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25 settembre 2020

Energie nuove? Per una politica nuova? Servitevi…

 

Nave Gru Saipem 7000 di ENI, la più grande al mondo

Mentre tutti s’accapigliano per comprendere dove il M5S ha sbagliato, oppure è stato carente, c’è un settore dove sono stati completamente assenti e mi spiace doverlo rilevare, senza nessuna scusante.

E’ il settore dell’energia, per il quale i 5S sono stati presenti, in entrambi i governi, con loro rappresentanti nel posto chiave, ossia il Sottosegretariato per l’Energia annesso al Ministero dell’Economia nel quale prima c’era Davide Crippa ed oggi Stefano Buffagni.

E pensare che il settore dell’Energia è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del movimento, sin da quando Grillo sbeffeggiava le procedure di sicurezza della centrale di Caorso o mostrava, sul palco, un’automobile ad Idrogeno dal cui tubo di scappamento usciva limpidissima acqua. Oggi, sembrano aver perduto la strada.

 

C’è da dire che la situazione italiana è molto strana: siamo un Paese che non ha importanti risorse fossili, però abbiamo notevoli risorse rinnovabili, basti pensare al “ventaglio” d’acqua che scende dalle Alpi, da Ventimiglia a Trieste. E che fece sbottare, con gran meraviglia, Jeremy Rifkin quando venne in Italia (si sa, gli statunitensi, in quanto a Geografia…beh…). Giunto a Milano, domandò che montagne erano quelle che si scorgevano in lontananza. Ricevute le adeguate spiegazioni, ribatté sorpreso: “Ma voi, avete problemi d’energia?”. E non aveva torto.

 

Nel periodo fra le due guerre mondiali si costruirono parecchie dighe per l’idroelettrico: forse per la scarsità di mezzi (che, spesso, erano solo dei terrapieni), forse perché erano aziende private senza adeguati controlli, s’ebbero diverse disgrazie, inondazioni, alluvioni con molti morti. Nel dopoguerra il settore energia venne praticamente nazionalizzato, l’ENEL costruì ottime dighe (compreso il Vajont, che tuttora è in piedi, lì si trattò di un imponente smottamento) costruite in alta montagna che furono per molti anni la spina dorsale del settore elettrico nazionale e che oggi – siccome il cemento non è eterno – dovrebbero essere attentamente verificate, per non finire come il ponte Morandi.

 

Ovviamente, in quegli anni s’aveva fretta: così si costruirono bacini a livelli molto alti, per sfruttare le alte cadute (turbine Pelton). Le medie cadute…beh…non erano redditizie…il petrolio costava poco…il carbone ancora meno…

Ma il genio italico è veramente sorprendente.

Con il salire dei prezzi dell’energia, anche le cadute minori (turbine Kaplan e Francis) sono diventate interessanti ed è stupefacente notare come piccole o medie aziende (tutte italiane!) forniscano dei “kit” completi per gli impianti idroelettrici: dalla parte burocratica alla realizzazione, chiavi in mano. Ammortamento intorno ai 5-10 anni con durata dell’impianto per 40-50 e scarsa manutenzione. Chi sono i clienti? Privati, amministrazioni, a volte (rare) lo stesso Stato: parliamo di potenze che da decine di KW salgono fino a centinaia di MW.

Un tempo, era l’ENEA a compiere rilevamenti sulle possibili fonti d’energia poi, si spense la luce: negli anni ’90 vi fu ancora una rilevazione di circa 1.000 MW (come una grande centrale nucleare) solo nelle aree d’importanza idroelettrica vicine a luoghi abitati, e quindi facili da impiantare. In alcuni casi, si trattava semplicemente di riattare impianti già utilizzati nella prima metà del Novecento. Poi si scatenò il ventennio Berlusconi-Prodi e calò il sipario.

 

Subito dopo la guerra, però, siccome eravamo stati “bravi” ad arrenderci per tempo, godemmo di un trattamento di favore (a differenza di Germania e Giappone) e ci fu concesso d’avere una compagnia petrolifera nazionale – oggi l’ENI – che nacque sfruttando lo scarso metano della valle Padana: subito dopo, però, “sbarcammo” in Libia ed iniziammo il lungo percorso che ha condotto l’ENI a diventare una dei principali colossi mondiali.

 

Ora, bisogna fare alcune precisazioni.

Se un Paese è produttore di petrolio, lo vende e crea un Ministero per il Petrolio. Se invece un Paese è importatore di materie prime energetiche (Italia) deve creare un ministero per l’approvvigionamento energetico, oppure avere delle figure politiche che si occupino del problema di far arrivare ogni giorno la benzina ai distributori. Non c’è niente di male che se ne occupi un Sottosegretario, ma anche nei precedenti governi ciò avveniva, soltanto che il vero Ministero per l’Energia italiano si chiama ENI e di pubblico c’è ben poco, salvo la golden share del ministero dell’Economia che controlla la società, una joint venture pubblico-privato quotata in Borsa. Le rinnovabili fanno capo al Ministero per l’Ambiente, ma con scarsi risultati: non sarebbe meglio avere un ministero pubblico per l’Energia, come controparte verso il settore di produzione?

 

Ora, non è mia intenzione scagliarmi contro l’ENI perché non ce ne sarebbe ragione: è una grande compagnia italiana, all’avanguardia soprattutto nei sistemi di ricerca e perforazione, s’è appena aggiudicata lo sfruttamento del più grande giacimento mondiale del Mediterraneo e non si capisce proprio perché dovrei scagliarmi contro questa grande azienda che produce utili ed occupazione.

Ci sono delle questioni di tangenti – è vero – ma il mondo del petrolio non è la San Vincenzo, questo bisogna capirlo: inoltre l’ENI, un paio di decenni or sono, s’accanì (insieme all’ENEL) contro il sistema delle rinnovabili, ma oggi molto è cambiato, in tutti i sensi.

 

A scagliarsi contro le rinnovabili non sono più decine di giornalisti (a libro paga? probabile, ma non ho le prove), non si spertica più nessun docente universitario: che il mondo del futuro sarà un mondo elettrico l’hanno capito tutti. Resta qualche sito di “nostalgici” del motore a benzina e del treno a vapore…ma che volete…lasciamoli pure dire…l’importante è comprendere che un terzo dell’energia elettrica che oggi adoperiamo è già d’origine rinnovabile, e il bello della faccenda è che se ne sono accorti anche ENEL ed ENI.

Nel 2018 il fabbisogno totale energetico italiano è stato del 18,1% coperto da fonti rinnovabili (sul totale energetico di tutti i settori: elettrico, trasporti, industria, ecc) e, in particolare, del 34,4% del settore elettrico. (1)

 Come ben saprete, l’UE ha posto come obiettivo per il 2050 il raggiungimento del 50% di produzione rinnovabile, che è ancora lontano. Ma, oggi, ha messo in campo un mare di soldi per farlo: e sono impianti che iniziano a rendere il giorno dopo che sono installati, che non sono spese “a debito”, perché s’ammortizzano in pochi anni. Sono, anzi, spese “a credito”.

 

Il primo obiettivo da abbattere è senz’altro la generazione da carbone, che è il più inquinante per l’atmosfera, in quanto non solo generatore di Co2 bensì anche d’ossidi d’azoto ed anidridi solforose, ben più pericolose della semplice CO2.

 

Non voglio ritornare sul problema del riscaldamento globale: la scienza ha dimostrato che la molecola di CO2 riflette, verso terra, la radiazione infrarossa che “rimbalza” sulla Terra dopo il percorso dal Sole. E’ stato ampiamente dimostrato con precise sperimentazioni di laboratorio, sulle quali non intendo tornare: anzi, altre molecole riflettono ancor più la radiazione infrarossa, ad esempio una molecola di Metano riflette 18 volte la quantità d’infrarossi rispetto ad una molecola d’anidride carbonica.

Perciò, non intendo ritornare sulle solite mene complottiste che menano il can per l’aia – fa più freddo, fa più caldo, c’è meno aumento dei mari, c’è più aumento dei mari, c’è più ghiaccio, c’è meno ghiaccio, ecc – e chi non ha ben chiara la differenza fra meteorologia e clima vada a scassare i cosiddetti da altre parti dove sarà sen’altro più ascoltato, raggranellerà più “mi piace” o commenti, così dormirà più contento.

