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06 settembre 2017

La Corea ha veramente le armi che ostenta?


Quando, nel 2001, pubblicai “L’impero colpisce ancora” per Malatempora, avvertii che, lassù in un angolo dell’Asia, qualcosa si stava muovendo…ma si sa…Malatempora era una piccola casa editrice ed io uno scrittore sconosciuto. Oggi, quei frutti sono maturati, e l’intero Pianeta ha paura.
La vicenda politica, il dissidio fra Corea del Nord e Stati Uniti, sta lentamente venendo alla luce: in un quadro di sessant’anni di guerra fredda ai suoi confini, la Corea del Nord ha deciso di non fare la fine dell’Iraq e della Libia (che, ricordiamo, erano insieme nel “Asse del Male”).
Per non finire a gambe all’aria, decise in anni lontani di promuovere la ricerca in campo missilistico e nucleare ad uso proprio, mentre i vettori erano, ovviamente, sul mercato internazionale: la Libia, ad esempio, acquistò missili coreani verso gli anni 2000, per poi distruggere tutto e consegnarsi, mani e piedi legati, agli USA & Co.
A ben vedere, la Corea del Nord ha seguito le orme di un altro “Stato del Male”, ossia l’Iran. Evidentemente, conviene essere “Stati del Male”, perché gli altri finiscono come sono finiti. Fagocitati dagli appetiti americani.

Quando Trump ha avvertito Pyongyang che uno Stato nucleare ha degli obblighi (la non proliferazione, il mercato controllato, ecc) ha sfondato una porta aperta, giacché i coreani non hanno mai venduto bombe atomiche, bensì missili. Ci sarebbe da chiedersi da dove sono arrivate le atomiche pakistane, indiane ed israeliane, ma su questo tutti tacciono: il “club” nucleare è a numero chiuso, e se non ha la tessera giusta non puoi entrare.
In altre parole, Pyongyang ha falsificato i documenti ed è entrata dalla porta di servizio. E vuole giocare al tavolo buono, perché è lì che fioccano i soldini e non si deve parlare di sanzioni.

Dobbiamo aggiungere, perché la stampa ufficiale non lo dice mai, che sorvolare con un missile il territorio di un’altra nazione non viene considerato un atto ostile, giacché gli apici di traiettoria sono ben al di sopra dei rituali 60.000 piedi, la quota più alta raggiunta dai velivoli militari.
Anche sull’efficacia dei sistemi anti-missile ci sono molti dubbi: i missili raggiungono gli apici di traiettoria in pochissimi minuti (5-10), e dunque manca il tempo per organizzare una credibile controffensiva.
I famosi “Patriot” non riuscirono ad intercettare gli SCUD iracheni, che uccisero circa 150 cittadini israeliani e nemmeno i successivi tentativi americani di una credibile intercettazione hanno convinto: molti fallimenti, ed una frettolosa certificazione positiva alla prima intercettazione. Non mi ha stupito che il Giappone lasciò passare il missile coreano senza nemmeno provarci. A che pro, poi? La traiettoria era quella di un missile destinato a finire nell’oceano.

Il punto da chiarire è se i coreani hanno veramente quel che dicono di avere, oppure se bluffano.
Il programma missilistico iniziò in anni lontani, quando l’URSS consegnava qualche vecchio SCUD ai suoi alleati, tanto perché si sentissero “affratellati” nel grande universo socialista dove Mosca, ovviamente, dominava. Fin qui, nulla d’eccezionale.
Ma il nonno dell’attuale premier “ciuffetto” – Kim-Il-Sung – era un politico di razza della leva di Mao e di Ho-Chi-Minh, e seppe mettere a frutto quei piccoli, farraginosi, vecchi SCUD. Questo accadeva fra gli anni ’70 ed ’80.
Da quei primi missili nacque il Rodong1, che era uno SCUD migliorato con una gittata di 1000-1500 km, mentre gli SCUD iracheni non raggiungevano certo quelle distanze. Ma siamo negli anni ’90, tempo al tempo.
I coreani mutano strategia: hanno compreso che, se continuano solamente a raffazzonare qualcosa acquistato all’estero, non andranno da nessuna parte: ciò distingue la Corea del Nord e l’Iran dall’Iraq e dalla Libia. In sostanza: capacità interne in termini ingegneristici, elettronici e (poi) nucleari.

