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09 giugno 2019

Per favore, salviamo la lingua italiana!

La lingua, come percezione diffusa, non viene considerata patrimonio, bensì mezzo. Ed è un grosso errore poiché, se pur vero che è il mezzo per comunicare, quando si sedimenta costituisce l’involucro, il contenitore di una cultura, il “pozzo” da cui attingere per sapere chi siamo, chi eravamo. E, per certi aspetti – come una moneta – la lingua coincide con una popolazione: è una sorta di “presentazione” sul palcoscenico internazionale.

La lingua più antica della Terra, tuttora in uso, è il cinese mandarino, chiamato anche lingua sino-tibetana: sarà un caso che la più antica lingua ancora in uso della Terra si presenti oggi sulla scena come il futuro deus ex machina del Pianeta?
E come sta la lingua italiana?

Sta, ma non sta troppo bene, e qui voglio chiarire subito che non si tratta delle nuove espressioni gergali – ad esempio, l’onnipresente “tipo” del linguaggio giovanile –  che, in realtà, rendono viva una lingua: si tratta di come si presenta sul proscenio del Pianeta.

La lingua dell’Italia non ha mai superato l’amputazione del Latino: del resto, essere i padroni del mondo antico e poi perderlo, qualche sconquasso lo crea. Vi faccio solo notare una curiosità linguistica: nel mondo latino, tutto ciò che era inerente alla guerra aveva la radice bellum: da questo l’italiano bellico, bellicoso, belluino. Ma il bellum, come sostantivo, non è “passato” dal Latino all’Italiano ed è stato sostituito da guerra, che proviene dal basso sassone, werra, poi war (GB) e Wehr (D): perché?
Poiché lo “spettacolo” che si presentò agli italiani dell’epoca – le invasioni dei barbari – non era codificabile nei termini antecedenti, quando il massimo disastro era stato Teutoburgo: una catastrofe militare immane, ma che avvenne a duemila miglia da Roma. Il fenomeno era nuovo – …semirutarum urbium cadavera…(trad: i cadaveri (delle) rovine nelle città) scriveva Ambrogio, vescovo di Milano – la distruzione era giunta nelle città italiane: era cambiato tutto, e cambiò anche la lingua.

Mi viene la voglia di darvi subito la classifica degli autori italiani più venduti nel mondo, ma è meglio che ci riflettiate un attimo: se volete, potete sempre scorrere avanti, ma non servirà a nulla. Perché?
Poiché, se pensiamo alle lingue come contenitori di cultura (in tutti i sensi: romanzesca, scientifica, saggistica, ecc) ci rendiamo conto che noi italiani (ma anche i tedeschi ed i francesi) viviamo in un microcosmo culturale: chi ha mai letto Dostoevskji in russo? E Shakespeare in inglese? Se non c’è la traduzione, ciccia. Ergo, una lingua – intesa come contenitore culturale di un insieme d’individui – si presenta nel mondo solo con una traduzione. I tentativi di “monocultura linguistica” planetaria fallirono, purtroppo, con l’esperanto – curiosità: uno dei grandi sostenitori di quel tentativo fu Giuseppe Pinelli, l’anarchico “defenestrato” nel 1969 – che non era poi tanto male per come era stata progettata, ma si sa: nessuno, che vince economicamente nel Pianeta, si conforma ad una lingua altrui.

Gli unici che ci riuscirono, a radere alla radice e rinnovare la loro lingua, furono gli Ebrei, ma che gli Ebrei abbiano (nel bene e nel male) una marcia in più lo sappiamo tutti: detto fatto, buttato l’aramaico e sostituito con l’Ebraico Moderno. Punto.

Se suddividiamo il Pianeta per aree di comprensione della lingua scritta, ci troviamo di fronte – pressappoco –  a questa “geopolitica della cultura”:

1) Area islamica: circa 2,6 miliardi di persone, alfabetizzazione medio-bassa
2) Area cinese: circa 1,3 miliardi di persone, alfabetizzazione molto alta
3) Area indiana: circa 800 milioni di persone, alfabetizzazione medio-alta
4) Area ispanica: circa 500 milioni di persone, alfabetizzazione medio alta
5) Area anglofona, circa 500 milioni di persone, alfabetizzazione molto alta
6) Area slava: circa 300 milioni di persone, alfabetizzazione molto alta.