 

Nel più muto silenzio dei nostri sottosegretari, però, si sta almanaccando un contorto meccanismo mentale per continuare a bruciare combustibili fossili pompando la CO2 sottoterra. E dove?

Sotto il mare Adriatico e la pianura Padana: non è uno scherzo e nemmeno una bufala.

 

La vicenda iniziò molti anni fa all’interno dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), vicenda che non voglio rinvangare perché sono storie del 2007 (2), se non per dirvi che il leitmotiv era chiaro: se riusciamo ad “infilare” la CO2 nel sottosuolo, dove c’era (probabilmente) un tempo il metano già estratto, magari ne possiamo trovare dell’altro e ci facciamo belli. Come sono bravi! Ci liberano della cattiva CO2!

 

Ora, immettere da un serbatoio della CO2 nel sottosuolo non è difficile né pericoloso: l’anidride carbonica è un gas inerte. Il vero problema è dove trovarla, perché nell’aria è presente all’incirca intorno alle 600 ppm (parti per milione), dove ci fa il bello scherzo di trattenere la radiazione infrarossa, ma separarla dall’aria non è facile ed è costoso. Questo processo viene eseguito in rari casi per riempire le bombole di CO2 per scopi tecnici (saldatura, ecc) oppure, in Olanda, ne immettono un po’ sotto le serre per accelerare la crescita delle piante ma…qualcuno ha fatto il calcolo di quanto costerebbe estrarne dall’aria milioni di tonnellate? Perché se ne estrai solo qualche tonnellata il gioco non vale la candela. (3)

 

Eppure, il progetto va avanti, senza considerare i costi. Greenpeace s’è mostrata contraria a queste scelte, per un motivo che è semplicissimo da capire: perché devo spendere del denaro per acchiappare della CO2 e farla sparire sotterra, mentre più semplicemente posso costruire dei sistemi (eolici, solari, idroelettrici, geotermici, a biomasse) che producono energia senza far aumentare il tasso del gas in atmosfera?

Insomma, invece di macinarci il cervello cercando il mezzo per farla sparire, non sarebbe più semplice non produrla? Per quella che già c’è, ci pensano i vegetali a consumarla.

 

Ma qui c’è il terzo incomodo.

Maledizione avere una barca a vela, maledizione andar per l’Adriatico, maledizione andar per bettole e scovare gente che ha voglia di chiacchierare, maledizione guardarsi attorno anche quando si è a terra, maledizione saper ragionare. La più grossa, senz’altro.

Perché se prendete il largo dal delta del Po verso la Croazia, vi apparirà una selva. Questo è matto da legare: oh, Bertani, siamo in mare!

Aspettate…una selva di isole galleggianti, piattaforme petrolifere, anzi, gasiere.

Appena sotto l’orizzonte da terra, c’è una lunga sfilza che inizia appena sotto Venezia e termina poco prima del Conero: è il sistema del Metano, il sistema che garantisce l’approvvigionamento di Metano all’Italia. Discreto, quasi nascosto.

 

Sono senz’altro più di una ventina: un tempo estraevano Metano ma, accortisi che il livello della superficie sotto il mare s’approfondiva, hanno smesso. In buona sostanza, la pianura Padana sta “su” perché sotto c’è pressione di gas che la sorregge: se n’era già accorto Enrico Mattei, che smise le perforazioni nella zona di Cortemaggiore perché la pianura Padana rischiava di finire sotto il mare.

Allora, per non abbandonarle al loro destino, le adoperano come terminal: la nave giunge da chissà dove, carica di Metano liquido a bassissime temperature, poi lo rilascia nel metanodotto che va a terra. E va bene, ci serve del Metano e lo compriamo.

 

Già che ci siamo, però, visto che ci passa proprio sui piedi…costruiamo qualche modesta centrale termoelettrica a terra, per generare energia elettrica con Metano appena sbarcato, a basso costo: ce ne sono circa 25, da Chioggia a Ravenna ed oltre.

Bisogna però fare qualcosa con ‘sti rompi..glioni degli ambientalisti…ci sono questi qua dell’INGV che da vent’anni soffiano sul fuoco: vogliono mettere la CO2 sotto terra…se funziona, fosse anche poca roba va bene, tanto per dire che facciamo qualcosa…altrimenti questi, in mare, ci piazzano le pale eoliche sulle piattaforme!

 

Ed ecco, pronto all’uso, il progetto per il primo “campo” di generatori eolici in mare italiano: di fronte a Rimini! Tranquilli, appena sotto l’orizzonte, così Sgarbi non vede nulla e, dal suo cesso, non ci lancia improperi.

 

Chi ha avuto l’idea di piazzare degli aerogeneratori di fronte a Rimini è un po’ analfabeta…non sa leggere!

Si veda quello che prevede l’Atlante Eolico italiano (4) per quelle aree: c’è troppo poco vento! Non sarebbe economico farlo lì!

Le uniche aree italiane di mare degne di nota sono la Sardegna sud-occidentale, la Sicilia occidentale e le aree ad est del Molise e della Puglia settentrionale. Stop.

 

Veniamo a noi: quali sono gli investimenti per l’eolico off-shore (in mare) di Germania e Gran Bretagna?

D’accordo: loro godono di venti molto forti e costanti, ma anche noi nelle zone che prima ho indicato troviamo venti generosi e costanti.

La Gran Bretagna ha varato un piano poliennale da 41 miliardi di sterline, mentre la Germania prevede 31 miliardi di euro.

 

Non preoccupatevi per problemi tecnici: i pali sono galleggiati ed ancorati con tre ancore anche su alti fondali. Oggi, le potenze variano fra i 6 ed i 9 megawatt per torre e impianti di questo genere forniscono numeri ben diversi da quelli da 1-3 megawatt che ci sono a terra e che impressionano Sgarbi: sono numeri che cambiano le percentuali della produzione energetica, che nessuno vedrà mai da terra e che l’ENI stessa potrebbe già oggi cooperare ad installare grazie alla Saipem 7000, la più grande gru galleggiante del mondo. Con buona pace di vuole sotterrare la CO2 sotto terra.

 

Se volessimo impiantare – finalmente – il sistema termodinamico di Carlo Rubbia abbiamo un luogo perfetto dove installare i pannelli: le autostrade! Coprendo le autostrade, si viaggia al fresco, si risparmia sui condizionatori e si genere energia! E’ un po’ troppo per i sottosegretari? Non saprei.

Quello che vi sto raccontando è che, per non finire sempre in tangenti od in mafie all’arrembaggio, deve esistere una struttura di controllo: un ministero pubblico per l’Energia può andar bene?

 

Così va il mondo e vanno le cose: l’ENI, che solo vent’anni fa vedeva l’eolico come il fumo negli occhi, oggi ha varato la più grande nave-gru del mondo e la sta usando per impiantare in mare aerogeneratori al largo della Scozia.

Molti sono oramai convinti che il M5S sia un partito finito: probabilmente lo affermano più per paura, ossia per i valori che il Movimento aveva ed ha immesso, rinnovando il lessico politico contro la corruzione. Perciò, non guardo i sondaggi oggi, ma vorrei vedere quelli che ci saranno fra un paio d’anni se il Movimento riuscirà a comprendere i mezzi per incidere nella realtà politica del Paese. Ne ho esternato qualche semplice esempio.

 

Se i nostri sottosegretari se n’accorgessero, invece del loro affannarsi bulimico su come riordinare i loro parlamentari per farli apparire come una formazione da grande squadra, il problema sarebbe risolto: se si vuole fare una squadra, prima degli uomini, servono le idee.

Questo è il compito di un buon politico, e non perdere tempo a fare messaggi a raffica su Facebook: imparate da Conte.

(1) https://gualerzi.blogautore.repubblica.it/2019/05/15/energia-nel-2018-il-18-dei-consumi-italiani-da-rinnovabili/

(2) https://comedonchisciotte.org/il-paese-dei-mandarini/

(3) https://www.repubblica.it/ambiente/2013/04/30/news/co2_sottoterra-57440458/

(4) http://atlanteeolico.rse-web.it/

25 giugno 2019

Un vagito, da un Paese “pieno di energie e presenze positive”


“Per essere veramente grande, devi stare con la gente, non sopra di essa.”
Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, giurista, filosofo illuminista e pensatore liberale

Caro Presidente,

ho appena letto il suo accorato appello all’unità d’intenti, vergato nell’occasione dell’anniversario dell’uccisione di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore del Banco Ambrosiano di Michele Sindona. Vorrei ricordarle che, Ambrosoli, si laureò in Giurisprudenza, a Milano, nel 1958, con una tesi di Diritto Costituzionale sul Consiglio Superiore della Magistratura.

