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30 maggio 2018

Cogli l’attimo: dimettiti




Per carità, non c’è urgenza, ma quest’atto – Presidente Mattarella – a mio modesto parere va fatto: ne va del bene della Nazione. Premetto di non aver mai pensato che il suo caso rientrasse in quelli di alto tradimento e di attentato alla Costituzione, citati dalla costituzione all’art. 90, bensì che si trattasse di una voce del dettato costituzionale che presenta alcuni dubbi interpretativi, peraltro sempre sostenuta da eminenti costituzionalisti – fino alla presidenza Napolitano – come un discrimine. Un discrimine fra che cosa? E’ molto semplice: fra la Costituzione Repubblicana e lo Statuto Albertino che la precedette: difatti, la nomina dei ministri era una prerogativa del Re, mica dei Presidenti della Repubblica. Non a caso, nella Costituzione Repubblicana si afferma che il Presidente della Repubblica sceglie il nome del Presidente del Consiglio. E basta.

Per ovviare, in futuro, che il problema si ponga nuovamente – sempre a mio modesto parere – bisognerebbe specificare le qualità richieste ad un ministro: ad esempio, che non sia in conflitto d’interessi nella condotta del ministero, che non abbia precedenti penali, ecc. Non cito le competenze poiché, in passato, abbiamo avuto ministri dell’agricoltura laureati in lettere e medici all’Istruzione. E poi avvocati ovunque, ma si sa: gli avvocati sono dappertutto, come il prezzemolo. Poi, però, finita lì: nessun impedimento.

Perché insisto sulle sue dimissioni?
Apra un qualsiasi quotidiano e cerchi di fare una sintesi di ciò che sta accadendo: la sfido a riuscirci. Domani l’Italia avrà un governo politico, tecnico, politico di legislatura, tecnico con appoggio politico, triennale, biennale, trimestrale, balneare? I cittadini non capiscono più nulla, poiché le elezioni avevano indicato una maggioranza, ma qualcuno – ossia lei – non l’ha voluta ascoltare. Di tutto ciò, solo lei è il responsabile: aveva tutti i poteri per sbrogliare la matassa.

Ha iniziato subito male: dopo quel 4 Marzo, attese fino al 4 Aprile per avviare le consultazioni sul Governo, lasciando correre una settimana per la Pasqua. Un mese per eleggere i presidenti di Camera e Senato?!? C’era la Pasqua di mezzo, d’accordo, ma nulla vietava di compiere già una fase di consultazioni interlocutorie, almeno prima di Pasqua. E, invece, nulla. Poi, le interminabili consultazioni fra Berlusconi (che veniva, comprensibilmente, rifiutato) e Renzi (che, altrettanto comprensibilmente, rifiutò): insomma, per essere un giovane politico Di Maio ha mostrato, nei suoi confronti, tanta pazienza, per dimostrarle che un altro governo non era possibile. Circa due mesi di un balletto interminabile, soltanto per compiacerla.

Quando, poi, finalmente si arrese all’evidenza che l’Italia era la prima nazione europea dove una maggioranza cosiddetta “populista”  aveva vinto le elezioni – e le due forze politiche ci misero solo 15 giorni a scrivere il contratto di governo – lei ha fatto saltare tutto con la scusa di Paolo Savona, peraltro persona stimata e competente. Certo, non molto “malleabile” dai potentati europei, e qui veniamo al dunque.

Proprio cent’anni or sono, era in atto la grande mobilitazione degli Imperi Centrali per vincere la 1° GM, che sarebbe culminata nella Battaglia del Solstizio: con il fallimento dell’offensiva austro-tedesca si concluse, di fatto, la guerra ed i mesi seguenti furono già spesi in trattative sui futuri assetti europei, come lei ben conosce.
La Germania ha cercato d’imporre con le armi per ben due volte la supremazia in Europa, e non c’è riuscita. Oggi – dopo un’unificazione concessa un po’ troppo in fretta – ha di nuovo conquistato gran parte dell’Europa, mettendola sotto scacco economico. La Gran Bretagna, che per due volte uscì vittoriosa con le armi, la terza volta se n’è andata sbattendo la porta.

Il problema, caro Presidente, è che i tedeschi non sanno governare: sanno solo comandare, questo è il loro principale difetto. Sono un popolo in grado d’esprimere buone classi dirigenti, in grado di comandare ovunque e comunque: la Germania è intrisa fino al midollo di vecchio militarismo prussiano, anche se i suoi abitanti non se ne accorgono nemmeno. Drogati da una evidente ricchezza, paiono a volte addirittura amabili e gentili, ma – appena sotto la buccia – ricompare il vecchio vizio prussiano del comando.
Crede che racconti solo delle fanfaluche?

Mi reputo un buon conoscitore del mondo germanico, e ne apprezzo gli innumerevoli pregi, ma non si può lasciarli comandare poiché non riescono a gestire situazioni complesse, diverse dal loro pensiero, che esulino dalla “catena di comando” dell’obbedienza. Anche la loro bellissima lingua ne è intrisa.

In Europa, la Germania deve fare i conti solo con due nazioni (le altre o sono suoi satelliti o ruotano già nell’orbita del suo pensiero dominante): la Francia e l’Italia.
La Francia è un Paese prevalentemente agricolo, che ha fatto del suo settore agroalimentare una potenza, ma è altro che ha, e che i tedeschi non hanno: l’atomica, che consente loro di restare nel IV Reich come alleato di riguardo, con il quale non si possono fare scherzi. Tutta l’Europa – ora che Londra se n’è andata – è sotto la protezione dell’ombrello atomico francese, non dimentichiamolo e sottovalutiamolo.
E poi c’è l’Italia, Paese prevalentemente industriale, terza economia europea e seconda potenza industriale, dopo la Germania.

L’Italia ha molti talloni d’Achille, ma rimane sempre quel complesso industriale che può essere paragonato al complesso siderurgico-chimico dell’Ovest tedesco. Inoltre, l’Italia è geograficamente importante: è la via più breve fra la penisola iberica e l’Est europeo, ossia fra i mille investimenti tedeschi in terra spagnola (chimica, meccanica, ecc) ed i corrispondenti investimenti nell’Est.
Il concetto – al quale molti sono giunti senza essere cooptati da chissà quali “teorie complottiste” – è che un rapporto di comunanza significa accordo sui principi generali di conduzione di una comunità. Siccome l’UE non è nulla che assomigli ad una nazione federale, va da sé che gli attori della comunità sono gli Stati nazionali: oppure lei sostiene che il Parlamento europeo, ad elezione democratica, è quello che prende le decisioni in Europa?

Voglio segnalare a lei ed ai lettori due esempi di questa malformazione europea:
1) Proprio di questi giorni è la notizia che gli autovelox sistemati sulla rete autostradale sono stati disattivati. Non conosco il motivo e non m’interessa conoscerlo, perché sarebbe fuorviante. So, però, che è interesse delle principali catene internazionali d’autotrasporto su gomma che i loro autotreni viaggino il più velocemente possibile dal confine francese al confine giuliano, e viceversa. Perché? Poiché il tempo risparmiato sono euro, i TIR che passano in un giorno fanno milioni di euro, negli anni miliardi di euro. Cosa s’impicciano gli italiani coi loro autovelox?
2) Come mai l’unica azienda automobilistica (italiana?) – in passato più che abbondantemente sovvenzionata con soldi pubblici – s’ostina a non avere nel listino una sola auto elettrica? Perché Marchionne è un po’ tonto? Può essere. Perché aspetta che gli altri procedano nel know-how, e lui si propone di gettare sul mercato un prodotto senza costi di ricerca? Farebbe la fine del sorcio. Terza possibilità: forse per non infastidire le aziende francesi e tedesche?

Supponiamo, Presidente – dato che noi italiani siamo maestri riconosciuti di gusto e di cucina – che un’azienda italiana decidesse d’aprire in Germania una catena di supermercati dove vendere i prodotti italiani: cosa succederebbe dopo che la Lidl ha impestato ogni angolo d’Italia? Ci accoglierebbero a braccia aperte oppure finirebbe come Italcantieri, quando lanciò l’OPA sui cantieri francesi? Suscitando un’ondata dello sterile sciovinismo francese?

Insomma, Presidente, questa Europa è già a “due velocità”, ma a due diverse velocità di diritti e di doveri: quando la Merkel decise d’intervenire per “salvare” OPEL (divenuti poi Opel/Magna con l’ingresso russo nell’azienda) nessuno poté alzarsi e dire che erano proibiti gli aiuti statali alle imprese? Qualcuno si alza per affermare che bisogna aiutare la Melegatti, fallita proprio oggi?
Il governo che non ha lasciato nascere non era così sprovveduto: come già avevo ricordato in un precedente articolo – Lezione strategica? (1) –  il governo puntava più sull’amicizia degli USA e della Russia che su quella tedesca. Per contrattare una nuova Europa, più giusta e più consona al progetto originale, che era ben diverso dalla fetecchia odierna.
Se, poi, ci sbattevano le porte in faccia, era giusto chinare la testa oppure ribellarsi e chiuderle da soli?

Presidente, non per uno sgualcito patriottismo, però proprio in questi giorni – lei in primis – dovrebbe ricordare quei 650.000 morti che ci permisero d’affrancarci dal giogo austro-tedesco, per questa ragione non comprendiamo perché ci siano voluti due giorni per commentare la “splendida” uscita del commissario al Bilancio dell’UE, il tedesco Gunther Oettinger, ossia “che i mercati ci avrebbero insegnato come si vota”. Per fortuna, milioni d’italiani hanno risposto sul Web a quel signore tedesco, aspettando che il loro Presidente, finalmente, alzasse la testa per ribattere qualcosa che non fosse un lamento.

