12 giugno 2021

La conferenza postbellica di Jalta (quarta ed ultima parte)

 

Josef Mengele, il medico-boia di Auschwitz

Nelle indagini storiche, l’assillo d’ogni ricercatore sono le fonti, che devono essere ampiamente documentate ed affidabili: altrimenti, si è subito cestinati ed accusati di complottismo. Ma c’è un “ma” che molte volte non si nomina che però esiste, eccome.

In fin dei conti, chi scrive veramente la Storia? Gli storici, che traggono le loro fonti dagli archivi, sempre che da quegli archivi non siano passati prima altri e sottratto od immesso quello che loro faceva comodo. Quelli che la Storia hanno il vezzo di “addomesticarla”.

 

L’esempio lampante fu lo storico inglese Hugh Trevor-Roper, autore del famoso libro Gli ultimi giorni di Hitler nel quale cercava di tacitare le molte voci che, soprattutto dai Paesi del Socialismo reale (URSS in testa), accusavano gli Alleati d’aver nascosto Hitler per loro vantaggi.

Lo stesso Trevor-Roper, però, durante la guerra era un agente segreto inglese, in stretto e costante contatto con Wilhelm Canaris, capo indiscusso dei servizi segreti germanici, con il quale tentò d’intessere una trattativa – poi fallita poiché i sovietici mangiarono la foglia – per una pace separata con la Germania. Insomma, per quei due, la Guerra Fredda sarebbe nata con almeno una decina d’anni d’anticipo: a questo punto, fregiarsi del titolo di “storico ufficiale” inglese, mi sembra un poco esagerato.

Quando poi dichiarò autentici i Diari di Hitler nel 1983, subito dopo si scoprì che erano un falso: insomma, molta confusione sotto il cielo…non vi stupirà sapere, allora, che alcune notizie qui riportate provengono, addirittura, dalla prestigiosa e di certo non accusabile di complottismo, Università Luiss di Roma.

 

Il conflitto sul metodo, dunque – ricordando Popper – dovrebbe nascere dal confronto aperto sui contenuti, ed analizzando attentamente anche il cui prodest, senza il quale molte “mosse”, in guerra o in diplomazia, finiscono per non reggere se l’analisi si fa più serrata.

Magari non prestare attenzione a chi spaccia teorie senza la minima prova, ma ascoltare chi pone una serie d’eventi concatenati, segno evidente che lasciano trasparire sospetti molto consistenti: non è un buon affare per la cultura storica, anche se pare acquietare gli animi e tranquillizzare la popolazione.

Quel “andrà tutto bene”, propalato ai quattro venti durante la pandemia, mostra tutti i suoi limiti, sia per le questioni pandemiche e sia per le questioni storiche.

 

Devo confessare che di tutta la vicenda la parte che meno m’impressionò fu la sorte di Hitler, anche se Abel Basti – pur comprendendo le necessità editoriali – intervistò persone che dicevano d’averlo incontrato, e la presenza di Ante Pavelic, il dittatore croato, fu sicuramente documentata nel dopoguerra a Buenos Aires e pare che ci sia stato un incontro fra i due.

Stalin non ci credeva affatto alla morte di Hitler e, alla conferenza di Postdam (a guerra finita) fece sapere come la pensava chiacchierando con un addetto d’ambasciata britannico. “Dove avete nascosto Hitler?” gli chiese, creando un notevole imbarazzo.

Anche Mussolini fece la fine che fece per credere a delle fandonie: lui – pilota – cosa ci avrebbe messo, volando di notte, a decollare dal nuovissimo aeroporto di Linate a rifugiarsi in Spagna da Franco? Ma i servizi segreti italiani non erano quelli tedeschi, è la più ovvia risposta. Oppure Franco non voleva grane e declinò la richiesta? Come vedete, la strada per la Valtellina è zeppa di “bivi” mai indagati.

 

In ogni modo, la figura dei due dittatori era oramai inutile nel nuovo panorama internazionale: erano già iniziati i prodromi della Guerra Fredda.

Lo capirono entrambi: l’interprete del loro ultimo incontro, quello avvenuto dopo l’attentato ad Hitler, intervistato nel dopoguerra, raccontò che a parte la sparata iniziale di Hitler sulle nuove armi che avrebbero…eccetera, eccetera…ascoltato più per cortesia che altro da Mussolini, stettero almeno un’ora a ricordare gioiosamente i loro passati di caporali, uno sul fronte francese (con suo ufficiale Rudolf Hess!) e l’altro sul fronte italiano: avevano creato e gestito un’epoca, e milioni di morti. Erano, usando un termine oggi consueto, “obsoleti”.

 

Gli uomini d’apparato, però, sono preziosi e vengono salvaguardati, anche se hanno commesso qualche “marachella” durante la guerra: ne avemmo anche noi, seppur frettolosamente “tutti assolti” dalle malefatte pre e post belliche.

Ne è un esempio il prefetto di Milano nel 1969, Marcello Guida, il quale indirizzò immediatamente le indagini per la strage di piazza Fontana verso Valpreda e gli anarchici, dimostratosi poi non solo un “indirizzo” sbagliato, ma anche colluso con gli interessi della destra eversiva dell’epoca. Ma chi era Marcello Guida?

Fu, in epoca fascista, commissario e direttore della colonia penale per motivi politici di Ventotene e, nel 1970, il presidente della Camera Sandro Pertini, scendendo dal treno a Milano dove il prefetto era andato a riceverlo in pompa magna, si rifiutò di stringergli la mano.

 

Mentre l’Italia non ebbe grandi “richieste” di personaggi del mondo occulto dei servizi segreti, annessi & connessi, la Germania nel dopoguerra viveva un incubo: suddivisa in quattro settori, uno comunista e tre (s)governati dagli alleati, fino al 1950 restò letteralmente alla fame. Bisognava farle pagare le bombe su Londra e, soprattutto gli inglesi, si misero con impegno a farlo.

Molti tedeschi abbandonarono la Germania in quegli anni, ma c’era chi non poteva farlo alla luce del sole, perché mostrare un documento poteva trasformarsi in un capo d’accusa di fronte ad un tribunale militare. Qui, tornarono utili le vecchie conoscenze, in luoghi vissuti per secoli come contee tedesche e che ora, per i ghiribizzi della Storia, languivano sotto il tacco italiano.

 

Non era difficile giungere fino a Vipiteno (Sterzing) o recarsi in altre località della ex Operationszone Alpenvorland, che fino al Maggio del 1945 conteneva il Trentino, l'Alto Adige e la Provincia di Belluno sotto la Germania nazista: lì, c’erano ancora molti amici. E proprio in quelle zone iniziò la “rat-line” (via dei topi), ossia il percorso che portava gli ex nazisti a ricevere nuove identità e documenti italiani, poi a Roma, dove soprattutto i religiosi croati “sistemarono” centinaia di persone, quindi a Genova, dove il cardinal Siri li imbarcava, con la buona volontà dei Costa, sulle navi e li spediva in Sudamerica. Che gioielli di bontà cristiana: tutto sotto gli occhi di Pio XII, che era stato nunzio apostolico per molti anni in Germania (firmando nel 1933 un Concordato dove riconosceva il partito nazista) e, nel 1936, come Segretario di Stato aveva soggiornato a lungo in Argentina.

 

La domanda da porsi è allora: perché gli americani strinsero quel patto scellerato con quella gente? Che, notiamo, in larghissima parte abbandonò la Germania, la quale era timorosa d’essere accusata di nazismo per secoli: molti comportamenti, ad esempio, sono tollerati più in Italia o Spagna che in Germania. Lo Horst Wessel Lied, l’inno nazista, in Germania è reato suonarlo ed ascoltarlo, e la legge viene fatta rispettare.

 

Quando, se ben ricordo era il 2003, mia figlia si recò in Argentina con il fidanzato per conoscere la sua famiglia le chiesi, qualora si fosse ritrovata a San Carlos de Bariloche – considerata il rifugio dei nazisti argentini – di telefonarmi, e lo fece.

Qui era Estate e laggiù Inverno, sotto i contrafforti delle Ande: mia figlia desiderava darmi delle informazioni, anche se il gelo sentivo che l’attanagliava, ma avvertivo che non sapeva cosa raccontarmi. Sì…sulla piazza c’era una birreria in stile bavarese…ma che prova è? Magari possiamo trovarla anche a Roma od a Bari. Le case erano in stile nordico, ma erano quasi sulle Ande…la notizia più curiosa fu che, lì vicino, era sopravvissuta una comune hippie da anni lontani e che erano diventati famosi perché costruivano delle bellissime stufe in terracotta.

Ciò che pensai, mentre lei parlava, fu che si trovava in un teatro di posa abbandonato.

 

Un teatro di posa che era servito, per molti anni, per immagazzinare, controllare e decidere la destinazione di ricchezze inaudite: per noi italiani, la fine – mai conosciuta – dell’Oro della Banca d’Italia trafugato dapprima a Fortezza, in Alto Adige. La parte sparita e mai recuperata ammontava a due tranches del 1944, una di circa 64 tonnellate confluite nella Reichsbank di Berlino e l’altra di circa 7 tonnellate prelevata dal Ministero degli Esteri tedesco. In totale, circa 71 tonnellate mai ritrovate, e viene da chiedersi cos’avessero trasportato i sottomarini a San Matias: 71 tonnellate erano il carico di due sottomarini e mezzo, se le nostre ipotesi del capitolo precedente sono corrette.

