Carlo Bertani blog: un piccolo spazio aperto sul mondo, qui e sul sul mio sito, www.carlobertani.it..e adesso http://italianzihuatanejo.blogspot.com/
26 agosto 2014
Il peso delle anime
In un celebre (e bellissimo) film si narrava che il peso dell’anima è di 21 grammi: solo dalla Siria, ieri – dunque – sono volati in cielo un dieci chiletti abbondanti da distribuire tutti nel paradiso di Allah, divisi (ovviamente) in soldati siriani e guerriglieri dell’ISIS. Dalla Libia “si dice” che siano arrivati 4 chili scarsi, tutti da Tripoli, zona aeroporto. Bombardamenti, si sa.
Da Roma, invece, oltre ai soliti invii dagli ospedali e dalle strade per incidenti vari, 42 grammi – giusti giusti – sono giunti in cielo, un anima ucraina (ortodossa?) ed una cristiana, ed è di queste due anime che c’occuperemo principalmente, senza trascurare le altre, ovvio.
Le anime sono volate via da una graziosa e discreta villetta di via Birmania, quartiere EUR: zona non proprio nobile ma riccotta, nulla a che vedere con altri quartieri della “Roma bene” abituati – ogni tanto – a strani e terribili omicidi, ricordiamo la contessa Filo della Torre e, andando indietro nel tempo, il conte Casati Stampa & moglie & di lei amante.
Chi è l’assassino? Il solito “bravo ragazzo” figlio di un alto ufficiale della Guardia di Finanza ma – dalle evidenze del fatto – apparirebbe un poco disturbato. A 35 anni, ancora giocava in giardino – in tuta mimetica ed anfibi – con il lancio dei coltelli, al punto di spaventare la sua vittima, la quale si rivolge – con un SMS – al padrone di casa, l’uomo che aveva “ospitato” l’assassino nel periodo delle vacanze dei genitori. Almeno, così presumiamo.
Questo delitto, di per sé abbastanza complicato se lo prendiamo dalla parte delle indagini – perché era ospite da due mesi presso il suo collega di lavoro? perché non riusciva a reprimere (o, almeno, a nascondere) la sua passione per le armi bianche? al punto di spaventare la vittima? – si svolge come un film sotto i nostri occhi se cerchiamo di spiegarlo sotto l’aspetto psicologico.
Ancora un dato: la sorella si stupisce. Perché lo hanno ammazzato? In parte è vero: essendo oramai salito sulla sua auto, potevano colpirlo alle gambe o ad una spalla – era armato solo della mannaia con la quale aveva decapitato la povera colf ucraina – ma, nel tiro, pare che gli agenti italiani non siano molto esperti. Spaccarotella insegna. Ma c’è un’altra ipotesi.
La sorella si stupisce perché era tenero ed affettuoso con i suoi due figli piccoli ma, a ben vedere, anche questo è un dato che s’incastra perfettamente.
E veniamo alla vittima – perché in questo omicidio ci sono tutti i dati ed i valori della nostra tristissima epoca – la povera colf che viene da un Paese martoriato, dove le anime salgono in cielo sole od a gruppi: oggi indipendentisti, domani unionisti, milizie ucraine, milizie separatiste, filo-occidentali, filo-russi, veri occidentali e veri russi. Tutti insieme svolazzano verso il cielo azzurro, dal quale cadono gli aerei ed altre anime – sei chili in una sola volta – volano subito in alto.
La vittima, come sempre, non ha storia e non ha colpe – come non ne aveva la povera prostituta rumena uccisa con un palo nello sfintere, oppure la sposa afgana che, nel giorno delle sue nozze, ha ricevuto in dono 12 tonnellate d’esplosivo da un B-52 sul suo villaggio. C’é un assembramento sospetto – gracchia la radio da Diego Garcia – lo hanno appena comunicato dal Pentagono, lo confermano i satelliti: coordinate...
Già, doveva essere il giorno più bello della sua vita, il giorno del suo matrimonio.
La vittima, forse, ha commesso un errore a comunicare al padrone di casa la sua paura per il comportamento dello strano tipo: da qui è nato probabilmente l’omicidio. Le vittime, a ben vedere, hanno comportamenti lineari a fronte di psichi contorte e, a volte, sconvolte. Per questo, spesso, finiscono per avere la peggio.
Quanto era contorta la mente dell’assassino? Parecchio, e proprio lo stupore della sorella ci dà una prima chiave di lettura: come si spiegano l’affetto e le premure per i nipoti? Non sappiamo nulla della sua situazione sentimentale...celibe, sposato, separato, divorziato....ma quell’affetto, quella dedizione indicava proprio il calore della famiglia, che l’uomo – probabilmente – traeva a piene mani dal focolare della sorella.
Quando lasciava quella casa, probabilmente, andava “in debito” di calore e d’affetto: allora, ricominciava la sua vita solinga.
Perché non viveva con i genitori?
Due sono gli elementi che ci aiutano, ma solo un poco: il fatto che preferisse vivere, ospite, presso un amico (scartiamo, per ora, un ménage a trois alla Casati Stampa: non ci sono elementi per sostenerlo) indica che qualcosa non andava nella sua convivenza familiare, forse un rapporto difficile col padre, e la madre che – a 35 anni – riteneva compiuto il suo dovere.
L’altro è l’abbigliamento: anfibi ai piedi, mimetica, cintura paramilitare...cosa significano? Forse un “sono anch’io come te, papà” oppure un “vorrei tanto esserlo, ma non ci riesco” o, ancora, un rapporto edipico mai concluso “la mamma non mi vuole più”.
E le armi? Primitive: diverso sarebbe il caso se avesse usato una pistola.
Invece il suo rapporto primitivo con l’affettività s’evidenzia con quei coltelli: l’uomo – complice anche la solitudine ed una città deserta, gli amici in vacanza, il tempo e le giornate vuote – compie senza accorgersene la sua regressione. Ed il coltello è l’arma dell’uomo primitivo, l’ascia (la mannaia) ancor più.
L’SMS al padrone di casa (e suo collega di lavoro) della colf, che svela i suoi comportamenti e le sue abitudini (almeno un poco strane), scatena il raptus, la fase di follia che ignora ogni forma d’autocontrollo: la “traditrice” deve essere punita e, forse, non era nelle sue intenzioni ucciderla. Ma, quando inizia il terribile alterco i freni inibitori saltano: dopo, tutto diventa un copione difficile da decifrare, come la decapitazione, che un’analisi superficiale conduce lontano, all’emulazione dell’Iraq.
Potrebbe essere tutto: dal desiderio di negare l’accaduto (facendo a pezzi la vittima) ad un’estrema punizione della madre, o forse entrambe.
Un’ultima riflessione riguarda la polizia, accorsa in forze e trovatasi di fronte un individuo vestito in modo paramilitare che stringeva una mannaia: un uomo che aveva appena decapitato una donna. Hanno cercato in tutti i modi di calmarlo, poi gli hanno sparato alle gambe, infine – mentre stava per fuggire in auto – al cuore, uccidendolo.
Viene da chiedersi perché siano stati così pazienti, mentre in altri casi (Aldrovandi, Magherini, ecc) sono divenuti sbrigativamente decisi: botte, fino ad uccidere. Perché?
Qui, ci sono probabilmente da considerare due processi: quello identitario e quello di difformità, intesi non come eventi razionali e, dunque, meditati bensì come sviluppi quasi “animaleschi” di percezione dell’idem o dell’alter.
Inutile ricordare, qui, come le forze di polizia vivano un universo a sé stante, spesso separato (anche per privilegi) dal resto del corpus sociale: nella massa informe dei cittadini, spiccano per identità o difformità gli estremi.
Un individuo che pare essere lontano dalla realtà – o perché torna a casa un po’ esaltato dalla musica o da qualche droga, oppure perché chiede aiuto senza (apparentemente) mostrarne le cause – è un elemento lontano dalla percezione di un poliziotto. Lontano per l’addestramento che ha ricevuto, lontano per la percezione del (inesistente, per lui) problema, oppure per la negazione del problema stesso – visto come antisociale, e quindi da distruggere – mentre, a tutto ciò, si deve sommare la strana “comprensione” di questi fenomeni da parte delle autorità. Purtroppo, sostenuta da squallidi parlamentari che non conoscono nemmeno l’ABC della Costituzione.
Tornando al nostro caso, però, l’aver visto un uomo agile e muscoloso, addobbato con abiti paramilitari hanno probabilmente fatto scattare l’elemento identitario, poi terminato con il “colpo di grazia” poiché l’idem deve essere a conoscenza dei rischi che corre.
Lungo tutta questa analisi, sembra che abbiamo dimenticato la povera colf, la vittima: non è così.
Donne e bambini sono diventati il “filo di terra” dove si scaricano tutte le tensioni (ed anche gli assurdi desideri!) di una platea maschile da brivido: basti riflettere sull’uomo di Milano che ha ucciso moglie e figli soltanto...perché immaginava una nuova vita meravigliosa in compagnia dell’amante!
L’edonismo, un tempo negletto e controllato da una morale religiosa un po’ costrittiva (bisogna riconoscerlo), oggi è straripato: nulla è negato nel nome dell’affermazione e della soddisfazione personale. Certo, dopo c’è la galera, ma l’edonismo sfrenato – proprio perché senza limiti – non coglie pericoli, regole morali o principi etici.
Qui, si aprirebbe una porta filosofica che non vogliamo aprire per non tediare troppo il lettore: ci basterà affermare che, come fu stralunato il pensiero di Nietzche, lo fu anche quello di Marcuse.
Infine, si parla – a volte a sproposito, ma sempre più assiduamente – di Terza Guerra Mondiale: difficile affermare se le teorie geo-strategiche condurranno ad eventi epocali od alle solite stragi quotidiane alle quali i media ci hanno, forzatamente, abituati.
Chi è cresciuto con alle spalle l’orrore della 2GM ed ha vissuto il tetro andirivieni della Guerra Fredda ha interiorizzato un mondo di timori, ammettiamolo: gli stessi timori che, annichiliti, oggi hanno condotto a società così violente e permissive nei confronti della violenza. Domani, sarà abitudinario aprire il giornale e leggere delle solite mogli, prostitute, colf, duchesse, ragazze, ragazzine...strozzate, decapitate, seppellite, soffocate...
Non sappiamo se la Terza Guerra Mondiale sia alle porte, ma le società sono pronte a qualcosa di peggio: alla negazione d’ogni principio etico e ad una morale da postribolo. Ahi noi.
16 agosto 2014
Di Battista lo stupido, e gli idioti che gli sputano addosso
Che bel teatrino. Da un lato un tizio che sta imparando come crearsi audience sparandole grosse, tanto per passare dalla media classifica della serie B alla zona UEFA della serie A. E, per raggiungere il suo misero obiettivo, non disdegna di fare un unico fascio di sciiti e sunniti, di Gaza e dell’ISIS (o come si chiama), dei sedicenti califfi e di quelli veri, di carità sincere e di quelle pelose e, soprattutto, di petrolio, petrolio, petrolio e soldi, tanti soldi.
Riferendosi all’ISIS, Di Battista afferma che è giusto usare l’arma della rappresaglia per difendere la propria esistenza, ma si sbaglia di luogo, alleati, tempi e denari.
I suoi detrattori, invece, lamentano una vuoto storico da far inorridire La Pallice, poiché negano in toto ed urbis et orbis la risposta armata a qualsiasi sopruso. Vorremmo vedere se si fossero trovati di fronte alla domanda delle cento pistole: “Utu o Tutsi?”. Risposta sbagliata...zac...testa che rotola nell’erba secca.
