Visualizzazione post con etichetta termodinamico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta termodinamico. Mostra tutti i post

05 febbraio 2020

Un Paese schifoso

Macchi-Castoldi MC 72 (1935)

La noia della politica italiana è giunta al parossismo: Oliviero Toscani che, con un sotterfugio, invita alcune “Sardine” a visitare un centro culturale e di comunicazione che il “grande artista” presiede a Fabrica (Tv). Le Sardine, giacché sono geneticamente imparentate con i Tonni, ci vanno. All’improvviso, salta fuori da un angolo (del ring) un pugile suonato – tale Luciano Benetton – che ha qualche piccolo guaio con il Governo e la Giustizia…per la questione di un ponte crollato e di una società (Atlantia) la quale, senza più la “benevolenza” di governi amici, rischia di finire a bagno. Il giochetto è semplice: siccome il “centro culturale” è finanziato da Benetton, li invitiamo, poi li fotografiamo e spandiamo urbi et orbi l’immagine della bella scampagnata con le Sardine, così le sputtaniamo per bene.

L’altro psicodramma va in onda a Roma, caput cloacarum, dove il Senato si ribella all’imposizione del non-vitalizio e lo ripristina – complice la dama di corte Casellati – mentre, ovunque, si levano urla di disperazione per la scomparsa di Santa Prescrizione, Nostra Signora di Venduti, Corrotti, Mammasantissima ed amici dei Mammasantissima. Dimenticando una cosa: seppur Bonafede abbia compiuto un lavoro più approfondito e serio, in fin dei conti bastava abrogare alcune leggi ad personam di Berlusconi, in primis la famosissima “Ex Cirielli”, giacché era tanto fetida che il suo estensore non volle essere ricordato nei secoli per quella porcata. E così fu presentata da anonimi: una porcata anonima.

Siccome queste due vicende sono il trallallero che concentra l’attenzione ed il dibattito della nazione italiota, voglio presentarvi due fatti storici che diedero effetti ben più gravi di queste facezie, e passarono indenni senza un rammento, un dubbio, una riflessione. Al termine, faremo insieme qualche riflessione.

L’aereo che giunse, volò, batté ogni record e sparì

Negli anni ’30 del Novecento, più che la Formula 1 (che non esisteva) il mondo dei motori era centrato sulla Coppa Schneider, che era il vero evento che faceva girare le rotative, di qua e di là del mare.
Era una competizione fra idrovolanti, i quali gareggiavano in velocità su circuiti ben definiti: gli attori, in pratica erano solo due, la Supermarine inglese e la Macchi italiana. Con l’ausilio, rispettivamente, per gli aspetti motoristici della Rolls-Royce e della FIAT.
Fu vinta – dopo tre prove – dagli inglesi ma, gli italiani, si presero la rivincita del record di velocità per idrovolanti con motore a pistoni che è tuttora imbattuto: 711 Km/h.

Non stiamo a raccontarvi tutte le vicende, i ritardi, le scommesse…perché potrete trovarli sul Web dove vorrete. L’unico dato era che due nazioni s’erano sfidate, una aveva vinto (ma solo per un intoppo nella preparazione italiana) in circuito ma perso il record di velocità assoluto.
Ciò che conta, fu ciò che rimase di tanto ardire, ossia le macchine che vennero costruite perché, nel 1935, chi aveva fra le mani un “gioiellino” come l’idrovolante da corsa, poteva ben sperare di tirarci fuori qualcosa di veramente eccezionale per gli aerei da caccia.
I dati, stringi stringi, erano questi:

Inglesi
Supermarine S.6B, potenza motore 2350 hp, velocità 665,8 km/h
Italiani
Macchi-Castoldi M.C.72, potenza 3100 hp, velocità 711 km/h.

La prova finale (ossia perché vinsero gli inglesi) fu dovuta ad un ritardo nella preparazione del velivolo italiano il quale non riuscì a partecipare: comunque, si aggiudicò successivamente il primato di velocità.