Proprio oggi, mi sono recato dal mio avvocato per le mille miserie di una qualsiasi vita italiana – nel Paese che lei definisce “pieno di energie e presenze positive” – e, scendendo le scale insieme a lui, mi ha narrato d’aver incontrato un vecchio magistrato di Cassazione in pensione (proprio del “Palazzaccio”, non ad  honorem) e di aver fatto quattro chiacchiere sulle recenti, tristissime ambasce nelle quali è precipitata la Magistratura.
La sentenza è stata brevissima ed amara: “Ci siamo giocati l’indipendenza della Magistratura”. A mio avviso, molto di più: è proprio il principio generale di “Giustizia” ad essere andato in fumo.

Lei sa benissimo che, la maggior parte del Paese, non ha compreso od ha capito ben poco dello psicodramma che si è giocato fra il Quirinale e il Palazzo dei Marescialli. Al più, con un’alzata di spalle, 99 italiani su 100 avranno pensato: “Sono cose loro…hanno il loro “marcio” da insabbiare…sono gente dalla quale star lontana…”
Già, “lontana”, come dicono i galeotti.

Eppure, ciò che è successo è di una gravità inaudita, che sfugge ai più, i quali non credono più a niente o non comprendono – miserere nobis – che si è infranto un cardine della vita democratica di questo dannato Paese, così “pieno di energie e presenze positive”. Non è una buona notizia, anche se qualcuno avrà pensato: “Viene l’Estate, andranno al mare, dimenticheranno…” Già, meglio dimenticare?

Dimenticare che uno dei cardini dell’ordinamento democratico – che affidava alla Magistratura il governo di se stessa, in contrapposizione (dialettica?) con il Legislativo e l’Esecutivo – è andato in pezzi? Qui non si tratta di dialettica, non si prende in esame la turris eburnea, ma è stato evidenziato, denudato di fronte agli italiani che il potere Giudiziario faceva pappa e ciccia con l’Esecutivo, ossia col Governo. E non da oggi, e nemmeno da ieri, come vedremo in seguito.

Lei è intervenuto, bloccando alcune nomine a dir poco “sospette” – ne prendiamo atto – ma si doveva giungere a tanto? Si dovevano smascherare i più alti gradi della Magistratura grazie a delle semplici intercettazioni, come per i mariuoli e per i mafiosi?

Sappiamo, anche se formalmente lei è il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che questa presidenza è sempre stata vissuta nei decenni con forse troppo garbo, un po’ d’indulgenza, e tanta fiducia che i magistrati sarebbero stati in grado di bastare a se stessi. Ma è così?

Vogliamo tornare indietro di 10 anni? Al 2009, alla famosa “cena” (1) fra Berlusconi, Alfano, Gianni Letta, Carlo Vizzini e le due “toghe” del CSM, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano? Una “cena” tenutasi a Roma nel Giugno del 2009, nella quale il “piatto forte” fu un progetto di riforma costituzionale, che prevedeva anche mutamenti pesanti nell’ordinamento, per rendere i giudici costituzionali ancora più succubi – mi perdoni, ma le recenti vicende lasciano aperta la porta ai più oscuri sospetti – del potere Esecutivo.
E oggi? Non conosciamo ancora lo “spessore” dei progetti intercorsi fra l’ex ministro Lotti ed il giudice Palamara, ma sono “vicinanze” che fanno accapponare la pelle.
Ciò che sconcerta è che dibattiti, opinioni ed (eventualmente) decisioni sono prese completamente al di fuori dell’agone democratico, delle istituzioni preposte: una ferita, sull’ordinamento repubblicano.

Domani è un altro giorno, già: si dice sempre così.
Uno di questi giorni, già so che dovrò incontrare un magistrato, ovviamente per faccende che riguardano il Diritto, anche se, “miseramente”, civile.
Come potrò essere sereno, come potrò fissarlo negli occhi e sapere che quel giudice potrà anche sbagliare – per carità: nessuno è infallibile! – ma chi mi garantirà che, oscure trame, non lo conducano ad una “vicinanza” con la parte avversa? Si renda conto, signor presidente, che va in pezzi uno dei cardini dello Stato di diritto!
Non fosse già avvenuto.

Da parecchio tempo la Magistratura dà una pessima immagine di se stessa: vogliamo ricordare l’inchiesta sull’incidente ferroviario in Puglia del 2017, con un PM sollevato dall’incarico nella “turbolenta” (a dir poco…) procura di Trani? Oppure l’allucinante vicenda dei corsi propedeutici per l’ingresso in Magistratura, viziati da abusi sessuali che vennero, giustamente, puniti dal CSM? In tutte queste (e tante altre) vicende è sempre la commistione fra indagante ed indagato a spaventare, a segnare il passo di comportamenti che paiono seguire la medesima traccia, come se il principio di separazione dei poteri fosse un inutile e fastidioso orpello, da ovviare facendo spallucce?
E quando proprio l’organo interno di Giustizia della magistratura deflagra, in una miriade di comportamenti da censurare, con forza e determinazione? Basta l’affermazione d’aver “fatto pulizia” per acquietarci?

Se possiamo comprendere le difficoltà della Magistratura nella lotta contro le mafie – Falcone e Borsellino ancora vivono fra noi, i loro filmati ci accompagnano nella nostra (e loro) speranza di giungere a vivere in un Paese normale – non si riesce a capire come la Magistratura assista, comodamente seduta nella sua turris eburnea, allo scempio di centinaia di vite umane, derise e violate senza che, dalla parte dei giudici, si sia giunti ad un modus operandi che ponga fine allo strazio. Quando potremo sfogliare un quotidiano senza imbatterci nell’ennesima donna uccisa, sfigurata, oppure sfuggita – solo grazie alle sue forze, oppure per pura fortuna – alla mano massacratrice, dopo aver denunciato per molte volte ai giudici ed alle forze di Polizia il suo calvario?

Cosa sono diventati, i giudici, una nuova casta di potere? Tollerata e “compresa” nel potere politico, basta che non dia “fastidi” al manovratore?

Siamo un Paese cattolico, che vive – a mio modesto parere – con troppo indulgenza le vicende di giustizia: siamo il Paese dove, al peccato, si associa immediatamente il perdono, relegando alla coscienza personale il richiesto pentimento, senza indagare se è avvenuto, senza intrometterci. Sono cose “private”, “personali”.
Sarà, signor presidente, ma nei paesi luterani il concetto di giustizia, associata al dolo ed al pentimento, viene vissuto con diversa serietà ed attenzione: non si è oberati né schiacciati dal controllo sociale – non so se, ancora oggi, in Gran Bretagna non siano previsti documenti d’identità personale com’era un tempo, ritenuti “invasivi” della libertà personale – ma, se si sbaglia, la punizione è certa e severissima. E, soprattutto, veloce.

Oggi, solo per farle un esempio, sono  impegolato (insieme a molti altri) in una vicenda (2) giudiziaria infinita, che ha visto – fino ad ora – ben cinque gradi di giudizio: primo grado, Corte d’Appello, Cassazione, ritorno alla corte d’Appello, nuovamente Cassazione. Oggi, si prospetta un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Spiegata al bar, ad un amico avvocato, mi ha confessato: “Ci saranno certo dei validi principi giuridici ma, detta così, non riesco a capire il garbuglio.” Durato, per ora, vent’anni.
E, il bello della vicenda, è che l’attuale vicenda è soltanto il secondo “round” di una precedente causa giudiziaria – che, se ben ricordo, terminò nel 1978 – mentre le basi filosofiche del contendere sono da ricercare nel carteggio fra Giovanni Gentile, all’epoca Ministro della Pubblica Istruzione, ed Antonio Gramsci, all’epoca detenuto politico a Ventotene.
Ciò non impediva, ai due, di difendere oppure criticare la riforma Gentile dell’Istruzione del 1923: correttamente, l’uno da viale Trastevere, l’altro dalla sua cella, si confrontavano sulla base degli assiomi kantiani ed hegeliani della filosofia sette-ottocentesca, sull’eterno problema del rapporto fra teoria e pratica, idealismo ed empirismo nell’educazione dei ragazzi.
Com’è possibile, signor presidente, che una vicenda iniziata – seppur nei suoi aspetti “teoretici” – nel 1923 debba tornare in vita, nel 2019, in una corte di Giustizia italiana?

