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21 agosto 2021

La banalità della guerra

 

La scossa afgana è stata dura da digerire: come un corpo attraversato dalla scarica elettrica, l’Occidente è steso a terra e bofonchia, nell’attesa che il malore se ne vada. Qualcuno scrive di “inevitabilità”, altri di “riscossa”, altri ancora di “speranza”: l’unica realtà è quella dell’aeroporto di Kabul, dove ci sono più morti e feriti causati dall’incresciosa disorganizzazione della fuga occidentale. Nemmeno capaci a scappare ordinatamente.

 

Terminata la guerra, ci saranno state certamente delle vendette, delle rese dei conti…è inevitabile…pensiamo alla Berlino nel ’45 con i russi in casa…ma non si sono viste le lunghe file di persone inginocchiate a terra per tagliare loro la gola, e qualche senso questa “magnanimità” talebana deve pur averlo.

I Talebani hanno compreso che sono stati in grado di riconquistare il Paese, ma sanno benissimo che nulla potrebbero fare per fermare le squadriglie di B-52 che li sotterrerebbero di bombe: perciò, hanno tolto all’avversario la ragione per bombardarli. Semplice: è bastato disarticolare la “coalizione” mondiale nata nel 2001 dopo gli attentati alle torri di New York, per le quali pare che non fossero nemmeno responsabili.

 

Gli Stati Uniti sono a terra e per un po’ non sapranno risollevarsi, alla Gran Bretagna – dopo la Brexit – non è rimasta che la strategia del pappagallo: ripetere, con molta discrezione nei termini, ciò che arriva da Washington. Russia e Cina, insieme all’Iran hanno sposato, paradossalmente, la strategia “salvinista”, ossia ognuno padrone a casa propria. L’Europa “guarda”, “osserva”, “ragiona”. E tace.

In realtà, è stata una grande vittoria cinese sugli occidentali senza che i cinesi facessero niente: sono bastate dichiarazioni compiacenti e tranquillizzanti, mentre la Russia gongola per la ferrovia che dall’Uzbekistan raggiungerà Mazar I Sharif e l’Iran quella che dal territorio iraniano giungerà ad Herat: il collegamento verso Kabul sarà secondario. L’importante, è rendere trasportabili per ferrovia le stratosferiche riserve afghane di minerali preziosi, dei quali gli USA erano già a conoscenza ma, non sapendo convivere con gli afgani, hanno dovuto rinunciare.

 

Si tratta anche d’Oro e diamanti – ma per quelli non era necessaria la ferrovia – mentre servirà per le (stimate) 60 milioni di tonnellate di Rame, per i 2,2 miliardi di tonnellate di Ferro ma soprattutto le 1,4 milioni di tonnellate di Terre Rare, oramai quasi monopolio cinese in tutto il Pianeta: il vero potere nel controllo della produzione futura – armamenti, telefonia, informatica, settore spaziale, ecc – riposa proprio nel possesso del mercato delle Terre Rare, delle quali la Cina ha fatto grande incetta ed ha stabilito contratti a lungo termine in America Latina. Il Litio dell’Argentina, della Bolivia (ed oggi quello afgano) hanno fatto pronunciare a russi e cinesi una frase fatidica nell’occasione della guerra afgana: “Un’alleanza invincibile”.

In qualche modo, la guerra afgana ha ricordato la Suez del 1956, che segnò la fine dell’imperialismo britannico in Oriente.

 

Passata la buriana, verrà il tempo di tirare le somme di questa apocalittica sconfitta nel settore orientale: si è cominciato con il fallito tentativo d’egemonizzare la Siria, terminato con una sconfitta plateale degli USA, della GB, della Francia e d’Israele nell’unico territorio che consentiva d’arrivare ai confini russi. Oggi è l’Afghanistan a segnare l’estromissione degli occidentali dall’Asia Centrale e per Dicembre 2021 è già stato deciso l’abbandono dell’Iraq da parte delle forze americane che ancora vi risiedono, con ovvi contraccolpi sul mercato petrolifero e, vista la vicinanza dell’Iran, un nuovo elemento geostrategico da tenere in conto.

Rimane ancora l’asfittica Ucraina nel cercare di tenere a bada il potente vicino, ma non ci pare che la dirigenza ucraina – abbandonata da tempo dall’occidente ed in preda ad una crisi economica che ha dimezzato il valore della moneta nel volgere di pochi anni – sia in grado di contenere i russi che, peraltro, conquistata la Crimea ed il bacino del Donbass, li lasceranno al loro (amaro) destino.

Fra pochi anni, gli unici “avamposti” dell’occidente in Asia saranno solo più la Giordania, l’Arabia Saudita ed Israele: auguri.

 

A questo punto, la parola dovrebbe tornare alle armi, ma anche qui ci sono dei punti di non facile soluzione e dovremo fare un passo indietro per scorgerli nella loro interezza.

Da dove nacque il potere occidentale?

 

Nell’Ottocento – solo per non andare più indietro – il potere della Gran Bretagna si poggiava su tre grandi direttrici: l’artiglieria, la flotta e la cavalleria.

Grazie alla flotta il potere britannico si poteva espandere in tutti i mari e le terre, grazie alla cavalleria poteva controllare qualsiasi tentativo di rivolta e grazie all’artiglieria dominava popolazioni e territori.

Questo fu, a grandi linee, ciò che permise il grande potere coloniale inglese.

Anche perché dominate senza possibilità di riscossa, le popolazioni coloniali permisero la nascita dei governi coloniali, in parte britannici ed in parte indigeni: fu così che nacquero le future classi dirigenti nelle nazioni ex coloniali.

Basti pensare alle migliaia di burocrati, tecnici e militari che l’India trovò all’atto dell’indipendenza, mentre un Paese come la Tanzania (ereditato dai tedeschi dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e mai “ristrutturato”) si ritrovò per gestire l’indipendenza 3 medici e circa 150 maestri elementari.

Cosa fece andare in crisi il sistema inglese?

 

Lo abbiamo visto tutti ne L’ultimo Samurai: la mitragliatrice. Senza la mitragliatrice, i samurai avrebbero vinto.

Crollata la cavalleria, toccò alla fanteria assumersi i compiti e, nella Prima Guerra Mondiale, sappiamo a quale disastro si andò incontro: l’artiglieria dovette assumersi il compito di distruggere le fanterie avversarie, ma l’artiglieria costava, ogni proiettile costava caro. E si combatté per quattro anni, fin quando i rifornimenti di granate di uno dei contendenti s’esaurirono.

Rimaneva la flotta, ma la flotta aveva adesso bisogno d’esser protetta dai velivoli avversari e, nonostante la nullità della flotta tedesca, nella Seconda Guerra Mondiale la flotta inglese fu decimata.

 

Dopo la fine della guerra la situazione trovò un nuovo equilibrio: le portaerei americane controllavano i mari…l’URSS non ne aveva quasi…ma l’URSS non ne aveva bisogno: dopo Hitler e Napoleone, venite a conquistarci.

E furono proprio gli sconfitti, i tedeschi, a procurare l’arma che avrebbe segnato un nuovo dissesto: prima il razzo, poi il missile.

Per molto tempo ci si rifugiò nelle certezze del nucleare: oggi, con USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Israele, Pakistan, India, Nord-Corea…più chi si prepara ad accodarsi…c’è oramai da stare bene attenti a premere il bottone.

 

Gli americani avrebbero potuto portare in Afghanistan un migliaio di carri armati e blindati (come avevano fatto i russi) del costo di milioni di dollari ciascuno, solo per vederli distruggere da missili spalleggiabili, del costo di migliaia di dollari ciascuno. E non lo fecero.

Avrebbero dovuto creare un solido governo coloniale, ma senza il controllo del territorio (per un massimo del 50% raggiunto) non potevano farlo: oltretutto, non avevano esperienza di governi coloniali.

Così, se ne sono andati: tanto abbiamo le portaerei che controllano i mari…le rotte…

Fino a un certo punto: il bello è che gli americani lo sanno benissimo.

 

Fintanto che si tratta di controllare la pirateria qualche fregata basta ed avanza…ma in uno scenario di vera guerra – senza poter usare le armi nucleari – il problema diventa serio.

Basti pensare alla guerra in Iraq del 1991: una manciata di missili Scud  del 1950 lanciati dall’Iraq su Israele – e per farceli arrivare avevano ridotto la testata bellica da 1 tonnellata a cento chili d’esplosivo – causarono 156 morti fra la popolazione israeliana, morti che gli israeliani nascosero dichiarandone uno solo, morto d’infarto.

I famosi “Patriot” o cose del genere non beccarono niente, perché la velocità dei missili che scendevano dalla stratosfera era troppo alta per intercettarli: per prenderli sarebbero stati necessari dei laser di potenza a lunga gittata. Peccato che, per ora, esistano solo sulla Enterprise di Star Trek.

 

I missili a lunga gittata a velocità ipersonica, invece, fanno già parte degli arsenali di Russia, Cina ed anche degli USA: solo che gli altri non pretendono di governare tutti i mari del mondo, mentre gli americani sì.