Facciamo un breve salto indietro, per osservare cosa producevano le rispettive case aeronautiche per i velivoli da caccia dell’epoca:

Inglesi
Gloster Gladiator, potenza 830 hp, velocità 407 km/h.
Hawker Hurricane, potenza 1185 hp, velocità 547 km/h.

Italiani
Fiat CR-42, potenza 840 hp, velocità 430 km/h.
Fiat G-50, potenza 840 hp, velocità 470 km/h.

Grosso modo, non c’erano grandi differenze e molto dipendeva dal disegno aeronautico dei velivoli, per i quali avevamo ottimi progettisti aeronautici. L’industria italiana, però – e non c’è spiegazione, dato che aveva prodotto un vero “mostro” con l’idrovolante Macchi-Castoldi M.C. 72 – continuava a costruire solo motori radiali, adatti per i lenti bombardieri, ma decisamente superati dai motori in linea (più stretti, e quindi più adatti ai profili aerodinamici) che oramai equipaggiavano i caccia come, ad esempio, il noto Messerschmitt BF-109 tedesco.

La novità, comparve già nel 1939 e durò (con successive modifiche) fino al 1945: si chiamava Supermarine Spitfire.
Questi erano i dati:

Supermarine Spitfire, potenza 1660 hp, velocità 656 km/h.

Come si può notare, una differenza abissale rispetto ai caccia precedenti: quasi 200 km orari in più! Come avevano fatto gli inglesi?
Avevano, semplicemente, preso il motore dell’idrovolante da competizione che aveva vinto la Coppa Schneider, lo avevano rifinito ed irrobustito per i nuovi compiti ed ecco la novità, che costò la vita a migliaia di piloti, marinai, fanti e civili italiani, in cinque anni di guerra.

Per curiosità, l’idrovolante Macchi-Castoldi M.C.72 fu ritrovato in un hangar della Macchi a Venegono (Va) dagli americani, che lo osservarono stupiti. Oggi, è esposto al Museo Aeronautico di Vigna di Valle.

C’è una spiegazione?
Per quanto si cerchi, non c’è una spiegazione logica. Forse sarebbe costato di più? Può essere, ma che senso ebbe produrre il biplano CR-42 fino al 1944 per far morire, inutilmente, migliaia di piloti ed ottenere poco o niente in termini di difesa aerea? I colpevoli? Dovremmo chiederlo ai grandi “volatori futuristi” come Mussolini, agli intrepidi trasvolatori come Balbo fin giù, ai generali dell’Aeronautica i quali, oggi, già sanno di comprare un aereo, l’F-35, che non vale una cicca rispetto al Su-57 russo, eppure tacciono, spendono cifre iperboliche per un aereo che non serve nello scenario italiano e mediterraneo, soprattutto osservando cosa producono gli altri.

Il Nobel adulato, onorato, poi gettato nel cesso dei senatori a vita

E’ il 12 Maggio del 2007 quando l’allora ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, dichiara urbi et orbi che il suo ministero ha chiamato come consulente il prof. Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, per creare le basi di un nuovo sistema d’approvvigionamento energetico per l’Italia.
Il prof. Rubbia ritiene che l futuro degli impianti solari non riposi soltanto nel fotovoltaico o negli impianti di riscaldamento dell’acqua a basse temperature, bensì che si possano riscaldare speciali fluidi, che circolano in appositi circuiti pressurizzati, nel “fuoco” di speciali specchi parabolici, e quindi raccolti in caldaie dove cedono le calorie catturate (sono in grado di riscaldarsi oltre i 500 gradi centigradi) ad una comune turbina ad acqua per produrre energia elettrica: è nato il sistema solare termodinamico.