I detrattori, ricordano – per caso – d’aver trionfalmente ricordato ed osannato la lotta partigiana? Cosa potevano fare i partigiani contro le SS o la San Marco? Combattere, con i mezzi che avevano. E contro il panzer che, quasi sempre, accompagnava i rastrellamenti, come si dovevano comportare? Insomma: non si può condannare in toto la risposta armata e poi ammetterla “perché quelli erano giusti”.
E chi sono i giusti?
Bella domanda, soprattutto se riferita al Medio Oriente.
Di certo, i “giusti” sono gli uomini e le donne di Gaza, che vivono in una specie di lager a cielo aperto bombardato ogni due-tre anni per riportare da capo il tasso di natalità: oppure li ho viste solo io le icone della donna incinta alla quale sparare nel ventre? “One shot, two kills”, recitava la didascalia.
Certo, perché Gaza deve rimanere una sorta di Bantustan dove la mano d’opera frontaliera non costa quasi nulla, ed Israele può così fregiarsi della Palma di “miglior economia”...e storie del genere...dell’area mediorientale.
Sbagliano, allora, quelli che lanciano i razzi contro Israele? In un certo senso sì, perché per ogni razzo giungono centinaia di missili, colpi di cannone, bombe d’aereo e di nave. E la loro disperazione, dove la mettiamo?
Quella “disperazione” è catalizzata dall’arrivo di merce – ossia missili – che giungono sempre via Iran (o dipendenti) mentre l’Islam wahabita non si cura dei palestinesi, bensì fa affari con Israele. In questo primo girone infernale, osserviamo chi sono gli “amici” dei disperati palestinesi e chi sono – per certo – i loro nemici o, per lo meno, gli indifferenti.
Fra gli indifferenti, potremmo mettere anche Erdogan e la sua Turchia neo-ottomana, la quale si spese per i palestinesi (con la Freedom Flotilla) ma più ad uso interno che internazionale: con quella trovata, Erdogan “licenziò” quasi completamente – in un solo colpo – i dunmeh, ossia la casta degli ufficiali (filo-israeliana), la quale tesseva le trame della politica turca dai tempi del massacro degli Armeni. Incapaci di dare il via all’ennesimo colpo di stato (che in Turchia non è tale, per la Costituzione di Ataturk) dopo gli eventi della Freedom Flotilla, tramontarono e, oggi, non contano più niente.
Ed è un bene che così sia. Perché?
Poiché Erdogan, oggi, è l’unico baluardo che si erge contro il malessere dilagante, il terrore allo stato puro, l’abiura ad ogni invito alla fede ed alla fratellanza umana che c’è nel Corano. Come c’è nei Vangeli, come ricordano le più grandi religioni. Ma questo non è un affare religioso.
Se Erdogan dovesse cedere, toccherebbe ancora una volta ai serbi – tanto bistrattati e derisi – la difesa di un’Europa fatta di “sdraiati”, di metallari, di neo-yippies, di iper-connessi, di annoiati, di delusi...tutti incapaci di tenere fra le mani un fucile.
Quello che sta nascendo a Ninive, è un mostro – Di Battista – che nulla ha a che vedere con i palestinesi o con i giordani, con i libanesi o chi altro. E’ la proposizione (non ri-proposizione!) di una sorta di potere assoluto dell’Islam wahabita contro tutti gli altri, siano sciiti, cristiani o chi altro.
L’Islam non è mai stato tale nella Storia: nei suoi secoli d’oro fu un faro per l’umanità, ma nulla c’entra con questi tagliagole da strapazzo contro i quali Obama il keniota – un po’ per ignoranza, un po’ pusillanimità, un po’ perché non capisce niente di Medio Oriente (e come può capirlo un keniota? Forse che un brasiliano può comprendere la complessità dell’anima russa?) – non osa porre termine subito, con un ricorso alla pura forza senza se e senza ma.
L’Islam wahabita è un brutto scherzo della Storia: nato fra un accordo fra gli Al-Saud e l’emiro Al-Wahabi nel XVIII secolo – in mezzo a pietraie assolate – poteva contare come Montezuma o come qualche reuccio del Pacifico. Invece no: una pioggia di miliardi è cascata addosso a quel regime assurdo ed anti-storico perché il liquor maleodorante serviva a tutti, e tutti erano disposti a pagarlo.
Oggi, con l’uscita degli americani dall’Iraq, il potere (tramite Al- Maliki) era quasi completamente in mano agli sciiti: i grandi giacimenti dell’Est (Amara) o del Sud erano in mano sciita: l’Iran, non poteva attendersi di meglio dopo dieci anni di guerra senza risultati. Un bel pacchetto regalo.
Ecco allora che i wahabiti si riorganizzano e, grazie alla debolezza di Assad (anche questa di fonte USA), tornano a macinare miliardi tramite le varie zacat e saddaqua e torna persino in auge hawala (termine hindi) che fu l’embrione dei finanziamenti elettronici ad Al Qaeda. Non stupiamoci troppo: ogni cosa ha sempre capo a Riyadh.
Ora, vorrei chiedere all’esimio Di Battista – il quale ammette ogni sorta di difesa contro i droni – cosa ne pensa del filmato che segue, se ancora si sente così convinto che questa gente vada difesa (o sorretta?), così come vorrei domandare ai detrattori di Di Battista se, ancora, i palestinesi non hanno diritto a difendersi.
Nel filmato, una cosa mi ha colpito: uno degli autisti, affranto dalla serie interminabili delle domande da “catechesi” risponde, stufo, “io voglio vivere”. Quell’autista ha detto, prima d’essere ammazzato, la verità più semplice che tutti noi uomini accettiamo come universale: vivere, senza offendere né ammazzare altri. Vivere del proprio lavoro, come facevano quei tre poveri autisti (nella versione integrale – che è stata probabilmente “depurata” – c’era l’esecuzione completa).
Ti senti ancora di difendere gli ha sparato loro in testa? Rispondi, Di Battista.
29 luglio 2014
il ponte della concordia
Mentre a Gaza gli israeliani massacrano deliberatamente (job is usually, la scadenza è bi o triennale) bambini israeliani, oppure si disserta sulla futura guerra mondiale sui confini orientali europei di là da venire o, ancora, si riconosce che Schettino ha fatto meglio di Renzi – lui sì che ha creato migliaia di posti di lavoro, altro che Bangladesh o Turchia per la demolizione della Concordia – anche qui a Savona (nel suo piccolo, ovvio) si lavora alacremente per costruire e demolire, com’è d’uso oggi – nel fulgore dell’iperliberismo – per fare i soldi.
Qui, i dollaroni si fanno costruendo ponti e demolendo quelli vecchi. Che male c’è, direte voi. Aspettate.
Intanto, scorporiamo i ponti romani perché quelli, da duemila anni, se la ridono e campano d’ottima salute: con le loro “schiene d’asino” al vento di Tramontana, osservano i poveri ponti moderni che le alluvioni si portano via.
Il problema, quando per un po’ di anni non vengono alluvioni e Giove Pluvio sta calmo, è come costruire ponti nuovi! Altrimenti? Gli appalti? Come avevo preannunciato, si demolisce.
Cosa si demolisce? I vecchi ponti, ovvio. Già, ma quelli antichi stanno in piedi per secoli, quelli di qualche decennio crollano da soli quando c’è un’alluvione...non rimangono che i ponti nuovi.
Il ponte nuovo che andrà demolito è un modesto ponticello levatoio che conduce da una riva all’altra del vecchio porto, sfruttando un punto dove le acque si restringono: il guaio è che ha solo 16 anni. E’ scassato? Fatiscente? Non funziona?
Niente di tutto questo: non va bene per i disabili.
Costruite i montascale! Ci sono già, ma non funzionano.
A questo punto, le persone con ancora un po’ di sale in zucca se la sono grattata: chiamate la ditta e fateli riparare...no, “non vale la pena”. Riparare due montascale per le carrozzelle?!?
Gratta gratta e la verità salta fuori.
I croceristi della Costa si sono lamentati perché devono trascinare i trolley su per l’ardua scalinata del ponte: ben trenta scalini! Ma si sa: Costa chiama e Casta risponde. Come sa fare, ovviamente.
A parte tre quisquilie:
a) i croceristi della Costa arrivano in gran parte a Savona con gli autobus, quelli che arrivano via treno trovano il bus navetta. Insomma, è solo qualche turista “fai da te” che si trova quella specie di “Everest” da 30 scalini, che comunque possono evitare facendo il giro della darsena, 500 metri.
b) Non è, per caso, che è possibile costruire sull’altro lato dove non ci sono i montascale due “monta-trolley”?
c) A chiudere il porto, hanno costruito un mega-palazzo a forma d’anfiteatro con scaloni (per arrivarci) veramente mozzafiato: lì, nessuno fa questioni di handicap. Tanto non c’è nessuno: la costruzione megalitica è praticamente vuota – adesso, visto che è stato un fallimento immobiliare, ne costruiscono un’altra – come il grattacielo che osservate sullo sfondo: costo di un appartamento di 3 stanze, 1,3 milioni di euro. Mia figlia l’ha ribattezzato “La tomba di famiglia più grande del mondo”.
La soluzione trovata è stata di costruire un secondo ponte e demolire il primo: tutto normale, niente da dire, i soldi li ha messi l’Ente Porto e via così. Ma chi comanda all’Ente Porto? Le solite propaggini della Casta.
Veniamo ai conti.
Il nuovo ponte (che potete osservare nella fotografia sullo sfondo, dove c’è la ruspa gialla ferma) fu appaltato ad una ditta di Parma per 1,2 milioni di euro. Il vecchio, generosamente, lo regalarono al Comune che fece marameo, così ci saranno anche 200.000 euro per la demolizione.
E veniamo ai tempi.
Il nuovo ponte è “partito” nel 2012, doveva essere pronto nella Primavera del 2013, ma...
All’inizio del 2013, la Cometal di Parma (ditta vincitrice dell’appalto) presenta i libri in Tribunale e la procedura fallimentare impone lo stop a qualsiasi attività fino a Giugno 2013. Attualmente, sembra che i lavori dovranno riprendere, ma...nel guazzabuglio delle carte, della gare d’appalto e tutto il resto nulla è certo...insomma, il solito pasticcio italiano.
Dulcis in fundo, quando sarà terminato, il nuovo ponte sarà molto basso sull’acqua ed avrà un “tirante d’aria” (lo spazio fra la superficie del mare ed il piano del ponte) insufficiente per far passare anche le barchette da pesca. Prima, invece, con il “vecchio” ponte levatoio, era necessario aprirlo solo quando transitava una barca a vela oppure un grande cabinato.
Siccome, in passato, ci sono state polemiche sulla “solerzia” di chi doveva aprire il ponte...apriti cielo, quando dovranno aprirlo ogni mezzora!
Chissà perché, gli inglesi costruirono il Tower Bridge in 8 anni e lo inaugurarono nel 1896: il ponte, dopo numerosi ammodernamenti, è ancora oggi un elemento importantissimo per il traffico stradale e quello fluviale.
Soprattutto, non ci sono pazzi in giro che lo vogliono demolire per far posto ad un ponte girevole: quello di Taranto è molto diverso per funzione, poiché usato soltanto per far transitare dal Mar Piccolo al Mar Grande (e, quindi, al mare aperto) le grandi navi della Marina Militare o poco altro. E’ l’unico in Italia.
Dopo questa istruttiva storiella (tutta verificabile, basta buttare due parole su Google) ci rendiamo conto del livello organizzativo/amministrativo della nostra classe politica, locale e nazionale?
Tralasciando che erano fondi dell’Ente Porto, con quei soldi si sarebbe potuto fornire – per un anno – un reddito di cittadinanza (o di disoccupazione) di 500 euro mensili per 233 persone.