Una salva di tre-quattro missili lanciati a breve distanza di tempo, non sono intercettabili da nessuna nave e, quando incontrano una portaerei, generano un disastro epocale: perforando il ponte di coperta, incontrano aerei e serbatoi di kerosene che esplodono in un attimo. Poi, incontrano anche l’apparato motore nucleare. Non vado oltre.

I sottomarini possono lanciare missili?

Certo, però o sono missili a testata nucleare oppure causano poco danno, anche perché i sottomarini non hanno batterie di missili così fornite da colpire così tanti bersagli: sono stati pensati per la guerra nucleare e le armi convenzionali sono soltanto un adattamento.

Anche l’USAF, purché attrezzata con il meglio del meglio, può fare “cappotto” nelle guerre “non convenzionali”, ossia contro l’Iraq o l’Afganistan: contro l’Iran, ad esempio, non sono andati oltre qualche drone.

 

In una vera guerra non nucleare non si può prevedere cosa potrebbe succedere: certamente Russia e Cina hanno usato parole molto pesanti – “alleanza invincibile” – ma la realtà sarebbe proprio difficile da individuare.

Perciò, la strategia procede con questi colpi – in parte diplomatici, in parte militari – ma sempre senza raggiungere il limite della guerra: all’interno di questa strategia, per ora, l’occidente s’è visto perdente senza condizioni. In Siria, in Ucraina, oggi in Afghanistan.

 

La scelta, in anni lontani, fu una scelta del capitalismo internazionale: utilizzare nazioni con basso costo del lavoro per conquistare mercati e sconfiggere competitori. Alla fine, proprio quelli che dovevano essere dei “mezzi di produzione” e basta si sono rivelati vincenti: riflettiamo sulla non volontà di Marchionne d’intraprendere la via dell’auto elettrica, ad esempio, e cosa ha portato come frutti, quando invece gli Agnelli, negli ultimi anni del millennio, già sperimentavano le auto elettriche.

Oggi, la Cina, ha nelle sue mani il mercato dell’auto elettrica a costo contenuto ed ha conquistato la benevolenza afgana per avere a disposizione proprio i minerali che servono per costruirla. Sta costruendo a tamburo battente una grande Marina, ma non la muove mai dal mar Cinese e non va a cercarsi dei guai dappertutto.

 

Invece, si muove agilmente in tutto il Pianeta per acquisire contratti sui minerali che le servono, ma non “strozza” mai sul prezzo chi vende: domani, se avranno più possibilità economiche, verranno da me a comprare.

Oramai la Cina spazia nella sua tecnologia da un settore all’altro: dalla meccanica appresa in anni lontani dall’alleata URSS al tessile, appreso soprattutto in Europa: vi meravigliavate di qualche decina di migliaia di cinesi a Prato? Erano solo l’avanguardia, per imparare: oggi, sono 13 milioni gli addetti all’industria tessile cinese, 13 milioni che lavorano su macchine tecnologicamente avanzatissime e di buona qualità di prodotto. Poi venne l’elettronica e l’informatica, fino all’acquisizione della IBM (oggi Lenovo) ma soprattutto i grandi progressi nell’elettronica della difesa e dello spazio. Anche nelle energie rinnovabili la Cina guarda avanti, anche se non basta ancora per sopperire alle necessità dell’industria: in ogni modo, ha ben 350 GW di potenza eolica installata – maggiore di quelle di Europa, Africa, Medio Oriente e America Latina messe assieme – e procede a balzi del 78% sull’anno precedente.

Non conosciamo la ragione di un simile balzo economico sul resto del Pianeta: possiamo solo riconoscere che la loro politica estera non è brutale come lo fu quella europea e non è nemmeno grezza come quella americana. Ci sanno fare: riconosciamolo.

Inutile raccontarsela: noi europei non contiamo quasi più niente nei grandi mercati internazionali. Abbiamo rinunciato a troppe cose: come quando facemmo fuori Gheddafi che era il nostro garante per il grande progetto tedesco Desertec, ossia la captazione d’energia solare nel deserto libico che ci avrebbe consegnato, da solo, il 25% dell’energia necessaria in Europa. E perché? Per seguire Sarkozy o la Clinton? La Germania, solo per ricordarlo, non mosse un dito contro Gheddafi: l’Italia s’accodò, scodinzolando, quando pochi mesi prima era stato ricevuto a Roma in pompa magna.

Adesso è tardi per recriminare, per rimpiangere le occasioni perdute: non abbiamo più chance per far sentire la nostra volontà. Ammesso d’averne una.

31 marzo 2021

A ciascuno il suo personaggio, in cerca d’autore

 

Quando, analizzando una situazione storica, si pongono dei dubbi è sempre salutare: non significa creare una “nuova verità” storica, né fare dell’inutile revisionismo, bensì sgombrare la piazza dal ciarpame e dalle cartacce.

Lo storico Emilio Gentile (che si definisce un liberale) ha compiuto un ottimo lavoro nei suoi libri: s’è guardato bene dal creare dei diktat incontrovertibili, mentre ha dato un po’ di fiato ai molti dubbi che ancora sussistono sulle vicende della 2° Guerra Mondiale italiana. Che, paradossalmente, almeno per il copione, giungono fino ad oggi.

 

Un semplice esempio, che sempre mi ha traversato la mente è: se Mussolini aveva ben compreso che la guerra era perduta, perché accettò d’indossare i panni di un Quisling per fare un favore ai tedeschi? Mussolini era un po’ gradasso ed un poco sopra le righe ma non era stupido, se non altro era dotato del buon senso succhiato, col latte materno, dalla terra che lo aveva generato. Una terra fatta di contadini, che crescevano impastati con la malta della concretezza.

Per questa ragione accettò d’assecondare la Germania nel 1940: una scommessa, la previsione di un “raccolto” che la grandine (più facile da prevedere anzitempo per un intellettuale od un militare) devastò, e con essa l’Italia intera.

 

Basti riflettere che, in tre anni di guerra, l’Italia non riuscì a mettere in campo un carro armato almeno accettabile per gli standard dell’epoca: i nostri corazzati li sbucazzavano le mitragliatrici. Una discreta Marina, ma priva di un’aviazione propria (che fece la differenza) per questioni interne agli equilibri di regime, mentre i nostri sommergibili erano sì tanti, ma con delle dotazioni tecniche che fecero sbottare ad un ufficiale tedesco della base atlantica di Bordeaux (dove operarono i nostri sommergibili atlantici) “che la differenza fra un sommergibile tedesco, rispetto ad uno italiano, è la stessa che esiste fra un sommergibile italiano e le navi di Colombo.”

L’Aviazione, in termini quantitativi, sembrava potente ma, qualitativamente, faceva pena: soltanto nella Primavera del 1943 entrarono in servizio caccia paragonabili agli Spitfire, solo che – mentre da noi entravano in servizio a decine – fra gli Alleati li contavano a centinaia.

Non voglio tediarvi oltre, però questa premessa bisognava farla per giungere alla vera questione alla quale si deve rispondere: cosa si aspettava Mussolini dalla seduta del Gran Consiglio del 25 Luglio 1943? L’ultima riunione, prima di quella seduta, era stata il 7 Dicembre 1939. Una vita prima. Perché, allora, convocarlo di nuovo?

 

Mussolini, quando prese posto quella sera, si portava appresso alcuni avvenimenti che non poteva sottovalutare né dimenticare: il 9 Luglio del 1943 gli Alleati erano sbarcati in Sicilia, praticamente indisturbati e il 22 dello stesso mese entravano a Palermo: due settimane per conquistare l’isola! Già gruppi di commando agivano in Calabria, per preparare lo sbarco nella penisola.

Un Mussolini abulico e depresso si presentò a Feltre il 19 Luglio per un incontro (inconcludente) con Hitler: nello stesso giorno, gli Alleati bombardarono per la prima volta Roma, inviando un avvertimento terrificante e facendo circa 3.000 morti ed 11.000 feriti.

Quale poteva essere lo stato d’animo di Mussolini?

 

Tornato a Roma convocò subito il Gran Consiglio. La mia ipotesi fu che il Duce del Fascismo sperasse d’essere esautorato: a ben pensarci, altre scelte non le aveva.

 

Passò l’Ordine del Giorno Grandi e Mussolini fu spodestato: insieme a lui sparì il Fascismo italiano e il giorno dopo, Domenica, non c’era più una camicia nera per le vie di Roma e quasi deserti erano i gangli più importanti del potere fascista.

Era rientrato a villa Torlonia alle 4 del mattino e, alla moglie Rachele ansiosa che gli domandava “li farai arrestare tutti, no?” rispose “sì, lo farò domani…” Ma non lo fece, e secondo me lo sapeva benissimo: mentì e basta. Ma non finisce qui.

 

Poteva scatenare la Milizia fascista, arrestare i congiurati, anticipare la guerra civile……invece no, chiese semplicemente udienza al Re – che lo odiava di brutto – in una Domenica assolata ed afosa del Luglio romano, scompaginando tutte le previsioni e le tattiche di Vittorio, che fu costretto ad anticipare quello che da tempo pensava di fare.

