06 agosto 2020

Bombe atomiche, e cervelli all’ammasso a gogò

Una devastante esplosione ha sventrato il “cuore” di un Paese devastato, ossia il porto di Beirut. Un Paese veramente alla frutta per capacità politiche ed amministrative, che ha visto recentemente una svalutazione dell’85% della moneta, che vede – spesso – i jet israeliani che sorvolano il territorio di confine per colpire o tracciare le mosse del “nemico alle porte”, ossia Hezbollah. Questo è il quadro libanese.

Un governo del genere ha lasciato negligentemente sulle banchine 2.750 tonnellate di Nitrato d’Ammonio da circa tre anni, dopo che era stato sequestrato da una nave che batteva bandiera moldava (?) ed era diretta in Madagascar. Se l’area in oggetto era l’area della merce sequestrata, possibilissimo che ci fossero anche fuochi pirotecnici a loro volte sequestrati, o magari armi, altri esplosivi…in una nazione disastrata come il Libano, puoi trovare qualsiasi cosa in qualunque strada.

Ciò che dimostrerò, però, è che nessun ordigno nucleare è stato usato in quel frangente, né che missili o bombe sono state lanciate sul porto di Beirut.

Andiamo con ordine.

 

Gli esplosivi non sono tutti uguali e, la loro potenza, si sprigiona principalmente nella capacità di svolgere reazioni chimiche (in genere, ossidazioni con successiva combustione) nel minor tempo possibile.

La principale (ed essenziale) qualità di un esplosivo è quindi quella di generare un’onda d’urto la quale, maggiore è la velocità con la quale si distanzia dal punto d’origine, maggiori sono i danni che crea.

Possiamo renderci facilmente conto di questo fenomeno se incendiamo – a terra, in un luogo aperto – un bicchiere di gasolio: il gasolio brucerà, abbastanza velocemente. Se, invece, usiamo della benzina l’incendio sarà più subitaneo ed assomiglierà più ad una modesta esplosione la quale, non trovando ostacoli, si esaurirà in una manciata di secondi.

Il Nitrato d’Ammonio, invece, è un esplosivo più subdolo perché necessita di due fasi: la prima, nella quale riscaldandosi genererà una nuvola di Ossigeno la quale, in un secondo tempo, “assalirà” il combustibile (tipicamente polvere di carbone o gasolio assorbito su un substrato inerte) provocando l’esplosione, che porterà il Carbonio prima a CO (ossido di Carbonio) poi a CO2 (anidride carbonica) e sarà proprio qui il maggior “salto energetico”, con conseguente fiamme ed una consistente onda d’urto.

Difatti, se usato in ambito civile o militare, il Nitrato d’Ammonio richiede un duplice innesco, a distanza di una manciata di secondi.

 

Siamo, però, molto distanti dal C3, C4 o T4 che sono esplosivi plastici – usati nelle testate dei missili ad esempio – e che generano un’onda d’urto che viaggia a velocità dell’ordine del Km al secondo a migliaia di gradi centigradi: uno di questi esplosivi, ad esempio, fu usato nella strage di Bologna del 1980.

Nulla di tutto ciò è stato notato a Beirut, laddove i grattacieli che si vedono in lontananza non sono stati interessati dell’esplosione, se non per aspetti secondari. Nemmeno a pensare ad un’esplosione nucleare, la quale in pochi secondi avrebbe ridotto tutto in briciole, grattacieli compresi, con una velocità impressionante.

 

La velocità è il secondo fattore: più l’onda d’urto è veloce e più disgrega le opere murarie. Se l’onda d’urto è simile a quella di Bologna è in grado di sollevare addirittura treni e scagliarli per aria, ma si esaurisce presto. La dinamica nucleare, invece, è molto diversa: velocità e temperature sono di grado superiore e provocano danni ben più gravi ed a maggiori distanze: però, mentre un’esplosione di Nitrato d’Ammonio genera molti incendi a breve/media distanza, difficili da domare, un’esplosione nucleare si sviluppa nell’arco di pochi secondi e giunge, con la sua potenza, a lasciare un panorama di distruzione totale, soffocando quasi i possibili incendi, che possono sussistere solo a grande distanza dall’esplosione.

E veniamo al “fungo”.

 

Il “fungo” è generato dalla veloce risalita di polveri nel luogo dell’esplosione il quale, successivamente, giunto ad una certa altezza perde la forza iniziale adagiandosi in posizioni periferiche per poi ricadere: questa è la dinamica del “fungo”. Che non necessariamente deve essere atomico.

Si creò, ad esempio, sopra Dresda dopo il bombardamento del 1945, ma anche in situazioni più comuni: tutto dipende dall’esplosione, maggiore essa è, maggiore sarà il “fungo”. Che non indica, assolutamente, un’esplosione atomica.

 

In definitiva, l’esplosione di Beirut ricorda molto le esplosioni di esplosivi a non altissimo potenziale, bensì generatrici di gravi danni per la quantità d’esplosivo usato: dato che non è così facile ottenere del T4, ecco che molti terroristi hanno usato il Nitrato d’Ammonio. Altre esplosioni, sono avvenute negli impianti di produzione.

Si sono verificate, solo dal 1916 ad oggi, ben 30 esplosioni per errore nei siti di produzione del nitrato d’ammonio con migliaia di morti: elenco in nota (1).

Anche i terroristi lo hanno usato per la sua facilità di reperimento: ricordiamo Oklahoma City, Bali e la Norvegia.

 

Qualcuno ha indicato la possibilità che sia stata usata una micro carica nucleare.

La presenza di radioattività viene, generalmente, misurata in Sievert, più precisamente in mSievert, ossia milliSievert (1Sievert/1000 ), giacché un valore di 1 Sievert ha già effetti sulla salute umana: che io sappia, non sono state fatte misurazioni con questa unità di misura che abbiano mostrato pericolo nell’ambiente.

Poi, la cosa ha poco senso: perché “metterci una firma” quando potevano dar fuoco a quel po’ po’ di disastro ambientale che c’era nel porto di Beirut con una semplice, modesta bombetta da usare come un detonatore? Non era nemmeno necessario usare un missile, che viene tracciato – oramai – anche da Cozzalandia.  

 

La domanda che oggi si pone è, allora, chi può aver avuto interesse a destabilizzare il Libano e tutta l’area medio orientale?

Francamente, non trovo risposte plausibili: un conto è fare il galletto come Trump…accusare la Cina di questo e di quello…l’Iran di quello e quell’altro…ad usuum stultorum si fa questo ed altro, compreso commenti su Twitter e battute su Facebook.

Un altro conto è, invece, mettersi in una situazione nella quale si devono rischiare le portaerei a portata dei missili iraniani che giungono fino al Mediterraneo Centrale i quali, oltretutto, sono anche in dotazione ad Hezbollah. E poi: vogliamo proprio combinare un casino del genere a portata delle basi russo-siriane di Tartus e di Hmeimin?

Difatti, Trump ha fatto la sua “sparata” ma è subito stato smentito dal Pentagono. Negli USA, oggi, gli schieramenti fra isolazionisti ed interventisti non sono più fra Repubblicani e Democratici, mentre anche l’ala più dura dei Repubblicani, i neocon, sono passati in seconda linea rispetto agli anni dei Bush quando parevano spadroneggiare nel partito repubblicano. D’altro canto, anche i democratici hanno, con una manovra concertata dai vertici, allontanato gli avventurismi neo-rooseveltiani di Bernie Sanders.

 

Ciò che rimane è un “grande centro” che è la maggioranza nel Paese e che oggi, a causa della pessima gestione della pandemia da parte di Trump, sta accettando come nuovo presidente quel Biden il quale – a dirla tutta – non canta molto di più di un pappagallo impagliato.

In questa situazione di debolezza politica, gli USA non hanno certo velleità imperiali: la situazione economica, dopo la pandemia, sarà molto “scura” e con poche speranze di miglioramento. La Cina, pur accusata di tutto il male possibile, si comporta già oggi da grande potenza: non ancora egemone, ma in procinto di diventarlo.

 

Israele poteva avere interesse a colpire il Libano? L’aviazione israeliana colpiva già le basi di Hezbollah nel Sud del Paese, ma non ha mai mostrato – dopo la batosta del 2006 – di voler ritentare l’azzardo, e non sono le tonnellate di nitrato d’ammonio andate in fumo a modificare la situazione. Fra l’altro, Israele generalmente ha sempre dichiarato le azioni militari che intraprende, perché è una “merce” facilmente spendibile sul fronte interno, quando vanno bene. Con la situazione politica interna dello stato israeliano, con un Netanyahu che sta in sella per miracolo, non mi sembrerebbe il momento di dar inizio a danze così pericolose per gli equilibri internazionali.

 

In quest’ottica, se vogliamo trovare un possibile bandolo per spiegare quel che è successo, dobbiamo tenere presente che la Cina sta modificando il suo commercio estero, nel senso che – da quando Rotterdam era l’unico porto di partenza/arrivo delle merci – è arrivato Cherbourg, quindi Il Pireo, poi Vado Ligure (quando gli insipienti amministratori locali s’accorgeranno che dove c’è un porto sono necessarie strade e ferrovie) e Trieste, già compresa nell’accordo siglato con l’Italia per la “Via della Seta”.

La Cina, dopo il rifiuto di Israele, aveva messo l’occhio su Beirut come porto sul Mediterraneo orientale, ma non è questo disastro che può spaventare i cinesi: al più, risparmieranno i costi di demolizione. La situazione è cambiata da quando è entrato in servizio il nuovo sistema Maerks per lo stivaggio e lo scarico delle merci: completamente automatico (non ci sono più gruisti) ed informatizzato, può facilmente “pescare” i container da scaricare in una data area. Da immense spedizioni in un unico punto, a più punti di raccolta delle merci destinate ad aree più ristrette.

Di certo, la situazione libanese – con Hezbollah al potere – non è di facile soluzione: ma Cina ed Iran sono entrambi nello SCO e l’esperienza degli ultimi 20 anni c’insegna che, all’interno dell’ex Patto di Shangai, le soluzioni – tempo al tempo – si trovano sempre. In questo senso, Macron poteva risparmiarsi la visita a Beirut se aveva intenti diplomatici: fuori tempo massimo, dai tempi del dominio francese su quelle terre.

