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17 maggio 2021

L'ENI si muove

 

Mentre il governo sguazza per riuscire ad imbastire la risposta da fornire all’UE sugli impegni da sottoscrivere per ricevere i finanziamenti, anche l’ENI si muove con scaltrezza. Il ministro della Giustizia ha ricordato che senza riforme sostanziali (ossia che taglino nella carne e non solo la pelle del sistema politico/tangentizio) per giungere a ridurre, in 5 anni, del 40% il tempo necessario per giungere ad una sentenza definitiva in campo civile e del 25% in ambito penale, più la “faccenda” prescrizione, non “salterà” soltanto la parte relativa alla Giustizia, bensì l’intero Recovery Plan. E, sinceramente, pur ammettendo la “lunga mano” di Draghi in Europa, non ci sono alternative: i Paesi del Nord Europa, se l’Italia verrà meno ai suoi impegni, faranno blocco e fermeranno tutto perché l’Italia – grazie a Conte – è riuscita ad aggiudicarsi la fetta più grossa del totale.

l’ENI si muove, come sempre s’è mossa, ossia senza mai comparire.

Il piano energetico nazionale richiede una “spinta” come mai era stata necessaria: le Rinnovabili, oggi, da quota 32 GW (di potenza installata) dovranno giungere a 70 GW nel volgere di 8 anni. Mica una storia da ridere: nel contempo, dovrà essere ridotta l quota termoelettrica da fossili. Ahi, ahi…

A parte i tentativi puerili di far passare le centrali a metano nella quota rinnovabile, ricordare che abbiamo a Caorso una bella centrale nucleare…mai entrata in esercizio….che peccato…ma quando la TOTO Engineering ha fatto domanda per un’area di mare a 60 chilometri dalla Sicilia occidentale per installare un campo di aerogeneratori in mare,  ai piani alti dell’ENI c’è stato un sussulto, e subito sono apparse le contromisure.

L’impianto è simile a quelli installati in Scozia e negli USA a grande distanza dalle coste e su alti fondali: le piattaforme sono ancorate al fondo e, dunque, non vi è nessuna altra struttura da costruire. L’impianto, poi, è assolutamente invisibile da terra. Per l’Italia si tratterebbe di un record: i generatori sono 190 da 10 MW ciascuno, per una potenza complessiva di 1.900 MW, pari a 1,9 GW, un primo passo verso l’incremento dei 70 GW richiesti e richiederebbe uno spazio marino di 18 Km2, che corrispondono ad un quadrato di 4,2 chilometri per lato. Ma ecco il trucco.

I 18 Km2, sulla grande stampa, diventano 18 milioni di m2, dimenticandosi che un metro quadrato, in mare, nessuno lo nota. Ma fa effetto, colpisce il numero.

E così possono saltare sul banco le associazioni dei pescatori, dei sindaci, dei traghetti…tutti contro quel furto di un tratto “immenso” di mare che, riportandolo alle unità di misura del mare (i 4,2 km sono circa 2,5 miglia) un traghetto copre in 10 minuti e che non toccano quasi nulla alla pesca. Anzi, una zona di ripopolamento può far aumentare il pescato, come molte sperimentazioni hanno dimostrato. Il tratto in questione, poi, è situato più a Nord delle classiche rotte mediterranee e, non dimentichiamo, è solo una delle tre aree di mari italiani (insieme alla Puglia orientale e alla Sardegna occidentale) dove l’impianto in mare è redditizio quasi come nei mari del Nord.

L’energia elettrica prodotta annualmente sarebbe di circa 5.548 GWh che, sui 333.591 GWh del consumo annuo di sola energia elettrica, sarebbe già una quantità stimabile, non decimali.

Ma l’ENI non demorde, trasforma i km in metri e la gente abbocca: se vogliamo veramente fare qualcosa – sia per i gas serra e sia per l’esaurirsi delle fonti fossili – queste sono le scelte da fare che, in realtà, non toccano niente a nessuno. Ma l’ENI pesca: sempre e soltanto boccaloni.

12 maggio 2019

Governo Lega-5Stelle 2.0

Certamente, Salvini dopo l’uno/due della faccenda Siri e dell’autorizzazione allo sbarco autorizzata da Conte (con impegni già presi di mandarli in Europa), sta meditando se staccare la spina al governo oppure continuare. Il cellulare con Giorgetti sarà caldissimo, anche perché la vicenda di Siri rischia di trasformarsi – con la prosecuzione delle inchieste – e Giorgetti rischia anche lui un avviso di garanzia, perché quell’inchiesta è un filo che si sa da dove parte e non si sa dove andrà a finire. L’atteggiamento dei 5Stelle, complice anche l’avvicinarsi al voto, si è fatto intransigente e la Lega ha perso 6 punti percentuali nei sondaggi in una settimana. Salvini ha provato a scaricare il barile delle espulsioni sulle spalle di Conte e di Moavero, che hanno risposto picche: che fare?

A mio avviso, Salvini non aveva veramente intenzione, dopo le elezioni, di rompere il Governo per tentare l’avventura con il centro-destra nel quale fare il leader indiscusso, perché a parole Berlusconi glielo avrà senz’altro promesso, ma lui non si fida. E fa bene: il vecchio marpione ne sa una più del diavolo in termini di alleanze, e se oggi promette, domani è pronto a farti scivolare via lo zerbino da sotto i piedi. Lo abbiamo visto nell’ultimo governo – socio di Renzi – cos’è stato in grado d’inventarsi (Verdini e tutto il resto).

Ha commesso degli errori, inutile girarci attorno, credendo d’essere il vero capo della coalizione, colui che aveva le redini della politica italiana ed oggi Conte si è ripreso tutto il suo spazio, relegandolo al suo ruolo di ministro degli Interni.