Così, dopo un colloquio afono, se ne andò tranquillamente, accompagnato da un ufficiale dei Carabinieri in una ambulanza: per essere certi della riuscita, i Carabinieri lo fecero accompagnare sull’ambulanza da tre sottufficiali corpulenti, ma non ce ne fu bisogno. Mussolini appariva tranquillo: la tranquillità di una persona depressa.

 

Dopo vari giri in diverse caserme di Roma, giunse alla Scuola Allievi Carabinieri di Roma, sita in via Legnano: il colonnello Tabellini lo ricevette al circolo ufficiali ma poi, visto il giorno festivo, mica poteva lasciarlo in un circolo quasi deserto in compagnia di un paio di giovani sottotenenti attoniti! Invitò, quello che fino a poche ore prima era il suo comandante supremo, a salire nella sua abitazione.

Non sappiamo se ci fu una tranquilla cena in famiglia, ma il colonnello Tabellini, che ebbe ospite il Duce nella sua abitazione all’interno della caserma di Via Legnano, riferì: “Tenne un contegno che francamente mi meravigliò fino a sconcertarmi…in sostanza ebbi l’impressione che il nuovo stato di cose lo avesse liberato da una situazione insostenibile. Più che rassegnato mi sembrò sollevato.”

Ed è difficile non comprendere il senso, profondo e rilevatore, di quelle affermazioni, fatte da un ufficiale che non lo conosceva personalmente e che lo aveva immaginato per anni ed anni, probabilmente, del tutto diverso.

 

Poi, Mussolini fu inviato “in crociera” nel Tirreno in varie isole e, infine, mandato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, credendo che gli fosse impossibile scappare. Ma, anche qui, ci furono sorprese.

Mussolini non aveva tanta voglia di finire come Gauleiter dell’Italia Settentrionale sotto il tacco dei tedeschi, però comprese che aveva delle responsabilità alle quali non poteva sottrarsi: era stato lui ad insistere per la guerra – tutti i generali erano contrari, poiché l’Esercito Italiano del 1940 non era impreparato, era semplicemente inesistente: poche divisioni, incomplete, molte senza armamento – e, in quei giorni, dovette sentirsi soverchiato dai suoi errori, abbattuto, depresso (e, in questo senso, molti storici concordano).

 

Lo storico Emilio Gentile ebbe un colloquio con Vittorio Mussolini, figlio di Benito ed ufficiale a Salò, il quale gli confessò che il padre comprese che, andarsene al Nord in uno Stato fantoccio, non sarebbe stata una repubblica “fascista e sociale” come lui intendeva. Sperava, però, che in quella situazione un governo italiano sarebbe potuto essere almeno una forza di mediazione fra lui e l’occupante tedesco.

Se il gioco gli riuscì è difficile dirlo: tanti partigiani morirono fucilati, ed anche molti giovani della Repubblica Sociale ci rimisero la pelle. Ci sono alcune indicazioni (provate) che Mussolini cercò in tanti modi d’evitare il campo di concentramento per gli ebrei (verso il ’45 giunse a dire “dite loro che non abbiamo i camion per portarglieli”) però è molto difficile dare giudizi obiettivi in una situazione così intricata: la “risiera” di San Sabba, a Trieste, funzionò proprio all’epoca della Repubblica di Salò, e fu l’unico vero campo di sterminio in terra italiana.

 

Anche la disposizione dei Ministeri della Repubblica Sociale fu decisa dai tedeschi: Mussolini abitava a Gragnano, nella villa Feltrinelli, e doveva “ospitare” un tenente tedesco che gli teneva gli occhi addosso. I vari ministeri, poi, furono sparpagliati sul territorio: Salò, ma anche Mantova, Cremona, Verona, Padova e Venezia. Ai tedeschi bastava intercettare le conversazioni telefoniche per capire cosa succedeva nella cosiddetta “Repubblica”.

 

Ne volete un’altra?

La mattina del 9 Settembre 1943, i destini del Re e di Mussolini, probabilmente, s’incrociarono una seconda volta, quando il convoglio della famiglia reale e dei generali in fuga verso Pescara dovette passare quasi “a tiro di sguardo” da Campo Imperatore, dov’era prigioniero Mussolini. Una trentina di chilometri, nulla più.

Il convoglio reale – se la cosa vi stupisce lo comprendo – passò indisturbato, scortato da due autoblindo, in ben tre posti di blocco tedeschi, nei quali nessuno ebbe nulla da ridire. Il 10 Settembre, imbarcati sulla corvetta Baionetta giunta da Zara, i reali salparono da Ortona ed un ricognitore tedesco li sorvolò per un tratto di mare, fotografò tranquillamente la nave della famiglia reale e se ne andò, senza disturbare e senza essere disturbato. La nave giunse a Brindisi sana e salva mentre, di fronte all’Asinara, il giorno prima i tedeschi avevano affondato la nave da battaglia Roma, che andava ad arrendersi a Malta: l’affondamento fu cronologicamente preciso, quasi al minuto, con la fuga del Re dal Quirinale.

I tedeschi non avevano dunque più aerei in Adriatico?

 

Non sembra proprio, dato che il 2 Dicembre del 1943 ben 105 bombardieri tedeschi – decollati dal Nord Italia e dalla Grecia – bombardarono Bari (occupata dagli inglesi) in modo preciso e devastante.

E Mussolini?

 

Appena il Re fu a Brindisi, l’11 Settembre, scattò una nuova operazione: la liberazione di Mussolini. Tutti sappiamo che fu un’azione dei commando-paracadutisti tedeschi che giunsero, il 12 Settembre, con degli alianti ed un ricognitore per portarsi via il prigioniero.

Ah, scusate, dimenticavo…Campo Imperatore era stato fortificato e dotato di mitragliatrici pesanti contraeree le quali, però, molto stranamente il giorno prima furono rimosse per ordine di un Ispettore di Polizia, che nelle “foto ricordo” si nota mentre chiacchiera amichevolmente con l’ex Duce. Anche i cani da guardia furono messi alla catena e fu dato l’ordine di non sparare contro nessuno: morirono solo due italiani, che erano dislocati distante e non avevano ricevuto gli ordini.

Mussolini cenò tranquillamente e partì verso Pratica di Mare sul piccolo ricognitore, dove lo attendeva un altro aereo per condurlo a Vienna.

Non è possibile dimostrare che vi fu uno scambio ma, se le prove latitano, i dubbi sono forti e restano.

 

Dopo quei giorni zeppi di stranezze e di colpi di scena, tutto s’acquietò. Gli Alleati – padroni dell’Aria e del Mare – non decisero di chiudere la faccenda sbarcando, magari, in Romagna ed imbottigliando così le divisioni tedesche nell’Italia peninsulare. No, preferirono una lunga guerra durata quasi due anni, con tanti morti da una parte e dall’altra ed una popolazione sfibrata, affamata, delusa, stanca di vivere quell’inferno. Ma un’Italia stremata faceva parte del copione, ed i copioni vanno sempre rispettati.

La ragione politica è semplice: Stalin desiderava che si aprisse il fronte francese, mica che gli Alleati salissero dall’Italia verso Vienna per incontrarlo in Ungheria! Quella è roba mia e non si tocca! E ci fu lo sbarco in Normandia.

 

La fine fu improvvisa: non ho mai creduto che Mussolini avesse “bevuto” l’ennesima balla dei suoi apparati: quella della “ridotta” della Valtellina. Dopo che gli avevano raccontato di centinaia d’aerei pronti a difendere la Patria, e storie di navi inaffondabili, credo che avesse compreso con chi aveva a che fare. Difatti, Graziani si “sfilò” elegantemente dal corteo e sparì in un monastero di Milano: quattro giorni dopo si consegnò al comando americano. Era uno sterminatore d’etiopi, ma non era un ingenuo.

Mussolini, invece, non poteva “sfilarsi” e dunque sfidò la sorte: Svizzera o morte. Ancora una volta l’antico romagnolo ebbe il sopravvento e, di fronte al lancio dei dadi, non si tirò indietro: questa volta, a tradirlo, fu un oscuro capitano tedesco e non la potenza Alleata, il quale barattò il via libera in Svizzera con la vita di un italiano. E chissenefrega se crepa un italiano: ne abbiamo ammazzati tanti…

Successivamente, le dietrologie e le false o vere “piste” non mancarono.

 

Negli anni seguenti, la Storia ufficiale iniziò le sue indagini affidandosi alle prove ed ai documenti ufficiali, senza i quali nulla può essere validato! Peccato che i documenti ufficiali fossero spariti!

La Storia popolare si mise in moto e, come un caleidoscopio, creò un pantheon di figure, ciascuna corrispondente ai desideri delle principali tipologie d’italiani dell’epoca: la stampa diede una grossa mano.

