15 maggio 2021

E i politici sognano

 


La situazione economica italiana sta accartocciandosi su se stessa: su 5 milioni di piccole e medie imprese italiane, l’85% – 300.000 – ha chiuso i battenti nel 2020 e non si sa ancora quante spariranno nel 2021. Insieme alle imprese, sono sparite 200.000 Partite IVA. A grandi linee, 1/6 dell’apparato produttivo italiano è scomparso nel 2020 e, nel 2021, s’attendono cifre ancora più alte. Chi aveva “stretto la cinghia” nel 2020, può averla definitivamente mollata nel 2021.

Per ora, sono soltanto piccole imprese a conduzione familiare et similia, ma il computo ad oggi è soltanto aleatorio: pochi dati certi e mille ipotesi senza certezze.

Mentre le tasse sono sospese dal 31 Marzo 2020 al 30 Aprile 2021, il computo degli emolumenti non percepiti dallo Stato verte intorno ai 1.000 miliardi e non si sa quali risultati genererà e quali saranno le ripercussioni sul mondo bancario.

Di là della precisione millimetrica dei numeri, i fatti indicano che l’apparato produttivo italiano – risollevatosi appena dalla crisi del 2008 – ha incocciato “la pietra d’inciampo” del Covid: fino a dove è rovinata, lo sapremo solo alla fine dei giochi. Se lo sapremo e se la crisi economica avrà fine.

Il contraltare, proposto dall’attuale governo, risiede solo nelle cifre del turismo “che verrà” se mai verrà…per ora (2021) sono saltate 81 milioni di presenze turistiche, con una perdita – nel trimestre primaverile – di 9,4 miliardi di euro.

I politici, in questo sfacelo, sognano di lucrare sui (pochi) soldi europei destinati a salvare il salvabile per non far precipitare le nuove generazioni in una povertà nemmeno immaginabile oggi: sognano ponti ed autostrade, gallerie ed aeroporti…sui quali percepire il solito 15% di prelievo, come dei rappresentanti di commercio di merendine o di camicette.

Il liberismo sfrenato e la “pietra d’inciampo” del Covid hanno prodotto un cocktail micidiale: si riesce a comprendere perché Mattarella abbia scelto l’uomo del Britannia e della cancellazione della Grecia per salvare l’Italia dal baratro, ma temiamo che abbia sbagliato i conti alla grande, come un contabile strabico di un dimenticato banco dei pegni. Di più, Mattarella non è e non sa essere.

Per comprendere come dal 2008 ad oggi tutto sia precipitato basta osservare questa immagine di un qualsiasi porto turistico: da un lato i grandi panfili da milioni di euro, dall’altra lo sterminato parquet delle barche della classe media.

Le barche che osservate a destra costano fra i 2 ed i 20 milioni l’una ed hanno costi di mantenimento annui parificabili nel 10% del costo d’acquisto: siccome ce ne sono anche di più grandi, dobbiamo concludere che esistono migliaia d’italiani in grado di spendere milioni di euro ogni anno soltanto per lo sfizio d’andare in mare.

Per contro, osservate la platea della classe media, con imbarcazioni fra i 20 ed i 100 mila euro, che costano parimenti poche migliaia di euro l’anno per il loro mantenimento: c’è una curiosità che potrete notare facilmente.

I posti vuoti.

Sono la rappresentazione grafica della fine della classe media italiana, o borghesia che dir si voglia, e il Covid non è ancora passato. Cosa resterà alla fine?    

 

Venezia, Maggio 2021: https://www.youtube.com/watch?v=DYhPHxWWByw

13 maggio 2021

Traversando il deserto

 

Ieri sono dovuto andare a Pietra Ligure, e dunque ho osservato una parte della nota Riviera di Ponente, una delle sezioni più interessate al turismo estivo: bagni, sabbia ed ombrelloni al sole. Riflettiamo che siamo alla metà di Maggio.

Sulle spiagge, in parecchi punti, c’erano le draghe che spostavano la sabbia per fare un po’ di spiaggia, visto che in Liguria ci sono tanti sassi e poca sabbia: di cabine, ombrelloni, ecc…nessuna traccia. Pare ancora Inverno pieno.

Alcuni alberghi, noti da generazioni, mostravano già i primi segni d’abbandono: sale svuotate, persiane che sbattono, finestre dimenticate aperte, porte sprangate nell’attesa di qualcosa che nessuno sa, conosce o riesce almeno ad immaginare.

Non ho difficoltà a credere che, fra un mese, sotto il sole, ci sarà gente ai bagni, bambini con bibite e gelati e tutto l’ambaradan delle vacanze, ma qualcosa è cambiato.

Come un’icona del cambiamento, il relitto della Piaggio – Finale Ligure – dà mostra di sé con i suoi calcinacci fin sulla strada, i vetri rotti, i capannoni scoperchiati ed un silenzio d’abbandono totale. E siamo in uno dei centri più noti della Riviera di Ponente. A Noli, sulla passeggiata, non sono riuscito a prendere un caffè: tutto sprangato, chiuso, come se fosse esistito eoni fa, non un paio d’anni.

Cosa è successo realmente?

Il Covid è soltanto un accessorio di un cambiamento già in atto: è solo stato (ed è tuttora) un evento stocastico in una vicenda già scritta.

Negli anni ’60 del Novecento, piccole cittadine rivierasche come Spotorno, Noli, Finale Ligure, Borgio-Verezzi, Pietra Ligure…poi Loano, Borghetto S. Spirito, Ceriale…fino al Albenga furono sconvolte da una rivoluzione edilizia.

Dapprima piccoli centri, con vocazione marinara, d’orticoltura ed olivicoltura, videro alzarsi una selva di condomini: brutti, orripilanti, accatastati gli uni agli altri che quasi balcone toccava balcone…ferro e cemento a iosa. Qui e là, fra le nuove colate di cemento, ancora spuntano antiche mura smozzicate, archi schiacciati da orribili cataste d’appartamenti, remoti cortili sono diventati oscuri pozzi senza sole.

Si potevano costruire villaggi più desueti alle spalle dei borghi, lasciare che la vita scorresse fra le antiche mura ma la gente voleva cambiarsi d’abito e tuffarsi subito, senza perdere tempo. Come in fabbrica. E poi: perché dover terrazzare le colline quando si poteva costruire sugli orti pianeggianti dietro le spiagge?

Così, migliaia di operai e dipendenti FIAT andarono all’assalto di quella selva di cemento e s’installarono, beati da un condominio in città ad uno al mare: vuoi vedere che, se avrò un po’ di fortuna, in spiaggia potrò anche incontrare – e magari chiacchierare con lui – l’Ingegnere, che dalla mia pressa intravedo appena, un paio di volte l’anno?

La FIAT, a quell’epoca, aveva 100.000 dipendenti diretti a Torino ed un indotto che era quantificabile dal doppio al triplo: un’intera città  lavorava per gli Agnelli. Oggi (fonte: ANSA) gli stabilimenti torinesi occupano circa 6.000 dipendenti e dell’indotto non c’è più traccia.

Così, quel mondo trascorso e passato, finge d’esistere ancora per un paio di mesi l’anno, ma è un mondo emaciato, livido, e nei suoi occhi sbarrati si leggono solo più ansia per il futuro e tormento per l’oggi. Il Covid, è stato solo una pietra d’inciampo, nulla più.

11 maggio 2021

Tutto come prima

 

La vicenda del Ponte sullo Stretto di Messina è qualcosa di rocambolesco ed assurdo sotto tutti i punti di vista: come saprete, il Ministero dei Trasporti ha finalmente consegnato la relazione “pacata e realistica” come aveva preannunciato Enrico Giovannini, Ministro dei Trasporti che oggi si chiama “Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili”. Tutto deve cambiare a cominciare dai nomi e – come avrete ben capito – tutto lì si fermerà lì. Enrico Giovannini ha svolto moltissimi incarichi per le principali istituzioni internazionali, dalla Banca Mondiale all’OCSE, ed è stato molto ascoltato sia da Nicolas Sarkozy che da Giorgio Napolitano. Ottime presentazioni, come no.

 

La recentissima relazione del Ministero dovrebbe essere chiamata “Inno alla Gioia” ed inserita fra i parti migliori che l’Umanità abbia mai generato, al pari del capolavoro di Friedrich Schiller/Ludwig van Beethoven che è diventato inno dell’Unione Europea. Cos’hanno detto?

Freude, schöner Götterfunken…eccetera: tutto si può fare! Anzi, si deve fare! Come? “Usando il metodo TAV” ed utilizzando, ovviamente, le miliardate che giungeranno dall’UE per “ricostruire” l’Europa del dopo pandemia: per la Sanità subito un nuovo taglio da quelli del fondo che approvò il governo Conte…i soldi ci sono, avete visto?

