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31 marzo 2021

A ciascuno il suo personaggio, in cerca d’autore

 

Quando, analizzando una situazione storica, si pongono dei dubbi è sempre salutare: non significa creare una “nuova verità” storica, né fare dell’inutile revisionismo, bensì sgombrare la piazza dal ciarpame e dalle cartacce.

Lo storico Emilio Gentile (che si definisce un liberale) ha compiuto un ottimo lavoro nei suoi libri: s’è guardato bene dal creare dei diktat incontrovertibili, mentre ha dato un po’ di fiato ai molti dubbi che ancora sussistono sulle vicende della 2° Guerra Mondiale italiana. Che, paradossalmente, almeno per il copione, giungono fino ad oggi.

 

Un semplice esempio, che sempre mi ha traversato la mente è: se Mussolini aveva ben compreso che la guerra era perduta, perché accettò d’indossare i panni di un Quisling per fare un favore ai tedeschi? Mussolini era un po’ gradasso ed un poco sopra le righe ma non era stupido, se non altro era dotato del buon senso succhiato, col latte materno, dalla terra che lo aveva generato. Una terra fatta di contadini, che crescevano impastati con la malta della concretezza.

Per questa ragione accettò d’assecondare la Germania nel 1940: una scommessa, la previsione di un “raccolto” che la grandine (più facile da prevedere anzitempo per un intellettuale od un militare) devastò, e con essa l’Italia intera.

 

Basti riflettere che, in tre anni di guerra, l’Italia non riuscì a mettere in campo un carro armato almeno accettabile per gli standard dell’epoca: i nostri corazzati li sbucazzavano le mitragliatrici. Una discreta Marina, ma priva di un’aviazione propria (che fece la differenza) per questioni interne agli equilibri di regime, mentre i nostri sommergibili erano sì tanti, ma con delle dotazioni tecniche che fecero sbottare ad un ufficiale tedesco della base atlantica di Bordeaux (dove operarono i nostri sommergibili atlantici) “che la differenza fra un sommergibile tedesco, rispetto ad uno italiano, è la stessa che esiste fra un sommergibile italiano e le navi di Colombo.”

L’Aviazione, in termini quantitativi, sembrava potente ma, qualitativamente, faceva pena: soltanto nella Primavera del 1943 entrarono in servizio caccia paragonabili agli Spitfire, solo che – mentre da noi entravano in servizio a decine – fra gli Alleati li contavano a centinaia.

Non voglio tediarvi oltre, però questa premessa bisognava farla per giungere alla vera questione alla quale si deve rispondere: cosa si aspettava Mussolini dalla seduta del Gran Consiglio del 25 Luglio 1943? L’ultima riunione, prima di quella seduta, era stata il 7 Dicembre 1939. Una vita prima. Perché, allora, convocarlo di nuovo?

 

Mussolini, quando prese posto quella sera, si portava appresso alcuni avvenimenti che non poteva sottovalutare né dimenticare: il 9 Luglio del 1943 gli Alleati erano sbarcati in Sicilia, praticamente indisturbati e il 22 dello stesso mese entravano a Palermo: due settimane per conquistare l’isola! Già gruppi di commando agivano in Calabria, per preparare lo sbarco nella penisola.

Un Mussolini abulico e depresso si presentò a Feltre il 19 Luglio per un incontro (inconcludente) con Hitler: nello stesso giorno, gli Alleati bombardarono per la prima volta Roma, inviando un avvertimento terrificante e facendo circa 3.000 morti ed 11.000 feriti.

Quale poteva essere lo stato d’animo di Mussolini?

 

Tornato a Roma convocò subito il Gran Consiglio. La mia ipotesi fu che il Duce del Fascismo sperasse d’essere esautorato: a ben pensarci, altre scelte non le aveva.

 

Passò l’Ordine del Giorno Grandi e Mussolini fu spodestato: insieme a lui sparì il Fascismo italiano e il giorno dopo, Domenica, non c’era più una camicia nera per le vie di Roma e quasi deserti erano i gangli più importanti del potere fascista.

Era rientrato a villa Torlonia alle 4 del mattino e, alla moglie Rachele ansiosa che gli domandava “li farai arrestare tutti, no?” rispose “sì, lo farò domani…” Ma non lo fece, e secondo me lo sapeva benissimo: mentì e basta. Ma non finisce qui.

 

Poteva scatenare la Milizia fascista, arrestare i congiurati, anticipare la guerra civile……invece no, chiese semplicemente udienza al Re – che lo odiava di brutto – in una Domenica assolata ed afosa del Luglio romano, scompaginando tutte le previsioni e le tattiche di Vittorio, che fu costretto ad anticipare quello che da tempo pensava di fare.

Così, dopo un colloquio afono, se ne andò tranquillamente, accompagnato da un ufficiale dei Carabinieri in una ambulanza: per essere certi della riuscita, i Carabinieri lo fecero accompagnare sull’ambulanza da tre sottufficiali corpulenti, ma non ce ne fu bisogno. Mussolini appariva tranquillo: la tranquillità di una persona depressa.

 

Dopo vari giri in diverse caserme di Roma, giunse alla Scuola Allievi Carabinieri di Roma, sita in via Legnano: il colonnello Tabellini lo ricevette al circolo ufficiali ma poi, visto il giorno festivo, mica poteva lasciarlo in un circolo quasi deserto in compagnia di un paio di giovani sottotenenti attoniti! Invitò, quello che fino a poche ore prima era il suo comandante supremo, a salire nella sua abitazione.

