10 aprile 2021

Fra il dire ed il fare

 

Ciò che osservate nella fotografia sorge a circa 5 km da casa mia: non molto ben nascosti, ci sono da 2 a 4 milioni di tonnellate di rifiuti altamente tossici, generati nei decenni durante i quali l'ACNA era in funzione, ed un fiume che spesso deborda la circonda.

Ho avuto un'idea - coerente con i dettami della "nuova ecologia" - ossia generare energia e mettere in sicurezza il territorio, cercando di spendere il meno possibile e, grazie all'energia, mettere anche qualche soldo da parte. L'ho inviata ai diretti interessati: ditemi cosa ne pensate. Grazie

Al Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani

SEDE

Al Sindaco di Cengio, Francesco Dotta

SEDE

Al Sindaco di Saliceto, Luciano Grignolo

SEDE

 

Buongiorno: mi chiamo Carlo Bertani e sono uno scrittore ambientalista, potrete trovare sul Web le mie referenze, i miei articoli ed i libri che ho pubblicato.

Vi scrivo per un’idea che potrebbe prender forma anche grazie alla copiosa parte di finanziamenti per l’energia e l’ambiente che giungeranno con il Next Generation UE nei prossimi anni e che riguarda il fiume Bormida, la produzione idroelettrica ed il risanamento ambientale del ex sito ACNA.

La Bormida di Millesimo esaurisce il suo tratto torrentizio proprio a Millesimo ed inizia il suo tratto fluviale: c’è un solo tratto di quello fluviale che presenta interesse all’uso idroelettrico, ossia il “salto” fra Cengio e Saliceto.

La Bormida ha una portata parecchio mutevole: raggiunge apici di circa 80 m3 nei mesi primaverili ed autunnali, mentre scende ad un rigagnolo nel mese di Agosto.

Ho eseguito qualche calcolo (da controllare) che, con una caduta di circa 20 metri, permetterebbe di ricavare qualche centinaio (ho stimato circa 300) Chilowattora in generazione costante, che rappresentano un valore economico annuo valutabile intorno ai 200.000 euro.

La presa d’acqua dovrebbe situarsi presso la “diga” (in realtà un modesto scivolo) situato poche centinaia di metri a monte del sito ACNA nel comune di Cengio: da lì, una condotta tubolare in materiale plastico (ma robusto) del diametro di due metri potrebbe lasciare il corso naturale del fiume ed essere posizionata sulla riva destra del fiume, passando all’interno dell’ex stabilimento ACNA appena sotto la strada statale che porta a Saliceto. Passato lo stabilimento, inizierebbe la corsa in caduta per esaurirsi nella turbina, da posizionarsi al raggiungimento della zona piana nel comune di Saliceto, in un luogo disabitato che corrisponde al termine del tratto in discesa della statale.

Il dimensionamento dell’impianto dovrebbe essere attentamente valutato già in sede di progetto, giacché la grande varianza di portata del fiume potrebbe essere sfruttata in modo più elastico, magari con più di una turbina in uscita: in questo modo, l’energia elettrica sarebbe maggiore e maggiori gli introiti, ma non voglio andare troppo oltre poiché so che in sede di progettazione ci sono persone ben più capaci di chi scrive per attuare questi progetti.

Questa è la sezione energetica, e la salvaguardia ambientale?

Nell’ex stabilimento ACNA sono stivati circa 2 milioni di metri cubi di sostanze tossiche (c’è chi sostiene il doppio, ma non è questo il problema), le quali – anche recentemente – hanno  suscitato proteste da parte delle associazioni ambientali, con l’intervento della UE, la minaccia di multare l’Italia, l’ENI, ecc. Le rilevazioni di Syndial (l’azienda che opera i campionamenti) ha accertato che, ancora oggi, nella zona di “confine” fra l’ex stabilimento ACNA ed il fiume Bormida la quantità di cloro-benzene (sostanza tossica e, purtroppo, ancora reattiva) è pari a 400 volte la quantità massima consentita dalla legge. Non vado oltre.

Gutta cavat lapidem, narravano i Latini ed è impossibile che il transito di così tanta acqua intorno all’ex stabilimento non porti – oggi o in futuro – allo scioglimento e/o, comunque, al dilavamento di quella “bomba” ambientale, giacché il corso del fiume lambisce proprio i depositi di rifiuti tossici.

Una volta completata la sezione idroelettrica, vi sarebbero almeno due mesi estivi di tempo nel quale il vecchio corso della Bormida rimarrebbe asciutto. A questo punto, sarebbe possibile pianeggiare ed asfaltare il tratto del fiume che corre all’interno dell’ex stabilimento fino a by-passarlo completamente.

Dando al fiume una sezione curva (una sorta di canale) con sponde piuttosto alte, si eviterebbe che l’acqua del fiume venisse a contatto con la parte inquinata o con acque reflue che rimarrebbero così contenute nel sito, senza più lasciarlo: a questo punto, anche il recupero e la depurazione di questi “cuscinetti” esterni alla massa inquinata sarebbe più semplice e meno costoso. Una buona copertura dei siti interessati – con materiali plastico e/o pannelli, ecc – eviterebbe il contatto fra l’acqua piovana ed il materiale inquinante.

Non dimentichiamo che oggi, negli usi stradali, si tende ad usare asfalto con qualità di assorbimento per evitare le strade allagate ma l’asfalto, come materiale in sé, è un tipo di sostanza fra le più impermeabili che esistano. E, se l’asfaltatura venisse eseguita con alti spessori ed un lavoro attento e ben controllato, si otterrebbe il passaggio dell’acqua “di piena” – in surplus rispetto alla condotta idroelettrica – senza più entrare in contatto con le sostanze inquinanti.

Per quanto riguarda la progettazione e la realizzazione dell’impianto idroelettrico i fondi sarebbero da attingere, come già detto, dal fondo Next Generation UE mentre per gli aspetti tecnici sarebbe meglio rivolgersi ad aziende con esperienza nella creazione e gestione del mini-idroelettrico, come ABT Group, Meccanica Savio, Energred Idro, ecc.

Per quanto riguarda la messa in sicurezza del tratto del fiume Bormida che circonda l’ex stabilimento ACNA non mi pare che servano chissà quali competenze: qualsiasi azienda di asfaltatura sarebbe in grado di realizzarlo e, i costi, potrebbero essere accollati ad ENI, che ha sempre la spada di Damocle sul collo delle multe UE: in fin dei conti, asfaltare – anche con la massima cura ed attenzione – un tratto di uno o due chilometri di fiume non mi sembra un costo astronomico. Soprattutto se, con questo intervento, il fiume smettesse di essere il trasportatore di pericolosi percolati in aree abitate.

In questo modo, poi, con dieci mesi circa di contatto, nemmeno la fauna acquatica ne soffrirebbe, giacché – ad opera completata – si potrebbe lasciare un minimo rigagnolo d’acqua anche nei mesi estivi.   

Non pretendo, ovviamente, di aver steso un “progetto”, poiché qui devono entrare in gioco i tecnici: saranno loro a dover stabilire se la condotta idroelettrica dovrà essere, singola, duplice o triplice…o ancora stabilire i sistemi di ancoraggio della condotta al suolo, l’altezza per prevenire danni da alluvioni, il posizionamento della turbina in un luogo sicuro, ecc. Come, del resto, anche il tratto di by-pass che circonda lo stabilimento ACNA dovrà avere sponde più o meno alte e la natura della struttura, visto che la parte esterna dello strato d’asfalto sarà comunque a contatto con gli inquinanti, ecc. Insomma, serve un minuzioso lavoro di progettazione ma, il risultato, sarebbe grandioso: un problema che si trascina da decenni e che mostra chiaramente di non essere stato risolto, finalmente lo sarebbe. L’ex ACNA, in parole povere, diventerebbe un sito isolato dal territorio, un “monumento” all’ignavia umana che smetterebbe di gettare i suoi malefici effetti sull’intera valle e ben oltre.

Da ultimo, vi confesso che non mi faccio illusioni: l’ENI è una potenza, in cui parte del capitale azionario è nelle mani del Ministero del Tesoro il quale, non a caso, gode dei vantaggi decisionali: la cosiddetta Golden Share. E, anche qui, non vado oltre, ma ci sarebbe tanto da dire.

