09 giugno 2021

La conferenza postbellica di Jalta (terza parte)

 

Il golfo di San Matias, oggi, in Argentina

Nel Maggio del 1982, durante la guerra delle Falkland/Malvinas, una fregata antisommergibile argentina navigava lentamente al largo del Golfo di San Matias, circa 500 chilometri a Sud di Buenos Aires: il sonar di bordo dava la caccia ad un eventuale sommergibile inglese che navigasse da quelle parti.

Un bimotore dell’aeronautica volava con rotta Sud con pressappoco gli stessi compiti della fregata: il Paese era in guerra contro la Gran Bretagna, e tutti dovevano cercare i maledetti inglesi.

Vide in lontananza la fregata argentina e, a scanso d’equivoci, la chiamò con la radio. “Tutto tranquillo, qui sotto non c’è niente…e da lì, si vede qualcosa?” “Niente, anche da qui niente, bella giornata per esser già Autunno, vero?” “Già, proprio una bella giornata…adios amigo…”

 

“Adios…” ma il pilota osservò meglio e, sotto le onde, gli parve proprio di aver notato per pochi attimi la sagoma di un sommergibile: virò di bordo compiendo un largo cerchio per tornare dov’era pochi minuti prima. Si abbassò, e fu allora che lo vide. “Attenzione: avete un sottomarino a poppa! Presto! Attenti!” urlò nella radio.

In pochi secondi il mare, a poppa della fregata, divenne bianco di spuma a causa dei motori che ruggivano per allontanarsi rapidamente. L’aereo compì un altro giro, si portò sulla verticale del rilevamento visivo e, senza aspettare altro, sganciò due bombe di profondità, che scoppiarono dopo una manciata di secondi. Anche la fregata virò di bordo e si portò dove aveva visto scoppiare le bombe: per sicurezza, ne aggiunse quattro delle sue. Altri geyser d’acqua del limpido Autunno argentino. Poi, si mise in ascolto col sonar: niente, nessun rumore, né d’eliche che fuggivano e neppure di paratie che si schiantavano. Entrambi fecero rapporto ai loro comandi che li elogiarono per l’azione congiunta. Amen.

 

In realtà, non era il primo falso avvistamento: era da anni che molti avevano notato qualcosa di simile in quelle acque, al punto che i pescherecci passavano lontani per non rimetterci le reti. Anche gli ufologi hanno trovato storie interessanti per i loro lettori: condendo il tutto con luci verdi e un poco di suspense, riuscivano ad accalappiare i loro lettori.

 

Prima di proseguire, però, dobbiamo fare la conoscenza di Abel Basti, un giornalista argentino che ha trascorso la vita a ricostruire l’avventura del nazismo in Sudamerica. Pazientemente, negli anni, ha raccolto testimonianze e concatenato indizi, al punto di sostenere che Hitler non morì nel bunker di Berlino, bensì fuggì in Argentina ed in altri Paesi del Sudamerica.

In questa sua lunga ricerca sono venuti alla luce molti nomi – uno l’abbiamo avuto sui nostri giornali, Erik Priebke, il “contabile” delle Fosse Ardeatine – ma tanti altri si nascosero in molti luoghi ed oramai sono morti da tempo.

Recentemente, durante dei lavori di risistemazione del Credit Suisse, sono stati trovati 12.000 nominativi di ex nazisti che avevano conti milionari proprio in quella banca, quando era ancora la tedesca Schweizerische Kreditanstalt: non possono non essere sospettati quei 3 miliardi di marchi ricevuti per i 1.000 passaporti in bianco, oppure qualche carico d’Oro giunto chissà come?

 

Uno dei pregi di Abel Basti è proprio quello d’essere completamente ignorato dalla stampa anglosassone: recentemente, una piccola casa editrice italiana ha pubblicato un suo libro, ma il resto non varca il confine della lingua castigliana, ossia lo spagnolo. E, spesso, viene presentato come un visionario: userò, in questo articolo, alcune delle sue ricerche insieme ad altre, riconducibili ad altre fonti, ma la mia stima per il giornalismo di Abel Basti è infinita.

