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25 maggio 2021

A microfoni spenti, parliamone

 

E’ caduta la cabina di una funivia. Tutti, ovviamente, si sono lanciati nella ricerca delle cause – remote o vicine – e pensano di averci capito qualcosa. Poi, giungono i famosi “tecnici” – gli azzeccagarbugli scientifici – i quali ci spiegheranno che, tanto…lasciate perdere…insomma…non avete i mezzi per capire le cause che possono aver generato gli effetti del disastro. Tanto, domani ne succederà un’altra, il lettore potrà distrarsi ed i giornalisti scribacchiare e mettere, così, il pane in tavola.

Prima o dopo, però, si giungerà ad un un’aula di giustizia e qui tutto verterà sull’analisi – e relative contrapposizioni – su un solo termine: DOLO.

Il Dolo è il vero deux ex machina del diritto italiano e solo con la certosina analisi delle sue sfaccettature potrà prevalere sull’altro caposaldo che attende, silente, il pronunciamento: il Perdono (il quale anche lui ha più sfaccettare nel Diritto).

Mentre il Perdono è un concetto più semplice da concepire, il Dolo è, sinteticamente, il “principale criterio di imputazione soggettiva” ma può essere intenzionale, diretto, eventuale, alternativo, soggettivo, oggettivo, alternativo soggettivo, alternativo oggettivo, generico e specifico. A latere del concetto di Dolo, riposa sempre la Colpa Cosciente: insomma, il percorso del processo è quello di determinare se avevi proprio voglia di delinquere e, se sì, con quale grado di precisa volontà.

Il concetto di Dolo (e relativi attributi di precisazione) pare quasi una scacchiera che dovrebbe aiutare il Magistrato/i nell’attenta calibrazione della pena, ma il Magistrato/i non è il solo attore della vicenda: oltre all’imputato, nel codice di Procedura Penale sono attentamente elencati Pubblici Ministeri, Avvocati (Difensori e di Parte Civile) e consulenti (ingegneri, medici, militari, ecc). E Giudici Popolari.

Nella gran maggioranza dei casi, poi, i reati da soppesare sono più di uno, e quindi per ogni reato si dovrà valutare il dolo. Infine, il Magistrato dovrà soppesare la pena, da un minimo ad un massimo e gli eventuali precedenti penali.

Nei Paesi d’origine Latina queste sono le basi del Diritto, mentre in quelli anglosassoni si va meno per il sottile: ha ucciso un cervo del Re. Impiccatelo. Con una corda d’Oro.

Certamente il nostro Diritto è più preciso ed ha più mezzi per valutare – di questo siamo coscienti – perché in alcune forme di Diritto s’appende magari un innocente ad una corda senza tante storie.

Però, c’è un però.

Il concetto di prescrizione è proprio la scappatoia da un Diritto che, per funzionare, richiede tantissimo tempo: è stato artatamente dilatato – e su questo siamo d’accordo – però non dimentichiamo che per la funivia di Stresa la sentenza finale di Cassazione sarà emanata intorno al 2040 e siamo sempre nell’attesa che inizi – finalmente! – il processo di Primo Grado per il Ponte Morandi, a quasi tre anni dal disastro.

E, domani, si schianterà un altro treno oppure cadrà una funivia, una nave affonderà oppure ci sarà un terribile incidente stradale per cause varie: carico sovrappeso, inefficienza dei freni, mancata revisione dei veicoli, ubriachezza, distrazione...e torna a valutare il tipo di Dolo, poi le aggravanti, le attenuanti…

Così è, se vi pare.

13 ottobre 2019

Giustizia ad orologeria?


Spesso, il funzionamento della giustizia viene considerato una forma di lotta politica: molti, a Destra, credono senza dubbio in questo concetto. Il vero problema, però, è un altro: ogni volta che si mette mano alla giustizia, un governo inizia a traballare ed iniziano estenuanti confronti per cambiare, in fin dei conti, il nulla che consente a Tomasi di Lampedusa d’esser sempre lo scrittore più ricordato dagli italiani. Dalle arringhe di Cicerone agli svolazzi gattopardeschi, nulla deve cambiare: ed inizia il conteggio ad orologeria per il governo.

Ci si mette anche l’Europa, con una sentenza che richiama i nobili principi della filosofia del Diritto, e ci presenta il conto del nostro vagare senza costrutto fra claudicanti sentenze e dubbie riforme. Il tutto, viene presentato dalla classe politica – all’unisono – come l’ennesimo attacco all’Italia, che non potrebbe più combattere la Mafia se dovesse applicare ciò che la CEDU ci ha consigliato. Il che, è proprio la classica “cippa” mediatica ad usum stultorum.

La CEDU ha posto l’indice sul nostro “strano” (a dir poco) metodo di valutare la “redenzione” del condannato, ossia proprio il “metro” che viene applicato per la valutazione: mentre in quasi tutti i sistemi giuridici occidentali (latini ed anglosassoni) – non prendo in esame altri diritti, altrimenti la questione sarebbe troppo complicata – la valutazione è quella di stabilire se il condannato ha realmente realizzato la consapevolezza della gravità dell’atto commesso, oppure se rimangono zone d’ombra in questa presa di coscienza. Meno che mai, però, il “premio” della libertà può essere valutato soltanto su una rozza base di “do ut des”, come avviene per il fenomeno – tutto italiano – del pentitismo.

Fino agli anni ’70 una forma primordiale del fenomeno la possiamo ritrovare nell’uso – che sempre è esistito ed è perfettamente logico – della maggiore o minor dilatazione del concetto di attenuante, che il giudice valuta secondo la situazione.
Dagli anni ’70 in poi, il fenomeno del pentitismo prese piede per sconfiggere, nel minor tempo possibile, il fenomeno del terrorismo. Fai dei nomi, dicci quel che sai e sarai “premiato”: un fenomeno relegato ad un’emergenza, perché salta immediatamente agli occhi la contiguità di tale concetto con la legislazione di guerra quando – per contrastare il lavoro delle spie – si giunge a compromessi, a volte assai pesanti, sul fronte delle garanzie costituzionali.