Nacquero così, come generate da un palcoscenico, le figure del Re Salvatore, Soldato, Fellone, Stupidotto, Nanetto…e quelle del Duce Eroe che voleva Salvare la Patria, Grande Statista, Gran Bastardo, uccisore di Soldati inermi e mal vestiti, Fucilatore di Partigiani…e così via. A seguire, le figure di eredi al trono, regine, gerarchi…non mancarono di generare nuove vicende e sbalorditive “rivelazioni”.

Più avanti i Reali inglesi, che tutto manovrano, furono ben tratteggiati: persino un’ingenua principessa che muore in un sottopassaggio parigino con, a bordo dell’auto, un uomo dei servizi segreti inglesi che miracolosamente si salva..eccetera, eccetera…

Un clamore afono, che ci fa sentire sgomenti.

 

Perché ho raccontato queste vicende?

Poiché nascono da un tempo lontano, del quale rischiamo di perdere la memoria e di farci prendere per il naso. E poi: guardatevi attorno…che ve ne sembra di figure come Draghi o Mattarella, Grillo o Renzi, Letta o Salvini…forse non calcano anch’essi un palcoscenico e poi passano a nuovi copioni, proprio come gli attori di teatro? Il Fascismo, radicato da vent’anni, in una sola notte scompare dal panorama italiano: la Democrazia Cristiana regna per decenni senza un alito di tempesta, poi nasce la bufera di Tangentopoli, compare un ex poliziotto molisano che non sa nemmeno l’Italiano e fa il magistrato (?) e tutto svanisce nel volgere di poche settimane?

 

Vince le elezioni, a man bassa, un nuovo partito che – miracolosamente – esprime un premier come mai se me sono visti in Italia ma deve sparire, in fretta, senza inutili clamori. Il sipario s’abbassa: una nuova scena, alla riapertura, è già pronta. Vengono prontamente richiamati personaggi stantii, che aspettavano solo d’andare in pensione, giungono dall’estero ex segretari di partito divenuti docenti universitari, calcano il proscenio manager sconosciuti: ma un ex banchiere di Goldman & Sachs garantisce per tutti.

Baristi e ristoratori, che erano diventati la nuova leva rivoluzionaria, si zittiscono immediatamente e scompaiono dalla scena, si cambiano nel camerino ed escono dal teatro.

 

Solo un uomo comprese tutto con decenni d’anticipo: Leonardo Sciascia. A ciascuno il suo.

14 ottobre 2020

Chiediamo soldi all'Europa? E per cosa farne?

 


Gentile Presidente Conte,

la vicenda è quella che da un ventennio assilla gli ex dipendenti delle ex Province nella Scuola, che iniziò con la riforma Berlinguer dell’Istruzione nel 1999 ed è terminata con una sentenza della Corte di Cassazione nel 2019. Una vicenda iniziata nel 1999 e terminata, con uno sberleffo all’Europa, nel 2019: tempismo eccezionale della Giustizia Italiana.

 

In Italia, all’epoca (fino al 2000), nella Scuola lavoravano all’incirca 70.000 persone suddivise fra docenti e non docenti, che prestavano il medesimo servizio dei colleghi dello Stato: il perché di questa stranezza è uno dei tanti misteri italiani, misteri che nascondono giochi di potere, collusioni politiche, controllo del voto ecc. Finalmente (e coraggiosamente) un ministro dell’ Istruzione (Berlinguer) si mise con pazienza a smantellare quel sistema, che generava incomprensioni e difficoltà: oltretutto, si parlava oramai di una prossima abrogazione delle Province, che giunse nel 2014. Nella stesura originale della legge (n. 124 del 1999) si tutelavano i dipendenti delle ex Province: l’anzianità di servizio sarebbe stata totalmente conservata e sarebbero entrati nelle graduatorie dello Stato con minime differenze di retribuzione a loro favore.

 

Ma qualcuno (Berlusconi) ritenne che anche quelle minime differenze fossero troppe e così, nella Legge Finanziaria per il 2006 (comma 218) inserì una “interpretazione autentica” la quale, altro non era che la totale riscrittura retroattiva di una norma, introdotta solo 6 anni prima.

In quella “interpretazione” – fumosa, farraginosa, in alcuni punti addirittura ilare, che denotava lo “stile giuridico” di Berlusconi – si compiva un’iperbole giuridica, anche difficile da interpretare: praticamente, chi aveva 40 anni di servizio scendeva a 20, oppure chi ne aveva 20 scendeva a 7. Insomma, più soldi per noi (Berlusconi aveva promesso l’abolizione di alcune tasse molto invise dagli italiani più ricchi, come lui stesso) e meno soldi per voi. Non c’è da stupirsi: quello è il mondo di Berlusconi e tutti in Europa lo hanno capito.

 

Nel frattempo, però, molti dipendenti si erano rivolti alla Giustizia Europea, che aveva respinto senza incertezze tutti i tentativi della Giustizia italiana di far passare come norma di “interpretazione autentica” una stupidaggine giuridica la quale, altro non era che il tentativo di risparmiare denaro stravolgendo retroattivamente una norma precedente e già contemplata nell’ordinamento giuridico.

Come avesse fatto la Corte di Cassazione ha “passar per buona” quella fantasiosa ricostruzione di un articolo di legge mi parve, all’epoca, incredibile: dopo le ultime vicissitudini in seno al Consiglio Superiore della Magistratura, credo d’aver iniziato a capire. Forse, se vogliamo veramente essere europei, abbiamo ancora molta strada da compiere: iniziano magari dalla Giustizia e dal sistema Legislativo.

 

La prima a demolire questa “fantasiosa” ricostruzione fu la Corte di Giustizia Europea, poi partirono le richieste personali alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, della quale non si contano più i ricorsi – tutti vittoriosi per i dipendenti – che sono costati allo Stato italiano pesanti sentenze, nel senso di pagamenti di spese processuali, danni, ecc, oltre al riconoscimento del diritto originario dei lavoratori. L’ultima sentenza è costata allo Stato circa 400.000 euro: perché lo Stato italiano dilapida in questo modo soldi pubblici?

Inoltre, nell’ultima sentenza si è avvertito il fastidio della Magistratura Europea per la mancata applicazione di norme che il Trattato di Nizza obbliga l’Italia ad applicare. Dulcis in fundo, partirà presto l’ennesimo procedimento giuridico contro la Presidenza del Consiglio – gli avvocati Sullam e Zampieri lo stanno già preparando – per la mancata applicazione della direttiva 77/187 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e della CEDU.

 

Eppure, pareva che una sorta di “gentleman agreement” fosse a portata di mano già nel Giugno 2020, all’incontro di Villa Pamphili, poi tutto è tornato a girare nel medesimo modo: la Ragioneria dello Stato continua a richiedere rimborsi di decine di migliaia di euro sulla base della sentenza della Suprema Corte di Cassazione…eppure, la Corte Europea era stata chiara: nell’ultima sentenza del Settembre 2019 era compresa una diffida (con formula ultimativa!) con l’invito ai vertici del Ministero dell’Istruzione a relazionare sul perché la questione non era stata ancora risolta! Della serie: l’Europa ci deve aiutare, poi noi facciamo come ci pare?

 

Mi rendo pienamente conto dei problemi che l’Italia (ed il mondo intero) sta attraversando, ma non si può – anche se un maledetto microrganismo cerca di farci impazzire – dimenticare il senso della vita che scorre ugualmente: domani, Covid o non Covid, la Ragioneria dello Stato invierà alle sedi periferiche l’elenco delle pazzesche richieste di decine di migliaia di euro da richiedere a 70.000 persone incolpevoli, soltanto sulla base di una sentenza della Suprema Corte di Cassazione che l’Europa ha definito, ad essere ancora veniali, una schifezza. Ed è la stessa Europa alla quale lei ha chiesto giustamente aiuto e che, a quanto sembra, è decisa a farlo? A cosa serve se le prassi giuridiche – controfirmate ed accettate – non vengono rispettate?

 

Non le pare, questa, una contraddizione incongrua, una sorta di gioco delle tre carte della serie “non vedo, non sento e non parlo” che giunge a massacrare decine di migliaia di famiglie italiane per colpa – diciamola tutta – di una classe politica che non sapeva come fare per salvare i suoi privilegi? Le sembra che sia cambiato qualcosa?

 

Bisogna avere i nervi saldi per sopravvivere in questa situazione, so che tanti altri vivono giorni difficili e lo fanno con coraggio ma, mi creda, campar male per colpa di una sentenza che non si comprende come sia stato possibile confezionare rende rabbiosi al solo immaginarlo. E come si fa ad andare avanti, sapendo che la nostra vita è stata stravolta da una sentenza che il fior fiore dei giuristi europei ha giudicata immonda?

Smettiamo, per favore, di parlare d’Europa se, in fin dei conti, siamo proprio noi a non mostrarci europei.