Perché “il ponte della concordia”? Perché – almeno fino a quando qualcuno non ha cominciato a ridere loro dietro – erano tutti d’accordo, destra, sinistra, alto, basso, ex di tutte le parti...non so come abbia votato (se era già in Comune all’epoca) il M5S, immagino contro, gli unici.
Questa vicenda potrebbe addirittura essere definita banale – 1,4 milioni di euro – poiché gli scandali ai quali ci hanno abituati sono colossali: l’EXPO, il Mose, la TAV e tutto il resto di grandi dimensioni.
Però sono tante ruberie: una per ogni città, piccole o grandi che siano, ci sono le piccole e le grandi corruzioni. Riflettiamo che, quando per far soldi si giunge a demolire ciò che funziona col solo scopo d’avere la possibilità di un nuovo appalto, abbiamo superato Kafka, probabilmente anche Orwell, giacché nessuno fiata.
Cadono come la neve, su di noi, nuove teorie economiche “facili” e risolutive: m’astengo dal commentarle perché non sono un economista, però non ho gran fiducia nei miracoli. Ad esempio: il reddito del signoraggio può essere goduto da due soggetti diversi, ossia dalle banche private oppure dalla banca statale pubblica. Già: e chi governa la banca pubblica? I cognati, i figli, i fratelli, gli amici di quelli che fanno i MOSE, l’EXPO e via discorrendo.
Altri economisti sostengono che la situazione italiana è senza sbocco perché il prelievo truffaldino (il teorema di Craxi, su ogni appalto il 30%) è troppo alto e ampio, diffuso sul territorio. Ciò ha condotto il rapporto debito/PIL al 135%. Perché le cosiddette “riforme” di Monti non hanno dato nessun frutto? Poiché, parallelamente all’aumento dei gettiti (Equitalia, leggi Fornero, ecc) sono aumentati gli appetiti. In altre parole, ci hanno tosati per far soldi: la Casta, nessun altro, ha goduto.
Si torna da capo: come sbarazzarci di questa gentaglia che s’è impossessata del potere e lo sta consolidando, grazie a manovre di palazzo che esauriranno qualsiasi spazio di democrazia? Siamo tornati ai “senatori” (e deputati) “del Re”, in una situazione ben peggiore del 1861, quando nacque il Regno d’Italia. Paradossalmente – se i senatori erano di nomina regia – almeno i deputati erano eletti (con modalità diverse da oggi, si rifletta sul non voto alle donne), però qualcuno li sceglieva.
Per qualche tempo s’è pensato che il M5S ce l’avrebbe fatta a sgominare la Banda Bassotti al potere, invece la Banda ha serrato i ranghi ed ha messo in difficoltà il M5S stesso, poiché digiuno di politica. Quando hanno iniziato a “macinare” meglio ciò che succedeva, oramai l’asse di ferro fra il PD e Berlusconi era cosa fatta e non ci sarà più spazio per nessuno.
Ci vuole un “cambio di passo” all’interno del movimento stesso, un mutamento lento e sostanziale: non servono le chiamate alle armi e nemmeno le sterile polemiche, anche se condite con molto umorismo.
Se si desidera andar oltre, e fare in modo che un plafond più ampio della popolazione comprenda, bisogna iniziare a presentare situazioni, problemi, malgoverno, idiozie, ecc...ed indicare le soluzioni.
A fianco del “popolo” incazzato del M5S, servono persone esperte che sappiano indicare le soluzioni dei problemi: basta con ‘ste teorie monetarie che un altro contesta e non si giunge mai alla fine. Meno Wall Street e più Main Street.
In tutta Europa (mettiamo il naso fuori, ogni tanto) non si discute sulla forma di governo o su quella delle assemblee elettive: si dà per scontato che le assemblee sono elette – con preferenze – da apposite liste. Sbagli le persone che metti in lista? Perdi voti.
In Europa il dibattito che tiene banco è (soprattutto dopo Fukushima) quello dell’energia, accoppiato al clima, che sembra mutare con una velocità impressionante. Vi siete accorti che il 2014 sarà un anno senza Estate? Un altro dibattito è la produzione agricola, gli OGM...per noi italiani sarebbe meglio riflettere sulla principale industria italiana, il turismo.
Tutto questo deve essere presentato, spiegato, scritto per gli italiani dal M5S – perché è l’unica forza politica in grado di farlo – e allora i consensi non saranno più “ballerini” e non soffriranno per il mutar del vento politico, per i bei faccioni dei giovanottoni simpatici che piacciono tanto, oppure per le belle donnine che li circondano. Che, a volta, fanno addirittura i ministri.
Smontare e rimontare una cultura di governo, è l’unica strada da seguire: ci vorrà tempo, certo, ma non vedo altra soluzione.
21 luglio 2014
Un copione già visto
L’abbattimento dell’aereo di linea della Malaysian Air Line è uno di quei casi che terranno banco per molto tempo, e così scivoleranno nella Storia con le pantofole di velluto, senza disturbare nessuno: a differenza dell’altro incidente dell’8 Marzo – quando un aereo scompare, pare riapparire per poi scomparire del tutto (a ben vedere, un nuovo copione) – l’aereo caduto in Ucraina ha un illustre precedente, ossia Ustica.
Di tutta la tragedia restano tre vagoni refrigerati carichi di morti, di pezzi di morti, di bambini dilaniati: tutta gente che – almeno – non dovrebbe aver sofferto giacché l’improvvisa depressurizzazione dovrebbe aver almeno fatto perdere loro i sensi. Speriamolo, per quella gente innocente.
Visto che, attualmente, siamo preda della disinformazione più bieca, mentre saltano fuori sistemi missilistici, alquanto vecchiotti, che pare – e sottolineo pare – non abbiano agganciato il missile al radar d’inseguimento, basandosi solo – per il lancio – sul radar di scoperta (come abbia fatto, allora, a colpire rimane un mistero) oppure pochi fotogrammi di un sistema SA-11 che rientra in Russia con un missile mancante (io, confesso, dalle immagini non l’ho notato) o ancora una bella chiacchierata fra miliziani ed ufficiali russi dove confessano in diretta planetaria d’aver abbattuto un aereo civile.
Come se i servizi russi ed ucraini non parlassero la stessa lingua, non conoscessero come il proprio palmo la disposizione delle forze avversarie, gli ucraini non avessero anch’essi in dotazione l’SA-11...qualche fotogramma d’archivio ce l’hanno tutti...la giustificazione per il missile che non ha rilevato l’IFF del Boeing (If Friend or Foe, ma nei modelli civili è chiamato transponder) perché non ha agganciato il missile al bersaglio. Va beh, tutto fa brodo: un missile viene lanciato alla cieca nel cielo e, 10 km più in alto, colpisce un aereo civile. Mah.
Nelle primissime ore, qualcuno aveva menzionato anche la contemporanea caduta di un aereo militare, poi sparito nel tritatutto dell’informazione usata come arma: per subissarti di input e non darti il tempo di ricostruire nessun puzzle.
Forse, quel caccia scomparso – del resto, nel silenzio più assoluto dei media, gli ucraini bombardano ogni giorno i separatisti con i loro velivoli – racconterebbe più cose di tante notizie frullate alla svelta e presentate nei Tg all’ora di cena. Se esiste per davvero, ovvio.
Dobbiamo, però, prima fare un salto all’indietro, al momento della “separazione”.
Che la Crimea prendesse la via della Russia non era un mistero per nessuno: le basi della Flotta sono tutte lì, la popolazione è in gran parte d’etnia russa (sempre per la stessa ragione, sono marinai e tecnici di manutenzione della grande flotta del Mar Nero) che si spinge, talvolta, nel Mediterraneo facendo base a Tartus, in Siria.
A dire il vero, i russi avrebbero l’alternativa di Nikolaev – sulla costa est del Mar Nero – ma, da sempre, Nikolaev è un enorme cantiere di costruzioni navali: sarebbe difficile farci stare anche la base per una flotta.
Se qualcuno riteneva che la questione fosse conclusa con la Crimea (tacitamente accettata dalle diplomazie internazionali) c’era un altro “bubbone” che sarebbe scoppiato: l’ho sempre sostenuto e (forse) anche scritto tempi addietro, il Donbass.
Il Donbass è un’area ricchissima di carbone (e, pare, anche di gas e petrolio), abitato da etnie prevalentemente russe, che mal hanno accettato la “nuova” Ucraina, ritenendo la “fratellanza” con la Russia di primaria importanza.
Del resto, sono popolazioni di confine – alcuni con doppio passaporto – oppure russi trasferitisi lì al tempo dell’URSS: insomma, questi hanno tutto da guadagnare a stare dalla parte del più forte (oltre che a sentirsi parte della nazione più forte) ed abbandonare il Paese che si regge sul lavoro all’estero degli emigranti.
Da qui, la guerra: prima strisciante, poi guerreggiata.
E torniamo agli strani parallelismi con Ustica.
Sul cielo di Varsavia, mezzora prima della tragedia, s’incrociano l’aereo presidenziale di Putin ed il Boeing della Malaysia Air Line: questo è un dato di fatto, certificato dai controllori di volo polacchi. Ovviamente, le rotte sono diverse: l’IL-96 torna dai Carabi ed è diretto a Mosca, l’altro è partito da Amsterdam e va in Malesia.
Se osservate una cartina dell’area, potrete notare che l’aereo di Putin non sorvolerà mai l’Ucraina, avendo come rotta quasi una retta che lo conduce verso Minsk, nel Belarus, e poi direttamente a Mosca. I velivoli, spesso, sono obbligati a volare all’interno delle aerovie e, quindi, non possono sfruttare a pieno i vantaggi di una rotta ortodromica. Al più, lo fanno sugli oceani o sulle rotte polari.
Il Boeing, invece, riceve l’assenso a volare per “waypoint diretti” e – diretto a Kuala Lumpur – scende verso Sud-Est allontanandosi dall’aereo di Putin, che continua su una rotta grosso modo ENE.
Chi scorta gli aerei dei Capi di Stato?
Dentro lo spazio aereo nazionale, i velivoli militari: e fuori?
Sono trattative complesse, delle quali quasi nulla viene a galla: normalmente, in ogni spazio aereo nazionale sono i caccia della nazione a doverlo scortare, ma ci sono tutta una serie di “se” e di “ma” ed il lavoro di preparazione di una missione all’estero richiede settimane di lavoro e di contatti per i servizi addetti alla sicurezza.
Torniamo indietro qualche secondo ad Ustica.
L’aereo di Gheddafi – che si recava a Varsavia per una riunione ad alto livello – decollò da Tripoli (o da Misurata) scortato dai caccia libici e fu preso in consegna, al limite delle acque territoriali italiane, da due F-104 per la scorta. I caccia libici tornarono indietro ma furono sostituiti da altri velivoli che decollarono da Misurata: Gheddafi aveva probabilmente ricevuto qualche avvisaglia di ciò che stava per accadere, e non si fidava.
Il compito dei due F-104 era di scortare l’aereo presidenziale fino allo spazio aereo austriaco, dove sarebbe stato preso in consegna dagli austriaci. Ma successe il patatrac.
Aerei francesi decollarono dalla base presso Bonifacio (in Corsica) e ci sono testimonianze dei decolli ravvicinati di quel pomeriggio, quasi si trattasse di una guerra. Degli americani non si hanno notizie certe, ma durante il “ripescaggio” del relitto del DC-9 vennero a galla anche pezzi di Phantom mai meglio identificati. I Phantom erano in dotazione alle portaerei della VI Flotta.