Per questo non lo farete mai: troverete mille scuse per non attuarlo…era un’idea già pensata e non attuabile…il progetto potrebbe non soddisfare i requisiti richiesti…le cose “si metteranno a posto da sole, con il tempo”…i lavori di ripulitura del sito sono già a buon punto (?)…ed avrete senz’altro altre mille ragioni da aggiungere.

Anche perché questa valle si sta, rapidamente, spopolando: la popolazione scende di circa 1/3 ogni dieci anni e fra venti o trent’anni non ci sarà più nessuno. Rimarrà un colosso, in parte demolito ed in parte ancora lì, ad impaurire come monito chi volesse far tornare queste terre al “prima”, ossia quando erano campagne fertili e succosi vigneti. Ciò che manca non è il denaro o le idee: mancano le persone in grado di realizzarle.

Grazie

 

Carlo Bertani

In giallo il percorso della condotta idroelettrica, in blu quello dell'asfaltatura del fiume.

Il disegno è, ovviamente, uno schizzo di massima.




31 marzo 2021

A ciascuno il suo personaggio, in cerca d’autore

 

Quando, analizzando una situazione storica, si pongono dei dubbi è sempre salutare: non significa creare una “nuova verità” storica, né fare dell’inutile revisionismo, bensì sgombrare la piazza dal ciarpame e dalle cartacce.

Lo storico Emilio Gentile (che si definisce un liberale) ha compiuto un ottimo lavoro nei suoi libri: s’è guardato bene dal creare dei diktat incontrovertibili, mentre ha dato un po’ di fiato ai molti dubbi che ancora sussistono sulle vicende della 2° Guerra Mondiale italiana. Che, paradossalmente, almeno per il copione, giungono fino ad oggi.

 

Un semplice esempio, che sempre mi ha traversato la mente è: se Mussolini aveva ben compreso che la guerra era perduta, perché accettò d’indossare i panni di un Quisling per fare un favore ai tedeschi? Mussolini era un po’ gradasso ed un poco sopra le righe ma non era stupido, se non altro era dotato del buon senso succhiato, col latte materno, dalla terra che lo aveva generato. Una terra fatta di contadini, che crescevano impastati con la malta della concretezza.

Per questa ragione accettò d’assecondare la Germania nel 1940: una scommessa, la previsione di un “raccolto” che la grandine (più facile da prevedere anzitempo per un intellettuale od un militare) devastò, e con essa l’Italia intera.

 

Basti riflettere che, in tre anni di guerra, l’Italia non riuscì a mettere in campo un carro armato almeno accettabile per gli standard dell’epoca: i nostri corazzati li sbucazzavano le mitragliatrici. Una discreta Marina, ma priva di un’aviazione propria (che fece la differenza) per questioni interne agli equilibri di regime, mentre i nostri sommergibili erano sì tanti, ma con delle dotazioni tecniche che fecero sbottare ad un ufficiale tedesco della base atlantica di Bordeaux (dove operarono i nostri sommergibili atlantici) “che la differenza fra un sommergibile tedesco, rispetto ad uno italiano, è la stessa che esiste fra un sommergibile italiano e le navi di Colombo.”

L’Aviazione, in termini quantitativi, sembrava potente ma, qualitativamente, faceva pena: soltanto nella Primavera del 1943 entrarono in servizio caccia paragonabili agli Spitfire, solo che – mentre da noi entravano in servizio a decine – fra gli Alleati li contavano a centinaia.

Non voglio tediarvi oltre, però questa premessa bisognava farla per giungere alla vera questione alla quale si deve rispondere: cosa si aspettava Mussolini dalla seduta del Gran Consiglio del 25 Luglio 1943? L’ultima riunione, prima di quella seduta, era stata il 7 Dicembre 1939. Una vita prima. Perché, allora, convocarlo di nuovo?

 

Mussolini, quando prese posto quella sera, si portava appresso alcuni avvenimenti che non poteva sottovalutare né dimenticare: il 9 Luglio del 1943 gli Alleati erano sbarcati in Sicilia, praticamente indisturbati e il 22 dello stesso mese entravano a Palermo: due settimane per conquistare l’isola! Già gruppi di commando agivano in Calabria, per preparare lo sbarco nella penisola.

Un Mussolini abulico e depresso si presentò a Feltre il 19 Luglio per un incontro (inconcludente) con Hitler: nello stesso giorno, gli Alleati bombardarono per la prima volta Roma, inviando un avvertimento terrificante e facendo circa 3.000 morti ed 11.000 feriti.

Quale poteva essere lo stato d’animo di Mussolini?

 

Tornato a Roma convocò subito il Gran Consiglio. La mia ipotesi fu che il Duce del Fascismo sperasse d’essere esautorato: a ben pensarci, altre scelte non le aveva.

 

Passò l’Ordine del Giorno Grandi e Mussolini fu spodestato: insieme a lui sparì il Fascismo italiano e il giorno dopo, Domenica, non c’era più una camicia nera per le vie di Roma e quasi deserti erano i gangli più importanti del potere fascista.

Era rientrato a villa Torlonia alle 4 del mattino e, alla moglie Rachele ansiosa che gli domandava “li farai arrestare tutti, no?” rispose “sì, lo farò domani…” Ma non lo fece, e secondo me lo sapeva benissimo: mentì e basta. Ma non finisce qui.

 

Poteva scatenare la Milizia fascista, arrestare i congiurati, anticipare la guerra civile……invece no, chiese semplicemente udienza al Re – che lo odiava di brutto – in una Domenica assolata ed afosa del Luglio romano, scompaginando tutte le previsioni e le tattiche di Vittorio, che fu costretto ad anticipare quello che da tempo pensava di fare.

Così, dopo un colloquio afono, se ne andò tranquillamente, accompagnato da un ufficiale dei Carabinieri in una ambulanza: per essere certi della riuscita, i Carabinieri lo fecero accompagnare sull’ambulanza da tre sottufficiali corpulenti, ma non ce ne fu bisogno. Mussolini appariva tranquillo: la tranquillità di una persona depressa.

 

Dopo vari giri in diverse caserme di Roma, giunse alla Scuola Allievi Carabinieri di Roma, sita in via Legnano: il colonnello Tabellini lo ricevette al circolo ufficiali ma poi, visto il giorno festivo, mica poteva lasciarlo in un circolo quasi deserto in compagnia di un paio di giovani sottotenenti attoniti! Invitò, quello che fino a poche ore prima era il suo comandante supremo, a salire nella sua abitazione.

Non sappiamo se ci fu una tranquilla cena in famiglia, ma il colonnello Tabellini, che ebbe ospite il Duce nella sua abitazione all’interno della caserma di Via Legnano, riferì: “Tenne un contegno che francamente mi meravigliò fino a sconcertarmi…in sostanza ebbi l’impressione che il nuovo stato di cose lo avesse liberato da una situazione insostenibile. Più che rassegnato mi sembrò sollevato.

Ed è difficile non comprendere il senso, profondo e rilevatore, di quelle affermazioni, fatte da un ufficiale che non lo conosceva personalmente e che lo aveva immaginato per anni ed anni, probabilmente, del tutto diverso.

 

Poi, Mussolini fu inviato “in crociera” nel Tirreno in varie isole e, infine, mandato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, credendo che gli fosse impossibile scappare. Ma, anche qui, ci furono sorprese.

Mussolini non aveva tanta voglia di finire come Gauleiter dell’Italia Settentrionale sotto il tacco dei tedeschi, però comprese che aveva delle responsabilità alle quali non poteva sottrarsi: era stato lui ad insistere per la guerra – tutti i generali erano contrari, poiché l’Esercito Italiano del 1940 non era impreparato, era semplicemente inesistente: poche divisioni, incomplete, molte senza armamento – e, in quei giorni, dovette sentirsi soverchiato dai suoi errori, abbattuto, depresso (e, in questo senso, molti storici concordano).

 

Lo storico Emilio Gentile ebbe un colloquio con Vittorio Mussolini, figlio di Benito ed ufficiale a Salò, il quale gli confessò che il padre comprese che, andarsene al Nord in uno Stato fantoccio, non sarebbe stata una repubblica “fascista e sociale” come lui intendeva. Sperava, però, che in quella situazione un governo italiano sarebbe potuto essere almeno una forza di mediazione fra lui e l’occupante tedesco.

Se il gioco gli riuscì è difficile dirlo: tanti partigiani morirono fucilati, ed anche molti giovani della Repubblica Sociale ci rimisero la pelle. Ci sono alcune indicazioni (provate) che Mussolini cercò in tanti modi d’evitare il campo di concentramento per gli ebrei (verso il ’45 giunse a dire “dite loro che non abbiamo i camion per portarglieli”) però è molto difficile dare giudizi obiettivi in una situazione così intricata: la “risiera” di San Sabba, a Trieste, funzionò proprio all’epoca della Repubblica di Salò, e fu l’unico vero campo di sterminio in terra italiana.

 

Anche la disposizione dei Ministeri della Repubblica Sociale fu decisa dai tedeschi: Mussolini abitava a Gragnano, nella villa Feltrinelli, e doveva “ospitare” un tenente tedesco che gli teneva gli occhi addosso. I vari ministeri, poi, furono sparpagliati sul territorio: Salò, ma anche Mantova, Cremona, Verona, Padova e Venezia. Ai tedeschi bastava intercettare le conversazioni telefoniche per capire cosa succedeva nella cosiddetta “Repubblica”.

 

Ne volete un’altra?

La mattina del 9 Settembre 1943, i destini del Re e di Mussolini, probabilmente, s’incrociarono una seconda volta, quando il convoglio della famiglia reale e dei generali in fuga verso Pescara dovette passare quasi “a tiro di sguardo” da Campo Imperatore, dov’era prigioniero Mussolini. Una trentina di chilometri, nulla più.

Il convoglio reale – se la cosa vi stupisce lo comprendo – passò indisturbato, scortato da due autoblindo, in ben tre posti di blocco tedeschi, nei quali nessuno ebbe nulla da ridire. Il 10 Settembre, imbarcati sulla corvetta Baionetta giunta da Zara, i reali salparono da Ortona ed un ricognitore tedesco li sorvolò per un tratto di mare, fotografò tranquillamente la nave della famiglia reale e se ne andò, senza disturbare e senza essere disturbato. La nave giunse a Brindisi sana e salva mentre, di fronte all’Asinara, il giorno prima i tedeschi avevano affondato la nave da battaglia Roma, che andava ad arrendersi a Malta: l’affondamento fu cronologicamente preciso, quasi al minuto, con la fuga del Re dal Quirinale.

I tedeschi non avevano dunque più aerei in Adriatico?

 

Non sembra proprio, dato che il 2 Dicembre del 1943 ben 105 bombardieri tedeschi – decollati dal Nord Italia e dalla Grecia – bombardarono Bari (occupata dagli inglesi) in modo preciso e devastante.

E Mussolini?

 

Appena il Re fu a Brindisi, l’11 Settembre, scattò una nuova operazione: la liberazione di Mussolini. Tutti sappiamo che fu un’azione dei commando-paracadutisti tedeschi che giunsero, il 12 Settembre, con degli alianti ed un ricognitore per portarsi via il prigioniero.

Ah, scusate, dimenticavo…Campo Imperatore era stato fortificato e dotato di mitragliatrici pesanti contraeree le quali, però, molto stranamente il giorno prima furono rimosse per ordine di un Ispettore di Polizia, che nelle “foto ricordo” si nota mentre chiacchiera amichevolmente con l’ex Duce. Anche i cani da guardia furono messi alla catena e fu dato l’ordine di non sparare contro nessuno: morirono solo due italiani, che erano dislocati distante e non avevano ricevuto gli ordini.

Mussolini cenò tranquillamente e partì verso Pratica di Mare sul piccolo ricognitore, dove lo attendeva un altro aereo per condurlo a Vienna.

Non è possibile dimostrare che vi fu uno scambio ma, se le prove latitano, i dubbi sono forti e restano.

 

Dopo quei giorni zeppi di stranezze e di colpi di scena, tutto s’acquietò. Gli Alleati – padroni dell’Aria e del Mare – non decisero di chiudere la faccenda sbarcando, magari, in Romagna ed imbottigliando così le divisioni tedesche nell’Italia peninsulare. No, preferirono una lunga guerra durata quasi due anni, con tanti morti da una parte e dall’altra ed una popolazione sfibrata, affamata, delusa, stanca di vivere quell’inferno. Ma un’Italia stremata faceva parte del copione, ed i copioni vanno sempre rispettati.

La ragione politica è semplice: Stalin desiderava che si aprisse il fronte francese, mica che gli Alleati salissero dall’Italia verso Vienna per incontrarlo in Ungheria! Quella è roba mia e non si tocca! E ci fu lo sbarco in Normandia.

 

La fine fu improvvisa: non ho mai creduto che Mussolini avesse “bevuto” l’ennesima balla dei suoi apparati: quella della “ridotta” della Valtellina. Dopo che gli avevano raccontato di centinaia d’aerei pronti a difendere la Patria, e storie di navi inaffondabili, credo che avesse compreso con chi aveva a che fare. Difatti, Graziani si “sfilò” elegantemente dal corteo e sparì in un monastero di Milano: quattro giorni dopo si consegnò al comando americano. Era uno sterminatore d’etiopi, ma non era un ingenuo.

Mussolini, invece, non poteva “sfilarsi” e dunque sfidò la sorte: Svizzera o morte. Ancora una volta l’antico romagnolo ebbe il sopravvento e, di fronte al lancio dei dadi, non si tirò indietro: questa volta, a tradirlo, fu un oscuro capitano tedesco e non la potenza Alleata, il quale barattò il via libera in Svizzera con la vita di un italiano. E chissenefrega se crepa un italiano: ne abbiamo ammazzati tanti…

Successivamente, le dietrologie e le false o vere “piste” non mancarono.

 

Negli anni seguenti, la Storia ufficiale iniziò le sue indagini affidandosi alle prove ed ai documenti ufficiali, senza i quali nulla può essere validato! Peccato che i documenti ufficiali fossero spariti!

La Storia popolare si mise in moto e, come un caleidoscopio, creò un pantheon di figure, ciascuna corrispondente ai desideri delle principali tipologie d’italiani dell’epoca: la stampa diede una grossa mano.

Nacquero così, come generate da un palcoscenico, le figure del Re Salvatore, Soldato, Fellone, Stupidotto, Nanetto…e quelle del Duce Eroe che voleva Salvare la Patria, Grande Statista, Gran Bastardo, uccisore di Soldati inermi e mal vestiti, Fucilatore di Partigiani…e così via. A seguire, le figure di eredi al trono, regine, gerarchi…non mancarono di generare nuove vicende e sbalorditive “rivelazioni”.

Più avanti i Reali inglesi, che tutto manovrano, furono ben tratteggiati: persino un’ingenua principessa che muore in un sottopassaggio parigino con, a bordo dell’auto, un uomo dei servizi segreti inglesi che miracolosamente si salva..eccetera, eccetera…

Un clamore afono, che ci fa sentire sgomenti.

 

Perché ho raccontato queste vicende?

Poiché nascono da un tempo lontano, del quale rischiamo di perdere la memoria e di farci prendere per il naso. E poi: guardatevi attorno…che ve ne sembra di figure come Draghi o Mattarella, Grillo o Renzi, Letta o Salvini…forse non calcano anch’essi un palcoscenico e poi passano a nuovi copioni, proprio come gli attori di teatro? Il Fascismo, radicato da vent’anni, in una sola notte scompare dal panorama italiano: la Democrazia Cristiana regna per decenni senza un alito di tempesta, poi nasce la bufera di Tangentopoli, compare un ex poliziotto molisano che non sa nemmeno l’Italiano e fa il magistrato (?) e tutto svanisce nel volgere di poche settimane?

 

Vince le elezioni, a man bassa, un nuovo partito che – miracolosamente – esprime un premier come mai se me sono visti in Italia ma deve sparire, in fretta, senza inutili clamori. Il sipario s’abbassa: una nuova scena, alla riapertura, è già pronta. Vengono prontamente richiamati personaggi stantii, che aspettavano solo d’andare in pensione, giungono dall’estero ex segretari di partito divenuti docenti universitari, calcano il proscenio manager sconosciuti: ma un ex banchiere di Goldman & Sachs garantisce per tutti.

Baristi e ristoratori, che erano diventati la nuova leva rivoluzionaria, si zittiscono immediatamente e scompaiono dalla scena, si cambiano nel camerino ed escono dal teatro.

 

Solo un uomo comprese tutto con decenni d’anticipo: Leonardo Sciascia. A ciascuno il suo.

22 marzo 2021

Cervelli all’ammasso

 

Un pifferaio incanta un altro pifferaio

La tragicomicità della politica italiana si basa soltanto sugli scherni, i dejà vu, le battutacce nei confronti degli avversari: programmi, decisioni, proposte…cosa sono?

Così, oggi, dobbiamo celebrare un rito propiziatorio per la grande pensata del guru a 5 Stelle: la creazione (dal nulla, che finirà nel nulla) di un cosiddetto Ministero della Transizione Ecologica aggiudicato a Roberto Cingolani. Se scegliessi la vulgata imperante, direi soltanto che era un fervente frequentatore della Leopolda, ma entrerei in contraddizione con quanto sopra esposto: meglio, allora, passare ai progetti.

Devo riconoscere che il piatto è un poco poverello: l’Idrogeno “Verde” e la fusione nucleare.

 

Della seconda si fa presto a dire: sono almeno vent’anni che la Francia si è assunta l’onere del progetto, e risultati non se ne vedono. Non perché i francesi non siano capaci di creare un generatore d’energia basato sulla fusione nucleare: semplicemente perché, ri-creare le condizioni di pressione e temperatura che ci sono sul Sole, non è mica uno scherzo. L’abbiamo già fatto, creando le bombe all’Idrogeno, ma è del tutto evidente che creare un’arma distruttrice che vive solo per qualche nanosecondo è molto diverso che riuscire a “maneggiare” e confinare in un impianto sicuro quel po’ po’ d’energia per trasformarlo in elettricità.

Cingolani s’illude e ci illude, poiché non siamo per niente vicini all’obiettivo: vent’anni fa si raccontava che la centrale sarebbe stata pronta per il 2020, oggi si è spostata la data al 2035, e la centrale continua a non esserci e, se non c’è, nessuno può dire oggi se funzionerà effettivamente oppure se si sarà trattato di un costosissimo esperimento fisico.

In pratica, si tratta di una vecchia idea sovietica: contenere in un anello toroidale (una figura geometrica simile ad un pneumatico d’automobile) detto Tokamak grande alcuni (?) chilometri (oggi forse meno?) le condizioni di temperatura e pressione del Sole, che rendono possibile la fusione di due atomi d’Idrogeno in un atomo di Elio, più un mare d’energia termica. Ossia circa 5700 gradi Kelvin, che sulla Terra non sono mai stati raggiunti, salvo in quei nanosecondi delle esplosioni delle bombe all’Idrogeno.

Come si fa a contenerli? Qual è il “recipiente”? Scartati, ovviamente, metalli e minerali di qualsiasi tipo rimane solamente un enorme anello magnetico di forma toroidale di potenza inaudita: auguri.

Per carità: la fusione nucleare non è pericolosa, non genera radiazioni o l’emissione d’isotopi radioattivi come la fissione. Se non funzionerà, i danni saranno soltanto relativi all’impianto e si spegnerà da sola: tutto qui.

 

Ma, un Governo che s’attacca alla fusione nucleare per la rivoluzione ecologica, mi sembra più un impiegato che s’attacca al tram per arrivare in ufficio in orario.

 

E l’Idrogeno Verde?

Da quando studiavo Chimica, ho sempre saputo che l’Idrogeno è un gas incolore ed inodore e parecchie volte l’ho generato in laboratorio senza mai osservare bagliori verdastri né strani odori.

Il Ministro, allora, dovrebbe spiegare che la produzione dell’Idrogeno (che non esiste, libero in natura sulla Terra) sarebbe “verde” perché prodotto con mezzi ecologici, ossia senza generare inquinanti. Detto così, parrebbe pure logico.

Quando scrissi “Energia, natura e civiltà: un futuro possibile?” per Giunti (nel 2003) m’accorsi che la quantità d’energia necessaria per sostituire le energie fossili sottaceva una marea di problemi. In sintesi, si doveva far posto a tutta una serie di nuove macchine in grado di captare, trasformare e connettere quantità d’energia spaventose. Ma eravamo nel 2003 e, all’epoca, pensavo che nel volgere di vent’anni avremmo potuto vincere la sfida: cosa che, oggi, appare chiaramente persa, anche se si sono fatti dei passi in avanti.

 

La richiesta d’energia di un Paese come l’Italia nel 2017 era di 169,7 MTEP (Milioni di Tonnellate di Petrolio Equivalente, Fonte: QualEnergia.it): tanto per avere un confronto “visivo” necessitiamo, ogni anno, di circa 850 superpetroliere da 200.000 tonnellate di stazza lorda l’una. Che possono essere carbone o gas naturale, ma vengono considerate come petrolio tenendo conto delle diverse rese d’energia di questa sostanze.

Per comodità, conviene trasformare tutto in Terawattora (TW/h) per non dover sempre distinguere fra il settore elettrico ed i trasporti.

Ebbene, la quantità totale d’energia richiesta è di 1.974 TW/h, ed il settore elettrico ne assorbe circa 316.

Siccome le energie rinnovabili riescono a coprire circa un terzo della richiesta elettrica, ossia 105 TW/h, sul totale generale dell’energia richiesta (1974 TW/h) riusciamo soltanto a coprire il 5,3% della domanda. Sconfortante.

Perché?

Poiché, nel 2020, eravamo terribilmente indietro su due fronti: affrontare il problema dei trasporti e del riscaldamento domestico, che sono le due voci più energivore del sistema, tralasciando il sistema petrolchimico, ossia chi non lavora sul petrolio per autotrazione.

E, questo – si noti bene – è lo sconfortante risultato ottenuto dopo 20 anni di sforzi e di ricerche nel settore energetico. Domanda: come faremo a “risalire” quel 95% circa che manca nei prossimi 30 anni, visto che nel 2050 le nazioni della Terra hanno firmato un protocollo che le obbliga a farlo?

Ecco, allora, che i Governi s’attaccano al tram della fusione, oppure sognano di ricavare dalle energie rinnovabili quantità d’energia rinnovabile pari a 20 volte la produzione attuale.

Voglio proporvi un breve esempio, tanto per comprendere il problema.

 

Immaginiamo di voler coprire l’autostrada Roma-Napoli per utilizzare la soletta ed impiantarci un impianto solare.

Sfruttando una lunghezza di 100 km ed una larghezza di 30 metri, potremmo installare una superficie di pannelli pari a 2,4 milioni di metri quadri. Ci sarebbero tanti vantaggi e nessun svantaggio: autostrada all’ombra e quando piove rimane asciutta. Quanta energia ricaveremmo? 8 GW/ora ogni anno, ossia una quantità infinitesima del fabbisogno totale.

 

Tutte le realizzazioni più ardite – dal piano eolico decennale inglese di 41 miliardi di sterline a quello tedesco di 31 miliardi di euro – servono soprattutto per coprire le utenze civili (ossia il sistema elettrico) mentre il sistema industriale ed i trasporti restano sempre fuori da questi calcoli. E, riflettiamo, sono proprio quelli che richiedono la maggior parte d’energie fossili! Quanto consuma un aereo? Un treno? Un autosnodato? Una nave? Riscaldare Milano?

 

Anche l’idea di usare l’Idrogeno “verde” per l’autotrazione mi sembra un’idea balzana, non che non possa funzionare – la analizzai vent’anni fa nel mio libro, soltanto che solamente in Germania ci fu, all’epoca, qualche misero tentativo – e poi mi sembra che la tecnologia del “tutto elettrico” con le batterie abbia preso piede: soprattutto da quando sembra che sia possibile rigenerare le batterie esauste con bagni chimici, eliminando il grande problema dello stoccaggio delle batterie esauste. Ci arriveranno senz’altro prima dell’impianto francese della fusione: questo è un punto fermo, perché l’auto elettrica ricarica il 30% dei consumi in frenata e, ferma ad un semaforo, non consuma nulla.