Non sappiamo se ci fu una tranquilla cena in famiglia, ma il colonnello Tabellini, che ebbe ospite il Duce nella sua abitazione all’interno della caserma di Via Legnano, riferì: “Tenne un contegno che francamente mi meravigliò fino a sconcertarmi…in sostanza ebbi l’impressione che il nuovo stato di cose lo avesse liberato da una situazione insostenibile. Più che rassegnato mi sembrò sollevato.

Ed è difficile non comprendere il senso, profondo e rilevatore, di quelle affermazioni, fatte da un ufficiale che non lo conosceva personalmente e che lo aveva immaginato per anni ed anni, probabilmente, del tutto diverso.

 

Poi, Mussolini fu inviato “in crociera” nel Tirreno in varie isole e, infine, mandato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, credendo che gli fosse impossibile scappare. Ma, anche qui, ci furono sorprese.

Mussolini non aveva tanta voglia di finire come Gauleiter dell’Italia Settentrionale sotto il tacco dei tedeschi, però comprese che aveva delle responsabilità alle quali non poteva sottrarsi: era stato lui ad insistere per la guerra – tutti i generali erano contrari, poiché l’Esercito Italiano del 1940 non era impreparato, era semplicemente inesistente: poche divisioni, incomplete, molte senza armamento – e, in quei giorni, dovette sentirsi soverchiato dai suoi errori, abbattuto, depresso (e, in questo senso, molti storici concordano).

 

Lo storico Emilio Gentile ebbe un colloquio con Vittorio Mussolini, figlio di Benito ed ufficiale a Salò, il quale gli confessò che il padre comprese che, andarsene al Nord in uno Stato fantoccio, non sarebbe stata una repubblica “fascista e sociale” come lui intendeva. Sperava, però, che in quella situazione un governo italiano sarebbe potuto essere almeno una forza di mediazione fra lui e l’occupante tedesco.

Se il gioco gli riuscì è difficile dirlo: tanti partigiani morirono fucilati, ed anche molti giovani della Repubblica Sociale ci rimisero la pelle. Ci sono alcune indicazioni (provate) che Mussolini cercò in tanti modi d’evitare il campo di concentramento per gli ebrei (verso il ’45 giunse a dire “dite loro che non abbiamo i camion per portarglieli”) però è molto difficile dare giudizi obiettivi in una situazione così intricata: la “risiera” di San Sabba, a Trieste, funzionò proprio all’epoca della Repubblica di Salò, e fu l’unico vero campo di sterminio in terra italiana.

 

Anche la disposizione dei Ministeri della Repubblica Sociale fu decisa dai tedeschi: Mussolini abitava a Gragnano, nella villa Feltrinelli, e doveva “ospitare” un tenente tedesco che gli teneva gli occhi addosso. I vari ministeri, poi, furono sparpagliati sul territorio: Salò, ma anche Mantova, Cremona, Verona, Padova e Venezia. Ai tedeschi bastava intercettare le conversazioni telefoniche per capire cosa succedeva nella cosiddetta “Repubblica”.

 

Ne volete un’altra?

La mattina del 9 Settembre 1943, i destini del Re e di Mussolini, probabilmente, s’incrociarono una seconda volta, quando il convoglio della famiglia reale e dei generali in fuga verso Pescara dovette passare quasi “a tiro di sguardo” da Campo Imperatore, dov’era prigioniero Mussolini. Una trentina di chilometri, nulla più.

Il convoglio reale – se la cosa vi stupisce lo comprendo – passò indisturbato, scortato da due autoblindo, in ben tre posti di blocco tedeschi, nei quali nessuno ebbe nulla da ridire. Il 10 Settembre, imbarcati sulla corvetta Baionetta giunta da Zara, i reali salparono da Ortona ed un ricognitore tedesco li sorvolò per un tratto di mare, fotografò tranquillamente la nave della famiglia reale e se ne andò, senza disturbare e senza essere disturbato. La nave giunse a Brindisi sana e salva mentre, di fronte all’Asinara, il giorno prima i tedeschi avevano affondato la nave da battaglia Roma, che andava ad arrendersi a Malta: l’affondamento fu cronologicamente preciso, quasi al minuto, con la fuga del Re dal Quirinale.

I tedeschi non avevano dunque più aerei in Adriatico?

 

Non sembra proprio, dato che il 2 Dicembre del 1943 ben 105 bombardieri tedeschi – decollati dal Nord Italia e dalla Grecia – bombardarono Bari (occupata dagli inglesi) in modo preciso e devastante.

E Mussolini?

 

Appena il Re fu a Brindisi, l’11 Settembre, scattò una nuova operazione: la liberazione di Mussolini. Tutti sappiamo che fu un’azione dei commando-paracadutisti tedeschi che giunsero, il 12 Settembre, con degli alianti ed un ricognitore per portarsi via il prigioniero.

Ah, scusate, dimenticavo…Campo Imperatore era stato fortificato e dotato di mitragliatrici pesanti contraeree le quali, però, molto stranamente il giorno prima furono rimosse per ordine di un Ispettore di Polizia, che nelle “foto ricordo” si nota mentre chiacchiera amichevolmente con l’ex Duce. Anche i cani da guardia furono messi alla catena e fu dato l’ordine di non sparare contro nessuno: morirono solo due italiani, che erano dislocati distante e non avevano ricevuto gli ordini.

Mussolini cenò tranquillamente e partì verso Pratica di Mare sul piccolo ricognitore, dove lo attendeva un altro aereo per condurlo a Vienna.

Non è possibile dimostrare che vi fu uno scambio ma, se le prove latitano, i dubbi sono forti e restano.