Il grande salto avviene col progetto del Taepodong1, un missile bi-stadio in grado di raggiungere gittate fra i 2000 ed i 6000 km, in funzione del carico assegnato. Per questa ragione i coreani hanno puntato molto sulla miniaturizzazione delle testate, e i risultati degli ultimi lanci sembrano confermare questo successo tecnologico.
Curioso, poi, il metodo usato per costruire i vari stadi dei missili, i primi a combustibile liquido (più difficile da trattare) e gli ultimi con stadi già a propellenti solidi, più sicuri e maneggevoli.
Hanno “composto” – un po’ come giocare con il Lego – i missili utilizzando come singoli stadi missili più vecchi, con motori più affidabili: difatti, i lanci falliti sono tutti da attribuire al “flop” dei sistemi d’accensione automatica dei vari stadi.

Anni 2000, compare un nuovo missile, il Taepodong2, missile tri-stadio, e i giochi si fanno più seri, perché il missile ha una gittata di 4500-9000(?) km, sempre in funzione del carico assegnato.
E’ probabilmente un missile di questo tipo ad aver attraversato l’isola di Hokkaido (Giappone) per poi cadere in mare, ed è con questo tipo di missile che le minacce all’isola di Guam hanno preso corpo. Ma non finisce qui.

Tutti s’aspettavano il Taepodong3, un vero ICBM in grado di raggiungere i 13000 km di gittata, ma tutto tacque su questo nuovo progetto.
Con gran furbizia, i coreani decisero di spostare l’obiettivo dei missili, da missili balistici a vettori spaziali, e sono riusciti con due lanci – nel 2012 e nel 2016 – a mettere in orbita qualcosa.
Ma, ai coreani, importava poco mettere in orbita qualsiasi cosa (attività considerata lecita): semplicemente, lavorando sul nuovo missile – definito Unha – hanno acquisito il know-how per costruire i grandi ICBM, necessari per raggiungere il rango di vera potenza nucleare.

Oggi, qual è dunque la situazione?
Premettendo che i coreani stendono molte cortine fumogene su nomi e dati dei loro missili, con i missili Rodong potrebbero colpire agevolmente la Corea del Sud, e con i Taepodong1 il Giappone. Con il Taepodong2 possono, probabilmente, raggiungere Guam, dove sono stanziati migliaia di soldati statunitensi.
Ma anche senza un attacco a Guam, un attacco nucleare sulla Corea del Sud e sul Giappone (dove gli USA hanno grandi basi militari) sarebbe disastroso. E gli USA lo sanno: difatti, i consiglieri militari di Trump hanno cercato in tutti i modi di fargli capire che sì, “tutte le opzioni sono sul tavolo, ma non sono praticabili”.
Putin ha affermato grosso modo la stessa cosa, ed anche i cinesi chiedono che la vicenda confluisca in una trattativa, fermo restando che il rango di potenza nucleare, oramai, alla Corea del Nord va riconosciuto.

Spero vivamente che i coreani lancino il loro missile Unha in versione ICBM con un lancio di prova nell’oceano: questo metterebbe fine ai dubbi (se possono oppure no raggiungere il continente americano), anche se la prospettiva di una guerra nucleare “lampo” – che, comunque, lascerebbe milioni di persone uccise, ferite, a vivere in un ambiente non più ospitale – dovrebbe bastare per scendere a patti.

Nella visione statunitense, la Corea del Sud sta lentamente scivolando verso la figura del vecchio Vietnam del Sud, ossia di una propaggine americana nel continente asiatico. E’ una visione vecchia, da Risiko, di un uomo vecchio come Trump, che non considera il nuovo mondo multipolare che, invece, sia la Russia e sia la Cina ben capiscono.
L’Europa? Quando si è materializzata la paura d’essere anche noi sotto “l’ombrello” nucleare coreano, la Francia ha avuto un ritorno di fiamma d’antica “grandeur”. Ma tutto è finito lì.

Scatenare una guerra nucleare senza che vi sia una ragione di tipo economico o geopolitico –e, ribadisco, per quanto mi sforzi non riesco a trovarne di coerenti con i rischi che si correrebbero – mi sembra una follia: ma forse stiamo solo parlando di bulli di paese, che hanno l’arma nucleare al posto del coltello. Pronti, entrambi, a richiudere la lama al primo sguardo ammiccante: così andrà a finire.

State tranquilli e godetevi questi ultimi scampoli di una legislatura frizzante come un succo di melanzana, con uno spruzzo di birra tedesca e due patatine americane come contorno. Una vera delizia.