Fidarsi della “parola degli italiani”, che nei sondaggi lo consacrano primo partito? E per quanto? La Lega, più volte, ci ha mostrato di saltare dalle stelle alle stalle in brevi periodi, di passare da momenti di gloria fin quasi all’estinzione.
Relegarsi in un ruolo subalterno, fidando sulla dimostrazione di buon governo? I 5 Stelle sono maestri in quest’arte, e se lui si priva del ruolo di playmaker che si è dato – la politica fatta sui social, le sparate un po’ sopra le righe, la vicinanza con ambienti non proprio coerenti col suo ruolo istituzionale (l’estrema destra, le tifoserie più accese, ecc) – rischia veramente di tornare a percentuali che gli danno sì il ruolo di primo partito nel centro destra, ma non i numeri per governare.

Riflettiamo un attimo con calma: i sondaggi non sono voti, sono sondaggi, adesioni vere o false gettate nella mischia per agitare le acque, ma più volte abbiamo visto cosa succede dei sondaggi dopo le elezioni. Anche così, l’elettorato italiano – interrogato dai sondaggisti – conserva un buon 20% d’indecisi, in grado di cambiare le sorti di qualsiasi governo.

Salvini non può competere con Conte come figura “affidabile” per un elettorato centrista, perché non ne ha la stoffa: è un estremista che però, per vincere, ha bisogno d’inoltrarsi in quella palude del centro che è un marasma difficile da decifrare. Basta un nonnulla, ed i tuoi risultati variano di quel 5% che è il discrimine per governare o restare al palo. Le recenti elezioni ci hanno consegnato un governo “spurio”, che ha accettato la sfida di governare, ed in qualche modo l’ha portata avanti, con ingenuità, sbruffonerie e quant’altro.

Ma la vera mina vagante, il vero pericolo per Salvini è la vicenda Siri, della quale tutto ciò che è avvenuto sino ad oggi è solo la punta dell’iceberg: male ha fatto, il ragazzo, a non liberarsi subito di Siri perché la faccenda rischia di rovinargli addosso come un boomerang.

Tutto nasce dall’ingenuità dei 5Stelle e dalla supponenza della Lega, che ha sottovalutato molti aspetti della vicenda, fidando troppo sulla “faccenda migranti” per creare consenso. I 5Stelle non hanno capito che l’unico modo di ovviare all’ingerenza dei grandi gruppi di capitali (anche mafiosi) nel mondo dell’energia era quella di dar forza allo Stato creando un vero e proprio ministero per l’Energia, con un vero ministro capace di tenere a bada le mille camarille delle lobby dell’energia, e riportare alla mano pubblica quel pianeta che, in quanto a giro di soldi, equivale al possesso di una moneta nazionale. Attenzione: non sto dicendo che con l’una si possano curare le magagne dell’altra, bensì che le potenzialità della ricchezza creata/rubata si equivalgono in termini bruti.

Per capire la faccenda, bisogna sforzarsi di capire il mondo dell’energia, e cercherò di farlo nel modo più semplice e veloce possibile.

Il mondo dei fossili è al capolinea, ma non per le questioni ecologiche, Greta, la CO2 e tutto il resto: per il semplice fatto che l’umanità ha scoperto mezzi più economici e veloci per produrla. Come per ogni grande scoperta, ci vuole tempo perché il nuovo soppianti il vecchio: la ferrovia ci mise circa 70 anni per buttare le carrozze nei musei. E la ferrovia, creò una fortuna immane nelle mani dei Rothschild, che la investirono nella 1GM, con esiti che ben conosciamo: stiamo attenti a non ripetere l’errore.

I mezzi sono due, l’eolico e il solare, con l’idroelettrico ed il geotermico (già conosciuti da tempo) a seguire.
Soltanto 30 anni fa, i pannellini solari li vendevano come giocattoli per i bambini, per deliziarli nel far girare una ventola. 40 anni fa, fui testimone dei primi tentativi della FIAT (centro ricerche di Cambiano) di creare il “Libellula”, una specie d’aerogeneratore con molle, camme e contrappesi che fu installato proprio a Stella (SV), e che ad ogni tempesta andava in mille pezzi. Di acqua ne è passata sotto i ponti.

Premesso che entrambi i metodi sono validi ed essenziali per la continuità di fornitura e per ovviare ai capricci del sole e del vento, il fotovoltaico va bene per le forniture domestiche in loco (si ovvia a molti, onerosi trasporti d’energia) mentre l’eolico è il vero sistema di potenza.

Un odierno aerogeneratore da 3 MW di potenza, quando ruota al 50% della potenza produce 1.500 KWh: per ottenere lo stesso risultato, sono necessarie almeno 2000 installazioni su tetti in altrettante case. Ossia tutte le case di una cittadina di 5000 abitanti: ma non fate il tifo per l’uno o per l’altro, servono entrambi per l’equilibrio del sistema.

Chiudo la parentesi tecnica ricordando di non spaventarsi per l’incostanza delle fonti: c’è l’idroelettrico a compensare, ed anche le turbine a gas metano (per ora), ma quando il sistema sarà abbastanza esteso ed interconnesso non saranno necessarie più nemmeno quelle.

E veniamo ai costi.

Il sistema eolico costa circa 1 milione di euro per MW installato, tutto compreso: i costi diminuiscono man mano che il tempo passa, ma teniamo per buono quel dato empirico.
Ci vogliono capitali, e lo Stato decise che l’eolico era patrimonio dei privati: poteva usare la Cassa Depositi e Prestiti, ma non lo fece. Approfondiremo in seguito.

E’ molto raro che i Comuni comunichino i dati dei soldi che incassano per quelle installazioni sul loro territorio – io li conosco, ma a “microfono spento”, oppure andando a spulciare il bilanci – però in qualche caso l’hanno fatto.