Lei non è più adeguato a guidarci in questi frangenti – difficili, perigliosi, complicati – che dobbiamo affrontare se vogliamo sopravvivere: un Pertini sarebbe più adeguato, ma anche un Cossiga non sarebbe malaccio. Scelga, oppure si dimetta.

(1) http://carlobertani.blogspot.com/2018/05/lezione-strategica.html

27 maggio 2018

Democrazia sotto tutela o Repubblica Popolare?


I giorni che stiamo vivendo sono fra i più importanti di questo lunghissimo dopoguerra e ricchissimi di sorprese, sotto l'aspetto istituzionale e nei nostri rapporti con l'estero. Una crisi (krisis gr.: cambiamento, mutamento) senza precedenti ha investito la nazione nei suoi aspetti fondanti, accompagnata dal segno del tempo che scorre, dunque di una stasi (stasis gr.: concetto che riassume una situazione di crisi politica, sociale e morale interna alla polis, derivante da situazioni di conflitto tra classi sociali diverse) che sta marcendo da quasi tre mesi. Cosa non ha funzionato?

La Costituzione, poco chiara in alcuni passaggi?
Dicono che la nostra costituzione sia la migliore del mondo: sarà, ma non è scevra da punti nei quali – anche cercando di appurarne lessicalmente il senso – risulta ostica.
L'art. 92 – citato da Mattarella – così recita:

“Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”

Non si comprende cosa succeda quando il Presidente della Repubblica non intenda nominare uno o più ministri. Può rifiutarsi?
Nella prassi comune, il Presidente della Repubblica non nomina mai un Presidente del Consiglio a vanvera (poteva nominare Salvini? No, perché già sapeva che non avrebbe avuto una maggioranza di centro destra) oppure Di Maio? Stessa cosa. In passato, si verificarono molte di queste situazioni e, il Presidente, nominava una persona (eccetto Monti) che era espressione dei partiti.
Anche l'elezione di Monti – formalmente – fu ineccepibile: nominato senatore a vita pochi giorni prima, fu nominato da Napolitano, e lo stesso Napolitano nominò poi i ministri che Monti aveva scelto. Fu certamente un colpo di stato, ma ineccepibile sotto il profilo istituzionale.
Insomma, la questione rimane dubbia perché, se nomini una certa persona, sai già dove vuole andare a parare.
Forse, qui, bisognerebbe osservare anche un altro articolo, ossia l'1:

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Certo, “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ma “la sovranità appartiene al popolo” e qui non ci sono dubbi.
Come possono, i cittadini, esercitare questo diritto/dovere?

Ce lo racconta l'art. 49:
Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Allora, se la sovranità appartiene al popolo, che la esercita democraticamente mediante le elezioni, i partiti sono legittimati, se votati, a determinare la politica nazionale. Per farlo devono avere ministri di loro fiducia, proprio per determinare la politica nazionale. A mio modesto parere, Mattarella sta seguendo un sentiero che si distanzia un po' dalla Costituzione, anche ammettendo interpretazioni puramente letterali.

Si dice che quella che nascerà sarà la Terza Repubblica – prendiamo per buono questo modo di dire, non è questa la sede per sottilizzare – ma qualcuno ricorda come nacque la Seconda?
La Seconda Repubblica nacque per opera della Magistratura: i principali leader politici sfilarono nelle aule del Tribunale di Milano per essere accusati di finanziamenti illeciti e (a volte) di corruzione (o peggio ancora).
Bettino Craxi si autoaccusò di quel reato, ma chiese al Parlamento “chi non sapeva si alzi”: non s'alzò nessuno.
Anche se sappiamo – e la cosa sarebbe infinita – di coinvolgimenti internazionali, di poteri occulti, di “gladiatori” e quant'altro, non si può non affermare che lo strumento furono i giudici, e non vogliamo ripercorrere ancora una volta tutta la vicenda.
Era, tutto sommato, una componente interna al sistema che ne metteva sotto accusa un'altra, nella tripartizione dei poteri la Magistratura mise sotto accusa il Potere Legislativo.
Difatti, quando la Magistratura pensò di continuare ad indagare – una volta saltati i vecchi equilibri e stabilitisi quelli nuovi – piovvero sulla Magistratura leggi e leggine per contrastarla. E ci riuscirono, ma solo in parte: molte delle inchieste “archiviate”, delle pene “edulcorate”, delle facili prescrizioni...furono la benzina che mosse il torpedone verso la Terza Repubblica.

Ora, l'arbitro della Terza Repubblica, chi è? Un democristiano.
Un uomo che – siamo certi, suo malgrado – si trova di fronte i nodi che sono venuti al pettine, e che non sa come comportarsi perché è saltato il sistema di riferimenti al quale era abituato.
Un Presidente della Repubblica era abituato, spesso, a nominare un ex collega di partito o un eminente esponente del partito avverso...comunque una persona che conosceva bene...ma la vera democrazia è questa: si vota, si elegge, si sceglie. Anche un illustre sconosciuto.

La colpa è anche dei vecchi partiti i quali, come spesso avviene nella Storia, s'accorgono solo all'ultimo momento che le truppe non li hanno seguiti: la Gran Bretagna perse il più grande impero mai esistito quasi senza accorgersene.
Anni di sufficienze, di “ma lascia perdere...”, delle solite tre scimmiette in azione – non vedo, non sento e non parlo – hanno condotto a questa situazione: in una democrazia popolare, il popolo si riprende il potere.

Nel momento in cui scrivo non so come andrà a finire, però è mia impressione che né Salvini e né Di Maio faranno un passo indietro, semplicemente perché – politicamente – non hanno nessun interesse a farlo. E dopo? Come potrebbero giustificarsi di fronte ai propri elettori?
Anche la strada di Mattarella è stretta e senza soluzioni. Rimanda a casa Conte? Bene. Fa un governicchio “balneare” senza maggioranza? E dopo, in Autunno? Se è certo che Salvini tornerà a sedersi di fianco a Berlusconi (ossia sotto la tutela di B.) potrà azzardare di tornare ad elezioni. Ma la fine politica di Salvini, a quel punto, sarebbe certa.
Peggio ancora se i due “enfant terrible” decidessero d'andare insieme ad elezioni: se non basta un sondaggio che racconta che più del 60% gradisce un governo giallo/verde, vi può bastare ciò che si è lasciato sfuggire Massimo D'Alema, del quale si può dire tutto il male che si vuole, meno che sia stupido:

“Se si va ad elezioni adesso, quei due prendono l'80%”

Avrà esagerato, però i numeri delle proiezioni sono già “bulgari” per i due compari e, essere obbligati a tornare a votare solo per un diktat di Mattarella, farebbe ancor più incazzare gli italiani.

Questo non significa che le ricette economiche di Paolo Savona saranno miracolose, che non ci saranno errori, però l'Europa s'è lanciata contro l'Italia con la sconfitta nel cuore: comunque vadano le cose, anche se a finire a gambe all'aria fosse l'Italia, non ci finirebbe da sola. Per le proporzioni di un eventuale fallimento italiano, crollerebbe tutta la struttura dell'euro, e i tedeschi questo lo sanno benissimo, anzi, lo raccontano proprio loro stessi.

Perciò...qui à peur de qui?...vero Mattarella? Lascia che gli eventi scorrano...opporsi agli eventi è dannoso...lo dicono anche gli antichi testi cinesi: a che serve opporsi ad un fortunale?

15 novembre 2016

Ma se un tornado se li portasse via tutti?



 
Consilieri non civiles
semper erunt et sunt viles.
Consilieri sunt fallaces
sunt immundi, sunt mendaces.


Bello prendere delle multe, anche per 51 km orari! Non è mia intenzione tediarvi, ma darvi notizia di una inaccettabile protervia, che nasce dall’eliminazione delle Province e dalla loro “restaurazione” a furor...di politici trombati!
Ossia, ci hanno detto che eliminavano le Province: ecco un immaginario dialogo, che sarà veramente esistito da qualche parte, nessuno sa quale...forse nell’ufficio privato del gelataio di Rignano? Forse.

Dio che noia...andare a spulciare, competenza per competenza, i loro doveri per addossarli ai due livelli attigui, ossia le Regioni ed i Comuni...che noia, ma si può inventarsi un mestiere più noioso?
Allora, sentite: raccontiamo che le abbiamo eliminate, poi le ripristiniamo sotto mentite spoglie...
Scusi, ma come si fa per le elezioni? I cittadini, quando vanno a votare, capiscono che ci sono ancora...
Giusto, allora non li mandiamo a votare...
Eh, ma come?!?
Mandiamo a votare solo i consigli comunali delle Province interessate...
Ma come?!? Si eleggeranno fra di loro?
Le chiameremo “Elezioni di secondo livello”.
Ma la gente dirà che la Casta elegge la Casta...
Basta non dirglielo: nessun Tg, nessun giornale...li paghiamo o no?
Beh, mi sembra grossa...
Ma è la stessa cosa che abbiamo inserito nella riforma della Costituzione...anticipiamo soltanto...ci pensa a quante poltrone liberiamo per gli amici, i parenti, i colleghi di partito...
Ci saranno delle proteste...
Se non lo diciamo, se le elezioni le faremo in Estate, non succederà nulla...e poi...che protestino, il mugugno è libero...chissenefrega...

Lo so che, per qualcuno di voi, la cosa sembrerà pazzesca – e con forti sospetti d’incostituzionalità per l’art. 48 – ma le cose sono andate proprio così!
Zitti zitti, hanno chiamato le Province “Enti di area vasta”, oppure “Enti di secondo livello” (potevano avere più fantasia...): così, nero su bianco – la legge è del Settembre 2014 – continueremo a pagare 2.500 fancazzisti che scalderanno le poltrone delle ex Province italiane.
Qual è il loro compito? Non si sa, non si capisce. Alcuni affermano “gestire la soppressione delle Province” – e salta subito agli occhi l’immagine di un novello Caronte, che traghetta le anime dei politici trombati di là dello Stige – ma così non è, poiché le Province sono tornate a nuova vita grazie alla legge (voluta fortemente dal buon Del Rio) che le fa diventare un’altra cosa. Una cosa che non si capisce cos’è, ma...volete proprio capire tutto?!? E dai, accontentatevi...