 

Insomma, mi pare che questo strano ministero sia stato solo un contentino per fare entrare anche i 5Stelle nel governo Draghi e mi pare anche che, le esternazioni del ministro, non abbiano suscitato commenti entusiasti: sono parole desuete, metodi in voga già da più di vent’anni e che non hanno mostrato nulla.

Infine, un vero ministero dell’Energia in Italia già l’abbiamo: si chiama ENI, fa affari con tutti, trivella qui e là da tutti, comanda in Parlamento quando e come vuole e la Magistratura li assolve se hanno combinato qualche fregnaccia. Dunque, i vari sottosegretari con delega all’energia, sono solo lì per figura.

 

Volendo cercare, ci sono nuovi mezzi per generare energia, soltanto che non vengono nemmeno considerati: c’è un progetto per perforare il vulcano Marsili e trarne energia. Peccato che la cima del Marsili stia a -450 metri sotto al Tirreno, mentre studi o progetti (sul modello islandese) per l’Etna – che è comoda da raggiungere – non siano nemmeno considerati.

 

Negli anni ’90 del Novecento, un ricercatore dell’ENEA stimò in circa 850 MW le energie idroelettriche vicine a luoghi abitati che furono abbandonate con la nazionalizzazione dell’ENI del 1961: erano modeste cadute d’acqua ma, sommate, rappresentano l’equivalente di due grandi reattori nucleari. Altri, catalogando cadute d’acqua più lontane dai centri abitati, giunsero a circa 14.000 MW non utilizzati.

 

Le correnti sottomarine, in alcuni tratti di mare, giungono a 2-3 nodi e sono costanti: affondando dei generatori con eliche di tipo navale, potrebbero fornire ciascuno circa 20 MW, col vantaggio di poter riemergere per le manutenzioni periodiche grazie alle casse allagabili, come fanno i sottomarini.

 

Insomma, più che la “competenza” di un docente universitario – che diverrà, immediatamente, bersaglio di tutte le lobby dei fossili – sarebbe meglio ascoltare le mille voci che propongono progetti innovativi.

Non dimentichiamo che fummo noi italiani a scoprire il petrolio in Libia: un geologo friulano, Ardito Desio, inviò a Mussolini una bottiglia di petrolio raccolta in una pozza nel 1938, ma Mussolini non capì e la mise in chissà quale soffitta. Sappiamo come finì.

13 febbraio 2021

Il governo“green” al lavoro

 

 

Come dimostra il meraviglioso processo della fotosintesi, l’agricoltura è chimica e la chimica verde è la prossima rivoluzione che si svilupperà in modo esponenziale”

Ve lo dico dopo chi è

 

Sembra quasi una boutade, oppure una ciofeca buttata lì: il governo, secondo Grillo, doveva accorpare il ministero dello Sviluppo Economico con quello dell’Ambiente, ossia dare un’impronta decisamente “green” a tutto il governo, senza esclusioni. Ovvio che assegnare a Giorgetti il primo ed a Cingolani (amico di Renzi, spesso “fedele” della Leopolda) il secondo, rinominato in un fumoso per la “transizione ecologica”, sembra più una presa in giro che altro. Resta da capire se Draghi ha preso in giro i 5S, oppure se è stato lo stesso Grillo a prenderli per il c…in ogni modo, il governo non ha nessuna intenzione di farsi guidare in tal senso.

Un banchiere ha le preoccupazioni delle banche per la testa, mica quelle della lattuga, e tutto l’ambaradan montato su da Renzi con l’aiuto di Verdini & soci non è mica stato fatto per nulla: sono i 209 miliardi che vogliono, non le pantomime sclerotiche di un vecchio coglione ignorante come Grillo oppure l’ignoranza dei ragazzini 5S che siedono in Parlamento perché li hanno votati mamma, papà, zii, cugini, amici e parenti vari sul sito di Casaleggio. Pochi di loro sapranno che un tentativo di transizione “green” in Italia già avvenne, e nemmeno sanno come finì: tanto, ignoranti sono tutti, grandi e piccoli, e l’avventura del M5S è già finita.

Nel dopoguerra, Ravenna era la capitale dell’agricoltura italiana. Perché? Poiché lì regnava, indisturbato, Serafino Ferruzzi: un tizio che aveva inventato un modo semplice ma geniale per far soldi. Riuniva denaro grazie alle sue conoscenze nel mondo della finanza legata all’agricoltura, li investiva nell’importazione di cereali dal Sudamerica, poi rivendeva tutto sul mercato italiano quando il momento era favorevole. Come faccio a saperlo? Seguitemi.

Nel Gennaio del 1973 venni assunto temporaneamente presso la sede torinese del Ministero dell’Agricoltura, insieme ad altre tre persone: il nostro compito era semplice, gestire la posta in arrivo. Per molti mesi mi domandai come mai avessero assunto quattro persone per aprire e visionare sì e no 200 lettere il giorno.

Lavoravamo poco, ma soldi non ne vedemmo fino a Giugno, quando i sei mesi ci furono pagati, ed anche abbastanza bene, in un’unica soluzione. Come mai?

I soldi, in realtà, erano già arrivati a Gennaio ma il capoccione e altri due come lui – d’accordo – avevano consegnato tutto a Ferruzzi: a Giugno, divisi i guadagni dell’operazione, ci consegnarono la rimanenza. Il Ministero, ovviamente, era a conoscenza di questi traffici…ma cosa volete che vi racconti, che l’Italia è un Paese di truffatori? Lo sapete da soli.

Nel 1979, però, l’aereo di Serafino Ferruzzi urtò una casa in atterraggio a Forlì e l’imprenditore morì: fu un incidente vero, non come quello di Mattei. Almeno, così sembra.

La famiglia decise d’accorpare gli 800 miliardi (dell’epoca!) del capitale nelle mani di Raoul Gardini, marito della primogenita Idina.

Qui inizia la storia della chimica “verde” italiana: una vicenda legata ad un uomo visionario – Raoul Gardini – che aveva veramente compreso le potenzialità della chimica “green”, ma per raggiungere i suoi scopi aveva bisogno della “grande” chimica, ossia Montedison e, in definitiva, di ENI.

E qui iniziò la sua parabola discendente: i due competitori – Gabriele Cagliari (presidente dell’ENI) e Raoul Gardini – morirono entrambi a breve distanza uno dall’altro: il primo “suicidandosi” con un sacchetto di plastica nel carcere di San Vittore, il secondo “suicidandosi” a casa propria a Milano, Palazzo Belgioioso, con uno, altri dicono due colpi di pistola. Fine della chimica “verde” italiana, terminata in un mare di tangenti e ricorsi.

Tutto ciò mostra come il legame fra la chimica e l’ambientalismo “green” fallì miseramente, addirittura con due “suicidi”: sono due settori molto vicini (come disse Gardini nell’incipit) e, maledettamente, due faccende che rendono soldi come il cappello di un prestigiatore matto.

 

Già nel 1975 era accaduto un primo “stop”, la legge Cossiga contro la canapa: un assurdo, perché la canapa era coltivata (e fumata) dal neolitico, generando una ricchezza che, oggi, viene valutata in circa 1,4 miliardi di euro l’anno, con un’occupazione per 10.000 addetti. Migliaia di ettari svaniti nel nulla, proprio “fumati”.

Nel 1937 Henry Ford, addirittura, costruì la Hemp Body Car, un’automobile costruita completamente con polimeri derivati dalla soia e dalla canapa e funzionante ad etanolo ricavato dalla fermentazione della canapa. Anche il grande Henry fu fermato dai giornali di proprietà dell’industria chimica: seppe fermarsi prima d’essere ammazzato. Ecco l’auto:

 


Quindi, quando affermiamo “green” bisogna avere ben chiaro cosa s’intende e contro chi si va a parare: il governo Draghi vi sembra il più adatto per una simile battaglia?

Il governo Draghi è appoggiato anche dalla Lega, che è sempre stata favorevole all’eolico: soprattutto quando il suo responsabile nazionale per l’energia – Paolo Arata – è stato condannato perché molto “vicino” a Vito Nicastri, “re” dell’eolico siciliano e condannato a 9 anni per aver favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Arata, a sua volta, ha travolto anche l’on. Siri (sempre Lega) nelle sue faccende le quali, quando gira il vento, possono anche far male a causa del vento “tangente”: non è il caso del nuovo governo, che sono certo farà affari con tutti e saranno affari indisturbati.

Vi confesserò che, per capire meglio come funzionava il “giro” dell’eolico, mi sono spacciato per un sostenitore della Lega ed ho chiesto ad un sindaco leghista quanto rendesse al suo Comune il parco eolico installato: la risposta fu un dubbioso “Mi pare 15.000 l’anno…”. Feci due conti sul tovagliolo di carta e glieli mostrai: era la cifra che rendeva, annualmente, l’impianto: circa 450.000 euro. Lo vidi impallidire.

 

Il nuovo governo, se vorrà dimostrarsi “green” dovrà fare i conti soprattutto con ENI, e qui la vedo dura, molto dura, perché ENI è una potenza, vedi il caso Cagliari-Gardini.

Bisogna però essere chiari: io non ho nulla contro ENI, che è una ricchezza per l’Italia. Addirittura, ENI partecipa mediante Saipem alla posa di giganteschi aerogeneratori nel mare scozzese, grazie a Saipem 7000, la più grande nave esistente per la posa di questi sistemi.

Il problema – e questo spiega perché in Italia non c’è un solo aerogeneratore in mare – è che ENI ha una sorta di prelazione sulle coste italiane, come potrete notare da questa cartina:

 


Ora, non so chi abbia preso queste decisioni: so però che le uniche tre aree italiane dove è conveniente impiantare parchi eolici off-shore solo al largo della Puglia, a sud della Sicilia, e a nord-ovest della Sardegna. Chi sloggia? Le trivelle o i mulini? Credo che continueranno le trivelle: Draghi è comprensivo, è anche “green”, Draghi è l’opera omnia della politica italiana.

 

Gli annunci della creazione di impianti off-shore, in Italia, sono stati tanti: il primo doveva essere di fronte a Termoli, ma disgrazia volle che la Regione Molise non concedesse l’arrivo a terra dei cavi elettrici. Votarono contro, uniti nella lotta, il governatore di Forza Italia e Di Pietro: potenza dell’ENI…

L’ultimo (che ricordo) è quello di Tricase, quasi a Capo Santa Maria di Leuca, dove doveva sorgere un impianto colossale, a 20 km da terra, praticamente invisibile e della potenza di 90 MW. Il Ministero per lo sviluppo economico concesse un 5% circa del finanziamento totale, che era di circa 100 milioni di euro. Cosa capitò?

Nulla, semplicemente il Tar del Lazio cancellò il finanziamento del ministero: l’azienda che stava per costruire l’impianto ricorse, perché nel frattempo aveva avuto delle spese, ed il Consiglio di Stato, finalmente, la zittì ponendo fine alla faccenda dicendo di non rompere i cosiddetti.

 

Perciò, non meravigliatevi se fra qualche mese torneranno alla carica per il Ponte sullo Stretto, per la TAV (che la Francia non vuole più), per qualche valico di frontiera, per qualche buco nell’acqua o nella roccia: basta che costi tot, non un soldo di meno. Saranno tutti buchi nell’acqua rigidamente verdi, per rispettare la nuova normativa “green”: ponti verdi, valichi verdi, gallerie verdi, dentro e fuori. La Lega sarà felice e li farà stampare sulle cravatte, verdi, dei suoi parlamentari.

 

Ultima cosa: da quando ero ragazzo, un governo prima di ricevere le consegne andava in Parlamento per ricevere la fiducia: il governo Draghi no, si giura, si raccontano mille frottole poi…se c’è il tempo…si va anche in Parlamento…tanto anche noi abbiamo un garante, come i 5S, si chiama Mattarella. Peccato che, per il governo Conte, non si aspettò nemmeno un voto parlamentare: a casa, in fretta, su, fate posto…

 

Ridicoli.

21 gennaio 2021

Covid e Clima: una lezione da non scordare

 

La storia dell’Uomo, se espansa fino ai primordi, non supera i 20 milioni di anni: la Terra come pianeta, invece, ha 4,5 miliardi di anni. A dire il vero l’Uomo che conosciamo – ossia l’Homo Sapiens – ha appena 200-300.000 anni mentre gli ominidi che già erano bipedi e sapevano scheggiare qualche pietra non superano i 5 milioni di anni: siamo giovani, giovanissimi.

Il Covid-19 è un bruscolino, se confrontato alle tragedie che ha vissuto la vicenda umana nel suo svolgersi per milioni di anni, eppure – nonostante siamo la specie che è giunta agli apici della conoscenza – non siamo nemmeno in grado di gestire un bruscolino come il Covid.

Non siamo nemmeno in grado, a livello planetario, di gestire una pianificazione dei vaccini che risponda ad una domanda semplice: cosa serve per la sopravvivenza della specie?

Il Covid, nel suo comportamento, ci ha mostrato di non essere in grado di sterminare l’umanità: però, se lasciato libero di circolare come vuole, sappiamo essere in grado di sterminare facilmente una grossa fetta del genere umano. In realtà, non siamo nemmeno così certi che, una volta uccise le persone più anziane, non sia in grado – con qualche mutazione – di rivolgersi ai più giovani. Il virus della Spagnola, ad esempio, ebbe un comportamento simile.

Eppure, una quota importante della popolazione umana ha scelto di non comprendere, di non capire i rischi alla quale è esposta: sono i comportamenti infantili dei negazionisti, i rifiuti fra il personale sanitario alla vaccinazione, fino alle “rivolte” dei ristoratori, che non comprendono che il virus non è “diverso dalle 8 del mattino alle 8 di sera” (come affermano), bensì che il virus infetta per vicinanza, e se non c’è distanza fra gli esseri umani, infetta.

Detto questo, vediamo come affrontiamo il problema del clima – che è senz’altro più grave del Covid – pur essendo la nostra civiltà la più evoluta che mai ci sia stata sulla Terra: almeno, secondo le nostre conoscenze.

Il grafico che ho mostrato, deriva da uno studio delle temperature sulla Terra eseguito con un “carotaggio” in Antartide e ci fornisce dati per gli ultimi 800.000 anni: è stato eseguito con il metodo di rilevazione sugli isotopi dell’Ossigeno, che fornisce risultati validi. Dunque, per un periodo nel quale il genere umano era già presente.

Osservando il grafico, scopriamo che le aree nelle quali la temperatura media del Pianeta è stata superiore a 0° gradi centigradi, rappresentano circa il 10% del totale, mentre quelle inferiori a 0° gradi centigradi sono il 90%: la Terra risulta, in genere, un pianeta freddo: solo eccezionalmente temperato, per brevissimi periodi caldo.

Eppure, siamo sopravvissuti.

Infatti, i reperti più importanti e significativi che siamo riusciti a trovare negli scavi paleontologici si trovano quasi tutti in Africa e tutti nella fascia equatoriale: proprio le aree dove il clima, durante le glaciazioni, era almeno tollerabile, consentendo la caccia e la raccolta di frutti ed ortaggi selvatici.

Perché questo squilibrio di 90 : 10 a favore del freddo?

Anzitutto, il clima sulla Terra è ciclico ed il freddo è favorito sul caldo dalla velocità di reazioni termodinamiche: il freddo giunge in fretta e si stratifica, mentre il caldo – per affermarsi – richiede un tempo più lungo, per rompere i legami cristallini dell’acqua ghiacciata.

Ci sono poi altri motivi legati ai cosiddetti feedback: fenomeni complessi, che possono essere positivi o negativi, secondo il feedback. Uno su tutti, ad esempio, è che le superfici ghiacciate riflettono verso l’infinito la maggior parte della radiazione solare, un fenomeno chiamato albedo. Siccome l’unico apporto esterno d’energia è la radiazione solare, è ovvio che se viene riflessa verso l’infinito non può riscaldare.

Ma, anche col clima più caldo, ci sono rischi di freddo: le grandi masse di nuvole generate dall’evaporazione schermano la radiazione solare, impedendogli di giungere a terra: ecco perché il freddo prevale sul caldo.

Vero è che l’effetto serra – fino ad un certo punto – consente una radiazione più calda, a causa della rifrazione che alcune molecole provocano nella luce, trasformandola in radiazione infrarossa, ma stiamo giocando una partita da apprendisti stregoni con – in aggiunta – interessi di cassa che cercano di “deviare” il corso delle conoscenze scientifiche delle quali siamo certi.

In fin dei conti, non rischiamo solo una desertificazione bensì, in un periodo più lungo, una glaciazione.

E, su questo problema, lavorano alla grande gli avvocati delle compagnie petrolifere, come nel Covid lavorano gli avvocati dei ristoratori: l’unica nazione che è riuscita a (quasi) sopprimere la presenza del virus sul suo territorio è la Cina, il meno democratico, che quindi non permette le gazzarre degli avvocati di parte.

Una nuova glaciazione si presenta abbastanza rapidamente – tenendo conto dei tempi geologici – ossia poche migliaia di anni: l’umanità sarebbe in grado di sopravvivere in quelle condizioni climatiche? Sopravvivere certamente, vivere assolutamente no: altro che la bagarre dei ristoratori per il Covid!

La sfida non è tanto quella di eliminare i gas che generano l’effetto serra, quanto di dosarli, il che è francamente molto difficile. Questo non significa non intervenire sul sistema d’approvvigionamento energetico ma di farlo con sapienza, senza eccedere da un estremo ad un altro per motivi semplicemente ideologici.

Se non riusciamo ad eliminare un bruscolino come il Covid – semplicemente con norme igieniche da far rispettare e vaccini distribuiti con saggezza alle categorie che più ci proteggono – pensiamo di riuscire a mantenere la concentrazione di gas serra senza finire in uno dei due estremi?

La vedo dura.

06 gennaio 2021

Sanità e Recovery Plan: che fare?

 

Harley-Davidson 1947

La novità che il Covid-19 ci ha portato non è stata soltanto l’epidemia in sé, bensì prender atto che siamo esposti – e lo saremo ancor più in futuro – a malattie nuove, portate dall’incommensurabile miscuglio di molecole che stanno tutte nel posto dove non dovrebbero stare, ossia nell’acqua, nell’aria e sulla terra.

Per troppi anni ci siamo illusi che i parametri di “massima allerta” – fissati dal genere umano – potessero salvaguardarci da guai futuri ma, anche per la leggerezza con la quale sono stati by-passati con un’alzata di spalle, la realtà, oggi, ci sbatte contro il muso tutte le nostre boriose sentenze.

E, premetto, qui non si tratta solo della tanto vituperata C02, bensì di una marea di composti che viaggiano, indisturbati, intorno a noi e che rilasciati nel “brodo primordiale” degli oceani finiscono per essere in contiguità con le più semplici molecole che possono entrare in contatto con il nostro metabolismo: i virus.

 

Se torniamo indietro nel tempo – non tanto, solo dall’inizio dell’ultimo periodo interglaciale, circa 10.000 anni fa – scopriamo che soltanto da un secolo, massimo un secolo e mezzo ad esser “larghi”, abbiamo iniziato questo perverso percorso.

Per 10.000 anni l’equilibrio fra la specie umana e le malattie è stato sempre il medesimo: sappiamo che in epoca augustea la peste dilagava nel quartiere greco di Roma, e per secoli e secoli – insieme al colera, al vaiolo, al tifo ed alle malattie esantematiche – le malattie condussero più volte verso il limite dell’estinzione. Ci vollero due secoli, ad esempio, perché Torino tornasse al numero d’abitanti che aveva prima del 1629, quando iniziò la celebre epidemia di peste citata dal Manzoni.

 

A metà Ottocento, però – dopo un secolo di lavoro complicato da informazioni frammentarie e talvolta errate – finalmente Pasteur riuscì a togliersi dalla mente tutte le superstizioni sui “miasmi” che portavano malattie e comprese che gli agenti erano loro, quei minuscoli organuli che osservava al microscopio. Erano stati definiti i Batteri, e vaccini ed antibiotici furono i passi successivi.

Che vi fosse qualcosa d’ancora più minuscolo Pasteur lo capì dal “virus del tabacco”, un virus dei vegetali che fu intuito, più che scoperto, intorno al 1870. Troppo piccolo per poterlo individuare, però, sentenziò il grande vecchio della Biologia: bisognò attendere il 1931, anno di scoperta del microscopio elettronico, per definirlo meglio.

 

Questo breve excursus storico (che, spero, mi perdonerete) era necessario per comprendere come la Medicina si sia evoluta, lentamente, soprattutto nell’Ottocento e poi nel Novecento per poi evolversi ulteriormente nella Medicina Elettronica, come andremo a scoprire, dimenticando un poco alcune vecchie tradizioni e “posture” che sovrintendono al rapporto del medico col suo paziente.

Come potrete notare, non è necessario esser medici per disquisire di questi problemi, giacché si tratta di un argomento di base filosofica, ossia capire i nessi dell’indagine, per chiarire i termini del loro rapporto dialettico il quale, se inesistente, non può originare nessun tipo di risposta razionale giacché – parafrasando Hegel – condurrebbe ad un universale irrazionale e, dunque, irreale.

 

Il Covid-19 ha negato, per la sua essenza, un anti-Covid-19 compreso nella sua singolarità ed ha mostrato l’incapacità di contrastare una malattia in assenza di specifici mezzi: finora, per ogni malattia conosciuta, c’era sempre stato un antibiotico od un antivirale. A dire il vero, già Sars, Mers ed (in parte) AIDS avrebbero dovuto metterci in guardia, ma così non è stato ed è inutile piangere sul latte versato.

 

I mezzi che la Medicina ha messo in campo sono stati soprattutto tesi ad evitare la polmonite interstiziale che ha condotto alla morte milioni di persone nel Pianeta e dunque, trattandosi di “polmonite”, hanno usato gli antibiotici. Un secondo pericolo era la formazione di trombi nelle arterie e, dunque, antiaggreganti piastrinici: infine, cortisonici per ovviare a risposte allergiche ed infiammatorie ed antipiretici per combattere la febbre.

Non esistendo il farmaco univoco rispetto al virus, i medici sono stati obbligati a dosare molto attentamente un mix di farmaci che tendevano a ridurre gli effetti del contagio, pur sapendo di non possedere un agente univoco il quale – per chi è guarito – è stato il buon funzionamento del suo sistema immunitario.

Rimangono alcuni dubbi, ad esempio perché non indirizzarsi verso gli anticorpi mono-clonali ricavati dal sangue dei guariti, ma non vogliamo entrare in campi che esulano la nostra indagine, ossia finire in una disputa fra virologi della Domenica Sportiva: se non l’hanno fatto, avranno avuto le loro buone ragioni.

 

La grande confusione, derivante dal terribile stress che hanno provato i sanitari, certamente non ha aiutato a sondare per il singolo paziente il bilanciamento dei farmaci: pratica difficile alla quale non tutti i nostri sanitari sono allenati e le responsabilità non sono ad personam, perché riposano in decenni di pratiche sì più veloci, ma che di fronte ad un attacco sconosciuto mostrano il fianco con troppa facilità. Chiariamo.

 

Era il 1970 – lo ricordo bene – quando ebbi una discussione quasi “feroce” con due ragazze, entrambe “matricole” di Medicina.

Il dissidio nasceva da due posizioni inconciliabili ed era impossibile trovare una sintesi: è di primaria importanza il rapporto con il paziente oppure è sufficiente una immagine del paziente, ricavata dai mezzi diagnostici?

 

Conoscevo le pratiche mediche di quegli anni – nei quali erano già molto comuni gli antibiotici, ad esempio – ma i medici di vecchia formazione non esulavano mai dall’approfondire il rapporto con il loro paziente, di qualsiasi malattia si trattasse.