Il resto, come ricordava Benigni in un celebre film, parlando del prete, del farmacista e del medico in un piccolo paese, “è lì pe’ figura”.
Certo, è una “figura” spesso importante, soprattutto per la creazione di cultura, pensiamo all’area francofona, germanofona, ma anche italiana. E il persiano? l’urdu? Tutte destinate a sparire?

Ci sono notizie, che viaggiano sul Web, le quali narrano di un vero e proprio amore per la lingua italiana e di molte persone che s’iscrivono ai corsi di lingua italiana. Può essere anche vero ma, quante di queste persone giungeranno a leggere Pirandello in Italiano? Pochi, ritengo, poiché l’Italiano è una lingua difficile, ostica, zeppa di mille significati contradditori.
Perciò, il vero significato dell’appressarsi alla lingua italiana ha una diversa accezione: è una sorta d’infatuazione per un Paese ed una cultura che percepiscono ricca, profonda, attraente. Una specie d’innamoramento: come, al tempo dei Latini, la lingua greca.
Esaurito il “fuoco” iniziale, gli amanti dell’Italia li vedremo in giro per Roma o Venezia, poi ceneranno nei ristoranti italiani di Los Angeles o Singapore, e finiranno, magari, col libro di un autore italiano (tradotto nella loro lingua) sul comodino.
E chi sceglieranno? Ecco la classifica (1):

1) Dante Alighieri 
2) Carlo Lorenzini (detto il Collodi)
3) Carolina Invernizio (una sorta di “Liala” dell’800, maestra nel romanzo d’appendice)
4) Giovannino Guareschi 
5) Andrea Camilleri
6) Oriana Fallaci
7) Umberto Eco
8) Giorgio Faletti 
9) Susanna Tamaro 
10) Roberto Saviano

Ci sono parecchie di queste classifiche, e ne ho scorse molte: a volte differiscono per qualche nome, ma le posizioni di testa quasi non cambiano. In alcune c’è Niccolò Machiavelli, che con il suo “Principe” contende a Sun-Tzu l’alloro della politica e della guerra, ma sono i “mancanti” che ci raccontano qualcosa.

Manzoni, ad esempio: a nessuno frega un accidente di una storia di dominazione straniera e del finale “in rosa” dovuto all’intervento della Provvidenza Divina. Non sto dicendo che Manzoni sia più o meno di altri: dico soltanto che nelle classifiche dei testi letti all’estero (e dunque tradotti) non c’è.
Non c’è Pirandello: e qui è veramente una grave lacuna, dovuta però alla profonda arguzia ed all’eleganza del grande tessitore di storie siciliano, poco comprensibile per altre culture, soprattutto dopo traduzione.
Non stupisce l’indiscussa leadership di Dante: il suo poema fu quasi la “colonna sonora” del tardo Medio Evo, al punto che se ne sentono gli effluvi anche in Huitzinga, nel suo “Autunno del Medio Evo” e, addirittura, Bob Dylan lo chiama in causa nel suo “Tangle up in blue”.

I fenomeni editoriali, a volte, sono strani e dovuti a percezioni fortunate degli editori, oppure certi autori “attecchiscono” in terre lontane per curiose assonanze culturali. Guareschi, ad esempio, fu molto noto in Cina e ci fu addirittura un dissidio giudiziario, poiché i cinesi inventarono una coppia Peppone-Don Camillo cinese e diedero il via ad una serie di avventure locali. Curiosità bibliografiche, con relativo contenzioso giudiziario.

Ciò che ci insegna questa classifica (od altre, simili) è che le posizioni di testa identificano la cultura meno appariscente ma profonda di un popolo (Maigret/Simenon sarà letto anche nel 3000, magari insieme a Rabelais), mentre le posizioni di coda rappresentano – a grandi linee – l’attualità di una cultura. Piaccia o non piaccia, così è. Dunque, la cultura letteraria di un Paese – se vuole sopravvivere come lingua (espressione di una cultura) – deve creare e pubblicizzare se stessa che, in questo caso, significa tradurre: anche le cucine sono “tradotte”, perché il piatto cinese che mangiamo in Italia non è la cucina di Shangai, così come gli spaghetti di San Francisco non assomigliano a quelli che “buttiamo” tutti i giorni.