Tornando a noi, la Magistratura si difende, affermando che – in fin dei conti – il potere Legislativo ha nelle sue mani le Leggi, ossia le basi sulle quali la Magistratura deve poi sentenziare. Salvo, poi, gridare “al lupo!” se ritiene che siano intaccati i suoi principi d’indipendenza, sanciti dalla Costituzione. Ma, sulla correttezza costituzionale delle leggi, debbono vegliare lei e, soprattutto, la Corte Costituzionale. Che ha mostrato un inquietante “tasso” di marciume e sordida connivenza con ambienti poco “puliti” di poteri con i quali non doveva e non poteva avere quei rapporti.

E la Magistratura italiana si compiace anche con se stessa, per rendere sempre più illeggibili gli emanati: al tradizionale uso (spesso superfluo) della citazione latina, oggi si aggiunge l’uso della lingua inglese, che pare voler “trattenere” nella torre d’avorio le sentenze, gli emanati, le motivazioni, quasi ci fosse vergogna ad esibirli in pubblico, creando anche un’artificiosa distanza, che ha olezzo di classismo, fra chi deve amministrare la Giustizia e chi deve usufruirne. E la distanza fra il Paese reale e le aule di Giustizia, aumenta: scompaiono gli avvocati, mentre spadroneggiano gli azzeccagarbugli.

In questa serena Estate italiana – i guai idrogeologici verranno in Autunno – mentre lei ci comunica la sua profonda convinzione di vivere in un Paese “pieno di energie e presenze positive”, siamo alle prese con un pasticcio istituzionale che solo la frescura del mare potrà far dimenticare. Già, ma ciò che esce dalla porta rientra dalla finestra – recita il proverbio – e, francamente, non mi sento di cassare questa antica sentenza. Possiamo rispondere: “non riesco a capire il garbuglio”, come ha fatto l’amico avvocato?
Veda lei.


(2) https://www.tecnicadellascuola.it/giustizia-e-dignita-per-gli-ata-itp-ex-enti-locali

20 novembre 2016

Se Renzi volesse...o potesse, o sapesse...

Il nuovo palazzo della Regione Lombardia a Milano

Se Renzi non fosse un burattino nelle mani del potere finanziario e delle burocrazie europee, non si sarebbe mai sognato di progettare una riforma costituzionale: avrebbe continuato a giocherellare con la sua immagine, con l'album delle sue figurine. Invece, gliel'hanno ordinato, e lui obbedisce.  Penso che nemmeno questa volta la riforma passerà – a meno di clamorosi brogli: hanno assoldato legioni di scrutatori “embedded” – poiché il popolo italiano è stanco e sfiduciato, e non è scorretto “vendicarsi” sul referendum, poiché quando le leggi elettorali sono delle truffe incostituzionali, si combatte come si può, anche a suon di sberleffi (pensate cos’hanno fatto gli americani ad Hillary!).

Eppure, una riforma del Parlamento e delle amministrazioni periferiche sarebbe necessaria: siamo certi che, se il popolo  avvertisse davvero che si tratta di una consultazione (e non di un voto basato su ricatti e frustate, come al solito) risponderebbe diversamente, poiché gli italiani – almeno in larga parte – non sono degli stupidi. Proviamoci va, tanto siamo certi che non ci ascolteranno mai, ma qualcuno che ascolta ci sarà, ed a noi basta.

Gli scopi di una vera riforma devono essere due: risparmi sui costi inutili ed una maggior efficienza verso i cittadini, cosa fattibilissima e, proprio nello spirito del dibattito democratico che Renzi non attua, il quadro che seguirà spero che servirà come base di discussioni, ovviamente motivate.

Il Parlamento

Fino al 1990 (circa) il sistema era bloccato dalla Guerra Fredda e dalla divisione in blocchi: Camera e Senato erano delle fotocopie, e dunque il sistema reggeva, anche se era inutilmente duplicato. Oggi, siamo al parossismo: per composizione, sono quasi due diversi parlamenti e ciò deriva da leggi elettorali sconsiderate. In questo quadro spadroneggiò un Presidente-padrone – Napolitano – ed oggi regge solo per la presenza del muto Mattarella: la “riforma” l’hanno già attuata e il Parlamento non conta più niente, il vero potere è del governo, grazie all’uso sconsiderato del decreto-legge.
Non servono due Camere, né serve creare una camera dedicata alle amministrazioni locali, poiché – inevitabilmente – entrerebbe in conflitto con la camera “nazionale”.
Piuttosto, serve una Camera che lavori e, per lavorare bene, ha bisogno del costruttivo apporto della Corte Costituzionale e di un Presidente dotato di parola: doppia lettura per ogni legge, inframmezzata da un'analisi dei costituzionalisti – per evitare di avere parlamenti e leggi incostituzionali, come oggi avviene – quindi recepire, nella seconda lettura, i “paletti” costituzionali e valutare anche le note a margine, non obbligatorie. In circa sei mesi una legge sarebbe pronta: una buona legge, che non sarebbe necessario emendare il giorno dopo, soprattutto se si tornasse a legiferare per comparti omogenei, non inserendo un comma sugli allevamenti di mucche da latte nella riforma dell'esame di maturità.
Sui numeri e sugli eletti del Parlamento, torneremo dopo.

Le Regioni

Fino al 1980 circa, le Regioni non esistevano: inserite nel 1970, solo dopo un decennio iniziarono a far sentire il loro peso. Quasi sempre funesto.
Proprio ieri sera parlavo con un funzionario regionale, il quale mi confessava che le Regioni – pur dovendo amministrare vasti territori – sono schiave di una incommensurabile forza centripeta. Se il 100% vige a Milano, a Brescia è soltanto più un 50%, mentre in Valcamonica quasi si perdono le opportunità, le notizie...pur vivendo nel Web 3.0. Inutile: ogni livello cerca d'ottenere qualcosa per sé, per la propria parte politica o affaristica (spesso multi-partitica) ma, soprattutto, sul proprio territorio. Ovvio che il territorio dove sorge il capoluogo è il più avvantaggiato: ne abbiamo visto i frutti, in termine di malaffare, sotto tutti i cieli.
Sinceramente, non riesco a trovare un solo vantaggio, una sola opportunità in più offerta dalle Regioni, anche se tutte fossero equiparate a quelle autonome. E’ il sistema che non funziona: le Regioni hanno canali diretti con l’UE e li adoperano per dirottare fondi destinati verso l’occupazione e la piccola impresa verso i vari carrozzoni controllati dalla politica. In questo senso, sono un vero e proprio danno: l’unica soluzione è gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, senza ripensamenti.

Le Province

Siamo giunti al parossismo: dopo avere strombazzato ai quattro venti l’eliminazione delle Province, nel 2016 si sono tenute – lo dico per coloro che non se ne sono accorti – le Elezioni Provinciali. Elezioni di “Secondo livello”, le chiamano, ovverosia i sindaci ed i consiglieri comunali votano una sorta di Presidente della Provincia con gli assessori – senza emolumenti, per carità! (e i gettoni di presenza? A quanto ammontano?) – i quali avranno il compito...di gestire l’azzeramento delle Province! Per quando? Non si sa: immaginiamo non prima del 2050...
Se volete, leggete il mio ultimo articolo e capirete che razza di sordida cloaca siano diventate le amministrazioni provinciali “rinate”: non per questo, però, l’impianto napoleonico è da buttare.
Per come stanno le cose oggi, però, c’è da buttare il bambino, l’acqua del bagnetto e spaccare pure la vaschetta.