14 marzo 2011

Conto alla rovescia



Tic tac, tic tac, tic tac, tic tac…driiiiinnnn…


Suona la campanella, le porte della classe si spalancano e i ragazzi fluiscono, con il loro vociare confuso ed i cellulari subito accesi, verso la naturale libertà dell’uscita. Verso il piazzale antistante la scuola: per una sigaretta od un bacio, una confidenza od un’arrabbiatura da smaltire.

Mi fermo un attimo in sala insegnanti e do un’occhiata ad un giornale on-line, che qualcuno ha lasciato aperto sul computer: non si sa, forse, speriamo, può darsi, non sarà, avverrà, ci sarà, niente paura, sarà inevitabile…
Perché – mio Dio – tutte queste perifrasi, queste circonlocuzioni, questi saperi sviati, queste certezze rarefatte, questi dubbi sostanziati…insomma: perché tutte queste balle?
Lontano migliaia di miglia, sulla riva di un mare freddo e profondo, qualcuno sta morendo. Sta già, oggi, morendo per le radiazioni. C’è altro da dire?
Il Pianeta ha il fiato sospeso. E perché? Cos’altro può succedere?

Quando, a denti stretti, i giapponesi affermano che c’è un “rischio di fusione” del materiale fissile, immagino il solito giapponese: scusa, reattore, scusa, Kami, scusa, acqua che manca, scusa, Tenno, scusa…wakarimasen, wakarimasen, scusa…
Ma, se l’acqua manca e non ricopre più le barre d’Uranio, non c’è più niente di cui chiedere scusa: è solo questione di tempo.

Siamo certi che Nobutaka e Hideyoshi ci avevano pensato per tempo: c’erano senz’altro il gasolio nei generatori d’emergenza e l’antigelo nei circuiti refrigeranti.
Non come l’ultima simulazione tenuta a Caorso, quando si scoprì – con un brivido di gelo alla schiena – che, se non fosse stata una semplice simulazione al computer, il nocciolo del reattore sarebbe fuso perché qualcuno aveva dimenticato d’aggiungere l’antigelo al circuito refrigerante dei diesel d’emergenza, quelli che dovevano alimentare le pompe. No antigelo, no parte diesel d'emergenza, sì fusion: semplice, no? Già, ma siamo in Italia…

In Giappone questo è l’ABC e nessuno, siamo certi, aveva dimenticato nulla: semplicemente, nessuno aveva immaginato che mancasse del tutto il rifornimento d’acqua. Allora, giù con l’acqua di mare.
Ma, l’acqua di mare, non è tecnicamente “acqua”: è una soluzione salina.
Ogni litro d’acqua marina contiene all’incirca 20-30 grammi di una miscela di sali: un’abbondante manciata di sale, come quella che si butta nell’acqua della pasta.

Butta giù tonnellate d’acqua: ti ritrovi, in un nonnulla, tonnellate d’ogni sorta di reagente che attaccano le strutture d’acciaio e di metalli rari, le mordono, le riducono – a loro volta – in altri sali, che così aumentano ancora…
La temperatura aumenta, aumenta…scusa ingegnere, scusa direttore…la temperatura aumenta: più acqua, più acqua!
Ma la temperatura arriva a centinaia di gradi, l’acqua si separa e genera Idrogeno, che con il calore scoppia e distrugge le strutture già scardinate dalle scosse telluriche e dall’assalto dell’acqua marina, dai sali che si accumulano…scusa giornalista, scusa generale…
La temperatura aumenta, e non bastano nemmeno più i sali di Boro, le tonnellate d’acqua di mare, le preghiere al Budda, perché si sa che un giapponese nasce scintoista e muore buddista.

Scusa televisione, scusa Governo, ma devi dire, devi dire che l’ultima compagnia della divisione Fukushima ha fallito: faranno seppuku, nessuno tornerà indietro, nessuno macchierà il suo onore, come i predecessori sovietici oggi allineati al Cimitero degli Eroi di Mosca, seguiremo il nostro destino di Samurai.
Voi, che restate, salite al Tempio di Asakusa e ricordate noi, che abbiamo fatto seppuku con barre di Uranio: scusa, mia katana, scusa disonore...

Tic tac, tic tac, tic tac, tic tac…driiiiinnnn…

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

Questa pubblicazione non può essere considerata alla stregua della pubblicazione a stampa, giacché ha carattere saltuario e si configura, dunque, come un libera espressione, così come riferito dall'art. 21 della Costituzione. Per le immagini eventualmente presenti, si fa riferimento al comma 3 della Legge 22 Maggio 2004 n. 128, trattandosi di citazione o di riproduzione per fini culturali e senza scopo di lucro.