Siamo veramente al parossismo, abbiamo superato Kafka di un buon miglio e stiamo per doppiare Bokassa e tutta la squadra di politici/marionetta del terzo e quarto mondo: i nostri – parrebbe uno scherzo – pretendono pure di riformare una Costituzione (qualcuno l’avrà letta?) e di farci esprimere, seriamente, un voto su di essa! L’unica cosa che ci parrebbe d’esprimere è una risata in faccia, per non giungere a parole scurrili.

Dando uno sguardo qui e là, mi sono accorto che la nuova Presidente della Provincia di Savona (va beh, ente di “grande area”... ah, ah, ah...), Monica Giuliano, è una signora di 35 anni, di bell’aspetto e di seri studi: il prototipo del politico pilotato, del grande PD, ovvio.
Così, la signora nel 2014 viene eletta Presidente della Provincia: cosa faceva prima? Il sindaco. Di una cittadina che si chiama Vado Ligure e nella quale – proprio in mezzo alle case – sorge la grande centrale a carbone chiamata Tirreno Power: roba di ENEL, di De Benedetti, in parte francese per la presenza di Suez...evviva! I magistrati indagano su circa 1.300 morti che, definire sospette, è un eufemismo di maniera.

Passa un anno, ed i magistrati comunicano il nome degli indagati: manco a farlo apposta c’è anche Monica Giuliano! Come ex sindaco: abuso d’atti d’ufficio. Insieme a lei, tutta la cricca del PD ligure, con in testa Burlando: i reati sono robetta da poco, suvvia...come disastro ambientale colposo aggravato, disastro sanitario colposo aggravato, abuso d’ufficio, disastro colposo aggravato e omicidio colposo plurimo. Allegria!
Non sono a conoscenza di come stanno andando le indagini, ma di una cosa sono sicuro: nessuno di questi bei tipi sconterà mai un solo giorno di galera!

Il tempo, però, vira al brutto per Monica Giuliano: il bilancio della Provincia è in forse, il deficit incombe, il borsellino è vuoto. Bisogna riempirlo. Come fare? Già...pensa la Presidente...hanno salvato l’istituzione provinciale, ma i soldi dove sono finiti? Ho capito, sì, va bene: arrangiatevi!
I consiglieri si consultano, le presidente presiede...mumble, mumble...poi, finalmente, ad un consigliere viene l’idea buona, la felice illuminazione che tutti accontenta. Dai, stappa, che l’abbiamo trovata!

Ricordo che, da qualche parte lassù...sui monti, in mezzo a quattro case passa una strada provinciale e fu installato un rilevatore di velocità...adesso è mezzo rotto, a volte rilevava anche la velocità del treno, che corre accanto, e minacciava di togliere tot punti alla patente...del macchinista! Risata generale.
Basta installare un vero autovelox – senza dire niente, mi raccomando, che resti tutto com’era – ed avremo a disposizione il mezzo per “sanare” il bilancio!
Silenzio.

Si può fare – avrà commentato la presidente – si può fare...preparatemi una bozza...
E’ andata così, signora Giuliano? Non so, ma pressappoco sì, lo ammetta.

Certo, lei non immaginava una simile “vendemmia”...lo ammetta: 20.000 contravvenzioni – lo credo bene, iniziando a multare dai 56 km orari! Nessuno ha un tachimetro così preciso sull’auto – per un gettito (notizie di stampa) di 1 milione di euro fino ad ora...lo sa?
Ma saranno molti di più. Peccato che segneranno la fine della sua carriera politica: l’Italia non se ne accorgerà nemmeno, stia sicura.

Perché lei è solo l’epigone di una trista compagnia: quella dei sindaci che ritengono d’avere il diritto di salassare gli italiani a forza di multe. Le interessa la sicurezza stradale?
Chi le garantisce che, fra i tanti che passano, non ce ne sia uno che vuole provare la sua auto nuova e che corra a 120, 130 l’ora...io le vedo spesso le Ferrari in autostrada: mi sorpassano a velocità pazzesche.
Come agisce chi effettivamente vuole, chi veramente desidera imporre la sicurezza stradale?
Installa dei dossi artificiali, come fanno in molto Comuni: solo che li installano nelle vie centrali, oppure in luoghi significativi come ospedali, scuole...mica li vanno a piazzare fra quattro case in cima all’Appennino!

Forse, a lei la sicurezza importava poco – lo ammetta – al punto da dichiarare:
Abbiamo indicato cifre e incassi precisi nel bilancio: è una parte significativa del bilancio della Provincia...” oppure “Le multe non si toccano!” (sue dichiarazioni alla stampa locale).

Non si meravigli di ciò: il sindaco di Verona – Flavio Tosi – nel 2014, per il bilancio 2015, approvò un aumento del 30% di gettito dal settore contravvenzioni. Il “crimine” accarezzato, coccolato, cercato...pur di lucrare. Peccato che abbiate fatto le cose male: senza indicazioni precise, quel autovelox è illegale.

Si rende conto che, statisticamente, in una vallata che pochi conoscono come l’alta val Bormida, lei – per numero di abitanti – ha multato ogni persona in grado di condurre un’automobile? Oppure un terzo della città di Savona?!?

Ha avvertito il suo capoccia, quello di Rignano, della faccenda? Non si preoccupi, ci pensiamo noi...cosa le dirà? Poveraccio: corre da una parte all’altra dell’Italia per racimolare qualche voto per il Sì al referendum...ha addirittura leccato i mammasantissima con la storia del Ponte...lei non immagina come voteranno i multati? Se non lo ha capito, lei non riuscirà mai a comprendere perché Hillary Clinton sia stata silurata dagli elettori, perché abbiano votato un idiota al posto della buona, brava, capace, politically correct...Hillary Clinton. Hanno semplicemente compreso che l’avrebbero messa lì per rapinarli, trombarli, farne carne da cannone per le banche.
Lei, non è molto diversa.

Si rende conto del guaio combinato? Riesce a comprendere che le famiglie della “sua” provincia lottano contro la povertà, da quelli come lei imposta, con TASI, IMU, TOSAP e tutte le cazzate che v’inventate? Lo sa che, io solo, verso dalla pensione più di 600 euro l’anno per mantenervi?
Che i nostri figli – grazie alla bella trovata dei voucher – lavorano per 3 euro l’ora? Ragazzi – magari laureati come lei, ma senza il calcinculo in politica – fanno i magazzinieri, con contratto a termine, alla Conad, alla Coop, al Lidl...oppure lavorano, medesime condizioni, in cantiere od in fabbrica? Riesce a capire che, per mettere a posto il suo bilancio – quello di un ente abolito! – per una disattenzione porta via a questi ragazzi un quinto, o più, del loro reddito mensile?

No, lei non meriterebbe nemmeno d’essere citata, considerata, sentita.
Le auguro solo che la sentano – e la sentano bene – i magistrati dell’inchiesta “Tirreno Power”, dove avete svenduto la pelle dei cittadini – 1300 morti – all’ENEL, e dove lei ha cercato di “coprire” qualcuno cancellando una delibera! Mica un abuso d’ufficio da poco!

Ho ricordi lontani dello strapotere del Comune di Vado Ligure, che riceveva montagne di soldi dall’ENEL – m’informava un medico democristiano, consigliere d’opposizione al quale, per la sua attività epidemiologica, faceste passare una notte in guardina per una svista amministrativa di pochissimo conto (un certificato medico di malattia!), era il 1985, o giù di lì – e mi raccontò della vostra protervia, del vostro stalinismo, del vostro sposare, sempre, gli interessi di una grande azienda energetica, ingannando i lavoratori con le bandiere rosse ed i festival dell’Unità. Che Dio vi stramaledica, per il male fatto all’Italia.

Vi chiedete chi io sia? Ma domandatelo ai vostri galoppini che bussano, ogni tanto, alla mia porta – oh, Carlo, tu che sai scrivere così bene...perché non vieni con noi... – mai e poi mai, signora Giuliano, perché i miei riferimenti ideologici sono lontani, riposano fra Cavallotti e Bertani (Agostino), fra Gramsci e Bordiga, non oltre. Oltre ci siete voi, oltre c’è il buio.
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Per chi desiderasse opporsi, sotto c’è un fac simile di ricorso.

Ricorso avverso atti presi dall’amministrazione provinciale di Savona

Al Prefetto della Provincia di Savona                     

Io sottoscritto                  nato a                 il                                e residente in                        via           numero civico       chiedo che vengano annullati gli atti:
- prot. num.
- prot. num
- prot. num.

(allegati in copia), ossia Verbali di Accertamento di Violazione del Codice della Strada, emessi dalla Provincia di Savona, giacché, vista la giurisprudenza in materia:

Art. 142, comma 6 bis (Codice della Strada)
6-bis. Le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all'impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazione luminosi, conformemente alle norme stabilite nel regolamento di esecuzione del presente codice. Le modalità di impiego sono stabilite con decreto del Ministro dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'interno.

Il Ministero dell’Interno ha emanato, in data 14 agosto 2009, la Direttiva per garantire un’azione coordinata di prevenzione e contrasto dell’eccesso di velocità sulle strade:
“L’informazione sulla presenza della postazione di controllo sia fissa che mobile deve essere fornita attraverso la collocazione di idonei segnali stradali di indicazione, anche a messaggio variabile, che possono essere installati, in via provvisoria o definitiva, ad adeguata distanza dal luogo in cui viene utilizzato il dispositivo secondo le indicazioni del decreto ministeriale 15 agosto 2007”.