La globalizzazione tecnologica, però, ha creato degli “standard” che regolano il mercato: costi, stampa digitale, costo della carta e distribuzione hanno “appiattito” il mondo dell’editoria. Un libro che costa 10 euro, per noi è accessibile, per un abitante medio del mondo islamico è caro, come lo può essere per un filippino, per un africano, ecc.
La “soglia” di redditività, per un prodotto editoriale, però è uguale dappertutto: sono 5.000 copie, sotto ci perdi, sopra ci guadagni. A New York come a Roma, a Parigi od Islamabad.

E’ proprio qui che la lingua di appartenenza gioca un ruolo decisivo: vendere lo stesso prodotto a 500 milioni di persone è dieci volte più facile che a 50 milioni di persone.
Anche per questa ragione osserviamo che la professione di chi scrive è più facile e più diffusa nel mondo anglosassone ed in quello ispanico: notiamo, a margine, che con una sola traduzione si può arrivare ad un mercato di un miliardo di persone, molto alfabetizzate ed abbastanza ricche da permettersi un libro.
Isabel Allende è senz’altro una grande scrittrice, però notiamo che è forse l’unica a dominare completamente (per sue vicende personali) entrambe le lingue.

Seguendo questo ragionamento, dovremmo concludere che in Italia si pubblica meno, il che non è vero: in Italia si pubblica un nuovo libro ogni 8 minuti. 66.757 l’anno (2017), 183 ogni giorno, 7,5 ogni ora, uno ogni, appunto, 8 minuti (2). Dove vanno a finire? (3)

La gran parte, finisce sugli scaffali delle librerie dove ha una “vita utile” – ossia è una novità – per 90 giorni, tre mesi. E dopo?
Un tempo, a Rimini, c’era il mercato dei “morti viventi”, ossia dei libri invenduti, ma oggi – per quel che ne so – non esiste più e vanno direttamente al macero, cioè al recupero della carta.

La risposta è il libro digitale? Non sembra. Nonostante esistano da molti anni, gli e-book non superano la quota del 30% delle vendite sui testi tradizionali. Sarà che il libro è un “compagno” sul comodino, sarà che dopo molte ore al PC non se ne ha più voglia, sarà che leggono di più le persone meno giovani…ma così è. E non c’è da aspettarsi che il pdf rivolti il mercato come un calzino: sarebbe già avvenuto.
E come funziona il mercato editoriale?

Questo mercato presenta le medesime dis-funzionalità degli altri mercati e ha degli impressionanti parallelismi con il mercato dell’edilizia, tanto per citarne uno.
Un libro che costa 10 euro ha, approssimativamente, queste suddivisioni finanziarie:

3 euro all’autore/editore
5 euro alla distribuzione
2 euro al libraio

Sono, ovviamente, ripartizioni di massima.
Le tre figure sono, per certi versi, incoerenti con il significato comune. Il libraio, ad esempio, non ci perde niente, come un giornalaio: lavora solo sul venduto, e restituisce le copie invendute con relativo ri-conteggio delle sue spettanze.
Il distributore (in Italia le Messaggerie) è, in realtà, il vero deus ex machina della situazione perché funziona quasi da “banca” per gli altri attori e, nonostante qualche dato positivo, il mercato è stagnante, regolato più dalla voglia di leggere che dal portafogli: si legge poco.
E perché si legge poco?
Perché non sempre quel che acquistiamo soddisfa, poi, i nostri desideri.
E perché non li soddisfa? Perché gli editori pubblicano questa enorme massa di libri?

Per capire questa apparente assurdità, bisogna tracciare un parallelo con l’edilizia: come funziona l’edilizia?
Tizio è un costruttore. Appena terminato un palazzo, sa benissimo che, per venderlo, ci vorranno anni, se andrà venduto! Perciò si reca in banca dove Caio deve valutare la reale consistenza del patrimonio di Tizio per concedergli una linea di credito. Incarica Sempronio, un Architetto od un Geometra, che stima l’immobile e, a microfono spento, gli comunicherà la consistenza e la veridicità delle rassicurazioni di Tizio.
Come ben capirete, questo è un gioco di fiducie e sfiducie che ruota intorno a milioni di euro: tutto è possibile. Però, in genere, Tizio riceve un credito…più qualche vendita…e può ripartire con un altro palazzo.