I Comuni

Non so da quanto tempo non vi recate in Comune: non un grande Comune, cittadine di qualche migliaio d’abitanti o poco più. Un tempo, c’erano un paio d’impiegati all’anagrafe, il vigile od il messo, un’impiegata all’amministrazione, il geometra, il segretario o poco più. Osservate oggi.
Decine e decine di persone che volteggiano, girano, salgono e scendono scale, cercano qualcuno, telefonano, fotocopiano, consultano, lavorano al computer...ma cosa fanno?
Il lavoro glielo trovano – sicuro – con tutto l’ambaradan di nuove leggi e leggine che mutano ogni mese...ma...a cosa serve tutto quello sciame di api operaie ronzanti?
In fin dei conti, e mi dispiace dirlo per chi crede di svolgere un’attività socialmente utile, servono a mantenere una base elettorale sicura, tramite il favore, la raccomandazione, il posto sicuro. Per questa ragione i Comuni hanno piante organiche sempre più ampie.

In Italia, ci sono quasi 10.000 comuni. Una decina sono città di rango internazionale, altre duecento circa hanno importanza nazionale poiché sedi d’industrie, città d’arte, snodi ferroviari, porti, località turistiche, ecc.
Circa 9.000 Comuni sono, in gran maggioranza, borghi agricoli dove l’agricoltura sta morendo per mancanza...d’agricoltori! A differenza della Francia e della Germania – che hanno pressappoco un agricoltore sotto i 35 anni contro un altro 65enne, un rapporto di sostituzione di 1:1 – in Italia il rapporto è di 8:1, ossia 8 vecchi per un giovane.
Inutile ricordare che, ogni anno che passa, si riducono le superfici coltivate ed i boschi avanzano, inesorabili: ciò è dovuto, principalmente, alla mancanza d’idee, poiché le idee fanno impresa, generano ricchezza. E, non dimentichiamo, la ricchezza – sia essa legno o grano, oro o pirite – si trova nel territorio, non in piazza Navona.

L’ampiezza di un Comune non supera le decine di chilometri quadri: estrema frammentazione del territorio (per ragioni storiche), fra i più densamente popolati del pianeta. Oltre il confine, segnato a volte da un fiume, altre da un semplice cartello affisso nella pianura c’è un altro Comune, magari differente per Storia e monumenti, ma identico per territorio, per bisogni, per possibilità.
Il Comune, oggi, non ha fondi da destinare a nulla, se non alla propria sopravvivenza: le frane richiedono anni di lavoro, perché bisogna aspettare che la Regione stanzi, che la Provincia approvi...e così via. E le transenne restano, perché i fondi devono andare al sostegno elettorale, che gli frega a loro se noi bestemmiamo, fermi al semaforo della frana.

Un tentativo di riunire più Comuni, per lo più accanto ad aree urbane, fu portato a termine durante il Fascismo, ma non in molte realtà: l’esempio genovese è forse il più “classico” come esempio, laddove i comuni di Voltri, Pegli, Sestri, Pra, Nervi...eccetera...divennero la “grande” Genova.
Nessuno, però, ha mai immaginato di riunire più Comuni distanti da una città in realtà amministrative autonome, realtà omogenee per territorio ed attività economiche: un’intera vallata, ad esempio, oppure una porzione di pianura fra due fiumi. Cosa porterebbe?

Quanto costano oggi

Ogni lavoratore o pensionato paga, annualmente, circa 700 euro per le amministrazioni locali (Regioni e Comuni): siccome gli occupati sono 22 milioni 498 mila ed i pensionati 15,8 milioni (fonte: ISTAT), paghiamo per queste istituzioni circa 26 miliardi l’anno. Cifre da legge Finanziaria: tanto per fare un paragone, il governo Renzi ha stanziato, quest’anno, 7 miliardi per le pensioni, che è uno dei maggiori stanziamenti dell’attuale legge. Ma non finisce qui.
Mancano le Province, che si approvvigionano tramite una quota sulle assicurazioni auto più le onnipresenti multe, diventate un vero cespite anche per i Comuni: ci sono Comuni che inseriscono nel bilancio di previsione la quota percentuale di quanto dovranno aumentare nell’anno successivo! Il “crimine” previsto, quantificato e tollerato.
Bolli, tasse, addizionali, TARES, TARSU, TOSAP...è difficilissimo stimare quanto costano queste amministrazioni, poiché – ad esempio – in quello delle Regioni c’è da conteggiare la Sanità, in quello delle (ex?) Province gli interventi di manutenzione delle scuole...qualcuno ipotizza addirittura un costo totale di 90 miliardi l’anno...ma non ci sono cifre certe...è proprio necessario?

Premetto che le ipotesi che seguiranno sono pensate per l’attuale situazione, vale a dire la presenza dell’UE anche se, personalmente, credo che uscire dall’Europa e dall’Euro sarebbe la prima e più necessaria medicina: non perché un impianto europeo sia disdicevole, ma nelle mani di questa gente – e per come è stato pensato e realizzato – è una vera iattura.

Ipotesi di discussione

Accorpando in gruppi di 15-20 Comuni i circa 9.000 piccoli comuni italiani, si otterrebbero 450-600 unità territoriali – Comunità, Distretti, Comprensori, Dipartimenti, mini-province...chiamateli come desiderate – le quali avrebbero a disposizione (osservando le attuali piante organiche) almeno 100-200 dipendenti fra impiegati, operai, vigili, ecc, quali sarebbero i vantaggi?
Venti cantonieri che spingono una carriola raggiungono gli stessi obiettivi di venti cantonieri – provvisti dei necessari macchinari – che riparano una frana? Od una perdita d’acqua? Oppure tagliano alberi caduti? Lo stesso dicasi per gli impiegati, i vigili, ecc: si potrebbero ottenere non dei risparmi di scala, bensì dei vantaggi di scala. Senza dimenticare che, per gli aspetti amministrativi, già oggi (vedi Germania) è possibile inviare e ricevere documenti via Internet, comodamente da casa.

Ogni Comunità avrebbe un Consiglio ed un Presidente, ed eleggerebbe un parlamentare ogni cinque anni: una sola giornata elettorale ogni 5 anni, fine delle elezioni ogni anno. Se ci pensate, la pratica delle elezioni “frazionate” è soltanto una necessità degli attuali partiti: quella di controllare continuamente i rapporti di forza. I costi delle elezioni? E che gliene importa a loro?
Nei vecchi Comuni rimarrebbero un modesto ufficio per le pratiche più comuni: anagrafe e poco altro e le Pro Loco, organismi nati dal basso dove si creano, con la sperimentazione per la valorizzazione del territorio, i futuri amministratori e politici.
I comuni di “cintura” alle grandi città diventerebbero quartieri della città stessa, ovviamente.

Ogni Comunità dovrebbe essere dotata di una piccola astanteria (10-15 posti letto) per le emergenze, mentre la Sanità “maggiore” – i grandi ospedali – tornerebbero sotto lo Stato: riflettiamo che, prima della riforma, mantenevamo un Poggiolini (l’ispettore dei farmaci con i lingotti d’oro sotto il divano), oggi ne manteniamo venti, uno per Regione.
Inserendo come capoluogo la cittadina più grande e popolosa, le scuole già ci sarebbero: sarebbe poi compito delle amministrazioni occuparsi di completare gli iter formativi, secondo le esigenze.
Molto importante creare una giustizia locale per il “piccolo cabotaggio”: incidenti di varia natura, piccoli furti, sfratti, separazioni, confini, ecc. lasciando i compiti più difficili, le inchieste ecc. nelle mani dei giudici nei grandi tribunali: tornerebbe, rivisitata, la figura del pretore, giudice monocratico e, nella nuova riforma, unico grado di giudizio (al massimo, un ricorso ad un altro pretore). La giustizia spicciola, grosso modo, funziona così in Gran Bretagna.