12 marzo 2011

Sciacalli


Sì, per una volta ci sentiamo d’assumerci la responsabilità di farlo, senza remore e ripensamenti. E’ una cosa “che non va fatta”, ce lo hanno ripetuto decine di volte quando uno dei nostri ragazzi torna dall’Afghanistan in una bara: si devono rimandare a dopo le polemiche, di fronte al lutto ci si deve arrestare, non bisogna essere, appunto, “sciacalli”.
E quando viene “il giorno dopo”? Il giorno del mai nella settimana del poi?

“Passata la festa, gabbato lo Santo”, recita un proverbio, ed è uno degli assiomi sul quale si fonda l’informazione di regime, il mainstream di governo, le chirillacchere spacciate per il Verbo Divino.
E allora: fermiamoci un attimo per meditare cosa sta avvenendo in Giappone, fissiamo negli occhi le immagini di quei reattori nucleari disposti come soldatini in fila, sulla riva del mare infinito, del mare più infido del Pianeta per gli tsunami.
I giapponesi sono i migliori al mondo per la prevenzione dei danni causati dagli eventi sismici, questo tutti lo sanno: e adesso? Basta essere i “migliori”?

Dall’Istituto Italiano di Vulcanologia e Geofisica (INGV) si sono affrettati a ricordare che un terremoto con una simile magnitudo non è mai stato registrato né viene ricordato, in tempi storici, in Italia. Ed è verissimo, anche se – come vedremo in seguito – sembra proprio una “tirata” al carro del Governo.
Perché, qualche “tremarella”, anche noi l’abbiamo subita: recentemente L’Aquila, ma nel recente passato il Friuli, l’Irpinia, il Belice, Messina, Sanremo-Bussana…
Certo, nulla di paragonabile a quanto è avvenuto in Giappone, però i giapponesi sono – appunto – i migliori al mondo per le costruzioni antisismiche: mica costruiscono le “Case dello Studente” – come quella de L’Aquila – con lo sputo e lo scotch.

E vogliamo costruire delle centrali nucleari, al punto che – per mandare avanti il progetto – bisogna arrestare l’installazione degli impianti fotovoltaici alla quota di 8.000 MW di potenza di picco, quota che sarà raggiunta fra pochi mesi, molto prima del previsto? Che, detto fra noi, come potenza installata corrisponde a quella di 10 impianti elettro-nucleari?
E bisogna anche fermare la “deriva” dell’eolico, quelle maledette pale che non inquinano, non creano problemi di sorta, occupano poco spazio e possono essere dislocate anche in mare. Allora, ci s’inventa il tormentone dell’estetica, dimenticando che con antenne e tralicci abbiamo impestato migliaia di campanili e colline, senza minimamente pensare al paesaggio. Già, ma quelle antenne fanno funzionare “la tele” e, senza la Tv, il potere mainstream sarebbe zoppo come Silver de L’Isola del Tesoro.
C’era il gran pericolo del termodinamico, ma – per fortuna – siamo riusciti a cacciare Rubbia dal Paese che – a detta di molti – sarebbe veramente in posizione strategica per sfruttare la sua idea e la tecnologia che, in seguito, l’ENEA ed altre aziende private hanno creato. Come sempre, il genio italiano. Dimenticato.

“Messi a posto” tutti con leggi e leggine, ostracismi e costose campagne pubblicitarie, possiamo finalmente affermare che le energie rinnovabili sono la più grande bufala del secolo: incapaci, inadatte, impotenti per sopperire al fabbisogno energetico.
Perciò, signori miei, se avete paura delle turbolenza del mercato, comprate azioni dell’ENI: non l’ha detto l’ultimo degli scalzacani, l’ha affermato pubblicamente il Presidente del Consiglio. Date i soldi a me…no, cioè, a Tremonti, no…cioè, all’ENI…
Ma non basta: bisogna costruire le centrali nucleari.

Qualcuno ritiene che le centrali nucleari siano passate in cavalleria con quel ministro d’Imperia che non sapeva chi gli aveva comprato casa a Roma: si sbaglia.
Perché?
Poiché le centrali nucleari italiane non sono legate al fabbisogno energetico, bensì alla tenuta del Governo – che, ricordiamo, deve impedire qualche dozzina di processi a carico di Silvio Berlusconi – come i “rimpasti” servono per la stessa ragione, per accontentare chi ha un voto da dare. Gli italiani…cosa c’entrano gli italiani? Mica devono sapere per forza se Ruby è la nipote di Mubarak o la figlia di un ciabattino.
Perché alla tenuta del Governo?