 

Concludendo, se qualcuno ha tirato un missile, oggi, mezzo mondo ne è al corrente e servono a poco i tanti galletti che strombazzano teorie complottiste: il complottismo è di facile intuizione per le masse, ma spesso non spiega nulla della diplomazia internazionale, che è mille volte più complessa rispetto agli assatanati della tastiera uber alles.

Il potenziale esplosivo era là da anni, ammucchiato alla belle e meglio in un Paese che definire allo sbando è solo far un complimento a curve e tornanti: qualcuno ha dato inizio alle danze con una tanica di benzina? Può essere.

 

Nessuno, di certo, ha sprecato un missile per così poco: in pochi giorni la situazione s’acquieterà ed a Beirut tornerà la solita, sonnacchiosa, ricerca di mettere insieme il pranzo con la cena. Di certo, nelle cancellerie di tutto il Pianeta, ciascuno cercherà di trarre il massimo vantaggio dalla nuova situazione che si è creata.

Ed è solo questo che conta, per chi vuole analizzare la politica internazionale.

 

1) https://it.qwe.wiki/wiki/Ammonium_nitrate_disasters



03 agosto 2020

Logorroica italianità




Il tormentone nazionale riguardante l’immigrazione torna a farsi vivo con la solita logorroica ed inconcludente pantomima dell’italianità violata, succube, forzata. In realtà, il problema nasconde – ancora una volta, come se non bastassero altri pessimi “ricordi” – l’incapacità italiana di fare i conti con la propria Storia.

 

I numeri sono noti: già nel 1975 si superò la famosa “soglia” di 2,1 figli per donna – la quale segna il limite massimo, oltre il quale la popolazione tende a decrescere – che oggi s’attesta intorno ad 1,3. Il che, causa un decremento annuo pari a circa 200.000 italiani ogni anno, ossia come se una città come Padova, Brescia o Trieste non esistesse più. C’è, inoltre, il fenomeno dell’emigrazione italiana – un fenomeno più sfumato, più difficile da interpretare – che causa altre 150.000 partenze. In totale, se consideriamo la sola popolazione italiana, è come se una città come Bari o Firenze sparisse completamente. Ogni anno che passa.

E poi ci sono gli immigrati, una quota annua che in media è di circa 250.000 persone, una quota difficile da conteggiare con precisione e molto variabile di anno in anno: comunque, rispetto al primo decennio del secolo (2000-2010) l’immigrazione si è quasi dimezzata, passando da 500.000 ingressi annui agli attuali 200-250.000.

Come si può notare, il saldo demografico totale risulta di poco in calo: decine di migliaia rispetto alle centinaia di migliaia.

 

Comunque la pensiate, questo è il quadro generale di riferimento per il fenomeno: i dati sono stati presi da Wikipedia, dall’ISTAT e dal Ministero dell’Interno. Ora, bisogna analizzare i reali attributi dei fenomeni, sia l’immigrazione e sia l’emigrazione.

L’emigrazione italiana è più sfaccettata, perché composta da giovani (metà laureati e metà diplomati) che vanno in cerca di situazioni più soddisfacenti e da pensionati che cercano, in Paesi con un costo della vita inferiore, di vedere – in quel modo – la loro pensione “rivalutata”.

Il fenomeno dei pensionati è di minore importanza per numeri, ed è inutile contrastarlo: se una persona vuole andare a vivere alle Canarie, alle Azzorre o in Bulgaria, perché impedirglielo?

Anche il fenomeno dei giovani è, di per sé, difficilmente contrastabile: i ragazzi italiani sono molto ben preparati professionalmente da ottime scuole ed università. Aggiungiamoci un briciolo di “pizza e mandolino” ed i cuochi ed il personale alberghiero italiani sono i più richiesti nel mondo: non dimentichiamo ingegneri e medici, che trovano facilmente proposte più allettanti.

E veniamo all’immigrazione.

 

Molto spesso si sentono lamentele circa la scarsa cultura e scolarità degli immigrati – il che, spesso, è completamente falso, perché non abbiamo mezzi per valutarlo: la lingua, spesso, è un ostacolo insormontabile – ma la cruda realtà è che l’Italia d’immigrati con specifiche professionalità non ne ha bisogno.

L’Italia non necessita di personale di maggior professionalità, in quanto l’alta scolarità italiana fornisce – al netto dell’emigrazione – sufficienti quadri per i ruoli tecnici e dirigenziali del Paese: quello che manca sono elementi non molto specializzati per sopperire ai “vuoti” lasciati nelle mansioni più semplici dal calo demografico.

 

Personalmente, ho conosciuto due ingeneri senegalesi ed una laureata in Chimica ucraina, i quali si sono adattati a fare i muratori e la badante: le difficoltà nella padronanza della lingua – mi hanno spiegato – sono troppo elevate per rimettersi a studiare l’italiano scientifico/tecnico, che non è così semplice da imparare e l’inglese non basta.

Ma, le richieste italiane, quali sono?

 

Facciamo un piccolo esempio che riguarda un’impresa italiana dell’agroalimentare, sia essa di produzione agricola o d’allevamento: sono, in gran parte, aziende familiari. Poniamo che abbiano due figli (situazione molto comune)…ma uno dei due si laurea in Medicina (o Infermieristica, ecc), l’altro in Ingegneria (o Informatica, ecc)…che ci fanno fra pomodori e mucche? L’azienda, quando i genitori vanno in pensione, viene venduta od inglobata in consorzi più grandi d’aziende, le quali hanno però sempre bisogno di personale…e dove lo trovano?

Non dimentichiamo che l’Italia – nonostante si sentano qui e là le proteste per i pomodori olandesi o le albicocche spagnole – rimane la prima nazione europea esportatrice di beni alimentari di qualità o di produzione biologica. Sovente dobbiamo difenderci dalle imitazioni, ma questo avviene soltanto perché non produciamo abbastanza, da lì nascono le imitazioni. Qualcuno di voi ha mai visto una vera mozzarella di bufala salire oltre Roma? O trovare i famosi “ciccioli” emiliani fuori dai confini della regione? Riusciamo a malapena a produrre il 50% dell’olio d’oliva per il consumo nazionale!

 

Durante il lockdown, la mancanza degli immigrati ha fatto temere parecchio per le raccolte di fine Inverno e le semine primaverili, necessarie al ciclo biologico degli alimenti. Dov’è il vero problema?

 

L’italiano medio non ha una percezione sensata sul problema degli immigrati, bensì un falso e logorroico dibattito che sembra fatto apposta per non giungere mai ad una soluzione: da un lato quelli che difendono l’italianità “senza se e senza ma” e vorrebbero le cannoniere nel Canale di Sicilia, dall’altra chi ha un atteggiamento pietistico nei confronti dei migranti e confonde la carità cristiana con la realtà economica.

Ovvio che, le due fazioni, sono abilmente alimentate per scopi elettorali e quindi…guai a cercare di comprendere il problema, guai a “sgonfiarlo”! La gente comincerebbe a ragionare e ci mancherebbe l’argomento “principe” per le campagne elettorali! Dovremmo cominciare a parlare di cose serie, e non siamo capaci! Meglio le cannoniere (che non possono sparare) e le parrocchie che accolgono (magari vorrebbero, ma non lo fanno): insomma, non vogliamo uscire da lì!

Perché le altre nazioni europee hanno una percentuale maggiore della nostra d’immigrati e non si sente l’eterno piagnisteo italiano?

 

Per due semplici ragioni: perché hanno fatto meglio i conti con la loro Storia e, magari, sanno fare anche meglio i conti economici odierni. Oppure, sono completamente stupidi tedeschi ed inglesi che hanno il doppio degli immigrati italiani?

 

La differenza è tutta nel rapporto che le singole nazioni hanno avuto con il loro passato coloniale – che è stato certamente una iattura per i colonizzati! – ma che ha, forzatamente, insegnato ai colonizzatori a trattare: date un’occhiata alla colonizzazione di fine ‘800 nel Pianeta, e lo capirete da soli.

Africa, Sudamerica ed Asia erano colonizzate quasi soltanto da un pugno di nazioni: Gran Bretagna, Francia, Olanda, Spagna, Portogallo, Germania e Belgio. E l’Italia?

 

S’arrabattava, cercando di comprare un porto in Africa Orientale: quando l’ebbe, tentò di “allargarsi” ma, ad Adua, fu subito retrocessa nella serie C delle potenze coloniali. Sconfitta ed umiliata dalle tribù con archi e frecce, lance e scudi e pochi fucili ad avancarica.

Bene o male riuscimmo a rimanere in Somalia e l’unica personalità che i somali ricordano con affetto è il duca Amedeo D’Aosta, perché riuscì ad iniziare un percorso d’agricoltura più moderna e fondò fattorie sul modello europeo: conquistò i somali con l’evidenza dei fatti, non con i crocifissi o le boutade da operetta della diplomazia italiana. Quando fu preso prigioniero dagli inglesi (era il comandante supremo in Africa Orientale) fu trattato con i guanti dagli inglesi, che lo ritenevano più simile a loro che alle mezze cartucce del regime fascista.

 

Andammo in Libia, e per i primi vent’anni non sapemmo far altro che un milione di morti su una popolazione di 7-8 milioni di libici. Per loro fortuna una delle maggiori figure del Fascismo era un uomo diverso, che costruiva strade, case ed aeroporti senza vessare la popolazione locale: era Italo Balbo, che fu inviato in Libia. Balbo capì che, se voleva vivere in pace, non servivano i moschetti: attrasse intorno a sé la vecchia aristocrazia libica, degnandola di un ruolo anche nella nuova realtà ed il gioco gli riuscì.

Ma, Balbo, era contrario all’Asse con Berlino, era contrario ad una guerra contro l’Inghilterra e portava avanti, in Libia, una politica troppo personale, molto distante dalle velleità imperiali romane che non potranno – proprio per i vecchi problemi che Balbo indicava con arguzia – che arrendersi a centinaia di migliaia agli angloamericani, aprendo loro la via della Sicilia.