E’ il caso di Firenzuola (FI), che ha installato (dal 2014) un parco eolico su 7 aerogeneratori per complessivi 13,6 MW di potenza installata, che produce circa 28 GWh l’anno.
Il costo d’installazione, dunque, è stato di 13,6 milioni di euro: in quanto tempo si ammortizza l’impianto?
Dipende da quanto produce: l’articolo in esame (1) afferma 28 GWh, (che  secondo i miei calcoli dovrebbero essere 35): anche qui, c’è sempre qualcuno che vuole nascondere la sabbia sotto il tappeto, ma teniamo buono quel “28”.
A questo punto bisogna stabilire quanto pagherà Terna per il singolo KWh, che l’ENEL ci vende a circa 30 centesimi di euro: il prezzo varia da 3 a 20, secondo le ore del giorno, ed a fissarlo è la Borsa Elettrica: operando una media ragionata ed abbastanza precisa, si può fissare a circa 12 centesimi il KWh.
L’impianto rende dunque circa 3,3 milioni di euro l’anno, che è abbastanza in linea coi dati consueti: un impianto ha un ammortamento di circa 5-6 anni. Ossia, la società di gestione allo scadere del 5° anno avrà pagato l’impianto e, con la sola manutenzione, incasserà 50 milioni di euro nei successivi 15 anni.
E il Comune?

Al Comune andranno 170.000 euro l’anno, ossia circa il 5% dell’incasso annuo in energia.  Così è per tutti gli impianti eolici, che devono avere l’approvazione del Comune. Sarà proprio così? Solo il 5%?
Poco? Tanto?
E’ come per la società Autostrade, che si decise di venderla ai privati: da quel momento, non essendoci più profitti, tutto il sistema viario italiano cominciò a decadere.

Riflettiamo che, l’eolico, è uno degli investimenti più sicuri, redditizi e legali che ci possano essere: quale azienda la ammortizzi completamente e senza rischi dopo 5 anni? Poi, 15 anni di profitti, quindi un intervento per cambiare i rotori e…via per altri 20 anni! Magari si lamenteranno pure che bisognerà ridare la vernice ai pali, oppure Italia Nostra chiederà a gran voce la demolizione del tutto.
Ora, io sono d’accordo che non si può costruire un impianto vicino ad un’abbazia romanica, ma a qualche chilometro non disturba proprio nessuno, nemmeno il più esigente degli esteti! Non la vogliono proprio? L’alternativa è una mini centrale nucleare (modello sottomarino nucleare) nel giardino di casa: la vuoi?

Se, invece, la Cassa Depositi e Prestiti avesse finanziato l’intervento, i soldi ora sarebbero rientrati in casse pubbliche per essere usati per nuovi bisogni: così s’impoverisce lo Stato! Esattamente come per la moneta!

E’ chiaro che, nel caso di Siri, non si è trattato di una semplice (e misera) tangente (sempre che sia così) ma dell’emergere, per un attimo, del marasma che questa vicenda sottende.
La Magistratura siciliana, già da tempo, aveva evidenziato i legami fra Cosa Nostra ed il mondo dell’eolico: c’è da meravigliarsi? Possibile che un simile affare sfugga ai mammasantissima?

E allora…lo Stato si disinteressa dell’Energia…nomina sì un sottosegretario con delega – tale Davide Crippa (5Stelle) – il quale, però, non ha mezzi ( o non vuole) intervenire sulla materia.
L’importante è che “qualcun altro” possa garantire che quel flusso di denaro e di rendite – il vento sono solo soldi che volano per l’aria – che il sistema eolico assicura: non importa se le aziende si chiamano Tizio, Caio o Sempronio, l’importante è che assorbano i “surplus” delle attività criminali delle Mafie e li riciclino nel modo più pulito possibile. E cosa c’è di più pulito del vento?

Ecco, allora, che un ex parlamentare di Forza Italia – tale Paolo Arata – cerca disperatamente di far scegliere Siri al ministero dello Sviluppo Economico (dove, oggi, c’è Crippa) perché sapeva che, da quella poltrona, Siri sarebbe potuto essere di grande aiuto per i suoi affari. Ma non ci riesce, e Siri va ai Trasporti.
Affari pericolosi, giacché il nostro – in un’intercettazione – diceva di Vito Nicastri “La persona più brava dell'eolico in Italia” pur sapendo che Nicastri era agli arresti domiciliari per la sua vicinanza al boss Mattia Messina Denaro. E aveva inviato, chissà perché, suo figlio Franco Arata (pure indagato) ad Alcamo – residenza coatta di Nicastri – mentre aveva “piazzato” l’altro figlio, Federico,  accanto a Giorgetti, come “consulente”.
Un bel casino per Salvini.

Ora, non m’interessa la colpevolezza o l’innocenza di questi signori: mi sembra che ci sia abbastanza materiale per capire ciò che la gente non deve sapere: storditi dall’innocenza di Greta, gli affari sotterranei delle Mafie devono continuare, in un settore che ha l’immagine della “pulizia”, l’energia “pulita”.

Ora, domandiamoci quale potrà essere il futuro del Governo.
O si mettono d’accordo per depurare tutti gli ambienti decisionali dalla gente vicina alle mafie ed agli ambienti contigui (perché le mafie non si presentano mai con la coppola dicendo: “buongiorno, sono il capobastone di…). Compare, invece, un distinto signore – il quale, magari, è all’oscuro di tutto – ma non ci deve essere pietà per nessuno: sta ai partiti politici verificare chi mettono in lista!
L’altra alternativa è andare ad elezioni con Berlusconi che (se ce la farà) spadroneggerà dietro le spalle di Salvini, o qualche trucco contabile di Mattarella, Cottarelli, la trojka e roba del genere.

Tertium, non datur.

20 aprile 2019

Abitudine consolidata

La vicenda di Armando Siri sarebbe soltanto la solita storia di corruzione italiana: come si faccia a nominare Sottosegretario un pregiudicato, bisognerebbe spiegarcelo. Perché il fringuello, tre anni fa, patteggiò una condanna a 18 mesi per bancarotta fraudolenta. Ricordando che il patteggiamento sottende un’ammissione di colpa, la domanda che sorge spontanea è: non c’era proprio nessun altro per quel posto (1)? Ma passiamo oltre, perché la vicenda ci porta direttamente in quel dell’energia, ed è qui che le sorprese non mancano.