 

Ma, se da una parte i servizi americani tollerarono questi traffici, dall’altra chiesero qualcosa in cambio.

Anzitutto, la democrazia in Argentina era un optional: dal 1950 al 1970 l’economia crebbe parecchio e la povertà diminuì fino a toccare un valore minimo del 7% (forse anche grazie all’enorme ricchezza precipitata sull’Argentina?). I governi democratici si succedevano a periodi dittatoriali, fino al 1976, quando prese il potere la giunta Videla. Lì, fu la catastrofe con almeno 30.000 desaparecidos, persone scomparse e mai più ritrovate.

Parallelamente, in Cile nel 1973 andava in scena la seconda rappresentazione: il golpe militare del generale Pinochet, che inaugurò un periodo di disgrazie e morti senza fine.

Mentre la presenza e l’attività di Klaus Barbie – il boia di Lione – è documentata in Argentina ed in Bolivia, quella di Walter Rauff, SS-Obersturmbannführer (simile a Colonnello) nelle SS è documentata in Cile, dove godette della protezione di Pinochet fino alla sua morte, avvenuta nel 1984.

Fra Cile, Argentina, Bolivia e Brasile non si conosce il numero delle vittime né la precisa identità dei loro assassini: si sa che il neofascista italiano Stefano delle Chiaie operò in Argentina sotto la dittatura e poi in Bolivia, in quel grande intervento che prese poi il nome di Operazione Condor. I nazisti, probabilmente operarono dietro alle quinte, senza intervenire direttamente, ma delle tracce le lasciarono, ben evidenti.

 

Colonia Dignidad fu una di queste.

Un orrore nazista, creato nel 1961 da un ex caporale della Wermacht, medico o infermiere che sia stato (un medico caporale?): Paul Schäfer, a 350 chilometri da Santiago del Cile, costruì un campo dove una apparente setta idolatrava il loro leader, pedofilo e nazista fino al midollo, con un annesso ospedale dove un medico (?) tedesco, Harmut Hopp, riforniva di bambini il suo capo, mentre altri li utilizzava come cavie per i suoi esperimenti. Pare che da Colonia Dignidad sia passato anche Josef Mengele, il medico-boia di Auschwitz: non vi è la certezza, ma il marchio sembra proprio il suo.

Nel campo era proibita qualsiasi attività sessuale e, grazie agli psicofarmaci, la gente viveva imbambolata più che tranquilla. D’altro canto, un “campo” circondato da un recinto elettrificato qualche ricordo lo fa rinvenire, e non sono bei ricordi.

 

Vissuto per molti anni nella totale indifferenza, il “campo” divenne tristemente famoso dopo il golpe di Pinochet del 1973, quando parecchi “indesiderati” gli fecero visita e scomparirono per sempre. Sotto Pinochet, il campo fu inviolabile: nessun magistrato poteva indagare e chi lo faceva veniva trasferito, se insisteva spariva. D’altro canto, la presenza della DIMA – la polizia segreta del regime d Pinochet – era abituale a Colonia Dignidad.

Quando, finalmente, in anni recenti si riuscì a penetrare nel “campo”, si scoprirono depositi di armi e di munizioni, molte risalenti all’ultimo conflitto mondiale e, ben celato sotto terra ma perfettamente funzionante, addirittura un carro armato.

Harmut Hopp, il “medico” dell’ospedale, condannato in Cile, è tornato in Germania dove vive libero, mentre Schäfer è morto a Santiago nel 2005 in carcere, dopo essere scappato in Argentina e ripreso.

 

Colonia Dignidad fu scoperta per la fuga di un suo “adepto” che rivelò al mondo quella ignobile presenza: ma quante sopravvissero, in silenzio, sia come “campi di adepti” o come semplici strutture dei servizi segreti? In fin dei conti, agli USA interessava soprattutto il Rame cileno e che l’URSS non mettesse piede in Sudamerica: paradossale, ma  gli aerei che bombardarono il palazzo della Moneda, uccidendo il presidente Allende, erano Mig-21 cileni.

 

Così, la lista di nomi che segue (probabilmente molto incompleta) è tutta composta da gente scomparsa in Europa e ricomparsa in Sudamerica, e mai più tornata per affrontare la giustizia nei Paesi dove l’avevano offesa (salvo Eichmann e Priebke):

 

Josef Mengele, Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Gerhard Bohne, Walter Kutschmann, Erich Priebke, Erich Muller, Walter Rauff, Josef Schwammberger…ed i meno noti:

-Ludolf von Alvensleben, ex ufficiale delle SS in Russia.

-Josif Berkovic, fascista croato.

Gerard Blaton, collaborazionista belga.

-Michel Boussemaere, fondò l’associazione Vlaanderren in Argentiniae.

- Bytebier Gerard, collaborazionista belga condannato a morte.

-Bytebier Michel, suo fratello.

-Franz Calcoen, già condannato a Bruges.

-Kurt Christmann, ex ufficiale delle SS e colonnello della Gestapo.

-Pierre Daye, collaborazionista belga.

-Jan Durcanksy, ministro della Repubblica indipendente slovacca.

-Erwin Fleiss,capo delle SS nel Tirolo.

-Fridolin Guth, partecipò al fallito colpo di stato austriaco del 1934.

-Hans Friedrich Heffelmann, accusato di aver preso parte al programma di eutanasia di Hitler.

-Friedrich Rauch, ex ufficiale delle SS e vicino al Fuhrer.

-Eduard Roschmann, ex comandante del ghetto di Riga.

-Bilanovic Vjubomir Sakic, ex comandante del campo di concentramento di Jasenovac, Croazia.

-Franz Votterl, ex dirigente della Gestapo e ufficiale delle SS.

-Guido Zimmer, ex comandante delle SS a Genova.

-Albert Rits, ex ufficiale delle SS.

-Fritz Lantschner, coinvolto nel colpo di stato in Tirolo del 1934.

 

Queste persone, però, giunsero in Argentina tramite la cosiddetta “rat-line” ossia le protezioni e le falsificazioni delle identità in gran parte create in Alto Adige e poi in Italia, come ricordavamo all’inizio, ma viene da pensare che prima giunsero delle “avanguardie” le quali, per prima cosa s’incaricarono di spostare in Argentina le copiose ricchezze rapinate in tutta Europa dai nazisti e quindi di sistemare degnamente i “profughi” che arrivavano dall’Europa. Ecco perché, all’epoca, San Carlos de Bariloche era un “teatro” molto attivo divenuto, nel 2003 (quando ci passò mia figlia) un teatro di posa abbandonato.

C’è inoltre da ricordare che la Spagna, anche se oramai controllata più rigidamente dagli ex-Alleati, forse chiuse più di un occhio a cavallo del 1950, e nessuno poteva controllare chi partiva da Vigo per il Sudamerica, soprattutto se dotati di documenti falsi e d’identità non facilmente riconoscibili: d’altro canto, lo faceva tranquillamente anche l’Italia.

Non dimentichiamo, inoltre, che tutto avveniva con la bonaria distrazione dei servizi segreti americani, che ebbero poi molti contatti con quella gente: ricordiamo che, dopo il 1970, ci fu un momento nel quale nell’America Latina non ci fu più un solo governo democratico.

 

In fin dei conti, non sappiamo quanti ex nazisti giunsero in Sudamerica – probabilmente, i nomi scoperti sono soltanto la punta dell’iceberg – e la Storia ufficiale ha taciuto, sia per i limiti di ricerca attuati dai servizi segreti di mezzo mondo ed altri storici per aperta collusione.

Allora, vista la situazione di stallo nella quale gli storici si sono trovati, perché continuare a negare l’evidenza di moltissime prove che indicherebbero la sopravvivenza di un’ideologia perversa e soltanto utile a fini strategici?

In fin dei conti, la guerra al bolscevismo inaugurata da Hitler continuò in America Latina, oggi forse connotata più dai grandi cartelli internazionali del traffico di droga piuttosto che da ideologie anticomuniste ma, comunque si voglia definirlo, un brutale assassinio della tanto sbandierata democrazia.

 

Chissà se un giorno, cancellati gli omissis dai documenti secretati, i nostri nipoti sapranno veramente quel che è accaduto.

09 giugno 2021

La conferenza postbellica di Jalta (terza parte)

 

Il golfo di San Matias, oggi, in Argentina

Nel Maggio del 1982, durante la guerra delle Falkland/Malvinas, una fregata antisommergibile argentina navigava lentamente al largo del Golfo di San Matias, circa 500 chilometri a Sud di Buenos Aires: il sonar di bordo dava la caccia ad un eventuale sommergibile inglese che navigasse da quelle parti.