Ma non doveva essere una relazione “tecnica”?

 

Sì, ed è stata redatta all’insegna della semplicità. Una campata unica? No…non siamo così arditi…un ponte a tre campate, come insegna la tradizione, come quello che Morandi costruì a Genova.

La relazione non spiega quali siano i mezzi per andare a piazzare due pilastri (in acciaio? Ehm…se li fate in acciaio, ricordatevi del MOSE, che ancora oggi attende gli “Zinchi” per la protezione galvanica del tutto) in un fondale intorno ai 150 metri, ossia un “affare” che, fra parte immersa, emersa e sotterranea, dovrà giungere a circa 300 metri…ma non fa niente…keine probleme…Freude schöner Götterfunken

 

E se i “problemi” li generasse la Terra stessa?

Perché sappiamo che la placca africana si muove verso l’Europa di qualche millimetro l’anno, ma quei pochi millimetri – geologicamente parlando – significano forze relative allo schiacciamento che sono mostruose, e delle quali non siamo in grado di prevedere gli effetti.

 

Sappiamo solo, parole di Enzo Boschi, ex direttore dell’Istituto Nazionale di Vulcanologia e Geofisica“ che, a partire più o meno dal 500 a.C., negli ultimi 2.500 anni ci sono stati in Italia almeno 560 terremoti forti, fortissimi e catastrofici, cioè dall’ottavo all’undicesimo grado: in media uno ogni quattro anni e mezzo. Sono quelli di cui si hanno notizie precise al punto da poter stabilire per ognuno con sufficiente esattezza latitudine e longitudine dell’epicentro, l’anno in cui si è verificato e l’intensità.”

 

E, aggiungiamo noi, per i quali non esiste nessun metodo di previsione. Ciò che conosciamo è che la zona di Messina è proprio attraversata dalla faglia di contatto fra le due placche e che ha avuto già terremoti spaventosi in passato.

Ovviamente, i “tecnici” del Ministero l’hanno considerato, affermando che si tratta di movimenti di zolle molto profonde per le quali non è possibile fare alcuna previsione…non è materia per noi, noi dobbiamo solo dire se è possibile fare un ponte…che ci frega di quelle storie…

 

Allora…dunque…non sappiamo se conviene farlo…per questo si userà il “metodo TAV”, ossia prima buca, scava, costruisci e spendi…se, quando hai finito di scavare, quella direttrice di trasporti viene meno, ossia non serve più…beh…come facevamo noi a saperlo? Noi abbiamo scavato bene…

E per le “zolle” che si muovono? Sono zolle profonde…per le quali non abbiamo certezze su quei movimenti…e che volete: se Reggio Calabria o Messina volessero costruire due bei grattacieli modello Abu Dhabi? Dovremmo proibirglielo solo perché c’è il rischio di un terremoto?

Ecco.

 

Il tema principale a favore del ponte, che sempre viene ricordato, è che – finalmente! – si collegherebbe la Sicilia all’Italia: il che, è pietosamente falso e per due ragioni:

1) La Sicilia è già collegata all’Italia da collegamenti aerei, marittimi, ferroviari e stradali (tramite i traghetti, che ci mettono una mezzoretta);

2) In realtà, il collegamento avverrebbe soltanto fra le città di Reggio Calabria e Messina, poiché il retroterra d’entrambi i centri è od un deserto scarsamente popolato, oppure aree difficilmente accessibili.

 

La velocità nei trasporti – ferroviari e stradali – dai due centri verso l’entroterra è penosa: quella ferroviaria è allo sfacelo, binari unici, linee vecchie e fatiscenti ed autostrade più di nome che di fatto. Per andare da Catania a Messina servono circa 1 ora e mezza, mentre per Palermo servono quasi 3 ore. Il treno è invece un enorme lumacone: ore ed ore per compiere tragitti limitati.

 

Da Reggio Calabria, invece, parte anche una mulattiera di montagna che si diceva fosse un’autostrada: ebbene, per andare da Napoli a Palermo non bastano 10 ore (a correre come dei pazzi) mentre il traghetto ci mette 9-10 ore senza doversi affannare e senza correre rischi.

Di più: il percorso stradale teorico menziona 18 ore da Genova a Palermo, ma non tiene conto delle inevitabili code per lavori stradali, code per incidenti, rallentamenti negli svincoli e d’inevitabili soste per rifocillarsi. In realtà, il percorso – anche di fretta – non può essere inferiore alle 22-24 ore, mentre il traghetto impiega 20 ore e vi scodella a Palermo od a Genova riposati e tranquilli. Il traffico merci, poi, è un’assurdità: il tempo di percorrenza stradale ancora aumenta e, difatti, sempre di più s’imbarca il camion a Genova per Palermo e viceversa.

 

Ancora più assurda la situazione della Calabria, che non ha grossi centri e che – sulla zona ionica – ha soltanto una misera statale, zeppa di curve e generatrice d’incidenti. Che se ne farebbero del ponte? E sarebbe l’attraversamento dello stretto sul traghetto in mezzora, il problema, dopo averci messo ore ed ore per fare sì e no 200 chilometri?

 

C’è poi il mezzo aereo, che gode di vantaggi particolari trattandosi di un’isola: il volo Palermo-Roma ci mette un’ora e costa circa 40 euro. Nemmeno la benzina ci paghi, altro che il traghetto od il pedaggio del futuribile ponte!

 

Insomma, sotto l’aspetto pratico, il ponte era un’idea del dopoguerra, stantia ed anacronistica: la Sicilia ha moltissimi porti – dai quali merci e passeggeri possono andare ovunque, perché l’isola è al centro del Mediterraneo – ed è assurdo pensare d’andarci in automobile od in treno. Ha, inoltre, ben quattro aeroporti dei quali uno internazionale: ma cosa volete di più?

 

In realtà, sanno tutti benissimo che è una costruzione assurda, ma si sono oramai messi tutti d’accordo, compresa quella parte di 5S che ha già due mandati e, quindi, sta cercando nuove “affiliazioni”. Conte hai capito?

Cosa vogliono veramente, da Renzi a Del Rio da Salvini a Berlusconi?

Anzitutto, vogliono dimostrarci che nulla può essere fatto o disfatto senza la loro approvazione e questo, francamente, è l’aspetto che più dovrebbe darci fastidio: dovrebbe farci meditare sul nostro concetto di democrazia all’italiana.

Il secondo aspetto è la “presa”…che avete capito? La presa sull’opinione pubblica? Ma no…la presa dei soldi, che avverrà per gradi e senza che ce ne accorgiamo.

 

Anzitutto, il costo dell’opera è valutato (da loro) in 4 miliardi di euro: il che, mi fa sorridere, sono soltanto 8.000 miliardi di vecchie Lire! Riflettiamo che il solo terremoto dell’Irpinia costò, all’allora governo, 50.000 miliardi di lire.

Oggi, però, devono stare “bassi” per non irritare troppo chi è contrario…dei 209 miliardi del Recovery Found ne piglieremo solo 4, quasi un’elemosina…per costruire qualcosa che dai tempi dei Latini si pensava di fare, e citano pure Roma e Plinio il Vecchio, tanto per far inorgoglire anche madama Meloni.

 

In realtà, già sappiamo come vanno queste cose: si chiama “avanzamento lavori” e lo attuano a piccole dosi, in ogni bilancio annuale: il Parlamento ha votato quasi all’unanimità per costruire una nave “per soccorsi umanitari” e, terminate le votazioni, scoprirono d’aver votato per una nuova portaerei che si chiamerà “Trieste” e sarà la nuova ammiraglia della flotta. Del resto, decisero anche che Ruby era la nipote di Mubarak: le cronache parlamentari, in gaiezza, superano anche il Marchese del Grillo.

 

Terminata l’opera – sia chiaro: tutta a carico dello Stato! E’ un’opera essenziale per la Patria! – si dovrà iniziare a percepire i pedaggi, che dovrebbero – col tempo – rimpinguare le casse per l’opera costruita. Qui, sono certo, avverrà una “smagliatura”: lo Stato s’accorgerà di non sapere come gestire la cosa…insomma…la gente non vuole raccomandati sul Ponte! Nessuna raccomandazione passerà!

Solo il “privato” sarà in grado di garantire la “pulizia” dei raccomandati – sono certo che stampa e Tv forniranno servizi a raffica – e così, per una modica cifra, qualche “privato” diventerà il vero padrone come i Benetton per il ponte di Genova, che è tornato magicamente ad esser di loro proprietà. Ci sarà un processo per quell’evento? Non credo proprio: con le nuove norme europee sulla giustizia, la durata del processo penale sarà limitata a 9 anni…ne sono già trascorsi quasi tre…quindi…

 

Se, per caso, lo Stato non dovesse cedere al “privato” di turno, oddio…ma siamo fra Calabria e Sicilia…Madonna mia…e i mammasantissima?

