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22 settembre 2020

Chi ha vinto e chi ha perso?

 

Per prima cosa, bisognerebbe ri-codificare il titolo: ossia, chi non ha vinto e chi non ha perso? Forse, le cose sono più semplici e più facili da capire.

 

Se torniamo ad un anno fa, qualcuno che sicuramente non ha vinto è stato Matteo Salvini perché, dopo l’exploit delle europee d’appena un anno or sono – quel 34 a 66 contro l’intero elettorato italiano – la perdita di consenso è netta e senza margini per sofisticate congetture.

Quel risultato nasceva da un qui pro quo grande come una casa: il governo era saldo ed inattaccabile sotto l’aspetto parlamentare, solo che non era disposto a farsi guidare da Salvini, tutto qui. Il governo, all’epoca, era guidato da Conte e Salvini non poteva ri-definirsi premier senza passare per uno scontro: lo scontro ci fu, e Salvini perse completamente la strada.

Non comprese che il governo, all’epoca, era costituito dal M5S per il 33% e dalla Lega per il 17% e che la guida di una coalizione non la si trova su Facebook, bensì nelle aule parlamentari.

 

Dopo, dopo…non ha avuto più scampo: oggi, la Lega, ha probabilmente ricompattato l’elettorato settentrionale, ha forse conquistato qualche spezzone al centro…ma ha perso l’elettorato meridionale che non si è più fidato di lui, ed è tornato in gran parte a credersi “fascista” – il che è soltanto una chiacchiera da bar – però ha cercato casa più dalla Meloni che dal vecchio capataz di Arcore.

In buona sostanza, l’elettorato italiano è tornato indietro di anni, quando tre forze – Lega, Forza Italia e Alleanza Nazionale – rappresentavano la tripletta vincente per la coalizione di centro destra, perché non basta agitare medagliette o raccomandarsi alla Madonna per cancellare gli anni di Bossi, del suo veemente odio per i meridionali e per le loro necessità di uno Stato assistenziale contro lo Stato liberista del Lombardo-Veneto. Che è la grande incognita dall’Unificazione, la grande questione mai risolta.

 

In questo mutamento, c’è anche la sempre maggior insipienza di Forza Italia, partito leader per tanti anni, ma rimasto senza un Delfino degno di questo ruolo: Silvio, almeno fino al Covid, s’è pensato immortale.

In parte l’elettorato di matrice cattolica s’è largamente ridotto: tutto ciò deve farci riflettere poiché, dopo 150 anni dall’Unificazione, la questione cattolica non pesa più come al tempo della Rerum Novarum. Anzi, le “cose nuove” sono giunte ma forse perché tanto “nuove” non erano, né così importanti sono sembrate, al punto che anche i papati più modernisti non hanno inciso più di tanto sul pensiero né hanno richiamato forze nuove dal cattolicesimo al cattolicesimo in politica.

Se vogliamo, solo Forza Italia punta ancora molto su questo connubio ma il suo tempo è scaduto e non ne verranno altri: con la scomparsa di Berlusconi (fisica o politica per “decorrenza dei termini”) il partito finirà nel nulla ma, attenzione, per gli equilibri politici italiani non significa assolutamente che un elettorato, per quanto ridotto, non esisterà più, e qui potranno giungere delle novità. Potranno: non è detto che delle novità giungeranno per certo.

 

Giorgia Meloni può dunque assaporare un buon successo, ma sempre se sarà capace di tenersi lontana da certe frange estreme: dovrà far memoria dell’elettorato di destra italiano, che fa un dieci per cento se valuta la questione meridionale e la forza della burocrazia statale, mentre scade all’uno per cento se segue marce su Roma od improbabili rotture “nazionali” con l’Europa.

 

Se la destra ha, da domani, parecchie questioni sulle quali riflettere, le medesime questioni saranno sui tavoli del PD e dei 5S.

Zingaretti ha subito detto che, se uniti, avrebbero vinto parecchio di più ed è senz’altro vero. Ma Zingaretti non ha compreso che la semplice somma algebrica non serve a niente nel governo di un Paese: può durare qualche anno, poi lascia ampi spazi aperti a qualsiasi opposizione.

 

Anche il M5S ha sbagliato, e tanto: troppo. Dopo l’archiviazione del sogno del 51%, doveva prendere atto che le alleanze sono necessarie in politica per una semplice ragione: non la pensiamo, in maggioranza, allo stesso modo. Bisogna mediare, con chi si ritiene in grado di mediare con noi.

Sinceramente, non ho mai ben compreso cosa li convinse all’alleanza con la Lega: un partito legato mani e piedi – e mai in dubbio su questo – con una coalizione, retta da un personaggio non proprio “vicino” ai temi cari ai 5S: oggi s’è chiarito, con quel 70 a 30, chi sta di qua e chi sta di là.

 

Ma i 5S hanno atteso troppo attendendo inutilmente un passaggio che era obbligato: non si va a governare un Paese mantenendo una sorta di “prelazione” di una società privata – la Casaleggio & Associati – sulla loro politica. Tutta la “banda” dei Grillo e dei Casaleggio devono star distanti dal nostro voto, perché il nostro voto, ossia la pratica della democrazia, non deve essere condizionata da società private.

Altrimenti, vale la stessa cosa per quei partiti che hanno guidato l’Italia tenendosi ben stretti Mafie e Massonerie: i 5S devono rendersi conto che stanno compiendo il medesimo tragitto. Già quando cercavano – e non trovavano – un gruppo parlamentare in Europa si dovettero chiedere perché il gruppo dei Verdi Europei non li volle proprio per quella ragione: non accettiamo chi ha contatti stretti con società private. Ed avevano pienamente ragione.

 

Quello che oggi, per rappresentanza parlamentare, è ancora il primo partito italiano non ha una struttura interna, non ha strutture sul territorio, non ha regole certe e comprovate sulla vita politica interna del loro partito. Come si può guardare avanti? Come si possono stabilire delle alleanze, senza democrazia interna? Come si possono eleggere dei “capi politici” senza consultare nessuno, se non la rete dei “Meet Up” – sorta di comunità psicologiche dedite alla politica – o quella barzelletta del voto su Rousseau?

Anche Di Battista dovrebbe fare ben attenzione a quello che dice nei suoi comizi: il loro non è un “sogno”, bensì una realtà che devono saper attuare gestendo al meglio i mezzi della politica. Dal pensiero alla realtà. Non al riportare in terra un “sogno” che…tutti devono condividere? C’è qualcosa che non funziona.

 

Il PD è stato quello che, dopo essersi opposto al “Sì” in ben tre occasioni, ha saputo sfangarla meglio, salvando la faccia di fronte ai suoi elettori e riuscendo a contenere l’avanzata del centro-destra: ora, lo aspetta il periodo più duro.

Devono riuscire a far passare una legge elettorale che, visto che il grande problema del bicameralismo perfetto pare insolubile, almeno sia una legge che parifica l’elezione dei senatori a quella dei deputati: la differenza è minima per l’età dei votanti e non si capisce perché gli esiti siano così diversi.

Bisogna però riconoscere che il partito di Zingaretti non ha sbagliato nulla: certo, hanno un’esperienza nella lotta politica che giunge loro da molte generazioni. Dovrebbero, però, capire che se sono in qualche modo “rinati” lo devono proprio alla decisione dei 5S d’andare contro tutto e contro tutti, “rivalutando” una tradizione di “sinistra” che s’era persa per strada.

 

Ultima vittoria, lo scontro interno con Renzi, che è stato distrutto anche questa volta, se non bastassero ancora le occasioni precedenti. Cosa può fare, oggi, l’uomo di Rignano? Ben poco, però è furbo e già ha capito che c’è un’area – quella del centro cattolico – che avrà bisogno di un leader giovane e capace, ma la strada per arrivarci è lunga e densa d’incognite. Sapranno, Lega e FdI, accaparrarsi il paniere di voti che l’inevitabile fine di Forza Italia genererà? Oppure sarà un altro a soffiarglieli via, un altro che non ha più carte da giocare a sinistra? Difficile immaginare una via, ma è la sola strada che rimane a Renzi.

C’è un vero vincitore?

 

Inevitabilmente, è uno solo: Giuseppe Conte. L’uomo che ha saputo ridare a Genova il suo ponte in 15 mesi di lavori: mai avvenuto in Italia. L’uomo che ha saputo varare il RdC – con tutte le manchevolezze che ancora evidenzia – ma c’è. L’uomo che ha saputo, durante il Covid, combattere e vincere una battaglia immane in Europa, andando ben oltre tutte le più rosee aspettative.