Un bimotore dell’aeronautica volava con rotta Sud con pressappoco gli stessi compiti della fregata: il Paese era in guerra contro la Gran Bretagna, e tutti dovevano cercare i maledetti inglesi.

Vide in lontananza la fregata argentina e, a scanso d’equivoci, la chiamò con la radio. “Tutto tranquillo, qui sotto non c’è niente…e da lì, si vede qualcosa?” “Niente, anche da qui niente, bella giornata per esser già Autunno, vero?” “Già, proprio una bella giornata…adios amigo…”

 

“Adios…” ma il pilota osservò meglio e, sotto le onde, gli parve proprio di aver notato per pochi attimi la sagoma di un sommergibile: virò di bordo compiendo un largo cerchio per tornare dov’era pochi minuti prima. Si abbassò, e fu allora che lo vide. “Attenzione: avete un sottomarino a poppa! Presto! Attenti!” urlò nella radio.

In pochi secondi il mare, a poppa della fregata, divenne bianco di spuma a causa dei motori che ruggivano per allontanarsi rapidamente. L’aereo compì un altro giro, si portò sulla verticale del rilevamento visivo e, senza aspettare altro, sganciò due bombe di profondità, che scoppiarono dopo una manciata di secondi. Anche la fregata virò di bordo e si portò dove aveva visto scoppiare le bombe: per sicurezza, ne aggiunse quattro delle sue. Altri geyser d’acqua del limpido Autunno argentino. Poi, si mise in ascolto col sonar: niente, nessun rumore, né d’eliche che fuggivano e neppure di paratie che si schiantavano. Entrambi fecero rapporto ai loro comandi che li elogiarono per l’azione congiunta. Amen.

 

In realtà, non era il primo falso avvistamento: era da anni che molti avevano notato qualcosa di simile in quelle acque, al punto che i pescherecci passavano lontani per non rimetterci le reti. Anche gli ufologi hanno trovato storie interessanti per i loro lettori: condendo il tutto con luci verdi e un poco di suspense, riuscivano ad accalappiare i loro lettori.

 

Prima di proseguire, però, dobbiamo fare la conoscenza di Abel Basti, un giornalista argentino che ha trascorso la vita a ricostruire l’avventura del nazismo in Sudamerica. Pazientemente, negli anni, ha raccolto testimonianze e concatenato indizi, al punto di sostenere che Hitler non morì nel bunker di Berlino, bensì fuggì in Argentina ed in altri Paesi del Sudamerica.

In questa sua lunga ricerca sono venuti alla luce molti nomi – uno l’abbiamo avuto sui nostri giornali, Erik Priebke, il “contabile” delle Fosse Ardeatine – ma tanti altri si nascosero in molti luoghi ed oramai sono morti da tempo.

Recentemente, durante dei lavori di risistemazione del Credit Suisse, sono stati trovati 12.000 nominativi di ex nazisti che avevano conti milionari proprio in quella banca, quando era ancora la tedesca Schweizerische Kreditanstalt: non possono non essere sospettati quei 3 miliardi di marchi ricevuti per i 1.000 passaporti in bianco, oppure qualche carico d’Oro giunto chissà come?

 

Uno dei pregi di Abel Basti è proprio quello d’essere completamente ignorato dalla stampa anglosassone: recentemente, una piccola casa editrice italiana ha pubblicato un suo libro, ma il resto non varca il confine della lingua castigliana, ossia lo spagnolo. E, spesso, viene presentato come un visionario: userò, in questo articolo, alcune delle sue ricerche insieme ad altre, riconducibili ad altre fonti, ma la mia stima per il giornalismo di Abel Basti è infinita.

 

Tornando al 1945, pare proprio che il golfo di San Matias – un posto quasi deserto – fosse diventato uno dei luoghi più gettonati della Terra. Nell’unico commissariato di San Antonio Oeste, l’unico commissario era tempestato di richieste, stranezze, avvistamenti...e quant’altro la popolazione gli raccontava. Ed erano tutte concordi quelle voci: sottomarini sconosciuti navigavano al largo, poi s’avvicinavano a terra, tornavano al largo…alcuni pescatori avevano addirittura notato quei grossi battelli rifornirsi da petroliere argentine.

E lui, cosa poteva fare? Aveva solo una barchetta…giusto per girare in porto…che andassero a lamentarsi a Bahia Blanca o a Mar del Plata dove c’era la Marina!

Un giorno, però, un abitane del luogo andò a riferirgli che al Sud della Baia, proprio di fronte a dove sorgeva l’immensa tenuta di un piantatore tedesco, c’era stato movimento. Non sapeva dire di più…però rumori d’autocarri o trattori…voci, luci nella notte…in un posto dove, in genere, regnava il silenzio più assoluto, soprattutto la notte.

Va bene…andrò a vedere…chiamò due poliziotti del suo comando, salirono in auto e scesero verso Sud: quando intravidero, in lontananza, i grandi edifici e la sontuosa villa della tenuta, scesero fino alla spiaggia.

 

Là giunti, capirono immediatamente che qualcosa d’importante era capitato: sulla sabbia, che l’Oceano in fretta cancellava, erano impresse nitide orme di camion, forse trattori o cingolati…doveva essere successo proprio un bell’ambaradan, pensò il commissario. Decise di salire fino alla tenuta, che si trovava a qualche centinaio di metri dalla spiaggia, per chiedere cosa sapessero della strana vicenda.

Camminarono sulla via sterrata del bosco, proprio fra le orme nitide e ben incise nella rena, segno che di lì era passato qualcosa di molto pesante…ma alla villa non giunsero mai…perché, improvvisamente, si trovarono inquadrati da quattro mitragliette dietro le quali c’erano quattro SS in divisa, che fecero loro segno di girare i tacchi e d’andarsene.

Prima d’obbedire, il commissario riuscì a “fotografare” nella sua mente l’immagine: erano proprio quattro SS…notò le mostrine nere, il piccolo stemma sull’elmetto ed i mitragliatori che maneggiavano erano i classici Schmeisser tedeschi. In seguito, e sotto altri cieli sarebbero diventati, con qualche modifica, il primo Kalashnikov. Dopo quella “fotografia” visiva fece un cenno di saluto, girò i tacchi ed i tre tornarono verso la spiaggia.

 

Il commissario era tranquillo, gli agenti un po’ meno…ma li tranquillizzò…vedrete, domani come li concio…certo – pensò – stilare un rapporto dove racconto d’esser stato fermato sotto la minaccia di quattro SS…e chi mi crederà?

Il giorno seguente si recò a Bahia Blanca, dove c’era il suo superiore diretto e gli raccontò l’incredibile avventura, siglata in un preciso rapporto che, per prudenza, aveva fatto leggere e controfirmare anche ai due agenti.

Il superiore gradì molto il rapporto, si complimentò con il commissario per la sua arguzia – ma anche per la sua prudenza – e gli comunicò che, da quel momento, la cosa era di sua competenza e degli alti gradi della Polizia: gli raccomandò di dimenticare la brutta vicenda, ci avrebbe pensato lui. Il commissario però, tornato al suo commissariato, rifletté sulla cosa: non c’era stato, da parte del suo superiore, il minimo cenno di sorpresa o di dubbio, d’incredibilità.

In fin dei conti, però, lui aveva fatto il suo dovere e, consegnando il rapporto, non aveva più compiti per quella storiaccia. Perciò, si dimenticò di tutto e riprese la vita di tutti i giorni: i “superiori” non si fecero più vivi e non citarono mai più la storia. Amen.

 

La “cosa” la riprese in mano Abel Basti, decenni dopo, quando intervistò e filmò le stesse persone che avevano, in gioventù, raccontato le medesime cose al commissario. Anche lo scrittore volle recarsi su quella spiaggia, parlò con la gente e, finalmente, un pescatore gli chiese di salire sulla sua barca.

Insieme, passarono la linea dei frangenti e giunsero in mare aperto: dopo qualche minuto e guardando sempre a terra il pescatore, come per fare un rilevamento visivo, arrestò il motore e si mise ai remi.

 

Il mare era calmo e limpido lontano dai frangenti della costa ed il pescatore remava in piedi, osservando sempre quei misteriosi punti a terra. Dopo un po’ si fermò e gli disse: “vai a prua ed osserva il fondo con attenzione”.

Lo scrittore si sporse dalla prua ma, lì per lì, non vide altro che sabbia sul fondo. “Osserva meglio” lo riprese il pescatore dando, ogni tanto, un leggero colpo di remi.

Solo allora si accorse che la sabbia non era uniforme: pareva quasi che si fosse adagiata su qualcosa di grande, lungo e tondo…improvvisamente un fulmine gli attraversò la mente: un sottomarino!

Solo allora il pescatore raccontò la sua storia, che Basti annotò con cura.

 

“Mio padre” iniziò il pescatore “quella notte era qui, anzi…un poco più a Sud e stava gettando la rete. Forse la sua fortuna fu proprio quella d’essere fermo e più lontano, con una barca modesta, a gettare la rete e nessuno se n’accorse, altrimenti dubito che l’avrebbe raccontata.