Tutta la questione ruota intorno ad un dato: il costo di produzione di un KW con il sistema eolico è diventato il più conveniente fra tutte le fonti energetiche, al punto che Bloomberg (2-3) prevede in Italia per il 2030 il 90% del fabbisogno da rinnovabili e per il 2050 la totale scomparsa del sistema termoelettrico. Mi sembrano dati un poco ottimistici (ed il grafico decisamente fiducioso), però un fatto è certo: con il costo del KW eolico sceso sotto la soglia dei 6 centesimi il Kilowattora, le fonti tradizionali sono fuori mercato. Tutte, carbone e nucleare comprese. Fra l’altro, si pensa d’utilizzare le batterie usate (ma ancora con l’80% di rendimento) provenienti del settore auto elettriche per ovviare all’intermittenza insita nella fonte. Come è avvenuto tutto ciò?

Molto semplicemente, visto che il “palo” bisogna mettercelo, tanto vale farlo più alto e metterci un generatore di maggior potenza: dai mulini a vento da 1 MW di potenza, nel mondo oggi si installano generatori da 7, 9, fino a 12 MW per ogni singola installazione. In Italia molti generatori sono ancora di prima generazione, ossia intorno ad 1 MW di potenza, ma basta fare due conti per capire dove andrà il mercato. Quasi una moltiplicazione per 10.
C’è un problema?
Sì, c’è.

Posto che le nuove installazioni costano di meno per singolo MW di potenza installata (palo più robusto, ma sempre un palo, generatore più potente, ma sempre un generatore, ecc) va da sé che, come investimento, è più costoso.
Esempio: un mulino da 1 MW, costa un milione di euro (1 milione di euro/MW) un generatore da 5 MW 4 milioni di euro (800.000 euro per MW) ma sempre di 4 milioni si tratta. Che poi, avendo una vita utile di almeno 30 anni, si ripagheranno ampiamente: il problema è l’investimento iniziale.
Chi ha molti soldi da investire?
Ecco, qui il problema.

Fra i molti che pensano che l’investimento sia redditizio, ci sono anche le mafie, che hanno soldi a bizzeffe ma non sanno come “lavarli”. Qui nasce la vicenda di Siri.
Non stiamo ad indagare troppo sulla tecnica della “lavatrice” – giri su banche estere, paradisi fiscali, ritorno (abbastanza) puliti, ecc – quanto sulla certificazione che tutto è a posto. E, per questa ragione (oltre che per i permessi, le approvazioni tecniche, ecc), servono i politici – meglio se ben agganciati alle realtà locali – per “oliare” il meccanismo.
Non fatevi fuorviare dalle filippiche di Sgarbi: lui non era, per principio, contro l’eolico o contro le mafie. Il tizio era, semplicemente – tramite Chicco Testa – un alfiere delle centrali nucleari che l’ex direttore dell’ENEL sperava di riportare in Italia. Ma l’Italia porta sfiga al nucleare: fa un referendum e scoppia Cernobyl, tenta di nuovo ed arriva Fukushima…no, Chicco Testa gettò la spugna e Sgarbi se ne andò da Salemi, dove prevedeva una centrale fra le “fu” che voleva installare Berlusconi.
Poi, il prezzo per KW – sempre quello – ha fatto la differenza.

La mafia siciliana – secondo la DIA – ha ampiamente investito nell’eolico, questo è assodato. Perché?
Poiché l’eolico è un grande affare, come le autostrade, come le “grandi” opere.
Ve lo spiego in due parole, semplificando un po’.

Prendiamo un aerogeneratore da 1 MW di potenza massima (di picco). Quanto produrrà?
Dipende dal vento, ovvio. Ci sono delle tabelle che indicano la velocità media del vento: ovvio che si mettono dove il vento è più forte e costante.
La “resa” di un aerogeneratore si calcola in ore annue alla potenza massima: in un anno, ci sono 8760 ore. Dall’esperienza (ma restando “bassi”) calcoliamo in 2500 ore annue (3) alla massima potenza la resa della macchina: sono esattamente 2500 MWh (1 MW = 1000 KWh).
A quanto si vendono? Dipende dalla Borsa Elettrica – nella giornata il prezzo varia da 30 a 200 euro per MWh – ma restiamo sempre “bassi”. Se prendiamo un valore basso – 60 euro a MWh – fanno 150.000 euro l’anno. Difatti, si calcola che un aerogeneratore si ammortizza in 6-7 anni, ma ci sono da pagare i Comuni ed i proprietari del sito, la manutenzione…facciamo pure 10. Il fatto è che queste macchine durano (almeno) 30 anni. In 30 anni, rendono 4,5 milioni di euro l’una, a fronte di un investimento di un solo milione. E senza calcolare certificati verdi ed altre prebende.
Capirete bene che un investimento che triplica o quadruplica nel volgere di 30 anni, fa gola: ed inizia a rendere soldi subito, appena installato. E’ un investimento che rende, annualmente, intorno al 5-10% annuo, mentre BOT e CCT non vanno oltre il 2,5%.
Non è un caso che il fotovoltaico è stato lasciato anche alle piccole utenze, mentre l’eolico è solo per grandi gruppi (tutti privati).

Si rinnova la vicenda delle autostrade: quando un settore rende, o lo si fabbrica con soldi pubblici e poi si vende ai privati, oppure lo si cede da subito al settore privato. Vi chiederete perché all’estero si installano grandi wind farm al largo delle coste ed in Italia no. E chi sarebbe il beneficiato per l’occupazione di quelle aree? Lo Stato. Ma si può far meglio: perché lo Stato non emette dei wind bond e fa poi fabbricare ed installare i mulini ai privati, mantenendo la proprietà del sito e dei proventi? Investimento sicuro, redditività alta, ricchezza diffusa. No, non s’ha da fare: meglio regalarli alle mafie. Ci prendete per scemi?