Tutti lo amano o lo odiano, perché sanno benissimo che non saprebbero mai essere al suo livello: un livello mai toccato, in Europa, da un uomo politico italiano per determinazione e risultati raggiunti.

 

Oggi, la partita più dura è per i 5 Stelle, che devono inventarsi un partito vero oppure finire scapitozzati da mille arpie che non attendono che questo: eppure – e questo dobbiamo riconoscerlo – tutto è partito da loro, dalla loro semplicità e dalla loro volontà di cambiare il volto di questo Paese.

I prossimi mesi saranno importanti e ne vedremo delle belle: se riusciranno a darsi la forma ed il “peso” di un partito vero, non raggiungeranno di certo i risultati del 2018, ma potranno assestarsi come secondo/terzo partito italiano dietro al PD/Lega, che oggi sa d’avere il pallino in mano a sinistra, mentre per la Lega già “sento” voci di sottofondo che sussurrano di faide interne, di regolamenti di conti.

 

Non dimentichiamo, però, che i 5S hanno un jolly in mano che altri non hanno: Giuseppe Conte, il PdC più amato dagli italiani dal dopoguerra. E non è poca cosa.

27 gennaio 2020

Cosa è successo? Niente


Le recenti elezioni regionali, in Emilia-Romagna e Calabria, hanno catalizzato l’attenzione dei media italiani negli ultimi tre mesi: presto ci saranno altre elezioni e siamo certi che, nuovamente, tutto l’ambaradan mediatico si dedicherà, di nuovo, a predicare, profetare, indicare, sollecitare, credere, arrabbiarsi, congedare, riprendere, richiamare, contenere, sobillare, contare, ri-contare, prevedere, calcolare, ascoltare, intervistare…tutto la panoplia di personaggi che (dicono loro) contano.
Le novità di questo fine settimana, a volerle ridurre a ciò che sono, raccontano che l’elettorato italiano è diviso in due grandi “entità” le quali – secondo i luoghi, i cieli, le emozioni ed i tempi – sono a grandi linee equivalenti: 50 e 50, suddivise fra una cosiddetta “destra” ed una cosiddetta “sinistra”. L’altra novità è che il Torino ha perso 7-0 contro l’Atalanta: erano molti anni che in serie A non capitava un bel sette a zero, sette pappine e vai a casa.

La terza notizia non è una novità e ci racconta che, mentre solo nel 2016 il 10% della popolazione italiana godeva del 50% della ricchezza nazionale, nel 2020 siamo giunti al punto che i super ricconi del 10% controllano il 55%, mentre il restante 90% deve accontentarsi solo più del 45%. (1)
Spiegato in termini di PIL, significa che – mediamente – i sei milioni d’italiani più ricchi godranno di circa 161.000 euro lordi annui pro capite, mentre il restante 90% avrà – sempre in media – circa 14.000 euro lordi annui a testa. In quel 90%, però, ricordiamo che ci siamo (quasi) tutti noi comuni mortali lavoratori dipendenti o piccoli artigiani e pensionati: da quello che guadagna 30.000 euro l’anno a quello che rasenta lo zero assoluto, da chi ha 2-3000 euro di pensione a chi deve vivere con 512 euro di pensione, e magari pagarci pure un affitto.
Insomma, da chi può campare con circa 15.000 euro il mese a chi deve sopravvivere con circa 1.000 euro: da chi potrà comprarsi una Harley Davidson ogni mese a chi la guarderà in cartolina e la sognerà tutta la vita.
E poi vengono a raccontarci che il RdC è un “nemico” colossale della crescita, perché “uccide” il lavoro!

La stranezza delle competizioni elettorali è che, appena s’accende il motore delle elezioni, tutto ciò sparisce dall’immaginario collettivo, dal pensiero e dalla parola, e nei dibattiti si parla solo più di “crescita”, “investimenti”, “obiettivi”, “immigrazione” e tante belle cosette che interessano gli italiani: da quanti mojto uno beve alla spiaggia o da quante volte va a fare il “pianista dei citofoni” (un tempo, era la trasgressione dei ragazzini) mentre oggi si cimentano anche paludati leader politici.

Eppure, non è assolutamente vero che alle persone le cose stiano bene così: la prova, evidente, è che ad un costante declinare del M5S – movimento che voleva essere di protesta e di proposta – ne nasce subito un altro, chiamato “Sardine”, il quale sceglie come simbolo il pesce più bistrattato nei mercati rionali, poiché abbondante e di poco prezzo, e cibo prelibato per le specie ittiche più pregiate. Quasi una metafora sociale.
Insomma, i poveracci bistrattati da 500 a 1.000 euro il mese, i raider in bicicletta che consegnano buste, i furgoni di Amazon che ci portano in casa ogni novità cinese a basso prezzo, appartengono a dei potenziali rivoluzionari, che però non sanno da dove cominciare per fare questa benedetta rivoluzione contro i paradigmi – paludati ed intangibili – dell’economia ufficiale, quella che determina – e le cose sono giuste così! Rammentatelo! Questa è la ricchezza 2.0! – che loro debbano tornare ad essere servi della gleba, velocipedizzati, appunto.

Il tanto bistrattato M5S, accusato d’ogni ignominia, colpito da tutte le parti, accusato d’ogni male è (o è stato, oggi non possiamo saperlo) un vero miracolo: chi mai aveva avuto il coraggio d’andare a toccare i signori delle Autostrade? Chi ha cominciato a mettere in riga i magistrati per i tempi dei processi, chi ha tolto a lor signori la comodissima prescrizione? E ce ne sono molte altre.

Solo che, fare seriamente politica, richiede preparazione e qualche esperienza: quella ce l’avevano sicuramente tutti gli attori della vicenda MOSE a Venezia, e si nota chiaramente che l’esperienza ha contato, per costruire un manufatto adatto alle esigenze e destinato a proteggere la città dalle acque (sic!).

Purtroppo, la genesi di una classe politica non è acqua fresca, e i 5Stelle se ne sono dovuti accorgere a caro prezzo: anche perché, dove sbagliavano loro, s’attivava subito il grande can can dei media inviperiti mentre dove sbagliavano gli altri, vedi MOSE o vedi processo di Viareggio, Moby Prince, Eternit, Thyssen Krupp…i toni erano sempre minori ed i tempi relegati al termine dei Tg, appena prima della pubblicità. 

Siccome non mi piace ripetermi, leggetevi ciò che scrivevo nel lontano 2008 proprio sulla creazione di una classe dirigente:


e capirete molte cose, tuttora valide e, purtroppo, ben presenti.

1- https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/disuguaglianza-in-italia-il-sorpasso-dei-superricchi

02 novembre 2019

Le origini dell’antisemitismo italiano


Il 30 Ottobre 2019 non sarà una data da ricordare con letizia, perché è stata approvata la cosiddetta “commissione Segre” – dal nome della senatrice che l’ha promossa – ovvero una commissione che dovrà occuparsi dei fenomeni di odio, razzismo ed antisemitismo. Non sarà una data fausta poiché è stata approvata a maggioranza, mentre la Destra italiana, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia sono usciti dall’aula: un fatto gravissimo, impensabile per una democrazia occidentale. Nessuno pensa che esista un pericolo nell’odio, nel razzismo e nell’antisemitismo sciorinati a piene mani? Pazzesco, anche il solo pensarlo. E colpisce ancor più l’ostracismo contro Mara Carfagna, colpevole soltanto d’essersi ribellata contro quel non-voto per lei incomprensibile.
Ma la destra italiana, oggi, circuisce e rincorre non solo il razzismo di Salvini, bensì l’antisemitismo che circola sulla Rete, dimenticando le radici liberali – e non fasciste e razziste – della (fu) destra italiana.

