secondo aveva fondato il Partito Comunista Italiano.

Peccato che l’Italia non abbia avuto un drammaturgo come il grande William: senz’altro avrebbero avuto l’onore di calcare i palcoscenici di mezzo mondo. Già, la Storia a volte è bizzarra, a volte codarda. La maggior parte delle volte, però, dimentica che, dietro ad ogni vicenda storica, ci sono delle persone, relegate – a forza – nel loro personaggio.

02 dicembre 2017

Strano ma vero



“Il ministro dei temporali
In un tripudio di tromboni,
auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani,
e le mani sui coglioni…”
Fabrizio de André, la Domenica delle salme, 1990

Un’indicibile curiosità mi ha preso quando ho sentito la notizia – strombazzata da tutti i siti istituzional/paranormali – ed ignorata dalla controinformazione: è roba troppo semplice per solleticare le nostre tastiere…sono in campagna elettorale…e allora? Va beh…una dozzina di “rapati” partono da Vicenza e giungono a Como per irrompere in una specie di circolo Pickwick… e allora?
Meglio parlare della Corea o dell’ultimissimo allarme su un possibile – anzi, probabile – colpo di stato negli USA. Ma che ci frega di quei quattro matusalemme che stavano a discutere di negri? Nessuno li avrebbe mai sentiti…tutta pubblicità gratuita…

Non me ne potrebbe fregare di meno, avete ragione, ma si dà il caso che quando ti vedi piombare in casa una dozzina di Skyneads non sai cosa vogliono e, soprattutto, al momento non capisci cosa potrà succedere dopo.
Ma più ancora, m’interessa capire come mai un gruppo di giovani rapati a zero decide d’usare e mettere in pratica una strategia che data a quasi un secolo or sono, una strategia detta “fascista”, perché i fascisti usarono questi mezzi.
Chiamo a testimonianza un personaggio che non può essere discusso da quelle parti: Benito Mussolini.

Ci sono cose che il Duce ben sapeva, e che non sanno i cosiddetti “fascisti” d’oggi, che dal Duce sarebbero presi a pedate nel deretano, senza tanti complimenti.
Vi faccio una domanda: cosa ci faceva Nicola Bombacci fra i fucilati a Dongo?
Beh – la maggior parte dovrà andare a leggere su Wikipedia, ma lasciamo perdere… – sarà stato un gerarca, no?
No, Nicola Bombacci non era un gerarca, e mai ebbe la tessera del PNF in saccoccia. E allora, perché? Poiché l’ex segretario del Partito Socialista Italiano e fondatore del PCI fu appeso a Piazzale Loreto, con la scritta “supertraditore” (1), insieme a Pavolini e Starace? Più facile rispondere su chi farà o vincerà la terza guerra mondiale, vero?

Nicola Bombacci si può affermare senza eccessi che “accompagnò” Mussolini dall’alfa all’omega della sua avventura politica: poco più vecchio di Mussolini, nato anche lui in Romagna, anch’egli amico di Lenin (come il Duce, che lo conobbe personalmente) rimase sempre un socialista “radicale”, diremmo oggi. E mai smise d’avere rapporti con Mussolini, cosa che causò parecchi malumori fra l’entourage dei veri gerarchi del regime.
Addirittura, in piena censura sulla stampa (1935), Bombacci diresse una rivista (La Verità) che mai smise d’essere una rivista che parlava di lavoro, di diritti, di sindacato. Chi lo sosteneva, anche economicamente? Sotto mentite spoglie, il Duce stesso. Perché?

Poiché Mussolini non smise mai d’essere un socialista, e lo dimostrò con riforme (l’IRI, l’INPS, l’ONMI, lo IACP, l’INAIL,  la Banca d’Italia Statale, ecc) che lo resero, nei fatti, in grado di reggere anche alle critiche di un socialista radicale come Bombacci. Il quale, fu conquistato dalle riforme mussoliniane: proprio lui, che lavorò per molto tempo per l’URSS e che iniziò – si deve dirlo – quella collaborazione economica che poi sfruttarono a man bassa i comunisti emiliani nel dopoguerra.