Carlo Rubbia si lancia in previsioni ottimistiche: dichiara che un quadrilatero con il lato di 40 Km, in pratica 1.600 Km quadrati di centrale (o centrali), sono in grado di risolvere tutti i problemi energetici italiani. Se lo dice lui…
In effetti, Rubbia ci crede: sa che a Priolo Gargallo, in Sicilia, c’è già una centrale sperimentale di soli 5 MW di potenza massima, affidata all’Enel, la quale sorge accanto ad impianti petrolchimici dell’ENI. Si tratta di farla funzionare come centrale pilota, per poi passare ad impianti di maggior taglia: 5 MW sono poca cosa, un solo generatore a vento, tanto per citare un paragone.

Qualcuno, fra i gruppi industriali italiani si fidò: il gruppo Angelantoni, che iniziò a produrre a Massa Martana, in Umbria, i tubi per contenere la miscela e la miscela di sali stessa, fino a creare un modesto impianto dimostrativo di piccola potenza.
Oggi, il gruppo Angelantoni lavora soltanto per l’estero: sta attualmente lavorando per l’installazione di una centrale da 55 MW in Cina, ma nel mondo sono già molte le realizzazioni conseguenti alle idee di Rubbia.
Ad esempio, in Spagna ci sono le tre centrali Andasol, che complessivamente hanno una potenza di 150 MW, mentre in Marocco ne è stata costruita una, addirittura, da 580 MW (quanto una centrale nucleare) a Noor Quarzarate, in pieno deserto.
Le centrali termodinamiche nascono come funghi, dal deserto saudita alla Cina, dall’Australia ad Israele.
E in Italia?

Carlo Rubbia è stato nominato, nel 2013, senatore a vita. La centrale Archimede di Priolo Gargallo funziona parzialmente a gas metano, mentre i gruppi industriali si lamentano: non è possibile dover aspettare sei anni per avere un’autorizzazione! Ma quale investitore aspetta sei anni per sapere se potrà costruire una centrale solare! Niente da fare: dobbiamo girare il rubinetto del metano, anche per far funzionare il climatizzatore se il sole è troppo caldo.

Fine delle nostre storielle: sapete dirmi perché tenemmo un gioiello aeronautico per tutta la guerra nascosto in un hangar? Perché la nazione che ha inventato il solare termodinamico non ha nemmeno una centrale degna di questo nome?

Un Paese schifoso? Sono stato ancor troppo buono e corretto…un “di m…” ci stava meglio…

23 maggio 2017

Desertec? Ci vorrebbe un secondo Mattei!


Chi si ricorda più del progetto Desertec? Svanito nelle nebbie, anzi nelle sabbie del Sahara.
Un progetto che doveva portare in Europa il 15% del fabbisogno elettrico complessivo, un mare d’energia. Ed un mare di soldi. Tolti ai petrolieri.
Invece, niente. Non se ne fa più nulla. Come mai?
Ufficialmente il progetto è ancora esistente, almeno nelle carte del consorzio delle imprese che lo sorreggevano: in realtà, tutto si è fermato nel 2011.
Di chi la responsabilità? Di tutti, o di nessuno.
Vediamo.

Il progetto nasce nel 2003, e si capisce subito che è “roba grossa” – un investimento di 400 miliardi di euro – ed è spiccatamente tedesco, per i progetti e per le aziende che lo sorreggono. Tecnicamente, Desertec si proponeva di raccogliere energia solare ed eolica, tramite solare termodinamico od a concentrazione, fotovoltaico ed eolico per alimentare le reti interne dei Paesi nordafricani ed esportare il surplus d’energia, stimato pari al 15% del consumo elettrico europeo. Un “fetta” enorme della torta energetica europea.

Si potrà dire che si tratta(va) del solito progetto condotto dalle solite oligarchie finanziarie planetarie per guadagnare i soliti miliardi dagli investimenti ma, del resto, c’è qualcosa che non è prodotto dagli investimenti finanziari internazionali? Certo: l’insalata dell’orto.
Dall’altra, dobbiamo riconoscere che il progetto avrebbe consentito una maggior ricchezza per i Paesi nordafricani ed un considerevole risparmio (circa 30 euro/Megawatt/ora) per gli utenti. Inoltre, avrebbe consentito quella “transizione” verso l’elettrico da fonte rinnovabile che potrebbe essere la salvezza del Pianeta.