“I segnali stradali e i dispositivi, di segnalazione luminosi devono essere installati con adeguato anticipo rispetto al luogo ove viene effettuato il rilevamento della velocità, e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento, in relazione alla velocità locale predominante (articolo 2, decreto ministeriale 15 agosto 2007)”, non importa se si tratta di segnaletica temporanea/provvisoria/mobile ovvero definitiva/fissa.

Una sentenza della Cassazione Penale del 13.03.2009 n. 11131, indica che “la distanza del cartello di preavviso non debba essere inferiore a 400 metri, idonea a segnalare con adeguato anticipo la postazione di controllo in modo da garantirne l’avvistamento tempestivo e permettere così all’automobilista di conformare la propria condotta di guida alla velocità prescritta, in un tratto di strada dove debbono essere assicurate le ragioni di sicurezza poste alla base del decreto Prefettizio che autorizza l’uso della apparecchiatura senza obbligo di contestazione”.

Qual è la situazione nel luogo del rilevamento?

In direzione San Giuseppe di Cairo-Cengio (in salita) c’è un rilevatore di velocità, funzionante, con display che indica la velocità del veicolo, poi un cartello a 150 metri circa dal punto del rilevamento, che è segnalato.
In direzione Cengio-San Giuseppe di Cairo (in discesa), invece, non c’è nulla di nulla ed il display che indica la velocità del veicolo non funziona da anni!

Pertanto, Le chiedo d’intervenire in questa ingarbugliata matassa operando l’unica cosa sensata: annullando i provvedimenti, sopra citati, presi nei miei confronti dall’“amministrazione provinciale di Savona”, giacché non sono stati rispettati i dettami di legge riguardo i cartelli indicatori, le distanze di collocazione ed i tempestivi avvertimenti nei confronti dell’automobilista.
La saluto e la ringrazio

Data

Firma

23 giugno 2016

Jamm’e, jamm’e…


Devo dire che, per quanto riguarda le scorse elezioni amministrative – io non vado a votare, mi hanno preso per il sedere abbastanza – ci sono delle novità che meritano d’essere attentamente studiate, per capire come cercheranno di salvare la baracca (che, oramai, fa acqua da tutte le parti) soprattutto in previsione del referendum costituzionale d’autunno: lì saranno giochi seri, si finisce di scherzare e qualcuno, si vedrà come, ci lascerà le penne.
I grandi giornali hanno titolato ad 8 colonne su Roma e Torino: per come la penso io, il risultato era scontato. E’ veramente difficile governare delle grandi città in modo così trasandato come sotto la Mole e le mura capitoline: i risultati che mi hanno sorpreso, vengono da medie città: Benevento e Savona, ad esempio.
Vediamo perché.

Incredibile Clemente: l’Araba Fenice in persona. Dopo anni trascorsi a fare l’ago della bilancia in Parlamento, più i periodi “vuoti” trascorsi serenamente come parlamentare europeo, aveva bisogno di un posto. Qualunque. Com’era era. E lui la spiegata con semplicità: “Stavo giocando col nipotino, quando è arrivata la prima telefonata: dopo altre telefonate, ho capito che dovevo rispondere”.
Mentre leggevo, m’immaginavo il vecchio rais di Ceppaloni che meditava sulla faccenda: come diventare sindaco di Benevento? Sapendo che avrai gli occhi addosso, che non potrai fare molti accordi alla luce del sole, bensì dovrai lavorare sotto-sotto-sotto-banco. Ma il nostro è tutt’altro che l’ultimo dei cretini – come tanti pensano – ha una laurea in Filosofia in tasca, presa quando le lauree in Filosofia non erano proprio in svendita nel supermercato sotto casa…e tanta, tanta “scuola” democristiana. Paragonatelo un po’ con Fassino: chi è la volpe? Chi è, invece, il leprotto?
Non sappiamo quali siano stati i mezzi usati: uno è stato rivelato, ossia la “pace” con Nunzia di Girolamo, quando la cosiddetta “pace” è una sorta di pax romana, che sarà costata qualche posto o intere “controllate” del Comune…ma che importa? Clemente sa bene che l’importante è sedersi sullo scranno più alto e lasciare che, all’occorrenza, si scannino i tirapiedi. Che finiranno fra le grinfie di qualche magistrato: e allora? Roba d’altri, cavoli loro…io che c’entro?

Il centro destra, orfano di Berlusconi, adescato da un simil-Masaniello padano, tale Salvini di natali (politici) ignoti, per vincere in un capoluogo di provincia ha dovuto ricorrere alla vecchia scuola democristiana, il che testimonia l’epilogo del berlusconismo, inteso come “idea trainante” per la destra.
L’elettorato italiano non è quasi cambiato dai tempi post-unitari, quando Destra e Sinistra Storiche battagliarono a lungo, per poi finire nell’ignominiosa palude degli scandali – come quello della Banca Romana – a braccetto, incapaci d’essere vere destre e vere sinistre, monche perché nate dallo stesso humus di borghesia sparagnina, sabauda, pontificia o borbonica essa fosse.
Questo per dire che la destra italiana non si è estinta: semplicemente, terminata la gestione di Berlusconi, non può più contare su una coesione che il tycoon milanese ha saputo catalizzare per un ventennio.
Dunque, la vittoria di Mastella è paradossale, poiché riporta in scena un modus operandi, quello democristiano, inattuale in un mondo dove non comandano più Roma e Milano, bensì Bruxelles e Francoforte. Una vittoria, quindi, inutile ai fini politici, solo buona per far capire al popolo di destra quanto siano poveri di idee e, soprattutto, di persone in grado d’interpretare quelle poche e stantie parole d’ordine.

A Savona – sorpresa – si è affermato il centro destra, in una città tradizionalmente governata dalla fine della guerra, salvo un caso, da amministrazioni di sinistra. Qui il discorso si fa più interessante, soprattutto per comprendere come ha fatto la destra ad affermarsi. E ci vogliono due cifre per capire.

Primo turno
Cristina Battaglia csx                       31,78%
Ilaria Caprioglio cdx                          26,61%
Salvatore Diaspro M5S                     25,10%
Daniela Pongiglione Lista Civica         8,46%
Marco Ravera rete a sinistra               4,77%

Secondo turno
Ilaria Caprioglio cdx     52,85%
Cristina Battaglia csx   47,15%

Anche considerando le elezioni in termini di voti (vedi nota 1) la situazione non cambia: il M5S ha votato al secondo turno, ed ha votato per il candidato di centro destra. Il centro sinistra ha raccolto le liste minori, ed i conti quadrano, come possono quadrare in una situazione oscillante.
In ogni modo, se prendi il 26% al primo turno, per arrivare al 52% devi trovare un altro 26% che – guarda a caso – corrisponde proprio alla potenzialità del M5S: il che, non ci piace per niente, anche se il “travaso” di voti fosse stato a favore dell’altra candidata.
Perché?

Poiché il M5S, nato (a suo dire) per sbaragliare la vecchia politica ed i giochi di palazzo, si è prestato ad un gioco che gli precluderà, da qui in avanti, la possibilità d’avere un’autonomia politica reale. Ben diverso il caso di Roma, dove i romani si sono veramente affidati ai cinque stelle, mentre a Torino c’è stato uno scambio all’opposto, la destra ha probabilmente votato (magari in parte) il M5S.
Questi appoggi innaturali, dove possono condurre?
Ne faccio un caso “di scuola” perché la città di Savona – per svariati motivi – è sempre tenuta sott’occhio dagli istituti demoscopici (che mi hanno confermato, a microfono spento, la cosa), i quali analizzano sempre con attenzione le elezioni savonesi. Non chiedetemi perché, però questa “attenzione” dura da decenni ed una motivazione, nei meandri degli dei della percentuale, c’è senz’altro.
Ma torniamo a noi.

Scendere in politica con l’obiettivo di riscattare la democrazia da una situazione a dir poco degenerata, non avalla l’appoggio all’uno o all’altro dei due schieramenti, poiché in questo modo si crea un precedente difficile da cancellare. Antica astuzia democristiana? Ma per favore…non confondiamo il grano con il loglio.
Non voglio giungere ad affermare che si è trattato di “esercitazioni” in vista di ben più importanti concioni, ossia di prove tattiche o comunque le si voglia chiamare, ma la sensazione – già il sospetto necessita di uno straccio di prova – rimane. E lascia la bocca amara osservare il partito delle energie rinnovabili appoggiare quello dei petrolieri, oppure i sostenitori del reddito di cittadinanza finire a braccetto con i banchieri. Ripeto: la cosa sarebbe stata innaturale anche se fosse avvenuto l’inverso, ossia avessero appoggiato un candidato di Renzi.

Quella famosa riunione – trasmessa in streaming – dove i parlamentari (appena eletti) del M5S respinsero orgogliosamente le offerte di Bersani e Letta ci poteva anche stare, anche se condannò il M5S all’isolamento parlamentare, ma che senso hanno i cedimenti di oggi? Sia chiaro: non ho mai sostenuto che nel 2013 il M5S dovesse sostenere il PD, Dio me ne guardi. Ho soltanto sostenuto, e l’ho scritto, che chiedere 3 ministeri (interni, giustizia, economia) in cambio dell’appoggio sarebbe stato più saggio, più “democristiano”. Il PD non avrebbe mai potuto accettare, e dunque ci sarebbe stata una diversa evoluzione politica.
Ma, proprio in fede di quel rifiuto, perché accettare oggi una manciata di lenticchie? Che venga da destra o da sinistra, è uguale.