L’aereo di Gheddafi fece dietro front e tornò in Libia a tutto gas (questa è una delle ricostruzioni) ma la seconda scorta rimase: così prese inizio la famosa battaglia aerea di quel giorno: non si sa se il DC-9 Itavia fu abbattuto volontariamente da qualcuno che lo ritenne l’aereo presidenziale, oppure se il disgraziato aereo “agganciò” per sua sfortuna un missile all’infrarosso destinato ad altri.
Questa non è una ricostruzione di fantasia, ma nemmeno pretende d’essere verità distillata: dopo 34 anni di “muro di gomma” si è addirittura perso memoria del giorno in cui cadde il Mig libico sulla Sila!
Torniamo all’oggi.
L’aereo di Putin può essere scortato sopra il Belarus da caccia russi: ma prima? C’è da fidarsi (dopo l’incidente di Katyn) di una scorta polacca?
In ogni modo, nella fase finale del volo la rotta dell’IL-96 rasenta il confine ucraino ad una distanza di circa 50 miglia nautiche: cosa può essere successo in uno spazio così ristretto per velivoli che volano a Mach 2? Anche nulla.
Nella confusione generale, però, qualcuno può aver inserito un’informazione errata nel sistema (per errore o di proposito, non lo sapremo mai) – il Boeing malese, oramai, si trova a centinaia di miglia dall’IL-96 – però qualcuno può averlo ritenuto l’aereo di Putin proprio a causa di un input sbagliato.
E c’è una verità tangibile e verificabile: qualcuno ha agganciato l’aereo al suo radar di tiro (a terra od in volo) ed ha premuto il pulsante, questo è innegabile.
Pazienza: fra cinquant’anni ci diranno che fu un’esplosione in volo, oppure una bomba, anche da quelle parti hanno ottimi produttori di gomma per costruire muri. Persino migliori dei nostri.
27 giugno 2014
Quelli che “...sono contro la caccia...”
Si fa presto a dire sono “contro la caccia”: a prima vista lo siamo tutti. Ma.
Sarebbe più logico diventare vegetariani – c’è poca differenza fra la fucilata nel bosco o lo “sterilissimo” colpo con la pistola a molla che domattina (oggi è Domenica) sfonderà il cranio di una mucca in un qualsiasi macello – ma anche il vegetarianesimo (o veganesimo) comportano dei problemi, come vedremo.
Gli animali sono i nostri compagni di viaggio, anche quelli che mangiamo: che paradosso, vero? La mia gatta non si cura delle acciughe morte che le do da mangiare...ma se fosse un coniglio? Per alcuni è un animale da compagnia, per altri uno splendido sugo per le tagliatelle. Osservo le lumachine sull’insalata e le sposto in un posto fresco, mio fratello le raccoglie, le mette a spurgare nell’acqua e se le mangia.
Io, da parte mia, potrei anche fare a meno della carne, ma del pesce sarebbe un vero tormento: tonni e tonnetti (bonitos), acciughe fresche, salate o in carpione col limone, moscardini e gronghi...non mangio pesce “nobile” ma quello popolare, anche se so benissimo che non fa differenza.
Siamo partiti dalla caccia, ed alla caccia torniamo.
Molti anni fa – siamo intorno al 1960 – la caccia era, quasi ovunque, praticata nei confronti della lepre, del fagiano, della quaglia e di pochi altri animali.
Il cinghiale? Il cinghiale era solo in Sardegna ed in qualche riserva naturale della Toscana: i salamini di cinghiale sott’olio erano una vera rarità, che trovavi solo in Sardegna ed a Grosseto & dintorni. Poi, avvenne il cambio della fauna: ecco come avvenne.
Il cinghiale è un animale potente, ma poco prolifico: ti può aprire la pancia senza tante storie con le sue zanne se capiti male (femmine con i piccoli) e so di gente che s’è arrampicata sugli alberi per sfuggirgli. La sua scarsa diffusione era causata dal fatto che più di un paio, al massimo tre piccoli non metteva al mondo: l’equilibrio della popolazione era quindi perfetto, scarsa prolificità e caccia praticamente assente.
Qualcuno – bisognerebbe cercarlo nelle associazioni venatorie? – ebbe un’idea: perché non li incrociamo con maiali di certe sottospecie (come il maiale sardo od altri di razze inglesi), che hanno una livrea praticamente identica? Ecco fatto: nacque un cinghiale che conservò le zanne ma che, in compenso, sfornava 8-12 cuccioli per ogni nidiata.
E l’equilibrio saltò.
Ci vollero decenni: nel 1980 in Liguria già esistevano le “squadre” per la caccia al cinghiale mentre nell’alto Piemonte erano praticamente sconosciute. Ora, quando vado nella casa di famiglia sulla Serra d’Ivrea, li sento grugnire – la notte – a due passi.
Poi c’è il capriolo: “Bambi” che tutti i bambini imparano a conoscere nei cartoni animati. Animale mansueto, docile, che s’affeziona addirittura all’uomo: il problema è che – come tutti i caprini – preferisce cibarsi di gemme piuttosto che d’erba. Cosicché, non solo qualsiasi coltura è a rischio, bensì anche ogni taglio di bosco ceduo stenta a ricrescere, poiché i caprioli fanno razzia di gemme.
Alcuni dati: lo scorso anno, nella provincia di Savona, fu autorizzato un “prelievo” – eufemismo: hanno ammazzato – circa 3.000 cinghiali. Immaginate un po’ che razza di fauna c’è nei boschi d’Italia: una sorta d’allevamento sul territorio, a disposizione dei cacciatori. Purtroppo, non ho dati sui caprioli: so soltanto che sono stati introdotti i primi daini (il daino è un animale piuttosto grande, il maschio rasenta il quintale, a differenza del capriolo) poiché il capriolo non incontra molto il gusto dei consumatori...si spera nel daino.
Perché questo affaccendarsi in razze ed incroci?
Poiché la caccia non è soltanto uno sport, è un’attività redditizia.
Stabiliti in circa 1.000 euro le spese fisse (tasse, licenze, cartucce, ecc) ogni componente di una squadra (sono circa una decina di persone) può arrivare a mettere insieme 5.000 euro l’anno, considerando sia il quantitativo di carne per auto-consumo, sia gli introiti derivanti dalla vendita.
La legge proibisce di fare commercio con i proventi della caccia, ma – capirete bene – quanto siano facili da superare questi divieti: per un ristoratore basta avere una fattura o due di cinghiali allevati per sfornarne venti “abusivi”.
Rimedi?
L’unico rimedio è la caccia oppure il ripopolamento con i predatori che un tempo erano comuni sui nostri rilievi: lupi, linci ed orsi.
Eviterei qualche marchingegno genetico per risolvere la questione con “l’alta ingegneria” delle specie, perché – dopo – non sapremmo più veramente a quale santo votarci: meglio stare con i piedi per terra, nel senso che di unicorni e draghi volanti non abbiamo proprio bisogno. Lasciamo stare Jurassic Park. E nemmeno provare con qualche microbo che, dopo, magari provoca l’invasione delle vipere o la morte di tutti i faggi.
Vediamo le specie conosciute.
L’orso, ad essere precisi, non è un vero e proprio predatore nei confronti del cinghiale o del capriolo: può essere considerato un competitore, in ogni modo c’è un progetto per diffonderlo nelle Alpi Centrali (1). Non si tratta dell’orso marsicano, ma dell’ursus arctos, dal quale il marsicano differisce solo per dimensioni (300 kg max contro 700). Insomma, il “cuginetto” del grizzli. In Croazia, ogni anno, ci sono circa tre morti a causa degli orsi: si tratta per lo più di ristoratori od albergatori di zone impervie. Mi spiegarono in loco che, al termine del letargo, le bestie affamate s’introducono nelle dispense di queste strutture e, incontrando qualcuno, lo “scostano” un po’ troppo rudemente...insomma, nessuna volontà d’ucciderlo per farne preda, però...
I lupi sono i principali candidati per questa “disfida”, ma ci dimentichiamo di una cosa: già ci sono, e mica pochi. Fonti attendibili affermano che, fra Genova ed il confine francese, siano attivi una decine di branchi per un totale di un centinaio d’esemplari. E non hanno certo scalfito la popolazione dei cinghiali.
A complicare la cosa, ci sono anche branchi di cani selvatici i quali si sono accoppiati con i lupi, determinando degli ibridi: si tratta di cani da pastore, molto vicini geneticamente ai loro cugini selvatici, mentre i molossoidi (alani, mastini, ecc) hanno repulsione per i lupi.
Questi nuovi “lupoidi” temono l’uomo molto meno dei lupi e, paradossalmente, sono più pericolosi, perché hanno meno remore ad avvicinarsi agli abitati.
Personalmente, vidi una coppia di lupi fuggire da un incendio boschivo di grandi dimensioni: passarono a qualche decina di metri da me e tirarono dritto, senza curarsi degli umani. Si notava “a pelle” che cercavano un rifugio, una forra od il folto del bosco per nascondersi e non pensavano affatto ad attaccare: in effetti, tutta la scena durò al massimo 10 secondi.
Il terzo, possibile predatore è la Lince: un “gattone” che pesa circa 30 chili ed è alto 55 centimetri alla spalla, 70 con la testa. Le dimensioni sono quelle di un cane di mezza taglia, però si tratta del “cuginetto” della tigre.
Non ha un buon carattere: non attacca l’uomo ed i suoi insediamenti solo fin quando ha abbondanza di prede, poi, s’avvicina alle case. E’ un felino: comportamento completamente diverso dai lupi, insomma...è un “gattone” che non fa piacere incontrare in un bosco perché salta sugli alberi, è silenzioso, e ti può “atterrare” sulla testa quando meno te lo aspetti.
La Lince è già presente in Francia, Svizzera ed Austria: in Italia, è stata fotografata sull’Appennino tosco-emiliano nei pressi di Forlì, mentre un mio conoscente (cacciatore) ne ha scorto le orme sulla neve sul Monte Beigua (alle spalle di Varazze).
Non c’è da stupirsi della sua presenza, come di quella dei lupi: gli animali tendono a disporsi sul territorio sempre in cerca d’aree esclusive di caccia, gioco forza questo comportamento genera, prima o dopo, una diffusione a macchia d’olio.
La fauna disdegna le aree pianeggianti e coltivate (salvo fare incursioni notturne) ma l’Italia – esclusa la pianura Padana e poche pianure costiere – è una sola area montagnosa, partendo da Trieste per finire a Reggio Calabria, senza soluzione di continuità.
Se si opta per questa scelta, bisogna avere almeno una legislazione per le armi simile a quelle francesi, svizzere o austriache – ossia libertà nell’acquisto per le armi da caccia (canna liscia) – poiché se la gente non può spaventare – e all’occorrenza uccidere – queste bestie, prima o dopo scatterà un pogrom silenzioso ed omertoso.
Inizieranno ad essere trovate carcasse di lupi, di linci o di orsi nei boschi senza – ovviamente – che ci sia la firma di nessuno. Al primo bambino o cercatore di funghi dilaniato, come reagirà la popolazione?
Come potrete notare, qui non si tratta di un problema etico, bensì politico il quale somiglia molto alla legislazione sull’aborto: un male, ma un male necessario per non avere mali peggiori.
Le forze dell’ordine? Inutili.
Al primo rombo di una camionetta che s’avvicina la lince scompare nel folto del bosco, dal quale ti tiene d’occhio – è una piccola tigre, per carattere, non scordiamolo – e si ripresenta qualche giorno dopo. Pazienza se viene predata qualche gallina, ma se attacca tuo figlio mentre gioca nel prato?
E’ un equilibrio difficile da mantenere: l’equilibrio fra le popolazioni animali (uomo compreso) necessita di nervi saldi e sangue freddo, soprattutto da parte dell’uomo, che riveste il ruolo di gestore di questi equilibri.