Notizia del 2035: “Per caso, ieri una nave ha incocciato un pilone del ponte…solo di striscio, non ci sono danni”…ma tutto può succedere…se non la capiscono, la prossima volta potrebbero dare la nave a Schettino e ci penserà lui a beccarla dritta di prua con un bello schianto…

 

Ma non ce ne sarà bisogno: tutti d’accordo, anche gli ex giovani del M5S, hanno deciso per il settore privato…in cambio, così, tanto per dire…di posti nel consiglio d’amministrazione per i loro figli e nipoti…che volete…la politica “deve controllare”…

Per mia fortuna, probabilmente, a quella data sarò già morto o rimbambito, così mi salverò dall’ennesimo voltastomaco.

29 aprile 2021

L’Italia bizantina del post (?) Covid

 

Fa quasi sorridere mettere quel “post” nel titolo, perché in realtà non conosciamo il futuro, non sappiamo cosa farà il virus, non abbiamo cognizione dei provvedimenti che saranno o non saranno presi…non siamo nemmeno sicuri di quanto il vaccino ci proteggerà e per quanto tempo. Intanto, però, il parlamento (min) italiano processa il ministro Speranza: per che cosa? Nessuno lo ha capito bene: per aver chiuso gli italiani in casa? E cosa doveva fare un ministro della Salute pubblica che, per la prima volta dopo un secolo, si trova di fronte un’epidemia causata da un agente pressoché sconosciuto?

 

L’altra certezza è che arriveranno soldi, tantissimi soldi, da spendere, intercettare, far sparire, usarli in progetti inutili come il ponte di Messina, sparpagliarli in mille rivoli dove milioni di sedicenti politici potranno abbeverarsi, fino all’ubriacatura. Sono abituati a questo comportamento, sanno come fare, e ciò che sta avvenendo lo conferma in pieno.

 

Tornano alla ribalta argomenti triti e ritriti: in fin dei conti, il nucleare non produce CO2, e dunque perché non tentare di buttarci a pesce sull’argomento? L’ENI, intanto, si modernizza: ha inventato il termine “coltivazione” come sinonimo dello sfruttamento dei giacimenti: fa fine, non impegna ed è molto “bio” nel lessico comune del Web. Quindi è diventato l’alfiere, lancia in resta, della cattura dell’odiata anidride carbonica, frutto di decenni di malcostume dei fossili: non bruciando più petrolio, carbone e metano? No, ehm…andiamoci piano… “catturandola” e convogliandola nei giacimenti già sfruttati.

La vicenda farebbe sorridere, ma sull’ignoranza delle persone campano da secoli i nostri sfruttatori/governanti: non ho citato Bisanzio a caso, perché l’Impero d’Occidente ebbe la buona grazia d’estinguersi nel 476 d. C. mentre a Costantinopoli perdurarono, per quasi un millennio, con i metodi usuali: corruzione, nepotismo, violenza gratuita, sacralità pluri-offesa, e tutte le nequizie che bene abbiamo imparato da loro. Eleggevano 3 o 4 co-imperatori, i quali poi s’ammazzavano l’un l’altro, oppure ne facevano uno all’anno, per mille anni.

 

La vera novità è che oggi, grazie a Conte che seppe mantenere un punto fermo nelle trattative, l’UE decise di compiere finalmente un passo risoluto nella direzione che altri Paesi, già da tempo, avevano intrapreso. Ossia, una rivoluzione tecnologica totale: d’altro canto, è puerile citare noiosamente la “lotta” alla CO2 senza capire che la CO2 – poveraccia – non ha nessuna colpa, semmai è stato l’uomo ad aumentarne oltre le 400 ppm la diffusione nell’atmosfera, ed oggi ce la godiamo.

Per quelli che, invece, pensano che sia tutta una panzana di Bill Gates & Al Gore li invito a recarsi in Alto Adriatico e leggere le direttive delle Regioni rivierasche, le quali hanno imposto il rialzo di tutta la cantieristica costiera a terra di circa 60 cm. Siccome io mi sono interessato, ho saputo che nell’Inverno appena trascorso le acque hanno invaso per ben quattro volte magazzini ed officine: una faccenda che nessuno ricordava a memoria d’uomo e della quale non si trova traccia nemmeno negli annali.

 

Tranquilli, però: sopra di noi regna il nuovo ministero dell’Ecologia, dove mister Cingolani è già all’opera per rendere Next Generation UE il più fantasmagorico ed omnia ricettivo piano che si possa immaginare. Tutti dovranno rimanere soddisfatti, proprio come a Bisanzio.

Ma cosa significa catturare le CO2 per togliersela dai piedi?

 

Ci sono varie forme di pensiero su questo problema, salvo che nessuno di questi mezzi ha una base scientifica coerente con l’obiettivo da raggiungere: ossia, immettere la CO2 nei giacimenti di idrocarburi esausti oppure trasformarla in un composto utilizzabile?

Per prima cosa si deve catturarla e nessuno, finora, ha fornito risposte chiarificatrici, giacché catturarla ha un costo non indifferente e, mentre la “cattura” viene eseguita con finanziamenti pubblici, le fasi successive sono tutte eseguite da aziende private. Ma guarda un po’, è una storia che già conosciamo. (1)

Alcune ipotesi sui costi non sono molto chiare: secondo alcune fonti, il costo del sequestro comporterebbe un aggravio sul costo dell’energia elettrica di circa 1/3, che metterebbe il sistema completamente fuori mercato. (2)

 

C’è, però, chi utilizza la CO2 per scopi “nobili”, ossia le compagnie petrolifere: quando un giacimento è quasi esaurito, iniettano CO2 calda nel sottosuolo per sciogliere il poco che rimane – una sorta di “risciacquo” del giacimento – poi estraggono quel che possono e chiudono il tutto. Sempre che, poi, la CO2 – che è un gas – non scappi dalla sua “prigione”.

In buona sostanza, tutto l’ambaradan che sta andando in scena sui “giacimenti” (in funzione, “coltivati”, esausti, ecc) sulla costa romagnolo-veneta parrebbe un tentativo italo-bizantino d’affibbiare allo stato i costi per poi goderne privatamente degli effetti: d’altro canto, il buon Cingolani – come primo atto da ministro (min) – ha subito firmato sette permessi d’estrazione nelle acque italiane per l’ENI. E’ il futuro che avanza.

 

La vicenda del sequestro della CO2 mi coinvolse molti anni fa e fu una faccenda dai contorni esilaranti, che vedremo in seguito.

Si può trasformare la CO2 chimicamente per ottenere qualcosa d’utilizzabile?

Oddio, in Chimica tutto si può: dipende dai costi che quel “si può” comporta.

 

La CO2 è un gas che sublima a -57°C e quindi, se si vuole separarla dall’aria bisogna raffreddare enormi volumi d’aria a quella temperatura: si può farlo nell’Inverno siberiano? Sì, là si arriva vicino a quelle temperature, ma non per periodi così lunghi e, raffreddare milioni di tonnellate d’aria per separare la CO2 (che solidifica, il cosiddetto “ghiaccio secco”), ha dei costi non indifferenti. Perché sono 29 miliardi di tonnellate che buttiamo, ogni anno, nell’atmosfera.

La soluzione più semplice rimane sempre quella di farla assorbire ai vegetali, però l’ENI non si occupa di agricoltura e foreste e dunque il sistema naturale viene scartato. Cingolani che dice? Mah…

 

Ci sono altri mezzi per acchiapparla per via chimica ma finora nessuno ha parlato di costi, perché la CO2 è un composto molto stabile e, per renderlo utilizzabile, bisognerebbe idrogenarlo per farlo tornare un idrocarburo utilizzabile. L’ENI ha subito proposto di idrogenarlo grazie all’energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili…oddio…ma allora, scusate…dovremmo catturare energia con pannelli e mulini per, poi, gettarla sulla trasformazione della CO2 in idrocarburo il quale, bruciato, fornisce di nuovo CO2? Mi gira la testa, scusate…oltre ai cosiddetti.

Insomma, Cingolani, ENI, ENEL e compagnia cantante state cercando di prendere per il sedere noi o la Termodinamica chimica? No, ditelo, altrimenti vi mandiamo di nuovo a Bisanzio per scervellarvi sulla natura della Trinità, sul Filioque e sul Credo Niceno. Fareste meno danni.

Ecco un esempio delle “Tribolazioni” ENI-ENEL di natura conciliare (con riforma condivisa ed in Costituzione della Termodinamica chimica) che mi sono rifiutato di guardare perche tutto può andar bene, ma quanto costa? E chi paga? Cingolani non dixit.