I sottomarini erano tre o quattro e s’erano arrestati poco prima della linea dei frangenti, dove c’era ancora un poco di fondo per quei bestioni. Dalle loro pance vomitavano fuori ogni genere di mercanzia, tutto sigillato nelle casse di legno…due grandi motobarche – che mai aveva visto da queste parti – facevano la spola fra i sottomarini e la spiaggia, dove venivano scaricate da molti uomini e caricate su camion e rimorchi che dei trattori conducevano nel bosco, molto probabilmente fino alla villa, da dove parte una strada che confluisce sulla grande arteria che porta dal Nord fino alla Terra del Fuoco.

Lo scarico andò avanti tutta la notte: mio padre rimase nell’ombra perché le uniche luci erano il riverbero che scaturiva dai boccaporti dei sottomarini, mentre a terra erano solo i fari dei camion a fare un po’ di luce. Tutta l’operazione mostrava d’esser stata progettata con cura e gli uomini addetti alle barche ed alle fasi di caricamento erano moltissimi, e tutti si muovevano come se avessero previsto tutto quello che dovevano fare senza una parola, un grido, una risata.

Terminato lo scaricamento, scesero gli equipaggi dei sottomarini mentre quei bestioni, lentamente e senza il minimo rumore si allontanarono dalla costa: dopo circa un’ora, tornarono a terra dei canotti pneumatici con pochi uomini a bordo. Mio padre, all’epoca, non capì perché quegli uomini tornassero separatamente dagli altri sui battelli pneumatici ma, trascorso qualche tempo, quando le reti iniziarono ad impigliarsi sul fondo, qualcuno notò quei grossi ostacoli, oramai coperti di reti e di sabbia e mio padre comprese che quella piccola pattuglia aveva il compito d’affondare i sottomarini in acque profonde.

Forse fu la stanchezza, forse la fretta oppure l’alba che s’appressava e la stima della distanza dalla costa li trasse in inganno: i sottomarini sono posati su un fondale di 30-40 metri che, all’epoca, consentiva nelle giornate di mare calmo d’osservarne le ombre sul fondo. Forse dovevano condurli più al largo…non capì mai il motivo della fretta…ma, all’epoca, non esistevano ancora le odierne attrezzature per l’immersione e l’immersione con l’Ossigeno – già praticata all’epoca – non consentiva di scendere più di 12-15 metri, pena la morte e forse pensarono, semplicemente, che nessuno se ne sarebbe accorto o sarebbe potuto immergersi per indagare.

In quegli anni, oltre a mio padre anche qualcun altro doveva essere in mare perché – nonostante mio padre comprese subito che era meglio non parlarne con nessuno – fiorirono dei racconti fantasiosi: qualcuno raccontò di una coppia che scese sulla barca circondata da alti ufficiali, ma mio padre non vide nulla del genere perché, alla distanza cui si trovava, non poteva distinguere il sesso o le uniformi delle persone sui sottomarini.  

Quando comparve l’aurora, pareva che non fosse successo niente: le grandi barche a motore erano scomparse, tutta quella gente s’era volatilizzata…camion, sottomarini, più niente…mio padre ritirò la rete e tornò in porto. Tutto qui.”

 

Anzitutto, dobbiamo chiederci perché quel pescatore parlò: ma erano gli ultimi anni del millennio, forse già i primi di quello nuovo e l’Argentina s’era oramai lasciata alle spalle la dittatura da molti anni. Oramai la democrazia era solida e s’alternavano, al comando, destra e sinistra come un minuetto. E poi, era una storia strana solo per gli altri, per i gringo e gli europei…mica per loro…che queste storie le avevano ascoltate da padri e madri già quand’erano bambini.

Abel Basti si recò a Buenos Aires e fece una richiesta ufficiale alla Marina perché mandasse qualche sommozzatore ad osservare se c’erano e cos’erano quei mostri sotto le onde, ma la Marina rispose che non aveva soldi da sprecare per delle ricerche inutili. Avvisò, dunque, che lui stesso avrebbe incaricato un paio di sommozzatori per andare a vedere: la Marina rispose che le immersioni, nel golfo di San Matias erano proibite a causa delle pericolose correnti. Ribatté che liberava la Marina da qualsiasi responsabilità in merito e, questa volta, gli rispose il ministero dell’Interno: ricordando che su quel tipo d’indagini vigeva il segreto di Stato. Amen.

 

Stupisce osservare, a così tanti anni di distanza, come le operazioni segrete della Germania in Argentina ebbero una pianificazione certosina, iniziata già negli anni ’30 con mezzi di penetrazione finanziaria, con loro uomini nelle istituzioni, proseguita durante la guerra con l’installazione di stazioni radio che tenevano d’occhio il movimento dei convogli britannici e lo comunicavano a Berlino e conclusa…conclusa…quando?

Doenitz, a metà del 1944, ordinò ai sommergibili di non operare più in Atlantico sotto il 18° parallelo che, guarda a caso, corrisponde proprio alle coste argentine. Perché?

Poiché, per prima cosa, gli Alleati avrebbero trascurato di pattugliare l’immensa area, come fecero, ma ai tedeschi quel “risparmio” conveniva? Le navi inglesi ed americane si sarebbero sposate più a Nord, dando la caccia ai tedeschi in una zona meno ampia. E i tedeschi si privavano di una zona di “caccia” in mare molto vasta e difficilmente controllabile, soprattutto per i convogli che doppiavano il Capo di Buona Speranza per immettersi in Atlantico?

Doveva essere un motivo importante e vitale. Per la guerra? Doenitz, oramai sapeva che era perduta difatti, proprio in quei mesi, raggiunse il massimo numero di sommergibili operativi – più di 400 – semplicemente perché limitò le missioni, oramai diventate quasi tutte missioni suicide. Li teneva in porto, al massimo li mandava a Bergen perché l’Artico, in Inverno, consentiva maggior protezione da navi ed aerei Alleati.

L’Argentina era il luogo “sicuro e protetto” come lui stesso aveva fumosamente indicato? Allora, bisognava tenerci lontani gli Alleati. Quadra perfettamente.

 

Se la popolazione si fosse allarmata nel vedere sommergibili vicino alle coste argentine, i tedeschi avevano preparato tutto…li fecero arrivare alla luce del sole…per arrendersi!

Qui posso confermare, per conoscenza personale, cosa avvenne.

 

Mia figlia fu fidanzata per qualche tempo, una ventina di anni fa, con un ufficiale di Marina argentino d’origine italiana. Si recò in Argentina  la girò in lungo ed in largo e il fidanzato venne a conoscermi mentre la sua nave era in porto a Capodistria.

Ricordo ancora il giovanotto, seduto sul divano di fronte a me, che mi raccontava la storia della sua famiglia, nata italiana e diventata argentina.

Era una famiglia che con il mare aveva vissuto per generazioni: in Argentina non esistono Istituti Nautici e l’unico modo per diventare ufficiale di Marina Mercantile è diventarlo nell’Armada.

Il padre dovette salire, con le pale in mano, per staccare i cadaveri dalle pareti della stiva dell’incrociatore General Belgrano, silurato dagli inglesi nella guerra del 1982.

 

Il nonno, invece – nato ancora in Italia, all’Elba – si trovava di guardia, la mattina del 10 Luglio 1945 (la Germania s’era arresa due mesi prima) a Mar del Plata, uno dei principali porti argentini: ricordiamo che il 10 Luglio dell’emisfero australe corrisponde, meteorologicamente, al 10 Gennaio dell’emisfero boreale.

 

Il povero marinaio si trovava nella torretta di controllo del porto e la bruma invernale e mattutina lasciava intravedere poco o nulla di ciò che gli era attorno: probabilmente ascoltava la radio o si riscaldava un po’ di caffè dal bricco del fornello ad alcool che gli teneva compagnia.

Possiamo immaginare quando, gettando l’occhio sul tranquillo bacino del porto, vide sbucare dalla bruma un sommergibile tedesco con tanto di bandiera del III Reich al picco. Rimase gelato.

Oltretutto, il sommergibile aveva un cannone in coperta, che gli pareva puntato proprio contro di lui e parecchi marinai in coperta, mentre un ufficiale con il binocolo pareva scrutarlo col binocolo dalla torretta.

Eppure, anche se a quell’ora era solo, doveva scendere per capire cosa stava succedendo ma scese dalla torre disarmato: se questi la mettono giù dura, sia chiaro che io m’arrendo.

 

Quando fu a lato del sommergibile, oramai fermo, i marinai gli gettarono le cime che lui, conciliante, assicurò subito alle bitte. Poi, scese un ufficiale: forse il comandante? Gli parlò con cortesia, ma lui non capiva niente di quello che diceva: insomma, per farla breve, non riusciva a capire chi doveva arrendersi ed a chi.

Prima che scoccassero le fatidiche 8 del mattino ed il porto riprendesse a vivere, i tedeschi avevano già messo a terra una passerella e se la stavano filando di gran carriera: uscirono dal porto e se la diedero a gambe per chissà dove. In pochi minuti l’U-530 fu quasi deserto, salvo qualche ufficiale che rimase a bordo e lui, dopo essersi riavuto dalla sorpresa, corse a telefonare ai suoi superiori per dire loro che…dunque…c’era un sommergibile tedesco ormeggiato e lui non capiva cosa volessero e cosa dovesse fare…insomma, aiuto!