Gli animali, a loro volta, hanno l’arma della prolificità: nessuno schioderà mai più dall’Italia i cinghiali, per la semplice ragione che non sono più cinghiali, bensì maiali mascherati.
Quindi, la scelta: o la caccia – ancor più determinata di oggi – oppure i predatori, ma in buon numero. Le armi? In “Bowling at Columbine” Michael Moore ha dimostrato senza ombra di dubbio che gli omicidi non hanno nessun rapporto con la diffusione delle armi – ricordiamo il confronto fra la sponda canadese e quella USA del lago Michigan – mentre la vera ragione sono le menti malate e disperate, che uccidono anche con un coltello da cucina.
Chi è rimasto sconfitto in questa strana guerra sono gli agricoltori periferici, ossia quelli che coltivavano le aree appenniniche e prealpine: oggi, non è più possibile coltivare pressoché nulla in quelle aree, ed i risarcimenti per i danni causati alle coltivazioni (è un compito affidato alle Province) seguono il corso delle finanze pubbliche, sempre più rari ed esangui.
Ho visto personalmente campi di patate (quasi sotto casa) ridotti ad un terreno arato, e una coltivazione di fagiolini a rama alta, a non più di qualche decina di metri dalle case, “potata” fino all’altezza di un uomo dai caprioli.
Bene: possiamo fare a meno degli agricoltori di collina/montagna? Certo!
Fra un po’ faremo a meno degli agricoltori in toto, visto che il tasso di sostituzione italiano è di un solo agricoltore sotto i 30 anni per 8 anziani, mentre in Francia è di circa 7,9 ad 8 ed in Germania, addirittura, di 8,1 ad 8. E’ facile capire quali sono gli Stati che preservano e finanziano l’agricoltura, anche di nicchia, perché (ad esempio per i vini) certe cultivar crescono solo in certi posti, e non si può sostituire il Barbarossa con il Sangiovese: così, interi “pezzi” di tradizione vinicola se ne vanno.
Domandiamoci: è stato una sorta di “complotto” per desertificare le aree di collina e di mezza montagna? Non lo so e dunque non lo sostengo.
Però, c’è tutta una serie di segni che parrebbero indicarlo, i quali hanno probabilmente origini e cause molto differenti.
Una è, appunto, il “ripopolamento” ad uso venatorio d’aree che erano, in origine, agricole: facciamo notare che non si tratta di cocuzzoli di montagne o di luoghi impervi, bensì di terreni o in leggero declivio o, addirittura, in piano. Aree coltivabili con le macchine, tanto per intenderci.
Un’altra causa è stata il ritiro della ferrovia da ogni valle che non prevedesse il collegamento fra grandi città, preferibilmente in alta velocità: con il traffico passeggeri se n’è andato anche quello delle merci, ed in ogni stazione secondaria – se aguzzate gli occhi – vedrete capannoni (anni ’30 – anni ’60) in disuso oppure fatiscenti. Senza il collegamento ferroviario, le aree periferiche non possono sopravvivere: per il trasporto delle merci e per un veloce trasferimento dei passeggeri. Non dimentichiamo che, le risorse (agricole, forestali, energetiche, ecc) sono sul territorio, non nel centro delle grandi città.
L’altra causa è stata l’inaridirsi dei finanziamenti agli agricoltori: ancora negli anni ’60-’70 se eri contadino avevi una serie d’assistenze per l’acquisto dei macchinari, per edificare stalle, ecc. Oggi, con i chiari di luna che ci sono, è ancora grazia se mandano un elicottero a salvarti quando un fiume straripa.
Infine, se immaginiamo un’agricoltura ed una silvicoltura moderne – come quelle dei paesi del Nord Europa – dobbiamo chiederci come si fa a sopravvivere avendo come accesso al Web reti fatiscenti, lentissime, oppure “chiavette” ancor più lente: questa è la situazione appena t’allontani dalla città.
Così, abbiamo boschi cedui immensi (che aumentano ogni anno che passa per massa boschiva) ed importiamo dalla Romania e dalla Lituania il pellet per riscaldarci: siamo il primo Paese europeo per coltivazione e commercio d’alimenti biologici...già...ancora per quanto?
Metti un giovane in un posto senza ferrovia, dove per andare ad una festa estiva deve fare 50 km in macchina e, ovviamente, non può bere un goccio altrimenti...via la patente! Non dargli la possibilità di commerciare e socializzare su Internet, non proporgli un progetto di vita (che comporti anche finanziamenti) e vedrete quanti rimangono.
Qui, in Langa, uno su dieci.
Resteremo a ballare coi lupi sulla neve, nelle notti di luna piena: li osserveremo riprendersi il territorio che una specie dominante non ha saputo gestire. Un altro fallimento, come se non bastasse il resto.
(1) http://www.pnab.it/natura-e-territorio/orso/life-ursus.html
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16 giugno 2014
La strategia del gambero
Francamente, tutto ci saremmo attesi di questi tempi – che la Bosnia vinca il Mondiale, che un astronauta Maori scenda su Marte, che la Santanché prenda il velo... – ma mai, dico proprio mai avremmo immaginato due penitenti – tali Giuseppe Grillo e Gianroberto Casaleggio – impegnati a salire, col fiatone, la ripida via che conduce al castello di Canossa dove li attendeva una rinnovella Matilde, ossia un certa Boschi, che fa da chaperon(esse) all’imperatore LoRenzo I dei Medici Improvvisati.
La sorpresa è stata tanta, quasi come le cinque pappine incamerate dalla Spagna dall'Olanda: cos’avranno pensato, di cosa avranno discusso i due mentre l’acqua li tormentava dal cielo, sciacquava loro i piedi nelle pozze della strada ed il castello era sempre lassù, grigio e imperterrito come un finanziere di guardia alle porte dell’Impero? E sapere che, dalle finestre, più occhi scrutavano e li osservavano avanzare nella bufera, nell’attesa del penitente inchino che li avrebbe liberati da chissà qual tormento?
Difficile penetrare nella mente e nell’animo di un penitente: cosa lo spinge al gesto purificatore? Proveremo ad indagarlo, anche se il compito è assai grave.
L’Imperatore – da Augusta, dove s’è recato a colloquio con la regina, Angela Elisabetta di Baviera e Sassonia – ha risposto con un’alzata di spalle: questo Grillo vuole accodarsi con le sue armate? Faccia pure, la coalizione è così potente da annichilire qualsiasi Lega di Smalcalda. Basta che stia agli ordini, come un buon comandante di plotone.
I due – quasi si trattasse di novelli frà Dolcino e Savonarola – intanto salivano, consci della responsabilità del voto on-line sulla loro decisione...ma...c’è stato un voto on-line per assieparsi con i vari piddini & Co...quelli che vanno in galera per il Mose...oppure no? Che dimenticanza.
No, pare che non ci sia stato: il solito colpo da guitti rampanti dei due satrapi del mondo mediatico/digital-buffonesco. Una parentesi: ho votato Grillo nel 2013 e l’ho rivoltato alle Europee...perché? E chi altro si poteva votare, uno qualunque dei tanti saltimbanchi della tangente? Certo, si poteva non andare a votare.
E qui, ci vuole l’anamnesi dei saltimbanchi della tangente.
Siccome sono ladri li facciamo anche stupidi, ma così non è: per rubare a botte di miliardi di euro, e non pagare quasi mai lo scotto, mica bisogna essere stupidi. Anzi.
Il nostro errore è chiedere loro conto del loro comportamento come politici ed amministratori, ma essi non sanno nulla di politica: sono dei ladri e basta, ben organizzati.
Questo è ciò che Grillo non capì all’indomani delle elezioni del 2013: è vero che bisogna essere onesti, ma un buon investigatore – quando deve beccare un ladro – non usa la logica di un sant’uomo per cercarlo, si cala – invece – nella parte del ladro ragionando come ragionerebbe un ladro e, da lì, prova ad incastrare i vari tasselli. Usando la logica del ladro, pur non essendo ladro.
Faccio un esempio, e non si tratta di tirar fuori storie d’altri tempi: quando andarono all’incontro con Bersani e Letta, i due grillini si comportarono da persone oneste, pur avendo di fronte due ladroni professionisti.
Se, invece di schiamazzare cose senza senso (che i due non capivano e non volevano capire) perché non gli spiattellarono una richiesta chiara, che i ladri comprendono benissimo: per entrare nel governo vogliamo tre ministeri – Interni, Economia e Giustizia – più 12 sottosegretari. Abbiamo programmi in parte comuni, come voi sostenete? Dovremo avere anche gli uomini per realizzarli.
Ve li immaginate, che so io...Di Maio agli Interni, Di Battista alla Giustizia, Loretta Napoleoni all’Economia?
“Irricevibile” sarebbe stata l’ovvia risposta: beh, allora fate pure il governo con chi vi pare. Ma il M5S sarebbe uscito senza macchia dalla trattativa. Hanno fatto il governo con Berlusconi? Eh...probabilmente si trovavano meglio...
Questo per spiegare la débacle elettorale che – tuttora – non ha ancora visto una risposta chiara, un’analisi politica convincente...la risposta sarebbe...scusate...andare a sostenere Renzi per un fumoso ed antidemocratico progetto di riforma Costituzionale...nel momento del suo massimo potere?
In questi frangenti, non si fa assolutamente nulla perché qualsiasi scelta politica sarebbe subito cooptata e macinata nel tritacarne dell’informazione, dando poi tutti i meriti dell’iniziativa a Renzi e tutte le colpe (dove non funzionerà) a Grillo. It’s politic, baby.
Renzi ha dichiarato che, stante il numero dei sindaci conquistati ed altre computi elettorali visti in progressione, il M5S ci metterebbe 100 anni ad andare al potere.
Può essere: di rimbalzo – ma senza correre a reggergli la coda – chiedetegli come sarà messo, lui, fra un anno, con il solito conto presentato da Francoforte: 9 miliardi. Per ora.
Nel frattempo – cari ragazzi del M5S – rilassatevi e godetevi l’Estate. Libro di lettura consigliato: Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo.
Tanto per cominciare a capire come funziona questo stramaledetto Paese.
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08 maggio 2014
Madonna crocifissa?
Era solo una puttana Cristina Zamfir, solo una puttana rumena. Non era nemmeno ascesa al rango di “forza lavoro”, “capitale umano”, “risorse umane”…ma lo era lo stesso: era un “capitale sessuale” disponibile nell’area fiorentina per chiunque avesse un gonfiore sopra le palle e cinquanta euro da spendere.
Sorridente, comprensiva, solo un po’ in ansia per la storia del preservativo, che nessuno vuole mai mettere: fare la puttana…mica facile…da una parte i desideri dei clienti, passino anche i più strani – le puttane lo sanno bene – basta che non si superi il segno del pericolo, e dall’altra la faccia truce dell’organizzazione, che non ci pensa un secondo a gettarti a mare in una valigia, tagliata a pezzetti.
Così trascorre le sue sere Cristina, fra una innocente fellatio, uno sfogo vaginale zeppo d’insulti – ma si sa, è la fica di una puttana ed è come, per il cliente, sfogarsi in un cesso anonimo – e qualcuno che ti tenta, che ti fa vedere mazzette di soldi in cambio del “dietro” magari condito come gioco erotico.
Di fronte all’offerta, cospicua, che magari le risparmia tre o quattro marchette normali, Cristina cede e si fa legare a quella sbarra che non sa ancora essere maledetta, ancora non sa che sarà la compagna della sua agonia, l’ultima cosa che vedrà insieme a cartacce, preservativi usati, sporcizia e rifiuti d’ogni genere.