Così, in silenzio, dopo l’8 Settembre 1943, Bombacci raggiunge Mussolini a Gragnano, e diventa un collaboratore assiduo, oltre che l’amico di sempre. Ebbe un vago incarico presso il Ministero dell’Interno ma si sa, nella caligine di Salò dominata dai tedeschi, tutto era vago ed impreciso.
La “socializzazione” dell’Economia è opera sua e, addirittura – non potendo essere messa in pratica durante la pallida Repubblica di Salò – è rimasta come vago cenno anche nella nostra Costituzione, agli art. 3 e 35, laddove però è sparito il riferimento più importante: la gestione comune (imprenditori-lavoratori) dell’impresa, la nota Mitbestimmung tedesca.

Viene spontanea una domanda: perché Mussolini, che ebbe il potere assoluto, non portò avanti questi progetti come Capo del Governo, per tanti anni?
Perché Mussolini, di là delle sue “sparate” ben note, quando incontrava sulla sua strada i dettami del grande capitale, agrario ed industriale, non contava più una cippa.
Vi fu anche un momento storico importante – e per questo i ragazzotti in nero di Vicenza mi fanno più pena che altro – nel quale Mussolini fu giocato proprio dallo squadrismo: il delitto Matteotti.
Vedremo dopo perché.

Oggi, si nota all’interno della Lega il medesimo percorso: Maroni si schiera con chi ricorda che lo squadrismo, in Italia, non portò nulla di buono e, dunque, condanna. Salvini assolve quei “ragazzi”, perché deve prendere i voti alle elezioni, i voti di quelli che credono ancora il “grosso” problema italiano quello dell’emigrazione dall’Africa. Ma non solo: con chi si schiera Salvini? Con Berlusconi, ossia con la sola possibilità che ha ancora la classe politica italiana – unendo, dopo le elezioni, quel che resta del PD con una destra anch’essa raccogliticcia – di continuare le politiche europeiste che ci strangolano e ci strangoleranno ancor più. In altre parole, il grande capitale finanziario transnazionale ha pensato che questa è l’unica soluzione praticabile, poiché l’invio di una “Trojka” è già avvenuto con Monti, e gli italiani se lo ricordano.

In questa situazione, l’UE ritiene troppo pericoloso inviare i suoi Gauleiter in Italia: la Grecia, da sola, può pure marcire nella miseria, ma l’Italia no, è troppo destabilizzante per gli equilibri europei, considerando che anche la Spagna ha i suoi grattacapi. Insomma, il malcontento verso l’UE non deve dilagare – Brexit è tutta un’altra storia – e le classi politiche italiane devono cavare il ragno dal buco da sole.
Ecco, allora, che ciascuno dei partiti cerca voti con i mezzi che ha: Salvini, sa che la sua base è molto sensibile alla vista dei neri per le strade italiane, e allora assolve anche lo squadrismo.
Spicchiamo un salto di quasi cent’anni.

Nel 1924, Mussolini ha stravinto le elezioni e non sa bene come proseguire la sua avventura politica: si è servito, per giungere al potere, del malcontento dei reduci della Grande Guerra, ma questo è soltanto il dato elettorale che gli ha consegnato la maggioranza assoluta nel Paese. Da questo ad avere una linea politica, ce ne passa.
In quei giorni (Maggio/Giugno 1924) apre, metaforicamente, numerose volte la porta ai suoi vecchi compagni socialisti: sa che dall’accozzaglia di parvenu travestiti da gerarchi squadristi può aspettarsi poco e, dai pochi che mostrano un po’ di sale in zucca (Balbo, ad esempio), può solo attendersi sgambetti per prendere il suo posto.

Il Partito Socialista, per bocca di Matteotti, non poteva che rispondere duramente, e così fece: quella sorta di “compromesso storico” ante litteram, necessitava di tempi più lunghi, di lasciar sedimentare le sofferenze degli anni appena trascorsi, l’affogamento nel sangue delle lotte operaie e lo squadrismo.
Con un’alleanza con i socialisti, Mussolini se la sente anche di poter affrontare il suo grande nemico: il Re, con tutta la marmaglia sabauda al seguito.