Ora, io non so se l’aumento delle temperature – e non venite a raccontare fandonie: ogni anno c’è un aumento “record” delle temperature – sia d’origine antropica o naturale. Non me ne frega un emerito picchio. Quello che so, per certo, è che ogni kg di combustibili fossili produce 3, qualcosa kg di anidride carbonica e la CO2 è scientificamente provato che – insieme ad altri gas nitrosi e a parecchi idrocarburi gassosi – riflette la dispersione verso l’infinito dei raggi solari. Poi, che siano più importanti le centrali termoelettriche o le scoregge delle vacche nella produzione, le foreste oppure il fitoplancton nella fissazione della CO2 non ha nessuna importanza: il dato essenziale è non aggiungerne.

Tutto fila liscio fino al 2009 – occhio alle date! – quando si comincia seriamente a pensare di costruire le prime centrali. Ma, l’aria – anzi, il Ghibli – cambia. Ci sono le cosiddette Primavere Arabe da ascoltare, da gestire, da combinare con i propri interessi.
Appena scocca il 2010 fioriscono, come i lamponi nella taiga: Tunisia, Egitto, Libia. Non se ne può più di questi dittatori che si atteggiano a Presidenti! Ci vuole democrazia! – urla una Clinton che sembra una Albright rediviva.
Oggi, abbiamo i Presidenti che fanno i Dittatori, ma va bene così: nessuno si lamenta più, dal Cairo a Rabat. Chi si lamenta rischia grosso, chi non ne può più scappa in Europa. E tocca a noi mantenerli, mica agli USA.

La Germania – nota a margine – durante la guerra contro la Libia restò muta come un pesce abissale: non solo non vi partecipò, ma neppure mosse un labbro per appoggiare chiunque. D’altro canto, sprecare le parole – quando è inutile – non serve.

L’Italia, invece – Paese sconfitto nella 2° GM come la Germania – si diede un gran daffare per slinguazzare inglesi, francesi ed americani, perdendo fior di commesse e di succosi contratti con la Libia di Gheddafi. Dopo la guerra, la spartizione del petrolio e dei contratti d’appalto fu eseguita con il manuale Cencelli e, guarda a caso, proprio in quegli anni si “scoprì” il petrolio – ed a darsi un gran daffare – in Lucania. Strana coincidenza, vero?

Oggi, perché il progetto Desertec va in malora?
Cominciando da Ovest, c’è l’annoso problema del Sahara Occidentale (ex Sahara spagnolo), spartito fra Marocco e Mauritania, ma considerato dall’ONU una nazione indipendente, con una postilla “non completamente libera”. Con un governo in esilio in Algeria.
La Spagna, per tagliare la testa al toro, decise che non un kW d’energia prodotta laggiù avrebbe attraversato la Spagna. Finis.
L’Algeria, molto semplicemente, ha dichiarato che le riserve energetiche – di nessun tipo – sono sotto il controllo statale, e quindi non disponibili per investitori esteri. Il Marocco è sempre in lotta con la Mauritania per la questione sopra esposta, e quindi poco affidabile.
Cosa rimane?

La Tunisia.
Già, perché né la Libia né l’Egitto sono considerati affidabili per creare infrastrutture costose e, soprattutto, facilmente attaccabili dai vari terrorismi – Al-Qaeda e Daesh (e dai loro padroni) – e dunque…rimane la Tunisia…che è certamente un Paese affidabile, stabile ed inattaccabile. Come no.