Io non credo che la Storia si ripeta: al massimo, suggerisce delle analogie. Oggi, forse, siamo allo stallo che fu della Destra e Sinistra Storiche – grosso modo i primi anni del ‘900 – ma nessuno è Crispi o Giolitti, tanto meno Mastella è un sanfedista del terzo millennio.
Il M5S ha accettato la sfida a Roma, la accettò a Parma (pur non essendo preparato a farlo), ma cosa vuole fare, qual è la direzione che vuole scegliere…in altre parole, chi è veramente il M5S?
D’accordo nel contrastare e bocciare il referendum di Renzi, ma in futuro cosa vogliamo (o possiamo) fare? E se non è possibile fare altro, a causa dell’UE o degli USA o d’entrambi, è inutile coltivare delle illusioni agli italiani: meglio dire le cose come stanno.
La verità può essere amara da digerire, ma la menzogna o la reiterata omissione sono sì amare, ma anche velenose.

1) Vedi: http://www.repubblica.it/static/speciale/2016/elezioni/comunali/savona.html?refresh_cens

30 gennaio 2015

Memento homo...







La casa natale di Pertini (oggi non più tanto "bella")

Oggi è venuta a trovarci la zia, che ha quasi novant’anni ma è arzilla: spesso attraversa la strada all’ora del caffè, s’accomoda in poltrona e, mentre aspetta la tazzina fumante, ricorda e racconta. Perché la zia è nata a Stella, il paese di Pertini, come tutta la famiglia di mia moglie.
Io stesso abitai a Stella in anni lontani: proprio nel 1978 quando – caracollava fra le colline ed i passi – la vecchia Millecento del Comune, quella con gli altoparlanti che udii strombazzare per monti e valli: “Il compagno Sandro Pertini, nostro concittadino, è stato eletto alla Presidenza della Repubblica, il compagno...”. Già: all’epoca, anche i socialisti si chiamavano ancora “compagni”.

Ma la zia racconta un’altra storia: quando, giovanetta, usciva dalla scuola elementare e la mamma andava ancora a prenderla, perché era piccola e bisognava attraversare la strada. Vicino alla scuola, sorgeva una bella casa e, spesso, si vedeva una bella signora con cappello e veletta: talvolta, però, la signora piangeva e s’asciugava le lacrime col fazzolettino.
Ovvio che la zia, piccina, domandò il perché del comportamento e la madre rispose “Eh, perché i suoi figli si fanno la guerra...” La piccola poco comprese, ma fu d’accordo nel pensare che – se due figli si fanno la guerra – la mamma piange. E cosa dovrebbe fare?
Era la versione “edulcorata” dell’eterno conflitto fra Sandro ed il fratello Giuseppe (detto “Pippo”) il quale era fascista e podestà fascista di Stella. Qui – come sempre nelle ricostruzioni postume – le versioni storiche divergono: le destre affermano che Pippo salvò molte volte Sandro dalle sue “intemperanze” politiche, le sinistre ricordano che fu proprio Pippo a denunciarlo. Chi la racconta giusta? Mah...

Come per tanti altri casi – la vicenda Valenti/Ferida, per esempio – si va ad esplorare con la mentalità odierna storie insanguinate dell’epoca, dolori d’entrambe le parti, presumendo di poter pesare il piombo con il bilancino del farmacista e, con questi mezzi, ordire il tessuto della politica. E qui la chiudo, non prima d’aver ricordato che grazie a queste “abitudini” abbiamo allungato la scia di sangue per mezzo secolo e non abbiamo una storiografia accettata, sia per la politica nazionale e sia per la politica estera.

E la zia continua: la famiglia di Pertini era benestante, proprietari terrieri, ma il padre aveva il vizio del tavolo verde...così la moglie, donna energica e risoluta, ordinò il trasferimento della famiglia nella natia Stella, giacché vivere a Savona era troppo “pericoloso” per le finanze familiari. Storie d’altri tempi, di quando le donne portavano la veletta, gli uomini fumavano il sigaro, si sfidavano a duello e perdevano fortune senza battere ciglio.

L’ultimo ricordo è del Pertini Presidente: a tutti i costi, volle – sua sponte – far avere un finanziamento al sindaco del suo amato borgo per costruire un ponte, giacché una parte del paese era obbligata ad attraversare il fiume mediante un guado, ancora nel 1980. Il finanziamento giunse, ma il ponte mai si vide: Pertini se lo legò al dito e, nell’occasione di una visita a Stella – di fronte a tutte le autorità convenute – quando il sindaco gli tese la mano, ritirò la sua.
Qui si fermano i ricordi della zia, anche perché deve scappare: è tardi ed il sole inizia la parabola discendente che lo porterà presto a coricarsi dietro le colline di ponente, non lontano dal massiccio di Capo Noli. E non sta bene fermarsi a casa altrui quando cala la sera.

Se i ricordi della zia finiscono, iniziano i miei perché – per uno strano caso della vita – dovevo ancora incrociare quella di Pertini, seppur per interposta persona.
Nel 1980, un amico mi chiese se c’era – a Stella – un grande cascinale dove impiantare un allevamento di capre: portai il novello “caprista” – rampollo di famiglia moooolto benestante di Milano – a parlare col mio padrone di casa (musicista, e grande amico). S’accordarono per una cascina un po’ sperduta, ma grande e con molto terreno.
Si dà il caso che la mamma dell’amico fosse la sorella di Carla Voltolina, la moglie di Pertini: dunque, il Presidente era lo zio acquisito.

Quando vidi la casa mi vennero i tremiti, a pensare il cemento che sarebbe stato necessario impastare per riuscire, almeno, ad abitarci ma non erano affari miei, nel senso di “cemento mio”. E poi, come in altre case sperdute, nel 1980 non c’era ancora la corrente elettrica.
Mi venne spontaneo consigliargli, fra il lusco e il brusco: “Parlane con tuo zio...”
Così fece, durante una visita a Roma.

Pertini mantenne la promessa, ma nell’ordine di presentazione delle domande all’ENEL: le case sperdute di Stella ebbero l’allacciamento alla corrente elettrica, ma il nipote – che aveva fatto domanda per ultimo – fu l’ultimo ad avere il collegamento.
Questo era l’uomo Pertini.

Negli ultimi tempi della presidenza, tornava a Stella solo per recarsi al cimitero e non passava – come prima – dalla federazione socialista di Savona: s’era installato nel PSI un gruppo che non gli piaceva, odor di massoni, d’affari sporchi. Una notte, saltarono per aria alcune ruspe vicino ad un ponte in costruzione: nessuna vittima, ma l’avvertimento mafioso fu chiaro.
Pertini non voleva nemmeno vedere quella gente e se ne tenne alla larga, non potendo fare di più: forse si sentiva vecchio e deluso dal volgere degli anni, dal malaffare che avanzava imperterrito, dalla morale pubblica calpestata.

C’è un breve aneddoto da raccontare al riguardo: molti anni dopo Mani Pulite, i “vecchi” del PSI (pluricondannati, amnistiati, prescritti, ecc) si riunirono in un teatro cittadino per un “rendez-vous” del partito che non esisteva più, che s’era dissolto insieme ai suoi affari sporchi. Semplicemente, gli affari sporchi avevano cambiato via e gli uomini casacca.
Un amico – che riuscì a penetrare alla chetichella – assistette ad una scena gustosa: dal loggione alla platea, due uomini s’insultavano ed il primo urlava all’altro “Ladro!” ed il secondo rispondeva “Cornuto!”. Il bello – commentò – è che entrambi avevano ragione.

Ogni tanto salgo a Stella, per un motivo molto semplice: si mangia la miglior pizza dei dintorni e ho ripreso a salirci volentieri. Molto è cambiato.
Per me, tornare lassù mi rimembra persone oramai scomparse, avventure giovanili, amori, amoretti ed amorini...ed i sogni della mia gioventù.

Per altri – quelli che devono eleggere un nuovo presidente – dovrebbe “rimembrare” altro ma si sa, la virtù costa ed il vizio è gratuito. Oramai, se ricordi Pertini, qualcuno ti risponde che è stato un Presidente come gli altri un uomo “d’apparato”: se vi dovesse capitare, diffidate di quella persona, perché vuole soltanto dissipare uno dei pochi patrimoni d’onestà che l’Italia è riuscita a condurre così in alto.  
Magari lo eleggeranno “a sua insaputa”: oggi usa molto, fa fine e non impegna.

29 luglio 2014

il ponte della concordia


Mentre a Gaza gli israeliani massacrano deliberatamente (job is usually, la scadenza è bi o triennale) bambini israeliani, oppure si disserta sulla futura guerra mondiale sui confini orientali europei di là da venire o, ancora, si riconosce che Schettino ha fatto meglio di Renzi – lui sì che ha creato migliaia di posti di lavoro, altro che Bangladesh o Turchia per la demolizione della Concordia – anche qui a Savona (nel suo piccolo, ovvio) si lavora alacremente per costruire e demolire, com’è d’uso oggi – nel fulgore dell’iperliberismo – per fare i soldi.


Qui, i dollaroni si fanno costruendo ponti e demolendo quelli vecchi. Che male c’è, direte voi. Aspettate.



Intanto, scorporiamo i ponti romani perché quelli, da duemila anni, se la ridono e campano d’ottima salute: con le loro “schiene d’asino” al vento di Tramontana, osservano i poveri ponti moderni che le alluvioni si portano via.

Il problema, quando per un po’ di anni non vengono alluvioni e Giove Pluvio sta calmo, è come costruire ponti nuovi! Altrimenti? Gli appalti? Come avevo preannunciato, si demolisce.

Cosa si demolisce? I vecchi ponti, ovvio. Già, ma quelli antichi stanno in piedi per secoli, quelli di qualche decennio crollano da soli quando c’è un’alluvione...non rimangono che i ponti nuovi.



Il ponte nuovo che andrà demolito è un modesto ponticello levatoio che conduce da una riva all’altra del vecchio porto, sfruttando un punto dove le acque si restringono: il guaio è che ha solo 16 anni. E’ scassato? Fatiscente? Non funziona?

Niente di tutto questo: non va bene per i disabili.

Costruite i montascale! Ci sono già, ma non funzionano.



A questo punto, le persone con ancora un po’ di sale in zucca se la sono grattata: chiamate la ditta e fateli riparare...no, “non vale la pena”. Riparare due montascale per le carrozzelle?!?

Gratta gratta e la verità salta fuori.



I croceristi della Costa si sono lamentati perché devono trascinare i trolley su per l’ardua scalinata del ponte: ben trenta scalini! Ma si sa: Costa chiama e Casta risponde. Come sa fare, ovviamente.



A parte tre quisquilie:

a) i croceristi della Costa arrivano in gran parte a Savona con gli autobus, quelli che arrivano via treno trovano il bus navetta. Insomma, è solo qualche turista “fai da te” che si trova quella specie di “Everest” da 30 scalini, che comunque possono evitare facendo il giro della darsena, 500 metri.



b) Non è, per caso, che è possibile costruire sull’altro lato dove non ci sono i montascale due “monta-trolley”?



c) A chiudere il porto, hanno costruito un mega-palazzo a forma d’anfiteatro con scaloni (per arrivarci) veramente mozzafiato: lì, nessuno fa questioni di handicap. Tanto non c’è nessuno: la costruzione megalitica è praticamente vuota – adesso, visto che è stato un fallimento immobiliare, ne costruiscono un’altra – come il grattacielo che osservate sullo sfondo: costo di un appartamento di 3 stanze, 1,3 milioni di euro. Mia figlia l’ha ribattezzato “La tomba di famiglia più grande del mondo”.



La soluzione trovata è stata di costruire un secondo ponte e demolire il primo: tutto normale, niente da dire, i soldi li ha messi l’Ente Porto e via così. Ma chi comanda all’Ente Porto? Le solite propaggini della Casta.



Veniamo ai conti.

Il nuovo ponte (che potete osservare nella fotografia sullo sfondo, dove c’è la ruspa gialla ferma) fu appaltato ad una ditta di Parma per 1,2 milioni di euro. Il vecchio, generosamente, lo regalarono al Comune che fece marameo, così ci saranno anche 200.000 euro per la demolizione.

E veniamo ai tempi.

Il nuovo ponte è “partito” nel 2012, doveva essere pronto nella Primavera del 2013, ma...

All’inizio del 2013, la Cometal di Parma (ditta vincitrice dell’appalto) presenta i libri in Tribunale e la procedura fallimentare impone lo stop a qualsiasi attività fino a Giugno 2013. Attualmente, sembra che i lavori dovranno riprendere, ma...nel guazzabuglio delle carte, della gare d’appalto e tutto il resto nulla è certo...insomma, il solito pasticcio italiano.



Dulcis in fundo, quando sarà terminato, il nuovo ponte sarà molto basso sull’acqua ed avrà un “tirante d’aria” (lo spazio fra la superficie del mare ed il piano del ponte) insufficiente per far passare anche le barchette da pesca. Prima, invece, con il “vecchio” ponte levatoio, era necessario aprirlo solo quando transitava una barca a vela oppure un grande cabinato.

Siccome, in passato, ci sono state polemiche sulla “solerzia” di chi doveva aprire il ponte...apriti cielo, quando dovranno aprirlo ogni mezzora!



Chissà perché, gli inglesi costruirono il Tower Bridge in 8 anni e lo inaugurarono nel 1896: il ponte, dopo numerosi ammodernamenti, è ancora oggi un elemento importantissimo per il traffico stradale e quello fluviale.

Soprattutto, non ci sono pazzi in giro che lo vogliono demolire per far posto ad un ponte girevole: quello di Taranto è molto diverso per funzione, poiché usato soltanto per far transitare dal Mar Piccolo al Mar Grande (e, quindi, al mare aperto) le grandi navi della Marina Militare o poco altro. E’ l’unico in Italia.



Dopo questa istruttiva storiella (tutta verificabile, basta buttare due parole su Google) ci rendiamo conto del livello organizzativo/amministrativo della nostra classe politica, locale e nazionale?

Tralasciando che erano fondi dell’Ente Porto, con quei soldi si sarebbe potuto fornire – per un anno – un reddito di cittadinanza (o di disoccupazione) di 500 euro mensili per 233 persone.

Perché “il ponte della concordia”? Perché – almeno fino a quando qualcuno non ha cominciato a ridere loro dietro – erano tutti d’accordo, destra, sinistra, alto, basso, ex di tutte le parti...non so come abbia votato (se era già in Comune all’epoca) il M5S, immagino contro, gli unici.



Questa vicenda potrebbe addirittura essere definita banale – 1,4 milioni di euro – poiché gli scandali ai quali ci hanno abituati sono colossali: l’EXPO, il Mose, la TAV e tutto il resto di grandi dimensioni.

Però sono tante ruberie: una per ogni città, piccole o grandi che siano, ci sono le piccole e le grandi corruzioni. Riflettiamo che, quando per far soldi si giunge a demolire ciò che funziona col solo scopo d’avere la possibilità di un nuovo appalto, abbiamo superato Kafka, probabilmente anche Orwell, giacché nessuno fiata.



Cadono come la neve, su di noi, nuove teorie economiche “facili” e risolutive: m’astengo dal commentarle perché non sono un economista, però non ho gran fiducia nei miracoli. Ad esempio: il reddito del signoraggio può essere goduto da due soggetti diversi, ossia dalle banche private oppure dalla banca statale pubblica. Già: e chi governa la banca pubblica? I cognati, i figli, i fratelli, gli amici di quelli che fanno i MOSE, l’EXPO e via discorrendo.



Altri economisti sostengono che la situazione italiana è senza sbocco perché il prelievo truffaldino (il teorema di Craxi, su ogni appalto il 30%) è troppo alto e ampio, diffuso sul territorio. Ciò ha condotto il rapporto debito/PIL al 135%. Perché le cosiddette “riforme” di Monti non hanno dato nessun frutto? Poiché, parallelamente all’aumento dei gettiti (Equitalia, leggi Fornero, ecc) sono aumentati gli appetiti. In altre parole, ci hanno tosati per far soldi: la Casta, nessun altro, ha goduto.



Si torna da capo: come sbarazzarci di questa gentaglia che s’è impossessata del potere e lo sta consolidando, grazie a manovre di palazzo che esauriranno qualsiasi spazio di democrazia? Siamo tornati ai “senatori” (e deputati) “del Re”, in una situazione ben peggiore del 1861, quando nacque il Regno d’Italia. Paradossalmente – se i senatori erano di nomina regia – almeno i deputati erano eletti (con modalità diverse da oggi, si rifletta sul non voto alle donne), però qualcuno li sceglieva.



Per qualche tempo s’è pensato che il M5S ce l’avrebbe fatta a sgominare la Banda Bassotti al potere, invece la Banda ha serrato i ranghi ed ha messo in difficoltà il M5S stesso, poiché digiuno di politica. Quando hanno iniziato a “macinare” meglio ciò che succedeva, oramai l’asse di ferro fra il PD e Berlusconi era cosa fatta e non ci sarà più spazio per nessuno.



Ci vuole un “cambio di passo” all’interno del movimento stesso, un mutamento lento e sostanziale: non servono le chiamate alle armi e nemmeno le sterile polemiche, anche se condite con molto umorismo.

Se si desidera andar oltre, e fare in modo che un plafond più ampio della popolazione comprenda, bisogna iniziare a presentare situazioni, problemi, malgoverno, idiozie, ecc...ed indicare le soluzioni.

A fianco del “popolo” incazzato del M5S, servono persone esperte che sappiano indicare le soluzioni dei problemi: basta con ‘ste teorie monetarie che un altro contesta e non si giunge mai alla fine. Meno Wall Street e più Main Street.



In tutta Europa (mettiamo il naso fuori, ogni tanto) non si discute sulla forma di governo o su quella delle assemblee elettive: si dà per scontato che le assemblee sono elette – con preferenze – da apposite liste. Sbagli le persone che metti in lista? Perdi voti.

In Europa il dibattito che tiene banco è (soprattutto dopo Fukushima) quello dell’energia, accoppiato al clima, che sembra mutare con una velocità impressionante. Vi siete accorti che il 2014 sarà un anno senza Estate? Un altro dibattito è la produzione agricola, gli OGM...per noi italiani sarebbe meglio riflettere sulla principale industria italiana, il turismo.



Tutto questo deve essere presentato, spiegato, scritto per gli italiani dal M5S – perché è l’unica forza politica in grado di farlo – e allora i consensi non saranno più “ballerini” e non soffriranno per il mutar del vento politico, per i bei faccioni dei giovanottoni simpatici che piacciono tanto, oppure per le belle donnine che li circondano. Che, a volta, fanno addirittura i ministri.



Smontare e rimontare una cultura di governo, è l’unica strada da seguire: ci vorrà tempo, certo, ma non vedo altra soluzione.

29 aprile 2013

Memoria e ricordo



Cara Barbara,

ho letto il tuo ultimo articolo – Il 25 aprile e il “santino” della Resistenza – pubblicato a latere dell’eterno dibattito sul 25 Aprile e sull’atroce vicenda di Giuseppina Ghersi, che non conoscevo. Poi, sono andato a letto e non sono riuscito a dormire: troppi pensieri affollavano la mente, troppe “soluzioni” scipite, troppi “perché” senza risposte, dubbi. E tanto dolore.

Perché quando in un posto ci vivi ed è la tua città d’elezione, al punto d’averci trascorso più di metà della tua vita, soffri il doppio.


Stamani mi sono alzato e, per prima cosa, dalla finestra ho osservato il porto, il porto di Savona: niente navi della Costa Crociere, non ci sono da temere ingorghi.

Savona è così: nonostante qualche palazzo costruito al posto delle macerie – bombe dall’aria, cannoni dal mare – ed una pessima rivisitazione del post-industriale – ossia le solite costruzioni “all’avanguardia” che cercano di scopiazzare Le Corbusier il quale, bontà sua, la ricerca architettonica la faceva negli anni ’50 del Novecento, mica nel Terzo Millennio – rimane una città “vecchia”, dove i ricordi si sedimentano uno sull’altro e devi munirti del rigore e del metodo dell’’archeologo per scoprire qualcosa.

Così, la vicenda della giovane Giuseppina m’è passata sotto gli occhi da via Donizzetti – una via secondaria proprio di fronte al mare, anonima, lunga cinquanta metri: un posto dove, se non c’è un concessionario di cinghie per lavatrice ed hai la lavatrice rotta, non entreresti mai – alle maestose scuole “Rossello” (scuola + clinica privata) che sempre è stata la scuola “d’elite” di Savona per le ragazze, all’epoca era l’unico Istituto Magistrale della città.

Indagando un po’ sui viaggi in città di Mussolini, ho concluso che il famoso “tema” per il quale fu premiata la giovane dovette essere un tema di prima della guerra, perché Mussolini non venne a Savona negli ultimi anni del Fascismo, meno che mai durante la guerra. O è una bufala (il fatto che fu premiata da Mussolini in persona), oppure era proprio una bambina.


Non si riesce a sapere di più: non per omertà, ma per il tempo trascorso. Ricordiamo che chi aveva 20 anni nel ’45 oggi ne ha 88. Io stesso ascoltai da mio nonno – casualmente – la vicenda di don Pessina sulla quale tanto s’è parlato, completa di nome dell’assassino. Solo che mio nonno è morto trent’anni fa, all’epoca di queste cose si parlava poco o nulla: oggi? E chi se lo ricorda quel nome!

Ma la triste fama della via non finisce qui, e fa tappa all’edicola all’angolo gestita – fino ai primi anni ’70 – dalle prozie di un amico. Lì, avvenne un’altra tragedia.


Carlo R. (classe 1905) era fascista, Ardito, mutilato, Spagna...e tutto il resto...solo che, allo scoccare dell’ora fatidica fiutò l’aria che cambiava: poche settimane prima dell’Aprile ’45 scappò a Napoli, dove rimase ben nascosto per alcuni mesi, forse un paio d’anni. Fece in tempo a fare ancora una figlia e morì nel 1977, sempre a Napoli.

Sfortuna volle che – in via Donizzetti – abitasse il fratello (Gino R. classe 1915), un geometra appassionato di montagna e di cani che mai s’era sognato di fare politica, tanto meno d’essere fascista. Assomigliava, però, al fratello: fu preso e fucilato nelle tristemente famose scuole elementari “Guidobono” di Legino (un quartiere periferico di Savona) dove era stato istituito in tutta fretta un “campo di concentramento” per i fascisti arrestati, lo stesso di Giuseppina.

I familiari di Gino (fra l’altro di fede comunista, a differenza di Carlo) si rivolsero alla sezione del PCI di Legino appena ricostituita dopo la clandestinità per capire com’erano andate le cose: nessuno seppe rispondere loro, pur ammettendo che conoscevano bene Gino e che tutto si poteva dire, meno che fosse fascista.

Cosa capitò?


La spiegazione, a distanza di 68 anni, non può essere trovata: al punto che, nel video (inserito nell’articolo), parla un ragazzino incompetente ed anche qualche anziano probabilmente sa poco o nulla di quelle vicende.

La Resistenza savonese non fu un fenomeno “locale”, nel senso che molti partigiani savonesi salirono sulle Langhe, oppure nel piacentino, dietro Genova. Giunsero anche molti partigiani da lontano, per motivi che mi sono oscuri ma che è facile immaginare in quel contesto di fughe e ricomposizioni, di gente presa e fucilata e di chi riusciva a sgusciare ai rastrellamenti.

Tutto mi fa pensare a qualche gruppo estraneo all’ambiente savonese che, in quei giorni convulsi, scese a Savona come poteva scendere a Chiavari od a Sanremo e furono (maldestramente) comandati ai rastrellamenti ed alla “ripulitura” della città.

Ne dà notizia, sommariamente, A. Martino ne “La riorganizzazione delle forze di polizia nel savonese” il quale riporta la cifra (dubbia) di 316 vittime nei giorni “caldi”, ossia fra il 25 ed il 30 di Aprile, quando giunsero le avanguardie americane.

A parte la lista (purtroppo, ovvia) dei giustiziati in quanto appartenenti alla “San Marco” od alla “Decima Mas” – ricordiamo che ad Altare (10 km da Savona) c’era il comando supremo della “S. Marco” ed il suo comandante, Generale Farina – ed alle vendette su appartenenti al Fascismo (che avevano le loro belle colpe, non nascondiamocelo) gli ultimi punti riguardano proprio il “prelievo di prigionieri nelle carceri” (che venivano fucilati senza processo) e le “stragi d’intere famiglie accusate di collaborazionismo, o per semplici beghe di paese”. L’ultimo punto fa gelare il sangue.


Adesso basta con la Storia: queste non sono scusanti o attenuanti, vogliono essere un’aggiunta (di poco conto, lo ammetto) al tuo articolo sul caso di Giuseppina, ma andiamo oltre.

Davvero, nel 2013, vogliamo continuare a scannarci per storie che avvennero prima della nostra nascita e che fecero soffrire sia fascisti che antifascisti dell’epoca?


Mia madre – e qui chiudo subito – vide uccidere un ragazzo di 15 anni solo perché, durante un rastrellamento in un paesino, fu preso in casa sua disarmato mentre dormiva, non si sa perché: non era un partigiano e nemmeno una staffetta. Probabilmente lo avrebbero liberato ma, sopraffatto dalla paura, tentò di fuggire: tedeschi e fascisti lo uccisero a calci, con gli scarponi chiodati. Mia madre non riusciva più a sentir parlare tedesco, ed in casa – per varie ragioni che non sto a raccontare – l’idioma di Goethe era molto amato. Ancora ricordo una vecchia zia che mi chiamava “Mein schön Karl”.


Ci siamo già cascati una volta – fra il ’70 e l’80 – e ci siamo sparati nella piazze...per cosa? Per appartenenze familiari, amicali, di gruppo, di clan...senza conoscere “l’avversario”...una montagna di morti (oggi di ossa) che ci dovrebbe far pena e farci soffrire ogni giorno che passa. Non per loro, che oramai non ci sono più, ma per noi, stupidi esseri umani che ci siamo divisi per questioni che non c’appartenevano più e siamo cascati nel gioco.

Ho conosciuto persone che tengono l’effige di Lenin in salotto, altre che hanno i labari ed il busto di Mussolini in giardino; li commisero un po’ – sono sincero – ma non li giudico affatto: penso che quella libertà d’essere chi ci pare, con le appartenenze che più ci piacciono, sia parte di quel gran momento che fu il 25 Aprile. Che all’epoca – da una e dall’altra parte – fu salutato perché fu la “fine della guerra”.


Qualcuno afferma che il 25 Aprile c’ha portato gli americani: beh...non siamo stati tanto sfortunati...poteva andarci peggio e capitarci Stalin o – se la Germania nel 1941 avesse fatto l’armistizio con la Gran Bretagna, come molti abboccamenti lasciano sospettare (non ultimo la strana “fuga” di Hess) – con l’Europa in mano nazista non saremmo rimasti liberi – seppur “vittoriosi” – a lungo, e ci saremmo ritrovati uno squilibrato come il Reichsführer Himmler in casa.

Come vedi, siamo finiti nella fantastoria per spiegare un mancato futuro: Minoli fece, tempo fa, una trasmissione (basata su fatti, non fanfaluche) molto interessante su questi temi.

Allora, di chi fu la colpa?

Dei fascisti della X Mas o della “Muti”, delle brigate “Garibaldi” e “Giustizia e Libertà”? No.

La colpa è sempre e soltanto della guerra.


Adesso dirai: bravo Carlo, ma sei un po’ scontato nella tua analisi, è come dire che lo sfacelo di New Orleans è stato colpa dell’uragano.

Non è vero.


Prendi una popolazione qualsiasi di uno stato che va in guerra. Dapprima ci possono essere anche delle proteste, ma stai tranquilla che due giorni di stato d’assedio ti portano dritto a nasconderti in cantina, a meno che tu non sia un coreano del Nord, che in stato d’assedio ci vive da sempre.

Poi, secondo le modalità (esercito di leva o professionale), c’è la mobilitazione: partono dei giovani che solo il giorno prima sedevano al bar o giocavano a pallone. Negli eserciti professionali sono già preparati, ma viene detto loro che – da qual momento in poi – avranno il privilegio di morire per la Patria. Sai che gioia.


Giunti ai reparti, lì avviene la mutazione antropologica: un bravo tenente ha il precipuo compito di limitare al minimo l’orizzonte degli affetti nella truppa che gli affidano. Cosa significa? Vuol dire che il plotone (non a caso, titolo di un famoso film sul Vietnam) è il tuo nuovo “orizzonte degli affetti” al quale devi dedicare corpo e mente: nota che la popolazione civile, lentamente, scompare in quel tourbillon di morte e di morte mancata, rimandata, oppure di dolore su un letto sfatto in un ospedale da campo.

Il dolore è un buon antidoto al lavaggio del cervello subito – le lamentazioni dei feriti sono intrise di un solo nome, “mamma” – ma, giunti alla convalescenza e poi ad una licenza dove ci si sente come dei pesci spiaggiati, si viene “ripescati” da quel mondo ed inviati in un nuovo plotone. Tutto da capo: e la roulette ricomincia.


Chi è fortunato – e non torna in un sacco di plastica – vive per mesi od anni in questa realtà separata: una realtà fatta di giorni di marcia e notti d’ansia, assalti ed imboscate. E vede la morte ogni giorno materializzarsi di fronte ai suoi occhi in un bombardamento, una granata, una fucilata.

Steven Spielberg – in quello che io ritengo il suo capolavoro “L’impero del sole”, un affresco sulla brutalità della guerra, sul terribile influsso che opera, una vera e propria metamorfosi, sulla mente di un adolescente – mette in bocca ad uno dei protagonisti questa frase: “La guerra è pericolosa soprattutto quando inizia e quando finisce: nel mezzo ti ci abitui, c’è meno pericolo...”

E’ vero: per i civili è così, a meno d’essere sulla linea del fronte.


Chiediamoci, allora, cosa diventa e cosa rappresenta la donna in questo girone infernale: lo sfogo d’ogni ansia e paura, il terribile senso di prevaricazione che deriva dall’abuso, frustrato, del “senso di potenza”, fino allo sfogo collettivo del plotone, del clan ancestrale. Non vado oltre.

La guerra concede una sospensione del tempo e della civiltà: quanto basta per lasciar affiorare gli istinti primigeni e bestiali, che servono – appunto – per combattere.

E dopo?

I dopoguerra sono sempre difficili: il “vae victis” che impazza nei primi giorni – nei tempi antichi, usava tagliare subito la gola ai prigionieri ritenuti inutili (vecchi, infanti, malati, deboli, ecc.) per la schiavitù – si trasforma in un disadattamento pervicace, spesso nascosto, che cela una rabbia nascosta e brutale. Ci vorrebbero legioni di bravi strizzacervelli per sanare i danni di una guerra, e dubito anche che ci riuscirebbero. Le anziane vedove degli ex internati nei campi di prigionia offrono racconti raccapriccianti delle notti dei loro mariti: anni di sofferenze notturne, mica bazzecole.

Solo il tempo sana: dimenticare è l’unico antidoto.

L’esempio più tragico l’abbiamo vissuto ai nostri confini: la Jugoslavia.


Dal 1945 al 1990 erano trascorsi 45 anni: chi aveva cinquant’anni non aveva memoria del “prima”. Già, ma c’erano i sessantenni che, nel 1945, avevano 15 anni ed erano giunti agli apici del potere: sono stati loro a rinvangare termini come “ustascia” e “cetnici”, che la popolazione conosceva, ma ai quali non dava più tanto peso.

Invece. Invece i bosniaci tornarono ad essere “turchi”, i serbi “slavi” ed i croati “cristiani”: dopo, l’esito fu scontato. 120.000 morti, contati a spanne: quanti civili? Quante Giuseppine?

Oggi fa piangere il cuore viaggiare in quei prati e campi deserti della Jugoslavia, macchiati dalle effigi annerite della case bruciate, dei cipressi rasi al suolo e dei monasteri distrutti, che ancora si vedono – i ceppi dei cipressi e le fondamenta dei monasteri di fronte ad un mare azzurro e chiaro, che sembra un oceano di lacrime – perché devono essere un monito, nella folle razionalità della guerra, per le prossime generazioni.

E una guerra non scoppia perché gli abitanti di un Paese “odiano” quelli di un altro, scoppia perché le elites così hanno deciso: nella guerra di Jugoslavia la Thatcher era contraria allo smembramento. Mica perché era una santa anima, no: questioni strategiche.


Il passo successivo è far salire la rabbia mediante l’identificazione con un simbolo comune, una sorta di rozzo sillogismo aristotelico: Mussolini è fascista, io sono fascista, Mussolini vuole la guerra, anch’io – se sono veramente fascista e dunque desidero appartenere a quel clan – devo desiderare la guerra. Così si riempiono le piazze di fronte a Palazzo Venezia, come in qualsiasi altro posto: i morti, i bombardamenti, le uccisioni a freddo, le vendette...eh...quelle vengono dopo, quando l’attore del sillogismo – se è rimasto vivo e non ha sputato la vita fra le sabbie di El-Alamein – rimuove. Ma non dimentica, e la sua restante vita sarà segnata da quei ricordi, come una noiosa (e pericolosa) vespa che ti gira attorno.

La domanda successiva è quella delle cento pistole: l’uomo è essenzialmente buono o cattivo?


La filosofia – tu m’insegni – ha fornito risposte mutevoli nel volgere delle epoche storiche: nel Medio Evo era dipinto come un potenziale peccatore che doveva redimersi. Si scannarono fra cattolici e protestanti – a ben vedere – solo sulle modalità di quella benedetta “redenzione”.

Ma arriva la cosiddetta “modernità”, portata sulle ali dei rivoluzionari francesi: improvvisamente, si scopre che l’uomo è essenzialmente buono. E via con i miti del “buon selvaggio”, al punto che nelle famiglie nobili francesi era un punto d’onore avere un maggiordomo nero: proseguire oltre? Beh, andiamoci piano...Kennedy dovette inviare la Guardia Nazionale per far sedere i neri nelle aule universitarie.

Il karma? Ah, certo...con la legge del karma si spiega tutto...peccato che, per indagare la casualità/causalità degli eventi bisognerebbe avere una mente pari a centomila calcolatori fra i più potenti: sarebbe come, di fronte al mare, individuare il moto futuro di ciascuna molecola d’acqua. Meglio andarsi a prendere un caffè alla solita baracchetta sulla spiaggia e tornare ad osservare il mare senza pensieri, nemmeno il più piccolo alito, nella mente.

Un buon esempio l’ha fornito Michael Moore in “Bowling at Columbine”: ricordi?


Due popolazioni, armate fino ai denti, si comportano in modo completamente diverso se vivono su due differenti sponde di un lago. Sulla riva statunitense vige lo “spara tu che ammazzo io”, mentre su quella canadese tutto è tranquillo.

Ci sono diversità climatiche, sociologiche, religiose...culturali in genere? No...almeno, non sono così evidenti: grandi città e piccoli borghi da una parte come dall’altra, solite religioni del mondo “bianco”...un freddo cane su entrambe le rive...no.

Michael Moore trova una risposta: la sicurezza sociale, l’enfasi posta sull’arma da fuoco, l’abitudine alla guerra come pensiero dominante, così come l’esasperazione dell’individualismo (che implica un basso livello di stato sociale).

Ci sono differenze fra gli USA ed il Canada? Eccome se ci sono! Più ancora nel modello di welfare state europeo (proprio quello che cercano di scassare).


Sostanzialmente, non nasciamo né buoni né cattivi: sono le condizioni imposte a renderci calmi e sicuri oppure fragili e disperati. Fino al punto che una persona – senza famiglia, senza lavoro, senza futuro – si mette a sparare all’impazzata in Piazza Colonna. Siccome gli altri sono furbissimi – della serie: mi cade una merda sui piedi, allora la taglio in tre parti e faccio un tris – ecco subito le “lamentazioni” per avere uno stato più autoritario, più forze di polizia e...raddoppiare auto blu e scorte!


Oggi, rispetto al passato, più persone hanno capito che le tensioni internazionali sono create a tavolino per motivi economici, ossia per arricchire – paradosso – tutti gli attori sulla scena, dopo aver fatto fuori eventuali oppositori. Nessuno, o pochi, si fanno più ingabbiare nel modello “Dio, Patria e Famiglia”, e “armiamoci e partite”.



Rifiutare a priori la guerra sembra un atto di viltà o di agnosticismo: mi “tiro fuori” da questa bega e non ne voglio più sapere. A ben vedere, è l’unico atteggiamento possibile per non finire nei versi della “Guerra di Piero”: De André la tratteggiò con un lampo di genio.

Semplicemente, chi rifiuta la guerra rifiuta il loro modo di pensare: punto e basta.


Rimane la dicotomia fra memoria e rimozione del ricordo, per sopravvivere e tornare al futuro, fatto salvo che il dolore va rispettato e condiviso da qualsiasi parte venga.

La memoria non è mai condivisa: lo mostrano gli spettri che ancora oggi agitano le menti ad ogni 25 Aprile, che sembrano tirare per la giacchetta un giorno del calendario. Non è condivisa la memoria sul Vietnam, sulle guerre arabo-israeliane, sull’occupazione italiana della Jugoslavia, ecc.

Meglio, allora, lasciare al dibattito storico la memoria: nei libri, nei dibattiti, negli atenei, nelle conferenze...chi vuole, può approfondire un aspetto, una vicenda, anche un’ingiustizia. Sempre che lo storico (che è sempre di parte, come me che oggi scrivo di Storia) sia almeno onesto intellettualmente.

Qui, però, si deve rimuovere un ostacolo, bisogna togliere dei “paletti”: nessun impedimento, legge od imposizione può frenare la ricerca storica e, soprattutto, la storiografia. Saranno i lettori e i fruitori di quel lavoro a giudicare, nella più ampia autonomia.

I libri scolastici? Segnalare un punto dove ci sono opinioni diverse, come su Wikipedia: i ragazzi sono più preparati di quel che si creda, soprattutto se segnali loro un dubbio, ammetti (come istituzione) i tuoi limiti e loro ti ripagano con più fiducia.

L’alternativa?


Continuare ad odiare, perché di questo si tratta, a rinvangare continuamente vicende terribili ed a gettarsele in faccia, nel nome di chissà quale “verità storica” da inseguire. L’ho ripetuto mille volte: lasciamoli riposare in pace e cerchiamo il miglior futuro possibile, per tutti.

Con affetto e stima.

Carlo