 


 

La vicenda del sequestro italiota della CO2 ha più attori, che hanno sì le grandi compagnie dell’energia come fulcro centrale, ma hanno bisogno di corollari. Il più importante? L’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ossia quello che tiene sotto controllo i vulcani italiani e cerca, con scarsa fortuna, di prevedere i terremoti.

L’INGV ebbe nella sua lunga storia (prima si chiamava Istituto Nazionale di Geofisica) quasi un solo presidente, Enzo Boschi (1942-2018) che tenne la presidenza per ben 28 anni, sotto le due differenti nominazioni.

Boschi fu presidente dal 1982 fino al 2011: una discreta “tenuta” nel panorama italiano. Qual era il suo rapporto con la politica?

 

Anch’io ho fatto tutto quello che in genere si fa per fare carriera. Ho leccato il sedere quando c’era da leccarlo, ho assecondato, ho chinato la testa: non ho paura a negarloSono sempre stato gentile con i potenti perché sapevo che avrebbero potuto aiutarmi, come vedo che fanno i giovani di oggi.[…] anche con i politici bisogna avere sempre buoni rapporti.” Dichiarazione di “grande nobiltà d’intenti” del 2008 a La Stampa. (3)

 

Nel 2007, mi trovo – mio malgrado – ad incrociar la lama con questi personaggi e m’arriva una mail di rimando:

 

Buongiorno, che cosa rispondiamo all’articolista che butta fango sulla sequestrazione geologica e Boschi? Attendo risposta. Sonia.

Dott.ssa Sonia Topazio (a Fedora Quattrocchi)

Capo Ufficio Stampa Ufficio di Presidenza Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Via di Vigna Murata

 60500143 Roma

 

La buona Sonia è pagata per gironzolare sul Web e scoprire cosa pensa la gente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: quando trova qualcosa d’interessante è suo dovere riferire. Punto.

Un “Capo Ufficio Stampa” – forse – dovrebbe sapersela cavare da solo, ma si sa che l’assunzione di responsabilità – nel Bel Paese – è un comportamento assai raro.

Ciò che più stupisce è la risposta di “chi di dovere”:

 

Cara Sonia

Quel tipo che ha scritto quelle stupidagini ignoranti è un blogger ignorante di nome Carlo Bertani (di cui ti allego foto per tua conoscenza del soggetto). Dalle cose che scrive nel suo blog (www.carlobertani.it ) non credo che sia una specialista del settore, forse sarà politicamente impegnato, ma fa molta confusione sulla politica energetico-ambientale e non credo abbia nessun Curricul Vitae per dire quello che dice sulla sequestrazione geological di CO2 nel sito blog don chisciotte. Purtroppo ora va di moda fare i blogger invece che stare sui banchi delle università a studiare. E’ una vera iattura del protagonismo giovanile e non giovanile (vedi Beppe grillo) moderno. Lui mi legge per conoscenza e spero abbia il buon senso di chiedermi articoli e pubblicazioni scientifiche nazionali ed internazionali prima di riscrivere qualcosa pubblicamente sull’argomento. Aspettiamo un paio di settimane se si fa vivo e ci chiede una mano a capirci qualcosa e siccome sto già preparando un articolo a mezzo stampa sul blog di beppe grillo potrei sputare veleno anche sul suo blog ignorante (VAI ALL?UNIVERSITA’! VAI ALL’ESTERO A STUDIARE COME ABBIAMO FATTO NOI RICERCATORI!) come irresponsabile ignorante che se ne approfitta della povera gente che ha la sola III media e non si può pagare le scuole e l’università per fare i soldi con un blog ……. si informasse dagli scienziati che ci lavorano da anni prima di parlare sul sito don chisciotte di politica energetico ambientale. E non mi spreco neanchè a scrivergli sul blog perchè lui sennò ci guadagna pure.

Un saluto

Fedora Quattrocchi

(ricopiata ortografia compresa, rimane il mistero della foto: dovevo aspettarmi un colpo di P.38? Oppure gli spilloni? Mah…)

 

La storia m’incuriosisce, e mi viene la voglia di capirci qualcosa di più sulla faccenda: in fondo, avevo soltanto messo in dubbio un progetto tecnico, cosa c’entravano tutti quegli insulti?

 

Per Sonia Topazio fu facile: era una ex attricetta di film soft-porno, aveva lavorato anche in un film con Tinto Brass, poi laureata in Lettere era andata a fare l’addetto stampa all’INGV. Ovviamente, sapeva di Geologia quanto io ne so di testi in aramaico, ma non fa niente. Vediamo come spiega il suo arrivo all’Ufficio Stampa dell’INGV:

 


I suoi accusatori hanno scritto sul web che quel posto lo hai avuto davvero grazie a una relazione con il presidente Enzo Boschi? “Se proprio lo vuoi sapere sono arrivata lì nell’unico modo possibile nelle amministrazioni statali, per segnalazione di un politico. C’era un posto libero nella didattica e divulgazione e così ho avuto il contratto. E poi diciamolo, ma anche se avessi avuto una storia con il presidente, che male c’è? Che cos’è questo puritanesimo? Anche se avessi avuto una simpatia, diciamo così, con un collega nessuno potrà dire che ho avuto qualche vantaggio…Chi era il politico? “Si dice il peccato, non il peccatore. Facciamo così, ti dico il suo nome se tu mi dici i nomi dei precari che insistono ancora con questa storia”.

 

Onesta, almeno. Però, anche quei precari che si chiedevano perché una completa digiuna di Geologia fosse arrivata così in alto, qualche ragione l’avevano. Ah, a proposito, Sonia Topazio oggi è dirigente del settore Stampa e Divulgazione dell’INGV ed ha anche scritto un libro di Geologia – “I signori dei terremoti” – una che non l’ha mai studiata manco un giorno. A chi lo ha dedicato? Ad Enzo Boschi buonanima, ma guarda te…

 

La buona Fedora fu quella che s’impegnò a fondo sul progetto per la sequestrazione della CO2 e per la quale ci fu lo scontro, tuttora attuale. Io continuavo a ripetere: ma non conviene investire del denaro in sistemi che la CO2 non la producano, invece di scervellarsi per riuscire a catturarla? Mi sembra un po’ come chi va per farfalle col retino!

 

Mesi dopo mi giunse una telefonata con voce calma e suadente del padre – arrivò sul mio telefono fisso, che non fornivo a nessuno…ma quella è gente che può… – il quale mi raccontò la solita tiritera…abbiamo fatto tanti sacrifici per far studiare ‘sta figlia…sapesse…e adesso questa storia proprio non ci voleva…

Fedora non ha avuto fortuna dopo le dimissioni di Boschi: nel 2014 è stata licenziata in tronco, seduta stante, dall’Istituto. Motivi? Sconosciuti, salvo che oggi ha una libera docenza e che la causa giudiziaria per il suo licenziamento si trascina negli anni. No, fortunata proprio no.

Ho dato un’occhiata alla sua pagina Facebook, al suo sito personale…dice d’essere assolutamente una seguace del PD ma, improvvisamente, si presenta con i 5S per le europee, trombata. Quindi a Mantova, nelle liste per le amministrative, trombata pure lì. Oggi mi sembra una no-vax che si scortica contro il governo e va a tutte le manifestazioni contro le chiusure organizzate, a Roma, dalla Meloni. Del sequestro della CO2 manco più una parola, dopo che l’hanno sequestrata gli altri. E chi la capisce più?

 

Insomma, forse l’ENI spera ancora che qualcuno tiri fuori dei soldi per mettere ‘sta benedetta CO2 sotto terra, anche se le tre strutture presenti nel Pianeta sono riuscite, scucendo tanti soldi pubblici, a trovare sistemazione per lo 0,3% della CO2 presente nell’atmosfera, sempre che questa non scappi un domani dal sottosuolo.

Boschi è morto, Sonia è sempre ben piazzata con le sue amicizie politiche, anche se ha ammesso “d’essere oramai vicina alla menopausa” mentre Fedora si sbatte, oramai senza futuro. Tutti quegli anni spesi sui libri…eh, Sonia sì che aveva capito come va il mondo…

 

Fine della storia, italo-bizantina, della cattura della perfida anidride carbonica: Eccelso Cingolani, ci fai sapere qualcosa? Tu, che con l’ENI vai a braccetto…

 

PS: mi hanno risposto per l’idea sull’ACNA, esattamente come dicevo io: “Abbiamo ricevuto e passato alle competenti strutture. Grazie”. A mai più. Ovvio, mica ho delle belle tette da “condividere”.

 

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Cattura_e_sequestro_del_carbonio

(2) https://www.rinnovabili.it/ambiente/cattura-e-stoccaggio-del-carbonio-333/

(3) https://www.greedybrain.com/divulgazione/i-veri-retroscena-del-caso-topazio/

10 aprile 2021

Fra il dire ed il fare

 

Ciò che osservate nella fotografia sorge a circa 5 km da casa mia: non molto ben nascosti, ci sono da 2 a 4 milioni di tonnellate di rifiuti altamente tossici, generati nei decenni durante i quali l'ACNA era in funzione, ed un fiume che spesso deborda la circonda.