La storia termina qui perché, per la produzione solare, è molto importante la posizione dell’impianto – ossia la longitudine (meridiani) dov’è situato – poiché la produzione/consumo non può essere differita nel tempo: siccome la corrente elettrica corre nei fili alla velocità della luce, è perfettamente inutile creare un simile impianto in Arabia Saudita, che potrà servire per alimentare Mosca oppure Kiev, non certo Madrid o Parigi.

Certamente Mubarak e Gheddafi non erano stinchi di santo, però Gheddafi era la sola persona in grado di garantire quegli investimenti: oggi, dopo la “Primavera” è arrivata l’infinita “Estate” libica, nel senso che sono tutti in vacanza e non si sa più a che santo votarsi per governare il Paese.

Il progetto Desertec è sfumato: qualcuno piange ma gli USA, che hanno avuto recentemente ben due presidenti petrolieri, non sono di certo in gramaglie. Anzi. Furba l’Europa dei banchieri, vero?

21 febbraio 2013

Il fallimento dell’ambientalismo italiano



In questi tempi elettorali, quando tutti diventano pavoni e fanno la ruota per attrarre meglio gli elettori, i Verdi sono scomparsi: oggi, fanno la ruota (di scorta) nella formazione di Ingroia, ma non esistono più come proposta politica originale e moderna. Oddio: per com’erano conciati non se ne sente proprio la mancanza.

In Europa (e non solo) la situazione è ben diversa: dalla Germania – dove oscillano intorno al 10%, ed hanno avuto in passato addirittura il Ministero degli Esteri (Joschka Fischer) – alla Gran Bretagna, dove sono riusciti ad entrare a Westminster nonostante la note forche caudine del sistema elettorale britannico.

Ma i Verdi sono dappertutto, dalla Slovacchia alla Georgia, dal Portogallo alla Bosnia: l’anomalia italiana è degna d’attenzione perché è un fenomeno in controtendenza, una stranezza vera e propria.



In prima istanza, salta agli occhi la pochezza della proposta politica che, negli anni, è andata degenerando sia nei contenuti e sia, soprattutto, nelle persone.

Un carrierista come Pecoraro Scanio non lo si vedeva da anni, anche Rutelli incocciò i Verdi e vi militò per anni: è dai tempi di Edo Ronchi che non si vede un ambientalista vero, ossia una persona competente che sapeva scrivere leggi e farle approvare. Difatti, fu defenestrato.

Ci sono parecchie ragioni – e sono tutte ragioni interne, italiane – per il fallimento dei Verdi.



Il partito Verde italiano ha sempre cercato consensi soprattutto nell’associazionismo, che in Italia significa Legambiente ed Italia Nostra. La prima vagamente “di sinistra” e più attenta al rapporto energia-ambiente, la seconda meno schierata pubblicamente e più impegnata nella difesa dei patrimoni ambientali. Se i Verdi sono spariti come partito autonomo, qualche responsabilità si dovrà cercarla da quelle parti.

Mentre le posizioni di Legambiente possono essere per lo meno accettabili – se non altro, attuando un confronto con la pochezza della politica italiota – quelle di Italia Nostra sembrano una sorta d’ambientalismo umbertino: un vero diletto per sartine di periferia ed ufficiali di cavalleria.

Basti pensare che sono contrari all’eolico – come Sgarbi e l’ENI, tanto per citarne due a caso – e se si riflette su ciò che hanno portato avanti i Verdi tedeschi sul tema dell’energia c’è da farsi accapponare la pelle, chiedendosi “ambientalisti dde che?!?”.



Non stupisce dunque la sortita di un Bonelli qualunque, il quale vorrebbe “abolire il motore a scoppio per legge” (0). Se gliela approvano…in ogni modo, Bonelli dovrebbe sapere qualcosa di più pannelli fotovoltaici e di motori elettrici. Prima di presentare la legge, s’intende.



“Andremo in Parlamento e proporremo una legge che nei prossimi dieci anni abolirà il motore a scoppio e lo consegnerà al museo, questo è il futuro.” (1)



Ottimo intento, nulla da eccepire ma…scusi, Bonelli…ehm…cosa ci scriverà in quella legge?