 

Dopo quei giorni zeppi di stranezze e di colpi di scena, tutto s’acquietò. Gli Alleati – padroni dell’Aria e del Mare – non decisero di chiudere la faccenda sbarcando, magari, in Romagna ed imbottigliando così le divisioni tedesche nell’Italia peninsulare. No, preferirono una lunga guerra durata quasi due anni, con tanti morti da una parte e dall’altra ed una popolazione sfibrata, affamata, delusa, stanca di vivere quell’inferno. Ma un’Italia stremata faceva parte del copione, ed i copioni vanno sempre rispettati.

La ragione politica è semplice: Stalin desiderava che si aprisse il fronte francese, mica che gli Alleati salissero dall’Italia verso Vienna per incontrarlo in Ungheria! Quella è roba mia e non si tocca! E ci fu lo sbarco in Normandia.

 

La fine fu improvvisa: non ho mai creduto che Mussolini avesse “bevuto” l’ennesima balla dei suoi apparati: quella della “ridotta” della Valtellina. Dopo che gli avevano raccontato di centinaia d’aerei pronti a difendere la Patria, e storie di navi inaffondabili, credo che avesse compreso con chi aveva a che fare. Difatti, Graziani si “sfilò” elegantemente dal corteo e sparì in un monastero di Milano: quattro giorni dopo si consegnò al comando americano. Era uno sterminatore d’etiopi, ma non era un ingenuo.

Mussolini, invece, non poteva “sfilarsi” e dunque sfidò la sorte: Svizzera o morte. Ancora una volta l’antico romagnolo ebbe il sopravvento e, di fronte al lancio dei dadi, non si tirò indietro: questa volta, a tradirlo, fu un oscuro capitano tedesco e non la potenza Alleata, il quale barattò il via libera in Svizzera con la vita di un italiano. E chissenefrega se crepa un italiano: ne abbiamo ammazzati tanti…

Successivamente, le dietrologie e le false o vere “piste” non mancarono.

 

Negli anni seguenti, la Storia ufficiale iniziò le sue indagini affidandosi alle prove ed ai documenti ufficiali, senza i quali nulla può essere validato! Peccato che i documenti ufficiali fossero spariti!

La Storia popolare si mise in moto e, come un caleidoscopio, creò un pantheon di figure, ciascuna corrispondente ai desideri delle principali tipologie d’italiani dell’epoca: la stampa diede una grossa mano.

Nacquero così, come generate da un palcoscenico, le figure del Re Salvatore, Soldato, Fellone, Stupidotto, Nanetto…e quelle del Duce Eroe che voleva Salvare la Patria, Grande Statista, Gran Bastardo, uccisore di Soldati inermi e mal vestiti, Fucilatore di Partigiani…e così via. A seguire, le figure di eredi al trono, regine, gerarchi…non mancarono di generare nuove vicende e sbalorditive “rivelazioni”.

Più avanti i Reali inglesi, che tutto manovrano, furono ben tratteggiati: persino un’ingenua principessa che muore in un sottopassaggio parigino con, a bordo dell’auto, un uomo dei servizi segreti inglesi che miracolosamente si salva..eccetera, eccetera…

Un clamore afono, che ci fa sentire sgomenti.

 

Perché ho raccontato queste vicende?

Poiché nascono da un tempo lontano, del quale rischiamo di perdere la memoria e di farci prendere per il naso. E poi: guardatevi attorno…che ve ne sembra di figure come Draghi o Mattarella, Grillo o Renzi, Letta o Salvini…forse non calcano anch’essi un palcoscenico e poi passano a nuovi copioni, proprio come gli attori di teatro? Il Fascismo, radicato da vent’anni, in una sola notte scompare dal panorama italiano: la Democrazia Cristiana regna per decenni senza un alito di tempesta, poi nasce la bufera di Tangentopoli, compare un ex poliziotto molisano che non sa nemmeno l’Italiano e fa il magistrato (?) e tutto svanisce nel volgere di poche settimane?

 

Vince le elezioni, a man bassa, un nuovo partito che – miracolosamente – esprime un premier come mai se me sono visti in Italia ma deve sparire, in fretta, senza inutili clamori. Il sipario s’abbassa: una nuova scena, alla riapertura, è già pronta. Vengono prontamente richiamati personaggi stantii, che aspettavano solo d’andare in pensione, giungono dall’estero ex segretari di partito divenuti docenti universitari, calcano il proscenio manager sconosciuti: ma un ex banchiere di Goldman & Sachs garantisce per tutti.

Baristi e ristoratori, che erano diventati la nuova leva rivoluzionaria, si zittiscono immediatamente e scompaiono dalla scena, si cambiano nel camerino ed escono dal teatro.

 

Solo un uomo comprese tutto con decenni d’anticipo: Leonardo Sciascia. A ciascuno il suo.

21 gennaio 2020

Quando si vuol fare il passo più lungo della gamba

L'eremo di Blagaj, nei pressi di Mostar

Come saprete, ho abbandonato Comedonchisciotte al suo destino perché troppo compressi dalla teoria che gli ebrei siano i veri padroni dell’economia del Pianeta: siccome nessuno li schiodava da lì – ben corroborati da leghisti, Casa Pound e neofascismi vari – ho deciso di fare un passo indietro.
Questo non significa che io non legga CDC, perché ha il pregio di raccogliere dal Web una serie di contributi: a volte interessanti, altre un po’ meno. Si prende il buono e non si perde tempo con il resto.