Anche lei è un rifiuto, un agglomerato di cellule che non è diventato “capitale umano” – degno di rispetto, solo se è in tailleur e gonna sopra il ginocchio, tacco 12 e calze a rete, per farti invaghire e sconvolgerti gli ormoni fino al parossismo per poi lasciarti all’asciutto – ed allora ecco, per chi può, il surrogato, la cloaca vivente, la puttana.
Il cliente si fa prendere dal gioco, la perversione, il suo odio per le donne lo trascina ed infigge un bastone dentro l’ano di Cristina – che, probabilmente, urla per il dolore e lo prega, lo implora di smettere – ma lui non ascolta, così preso dalla sua foia malsana e – trascinato dalla sua violenza verso una donna (la madre? non c’importa, perché ora c’è Cristina) non la donna che causò quel male – affonda più forte, al punto (probabilmente) di sfondarle l’intestino.
E’ la spiegazione che forse darà il medico legale, perché non si può morire “crocifissi” ad 80 cm da terra ed inginocchiati: qualcosa come un’emorragia interna sarà successo, tanto che la povera Cristina viene udita da un’altra donna che non riesce a prender sonno. Ma la possibile salvatrice ha paura, non se la sente d’uscire: è sola, la zona è infestata dai magnaccia e, se ne incontri uno, non sai come va a finire.
L’anno precedente un’altra puttana ha subito il medesimo trattamento e s’è salvata per miracolo: le sue grida sono state avvertite da qualcuno che se l’è sentita d’uscire.
Così, in un gelido silenzio rotto solo dall’abbaiare di qualche cane, sola, lontana dal suo Paese e da chiunque l’amasse o l’avesse amata – perché anche una puttana ha avuto una madre che almeno l’ha amata, che magari poi l’ha abbandonata in un brefotrofio, ma qualcuno avrà senz’altro invocato nella sua agonia, qualcuno che sapeva volerle bene e che non c’era in quel momento, quando sentiva il bisogno di sciogliere quei nodi e di un’ambulanza – così, Cristina si sente andare, gli occhi si chiudono, uno strano sonno sopraggiunge, le fauci bruciano, la sete la tormenta, cala il buio. Silenzio. Amen.
E lui? Di lui non c’importa, ma dobbiamo occuparcene. Temono si tratti un killer seriale: può essere. “Seriale” forse perché questi delitti vengono commessi “in serie” ma non necessariamente dalla stessa persona: sono sordidi prodotti di una non-cultura, di un non-amore, di un non-sesso, di un non-perdersi. In definitiva, di un non-vivere.
La “società civile” osserva, legge l’articolo sul giornale (come quello – anni fa – del russo che uccise con un pugno una sconosciuta nel centro di Milano) e poi scuote la testa: non ha i mezzi e nemmeno poi la voglia di capire come mai si crocifigga una donna con una sbarra stradale e poi le si sfondi l’intestino con un bastone.
Ci sono già tante grane da affrontare: la bolletta del gas, pagare l’IMU, il figlio che non è passato a scuola, l’altro figlio al quale non hanno rinnovato il contratto…
E i vertici? Comprendono quel che sta capitando? No, non se ne rendono conto.
Storicamente, sono sempre avvenuti – nei secoli precedenti – fatti del genere ma erano dettati da due, essenziali esigenze: la rapina o la gelosia. Dammi i soldi: no, coltellata. Ti amo, devi essere solo mia: no, sparisci, altra coltellata. I delitti “seriali” dell’Ottocento erano rarissimi, e quasi sempre opera di raffinati individui i quali, per loro oscure ragioni, si vendicavano sulle puttane: qualcuno afferma anche un erede al trono inglese.
In compenso – almeno fino alla regina Vittoria – c’era un mondo gaudente, fatto da donne un poco “allegre” nelle stazioni di posta, da “cortigiane” assai rispettate per le loro raffinatezze sessuali, “gheishe” quasi venerate come dee e dalla puttana del quartiere, dalla quale ci si recava per sfogarsi un poco o, a volte, per piangere in libertà. Lei rimediava, dando gioia al corpo, contro i dolori dello spirito.
Nell’epoca dei “gentili” la donna divenne una Madonna, ma solo se di sangue nobile: le altre erano considerate buone per calmare i bollenti spiriti, ma le donne s’adattavano a quel ruolo. Molte pagine di letteratura dipingono un mondo godereccio e gigione, fatto di corteggiamenti ammiccanti, calici di vino e letti caldi e morbidi, dove sguazzare nudi sotto le coltri.
La disgrazia si chiamava guerra: in tempo di guerra la società si trasformava e ogni diritto era valido nel saccheggio, che strappava ai contadini armenti e cibo. E le donne, al termine del sabba, erano godute come animali.
La lotta al femminicidio – termine orripilante, ma in italiano è difficile trovare un sinonimo che comprenda tutte le donne, non solo nella loro funzione di mogli, compagne, fidanzate, ecc. – ci trova ovviamente d’accordo: come potrebbe essere altrimenti? La Boldrini ha più volte richiamato il problema, ma siamo certi che l’abbia analizzato attentamente?
Il termine è sì infelice, ma congruo: ci disturba perché sa d’antico, di tribù, d’epoche selvagge quando la femmina era solo la soddisfazione di un istinto e la riproduttrice del gruppo. A volte, soprattutto nelle tribù nomadi, la funzione riproduttiva sottostava alle necessità primarie del gruppo, e per questo non sempre era gradita. E tollerata.
E’ congruo perché per la donna, dopo aver scalato nei secoli molti scalini – in parte, riconosciamolo, per quella cosina che tiene fra le cosce – oggi si trova a dover nuovamente esser preda. Gioco erotico stupendo se praticato da menti sane, certe di saper rispettare i limiti, gioiose, magari profondamente innamorate. Terribile perversione all’opposto: qui sta la difficoltà di cogliere il sapore più segreto e complice del sesso senza scadere nell’inferno della violenza, del possesso a tutti i costi, che ancora una volta fa valere la forza del maschio.
Perché – in questa soglia pericolosa, la semantica non è acqua fresca e dunque – se è la femmina la preda, è il maschio il cacciatore. Per questa ragione indicavo i rischi di una terminologia troppo cruda, ma congrua al fenomeno, che – indicando una terminologia essenziale ma evocativa – aumenta i rischi che i fenomeni si verifichino.
Additare i rischi, le ragioni…in altre parole la genesi di questo mutamento – iniziato con le guerre del Novecento – poi divenuto usuale e, anzi, rincrudito negli ultimi lustri è molto difficile.
Prima alcuni dati.
I matrimoni durano sempre di meno: in alcune aree d’Italia, 9 su 10 terminano con una separazione. Ma questo è solo il primo dato.
Le aspettative di questi sposi sono, spesso, eccessive: sognano la luna nel pozzo e poi, quando la luna non arriva appesa all’amo, tutto crolla. Ci sono, quindi, delle aspettative che questa società non può soddisfare – a volte anche desideri più normali – quali la casa ed il lavoro.
Questo è un punto che non genera direttamente assassini (anche se la maggior parte delle violenze sulle donne avviene fra le mura di casa, per fortuna sono spesso “solo” botte) bensì un enorme “plafond” di sofferenze le quali, a volte, soggiacciono alla forza centrifuga che conduce a perdere i limiti della ragione.
E giungono le distruzioni con l’assassinio di mogli e prole, quasi l’uomo volesse cancellare la propria discendenza per mascherare un (presunto) fallimento.
Alcuni, oggi, propongono la riapertura delle case chiuse: soluzione del tutto secondaria – che non cancella assolutamente la vera e propria malattia dello spirito antecedente – bensì fatto semplicemente tecnico: se conduce ad una protezione della prostituta, ben venga. Ma senza che lo Stato si sostituisca ai magnaccia, incamerando i proventi come avveniva in passato: una quota può bastare.
E poi: auto-gestito dalle donne. Già: ma delle nostre polizie ci si può fidare?
Un altro aspetto riguarda l’immigrazione: selvaggia, senza la minima pianificazione ma solo dettata dalle condizioni del mare. Gente giovane alla quale – sempre per la mancanza della minima organizzazione – non viene concessa la riunificazione familiare.
In più, frotte di ragazze che giungono in cerca di fortuna dall’Est e finiscono sappiamo dove: un cocktail esplosivo.
I lamenti contro il femminicidio della Boldrini finiscono, in mancanza d’analisi, per essere dei vuoti richiami nel nulla, mentre le donne continuano ad essere ammazzate da mariti, fidanzati, clienti…addirittura per incontri casuali.
Gli uomini uccisi dalle varie polizie senza motivo, le donne fatte fuori per coercizioni sociali che fanno esplodere i “raptus”, ed ecco il risultato: una società sempre più violenta, che sfoga in mille modi il proprio dolore.
Che fare, signora Boldrini? Lei ha risolto il problema con la scorta per tutti i suoi familiari: e noi? E la povera Cristina? Non mi dica che se l’è cercata perché, allora…era solo una “femmina” o era una donna?
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27 aprile 2014
Piccola storia ignobile...
“Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare, così solita e banale come tante,
che non merita nemmeno due colonne su un giornale o una musica o parole un po' rimate,
che non merita nemmeno l'attenzione della gente, quante cose più importanti hanno da fare...”
Così cantava Francesco Guccini nel lontanissimo 1976, quando ancora eravamo poco di più che ragazzi: “Chi se n’è andato per età, chi perché già dottore...” Ricordate? Erano gli anni della nostra giovinezza, dei primi amori “seri”, dello studio...già...
Avremmo mai immaginato che questo sarebbe stato il finale (almeno, per adesso)?
Spicchiamo un salto proprio nel 1976 – l’anno dell’Icmesa e di Seveso – ed immaginiamo d’incontrare una zingara che ci legge la mano, che ci racconta il futuro.
“Tu vivrai a lungo ma, quando cercherai di lasciare il lavoro, te lo impediranno e dovrai faticare fino a tarda età, tirando avanti con le poche forze che ti rimangono...”
Già l’avresti guardata di storto. Ma la zingara continua:
“Non più pensione a 60 anni, no...nemmeno le donne a 55...ma a 67...70...non capisco bene...aspetta, lascia mano, due spiccioli per bambini chiedo, niente di più...una donna, una contadina...sì, contadina ma professoressa...decide lei, non si va più in pensione...”
Sì, e la lasciano fare: una bifolca che s’inventa di lavorare fino a 70 anni...ci sarà tanto lavoro!
“No lavoro, poco. Giovani lavorano per pochi soldi, spesso licenziati...non mettere su famiglia, troppo insicuri...vecchi al lavoro perché Stato non vuole pagare liquidazioni, tenere per loro, per vivere da Re...”
Eh già, e alle elezioni noi siamo così fessi da votarli, vero?
“Niente più elezioni...cioè no, elezioni ci sono ma truccate: tu voti chiunque ed è lo stesso, nessun nome puoi scrivere...legge non valida dicono i giudici...ma loro se ne fregano, il presidente se ne frega, capo di governo se ne frega, parlamentari se ne fregano...tutti, anche sindaci...tutti pronti solo ad arraffare, niente più lavoro, fabbrica chiude, ufficio chiude, niente pensioni...”
Si fa tardi – dice la mia compagna, dai...dobbiamo andare alla manifestazione per Seveso – e allora prendo cinquanta lire e le metto nella mano della zingara, la ringrazio e la saluto (almeno, la smetterà di tormentarmi...) e così è. Solo urla da lontano: “stai attento, non ti fidare!”
E a me tornano alla mente i versi di De Gregori in “Rimmel”:
“Chi mi ha fatto le carte,
mi ha chiamato vincente
ma uno zingaro è un trucco...”
Ma pensa te quella pazza...una società dove voti senza scegliere chi vuoi eleggere e tutti i partiti d’accordo per gestire il potere...roba da matti...
