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22 dicembre 2019

Regalo di Natale (con ammennicoli vari…)

Natale è la vera festa dei cattolici: dovrebbe essere, in realtà, la Pasqua la quale contiene e condensa in pochi giorni (o, addirittura, ore) tutta la vicenda di un certo Joshua bar Joseph (Gesù figlio di Giuseppe), che sarebbe diventata la colonna sonora di due millenni di storia, oggi conclusa, terminata, smarcata dalle cronache religiose del pianeta. Vedremo poi.
Già, Natale…però il Natale, celebrando la nascita del Redentore delle Anime, sconfessa apertamente chi non aveva riconosciuto in lui il Davide, il Grande Re Davide che avrebbe riportato alla gloria il grande popolo d’Israele. Non l’hanno riconosciuto? Ben gli sta! Giù la testa!

Se il grande regno di Davide mai non giunse, anche il surrogato – ossia il povero Joshua bar Joseph – non fu una gran trovata. Ossia, lo fu sotto l’aspetto secolare, di potere – indubbiamente servì a tanto per superare la crisi dell’Impero Romano e trasformarlo nel Sacro Romano Impero, con annessi e connessi – ma fallì totalmente sotto l’aspetto della religione e, soprattutto, della contigua filosofia religiosa. Prima di partire, ricordiamo una curiosità: il primo a godere dell’appellativo di Pontifex Maximus (pressappoco “guida suprema”) fu…Giulio Cesare! Dopo di lui, tutti gli imperatori romani.
Bisogna partire da lontano per capire tutto l’arzigogolo, e quando si dice da lontano quel “lontano” è, niente popò di meno che…Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus, in arte Nerone, quinto imperatore romano. Perché?

Perché Nerone aveva ben compreso che il futuro dell’Impero non era nella lontana Britannia o nella riottosa Germania, bensì nel Mediterraneo: ossia, voleva spostare il baricentro dell’Impero verso Oriente, non verso l’inospitale Nord. Nel 67 d. C. si recò in Grecia e concesse a tutti i Greci l’immunità, qualcosa che si avvicinava alla cittadinanza romana, ed iniziò a meditare che Alessandria d’Egitto (seconda città dell’Impero) aveva tutti i crismi per diventarne la prima: la Biblioteca – che, oggi, definiremmo “un grande polo universitario” – il grandioso porto e la posizione geo-centrica di quello che lui immaginava il futuro dell’Impero. E la religione? Le tradizioni? Beh…ci penseremo…in Oriente si trova di tutto…
A Roma non furono molto d’accordo, e lo fecero fuori. Ma il dado era tratto: nemmeno 60 anni dopo, Adriano ammetteva “Christus” fra gli dei onorabili a Roma, sempre che i seguaci lo onorassero nel Pantheon romano e non come unico Dio. Ma la strada era tracciata. S’era intorno al 120 d. C.

Ci furono ancora lotte, discriminazioni, uccisioni…ma, due secoli dopo, Costantino sanciva il passaggio definitivo, quello della religione cristiana come unico credo del regno. E, annessa, vi fu la prima truffa dei cristiani, ossia la cosiddetta “donazione” di Costantino (mai avvenuta) poi codificata nel Constitutum Constantini, un testo apocrifo del IX secolo d. C. la quale concedeva al papato non la guida della Chiesa, bensì una specie di titolo di imperator, ossia la supremazia su qualsiasi regno o (futuro) feudatario del grande impero. La frittata (un colossale falso storico) era sfornata, ed era nato lo Stato della Chiesa.

Per i secoli a seguire, dunque, i Papi non furono le guide religiose che tutti pensiamo ed immaginiamo nella nostra tradizione, bensì i Re d’alcuni possedimenti italici e gli imperatori dell’ex Impero Romano, perché avevano nelle mani uno strumento potente per mantenere quel primato (che usarono più volte), ossia la scomunica. Furono Pontifex Maximus dei re ed imperatori d’Europa.

Non ci dobbiamo perciò meravigliare dei fasti della corte papale, delle molte concubine, delle mille corruzioni, delle sanguinose lotte di potere…non dimentichiamo che molti Papi non furono nemmeno preti, oppure furono nominati cardinali da bambini…erano dei regnanti, stop. Machiavelli scrisse che gli italiani crebbero “senza religione e cattivi”, poiché allevati in quei torbidi consessi, nei quali la gestione del potere era “santificata” da qualcosa che, di veramente santo, non aveva niente.
Ma venne la prima punizione.