Nell’editoria, il distributore è la pedina centrale, quella che regola il mercato: è lui che paga i libri pubblicati all’editore salvo poi, dopo 6 mesi o un anno, fare il consuntivo delle copie vendute e chiedere il rimborso delle copie andate al macero. L’editore, non sempre è fuori dai guai…(anzi, spesso quei soldi da rendere non li ha proprio) e allora cosa fa? Pubblica un nuovo libro, per il quale il distributore darà un anticipo…e così via. In questo modo, si giunge all’assurdo di un libro pubblicato ogni 8 minuti in un Paese che non legge quasi mai: solo il 40% degli italiani legge un libro l’anno, e solo una piccolissima percentuale legge più libri.
Il sistema è un po’ più complesso, ma sostanzialmente, al minimo per non complicare la narrazione, questa è la situazione.

C’è da chiedersi perché gli italiani vogliano leggere solo più le barzellette di Totti. Qualcuno dirà perché sono dei buzzurri, altri perché una società poco vitale toglie la voglia d’informarsi, e così via…
Però, ho letto libri che gli editori regalano agli autori (presi dai fondi di magazzino) e, talvolta, mi sono imbattuto in dei veri capolavori, cose che nemmeno Dan Brown (mai letto, ma ha venduto un sacco…) si sognerebbe mai d’inventare. Ne cito uno che meritava un successo planetario, “I rotoli di Yarmouth” di Guido Cornia (primo al premio “Firenze Libri”), e invece poco o niente conosciuto.  Perché?
La mentalità è la stessa dell’edilizia – un libro come un mattone – facciamone tanti e qualcosa si vende.
Quello che manca, è la qualità: la bellezza di una storia, la sagacia di una buona analisi saggistica. Per questa ragione, fuori d’Italia, i libri non si riesce a tradurli.
Come fare?

Il problema di tutte le case editrici, sono i lettori della casa editrice: per quel che ne so, soltanto Sellerio tiene in servizio dei lettori-critici per decidere cosa pubblicare e cosa buttare. Einaudi aveva una buone rete di critici, ma la prima decisione di Berlusconi, quando acquistò, fu di licenziarli tutti. Era un costo, via i costi.
La cosa, in sé, è addirittura buffa: si presenta del materiale al pubblico che nessuno ha letto, che solo un redattore ha scorso per 2-3 pagine perché leggere, per mestiere, costa.
Oppure ci s’affida agli agenti editoriali, che si disputano a furor di coltello le poche firme “sicure”: poi, giungono ad “aprire” il portale Web per l’invio di nuove opere solo il primo minuto di ogni mese. Roba da matti.
Ci sarebbe una soluzione?

La soluzione può solo venire dalla parte pubblica, ma quasi senza metterci un soldo, altrimenti non se ne fa nulla.
Ricordiamo che il Governo ha a disposizione l’Istituto Poligrafico dello Stato, che presiede (oltre alle attività monetarie) alla stampa di tutto il materiale di servizio dello Stato. Il problema è: chi li legge?
Abbiamo, in Italia, circa 60.000 persone che non fanno nulla tutto il giorno. Chi sono?

I detenuti.
Fra questi 60.000 detenuti, ce ne saranno una parte di diplomati e laureati, gente in grado di criticare un libro? Non ne servono molti, un migliaio o due, da ricompensare – se meritevoli dal punto di vista carcerario – con qualche permesso in più, od altri mezzi compatibili con il regime carcerario.
Potrebbero “filtrare” decine di migliaia di libri l’anno.
Solo un primo filtro, s’intende, lasciando ai direttori delle carceri il compito di scegliere i lettori, evitando – ovvio – di mettere in strada un tizio pericoloso soltanto perché buon critico. Gente che, al termine della lettura, dovrebbe compilare un prospetto critico standard, fornito dal ministero, per avere un’analisi il più oggettiva possibile.
Quando la platea dei nuovi autori si fosse ridotta ad un migliaio, continuare come in un comune premio letterario (con lettori pagati, oppure concedendo qualche credito extra ai laureandi, od un mix d’entrambe le soluzioni), fino a restringere i meritevoli ad un centinaio.

A quel punto, l’Istituto Poligrafico provvederebbe alla stampa delle 5.000 copie “d’ordinanza” nel mondo letterario ed alla distribuzione.
Perché sarebbe importante ed a basso costo un’operazione del genere?

Perché fornirebbe alle case editrici del materiale già visionato e filtrato: potremmo azzardare che, ogni anno, sarebbero le migliori opere dell’ingegno letterario italiano. Potremmo ri-creare un mondo che, all’estero, fu molto apprezzato: quello della letteratura italiana. Con poca spesa.