C’è uno scrittore che sto studiando per l’esame di Letteratura inglese...un certo Orwell – ribatte Lara – uno che aveva della fantasia...immaginava proprio una società così strutturata, lo ha scritto con una grande allegoria in un libro, “La fattoria degli animali”...sembrava, a leggerlo, quasi un veggente, come la zingara...
Ma smettila...dai che arriva il 34 barrato, manca poco che inizia la manifestazione...gliela diamo noi una bella lezioni a questi bastardi di democristi, socialisti e, già che ci siamo, anche a qualche comunista venduto ai padroni...sai come immaginava la rivoluzione un amico di mio padre, ex-partigiano? Tanti lampioni con gente impiccata: un padrone ed un comunista, un padrone ed un comunista...dai, sali che c’è l’autobus...
Così era, se vi piaceva e così è, se non vi piace.
Pochi giorni or sono, sono stato invitato ad un matrimonio: fantastica serata, con un compagno d’eccezioni, ossia il mal di denti. In mezzo ad una simil-discoteca.
Così (eravamo in un ristorante dentro ad un porto turistico) salivo spesso sulla torre dei piloti, dalla quale si godeva uno spettacolo grandioso: c’era vento – ed il dente godeva – ma almeno non c’era il fracasso.
Lo spettacolo era sì magnifico, ma c’era qualcosa che non andava: barche “popolari” a vela – ossia quelle sotto i 10 metri – ce n’erano pochissime, e questa non era soltanto la prova lampante che la cosiddetta “classe media” non esiste più in questo Paese. D’altro canto, ai saloni della nautica, vendono più solo qualche gommone e poi...via con le “barche da sogno”!
Per contrappasso, decine di metri di banchina erano riservati a veri e propri “incrociatori” del mare: tutta roba sopra i 20-30 metri di lunghezza, si riconosceva una nave militare “ricostruita” (una ex corvetta) ed una di questa navi aveva anche un piccolo ponte a poppa, per l’eventuale atterraggio di un elicottero. Ovviamente, su quasi tutte spiccava la bandiera delle Cayman.
E ce n’erano tante, troppe per un porto – tutto sommato – di provincia! E quante ce ne sono nei porti italiani? Migliaia?
Se il Ministro della Guerra delle Isole Cayman (ammesso che esista) decidesse – un giorno qualunque – di requisirle (come il Regno Unito nella 2° G.M.), per poi piazzarci sopra un cannone, un lanciamissili contraereo ed un paio di lanciasiluri, diventerebbe la prima Marina del Pianeta, potrebbero risalire il Mississipi e mettere a ferro e fuoco gli USA!
Pur ammettendo che l’Italia sia un Paese di ladri, truffatori e mafiosi – questo lo sappiamo – e che le raffinerie di droga pullulano in certe isole del Belpaese, quelle navi sono comunque troppe anche per i mafiosi, per i trafficanti di armi, di schiavi...i quali, peraltro, preferiscono starsene ai Carabi.
La bandiera? Le “esorbitanti” tasse sui natanti oltre i 14 metri (prima erano 10, ma si sa...cambiano i tempi...)?
Fatta la legge, trovato l’inganno.
“La tassa non è dovuta, inoltre, sulle unità a disposizione dei soggetti portatori di handicap, affetti da patologie che richiedono l’utilizzo permanente delle stesse unità.”
Cosa vuol dire? Che devono recarsi in barca all’ospedale? E chi non ha – soprattutto fra i signori ai quali nessun certificato medico viene negato – una bronchite cronica, male ad una gamba...qualcosa per cui il clima marino giovi?
Ecco dove s’annida il marcio di questo Paese, nel sangue infetto della sua gente: recenti inchieste hanno evidenziato che per “compensare” chi partecipava, a vario titolo, ad operazioni finanziarie poco pulite, oppure nere come il carbone, spesso si ricorreva alla nautica. Così, una tangente di qualche milione di euro si trasforma in ferraglia da diporto immatricolata alle Cayman. E tu, giudice, indaga le solite scatole cinesi.
Chi è questa gente?
Sono quelli che veramente ci governano.
Dalla torre dei piloti del porto turistico ho fatto un conto a spanne: in quelle acque ristrette, c’erano almeno 300 milioni di euro, mal contati. Da dove vengono?
Mani Pulite fu un’operazione che spazzò via una vecchia classe dirigente per sostituirla con una nuova, e l’unica specie che è sopravvissuta è stata quella di squali famelici, che si gettano su tutto quel che si muove. Al punto che in Italia, oggi, se sei un imprenditore e non hai le “coperture”, stai proprio fermo e galleggi appena.
E i lavoratori?
Abbandonati a loro stessi, in un tormento che può essere oggi l’incertezza d’essere pagati o di conservare il posto di lavoro, domani l’incertezza del giorno della pensione, dopodomani quello di trovare – all’occorrenza – una sanità che sappia curarti e non spedirti al Creatore così ce n’è uno di meno da mantenere.
Cosa dire ai colleghi della scuola, che ancora non hanno ben compreso come va l’andazzo, qual è l’atteggiamento da assumere?
Quando giungi ai 60 anni (ed oltre) non sei più in grado di reggere una classe (come guidare un camion, lavorare ad una macchina, ecc) e l’unico “scoglio” che è stato creato – ossia le belle leggi della Fornero (lavoro e pensioni, oggi “arricchite dal “job act” di Renzi) – serve solo per mantenere quella ferraglia che ho sotto gli occhi, le puttane che ci vanno sopra (più che consenzienti) e i loro magnaccia/compari/uomini d’affari che trattano ogni sorta di cosa su quei ponti lucidati con l’olio di tek.
Noi siamo solo gli schiavi: chi si preoccupa della vita di uno schiavo? Perché mai dovremmo occuparci di loro, svolgere bene il nostro lavoro, essere sempre “all’altezza della situazione”?
19 aprile 2014
Hasta siempre, colonnello!
Il colonnello Aureliano Buendia dev’essersi sentito stanco, stufo: ha ripiegato la sdraio e l’ha appoggiata al maestoso fusto della quercia dalla quale, per decenni, aveva osservato Macondo, che fa rima con Mondo.
Oh, quali meraviglie erano capitate da quando stava seduto sotto la quercia!
Quando era ancora giovane – ma si fa per dire, perché un colonnello non è mai giovane – era capitato lì e il posto gli era piaciuto: sotto la quercia scorreva quel mondo sempre uguale, le haciende prosperavano, ed i campesinos erano sempre stanchi, sempre affamati, spesso denutriti.
Poi era arrivata a Macondo una coppia: lui altero, lei conturbante, lui gentile, lei sfuggente, lui pronto per la sfida dell’Eros. Che lei aveva accettato prontamente.
Fu così che Macondo fiorì come il deserto di Atacama: finché durò l’ardore dei due amanti...poi, tutto tornò lentamente all’usuale grigiore – che il colonnello Buendia annotò diligentemente nel diario dei suoi occhi – finché, un giorno come un altro, ripiegata la sdraio è scomparso in una macchia lì presso.
Nessuno l’ha più visto, e nessuno mai più lo rivedrà: a meno che – è questo è il grande vantaggio degli scrittori – fra cinquanta o cent’anni un ragazzino svogliato riprenda in mano “Cent’anni di solitudine”, e lo faccia rivivere.
In Italia la notizia è arrivata scontata, come se ci fosse da qualche parte un file (e v’assicuro, c’è), nelle grandi redazioni per la gente famosa “over 70”, per i quali il “coccodrillo” deve essere sempre pronto: guai a farsi cogliere impreparati...la notizia si nota diversa – per come è comunicata – se era una morte “attesa” oppure una sciagura improvvisa che ha colto un giovane ereditiere.
Così, sul Fatto Quotidiano – non me lo sarei mai aspettato, mi ha colto di sorpresa – la notizia della morte di Gabriel Garcia Marquez era già pronta e confezionata, pronta al consumo immediato – che può durare anche una settimana – per poi precipitare nel limbo delle retrospettive, dei convegni, delle tavole rotonde.
Fin qui tutto normale, anche per il Fatto.
Poi, il giornalista cita il commento di Obama: “Era un visionario”.
Lì per lì sono rimasto basito: possibile che Obama, nell’occasione della morte, si prenda la briga di dare a Marquez del “visionario”?
Poi, passato l’iniziale stupore, la verità m’è apparsa chiara: il giornalista conosceva probabilmente benissimo l’inglese – come s’impara oggi, “in fretta e bene” (a ben vedere, un ossimoro) – ma non sapeva nemmeno dove inizia l’indagine semantica.
Come quando l’insegnante di Latino non s’accontentava della traduzione letterale, ma la voleva in italiano, anzi: “in buon italiano”. Perché la traduzione da qualsiasi lingua non può essere tecnicamente perfetta e, dal punto di vista di chi deve fruirla, diventare un inganno.
Mi sono allora preso la briga di buttare giù due sinonimi, per la lingua inglese e per quella italiana:
Visionary, prophet, creative thinker, futurist…
Visionario, mistico, idealista, utopista, allucinato, vaneggiatore e, addirittura, paranoico.
Il Vecchio ed il Nuovo Mondo (anche se di filiazione inglese) a confronto: in parte anche il mondo latino e quello sassone a confronto...eppure, eppure...seppur nelle lingue sassoni ci sia più un’accezione positiva nel termine – e in quella d’origine latina prevalgano, invece, quelle negative – l’Europa mostra tutto il suo carico di secoli, come un peso sulle spalle.
Si possono cercare nelle varie lingue più significati, però appare evidente che nel Nuovo Mondo un “visionario” è una persona che ha un’idea, un credo, una visione che porta avanti ostinatamente: mi salta alla mente Elon Musk (il creatore di Paypal) e la sua Tesla Motors il quale – testardamente – continua la sua lotta per vendere un’auto elettrica senza passare per la “tagliola” dei concessionari.
Nel Vecchio Mondo, invece – e particolarmente nei Paesi latini – avere una visione è considerato troppo pericoloso, inquietante per gli equilibri consolidati del potere. Anche la Cina e l’India – per differenti ragioni – scontano il medesimo problema: società controllate dal partito, oppure dall’ideologia religiosa.
Ma i Paesi latini del Sudamerica hanno solo la lingua in comune con la penisola-madre: il resto è nuovo, il melting-pot è accaduto anche là, tralasciando il doloroso destino degli indigeni. Ma la Storia è così: mentre piangi per i bambini trafitti dalle lame dei conquistadores (o dalle malattie) ecco che, le stesse lacrime, bagnano una nuova piantina. Che cresce.
Qualcosa sta cambiando a Sud del Rio Grande? Marquez ci credeva poco – lo sperava, certo – ma non riusciva a farsi convincere: forse le delusioni della generazione precedente – quella dei Bolivar e di Pancho Villa, tanto per capirci – lo invitavano alla prudenza.
Per questa ragione il colonnello Aureliano Buendia stava ad osservare, attento ad ogni segno, ma disincantato dal capatz di turno: non abbiamo risposte da dare, solo il tempo ci darà un vaticinio.
E la vecchia Europa?
Chi uccide le idee assassina il proprio futuro – verrebbe da dire – e forse mai titolo fu più azzeccato di “Ammazziamo il Gattopardo” (che non ho letto), ma nessuno ce la farà ad uccidere il Gattopardo perché mutevole, poliedrico, complesso. Non è come per il Minotauro e, d’altro canto, non s’intravede un Teseo all’orizzonte.
Ne abbiamo lasciati passare troppi senza curarcene – Pasolini, Sciascia, De André...solo per citarne alcuni – e ci sono rimasti, come affermava Tullio de Piscopo in una vecchia canzone, “i trentatrè canali” della televisione.