Fa specie l’inattività totale del M5S sul fronte dell’energia: pazienza la Lega – che c’è dentro fino al collo in quelle faccende – ma il M5S ha sempre fatto dell’energia rinnovabile il suo cavallo di battaglia. Perché tace?
Il sig. Davide Crippa (M5S), sottosegretario con delega all’energia, ha proposto tre leggi (nessuna ancora approvata): due sull’inquinamento elettromagnetico ed una sul pagamento dell’IMU da parte delle piattaforme petrolifere. Un po’ pochino? Eh, certo: il vero sottosegretario all’energia lo faceva Siri, col suo giro di tangenti!

La tangente intascata (questo sostengono, con prove di intercettazioni ambientali e telefoniche i magistrati) da parte di Siri era diretta (almeno, pare) ad ottenere degli sgravi fiscali per il mini-eolico, ossia per una diffusione “familiare” dei mulini, un po’ com’è avvenuto per il solare.  Questi sgravi, per i grandi impianti eolici non servono – ce la fanno da soli a produrre a prezzi concorrenziali – mentre i piccoli necessitavano di un “aiutino” che il settore eolico chiede da sempre. Si vede che la mafia puntava su molti investimenti fatti dai privati per poi lucrare sui guadagni tramite il controllo delle società di gestione (quello, pare, era il “lavoro” degli Arata, padre e figlio).

Così è partita la trafila, dalla Sicilia a Genova, presso un ex deputato di Forza Italia (Paolo Arata), padre di un “collaboratore” nominato da Giorgetti al ministero, che ha contattato Siri e consegnato la “busta”. Questo, in sostanza, il racconto (con prove) dei magistrati.
Ma Siri non conosce bene il mondo dei “picciotti” ed è incorso in uno sgarro piuttosto grave: l’emendamento richiesto fu sì presentato, ma mai approvato. E che minchia fa, quello? Piglia i spicciuli e poi non fa una minchia? Eh, Siri…impara da Salvo Lima, altrimenti…

E così è arrivato il “pizzino”, sotto forma di “soffiata” ai magistrati inquirenti e, adesso, il genovese è nei guai: ma proprio un tipo del genere dovevano mettere a fare il sottosegretario?!?


(3) E’ evidente che il rendimento è intermittente e variabile: oggi gira piano, domani è fermo, dopodomani gira veloce…quelle 2.500 ore sono la somma di tutte queste variazioni considerate alla massima potenza.

23 maggio 2017

Desertec? Ci vorrebbe un secondo Mattei!


Chi si ricorda più del progetto Desertec? Svanito nelle nebbie, anzi nelle sabbie del Sahara.
Un progetto che doveva portare in Europa il 15% del fabbisogno elettrico complessivo, un mare d’energia. Ed un mare di soldi. Tolti ai petrolieri.
Invece, niente. Non se ne fa più nulla. Come mai?
Ufficialmente il progetto è ancora esistente, almeno nelle carte del consorzio delle imprese che lo sorreggevano: in realtà, tutto si è fermato nel 2011.
Di chi la responsabilità? Di tutti, o di nessuno.
Vediamo.

Il progetto nasce nel 2003, e si capisce subito che è “roba grossa” – un investimento di 400 miliardi di euro – ed è spiccatamente tedesco, per i progetti e per le aziende che lo sorreggono. Tecnicamente, Desertec si proponeva di raccogliere energia solare ed eolica, tramite solare termodinamico od a concentrazione, fotovoltaico ed eolico per alimentare le reti interne dei Paesi nordafricani ed esportare il surplus d’energia, stimato pari al 15% del consumo elettrico europeo. Un “fetta” enorme della torta energetica europea.

Si potrà dire che si tratta(va) del solito progetto condotto dalle solite oligarchie finanziarie planetarie per guadagnare i soliti miliardi dagli investimenti ma, del resto, c’è qualcosa che non è prodotto dagli investimenti finanziari internazionali? Certo: l’insalata dell’orto.
Dall’altra, dobbiamo riconoscere che il progetto avrebbe consentito una maggior ricchezza per i Paesi nordafricani ed un considerevole risparmio (circa 30 euro/Megawatt/ora) per gli utenti. Inoltre, avrebbe consentito quella “transizione” verso l’elettrico da fonte rinnovabile che potrebbe essere la salvezza del Pianeta.

Ora, io non so se l’aumento delle temperature – e non venite a raccontare fandonie: ogni anno c’è un aumento “record” delle temperature – sia d’origine antropica o naturale. Non me ne frega un emerito picchio. Quello che so, per certo, è che ogni kg di combustibili fossili produce 3, qualcosa kg di anidride carbonica e la CO2 è scientificamente provato che – insieme ad altri gas nitrosi e a parecchi idrocarburi gassosi – riflette la dispersione verso l’infinito dei raggi solari. Poi, che siano più importanti le centrali termoelettriche o le scoregge delle vacche nella produzione, le foreste oppure il fitoplancton nella fissazione della CO2 non ha nessuna importanza: il dato essenziale è non aggiungerne.

Tutto fila liscio fino al 2009 – occhio alle date! – quando si comincia seriamente a pensare di costruire le prime centrali. Ma, l’aria – anzi, il Ghibli – cambia. Ci sono le cosiddette Primavere Arabe da ascoltare, da gestire, da combinare con i propri interessi.
Appena scocca il 2010 fioriscono, come i lamponi nella taiga: Tunisia, Egitto, Libia. Non se ne può più di questi dittatori che si atteggiano a Presidenti! Ci vuole democrazia! – urla una Clinton che sembra una Albright rediviva.
Oggi, abbiamo i Presidenti che fanno i Dittatori, ma va bene così: nessuno si lamenta più, dal Cairo a Rabat. Chi si lamenta rischia grosso, chi non ne può più scappa in Europa. E tocca a noi mantenerli, mica agli USA.