L’Italia degli anni ’70, però, non era formalmente in guerra, a meno che non si desideri estendere “a piacere” il concetto di emergenza giuridica a tutto tondo: come ci pare, ci serve o ci conviene. Qui, a mio avviso, giunse il primo vulnus.
Il secondo, più grave, fu quando si meditò d’estendere il principio alla lotta alle Mafie, e per due motivi.

Mentre sul fronte del terrorismo, grazie al pentitismo – se non sincero, era più il pentimento del prigioniero di guerra, dello sconfitto di quello interiorizzato – i risultati furono confortanti, nel senso che i pentiti si distanziarono realmente dalla lotta armata, sul fronte delle mafie le cose andarono in tutt’altro modo.
Non starò a perder tempo ad illustrare i tanti fenomeni che abbiamo osservato nel corso di queste vicende: pentiti che si “spentivano”, che appena fuori dal carcere riprendevano le attività criminali, che utilizzavano i soldi ricevuti dallo Stato per nuove attività criminali, ecc. A fronte di qualche risultato, la correlazione fra reato e pena è stato distrutta: questo è il danno peggiore.

Il secondo motivo è più sottile, meno evidente, e riguarda le attività investigative. Divenuta un’abitudine che qualcuno “cantasse” (il vero o il falso, poi tutto da vedere) le attività investigative divennero più fiacche, il pensiero analitico di correlazione degli eventi di un Maigret o di un Montalbano rimase confinato al mondo degli scrittori che, quando scrivono libri gialli, in fin dei conti, giocano a fare il commissario. L’abitudine divenne: con le buone o con le cattive, fatelo cantare. A ben vedere, un metodo che riportava indietro le lancette della Storia della criminologia e dei metodi investigativi ai tempi dell’Inquisizione.

Purtroppo, ne abbiamo una prova nel disastroso fenomeno dei femminicidi: ogni due o tre giorni, fateci caso, una donna viene uccisa. Dal marito o dall’amante, dal padre o dall’innamorato respinto ma viene uccisa, ed è un fenomeno sul quale non possiamo invocare scusanti, di nessun tipo. Molto spesso, la donna uccisa s’era rivolta alla Polizia, ai Carabinieri o ad un magistrato, senza nessun risultato.
Certo, la sociologia potrà fornirci degli appigli per spiegare il fenomeno, ma non si può chiedere di cambiare la società altrimenti la disperazione s’incanala lungo la via di un coltello o di una pistola. La società andrebbe cambiata perché ingiusta e violenta nei confronti del cittadino, e questo è auspicabile e bisogna lottare per ottenerlo, ma se una donna smette di essere il calmiere delle angosce sociali – ossia sesso e pastasciutta a piacimento – non si può cancellarla dalla vita, perché le donne soffrono le angosce sociali come gli uomini. Sono, solo, più deboli fisicamente.

Su questo esempio, deraglia il treno delle indagini, perché le donne non “cantano”, le donne si lamentano: solo che nessuno le ascolta, i magistrati archiviano per leggerezza o cattiva volontà, poliziotti e carabinieri “passano” il verbale “a chi di dovere” e si finisce col funerale, che tutto cancella.
Ci sono tanti, altri casi nei quali la capacità investigativa è a dir poco carente: dai mille furti impuniti, dagli spacciatori conosciuti e tollerati in quanto, all’occorrenza, “gole profonde”, ai tanti omicidi mai risolti e ancora senza nome, al “russo” Igor che viene circondato da reparti militari in un quadrato di 20 x 20 Km e scappa come un fringuello, fino ai mille truffatori per i quali si è giunti alla pantomima degli “avvertimenti” di non aprire a nessuno, ecc. Un fallimento totale: nessuno ha più la ragionevole certezza che, sporta una denuncia, si arrivi a qualcosa. Anzi, sono gli stessi inquirenti a sconsigliare: tanto, spenderà solo dei soldi e non arriverà a nulla…

Tutto questo ha nome e cognome: la non certezza della pena.
L’omicidio volontario prevede una pena che va da 21 anni all’ergastolo, a secondo della gravità dell’atto ed è il giudice a decidere questa “forbice”. La pena realmente scontata, in media, è di 12,4 anni. L’omicidio preterintenzionale prevede pene dai 10 ai 28 anni: la media, ci dice 8,8 anni passati in carcere. (1)
Un uomo confessò l’uccisione della moglie 22 anni dopo: prescritto, non un solo giorno di pena. Pietro Maso, che uccise i genitori per avere l’eredità, oramai vive in Spagna tranquillo e sereno. Erika De Nardo ammazzò la madre e il fratellino: fuori dopo 10 anni.
Si potrebbero scrivere pagine e pagine su questi orrori giuridici, ma non voglio abusare del vostro tempo.

Personalmente, io credo che una persona che uccide volontariamente non dovrebbe più disporre della propria vita a piacimento, nemmeno un solo minuto. Però, questa è la mia convinzione personale, perché ho ben presente il concetto di sacralità della vita. Così come sono contrario alla pena di morte, poiché pronunciata da un Magistrato “in nome del popolo”, ed io non voglio sentirmi responsabile della morte di nessuno. Ma sono opinioni personali, discutibilissime.
E non mi dite che dopo “ci tocca mantenerli”, perché il lavoro nelle carceri c’è sempre stato ed è sempre stato vantaggioso, sia per le aziende e sia per i carcerati. Mio padre, un paio di volte l’anno, faceva il “giro” delle carceri dove la sua azienda forniva lavoro retribuito e serio: non le buffonate che si sentono oggi, solo biblioteche, teatri, qualche rara falegnameria…adesso sì che li manteniamo, ma è semplicemente una scelta politica.