Ecco allora che si fa avanti un uomo che tornerà a farsi vivo quasi vent’anni dopo, con un ordine del giorno che il 25 Luglio 1943 lo spodesterà: Dino Grandi. Chi era costui? Direbbe il Manzoni.
Dino Grandi era un emiliano, facente parte dell’ala dura fascista, che fu prevalentemente quella dello squadrismo tosco-emiliano.
Legato ai grandi proprietari agrari dell’epoca, non fa certo sconti ai socialisti: duri e puri, con manganello al seguito.

Dopo le vicende del '43, terminò la sua carriera politica come consigliere dell’ambasciata americana a Roma. Buon sangue non mente.

Non voglio, qui, rifare la storia del delitto Matteotti: ci sono già troppe versioni, ricostruzioni e dietrologie di parte, senza ch’io aggiunga le mie contumelie.
Di certo, se c’era una persona alla quale non conveniva – politicamente – il cadavere di Matteotti che gridava vendetta, quello era Mussolini.
Il Duce tentennava, meditò addirittura le dimissioni – almeno, così si racconta nel gran tourbillon dei quei giorni – ma Dino Grandi organizzò una colossale manifestazione di squadristi, a Roma, che gli tolse la parola di bocca.

La storia sappiamo come andò a finire: l’opposizione parlamentare andò all’Aventino, Mussolini governò sempre in coabitazione col Re, fece sì molte riforme “socialiste”, ma poi – come un uomo solo che deve governare senza consiglieri dei quali si può fidare – finì per imboccare il vicolo cieco: Hitler, la rovinosa guerra, la fine.

Qui finisce la storia ma – senza scomodare tragedia, commedia e farsa – chiediamoci perché quindici ragazzi paludati in nero partono da Vicenza per andare a Como (non proprio dietro l’angolo!) e tacitare con un’intimidazione altri ragazzi che stanno semplicemente facendo una riunione. E, come in quei lontani anni, la Lega si divide: Maroni, l’ala “istituzionale”, condanna, Salvini, l’ala “dura”, minimizza e passa sopra un’azione che, pur senza violenza fisica, ha tutti i connotati dello squadrismo.

Ancora una volta, l’obiettivo è il consenso: all’epoca fu il sogno della rivoluzione fascista, oggi, visto che di farsa parliamo, ci si gioca una manciata di voti sulle spalle di quattro immigrati.
Mentre i veri problemi – la Banca d’Italia in mano agli speculatori, il welfare italiano divenuto un “si salvi chi può”, l’industrializzazione che si perde in un sogno di mezza estate, la sanità nella mani di venti Poggiolini famelici, la scuola nelle mani di una persona che, a fronte di Gentile e Lombardo Radice, avrebbe fatto sì e no la servetta, ecc – devono rimanere tali, perché l’Italia deve rimanere al sesto posto planetario dell’indice di Gini, ossia la sesta nazione al mondo per sperequazione della ricchezza.

Non v’inquietate, non ce l’ho con nessuno: né coi fascisti e né con i comunisti…volevo solo spiegarmi il perché hanno scomodato quei ragazzi in nero, come domani potranno scomodare quelli in grigio dei servizi, con il medesimo obiettivo: raccogliere centomila voti qui con una parola d’ordine, centomila là con il suo opposto. Tanto nelle fanfare dell’informazione, tutto si tritura e svanisce. L’importante è che resti il consenso, il voto, la fiducia (!).

La Domenica delle salme
una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante…
…mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di “vibrante protesta”.

(1) L’estensore dell’epiteto mortuario fu Luigi Longo, PCI e membro del CNL, che forse scivolò in una retorica un po’ fascista ed un po’ futurista, quella d’inneggiare sempre al superlativo assoluto, il “super” appunto. Ma si sa: il linguaggio maschera gli inganni e, chi sa di cosa parlo, capirà.