Mi ha colpito un articolo di Pepe Escobar, addirittura intitolato “Le radici della demonizzazione dell’Islam sciita da parte dell’America”, ossia come se esistesse una differenza incolmabile di tipo filosofico/religioso che impedisse all’America di Trump di colmare, e calmare, i dissidi che esistono fra le due Nazioni.
Ohibò – mi son detto – leggiamo cosa vuol dire Escobar, perché – essendo una materia che richiederebbe più volumi per essere esposta – se ci è riuscito, tanto di cappello.
Purtroppo, la frittata non è proprio caduta bene nel piatto: anzi, diciamo che nel momento di voltarla, durante la cottura è scivolata via, obbligando i commensali a raccogliere i pezzi da terra. D’altro canto, il tentativo di spiegare, anche in un’ottica geopolitica, la vicenda persiana/iraniana degli ultimi 2 millenni e passa, va oltre le possibilità di un articolo, anche abbastanza corposo. Non se la prenda Escobar: nel “manico” era già insita la sconfitta, inutile piangerci sopra, sarebbe come descrivere l’intera storia Romana, decadenza compresa, in due paginette.
Non sono mai stato in Iran ed in Iraq – le terre degli sciiti – però da molti anni sono un corrispondente di IRIB, la radio iraniana in lingua italiana. Ciò mi consente almeno di provarci evitando, però, d’avviarmi senza pensarci prima su chine così impegnative.
Perciò, ho attuato una suddivisione per epoche, cercando di rispettare le loro epoche.

L’epoca pre-islamica
L’area persica in epoca pre-islamica fu un confine ben presente negli atti militari dell’antichità: più volte i persiani giunsero in Grecia, più volte Romani e Greci s’avvicinarono alla Persia.
L’unico a conquistarla fu Alessandro il Macedone: il quale, però, non aveva alle spalle una nazione coesa e decisa nell’appoggiarlo, ed Alessandro lo sapeva. Le mille rivalità fra le polis greche lo aiutarono col contagocce nel conquistare, ma nulla dopo nel mantenere le conquiste fatte: fu, in sintesi, una lunga corsa per raggiungere il mitico fiume Indo e nulla più. Alessandro lasciò un’eredità che durò secoli nel Mediterraneo, ma non in Asia.
I Romani si resero conto che la potenza persiana doveva essere attenuata e disillusa dal venire in Occidente, e ci riuscirono, ma mai – neppure Traiano che espugnò Ctesifonte (l’allora capitale) – meditarono di conquistarla e di fare della Persia una provincia romana.
Sull’altro versante – nell’odierno Afghanistan – i persiani dovettero controllare per secoli l’incontro/scontro con la civiltà cinese: un po’ con la guerra, ma molto con la diplomazia.

La prima epoca islamica
 L’Islam ereditò un mondo in disfacimento, soprattutto nella parte occidentale: per alcuni versi fu un vantaggio per la nascente cultura islamica senza dimenticare, però, che l’Impero Romano d’Oriente – i Bizantini – durarono fino al 1500.
Le vicende dinastiche delle classi dirigenti islamiche seguirono un percorso che è abbastanza simile a quello che abbiamo avuto in quei secoli in Occidente: una sequela infinita di lotte intestine per il potere, a tutti i livelli ed a tutte le latitudini. Cosa si poteva creare, dopo la disfatta del mondo greco-romano che aveva dipinto la civiltà per quasi un millennio?
Mi chiedo – dall’articolo di Escobar – come si possa citare il martirio di Alì come “la storia di Karbala e Imam Hussein e lo sforzo sciita nel proteggere e difendere gli oppressi e lottare contro l’oppressore.” Siamo al 680
d.C.: qualcosa di quel mondo esiste ancora? Certo, come la battaglia di Legnano-Pontida (1167) viene celebrata dalla Lega come la “liberazione” dei lombardi…dimenticando completamente il contesto storico, ossia che il nemico non era “Roma ladrona”, bensì l’Imperatore Federico Barbarossa. Una delle mille battaglie medievali.
Insomma, non prendiamo a prestito pessime citazioni di pessimi politici per cercare nella Storia delle giustificazioni per il presente: ne viene ancora a Bossi od a Trump, di aizzare qualcuno nel nome di faccende accadute nella fossa del tempo per giustificare le loro sporche mire.

Ciò che invece bisogna notare è il “picco” della cultura islamica contemporaneo ai califfati abbasidi di Baghdad (900 d.C.) i quali, liberi dalla prevaricazione teologica cattolica, condussero la scienza e la tecnologia a livelli impensabili per l’epoca: dagli interventi chirurgici con anestesia totale (oppiacei), che rimasero nei testi di medicina inglese fino al 1700 alle prime cartiere, importate dal sapere cinese.
Dai numeri cosiddetti “arabi”, che giunsero in verità dall’India, all’algoritmo, che fu inventato in Persia da un dimenticato matematico chiamato Al-Kwarizmi (De Al-Kwarizmi de numero indorum). Anche il pensiero fece molti progressi: da “solo la logica (kalam) può riconciliare in pieno ragione e fede” (scuola filosofica dei Mutaziliti) a “dal mondo minerale a quello vegetale, dal vegetale all’animale, e da quest’ultimo all’uomo” (Alì al-Masudi), laddove si cercava d’ipotizzare l’evoluzionismo.
Per favore, Escobar: lasciamo da parte Cartesio, che ancora doveva nascere molti secoli dopo.