Dal punto di vista fiscale, sarebbe necessario un ribaltamento delle attuali prassi: stabiliti i costi generali dello Stato (ossia Difesa, Giustizia, Sanità, Scuola) – anno per anno, e dando potere esecutivo alla Corte dei Conti di limitare gli “incrementi” – tutte le altre entrate rimarrebbero alla Comunità.
In questo modo, le Comunità avrebbero fondi propri per gli investimenti sul territorio, oppure potrebbero optare per un ridimensionamento del prelevo fiscale.
Le grandi città, all’opposto, vedrebbero frazionata la loro gestione: pur mantenendo un Consiglio Comunale (per il controllo e la supervisione generale), il vero potere (ossia i soldi) andrebbero nelle mani delle Circoscrizioni, ovvero dei quartieri, in base alla popolazione residente. In questo modo, non ci sarebbero più quartieri poco popolati che fanno la parte del leone e quartieri-dormitorio che si dividono le briciole.
Anche in questo caso, vigerebbe il federalismo fiscale sopra esposto, mentre tutte le leggi elettorali sarebbero proporzionali, senza nessun premio di maggioranza e con uno sbarramento al 3%.

Il nuovo Parlamento

Il Parlamento, rimasto unica camera di rappresentanza, dovrebbe lavorare, e parecchio. Una settimana lavorativa di cinque giorni (Lunedì-Venerdì), non come oggi (Martedì-Giovedì): per contrappeso, la quarta settimana del mese rimarrebbe chiuso, cosicché i parlamentari possano tornare nei collegi ed ascoltare le novità, le richieste, i bisogni...partecipando, in veste d’uditori, alle riunioni del Consiglio di Comunità.
Oltre al referendum abrogativo – senza quorum (c’è forse un quorum per le elezioni?) – sarebbe necessario il referendum propositivo: 500.000 firme, ma un anno di tempo per raccoglierle, ed il parlamento sarebbe obbligato ad esaminarlo subito, non infilarlo nel cassetto “ricordi e depositi” come fanno per le leggi d’iniziativa popolare.
Sarebbero da riformare anche i regolamenti parlamentari, l’abuso del decreto-legge nella formazione delle leggi e molto sulla Giustizia, ma sono argomenti che esulano da questa trattazione.

Conclusioni

A qualcuno sembrerà l’uovo di Colombo, ad altri un sistema irrealizzabile, ad altri ancora una schifezza: provate a ragionare, io propongo un sistema che dimezza i costi centrali e sopprime due amministrazioni locali su tre. Quanto il risparmio? Non so darvi una cifra certa, ma valutabile nell’ordine delle decine – forse centinaia – di miliardi l’anno.
Ed una maggior efficienza, di questo sono sicuro. Perché?

Poiché le cose, nelle amministrazioni locali, non vanno come (forse) pensate: ossia, l’assessore comunale all’ambiente si reca dall’assessore provinciale, il quale telefona all’assessore regionale e combina un incontro col ministro dell’Ambiente. Manco per idea.
L’assessore comunale all’Ambiente va da suo cugino, l’assessore provinciale ai Trasporti, il quale contatta il suo ex compagno di scuola, che è assessore regionale alla Sanità. L’idea, se buona – ossia se rende dei soldi – viene portata avanti calcolando da subito la divisione del malloppo, magari se si riesce a fare a meno del ministro anche meglio, perché quello non lo liquidi con due spiccioli.

Idee come quella delle “macro-regioni” – ricordando il sen. Miglio – sono inutili: anzi, complicano le cose. La gerarchia, soprattutto oggi, con la velocità dell’informazione, è un inutile orpello: è un retaggio del nostro modo di pensare, un ricordo al quale siamo legati.
Nella suddivisione dei fondi europei, la Spagna ed il Portogallo si presero (anni ’80-90) anche la parte che l’Italia non riusciva a spendere, perché l’Italia convogliava i fondi nella “catena” amministrativa, gli iberici avevano uffici centrali. Fu un caso (forse ancora abituati a stati fortemente centralizzati?) che li favorì, mentre l’Italia perse tutte le occasioni nelle quali i nostri ladri di polli non riuscivano a trovare un accordo per la spartizione. I famosi capannoni abbandonati, ricordate?

Non vi è nulla di più diretto e senza intoppi che un ufficio – corrispondente alla commissione parlamentare – il quale riceve dei piani d’intervento, richieste di fondi (motivate) e quant’altro: devono solo lavorare, di certo non andare ai talk-show.
Per evitare il noto fenomeno del “approvo per la maggioranza, respingo per l’opposizione”, tutti i provvedimenti di spesa per le amministrazioni locali sarebbero racchiusi in una, unica legge di spesa: una a trimestre, ad esempio, cosicché si approverebbe o si respingerebbe in blocco. In commissione è più facile accordarsi (in un parlamento che funzioni, si fissano delle regole e ci si attiene ad esse), mentre in aula bloccare è facilissimo.
Inoltre, per la corruzione, vi sarebbero solo due livelli da controllare: più facile da vigilare, meno complesso: in fin dei conti, lo stato napoleonico era molto simile, e Napoleone era una persona di un’intelligenza straordinaria. I francesi, per due secoli, non sono riusciti a demolire l’impianto napoleonico: comunque, oggi, les voleurs de poulets français ci stanno riuscendo, anche loro stanno per aggiungere il livello regionale.

Vorrei solo far notare la differenza fra un impianto federalista e la mia ipotesi: qui si tratta di tornare a dei valori e dei comportamenti che la Lega ha sempre strombazzato, ma ai quali non ha mai creduto. Basta riflette sulle “grandi verità” sbraitate a Pontida e la misera fine di Bossi, che regnava su un partito nel quale i parlamentari “romano-acquisiti” (“Roma Ladrona”: i romani non si offendano) si spartivano mazzette a iosa. Quelli buoni, dalla Lega se ne andarono già prima del 2000.
Ossia, non si tratta di costruire un impianto gerarchico “locale” bensì di spazzarlo via: un filo diretto, al posto di una sequela di “prolunghe” macilente e poco sicure. Di certo, la politica nelle Comunità dovrebbe essere di alto livello, perché è lì che si faranno le scelte politiche importanti: non la “giornata della fertilità”, ma come dare un assegno sicuro alle future madri e la certezza di ritrovare il proprio lavoro dopo il parto, indipendentemente da razza, religione, condizione sociale e moralità. Così recita la nostra Costituzione.
Dovrebbero, inoltre, essere aboliti tutti i finanziamenti ai media – Tg, giornali, ecc – cosicché la stampa diventerebbe – finalmente – libera (e responsabile): non ci sarebbero più i Renzi in Tv dall’alba al tramonto né gli “editti bulgari”.

Già conosco le vostre obiezioni: se non sono onesti...certo, lo so anch’io...se non si riforma la moneta...sicuro...se c’è l’Europa di mezzo non c’è niente da fare...ma certo...e allora? Che facciamo? Avete una katana per fare karakiri tutti? Altrimenti vi presto la mia: se volete passarvela...scherzo, ovviamente.
Facciamo circolare delle idee, non possiamo fare altro – per ora – però un terzo dell’attuale parlamento è costituito da neofiti, gente che reputo onesta (forse esperta e capace un po’ meno, ma non importa) con una direzione politica un poco arruffona (più facile dal palcoscenico, vero Beppe? Ti capisco...) ma, tutto sommato, è una nuova realtà che appare...non sappiamo ancora come andrà a finire. Magari il bicchiere è mezzo pieno e non ce ne accorgiamo.

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, ma non voglio abusare della pazienza di chi mi ha seguito fin qui: andiamo a buttare in faccia al ragazzino di Rignano la sua pasticciata e clientelare “riforma” con un NO, senza ripensamenti e paure di buttare “un’occasione”. Questa riforma non è nulla: è fuffa, è truffaldina, aumenta le spese invece di diminuirle.
Grazie per la vostra attenzione.

11 marzo 2016

Elezioni agoniche





“La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.”
Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Minima moralia, 1951

La stampa nazionale è impazzita: dappertutto si sbraita oppure ci si cosparge i capelli di cenere! Alle elezioni primarie è crollato l’afflusso, anche lì l’astensionismo dilaga! Peggio ancora: ci sono i brogli! I candidati che si comprano i voti! Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire: già nelle votazioni del Senato Romano se ne sentivano (riportate dagli autori latini) delle belle. In tutti questi brevissimi paragrafi che precedono, c’è solo una parola che stona, anzi, che è proprio sbagliata secondo i comuni canoni semantici: elezioni.

Il termine elezioni, se proprio vogliamo spaccare il capello in quattro, viene usato anche per eleggere il Presidente della Confraternita del Coccio Spezzato, oppure per nominare il Direttore dell’Istituto per la Ricerca sul Porcino Caprino...insomma, anche lì si deve eleggere qualcuno...ma, da questo, a strombazzarle ai quattro venti come elezioni “importanti”, “decisive”...al punto di rivolgersi alla Magistratura, ce ne passa.