Non dimentichiamo che, agli occhi del Pianeta, l’Italia è il ricettacolo del Bello, in tutti i sensi: nell’arte, nella moda, nella cucina, nel design. Negli ultimi anni, purtroppo, la letteratura italiana ha perso smalto, mordente, attualità: le ragioni sono state ampiamente spiegate. Poi, non mancano le buffonate, come quella di quest’anno alla Fiera del Libro di Torino: futili mezzi per catalizzare l’attenzione, proprio perché la qualità dei “prodotti” – uno ogni 8 minuti, una catena di montaggio impazzita – è scarsa.

E’ ora di porvi rimedio: i costi sarebbero veramente minimi per uno Stato, mentre i vantaggi – economici e d’immagine – sarebbero senz’altro di tutt’altro ordine. Altrimenti, centinaia d’autori di lingua inglese o spagnola, raggiungeranno facilmente le canoniche 5.000 copie – in un rapporto di “facilità” di 1 a 10 con l’autore italiano – e si presenteranno sul mercato internazionale: non è un caso se tutta la narrativa storica italiana è quasi completamente nelle mani d’autori esteri.

Che idea balzana…far leggere i detenuti…e se funzionasse?

(3) La cifra non conteggia i libri scolastici né quelli scientifici, tecnici, medici, ecc. né quelli venduti tramite Amazon, che non fornisce dati.

07 aprile 2014

La Pasqua dello scrittore








E’ un po’ di tempo che, quando mi viene in mente un pezzo da scrivere – chissà perché – giro lo sguardo e mi salta alla mente qualcos’altro da fare: scrivere sulle follie di Renzi? Che palle...oppure sul futuro dell’Ucraina? Oh certo, viene da ridere...


Allora, mi diverto a leggere quello che scrivono i bravi analisti americani i quali, con il sedere al caldo piazzato in una Fondazione – e l’assegno che arriva, puntuale, ogni fine mese dal politico/imprenditore/finanziere ecc...per scalare un po’ di tasse – fra un Big Mac ed una fetta di torta di mele ingentilita con lo sciroppo d’acero, s’inventano qualcosa (che viene riportato come una cosa serissima, qui in Italia) per concretizzare l’assegno del prossimo mese. Ed altri Big Mac e torte di mele: chissà se Maggie – quella bruna che ho conosciuto l’altra sera, con quella scollatura mozzafiato – me la darà? Mi sembrava d’essergli simpatico...



Così, si trova di tutto, ma proprio di tutto: l’Ucraina dell’ovest infarcita di missili NATO come una torta di mirtilli e la Russia che sbraita dalla Piazza Rossa mostrando centinaia di lanciatori pronti, la Bielorussa invasa prima da una perfida manovra “false flag” che punta, dopo aver ucciso Luckashenko con un drone che si schianta proprio sulla sua dacia (con relative scuse ufficiali: era un drone difettoso, come gli F-35), ad una successiva invasione che porterà al nord della Russia. Per il petrolio dell’Artico, ovvio.

Ce n’è per tutti i gusti: il lettore americano è convinto che, sotto sotto, esista ancora l’URSS e che tutte queste ammuine di Putin siano solo una manfrina. Diamogli sotto! Forza! Piazzeremo i Mac Donald sulla Piazza Rossa. Ma c’è già.

Della Seconda Guerra Mondiale ricordano la spiaggia di Omaha Beach e piangono: già...laggiù ci ha lasciato la pelle il nonno...e non hanno la minima idea di cosa fosse l’accordo Ribbentrop-Molotov per la spartizione della Polonia, che oggi si rinnovella.



E’ sparito quello che annunciava l’invasione dell’Iran per il giorno dopo, con cadenza settimanale: è andato avanti per anni “le portaerei Vinson e Nimitz sono già schierate all’imbocco dello stretto di Hormuz, i B-2 pronti a partire dal Kansas...” mah, avrà cambiato Fondazione...oppure ha sposato Maggie, che era ricca per via di una fabbrica di preservativi del padre. E se avesse aperto un fast food?



Lontano dagli USA, qui da noi, Domenica prossima è già la Domenica delle Palme...oh-sanna, ei-sanna, sanna sanna oh...e lo scrittore italiano si prepara, si prepara...a cosa si prepara? A nulla, perché manca la notizia.