Per quanto si cerchi, è veramente difficile trovare radici o giustificazioni per l’antisemitismo italiano, sia oggi e sia nel passato: se c’è una nazione che non ha mai praticato giustificazioni tendenti all’annientamento fisico nei confronti degli ebrei, questa è stata la Nazione Italiana. E lo riconoscono anche a Yad-Yashem, il museo dell’Olocausto a Tel Aviv.
L’obiezione, giustissima, riguarda l’emanazione delle leggi razziali del 1938 e questo è senz’altro corretto: fu un vulnus, una vergogna sia per il regime Fascista e sia per la Corona, che controfirmò quell’ignominia. Soprattutto per i Savoia, che accettarono – silenti – una decisione che doveva condurli, inevitabilmente, alla fine della loro casa regnante in Italia.
Le leggi razziali furono emanate per cementare ancor più l’alleanza con la Germania ma, se si guarda al panorama interno della nomenclatura fascista, si scoprono parecchi distinguo.

Anzitutto, partendo dai vertici: Mussolini, proprio nell’occasione dell’emanazione delle leggi razziali, inserì nel medesimo testo di legge la promozione a Generale di Corpo d’Armata del gen. Levi (!). Forse una forma di cerchiobottismo, tipico delle abitudini italiane?
Anche parecchi gerarchi di regime storsero il naso, a cominciare da Dino Grandi (ma anche Balbo, Ciano, ed altri) il quale, solo 5 anni dopo, sarà proprio colui che avrà il coraggio di far cadere il dittatore. Ma, per ben 6 anni, la follia mussoliniana percorse l’Italia ed agli ebrei fu proibito quasi tutto, salvo il respirare: in nota (1) troverete l’elenco delle proibizioni dei decreti fascisti.
Difficile comprendere Mussolini per quell’atto, non fosse che per la sua lunga relazione amorosa con l’ebrea Margherita Sarfatti, che terminò poco prima dell’emanazione delle leggi razziali, con la fuga in Argentina della donna.

Ma gli italiani, generalmente, rimasero indifferenti alle leggi razziali: anzi, furono fra i più prodighi nell’aiutare e nascondere gli ebrei dalle persecuzioni naziste: più dei francesi, ad esempio, che terminarono la guerra fra le potenze vincitrici. E molti scheletri nell’armadio.
In Germania, invece – che ha, ovviamente, le maggiori responsabilità per la Shoà – si tentenna in modo sinistro: alla denuncia del sindaco di Dresda per “l’emergenza nazismo” nella città, il principale partito di governo, la CDU di Angela Merkel ha risposto non votando, insieme agli altri partiti, la mozione di condanna, adducendo fumose “interpretazioni linguistiche” (2).
Questi scenari parrebbero identificare la destra europea come appiattita sulle posizioni estreme dell’odio razziale, sempre per la solita paura: non perdere voti, potenziali elettori, rimanere al potere ad ogni costo. Se ciò fosse vero, sarebbe veramente una virata di 180 gradi nella politica tedesca, e non importa se la questione coinvolge ebrei o altre razze. E lo stesso fenomeno s’è visto in Italia, al non voto sulla mozione Segre.
Oggi, la natura dell’antisemitismo è dubbia: più che l’odio razziale, si pondera sui fantomatici poteri della finanza ebraica in campo internazionale, la quale terrebbe sotto scacco le popolazioni del vecchio e del nuovo continente. Qui, occorre un po’ di Storia per comprendere queste posizioni.

Gli ebrei europei – tanto per essere chiari – furono privati in tempi lontanissimi della possibilità di possedere proprietà immobiliari e, questa proibizione “punitiva”, nacque da un errore storico molto antico, ossia imputando loro l’uccisione di Cristo. Dimenticando, la storicità dell’evento: a condannare Cristo fu un governatore romano, Ponzio Pilato, e questo nel quadro storico più vasto delle guerre giudaiche che coinvolsero tutto il Medio Oriente di quell’epoca, da Augusto a Traiano, e da Antiochia ad Alessandria d’Egitto.
La proibizione di possedere proprietà immobiliari fu anche la causa della successiva fuga degli ebrei nelle Fiandre, della nascita delle “Province Libere”, e della maggior tolleranza della convivenza ebraica con i luterani e gli arabi, piuttosto che con i cattolici.
Insomma, se dal Medio Evo all’Età Moderna tu proibisci ad intere popolazioni la proprietà immobiliare, dopo non lamentarti se questi si gettano sulla proprietà più “mobile” che esista, ossia il denaro ed il conseguente commercio. Ma, tutto questo, oramai fa parte del passato.

La realtà della cosiddetta finanza ebraica può essere ancora identificata con la nascita del sistema ferroviario, che coinvolse molte banche e, soprattutto, la Banca Rothschild nella seconda metà dell’Ottocento e fino alla metà del Novecento con i susseguenti prestiti di guerra. E dopo?
Vi furono due eventi che investirono il mondo finanziario del Novecento, e che hanno cambiato radicalmente l’economia o, meglio, il modo di definire e trattare l’Economia come scienza economica. E che poco c’entrano con la finanza ebraica.

La prima fu la Repubblica di Weimar – frutto del parossistico accordo di Versailles che chiuse in modo ignominioso l’inutile guerra che aveva sconvolto l’Europa, facendogli perdere l’indiscusso primato mondiale ed affamando la Germania – nella quale, per la prima volta nella Storia, una moneta fu una moneta di pura imputazione, senza corrispettivo aureo. Il Rentenmark, anche se dopo pochi anni tornò alla parità aurea, fu il vero, primo mattone del giro di boa, ossia della preminenza della Finanza sull’economia dei beni, sulla quale si basa, oggi, la cosiddetta “ingegneria finanziaria”.

Il secondo fu l’inevitabile nemesi, ossia l’abbandono della parità aurea sancita dall’abolizione degli accordi di Bretton Woods (Luglio 1944) che ammettevano la parità aurea solamente tramite il passaggio attraverso il dollaro USA. Con un atto unilaterale, a firma di Richard Nixon del 15 Agosto 1971, gli USA decisero che le monete, da unità di misura degli scambi, diventavano esse stesse merci (e, quindi, il loro valore poteva fluttuare), e l’oro cessava per sempre d’essere una unità di misura.

Il mondo che seguì questi due eventi è quello che abbiamo sotto gli occhi: quello degli improbabili debiti, del loro improbabile saldo, degli spread, dei finanziamenti che sono corrispettivi politici e forme d’appropriazione nei confronti degli Stati. Il rapporto della Finanza con la politica è divenuto saldo ed intrinseco, lasciando in una posizione secondaria la realtà della produzione.
Ora, dare la colpa agli ebrei di tutto questo mi pare assolutamente ridicolo. Le menti semplici non hanno difficoltà a credere alle società segrete, agli accordi sotterranei fra nasi adunchi dietro a porte sconnesse, ad ordini che partono da una sinagoga per approdare ad una banca…è un mondo semplice, che per le menti semplici è facilmente comprensibile…2+2 fa 4…e ve l’hanno dato in pasto. Se le cose vanno male, laddove vanno peggio è sempre meglio dare loro un capro espiatorio.

Già in Bretton Woods c’erano, insiti, i prodromi della futura Pax Americana totale, quando fu scartato il sistema proposto da John Maynard Keynes (GB) che prevedeva il Bancor, una sorta di moneta di compensazione, e fu invece scelto il sistema proposto da Harry Dexter White (USA), nel quale la moneta di riferimento era il puro e semplice dollaro. Poi, sfilatosi pure quello nel 1971, rimase il nulla che oggi vediamo: ciò che rende possibile una quota di “derivati” pari (forse) ai due terzi del capitale circolante, mentre il capitale in qualche modo “industriale” è relegato ad un solo terzo. Altre fonti danno ripartizioni ancor più alte per i derivati finanziari.

“…I derivati finanziari, che sono assimilabili alla moneta di credito, non solo non hanno copertura, ma di fatto vengono emessi dagli stessi speculatori così che questa forma di capitale, diversamente dal passato, può espandersi a dismisura.” (Karl Marx, Il Capitale, Libro Terzo, 1894).

Insomma, qualsiasi istituto finanziario può creare moneta elettronica per valori multipli alla moneta circolante, e questo non c’entra niente con l’attuale scelta italiana dei pagamenti elettronici o delle fatturazioni elettroniche: sia per la modestia di questi interventi ed, anzi, è un metodo per cercare di tassare proprio quelle ricchezze che sfuggono, grazie alla creazione di capitali solo “immaginati”, ma reali dal punto di vista funzionale.