Poiché Silvio Berlusconi non ha del tutto perso le speranze di riuscire a cooptare Casini e qualche “frangia” del Centro e del PD in future alleanze, appoggi esterni, coalizioni di facciata…come le volete chiamare…ossia qualcosa che gli consenta di continuare a regnare e, magari, piazzare lui stesso o Gianni Letta al Quirinale. Già: e come si fa, dopo tutto il can-can del bunga-bunga?
Il costo dell’energia nucleare – per chi non lo sapesse – deriva solo per un 15-20% dal costo dell’Uranio: il resto, è tutto nella costruzione degli impianti. Appalti da sogno, colate di cemento da favola, tangenti galattiche.
E chi le fa?

Non crederemo che il (secondo) matrimonio del celebre Azzurro Caltagirone – al secolo Pierferdinando Casini, rettore in conto della Cattedra di San Pietro dell’UDC, gran difensore della famiglia e del matrimonio religioso (per gli altri, non per lui) – sia stato un matrimonio così…perché si sono conosciuti ed amati, sotto la luna e le stelle…
Non c’interessano gli affari sentimentali di Pierferdi, ma il fatto che lo suocero sia uno dei maggiori costruttori italiani non può passare come casuale: nei secoli, ben sappiamo come la nobiltà difendeva i propri interessi e congiungeva le fortune con i matrimoni.

Se non basta, ricordate come mai Soru perse le elezioni in Sardegna: per i voti dati al PdL? Sì, anche ma – soprattutto – per quella parte del PD legata al gran partito del cemento che vide nel piano edilizio sardo di Soru la fine d’ogni sogno al ferro e cemento. Il paesaggio? Le future generazioni? I sardi? E chi se ne frega dei sardi.
Perché, signori miei, qui bisogna tirar fuori tutti gli altarini: se è vero che Caltagirone è saldamente “ancorato” a Berlusconi e che Casini fa da guardaspalle, è altrettanto vero che grandi cooperative del cemento e delle costruzioni fanno capo all’Emilia del PD. O me l’invento io?
Voto per appartenenza o per convenienza? Sembra che solo il secondo, oramai, valga qualcosa.

Sarebbe l’ora, oramai, di comunicare ufficialmente dove saranno costruite e quante saranno le centrali nucleari italiane – Chicco, Chioccolino Testa, almeno tu lo sai? – ossia chi si ritroverà quei bei casermoni al ferro-cemento-Uranio sul groppone.
Ah, maledizione: in Italia si vota troppo, si vota sempre. Non c’è mai un momento tranquillo per dirlo – magari in sordina, ma dirlo chiaramente – e fare chiarezza: sempre un’elezione incombente, ed i gran rettori dei numeri e delle simulazioni elettorali che annunciano che no, che se si dice prima delle tali elezioni si perde il tal collegio, la tal Regione, la tal Provincia…
No, non si puote.

Però, però…pensa il Capoccione…in fin dei conti, adesso non mi servono quelle centrali: Casini deve trascinarsi dietro quell’allocco di Fini per tutto il tempo che ci metterò a dissanguarlo ed a sputtanarlo…quindi non potrebbe…
Certo, Pierferdi rimane un fervente nuclearista, come il Chicco…chissà come la pensa il Renzi?
Quelle centrali, oggi, non servono – l’ho già detto a quel dipendente…come si chiama…quel Romani: perciò, acqua in bocca, zitti e mosca – però dobbiamo mantenerle in stand-by, come il rimpasto nel Governo.
Dopo, al momento opportuno, avremo una carta pesante migliaia di tonnellate di cemento da giocarci su più fronti, a destra ed a sinistra, perché non c’è nulla che scompagini ed unisca come il sacco di cemento moltiplicato per mille, per milioni…anzi, non potremmo far votare direttamente i sacchi?
Come e quando le faremo?

Quando mi servirà per acchiappare voti…come? E che cazzo ne so io di centrali nucleari?
Ma le faremo…lo dice anche Tremonti che siamo meglio dei tedeschi! Cosa ci vorrà a fare una centrale nucleare antisismica!
Ecco, ecco…


Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

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