La saluto e la ringrazio

 

prof. Carlo Bertani, ex insegnante, giornalista e scrittore    info@carlobertani.it

08 settembre 2019

Cosa si può ottenere e cosa si può sognare



All’indomani della nomina del nuovo governo, sono tornato a leggere le promesse elettorali di quello precedente: su tutto, spiccava la questione europea, in mille salse. Uscita, dall’UE o dall’euro, o da entrambi, poi discesa con un’infinita diatriba sui mini-BOT per pagare le imprese che lavoravano per lo Stato, infine, tutto derubricato all’anno del poi ed al giorno del mai. E’ vero oppure l’ho sentita solo io questa solfa? E perché non hanno lottato strenuamente per raggiungere l’obiettivo? La Lega, addirittura, aveva eletto Borghi e Bagnai, i quali hanno scaldato la loro sedia per più di un anno senza dire una parola, senza fare una proposta. Tutto normale?

Tutto normalissimo, in un Paese nel quale lanci dei proclami che sai benissimo, dopo, di non poter realizzare: basta vincere. Poi, poi…va beh…poi se lo dimenticano…
La campagna per le elezioni europee fu impostata da Salvini tutta sull’immigrazione – altro argomento che richiama consensi – per poi giocarla (male) in un’avventura che, se avesse avuto un po’ di sale in zucca (opinione non mia, bensì di Roberto Maroni), non avrebbe mai tentato. Era ovvio che finisse così: fin quando c’è una maggioranza parlamentare, il Presidente della Repubblica ha il diritto/dovere di non mandare il Paese ad elezioni. Altrimenti, ad ogni elezione – europea, regionale, comunale – qualcuno chiederebbe di tornare al voto.

In realtà, le elezioni europee – pur vincenti per la Lega in Italia – in Europa furono una delusione per il fronte sovranista, poiché la maggioranza dei popolari e socialisti non fu quasi scalfita. Ma, domandiamoci, cos’è il tanto osannato “sovranismo”?

Questa è la definizione che dà l’enciclopedia Larousse:

Il sovranismo è una dottrina politica che sostiene la preservazione o la ri-acquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali.

Mi sembra appropriata, dunque è il diritto di lasciare un’organizzazione sovranazionale quando riteniamo che ci danneggi.
Ma, gli italiani, votarono nel 1989 per appartenere all’UE, dunque:
1) Per prima cosa bisogna indire un nuovo referendum;
2) Se lo si vince, bisogna attuare una procedura di “distacco”.

A margine, vorrei far notare a quelli che credono che Salvini avrebbe indetto il referendum – insieme alla Meloni ed a Berlusconi (senza gli alleati, non aveva i numeri per vincere) – beh…ritengo che dopo questa bella prova di fiducia e di affidamento, avrebbero potuto tranquillamente credere in Cappuccetto Rosso, nella Terra Piatta, nei bambini che nascono sotto i cavoli ed a Babbo Natale.

La procedura di “distacco” va in onda oggi in Gran Bretagna, la quale sapeva benissimo a cosa andava incontro: non puoi per trent’anni firmare trattati ed accordi, e dopo andartene con un “ciao”. Insomma, è un po’ più complicato rispetto ad un matrimonio. C’è una trattativa in corso, com’è logico che sia: ciascuno, cerca di ottenere tutto ciò che può.
Però, la Gran Bretagna ci ha riflettuto bene: non dimentichiamo che gli inglesi sono usciti vittoriosi dalla 2GM, hanno saputo trasformare il loro ex impero in una struttura conveniente sia per loro e sia per gli ex colonizzati, inoltre la GB ha da sempre un rapporto privilegiato con gli USA. Quali, di queste qualità, ha l’Italia?

Sbattere la porta è facile, più difficile dire cosa si farebbe dopo: per ora, non ho sentito altro dal fronte sovranista, se non qualche richiamo ad Orban, che oggi ti sembra alleato e, domani – come nel caso dei migranti – ti abbandona al tuo destino.

E’ chiaro che il M5S, all’indomani del voto europeo, scelse la via del cambiamento dell’UE dall’interno, poiché altre vie – francamente – non ne vedevano. Forse questo cambiamento fu anche dettato dalla visione salviniana di una lotta senza quartiere all’UE – solo sui social, chiaramente! – tanto per acquisire consensi. Ma, parliamoci chiaro, quali sono state le mosse di Salvini sul fronte europeo?

Per carità…non torniamo alla storiella dei migranti…a parte che il signor ex ministro dell’Interno non è riuscito a rimpatriare un solo migrante fra quelli che già erano in Italia, ma nemmeno è riuscito a bloccare nemmeno l’ingresso dei migranti che sono giunti in Italia. Qualche sparata qui e là, ma niente di serio: bene o male, sbarcavano sempre, se non dalle navi, dai gommoni. La migrazione di massa, l’aveva già bloccata Minniti con l’infame accordo con i libici a metà del 2017.
Perché? Poiché bisogna distinguere fra “migrazione” ed “invasione” l’invasione avviene da popolazioni armate che giungono dopo un conflitto militare, mentre la migrazione è semplicemente un trasferimento in altro luogo di un surplus di popolazione.

Da noi è giunta una migrazione: voglio ricordare le parole di Salvini, “voglio che in Europa giungano in aereo”. Giustissimo, ma se per ottenere l’obiettivo ti spingi a tratteggiare l’UE come un nemico, dopo non ti stupire se ti lasciano solo ad affrontare il problema. Non è che la migrazione sia un fenomeno solo dei nostri tempi: la Germania ha 9,8 milioni di migranti (11,9% sulla popolazione), la Francia 7,4 milioni (8,9% sulla popolazione), la Spagna 3 milioni (13,8% sulla popolazione), l’Italia 3,6 milioni (8,3% sulla popolazione). Fonte: Wikipedia.

In principio di questa storia, si riteneva opportuno coinvolgere l’UE sui flussi migratori: ossia, sulla base della popolazione, accettare migranti fino ad una determinata soglia (probabilmente intorno al 10% della popolazione) ma giunse, forte e categorico, il “no” proprio dai Paesi cosiddetti “sovranisti”, Ungheria ed Austria in primis.
La vicenda, dopo questo fallimento, finì per avvilupparsi su se stessa: Salvini urlacciava, l’UE s’irrigidiva e così assistemmo alle famose “chiusure” dei porti – che collidevano con il diritto internazionale sul salvataggio in mare – e le “carrette del mare” o giu ngevano indisturbate, oppure erano obbligate a sbarcare nei nostri porti, salvo poi ridistribuire i migranti grazie all’intervento d’altri ministri, poiché Salvini s’era reso inviso a tutti in Europa, salvo ad Orban & compagni che, però, non si prendevano manco un migrante!

La questione dei migranti così si pone – a parte le procedure truffaldine escogitate nel Belpaese, cosicché i migranti finivano nei nuovi “Alabama” dell’agro-alimentare, oppure direttamente a disposizione delle mafie italo-nigeriane, ecc – se si vuole farli arrivare “in aereo”: si stabiliscono le necessità di manodopera per gli apparati produttivi, quindi si apre una trattativa con gli stati “fornitori”, si stilano degli accordi sui numeri annui e sulle destinazioni, si procede all’importazione della manodopera necessaria.

A questo punto, non dite che così si toglie lavoro agli italiani…che barba…trovatemi un italiano disposto a trasferirsi nei campi di pomodori, cavoli, finocchi, meloni, angurie…e poi disposti ad accudire vacche e maiali, quindi a lavorare sotto il sole nelle riparazioni stradali…perché gli occhi li ho come voi, e so riconoscere quanti neri ci sono in questi ambiti.

Qui è cominciata la guerriglia fra Salvini e l’UE – dimenticato l’euro e l’UE (Borghi, Bagnai: dov’eravate?) – tutto si consumò in una campagna elettorale continua, da una radio all’altra, da una spiaggia all’altra, fino a rendersi inviso agli alleati di governo, alle burocrazie europee, ma anche agli stessi partiti di centro-destra! Non è un caso se Toti e Brunetta, recentemente, lo hanno scaricato. E pure qualcuno dentro la Lega ha storto il naso: Maroni e Giorgetti, tanto per non far nomi.

Rimasto solo a giustificare una mossa incredibile – far saltare un governo e poi dare la colpa agli altri, fino a giungere ai complotti, alle dietrologie, alle storie fantapolitiche di chissà quali coinvolgimenti – Salvini, oggi, torna alla sola cosa che sa fare: campagna elettorale, sempre, ovunque. Finché ci sarà qualcuno che lo ascolta, perché dopo un po’ stufa: è la legge dei social, baby, fattene una ragione.

Cosicché, il M5S è stato obbligato a formare un governo con un PD altrettanto diffidente: lo stesso percorso che precedette l’inizio del governo giallo-verde, perché – se sapete leggere – il M5S non ha cambiato le sue richieste: la riforma Bonafede sulla Giustizia, il ritorno delle autostrade allo Stato, la tassazione proporzionale, ecc…solo sulla TAV non ci sono novità: sono tutti a favore (a parte il M5S), dalla Meloni al PD, Lega compresa. E, attenzione, tutti sanno benissimo che l’opera non servirà a niente, ma vogliono i soldi, i quattrini che l’UE ha (per ora) solo promesso, e che genereranno grandi flussi di denaro per i soliti noti, Lega compresa. Un affare da decine di miliardi di euro che durerà almeno 20 anni.