L’Oberleutnant zur See Otto Wermuth, il comandante, era però una persona gentile e comprensiva: quando giunse finalmente un ufficiale che parlava inglese dichiarò di volersi arrendere. E l’equipaggio? Allargò le braccia sconsolato: eh, sono scappati…

 

L’U-530 non stupì molto gli americani – prontamente accorsi, ed oramai “alleati” dell’Argentina dopo la tardiva dichiarazione di guerra alla Germania del Marzo 1945 (!), ultimo Paese del Sudamerica ad attuarla  – perché si trattava di un sommergibile moderno e di grande autonomia (tipo IX C), in grado di raggiungere l’Argentina con i propri mezzi. Dotato, inoltre, di radar e snorkel: che avesse fatto la scorta ai veri sottomarini di San Matias? Eppure, non un solo siluro mancava all’appello.

Wermuth fu interrogato a lungo dagli americani, ma non uscì nulla d’interessante. Avevano l’autonomia per raggiungerla, invece di finire in un campo di raccolta per prigionieri inglese: perché non farlo?

 

Diversa fu, invece, la situazione dell’U-977 quando giunse, il 17 Agosto 1945, ad arrendersi pure lui a Mar del Plata. Ma pensa te: invece di recarsi a Portsmouth per arrendersi, calano fino in Argentina, proprio dietro l’angolo.

Prima di tutto il sommergibile comandato dall’ Oberleutnant zur See Heinz Schäffer era un sommergibile di media crociera (tipo VII C), in grado di raggiungere con gran difficoltà l’Argentina o di non riuscirci affatto, col rischio di rimanere senza gasolio in pieno oceano.

Inoltre, mentre l’U-530 era in perfetto ordine e perfettamente funzionante, l’U-977 era sporco, disordinato e mancavano all’appello alcuni siluri. Il comandante dichiarò d’essersi fermato alle isole di Capo Verde “per dare un bagno all’equipaggio”, poi fu sospettato dell’affondamento – a guerra terminata – del vecchio incrociatore brasiliano Bahia, ma il comandante si difese affermando che, all’epoca dell’affondamento del Bahia, si trovava ancora in acque nordamericane. Ma se si trovava in acque americane, dopo aver attraversato l’Atlantico, come aveva fatto a raggiungere l’Argentina? Non aveva sufficiente autonomia! E i siluri mancanti?

Gli americani requisirono i due sommergibili, interrogarono a lungo i due comandanti, per sicurezza secretarono gli interrogatori con valanghe di “omissis” e, qualche anno dopo, i due tornarono in Germania, per scrivere libri sulle loro avventure e, soprattutto, sulla loro innocenza da qualsiasi intrigo. Gli equipaggi – ossia i pochi che ritrovarono – scelsero d’andare dove volevano: i più, rimasero in Sudamerica.

 

Se le vicende dei due sommergibili sono molto diverse o più o meno credibili, dobbiamo riconoscere che – affiancandoli ai (presunti) veri sottomarini di San Matias – erano la ciliegina sulla torta. Avete notato dei sommergibili? Eh, stavano navigando per arrendersi in Argentina…

Difficile anche ipotizzare un loro carico per l’Argentina, giacché (soprattutto l’U-977) non avevano spazio di carico quasi per niente. Però, l’attenzione internazionale (molto scarsa) si concentrò sui due sommergibili che s’erano arresi e dimenticò in fretta il golfo di San Matias, almeno i pochi argentini che erano a conoscenza di quelle vicende. Amen.

 

I sottomarini del tipo XXI potevano essere usati come navi da carico? Entro certi limiti, assolutamente sì.

I sottomarini tipo XXI erano molto grandi, stazzavano circa 2000 tls, il doppio dei loro predecessori, ed avevano 6 lanciasiluri a prua: non servivano più i lanciasiluri di poppa, giacché si poteva inserire qualsiasi angolo di deviazione prima del lancio. Ma, avevano ben 17 siluri di riserva conservati in un apposito locale a poppavia della camera di lancio:

 

Disegni dell'epoca di Type XXI

Ogni siluro pesava 1,5 tonnellate perciò, se consideriamo che nel lungo viaggio l’imperativo era di non farsi scoprire, i siluri di riserva erano inutili. Oltretutto, l’equipaggio di missione standard era di 57 persone le quali, in un lungo viaggio soltanto di trasferimento, non erano più necessarie: ad esempio, tutti i siluristi o gli addetti alle armi contraeree non servivano. Si può ipotizzare un peso di 30 tonnellate risparmiato. Ricordiamo che 100 uomini con bagaglio leggero pesano intorno alle 10 tonnellate, solo per fare un esempio:

 

Il compartimento di prua, senza siluri ed adatto per il carico di 30 t

Il vano di carico, dunque, era uno spazio lungo circa una decina di metri, largo 5-6 metri con un’altezza di 3-4 metri, in grado di ospitare merci per 30 tonnellate, che potevano essere bilanciate (entro certi limiti) con lo spostamento di acqua fra le casse di compenso di prua e di poppa, mantenendo così il sottomarino in assetto. Forse lasciarono uno stretto passaggio fino alla camera di lancio, oppure ignorarono anche quel problema, ossia un improbabile combattimento.

 

Il carico di questi mezzi fu soprattutto Oro e metalli preziosi, pietre preziose, opere d’arte, valuta ed armi: almeno, ciò che possiamo ipotizzare. Probabilmente anche prodotti chimici e/o medicinali di varia natura, ma non possiamo andare oltre nelle ipotesi.

Molto probabilmente, il carico era un mix di persone e merci, considerando il risparmio di personale dalla tabella standard d’armamento: forse una ventina di passeggeri ed il resto tutto destinato a carichi molto “paganti”, in ogni senso, se consideriamo che a Colonia Dignidad (come vedremo in seguito) furono trovate molte armi dell’epoca.

Se, veramente, l’Argentina potesse togliere il segreto di Stato su quei sottomarini affondati in trenta metri d’acqua, avremmo delle risposte, ma temo che – se ci fosse quel pericolo – alcune salve di bombe di profondità cancellerebbero tutto, anche se i relitti – comunque – sarebbero facilmente riconoscibili.

Ma, per ora, nessun governo argentino di destra o sinistra, di golpisti o democratici, d’alto o basso profilo, l’ha fatto. Amen.

 

Continua nelle quarta parte, perché la storia da raccontare è ancora lunga.

07 giugno 2021

La conferenza postbellica di Jalta (seconda parte)

 

Il sottomarino Wilheilm Bauer,  ex tipo XXI della 2° Guerra Mondiale

La Germania del 1939 era una gabbia zeppa di lupi, e quasi tutti volevano la guerra: il problema – si fa per dire – è che nessuno sognava una guerra identica a quella dell’altro.

C’era chi voleva una guerra per abbattere il bolscevismo sovietico, chi contro la Francia per vendetta nei confronti della pace di Versailles del 1919, chi vedeva rosso soltanto a pensare all’Impero Britannico…chi tornava dall’emigrazione negli USA per aiutare la Patria, chi vedeva un alleato nell’Italia, altri non si fidavano per niente degli italiani, chi voleva gli spagnoli al loro fianco…chi rammentava le antiche saghe vichinghe…probabilmente l’alleato più sconosciuto era il Giappone: lontano, misterioso, sconosciuto.

 

I primi due anni di guerra andarono bene per la Germania, ma già nel 1941 le cose presero a precipitare: prima ancora di Pearl Harbour Hitler decise la sua guerra contro il bolscevismo, sicuro che la Gran Bretagna avrebbe senz’altro capito…ma insomma…come si fa a non capire che stiamo dalla stessa parte?

Hitler desiderava iniziare le guerra fredda con una decina d’anni d’anticipo ma gli altri non erano d’accordo…e molte cose cominciarono ad andare storte: i racconti degli esuli ebrei terrorizzavano la popolazione, anche se la vera e propria Shoa non era ancora iniziata. E poi, Londra temeva Berlino e non si fidava: si erano liberati di un Re che puzzava troppo di Nazismo e, forti del potere coloniale, pensavano di sistemare prima le faccende con i tedeschi e solo in un secondo momento occuparsi dei sovietici, che già da molti anni combattevano con i finanziamenti ai Russi Bianchi. Per gli inossidabili imperiali britannici, fu un calcolo forse troppo azzardato.

Quando gli USA entrarono in guerra, molti tedeschi e la maggior parte degli italiani iniziarono, Ciano ed Umberto in testa, a temere l’inevitabile sconfitta.

 

Statunitensi e britannici erano entrambi potenze del mare e del cielo, perciò fu proprio in mare ed in cielo che i progettisti tedeschi furono spronati in un lavoro disperato e, in fin dei conti, inutile. Anche a causa della poca lungimiranza nazista.