 

Tornando al 1945, pare proprio che il golfo di San Matias – un posto quasi deserto – fosse diventato uno dei luoghi più gettonati della Terra. Nell’unico commissariato di San Antonio Oeste, l’unico commissario era tempestato di richieste, stranezze, avvistamenti...e quant’altro la popolazione gli raccontava. Ed erano tutte concordi quelle voci: sottomarini sconosciuti navigavano al largo, poi s’avvicinavano a terra, tornavano al largo…alcuni pescatori avevano addirittura notato quei grossi battelli rifornirsi da petroliere argentine.

E lui, cosa poteva fare? Aveva solo una barchetta…giusto per girare in porto…che andassero a lamentarsi a Bahia Blanca o a Mar del Plata dove c’era la Marina!

Un giorno, però, un abitane del luogo andò a riferirgli che al Sud della Baia, proprio di fronte a dove sorgeva l’immensa tenuta di un piantatore tedesco, c’era stato movimento. Non sapeva dire di più…però rumori d’autocarri o trattori…voci, luci nella notte…in un posto dove, in genere, regnava il silenzio più assoluto, soprattutto la notte.

Va bene…andrò a vedere…chiamò due poliziotti del suo comando, salirono in auto e scesero verso Sud: quando intravidero, in lontananza, i grandi edifici e la sontuosa villa della tenuta, scesero fino alla spiaggia.

 

Là giunti, capirono immediatamente che qualcosa d’importante era capitato: sulla sabbia, che l’Oceano in fretta cancellava, erano impresse nitide orme di camion, forse trattori o cingolati…doveva essere successo proprio un bell’ambaradan, pensò il commissario. Decise di salire fino alla tenuta, che si trovava a qualche centinaio di metri dalla spiaggia, per chiedere cosa sapessero della strana vicenda.

Camminarono sulla via sterrata del bosco, proprio fra le orme nitide e ben incise nella rena, segno che di lì era passato qualcosa di molto pesante…ma alla villa non giunsero mai…perché, improvvisamente, si trovarono inquadrati da quattro mitragliette dietro le quali c’erano quattro SS in divisa, che fecero loro segno di girare i tacchi e d’andarsene.

Prima d’obbedire, il commissario riuscì a “fotografare” nella sua mente l’immagine: erano proprio quattro SS…notò le mostrine nere, il piccolo stemma sull’elmetto ed i mitragliatori che maneggiavano erano i classici Schmeisser tedeschi. In seguito, e sotto altri cieli sarebbero diventati, con qualche modifica, il primo Kalashnikov. Dopo quella “fotografia” visiva fece un cenno di saluto, girò i tacchi ed i tre tornarono verso la spiaggia.

 

Il commissario era tranquillo, gli agenti un po’ meno…ma li tranquillizzò…vedrete, domani come li concio…certo – pensò – stilare un rapporto dove racconto d’esser stato fermato sotto la minaccia di quattro SS…e chi mi crederà?

Il giorno seguente si recò a Bahia Blanca, dove c’era il suo superiore diretto e gli raccontò l’incredibile avventura, siglata in un preciso rapporto che, per prudenza, aveva fatto leggere e controfirmare anche ai due agenti.

Il superiore gradì molto il rapporto, si complimentò con il commissario per la sua arguzia – ma anche per la sua prudenza – e gli comunicò che, da quel momento, la cosa era di sua competenza e degli alti gradi della Polizia: gli raccomandò di dimenticare la brutta vicenda, ci avrebbe pensato lui. Il commissario però, tornato al suo commissariato, rifletté sulla cosa: non c’era stato, da parte del suo superiore, il minimo cenno di sorpresa o di dubbio, d’incredibilità.

In fin dei conti, però, lui aveva fatto il suo dovere e, consegnando il rapporto, non aveva più compiti per quella storiaccia. Perciò, si dimenticò di tutto e riprese la vita di tutti i giorni: i “superiori” non si fecero più vivi e non citarono mai più la storia. Amen.

 

La “cosa” la riprese in mano Abel Basti, decenni dopo, quando intervistò e filmò le stesse persone che avevano, in gioventù, raccontato le medesime cose al commissario. Anche lo scrittore volle recarsi su quella spiaggia, parlò con la gente e, finalmente, un pescatore gli chiese di salire sulla sua barca.

Insieme, passarono la linea dei frangenti e giunsero in mare aperto: dopo qualche minuto e guardando sempre a terra il pescatore, come per fare un rilevamento visivo, arrestò il motore e si mise ai remi.

 

Il mare era calmo e limpido lontano dai frangenti della costa ed il pescatore remava in piedi, osservando sempre quei misteriosi punti a terra. Dopo un po’ si fermò e gli disse: “vai a prua ed osserva il fondo con attenzione”.

Lo scrittore si sporse dalla prua ma, lì per lì, non vide altro che sabbia sul fondo. “Osserva meglio” lo riprese il pescatore dando, ogni tanto, un leggero colpo di remi.

Solo allora si accorse che la sabbia non era uniforme: pareva quasi che si fosse adagiata su qualcosa di grande, lungo e tondo…improvvisamente un fulmine gli attraversò la mente: un sottomarino!

Solo allora il pescatore raccontò la sua storia, che Basti annotò con cura.

 

“Mio padre” iniziò il pescatore “quella notte era qui, anzi…un poco più a Sud e stava gettando la rete. Forse la sua fortuna fu proprio quella d’essere fermo e più lontano, con una barca modesta, a gettare la rete e nessuno se n’accorse, altrimenti dubito che l’avrebbe raccontata.

I sottomarini erano tre o quattro e s’erano arrestati poco prima della linea dei frangenti, dove c’era ancora un poco di fondo per quei bestioni. Dalle loro pance vomitavano fuori ogni genere di mercanzia, tutto sigillato nelle casse di legno…due grandi motobarche – che mai aveva visto da queste parti – facevano la spola fra i sottomarini e la spiaggia, dove venivano scaricate da molti uomini e caricate su camion e rimorchi che dei trattori conducevano nel bosco, molto probabilmente fino alla villa, da dove parte una strada che confluisce sulla grande arteria che porta dal Nord fino alla Terra del Fuoco.

Lo scarico andò avanti tutta la notte: mio padre rimase nell’ombra perché le uniche luci erano il riverbero che scaturiva dai boccaporti dei sottomarini, mentre a terra erano solo i fari dei camion a fare un po’ di luce. Tutta l’operazione mostrava d’esser stata progettata con cura e gli uomini addetti alle barche ed alle fasi di caricamento erano moltissimi, e tutti si muovevano come se avessero previsto tutto quello che dovevano fare senza una parola, un grido, una risata.

Terminato lo scaricamento, scesero gli equipaggi dei sottomarini mentre quei bestioni, lentamente e senza il minimo rumore si allontanarono dalla costa: dopo circa un’ora, tornarono a terra dei canotti pneumatici con pochi uomini a bordo. Mio padre, all’epoca, non capì perché quegli uomini tornassero separatamente dagli altri sui battelli pneumatici ma, trascorso qualche tempo, quando le reti iniziarono ad impigliarsi sul fondo, qualcuno notò quei grossi ostacoli, oramai coperti di reti e di sabbia e mio padre comprese che quella piccola pattuglia aveva il compito d’affondare i sottomarini in acque profonde.

Forse fu la stanchezza, forse la fretta oppure l’alba che s’appressava e la stima della distanza dalla costa li trasse in inganno: i sottomarini sono posati su un fondale di 30-40 metri che, all’epoca, consentiva nelle giornate di mare calmo d’osservarne le ombre sul fondo. Forse dovevano condurli più al largo…non capì mai il motivo della fretta…ma, all’epoca, non esistevano ancora le odierne attrezzature per l’immersione e l’immersione con l’Ossigeno – già praticata all’epoca – non consentiva di scendere più di 12-15 metri, pena la morte e forse pensarono, semplicemente, che nessuno se ne sarebbe accorto o sarebbe potuto immergersi per indagare.

In quegli anni, oltre a mio padre anche qualcun altro doveva essere in mare perché – nonostante mio padre comprese subito che era meglio non parlarne con nessuno – fiorirono dei racconti fantasiosi: qualcuno raccontò di una coppia che scese sulla barca circondata da alti ufficiali, ma mio padre non vide nulla del genere perché, alla distanza cui si trovava, non poteva distinguere il sesso o le uniformi delle persone sui sottomarini.  

Quando comparve l’aurora, pareva che non fosse successo niente: le grandi barche a motore erano scomparse, tutta quella gente s’era volatilizzata…camion, sottomarini, più niente…mio padre ritirò la rete e tornò in porto. Tutto qui.”

 

Anzitutto, dobbiamo chiederci perché quel pescatore parlò: ma erano gli ultimi anni del millennio, forse già i primi di quello nuovo e l’Argentina s’era oramai lasciata alle spalle la dittatura da molti anni. Oramai la democrazia era solida e s’alternavano, al comando, destra e sinistra come un minuetto. E poi, era una storia strana solo per gli altri, per i gringo e gli europei…mica per loro…che queste storie le avevano ascoltate da padri e madri già quand’erano bambini.

Abel Basti si recò a Buenos Aires e fece una richiesta ufficiale alla Marina perché mandasse qualche sommozzatore ad osservare se c’erano e cos’erano quei mostri sotto le onde, ma la Marina rispose che non aveva soldi da sprecare per delle ricerche inutili. Avvisò, dunque, che lui stesso avrebbe incaricato un paio di sommozzatori per andare a vedere: la Marina rispose che le immersioni, nel golfo di San Matias erano proibite a causa delle pericolose correnti. Ribatté che liberava la Marina da qualsiasi responsabilità in merito e, questa volta, gli rispose il ministero dell’Interno: ricordando che su quel tipo d’indagini vigeva il segreto di Stato. Amen.

 

Stupisce osservare, a così tanti anni di distanza, come le operazioni segrete della Germania in Argentina ebbero una pianificazione certosina, iniziata già negli anni ’30 con mezzi di penetrazione finanziaria, con loro uomini nelle istituzioni, proseguita durante la guerra con l’installazione di stazioni radio che tenevano d’occhio il movimento dei convogli britannici e lo comunicavano a Berlino e conclusa…conclusa…quando?

Doenitz, a metà del 1944, ordinò ai sommergibili di non operare più in Atlantico sotto il 18° parallelo che, guarda a caso, corrisponde proprio alle coste argentine. Perché?

Poiché, per prima cosa, gli Alleati avrebbero trascurato di pattugliare l’immensa area, come fecero, ma ai tedeschi quel “risparmio” conveniva? Le navi inglesi ed americane si sarebbero sposate più a Nord, dando la caccia ai tedeschi in una zona meno ampia. E i tedeschi si privavano di una zona di “caccia” in mare molto vasta e difficilmente controllabile, soprattutto per i convogli che doppiavano il Capo di Buona Speranza per immettersi in Atlantico?

Doveva essere un motivo importante e vitale. Per la guerra? Doenitz, oramai sapeva che era perduta difatti, proprio in quei mesi, raggiunse il massimo numero di sommergibili operativi – più di 400 – semplicemente perché limitò le missioni, oramai diventate quasi tutte missioni suicide. Li teneva in porto, al massimo li mandava a Bergen perché l’Artico, in Inverno, consentiva maggior protezione da navi ed aerei Alleati.

L’Argentina era il luogo “sicuro e protetto” come lui stesso aveva fumosamente indicato? Allora, bisognava tenerci lontani gli Alleati. Quadra perfettamente.

 

Se la popolazione si fosse allarmata nel vedere sommergibili vicino alle coste argentine, i tedeschi avevano preparato tutto…li fecero arrivare alla luce del sole…per arrendersi!

Qui posso confermare, per conoscenza personale, cosa avvenne.

 

Mia figlia fu fidanzata per qualche tempo, una ventina di anni fa, con un ufficiale di Marina argentino d’origine italiana. Si recò in Argentina  la girò in lungo ed in largo e il fidanzato venne a conoscermi mentre la sua nave era in porto a Capodistria.

Ricordo ancora il giovanotto, seduto sul divano di fronte a me, che mi raccontava la storia della sua famiglia, nata italiana e diventata argentina.

Era una famiglia che con il mare aveva vissuto per generazioni: in Argentina non esistono Istituti Nautici e l’unico modo per diventare ufficiale di Marina Mercantile è diventarlo nell’Armada.

Il padre dovette salire, con le pale in mano, per staccare i cadaveri dalle pareti della stiva dell’incrociatore General Belgrano, silurato dagli inglesi nella guerra del 1982.

 

Il nonno, invece – nato ancora in Italia, all’Elba – si trovava di guardia, la mattina del 10 Luglio 1945 (la Germania s’era arresa due mesi prima) a Mar del Plata, uno dei principali porti argentini: ricordiamo che il 10 Luglio dell’emisfero australe corrisponde, meteorologicamente, al 10 Gennaio dell’emisfero boreale.

 

Il povero marinaio si trovava nella torretta di controllo del porto e la bruma invernale e mattutina lasciava intravedere poco o nulla di ciò che gli era attorno: probabilmente ascoltava la radio o si riscaldava un po’ di caffè dal bricco del fornello ad alcool che gli teneva compagnia.

Possiamo immaginare quando, gettando l’occhio sul tranquillo bacino del porto, vide sbucare dalla bruma un sommergibile tedesco con tanto di bandiera del III Reich al picco. Rimase gelato.

Oltretutto, il sommergibile aveva un cannone in coperta, che gli pareva puntato proprio contro di lui e parecchi marinai in coperta, mentre un ufficiale con il binocolo pareva scrutarlo col binocolo dalla torretta.

Eppure, anche se a quell’ora era solo, doveva scendere per capire cosa stava succedendo ma scese dalla torre disarmato: se questi la mettono giù dura, sia chiaro che io m’arrendo.

 

Quando fu a lato del sommergibile, oramai fermo, i marinai gli gettarono le cime che lui, conciliante, assicurò subito alle bitte. Poi, scese un ufficiale: forse il comandante? Gli parlò con cortesia, ma lui non capiva niente di quello che diceva: insomma, per farla breve, non riusciva a capire chi doveva arrendersi ed a chi.

Prima che scoccassero le fatidiche 8 del mattino ed il porto riprendesse a vivere, i tedeschi avevano già messo a terra una passerella e se la stavano filando di gran carriera: uscirono dal porto e se la diedero a gambe per chissà dove. In pochi minuti l’U-530 fu quasi deserto, salvo qualche ufficiale che rimase a bordo e lui, dopo essersi riavuto dalla sorpresa, corse a telefonare ai suoi superiori per dire loro che…dunque…c’era un sommergibile tedesco ormeggiato e lui non capiva cosa volessero e cosa dovesse fare…insomma, aiuto!

L’Oberleutnant zur See Otto Wermuth, il comandante, era però una persona gentile e comprensiva: quando giunse finalmente un ufficiale che parlava inglese dichiarò di volersi arrendere. E l’equipaggio? Allargò le braccia sconsolato: eh, sono scappati…

 

L’U-530 non stupì molto gli americani – prontamente accorsi, ed oramai “alleati” dell’Argentina dopo la tardiva dichiarazione di guerra alla Germania del Marzo 1945 (!), ultimo Paese del Sudamerica ad attuarla  – perché si trattava di un sommergibile moderno e di grande autonomia (tipo IX C), in grado di raggiungere l’Argentina con i propri mezzi. Dotato, inoltre, di radar e snorkel: che avesse fatto la scorta ai veri sottomarini di San Matias? Eppure, non un solo siluro mancava all’appello.

Wermuth fu interrogato a lungo dagli americani, ma non uscì nulla d’interessante. Avevano l’autonomia per raggiungerla, invece di finire in un campo di raccolta per prigionieri inglese: perché non farlo?

 

Diversa fu, invece, la situazione dell’U-977 quando giunse, il 17 Agosto 1945, ad arrendersi pure lui a Mar del Plata. Ma pensa te: invece di recarsi a Portsmouth per arrendersi, calano fino in Argentina, proprio dietro l’angolo.

Prima di tutto il sommergibile comandato dall’ Oberleutnant zur See Heinz Schäffer era un sommergibile di media crociera (tipo VII C), in grado di raggiungere con gran difficoltà l’Argentina o di non riuscirci affatto, col rischio di rimanere senza gasolio in pieno oceano.

Inoltre, mentre l’U-530 era in perfetto ordine e perfettamente funzionante, l’U-977 era sporco, disordinato e mancavano all’appello alcuni siluri. Il comandante dichiarò d’essersi fermato alle isole di Capo Verde “per dare un bagno all’equipaggio”, poi fu sospettato dell’affondamento – a guerra terminata – del vecchio incrociatore brasiliano Bahia, ma il comandante si difese affermando che, all’epoca dell’affondamento del Bahia, si trovava ancora in acque nordamericane. Ma se si trovava in acque americane, dopo aver attraversato l’Atlantico, come aveva fatto a raggiungere l’Argentina? Non aveva sufficiente autonomia! E i siluri mancanti?

Gli americani requisirono i due sommergibili, interrogarono a lungo i due comandanti, per sicurezza secretarono gli interrogatori con valanghe di “omissis” e, qualche anno dopo, i due tornarono in Germania, per scrivere libri sulle loro avventure e, soprattutto, sulla loro innocenza da qualsiasi intrigo. Gli equipaggi – ossia i pochi che ritrovarono – scelsero d’andare dove volevano: i più, rimasero in Sudamerica.

 

Se le vicende dei due sommergibili sono molto diverse o più o meno credibili, dobbiamo riconoscere che – affiancandoli ai (presunti) veri sottomarini di San Matias – erano la ciliegina sulla torta. Avete notato dei sommergibili? Eh, stavano navigando per arrendersi in Argentina…

Difficile anche ipotizzare un loro carico per l’Argentina, giacché (soprattutto l’U-977) non avevano spazio di carico quasi per niente. Però, l’attenzione internazionale (molto scarsa) si concentrò sui due sommergibili che s’erano arresi e dimenticò in fretta il golfo di San Matias, almeno i pochi argentini che erano a conoscenza di quelle vicende. Amen.

 

I sottomarini del tipo XXI potevano essere usati come navi da carico? Entro certi limiti, assolutamente sì.

I sottomarini tipo XXI erano molto grandi, stazzavano circa 2000 tls, il doppio dei loro predecessori, ed avevano 6 lanciasiluri a prua: non servivano più i lanciasiluri di poppa, giacché si poteva inserire qualsiasi angolo di deviazione prima del lancio. Ma, avevano ben 17 siluri di riserva conservati in un apposito locale a poppavia della camera di lancio:

 

Disegni dell'epoca di Type XXI

Ogni siluro pesava 1,5 tonnellate perciò, se consideriamo che nel lungo viaggio l’imperativo era di non farsi scoprire, i siluri di riserva erano inutili. Oltretutto, l’equipaggio di missione standard era di 57 persone le quali, in un lungo viaggio soltanto di trasferimento, non erano più necessarie: ad esempio, tutti i siluristi o gli addetti alle armi contraeree non servivano. Si può ipotizzare un peso di 30 tonnellate risparmiato. Ricordiamo che 100 uomini con bagaglio leggero pesano intorno alle 10 tonnellate, solo per fare un esempio:

 

Il compartimento di prua, senza siluri ed adatto per il carico di 30 t

Il vano di carico, dunque, era uno spazio lungo circa una decina di metri, largo 5-6 metri con un’altezza di 3-4 metri, in grado di ospitare merci per 30 tonnellate, che potevano essere bilanciate (entro certi limiti) con lo spostamento di acqua fra le casse di compenso di prua e di poppa, mantenendo così il sottomarino in assetto. Forse lasciarono uno stretto passaggio fino alla camera di lancio, oppure ignorarono anche quel problema, ossia un improbabile combattimento.

 

Il carico di questi mezzi fu soprattutto Oro e metalli preziosi, pietre preziose, opere d’arte, valuta ed armi: almeno, ciò che possiamo ipotizzare. Probabilmente anche prodotti chimici e/o medicinali di varia natura, ma non possiamo andare oltre nelle ipotesi.

Molto probabilmente, il carico era un mix di persone e merci, considerando il risparmio di personale dalla tabella standard d’armamento: forse una ventina di passeggeri ed il resto tutto destinato a carichi molto “paganti”, in ogni senso, se consideriamo che a Colonia Dignidad (come vedremo in seguito) furono trovate molte armi dell’epoca.

Se, veramente, l’Argentina potesse togliere il segreto di Stato su quei sottomarini affondati in trenta metri d’acqua, avremmo delle risposte, ma temo che – se ci fosse quel pericolo – alcune salve di bombe di profondità cancellerebbero tutto, anche se i relitti – comunque – sarebbero facilmente riconoscibili.

Ma, per ora, nessun governo argentino di destra o sinistra, di golpisti o democratici, d’alto o basso profilo, l’ha fatto. Amen.

 

Continua nelle quarta parte, perché la storia da raccontare è ancora lunga.

4 commenti:

Unknown ha detto...

Incredibilmente interessante questa serie di articoli. Il bello è che queste cose in fin dei conti accadevano alla luce del sole.

Carlo Bertani ha detto...

Beh, sì...alla luce del sole di San Matias, luogo poco abitato, quasi in Patagonia, distante 500 chilometri da Buenos Aires: non esisteva Internet, nemmeno la televisione, c'erano soltanto la radio ed i giornali, entrambi controllati dal regime. Poi, giunsero i servizi americani a prendere in mano la situazione, obbligando l'Argentina al segreto di stato...insomma, fu una collaboragione germano-americana per ottenere vantaggi nella Guerra Fredda. Tutto è logico, tutto collima. Ciao. Carlo

giuseppe castronovo ha detto...

Post lungo interessante che vorrei integrare come traccia storica da approfondire con dei testi di Giorgio Galli : Hitler e il nazismo magico, Intervista sul nazismo magico, Con il trucco e con l'inganno, Hitler e la cultura occulta ed. 2013. Lo storico Galli che ha prodotto lavori stimolanti mette in chiaro e credo che individui bene il filo nascosto che teneva collegato il nazismo e i suoi circoli e una parte della classe dirigente inglese, che non voleva in nessuna maniera accedere ad un accordo paritario con gli americani.
Questa linea politica, in parte rappresentata dall’ala del partito conservatore, diretta da Chamberlain, la cosiddetta linea dell’appeasement, mirava ad un accordo con Hitler concedendo mano libera ad est contro la Russia, allora alfiere del comunismo e guidata da Stalin. Hitler nel 1941 fu ingannato come Stalin dai servizi segreti inglesi, non sappiamo quale ala quella filoamericana o quella filotedesca o tutte due io propendo per questa ipotesi, che fecero credere possibile un’intesa ad occidente con il mantenimento dello status quo per la mano libera ad Oriente. In questo contesto nasce lo strano episodio del volo di Hess in Scozia. È probabile che le due ali del partito conservatore inglese, rappresentate da Churchill e Halifax, credessero opportuno in quel momento favorire l’attacco di Hitler ad oriente perché l’ aggressione avrebbe offerto, come fu una pausa di ben 3 anni per scontri terrestri con i tedeschi, al di là del marginale fronte africano .
Come dopo l’attentato ad Hitler, organizzato come dimostra Galli, non dagli alti gradi dello stato maggiore dell’esercito, bensì da circoli nazisti esoterici che ritenevano necessaria una pace separata con gli inglesi e americani prima dello sbarco sul continente.
Stalin si rendeva conto come questa linea fosse presente come opzione strategica per gli inglesi, meno per gli americani.
Poi una volta crollato il nazismo inglesi e americani operarono in modo che potessero usufruire sia delle competenze tecnologiche sia dei quadri specialisti in funzione antirussa e antipopolare.
Un’ultima osservazione Galli dà un’interessante intelligente lettura della presunta topica dello storico accademico Hugh Trevor-Roper, come manovra dei servizi segreti inglesi per coprire le mene filonaziste della casa reale Windsor .


Carlo Bertani ha detto...

Ho letto anch'io i libri di Galli sul nazismo magico: diciamo che la figura chiave fu Ludendorff, e la moglie, che poi svanirono con la nascita del nazismo al potere. Per quanto riguarda l'attentato può ben essere che c'entrassero anche loro ma, quando avvenne, molti generali fra i quali gli "Junker" prussiani dell'epoca vi parteciparono. Doenitz, invece, divenuto capo della Marina dopo l'esclusione di Reder, seppe giocare bene la sua mano di carte, non apparendo mai fra i circoli più famosi dei capi nazisti ma seppe usare bene il suo potere. Difatti, Hitler lo nominò successore nel testamento. Nessuno l'avrebbe previsto all'epoca.
Gli inglesi, quando vinsero la Battaglia d'Inghilterra e fermarono le aviazioni dell'Asse in Iraq, capirono che potevano osare di più, cioè lasciare alla Russia il compito di distruggere la Germania. Hitler, per molto versi,fu un ingenuo, soprattutto a credere che bastasse mandare in Scozia il suo ex comandante di plotone nella 1GM potesse bastare! Ci mando il signor Tenente...incredibile... Ciao. Carlo