Il mio medico – che era anche un amico di famiglia – mi confessò che, una volta la settimana, una vecchietta lo veniva a visitare, lui l’ascoltava per qualche minuto e poi le faceva l’iniezione. Di cosa? Acqua distillata, 1 cc, rispose laconico. Perché?

Poiché aveva solo bisogno di un rapporto di fiducia, di sentirsi “importante ed amata” soprattutto dalla persona più importante del borgo, ossia il medico. E così andò avanti per anni ed anni. Quel medico – che “volava” in mille posti diversi ogni giorno, in sella ad una Harley-Davidson tre marce (leva sul serbatoio) – salvando ora uno che aveva bevuto accidentalmente varechina (io), chi s’era tagliato con la sega mezzo braccio, fino al contadino che lo pregava, disperatamente, d’aiutarlo a far nascere un vitello – non dimenticava mai il giorno dell’appuntamento per l’iniezione d’acqua distillata.

 

Le due ragazze – prim’anno di Medicina, ma già parlavano come due primari – mi presero (neanche poi tanto garbatamente) in giro, dileggiandomi con veemenza. Tu non capisci niente…(loro sì: eravamo negli stessi banchi solo pochi mesi prima…) perché la Medicina si sta evolvendo e queste forme “paternalistiche” nel rapporto col paziente non avranno più senso.

La Medicina – questo era il succo del loro punto di vista – si evolverà mediante la diagnostica per immagini, che ci consentirà diagnosi rapide ed esatte fino a divenire una Scienza. Cosa che mi lasciava un poco scettico, giacché la Medicina è definita Arte, a volte Pratica, ma mai Scienza poiché le Scienze sono esatte e la Medicina mai potrà esserlo, poiché nasce proprio dal quel rapporto dialettico medico-paziente che sopra ricordavamo.

 

Eppure, avevano in parte ragione: nessuno qui nega l’importanza di una TAC o di una Risonanza, solo che a fidarsi soltanto delle immagini si finirà con l’avere solo una immagine del paziente, che è molto diversa dalla sua realtà, e  che quindi non servirà più visitare ed auscultare, basterà una telefonata. Che, ovviamente, la sua immagine farà quando avrà un problema.

Telefonata di esempio (ante Covid): “Ho la febbre e mi fanno male tutte le giunture, le ossa…” “Quanta febbre?” “38 e mezzo” “Prendi la Tachipirina e, se vedi che non passa, l’antibiotico per cinque giorni”. Fine del rapporto diagnostico.

Magari per il 70% dei casi la cosa va a posto, ma il restante 30%?

Il restante 30% avrebbe avuto bisogno di un’ispezione a bronchi e polmoni, magari uno “sguardo” all’apparato digerente…insomma: una visita diagnostica.

I nostri medici, oggi, per la gran parte non si fidano più dei loro mezzi di percezione per stabilire il malanno: senza la diagnostica per immagini perdono gran parte della loro capacità diagnostica e brancolano nel buio.

 

Il dottor Riccardo Munda (1) – un medico giovane, non ancora specializzato, uno che (parole sue) aveva bisogno di lavorare – nell’inferno della pandemia nelle valli bergamasche, ha accettato di fare il medico lassù, partendo dalla Sicilia.

Si è trovato 1400 pazienti, parecchi malati di Covid-19 e ne ha perduti e/o ospedalizzati…nessuno!

A chi gli domandava come aveva raggiunto un simile risultato, rispondeva:

 

Me lo spiego con una ragione semplice: l’assistenza domiciliare. Andare a casa di un mutuato non è la stessa cosa che fare il medico stregone via cavo. Tanto per cominciare andare significa fare una visita accurata, capire se ci sono problemi respiratori e quanto sono seri, valutare lo stato generale del paziente, prescrivere i farmaci giusti...”

 

Che è, esattamente, quanto sostenevo poco sopra.

Un secondo aspetto da rivedere, per le professioni sanitarie, è togliere quel maledetto numero chiuso all’iscrizione, permettendo una sana competizione basata sulle competenze per chi acquisisce la laurea.

Vorrei ricordare – sono stato insegnante nei Licei – che in tanti anni di carriera ho conosciuto un solo figlio di medico che avesse scelto una facoltà diversa da Medicina. Chissà come mai? Per trovare già la “pappa fatta”? Senz’altro, ma anche per godere dei vantaggi che l’ordine dei Medici, qui e là, su e giù, non manca mai di fornire ai figli degli amici, magari “segnalandoli” a qualcuno nella Commissione Medica per l’ammissione.

 

Voglio chiarire che la mia non vuole essere un’accusa, bensì un semplice sospetto: non tocca a me, bensì ad altri (Giustizia) valutare se esistono questi comportamenti. In altre parole, la Medicina si sta trasformando in un affare di famiglia e non è assolutamente detto che il figlio di un medico abbia quella “scorza” che gli consente d’iniziare una professione così difficile.

E, se togliamo il numero chiuso, ci troveremo con medici in soprannumero? Se sono bravi possono andare all’estero, altrimenti andranno a fare gli informatori per le case farmaceutiche: non è sufficiente sedersi alla sedia che fu del padre, se mancano le precise motivazioni per seguire quel percorso di formazione.

 

La figura del medico “telematico”, inoltre, è quanto di più gradito possa esistere per le case farmaceutiche: il sistema è veloce – telefonata, diagnosi “telematica”, farmaco – in modo da rendere immediata una scelta che ha rapporti precisi con la produzione di farmaci e la loro distribuzione. In alcuni studi medici, già esiste una segretaria che ha praticamente “potere di firma” per tutti i farmaci che il paziente usa normalmente, ma questo allontana sempre di più il rapporto medico/paziente che prima ricordavamo e che il dott. Munda, così chiaramente, esplicitava.

In futuro, potremo recarci negli ipermercati ed acquistare semplicemente i farmaci che sono elencati in una carta elettronica: giunti a quel punto, saremo molto vicini al metodo americano di gestione della Sanità, che non ci sembra funzioni così “alla grande”. Guardatevi Sicko, di Michael Moore se non ci credete.

 

Per ultima cosa, ricordo che anni fa ci fu la proposta – non ricordo di chi e di quale governo – di raggruppare i medici in studi: cosa che già hanno fatto per risparmiare sui costi, ma che non sempre è così comoda per i pazienti. Ricordiamo che, a Cuba, esiste una precisa legge che prevede l’abitazione di un medico a non più di 15 minuti a piedi (al massimo 1,5 Km) da qualsiasi paziente.

La proposta che ricordavo, però, conteneva anche un aspetto positivo: quegli studi medici dovevano essere dotati di semplici apparecchiature di diagnostica per immagini (tipicamente: ecografia) le quali avrebbe consentito ai medici di fare subito una ricognizione e, dunque, una diagnosi. In questo modo, molte strutture ospedaliere sarebbero state meno “compresse” da code e file interminabili, che portano a due fattori diversi: o il paziente se ne frega e cerca altre soluzioni, oppure – invece di prendere appuntamenti distanti mesi dalle sue necessità – si rivolge alla sanità privata o convenzionata.

L’ordine del Medici, ovviamente, non appoggiò quella soluzione: c’era da meravigliarsi? Continueremo a fare i segretari per le case farmaceutiche, con tanto di segretarie pagate dallo Stato.

 

Poi è arrivato il Covid e siamo nelle prime posizioni mondiali per decessi rapportati alla popolazione: di chi è la colpa?

Del Governo, ovvio, recitano tutti in coro ma sono decenni che la Sanità italiana va a rotoli – pensiamo solo ai tanti ospedali “privatizzati” e su una gestione regionale che fa disgusto quando non fa paura – eppure, quasi tutti dimenticano che le leggi sono scritte e/o approvate dal Parlamento.

 

Signori parlamentari, che vi lamentate ad ogni piè sospinto d’essere by-passati dai decreti governativi, in questi decenni, dov’eravate?

 

1) https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_01/medico-siciliano-nembro-che-va-casa-pazienti-torino-brescia-6fd89d92-1c79-11eb-a718-cfe9e36fab58.shtml?refresh_ce-cp