Ed hanno fatto bene a non cedere alle ultime, miserevoli, proposte di Salvini poiché la realtà era ed è che Salvini non ha una linea di governo, non ha idee su cosa fare sull’euro, non vuole l’Europa ma non sa cosa fare per andarsene, non sa come fare per correggere i trattati: Salvini, non ha proposto niente perché non ha niente da proporre.
Non ci credete?

Prendete in esame la situazione internazionale: ci sono 4 grandi potenze economico-militari. USA, Cina, Unione Europea e Russia sono in eterno equilibrio/conflitto su molti temi, mentre almeno 3 medie potenze – Giappone, India e Brasile – si avvicinano o si allontanano da almeno una delle grandi potenze, mai però entrano in aperto conflitto. Due grandi nazioni – Australia e Canada – fanno parte del Commonwealth britannico, 14 nazioni africane pagano una sorta di “tangente” del 50% a Parigi per usare il Franco Coloniale, che consente loro il cambio in euro. Molte nazioni sudamericane hanno legami con il dollaro o con l’euro, tramite il Banco di Santander. Altre, come la Siria e l’Iran, sono vicine al blocco russo od al Patto di Shangai.

Se consideriamo l’aspetto economico e finanziario, la situazione è un po’ diversa, ma le monete che “contano” – nel Pianeta – non sono più di 4-5: il dollaro, l’euro, lo yuan cinese, il rublo, la sterlina, lo yen giapponese e poco altro. Affiancati, però, alle monete – per potere finanziario – ci sono i fondi sovrani di parecchi stati, che investono su beni, servizi e monete. Basti pensare al fondo sovrano norvegese, a quello saudita, a quello del Qatar, ecc.

Chi desidera tornare ad una moneta – nazionale e sovrana – deve munirsi di mutande di latta, se non vuole fare la fine del pulcino non schiacciato – per carità! – bensì lasciato sopravvivere a colpi di spread e di declassamenti da parte delle agenzie di rating. Perché, il pulcino, più e mal messo e più rende.
Questa lezione – amarissima – l’hanno dovuta ingoiare Tsipras e Varouflakis, dei quali stimo più il primo che il secondo: almeno, ha avuto il coraggio di restare e di prendersi le sue “botte” di traditore. E che altro poteva fare?

La questione, se riuscite a capirla, è che siamo nelle mani di una banda di strozzini e non è urlando “li faremo neri!” che si arriva a qualcosa: loro, restano tranquilli, sereni, protetti dai servizi segreti e dai contingenti militari che tengono le capitali sotto scacco. A Roma, tanto per citarne una, sono di stanza il 1° ed il 2° battaglione “Lancieri di Montebello” che hanno – ma pensa te! – anche i mezzi blindati che mancavano ai nostri contingenti in Afghanistan. E’ più importante mantenere sicura Roma piuttosto che i soldatini all’estero.

Due fatti, però, li avevano fatti pensare: il governo giallo-verde in Italia (che Salvini ha affossato perché non voleva la riforma Bonafede, Berlusconi e Bossi hanno detto “nièt”) e, soprattutto, il movimento dei gilet jaune francesi, che li ha fatti impensierire: e se la cosa prende piede? Ci tocca muovere i blindati, ed il PIL s’affossa…

Per questa ragione, oggi, ci sono delle aperture da parte europea (anche perché la recessione ha raggiunto anche la Germania, a testimoniare quanto sia stupido ed infame il capitalismo in salsa Milton Friedman) e si sentono sempre più voci che parlano di “apertura” verso nuovi patti di stabilità, verso “più elasticità”, verso “più equità fiscale”, perché il capitalismo sopravvive sempre, ma sopravvive male a sentirsi incalzato.
Conte ed i 5Stelle hanno scelto questa via: la trattativa, per vedere cosa si riesce ad ottenere. Funzionerà, non funzionerà? Vedremo.

Se avete delle proposte migliori, proponetele, perché io da Matteo Salvini non ho sentito nulla in merito, che non fossero le solite, innocue (per loro) sparate. Ma non tirare in ballo mini-bot, mini-bond, mini-monete, locali, nazionali o quant’altro, perché se si decide per l’altra via – ossia andarsene dall’UE – bisogna avere una proposta concreta, non una favoletta da raccontare per i grulli. Credete forse che ci farebbero sopravvivere fuori dal loro recinto? E protetti da chi, che non sarebbe pronto a venderci il giorno seguente?

Serietà, proposte, non aria fritta. Grazie

13 dicembre 2018

Una lettura alla Tsipras


Il solito balletto delle cifre e dei decimali ha condotto il governo in un vicolo cieco, per la mancanza di memoria storica e per non aver capito che il nocciolo della questione non è economico, è politico. In altre parole, i nostri politicanti non si sono accorti d’essere precipitati in una lettura della nostra Storia recente delle politiche europee “alla Tsipras”, una lettura che ci conduce al fatidico 1992, all’inutile – e profondamente sbagliata – “difesa” della Lira che attuò l’allora presidente di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi.

Molti hanno incolpato Ciampi personalmente di quell’errore che, non dimentichiamolo, derivò direttamente dalle prime avvisaglie dell’enorme errore politico di voler accomunare i Paesi europei – situati sì in una modesta penisola e qualche isola, però molto diversi per storia, economie, culture, religioni e modi di vivere – in un solo insieme. Questo lo dico senza voler, in nessun modo, difendere la memoria di Ciampi, che era un economista, e dunque doveva sapere quel che faceva.
Tragicamente, si scelse la moneta come “mezzo” per unificare l’Europa: come usare una sola taglia di mutande per far diventare “uguali” tutti gli abitanti.

Senza comprendere che i processi storici durano secoli e comportano differenze che vanno rispettate, altrimenti è il disastro: gli USA sono un vero stato federale, con una sola moneta, ma – pur essendosi installati a spese dei Nativi (e, dunque, con una certa omogeneità di base) – hanno più rispetto costituzionale dei vari stati. Ah, già, noi una Costituzione europea non l’abbiamo nemmeno…
La Russia/URSS era quasi nelle medesime condizioni: un territorio immenso, quasi disabitato. Eppure, il tentativo di unificazione forzata di Stalin finì per produrre il 1989, ossia la fine. La Russia di Putin, oggi, usa tutt’altri metodi.
La Cina, invece – salvo modeste differenze – è uno Stato monoculturale, la lingua degli Han ha il sopravvento, le differenze fra Buddismo e Taoismo non sono poi così esiziali.
Ecco, il grande errore: prendere a calcinculo la Storia produce questi risultati.

Se, aprendo una parentesi fantastorica, Traiano non si fosse limitato a conquistare Ctesifonte per poi ritirarsi, ossia se avesse completamente conquistato e dominato l’Impero dei Parti (grosso modo l’area persica), si sarebbe trovato di fronte l’Impero Cinese. Ma, saggiamente, non lo fece, come non l’aveva fatto Alessandro, che si limitò ad una “toccata e fuga” fino al fiume Indo. Bisogna aver rispetto del volere degli Dei, che così avevano organizzato il Mondo.

Tornando a noi, Ciampi, nel 1992, “bruciò” inutilmente 70.000 miliardi di vecchie lire, una cifra enorme, per difendere un progetto, un sistema, un modus vivendi et operandi che era stato cancellato già dagli accordi del cosiddetto “Serpente monetario”: difatti, ne uscimmo, guarda a caso (!) insieme alla sterlina.
Da quella sconfitta non ci risollevammo più: l’antecedente, di pochi anni prima, fu la separazione del Tesoro dalla Banca d’Italia, che tolse la possibilità di acquistare parte dei titoli di Stato emessi e non venduti alla parte pubblica. Magari generando inflazione, però con il corrispettivo della maggior “attrattiva” per le nostre merci.

Oggi, tutti i quotidiani titolano della “insoddisfazione” di Moscovici per l’accordo raggiunto – un accordo che prevede 8 miliardi in meno nella manovra – perché Moscovici fa bene a comportarsi così: se il nemico fugge disorganizzato, inseguilo e distruggilo, eviterai d’averlo di fronte in futuro (Sun-Tzu).

I due poveri pulcini – uno che gioca a fare il bullo di paese sui social, l’altro che già si vede come una sorta di De Gasperi in nuce – sono riusciti a “bruciare” anch’essi una bella fetta di miliardi di euro grazie alle variazioni dello spread, ed oggi si rifugiano con delle affermazioni strampalate, come quella d’aver una sorta di “tesoretto” di 18 miliardi. Rassicurazioni inutili: quei soldi sono soltanto una sorta di “cartolarizzazione” alla Tremonti: sono proprietà pubbliche che mai si sa chi e quando le comprerà oppure, peggio, pezzi d’apparato produttivo: quelli sul mercato sono ben accetti, soprattutto se si vendono per quattro stracci.

Sono caduti nella trappola, esattamente come Tsipras, ma avevano più carte da giocare nella faretra rispetto ai poveri Danaos, che non fanno più paura nemmeno quando portano doni. I due poveracci, sono riusciti a compiere un miracolo. In negativo.

Un’Europa claudicante come il suo Presidente, un’Europa ferita dall’uscita della Gran Bretagna, compressa dall’Orso Russo che se ne fotte degli ucraini e delle loro provocazioni, sbeffeggiata dagli americani per il suo modo truffaldino e levantino d’agire. Per i cinesi, sempre sorridenti, si tratta soltanto d’inviare sempre più portacontainer cariche d’ogni merce, dalle perline ai diamanti di vetro. L’Europa sta tramontando: la Germania si salva con il suo export verso i Paesi extra-UE, ma dove viene prodotta questa merce?
Nelle varie dependances dell’impero germanico: dalle periferie dell’Est – laddove i cinesi misurano le retribuzioni per attuarle nel loro Paese, fidando sul fatto che l’organizzazione cinese è in un solo Stato, con una logistica più conveniente, difatti le retribuzioni cinesi sono già superiori ai paesi dell’Est Europa – fino all’Italia dove, a Taranto, nello stabilimento della Vestas, sono state finora prodotte 18.000 pale eoliche, ossia 6.000 aerogeneratori. I bilanci, ampiamente in attivo, sono conteggiati nell’economia tedesca.

Dopo aver declassato l’industria dell’auto – grazie alla “provvidenziale” morte degli eredi naturali Agnelli – gli Elkann, EUsraeliani, hanno consegnato la nuova FIAT alla produzione di semplici commesse internazionali. I centri di ricerca FIAT sono stati chiusi. L’industria informatica di Ivrea – Olivetti – distrutta da De Benedetti: dava fastidio ad  IBM. Che fu, poi, “mangiata” dai cinesi di Lenovo.
Sulla produzione italiana di zucchero – ben 34 zuccherifici – è bastato sopprimere le draghe (regionali) fluviali che rendevano conveniente il trasporto dal campo alla raffinazione: oggi rimangono 3 zuccherifici, in via d’estinzione. A vantaggio dei produttori del Nord Europa.
Insomma, gli USA hanno un bilancio federale: come possiamo pensare di sommare spezzoni di singoli bilanci senza fornire quella omogeneità di prassi che richiede la formulazione di un vero bilancio?

Mi chiedo se i grandi “rivoluzionari”, che propalavano urbis et orbis il nuovo Verbo dell’indipendenza da questo circuito infernale – via dall’Euro! via dall’Europa! – si rendono conto dei frutti delle loro azioni, del loro cedere senza condizioni ai ricatti europei.
Mi sovviene quando Berlusconi, per le elezioni del 2006, incontrò e raggirò i rappresentanti dei No-Euro per avere qualche voto in più (poi ottenuto semplicemente comprando il senatore De Gregorio), senza sapere nemmeno cosa volessero o quali fossero gli obiettivi del loro agire.

C’è, in più, un’aggravante: Conte, Di Maio e Salvini hanno ceduto in un momento politico nel quale c’erano molte premesse di successo: il clamoroso “sforamento” del 3,5 % della Francia – che ha, in termini monetari, un debito maggiore del nostro – la difficoltosa trattativa del Regno Unito per uscire dall’Europa, le elezioni europee incombenti, il “tiepido” appoggio americano, l’interessato “appoggio” russo…ma quando mai simili situazioni si ripresenteranno?

L’errore primigenio è stato l’essere stati irretiti nel vortice delle trattative di levatura economica, senza comprendere che la vera contesa era di ordine politico: la Francia va sorretta perché, domani, i giubbotti gialli non giungano al potere. L’Italia va massacrata poiché, in qualche modo, la protesta ha raggiunto il potere.

Soluzione? Fare in modo che la “protesta al potere” sia enucleata, derisa, accumulata nel coacervo delle rêverie di provincia, nel sogno ad occhi aperti di una possibile rinascita. Per mantenere in vita l’oligarchia europea.

Stamani mi sono recato alla Posta, per pagare l’IMU e la spazzatura, per la quale ero in ritardo: 801 euro. Tredicesima: circa 1.300 euro. Un tempo, almeno sotto Natale, si faceva in modo che l’economia si riprendesse grazie, almeno, all’importo delle tredicesime. Anche questo sogno è sparito: sempre solo tagli, economie, risparmi da consegnare all’Europa.

Alla mia constatata malinconia nel consegnare la tredicesima all’Europa, ha fatto coro l’impiegata delle Poste: “Mi ero ripromessa di non votare più: poi, questa volta ho ancora votato perché mi son detta…proviamoci, se si riuscirà a cambiare qualcosa…la prossima avrò fatto tesoro di questa delusione.”

Così la pensano gli italiani, checché ne dicano i nostri governanti.

03 dicembre 2018

L’Europa ha ragione: non è finita la pacchia


Una sera, discorrevo con un sindaco: un bravo sindaco, uno che fa pagare l’acqua (pubblica, del Comune) ai suoi abitanti una ventina di euro l’anno, che fa pagare poco la spazzatura…insomma, un bravo sindaco. Della Lega.
Ciò che mi disse, mi meravigliò. Parlando di bilanci, mi confessò che lo Stato aveva tagliato non ricordo più quante decine di migliaia di euro per il suo Comune (come per gli altri) e di come fosse arduo mantenere le promesse fatte agli elettori. Poi, sbottò in una frase che mi colpì: “Però, se non si ruba, ci sono i soldi per fare tutto”.

Già…si ruba…però ci sono leggi precise, ci sono la Magistratura, i Carabinieri, La Finanza, la Polizia…come si fa a rubare? Molto semplice.

In Italia ci sono (Aprile 2017) 7982 Comuni: ogni comune un consiglio comunale, ogni consiglio comunale un assessore al Lavori Pubblici. L’assessore ai Lavori Pubblici è molto spesso un Geometra, un Ingegnere o un Architetto ed è quasi sempre supportato da uno o più Geometri comunali.
C’è da asfaltare una strada. Che si fa?

Non si può certo “razziare” una parte del denaro stanziato – roba d’altri tempi – oppure farsi beccare con la classica “bustarella”. No, ci vuole finezza, “ci vuole orecchio” – come narrava Gaber – per non farsi beccare.
Il nostro bravo assessore, che chiameremo Caio, apre uno studio, nel quale la gente sa che sarà più facile ottenere l’approvazione di un progetto…ma queste sono cose di poco conto…pubblicità elettorale. Di cosa si occupa lo studio?
Accatastamenti, restauri, costruzioni…gli architetti aprono gli studi, i politici le fondazioni: stessa roba.

Il nostro assessore può benissimo fare un po’ di compravendita d’immobili in proprio: e chi glielo può proibire?
Caio ha appena acquistato un rudere od un vecchio fabbricato, sapendo che in quella zona ci saranno possibili acquirenti. Lo compra per quattro soldi, ad esempio 30.000 euro ma…dopo…quanto costerà rimetterlo a posto? Mettiamo 20.000 euro. Spenderà in totale 50.000 euro: dovrà venderlo almeno ad 80.000 se vorrà guadagnarci qualcosa, tenendo conto delle spese accessorie, burocrazia…eccetera.
Il signor Tizio, ad esempio, ha un’impresa in grado di restaurare l’immobile, mettere a norma gli impianti, insomma, quello che serve. Ed è anche in grado d’asfaltare una strada. Bene, anzi, benissimo.

C’è un appalto comunale di – poniamo – 50.000 euro per asfaltare la strada: sono previsti tot ore di lavoro per eseguire l’opera, tot di materiali…ma, in realtà, non c’è nessun controllo su tempi e costi. E nemmeno sulla durata nel tempo dell’opera. L’appalto, come si fa di norma, è al ribasso: chi fa l’offerta minore, a parità di servizio, vince.
Tizio, ovviamente, ci tiene a quell’appalto e allora…cerca di sapere quali sono le offerte della concorrenza…ma…come si fa?
S’interpella Caio, il quale potrebbe conoscere anzitempo le offerte – giacché giungono sulla sua scrivania – e potrebbe dunque spifferare qualcosa. Immaginiamo il colloquio?

L’assessore fa presente quei ventimila euro che deve spendere per la ristrutturazione…eh, un bel problema…e Tizio, ovviamente, si propone d’eseguire il lavoro…in economia, certo…però una fattura ci vuole, mica si può fare tutto in nero! La concorrenza non sta a guardare! Ed è pronta a denunciare.
Giungono ad un accordo: lavori per 20.000 euro e fattura, reale, di 4.000. L’appalto, sarà dato a Tizio per 49.000 euro.