A parte il programma nucleare, che fallì per la non-collaborazione e successiva fuga di Nils Borg e per il pessimismo sui risultati di Heisenberg, le speranze puntavano su due invenzioni: il caccia a reazione ed il sottomarino vero e proprio, vale a dire non dipendente dalla combustione con l’ossigeno per la propulsione.

Il primo obiettivo fu raggiunto in fretta: già nel Luglio del 1942 l’aereo con due reattori a getto sotto le ali decollò per il primo volo, ma qui ci si mise, misteriosamente, proprio Hitler di mezzo. Il Messerschmitt Me-262 era un caccia, nel 1942, molto simile strutturalmente ai Mig-15 e Mig-17 che volarono 10-20 anni dopo, sennonché, Hitler voleva farlo diventare un bombardiere (!).

Ci provarono tutti gli Assi della Luftwaffe a spiegargli che un caccia che raggiungeva i 900 chilometri orari era una novità unica nel panorama aviatorio dell’epoca, ma non ci fu niente da fare, al punto che la decisione di Hitler appare sconclusionata anche volendo ammettere che lo pensasse realmente.

Forse, Hitler voleva usarlo come minaccia per riuscire ad ottenere una pace separata col Regno Unito, ed attendeva con ansia che la missione di Rudolf Hess – volato in Scozia per incontri con l’aristocrazia britannica – desse dei frutti i quali, però, non giunsero mai. Ed Hess fu condannato all’ergastolo anche se la vera Shoa, al momento della sua fuga, non era ancora iniziata: fu trattenuto – oramai novantenne e solo (tutti gli altri erano già usciti) nel carcere di Spandau – fino a quando Gorbaciov decise di togliere il veto sovietico il quale era appoggiato, stranamente, da un analogo veto inglese.

Comunque, Rudolf Hess decise d’impiccarsi per togliersi di torno…anche se il suo medico raccontò che non era più in grado, a quell’età e con le sue forze, d’impiccarsi da solo. Che volete: qualcuno gli avrà dato una mano…

 

Tornando al nostro povero ed incompreso Me-262, i problemi si rincorsero l’uno con l’altro.

Per diventare un (pessimo) bombardiere leggero si perse un anno ed un secondo anno per riavere un caccia veramente funzionante, al punto che i primi Me-262 giunsero ai reparti nel Giugno del 1944, oramai troppo tardi per contare qualcosa, anche se diedero agli Alleati parecchi grattacapi.

 

Nello stesso Giugno del 1944 entrava in servizio la seconda arma “futuribile” di Hitler: i sottomarini classe XXI e l’U-2501, il primo, scendeva in mare ad Amburgo.

 

Abbandonata l’idea del sottomarino nucleare o delle turbine Walter – troppo lontane nel futuro per sperare in una realizzazione ancora utilizzabile – la Kriegmarine optò per un sottomarino che, negli anni ’40, assomigliava già ai sottomarini a propulsione diesel/elettrica degli anni ’60-70.

Gli U-Boot del tipo XXI erano in grado di navigare sott’acqua per lunghi periodi e per lunghe missioni: solo per fare un esempio, un tipo XXI era in grado d’immergersi di fronte a Genova e, navigando a quasi 300 metri di profondità (all’epoca, completamente invisibile), dopo 4 giorni di navigazione a velocità economica, solo grazie alle batterie, emergere di fronte a Napoli.

Poche ore a quota periscopica, usando i motori diesel tramite uno snorkel per ricaricare le batterie, ed il sottomarino poteva tornare negli abissi: la stessa energia elettrica garantiva la purificazione ed il condizionamento dell’aria in immersione.

Tanto per capirci, le principali Marine del Pianeta giunsero a questi risultati solo intorno al 1970, giacché il sottomarino diesel/elettrico è silenziosissimo, confrontato con i chiasso delle turbine di un sottomarino nucleare, identificabile già a molte miglia di distanza.

 

Il programma di costruzione prevedeva il montaggio in nove settori completi di tutti i collegamenti elettrici ed idraulici già preparati, per costruirli in serie in piccoli cantieri sui fiumi dell’interno e sottrarli così ai bombardamenti. Tre giorni di sosta nel cantiere di assemblaggio ed il sottomarino poteva prendere il mare.

Fra il Giugno del 1944 ed il termine delle ostilità furono consegnati (secondo le fonti) dai 118 ai 121 sottomarini alla Kriegmarine, che entrarono dunque in servizio.

Cosa ne fecero, i tedeschi, di un’arma del genere, la quale poteva individuare ed attaccare con siluri elettrici senza l’uso del periscopio, soltanto col rilevamento degli idrofoni ed il calcolo di rotta e velocità grazie ad un calcolatore elettro-meccanico? Un mezzo con un’autonomia di 15.500 miglia marine, in grado di giungere quasi ovunque nel mondo?

Non ne fecero nulla.

 

Appena un sottomarino terminava un ciclo di addestramento di 4 mesi, cambiava comandante e tornava nel Baltico per un nuovo ciclo, ad libitum: converrete che per una nazione che richiamava i ragazzi e li schiaffava sui carri armati a morire, c’è qualcosa che non quadra. L’attuale pontefice emerito, Benedetto XV, fu richiamato nella Flak, la contraerea e lì servì il suo popolo. Ed Hitler.

 

Furono costruiti anche sommergibili dello stesso tipo ma per uso costiero, il tipo XXIII e, negli ultimi giorni di guerra, due di quei piccoli sommergibili affondarono tre navi al largo della Scozia, senza essere scoperti dalle navi di scorta.

Un sommergibile del tipo XXI, invece, il pomeriggio del 7 Maggio 1945 – e dunque a guerra oramai conclusa da poche ore – si lasciò sfilare nel periscopio a 500 metri di distanza l’incrociatore britannico Norfolk (altre fonti indicano Suffolk, erano gemelli) e la squadra di navi che lo seguivano le quali, probabilmente, stavano tornando ai loro ancoraggi consueti di Scapa Flow, nelle Orcadi. Lo annotò sul libro di bordo che consegnò al suo ritorno a Bergen, dove si arrese mostrando con un ghigno malefico il giornale di bordo al suo interlocutore britannico: nessuno degli inglesi aveva rilevato niente.

 

Il progetto di quei sommergibili fu steso fra il 1940 ed il 1942, approvato da Doenitz nel 1943 ma solo nel 1944 il primo sottomarino entrò in servizio: già a Dicembre del 1944 erano parecchi i sottomarini in servizio e, a Bergen in Norvegia, fu creata la prima flottiglia di soli tipo XXI.

 

Nel 1943, però, Doenitz – futuro successore di Hitler nella carica di Cancelliere – fece una comunicazione assai strana e sibillina, almeno per i tempi:

 

“La Marina da Guerra del Reich costruirà, molto lontano da qui, un sicuro rifugio per il nostro capo, Adolf Hitler, affinché l’ideologia del Nazismo non vada perduta.”

 

Strana, perché nel 1943 la guerra non era certamente vinta ma era ancora lontana da una fine inevitabile ed una dichiarazione sibillina, perché parlava di luoghi molto “lontani” e “sicuri”.

Per inciso, questa dichiarazione portò poi, nel dopoguerra, a mille congetture che condussero gli americani ad inviare una task force in Antartide, che perse inutilmente vite umane nella ricerca di qualcosa che nemmeno sapevano cosa potesse essere, in un posto dove c’erano solo ghiaccio, qualche rara roccia e temperature proibitive, che condussero ad incidenti aerei per il ghiaccio ed a morti congelati per le temperature siderali.

 

Nel frattempo, però, qualcosa si muoveva.

Juan Domingo Peròn – futuro presidente/dittatore argentino – che nei primi anni ’40 era in Italia, aggregato alle truppe alpine per fare “esperienza” col grado di colonnello, sparì dall’Italia per ricomparire all’ambasciata tedesca a Berlino…per fare cosa? Eh…

Dopo la guerra furono sequestrati, in Argentina, alcuni passaporti perché intestati a persone non corrispondenti per età od altri dati di varia natura: il problema era che i passaporti non erano falsi, bensì regolarmente emessi dalla Repubblica Argentina, senza ombra di dubbio! Che mistero.

Qualcuno parlò, ed ammise che nel 1943 Peròn scambiò con i tedeschi 1.000 passaporti argentini in bianco, a fronte della cifra iperbolica di 3 miliardi di marchi: oddio, nel 1943 i tedeschi potevano far girare le rotative della zecca come volevano, e non era un problema consegnare miliardi di carta ad un colonnello argentino che se li sarebbe portati in Patria. La cosa più difficile fu esaudire la seconda richiesta: l’invio in Argentina di 2.000 SS armate ed addestrate.

Pensate che voglia raccontarvi una fuffa? Nella terza parte dell’articolo incontreremo “nel luogo sicuro e lontano” proprio quelle SS e vedremo come la cosa andrà a finire.

 

Tornando ai sommergibili, la domanda più ovvia è sapere che fine fecero: 6 furono affondati in mare da aerei Alleati, e questo è un dato certo…per l’altro centinaio ci sono poche certezze e tante supposizioni senza prove. Alcuni furono presi dai sovietici, dagli americani, inglesi, francesi…incamerati nelle loro Marine e studiati attentamente…uno, addirittura, fu recuperato dal fondo dai tedeschi, che lo tennero in servizio fino al Maggio del1970, l’U-2540, rinominato Wilhelm Bauer, che oggi si trova a Brema ed è una nave-museo.