La seconda epoca islamica
Finite le Crociate e tutti gli sconquassi che ne derivarono, agli albori del Settecento si verificarono alcuni mutamenti: purtroppo, di segno opposto rispetto alle aspettative od alle speranze di una conciliazione.
Paradossalmente, laddove gli islamici avevano scoperto la logica nel 900 d.C., la dimenticarono mentre in Europa con l’Illuminismo stava affermandosi: questo è uno dei punti chiave delle rispettive evoluzioni. Gli Illuministi cozzarono violentemente contro il potere cattolico, mentre gli islamici – segregati nella Umma e nei versetti del Corano – non poterono accedervi.
Vi fu un luogo dove le rispettive tradizioni tentarono l’incontro: da un lato i Gesuiti, dall’altro i Dervisci – da non confondere con i Dervisci Danzanti, che erano per una via più legata all’ascetismo – mentre i Dervisci Ottomani erano il vero contraltare dei Gesuiti cattolici.
Anche il luogo è noto e suffragato da prove storiche: l’eremo di Blagaj, alle sorgenti della Buna, presso Mostar, in Bosnia.
In quel luogo (che visitai) per secoli le tradizioni vennero confrontate, i “sacri testi” letti collettivamente, le discussioni fiorirono, vi nacquero amicizie. Purtroppo, fu tutto inutile: l’Europa marciava a passo lesto verso qualcosa che gli islamici non potevano cambiare così in fretta, e già s’intravedeva l’ombra di un Corso che avrebbe significato il crollo definitivo dell’Europa medievale, dei suoi riti, delle sue monarchie assolute, delle nobiltà intangibili.
Dall’altra parte, e più precisamente nel deserto saudita, un oscuro teologo islamico – Al-Wahabi – sosteneva proprio la tesi opposta, ossia l’aderenza totale – letterale – con il Corano, scritto più di mille anni prima (!). Incontrò un giovane emiro – tale Al-Saud – e, insieme, giurarono fedeltà alla nuova (?) visione del Corano: era nato l’imperituro legame fra  quello che 200 anni dopo sarebbe diventato il regno degli Al-Saud e la visione di una civiltà islamica rigida e conservatrice.
E l’Iran?

Fino all’anno 1000 governato dai califfati abbasidi, se ne staccò quando gli abbasidi andarono in rovina, occupati dagli Ottomani. Fino al 1500 la regione subì invasioni dal grande Nord, dalle steppe asiatiche, e fu governata da sovrani di derivazione mongola: nel 1500 – attenzione, secoli prima del regno saudita – con la dinastia Safavide stabiliva confini abbastanza definiti e corrispondenti grosso modo all’antico regno persiano. Nel 1600, infine, iniziava la sua azione diplomatica, prendendo accordi con le nazioni europee sempre nell’ottica di proteggersi dal pericolo ottomano (che era, comunque, in caduta dopo l’ascesa dell’Impero Britannico).
Si può ben dire che l’inizio dell’Era Moderna trovò un Iran già “strutturato” per entrarvi a pieno titolo: a parte la breve occupazione del 1941 – ad opera di britannici e sovietici – ricordiamo che l’Iran non è mai stato colonizzato.

La religione sciita come differenziazione sociale, oltre che teologica?
Francamente, la “teoria” di Escobar mi lascia un po’ freddo.
Le differenze fra i due sistemi teologici, mentre non sono in discussione gli aspetti coranici, sono soprattutto nella scelta e soprattutto nella genesi del clero, che è molto diversa.
Nel mondo sunnita si trova ancora un’eco molto presente di derivazione genealogica: il Re del Marocco s’ostina a difendere la sua (pretesa) discendenza per via diretta dal Profeta Maometto. Inoltre, le figure eminenti dell’universo sunnita (come l’imam di Al-Azhar al Cairo) sono sì ascoltate per quanto riguarda gli aspetti dottrinali, ma non hanno ruoli sociali né, soprattutto, politici.
Invece l’Iran – piaccia o non piaccia, e nemmeno vi sto a raccontare se sia più o meno giusto – è una repubblica islamica, nella quale la figura principale – come se noi avessimo come Presidente il Papa – è il prodotto di una gerarchia ecclesiastica, anche se fare raffronti è difficile e carico di tranelli ideologici.

L’Iran, fra i Paesi del Medio Oriente, è il più orientale: non mi stupisce che una gerarchia religiosa esprima il “migliore” a guida della nazione: se vogliamo, è molto orientale questo tipo di scelta, paragonabile ai santoni indiani, tibetani, birmani, cinesi, ecc. Ossia, devi dimostrare le tue capacità e che il tuo pensiero è ben saldo e determinato: tutte doti richieste a qualsiasi capo religioso in Oriente. C’è poi il caso, tutto iraniano, che la guida religiosa sia anche colui che indica, a grandi linee, il percorso politico della Nazione, anche se la gestione è completamente in mani civili.
La Religione Sciita, allora, in sé racchiude tutto questo sistema: nelle città sante – in Iran ed Iraq – cresce un clero dal quale escono le alte cariche. Ovvio che questo modo di procedere entra in conflitto con tutto l’universo sunnita, dove troviamo soprattutto reami, reami fasulli, presidenti che sono dei padri-padroni e dittatori che vengono chiamati presidenti.
In altre parole – migliore o peggiore, giusto o sbagliato che sia – l’Iran possiede una struttura costituzionale che nessuno ha in quell’area: una solidità che dura, come Stato indipendente, dal 1500.
Ed è questo, se vogliamo, che potrebbe spaventare un presidente americano: sapere d’avere di fronte una struttura composita – certo, c’è anche la religione sciita – ma estremamente moderna.
Di una strana modernità, che non è misurabile con i nostri “metri”: una modernità islamica.