L’assessore è contento, perché il costo totale del suo immobile non supererà i 35.000 euro…quindi: o più guadagno, oppure una vendita più veloce (la scelta più gettonata) per far rientrare i soldi in circolo e metterli su un altro affare. Una scuola, un ponte, un’altra casa…non importa: il sistema è questo.
Anche Tizio è contento, perché ha vinto l’appalto e, armandosi di pazienza, è  certo, prima o poi, d’incassare 49.000 euro. Il lavoro?
Beh, per la casa non sarà difficile: qualche ora in più in “nero” da parte di gente fidata e competente e, soprattutto, qualche albanese, moldavo, senegalese…o quant’altro che lavori in fretta e per poco. In nero? Una buon parte sì.
Ma non basta.

Sapendo d’averla fatta sporca entrambi, i due sono legati da un patto segreto – a volte addirittura “di sangue”, perché potrebbe esserci di mezzo una lupara – e dunque, beh…l’assessore non farà fare controlli…magari darà al Geometra del Comune del lavoro per il suo studio – in nero, ovviamente – cosicché non dovrà affaticarsi a controllare.

Adesso, però, Tizio dovrà ridurre le spese all’osso: meno centimetri d’asfalto da grattare e poi da ri-asfaltare, minor qualità dell’asfalto…insomma, un lavoro più “veloce”, una “passata” e via. Tutto funziona così: dagli appalti per i lavori stradali allo sgombero della neve. Ogni appalto ha la sua “cresta”.

Chiedetevi, adesso, come mai è comparso l’adesivo che ho letto sul retro di un’automobile: “Non sono ubriaco, sto cercando di scansare le buche”. E perché, anni or sono, le strade duravano il doppio.
Chiedetevi anche perché il consumo di cemento pro-capite, in Italia, era di 801 kg negli anni ’80: il doppio del consumo europeo (1). Quattro volte la superficie vergine ricoperta ogni anno rispetto alla Germania. Ecco cosa scrissi anni fa ne “La guerra di Cementland”:

“Nel 1998, in Germania, ad esempio, una nota rivoluzionaria proveniente dalla ex DDR – tale Angela Merkel, all’epoca Ministro per l’Ambiente, oggi Cancelliere – fissava per decreto la massima cifra di 30 ettari/giorno da concedere a Cementland, contro i 120 di prima. In Gran Bretagna, Cementland fu fermata nel 1946 con il New Towns Act, che sostanzialmente ricalcava lo stesso principio: la comunità definita “Stato” decide il massimo (in superficie) che può essere concesso all’invasore depotenziandone, così, le mire.” (2)

L’hanno fatto in Germania ed in Gran Bretagna: noi, invece, abbiamo aree industriali abbandonate per anni mentre, accanto, un bel prato o campo sarà cementato per costruire capannoni.

Adesso, moltiplicate il tutto per 7982 Comuni, 100 ex Province, 20 Regioni ed un Governo: quanto fa? Non lo sappiamo.
Ci sono cifre vaghe, che raccontano di una forbice che parte da 10 ed arriva a 60 miliardi l’anno (3): anche perché la corruzione sull’edilizia presa in esame è appariscente: ponti che crollano, strade che cedono appena dopo l’inaugurazione, scuole che dopo tre anni sono da buttare. Il Sole24 Ore definisce la cifra di 60 miliardi “una bufala” poiché proviene da una rilevazione media internazionale che, sulla base del PIL italiano, ricava questa cifra: non vorrete mica dire che l’Italia sia corrotta come le repubbliche delle banane! Cosa non si fa per accontentare i propri lettori…
Solo per avere un raffronto, il sistema scolastico costa sui 70 miliardi l’anno, quello sanitario sui 100. Tutta la lite per il RDC verte su una decina di miliardi.

Meno appariscenti sono le corruzioni in campo medico – convegni (leggi: vacanze) pagati dalle case farmaceutiche in cambio di prescrizioni a valanga sul solito antibiotico – oppure, gli stessi farmaci che costano pochi centesimi a Cuba (documentato da Michael Moore nel film “Sicko”) mentre da noi costano decine e decine di euro o dollari: perché? Poiché i prezzi dei prodotti chimici per sintetizzarli vanno a tonnellate, non a milligrammi! E finisce (con poche eccezioni) che i principali preparati farmaceutici, nel mercato all’ingrosso, non costano quasi niente. Tutta scatoletta, blister, colori e…pubblicità! Legale od occulta. La ricerca? L’acetilsalicilico (Aspirina) ha più di un secolo!

Sui prodotti petroliferi e chimici, poi, è un tripudio: il gasolio per uso agricolo (agevolato) che nelle cisterne torna ad essere gasolio per autotrazione (cambia il colore, ed il prezzo), oppure l’alcool denaturato per le pulizie che non viene denaturato (con l’aggiunta di colorante), e diventa spirito per liquori (gravato da 10 euro il litro d’imposta, che viene così elusa)…ci sono mille contraffazioni che sfuggono, mascherate con mille trucchi, chimici e contabili. Anni fa, alcune note raffinerie, in Sardegna, incameravano il famoso contributo “CIP6”, che pagavamo sulla bolletta dell’ENEL per le energie rinnovabili, perché “riciclavano” le frazioni più pesanti del greggio: operavano una semplice operazione di cracking, del tutto normale nelle raffinerie petrolifere, e lo facevano passare per un “recupero ecologico”. Dopo quella vicenda, l’ENEL “rinominò” il “CIP6” in qualche altro modo. Confondere, per offendere.

Siamo un popolo di corrotti, ma non per lombrosiana memoria: semplicemente perché le leggi lo consentono e/o nessuno riesce a controllare. Fuori d’Italia le cose cambiano: in Danimarca, se non rispetti le norme ed i tempi sulle grandi opere, giungono a ritirare il passaporto ai dirigenti.

Basterebbe inserire nei codici degli appalti (e nel codice penale) ben poche righe di testo, e la corruzione diminuirebbe, e di molto: avete visto che fine ha fatto la legge sulla prescrizione? Sarà discussa insieme alla riforma del codice di procedura penale il prossimo anno…campa cavallo, che l’erba cresce. Non bastava annullare le famose leggi che Berlusconi fece approvare per se stesso?

Chiediamoci perché succede così, perché questo governo s’avvia al suo fallimento: perché quel terzo dei votanti italiani che votò i 5 Stelle, oggi storce il naso.
Hanno accolto con favore la fermezza sul fronte dell’immigrazione, per niente le buffonate di Salvini sul fatto che “finiva la pacchia”. Per chi? Per chi speculava sui barconi senz’altro, per quelli dei barconi…beh…almeno un po’ di comprensione…e poi si dicono cristiani…
Ma, di tutte le grandi promesse dei 5 Stelle, non ne è passata una: il RDC staremo a vedere cosa sarà e, soprattutto, se e quando arriverà. Intanto, Berlusconi e Renzi (più migliaia d’altri personaggi) si fregano le mani per la prescrizione “sfangata”, tranquilli: “non è finita la pacchia”.

Lo scorso anno, abbiamo pagato 64 miliardi d’interessi sul debito pubblico: sono stati scritti centinaia, migliaia di articoli per spiegare, capire, comprendere cos’è quel debito, se sia giusto o sbagliato pagarlo. Lo scorso anno, come tutti gli anni, abbiamo pagato 60 miliardi anche per il “debito” verso i nostri amministratori corrotti ed i loro sodali, ma niente è stato fatto. Niente di concreto, niente che non consenta loro di temere la legge, niente che faccia loro capire quel vecchio monito latino: “dura lex, sed lex”.
Centinaia di ore passate su Facebook a rassicurare, blandire, inseguire chi scappa o vorrebbe scappare, ancora una volta, dall’ultimo partito nel quale ha creduto: il decreto anti-corruzione, per quella gente è acqua fresca. Conoscono solo una legge: quella di chi ti viene a prendere, una mattina, e t’infila le manette ai polsi.
Se non riusciremo a mettere fine a questo andazzo, a nulla serviranno le alchimie finanziarie e monetarie: giusto chiedere una moneta sovrana, ma – se dovrai pagare il pizzo per ogni metro cubo di asfalto, cemento od altro – la tua moneta sovrana evaporerà, come neve al sole. 

Ci voleva poco a capirlo: Salvini poteva permettersi di rompere non con Berlusconi, ma con le decine di migliaia d’amministratori corrotti, con le migliaia di Tizio e Caio che fanno parte del suo elettorato? Cosa potrebbe rispondere a Cota e Molinari, a Bossi e Belsito, se passasse la legge sulla prescrizione?

Quel signor Sindaco, che mi raccontò questa (ed altre) storie, fu anche candidato alle elezioni regionali ed eletto: arrivò, però, una telefonata da Milano, da via Bellerio. “Sai…sarebbe meglio che tu rinunciassi, avevamo un accordo con…”. E lui, obbediente, rinunciò. Ma restò al suo posto, nella Lega e in Comune.
Avete capito com’è la faccenda? Se non l’avete capito, tornate a rileggere le mille alchimie su come fare, rifare, rifondare, riavere, la famosa “Nuova Moneta” che vi renderà liberi dal debito pubblico, liberi dalla schiavitù europea, liberi dalle basi americane, liberi dall’orso russo, liberi dal lavoro di m…Liberi tutti!
Come a nascondino.


1) Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Milano, Feltrinelli, 1993.