Un oscuro monaco agostiniano germanico, Martin Lutero – dopo una visita a Roma nella quale vide quel che vide, non ultimo il commercio, venale, delle indulgenze, che lo terrificò – tornato in Germania (e sotto la protezione di Federico di Sassonia) pubblicò le famose 95 tesi affiggendole sulla porta della Chiesa di Wittemberg. Era il 1517, era la Rivoluzione.
Lutero voleva tornare ad un Cristianesimo più puro, mondato da ogni coinvolgimento secolare che la Chiesa Romana, ovviamente, non poteva concedere, senza correre il rischio d’enormi perdite, territoriali e di ricchezza.

La prima avvisaglia di come i Protestanti desideravano “accomiatarsi” dal potere romano avvenne nel 1527, con il Sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi: 20.000 morti ed il resto della popolazione in fuga. Per “scalzarli” da Roma il papa dovette pagare 400.000 ducati d’argento. Cash.
La risposta, da Roma, venne nel 1545 con il Concilio di Trento e fu una risposta totalmente di chiusura, con la proibizione del possesso degli antichi testi biblici (in greco ed aramaico): solo la Vulgata – pessimo titolo! – ossia la Bibbia in Latino visionata e distribuita solo da Roma. E la creazione del Sant’Uffizio (la futura Inquisizione) e dell’indice dei testi “scomunicati”.
Gli ultimi a ricevere questo “trattamento” furono Simone de Beauvoir, Gide, Moravia e Sartre (!). Li precedettero, praticamente, tutti i “pilastri” della civiltà moderna occidentale, da Cartesio in poi, e l’ultimo Papa passato sullo scranno del Sant’Uffizio, poi divenuto “Congregazione per la dottrina della Fede” fu papa Ratzinger, tuttora vivente, Benedetto XVI.

Insomma, in barba a tutti i “consigli” che giungevano dall’esterno, la Chiesa Cattolica non ha deviato di un’unghia, non ha discusso con nessuno, non ha accettato nessun “bonario” consiglio.
Ha continuato a non concedere rogatorie nemmeno quando le vicende dello IOR (la Banca Vaticana) sprofondavano, più che nella tragedia, nella farsa. Pedofilia, niente, preservativi, nulla, divorzio, ignorato. Salvo concederlo, già a Trento (1545), per le coppie di neri che erano state battezzate dai missionari e poi vendute, schiave, a differenti proprietari. Una vera e propria chicca: un’attenzione perfetta per le esigenze del commercio! La giustificazione? Qualcuno aveva potuto leggere le pubblicazioni dell’atto? Magari affisse su un albero della foresta equatoriale? Penosi.

Ma la nemesi giunge da dove meno te lo aspetti. Stavolta non c’è più un monaco che affigge delle tesi su una chiesa per chiederne la discussione, per avviare una ricostruzione di quel credo suggerito (pare) molto tempo prima da un oscuro pescatore/predicatore della Galilea. Rivisto e purgato – in primis Paolo di Tarso, poi Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino eccetera, eccetera… – per l’udito e la forma mentis dei greci e dei latini dapprima, poi per i loro eredi.

Quando un edificio si mostra troppo vecchio per resistere ancora allo scorrere del tempo, quando non sono stati eseguiti per tempo i necessari lavori di ristrutturazione, entrano in funzione le ruspe demolitrici: non c’è altra soluzione.

La “ruspa” – addirittura comico! – sgattaiola fuori dal garage delle Edizioni San Paolo di Roma, ma non affigge tesi per discutere, non chiede udienza, non dà alla vetusta istituzione cattolica nemmeno l’appiglio di un confronto: “non voglio intromettermi fra ciò che pensano e credono i cattolici rispetto alla loro Fede”. E’ ciò che Mauro Biglino ripete, anche se sa benissimo che non ci potrebbero essere più roghi per bruciarlo.

Magari, però, una pallottola vagante potrebbe sempre manifestarsi: i tempi cambiano e gli inquisitori accettano anche qualche “suggerimento” della modernità. La morte del comandante delle Guardie Pontificie, Alois Estermann (mai chiarita), della moglie e di un caporale, è stata una sparatoria degna di un film di Sergio Leone. Proprio accanto all’appartamento del Papa.