Ma torniamo alla sentenza europea.
Quel che la CEDU ha realmente detto in quella sentenza, è che non si può decidere una forma di ergastolo “eterno”, senza prevedere forme di attenuazione o di rescissione della pena: soprattutto – fra le righe – la Corte ha voluto far notare che non si può demandare la pena – quasi un automatismo – al pentimento che preveda l’arresto e la carcerazione di un’altra persona, perché questo metodo non accerta che ci sia stato reale pentimento. Insomma: è una sorta di commercio! Mors tua, vita mea.
E molti fatti, in questo contesto, ci hanno mostrato quanto il pentimento fosse soltanto mirato al deferimento della pena, od alla sua trasformazione in pene accessorie.
E, tutto questo, disarticola il compito dei magistrati: solo se “canta” sapremo qualcosa, a cosa serve indagare…

Un coro unito, da Destra a Sinistra, si è rivoltato contro questo concetto, compiendo una vera disinformazione giuridica sui fatti: le valutazioni di reale pentimento, in molti Paesi, sono rigidissime, e molto raramente giungono ad un reale beneficio per il carcerato, eppure la nostra Magistratura difende questo anacronistico “diritto di guerra” applicato in tempo di pace.
Nel tempo, la situazione è diventata sempre più scottante: il buonismo permea le Procure, e i colpevoli sono solo persone “che hanno sbagliato” e devono essere redente.
Solo per fare un esempio, Pietro Cavallero, nel 1967 compì una rapina lasciando tre morti a terra. Catturato, fu condannato all’ergastolo. Fu liberato nel 1988, e lavorò presso il Cottolengo di Torino ed altre strutture assistenziali e non diede più nessun problema. Il suo pentimento fu profondo e sincero – che è un percorso aspro per chi è abituato ad imporsi con la forza – ed è proprio quello che chiede la CEDU nella sua sentenza all’Italia: valutare caso per caso, non regalare anni di libertà in cambio di un nome.

Qualcosa non va nel nostro sistema giudiziario e prova ne sia che il ministro Bonafede – che vuole fermare la prescrizione al 1° grado se c’è una sentenza di colpevolezza – prima è stato fermato da Salvini/Berlusconi ed oggi viene, ugualmente, avvisato per tempo da Zingaretti: “Oh sì, accelerare i processi è necessario…ma per la prescrizione ci vuole ancora una pausa di riflessione…” Ben sapendo che gli avvocati sanno benissimo come posticipare e rallentare le udienze, cosicché il concetto di non punibilità s’estende, e con esso la volontà di delinquere. Del resto, il PD aveva bloccato proprio il suo ministro, Orlando, quando aveva proposto la medesima cosa che oggi propone Bonafede.

Così si tira avanti, perché Falcone e Borsellino avevano appoggiato senza riserve il sistema “premiale” del pentimento a fronte delle confessioni non dei propri delitti, bensì su quelli degli altri!
Purtroppo, però, Falcone e Borsellino si sbagliarono su questo concetto: il pentimento dei terroristi giungeva da un percorso d’ideali falliti, quello dei mafiosi è sempre correlato a denaro e potere, che sono due aspetti che non muoiono mai e che hanno sempre molta “presa” nella società mafiosa (e non).
Del resto, in questi lunghi anni di pentitismo, abbiamo notato una vera e reale sconfitta delle Mafie? Il vero capo della Mafia, oggi, è libero come l’aria: si chiama Matteo Messina Denaro, la sua cosca di riferimento è quella trapanese, è coinvolto nel grande affare finanziario dell’eolico siciliano, fu “compagno di merende” di Giovanni Brusca…oh? Cosa vi devo ancora raccontare perché lo prendiate? Ma andiamo…

Le Mafie hanno capito che conveniva loro cambiar pelle, entrare nello Stato piuttosto che starne ai margini – difatti, anche al Nord, sciolgono consigli comunali ogni due per tre – e dunque, a cosa è servito svendere un cardine del Diritto come la certezza della pena, in cambio di nulla?

Adesso vedremo, a Gennaio, se il Governo riuscirà a mantenere le promesse ed a non posticipare alle calende greche un altro cardine del Diritto, ossia la preminenza della verità processuale sulla volontà dell’ignavia, del “mai si saprà” perché è trascorso solo qualche anno.
Se ciò non avverrà, propongo di sostituire la lettura critica de La Divina Commedia con Il Gattopardo, in ogni scuola d’ordine e grado, con la giustificazione – firmata dal Ministro – “perché più confacente alla realtà italiana”.


1) https://www.nonsprecare.it/pena-omicidio-volontario-italia-sconto-assassini-prescrizione?refresh_cens

25 giugno 2019

Un vagito, da un Paese “pieno di energie e presenze positive”


“Per essere veramente grande, devi stare con la gente, non sopra di essa.”
Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, giurista, filosofo illuminista e pensatore liberale

Caro Presidente,

ho appena letto il suo accorato appello all’unità d’intenti, vergato nell’occasione dell’anniversario dell’uccisione di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore del Banco Ambrosiano di Michele Sindona. Vorrei ricordarle che, Ambrosoli, si laureò in Giurisprudenza, a Milano, nel 1958, con una tesi di Diritto Costituzionale sul Consiglio Superiore della Magistratura.

Proprio oggi, mi sono recato dal mio avvocato per le mille miserie di una qualsiasi vita italiana – nel Paese che lei definisce “pieno di energie e presenze positive” – e, scendendo le scale insieme a lui, mi ha narrato d’aver incontrato un vecchio magistrato di Cassazione in pensione (proprio del “Palazzaccio”, non ad  honorem) e di aver fatto quattro chiacchiere sulle recenti, tristissime ambasce nelle quali è precipitata la Magistratura.
La sentenza è stata brevissima ed amara: “Ci siamo giocati l’indipendenza della Magistratura”. A mio avviso, molto di più: è proprio il principio generale di “Giustizia” ad essere andato in fumo.

Lei sa benissimo che, la maggior parte del Paese, non ha compreso od ha capito ben poco dello psicodramma che si è giocato fra il Quirinale e il Palazzo dei Marescialli. Al più, con un’alzata di spalle, 99 italiani su 100 avranno pensato: “Sono cose loro…hanno il loro “marcio” da insabbiare…sono gente dalla quale star lontana…”
Già, “lontana”, come dicono i galeotti.

Eppure, ciò che è successo è di una gravità inaudita, che sfugge ai più, i quali non credono più a niente o non comprendono – miserere nobis – che si è infranto un cardine della vita democratica di questo dannato Paese, così “pieno di energie e presenze positive”. Non è una buona notizia, anche se qualcuno avrà pensato: “Viene l’Estate, andranno al mare, dimenticheranno…” Già, meglio dimenticare?