A dire il vero, le notizie non mancherebbero, ad esempio: la Comunità Ebraica è scioccata dagli ammanchi nelle casse milanesi e per la “frittata” dell’Ospedale Israelitico di Roma e dei suoi rimborsi milionari, presi a ufo dalla Sanità pubblica. Mastrapasqua ci ha lasciato le penne, ma...Gad Lerner si meraviglia, s’offende, s’inalbera con i suoi correligionari... possibile che non ci sia un fermento d’orgoglio fra barbe e kippà? Possibile che tutto vada bene così?

Caro Gad...non so come tu possa essere ancora così ingenuo...passata la settimana di Pesach, con le azzime e tutto il resto, qualche primario italiano (ebreo) con altri primari italiani (cattolici) se ne andranno a mangiare l’abbacchio fuori porta, e rideranno di quei soldi...quel Mastrapasqua, che cretino (nel miglior stile dei romanzi di Sciascia)...e affonderanno il coltello nella coscia d’agnello. Rigorosamente kasher.



Fra pochi giorni saranno ventitre anni dal rogo del Moby Prince ed è saltato fuori che le perizie furono eseguite da uno studio legato all’ENI – per l’Agip Abruzzo (la nave colpita dal traghetto) ci può stare, ma per la compagnia del Moby Prince? – e, negli stessi giorni, Renzi, bello bello, confessa in pubblico il segreto di Pulcinella numero uno dell’energia italiota: l’ENI è infarcita di uomini dei servizi. Ma va? Noi credevamo che ci fossero ingegneri, crocerossine e Gesuiti per la cura di corpo ed anima dei poveri neri ai quali soffiavamo il petrolio per due lire.



Ma non è solo l’anniversario del Moby Prince, perché dodici ore dopo, a Genova, prende fuoco la Haven, superpetroliera scassatissima – è vero – ma che, pochi mesi prima, aveva ricevuto il benestare alla navigazione (la revisione) dal registro navale italiano (RINA), mica da quello del Madagascar.



Mi sono sempre chiesto quale probabilità ci sia che due incidenti di tale gravità avvengano a distanza di poche ore, in due porti lontani una manciata di miglia, nello stesso mare ed entrambi in circostanze così strane. Eh sì...perché un traghetto che sperona una petroliera carica – la prima rimane quasi intatta, il secondo brucia come un cerino – non è un fatto un po’ strano? E la Haven?



Oggi meta del turismo subacqueo – dopo aver distrutto i fondali del Mar Ligure, ed i soldi che dovevano servire per il risanamento dei fondali sono serviti per costruire le passeggiate a mare, mamma mia che pozzo di San Patrizio per i politici...i pescatori? I pescatori vadano affan...gli facciamo una bella legge di rottamazione, al punto che c’è gente che ha “rottamato” pescherecci in buono stato (roba di 20 e più metri), prendendo un sacco di soldi... – ebbene, oggi la Haven (meno la prua) giace su un fondale di 60 metri circa.

E cosa si nota a poppa, proprio sotto il fumaiolo? – dove mirerebbe anche l’ultimo comandante di Doenitz, entrato in servizio ad Aprile ’45 – uno squarcio di 6 metri di diametro, che tutte le perizie – ovvio – hanno certificato che si è creato per lo scoppio di una pompa. Mmazza o’, che pompa! Nemmeno se a manovrarla ci fosse stata Rita Hayworth! Oooops! Sono diventato scurrile, non lo ero mai stato, scusate, scusate...



Una nave è un solido immerso per tre lati in un fluido (acqua) e per uno in un altro (aria), dei quali il primo è più denso di 1000 volte (circa) rispetto al secondo: secondo voi, dove si scarica un’esplosione interna? Verso il lato meno “compresso” – ossia il ponte, le sovrastrutture – oppure in acqua?

Non fa nulla, non importa – se ho rotto le scatole venite ad ammazzarmi, tanto non me ne frega nulla...come ci avete provato con Fabio Piselli, ma vi è andata male... – prendetelo come un divertissement letterario/tecnologico di una bella mattina di Primavera...fra poco è Pasqua...

Ah, dimenticavo: se cercate le foto del relitto, troverete solo disegni della poppa, nessuna foto compromettente. Nei primi anni c’erano, poi sono sparite...saranno invecchiate...



Intanto, il nostro baldo premier ne studia una nuova tutti i giorni: non è un po’ in ritardo con la tabella di marcia? Dopo la legge elettorale, la riforma costituzionale, la riforma fiscale, la riforma amministrativa...oddio, ne dimentico qualcuna? Non dovevano essere una al mese?