Ho avuto un'idea - coerente con i dettami della "nuova ecologia" - ossia generare energia e mettere in sicurezza il territorio, cercando di spendere il meno possibile e, grazie all'energia, mettere anche qualche soldo da parte. L'ho inviata ai diretti interessati: ditemi cosa ne pensate. Grazie

Al Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani

SEDE

Al Sindaco di Cengio, Francesco Dotta

SEDE

Al Sindaco di Saliceto, Luciano Grignolo

SEDE

 

Buongiorno: mi chiamo Carlo Bertani e sono uno scrittore ambientalista, potrete trovare sul Web le mie referenze, i miei articoli ed i libri che ho pubblicato.

Vi scrivo per un’idea che potrebbe prender forma anche grazie alla copiosa parte di finanziamenti per l’energia e l’ambiente che giungeranno con il Next Generation UE nei prossimi anni e che riguarda il fiume Bormida, la produzione idroelettrica ed il risanamento ambientale del ex sito ACNA.

La Bormida di Millesimo esaurisce il suo tratto torrentizio proprio a Millesimo ed inizia il suo tratto fluviale: c’è un solo tratto di quello fluviale che presenta interesse all’uso idroelettrico, ossia il “salto” fra Cengio e Saliceto.

La Bormida ha una portata parecchio mutevole: raggiunge apici di circa 80 m3 nei mesi primaverili ed autunnali, mentre scende ad un rigagnolo nel mese di Agosto.

Ho eseguito qualche calcolo (da controllare) che, con una caduta di circa 20 metri, permetterebbe di ricavare qualche centinaio (ho stimato circa 300) Chilowattora in generazione costante, che rappresentano un valore economico annuo valutabile intorno ai 200.000 euro.

La presa d’acqua dovrebbe situarsi presso la “diga” (in realtà un modesto scivolo) situato poche centinaia di metri a monte del sito ACNA nel comune di Cengio: da lì, una condotta tubolare in materiale plastico (ma robusto) del diametro di due metri potrebbe lasciare il corso naturale del fiume ed essere posizionata sulla riva destra del fiume, passando all’interno dell’ex stabilimento ACNA appena sotto la strada statale che porta a Saliceto. Passato lo stabilimento, inizierebbe la corsa in caduta per esaurirsi nella turbina, da posizionarsi al raggiungimento della zona piana nel comune di Saliceto, in un luogo disabitato che corrisponde al termine del tratto in discesa della statale.

Il dimensionamento dell’impianto dovrebbe essere attentamente valutato già in sede di progetto, giacché la grande varianza di portata del fiume potrebbe essere sfruttata in modo più elastico, magari con più di una turbina in uscita: in questo modo, l’energia elettrica sarebbe maggiore e maggiori gli introiti, ma non voglio andare troppo oltre poiché so che in sede di progettazione ci sono persone ben più capaci di chi scrive per attuare questi progetti.

Questa è la sezione energetica, e la salvaguardia ambientale?

Nell’ex stabilimento ACNA sono stivati circa 2 milioni di metri cubi di sostanze tossiche (c’è chi sostiene il doppio, ma non è questo il problema), le quali – anche recentemente – hanno  suscitato proteste da parte delle associazioni ambientali, con l’intervento della UE, la minaccia di multare l’Italia, l’ENI, ecc. Le rilevazioni di Syndial (l’azienda che opera i campionamenti) ha accertato che, ancora oggi, nella zona di “confine” fra l’ex stabilimento ACNA ed il fiume Bormida la quantità di cloro-benzene (sostanza tossica e, purtroppo, ancora reattiva) è pari a 400 volte la quantità massima consentita dalla legge. Non vado oltre.

Gutta cavat lapidem, narravano i Latini ed è impossibile che il transito di così tanta acqua intorno all’ex stabilimento non porti – oggi o in futuro – allo scioglimento e/o, comunque, al dilavamento di quella “bomba” ambientale, giacché il corso del fiume lambisce proprio i depositi di rifiuti tossici.

Una volta completata la sezione idroelettrica, vi sarebbero almeno due mesi estivi di tempo nel quale il vecchio corso della Bormida rimarrebbe asciutto. A questo punto, sarebbe possibile pianeggiare ed asfaltare il tratto del fiume che corre all’interno dell’ex stabilimento fino a by-passarlo completamente.

Dando al fiume una sezione curva (una sorta di canale) con sponde piuttosto alte, si eviterebbe che l’acqua del fiume venisse a contatto con la parte inquinata o con acque reflue che rimarrebbero così contenute nel sito, senza più lasciarlo: a questo punto, anche il recupero e la depurazione di questi “cuscinetti” esterni alla massa inquinata sarebbe più semplice e meno costoso. Una buona copertura dei siti interessati – con materiali plastico e/o pannelli, ecc – eviterebbe il contatto fra l’acqua piovana ed il materiale inquinante.

Non dimentichiamo che oggi, negli usi stradali, si tende ad usare asfalto con qualità di assorbimento per evitare le strade allagate ma l’asfalto, come materiale in sé, è un tipo di sostanza fra le più impermeabili che esistano. E, se l’asfaltatura venisse eseguita con alti spessori ed un lavoro attento e ben controllato, si otterrebbe il passaggio dell’acqua “di piena” – in surplus rispetto alla condotta idroelettrica – senza più entrare in contatto con le sostanze inquinanti.

Per quanto riguarda la progettazione e la realizzazione dell’impianto idroelettrico i fondi sarebbero da attingere, come già detto, dal fondo Next Generation UE mentre per gli aspetti tecnici sarebbe meglio rivolgersi ad aziende con esperienza nella creazione e gestione del mini-idroelettrico, come ABT Group, Meccanica Savio, Energred Idro, ecc.

Per quanto riguarda la messa in sicurezza del tratto del fiume Bormida che circonda l’ex stabilimento ACNA non mi pare che servano chissà quali competenze: qualsiasi azienda di asfaltatura sarebbe in grado di realizzarlo e, i costi, potrebbero essere accollati ad ENI, che ha sempre la spada di Damocle sul collo delle multe UE: in fin dei conti, asfaltare – anche con la massima cura ed attenzione – un tratto di uno o due chilometri di fiume non mi sembra un costo astronomico. Soprattutto se, con questo intervento, il fiume smettesse di essere il trasportatore di pericolosi percolati in aree abitate.

In questo modo, poi, con dieci mesi circa di contatto, nemmeno la fauna acquatica ne soffrirebbe, giacché – ad opera completata – si potrebbe lasciare un minimo rigagnolo d’acqua anche nei mesi estivi.   

Non pretendo, ovviamente, di aver steso un “progetto”, poiché qui devono entrare in gioco i tecnici: saranno loro a dover stabilire se la condotta idroelettrica dovrà essere, singola, duplice o triplice…o ancora stabilire i sistemi di ancoraggio della condotta al suolo, l’altezza per prevenire danni da alluvioni, il posizionamento della turbina in un luogo sicuro, ecc. Come, del resto, anche il tratto di by-pass che circonda lo stabilimento ACNA dovrà avere sponde più o meno alte e la natura della struttura, visto che la parte esterna dello strato d’asfalto sarà comunque a contatto con gli inquinanti, ecc. Insomma, serve un minuzioso lavoro di progettazione ma, il risultato, sarebbe grandioso: un problema che si trascina da decenni e che mostra chiaramente di non essere stato risolto, finalmente lo sarebbe. L’ex ACNA, in parole povere, diventerebbe un sito isolato dal territorio, un “monumento” all’ignavia umana che smetterebbe di gettare i suoi malefici effetti sull’intera valle e ben oltre.

Da ultimo, vi confesso che non mi faccio illusioni: l’ENI è una potenza, in cui parte del capitale azionario è nelle mani del Ministero del Tesoro il quale, non a caso, gode dei vantaggi decisionali: la cosiddetta Golden Share. E, anche qui, non vado oltre, ma ci sarebbe tanto da dire.

Per questo non lo farete mai: troverete mille scuse per non attuarlo…era un’idea già pensata e non attuabile…il progetto potrebbe non soddisfare i requisiti richiesti…le cose “si metteranno a posto da sole, con il tempo”…i lavori di ripulitura del sito sono già a buon punto (?)…ed avrete senz’altro altre mille ragioni da aggiungere.

Anche perché questa valle si sta, rapidamente, spopolando: la popolazione scende di circa 1/3 ogni dieci anni e fra venti o trent’anni non ci sarà più nessuno. Rimarrà un colosso, in parte demolito ed in parte ancora lì, ad impaurire come monito chi volesse far tornare queste terre al “prima”, ossia quando erano campagne fertili e succosi vigneti. Ciò che manca non è il denaro o le idee: mancano le persone in grado di realizzarle.

Grazie

 

Carlo Bertani

In giallo il percorso della condotta idroelettrica, in blu quello dell'asfaltatura del fiume.

Il disegno è, ovviamente, uno schizzo di massima.




31 marzo 2021

A ciascuno il suo personaggio, in cerca d’autore

 

Quando, analizzando una situazione storica, si pongono dei dubbi è sempre salutare: non significa creare una “nuova verità” storica, né fare dell’inutile revisionismo, bensì sgombrare la piazza dal ciarpame e dalle cartacce.

Lo storico Emilio Gentile (che si definisce un liberale) ha compiuto un ottimo lavoro nei suoi libri: s’è guardato bene dal creare dei diktat incontrovertibili, mentre ha dato un po’ di fiato ai molti dubbi che ancora sussistono sulle vicende della 2° Guerra Mondiale italiana. Che, paradossalmente, almeno per il copione, giungono fino ad oggi.

 

Un semplice esempio, che sempre mi ha traversato la mente è: se Mussolini aveva ben compreso che la guerra era perduta, perché accettò d’indossare i panni di un Quisling per fare un favore ai tedeschi? Mussolini era un po’ gradasso ed un poco sopra le righe ma non era stupido, se non altro era dotato del buon senso succhiato, col latte materno, dalla terra che lo aveva generato. Una terra fatta di contadini, che crescevano impastati con la malta della concretezza.

Per questa ragione accettò d’assecondare la Germania nel 1940: una scommessa, la previsione di un “raccolto” che la grandine (più facile da prevedere anzitempo per un intellettuale od un militare) devastò, e con essa l’Italia intera.

 

Basti riflettere che, in tre anni di guerra, l’Italia non riuscì a mettere in campo un carro armato almeno accettabile per gli standard dell’epoca: i nostri corazzati li sbucazzavano le mitragliatrici. Una discreta Marina, ma priva di un’aviazione propria (che fece la differenza) per questioni interne agli equilibri di regime, mentre i nostri sommergibili erano sì tanti, ma con delle dotazioni tecniche che fecero sbottare ad un ufficiale tedesco della base atlantica di Bordeaux (dove operarono i nostri sommergibili atlantici) “che la differenza fra un sommergibile tedesco, rispetto ad uno italiano, è la stessa che esiste fra un sommergibile italiano e le navi di Colombo.”

L’Aviazione, in termini quantitativi, sembrava potente ma, qualitativamente, faceva pena: soltanto nella Primavera del 1943 entrarono in servizio caccia paragonabili agli Spitfire, solo che – mentre da noi entravano in servizio a decine – fra gli Alleati li contavano a centinaia.

Non voglio tediarvi oltre, però questa premessa bisognava farla per giungere alla vera questione alla quale si deve rispondere: cosa si aspettava Mussolini dalla seduta del Gran Consiglio del 25 Luglio 1943? L’ultima riunione, prima di quella seduta, era stata il 7 Dicembre 1939. Una vita prima. Perché, allora, convocarlo di nuovo?

 

Mussolini, quando prese posto quella sera, si portava appresso alcuni avvenimenti che non poteva sottovalutare né dimenticare: il 9 Luglio del 1943 gli Alleati erano sbarcati in Sicilia, praticamente indisturbati e il 22 dello stesso mese entravano a Palermo: due settimane per conquistare l’isola! Già gruppi di commando agivano in Calabria, per preparare lo sbarco nella penisola.

Un Mussolini abulico e depresso si presentò a Feltre il 19 Luglio per un incontro (inconcludente) con Hitler: nello stesso giorno, gli Alleati bombardarono per la prima volta Roma, inviando un avvertimento terrificante e facendo circa 3.000 morti ed 11.000 feriti.

Quale poteva essere lo stato d’animo di Mussolini?

 

Tornato a Roma convocò subito il Gran Consiglio. La mia ipotesi fu che il Duce del Fascismo sperasse d’essere esautorato: a ben pensarci, altre scelte non le aveva.

 

Passò l’Ordine del Giorno Grandi e Mussolini fu spodestato: insieme a lui sparì il Fascismo italiano e il giorno dopo, Domenica, non c’era più una camicia nera per le vie di Roma e quasi deserti erano i gangli più importanti del potere fascista.

Era rientrato a villa Torlonia alle 4 del mattino e, alla moglie Rachele ansiosa che gli domandava “li farai arrestare tutti, no?” rispose “sì, lo farò domani…” Ma non lo fece, e secondo me lo sapeva benissimo: mentì e basta. Ma non finisce qui.

 

Poteva scatenare la Milizia fascista, arrestare i congiurati, anticipare la guerra civile……invece no, chiese semplicemente udienza al Re – che lo odiava di brutto – in una Domenica assolata ed afosa del Luglio romano, scompaginando tutte le previsioni e le tattiche di Vittorio, che fu costretto ad anticipare quello che da tempo pensava di fare.

Così, dopo un colloquio afono, se ne andò tranquillamente, accompagnato da un ufficiale dei Carabinieri in una ambulanza: per essere certi della riuscita, i Carabinieri lo fecero accompagnare sull’ambulanza da tre sottufficiali corpulenti, ma non ce ne fu bisogno. Mussolini appariva tranquillo: la tranquillità di una persona depressa.

 

Dopo vari giri in diverse caserme di Roma, giunse alla Scuola Allievi Carabinieri di Roma, sita in via Legnano: il colonnello Tabellini lo ricevette al circolo ufficiali ma poi, visto il giorno festivo, mica poteva lasciarlo in un circolo quasi deserto in compagnia di un paio di giovani sottotenenti attoniti! Invitò, quello che fino a poche ore prima era il suo comandante supremo, a salire nella sua abitazione.

Non sappiamo se ci fu una tranquilla cena in famiglia, ma il colonnello Tabellini, che ebbe ospite il Duce nella sua abitazione all’interno della caserma di Via Legnano, riferì: “Tenne un contegno che francamente mi meravigliò fino a sconcertarmi…in sostanza ebbi l’impressione che il nuovo stato di cose lo avesse liberato da una situazione insostenibile. Più che rassegnato mi sembrò sollevato.

Ed è difficile non comprendere il senso, profondo e rilevatore, di quelle affermazioni, fatte da un ufficiale che non lo conosceva personalmente e che lo aveva immaginato per anni ed anni, probabilmente, del tutto diverso.

 

Poi, Mussolini fu inviato “in crociera” nel Tirreno in varie isole e, infine, mandato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, credendo che gli fosse impossibile scappare. Ma, anche qui, ci furono sorprese.

Mussolini non aveva tanta voglia di finire come Gauleiter dell’Italia Settentrionale sotto il tacco dei tedeschi, però comprese che aveva delle responsabilità alle quali non poteva sottrarsi: era stato lui ad insistere per la guerra – tutti i generali erano contrari, poiché l’Esercito Italiano del 1940 non era impreparato, era semplicemente inesistente: poche divisioni, incomplete, molte senza armamento – e, in quei giorni, dovette sentirsi soverchiato dai suoi errori, abbattuto, depresso (e, in questo senso, molti storici concordano).

 

Lo storico Emilio Gentile ebbe un colloquio con Vittorio Mussolini, figlio di Benito ed ufficiale a Salò, il quale gli confessò che il padre comprese che, andarsene al Nord in uno Stato fantoccio, non sarebbe stata una repubblica “fascista e sociale” come lui intendeva. Sperava, però, che in quella situazione un governo italiano sarebbe potuto essere almeno una forza di mediazione fra lui e l’occupante tedesco.

Se il gioco gli riuscì è difficile dirlo: tanti partigiani morirono fucilati, ed anche molti giovani della Repubblica Sociale ci rimisero la pelle. Ci sono alcune indicazioni (provate) che Mussolini cercò in tanti modi d’evitare il campo di concentramento per gli ebrei (verso il ’45 giunse a dire “dite loro che non abbiamo i camion per portarglieli”) però è molto difficile dare giudizi obiettivi in una situazione così intricata: la “risiera” di San Sabba, a Trieste, funzionò proprio all’epoca della Repubblica di Salò, e fu l’unico vero campo di sterminio in terra italiana.

 

Anche la disposizione dei Ministeri della Repubblica Sociale fu decisa dai tedeschi: Mussolini abitava a Gragnano, nella villa Feltrinelli, e doveva “ospitare” un tenente tedesco che gli teneva gli occhi addosso. I vari ministeri, poi, furono sparpagliati sul territorio: Salò, ma anche Mantova, Cremona, Verona, Padova e Venezia. Ai tedeschi bastava intercettare le conversazioni telefoniche per capire cosa succedeva nella cosiddetta “Repubblica”.

 

Ne volete un’altra?

La mattina del 9 Settembre 1943, i destini del Re e di Mussolini, probabilmente, s’incrociarono una seconda volta, quando il convoglio della famiglia reale e dei generali in fuga verso Pescara dovette passare quasi “a tiro di sguardo” da Campo Imperatore, dov’era prigioniero Mussolini. Una trentina di chilometri, nulla più.

Il convoglio reale – se la cosa vi stupisce lo comprendo – passò indisturbato, scortato da due autoblindo, in ben tre posti di blocco tedeschi, nei quali nessuno ebbe nulla da ridire. Il 10 Settembre, imbarcati sulla corvetta Baionetta giunta da Zara, i reali salparono da Ortona ed un ricognitore tedesco li sorvolò per un tratto di mare, fotografò tranquillamente la nave della famiglia reale e se ne andò, senza disturbare e senza essere disturbato. La nave giunse a Brindisi sana e salva mentre, di fronte all’Asinara, il giorno prima i tedeschi avevano affondato la nave da battaglia Roma, che andava ad arrendersi a Malta: l’affondamento fu cronologicamente preciso, quasi al minuto, con la fuga del Re dal Quirinale.

I tedeschi non avevano dunque più aerei in Adriatico?

 

Non sembra proprio, dato che il 2 Dicembre del 1943 ben 105 bombardieri tedeschi – decollati dal Nord Italia e dalla Grecia – bombardarono Bari (occupata dagli inglesi) in modo preciso e devastante.

E Mussolini?

 

Appena il Re fu a Brindisi, l’11 Settembre, scattò una nuova operazione: la liberazione di Mussolini. Tutti sappiamo che fu un’azione dei commando-paracadutisti tedeschi che giunsero, il 12 Settembre, con degli alianti ed un ricognitore per portarsi via il prigioniero.

Ah, scusate, dimenticavo…Campo Imperatore era stato fortificato e dotato di mitragliatrici pesanti contraeree le quali, però, molto stranamente il giorno prima furono rimosse per ordine di un Ispettore di Polizia, che nelle “foto ricordo” si nota mentre chiacchiera amichevolmente con l’ex Duce. Anche i cani da guardia furono messi alla catena e fu dato l’ordine di non sparare contro nessuno: morirono solo due italiani, che erano dislocati distante e non avevano ricevuto gli ordini.

Mussolini cenò tranquillamente e partì verso Pratica di Mare sul piccolo ricognitore, dove lo attendeva un altro aereo per condurlo a Vienna.

Non è possibile dimostrare che vi fu uno scambio ma, se le prove latitano, i dubbi sono forti e restano.

 

Dopo quei giorni zeppi di stranezze e di colpi di scena, tutto s’acquietò. Gli Alleati – padroni dell’Aria e del Mare – non decisero di chiudere la faccenda sbarcando, magari, in Romagna ed imbottigliando così le divisioni tedesche nell’Italia peninsulare. No, preferirono una lunga guerra durata quasi due anni, con tanti morti da una parte e dall’altra ed una popolazione sfibrata, affamata, delusa, stanca di vivere quell’inferno. Ma un’Italia stremata faceva parte del copione, ed i copioni vanno sempre rispettati.

La ragione politica è semplice: Stalin desiderava che si aprisse il fronte francese, mica che gli Alleati salissero dall’Italia verso Vienna per incontrarlo in Ungheria! Quella è roba mia e non si tocca! E ci fu lo sbarco in Normandia.

 

La fine fu improvvisa: non ho mai creduto che Mussolini avesse “bevuto” l’ennesima balla dei suoi apparati: quella della “ridotta” della Valtellina. Dopo che gli avevano raccontato di centinaia d’aerei pronti a difendere la Patria, e storie di navi inaffondabili, credo che avesse compreso con chi aveva a che fare. Difatti, Graziani si “sfilò” elegantemente dal corteo e sparì in un monastero di Milano: quattro giorni dopo si consegnò al comando americano. Era uno sterminatore d’etiopi, ma non era un ingenuo.

Mussolini, invece, non poteva “sfilarsi” e dunque sfidò la sorte: Svizzera o morte. Ancora una volta l’antico romagnolo ebbe il sopravvento e, di fronte al lancio dei dadi, non si tirò indietro: questa volta, a tradirlo, fu un oscuro capitano tedesco e non la potenza Alleata, il quale barattò il via libera in Svizzera con la vita di un italiano. E chissenefrega se crepa un italiano: ne abbiamo ammazzati tanti…

Successivamente, le dietrologie e le false o vere “piste” non mancarono.

 

Negli anni seguenti, la Storia ufficiale iniziò le sue indagini affidandosi alle prove ed ai documenti ufficiali, senza i quali nulla può essere validato! Peccato che i documenti ufficiali fossero spariti!

La Storia popolare si mise in moto e, come un caleidoscopio, creò un pantheon di figure, ciascuna corrispondente ai desideri delle principali tipologie d’italiani dell’epoca: la stampa diede una grossa mano.

Nacquero così, come generate da un palcoscenico, le figure del Re Salvatore, Soldato, Fellone, Stupidotto, Nanetto…e quelle del Duce Eroe che voleva Salvare la Patria, Grande Statista, Gran Bastardo, uccisore di Soldati inermi e mal vestiti, Fucilatore di Partigiani…e così via. A seguire, le figure di eredi al trono, regine, gerarchi…non mancarono di generare nuove vicende e sbalorditive “rivelazioni”.

Più avanti i Reali inglesi, che tutto manovrano, furono ben tratteggiati: persino un’ingenua principessa che muore in un sottopassaggio parigino con, a bordo dell’auto, un uomo dei servizi segreti inglesi che miracolosamente si salva..eccetera, eccetera…

Un clamore afono, che ci fa sentire sgomenti.

 

Perché ho raccontato queste vicende?

Poiché nascono da un tempo lontano, del quale rischiamo di perdere la memoria e di farci prendere per il naso. E poi: guardatevi attorno…che ve ne sembra di figure come Draghi o Mattarella, Grillo o Renzi, Letta o Salvini…forse non calcano anch’essi un palcoscenico e poi passano a nuovi copioni, proprio come gli attori di teatro? Il Fascismo, radicato da vent’anni, in una sola notte scompare dal panorama italiano: la Democrazia Cristiana regna per decenni senza un alito di tempesta, poi nasce la bufera di Tangentopoli, compare un ex poliziotto molisano che non sa nemmeno l’Italiano e fa il magistrato (?) e tutto svanisce nel volgere di poche settimane?

 

Vince le elezioni, a man bassa, un nuovo partito che – miracolosamente – esprime un premier come mai se me sono visti in Italia ma deve sparire, in fretta, senza inutili clamori. Il sipario s’abbassa: una nuova scena, alla riapertura, è già pronta. Vengono prontamente richiamati personaggi stantii, che aspettavano solo d’andare in pensione, giungono dall’estero ex segretari di partito divenuti docenti universitari, calcano il proscenio manager sconosciuti: ma un ex banchiere di Goldman & Sachs garantisce per tutti.

Baristi e ristoratori, che erano diventati la nuova leva rivoluzionaria, si zittiscono immediatamente e scompaiono dalla scena, si cambiano nel camerino ed escono dal teatro.

 

Solo un uomo comprese tutto con decenni d’anticipo: Leonardo Sciascia. A ciascuno il suo.

22 marzo 2021

Cervelli all’ammasso

 

Un pifferaio incanta un altro pifferaio

La tragicomicità della politica italiana si basa soltanto sugli scherni, i dejà vu, le battutacce nei confronti degli avversari: programmi, decisioni, proposte…cosa sono?

Così, oggi, dobbiamo celebrare un rito propiziatorio per la grande pensata del guru a 5 Stelle: la creazione (dal nulla, che finirà nel nulla) di un cosiddetto Ministero della Transizione Ecologica aggiudicato a Roberto Cingolani. Se scegliessi la vulgata imperante, direi soltanto che era un fervente frequentatore della Leopolda, ma entrerei in contraddizione con quanto sopra esposto: meglio, allora, passare ai progetti.

Devo riconoscere che il piatto è un poco poverello: l’Idrogeno “Verde” e la fusione nucleare.

 

Della seconda si fa presto a dire: sono almeno vent’anni che la Francia si è assunta l’onere del progetto, e risultati non se ne vedono. Non perché i francesi non siano capaci di creare un generatore d’energia basato sulla fusione nucleare: semplicemente perché, ri-creare le condizioni di pressione e temperatura che ci sono sul Sole, non è mica uno scherzo. L’abbiamo già fatto, creando le bombe all’Idrogeno, ma è del tutto evidente che creare un’arma distruttrice che vive solo per qualche nanosecondo è molto diverso che riuscire a “maneggiare” e confinare in un impianto sicuro quel po’ po’ d’energia per trasformarlo in elettricità.