Il sistema dei trasporti richiede circa 1/3 dell’energia primaria che viene consumata in Italia: 200 MTEP (Milioni di Tonnellate di Petrolio Equivalente) il consumo italiano (senza considerare le variazioni da un anno all’altro, il fattore “crisi”, ecc, perché non hanno senso nel quadro di grandi numeri che andremo ad indagare).

Un terzo dell’energia primaria è circa 66 MTEP.

Il quadro della produzione eolica/fotovoltaica italiana è pressappoco questo, perché varia parecchio con le nuove installazioni:



Produzione fotovoltaica 8 TWh (2)

Produzione eolica: 10 TWh (3)



Già si nota un piccolo particolare: l’eolico produce di più del fotovoltaico. Entrambi, sostituiscono due centrali nucleari, forse tre (poiché le centrali nucleari non hanno mai superato, storicamente, il 70% della potenza installata).

E’ senz’altro un buon risultato, ma andiamo avanti.

Qual è il fattore di conversione fra l’energia elettrica ed il petrolio grezzo? Eccolo:



1 MWh = 0,24 TEP (media) (4)



I puristi delle analisi energetiche diranno che dipende dall’apparato di trasformazione – eh, lo so benissimo…– però, se vogliamo capire qualcosa, bisogna sopportare qualche generalizzazione.

Ecco allora (altra approssimazione) che con una tonnellata di petrolio si genereranno 4 MWh, con 1 milione (ossia una TEP) 4 milioni di MWh, ossia 4 TWh.

Siccome i trasporti “ingoiano” ben 66 MTEP corrisponderebbero – in un ipotetica rivoluzione della trazione, elettrica o mista elettrica/idrogeno – qualcosa come 264 TWh, che non sono per niente un’inezia.

Dove trovare 264 TWh?



Beh, per prima cosa vediamo se sono proprio 264 TWh, o se si può risparmiare qualcosa.

Per nostra fortuna e di Bonelli (lo saprà?) l’auto elettrica ha un rendimento che fa paura: il motore elettrico ha rendimenti che superano il 90%, contro il 30% (circa) dei motori a scoppio. Però.

Però, ogni ciclo di carica/scarica delle batterie si “prende” un buon 15/20% che porta in rendimento effettivo al 75% circa. Se, poi, volete che si ricarichi mediante Idrogeno e celle a combustibile sono dolori, perché ciascuno di questi sistemi – produzione d’Idrogeno da energia elettrica e d’elettricità da Idrogeno – ha un rendimento ottimale del 70%.

E ci sono ancora da considerare le perdite sulla rete che, in ogni modo, non sono un gran che.

Quindi calcolando le perdite si giunge dapprima al 50% e, successivamente, al 35% (sempre “circa”).

Beh, non è un cattivo risultato: col petrolio – se calcoliamo tutta la “filiera” (dal greggio al carburante, più i trasporti) – la cosa va molto peggio.



C’è, però, un vantaggio: l’auto elettrica ferma in coda non consuma nulla, mentre un’auto a benzina, con il motore al minimo, consuma ugualmente 1,5-2 litri l’ora. Un vecchio studio (che non ritrovo più) indicava in 1/7 l’energia sprecata in coda e, osservando l’autostrada dei Fiori sotto casa mia d’estate, non ho alcun dubbio a crederci.

Il rendimento della nostra auto elettrica risale al 42%%, ma c’è un secondo aspetto che giunge in aiuto: la ricarica delle batterie in fase di frenata!

I dati sono molto confortanti e forniscono addirittura un 30% di risparmio con la ricarica in frenata: certo, dipende molto dal percorso, però è una legge della Fisica che niente va distrutto, ma solo si trasforma.