Dimenticare che uno dei cardini dell’ordinamento democratico – che affidava alla Magistratura il governo di se stessa, in contrapposizione (dialettica?) con il Legislativo e l’Esecutivo – è andato in pezzi? Qui non si tratta di dialettica, non si prende in esame la turris eburnea, ma è stato evidenziato, denudato di fronte agli italiani che il potere Giudiziario faceva pappa e ciccia con l’Esecutivo, ossia col Governo. E non da oggi, e nemmeno da ieri, come vedremo in seguito.

Lei è intervenuto, bloccando alcune nomine a dir poco “sospette” – ne prendiamo atto – ma si doveva giungere a tanto? Si dovevano smascherare i più alti gradi della Magistratura grazie a delle semplici intercettazioni, come per i mariuoli e per i mafiosi?

Sappiamo, anche se formalmente lei è il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che questa presidenza è sempre stata vissuta nei decenni con forse troppo garbo, un po’ d’indulgenza, e tanta fiducia che i magistrati sarebbero stati in grado di bastare a se stessi. Ma è così?

Vogliamo tornare indietro di 10 anni? Al 2009, alla famosa “cena” (1) fra Berlusconi, Alfano, Gianni Letta, Carlo Vizzini e le due “toghe” del CSM, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano? Una “cena” tenutasi a Roma nel Giugno del 2009, nella quale il “piatto forte” fu un progetto di riforma costituzionale, che prevedeva anche mutamenti pesanti nell’ordinamento, per rendere i giudici costituzionali ancora più succubi – mi perdoni, ma le recenti vicende lasciano aperta la porta ai più oscuri sospetti – del potere Esecutivo.
E oggi? Non conosciamo ancora lo “spessore” dei progetti intercorsi fra l’ex ministro Lotti ed il giudice Palamara, ma sono “vicinanze” che fanno accapponare la pelle.
Ciò che sconcerta è che dibattiti, opinioni ed (eventualmente) decisioni sono prese completamente al di fuori dell’agone democratico, delle istituzioni preposte: una ferita, sull’ordinamento repubblicano.

Domani è un altro giorno, già: si dice sempre così.
Uno di questi giorni, già so che dovrò incontrare un magistrato, ovviamente per faccende che riguardano il Diritto, anche se, “miseramente”, civile.
Come potrò essere sereno, come potrò fissarlo negli occhi e sapere che quel giudice potrà anche sbagliare – per carità: nessuno è infallibile! – ma chi mi garantirà che, oscure trame, non lo conducano ad una “vicinanza” con la parte avversa? Si renda conto, signor presidente, che va in pezzi uno dei cardini dello Stato di diritto!
Non fosse già avvenuto.

Da parecchio tempo la Magistratura dà una pessima immagine di se stessa: vogliamo ricordare l’inchiesta sull’incidente ferroviario in Puglia del 2017, con un PM sollevato dall’incarico nella “turbolenta” (a dir poco…) procura di Trani? Oppure l’allucinante vicenda dei corsi propedeutici per l’ingresso in Magistratura, viziati da abusi sessuali che vennero, giustamente, puniti dal CSM? In tutte queste (e tante altre) vicende è sempre la commistione fra indagante ed indagato a spaventare, a segnare il passo di comportamenti che paiono seguire la medesima traccia, come se il principio di separazione dei poteri fosse un inutile e fastidioso orpello, da ovviare facendo spallucce?
E quando proprio l’organo interno di Giustizia della magistratura deflagra, in una miriade di comportamenti da censurare, con forza e determinazione? Basta l’affermazione d’aver “fatto pulizia” per acquietarci?

Se possiamo comprendere le difficoltà della Magistratura nella lotta contro le mafie – Falcone e Borsellino ancora vivono fra noi, i loro filmati ci accompagnano nella nostra (e loro) speranza di giungere a vivere in un Paese normale – non si riesce a capire come la Magistratura assista, comodamente seduta nella sua turris eburnea, allo scempio di centinaia di vite umane, derise e violate senza che, dalla parte dei giudici, si sia giunti ad un modus operandi che ponga fine allo strazio. Quando potremo sfogliare un quotidiano senza imbatterci nell’ennesima donna uccisa, sfigurata, oppure sfuggita – solo grazie alle sue forze, oppure per pura fortuna – alla mano massacratrice, dopo aver denunciato per molte volte ai giudici ed alle forze di Polizia il suo calvario?

Cosa sono diventati, i giudici, una nuova casta di potere? Tollerata e “compresa” nel potere politico, basta che non dia “fastidi” al manovratore?

Siamo un Paese cattolico, che vive – a mio modesto parere – con troppo indulgenza le vicende di giustizia: siamo il Paese dove, al peccato, si associa immediatamente il perdono, relegando alla coscienza personale il richiesto pentimento, senza indagare se è avvenuto, senza intrometterci. Sono cose “private”, “personali”.
Sarà, signor presidente, ma nei paesi luterani il concetto di giustizia, associata al dolo ed al pentimento, viene vissuto con diversa serietà ed attenzione: non si è oberati né schiacciati dal controllo sociale – non so se, ancora oggi, in Gran Bretagna non siano previsti documenti d’identità personale com’era un tempo, ritenuti “invasivi” della libertà personale – ma, se si sbaglia, la punizione è certa e severissima. E, soprattutto, veloce.

Oggi, solo per farle un esempio, sono  impegolato (insieme a molti altri) in una vicenda (2) giudiziaria infinita, che ha visto – fino ad ora – ben cinque gradi di giudizio: primo grado, Corte d’Appello, Cassazione, ritorno alla corte d’Appello, nuovamente Cassazione. Oggi, si prospetta un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Spiegata al bar, ad un amico avvocato, mi ha confessato: “Ci saranno certo dei validi principi giuridici ma, detta così, non riesco a capire il garbuglio.” Durato, per ora, vent’anni.
E, il bello della vicenda, è che l’attuale vicenda è soltanto il secondo “round” di una precedente causa giudiziaria – che, se ben ricordo, terminò nel 1978 – mentre le basi filosofiche del contendere sono da ricercare nel carteggio fra Giovanni Gentile, all’epoca Ministro della Pubblica Istruzione, ed Antonio Gramsci, all’epoca detenuto politico a Ventotene.
Ciò non impediva, ai due, di difendere oppure criticare la riforma Gentile dell’Istruzione del 1923: correttamente, l’uno da viale Trastevere, l’altro dalla sua cella, si confrontavano sulla base degli assiomi kantiani ed hegeliani della filosofia sette-ottocentesca, sull’eterno problema del rapporto fra teoria e pratica, idealismo ed empirismo nell’educazione dei ragazzi.
Com’è possibile, signor presidente, che una vicenda iniziata – seppur nei suoi aspetti “teoretici” – nel 1923 debba tornare in vita, nel 2019, in una corte di Giustizia italiana?