Cingolani s’illude e ci illude, poiché non siamo per niente vicini all’obiettivo: vent’anni fa si raccontava che la centrale sarebbe stata pronta per il 2020, oggi si è spostata la data al 2035, e la centrale continua a non esserci e, se non c’è, nessuno può dire oggi se funzionerà effettivamente oppure se si sarà trattato di un costosissimo esperimento fisico.

In pratica, si tratta di una vecchia idea sovietica: contenere in un anello toroidale (una figura geometrica simile ad un pneumatico d’automobile) detto Tokamak grande alcuni (?) chilometri (oggi forse meno?) le condizioni di temperatura e pressione del Sole, che rendono possibile la fusione di due atomi d’Idrogeno in un atomo di Elio, più un mare d’energia termica. Ossia circa 5700 gradi Kelvin, che sulla Terra non sono mai stati raggiunti, salvo in quei nanosecondi delle esplosioni delle bombe all’Idrogeno.

Come si fa a contenerli? Qual è il “recipiente”? Scartati, ovviamente, metalli e minerali di qualsiasi tipo rimane solamente un enorme anello magnetico di forma toroidale di potenza inaudita: auguri.

Per carità: la fusione nucleare non è pericolosa, non genera radiazioni o l’emissione d’isotopi radioattivi come la fissione. Se non funzionerà, i danni saranno soltanto relativi all’impianto e si spegnerà da sola: tutto qui.

 

Ma, un Governo che s’attacca alla fusione nucleare per la rivoluzione ecologica, mi sembra più un impiegato che s’attacca al tram per arrivare in ufficio in orario.

 

E l’Idrogeno Verde?

Da quando studiavo Chimica, ho sempre saputo che l’Idrogeno è un gas incolore ed inodore e parecchie volte l’ho generato in laboratorio senza mai osservare bagliori verdastri né strani odori.

Il Ministro, allora, dovrebbe spiegare che la produzione dell’Idrogeno (che non esiste, libero in natura sulla Terra) sarebbe “verde” perché prodotto con mezzi ecologici, ossia senza generare inquinanti. Detto così, parrebbe pure logico.

Quando scrissi “Energia, natura e civiltà: un futuro possibile?” per Giunti (nel 2003) m’accorsi che la quantità d’energia necessaria per sostituire le energie fossili sottaceva una marea di problemi. In sintesi, si doveva far posto a tutta una serie di nuove macchine in grado di captare, trasformare e connettere quantità d’energia spaventose. Ma eravamo nel 2003 e, all’epoca, pensavo che nel volgere di vent’anni avremmo potuto vincere la sfida: cosa che, oggi, appare chiaramente persa, anche se si sono fatti dei passi in avanti.

 

La richiesta d’energia di un Paese come l’Italia nel 2017 era di 169,7 MTEP (Milioni di Tonnellate di Petrolio Equivalente, Fonte: QualEnergia.it): tanto per avere un confronto “visivo” necessitiamo, ogni anno, di circa 850 superpetroliere da 200.000 tonnellate di stazza lorda l’una. Che possono essere carbone o gas naturale, ma vengono considerate come petrolio tenendo conto delle diverse rese d’energia di questa sostanze.

Per comodità, conviene trasformare tutto in Terawattora (TW/h) per non dover sempre distinguere fra il settore elettrico ed i trasporti.

Ebbene, la quantità totale d’energia richiesta è di 1.974 TW/h, ed il settore elettrico ne assorbe circa 316.

Siccome le energie rinnovabili riescono a coprire circa un terzo della richiesta elettrica, ossia 105 TW/h, sul totale generale dell’energia richiesta (1974 TW/h) riusciamo soltanto a coprire il 5,3% della domanda. Sconfortante.

Perché?

Poiché, nel 2020, eravamo terribilmente indietro su due fronti: affrontare il problema dei trasporti e del riscaldamento domestico, che sono le due voci più energivore del sistema, tralasciando il sistema petrolchimico, ossia chi non lavora sul petrolio per autotrazione.

E, questo – si noti bene – è lo sconfortante risultato ottenuto dopo 20 anni di sforzi e di ricerche nel settore energetico. Domanda: come faremo a “risalire” quel 95% circa che manca nei prossimi 30 anni, visto che nel 2050 le nazioni della Terra hanno firmato un protocollo che le obbliga a farlo?

Ecco, allora, che i Governi s’attaccano al tram della fusione, oppure sognano di ricavare dalle energie rinnovabili quantità d’energia rinnovabile pari a 20 volte la produzione attuale.

Voglio proporvi un breve esempio, tanto per comprendere il problema.

 

Immaginiamo di voler coprire l’autostrada Roma-Napoli per utilizzare la soletta ed impiantarci un impianto solare.

Sfruttando una lunghezza di 100 km ed una larghezza di 30 metri, potremmo installare una superficie di pannelli pari a 2,4 milioni di metri quadri. Ci sarebbero tanti vantaggi e nessun svantaggio: autostrada all’ombra e quando piove rimane asciutta. Quanta energia ricaveremmo? 8 GW/ora ogni anno, ossia una quantità infinitesima del fabbisogno totale.

 

Tutte le realizzazioni più ardite – dal piano eolico decennale inglese di 41 miliardi di sterline a quello tedesco di 31 miliardi di euro – servono soprattutto per coprire le utenze civili (ossia il sistema elettrico) mentre il sistema industriale ed i trasporti restano sempre fuori da questi calcoli. E, riflettiamo, sono proprio quelli che richiedono la maggior parte d’energie fossili! Quanto consuma un aereo? Un treno? Un autosnodato? Una nave? Riscaldare Milano?

 

Anche l’idea di usare l’Idrogeno “verde” per l’autotrazione mi sembra un’idea balzana, non che non possa funzionare – la analizzai vent’anni fa nel mio libro, soltanto che solamente in Germania ci fu, all’epoca, qualche misero tentativo – e poi mi sembra che la tecnologia del “tutto elettrico” con le batterie abbia preso piede: soprattutto da quando sembra che sia possibile rigenerare le batterie esauste con bagni chimici, eliminando il grande problema dello stoccaggio delle batterie esauste. Ci arriveranno senz’altro prima dell’impianto francese della fusione: questo è un punto fermo, perché l’auto elettrica ricarica il 30% dei consumi in frenata e, ferma ad un semaforo, non consuma nulla.

 

Insomma, mi pare che questo strano ministero sia stato solo un contentino per fare entrare anche i 5Stelle nel governo Draghi e mi pare anche che, le esternazioni del ministro, non abbiano suscitato commenti entusiasti: sono parole desuete, metodi in voga già da più di vent’anni e che non hanno mostrato nulla.

Infine, un vero ministero dell’Energia in Italia già l’abbiamo: si chiama ENI, fa affari con tutti, trivella qui e là da tutti, comanda in Parlamento quando e come vuole e la Magistratura li assolve se hanno combinato qualche fregnaccia. Dunque, i vari sottosegretari con delega all’energia, sono solo lì per figura.

 

Volendo cercare, ci sono nuovi mezzi per generare energia, soltanto che non vengono nemmeno considerati: c’è un progetto per perforare il vulcano Marsili e trarne energia. Peccato che la cima del Marsili stia a -450 metri sotto al Tirreno, mentre studi o progetti (sul modello islandese) per l’Etna – che è comoda da raggiungere – non siano nemmeno considerati.

 

Negli anni ’90 del Novecento, un ricercatore dell’ENEA stimò in circa 850 MW le energie idroelettriche vicine a luoghi abitati che furono abbandonate con la nazionalizzazione dell’ENI del 1961: erano modeste cadute d’acqua ma, sommate, rappresentano l’equivalente di due grandi reattori nucleari. Altri, catalogando cadute d’acqua più lontane dai centri abitati, giunsero a circa 14.000 MW non utilizzati.

 

Le correnti sottomarine, in alcuni tratti di mare, giungono a 2-3 nodi e sono costanti: affondando dei generatori con eliche di tipo navale, potrebbero fornire ciascuno circa 20 MW, col vantaggio di poter riemergere per le manutenzioni periodiche grazie alle casse allagabili, come fanno i sottomarini.

 

Insomma, più che la “competenza” di un docente universitario – che diverrà, immediatamente, bersaglio di tutte le lobby dei fossili – sarebbe meglio ascoltare le mille voci che propongono progetti innovativi.

Non dimentichiamo che fummo noi italiani a scoprire il petrolio in Libia: un geologo friulano, Ardito Desio, inviò a Mussolini una bottiglia di petrolio raccolta in una pozza nel 1938, ma Mussolini non capì e la mise in chissà quale soffitta. Sappiamo come finì.