Di tutto questo, i colpevoli sarebbero sempre loro: i nasi adunchi, che sussurrano frasi incomprensibili dentro botteghe oscure…che contano mazzette di soldi ridendo contenti…

In realtà, questo mondo ha nome e cognome, luogo e data della sua creazione: venne alla luce sotto le due amministrazioni “parallele”, quelle di Ronald Reagan e di Margaret Tatcher, e la cosiddetta “Scuola economica di Chicago” fu quella che rese possibile il “miracolo”, iniziato negli anni ’80 e poi abbattutosi nel 2008 come un uragano che fece il giro del mondo.

Ora, domandiamo ai tanti, sicuri e convinti sulla malignità insita nella finanza ebraica: riuscite a distinguere, nel mondo finanziario, la perversione dei soli ebrei nella questione? Perché, qui, si tratta di una commistione che ha coinvolto banche, governi, Stati in un Monopoli pazzesco, nel quale la moneta veniva creata dal nulla e distribuita ad ogni passaggio dal “Via”. I fondi d’investimento, poi, hanno fatto il resto, facendo circolare in un luna park impazzito le monete, dai paradisi fiscali alle economie emergenti, dai bilanci degli Stati a quelli del mercato immobiliare.
Le banche d’affari gestiscono questo grande circo Barnum ma, non illudetevi: Richard Fuld, l’ultimo amministratore delegato di Lehman & Brothers, non ha pagato nulla per quel fallimento, anzi, è stato addirittura premiato e, alla fine della corsa, è caduto comodamente sul velluto. Oggi vive in Florida.

Fuld era d’origini ebraiche, come Friedman, ma non lo era Stigler, altro esponente dei Chicago-boys…e i fondi d’investimento cinesi? Quelli russi? Quelli arabi?
Le banche d’investimento hanno centinaia di dipendenti in posizioni apicali, che seguono il mercato azionario ed obbligazionario del Pianeta: sono tutti ebrei?

Oppure, visto che qualcuno che paga c’è sempre – quelli che hanno perso la casa per i mutui subprime negli USA, ad esempio – non pensate che siano un tantino arrabbiati e delusi? E allora, che c’è di meglio che fornire loro un bel capro espiatorio, mediante il quale gli affaristi economici se ne lavano le mani e continuano a lucrare senza pensieri?

Ragionate un po’, poi scegliete la possibilità che vi sembra più sensata.
  

24 luglio 2019

Lasciateli governare...


Mi pare chiaro che la vicenda TAV sarà la fine di questo governo, perché una cosa del genere è la fine del M5S, ma va bene così. Non si poteva fare molto per l’Italsider e per la TAP, ma per la TAV sì, ed hanno calato le braghe. Salvini esulta, e mi chiedo il perché: non ha capito che questo atto è il de profundis del Governo?

La votazione in Parlamento sarà all’insegna di fischi, frizzi, motteggi e male parole, da una parte e dall’altra – perché anche i media devono magnare – ma l’esito è scontato, perché i “Sì” TAV sono l’accozzaglia dei dipendenti degli (im)prenditori italioti, che si solluccherano all’idea della pioggia di miliardi: PD, FI, Lega e FdI uniti nella lotta per le poltrone che contano, che rendono. Come ha detto Arata, intercettato dalla Guardia di Finanza, “I politici li devi pagare”.
Il bello verrà dopo.

Fatto salvo che un ritorno alle urne non è possibile fino alla prossima Primavera (fate, da bravi, due conticini con la legge elettorale, ed aggiungeteci pure cosa pensa Mattarella sull’andare a votare sotto Finanziaria), la soluzione sarà nel veleggiare in bonaccia, la cosiddetta “normale amministrazione”, che in Belgio è andata avanti per anni, poiché valloni e fiamminghi non ne volevano sapere.
Salvini andrà avanti ritenendo, oramai, d’esser lui il Presidente del Consiglio, mentre Conte diverrà una silfide dai passaggi un po’ retorici, un poco futuristi, per niente convincenti: perché, quando un premier accetta un mandato che viene dall’estero – e se lo fa andar bene – deve dimenticare d’essere un sovranista. Come Salvini, che oggi invece lo è: un sovranista europeo e francese.

Il compito di Di Maio sarà la coquette, il bel volto sorridente che deve annunciare la buona novella, che sì la TAV si farà…però i cattivoni Benetton se ne dovranno andare…già ridono, me li vedo…e Conte dovrà andare ancora una volta in Tv a spiegare che sì, sarebbe stato giusto…ma le penali, le controversie giudiziarie con i signori di Treviso (e Alitalia…) non consigliano di metterla giù così dura. Bon ton, ragazzi, bon ton.

Così, la creatura di Grillo, la tecnologicissima scommessa della Casaleggio & Associati, finirà nel nulla e Salvini avrà compiuto con gran merito il compito che gli fu affidato da Berlusconi il quale, lì accanto, contava i vari “punti” come un ragioniere. Ma, all’epoca, si riteneva che i 5S fossero dei politici, non dei buzzurri come hanno mostrato di essere.

Molte delle persone che li hanno votati, credevano che il primo partito italiano avrebbe fatto valere le basi fondanti della cosiddetta “decrescita felice”, ma abbiamo qui la dimostrazione che, quei parlamentari, non hanno capito una mazza.
Apro una breve parentesi.

Due anni or sono, ebbi un proficuo colloquio con Serge Latouche, il quale mi confessò che il termine, in italiano, era stato infelicemente tradotto: nella Gestalt evocava scenari di “poveri ma belli” oppure di futuribili ed ipotetiche fughe verso la natura, oppure richiamava immagini di vecchi hippie seduti nell’aia di una cascina, che bevono tè e dissertano sui massimi sistemi.
Nulla di tutto questo.

Oggi si preferisce parlare di a-crescita, oppure di crescita controllata (già, ma da chi?) o, ancora, “senza aumento”, “diminuzione consapevole”, ecc. Che cosa ha a che fare, tutto ciò, con la costruzione di una fantapolitica struttura che vedrà la luce fra almeno 15 anni – quando non sappiamo nemmeno se esisterà ancora l’Unione Europea – e che già sappiamo essere completamente inutile?
Non voglio soffermarmi ancora una volta sui volumi di traffico, ma 4 milioni di tonnellate annue sono il traffico attuale, che la vecchia linea – non rimodernata! – gestisce benissimo già oggi. Poi, le grandi compagnie marittime hanno scelto da tempo Rotterdam, Cherbourg e Vado Ligure come destinatarie dei traffici intercontinentali. E la TAV non c’entra una mazza, perché i traffici su gomma da/per la penisola iberica calcheranno sempre “l’arco minimo”, ossia la direttrice Barcellona, Marsiglia, Genova, Milano, Tarvisio, Est Europa. Che ci vanno a fare lassù?

La costruzione di quella infrastruttura soddisferà solamente gli appetiti dei “prenditori” di regime e dei loro attaché politici, ossia la miriade tangentista.
C’era un’altra struttura in campo – che sarebbe veramente servita all’Italia – ossia il completamento del canale navigabile Cremona-Milano, che langue da anni (ad affossarlo fu Maroni: Toninelli, ne sapevi qualcosa?) per una misera cifra di 2 miliardi, dei quali il 50% coperti da finanziamento europeo. Servirebbe perché ogni nave fluviale toglierebbe dalle autostrade 84 TIR: ma lo capite perché non lo fanno?!? Benetton l’ha sempre visto come il fumo negli occhi!

E, allora – visto che domani qualcuno dovrà governare – perché il M5S non lascia il compito a questa bella alleanza, che vuole soldi, ancora soldi, solo soldi? Basta dare le dimissioni dal governo, ritirare tutti i ministri – che Salvini potrà re-distribuire fra tanti leghisti rampanti – e dare le dimissioni: non è mica una tragedia!
Saranno fatti loro gestire queste faccende di soldi, di migranti (auguri!), di rapporti con l’Europa, con la Francia dispettosa…ma…ditemi una sola cosa: quale, minimo vantaggio potete osservare nella prosecuzione di questa esperienza di governo da parte dell’elettorato 5S, che li premiò con un 33% che era sinonimo di speranza, di cambiamento, di rivolgimento nelle pratiche di governo?