Altri furono trovati sul fondo, sabotati dai loro equipaggi…qualcuno sotto le macerie dei bunker…ma una certezza per tutti sulla loro fine non c’è.

Ma una ricostruzione degli eventi dovrà pure essere stata fatta – direte voi – almeno dalla Bundesmarine, la Marina del dopoguerra: certo, è stata fatta con teutonica precisione. Chi fu il primo comandante della nuova marina del dopoguerra della RFT? L’ammiraglio Friedrich Ruge, che era stato comandante della Flotta del Nord nella Marina del III Reich: un sottoposto di Doenitz. Dunque…

 

Ma torniamo un momento al 1945, a quella conferenza di pace di Jalta: cosa cercavano, oramai, i contendenti?

Si contendevano con qualsiasi mezzo gli agenti segreti del III Reich, chi per sapere come difendersi (i russi) chi per sapere come “tagliare le ali” ad un’Unione Sovietica che si era fatta non più il ricettacolo dei comunisti del pianeta, bensì una potenza militare di prim’ordine. Erano oramai lontani i tempi dei convogli artici per rifornire la Russia nel 1942: negli ultimi anni di guerra la produzione bellica sovietica, per alcuni settori, superava addirittura la produzione americana.

I servizi segreti tedeschi divennero allora terreno aperto di caccia: vuoi con i soldi, con i ricatti o con le “benevole” concessioni.

Furono centinaia le persone che passarono di qua o di là della futura Cortina di Ferro e nulla contava, veramente, cosa avessero combinato durante la guerra: soprattutto erano molto ricercati gli appartenenti ad ODESSA, la rete di spionaggio tedesca, la quale aveva anche un settore dedicato alla fuga nei Paesi esteri se le circostanze lo avessero richiesto.

Il suo principale esponente, l’ammiraglio Canaris fu giustiziato dai nazisti il 5 Aprile del 1945 accusandolo di tradimento, ma più probabilmente per chiudere la bocca definitivamente alla “mente” che più sapeva di quelle vicende.

 

Così, i sommergibili poterono prendere il largo? Lo vedremo nella terza ed ultima parte.

04 giugno 2021

La conferenza postbellica di Jalta (prima parte)

 

Voglio raccontarvi una vicenda di tempi lontani, così lontani che pochi degli attuali viventi possono ancora ricordare ma, se vi stupite dei due golpe istituzionali accaduti in Italia – Monti e Draghi – vi aiuterà a capire qualcosa sulla diplomazia internazionale e di come le nostre democrazie siano soltanto delle abili rappresentazioni della realtà: dei veri e propri falsi, sorretti soltanto dal bombardamento mediatico.

Insomma, dopo aver letto i tre articoli, vi verrà da dire semplicemente “Ma quelle di oggi sono soltanto frittelle…al confronto…”

 

Anzitutto l’errore nel titolo era cercato e voluto, giacché la Conferenza di Jalta andò in scena nel Febbraio del 1945, e dunque a guerra ancora in corso ma, per i tempi della diplomazia, oramai la guerra era conclusa: era l’ora di pensare al dopo.

Mentre i sovietici erano ad 80 km da Berlino e gli angloamericani più distanti, perché avevano dovuto superare la Battaglia delle Ardenne – l’ultima carta di Hitler – sul Mar Nero s’incontrarono Stalin, Roosevelt e Churchill.

Erano gli stessi della Conferenza di Teheran svoltasi un anno e mezzo prima? Fisicamente è indubbio, ma possiamo affermare che i loro intendimenti fossero i medesimi? Ne dubito.

 

Churchill doveva e voleva salvare quello che rimaneva dell’Impero Britannico, ma con poche carte da giocare, mentre Stalin era quello più avvantaggiato: l’Europa orientale era di fatto già sua e poteva sperare di giungere fin dove giunsero (dall’altro versante) Druso e Germanico quasi due millenni prima, ossia sul fiume Elba, e ci riuscì. Roosevelt era molto malato (sarebbe morto poco dopo) e, probabilmente, le leve della diplomazia americana gli sfuggivano già di mano: durante la Conferenza fu accusato di essere stato troppo “morbido” con Stalin…ma gli Stati Uniti si preparavano a diventare potenza mondiale, con l’eclissi della potenza inglese, ed avevano già gli occhi da altre parti.

Per questa ragione, la diplomazia era già al lavoro: sapevano che il loro futuro nemico sarebbe stato l’URSS, ma in quel momento potevano fare ben poco – sul piano militare – per impedirlo. L’Europa era a pezzi e nessuno che avesse un minimo di sale in zucca pensava ad una nuova guerra imminente contro l’URSS: Churchill accarezzò l’idea, ma fu costretto a rimangiarsela in fretta e, poco dopo, fu addirittura (e stranamente) obbligato a lasciare Downing Street avendo perso non tanto le elezioni (vinte dai laburisti), bensì l’appoggio del suo partito.

 

E i tedeschi?

Erano a pezzi: non c’era più nessuno che credesse in una soluzione se non la resa, ma Hitler manteneva ancora potere nella struttura piramidale del Nazismo. All’Ovest, oramai, si fucilavano gli ufficiali per scarso mordente nei combattimenti, mentre ad Est si moriva ammazzati dai russi oppure da altri tedeschi se si abbandonavano le posizioni: era solo una questione di tempo.

Il tempo giunse e, secondo la Storia ufficiale, Hitler si suicidò…anche se il prezioso reperto del suo cranio, conservato a Mosca, alle analisi del DNA ha mostrato d’essere di sesso femminile.

Personalmente, ritengo che Hitler sia fuggito, ma non è questa la cosa importante, ben più importante è analizzare cosa successe dopo la sua presunta morte.

Il successore designato da Hitler (nel suo testamento politico) non era né Goering, né Bormann e neppure Himmler: era Karl Doenitz, comandante supremo della Marina, che era sempre stato ai margini delle alte sfere del Nazismo. Una stranezza, a meno di voler ammettere che una persona meno coinvolta sarebbe stata più accettabile per gli Alleati (Stalin non si poneva questi problemi ed a Jalta presentò le sue idee in merito: fucilare immediatamente almeno 50.000 ufficiali tedeschi, così da recidere il male alla radice) ma gli Alleati, cosa avrebbero chiesto al successore di Hitler? Se fosse stato Himmler nulla, ma con Doenitz si poteva trattare, soprattutto da posizioni di forza assolute.

 

Preso atto della nomina, Doenitz si trasferì a Flensburg – sul Baltico, vicino al confine danese – e, protetto da un reparto di Fanteria di Marina, cominciò a governare.

“Cosa” governava? Difficile rispondere, però “quanto” sì: dalla presunta morte di Hitler il governo di Flensburg rimase indisturbato fino al 23 Maggio 1945, quando l’intero governo si consegnò in mani americane.

Cosa fece Doenitz in quei venti giorni? Perché una colonna americana non salì subito a fermarlo?

Si sa poco del governo di Flensburg e – a parte il colloquio nel quale Doenitz si confrontò con Himmler “sempre con la pistola puntata sotto la scrivania”, riferì – non pare che ci sia altro di notevole da raccontare. Almeno, di “altro” che si potesse raccontare.

 

I confini fra la storia ufficiale, però, la contro-storia oppure il complottismo sono molto labili, soprattutto se una nazione s’arrende dopo quasi sei anni di lotta apocalittica e, alla fine, un governo di quella nazione viene lasciato indisturbato per venti giorni senza colpo ferire. Qualcosa di strano s’insinua fra i nostri gangli cerebrali, e chiede risposte: e poi, perché Flensburg?

 

In una immaginaria rotta fra Kiel, sul Baltico, ed Oslo, Flensburg pare proprio il baricentro. A dire il vero Oslo si trova al termine del suo fiordo, mentre Horten è il vero porto della città norvegese e Kristiansand si trova allo sbocco del fiordo nello Skagerrak, da dove ci si può immettere nel Mare del Nord e, da lì, in Atlantico.

Ebbene, una lunga e paziente analisi delle rotte e delle missioni fra queste città (principalmente Kristiansand e Kiel) su documenti dell’epoca, mostra che nei giorni a cavallo fra la fine della guerra e la pace, il mare di fronte a Flensburg era più congestionato di Piccadilly Circus all’ora di punta.

Chi erano a muoversi?

Dato che gli Alleati, oramai, sorvegliavano tutte le rotte con i primi aerei-radar, erano principalmente sommergibili i quali, data la vicinanza fra le due località, potevano percorrere il tragitto quasi soltanto in immersione, senza dare nell’occhio.

Cosa trasportavano?