 

E’ interessante notare come, nel corso logorroico delle annose ed inconcludenti vicende italiane, le figure più nobili e lungimiranti scompaiano: è il caso del geologo Ardito Desio il quale, negli anni ’30, scoprì (lavorava per l’AGIP, appena fondata) in Libia enormi giacimenti d’acqua nel sottosuolo, che fu usata per l’irrigazione, poi Magnesio e Potassio e…petrolio. Portò a Mussolini la famosa “bottiglia” di petrolio – la ricerca del petrolio il Libia era iniziata nel 1929! – ma servivano trivelle più potenti, che gli americani già possedevano e che era possibile acquistare. Mussolini gli diede l’italianissima pacca sulla spalla e lo congedò con il fascistissimo “Bravo! Continua così!”. Ma non gli comprò le trivelle. La bottiglia di petrolio finì in qualche scantinato dimenticato, probabilmente insieme all’acqua di Lurisia ed al Barolo d’annata.

La politica italiana, in Libia, era una politica agricola che prevedeva di tornare al “granaio di Roma” d’imperial fascistissima memoria, e non contemplava che la Libia producesse petrolio: lo compravamo già dagli americani…

 

Non parliamo poi dell’Etiopia, dove riuscimmo veramente a farci odiare di un odio feroce, belluino: le violenze gratuite passarono il segno e, allo scoppio della guerra nel ’40, le tribù corsero ad ingrossare le file dei reggimenti coloniali inglesi. E ci resero, con gli interessi, tutte le violenze operate con sdegno e “virile consegna” da Badoglio e Graziani.

Fine del periodo coloniale italiano: cosa imparammo? Quasi niente. Cosa ricavammo? Poco o niente. Cosa spendemmo, in denaro e vite umane? Parecchio.

 

Se vogliamo cercare un paragone, riflettiamo che non ci fu nessuno che combatté il colonialismo inglese con la fermezza e l’astuzia di Gandhi: ma ci fu sempre, nelle sue parole, il riconoscimento d’aver ereditato dagli inglesi non solo ferrovie, scuole, porti, ospedali ed il sistema postale, bensì anche una classe di funzionari locali che lo resero in grado di far funzionare il Paese.

 

Potremmo continuare, ma non voglio tediare chi mi legge: ogni Paese trae oggi, nel suo rapporto con la migrazione, i concetti e gli insegnamenti che seppe apprendere durante la fase coloniale. Sembra quasi un ossimoro per le contrastanti vicende storiche, ma così appare dalla riflessione su quelle vicende.

In Iraq, ad esempio, gli inglesi s’accorsero a loro spese di quanto fossero incapaci ed inadatti gli americani in quel ruolo: essendo cresciuti con l’eroico ricordo della loro guerra anti-colonialista – proprio contro la Gran Bretagna! – non riuscivano ad entrare nel ruolo di chi doveva dirigere la ricostruzione dopo la guerra del 2003. Loro, erano andati lì a liberarli! Perché gli iracheni non li amavano? Contraddizioni del colonialismo.

In Tanzania, per molto tempo, gli abitanti ricordarono come efficienti ed umani i colonizzatori tedeschi, migliori degli inglesi che giunsero dopo il 1918, mentre gli olandesi, in Indonesia, riuscirono a farsi odiare al punto che gli indonesiani aprirono con gioia la porta ai giapponesi nel 1942.

 

Anche Francesi, Spagnoli e Belgi non hanno lasciato un buon ricordo dove sono stati, ma hanno – almeno – ricavato qualche esperienza da quelle lontane vicende, mentre l’Italia non sa nulla, non ha appreso nulla, non sa progettare nulla.

Eppure, gli esempi non mancano: negli anni, per far funzionare il suo apparato produttivo, la Germania (Ovest) attrasse milioni di turchi e di curdi (per antiche “vicinanze” diplomatiche) i quali, acerbissimi nemici in Patria, hanno vissuto in pace in Germania. In Germania è stata la potenza del welfare, sconosciuto nelle loro lande, a conquistarli.

Hindu e Sikh, in India, si “parlano” – ancora oggi – tramite attentati dinamitardi, mentre in Gran Bretagna vivono gli uni accanto agli altri: ma docenti di Matematica e di Fisica indiani insegnano ad Oxford, quando un indiano od un sikh non diventa un ottimo ed ascoltato esegeta shakespeariano. Se gli indiani non hanno certo abbandonato le basi ideali della loro cultura, apprezzano la cultura inglese e la affiancano alla loro.

 

Qualcuno dirà: già, ma il terrorismo islamico? Non ha forse colpito in Europa? Vero. Ma chi sono i nuovi terroristi islamici? Chi li sostiene? Chi li paga? Chi li prepara?

Il recente terrorismo islamico nasce sempre, come afflato ideale, dall’insoluta situazione della Palestina e di Israele, ma viene coordinato e scatenato dalle potenze del Golfo, le quali lo usano – anche in funzione anti-iraniana – per loro scopi di bottega (petrolifera).

Non confondiamo conflitti che nascono da radici ideali con altri, che sono soltanto trame di servizi segreti di mezzo mondo.

 

In sintesi: qual è stata e qual è la natura dell’immigrazione in Italia?

Dapprima albanese e marocchina, oggi senegalese, nigeriana, nigerina, malese, indonesiana…ed altre nazionalità.

Osserviamo, oggi, un cantiere stradale, oppure un grande cantiere come quello che ha ricostruito il ponte di Genova: chi c’è? Aprite gli occhi. Qualche italiano più anziano, soprattutto con compiti di caposquadra e di coordinamento, poi albanesi e rumeni (che sono bravi muratori) e, infine, tanti neri con compiti di manovalanza: grosso modo, le cose stanno così.

Se, invece, andiamo nei campi, sono quasi solo neri, mentre gli italiani usano le macchine agricole o si occupano dei trasporti.

Cosa diamo loro in cambio?

 

Se vengono qui per lavorare, come lavoratori avrebbero diritto ad un salario decente e, all’occorrenza, del relativo welfare: Germania, Francia e Gran Bretagna si comportano così, Spagna e Portogallo un po’ meno, ma nessuno giunge alle scene da “piantagione di cotone dell’Alabama” che si vedono in Italia.

Anzitutto, trattiamoli in modo da non dare loro delle ragioni per odiarci: lo facciamo continuamente, con la segregazione e l’abbandono in strutture che ricordano più dei campi-profughi che degli alloggi per lavoratori.

Soprattutto, ci mancano le idee per la convivenza, le idee che una nazione non colonialista (come l’Italia o gli USA) non può avere: allora, o li respingiamo (ma non possiamo farlo: li vedete i ragazzi italiani cresciuti a biscottini della mamma ed aperitivi con gli amici nei campi a sgobbare?) oppure, se li accettiamo dobbiamo creare un sistema nel quale abbiano il loro ruolo ed il loro posto dove stare. Sono esseri umani, non dimentichiamolo: e gli esseri umani, all’occorrenza, s’incazzano pure.

 

C’è, infine, la questione legale: ius sanguinis o ius soli?

Ho sempre nutrito molti dubbi sul “diritto del sangue” perché è un diritto che poggia sull’assioma che il “mio” sangue sia il più forte, colui che – solo – ha la spada in mano. E quando un altro “sangue”, più forte, s’attrezza e ti sconfigge? Torniamo alla schiavitù? Se ci pensate bene, è la legittimazione di una guerra perpetua.

Sull’altro versante, non riesco a comprendere perché un argentino che vive in Argentina da generazioni possa votare alle elezioni in Italia – dando, spesso, origine a dei commerci ignominiosi per quella manciata di voti che possono far ribaltare la politica nazionale – mentre un albanese che vive da vent’anni in Italia, che lavora stabilmente qui ed ha dei figli oramai irriconoscibili dai ragazzi italiani, non possa decidere niente.

Mistero.

 

Sono certo che, già da domani, torneremo ai soliti chiacchiericci logorroici: perciò, prendete queste riflessioni come semplice acqua che scorre. Ci vorrà tempo ma l’acqua, sempre, scava la pietra: non dimentichiamolo.



23 luglio 2020

Plotoni allo sbando


Il plotone, da sempre, è la pedina essenziale dell’ordinamento militare: se il plotone funziona, le compagnie funzionano, funziona il battaglione…e così via: a terra, in mare come in cielo.
Questo è un assioma essenziale del pensiero militare: in Vietnam, ad esempio – la compagnia C, appartenente alla 23° Divisione di Fanteria USA – si abbandonò nel 1968 al massacro indiscriminato di civili vietnamiti (504 vittime), ricordata come “massacro di My Lai”. Molti altri massacri sono rimasti nascosti di quella guerra, ed i comandi “purgavano” tutti i rapporti di fonte giornalistica. Ne discende, direttamente, che un esercito che non funziona, che non ha ben presente i suoi compiti (ed i suoi limiti), pur possedendo armamenti “stratosferici” rispetto al nemico – aerei, carri armati, artiglieria, marina, ecc – perde la guerra, inesorabilmente.

La Storia è zeppa di questi avvenimenti, dalle repressioni inglesi in India, che generarono il vero supporto all’indipendenza indiana, alle più recenti guerre americane in Oriente dai molto dubbi risultati (Iraq, Afghanistan) fino a ricordare la “terra bruciata” che i nazisti attuarono in Ucraina, che condusse – dopo la disperata resistenza a Stalingrado – alla rovinosa sconfitta. E tanti altri: Libia ed Etiopia per gli italiani, Algeria per i francesi, Messico per gli spagnoli, ecc.
In altre parole, se un esercito dilaga in azioni violente contro le popolazioni, concede all’avversario che ancora combatte la vera ragione per continuare a combattere: se sono incazzato perché so che non sarò fatto prigioniero bensì fucilato, torturato, massacrato…combatterò con più veemenza, senza risparmiarmi. Tanto, sarebbe inutile e cadere prigioniero la peggior iattura.
Alle forze armate italiane, schierate sul Piave dopo Caporetto, veniva spesso ricordato il pessimo stato delle popolazioni italiane sotto occupazione straniera, soprattutto le donne. E fu una motivazione più convincente dei richiami all’amor patrio di Cadorna.

Vorrei qui ricordare che l’architettura italiana delle varie forze dell’ordine è assai strana: due su tre (Carabinieri e Guardia di Finanza) sono militari mentre una sola, la Polizia, è un ordinamento civile. Questo fatto, assai strano ed unico in Europa, mi fu spiegato da un commissario di Polizia: lo Stato non si fida, e dunque ogni Forza è in continuo incontro/scontro con l’altra, che non si può mai sentire sicura all’interno dell’ordinamento. Guarda a caso, le indagini sulla caserma di Piacenza sono state gestite dalla Guardia Di Finanza.

Ogni volta che si scoprono dei comportamenti da vera e propria struttura criminale all’interno delle Forze dell’Ordine si ricorre sempre al medesimo contrattacco, quello delle “mele marce”. Gli altri sono tutti bravi…meno questi, che verranno puniti…certo, come no…abbiamo visto tutti cosa c’è voluto per scoprire la verità sul caso Cucchi. Ma anche molti altri – la caserma di Aulla, con 27 rinvii a giudizio per violenze, torture, ecc – dove, dalle intercettazioni, era saltato fuori che i militari minacciavano anche un magistrato che li indagava. Le notizie vengono oscurate nella maggior parte dei casi: su una stazione della Campania settentrionale, a due anni dalle vicende (violenze, torture, ecc) tutto è scomparso dal Web. Evidentemente, più che a dare la caccia ai mafiosi, gli informatici dei Carabinieri sono molto occupati a cancellare la memoria di questi eventi. E, qui, sono i Comandi ad essere coinvolti.

I Carabinieri sono circa 115.000, suddivisi in circa 110.000 sottufficiali e 4.000 ufficiali: un rapporto assai strano per una forza di Polizia Giudiziaria che lavora sul territorio. Perché, se dividete 110.000 per 2.000 ufficiali inferiori (circa la metà degli ufficiali superiori e trascurando gli alti gradi) saprete che, per ogni ufficiale effettivamente a contatto con le truppe, scoprirete un numero che non è assolutamente consono con la realtà: 55. Per ogni ufficiale inferiore – Sottotenente, Tenente o Capitano che sia – ci saranno 55 Carabinieri, Brigadieri e Marescialli: un numero troppo alto.
Generalmente, il plotone è formato da 15-30 uomini (secondo gli eserciti) ed è comandato da un Tenente o Sottotenente: il Capitano più difficilmente viene a contatto diretto con le truppe, poiché deve sorvegliare l’intera Compagnia, che è formata da 3-4 Plotoni.
Tutto questo in tempo di pace: ovvio che, in tempo di guerra, le cose siano diverse.

Ancora differenti se, in una nazione, quei militari hanno compiti di Polizia Giudiziaria, dove devono scoprire reati, analizzarli, consegnare rapporti, eseguire arresti, sorvegliare le strade…ecc, ecc.
L’Italia è un Paese molto “polverizzato” in migliaia di piccoli Comuni: i comuni con più di 100.000 abitanti sono soltanto 45. Quelli con più di 50.000 abitanti un centinaio: tutto il resto è una miriade di piccoli e piccolissimi centri dove l’unica autorità di Polizia Giudiziaria sono i Carabinieri, dispersi in una miriade di piccole Stazioni, dove ci sono dai 4 ai 6 militari. La Polizia è presente nelle Questure, ossia solo nei centri maggiori, mentre la Guardia di Finanza si occupa di reati finanziari. Le 4.500 Stazioni dei Carabinieri sono, in sintesi, quasi l’unica presenza dello Stato nel vasto territorio nazionale dove, invece – lontano da strutture più articolate e quindi più pericolose per loro – vivacchiano alla grande le organizzazioni criminali.

Le 4.500 Stazioni dei Carabinieri sono, genericamente, al comando di un Maresciallo: purtroppo, in molti accadimenti delittuosi, s’è visto come la figura del Maresciallo non sia capace di tenere a bada, se sgarrano, i sottoposti. Quando non si mette egli stesso a capo della combriccola. E, conti alla mano, c’è un solo Ufficiale per una decina di Stazioni, il quale si fa vivo raramente e solo se capitano situazioni che richiedano con urgenza una presenza più qualificata.
Eppure, le retribuzioni non sono così basse: se un Carabiniere semplice guadagna intorno ai 1.500 euro, un Maresciallo si avvicina già ai 3.000 mentre – per citare un semplice paragone – un operaio semplice s’aggira intorno ai 1.300 euro ed un insegnante – personale laureato – giunge a fatica e solo a fine carriera ai 2.000.
Anche le norme previdenziali, tuttora, sono molto di “manica larga” nei confronti delle Forze dell’Ordine e la riforma Fornero li escludeva a chiare lettere.
Qual è, allora, il problema?

Il vero problema ha due aspetti: la vicinanza con le organizzazioni criminali – la mafia sa bene come distribuirsi sul territorio – e la lontananza dei comandi la quale, se associata alla totale mancanza d’ispezioni a sorpresa, consente proprio quella garanzia d’immunità sulla quale i Carabinieri di Piacenza si basavano.
Per carità, le informazioni via Trojan o le intercettazioni telefoniche vanno benissimo: però, se qualche Tenente alzasse il sederino dalla poltrona e, ogni tanto, svolgesse un’azione di controllo sulle varie Stazioni senza avvertire, forse le cose andrebbero meglio.
Ad esempio, durante il lockdown, ho spessissimo notato i Carabinieri che andavano a controllare le persone all’ingresso dei supermercati, ma sempre senza mascherina. Della serie: noi siamo noi, e voi non siete un cazzo. E ne sono morti diversi fra loro, proprio per questa sottovalutazione dei rischi.

Non si può chiedere ad un Carabiniere di conoscere il Diritto: però un Tenente conosce sia il Codice Civile e sia quello Penale oltre, ovviamente, alla Costituzione.
Lo dico per ricordi personali: la mia famiglia è stata una famiglia di Ufficiali e sapete cosa mi raccontavano sempre?

Se un uomo al tuo comando non si comporta bene e non fa il suo dovere è soltanto colpa tua che non hai vigilato, perché avevi i mezzi e l’autorità per farlo. Capito signori Ufficiali?

10 luglio 2020

Emergenza!

Cantiere abbandonato dal 2019 dell'Aurelia-bis

Incommensurabile, incondizionata, infinita: questa è la norma che regola, da decenni, la vita politica italiana.
Senza uno stato continuo di fibrillazione – generato dalla proclamazione di emergenze – l’apparato dello Stato è inerte, silente, non reattivo: pare più la burocrazia papalina del primo Ottocento che quella di una Nazione del 2020.
Per avventurarci in questo dedalo di secche e sacche, inframmezzati da canali insicuri, da mappe incerte, da carte nautiche fasulle, avremo bisogno d’analizzare alcune realtà locali: non è mio uso avvicinarmi alla politica locale però, quando è necessario farlo – sempre nell’ottica d’analizzare per comprendere orizzonti più vasti – lo si deve fare.

La prima emergenza – e questa è stata veramente un’emergenza – è il Coronavirus salvo che, in Italia, esiste il Coronavirus italicus: una variante del virus che richiede norme ad hoc, adattamenti speciali, norme precise (?) e comportamenti consapevoli (?).
Ad esempio, si tratterebbe di una sotto-categoria che non contagia tramite le goccioline del Flueggen, ossia la respirazione di un contagiato, e quindi l’uso della mascherina è un optional che, man mano che il tempo trascorre, è svanita insieme alle ultime nevi primaverili.
Siamo chiari: nessuno chiede d’andare in spiaggia con la mascherina, però sarebbe più opportuno tenerla nel percorso verso la spiaggia. Nessuno chiede di tenere la mascherina in strada se camminiamo da soli, ma d’averla se siamo in una via affollata: sono norme semplici, di buon senso, che chiunque con un po’ di sale in zucca sa attuare senza bisogno d’apposite norme.

Già, ma gli italiani sono persone – per abitudine – irriguardose e schifate dalle norme, così entrano nei negozi senza mascherine e, se glielo fai notare, ti rispondono con sbuffi irati, quando non con gli insulti.
Eppure, il virus non ha per niente lasciato gli italici lidi: ancora oggi – in piena Estate, con i raggi ultravioletti ed il tempo più asciutto che ci aiutano parecchio, accorciando la vita del virus nell’aria – abbiamo centinaia di nuovi infetti ogni giorno e decine di morti. Già, ma il virus è diventato un fattore di lotta politica: se sei di sinistra pensi di proteggerti, se sei di destra te ne sbatti, perché è soltanto un’invenzione delle oligarchie mondialiste per dominarci meglio. Se non ci credete, leggete cosa dice il dott. Gudrun Sturmtruppenland, dell’Università di Palo Basso (California): non vorrete mica mettere in dubbio gli articoli – disponibili sul Web all’indirizzo www.sturmtruppenland/Coronavirus.com - dell’esimio luminare statunitense?!? 

Una cosa che forse non saprete, però, è che l’emergenza Coronavirus, in Italia, è stata dichiarata fino al 31/12/2020. E, se le cose continueranno ad andare avanti così, c’è il serio rischio che sarà prorogata. Cosa prevede questa emergenza? Obbligo di mascherine? Sorvoliamo. Assembramenti? Non pervenuti. Distanze di sicurezza? Cosa sono?
C’è una particolarità, però, nella quale il diktat governativo è chiaro: per il personale sanitario non è più possibile chiedere le normali ferie estive. Oddio, sì…qualche giorno te lo concedono…se chiedi 15 giorni ti danno una settimana con due reperibilità in mezzo: così, in quella settimana, col cavolo che puoi andare al mare e in montagna perché devi stare accanto al cellulare e, entro 20 minuti, presentarti in ospedale. Un bel modo di riposarsi.

Perché – è ovvio – bisognerà trovarsi pronti per un’eventuale seconda ondata autunnale ed il miglior modo per essere pronti è diventare “rapidi ed invisibili” (come i sommergibili nella guerra fascista): in altre parole, lo stato di emergenza è il miglior modo per tenere la gente in ansia, anche se in ¾ del territorio nazionale i ricoveri per il virus sono veramente ridotti al lumicino.
Ah, ma di cosa si lamentano?!? Hanno ricevuto soldi sonanti per l’emergenza!

Qui in Liguria (sono le Regioni a doverli conferire) non hanno ricevuto un euro, e in altre regioni domande, controlli, supervisioni, contestazioni…per 100 euro in più: se desiderate, leggete uno dei tanti siti dove il personale infermieristico (il più provato dall’emergenza) si lamenta (1).
Non è che – per caso – la nuova (e reale) emergenza è stata usata per nascondere il vero misfatto? Ossia la cronica carenza di personale sanitario, dovuta ai molti “risparmi” attuati nella Sanità? Gli stessi “risparmi” che hanno condotto Formigoni in carcere, perché a fronte dei “risparmi” erano apparse crociere gratis ed altre regalie per i vari “consoli” della Sanità pubblica?

Se sospettate che ci sarà una seconda ondata di Coronavirus – basta osservare come fu l’andazzo della Peste di Milano del 1630 per capire – non era forse meglio dotarsi, per tempo, di nuovi operatori sanitari, magari…assumendoli? Aaaagh! Assumere! Parola desueta: non vogliamo rischiare d’avere personale in surplus! Questo è il nuovo Verbo della sanità liberista: il risparmio sul capitale umano! Avete capito?
Niente ferie, niente soldi: se ci sarà una nuova emergenza di contagi sarete di nuovo “eroici” e la Presidenza della Repubblica sta già meditando su un’onorificenza ad hoc…pare una spilla d’argento con scritto “Io c’ero”, del costo totale di qualche migliaio di euro. Si risparmia, suvvia.

Ma non basta ancora, perché se il Coronavirus è stato una iattura inaspettata, chi s’attendeva che in due anni sgombrassero tutte le macerie e ricostruissero il Ponte di Genova? Eh no…tutta colpa del 5 Stelle e dei loro metodi spicci…la costruzione di un ponte, in Italia, è  un evento generazionale…ossia, almeno una decina d’anni…difatti, siamo riusciti a cacciare quel pazzo di Toninelli…questo non capiva che un’emergenza richiede i tempi dell’emergenza, come il MOSE…lo cominci con i nonni…e se lo godono (se, se lo godranno) i nipotini!

Fatto è che, ‘sto maledetto ponte è pronto per l’inaugurazione: come si fa adesso? A chi lo consegneremo?
Saltate le prime soluzioni d’assegnarlo al sindaco di Genova, si comprese che andava assegnato al gestore della società autostradale…già…ma a chi? E i nodi sono venuti al pettine, sempre in zona Cesarini.
La proposta di Conte ai Benetton è stata molto salata: la restituzione del 51% delle azioni della Società Autostrade allo Stato, pagata a prezzi di mercato i quali, però, viste le cattive acque nelle quali naviga la società dei Benetton, sarebbero proprio un piatto di lenticchie, intorno ai 2,5 – 3 miliardi di euro per riavere il controllo della società che gestisce quasi 3.000 km d’autostrade italiane.. Qui, per capirci qualcosa, bisogna fare un passo indietro, per capire come mai le agenzie di rating, nel Gennaio del 2020, abbiano tagliato a Junk (spazzatura) il rating delle azioni Atlantia.

In anni molto lontani, Atlantia (Benetton) partecipò alla gara per la gestione delle autostrade spagnole, perdendola per un soffio nei confronti di Abertis (società spagnola). Ma Benetton non si perse d’animo.
Nel 2017 si presentò all’acquisto di Abertis ossia, non essendo riuscito ad aggiudicarsi la gestione, si comprava il gestore! Come aveva fatto?
“Risparmiando” sulla manutenzione in Italia ed aumentando i pedaggi ogni anno, col consenso consapevole delle forze politiche.
Dopo il crollo del Morandi, la società cominciò ad affondare: il suo valore in Borsa scese ai minimi e la sua credibilità fu definitivamente offuscata.
Tutto sommato, per i Benetton sarebbe conveniente prendere i quattro soldi che lo Stato offre per riprendere il controllo della società anche perché, ad essere onesti, di alternative non ne hanno tante.

Se, invece, decideranno d’obbligare Conte a rescindere il contratto, avranno sì la pallida speranza d’incassare – in anni molto lontani, dopo 3-4 livelli di giudizio (la sola corte europea non basterà certo) e sempre che le varie corti diano loro ragione – i 20 miliardi di penale, ma qui entrano in gioco i “grandi lavori” che stanno andando in scena, in queste settimane, soprattutto sulle autostrade liguri e limitrofe.
Perché, insieme al personale di Atlantia, ci sono anche tecnici del Ministero dei Trasporti che potranno “toccare con mano” lo stato di abbandono in cui sono stati lasciati decine e decine di gallerie e viadotti. E staranno molto attenti ad edulcorare le perizie, giacché sanno d’avere la Procura di Genova col fiato sul collo ed avranno capito che i “bei tempi” dei Benetton che tutto compravano e controllavano, sono finiti.

Personalmente, ritengo che Benetton – in zona Cesarini, ossia nel prossimo fine settimana – accetterà la proposta di Conte, perché in caso contrario andrà ad infilarsi in un oscuro budello giuridico senza fine. Se saranno cocciuti e pazzi, non accetteranno.
Già, ma sul fronte politico, però…direte voi.

Il fronte politico è ancor più delicato e pericoloso, giacché la proposta di Conte è sensata e priva di rischi in entrambi i sensi dovesse finire. Il PD giocherà male le sue carte, non votando la proposta Conte? Non è così stupido: credono, oramai, più a Fitch e Standard’s & Poor che ai Benetton e non si metteranno contro il loro elettorato per una causa persa in partenza. Rimane l’incognita Renzi.
Renzi e Berlusconi giocano, oramai, con le stesse carte, ma con elettorati di base diversi: se Renzi dovesse votare contro il governo Conte, potrebbe dimenticarsi una rielezione del suo partito alle prossime elezioni e, oltretutto, esporrebbe il suo partito ad un’eventuale scissione interna, a voti contrastanti…insomma…mentre Berlusconi ha poco o niente da perdere, lui ha da perdere tutto.

In definitiva – proprio avvicinandosi i giorni dell’inaugurazione del nuovo ponte con tutta la retorica che svilupperà – i rischi politici aumentano per tutti, anche per la Lega, che a suo tempo fu favorevole alla revoca della concessione. Se non ci credete, osservate cosa dicono della faccenda Libero ed Il Giornale: salvo riportare qualche sproloquio di Renzi, niente, nemmeno un trafiletto.
Con la definitiva soluzione del problema delle autostrade si chiudono le famose “emergenze” italiane? Manco per idea.

Proprio nei giorni nei quali scoppiava il “bubbone” Coronavirus, a Vado Ligure erano terminati i lavori per la costruzione della nuova piattaforma Maersk, ed erano giunte le prime due navi dall’Oriente: poi, con il lockdown, scese il buio. E fu quasi un bene, altrimenti ben altri “bubboni” sarebbero scoppiati: prova ne sia che, ad oggi, nulla si muove in quel di Vado Ligure.

Pochi sapranno della vicenda, ma riteniamo che la costruzione e la messa in opera del più grande e tecnologicamente avanzato porto del Mediterraneo, non sia una cosa da passare sotto gamba: sono 4 ciclopiche gru che lavorano senza operatori, salvo una sala per il controllo degli automatismi.
Ovviamente, un simile porto – che, in qualche modo, fa parte della cosiddetta “Strategia della Via della Seta” (con Trieste) è in grado di scaraventare sulle banchine migliaia e migliaia di container per ogni nave che arriva: oggi, è in costruzione una nuova piattaforma per l’ormeggio di due navi in attesa di scaricare.
E a terra?
Poco o nulla s’è ancora mosso.

Il nuovo porto dovrebbe sostenere l’import/export per le merci dell’Oriente per l’Italia, la Francia Meridionale e la penisola iberica. Mica bazzecole. E le infrastrutture?
Le infrastrutture stradali constano sulla Savona-Genova, Savona-Ventimiglia e Savona-Torino: tutte autostrade costruite e concepite negli anni ’50-’60 per il traffico turistico: sono quasi tutte a due corsie. Solo il tratto Voltri-Alessandria è a tre corsie ma, a parte che si trova ad una trentina di chilometri da Vado Ligure, su di esso (costruito negli ultimi anni ’70) si sono già puntati gli strali del Ministero dei Trasporti a causa dei risicati (pare) carichi che i piloni potrebbero reggere. Insomma, il solito gigante con i piedi d’argilla.
Non meglio stanno le infrastrutture ferroviarie (2): Savona-Ventimiglia (binario unico), Savona-Torino (binario unico), Savona-Alessandria (binario unico) e Savona-Genova (doppio binario, ma soggetta ad intenso traffico).
Le infrastrutture per ricevere, distribuire e spedire migliaia di autotreni il giorno? Allo stato pressoché iniziale: forse per questa ragione, anche dopo il Coronavirus, gli arrivi sono cessati.

Si tratta di costruire un nuovo e moderno raccordo ferroviario, addirittura un nuovo casello autostradale (con la viabilità per arrivarci!) dedicato solo al porto, il quale getterebbe una marea di camion in autostrade pensate e costruite più di 50 anni or sono.
Ritengo che chi ha proposto delle simili soluzioni – per un porto che dovrebbe avere le stesse funzioni di Amburgo, Rotterdam o Cherbourg – sia stato mendace o completamente ignorante sui problemi che generava. Insomma, sarebbe come a dire che il porto di Vieste, di Civitavecchia o di Ancona diventa un grande terminal internazionale soltanto perché ci piazzi le più moderne gru del pianeta. E dopo?!?

Le soluzioni “ponte” non si sono fatte attendere: appositi studi, affidati a studi d’architettura, che hanno generato tanti topolini, dei quali – a porto oramai funzionante! – non vi è traccia.
Una piccola “chicca” ve la voglio regalare:

“L’unica via di accesso/uscita dallo svincolo risulta la rampa bidirezionale, che si innesta sulla “Aurelia bis”, per la realizzazione della quale è necessaria l’adozione di una soluzione interamente in viadotto.”

è scritto in uno di questi rapporti.

Non si capisce bene cosa significhi quel nebuloso “interamente in viadotto”, però vi posso chiarire cosa sia la cosiddetta Aurelia Bis (4)
L’Aurelia Bis sarebbe dovuta essere la tangenziale di Savona, perché la città scoppiava per il traffico ed i parcheggi introvabili: i lavori, iniziati nel 2013, erano stati appaltati per 128 milioni euro e dovevano terminare nel 2015. Inutile raccontare che, oggi, tutto è stato lasciato all’incuria per il fallimento di una delle aziende costruttrici. Gli aruspici indicano altri 4 anni per finirla, ed altri 72 milioni di euro. Bisognerà consultare un oracolo?