Il PD è un’associazione di privati cittadini, in forma di partito (ossia d’associazione politica) la quale bandisce delle votazioni, al suo interno, per stabilire l’organigramma del partito stesso od altre figure ritenute – a torto od a ragione, ma questi sono cavoli del Partito Democratico – importanti per la sua vita interna. Punto.
Se qualcuno ritiene d’essere stato danneggiato, va da un avvocato, gli spiega la situazione e – a quel punto – il legale farà i necessari passi conformi alla legge. Noi, scusate – intendendo i destinatari delle prime pagine dei giornali – cosa c’entriamo? Perché dobbiamo saperlo ad ogni costo?
Insomma, giuridicamente, questo ha la stessa importanza di un incidente stradale e ci viene propinato come una tragedia greca!

Certamente, la figura fatta non è delle migliori...nei filmati si vedono e si sentono scambi di denaro a vario titolo...ma, ricordiamo, le elezioni primarie non sono regolate da nessuna legge repubblicana: ciascuno fa come vuole. Nemmeno le elezioni politiche sono regolate dalla Costituzione, se non dall’art. 48:

“Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.”

 Ma, come si può notare, agli art. 56 e 58 dice anche:

La Camera dei deputati (ed il Senato N. d. A.) è eletta a suffragio universale e diretto...(omissis)...

Su quel “diretto” ci possono essere delle interpretazioni, ovvio: la lingua italiana è fra le più malleabili del Pianeta. La più comune e sensata è senz’altro “senza intermediari”, ossia nessuno si può frapporre fra il cittadino/elettore ed il cittadino/eletto. Certo, il bello spettacolo dei “dammi 10 euro” messo in piazza dal PD non brilla proprio per correttezza istituzionale ma, ripetiamo, le cosiddette elezioni primarie non sono niente di più di un gioco interno ai partiti, sono una lotteria benefica (per loro) e nulla hanno a che vedere con le istituzioni. Nemmeno negli USA, dove la Costituzione Americana mai le cita: sono un sistema come un altro per creare una classe dirigente oppure, se preferite, per mettere in lista dei volti qualunque, in modo che i veri poteri possano spadroneggiare.
Se, invece, vogliamo parlare di selezione e creazione di una classe dirigente, il discorso cambia.

Se credete fermamente – e con fondate ragioni – che le classi dirigenti siano create dai veri poteri con una telefonata, allora potete smetterla di leggere: troverete il seguito assai noioso e, per il vostro modo di pensare, anche urticante. Aggiungo solo che, se questa teoria in parte è vera, non è mai semplice come una telefonata e richiede molto lavoro: dal controllo dei media a quello degli esplosivi.

Subito dopo la 2GM, le classi dirigenti furono di buon livello, quasi ovunque: almeno, se correlate allo sfascio odierno. Il Senegal, ad esempio, ebbe per molti anni un poeta/presidente – Léopold Sédar Senghor – uomo di grande cultura, oppure, come in Tanzania, all’indipendenza, si trovarono a disposizione 7 laureati (6 medici) e 150 maestri elementari. Fine della classe dirigente. Eppure, riuscirono ad imbastire qualcosa di meglio del patetico, corrotto e violento governo coloniale portoghese. Ci furono anche i Bokassa: ma crebbero in Africa anche i Gheddafi ed i Mandela.

In Italia accadde un evento abbastanza raro: ossia un partito d’ispirazione religiosa (DC) trovò la sua dirigenza “pescando” nei quadri del cattolicesimo militante, e non fu poi così male: parecchie teste pensanti e una pletora di pance gaudenti. Ma, almeno, qualcuno che pensava c’era. Qualcosa del genere fece anche il PCI, ma non si possono dare giudizi perché non governò mai: nelle amministrazioni locali, in ogni modo, i due metodi si equipararono. Cooperative rosse in Emilia e bianche nel Veneto: spesso con gli stessi statuti ed i  medesimi obiettivi.
Nel film “Il Divo”, c’è una battuta che Sorrentino mette in bocca ad Andreotti/Servillo: parlando di Nenni, Andreotti lo ricorda in modo istrionico, come “strano” o “curioso”, ma subito dopo aggiunge “Che grande stima, reciproca, che vi fu!” Distanza, ma stima.

Tutto questo, prima del 1970: possiamo affermare che – pur avendo perso una guerra e pur essendo, praticamente, una nazione occupata (lo siamo tuttora) – avemmo una classe dirigente in grado di parare i colpi, soprattutto internazionali (si pensi all’infinito tormento arabo/israeliano). E di creare ricchezza per gli italiani.

Dopo il 1970, una classe politica che iniziava ad invecchiare, ebbe paura. Troppo distanti le richieste delle nuove generazioni – spesso, senza una reale consistenza politica e molta confusione – ma, proprio lì, il dialogo – all’interno ed all’esterno dei partiti, dove sarebbe stato più necessario, per captare le nuove esigenze e provare nuove vie – fallì.
Aldo Moro comprese l’importanza di quella interlocuzione e la espose nel famoso discorso alla segreteria del suo partito il 18 Gennaio del 1969, e la ritengo così importante che merita riportarne almeno un estratto:

“Parliamo, giustamente preoccupati, di distacco tra società civile e società politica e riscontriamo una certa crisi dei partiti, una loro minore autorità, una meno spiccata attitudine a risolvere, su basi di comprensione, di consenso e di fiducia, i problemi della vita nazionale (…) Noi vogliamo corrispondere sì, capendo e facendo, all’inquieta richiesta della nostra società, ma ostruiamo poi contraddittoriamente i canali che potrebbero portarne nel partito, proprio nel partito, quella carica di vitalità e di attesa che è pure nel nostro paese. Sicché essa finisce per riversarsi altrove, mettendo in crisi la funzione dei partiti, i quali sovente fronteggiano dall’esterno, senza un’esperienza interiore vissuta del dramma sociale del nostro tempo, le situazioni che si presentano e spesso si esauriscono senza autorevole mediazione, nella società civile”.
(Aldo Moro, intervento al Consiglio Nazionale DC, 18 gennaio 1969)

Moro fu lasciato nelle mani delle BR, nessuno voleva un simile “cavallo di razza” fra i piedi: troppo ingombrante. Meglio gli Sbardella, gli Evangelisti, i Cirino Pomicino: i loro discendenti, sono quelli che hanno causato l’odierno disastro nell’amministrazione capitolina.

Non si creda che il terrorismo abbia contato più di tanto: sapevano perfettamente che gli “armati” erano meno di 10.000 (circa 5.000 le condanne giudiziarie), mentre coloro che cercavano d’elaborare nuovi scenari politico/sociali erano milioni. E, attenzione: appartenevano ad aree della sinistra come della destra.

Questo, fece loro paura. E’ un caso che le presidenze del consiglio “saltarono” una generazione? Si è passati, rapidamente, dalla generazione anteguerra di Prodi e Berlusconi agli attuali quarantenni come Renzi. Delle generazioni nate dopo la guerra, non rimarrà traccia nella politica italiana (l’unico fu D’Alema, Il “tartufaio”, meglio perderlo che trovarlo).

Ad esempio, nel PCI, fu proprio D’Alema (neo segretario, in pectore, dei Giovani Comunisti) a scrivere la bolla di condanna per gli “eretici” del Manifesto nel 1970: la scrisse bene, ed ebbe una carriera folgorante. Rimase “folgorato” fra le vie di Belgrado e non si riebbe più? E va beh, adesso fa “Tartufon”...
Un altro esempio furono le votazioni per eleggere il nuovo segretario della “Giovine Italia”: il risultato fu la vittoria di Marco Tarchi – uomo di vasta cultura – ma intervenne Almirante, con la scusa che il MSI non era “un partito democratico”, ed il quarto classificato, un certo Gianfranco Fini, venne catapultato alla presidenza dei giovani missini. Posizione del futuro segretario in pectore: ottima scelta! Persero addirittura il partito.