La Germania – nota a margine – durante la guerra contro la Libia restò muta come un pesce abissale: non solo non vi partecipò, ma neppure mosse un labbro per appoggiare chiunque. D’altro canto, sprecare le parole – quando è inutile – non serve.

L’Italia, invece – Paese sconfitto nella 2° GM come la Germania – si diede un gran daffare per slinguazzare inglesi, francesi ed americani, perdendo fior di commesse e di succosi contratti con la Libia di Gheddafi. Dopo la guerra, la spartizione del petrolio e dei contratti d’appalto fu eseguita con il manuale Cencelli e, guarda a caso, proprio in quegli anni si “scoprì” il petrolio – ed a darsi un gran daffare – in Lucania. Strana coincidenza, vero?

Oggi, perché il progetto Desertec va in malora?
Cominciando da Ovest, c’è l’annoso problema del Sahara Occidentale (ex Sahara spagnolo), spartito fra Marocco e Mauritania, ma considerato dall’ONU una nazione indipendente, con una postilla “non completamente libera”. Con un governo in esilio in Algeria.
La Spagna, per tagliare la testa al toro, decise che non un kW d’energia prodotta laggiù avrebbe attraversato la Spagna. Finis.
L’Algeria, molto semplicemente, ha dichiarato che le riserve energetiche – di nessun tipo – sono sotto il controllo statale, e quindi non disponibili per investitori esteri. Il Marocco è sempre in lotta con la Mauritania per la questione sopra esposta, e quindi poco affidabile.
Cosa rimane?

La Tunisia.
Già, perché né la Libia né l’Egitto sono considerati affidabili per creare infrastrutture costose e, soprattutto, facilmente attaccabili dai vari terrorismi – Al-Qaeda e Daesh (e dai loro padroni) – e dunque…rimane la Tunisia…che è certamente un Paese affidabile, stabile ed inattaccabile. Come no.

La storia termina qui perché, per la produzione solare, è molto importante la posizione dell’impianto – ossia la longitudine (meridiani) dov’è situato – poiché la produzione/consumo non può essere differita nel tempo: siccome la corrente elettrica corre nei fili alla velocità della luce, è perfettamente inutile creare un simile impianto in Arabia Saudita, che potrà servire per alimentare Mosca oppure Kiev, non certo Madrid o Parigi.

Certamente Mubarak e Gheddafi non erano stinchi di santo, però Gheddafi era la sola persona in grado di garantire quegli investimenti: oggi, dopo la “Primavera” è arrivata l’infinita “Estate” libica, nel senso che sono tutti in vacanza e non si sa più a che santo votarsi per governare il Paese.

Il progetto Desertec è sfumato: qualcuno piange ma gli USA, che hanno avuto recentemente ben due presidenti petrolieri, non sono di certo in gramaglie. Anzi. Furba l’Europa dei banchieri, vero?

21 febbraio 2013

Il fallimento dell’ambientalismo italiano



In questi tempi elettorali, quando tutti diventano pavoni e fanno la ruota per attrarre meglio gli elettori, i Verdi sono scomparsi: oggi, fanno la ruota (di scorta) nella formazione di Ingroia, ma non esistono più come proposta politica originale e moderna. Oddio: per com’erano conciati non se ne sente proprio la mancanza.

In Europa (e non solo) la situazione è ben diversa: dalla Germania – dove oscillano intorno al 10%, ed hanno avuto in passato addirittura il Ministero degli Esteri (Joschka Fischer) – alla Gran Bretagna, dove sono riusciti ad entrare a Westminster nonostante la note forche caudine del sistema elettorale britannico.

Ma i Verdi sono dappertutto, dalla Slovacchia alla Georgia, dal Portogallo alla Bosnia: l’anomalia italiana è degna d’attenzione perché è un fenomeno in controtendenza, una stranezza vera e propria.



In prima istanza, salta agli occhi la pochezza della proposta politica che, negli anni, è andata degenerando sia nei contenuti e sia, soprattutto, nelle persone.

Un carrierista come Pecoraro Scanio non lo si vedeva da anni, anche Rutelli incocciò i Verdi e vi militò per anni: è dai tempi di Edo Ronchi che non si vede un ambientalista vero, ossia una persona competente che sapeva scrivere leggi e farle approvare. Difatti, fu defenestrato.

Ci sono parecchie ragioni – e sono tutte ragioni interne, italiane – per il fallimento dei Verdi.



Il partito Verde italiano ha sempre cercato consensi soprattutto nell’associazionismo, che in Italia significa Legambiente ed Italia Nostra. La prima vagamente “di sinistra” e più attenta al rapporto energia-ambiente, la seconda meno schierata pubblicamente e più impegnata nella difesa dei patrimoni ambientali. Se i Verdi sono spariti come partito autonomo, qualche responsabilità si dovrà cercarla da quelle parti.

Mentre le posizioni di Legambiente possono essere per lo meno accettabili – se non altro, attuando un confronto con la pochezza della politica italiota – quelle di Italia Nostra sembrano una sorta d’ambientalismo umbertino: un vero diletto per sartine di periferia ed ufficiali di cavalleria.

Basti pensare che sono contrari all’eolico – come Sgarbi e l’ENI, tanto per citarne due a caso – e se si riflette su ciò che hanno portato avanti i Verdi tedeschi sul tema dell’energia c’è da farsi accapponare la pelle, chiedendosi “ambientalisti dde che?!?”.



Non stupisce dunque la sortita di un Bonelli qualunque, il quale vorrebbe “abolire il motore a scoppio per legge” (0). Se gliela approvano…in ogni modo, Bonelli dovrebbe sapere qualcosa di più pannelli fotovoltaici e di motori elettrici. Prima di presentare la legge, s’intende.