Il vero problema, per non finire nella solita “emergenza” è quello di capire che l’Italia e la sua rete, stradale e ferroviaria, non è in grado di sostenere il traffico per la metà meridionale dell’Europa: anche a metterci mano, ci vorrebbe almeno un decennio.
Cosa ci vorrebbe a capire che le merci devono giungere via nave il più possibile al porto di destinazione? Lo raccomandava l’UE stessa in anni lontani, prima di farsi fagocitare nel budello senza fine dell’euro.

L’Italia è un Paese marinaro: a parte i porti turistici, abbiamo circa una sessantina di porti in grado di ricevere e sbarcare una nave. E come? Ripristinando la navigazione di cabotaggio, tramite la quale avveniva la distribuzione delle merci in tutto lo Stivale. Perché far correre un autotreno da Savona-Vado a Palermo invece di spedirlo via nave? A Livorno, Civitavecchia, Napoli, Bari, Taranto, Brindisi…
Ancora nel 1946, l’Italia trasportava merci per 16,5 milioni di tonnellate su fiumi e canali: oggi, “si dice” che il traffico sia minore di un solo, misero milione di tonnellate ma, in realtà, nessuno lo sa perché il settore è stato estinto per dare in mano tutto ai famelici lupi automobilistico/autostradali.
Perché far viaggiare su camion le merci per la Spagna? La Spagna non ha forse Barcellona, Valencia, Algesiras, Malaga…e poi Faro, Lagos, Lisbona, Porto…in Portogallo? Mancano forse le navi?

No, non manca niente. Vedrete che, fra qualche mese, inizierà la nuova emergenza ligure: tutto fermo, considerando che una sola nave, quando sbarca i suoi container, riempie una corsia autostradale per almeno 100 chilometri. I quali, poi, si assommano alla viabilità ordinaria e si devono spostare: mi sembra impossibile che non si riesca a capire.
Sarà la solita emergenza, l’emergenza stupidità: a quella siamo assuefatti.

2) Per lunghi tratti.
4) https://www.savonanews.it/2020/04/08/leggi-notizia/argomenti/attualit/articolo/aurelia-bis-riaffidati-i-lavori-e-cominciate-le-prime-lavorazioni-sul-territorio-savonese.html

06 giugno 2020

Fra Guelfi Bianchi e Neri, e Ghibellini incerti


Nel gran bailamme del dopo-Coronavirus ci mancava solo che sfrattassero Casa Pound per completare l’opera: peraltro, a norma di legge, uno sfratto sacrosanto ed anche un po’ – lasciatecelo dire – buffonesco. Così, alcuni “occupanti diseredati” degli appartamenti abbiamo scoperto che erano tutti dipendenti ministeriali o annessi & connessi: l’abituale storia dei maneggi romani, le solite vicende di parentele (politiche o familiari), le consuete buffonate dei medesimi apparatcik dell’attico su Piazza di Spagna. Su invito, ovviamente, solo su invito.
Ciò che sconcerta è la vicenda, oramai scatafasciata, degli ex fascisti e degli ex missini, privi oramai d’ogni legame con un passato che data oramai un secolo d’avventure e che un Paese serio dovrebbe posizionare nella Storia, non nella cronaca, perché se n’avverte l’incongruità, lo stridore, l’inutilità sostanziale.
Fatto salvo che il Diritto italiano proibisce qualsiasi tentativo di ricostruzione del Partito Fascista, poi assistiamo alle solite buffonate giuridiche: per lo stesso reato – saluti fascisti al Cimitero di Milano – alcuni imputati sono capitati sotto un giudice di destra, che li ha assolti, altri sotto uno di sinistra che li ha bastonati. Così, fascismo ed antifascismo diventano solo più opinioni giuridiche.

Il gran disastro è rappresentato da una mancanza sostanziale d’idee, di proposte, di riscontri nella destra italiana che s’affida ad una retorica stantia, vuota e – lasciatecelo dire – diretta proprio alla parte più ignorante della popolazione.
Le stesse convinzioni che non convinsero nessuno quando giunsero alla prova dei fatti: il 26 Luglio del 1943, non trovavi più un fascista a pagarlo mille lire dell’epoca. Poi, giunsero i tedeschi e gli italiani – riottosi ma dimessi – si misero in fila per andare a lavorare nell’organizzazione Todt. Nessuno, al Nord come al Sud, diede degli appoggi sostanziali ai due schieramenti in guerra, al più la testimonianza di una presenza.
Se il Fascismo fu un’operazione politica fallimentare, giacché gli italiani non erano avvezzi ai suoi termini: li appresero come sovrastruttura e mai li interiorizzarono come struttura stessa nella società – basti pensare al clamoroso fuggi-fuggi durante la guerra – l’operazione odierna di un partito di Destra che possa rinverdire quei dubbiosi fasti ci pare più la riproposizione retorica di una farsa.

La Destra italiana, da molti mesi, chiede le elezioni per andare al governo, pensando due cose:
1) Che tanto bisogna arrivarci, poi si vedrà cosa fare.
2) Che tanto gli avversari sono “bolliti” e non ci daranno fastidio.

A parte che non v’è alcuna certezza di vittoria elettorale – un nuovo partito guidato da Giuseppe Conte è accreditato, nei sondaggi, in una forbice fra il 14% ed il 24%, che ruberebbe i suoi voti agli attuali alleati (PD e M5S), ma anche una buona fetta alla Destra, riportando così l’ago della bilancia elettorale al dubbio – c’è da chiedersi cosa farebbero le due Destre, alleate e divergenti come lo sono Meloni e Salvini, che sopravvivono soltanto per l’eterna mediazione di un partito oramai centrista, quello di Berlusconi.    
La sopravvivenza politica di Forza Italia è però legata a quella biologica del suo leader e non sapremmo proprio immaginare un partito guidato da un insipiente Tajani (Toti se n’è già andato), ingentilito da alcune (ex) graziose donzelle che non farebbe altro che…citare all’unisono il testamento politico del grande Silvio. Oramai fu, oppure delirante. Perché lasciare la Destra nelle mani di Salvini e della Meloni è come pensare di lasciare il potere nelle mani di romanisti e laziali o, se preferite, fra juventini e granata.

L’esperimento di una Lega “nazionale” è già fallito: magari qualcosa al Sud Salvini potrebbe ancora racimolare ma è evidente che il suo elettorato è ancorato al Nord, produttivo e riottoso nei confronti di Roma. Al contrario, i fasti romani sono il panem et circenses della Meloni, che se ne va a Fregene e mai e poi mai sui litorali veneti a fare aperitivi.
Ciò che colpisce e stupisce, nelle loro vicende politiche, è che i due potrebbero – anzi, quasi devono forzatamente – allinearsi sulle rispettive posizioni “storiche” dei loro partiti, ossia un federalismo esasperato (che è già ai suoi limiti strutturali, la vicenda Covid ha fatto riflettere gli italiani) sperando d’asserragliare in una fortezza il vecchio “duri e puri” di Bossi, insieme all’anti-migrazionismo che ha perso molto ardore, nelle sue forme e nella sostanza. Ma non basta per governare: bisogna andare alla trattativa.

Le frange estremiste di Casa Pound hanno mostrato un limite: non saranno mai forza elettorale, troppo impegnate nel rinverdire i fasti del Fascismo e i giovani i italiani – quando pensano d’andare, il sabato pomeriggio, a giocare ai soldati dell’Impero – si mettono a ridere e ti mandano a quel paese.
All’estero ci sono più personaggi presentabili, che hanno “sostanza” oltre che forma: uno su tutti De Benoist, ma De Benoist è merce per gli intellettuali, non è certo merce elettorale. E la Le Pen mostra tutti i suoi limiti.
Non rimane, quindi, che “far dialogare” vecchi personaggi come i fu “colonnelli” di Fini – La Russa, Matteoli, Gasparri, Ronchi…? – oppure affidarsi a nuove leve, come Caio Giulio Cesare Mussolini, che un po’ fa ridere, un po’ lascia perplessi.
Provate a mettere insieme questi personaggi (od altri, la scelta è vasta…) con gente come Giorgetti, Salvini, Fontana, Zaia…vi sembra che sia possibile?
La realtà, sprofonda nella Storia.

Dante era un Guelfo Bianco, ossia della fazione perdente di coloro che vedevano di buon grado una liaison fra il potere papale e quello imperiale, entrambi circoscritti nei loro ambiti istituzionali, ma alleati e consapevoli dei loro ruoli.
Invece, mentre a Firenze i Guelfi Neri (i “duri e puri” del Papa) lo cacciarono per salvare la pelle, Dante si rifugiò a Verona, poi a Ravenna, che erano terre di Ghibellini “tiepidi”, ossia gente che tollerava l’imperatore tedesco, a patto che non “rompesse” troppo e li lasciasse liberi di commerciare. Insomma, un Guelfo Bianco – e tollerante – si capì meglio con Ghibellini “tiepidi” e tolleranti.
L’equilibrio per qualche secolo tenne senza gravi disgrazie, ma si giunse al 1527 quando i Ghibellini “hard” – corroborati dalla Riforma Luterana – scesero a Roma e la saccheggiarono per molti mesi: con la fine del Rinascimento, iniziarono guai senza fine per l’Italia, con Firenze asservita al papato e Venezia che, lentamente, finì per essere soltanto l’ombra della Repubblica di un tempo. E gli stranieri alla fine colonizzarono l’Italia fino a Napoleone.

Tornando all’oggi, io vedo molto difficile conciliare un forte potere centralista che ha come faro il primato dello Stato sulle Province, così come vedo difficile conciliare il potere di Confindustria, che vede lo Stato solo come un complesso di beni da restituire/rapinare verso le Province, contro un forte potere statuale.
I due schieramenti, già oggi, litigano e competono proprio su questi due termini – ancor prima d’avere il potere! – e sarà molto difficile tenere assieme una simile alleanza.
E i Guelfi Bianchi?

Possono garantire una miglior convivenza perché, se non ve ne siete accorti, il partito di Conte sarà un partito centrista e legato al potere cattolico, che sbaraglierà in silenzio le immaginette e i rosari di Salvini. Oltretutto, Conte piace alle donne ed alle mamme, che sono tante in Italia.
Con due partiti a lato, l’uno un po’ conservatore – ma privato di uno scomodo Renzi – e l’altro più innovatore dove, però, scarseggiano le teste pensanti saprà gestire meglio la situazione italiana rispetto al continuo rimbrotto fra Roma e Milano che assorbirebbe la parte migliore di un dialogo nella Destra.
In fin dei conti, la migliore gestione della cosa pubblica l’hanno sempre garantita gli equilibri centristi, perché mediano e non s’arroccano su posizioni che, dopo, è difficile gestire quando si è agli antipodi del pensiero politico.

Mario Draghi sarà Presidente della Repubblica? Può darsi, ma anche Casini e Franceschini possono aggiudicarsi la carica…senza troppi sconquassi e nemmeno troppi patemi d’animo.
L’ubriacatura del Papeete è stato il punto di massimo consenso della Destra, ma oggi è solo un lontano ricordo: come tutte le sbornie, dopo un caffè amaro ed un mal di testa, passano. E si torna a ragionare.

19 maggio 2020

Diego Fusaro Presidente del Consiglio?



Ho ascoltato le teorie sulla pandemia di Diego Fusaro su Youtube e ne sono rimasto silente e basito. Come si fa a ridurre tutto ad una questione politica? Ma scherziamo?
Vorrei ricordare al buon Fusaro – che si spaccia per filosofo – che la Filosofia è materia scientifica, non umanistica: pertanto, Fusaro dovrebbe essere in grado di comprendere dati scientifici. Almeno, lo spero.
Invece, ignora completamente qualsiasi dato scientifico e sanitario, come se non esistesse il problema: ne osserva e giudica solo gli aspetti politici e sociali. Vista sotto questo aspetto, l’epidemia di Covid-19 diventa allora solo un pretesto, per la classe politica dominante, per riprendere il controllo della situazione politica del Paese.

Oddio, non mi sembra che la situazione – escludendo mister Covid-19 – fosse così terrificante da dover chiudere tutti in casa: c’erano fermenti rivoluzionari in atto? Immani difficoltà di bilancio che avrebbero richiesto legislazioni d’emergenza? Frizioni internazionali che facessero presumere eventi bellici?
Può darsi che qualcosa mi sia sfuggito ma, da ciò che ricordo a braccio del mese di Gennaio, c’erano soltanto le solite mene sul governo: le elezioni, chi le vince, chi le perde, chi le vincerà, chi le perderà…chi andrà con questo, chi con l’altro…insomma, business are usual…la politica italiana non fiammeggiava di lampi e tuoni d’improvvisa tempesta in avvicinamento.
Per Fusaro, invece sì: dovremmo allora chiedere al buon Fusaro quali erano queste urgenze, ma non le cita: per lui, il potere approfitta d’ogni scusa per schiacciare ancor più le povere masse diseredate. O private della sovranità nazionale? Ce lo spieghi, perché non l’abbiamo compreso.
Torniamo per un attimo a quel 7 Marzo, quando il governo decise la chiusura totale (Fig. 1):


Fig. 1
C’erano 5.883 contagiati a causa di un virus che non conoscevamo, se non altro per quello che ci avevano detto i cinesi. Piccolo intermezzo: non cominciamo la storia di chi ha messo il virus, di chi lo ha creato o storie del genere. Se qualcuno ha delle prove, lo dica chiaro e lo denunci, com’è suo dovere, alla Magistratura: se non ha le prove, dica chiaro che sono ipotesi, sue e basta. Citare la fonte è un vecchio trucco che conosciamo: c’è in Islanda od in Colombia un medico che la racconta diversa e, allora, io m’appoggio a quelli inventandomi un “movimento d’opposizione” che non esiste. A parte Confindustria, che oggi chiede una sola cosa: soldi, tanti soldi.

A fronte di 5883 contagiati del 7 Marzo (Fig. 1), il fattore di rischio era alto perché i nuovi contagiati – ogni giorno che passava – crescevano parecchio: il dato del 7 Marzo era che la crescita percentuale era stata del 26,9% calcolata sui contagiati ed in forte crescita. Ossia, ogni cento contagiati, ogni giorno, se ne aggiungevano quasi 27: un’iperbole.
Cosa poteva fare il governo?
Le due vie praticabili erano passare a delle misure di contenimento oppure lasciar correre ed inseguire la cosiddetta “immunità di gregge” la quale, invocata da tanti, non è poi stata praticata da nessuno: nessun infettivologo che abbia ancora un po’ di sale in zucca ritiene che, per un virus sconosciuto, si possa stare a guardare dalla finestra. La risposta è semplice: non essendoci un vaccino, né dei farmaci – comprovati – che lo fermino, l’unica precauzione è il distanziamento sociale.

In pratica, la nostra società moderna, complessa, che per reggere ha bisogno di continui contatti sociali, presenta il fianco ad un semplice aggregato biologico che non è contenibile con le nostre attuali conoscenze: sic et simpliciter.
In ogni modo, dato che Fusaro è laureato in Filosofia e qualche dato scientifico dovrebbe masticarlo, abbiamo provato a seguire la curva che probabilmente ci sarebbe stata se non fossero stati presi dei provvedimenti. Ecco i dati numerici: la curva che si genererebbe, ovviamente, sarebbe un’iperbole (Fig. 2).

Fig. 2


Con un incremento costante del 26,9% giornaliero, per la metà d’Aprile tutti gi italiani sarebbero stati contagiati.
Ovviamente, non si tratta di un dato sperimentale, ma solo teorico e non possiamo affidarci ad esso: e quando tutti fossero stati contagiati? Sarebbe passato ad altri animali per riprodursi nei loro polmoni?
Inoltre, man mano che la popolazione viene infettata si riducono, ovviamente, le potenziali “prede” del virus, ossia la curva tende ad abbassarsi in modo naturale: è la teoria della cosiddetta “immunità di gregge”, ma non sapremmo mai quale sarebbe stato il numero d’infettati quando la curva sarebbe scesa, perché nessuno l’ha attuata!

Non siamo catastrofici: la situazione è, tuttora, complicata dal numero di asintomatici, dei falsi positivi, ecc…però osserviamo quel dato del 31 Marzo (se non ci fosse stato il lockdown, Fig. 2) – circa 1.700.000 contagiati – è più realistico: è quasi il medesimo dato che citò la Merkel alla Confindustria tedesca, se non avessero preso nessuna iniziativa.
Un milione e settecentomila contagiati richiedono almeno 2-300 mila posti in rianimazione e generano, al termine dell’epidemia, circa 300.000 morti: ricordiamo che la Merkel spiattellò quasi lo stesso dato, asserendo che avrebbe fatto saltare per aria la Sanità tedesca (28.000 posti in rianimazione).
In Italia, nella seconda metà di Marzo, si giunse molto vicini (e, forse, si superò) quella “soglia” di pre-disastro, giacché la Sanità italiana (a causa dei famosi “tagli”) non disponeva che di circa 5.000 posti in rianimazione, peraltro distribuiti sul territorio nazionale e non nelle aree di maggior contagio. E glielo riporto da chi, ahimè, me l’ha raccontato avendolo vissuto in prime persona: medici ed infermieri/e.

Se Fusaro crede che sia tutta una bufala, può andarsi a rivedere delle “cosette” che dovrebbe ben conoscere, giacché ha senz’altro dovuto masticare anche parecchia Storia per laurearsi in Filosofia: la Peste di Milano.
Milano, nel 1630, aveva circa 250.000 abitanti: ovviamente, non si sapeva quasi nulla sulle epidemie e non fu attuato nessun piano di salvaguardia. Probabilmente, non ne ebbero nemmeno i mezzi e, al di fuori dei lazzaretti e dei monatti, nessuno s’occupò della peste.
I risultati furono di circa 186.000 morti, ossia il 74% della popolazione residente. Si stima che, nell’Italia settentrionale dell’epoca, vivessero circa 4 milioni di persone e la peste ne uccise più di un milione, un quarto della popolazione. La famosa “immunità di gregge” fu raggiunta soltanto sacrificando tre quarti della popolazione a Milano ed un quarto nel resto dell’Italia del Nord: è l’unico dato storico-scientifico abbastanza attendibile che abbiamo.

Fusaro, non confonda le sue chiacchiere su Internet con le terribili decisioni che deve prendere chi governa: mi spiace per lei, ma pare che la maggioranza degli italiani abbia gradito le decisioni prese, stimandole di buon senso e, oggettivamente, corrette.
Forse lei è giovane: mia nonna mi raccontò qualcosa sulla Spagnola, ma io sono quasi un vecchietto, non faccio testo. Ci sono stati degli errori? Certamente. Ma lei, che si sbraccia per indicare fumose rivoluzioni agli italiani, sa di cosa parla?

Le epidemie sono un fattore di rischio per la civiltà umana, non mi pare che ci siano dubbi al riguardo: controllate o sconfitte, grazie ai vaccini, le epidemie d’origine batterica (Peste, Colera, ecc) – e considerando che la Malaria è tuttora endemica ed ha colpito, recentemente, anche in Italia grazie alle alte temperature ed al clima sub-tropicale che si genera in Estate – si fanno avanti le epidemie virali.
Mi ha annoiato il ping-pong sulle “colpe” della pandemia: dopo aver gettato nell’ambiente, per mezzo secolo, ogni sorta di nuove molecole di sintesi, aver triturato l’Amazzonia (regione che era rimasta intonsa da miliardi d’anni d’evoluzione), sparso petrolio nei mari per milioni di tonnellate, gettato sostanze di scarto che si sono agglomerate in “isole” artificiali grandi come la Spagna (nel Pacifico) e, infine, avendo subito due grandi incidenti nucleari (Chernobyl e Fukushima), più le tante atomiche fatte esplodere “per provarle”…cosa s’aspettava che succedesse? Le ricordo che le radiazioni sono il primo elemento che catalizza le mutazioni genetiche.