Già sanno che non saranno più rieletti, che la loro storia politica è finita: perché non lasciare con un atto di dignità? Perché, caro  Di Maio, governare con belle parole e niente fatti non si può: se il principale logos della questione era capire come si poteva vivere senza questa, costante ricerca del “più” di tutto che ci sta distruggendo, allora finiamola lì e che continuino quelli che ci credono!
Tanto, la riforma di Bonafede non vedrà mai la luce: quando mai Berlusconi gli lascerà tagliare la prescrizione! E cosa dice il sottosegretario all’Energia Davide Crippa, mentre l’ENEL, in bolletta, ci fa pagare quasi il 50% di “trasporto dell’energia”, quando l’energia elettrica ha perdite del 5% sulle alte tensioni e del 10% sulle medio-basse?

E’ vero: avete provato a dire “No” su tante cose e, oltre che crocifiggervi, vi hanno obbligato a dire di sì, altrimenti facevano saltare il banco: fate vedere se avete i cosiddetti. Fateglielo saltare voi, vedrete a che bella cagnara assisteremo!

19 luglio 2019

Diventerà 100 volte più bella!


La notizia, compare e subito scompare, inghiottita dai titoloni di punta, come la vicenda russa della Lega, le liti nel governo o la malattia di un noto allenatore. Viene rifilata a fondo pagina, accanto ad una notizia importante, che fa inumidire gli occhi: la morte di De Crescenzo, il “filosofo” Bellavista, con i suoi modi garbati ed i suoi occhi tristi.
Se vivessimo in un Paese normale, sarebbe una notizia che farebbe sobbalzare chiunque, ma non in Italia: forse è vero, l’Italia a trazione M5S-Lega non è molto diversa da quella a trazione Andreotti, Berlusconi, Prodi o Renzi.
Volete proprio conoscere la notizia del giorno, data e subito dimenticata?

La Sicilia ha bisogno di 100 nuovi dirigenti, per dirigere un’accozzaglia regionale composta da 15.000 dipendenti, perché la Regione Sicilia ha già oltre 1.400 dirigenti, pressappoco uno ogni 10 dipendenti. E, più un terzo dei dirigenti regionali italiani, lavora per la Regione Sicilia. (1)
Beh…se possono permetterselo…ma, basta un colpo di mouse per sapere a quanto ammonta il deficit di bilancio della regione siciliana, è lo stesso governatore a dirlo, ad un giornalista che lo intervista.
Senza problemi, come se non fossero affari suoi, il superpresidente Nello Musumeci – giunto al potere grazie al “listone” composto da Forza Italia, #Diventerà Bellissima, Unione di Centro, Popolari e Autonomisti e Fratelli d'Italia e Noi con Salvini – ci racconta, così, semplicemente, che il deficit previsto…:

“Ammonta a 5 miliardi il deficit della Regione. Ed è fuor di dubbio che la crisi finanziaria condizionerà l’operato del governo almeno per i primi anni.” (2)

Già…che problema c’è? E che ci frega a noi? Tanto ci sarà chi ci penserà!

E devono pensarci, anche se a paroloni si definiscono “sovranisti”, perché la Sicilia – signori miei – è italiana soltanto per i debiti, mica per altro!
Non è un mistero che, al termine della 2GM, quando gli inglesi decisero di tenersi Malta, gli americani risposero, semplicemente: “E noi ci teniamo la Sicilia!”
Poi ci fu una storia complicatissima – Salvatore Giuliano, Portella della Ginestra, l’indipendentismo siciliano, i “traffici” con gli americani dal 1943 al 1950…mettiamoci pure che, forse, l’URSS storse un po’ la bocca… – ma tale “indipendenza”, poi suggellata dai rapporti mafiosi fra Cosa Nostra ed “parenti” ammerrecani, finì per sortire una specie si separazione di fatto: resti italiana, ma sia chiaro che qui comandiamo noi su tutto.

La cosa non è assimilabile al Veneto (Camp Ederle), alla Campania (Comando VI flotta), alla Toscana (Camp Darby) o il Friuli (Aviano)…no…qui è proprio terra nostra…voi dovete solo pensare a pagare…a suo tempo, abbiamo sistemato i missili nucleari a Comiso, facendocene un baffo di tutte le vostre proteste e, se le cose dovessero tornare a prendere una brutta piega con la Russia, siamo pronti a rimetterceli!

Senza contare – e qui basta prendere in mano un libro dove un qualsiasi pentito di Mafia racconta – tutto il mercato della droga, dai primi anni ’80 in poi, è stato gestito in Sicilia, con “triangolazioni” interessantissime fra i mammasantissima e l’Afghanistan, la Colombia, gli USA, eccetera, eccetera…

Per questa, semplicissima ragione, Nello Musumeci può buttare cifre a vanvera, può assumere centinaia di dirigenti (senza concorso!), può chiedere che si faccia il Ponte oppure cavalcare la tigre indipendentista (quasi la metà dei siciliani lo sono) (3)…insomma, con quella bocca può dire quel che vuole. Tanto…

Ma chi è Nello Musumeci?
Giovane Italia, poi MSI, quindi Alleanza Nazionale, indi La Destra e infine #Diventerà Bellissima, prendendo a prestito una nota frase di Paolo Borsellino. Che non so, pur essendo stato di destra, come la prenderebbe se fosse vivo.
Insomma, ha vissuto un’intera vita nella destra italiana – quella estremista, non con il “pacioso” Berlusconi – e sa benissimo che gli ordini che contano – ed ai quali deve obbedire – non vengono da Roma, bensì da Washington, New York o da Arlington.

Con buona pace di tutti quelli (di destra) che si strappano i capelli per l’ignominiosa “occupazione” militare americana, per la NATO, per le ingombranti basi nella Penisola…e che danno, di tutto questo, la colpa ai “comunisti”.
E non so come la prenderà Salvini. Come dimenticare la “gallina dalle uova d’oro” di Bossi, ed il Sud famelico, pronto a rubarsele? Ah, già…è anche lui nel “listone” di Musumeci…

E’ proprio vero: l’Italia non cambia mai…da Andreotti a Craxi, da Prodi a Berlusconi, da Renzi a Salvini…se c’è da appoggiare il solito rubagalline, non mancano mai!

(3) https://it.wikipedia.org/wiki/Indipendentismo_siciliano

01 giugno 2019

Ma quanto ci rubano?

Osserviamo: prima di parlare, scrivere, commentare, tenere conferenze, postare interventi su Youtube, Facebook, Twitter…osserviamo, guardiamo, ragioniamo. Questo è il mestiere del giornalismo d’inchiesta, non altro: non un copia/incolla da un sito all’altro, del quale non possiamo fidarci ciecamente.
Osservo il porto turistico di Varazze: un tempo – prima che affondasse la Haven nel 1991, 10 ore dopo il Moby Prince – una larga parte del porto era riservato alle barche da pesca ed ai pescherecci, alcuni di ragguardevoli dimensioni. Ed oggi?

Oggi sopravvivono poche barche a vela, non molti, modesti yacht a motore, gommoni e quant’altro, sfavoriti da una politica dei prezzi che li taglieggia: un posto barca, annualmente, costa sui 5-6000 euro per 10 metri di barca. Perché?
Poiché si cerca di far spazio per gli yacht (quasi tutti a motore) superiori ai 25 metri, come sta avvenendo in quasi tutti i porti turistici italiani. Ohibò: gli italiani sono diventati tutti ricchi?
Gli stessi yacht, sono ormeggiati in banchina, già iscritti alle Isole Cayman per motivi fiscali – isole dei pirati erano le Cayman, cosa potevamo aspettarci? – solo in attesa di un acquirente. Ma cosa sono?!?
Sono dei “bestioni” con motori di 3-4000 Cv, che costano 1-2 milioni di euro, che pagano circa 50-100.000 euro/anno per stazionare in porto, che necessitano di un equipaggio (un comandante, un motorista, un marinaio), per le quali un “pieno” si aggira sui 10.000 euro. Non è proprio roba per tutte le tasche.
Beh, direte voi…sono roba per ricchi…

Già, ricchi.
Sapete qual è il Paese che produce il maggior numero di questi aggeggi? L’Italia (1), da 14 anni, è in testa nella produzione mondiale di grandi yacht: se ne producono, ogni anno, circa 200, da una dozzina d’aziende.
Beh, non saranno mica tutte vendute in Italia? No, nessuno sa chi siano i proprietari, perché sono intestate a società che hanno sede…guarda a caso…alle Cayman. Però, molti, stazionano nei porti italiani: chissà come mai?
Beh, se volete notizie su chi li utilizza (solo i più noti) potrete trovare qui (2) Briatore e qui (3) Formigoni…ma sono certi che saprete fare meglio cercandoveli da soli…il problema è che si sono fatti furbi: chi mai può indagare Piripicchio, se lui ha una partecipazione nella Fuffalex.snc, società che fa parte del gruppo Voloben.srl, che è dipende dalla holding Rubatutto…con sede alle Cayman, consociata in Lussemburgo alla…
Roba che un magistrato deve spaccarsi il cervello per trovare il bandolo della matassa.

Questa divagazione sui possessori di grandi yacht non ci fornisce dati sull’entità della corruzione, però ci dice qualcosa l’ingrandimento dei bacini dei porti turistici – per ospitarli è necessaria una certa distanza fra i pontili – perché significa che parecchi di questi “mostri del mare” soggiornano in Italia, e dunque i proprietari (o gli utilizzatori) non sono distanti. Perché tenerli nei porti italiani che, oltretutto, non sono per niente a buon mercato? Potremmo ipotizzare che tutto sia “pagabile” tramite “favori” e tangenti varie, anche il canone di locazione del porto?
Qualche riscontro c’è, come quello di un pentito di n’drangheta, il quale afferma che ad un avvocato, facente parte di una “giro” di corruzione “sarebbe stato perfino regalato uno yacht in precedenza sequestrato e poi dissequestrato”. (4)

Ma, se cercassimo alla fonte dati sulla corruzione in Italia?

Le fonti sono incerte, per un semplice motivo: chi corrompe od è corrotto, non lo va a gridare ai quattro venti. E le stesse indagini, processi et similia forniscono dati scarsi. Perché? Poiché ne baccano pochi!

Il dato più conosciuto e riportato in molte analisi è quello della Banca Mondiale, la quale “stimò” la corruzione a livello mondiale in 1000 miliardi di dollari. Chissà perché 1000 (mille e non più mille…mah)…cifra tonda…un numero ad effetto. Beh, secondo il dato, forse non fasullo ma poco convincente, siccome l’Italia partecipa al PIL mondiale per il 6%, fanno 60 miliardi annui che finiscono nelle tasche dei corrotti. Prendetela come volete: Banca Mondiale dixit.

Mi è sembrato più accurato il dato proveniente da un’indagine eseguita dai Verdi europei e validata da una società di controllo americana, studio confermato anche dall’UE (5). Racconta che, nella sola Europa, la corruzione vale 904 miliardi l’anno. Non so se questo dato sia esatto, però so per certo che a Bruxelles ci sono 7.800 lobbisti regolarmente accreditati (6): altre fonti citano 15.000, ma non è il caso di litigare su questi numeri, giacché dipende dai soldi che ci metti, non tanto da quanti uomini hai.
Secondo questo studio, ogni anno l’Italia “perde” in corruzione 236,8 miliardi di euro, pari al 13% del suo PIL: percentualmente, non è la più corrotta in Europa (gli stati dell’Est Europa sono più corrotti), però in valore assoluto è la prima assoluta, seguita dalla Francia e dalla Germania, ma un po’ più distanti come valore percentuale sul PIL.

Che siano 60, oppure 239, io non posso metterci le mani sul fuoco: però, nel nuovo porto di Loano (SV) ho visto personalmente un mega-yacht che era, in realtà, un ex cacciatorpediniere francese: perché? Poiché aveva già la piattaforma per l’elicottero!

Lo scorso anno – ricordo – ci hanno fatto impazzire perché il RDC e Quota 100 costavano circa 10 miliardi l’uno…e questi si dividono decine o centinaia di miliardi? Con l’Europa che andava a spilluzzicare sui decimali di debito, lo spread che tuonava, Moscovici che vomitava insulti…mentre, sull’altro versante, sulle mazzette tacevano?

Non voglio affermare che la ragione della sconfitta elettorale dei 5S sia stata solo quella che ha sostenuto Massimo Fini, ovvero i “mazzettari” gaudenti, però qualcosa di vero c’è anche in questo: cosa controlla quella gente? Tv, giornali, Web…in una sola parola, INFORMAZIONE. Che è stata un solo bombardamento, concentrato sul M5S. E chi hanno iniziato a temere, sin dal crollo del ponte Morandi? Sin dalla TAV? Solo il M5S, perché la Lega era sì d’accordo…però si smarcava sempre di lato. Faceva capire che, per loro, era importante il PIL, il lavoro…”quella roba lì” era solo “merce” dei 5Stelle, che se era per loro…avrebbero chiuso un occhio, anzi due…

I due casi di Rixi e Siri sono roba di poco conto (almeno, Rixi, Siri si vedrà) però entrambi hanno sbagliato, e chi sbaglia paga. Se preferite che non paghi, ditelo chiaro, preferita pagargli gli yacht e, per voi, Formigoni – oggi – sarebbe tranquillo a casa sua a progettare vacanze? Scegliete.


(6) https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-06-23/l-esercito-lobby-bruxelles-chi-sono-e-quanto-spendono-gruppi-interesse-ue-130144.shtml?uuid=ACrSnOF

27 maggio 2019

Fuori e dentro l’Italia


L’apparenza inganna: delle elezioni che hanno mostrato quanto il “monster” europeo sia più forte e ramificato di quanto immaginavamo – e che sono state una sconfitta per tutti coloro che guardano all’Europa come il fumo negli occhi – sembra che avranno soltanto effetti sulla politica italiana (della Francia ed altri Paesi, in questa, sede, non ci occuperemo), dove sono al governo due partiti euro-scettici. Ma quali effetti? Sono più interessanti del previsto.

Partiamo dello sconfitto, che è soltanto uno: il M5S. E’ una sconfitta, principalmente, del suo capo politico che aveva il dovere di “plasmare” diversamente il partito, e c’è una seconda istanza da prendere in considerazione: la presenza, ingombrante, della Casaleggio & associati sul treno vittorioso del 4 marzo 2018.

Gli errori hanno sempre pochi padri, si sa, ma gli errori ricadono inevitabilmente sulle spalle dei figli.
Gente che aveva fatto esperienza politica solo nell’ambiente pulito ed ovattato dei meet-up non poteva essere lanciata nel calderone maleodorante ed agguerrito della politica rampante, del confronto senza esclusione di colpi delle Tv di partito: se ricordiamo, Beppe Grillo – agli inizi – aveva proibito la partecipazione ai reality televisivi. Ma non era possibile, e allora le liste furono create partendo dai meet-up ed infarcendoli, qui e là, con personaggi di dubbio valore, che avevano conquistato un’altra, altrettanto dubbia, notorietà televisiva. Uno per tutti: Gregorio de Falco. Uno che, in tutta la vita, aveva solo gridato un “cazzo, risalga su quella nave” come messaggio “politico” (?).

Il secondo, clamoroso errore, fu accettare come direttore della RAI un uomo di Berlusconi: perché hanno accettato? Se le reti di B. erano tutte dirette contro il M5S, il Mov. non ha avuto nemmeno una rete televisiva al suo fianco, una misera rete televisiva, quando il PD, super sconfitto alle elezioni politiche, ha saputo mantenere la “sua” rete ed importanti personaggi sulle altre, vedi Lilli Gruber.
La riforma della Tv, non è mai arrivata: lo ricordiamo a Di Maio.

C’era, poi, nel dibattito politico, un’anomalia: mentre tutti erano pronti a stigmatizzare qualsiasi uscita di un esponente 5S troppo “di sinistra”, nessuno si meravigliava del fatto che la Lega teneva tranquillamente i piedi in due staffe, rimanendo legata al carro del centro-destra, formalmente e sostanzialmente.

In generale, il livello dei personaggi messi al governo da entrambi i partiti è risultato molto basso, troppo basso, e sono valsi più, soltanto, i messaggi su Facebook e su Twitter, ampiamente decisi e studiati dai rispettivi spin-doctor, nei quali quelli della Lega hanno ampiamente prevalso.

Troppo tardi, Di Maio, s’è accorto della trappola, e ci ha fatto finire dentro tutto il M5S: bisognerà attendere le analisi del voto, ma non mi meraviglierei se tutto il risultato dipendesse dalla gran  massa di voti ex M5S che si sono rifugiati nell’astensione. In effetti, la mancanza di un 20% circa di elettori sulle elezioni politiche, fa salire proporzionalmente gli altri. I “numeri”, rapportati agli aventi diritto (100), con un’affluenza del 55% raccontano altre cose:

Lega: 17,5 voti
M5S: 9
PD: 12
FI: 5
Fratelli d’Italia: 4
+ Europa: 2
Altri, nulle e bianche: circa 6.

45 non hanno votato.

Ciò che salta agli occhi, non è il successo della Lega né la “ripresa” del PD – che, in termini di voti, ha perso circa 161.000 voti – ma che, grazie alla scarsa affluenza, percentualmente ne ha un vantaggio.
L’unico, vero dato è che il M5S ha perso circa 1,2 milioni di voti: i quali, su una platea di 40 milioni di potenziali elettori, non sembra gran ché ma, se la gente non va a votarli, è dalle loro parti che bisogna trovarne una ragione.
In altre parole, ragionare sull’affluenza è doveroso farlo, ma chiedersi – dopo – perché tanti se ne sono andati, è la sola via da seguire.

Cosa potrà fare il M5S per risalire la china?
Cambiare qualcosa al suo interno: marginalizzare il ruolo della Casaleggio & associati – quelle buffonate che approvavano la linea del partito con 30.000 voti (elettronici!) – e cambiare leader: va bene Di Maio al Lavoro, ma richiamate Di Battista come segretario del partito. Perché? Poiché è del tutto evidente che il partito, una volta raggiunto il potere, è stato abbandonato come un sacco al bordo di una strada.
E’ nel partito che si formano le nuove leve ed è sempre nel partito che si forma il consenso: altrimenti, si deve correre sul “pianeta” Tv dove non si ha (colpevolmente) nulla, oppure sul pianeta Internet che è stato abbandonato a se stesso.

Rimane da chiedersi cosa farà la Lega.
Non andrà certo ad una resa dei conti per tornare nel centro destra: come avevo già scritto in un precedente articolo, la data più probabile per nuove elezioni sarebbe la prossima Primavera. Ma.
Se il M5S facesse valere la sua forza elettorale in parlamento – ossia non cambiasse nulla nel governo e propendesse per una linea politica di maggior attenzione ai suoi obiettivi – la palla tornerebbe alla Lega, che dovrebbe decidere il da farsi.

Non ha sbagliato Zingaretti nel dire che si potrebbe tornare al bipolarismo (lui, ovviamente, ci spera) perché la Lega con FI e la Meloni potrebbe sperare di arrivare al governo. Attenzione, però: i voti oggi raccolti dalla Lega mostrano che gli italiani approvano la Lega senza Berlusconi e la Meloni: quale sarebbe il nuovo responso? In fin dei conti, la Lega ha mostrato di ben governare insieme ai 5S, non con altri, e la Lega con Berlusconi aveva il 6% dell’elettorato. E i 5S all’opposizione sarebbero pericolosi.

Un rimpasto di governo? Poco probabile. Una linea di governo più vicina ai desiderata della Lega? Sarebbe la fine dei 5S.

Penso che, passata la sbornia elettorale, si tornerà a parlare dei problemi del Paese, ma si tornerà esattamente a farlo come prima, altrimenti ogni accelerazione di Giorgetti condurrà, inevitabilmente, alla fine del governo. Che, per come ha lavorato, è stato fra i migliori degli ultimi decenni, nonostante le tante ingenuità e mancanze.

Sta ai 5S mostrare d’essere una forza di governo decisa e sapiente: cosa che, fino ad oggi, non hanno saputo fare con la dovuta precisione, e gli elettori li hanno puniti.
Per entrambe le forze al governo si pone, quindi, un dilemma: crescere da soli oppure continuare (Lega) sotto “opzione” d’altre forze politiche?

Staremo a vedere. 

12 maggio 2019

Governo Lega-5Stelle 2.0

Certamente, Salvini dopo l’uno/due della faccenda Siri e dell’autorizzazione allo sbarco autorizzata da Conte (con impegni già presi di mandarli in Europa), sta meditando se staccare la spina al governo oppure continuare. Il cellulare con Giorgetti sarà caldissimo, anche perché la vicenda di Siri rischia di trasformarsi – con la prosecuzione delle inchieste – e Giorgetti rischia anche lui un avviso di garanzia, perché quell’inchiesta è un filo che si sa da dove parte e non si sa dove andrà a finire. L’atteggiamento dei 5Stelle, complice anche l’avvicinarsi al voto, si è fatto intransigente e la Lega ha perso 6 punti percentuali nei sondaggi in una settimana. Salvini ha provato a scaricare il barile delle espulsioni sulle spalle di Conte e di Moavero, che hanno risposto picche: che fare?

A mio avviso, Salvini non aveva veramente intenzione, dopo le elezioni, di rompere il Governo per tentare l’avventura con il centro-destra nel quale fare il leader indiscusso, perché a parole Berlusconi glielo avrà senz’altro promesso, ma lui non si fida. E fa bene: il vecchio marpione ne sa una più del diavolo in termini di alleanze, e se oggi promette, domani è pronto a farti scivolare via lo zerbino da sotto i piedi. Lo abbiamo visto nell’ultimo governo – socio di Renzi – cos’è stato in grado d’inventarsi (Verdini e tutto il resto).

Ha commesso degli errori, inutile girarci attorno, credendo d’essere il vero capo della coalizione, colui che aveva le redini della politica italiana ed oggi Conte si è ripreso tutto il suo spazio, relegandolo al suo ruolo di ministro degli Interni.

Fidarsi della “parola degli italiani”, che nei sondaggi lo consacrano primo partito? E per quanto? La Lega, più volte, ci ha mostrato di saltare dalle stelle alle stalle in brevi periodi, di passare da momenti di gloria fin quasi all’estinzione.
Relegarsi in un ruolo subalterno, fidando sulla dimostrazione di buon governo? I 5 Stelle sono maestri in quest’arte, e se lui si priva del ruolo di playmaker che si è dato – la politica fatta sui social, le sparate un po’ sopra le righe, la vicinanza con ambienti non proprio coerenti col suo ruolo istituzionale (l’estrema destra, le tifoserie più accese, ecc) – rischia veramente di tornare a percentuali che gli danno sì il ruolo di primo partito nel centro destra, ma non i numeri per governare.

Riflettiamo un attimo con calma: i sondaggi non sono voti, sono sondaggi, adesioni vere o false gettate nella mischia per agitare le acque, ma più volte abbiamo visto cosa succede dei sondaggi dopo le elezioni. Anche così, l’elettorato italiano – interrogato dai sondaggisti – conserva un buon 20% d’indecisi, in grado di cambiare le sorti di qualsiasi governo.

Salvini non può competere con Conte come figura “affidabile” per un elettorato centrista, perché non ne ha la stoffa: è un estremista che però, per vincere, ha bisogno d’inoltrarsi in quella palude del centro che è un marasma difficile da decifrare. Basta un nonnulla, ed i tuoi risultati variano di quel 5% che è il discrimine per governare o restare al palo. Le recenti elezioni ci hanno consegnato un governo “spurio”, che ha accettato la sfida di governare, ed in qualche modo l’ha portata avanti, con ingenuità, sbruffonerie e quant’altro.

Ma la vera mina vagante, il vero pericolo per Salvini è la vicenda Siri, della quale tutto ciò che è avvenuto sino ad oggi è solo la punta dell’iceberg: male ha fatto, il ragazzo, a non liberarsi subito di Siri perché la faccenda rischia di rovinargli addosso come un boomerang.

Tutto nasce dall’ingenuità dei 5Stelle e dalla supponenza della Lega, che ha sottovalutato molti aspetti della vicenda, fidando troppo sulla “faccenda migranti” per creare consenso. I 5Stelle non hanno capito che l’unico modo di ovviare all’ingerenza dei grandi gruppi di capitali (anche mafiosi) nel mondo dell’energia era quella di dar forza allo Stato creando un vero e proprio ministero per l’Energia, con un vero ministro capace di tenere a bada le mille camarille delle lobby dell’energia, e riportare alla mano pubblica quel pianeta che, in quanto a giro di soldi, equivale al possesso di una moneta nazionale. Attenzione: non sto dicendo che con l’una si possano curare le magagne dell’altra, bensì che le potenzialità della ricchezza creata/rubata si equivalgono in termini bruti.

Per capire la faccenda, bisogna sforzarsi di capire il mondo dell’energia, e cercherò di farlo nel modo più semplice e veloce possibile.

Il mondo dei fossili è al capolinea, ma non per le questioni ecologiche, Greta, la CO2 e tutto il resto: per il semplice fatto che l’umanità ha scoperto mezzi più economici e veloci per produrla. Come per ogni grande scoperta, ci vuole tempo perché il nuovo soppianti il vecchio: la ferrovia ci mise circa 70 anni per buttare le carrozze nei musei. E la ferrovia, creò una fortuna immane nelle mani dei Rothschild, che la investirono nella 1GM, con esiti che ben conosciamo: stiamo attenti a non ripetere l’errore.

I mezzi sono due, l’eolico e il solare, con l’idroelettrico ed il geotermico (già conosciuti da tempo) a seguire.
Soltanto 30 anni fa, i pannellini solari li vendevano come giocattoli per i bambini, per deliziarli nel far girare una ventola. 40 anni fa, fui testimone dei primi tentativi della FIAT (centro ricerche di Cambiano) di creare il “Libellula”, una specie d’aerogeneratore con molle, camme e contrappesi che fu installato proprio a Stella (SV), e che ad ogni tempesta andava in mille pezzi. Di acqua ne è passata sotto i ponti.

Premesso che entrambi i metodi sono validi ed essenziali per la continuità di fornitura e per ovviare ai capricci del sole e del vento, il fotovoltaico va bene per le forniture domestiche in loco (si ovvia a molti, onerosi trasporti d’energia) mentre l’eolico è il vero sistema di potenza.

Un odierno aerogeneratore da 3 MW di potenza, quando ruota al 50% della potenza produce 1.500 KWh: per ottenere lo stesso risultato, sono necessarie almeno 2000 installazioni su tetti in altrettante case. Ossia tutte le case di una cittadina di 5000 abitanti: ma non fate il tifo per l’uno o per l’altro, servono entrambi per l’equilibrio del sistema.

Chiudo la parentesi tecnica ricordando di non spaventarsi per l’incostanza delle fonti: c’è l’idroelettrico a compensare, ed anche le turbine a gas metano (per ora), ma quando il sistema sarà abbastanza esteso ed interconnesso non saranno necessarie più nemmeno quelle.

E veniamo ai costi.

Il sistema eolico costa circa 1 milione di euro per MW installato, tutto compreso: i costi diminuiscono man mano che il tempo passa, ma teniamo per buono quel dato empirico.
Ci vogliono capitali, e lo Stato decise che l’eolico era patrimonio dei privati: poteva usare la Cassa Depositi e Prestiti, ma non lo fece. Approfondiremo in seguito.

E’ molto raro che i Comuni comunichino i dati dei soldi che incassano per quelle installazioni sul loro territorio – io li conosco, ma a “microfono spento”, oppure andando a spulciare il bilanci – però in qualche caso l’hanno fatto.

E’ il caso di Firenzuola (FI), che ha installato (dal 2014) un parco eolico su 7 aerogeneratori per complessivi 13,6 MW di potenza installata, che produce circa 28 GWh l’anno.
Il costo d’installazione, dunque, è stato di 13,6 milioni di euro: in quanto tempo si ammortizza l’impianto?
Dipende da quanto produce: l’articolo in esame (1) afferma 28 GWh, (che  secondo i miei calcoli dovrebbero essere 35): anche qui, c’è sempre qualcuno che vuole nascondere la sabbia sotto il tappeto, ma teniamo buono quel “28”.
A questo punto bisogna stabilire quanto pagherà Terna per il singolo KWh, che l’ENEL ci vende a circa 30 centesimi di euro: il prezzo varia da 3 a 20, secondo le ore del giorno, ed a fissarlo è la Borsa Elettrica: operando una media ragionata ed abbastanza precisa, si può fissare a circa 12 centesimi il KWh.
L’impianto rende dunque circa 3,3 milioni di euro l’anno, che è abbastanza in linea coi dati consueti: un impianto ha un ammortamento di circa 5-6 anni. Ossia, la società di gestione allo scadere del 5° anno avrà pagato l’impianto e, con la sola manutenzione, incasserà 50 milioni di euro nei successivi 15 anni.
E il Comune?

Al Comune andranno 170.000 euro l’anno, ossia circa il 5% dell’incasso annuo in energia.  Così è per tutti gli impianti eolici, che devono avere l’approvazione del Comune. Sarà proprio così? Solo il 5%?
Poco? Tanto?
E’ come per la società Autostrade, che si decise di venderla ai privati: da quel momento, non essendoci più profitti, tutto il sistema viario italiano cominciò a decadere.

Riflettiamo che, l’eolico, è uno degli investimenti più sicuri, redditizi e legali che ci possano essere: quale azienda la ammortizzi completamente e senza rischi dopo 5 anni? Poi, 15 anni di profitti, quindi un intervento per cambiare i rotori e…via per altri 20 anni! Magari si lamenteranno pure che bisognerà ridare la vernice ai pali, oppure Italia Nostra chiederà a gran voce la demolizione del tutto.
Ora, io sono d’accordo che non si può costruire un impianto vicino ad un’abbazia romanica, ma a qualche chilometro non disturba proprio nessuno, nemmeno il più esigente degli esteti! Non la vogliono proprio? L’alternativa è una mini centrale nucleare (modello sottomarino nucleare) nel giardino di casa: la vuoi?

Se, invece, la Cassa Depositi e Prestiti avesse finanziato l’intervento, i soldi ora sarebbero rientrati in casse pubbliche per essere usati per nuovi bisogni: così s’impoverisce lo Stato! Esattamente come per la moneta!

E’ chiaro che, nel caso di Siri, non si è trattato di una semplice (e misera) tangente (sempre che sia così) ma dell’emergere, per un attimo, del marasma che questa vicenda sottende.
La Magistratura siciliana, già da tempo, aveva evidenziato i legami fra Cosa Nostra ed il mondo dell’eolico: c’è da meravigliarsi? Possibile che un simile affare sfugga ai mammasantissima?

E allora…lo Stato si disinteressa dell’Energia…nomina sì un sottosegretario con delega – tale Davide Crippa (5Stelle) – il quale, però, non ha mezzi ( o non vuole) intervenire sulla materia.
L’importante è che “qualcun altro” possa garantire che quel flusso di denaro e di rendite – il vento sono solo soldi che volano per l’aria – che il sistema eolico assicura: non importa se le aziende si chiamano Tizio, Caio o Sempronio, l’importante è che assorbano i “surplus” delle attività criminali delle Mafie e li riciclino nel modo più pulito possibile. E cosa c’è di più pulito del vento?

Ecco, allora, che un ex parlamentare di Forza Italia – tale Paolo Arata – cerca disperatamente di far scegliere Siri al ministero dello Sviluppo Economico (dove, oggi, c’è Crippa) perché sapeva che, da quella poltrona, Siri sarebbe potuto essere di grande aiuto per i suoi affari. Ma non ci riesce, e Siri va ai Trasporti.
Affari pericolosi, giacché il nostro – in un’intercettazione – diceva di Vito Nicastri “La persona più brava dell'eolico in Italia” pur sapendo che Nicastri era agli arresti domiciliari per la sua vicinanza al boss Mattia Messina Denaro. E aveva inviato, chissà perché, suo figlio Franco Arata (pure indagato) ad Alcamo – residenza coatta di Nicastri – mentre aveva “piazzato” l’altro figlio, Federico,  accanto a Giorgetti, come “consulente”.
Un bel casino per Salvini.

Ora, non m’interessa la colpevolezza o l’innocenza di questi signori: mi sembra che ci sia abbastanza materiale per capire ciò che la gente non deve sapere: storditi dall’innocenza di Greta, gli affari sotterranei delle Mafie devono continuare, in un settore che ha l’immagine della “pulizia”, l’energia “pulita”.

Ora, domandiamoci quale potrà essere il futuro del Governo.
O si mettono d’accordo per depurare tutti gli ambienti decisionali dalla gente vicina alle mafie ed agli ambienti contigui (perché le mafie non si presentano mai con la coppola dicendo: “buongiorno, sono il capobastone di…). Compare, invece, un distinto signore – il quale, magari, è all’oscuro di tutto – ma non ci deve essere pietà per nessuno: sta ai partiti politici verificare chi mettono in lista!
L’altra alternativa è andare ad elezioni con Berlusconi che (se ce la farà) spadroneggerà dietro le spalle di Salvini, o qualche trucco contabile di Mattarella, Cottarelli, la trojka e roba del genere.

Tertium, non datur.