Che bastano ed avanzano per uccidere qualsiasi Mito: accesso obbligato al sogno, madre delle idee.
07 aprile 2014
La Pasqua dello scrittore
E’ un po’ di tempo che, quando mi viene in mente un pezzo da scrivere – chissà perché – giro lo sguardo e mi salta alla mente qualcos’altro da fare: scrivere sulle follie di Renzi? Che palle...oppure sul futuro dell’Ucraina? Oh certo, viene da ridere...
Allora, mi diverto a leggere quello che scrivono i bravi analisti americani i quali, con il sedere al caldo piazzato in una Fondazione – e l’assegno che arriva, puntuale, ogni fine mese dal politico/imprenditore/finanziere ecc...per scalare un po’ di tasse – fra un Big Mac ed una fetta di torta di mele ingentilita con lo sciroppo d’acero, s’inventano qualcosa (che viene riportato come una cosa serissima, qui in Italia) per concretizzare l’assegno del prossimo mese. Ed altri Big Mac e torte di mele: chissà se Maggie – quella bruna che ho conosciuto l’altra sera, con quella scollatura mozzafiato – me la darà? Mi sembrava d’essergli simpatico...
Così, si trova di tutto, ma proprio di tutto: l’Ucraina dell’ovest infarcita di missili NATO come una torta di mirtilli e la Russia che sbraita dalla Piazza Rossa mostrando centinaia di lanciatori pronti, la Bielorussa invasa prima da una perfida manovra “false flag” che punta, dopo aver ucciso Luckashenko con un drone che si schianta proprio sulla sua dacia (con relative scuse ufficiali: era un drone difettoso, come gli F-35), ad una successiva invasione che porterà al nord della Russia. Per il petrolio dell’Artico, ovvio.
Ce n’è per tutti i gusti: il lettore americano è convinto che, sotto sotto, esista ancora l’URSS e che tutte queste ammuine di Putin siano solo una manfrina. Diamogli sotto! Forza! Piazzeremo i Mac Donald sulla Piazza Rossa. Ma c’è già.
Della Seconda Guerra Mondiale ricordano la spiaggia di Omaha Beach e piangono: già...laggiù ci ha lasciato la pelle il nonno...e non hanno la minima idea di cosa fosse l’accordo Ribbentrop-Molotov per la spartizione della Polonia, che oggi si rinnovella.
E’ sparito quello che annunciava l’invasione dell’Iran per il giorno dopo, con cadenza settimanale: è andato avanti per anni “le portaerei Vinson e Nimitz sono già schierate all’imbocco dello stretto di Hormuz, i B-2 pronti a partire dal Kansas...” mah, avrà cambiato Fondazione...oppure ha sposato Maggie, che era ricca per via di una fabbrica di preservativi del padre. E se avesse aperto un fast food?
Lontano dagli USA, qui da noi, Domenica prossima è già la Domenica delle Palme...oh-sanna, ei-sanna, sanna sanna oh...e lo scrittore italiano si prepara, si prepara...a cosa si prepara? A nulla, perché manca la notizia.
A dire il vero, le notizie non mancherebbero, ad esempio: la Comunità Ebraica è scioccata dagli ammanchi nelle casse milanesi e per la “frittata” dell’Ospedale Israelitico di Roma e dei suoi rimborsi milionari, presi a ufo dalla Sanità pubblica. Mastrapasqua ci ha lasciato le penne, ma...Gad Lerner si meraviglia, s’offende, s’inalbera con i suoi correligionari... possibile che non ci sia un fermento d’orgoglio fra barbe e kippà? Possibile che tutto vada bene così?
Caro Gad...non so come tu possa essere ancora così ingenuo...passata la settimana di Pesach, con le azzime e tutto il resto, qualche primario italiano (ebreo) con altri primari italiani (cattolici) se ne andranno a mangiare l’abbacchio fuori porta, e rideranno di quei soldi...quel Mastrapasqua, che cretino (nel miglior stile dei romanzi di Sciascia)...e affonderanno il coltello nella coscia d’agnello. Rigorosamente kasher.
Fra pochi giorni saranno ventitre anni dal rogo del Moby Prince ed è saltato fuori che le perizie furono eseguite da uno studio legato all’ENI – per l’Agip Abruzzo (la nave colpita dal traghetto) ci può stare, ma per la compagnia del Moby Prince? – e, negli stessi giorni, Renzi, bello bello, confessa in pubblico il segreto di Pulcinella numero uno dell’energia italiota: l’ENI è infarcita di uomini dei servizi. Ma va? Noi credevamo che ci fossero ingegneri, crocerossine e Gesuiti per la cura di corpo ed anima dei poveri neri ai quali soffiavamo il petrolio per due lire.
Ma non è solo l’anniversario del Moby Prince, perché dodici ore dopo, a Genova, prende fuoco la Haven, superpetroliera scassatissima – è vero – ma che, pochi mesi prima, aveva ricevuto il benestare alla navigazione (la revisione) dal registro navale italiano (RINA), mica da quello del Madagascar.
Mi sono sempre chiesto quale probabilità ci sia che due incidenti di tale gravità avvengano a distanza di poche ore, in due porti lontani una manciata di miglia, nello stesso mare ed entrambi in circostanze così strane. Eh sì...perché un traghetto che sperona una petroliera carica – la prima rimane quasi intatta, il secondo brucia come un cerino – non è un fatto un po’ strano? E la Haven?
Oggi meta del turismo subacqueo – dopo aver distrutto i fondali del Mar Ligure, ed i soldi che dovevano servire per il risanamento dei fondali sono serviti per costruire le passeggiate a mare, mamma mia che pozzo di San Patrizio per i politici...i pescatori? I pescatori vadano affan...gli facciamo una bella legge di rottamazione, al punto che c’è gente che ha “rottamato” pescherecci in buono stato (roba di 20 e più metri), prendendo un sacco di soldi... – ebbene, oggi la Haven (meno la prua) giace su un fondale di 60 metri circa.
E cosa si nota a poppa, proprio sotto il fumaiolo? – dove mirerebbe anche l’ultimo comandante di Doenitz, entrato in servizio ad Aprile ’45 – uno squarcio di 6 metri di diametro, che tutte le perizie – ovvio – hanno certificato che si è creato per lo scoppio di una pompa. Mmazza o’, che pompa! Nemmeno se a manovrarla ci fosse stata Rita Hayworth! Oooops! Sono diventato scurrile, non lo ero mai stato, scusate, scusate...
Una nave è un solido immerso per tre lati in un fluido (acqua) e per uno in un altro (aria), dei quali il primo è più denso di 1000 volte (circa) rispetto al secondo: secondo voi, dove si scarica un’esplosione interna? Verso il lato meno “compresso” – ossia il ponte, le sovrastrutture – oppure in acqua?
Non fa nulla, non importa – se ho rotto le scatole venite ad ammazzarmi, tanto non me ne frega nulla...come ci avete provato con Fabio Piselli, ma vi è andata male... – prendetelo come un divertissement letterario/tecnologico di una bella mattina di Primavera...fra poco è Pasqua...
Ah, dimenticavo: se cercate le foto del relitto, troverete solo disegni della poppa, nessuna foto compromettente. Nei primi anni c’erano, poi sono sparite...saranno invecchiate...
Intanto, il nostro baldo premier ne studia una nuova tutti i giorni: non è un po’ in ritardo con la tabella di marcia? Dopo la legge elettorale, la riforma costituzionale, la riforma fiscale, la riforma amministrativa...oddio, ne dimentico qualcuna? Non dovevano essere una al mese?
Così m’era parso di sentire...una al mese, schiena dritta e di corsa, per concludersi – ad Aprile 2018 – con lo sbarco del primo italiano sulla Luna. Che potrà solo essere Corrado Guzzanti: è già stato su Marte...
La nostra balda segretaria della CGIL, invece – grande difensora dei diritti degli umili – si è scagliata contro il progetto di Marianna Madia (la ex fidanzata del figlio di Napolitano) di pre-pensionare nella Pubblica Amministrazione. Forse non sa che ENEL ha pre-pensionato 3.500 addetti su un totale di 30.000 – il 10% della forza lavoro! – ma ENEL è la cugina di ENI, si capisce...
Peccato che, nemmeno due anni fa (il 2 Settembre del 2012) dichiarava (1):
Susanna Camusso dà «per scontato» che chiederà, in caso di vittoria del centrosinistra alle elezioni, la revisione della riforma delle pensioni. «Per noi il tema è già aperto oggi, chiederemo che la riforma vada cambiata, a Bersani come ad altri»
Ah, ah, ah...però afferma, oggi, che è una questione di giustizia: se si fa, si fa per tutti. Giusto. Peccato che, per qualcuno, la giustizia sia più giusta, per altri un po’ meno.
La barzelletta più divertente, però, è la storia di Tanko, che ha scatenato la sana ironia degli italiani su Facebbok. Il nome, però, è azzeccato: sembra quasi il titolo di un romanzo di Ivo Andric, ambientato nella Bosnia più interna e buia, al tempo degli ottomani.
Se fossi il giudice che li dovrà giudicare, li condannerei a qualche anno di lavoro presso uno stabilimento della FIAT macchine agricole: hanno mostrato del talento. Lascerei, però, stare le costruzioni militari: abbiamo capito che erano “quattro amici al bar”, appassionati di meccanica e di Lega, ma lascino perdere i carri armati: c’è da farsi male.
Un Leopard non è una draga camuffata ed i mezzi dei “repubblicani” spagnoli del ’35 erano più seri: forse intendevano scavare un buco nella nuova tangenziale di Mestre? Per protesta, ovvio. Cosa si prende per danneggiamento stradale? Una multa oppure l’arresto?
E dopo questa chiacchierata, nella quale ho elencato un millesimo dei fatti, fatterelli e fattacci italiani, perché dovrei ancora scrivere?
In Italia, oggi, scrivi (e sei retribuito) se:
1) hai santi in Paradiso;
2) l’hai data/o via a qualcuno che conta;
3) sei parente/amico di un politico;
4) sei veramente bravo e sei disposto a chinare il capo di fronte al direttore (lo 0,001%).
Per quanto riguarda la narrativa siamo fottuti in partenza dal basso numero di lettori della lingua italiana: fra pochi anni, rimarranno solo gli scrittori di madrelingua spagnola ed inglese, più qualche russo. Vedremo cosa faranno i cinesi e gli indiani.
In Italia, ce ne sarebbero a bizzeffe di cose da raccontare e la fantasia non c’è mai mancata: il problema è che – anche grazie al cui prodest – il lettore sa già tutto! Cosa dobbiamo raccontare: che Renzi è un altro anello di una catena infinita di grembiulini? Ma lo sapete già: è amico di Verdini!
Che il treno scoppiato a Viareggio aveva un asse segato? Ma c’erano le foto sul Web!
Il problema è che, a fronte di questo scenario, nessuno s’indigna – come fanno in Spagna, ad esempio – perché l’indignazione è un sentimento serio, che mostra la propria contrarietà con fierezza e con fermezza. Ma a cosa serve, contro i panzer di Goldman Sachs?
Oggi, se rinascesse un Pirandello nessuno se ne accorgerebbe, dubito anche che un Pasolini verrebbe notato – al massimo un trafiletto di poche righe in cronaca “Retata di omosessuali e prostitute ad Ostia” – e Sciascia se n’è andato lasciandoci un’eredità pesante: “Siamo un popolo senza memoria e senza verità”. Amen.
Auguri a tutti di buone mangiate: vado a rincalzare le patate, che è meglio.
(1) http://lacittadisalerno.gelocal.it/cronaca/2012/09/02/news/camusso-guadagna-3800-euro-al-mese-1.5633523
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