“Andremo in Parlamento e proporremo una legge che nei prossimi dieci anni abolirà il motore a scoppio e lo consegnerà al museo, questo è il futuro.” (1)



Ottimo intento, nulla da eccepire ma…scusi, Bonelli…ehm…cosa ci scriverà in quella legge?



Il sistema dei trasporti richiede circa 1/3 dell’energia primaria che viene consumata in Italia: 200 MTEP (Milioni di Tonnellate di Petrolio Equivalente) il consumo italiano (senza considerare le variazioni da un anno all’altro, il fattore “crisi”, ecc, perché non hanno senso nel quadro di grandi numeri che andremo ad indagare).

Un terzo dell’energia primaria è circa 66 MTEP.

Il quadro della produzione eolica/fotovoltaica italiana è pressappoco questo, perché varia parecchio con le nuove installazioni:



Produzione fotovoltaica 8 TWh (2)

Produzione eolica: 10 TWh (3)



Già si nota un piccolo particolare: l’eolico produce di più del fotovoltaico. Entrambi, sostituiscono due centrali nucleari, forse tre (poiché le centrali nucleari non hanno mai superato, storicamente, il 70% della potenza installata).

E’ senz’altro un buon risultato, ma andiamo avanti.

Qual è il fattore di conversione fra l’energia elettrica ed il petrolio grezzo? Eccolo:



1 MWh = 0,24 TEP (media) (4)



I puristi delle analisi energetiche diranno che dipende dall’apparato di trasformazione – eh, lo so benissimo…– però, se vogliamo capire qualcosa, bisogna sopportare qualche generalizzazione.

Ecco allora (altra approssimazione) che con una tonnellata di petrolio si genereranno 4 MWh, con 1 milione (ossia una TEP) 4 milioni di MWh, ossia 4 TWh.

Siccome i trasporti “ingoiano” ben 66 MTEP corrisponderebbero – in un ipotetica rivoluzione della trazione, elettrica o mista elettrica/idrogeno – qualcosa come 264 TWh, che non sono per niente un’inezia.

Dove trovare 264 TWh?



Beh, per prima cosa vediamo se sono proprio 264 TWh, o se si può risparmiare qualcosa.

Per nostra fortuna e di Bonelli (lo saprà?) l’auto elettrica ha un rendimento che fa paura: il motore elettrico ha rendimenti che superano il 90%, contro il 30% (circa) dei motori a scoppio. Però.

Però, ogni ciclo di carica/scarica delle batterie si “prende” un buon 15/20% che porta in rendimento effettivo al 75% circa. Se, poi, volete che si ricarichi mediante Idrogeno e celle a combustibile sono dolori, perché ciascuno di questi sistemi – produzione d’Idrogeno da energia elettrica e d’elettricità da Idrogeno – ha un rendimento ottimale del 70%.

E ci sono ancora da considerare le perdite sulla rete che, in ogni modo, non sono un gran che.

Quindi calcolando le perdite si giunge dapprima al 50% e, successivamente, al 35% (sempre “circa”).

Beh, non è un cattivo risultato: col petrolio – se calcoliamo tutta la “filiera” (dal greggio al carburante, più i trasporti) – la cosa va molto peggio.



C’è, però, un vantaggio: l’auto elettrica ferma in coda non consuma nulla, mentre un’auto a benzina, con il motore al minimo, consuma ugualmente 1,5-2 litri l’ora. Un vecchio studio (che non ritrovo più) indicava in 1/7 l’energia sprecata in coda e, osservando l’autostrada dei Fiori sotto casa mia d’estate, non ho alcun dubbio a crederci.

Il rendimento della nostra auto elettrica risale al 42%%, ma c’è un secondo aspetto che giunge in aiuto: la ricarica delle batterie in fase di frenata!

I dati sono molto confortanti e forniscono addirittura un 30% di risparmio con la ricarica in frenata: certo, dipende molto dal percorso, però è una legge della Fisica che niente va distrutto, ma solo si trasforma.

Risalendo al 57% di rendimento, la nostra auto elettrica si trova in buona, anzi ottima posizione nel panorama dei trasporti: tenete presente che i treni sono già elettrici e possono diventarlo anche le navi (per ora abbiamo solo i sommergibili classe “Scirè” e le loro “fuel cells” ma sono già operativi) e addirittura gli aerei. (6)



Veniamo alle dolenti note.

Se tutto l’apparato di trasporto fosse elettrico, dovremmo trovare il 57% di 264 TWh, ossia 150 TWh: stiamo muovendoci in un ordine di grandezza che è quello del fabbisogno elettrico italiano!

Tornando per un attimo alla produzione fotovoltaica ed eolica, bisognerebbe installare 15 volte il numero d’aerogeneratori presenti oggi oppure quasi 20 volte quello dei pannelli solari.

Detto questo: se pò fà?



Ci sono considerazioni di costo, d’opportunità e di mentalità.

Il costo del KWh fotovoltaico – lo sappiamo tutti – è fasullo: viene coperto con i contributi che tutti paghiamo in bolletta. Questo dà luogo ad un’ingiustizia ben nascosta: l’ENEL compra energia dal piccolo produttore (il quale prende il contributo), la rivende al vicino di casa più povero (che paga salato il contributo stesso, oramai i costi “fissi” in bolletta sono pari al consumo) e l’Italia può raggiungere gli obiettivi europei del 2020. Come al solito, paga Pantalone.

Un vantaggio del fotovoltaico è che produce di giorno, quando le attività umane richiedono più energia e quindi c’è più richiesta. Il passaggio dal tradizionale Silicio alle celle a coloranti organici abbatterà senz’altro il prezzo, ma anche il rendimento l’8-10% contro il 15-17% (7).



Maggiori possibilità sono offerte dall’eolico, il quale produce quasi al costo del carbone, ma è discontinuo: questo, però, non è uno svantaggio poiché l’Idrogeno si può produrre di notte e vendere di giorno. I problemi sono altri.