Così, dalle Bibbie più antiche – guarda a caso quelle proibite nel ‘500 con l’Inquisizione – salta fuori, traducendo letteralmente, che il potente e “glorioso” Dio Javhé viaggiava nei cieli su un “carro di fuoco”, mentre i suoi “cherubini” assomigliavano più a delle guardie del corpo che agli angioletti del presepe.
Ma anche il Nuovo Testamento è stato “rivisitato” – soprattutto grazie all’acume “greco” di Paolo di Tarso – e, dunque, una vicenda interna alla comunità ebraica, uno scontro fra fazioni discordi ed un fallito assalto al tempio di Salomone, ha creato i prodromi per la creazione di una nuova religio, visto che quella vigente nella Roma imperiale era in forte crisi, pervasa e stravolta da nuovi credi.
Mentre era stato proibita dal Senato la pratica dei Baccanali, i culti di Cibele, Iside e, soprattutto, Mitra erano entrati a far parte del Pantheon Romano, scombussolandone le radici, che risalivano addirittura al primo re, Numa Pompilio. C’era bisogno di “aria nuova”: che durò per due millenni.

Oggi, osservando con occhio disincantato e senza nessun tipo d’acredine, possiamo affermare che la religione Cattolica sia ancora uno dei “perni” del vivere italico?

Vivo di fronte ad una chiesa, che si dice sia stata un “luogo” dei Templari, e nella quale è stato anche girato un pessimo film (The broken key) sull’infinita saga dei cavalieri antichi e delle moderne società segrete.
Le campane, a parte le ore, suonano musichette che sembrano il “liscio” dei Casadei: mai più ascoltato una musica sacra. Rari matrimoni e battesimi, più frequenti i funerali, con un solo denominatore: niente che abbia a che vedere con una pratica sacra, ma solo cerimonie mondane, allegre o tristi, ma solo mondane. Abiti eleganti le donne, camicie e cravatte gli uomini: per quel che ne so, una liturgia spenta senza più nessuna tensione religiosa verso il sacro, il supremo, l’assoluto inconoscibile.

Le statistiche ci dicono che circa la metà della popolazione italiana si dice cattolica, ma coloro che si dicono credenti e praticanti sono soltanto il 22%. Ci sono, poi, un 10% circa che appartiene ad altre religioni, ed un 14% che, genericamente, “crede in Dio”. Questa è, sostanzialmente, la situazione.
Al di là della sfera religiosa, gli italiani che credono molto o abbastanza alle coincidenze rappresentano ben il 53% mentre il 41% crede nella fortuna, il 25% nella reincarnazione, il 24% nella predestinazione dell'anima, il 21% nei miracoli dei guaritori, il 18% nel karma, il 17% nell'astrologia, il 16% nella presenza di alieni sulla Terra, un altro 16% nella jella e nel malocchio, sempre il 16% nelle sedute spiritiche, il 14% nella possessione diabolica, il 9% nei tarocchi e un altro 9% nella magia. (sondaggio Adnkronos)
Sembra quasi l’identica situazione del tardo Impero Romano anzi: forse peggio.

Eppure, continuiamo a definirci un “Paese cattolico”: in ogni modo, felice Natale a tutti!

21 novembre 2017

Riflessioni sui cavalli e sulle loro mosse


I media mainstream l’hanno un presa sotto gamba, quasi con fastidio, altri con ironia: vediamo cosa sottende, dove punta la mossa di Ingroia e Chiesa, a cosa può portare, i suoi punti deboli…insomma…analizziamo un po’ questa sortita e dove può condurre.
Anzitutto gli attori: Giulietto Chiesa non ha bisogno di presentazioni, è stato l’uomo di Mosca per molti anni nel panorama politico italiano. A suo merito, il non averlo mai nascosto, mentre l’uomo di Washington, nel PCI, era altrettanto legato, ma da un legame sotterraneo che si vide in anni futuri a cosa doveva condurre: mi riferisco a Giorgio Napolitano.

Le altre persone che appoggiano tale “movimento” sono altrettanto chiare nei loro intendimenti: il gen. Fabio Mini e Franco Cardini, entrambe note per le loro prese di posizione molto critiche nei confronti dell’establishment, per aspetti molto lontani ma identica chiarezza di vedute. Non conosco il gen. Nicolò Gebbia, perciò mi asterrò dal citarlo nel testo.
Gli aspetti che il gen. Mini ci ha sempre sottoposto – con scritti lucidi e documentati – si riferiscono al costosissimo malfunzionamento delle Forze Armate italiane, e dobbiamo rendergli merito per aver fatto tutto questo, perché non è facile – in quell’ambiente – gettare certi “sassi nello stagno” come lui ha fatto.
Franco Cardini ci ha messo a conoscenza di molti retroscena del passato, per quanto riguarda aspetti economici e di confronto con le istituzioni europee.

Alla base di tutto, i due fondatori puntano l’indice su due aspetti che sono diventati punti cardinali del nostro tempo: la Costituzione italiana e la dicotomia – oramai tramontata e solo apparente – fra destra e sinistra.
Partiamo dalla Costituzione.

Molti dicono che è la più bella del mondo e, da come si scagliano contro di essa i potentati finanziari internazionali, viene da credere loro.
Nata da un lavoro di politici e giuristi con gli “attributi” al posto giusto, la sua gestazione durò solo pochi mesi: fu un lavoro coerente e abbastanza preciso nelle sue indicazioni, quella era gente che sapeva fare queste cose, avevano le idee chiare e riuscirono a “limare” in modo soddisfacente i contrasti che, comunque,  rimasero sottotraccia. Dobbiamo riflette sui loro tempi e sulla loro fretta: c’era un Paese distrutto e sconfitto da rimettere in piedi.
Se avete dei dubbi, riflettete su quanto ci hanno messo gli attuali politici per imbastire una legge elettorale che sarà cassata – anch’essa – dalla Corte Costituzionale: tanto tempo per una ciofeca.

La Costituzione italiana nacque da due “filoni” palesi ed uno occulto: il mondo cattolico (ed atlantista) ed il mondo socialista, legato al “sol dell’avvenire”. Non mancò, però, una importante sezione (soprattutto sul lavoro) che proveniva dalla Costituzione della RSI, che possiamo definire del “Terzo Fascismo”.
La Costituzione della RSI era, per alcune parti, estremamente moderna: tutti sapevano, all’epoca, che era un mero esercizio a “futura memoria”, nulla che si potesse realmente applicare in quel disastro durato nemmeno due anni. Una sorta di “lascito”, forse un’autocritica sugli errori commessi nelle due precedenti fasi del Fascismo: i costituzionalisti se n’accorsero e non vollero tacitare quelle istanze – molto vicine a quelle socialiste dell’epoca – ma, comunque, prodotte dal nemico appena sconfitto. Un rimarchevole atto di pacificazione.

Cosicché, la nuova Costituzione nacque come un buon equilibrio fra le istanze del libero mercato e quelle delle classi subalterne: non fu mai applicata totalmente, ma sotto il lungo regno democristiano fu seguita abbastanza alla lettera. Non approfondiamo i motivi per la quale la classe politica se ne allontanò, altrimenti non finiremmo più.

Nei primi anni della Seconda Repubblica, soprattutto Romano Prodi cercò di non violentarla troppo – laddove c’erano degli evidenti contrasti – con le nuove normative europee: un lavoro più di cesello che di spada, al punto che il dibattito costituzionale, in quegli anni, fu quasi assente. Cardini ha messo all’indice, spesso, quelle “dimenticanze”.
Silvio Berlusconi coniò un neologismo che fu un ossimoro di cattivo gusto, la “costituzione materiale”: un non sense, poiché una Costituzione afferma, perlopiù, concetti ideali: se la si “materializza” perde ogni significato. A dire il vero, riesce anche difficile capire cosa possa essere una “costituzione materiale”.

L’unica riforma costituzionale approvata dagli italiani fu quella del 2001, la riforma del Titolo V che creò quel “mostro” dei 21 sistemi sanitari regionali: dopo quella fregatura, gli italiani – che sono meno scemi di quel che si pensi – respinsero al mittente i due, successivi tentativi, 2006 e 2016.
Qui s’innesta il secondo problema posto da Ingroia e Chiesa: dopo che, per ben due volte, gli italiani hanno mostrato di non fidarsi di destra e sinistra, ha ancora senso definirle così?

Se si passano al setaccio, chiacchiere al vento elettorale a parte, entrambe le posizioni dei due schieramenti si nota una convergenza più che sospetta: entrambi dichiaratamente atlantisti (che significa un appoggio alla NATO come “gendarme internazionale”), entrambi europeisti e favorevoli a rimanere nel sistema dell’euro senza condizioni, entrambi favorevoli ad una riduzione dello stato sociale in tutte le sue forme – sanità, scuola, salari, pensioni, trasporti pubblici, ecc. – ed una spocchiosa tendenza a salvaguardare loro stessi a scapito degli italiani.
Chi rimane fuori?

Poco o nulla.
A destra qualche minuscola formazione – pensiamo a Forza Nuova ed a Casa Pound – cercano visibilità da molto tempo, con risultati pressoché nulli. La troppa caratterizzazione di “destra estrema” li rende inaffidabili per la gran parte dell’elettorato, soprattutto riflettendo che “destra estrema” richiama ad una storia lontana: il gollismo, i colonnelli greci…senza andare al Franchismo od a Hitler o Mussolini. Soprattutto, per una questione di valori che sono fumosi o difficilmente applicabili oggi: riflettiamo che, chi ha letto De Benoist – ad esempio – è una sparuta minoranza.
A sinistra ancora peggio, perché lì qualche probabilità d’entrare in Parlamento ce l’hanno: solo, c’è una tale confusione che non si distingue più che vorrebbe ritornare ai valori di una vera sinistra da chi, il giorno dopo le elezioni, è pronto a presentarsi a Renzi per chiedere il tornaconto in favori e poltrone.

In mezzo, c’è il primo partito italiano, quel M5S che è cresciuto non tanto senza schierarsi di qui o di là, quanto nel non avere posizioni chiare: fideismo, e basta.
Poi, un certo Di Maio va a Washington e rassicura che l’Italia rimarrà legata al carro NATO, ma viene ricevuto da personalità di secondo e terzo piano: chi ce lo fa fare – sembrano dire gli americani – di fidarci di questo signore se avremo a disposizione la grande armata brancaleone di Renzi e Berlusconi?
In altre parole, il M5S paga tutta la sua fulgida crescita ottenuta con le non scelte, col rimandare a tempi futuri qualsiasi programma politico, confidando nel fideismo degli italiani – di una parte degli italiani – sul nulla.

Se l’astensionismo verrà confermato intorno al 50%, significa che 14 italiani su 100 sono grillini, e non il 28%, così come 12 sono PD, altrettanti dell’alleanza tenuta insieme (a fatica) da Berlusconi…e così via. In sostanza, se contiamo i voti veri, sono circa la metà delle percentuali che indicano i sondaggi.
Rimane una platea di (circa) 20 milioni d’italiani, fra i quali c’è di tutto: da chi non va a votare per scelta, a chi è rimasto fregato troppe volte, a chi è malinconicamente convinto che il declino dell’Italia è segnato da almeno un ventennio.

Questa è l’analisi che, probabilmente, hanno fatto Chiesa ed Ingroia, che non ci sembra proprio campata in aria: in fin dei conti, convincere a votarli il 3% degli italiani potrebbe essere alla loro portata. Una seconda opzione potrebbe essere, all’indomani delle elezioni, cercare un’alleanza con il M5S: in fin dei conti, chiedono principalmente le medesime cose, ossia il rispetto della Costituzione (per la quale, lo scorso anno, il M5S si è battuto) e la revisione dei Trattati europei che mortificano la nostra economia (come Cardini ha ampiamente dimostrato).Italia è segnato da almeno un ventennio.
elta, a chi è rimasto fregato troppe volte, a chi è malinconicamente convinto che il de

Dove i due “cavalli” ci sembrano un poco “azzoppati” è sul fronte della comunicazione: strano, visto che Chiesa collabora con Sputnik Italia, e dunque dovrebbe essere esperto in questo campo. Sull’altro versante, il M5S ha evidenziato una enorme carenza sul fronte dell’esperienza politica (e come sarebbe potuto essere diverso?), laddove le personalità che si sono unite ai due “cavalli” sono tutte di larga esperienza politica.

Se questo scenario si realizzasse, all’indomani delle prossime elezioni – lo sappiamo già: in varie salse, dovremo sorbirci altri 5 anni di Renzusconi, con o senza Verdini, con o senza Alfano…non importa…troveranno il modo di mettere insieme maggioranze per la “governabilità”, ossia per continuare a schiaffeggiarci – il M5S potrebbe provare a compiere un’alleanza, perché se aspetta d’avere il 51% non ci arriverà mai e farà la fine che fu del PCI, il “bestione metaforico”, come lo definì Costanzo Preve. “Bestione” perché grande, ma “metaforico” perché solo capace di creare metafore politiche, utili alla sua sopravvivenza.

Non ho – ovviamente – la sfera di cristallo per scrutare il futuro, e dunque rilancio ai lettori questi dubbi, però voglio ricordare una cosa: o noi, da soli, riusciremo a cambiare la classe politica al governo, oppure non c’è da sperare che questi rubagalline rinsaviscano. Il fin dei conti, rubar galline è più comodo che allevarle: chi glielo fa fare?