Anche negli altri partiti, i “giovani”, o erano considerati “sicuri” sotto l’aspetto della continuità, oppure non avevano scampo: nessun vero innovatore giunse ad essere classe dirigente in quegli anni.
L’illusione dell’eternalismo è sempre viva nell’animo umano: perché domani non può andare come ieri? Questo fu il grande errore dei nostri padri: credere che quel modo di concepire la politica fosse perfetto, che tutto sarebbe andato sempre così. Andreotti, ad esempio, ritenne impossibile la riunione fra le due Germanie, la affrontò con un’alzata di spalle.

Ma venne, improvvisamente, Tangentopoli. Guidata da uno strano magistrato molisano, che era stato poliziotto – una vera storia da libro “Cuore”, a ben pensarci, perfettamente confezionata – fu decapitata un’intera classe dirigente. E non solo metaforicamente.
Le vicende successive sono spiegabilissime se si parte da queste considerazioni: dal vuoto pneumatico, era necessario riempire i banchi del Parlamento.
A parte i residuati bellici della Prima Repubblica – figure patetiche, elevate al rango di potenti – fu necessario prelevare “sangue fresco” dai dipendenti Mediaset, da qualche pittoresco legaiolo (che fa rima con...va beh...) e riempiendo i buchi ancora mancanti con le quote rosa. Possibilmente con la quinta di reggiseno, altrimenti...che quote rosa sono?!?

Non si poteva esporre al pubblico ludibrio una simile accozzaglia di parvenu, perciò fu abolita la scelta elettorale: adesso voti un partito, anzi, un logo. Ah, Naomi Klein, come avevi ragione!
E veniamo all’oggi.

Fra i mille, disperati fremiti agonici di gran parte della classe politica, spicca la scelta del M5S: cosa c’è di più legittimo di una consultazione libera (on line), aperta a tutti gli iscritti (?), per trovare nuove classi politiche? Ossia, delle primarie on-line.
Sono tormentato da un dilemma: Grillo avrebbe consentito di fare come poi hanno fatto, se la legge elettorale avesse consentito le preferenze? Ossia se gli italiani avessero avuto scelta effettiva sui loro eletti?
Me lo chiedo, perché sono una persona curiosa e che non dà nulla per scontato, ma ne dubito.
Chi avrebbe mai scelto dei candidati che erano stati votati da circa 100 persone, fra parenti ed amici? Senza competenza alcuna, su nulla?

I risultati si sono visti a Parma – probabilmente “gentilmente” offerta da PD/PdL su un piatto d’argento – dove un povero Pizzarotti s’è ritrovato – lui, un tecnico informatico – a dover gestire una delle realtà più complesse d’Italia. Una città che è la capitale della lirica, che è sede dell’autorità europea per la sicurezza alimentare, una città ricca di storia e di cultura, con una fiorente industria agro-alimentare, una città universitaria, ecc.
In più, la “grana” dell’inceneritore “a metà” con Reggio: bisogna riconoscere che, se il “Pizza” era un modesto ed allegro “Fonzie”, se l’è cavata come ha potuto e come è riuscito per i suoi mezzi: per lo più, poco aiutato dal suo partito. Scusate, non-partito: il quale, comunque, ha fatto una figura di m... E, adesso (si dice), sarà “obbligato” a vincere a Roma.

Il metodo scelto dal M5S, in realtà, è stato qualcosa di più di un parziale fallimento, è stato un naufragio dove una sola scialuppa s’è salvata, ma senza grandi teste pensanti a dirigerla: con tutto il rispetto che posso avere per Di Maio & Company, sono soltanto dei (bravi?) polemisti. Se per questo, anche Fini e D’Alema – presi solo nell’agone della dialettica polemista – erano dei campioni. Dietro, buio pesto.
Anche Andreotti era un fine polemista, però non era “sotto il vestito, nulla.”

All’epoca di Andreotti si riconosceva l’avversario come meritevole di stima, anche se lontano per posizioni politiche: oggi, si stima l’altro per la sua capacità di raccogliere denaro e tangenti...mannaggia: quello, è un uomo da 2 milioni l’anno, quello vale...la politica? Ma non facciamo ridere: questo è stato uno dei perversi frutti di “Mani Pulite”. La consapevolezza, interiorizzata come frutto morale, del furto collettivo: così fan tutti...
Perché, se un tempo esistevano i cosiddetti “cacciatori di voti”, oggi esistono solo dei cacciatori di soldi: è più facile raccattare soldi, a fronte d’interessi garantiti, che voti, poiché le richieste – legittime! – degli elettori, sono più variegate, costano di più. Ergo: eliminiamo gli elettori, facciamo mettere solo più una croce su un simbolo evanescente, al resto pensano i soldi, mediante i quali ci assicuriamo spazi mediatici. Insomma, più che soddisfare le necessità degli elettori, creiamo delle Gestalt dalle quali loro possano essere irretiti: l’irrealtà al servizio del potere, il tweet che crea un gregge effimero, gli 0,1% che discriminano fra ricchezza e povertà...

L’unica soluzione, per uscire da questa follia da reparto psichiatrico, sarebbe di lasciare ai partiti i loro giochini di primarie ed ammennicoli vari: di tornare, però, a scrivere un nome sulla scheda elettorale ufficiale (quella controllata dalle Corti d’Appello) con un sistema proporzionale, il nome di una persona fisica, riconoscibile. Altrimenti, nessun gioco varrà, nessuna alchimia finanziaria, nessuna guerra su commissione, nessun viso salvifico apparirà alla porta.

Perché, vedete, la cosiddetta “governabilità” è solo un inganno: è la necessaria “semplificazione” di un sistema complesso richiesta a gran voce dalle lobbies, dai poteri esterni, dai corruttori occulti, che – oramai – calcano tranquillamente le aule parlamentari. I frutti? Pessime leggi per noi, ottime per i loro interessi: la riforma del canone RAI, le mille, nuove norme per spremerci fino all’ultimo soldo di tasse, le pazzesche norme che consentono al sistema bancario di spadroneggiare e di non pagare mai il fio dei loro errori e/o malversazioni...continuo? Non è necessario.

Avevo già toccato questo argomento in “Storia di lucidatori di sedie”, per far capire ai più giovani com’è stato possibile ridurre il nostro Paese in queste condizioni. I principi generali sono contenuti nel famoso “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli, e tutti sappiamo che razza di persona fu Licio Gelli.
Credetemi: non è sempre stato così, c’è stato un tempo nel quale eravamo amati e rispettati, anche all’estero, e non solo per la Ferrari o per la pizza. Oggi, vi fanno credere che tutta la colpa è dell’Europa.
Ma non v’insospettite un poco? Cos’altro potrebbero raccontarvi a fronte di un simile sfascio? Che la colpa era d’Alfredo? Del Sudafrica? Degli emiri yemeniti? L’Europa, colpevole od innocente, è perfetta come cavia, e noi possiamo continuare a cazzeggiare. Chi ha combinato il bel guaio di Banca Etruria, l’Europa o la cosca Renzi?

Nella mia vita mentirei se dicessi che non ho ricevuto “chiamate” ma, più che chiamate per empatia, erano velleitarie “chiamate di correo”: della serie, vieni con noi, la tua fine vena polemica ci farà guadagnare...e poi, chiedevo io? C’era da ridere ad ascoltare le risposte. E, io, non sono un uomo da marciapiede. Perché non sono più chiaro?
Perché è del tutto inutile: si dice il peccato, non il peccatore, ma non per un pietoso o reticente rispetto per il peccatore. Semplicemente, perché i peccatori sono tanti, il peccato è uno solo. Sempre il solito: dimenticare che ministerium vuol dire servizio, e non credere di vincere un Paese al Banco Lotto.

Pochi giorni fa ho compiuto 65 anni: lo Stato, benevolmente, mi concede una patente ufficiale di “vecchio” e l’esenzione dai ticket farmaceutici. Che gioia. Ancora mi dibatto fra Socrate e Platone, come forse voi vi chiederete se vale la pena dibattere fra destra e sinistra. O Stato e mercato? Forse, meglio.
Ma non so tacere, e quando vedo l’Italia ridotta ad una fiera di minimalia ridotte in frantumi, ad un rodeo fra capi-bastone in lotta/combutta, non so se mettermi a ridere od a piangere. E mi domando, in questo gelido deserto degli intelletti: quale domani attenderà le giovani generazioni?