Tornando a noi, la Magistratura si difende, affermando che – in fin dei conti – il potere Legislativo ha nelle sue mani le Leggi, ossia le basi sulle quali la Magistratura deve poi sentenziare. Salvo, poi, gridare “al lupo!” se ritiene che siano intaccati i suoi principi d’indipendenza, sanciti dalla Costituzione. Ma, sulla correttezza costituzionale delle leggi, debbono vegliare lei e, soprattutto, la Corte Costituzionale. Che ha mostrato un inquietante “tasso” di marciume e sordida connivenza con ambienti poco “puliti” di poteri con i quali non doveva e non poteva avere quei rapporti.

E la Magistratura italiana si compiace anche con se stessa, per rendere sempre più illeggibili gli emanati: al tradizionale uso (spesso superfluo) della citazione latina, oggi si aggiunge l’uso della lingua inglese, che pare voler “trattenere” nella torre d’avorio le sentenze, gli emanati, le motivazioni, quasi ci fosse vergogna ad esibirli in pubblico, creando anche un’artificiosa distanza, che ha olezzo di classismo, fra chi deve amministrare la Giustizia e chi deve usufruirne. E la distanza fra il Paese reale e le aule di Giustizia, aumenta: scompaiono gli avvocati, mentre spadroneggiano gli azzeccagarbugli.

In questa serena Estate italiana – i guai idrogeologici verranno in Autunno – mentre lei ci comunica la sua profonda convinzione di vivere in un Paese “pieno di energie e presenze positive”, siamo alle prese con un pasticcio istituzionale che solo la frescura del mare potrà far dimenticare. Già, ma ciò che esce dalla porta rientra dalla finestra – recita il proverbio – e, francamente, non mi sento di cassare questa antica sentenza. Possiamo rispondere: “non riesco a capire il garbuglio”, come ha fatto l’amico avvocato?
Veda lei.


(2) https://www.tecnicadellascuola.it/giustizia-e-dignita-per-gli-ata-itp-ex-enti-locali

08 febbraio 2019

Un po’ di Giustizia? Sarebbe ora…


E’ passata la Finanziaria, migranti ne arrivano pochissimi, le elezioni europee sono ancora lontane…non sarebbe ora di metter mano ai tanti problemi che una pletora d’incompetenti corrotti ha seminato, per decenni, nel Paese? Ci riferiamo alle varie “riforme” che furono emanate dagli stessi parlamentari che si riunirono, in seduta ufficiale, per decidere se Ruby Rubacuori fosse la nipote del Faraone.
L’attuale governo ha promesso una revisione dell’impianto della giustizia penale…certo, va bene…ma non vi pare che tutto il “pianeta” Giustizia richieda urgenti misure? Possiamo permetterci il lusso di tre stadi decisionali, quando lo scotto da pagare è la vita umana? Ossia, a volte la giustizia civile supera la vita umana? Proporrò tre casi, uno civile e due penali, poi decidete voi, esprimendo quel che pensate.

Calende greche
Nel 2000 ci fu una riforma della scuola, la riforma Berlinguer. Nella riforma, erano previsti accorpamenti di personale: c’era ancora personale scolastico delle Province e dei Comuni, che passarono nei ruoli statali. La riforma, come qualsiasi riforma scritta dai politici, non va a spiluccare su particolari che sembrano ovvi e, soprattutto, dopo se ne dimentica. Nel caso, ritennero ovvio che quel personale conservasse l’anzianità di servizio e fosse inquadrato nei ruoli statali. E’ una questione secondaria, se vogliamo, ma utile per comprendere cosa può essere la Giustizia se lasciata libera di pascolare.

Qualcuno interpretò i vari commi in modo diverso… un capoverso non chiaro una virgola che sembra affermare o negare…ibis, redibis non morietur in bello…(ricordate?) e quelle persone si videro sparire, ai fini della retribuzione, decine d’anni d’anzianità. C’erano anche altre questioni normative aperte (per il personale docente) ma non voglio complicare troppo le cose.
Dopo un paio d’anni, nei quali lasciarono la cosa nella mani dei sindacati, quei disgraziati capirono cos’era il sindacato ed iniziarono i ricorsi per via giudiziaria. Credendo che fosse facile.
Pur essendo tutto personale scolastico, furono costretti ad altrettanti procedimenti individuali, perché le norme chiarivano che il “lavoratore” si rivolgeva Giudice del Lavoro, magari in associazione con altri, ma sempre al giudice naturale, ossia per competenza territoriale. Le cose stavano e stanno così: fidatevi (la class action è un’altra cosa).

Migliaia di cause, decine d’avvocati, altrettanti magistrati, l’Avvocatura dello Stato…un costo per la collettività che non so nemmeno quantificare…i risultati? Semplice: secondo l’interpretazione del singolo giudice, il segretario  di Milano vinceva, mentre il bidello di Bergamo perdeva…e quindi ricostruzioni di carriere, altre tonnellate di carta, migliaia di ore di discussioni…poi i ricorsi in Appello, anche qui chi vince e chi perde, infine la Cassazione, che sembra dare ragione ai dipendenti, ma in modo non tanto chiaro, un cerchiobottismo sbiadito? Sì, qualcosa del genere. Rimandano le sentenze in Corte d’Appello, che devono correggere le precedenti sentenze, ma qualcuna di esse s’oppone, e dunque la Cassazione dovrà nuovamente pronunciarsi. Nel 2019. A quasi vent’anni dall’inizio del procedimento.