Non tanto marinai che fuggivano – senz’altro rimanere in porto ed arrendersi era più comodo – bensì merci e persone, di tutti i tipi: nel Reich c’erano ancora ricchezze incredibili, razziate in tutta Europa, e tanta gente che sapeva bene di rischiare grosso se cadeva prigioniera. Poi merci rare come il Plutonio prodotto dai centri di ricerca tedeschi: la bomba di Hiroshima era all’Uranio, ma quella di Nagasaki era al Plutonio ed al nuovo presidente Truman sfuggì “dobbiamo ringraziare i nostri amici tedeschi…”

Inoltre, c’era la tecnologia tedesca, della quale tutti erano disperatamente alla ricerca: per quale motivo? Per giungere più in fretta possibile alle prime posizioni nel pianeta post-bellico e dare la scalata al potere mondiale.

 

Su questa vicenda c’è una traccia anche nei documenti sovietici: Stalin, quando si trattò di dare l’assalto a Berlino, stranamente, tenne fuori il noto Maresciallo Zukov, comandante dell’Armata Rossa, dalla vicenda.  Incaricò il generale Cujkov – comandante delle armate del Nord – di assalire la città la quale, dopo furiosi combattimenti, si arrese. E Zukov? Ricevette un altro compito.

Nella zona di Sud-Ovest di Berlino i russi sapevano che esisteva un centro di Fisica Nucleare in mano ai militari, necessario ai tedeschi per tentare di giungere per primi all’arma atomica. Alla testa di un veloce reparto corazzato, Zukov travolse tutte la difese tedesche della periferia Sud come una furia e si precipitò verso l’Istituto ma, quando vi giunse, lo trovò “svuotato” di fresco: solo alcuni sacchi che Zukov prelevò. Ma si rivelarono, per i sovietici, una delusione: erano soltanto il materiale di scarto delle centrifughe, con un tenore d’Uranio irrilevante. Il materiale utilizzabile aveva già preso il volo (probabilmente dal vicino aeroporto di Tempelhof) verso la Norvegia o chissà per dove. Insomma: il danno e la beffa.

E c’è una prova evidente su queste vicende: l’ultima missione del sommergibile U-234, un grande sommergibile posamine, con elevata autonomia, molto capiente ed in grado di raggiungere facilmente la costa americana.

 

Fa addirittura sorridere come la filmografia dia una mano alla falsificazione della Storia: il film U-234 l’ultimo sommergibile è una fandonia incredibile. Si pensi soltanto che il sommergibile del film doveva raggiungere il Giappone, per consegnare armi tedesche agli alleati nipponici: Plutonio, 2 caccia a reazione smontati, un missile e vari siluri fra i più moderni della tecnologia tedesca. L’equipaggio comprendeva una panoplia di alti ufficiali tedeschi e vari ingegneri e studiosi d’alto livello: peccato che l’unico a conoscere il contenuto delle casse nelle quali era stivato il carico fosse un ufficiale americano (ex) prigioniero di guerra. Lo affiancava un uomo dei servizi segreti della Marina Tedesca: a comandare il battello era un comandante di navi che mai aveva comandato un sommergibile ed il vero U-234 si arrese, dopo 50 giorni nei quali aveva compiuto la traversata. Fino al Giappone?

Ah, ah! No, si arrese nei pressi dell’isola di Terranova (di fronte al Canada) ad un cacciatorpediniere americano. Dove si erano già arresi altri tre sommergibili tedeschi. Cosa trasportavano gli altri sommergibili? Beh, chiedetelo a loro: la resa tedesca è il condensato più incredibile che si possa immaginare, zeppo di contraddizioni e di silenzi.

C’erano a bordo anche due ufficiali nipponici, probabilmente imbarcati per dare credito alla colossale fandonia, i quali – si dice – si suicidarono col veleno. Perché non lasciarli su un canotto nelle vicinanze delle Azzorre, territorio portoghese e dunque neutrale? Non sappiamo niente della fine dei Tenenti Colonnelli Tomonaga e Shoji…eh, furono sepolti in mare insieme alle loro cose…sempre che siano realmente esistiti.

 

Per capire come mai un Paese si arrende dopo sei anni di guerra e viene lasciato operare, ancora per 20 giorni, un governo legittimo, perché il suo capo (Doenitz) verrà condannato a Norimberga a 10 anni di carcere ma ne sconterà solo 5 – e perché il Ministro per gli Armamenti del governo Doenitz fu lo stesso Speer che lo era stato per Hitler, non essendo scevro da coinvolgimenti nella Shoa (condannato a 20 anni a Norimberga, poi scontati a 15) – e perché prendono il via sottomarini tedeschi per consegnare al nemico, ben prima della fine delle ostilità, il meglio che la Germania aveva saputo produrre, ci vuole un po’ di pazienza.

Abbiamo raccontato solo la parte centrale della vicenda, tralasciando il prima (ossia come alcuni tedeschi si premunirono per giungere alla fine della guerra con qualche carta ancora da giocare) ed il dopo, ossia tutte le vicende che, inevitabilmente, scaturirono da quel “perdono” dispensato con grande magnanimità dagli Alleati, pagato a Norimberga con sole 11 impiccagioni. Curiosità: il boia di Norimberga morì anni dopo negli USA in un incidente stradale, strangolato dalla sua cintura di sicurezza: eh, il karma…o la vendetta?

 

L’articolo è suddiviso in tre parti e non ho voluto, scientemente, inserire note: sono convinto che le prove, se cercate, le potrete trovare tranquillamente da soli, basta un poco d’intuito.

Vi lascio, però, una breve intervista a Paolo Mieli (1) il quale, non potendo dire chiaramente quel che pensa, si limita a porre “forti dubbi”: io (ed altri), che invece le raccontiamo chiaramente non abbiamo, ovviamente, la direzione dei grandi giornali. E ti pareva.

 

(1) https://www.youtube.com/watch?v=Fo3eRgPsPQY  

25 maggio 2021

A microfoni spenti, parliamone

 

E’ caduta la cabina di una funivia. Tutti, ovviamente, si sono lanciati nella ricerca delle cause – remote o vicine – e pensano di averci capito qualcosa. Poi, giungono i famosi “tecnici” – gli azzeccagarbugli scientifici – i quali ci spiegheranno che, tanto…lasciate perdere…insomma…non avete i mezzi per capire le cause che possono aver generato gli effetti del disastro. Tanto, domani ne succederà un’altra, il lettore potrà distrarsi ed i giornalisti scribacchiare e mettere, così, il pane in tavola.

Prima o dopo, però, si giungerà ad un un’aula di giustizia e qui tutto verterà sull’analisi – e relative contrapposizioni – su un solo termine: DOLO.

Il Dolo è il vero deux ex machina del diritto italiano e solo con la certosina analisi delle sue sfaccettature potrà prevalere sull’altro caposaldo che attende, silente, il pronunciamento: il Perdono (il quale anche lui ha più sfaccettare nel Diritto).

Mentre il Perdono è un concetto più semplice da concepire, il Dolo è, sinteticamente, il “principale criterio di imputazione soggettiva” ma può essere intenzionale, diretto, eventuale, alternativo, soggettivo, oggettivo, alternativo soggettivo, alternativo oggettivo, generico e specifico. A latere del concetto di Dolo, riposa sempre la Colpa Cosciente: insomma, il percorso del processo è quello di determinare se avevi proprio voglia di delinquere e, se sì, con quale grado di precisa volontà.

Il concetto di Dolo (e relativi attributi di precisazione) pare quasi una scacchiera che dovrebbe aiutare il Magistrato/i nell’attenta calibrazione della pena, ma il Magistrato/i non è il solo attore della vicenda: oltre all’imputato, nel codice di Procedura Penale sono attentamente elencati Pubblici Ministeri, Avvocati (Difensori e di Parte Civile) e consulenti (ingegneri, medici, militari, ecc). E Giudici Popolari.

Nella gran maggioranza dei casi, poi, i reati da soppesare sono più di uno, e quindi per ogni reato si dovrà valutare il dolo. Infine, il Magistrato dovrà soppesare la pena, da un minimo ad un massimo e gli eventuali precedenti penali.

Nei Paesi d’origine Latina queste sono le basi del Diritto, mentre in quelli anglosassoni si va meno per il sottile: ha ucciso un cervo del Re. Impiccatelo. Con una corda d’Oro.

Certamente il nostro Diritto è più preciso ed ha più mezzi per valutare – di questo siamo coscienti – perché in alcune forme di Diritto s’appende magari un innocente ad una corda senza tante storie.

Però, c’è un però.

Il concetto di prescrizione è proprio la scappatoia da un Diritto che, per funzionare, richiede tantissimo tempo: è stato artatamente dilatato – e su questo siamo d’accordo – però non dimentichiamo che per la funivia di Stresa la sentenza finale di Cassazione sarà emanata intorno al 2040 e siamo sempre nell’attesa che inizi – finalmente! – il processo di Primo Grado per il Ponte Morandi, a quasi tre anni dal disastro.

E, domani, si schianterà un altro treno oppure cadrà una funivia, una nave affonderà oppure ci sarà un terribile incidente stradale per cause varie: carico sovrappeso, inefficienza dei freni, mancata revisione dei veicoli, ubriachezza, distrazione...e torna a valutare il tipo di Dolo, poi le aggravanti, le attenuanti…

Così è, se vi pare.