22 dicembre 2019

Regalo di Natale (con ammennicoli vari…)

Natale è la vera festa dei cattolici: dovrebbe essere, in realtà, la Pasqua la quale contiene e condensa in pochi giorni (o, addirittura, ore) tutta la vicenda di un certo Joshua bar Joseph (Gesù figlio di Giuseppe), che sarebbe diventata la colonna sonora di due millenni di storia, oggi conclusa, terminata, smarcata dalle cronache religiose del pianeta. Vedremo poi.
Già, Natale…però il Natale, celebrando la nascita del Redentore delle Anime, sconfessa apertamente chi non aveva riconosciuto in lui il Davide, il Grande Re Davide che avrebbe riportato alla gloria il grande popolo d’Israele. Non l’hanno riconosciuto? Ben gli sta! Giù la testa!

Se il grande regno di Davide mai non giunse, anche il surrogato – ossia il povero Joshua bar Joseph – non fu una gran trovata. Ossia, lo fu sotto l’aspetto secolare, di potere – indubbiamente servì a tanto per superare la crisi dell’Impero Romano e trasformarlo nel Sacro Romano Impero, con annessi e connessi – ma fallì totalmente sotto l’aspetto della religione e, soprattutto, della contigua filosofia religiosa. Prima di partire, ricordiamo una curiosità: il primo a godere dell’appellativo di Pontifex Maximus (pressappoco “guida suprema”) fu…Giulio Cesare! Dopo di lui, tutti gli imperatori romani.
Bisogna partire da lontano per capire tutto l’arzigogolo, e quando si dice da lontano quel “lontano” è, niente popò di meno che…Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus, in arte Nerone, quinto imperatore romano. Perché?

Perché Nerone aveva ben compreso che il futuro dell’Impero non era nella lontana Britannia o nella riottosa Germania, bensì nel Mediterraneo: ossia, voleva spostare il baricentro dell’Impero verso Oriente, non verso l’inospitale Nord. Nel 67 d. C. si recò in Grecia e concesse a tutti i Greci l’immunità, qualcosa che si avvicinava alla cittadinanza romana, ed iniziò a meditare che Alessandria d’Egitto (seconda città dell’Impero) aveva tutti i crismi per diventarne la prima: la Biblioteca – che, oggi, definiremmo “un grande polo universitario” – il grandioso porto e la posizione geo-centrica di quello che lui immaginava il futuro dell’Impero. E la religione? Le tradizioni? Beh…ci penseremo…in Oriente si trova di tutto…
A Roma non furono molto d’accordo, e lo fecero fuori. Ma il dado era tratto: nemmeno 60 anni dopo, Adriano ammetteva “Christus” fra gli dei onorabili a Roma, sempre che i seguaci lo onorassero nel Pantheon romano e non come unico Dio. Ma la strada era tracciata. S’era intorno al 120 d. C.

Ci furono ancora lotte, discriminazioni, uccisioni…ma, due secoli dopo, Costantino sanciva il passaggio definitivo, quello della religione cristiana come unico credo del regno. E, annessa, vi fu la prima truffa dei cristiani, ossia la cosiddetta “donazione” di Costantino (mai avvenuta) poi codificata nel Constitutum Constantini, un testo apocrifo del IX secolo d. C. la quale concedeva al papato non la guida della Chiesa, bensì una specie di titolo di imperator, ossia la supremazia su qualsiasi regno o (futuro) feudatario del grande impero. La frittata (un colossale falso storico) era sfornata, ed era nato lo Stato della Chiesa.

Per i secoli a seguire, dunque, i Papi non furono le guide religiose che tutti pensiamo ed immaginiamo nella nostra tradizione, bensì i Re d’alcuni possedimenti italici e gli imperatori dell’ex Impero Romano, perché avevano nelle mani uno strumento potente per mantenere quel primato (che usarono più volte), ossia la scomunica. Furono Pontifex Maximus dei re ed imperatori d’Europa.

Non ci dobbiamo perciò meravigliare dei fasti della corte papale, delle molte concubine, delle mille corruzioni, delle sanguinose lotte di potere…non dimentichiamo che molti Papi non furono nemmeno preti, oppure furono nominati cardinali da bambini…erano dei regnanti, stop. Machiavelli scrisse che gli italiani crebbero “senza religione e cattivi”, poiché allevati in quei torbidi consessi, nei quali la gestione del potere era “santificata” da qualcosa che, di veramente santo, non aveva niente.
Ma venne la prima punizione.

Un oscuro monaco agostiniano germanico, Martin Lutero – dopo una visita a Roma nella quale vide quel che vide, non ultimo il commercio, venale, delle indulgenze, che lo terrificò – tornato in Germania (e sotto la protezione di Federico di Sassonia) pubblicò le famose 95 tesi affiggendole sulla porta della Chiesa di Wittemberg. Era il 1517, era la Rivoluzione.
Lutero voleva tornare ad un Cristianesimo più puro, mondato da ogni coinvolgimento secolare che la Chiesa Romana, ovviamente, non poteva concedere, senza correre il rischio d’enormi perdite, territoriali e di ricchezza.

La prima avvisaglia di come i Protestanti desideravano “accomiatarsi” dal potere romano avvenne nel 1527, con il Sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi: 20.000 morti ed il resto della popolazione in fuga. Per “scalzarli” da Roma il papa dovette pagare 400.000 ducati d’argento. Cash.
La risposta, da Roma, venne nel 1545 con il Concilio di Trento e fu una risposta totalmente di chiusura, con la proibizione del possesso degli antichi testi biblici (in greco ed aramaico): solo la Vulgata – pessimo titolo! – ossia la Bibbia in Latino visionata e distribuita solo da Roma. E la creazione del Sant’Uffizio (la futura Inquisizione) e dell’indice dei testi “scomunicati”.
Gli ultimi a ricevere questo “trattamento” furono Simone de Beauvoir, Gide, Moravia e Sartre (!). Li precedettero, praticamente, tutti i “pilastri” della civiltà moderna occidentale, da Cartesio in poi, e l’ultimo Papa passato sullo scranno del Sant’Uffizio, poi divenuto “Congregazione per la dottrina della Fede” fu papa Ratzinger, tuttora vivente, Benedetto XVI.