Ora, vi chiedo di sgombrare per un attimo la mente da quello che avete letto e di porvi la domanda: si tratta di una questione di giustizia o di uno psicodramma andato a male? La gran maggioranza parte di quelle persone è andata in pensione, tanti sono già deceduti, eppure la giustizia continua, imperterrita, a sfornare sentenze che saranno appellate…rimandi in sede europea – dove si sono pronunciati in modo chiaro, dando ragione ai lavoratori, ed in modo più sfumato verso la Magistratura italiana con un: ma siete matti?!? – eppure i vari governi hanno continuato a biascicare di capitoli di bilancio, di ricorsi, sentenze passate in giudicato…
E chissà quante di queste situazioni sono tuttora in discussione nelle sedi giudiziarie! Per un incidente stradale, un muro crollato, un licenziamento, un’invalidità, un mancato pagamento, eccetera, eccetera…

Il delitto Calabresi
Il giorno dopo quel delitto – e lo ricordo bene – lessi il Corriere della Sera che chiariva “…l’omicida era presumibilmente un professionista, giacché aveva sparato nel momento nel quale il commissario infilava le chiavi nel cruscotto per avviare l’autovettura: circostanza ben conosciuta dai killer professionisti, perché in quell’attimo la concentrazione è “attratta” completamente dal gesto”.
Non sono un criminologo né un killer, perciò lascio la responsabilità di quell’articolo al giornalista.

Sapete come andò a finire: 4 a 3, ossia 7 pronunciamenti con 4 verdetti di colpevolezza e 3 assoluzioni, l’ultimo di colpevolezza: possiamo essere certi che i fatti si sono svolti proprio come la corte ha poi deciso? 4 a 3, come Italia-Germania? Non è una partita di calcio, ci sono delle vite, delle persone che si vedono la vita distrutta…possiamo tirare un sospiro di sollievo e dire: sì, è stata fatta giustizia?

Vigeva già il nuovo codice di procedura penale, nel quale non era più prevista l’assoluzione per insufficienza di prove.
Un procedimento che vide “risvegli” di “gole profonde”, addirittura sentenze generate su piani viari non più in vigore (le piantine stradali, i sensi unici, ecc)…ma così fu.
Senza farsi fuorviare da sentimenti di parte, la domanda che pongo è: l’uomo (ossia il giudice) è sempre in grado di fornire una risposta a queste vicende, “oltre ogni ragionevole dubbio” (come nel diritto anglosassone)? Senza girarci tanto attorno: siamo sempre in grado d’interpretare nel modo esattamente coerente alla realtà dei fatti, tramite le procedure processuali, un sequenza di atti?

Oh, certo: la pubblicistica ci ha mostrato che è possibile. Il commissario Maigret, Sherlock Holmes, Hercules Poirot e miss Marple ci riescono sempre…però la pena di morte, lo sappiamo per certo dalle confessioni in punto di morte dei veri assassini, è stato eseguita almeno una decina di volte su persone innocenti negli USA. Così è stato anche in Italia, con scarcerazioni molto tardive d’ergastolani innocenti.

Carlo Lucarelli, in una trasmissione televisiva di molti anni fa, presentò – in compagnia di un suo (presumo) amico commissario di Polizia – una serie di casi insoluti e, il commissario, ripercorse le indagini evidenziando gli errori commessi nelle procedure d’indagine: leggerezze, convinzioni affrettate, semplici dimenticanze.
Anche in questo caso, c’è un parallelismo con la pubblicistica: un conto è svolgere indagini “a caldo” – magari con un questore alle spalle che ha fretta e ti accende la miccia sul sederino – un altro con tutta la calma necessaria. Simenon costruiva in parallelo la vicenda, e Maigret – si può dire – era già “presente” al momento dello sparo.

Poi, se volete uno spassionato parere personale, ritengo che nei corpi di polizia italiana regni un’assoluta dabbenaggine, leggerezza, panciafichismo e menefreghismo all’ennesima potenza: di più, riflettiamo che siamo la sola nazione europea ad avere dei militari con compito di polizia giudiziaria sul territorio.

Per questa ragione, le procedure investigative andrebbero meglio studiate e precisate, ed anche la procedura penale andrebbe rivista e, soprattutto, velocizzata nei tempi, che non possono essere più accettati come quelli di Matusalemme: a dirla tutta, anche i magistrati dovrebbero essere messi di fronte a tempistiche precise, da rispettare.
E’ inutile che blaterino tanto sui femminicidi, se fra gli atti di violenza e la data d’inizio del processo passano tre anni (capitato ad una mia conoscente)!

Marco Vannini
L’omicidio di questo ragazzo, anche se è profondamente diverso, m’ha ricordato il caso Cucchi. Perché?
Poiché negli atti c’è la medesima volontà di non voler guardare una realtà distorta, incongruente, e tuttavia lapalissiana.
Nessuno – ancora oggi, dopo il pronunciamento della Corte d’Appello – ha mai affrontato il vero problema di questo caso: chi sparò? Perché furono trovate dalla Polizia Scientifica più tracce di polvere da sparo combusta sul figlio di Antonio Ciontoli, Federico? Il quale ha negato persino (nella ridda di dichiarazioni “ad momentum” della famiglia Ciontoli) d’essere stato in bagno al momento dello sparo. Sparo? Ci fu uno sparo? Lo sentirono tutti, nel palazzo, ma per la famiglia Ciontoli era caduto solo qualcosa, forse un pettine…perché non chiamare il 118 subito e salvare il ragazzo? Se si vuole ammazzare una persona nella vasca da bagno, si spara alla spalla? Quei giudici hanno sentenziato sul nulla, inutile girarci attorno.

Lasciamo le mille contraddizioni di questo caso, per concentrarci sulla sentenza d’Appello: i giudici non hanno sbagliato, hanno semplicemente accertato che non c’era dolo eventuale, di nessun tipo, perché non hanno trovato un movente serio per il quale si uccide una persona. Non avendolo trovato, hanno concluso che s’è trattato di una fatalità, uno scherzo finito male…chissà che cosa…ma che Ciontoli (quale?) non aveva assolutamente voluto uccidere Vannini.
Omicidio colposo commesso da un incensurato: fatevi i conti, e la condanna è quella, compresa l’omissione di soccorso.
Ripeto: se andiamo a cercare le contraddizioni, in questo caso, non ne troviamo solo una, il caso Vannini è la fiera delle contraddizioni, dei falsi, delle confessioni fasulle e quant’altro. Al punto che – ci scommetto mezza corona inglese – la Cassazione farà rifare il processo da capo, se non altro perché, così, prendono tempo. E sperano che la gente dimentichi.

C’è poi la (presunta) appartenenza di Ciontoli ai servizi segreti: qualcuno dice che lo era, altri raccontano che faceva solo le pulizie. In un modo o nell’altro, se viene loro comodo dirti che faceva le pulizie, ti faranno vedere anche lo straccio e lo scopettone.

La questione, però è un’altra: abbiamo assistito ad un’iperbole di casi nei quali, a sparare, è sempre un “tutore” dell’ordine. Poi, ci sono coloro che sparano perché hanno un permesso per detenere un’arma (quasi) da guerra con la scusa del tiro sportivo. E ci sono, poi, quelli che hanno un’arma non dichiarata e la tengono nascosta.

Questi ultimi, quando sparano, si prendono pure il possesso d’arma abusivo, che se è da guerra giunge a 9 anni di reclusione. E quelli che l’hanno regolarmente denunciata?
Qui, Houston, abbiamo un problema.

Chi possiede un’arma con regolare licenza, deve dimostrare d’avere dimestichezza con le armi ed una situazione psichica equilibrata. Cosa, che, nel tempo, può cambiare: Houston, abbiamo un secondo problema. Non avessi visto con i miei occhi un istruttore di tiro a segno del poligono, portato via in fretta e furia dai Carabinieri mentre tentava di “interloquire” con la ex moglie di fronte alla scuola del figlio: subito dopo un bel ricovero in psichiatria ed una perquisizione con un camioncino di armi sequestrate. Meno male che era un istruttore, chissà gli “allievi”!

In qualche modo, chi usa in modo dissennato un’arma che gli è stata concessa “sulla fiducia” in uso, tradisce un impegno preso con la collettività. Chi, invece, veste una divisa ne tradisce due: il primo per il dissennato uso dell’arma – che può essere anche la semplice leggerezza o sbadataggine – e il secondo verso la collettività che l’ha istruito, addestrato ed ha avuto fiducia in lui.

Perciò – caro ministro Bonafede – in sede di riforma della legge penale, non vedrei male se fossero aggiunti un paio di commi nei reati di sangue commessi con armi da fuoco.

Xy) Nel caso che il soggetto abbia usato un’arma regolarmente denunciata per delinquere, la pena è aumentata di 1/3.
Xybis) Nel caso che il soggetto, il quale abbia usato l’arma per delinquere sia un militare, un appartenente ai corpi di Polizia (tutti) o una guardia giurata, la pena è aumentata di 2/3.

Vediamo quanti giocano ancora a fare il G-man nel bagno di casa farfugliando fra una pistola e un’altra?

Piccola o Grande Giustizia?
Forse sono vecchio, e non capisco più la logica di certe riforme.
La Giustizia è “intasata” da milioni di procedimenti minori, per i quali si procede fino alla Cassazione come se fossero tutti delitti come la strage di Piazza Fontana.
La figura del pretore è stata abolita per far posto al Giudice di Pace, che – nonostante il titolo aggraziato – non sembra che riesca a pacificare molto.
Osservate di cosa si occupava il vecchio pretore, giudice (parzialmente) monocratico fino al 1989:
-Cause civili (diritto civile) di valore limitato (via via aumentato nel tempo sino a 50.000.000 di lire, che oggi corrisponderebbero a poco più di 25.000 euro)
-Processo del lavoro (diritto civile) per qualsiasi importo;
-Procedimenti per convalida di licenza o sfratto (diritto civile);
-Azioni possessorie (diritto civile);
-Provvedimenti d'urgenza (diritto civile);
-Tutela ambientale (diritto penale);
-Tutela della salute (diritto penale);
-Reati puniti con la pena della reclusione sino a tre anni, oppure con le pene della multa, dell'arresto o della contravvenzione
-Infortuni sul lavoro;
-Infortuni stradali.

Il giudice monocratico dava origine a dei problemi: se sbagliava?
Sull’altro versante, toglieva alla Magistratura la miriade di piccoli procedimenti (gli incidenti stradali, ad esempio) che, purtroppo, sono ancora tanti, più le mille liti di condominio che finiscono con una denuncia. Gli italiani sono veramente perversi in questo frangente: anni fa, un giudice fu “eversore” quando – trovandosi a giudicare un furto di tre trappole per topi – s’offerse di chiudere la faccenda pagando, di tasca propria, il danno: tremila lire, 1,5 euro.

Una revisione del concetto del Pretore – magari togliendogli la possibilità di comminare pene corporali – ed ammodernando il concetto, con un giudice monocratico di grado superiore per dirimere i ricorsi, potrebbe funzionare.
La Magistratura potrebbe così funzionare più celermente, e non si può – come oggi avviene – archiviare tantissimi eventi non considerandoli “degni” d’avere giustizia, perché così avviene. Il primo filtro lo fanno i Carabinieri, sconsigliando la denuncia – andrà per le lunghe, non otterrà niente, il magistrato archivierà, è solo una perdita di tempo, ecc – ed il secondo lo opera il magistrato stesso, archiviando in serie migliaia di ricorsi.
Magari erano cose di poco conto, ma da una cosa di poco conto trascurata nascono altre questioni, di ben altra gravità: se il tizio che si vede rubare serialmente le trappole per topi, non avendo riscontro, s’incazza e prende a bastonate il ladro? E se questo, per vendetta, tira fuori la doppietta? Si va fino in Cassazione.

Sorprende il numero di reati, molti di sangue, contro le donne nei casi di divorzio et similia: moltissimi vengono archiviate per la pochezza degli indizi. Le forze di polizia non hanno quasi peso, e soprattutto è la Magistratura a non consentirlo, pena l’imputazione di “lesa maestà”. Così le situazioni degenerano, senza che nessuno se ne interessi.