Così m’era parso di sentire...una al mese, schiena dritta e di corsa, per concludersi – ad Aprile 2018 – con lo sbarco del primo italiano sulla Luna. Che potrà solo essere Corrado Guzzanti: è già stato su Marte...

La nostra balda segretaria della CGIL, invece – grande difensora dei diritti degli umili – si è scagliata contro il progetto di Marianna Madia (la ex fidanzata del figlio di Napolitano) di pre-pensionare nella Pubblica Amministrazione. Forse non sa che ENEL ha pre-pensionato 3.500 addetti su un totale di 30.000 – il 10% della forza lavoro! – ma ENEL è la cugina di ENI, si capisce...

Peccato che, nemmeno due anni fa (il 2 Settembre del 2012) dichiarava (1):



Susanna Camusso dà «per scontato» che chiederà, in caso di vittoria del centrosinistra alle elezioni, la revisione della riforma delle pensioni. «Per noi il tema è già aperto oggi, chiederemo che la riforma vada cambiata, a Bersani come ad altri»



Ah, ah, ah...però afferma, oggi, che è una questione di giustizia: se si fa, si fa per tutti. Giusto. Peccato che, per qualcuno, la giustizia sia più giusta, per altri un po’ meno.



La barzelletta più divertente, però, è la storia di Tanko, che ha scatenato la sana ironia degli italiani su Facebbok. Il nome, però, è azzeccato: sembra quasi il titolo di un romanzo di Ivo Andric, ambientato nella Bosnia più interna e buia, al tempo degli ottomani.

Se fossi il giudice che li dovrà giudicare, li condannerei a qualche anno di lavoro presso uno stabilimento della FIAT macchine agricole: hanno mostrato del talento. Lascerei, però, stare le costruzioni militari: abbiamo capito che erano “quattro amici al bar”, appassionati di meccanica e di Lega, ma lascino perdere i carri armati: c’è da farsi male.

Un Leopard non è una draga camuffata ed i mezzi dei “repubblicani” spagnoli del ’35 erano più seri: forse intendevano scavare un buco nella nuova tangenziale di Mestre? Per protesta, ovvio. Cosa si prende per danneggiamento stradale? Una multa oppure l’arresto?



E dopo questa chiacchierata, nella quale ho elencato un millesimo dei fatti, fatterelli e fattacci italiani, perché dovrei ancora scrivere?

In Italia, oggi, scrivi (e sei retribuito) se:



1) hai santi in Paradiso;

2) l’hai data/o via a qualcuno che conta;

3) sei parente/amico di un politico;

4) sei veramente bravo e sei disposto a chinare il capo di fronte al direttore (lo 0,001%).



Per quanto riguarda la narrativa siamo fottuti in partenza dal basso numero di lettori della lingua italiana: fra pochi anni, rimarranno solo gli scrittori di madrelingua spagnola ed inglese, più qualche russo. Vedremo cosa faranno i cinesi e gli indiani.

In Italia, ce ne sarebbero a bizzeffe di cose da raccontare e la fantasia non c’è mai mancata: il problema è che – anche grazie al cui prodest – il lettore sa già tutto! Cosa dobbiamo raccontare: che Renzi è un altro anello di una catena infinita di grembiulini? Ma lo sapete già: è amico di Verdini!

Che il treno scoppiato a Viareggio aveva un asse segato? Ma c’erano le foto sul Web!



Il problema è che, a fronte di questo scenario, nessuno s’indigna – come fanno in Spagna, ad esempio – perché l’indignazione è un sentimento serio, che mostra la propria contrarietà con fierezza e con fermezza. Ma a cosa serve, contro i panzer di Goldman Sachs?



Oggi, se rinascesse un Pirandello nessuno se ne accorgerebbe, dubito anche che un Pasolini verrebbe notato – al massimo un trafiletto di poche righe in cronaca “Retata di omosessuali e prostitute ad Ostia” – e Sciascia se n’è andato lasciandoci un’eredità pesante: “Siamo un popolo senza memoria e senza verità”. Amen.


Auguri a tutti di buone mangiate: vado a rincalzare le patate, che è meglio.


(1) http://lacittadisalerno.gelocal.it/cronaca/2012/09/02/news/camusso-guadagna-3800-euro-al-mese-1.5633523