Insomma, in barba a tutti i “consigli” che giungevano dall’esterno, la Chiesa Cattolica non ha deviato di un’unghia, non ha discusso con nessuno, non ha accettato nessun “bonario” consiglio.
Ha continuato a non concedere rogatorie nemmeno quando le vicende dello IOR (la Banca Vaticana) sprofondavano, più che nella tragedia, nella farsa. Pedofilia, niente, preservativi, nulla, divorzio, ignorato. Salvo concederlo, già a Trento (1545), per le coppie di neri che erano state battezzate dai missionari e poi vendute, schiave, a differenti proprietari. Una vera e propria chicca: un’attenzione perfetta per le esigenze del commercio! La giustificazione? Qualcuno aveva potuto leggere le pubblicazioni dell’atto? Magari affisse su un albero della foresta equatoriale? Penosi.

Ma la nemesi giunge da dove meno te lo aspetti. Stavolta non c’è più un monaco che affigge delle tesi su una chiesa per chiederne la discussione, per avviare una ricostruzione di quel credo suggerito (pare) molto tempo prima da un oscuro pescatore/predicatore della Galilea. Rivisto e purgato – in primis Paolo di Tarso, poi Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino eccetera, eccetera… – per l’udito e la forma mentis dei greci e dei latini dapprima, poi per i loro eredi.

Quando un edificio si mostra troppo vecchio per resistere ancora allo scorrere del tempo, quando non sono stati eseguiti per tempo i necessari lavori di ristrutturazione, entrano in funzione le ruspe demolitrici: non c’è altra soluzione.

La “ruspa” – addirittura comico! – sgattaiola fuori dal garage delle Edizioni San Paolo di Roma, ma non affigge tesi per discutere, non chiede udienza, non dà alla vetusta istituzione cattolica nemmeno l’appiglio di un confronto: “non voglio intromettermi fra ciò che pensano e credono i cattolici rispetto alla loro Fede”. E’ ciò che Mauro Biglino ripete, anche se sa benissimo che non ci potrebbero essere più roghi per bruciarlo.

Magari, però, una pallottola vagante potrebbe sempre manifestarsi: i tempi cambiano e gli inquisitori accettano anche qualche “suggerimento” della modernità. La morte del comandante delle Guardie Pontificie, Alois Estermann (mai chiarita), della moglie e di un caporale, è stata una sparatoria degna di un film di Sergio Leone. Proprio accanto all’appartamento del Papa.

Così, dalle Bibbie più antiche – guarda a caso quelle proibite nel ‘500 con l’Inquisizione – salta fuori, traducendo letteralmente, che il potente e “glorioso” Dio Javhé viaggiava nei cieli su un “carro di fuoco”, mentre i suoi “cherubini” assomigliavano più a delle guardie del corpo che agli angioletti del presepe.
Ma anche il Nuovo Testamento è stato “rivisitato” – soprattutto grazie all’acume “greco” di Paolo di Tarso – e, dunque, una vicenda interna alla comunità ebraica, uno scontro fra fazioni discordi ed un fallito assalto al tempio di Salomone, ha creato i prodromi per la creazione di una nuova religio, visto che quella vigente nella Roma imperiale era in forte crisi, pervasa e stravolta da nuovi credi.
Mentre era stato proibita dal Senato la pratica dei Baccanali, i culti di Cibele, Iside e, soprattutto, Mitra erano entrati a far parte del Pantheon Romano, scombussolandone le radici, che risalivano addirittura al primo re, Numa Pompilio. C’era bisogno di “aria nuova”: che durò per due millenni.

Oggi, osservando con occhio disincantato e senza nessun tipo d’acredine, possiamo affermare che la religione Cattolica sia ancora uno dei “perni” del vivere italico?

Vivo di fronte ad una chiesa, che si dice sia stata un “luogo” dei Templari, e nella quale è stato anche girato un pessimo film (The broken key) sull’infinita saga dei cavalieri antichi e delle moderne società segrete.
Le campane, a parte le ore, suonano musichette che sembrano il “liscio” dei Casadei: mai più ascoltato una musica sacra. Rari matrimoni e battesimi, più frequenti i funerali, con un solo denominatore: niente che abbia a che vedere con una pratica sacra, ma solo cerimonie mondane, allegre o tristi, ma solo mondane. Abiti eleganti le donne, camicie e cravatte gli uomini: per quel che ne so, una liturgia spenta senza più nessuna tensione religiosa verso il sacro, il supremo, l’assoluto inconoscibile.

Le statistiche ci dicono che circa la metà della popolazione italiana si dice cattolica, ma coloro che si dicono credenti e praticanti sono soltanto il 22%. Ci sono, poi, un 10% circa che appartiene ad altre religioni, ed un 14% che, genericamente, “crede in Dio”. Questa è, sostanzialmente, la situazione.
Al di là della sfera religiosa, gli italiani che credono molto o abbastanza alle coincidenze rappresentano ben il 53% mentre il 41% crede nella fortuna, il 25% nella reincarnazione, il 24% nella predestinazione dell'anima, il 21% nei miracoli dei guaritori, il 18% nel karma, il 17% nell'astrologia, il 16% nella presenza di alieni sulla Terra, un altro 16% nella jella e nel malocchio, sempre il 16% nelle sedute spiritiche, il 14% nella possessione diabolica, il 9% nei tarocchi e un altro 9% nella magia. (sondaggio Adnkronos)
Sembra quasi l’identica situazione del tardo Impero Romano anzi: forse peggio.