La massa d’aerogeneratori è impressionante: l’attuale potenza installata è intorno ai 5.700 MW (8), il che significherebbe installarne altri 75.000 circa, i quali – considerando macchine grandi, da 5 MW – vorrebbe dire 15.000 aerogeneratori.

Una simile, enorme realizzazione dovrebbe essere fatta in mare – al limite delle acque territoriali, per ovvi motivi paesaggistici – e per sfruttare il maggior rendimento: un incremento del 30% contro costi superiori del 25%. In ogni modo, non è vero che in Italia l’eolico non è conveniente: nel basso Adriatico, nel Canale di Sicilia e in Sardegna si raggiungono le 3500 ore/anno di rendimento, ossia quasi un 40%.



Qui c’è il terzo problema: la mentalità. Quando – intorno al 1830 – fu iniziata “l’avventura ferroviaria” nessuno immaginava reti di decine di migliaia di chilometri, tanto meno velocità medie superiori ai 100 Km/h: eppure, nell’arco di mezzo secolo, fu realizzato.

Questo cambiò la storia del mondo, poiché le grandi banche d’affari (leggi: Rothschild) per la prima volta divennero più importanti del bilancio degli Stati nazionali, al punto d’essere determinanti: l’Austria-Ungheria fece male i calcoli e dovette vendere ai privati un gran numero di linee.

La cosa si ripercosse, poi, sui finanziamenti di guerra che durarono (per la restituzione) fin quasi alla Seconda G.M.



Oggi – proprio per non incorrere negli errori del passato – sarebbe sbagliato ricorrere agli investitori privati (cioè, le banche): più interessante fornire la possibilità d’investimento in “bond energia” – con buoni rendimenti e garantiti dallo Stato, proprietario degli impianti – poiché le economie “di scala” ed il basso costo della produzione eolica lo consentirebbero. Ma si finisce in un altro guaio.



Una fonte sicura d’investimento, come l’energia, priverebbe il mercato tradizionale dei BOT e dei CCT di domanda, con la conseguenza – paradossale – che sia più necessario finanziare il debito piuttosto che un’azione che ti porterebbe fuori (almeno in parte) dal debito.

Immaginate cosa vuol dire risparmiare decine di miliardi l’anno sulla “bolletta energetica”.

Ma c’è di mezzo l’ENI.

Ora, l’ENI è un’azienda dove ci sono più uomini dei servizi che benzinai: se qualcuno ha ancora dei dubbi, prendetevi una vista di come è stata gestita la prima centrale termodinamica italiana (sperimentale), iniziata nel 2004! (9). Tutto quello che non è fossile non passa, parola di Paolo Scaroni: un pregiudicato alla testa della principale holding italiana dell’energia! (10)



E torniamo al nostro patetico Bonelli, il quale pensa di rimediare a tutto questo con una “legge”: mi torna alla mente il “Dittatore dello stato libero di Bananas, con Woody Allen, il quale emanava leggi che pretendevano che – nell’isola Caraibica – “la lingua ufficiale fosse lo svedese e le mutande andassero portate sopra i pantaloni”.

Se proprio non vuole dare ascolto a chi scrive, ci sono persone come Ugo Bardi o Debora Billi che lo possono ragguagliare: è una faccenda un pochino più complicata, che ha sì una soluzione, ma…pensare di fare una legge e risolvere tutto…fa ridere i polli. Come “risolse” Pecoraro Scanio!



Così è l’ambientalismo italiano: caciaro e buffonesco, acchiappagonzi e più attento ai pacchetti di voti…che ci volete fare…non è un caso se sono spariti…

Ci vorrebbe altra gente, più onesta intellettualmente e capace di un tizio che ti fa un filmato di un paio di minuti…ti fa vedere l’auto con la spina dell’elettricità…il pannellino solare che si piega…certo, guarda il dito e non pensare alla Luna.



Io, da parte mia, voterò Grillo: se non altro, avrò la soddisfazione di stare a guardare cosa succede in Parlamento. Magari ci divertiremo di più.



(0) Vedi: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/02/09/bonelli-rivoluzione-civile-in-parlamento-per-abolire-motore-e-scoppio/220295/



(1) Vedi: http://www.esserecomunisti.it/?p=54362



(2) Fonte: http://ecoalfabeta.blogosfere.it/2012/01/fotovoltaico-litalia-e-la-seconda-potenza-mondiale.html



(3) Fonte: https://www.swe.siemens.com/italy/web/pw/press/News/Pages/InnovazioniEolicaExpo2012.aspx



(4) Fonte: http://195.103.237.153/minisiti/energia/documenti/Servizi/prontuario/unit.htm



(5) Fonte: http://www.consulente-energia.com/auto-elettrica-ibride-elettriche-plugin-come-calcolare-quanto-si-risparmia-consumano-in-100-km-rispetto-auto-benzina-gasolio-euro-litro.html



(6) Vedi : http://www.ariannaeditrice.it/vetrina.php?id_macrolibrarsi=21387



(7) Fonte: http://www.cnr.it/istituti/FocusByN.html?cds=063&nfocus=10



(8) Fonte : http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&frm=1&source=web&cd=1&cad=rja&ved=0CEAQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.enea.it%2Fit%2Fenea_informa%2Fdocumenti%2Fquaderni-energia%2Fenergiaeolica.pdf&ei=4_4lUcjtHuf44QSFs4H4Dw&usg=AFQjCNHwQXmewpSRGJ3Jtwtf8DLt7XLS6g&bvm=bv.42661473,d.bGE

(9) Vedi : http://magazine.quotidiano.net/ecquo/ecquo/2010/07/14/inaugurata-a-priolo-la-centrale-solare-a-concentrazione-ideata-da-rubbia-finalmente/



(10) Fonte : Mani pulite: la vera storia : da Mario Chiesa a Silvio Berlusconi / Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio.