19 giugno 2021

Luci e ombre nella letteratura italiana

 

Cercando le classifiche dei libri italiani più tradotti all’estero, capitano delle sorprese.

La prima, in realtà, non dovrebbe esserlo ma in qualche modo lo diventa, grattando via un po’ di polvere dai contorni della Storia.

L’autore italiano da sempre più tradotto in tutte le lingue è Dante Alighieri.

Per molti di noi, che hanno trascorso molte ore per tre anni di scuola ad ascoltar le sue sentenze, comprendo che la cosa possa apparire inverosimile, ma noi non siamo parte in causa perché possedevamo già l’originale in casa nostra: e, per giunta, scritta proprio nella nostra lingua nell’epoca in cui la lingua dei dotti non era il Volgare, bensì il Latino.

 

Capovolgendo il dilemma, c’è da chiedersi perché tanti italiani siano così stregati dalle opere di Shakespeare: sia che fosse un inglese, come sostengono attualmente ad Oxford e Cambridge la metà dei filologi e sia che fosse un italiano, come sostiene l’altra metà. Con, per sostenere le loro tesi, una faretra molto fornita di frecce per il loro arco da entrambe le parti: in ogni modo, William fu un autore inglese perché usò quella lingua per esprimersi. E morta lì.

 

Ci stupiamo, e con molte ragioni per sostenere il nostro stupore, che molti americani, russi, inglesi…s’iscrivano a dei corsi di Italiano per leggerlo nella lingua originale. La prima impressione che scaturisce è che abbiano tempo e soldi da buttare al vento: questa è la prima impronta che colpisce e che poi s’esterna quasi con un vagito dei vecchi studenti: ma come…e perché…tutte quelle ore a maledire terzine e quartine…e loro ci passano pure il tempo libero? Con gli oceani per fare surf e le steppe innevate per lo sci di fondo…Dante?!?

 

Eppure, Dante è poca cosa se circoscritto nel cortile italiano, poiché fu il cantore – oggi lo definiremmo forse un uomo della multimedialità – di tutta un’epoca: grazie a lui, una religione d’origine orientale, con una filosofia greca come appoggio ed una liturgia latina per esprimersi riuscì a creare un’immagine figurata, ma scolpita nelle menti, di realtà visiva. A mio avviso, nemmeno Dante stesso poté accorgersi della potenza della sua creazione, poiché era impossibile immaginare un simile evento nel tempo stesso in cui si verificò.

E, si badi bene, la gerarchia cattolica non appoggiò mai apertamente l’opera di Dante ma nemmeno la condannò o la bandì: tutto passò sotto silenzio ma, siamo certi, per molti secoli tutti i dotti cristiani, certamente insieme ad Agostino, Paolo di Tarso, Cicerone ed Aristotele…lessero la sua opera. Definita “commedia” tanto per non appesantire troppo il lettore.

 

Mentre la vera moglie mai viene citata, Beatrice viene glorificata sin a piazzarla dalle parti dell’Empireo, ma qui Dante la fa troppo grande: già, oggi siamo più sgamati…

Beatrice, si pensa, era la moglie di un conoscente o di un abitante del rione di S. Croce che Dante, probabilmente, non conobbe mai veramente: inoltre, morì molto giovane, cosicché gli fu possibile piazzarla in Paradiso. Ma in un altro passo si tradisce.

Nel V canto dell’Inferno, proprio dove sono sistemati i libidinosi, Dante si cheta per qualche attimo perché non se la sente di condannare con la solita frusta anche Paolo e Francesca che volano, sospinti dai venti infernali…Virgilio quasi lo richiama ma lui non risponde…eh, Alighiero, Alighiero mio…t’avessi mai visto un film di Pieraccioni…

 

In ogni caso, soprattutto in epoca Moderna, quando la stampa diffuse di più la letteratura, intere generazioni s’adoprarono per piazzare all’Inferno stuoli di vicini di casa o confinanti, mentre il medico era sempre paradisiaco…e lo zio Gaspare? Mah…quello ha sparato al mi gallo – ne son certo – però mi regalò n’ bel boccione di vino al mi matrimonio…ficchiamolo un po’ in Purgatorio, qualche anno come Vallanzasca…che poi si ripiglia…

Insomma, una religione forse troppo seria trovò una colonna sonora che poteva andar bene per tutti, dal graffiante Pasquino al gigione Marchese del Grillo e la platea s’allargava…fra il serio e il faceto.

In ogni modo, anche a me – se fossi nato in California – metterebbe male pensare di passar le giornate a studiare l’italiano: e poi? Quando l’avessi anche imparato potrei ritenere di capire Dante? No…meglio pizza e cappuccino…questa è l’Italia…

 

L’Italia che, passato Dante, fu quasi dimenticata: oggi, solo il Boccaccio gode ancora di qualche, minima visualizzazione nel mercato internazionale, dovuto alla sua capacità di mostrare il lato meno nobile e più godereccio della sua epoca. E tutti gli altri? Da Petrarca fino al Tasso, all’Ariosto ma, passati i secoli, nemmeno il Manzoni, poi i tanti poeti, fino al Verga…niente…Durlindane, pestilenze e Fresche Acque sono state triturate nell’immensa discarica della cultura umana, oppure passate all’inceneritore per il riciclo delle ceneri che hanno lasciato. Solo D’Annunzio gode ancora qualche visualizzazione, ma soprattutto per la sua figura politica, e poi siamo già in pieno Novecento…

 

Stupisce senz’altro di più il secondo posto poiché pochi di noi l’hanno sentita nominare ed è un frutto strano, soprattutto perché si tratta di un’autrice: ancora una volta, l’inveterato maschilismo italiano la spunta.

Eppure, Carolina Invernizio fu un’autrice, per dirla al femminile, con i fiocchi e le frange: moglie di un ufficiale dei Bersaglieri, poi madre, trovò il tempo per una produzione letteraria di tutto rispetto e fondò anche un salotto letterario a Cuneo, nei primi anni del Novecento, che si concluse alla sua morte nel 1916.

Disprezzata, "la Casalinga di Voghera", "l'onesta gallina della letteratura popolare", "la Carolina di servizio" come la definirono i tanti colleghi maschi dell’epoca (compreso Antonio Gramsci) ci ha lasciato una produzione monumentale: più di cento romanzi i quali ancora oggi – al tempo di Amazon e dei libri elettronici – vengono tradotti e venduti, soprattutto in America Latina.

 

Fa quasi sorridere la sua storia: come le sue contemporanee che si dilettavano nella maglia, nel ricamo e nel merletto – e, a volte, ci siamo ritrovati con armadi zeppi di lenzuola, federe e altre pregevolezze divenute problematiche per la loro conservazione – la Invernizio si dilettava nel romanzo popolare, detto “d’appendice” (“l’appendice” ai serissimi romanzi dei suoi contemporanei maschi, oggi finiti nell’inceneritore), nel poliziesco, nel giallo…e tuttora sopravvive.

Viene da pensare come l’Italia ha trattato la Invernizio e riflettere, invece, su come la Gran Bretagna ha trattato Jane Austen, Charlotte Bronte od Agatha Christie, che tuttora sono pubblicate e largamente tradotte in tante lingue…ministro Franceschini…ci facciamo una riflessione?

 

Il terzo in classifica diventò, suo malgrado, lo scrittore della “guerra fredda”…perché Giovannino Guareschi lo divenne?

L’uomo era strano, ma vero. Lo dissero fascista, poi democristiano…ma nulla è vero e palpabile.

 

Per capirlo, non posso far altro che raccontare un aneddoto che capitò nella mia infanzia. Passavo le vacanze, a volte, in Emilia nel borgo dov’era originaria la mia famiglia e, un giorno, accompagnai il mio prozio – che si definiva “fascista” – al caseificio cooperativo per comprare il parmigiano. Stetti un po’ in parte, mentre lui ed il venditore stapparono e bevvero una bottiglia di Lambrusco amabile mentre assaggiavano, insieme, la forma destinata all’acquisto.

Nel ritorno, gli chiesi se non avvertiva una contraddizione fra il suo sentirsi “fascista” e l’altro il quale, chiaramente, era un fedelissimo del PCI emiliano.

Mi diede del matto “Ma cosa c’entra mai ‘sta storia? Non capisci che prima della nascita del Caseificio Cooperativo quella gente faceva una vita ben misera, schiacciati com’erano dagli agrari e dai caseifici privati?” Non ribattei, ovviamente, nulla: avevo nove anni ed in quella frase riposa l’apparente contraddizione sociale emiliana, e non sprecherò parole per spiegarla.

 

Guareschi è stato l’unico giornalista italiano a scontare interamente una pena in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa: chi lo mandò in galera fu De Gasperi, dopo due anni di campo di concentramento per aver rifiutato le mostrine della RSI.

Scrisse con il cuore il suo “Don Camillo” senza mostrarsi molto tenero col grande Fernandel, colpevole ai suoi occhi d’omosessualità.

Il Don Camillo fu tradotto in molte lingue però, a differenza di mille altri libri, attecchì in quelle terre.

Si radicò in Cina ed in Vietnam – diventando così la perenne disfida fra un bonzo ed il locale partito del popolo – ma, sulle prime, se ne seppe poco: d’altro canto, in quegli anni, non erano molti i lettori italiani in lingua cinese o vietnamita. Dopo la morte di Guareschi, però, gli avvocati si misero al lavoro ed iniziarono la noiosa disfida internazionale sui diritti d’autore: non ce l’ho con tutti gli avvocati, però definirli “sostituti dei topi per gli esperimenti” dai ricercatori, come affermò Robin Williams in Hook, mi pare che s’adatti bene alla vicenda.

In ogni modo, il Don Camillo di Guareschi contende, secondo gli anni, la palma del primo posto con Dante nelle traduzioni per l’estero: già…il cantore del Cristianesimo figurato se la gioca con quello della Guerra Fredda consumata fra la gente…

 

I primi tre posti della classifica sono occupati stabilmente da decenni e, per quanto appare, rimarranno tali per molto tempo: c’è poi la media classifica e la zona retrocessione.

Nella zona centrale della classifica, da molto tempo – proprio come nel Calcio – i nomi sono sempre gli stessi che salgono o scendono, ma di poco.

Le case editrici, poi, hanno qualche interesse (ben comprensibile) a manomettere un poco la classifica per evidenziare il loro “nuovo” campione, ma con scarsi risultati.

 

Oriana Fallaci spicca, fra quei nomi, per la sua grandezza, la sua non-comprensibilità se cercata fino alla radice dei capelli, la sua incoerenza radicalmente coerente ma, soprattutto, per il suo esser sempre donna fra le righe e, molto spesso, sopra al pentagramma della sua vita. Poco importa se, negli ultimi anni, la disperazione per il tumore che aveva in corpo la lasciò in balia della disperazione e del dolore che poi maturò ne La rabbia e l’orgoglio, perché quello che ci ha lasciato è di gran lunga più grande del libro che ne ha sancito la cosiddetta saggezza della senescenza.

 

Era l’amica del cuore della sorella maggiore di una mia compagna d’università: non la conobbi personalmente, però qualcosa di lei mi giunse dalle sue confidenze. Erano gli anni Settanta, gli anni di Panagulis, gli anni del Vietnam: gli anni che segnarono una generazione.

E, Oriana, per quella generazione, divenne una sorta di totem da adorare senza mai scalfirlo: per tanti ragazzi dell’epoca indicò quel sogno di donna perfetta e, per quella ragione, irraggiungibile. La donna da amare appassionatamente, da guardare negli occhi per vederci transitare mille pensieri, la madre caritatevole per un momento di dolore o di disperazione.

Solo Panagulis ebbe quel privilegio, ma Panagulis – greco – come non poteva diventare il suo Ettore od Achille che combatteva una battaglia impossibile, che ebbe solo la morte come finale prevedibile? Ma, in Oriana, scoppiò allora nuovamente la donna e forse, il fatto di non aver avuto figli, la scompose riducendola al silenzio.

In ogni modo, esser vissuti in un’epoca nella quale è vissuta l’ultima epigone “sul campo” della tragedia greca è già un privilegio, da soppesare attentamente e, se si vuole, da gustare.

 

Andrea Camilleri, invece, è stato (per ora) l’ultimo preso per il culo dalla cosiddetta cultura letteraria italiana.

Per decenni sceneggiatore – bravissimo ma sconosciuto – solo in tarda età è stato riconosciuto per l’autore che era: un altro passo da meditare per Franceschini…a che serve essere bravi, se non si ha modo di mostrarlo – e non sempre – solo quando si sta per “tirare il gambino” come dicono a Genova?

Non è stato mica l’unico a mettere se stesso nei panni di un commissario, magistrato od indagatore che dir si voglia, però Camilleri ha saputo tinteggiare il suo personaggio con garbo, insufflandogli quel tanto di epica popolare per renderlo accessibile ai più, ma anche quell’amarezza che lo configura nella sua Sicilia, terra dove la mafia esiste per davvero e non si può fare finta che “uccida solo d’Estate”.

Difatti, il suo commissario non si mette mai a combatterla frontalmente: al più, tenta di correggerla quando l’ingiustizia diventa insopportabile ed il dolore scoppia come un uragano. D’altro canto, da una terra composita, generata dal connubio inverosimile (se non fosse capitato) di Romani, Arabi, Svevi, Normanni, Spagnoli e Borbonici…che ci si poteva aspettare?

Un uomo che non ha avuto remore nell’affermare d’essersi ispirato ad un mentore spagnolo, Manuel Vasquez Montalban, per tratteggiare il suo eroe che si destreggia come può fra piccoli delinquenti e grandi bastardi. Ma, bisogna farsene una ragione, sembra dirci Camilleri: e questa è, forse, la ragione che lo stabilizzerà nella media classifica per molto tempo, e ne ha tutto il merito.

 

La perfezione della forma e la conoscenza sublime della sostanza, questo potrebbe essere l’incipit per descrivere Umberto Eco. Ma, sul personaggio c’è poco da dire: un ottimo docente universitario, buon descrittore dei paesaggi e delle atmosfere che vuole portare all’attenzione del lettore…ma, se gli andrà bene, rimarrà a metà classifica come la Fiorentina od il Torino per lunghi anni. Oltre allo scrittore, manca il personaggio: come potete osservare, man mano che si scende nella classifica, il collettivo – nel Calcio – o la somma delle sensazioni ed esperienze vissute dall’autore, fa la differenza.

 

Quasi identica sorte per Giorgio Faletti, catapultato dalla televisione alla scrittura, e con merito. Lui raccontò che il suo esordio fu quasi casuale, ossia un amico che lavorava in Mondadori lesse quello che scriveva così, tanto per divertirsi. Difatti, scrisse qualche bel giallo, poi scadde (a mio avviso) nel turpe mondo del sangue e dell’immondizia del crimine, ossia quel composto di sangue, feci e pezzi di cervello che tanto sembra interessare oggi i lettori. Con lui, concludiamo la classifica dei più importanti ed entriamo nella zona retrocessione.

 

Una menzione la merita senz’altro Paolo Giordano, vincitore del Premio Strega nel 2008 con La solitudine dei numeri primi, romanzo interessante, però circondato da un’ovvietà geniale. Giordano è anzitutto un fisico, quindi uno scienziato, ed è circondato da un alone inconfondibile: quello dell’intellettuale. Peccato che, nella nostra epoca, per essere conosciuti convenga di più essere dei saltimbanchi televisivi, degli attori cinematografici (quelli, non mancano mai) o dei cosiddetti “politici” ossia degli ottimi attori/saltimbanchi che la buttano sempre in caciara.

Però l’argomento è stuzzicante – i numeri primi non sono solo 1, 3 o 7…anche 3761 lo è, ma non ci dice niente – e quindi il fisico/intellettuale non ha avuto difficoltà a descrivere la loro incapacità d’avere relazioni, se associati a certi esseri umani. Ma, mi perdoni Giordano, pur avendo scritto un libro stupendo, ha fatto – da buon fisico – la scoperta dell’acqua calda. Quando una persona, dopo aver concluso piacevolmente il suo libro, si chiede cosa c’era di così singolare in quel libro, si risponde che è ovvio che esistano persone incapaci d’avere relazioni appaganti, sincere, corrisposte, durevoli…ossia “normali”…perché la loro storia, ossia il loro rapporto con la vita del loro tempo, non può appagarli. Sono, appunto, “numeri primi”. Ed è per questo che un vero secondo libro di successo non è mai arrivato: si consideri fortunato, la Fisica è un pianeta stupendo.

 

Susanna Tamaro è stata una fulgida cometa, passata velocemente nel firmamento con Và dove ti porta il cuore, racconto se vogliamo interessante, ma di scarsi contenuti di riflessione: ha venduto un sacco di copie nell’intero pianeta e, in qualche modo, mi ricorda Carolina Invernizio. Solo che dalla Tamaro attendiamo un secondo, simile successo: la Invernizio ne scrisse più di cento.

 

La decima posizione spetta a Roberto Saviano anche se il suo libro Gomorra è un saggio e non un romanzo. Ha venduto anch’egli un sacco di copie ed è stato tradotto in molte lingue: peccato che solo in Italia non sia stata compresa e meditata la gravità dei fatti che, inequivocabilmente, Saviano riporta.

 

Le ultime posizioni, come avrete ben compreso, sono molto aleatorie e facile preda delle case editrici, che si battono sulle copertine assicurando decine o centinaia di migliaia di copie. In realtà, la vera possibilità inventiva degli italiani, oggi, è più ferma di un masso nella pianura.

 

Con la nascita del super-gruppo editoriale Mondadori/Rizzoli/Einaudi la capacità produttiva è molto aumentata, ma a questa prolificità non corrisponde la qualità letteraria. Se ne accorgono i lettori incalliti i quali, sempre più spesso, prendono un libro dalla biblioteca pubblica e lo rendono dopo averne lette sì e no venti pagine. Manca la capacità di cooptare il lettore nel mondo della creazione onirica prelevata da un contenitore letterario: questa è la vera natura della magia del libro.

Mancando quella certezza, è inutile sprecar soldi in libreria, magari conviene riprendere in mano un libro già letto molti anni fa dalla propria libreria, o scambiare con altri dei testi. Difatti, molte librerie hanno corretto il tiro, e la libreria è diventata “wine and book”, ossia un luogo d’incontro dove sorseggiare un libro, o sfogliare un buon vino in compagnia. Perché? Poiché il mondo è cambiato e, ad ogni mutamento – osserva Darwin – s’accompagna una mutazione.

 

La Einaudi, fino alla sua vendita al gruppo Mondadori, aveva una serie di lettori proprio a Torino, ai quali affidava il giudizio dei testi che avevano, almeno, superato le cinque o sei cartelle di lettura preventiva: si cercava di mantenere alto il livello di qualità.

Appena Mondadori acquistò la casa editrice, licenziò subito il settore dei lettori: a prima vista, parrebbe un tentativo di limitare le spese, ma non fu solo quello. Grazie alle sue dimensioni il gruppo meditò di diventare egli stesso il “creatore” di un nuovo gusto letterario: se avete presente come cambiò la televisione con l’ingresso di Mediaset nel mondo televisivo, se non proprio concordate con questa tesi, però il sospetto viene, eccome.

Da dove vengono, allora, i libri che si pubblicano?

 

Dalle agenzie letterarie: semplice no? Incarichiamo persone esperte di segnalarci ciò che conviene pubblicare. E’ proprio così semplice?

Le agenzie letterarie, bene o male, si resero presto conto d’esser sedute su una gallina dalle uova d’oro e cominciarono a riflettere: quando mi arriva un testo, come posso giocarmelo meglio se è un buon testo?

Beh…magari segnalandolo ad un autore già noto…meglio ancora rivenderglielo, riveduto e corretto.

 

Prendete un romanzo: cambiate la scenografia generale, la città, se possibile il Paese, poi i nomi dei personaggi. Passate quindi alla scrematura di qualche parte un po’ prolissa e non molto utile: quindi, lo darete in redazione per un severo passaggio sui sinonimi, cambiate titolo ed autore…voilà, il gioco è fatto!

In Italia si pubblicano 75.758 libri l’anno, 207 ogni giorno, 8,7 libri ogni ora, uno ogni 7 minuti: nel tempo impiegato per leggere questo articolo sono stati pubblicati circa 2 o 3 libri. Chi volete che s’accorga di un falso? E, poi, dopo averlo scoperto, vi ritrovereste di fronte al gruppo d’avvocati più agguerrito e coeso della Terra. Che speranza avreste con la giustizia (min) italiana?

 

Oltretutto, le agenzie letterarie si stanno raccogliendo, a loro volta, in super-agenzie consociate, in modo di poter dirigere i gusti dei lettori spacciando “il meglio”, ossia proprio quei 5 o 6 testi che avete abbandonato dopo 20 pagine. Col trascorrere del tempo, quel “meglio” diventerà la colonna sonora per una nuova generazione, come lo sono diventati i quiz in Tv o le soap opera su Netflix: malaffare e corruzione a palate, armi e sesso a volontà, morti sbrindellati in abbondanza e la tecnica del melange fra presente e passato per confondere/incuriosire lo spettatore…certo…non tutte hanno il successo della “Casa di carta”, però gli abbonamenti si vendono…il sistema gira…ma c’è qualcosa d’ancora ricco culturalmente da notare?

 

Tornando ai libri, l’unico fenomeno che fa “muover le stelle” è la speranza, irremovibile di una grossa parte degli scrittori italiani, che non smette mai di postare nuovi testi verso le agenzie. Le quali già abbiamo spiegato cosa fanno e, attenzione: non ho potuto dire di più, perché non voglio dovermi scontare denunce e querele.

In aggiunta, ricordiamo che il mercato della letteratura italiana è di circa 50 milioni di potenziali lettori, mentre gli altri (inglesi e spagnoli) si rivolgono a 500 milioni di persone: se a loro basta scalare uno scoglio di 5 metri, il nostro è di 50.

 

E tutto questo riposa nelle sole mani di Franceschini, il quale da molti anni ha nelle sue mani le soluzioni.

Ma le soluzioni – evidenziate dal Covid, Franceschini – non sono mai giunte: non bastano Firenze, Venezia e Roma per il turismo italiano nelle città d’arte, non basta concedere alle grandi navi da crociera di transitare dentro Venezia – anche se le case si distruggono per il moto ondoso, ed è proprio questo che vi chiedono i veneziani, vero? – perché la cultura, se non si rinnovano le fonti, deperisce fino ad annullarsi: non possiamo solo vivere di cultura antica, altrimenti finiamo come Petra o Leptis Magna dove qualcuno arriva, spende qualcosa e poi se ne va.

 

Altra cosa è creare cultura: in campo letterario, musicale, teatrale, grafico…tutti abbiamo visto il successo degli stilisti italiani – in tutti i campi, dalla moda all’auto – e cos’hanno portato in termini di valore aggiunto alla Nazione.

E, investire qualcosa nella cultura già lo avevo indicato: basta utilizzare i carcerati (a scelta loro e dei direttori dei carceri) per leggere i manoscritti, poi affidare la seconda scelta a neolaureati e, infine, pubblicare i libri vincitori del concorso in forma tascabile grazie al Poligrafico dello Stato.

Non ci vorrebbe tanto, ed anche pochi fondi per realizzarlo: s’obbligherebbero le case editrici e le agenzie editoriali a tornare ad un modo di lavorare più onesto e, ogni anno, migliaia di giovani autori verrebbero a galla.

 

Se non si vuole farlo c’è una sola ragione: il “metodo Berlusconi” ha vinto e stravinto, annichilendo anche la volontà politica. Di questo dovrete rendere conto di fronte al Paese.

6 commenti:

Unknown ha detto...

Bellissimo, composito, appassionante excursus sulla storia e sul percorso letterario della nostra cultura e della nostra meravigliosa e ricchissima lingua. L’appiattimento culturale, una degenerazione della cultura italiana ed occidentale in genere, che consiste nel produrre un surrogato di cultura utilizzando modelli produttivi dell’ economia di scala.
Succede che determinati libri (ma anche opere d’arte e manufatti di ogni tipo) verranno stampati e venduti secondo logiche di economia di scala. Che Il berlusconismo abbia vinto, me ne feci una ragione già diversi anni fa, quando nella mia Gattinara levarono la testa di bovino in gesso, o simil-marmo che era l'insegna della vecchia macelleria, ometto il nome. Tutti al supermercato! Ma io mi tengo stretta stretta la mia vecchia, anzi antica libreria, e pace.
Saluti, Gian Piero

Carlo Bertani ha detto...

Gian Piero, eravamo quasi vicini di casa: io sono nato a Biella e, fino ai 19 anni, lì ho vissuto!
Triste a dirsi, ma è proprio così: la globalizzazione, spacciata per abolizione delle frontiere, si è rivelata come l'appiattimento becero su valori-spazzatura che devono solo rendere soldi. Dove siamo finiti!
Io continuo a scrivere libri perché non riesco a farne a meno, ma col cavolo che glieli regalo!
Ciao
Carlo

Unknown ha detto...

Buongiorno Carlo! Eh, siamo stati davvero quasi vicini di casa! Scrivere è un dono, farlo mettendoci sforzo, passione e contenuti si trasforma in una forma di condivisione senza prezzo. So per certo che non concederai mai nulla a quei contorsionisti della pancia piena. E chi apprezza tutto ciò, troverà sempre il modo di leggerti!

Sed Vaste ha detto...

Lei Bertani ha la sindrome di Marzullo si fa le domande e si da'le risposte da solo senza contare il parere degli altri,
se mi lascia un attimo, nel mentre che aspetto i suoi amici Puffi,
le dico che tutte le sue supposizioni vanno a cocciare inesorabilmente contro il monopolio granitico inespugnabile mastodontico dei soliti miei amici con lo zuccotto,
xche se il presidente degli editori italiani si chiama Franco Levi ... capisce che trattasi di strada senza uscita se il presidente Rai si chiama Marcello Foa... pure se il proprietario di centinaia di quotidiani si chiama Elkann... Se si Chiama De Benedetti se se se se ecc ecc siamo in un regime di Monopolio assoluto e tutti tacciono e 'per questo silenzio colpevole che state affondando miseramente ,
le colpe si pagano e chi sa' ha il dovere morale di avvertire gli altri e io lo faccio

Carlo Bertani ha detto...

Oddio, ci mancavi proprio sed vaste...

Sed Vaste ha detto...

Bravo bertani dalle mie parti si dice "to la so dulsa" mi prenda per un gianburrasca non mi prenda sul serio mi piace fare il provocatore fare un po il polemico e poi andarmene via a draghi di komodo,
Cosa vuole che m'interessi della nonnina cotonata senatrice anzi le voglio bene e 'la mia copertina di Linus ogni tanto ci do 2 colpi come uno straccio e me la porto con me ovunque mi dispiace solo che non ci sia contraddittorio mi piacerebbe vedere ad esempio un Fiano VS Carlo mattogno oppure una fiamna nirenstein VS david Duke farebbero il pieno al botteghino prenderei il primo volo per vedere l'incontro scontro , ma non avverrà mai xche'vogliono nascondere la verità 'i vincitori della guerra vogliono occultare la verita' tipico atteggiamento di chi sa di aver mentito, bertani se vuole venire a trovarmi sono da freeanimals così può rimpinguare il suo faldone sulla giudaglia ah ah ah