Eppure, continuiamo a definirci un “Paese cattolico”: in ogni modo, felice Natale a tutti!

24 dicembre 2016

Leggenda di Natale




Quest’anno, la leggenda di Natale è una storia vera, di quelle che mai e poi mai uno come Poletti comprenderebbe per la sua importanza, che va oltre le solite menate sui ragazzi che vanno all’estero, sugli immigrati pericolosi e quant’altro. Perché è una storia vera, che ha dell’incredibile, soprattutto per gente come Poletti & Co.
Tutto iniziò una decina d’anni fa, quando un gruppetto di persone – mi piace di più immaginarli elfi con sembianze umane – uscì dal bosco, uno di quei boschi infiniti che si perdono nell’immenso Appennino, laddove esistono, probabilmente, posti non calpestati da essere umano da secoli e dove nessuno va mai, anche se ci nascono i migliori funghi della stagione.

Calpestarono l’asfalto per la prima volta: proprio lì, accanto alla deserta strada provinciale, sorgeva una casa. Gli elfi decisero che non poteva esistere una casa così isolata senza un forno, poiché – senza forno – come fai a fare il pane?
Così, lo costruirono e diedero un nome un po’ strano a tutta la costruzione: Forno 4P...beh, non importa...tanto, quella denominazione rimane tuttora un mistero alchemico.
Se hai un forno, cosa ne fai? Il pane, ovvio. Ma mica pane come gli altri, eh no...siamo elfi...facciamo un pane un po’ magico, poi stiamo a vedere.
Ed iniziarono con un conciliabolo, proprio come i nanetti di Biancaneve, che erano anch’essi creature del bosco.

“Lo facciamo col granturco. Sì va bene, ma poi la gente si confonde con la polenta...facciamolo anche col grano duro. Accettato. E la segala? Mica è sempre cornuta...dai, facciamo il pane di segala, E vai. Io mescolo tutto: lo chiamiamo ai cinque cereali? Venduto!”
Non vi so dire quanti tipi di pane riescano a fare: hanno dovuto, per forza, creare dei biglietti da visita nei quali indicano i giorni delle infornate, se proprio ritieni di non trovare quello che ti soddisfa.
“E quando l’abbiamo fatto, dove lo mettiamo?” rimbeccò il solito brontolone.

“In una cesta. Eh già: e le mosche? Come si fa? Facciamo scendere dai soffitti dei veli da sposa, così è più bello!” Una gnometta disse subito: “Sì, il velo da sposa mi piace!”
Quando giunsero altre gnomette, fu obbligatorio...eh sì...non si poteva fare altrimenti...i dolci, sì, i dolci.
Paste dure, con la crema, biscotti, torte...una gnometta ligure si lamentò: “E le focacce”? Dovettero impastare e cuocere focacce d’ogni tipo, tutte contraddistinte dal profumo di bosco e di grano...d’altro canto, se sono elfi...

Un giorno venne dal bosco uno gnomo che giungeva da lontano, da un mare che nessuno conosceva, perché era un Mare Nero. Oh buon Dio: ma può esistere un Mar Nero? Gli chiesero il CV, perché anche gli gnomi chiedono il CV, ma poi se ne fregano.
Il CV raccontava che era un elfo-pittore, diplomato all’accademia di una città lontana...Bucu qualcosa, Bucu che resta, sembrava così. Lo misero davanti al forno e lo osservarono, perché ci stava bene, era adatto: ma cosa se ne fanno, gli umani, di questi CV? Mah...

Lo gnomo-pittore, però, non rinunciò a dipingere le icone della sua tradizione: belli quei dipinti – meditarono gli altri gnomi – perché non ne appendiamo qualcuno insieme al pane? E così fu, pane ed icone, che fanno risaltare – con quell’oro che sa di luce – il colore del pane. Poi arrivò una gnometta che sapeva leggere e scrivere, ma proprio scrivere bene, e...volle una biblioteca.
Niente da fare, negarono gli gnomi, è un nome troppo importante...”biblioteca”...mah...e se fosse “bibliograno”? Certo! Così ci piace di più! Una vecchia credenza, accanto alle icone, iniziò a riempirsi di libri sulla natura, le tradizioni del cibo, dei forni, le piante medicinali...insomma...roba per gnometti istruiti...ma ci sta, ci sta...

Sono stati obbligati ad ingrandire il parcheggio, poiché sempre più auto si fermavano, deviavano dalla importante strada statale per fare un salto al forno...dai, andiamo a comprare quel pane così buono...ma sì, va, deviamo di qualche chilometro, ne vale la pena...

Questa non è una leggenda, è una realtà, fatta da persone che ci credevano e ci credono tuttora. Quello di cui hanno bisogno i nostri ragazzi è solo di credere in qualcosa – non importa la cosa – serve una mente che crea e persegue un sogno, poiché un vecchio adagio americano recita:

Ci sono uomini che lavorano da mane a sera e non pensano mai: finiranno come hanno iniziato, a lavorare come bestie senza sapere il perché.
Altri invece, vivono tutta la vita rapiti dai sogni: ogni sogno s’accavalla a quello seguente, e non combineranno mai niente.
Tu, figlio mio, sogna, sogna pure, ma passa il resto del tuo tempo a realizzare quello che hai sognato. Vedrai, non te ne pentirai.

Buon Natale a tutti