Forse, la figura del giudice-califfo del diritto islamico non è così campata in aria, basta – ovviamente – cambiare il corpus giuridico di riferimento. Eppure, a mio avviso, una figura intermedia fra la “grande” Magistratura ed i piccoli reati andrebbe riconsiderata, altrimenti si crea una palude di non-giustizia dalla quale, per forza di cose, nascono poi i reati gravi.

Ci sono molte forme di questo diritto “minore”, in Europa – in Svizzera, ad esempio – ed in Gran Bretagna, dove sono addirittura dei giudici onorari (semplici avvocati) a dirimere gli incidenti stradali senza vittime. Rivedere la figura del Giudice di Pace? Può essere, ma qualcosa bisogna pur fare.

Armi? E quali?
Vuoi sparare? Oh, bene. Vuoi un’arma da guerra? Ok: basta rimuovere il funzionamento automatico (cioè la raffica) e ti diamo tutto quello che desideri, anche un Kalashnikov, anche il fucile che usarono quelli della Uno Bianca. Tutto in vendita: basta garantire “sanità mentale”, ovvia competenza sulle armi, e sono tuoi!
Forse, bisognerebbe darsi una calmata, ma gli “sparatori” sono voti, e dunque…

Bisogna altresì riconoscere – e, questo, Michael Moore mi pare che l’abbia abbondantemente dimostrato nel suo “Bowling to Columbine” – che l’uso improprio delle armi per uccidere non dipende tanto dalla facilità del premere il grilletto, quanto sulle condizioni sociali, psichiche ed ambientali della persona che ha l’arma in mano. Nel film, si dimostrava che a Chicago c’erano non so quanti morti sparati il giorno, mentre sull’altra sponda del lago Michigan (canadese) avveniva un fatto di sangue ogni tot anni. Una voragine di differenza. Ma erano le condizioni sociali ad essere una seconda voragine di differenza.

Detto questo, qualche provvedimento bisogna pur prenderlo. Anche qui, mi rivolgo al tempo che fu.
Nelle case di un secolo fa, era quasi normale avere, appesa al muro, una doppietta da caccia: era un fatto normale, e nessuno se ne meravigliava. Quando l’UE decise d’uniformare le leggi comunitarie in fatto di armi, trovò molte resistenze nell’area francofona – Francia e Belgio, soprattutto – perché l’abitudine ad avere l’arma da caccia in casa era quasi una tradizione. Oggi, hanno anch’essi una bella legge europea che gli ha lasciato solo il fucile ad elastici.

Si accoppia, spesso, il concetto di “arma” con quello di “difesa”, mentre nella realtà le armi che vengono concesse in uso con l’apposita licenza, sono armi da “offesa”. Ossia, si concede qualcosa che renda possibile uccidere qualsiasi aggressore si faccia avanti: la sfida deve finire con un morto, comunque vada. Sfida all’OK Corral oppure niente.
E così, le armi corte sono tutte in calibro 7,65 oppure 9 (non Parabellum): armi fatte per uccidere. Insomma, nel confronto fra il ladro e la vittima uno dei due deve morire, non ci sono alternative.
Con l’aggravante che, se la vittima spara ed uccide colpendo il ladro alla schiena, la Magistratura può incolparlo di eccesso di legittima difesa: a pensarci bene, non è poi tanto campato in aria. Mi sta sull’anima il mio vicino, lo invito in casa mia per discutere, poi…

Il problema è allora quello di fermare l’aggressore possibilmente senza ucciderlo: ferirlo? Meglio due feriti che un morto, recita il proverbio. Già, ma le armi uccidono. Non tutte.
Senza andare a cercare armi futuristiche, nel nostro passato troviamo un’arma che è perfetta per la difesa, con scarsissime possibilità (vedremo dopo) di uccidere. Un’arma che era comune fino a qualche decennio or sono, e che oggi è praticamente sparita.

Si tratta del fucile Flobert, dal nome del suo inventore, Nicolas Flobert. Si tratta di un fucile da caccia “in miniatura”, ossia con canna da 9 mm liscia (invece di 12) ed un munizionamento poco potente, in grado di fornire una scarica di pallini (o una palla) nel raggio di 15-20 metri. Veniva usato per il tiro “delle signore” o per sparare al tiro a segno in ambienti chiusi.
Era il fucile da caccia per i ragazzi – da non confondere con l’aria compressa – e veniva usato per sparare ai tordi, ai passeri…anche perché più in là non arrivava: poca distanza, pochi pallini, bersagli piccoli…
Usando il solo munizionamento a pallini, uccidere una persona è praticamente impossibile: solo per gli occhi è veramente pericoloso, ma negli occhi anche un proiettile delle carabine ad aria compressa (quelle consentite) è fatale, anche un sasso lanciato con una fionda, una freccia…e poi…se proprio qualcuno entra di notte in casa vostra, mi pare che qualche rischio se lo deva prendere.

Sotto l’aspetto della difesa, invece, quest’arma fornisce quello che serve: una rosa di pallini che penetrano la pelle, ma non vanno oltre. E’ poco di più di una scarica a sale, ma di quelle che fanno un male cane e fanno subito passare la voglia di giocare al Far West.
Limitando le cartucce ai soli pallini da caccia, magari con funzionamento semiautomatico ed un caricatore a 5 colpi, com’era per i “sovrapposti” da caccia, quest’arma sarebbe utilissima per la difesa personale e potrebbe essere concessa in libera vendita. Con quell’arma e quel munizionamento, si creerebbe un deterrente per i “ladri della grondaia”, gli scassinatori di villette, ecc, che saprebbero di dover affrontare sicuramente una persona armata. Dite voi: così vanno sicuramente con una 357 Magnum. Perché, non ci vanno lo stesso? Tenete presente che il vecchio Flobert, con la sua scarica di pallini da caccia, nei 10-15 metri è micidiale. L’unico a bestemmiare, dopo, sarebbe il chirurgo, con tutti quei pallini da togliere…

Vi potrà sembrare una filippica sterile: però, l’alternativa?
- Lasciare le persone completamente indifese;
- Dotarle di armi potenti e pericolose, soprattutto per se stessi e per i loro familiari.

Insomma, ci sono molti capitoli da rivedere nel sistema giudiziario italiano, ed il più importante non sono forse le armi, ma la rapidità della giustizia: ne uccide più il tempo che la spada! Vero Bonafede?