Lei sa cosa è un virus? Lo sa davvero? Sono, sostanzialmente, molecole chimiche organiche che reagiscono fra di loro, creando una miriade di forme in continuo mutamento: il cosiddetto “brodo primordiale” dove regna, ovviamente, il caos.
Cosa può uscire da quel “brodo”? Mi viene da ridere, al solo pensare che qualcuno possa saperlo: la “triade” Sars>Mers>Covid-19 è apparsa in pochi anni, uno appresso all’altro.
Io comprendo il suo assillo nel dover spiegare le implicazioni politico-sociali derivanti da una pandemia, ma le pandemie hanno fatto più volte il giro del Pianeta, devastandolo. Lei è un neo-darwinista? Un neo-maltusiano? Si accomodi e spieghi bene le sue teorie. Noi, da parte nostra, possiamo dire solo una cosa: meno male che non c’era lei a comandare, altrimenti saremmo stati fritti!

13 aprile 2020

Il capitalismo può sopravvivere alle pandemie?


Argomento interessante: il più evoluto strumento per gestire l’economia può correlarsi con successo alle difficoltà umane, compresa una pandemia?
Il capitalismo, non raccontiamoci frottole, è il più soddisfacente sistema per sopperire al difficile rapporto fra uomo e natura: non confondiamolo, però, col liberismo (alla Milton Friedman) che ha, sua sponte, deciso d’eliminare le “storture” tipiche del “socialismo”, fra le quali c’erano alcune quisquilie: il fatto che gli umani possiedano un corpo (Habeas Corpus! XIII secolo, Regno d’Inghilterra), che questo corpo, talvolta, si ammali: sono perdigiorno! Mangiapane a tradimento! Cacciare i medici comunisti che li proteggono! Ecc, abituali obiezioni dei grandi detentori di capitali, l’1% della popolazione umana, quello che ha a disposizione almeno 4 medici per ogni persona ed una clinica a testa.

Comprendiamo i timori di chi oggi è al governo, come sappiamo la fonte dei mille input che giungono dalle forze d’opposizione – tornare al lavoro! Cancellare il Coronavirus! Noi per la Padania libera! Eccetera – che si possono riassumere, semplicemente, nelle “veline” che Confindustria fa avere alla Lega, ai Nuovi Fascisti Modernisti di Giorgia Meloni (non neo-fascisti) ed al ricovero del capitalismo che fu, ossia lo stuolo delle sue badanti erotizzanti ed il loro capo, Silvio Berlusconi.

Siccome io non sono un economista – però vivo in un sistema regolato da norme d’economia – mi ritengo libero di poter dissertare in campo filosofico (attualmente ancora libero, privo di diktat dall’empireo) sul come e perché, sul quale o qual altro, analizzando domande e risposte, per giungere non ad una sintesi – mai mi permetterei! – bensì ad una nuova serie di domande che sono il senso del filosofeggiare.

Possiamo riassumere così: per millenni abbiamo prodotto e consumato ciò che la terra – in definitiva catalizzata dal Sole – ci forniva. Senza Sole, estinzione definitiva entro pochi mesi.
Da un paio di secoli, quindi, abbiamo sviluppato prometeiche velleità, pensando di fondere col fuoco impressionanti e laiche cattedrali di metallo, indagare fin nelle minutaglie i codici d’accesso al nostro essere, il nostro genoma. Per duplicarlo, senza piacere alcuno, ma con la certezza d’infallibilità? Esperimento deiforme, per ora fallito con ignominia.

Ci siamo allora dedicati alla minutaglia, con la quale stiamo cercando – nei meandri dell’elettronica – di scovare quel modo di duplicazione effimera, apparentemente utile: droni al posto degli uccelli, sottomarini in luogo di pesci, straordinario numero di voli nel medesimo giorno, raggiunto lo scorso anno, con decine di migliaia di decolli ed atterraggi sulla pelle di Madre Terra, apparentemente non interessata al nostro volare inconsulto.

Intendiamoci: non c’è nessun tipo di cesura, da parte mia, su queste faccende. Però, mi sono chiesto più volte perché così tanti esseri del Mondo Antico si precipitassero ad indagare, con le loro (misere?) menti un solo assioma, definito da tutti De Rerum Natura. Desideravano capire la Natura, i suoi cicli, i suoi obiettivi, i suoi desideri? Non molto: cercavano, per prima cosa, di conoscerla, di comprendere i messaggi che ci mandava, le sue piccole norme, che ci chiedeva di rispettare. Si creò così un mondo costituito da fauni e semidei: ciascuno portava una norma di comportamento, un consiglio, una tiepida ammonizione.

Paradossalmente, oggi, l’Umbria che più continua ad utilizzare in agricoltura il maggese – sistema agronomico che si sviluppa nell’arco di sette anni, il quale che veniva emanato per editto, prima senatoriale e poi imperiale – è la terra che, seppur “incastonata” fra Toscana e Marche, risente poco o pochissimo dell’epidemia. Sarà un caso? Non posso saperlo.

Poi, da qualche parte – qualcuno ipotizza in un laboratorio, per non concedere a Madre Natura il privilegio della creatività – appare un minutissimo organulo, impossibile da osservare senza un microscopio elettronico, il quale ci provoca mille guai. E’ addirittura bello, nel senso che – probabilmente – contiene in sé i geni precursori del carro armato o del velivolo del futuro. Non ci sarebbe da stupirsi.

Quindi, la nostra modernità è stata tutta un abbaglio? Non direi, soltanto mal organizzata, non più rivolta all’Uomo: solo pochi decenni fa – mi raccontò un medico – senza ecocardiografia, per certe patologie cardiache era necessaria una “ricognizione”, ossia anestesia generale e bisturi. Mia figlia, a 5 anni, fece una delle prime ecocardiografie e non ho mai ringraziato abbastanza chi inventò quella macchina, perché altrimenti…l’avrei rivista viva? Il dubbio viene. E poi, con quale trauma?

In queste settimane, abbiamo sentito la necessità di comprare un’auto? Non credo proprio. Forse delle scarpe, ma siamo ben forniti, ne sono sicuro, e il governo ha preventivato l’apertura dei negozi per bambini, che sono gli unici a “cambiare”. Motociclette, scooter, mezzi di trasporto? E chi si muove! Qualche computer? Immagino che i magazzini siano colmi di PC invenduti: basta un clic. Vestiti, cosmetici, abbigliamento in genere…abbiamo gli armadi colmi! Di benzina ce ne serve pochissima, mentre dovremo fare a meno del sushi, ma si resiste.

Quello che soffre, invece, è il sistema agroalimentare perché trascurato in passato: raccogliere le verdure? Ci sono gli immigrati…(che qualcuno demonizzava…) e adesso se ne sente la mancanza, ma anche qui i rimedi ci sono, basta prenderli per tempo. Il Governo può decidere, per norma, la sospensione degli affitti che le imprese pagano per tenere i capannoni vuoti, può controllare le vendite, come in guerra, mediante strumenti di contenimento degli acquisti se la richiesta fosse esorbitante rispetto alla produzione: un po’ di frugalità non farebbe male!

Ciò che in realtà non si dice, è che il sistema industriale-finanziario-economico è legato al nodo scorsoio dei profitti, e che tutti i mezzi d’informazione sono di proprietà di una miserrima minoranza di possessori di grandi ricchezze (Mentana, cosa t'è successo?). I quali, anelano di ripartire il prima possibile per rinverdire le loro fortune astronomiche, il loro gioco finanziario sulle piazze internazionali. Il Governo potrebbe tassare i redditi sopra i 100.000 euro: l’ha già fatto in passato e se è un’emergenza, chi deve pagare, chi ha poco o chi ha tanto?

Se il Governo ritiene di poter riaprire il 3 Maggio, lo faccia, però sotto la sua responsabilità ed assumendosene tutti i rischi, che in certe situazioni potrebbero superare i cancelli dei grandi palazzi e deflagrare.

In ogni modo, questo è il quadro che ho composto per comprendere lo scenario che si presenterà il 3 Maggio 2020:

I contagi complessivi di Domenica 5 Aprile erano 128.948, i guariti 21.815, in terapia intensiva erano 3977, mentre i morti di quel giorno furono 525.
I contagi complessivi di Domenica 12 Aprile (Pasqua) sono stati 156.363, i guariti 34.211, in terapia intensiva 3.343 ed i morti 431.
I dati forniti dalla Protezione Civile indicano che il 70% circa dei contagiati si trova a casa, in quarantena, mentre il 30% è in ospedale.
I dati dei contagiati realmente presenti alla data del 12 Aprile sono di 102.253 persone poiché, storicamente, vanno sottratti i guariti ed i morti. Dunque, gli ospedalizzati sono 27.847 (il 30% circa), mentre i deceduti, essendo 431, rappresentano l’1,54% dei ricoverati. 
Ecco, concentriamoci su queste cifre e teniamo presente che, al 90%, il 3 di Maggio dovrà ripartire l’apparato produttivo.

Un primo dato, evidente, è quello che il sistema sanitario – pur con momenti difficilissimi e qualche inevitabile errore – ha retto: al 3 Aprile ha toccato il massimo con 4068 degenti in terapia intensiva, mentre la Domenica di Pasqua erano solo più 3.343. Più di 700 letti disponibili in terapia intensiva rappresentano già un buon viatico per il futuro e la possibilità di curare meglio i degenti gravi.

Allora, concentriamoci sul numero di morti. Nella settimana 5/12 Aprile sono morte 4.012 persone, mentre nella settimana precedente ne erano decedute 4.296: una diminuzione, dunque, di 284 persone, pari a circa il 7%.
Se continuiamo con questo trend, ossia di diminuire il numero dei morti del 7% a settimana, fra circa 3 settimane, al fatidico 3 Maggio, avremo circa:
1° settimana: 3731 con 261 morti in meno
2° settimana: 3470  con 242 morti in meno
3° settimana: 3228 con 225 morti in meno.

In definitiva, ci presenteremo al 3 Maggio – se il trend di diminuzione dei morti resterà pari al 7% – con 3228 morti a settimana, che sono circa 460 morti ogni giorno. Un trend che ci porterà, inevitabilmente, verso i 30.000 morti complessivi ed oltre.
Io non so se, con questi dati, si potrà riaprire tutto: può darsi, oppure può essere anche che la situazione migliori, ma dovrà migliorare di molto. Altrimenti? Se la riapertura riaprisse anche le danze del virus?