Risalendo al 57% di rendimento, la nostra auto elettrica si trova in buona, anzi ottima posizione nel panorama dei trasporti: tenete presente che i treni sono già elettrici e possono diventarlo anche le navi (per ora abbiamo solo i sommergibili classe “Scirè” e le loro “fuel cells” ma sono già operativi) e addirittura gli aerei. (6)



Veniamo alle dolenti note.

Se tutto l’apparato di trasporto fosse elettrico, dovremmo trovare il 57% di 264 TWh, ossia 150 TWh: stiamo muovendoci in un ordine di grandezza che è quello del fabbisogno elettrico italiano!

Tornando per un attimo alla produzione fotovoltaica ed eolica, bisognerebbe installare 15 volte il numero d’aerogeneratori presenti oggi oppure quasi 20 volte quello dei pannelli solari.

Detto questo: se pò fà?



Ci sono considerazioni di costo, d’opportunità e di mentalità.

Il costo del KWh fotovoltaico – lo sappiamo tutti – è fasullo: viene coperto con i contributi che tutti paghiamo in bolletta. Questo dà luogo ad un’ingiustizia ben nascosta: l’ENEL compra energia dal piccolo produttore (il quale prende il contributo), la rivende al vicino di casa più povero (che paga salato il contributo stesso, oramai i costi “fissi” in bolletta sono pari al consumo) e l’Italia può raggiungere gli obiettivi europei del 2020. Come al solito, paga Pantalone.

Un vantaggio del fotovoltaico è che produce di giorno, quando le attività umane richiedono più energia e quindi c’è più richiesta. Il passaggio dal tradizionale Silicio alle celle a coloranti organici abbatterà senz’altro il prezzo, ma anche il rendimento l’8-10% contro il 15-17% (7).



Maggiori possibilità sono offerte dall’eolico, il quale produce quasi al costo del carbone, ma è discontinuo: questo, però, non è uno svantaggio poiché l’Idrogeno si può produrre di notte e vendere di giorno. I problemi sono altri.

La massa d’aerogeneratori è impressionante: l’attuale potenza installata è intorno ai 5.700 MW (8), il che significherebbe installarne altri 75.000 circa, i quali – considerando macchine grandi, da 5 MW – vorrebbe dire 15.000 aerogeneratori.

Una simile, enorme realizzazione dovrebbe essere fatta in mare – al limite delle acque territoriali, per ovvi motivi paesaggistici – e per sfruttare il maggior rendimento: un incremento del 30% contro costi superiori del 25%. In ogni modo, non è vero che in Italia l’eolico non è conveniente: nel basso Adriatico, nel Canale di Sicilia e in Sardegna si raggiungono le 3500 ore/anno di rendimento, ossia quasi un 40%.



Qui c’è il terzo problema: la mentalità. Quando – intorno al 1830 – fu iniziata “l’avventura ferroviaria” nessuno immaginava reti di decine di migliaia di chilometri, tanto meno velocità medie superiori ai 100 Km/h: eppure, nell’arco di mezzo secolo, fu realizzato.

Questo cambiò la storia del mondo, poiché le grandi banche d’affari (leggi: Rothschild) per la prima volta divennero più importanti del bilancio degli Stati nazionali, al punto d’essere determinanti: l’Austria-Ungheria fece male i calcoli e dovette vendere ai privati un gran numero di linee.

La cosa si ripercosse, poi, sui finanziamenti di guerra che durarono (per la restituzione) fin quasi alla Seconda G.M.



Oggi – proprio per non incorrere negli errori del passato – sarebbe sbagliato ricorrere agli investitori privati (cioè, le banche): più interessante fornire la possibilità d’investimento in “bond energia” – con buoni rendimenti e garantiti dallo Stato, proprietario degli impianti – poiché le economie “di scala” ed il basso costo della produzione eolica lo consentirebbero. Ma si finisce in un altro guaio.



Una fonte sicura d’investimento, come l’energia, priverebbe il mercato tradizionale dei BOT e dei CCT di domanda, con la conseguenza – paradossale – che sia più necessario finanziare il debito piuttosto che un’azione che ti porterebbe fuori (almeno in parte) dal debito.

Immaginate cosa vuol dire risparmiare decine di miliardi l’anno sulla “bolletta energetica”.

Ma c’è di mezzo l’ENI.

Ora, l’ENI è un’azienda dove ci sono più uomini dei servizi che benzinai: se qualcuno ha ancora dei dubbi, prendetevi una vista di come è stata gestita la prima centrale termodinamica italiana (sperimentale), iniziata nel 2004! (9). Tutto quello che non è fossile non passa, parola di Paolo Scaroni: un pregiudicato alla testa della principale holding italiana dell’energia! (10)



E torniamo al nostro patetico Bonelli, il quale pensa di rimediare a tutto questo con una “legge”: mi torna alla mente il “Dittatore dello stato libero di Bananas, con Woody Allen, il quale emanava leggi che pretendevano che – nell’isola Caraibica – “la lingua ufficiale fosse lo svedese e le mutande andassero portate sopra i pantaloni”.

Se proprio non vuole dare ascolto a chi scrive, ci sono persone come Ugo Bardi o Debora Billi che lo possono ragguagliare: è una faccenda un pochino più complicata, che ha sì una soluzione, ma…pensare di fare una legge e risolvere tutto…fa ridere i polli. Come “risolse” Pecoraro Scanio!



Così è l’ambientalismo italiano: caciaro e buffonesco, acchiappagonzi e più attento ai pacchetti di voti…che ci volete fare…non è un caso se sono spariti…

Ci vorrebbe altra gente, più onesta intellettualmente e capace di un tizio che ti fa un filmato di un paio di minuti…ti fa vedere l’auto con la spina dell’elettricità…il pannellino solare che si piega…certo, guarda il dito e non pensare alla Luna.



Io, da parte mia, voterò Grillo: se non altro, avrò la soddisfazione di stare a guardare cosa succede in Parlamento. Magari ci divertiremo di più.



(0) Vedi: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/02/09/bonelli-rivoluzione-civile-in-parlamento-per-abolire-motore-e-scoppio/220295/



(1) Vedi: http://www.esserecomunisti.it/?p=54362



(2) Fonte: http://ecoalfabeta.blogosfere.it/2012/01/fotovoltaico-litalia-e-la-seconda-potenza-mondiale.html



(3) Fonte: https://www.swe.siemens.com/italy/web/pw/press/News/Pages/InnovazioniEolicaExpo2012.aspx



(4) Fonte: http://195.103.237.153/minisiti/energia/documenti/Servizi/prontuario/unit.htm



(5) Fonte: http://www.consulente-energia.com/auto-elettrica-ibride-elettriche-plugin-come-calcolare-quanto-si-risparmia-consumano-in-100-km-rispetto-auto-benzina-gasolio-euro-litro.html



(6) Vedi : http://www.ariannaeditrice.it/vetrina.php?id_macrolibrarsi=21387



(7) Fonte: http://www.cnr.it/istituti/FocusByN.html?cds=063&nfocus=10



(8) Fonte : http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&frm=1&source=web&cd=1&cad=rja&ved=0CEAQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.enea.it%2Fit%2Fenea_informa%2Fdocumenti%2Fquaderni-energia%2Fenergiaeolica.pdf&ei=4_4lUcjtHuf44QSFs4H4Dw&usg=AFQjCNHwQXmewpSRGJ3Jtwtf8DLt7XLS6g&bvm=bv.42661473,d.bGE

(9) Vedi : http://magazine.quotidiano.net/ecquo/ecquo/2010/07/14/inaugurata-a-priolo-la-centrale-solare-a-concentrazione-ideata-da-rubbia-finalmente/



(10) Fonte : Mani pulite: la vera storia : da Mario Chiesa a Silvio Berlusconi / Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio.