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21 agosto 2021

La banalità della guerra

 

La scossa afgana è stata dura da digerire: come un corpo attraversato dalla scarica elettrica, l’Occidente è steso a terra e bofonchia, nell’attesa che il malore se ne vada. Qualcuno scrive di “inevitabilità”, altri di “riscossa”, altri ancora di “speranza”: l’unica realtà è quella dell’aeroporto di Kabul, dove ci sono più morti e feriti causati dall’incresciosa disorganizzazione della fuga occidentale. Nemmeno capaci a scappare ordinatamente.

 

Terminata la guerra, ci saranno state certamente delle vendette, delle rese dei conti…è inevitabile…pensiamo alla Berlino nel ’45 con i russi in casa…ma non si sono viste le lunghe file di persone inginocchiate a terra per tagliare loro la gola, e qualche senso questa “magnanimità” talebana deve pur averlo.

I Talebani hanno compreso che sono stati in grado di riconquistare il Paese, ma sanno benissimo che nulla potrebbero fare per fermare le squadriglie di B-52 che li sotterrerebbero di bombe: perciò, hanno tolto all’avversario la ragione per bombardarli. Semplice: è bastato disarticolare la “coalizione” mondiale nata nel 2001 dopo gli attentati alle torri di New York, per le quali pare che non fossero nemmeno responsabili.

 

Gli Stati Uniti sono a terra e per un po’ non sapranno risollevarsi, alla Gran Bretagna – dopo la Brexit – non è rimasta che la strategia del pappagallo: ripetere, con molta discrezione nei termini, ciò che arriva da Washington. Russia e Cina, insieme all’Iran hanno sposato, paradossalmente, la strategia “salvinista”, ossia ognuno padrone a casa propria. L’Europa “guarda”, “osserva”, “ragiona”. E tace.

In realtà, è stata una grande vittoria cinese sugli occidentali senza che i cinesi facessero niente: sono bastate dichiarazioni compiacenti e tranquillizzanti, mentre la Russia gongola per la ferrovia che dall’Uzbekistan raggiungerà Mazar I Sharif e l’Iran quella che dal territorio iraniano giungerà ad Herat: il collegamento verso Kabul sarà secondario. L’importante, è rendere trasportabili per ferrovia le stratosferiche riserve afghane di minerali preziosi, dei quali gli USA erano già a conoscenza ma, non sapendo convivere con gli afgani, hanno dovuto rinunciare.

 

Si tratta anche d’Oro e diamanti – ma per quelli non era necessaria la ferrovia – mentre servirà per le (stimate) 60 milioni di tonnellate di Rame, per i 2,2 miliardi di tonnellate di Ferro ma soprattutto le 1,4 milioni di tonnellate di Terre Rare, oramai quasi monopolio cinese in tutto il Pianeta: il vero potere nel controllo della produzione futura – armamenti, telefonia, informatica, settore spaziale, ecc – riposa proprio nel possesso del mercato delle Terre Rare, delle quali la Cina ha fatto grande incetta ed ha stabilito contratti a lungo termine in America Latina. Il Litio dell’Argentina, della Bolivia (ed oggi quello afgano) hanno fatto pronunciare a russi e cinesi una frase fatidica nell’occasione della guerra afgana: “Un’alleanza invincibile”.

In qualche modo, la guerra afgana ha ricordato la Suez del 1956, che segnò la fine dell’imperialismo britannico in Oriente.

 

Passata la buriana, verrà il tempo di tirare le somme di questa apocalittica sconfitta nel settore orientale: si è cominciato con il fallito tentativo d’egemonizzare la Siria, terminato con una sconfitta plateale degli USA, della GB, della Francia e d’Israele nell’unico territorio che consentiva d’arrivare ai confini russi. Oggi è l’Afghanistan a segnare l’estromissione degli occidentali dall’Asia Centrale e per Dicembre 2021 è già stato deciso l’abbandono dell’Iraq da parte delle forze americane che ancora vi risiedono, con ovvi contraccolpi sul mercato petrolifero e, vista la vicinanza dell’Iran, un nuovo elemento geostrategico da tenere in conto.

Rimane ancora l’asfittica Ucraina nel cercare di tenere a bada il potente vicino, ma non ci pare che la dirigenza ucraina – abbandonata da tempo dall’occidente ed in preda ad una crisi economica che ha dimezzato il valore della moneta nel volgere di pochi anni – sia in grado di contenere i russi che, peraltro, conquistata la Crimea ed il bacino del Donbass, li lasceranno al loro (amaro) destino.

Fra pochi anni, gli unici “avamposti” dell’occidente in Asia saranno solo più la Giordania, l’Arabia Saudita ed Israele: auguri.

 

A questo punto, la parola dovrebbe tornare alle armi, ma anche qui ci sono dei punti di non facile soluzione e dovremo fare un passo indietro per scorgerli nella loro interezza.

Da dove nacque il potere occidentale?

 

Nell’Ottocento – solo per non andare più indietro – il potere della Gran Bretagna si poggiava su tre grandi direttrici: l’artiglieria, la flotta e la cavalleria.

Grazie alla flotta il potere britannico si poteva espandere in tutti i mari e le terre, grazie alla cavalleria poteva controllare qualsiasi tentativo di rivolta e grazie all’artiglieria dominava popolazioni e territori.

Questo fu, a grandi linee, ciò che permise il grande potere coloniale inglese.

Anche perché dominate senza possibilità di riscossa, le popolazioni coloniali permisero la nascita dei governi coloniali, in parte britannici ed in parte indigeni: fu così che nacquero le future classi dirigenti nelle nazioni ex coloniali.

Basti pensare alle migliaia di burocrati, tecnici e militari che l’India trovò all’atto dell’indipendenza, mentre un Paese come la Tanzania (ereditato dai tedeschi dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e mai “ristrutturato”) si ritrovò per gestire l’indipendenza 3 medici e circa 150 maestri elementari.

Cosa fece andare in crisi il sistema inglese?

 

Lo abbiamo visto tutti ne L’ultimo Samurai: la mitragliatrice. Senza la mitragliatrice, i samurai avrebbero vinto.

Crollata la cavalleria, toccò alla fanteria assumersi i compiti e, nella Prima Guerra Mondiale, sappiamo a quale disastro si andò incontro: l’artiglieria dovette assumersi il compito di distruggere le fanterie avversarie, ma l’artiglieria costava, ogni proiettile costava caro. E si combatté per quattro anni, fin quando i rifornimenti di granate di uno dei contendenti s’esaurirono.

Rimaneva la flotta, ma la flotta aveva adesso bisogno d’esser protetta dai velivoli avversari e, nonostante la nullità della flotta tedesca, nella Seconda Guerra Mondiale la flotta inglese fu decimata.

 

Dopo la fine della guerra la situazione trovò un nuovo equilibrio: le portaerei americane controllavano i mari…l’URSS non ne aveva quasi…ma l’URSS non ne aveva bisogno: dopo Hitler e Napoleone, venite a conquistarci.

E furono proprio gli sconfitti, i tedeschi, a procurare l’arma che avrebbe segnato un nuovo dissesto: prima il razzo, poi il missile.

Per molto tempo ci si rifugiò nelle certezze del nucleare: oggi, con USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Israele, Pakistan, India, Nord-Corea…più chi si prepara ad accodarsi…c’è oramai da stare bene attenti a premere il bottone.

 

Gli americani avrebbero potuto portare in Afghanistan un migliaio di carri armati e blindati (come avevano fatto i russi) del costo di milioni di dollari ciascuno, solo per vederli distruggere da missili spalleggiabili, del costo di migliaia di dollari ciascuno. E non lo fecero.

Avrebbero dovuto creare un solido governo coloniale, ma senza il controllo del territorio (per un massimo del 50% raggiunto) non potevano farlo: oltretutto, non avevano esperienza di governi coloniali.

Così, se ne sono andati: tanto abbiamo le portaerei che controllano i mari…le rotte…

Fino a un certo punto: il bello è che gli americani lo sanno benissimo.

 

Fintanto che si tratta di controllare la pirateria qualche fregata basta ed avanza…ma in uno scenario di vera guerra – senza poter usare le armi nucleari – il problema diventa serio.

Basti pensare alla guerra in Iraq del 1991: una manciata di missili Scud  del 1950 lanciati dall’Iraq su Israele – e per farceli arrivare avevano ridotto la testata bellica da 1 tonnellata a cento chili d’esplosivo – causarono 156 morti fra la popolazione israeliana, morti che gli israeliani nascosero dichiarandone uno solo, morto d’infarto.

I famosi “Patriot” o cose del genere non beccarono niente, perché la velocità dei missili che scendevano dalla stratosfera era troppo alta per intercettarli: per prenderli sarebbero stati necessari dei laser di potenza a lunga gittata. Peccato che, per ora, esistano solo sulla Enterprise di Star Trek.

 

I missili a lunga gittata a velocità ipersonica, invece, fanno già parte degli arsenali di Russia, Cina ed anche degli USA: solo che gli altri non pretendono di governare tutti i mari del mondo, mentre gli americani sì.

Una salva di tre-quattro missili lanciati a breve distanza di tempo, non sono intercettabili da nessuna nave e, quando incontrano una portaerei, generano un disastro epocale: perforando il ponte di coperta, incontrano aerei e serbatoi di kerosene che esplodono in un attimo. Poi, incontrano anche l’apparato motore nucleare. Non vado oltre.

I sottomarini possono lanciare missili?

Certo, però o sono missili a testata nucleare oppure causano poco danno, anche perché i sottomarini non hanno batterie di missili così fornite da colpire così tanti bersagli: sono stati pensati per la guerra nucleare e le armi convenzionali sono soltanto un adattamento.

Anche l’USAF, purché attrezzata con il meglio del meglio, può fare “cappotto” nelle guerre “non convenzionali”, ossia contro l’Iraq o l’Afganistan: contro l’Iran, ad esempio, non sono andati oltre qualche drone.

 

In una vera guerra non nucleare non si può prevedere cosa potrebbe succedere: certamente Russia e Cina hanno usato parole molto pesanti – “alleanza invincibile” – ma la realtà sarebbe proprio difficile da individuare.

Perciò, la strategia procede con questi colpi – in parte diplomatici, in parte militari – ma sempre senza raggiungere il limite della guerra: all’interno di questa strategia, per ora, l’occidente s’è visto perdente senza condizioni. In Siria, in Ucraina, oggi in Afghanistan.

 

La scelta, in anni lontani, fu una scelta del capitalismo internazionale: utilizzare nazioni con basso costo del lavoro per conquistare mercati e sconfiggere competitori. Alla fine, proprio quelli che dovevano essere dei “mezzi di produzione” e basta si sono rivelati vincenti: riflettiamo sulla non volontà di Marchionne d’intraprendere la via dell’auto elettrica, ad esempio, e cosa ha portato come frutti, quando invece gli Agnelli, negli ultimi anni del millennio, già sperimentavano le auto elettriche.

Oggi, la Cina, ha nelle sue mani il mercato dell’auto elettrica a costo contenuto ed ha conquistato la benevolenza afgana per avere a disposizione proprio i minerali che servono per costruirla. Sta costruendo a tamburo battente una grande Marina, ma non la muove mai dal mar Cinese e non va a cercarsi dei guai dappertutto.

 

Invece, si muove agilmente in tutto il Pianeta per acquisire contratti sui minerali che le servono, ma non “strozza” mai sul prezzo chi vende: domani, se avranno più possibilità economiche, verranno da me a comprare.

Oramai la Cina spazia nella sua tecnologia da un settore all’altro: dalla meccanica appresa in anni lontani dall’alleata URSS al tessile, appreso soprattutto in Europa: vi meravigliavate di qualche decina di migliaia di cinesi a Prato? Erano solo l’avanguardia, per imparare: oggi, sono 13 milioni gli addetti all’industria tessile cinese, 13 milioni che lavorano su macchine tecnologicamente avanzatissime e di buona qualità di prodotto. Poi venne l’elettronica e l’informatica, fino all’acquisizione della IBM (oggi Lenovo) ma soprattutto i grandi progressi nell’elettronica della difesa e dello spazio. Anche nelle energie rinnovabili la Cina guarda avanti, anche se non basta ancora per sopperire alle necessità dell’industria: in ogni modo, ha ben 350 GW di potenza eolica installata – maggiore di quelle di Europa, Africa, Medio Oriente e America Latina messe assieme – e procede a balzi del 78% sull’anno precedente.

Non conosciamo la ragione di un simile balzo economico sul resto del Pianeta: possiamo solo riconoscere che la loro politica estera non è brutale come lo fu quella europea e non è nemmeno grezza come quella americana. Ci sanno fare: riconosciamolo.

Inutile raccontarsela: noi europei non contiamo quasi più niente nei grandi mercati internazionali. Abbiamo rinunciato a troppe cose: come quando facemmo fuori Gheddafi che era il nostro garante per il grande progetto tedesco Desertec, ossia la captazione d’energia solare nel deserto libico che ci avrebbe consegnato, da solo, il 25% dell’energia necessaria in Europa. E perché? Per seguire Sarkozy o la Clinton? La Germania, solo per ricordarlo, non mosse un dito contro Gheddafi: l’Italia s’accodò, scodinzolando, quando pochi mesi prima era stato ricevuto a Roma in pompa magna.

Adesso è tardi per recriminare, per rimpiangere le occasioni perdute: non abbiamo più chance per far sentire la nostra volontà. Ammesso d’averne una.

18 agosto 2020

La “crisi di Suez” del 2021?

 

Non attendetevi chissà quale crisi del canale di Suez per il prossimo anno…non è questo il senso di questo titolo…però ci sono delle attinenze storiche che andrebbero valutate, poiché la vicenda del Coronavirus ha fatto passare in secondo piano la grande novità di questi ultimi anni: la Brexit, ossia il distacco del Regno Unito dal vecchio continente, un affare complesso, che merita qualche approfondimento.

 

La “crisi di Suez” del 1956 fu ordita, senza consultare gli USA e l’URSS, da Francia, Gran Bretagna ed Israele per “impadronirsi” – forse sarebbe più opportuno dire “avere una gestione indipendente dall’Egitto” – del canale di Suez dopo la nazionalizzazione imposta da Nasser. La questione era sì importante, ma c’erano i mezzi per gestirla (come poi avvenne) senza una guerra.

Una parte del problema era economica – ossia gli oneri che le navi pagavano da chi dovevano essere incamerati? – ma questo era secondario, difatti, a crisi conclusa, vennero trovati accordi soddisfacenti per tutti.

La vera questione erano gli accordi di Sèvres del 1920 – i quali, sancivano con precisione certosina l’equilibrio di potenze nell’area – che assegnavano a Francia e Gran Bretagna dei territori “d’influenza” che andavano dall’Egitto all’Iraq, dal Libano ad Aden. In quei luoghi era nato Israele, ma le potenze europee lo inclusero nell’avventura, bypassando il problema.

Il vero problema era il 1956, ossia l’anno della crisi in Ungheria e dell’invasione sovietica: i rapporti USA-URSS erano tesi, e l’URSS minacciò d’intervenire in Egitto, da qui l’ordine americano di fermare tutto e tornare da dov’era giunti. Quando gli israeliani erano a 10 miglia da Suez e gli anglo-francesi a 24 miglia.

 

La crisi di Suez è generalmente accettata come la fine dell’Impero Britannico e di quello Francese, per quanto attiene il passato coloniale e sancì il primato degli USA nel controllo del Pianeta, soprattutto degli oceani, che sono la via che porta dappertutto.

 

Il secondo aspetto che è interessante notare è la dottrina Monroe, ossia l’atto del 1823 del presidente americano Monroe il quale, dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna del 1776, dichiarò che l’intervento europeo nelle colonie americane era concluso, e gli Stati Uniti erano gli unici a poter decidere i destini del continente americano.

Nell’Europa del Congresso di Vienna tale dichiarazione fu letta con sorpresa e qualche dileggio, poiché essendo inconsistente la Marina Statunitense, l’unica nazione veramente in grado di gestire la questione era la Gran Bretagna. Era un paradosso: Gadda inquadrò la vicenda in un suo romanzo:

 

“Oggi [...] le terre anche loro son libere, salvo alcuni scampoli come le colonie francesi e inglesi, e il campicello di Monroe, chiuso da un leggiadro filo spinato.” (dal romanzo La meccanica di Carlo Emilio Gadda.

 

Questo “principio” fu ciò che consentì alla Gran Bretagna di giocare, dopo il Congresso di Vienna e congiuntamente alle altre nazioni europee fino al 1914, sul “piatto” della politica euroasiatica, mantenendo però solo per sé il resto del Pianeta. E quel gioco terminò bruscamente, a 24 miglia da Suez, nel 1956.

 

Sulla Brexit – che solo gli allocchi pensano si sia trattato di un “moto popolare” – bisogna ricordare che iniziò appena dopo che Trump era stato eletto alla presidenza, nel 2016. E che, all’epoca, il leader conservatore inglese era David Cameron, europeista “tiepido” ma non convinto dello “strappo” dall’Europa, bensì della necessità di rinegoziare alcuni punti d’attrito: lasciò la carica ed il seggio parlamentare proprio nel 2016, dopo l’esito del referendum.

Dunque, fra il 2016 ed il 2017 qualcuno, in Gran Bretagna e negli USA, era deciso a rinverdire la vecchia alleanza di Monroe, poi continuata per due guerre mondiali. In buona sostanza, prima di trovarsi invischiati nei mille problemi dell’Europa con il suo enorme Est (Russia, Cina, ecc) USA e GB ritennero meglio puntare le loro carte sulla vecchia alleanza: la stessa che la Gran Bretagna sancì per convenienza all’indomani del Congresso di Vienna del 1815.

 

Notizia nella notizia, che non sorprende, è contenuta in uno dei tanti protocolli diplomatici varati dopo la separazione dall’Europa: la Gran Bretagna si riserva di comminare le proprie sanzioni economiche ad altri Paesi in completa indipendenza, senza nessuna eccezione. Un passetto un poco azzardato.

La NATO, quindi, risulta indebolita come alleanza, ma rafforzata sugli intenti da seguire: meno siamo, più in fretta giungiamo ad una decisione. Una decisione che si prende quando il quadro delle alleanze è più definito, e dunque ci si avvicina ad un confronto.

 

Strana notizia, dunque, quella del velivolo antisommergibile italiano “pescato” a “rastrellare” il Mar Nero, e subito rinviato alla sua base da un Su-27M di Putin. Poi è giunta la smentita da parte italiana – ma queste tardive smentite hanno il sentore della toppa peggio del buco – perché dire che l’aereo non è più in servizio…beh…è la scusa di Pierino pescato a rubare la cioccolata…al punto che i russi non hanno modificato la loro nota diplomatica di protesta. (1) (2)

 

Invece, stupisce la decisione d’aver deciso la solita rivoluzione “arancione” e ferragostana in Bielorussia, con tante braccia tese nel saluto nazista e le classiche richieste di “libertà” che si sentono urlare da due secoli in tutta Europa, e non hanno mai condotto a niente. (3)

Alla NATO, purtroppo, non basta una Ucraina dove la popolazione ha perso almeno il 30% del suo potere d’acquisto e che vive, per lo più, con le rimesse degli emigranti. I russi, se volessero, potrebbero arrivare a Kiev in un paio di giorni, ma non vogliono essere accusati d’aver invaso un Paese democratico, governato prima con un colpo di Stato, e dopo da un presentatore televisivo.

Stupisce perché la Bielorussia fa il pari con la Cuba del 1962 : è il “cortile di casa” della Russia, che mai e poi mai cederà di fronte alla NATO (ed alla Lituania) in quel contesto, è troppo vicino a Mosca per i canoni di sicurezza del Cremlino e Putin ha già avvertito d’esser disposto ad inviare le truppe.

 

Tirando le somme, torniamo alla Brexit ed alla strana decisione britannica di saltare il fosso per tornare, con gli USA, ai tempi di Churchill o di Monroe. Comunque la pensiate, fu un bel coraggio, oppure una così ampia sfiducia nell’Europa ed una grande fiducia negli USA. Ma quali USA erano?

Nel 2016, era stato appena eletto Trump e pareva che il tycoon fosse lanciato verso i due mandati, ossia fosse giunto fino al 2024, cosa che oggi pare molto difficile: nessuno poteva immaginare che una malattia epidemica sconvolgesse gli equilibri del Pianeta.

Perché gli USA s’adoperarono per avere la Gran Bretagna con loro? In qualche modo non se n’era mai andata, però tutta quella compagnia…i francesi rompiscatole, i tedeschi boriosi, gli italiani infidi, gli spagnoli con quel loro orgoglio…no…meglio soli che mal accompagnati.

Perché, chi va con la Gran Bretagna sa che avrà la possibilità d’avere con sé, se non proprio tutto il Commonwealth, almeno quella parte del Commonwealth che ancora riconosce Elisabetta II come sua regina. E chi sono?

 

Beh…a parte Canada, Australia e Nuova Zelanda…ci sono due cittadine (Akrotiri e Dhekelia) a Cipro, Gibilterra, l’isola di Ascension, le Falkland, l’isola di Diego Garcia, Belize, Brunei, Kenya…tutti posti dove ci sono basi militari britanniche e/o aeroporti militari. Senza dimenticare tutte le isole dei Caraibi, che sono invece basi finanziarie, chiamate altrove “paradisi fiscali”. (4)

Pur dimenticando, nella nostra lista, tanti luoghi incantevoli (ed importanti dal punto di vista strategico) chi “sposa” la Gran Bretagna fa un ottimo affare: se, poi, lo “sposo” sono gli USA – con tutte le loro basi nel mondo e le varie flotte – si tratta di una coppia di ferro. Più acciaio, petrolio ed Uranio, tanto per non farsi mancare nulla.

 

Questa è stata la mossa che ha portato i due a chiedere il divorzio dalla litigiosa Europa – non monete, finanza, tecnologia od altro – perché avendo a disposizione un aeroporto in quasi tutto il pianeta, senza dimenticare che da molti anni i due continuano a dirigere le operazioni militari in Iraq ed Afghanistan, consente loro di dominarlo. O, almeno, così sperano.

Di certo alcune cosucce li hanno spaventati: mai s’attendevano che i russi si mettessero a difendere la Siria come hanno fatto, impiantando persino una base aerea russa in territorio siriano. Ma ciò che veramente li spaventa è il ritmo col quale Pechino avanza sul piano militare.

 

La Cina, oggi, ha in servizio due portaerei, ma il governo ne ha ordinate subito altre due poi, senza attendere oltre, ne ha ordinate altre quattro, che saranno a propulsione nucleare. Ciò che sbalordisce è il ritmo, sei anni in tutto: ciò significa che nel 2026 otto portaerei cinesi saranno in linea, modernissime e pronte al confronto.

Come se non bastasse, i cinesi hanno modernizzato i missili a traiettoria balistica con sistemi d’autoguida terminale molto avanzati in funzione anti-nave, un po’ come i Kalibr russi, ed oggi è difficile pensare di mantenere il dominio del Mar Cinese e, più avanti, dell’Oceano Indiano. Il tutto, beninteso, senza armi atomiche.

 

Ci si può domandare dove vogliano arrivare i cinesi: a parte piccole contese territoriali, isolette di poco conto, al massimo Taiwan, che è già comunque ampiamente all’interno del sistema di difesa cinese, la Cina può avere due obiettivi: o lo scontro totale con le vecchie potenze euroamericane, oppure la conquista e la difesa di una zona paragonabile a quella conquistata dai giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, la “sfera di prosperità asiatica” a guida giapponese.

Ammesso che questo sia un obiettivo cinese, poiché la Cina ha già oggi una miriade di rapporti economici con la Russia, l’India, il Pakistan, l’Iran, l’Indonesia, la Malesia, il Vietnam…lo stesso Giappone.

Può essere un suo obiettivo giungere a controllare anche politicamente altre Nazioni? Ne dubito, perché non vedo il bisogno di farlo: grazie alla leva economica, sono già ben presenti in Asia. E nello SCO, alleanza senz’altro più solida della NATO perché nata e sorretta più da rapporti economici che da semplici somme militari.

 

Perciò, a mio parere, il grande sviluppo militare della Cina è più difensivo che offensivo, mentre la rinnovata forza dell’accordo fra USA e GB sembra indicare una volontà di riappropriarsi di quanto hanno perduto nei confronti della Cina dal punto di vista economico.

Un gioco piuttosto azzardato, poiché Cina (e Russia, e India) sono tutte potenze nucleari, e dunque non aggredibili con quei mezzi.

 

Oltretutto, la presenza di Trump alla Casa Bianca il prossimo anno è molto dubbia, ed anche se il nuovo presidente accettasse la sfida iniziata dal suo predecessore – una sorta di continuità diplomatica – non vedo con quali mezzi potrebbe intraprenderla, dopo la sciagurata gestione del Covid-20. Non dimentichiamo che gli USA, ad oggi, hanno circa 17 milioni di disoccupati che sopravvivono a spese del governo. Fino a quando? E si tratta dei soli disoccupati delle industrie: a quanto ammonterà, alla fine, il dissesto finanziario di tutto l’indotto statunitense?

Si fa affidamento sulla forza del dollaro, ma si può continuare a farlo? E per quanto? I cinesi hanno iniziato a comprare petrolio in yuan ed alla Borsa di Shangai c’è già una quotazione in yuan (con tanto di future) dal Marzo 2020, mentre scambiano i prodotti energetici con la Russia nelle rispettive divise (yuan e rublo) ed anche altri Paesi cominciano ad usare altre valute, come l’Euro. L’Iran usa dollari, euro, yuan, rubli e rupie.

 

E’ sempre molto difficile fare previsioni, soprattutto su quel “lungo periodo” sul quale John Maynard Keynes aggiungeva sempre una postilla “nel quale saremo tutti morti”. Però, almeno alcuni ragionamenti senza pretendere d’aver svelato la Luna, si possono fare.

Mentre la Cina non sembra avere, oggi, necessità del confronto militare per sopravvivere sulla scena mondiale, la posizione di USA e GB ricorda un po’ quella di due giocatori di poker che hanno perso parecchio e, alle tre di notte, raggranellano tutti i soldi che hanno ancora per tentare il classico “o la va o la spacca”.

Rischiando di trovarsi, col serbatoio vuoto, a 24 miglia da Suez.

 

1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/16/caccia-russo-affianca-aereo-marina-italiana-su-mar-nero-no-violazioni-confine-ma-difesa-smentisce/5901533/

2) https://formiche.net/2020/08/italia-russia-mar-nero/  

3) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/17/la-marea-dellopposizione-riempie-le-strade-di-minsk-decine-di-migliaia-alla-marcia-per-la-liberta-in-bielorussia-video/5901868/

4) https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/4f/Commonwealth_realms_map.svg

 

 

 

02 marzo 2020

Quando l’Europa suicidò il Pianeta, e si continua



Il 3 Agosto del 1914 l’Europa decise di suicidarsi: in un anelito di gloria e di fulgore bellico – che tutto annebbiò, compresi i rischi che ne derivarono – l’Europa decise di farla finita. Con un pessimo trattato di pace, nel 1919, gettò le basi per il secondo tempo, come oramai tutti gli storici sono concordi nel definire Prima e Seconda guerra mondiale un unico evento, frammentato in due episodi.
Dal 3 Agosto del 1914 al 15 Agosto del 1945, in soli 31 anni, la follia degli ultimi re ed imperatori, spalleggiati dai presuntuosi francesi e poi da qualche dittatore, ridussero un intero continente alla fame. Nel Novembre del 1918, appena giunta la pace, i giornali di Vienna salutarono come degli angeli una colonna di mezzi militari italiani che giunse a Vienna, con rifornimenti per la popolazione che moriva letteralmente di fame, giacché la mancanza di uomini nei campi aveva impedito quasi del tutto le semine primaverili.

I rifornimenti, ovviamente, non potevano essere italiani (alla fame come gli austriaci!) ma erano giunti dagli Stati Uniti via nave a Venezia: si tornava a mangiare! Peccato, però, che nel 1917 in Kansas fosse comparso un piccolissimo virus denominato, poi, spagnola perché i primi giornali a fornire notizie furono quelli spagnoli, mentre nel resto d’Europa la stampa era sotto censura militare e certe notizie venivano cancellate con un tratto di penna dai solerti generali-censori.
La Spagnola non si conosce nemmeno quanti morti causò: si narra dai 50 ai 100 milioni di vittime, dovute ad una variante del solito virus H1N1, quello della comune influenza, soltanto che il virus s’abbatté su popolazioni stremate dalla fame, dal freddo e dalle privazioni: in Italia, le vittime furono 600.000, tante quante ne causò la guerra.

La popolazione italiana all’epoca era di 36,5 milioni: 1.200.000 morti fra vittime di guerra ed influenza spagnola, 2,5 milioni di feriti, dei quali 460.000 mutilati ed invalidi e 460.000 vittime civili: circa due milioni di vittime (compresi gli invalidi).
Sarebbe come se, oggi, per un accidente come una guerra od un’epidemia, morissero o rimanessero invalidi 4 milioni d’italiani. Cosa direbbero i soloni dell’economia?
Non stiamo ad aggiungere i morti del Secondo Tempo della guerra (1939-1945) – che, in ogni modo, furono circa 300.000 per l’Italia – perché vogliamo sottolineare come il Primo Tempo fu decisivo per quanto avvenne dopo.

Ricordavo, sopra, il soccorso americano a fine guerra per il quale l’Europa non sapeva come fare: il grano c’era, ma era in America, e non c’erano più navi per trasportarlo di qua dell’Atlantico! Gli USA, all’epoca, non avevano un’enorme flotta mercantile. Al termine del Secondo Tempo, giunse il piano Marshall e mangiammo per anni pane, patate dolci, carne congelata, burro dell’Ohio…tutto giungeva dagli USA.
Dov’erano finite le navi europee?

Le navi europee – chi a causa dei sommergibili, chi degli aerei, chi colpite da altre navi, chi saltate per aria per cause sconosciute – pari a circa 100 milioni di Tonnellate di Stazza Lorda, nel Primo e nel Secondo Tempo erano completamente sparite. Sia al termine della Prima, sia dopo alla fine della Seconda, le nazioni europee avevano sì e no qualche pedalò da mandare in mare.
100 milioni di Tonnellate di Stazza Lorda (l’unità di misura per le navi mercantili) sono, circa, 50 milioni di tonnellate metriche e corrispondono, grosso modo, al dislocamento che è il peso di una nave: quindi, nelle due guerre, finirono in fondo al mare 50 milioni di tonnellate di Ferro per le navi mercantili e 25 milioni di Ferro per le navi militari e/o assimilate.

In definitiva, 75 milioni di tonnellate di Ferro finirono in fondo al mare: a quante autovetture corrispondono? Siccome un’autovettura pesa in genere meno di una tonnellata – e non è solo ferro: ci sono le gomme, le batterie, i vetri, ecc – consideriamo il metallo solo la metà della costruzione. In definitiva, corrispondono a 150 milioni d’autovetture precipitate in fondo al mare, le quali rappresentano circa due anni di produzione d’automobili & mezzi di trasporto nel mondo dei giorni nostri.
Il problema, oggi, non si pone: le automobili, ridotte ad un cubo dalle macchine demolitrici, finiscono negli altiforni o nei forni Martin per la produzione d’acciaio. Curiosamente, potremmo affermare che la macchina di vostro nonno fu quella che usò vostro padre, e la vostra è la ex macchina di papà: si potrebbe sostenere che allungando la vita utile di un’automobile, ci sarebbero forti risparmi energetici ma – ovviamente – meno occupati e meno profitti per l’industria automobilistica. Il CEO della Opel, anni fa, dopo la crisi del 2008 abbozzò una soluzione: perché non riduciamo di un anno (da 8 a 7)  l’obsolescenza programmata? E bravo furbacchione!

Per produrre una tonnellata d’acciaio servono circa 0,4 tonnellate di carbone (1) perciò, per far finire in mare (dove non sono più recuperabili) quei 75 milioni di tonnellate di acciaio, sono servite 30 milioni di tonnellate di carbone. Che, trasformate in energia elettrica, sono comparabili al consumo annuo d’energia elettrica italiano odierno.
Quanto lavoro ci volle per costruirle?
Difficile fare una stima: milioni di ore di lavoro, molti milioni. Pensate solo che, per costruire una nave da crociera, oggi, servono tre anni di lavoro con cantieri che hanno centinaia di dipendenti. Le grandi corazzate dell’epoca richiesero tempi di 5-7 anni per essere costruite.

Questi pochi dati, riescono appena a fornire una vaga idea di quante energie servirono per mettere in moto e mantenere per dieci anni una simile fornace (solo navi! Poi ci furono aerei, carri armati, cannoni, ecc) . Oltretutto, la “fornace” continua e continuerà a darci dei guai, e mica da poco.

La petroliera militare USA Mississinewa, un brutto giorno del 1944 fu colpita da un siluro-suicida giapponese (kaiten: i “kamikaze” della Marina nipponica) nelle acque della paradisiaca Micronesia (2). Posti da mare-vacanze fra i più gettonati…palme e atolli con sabbia che pare cristallo…mare azzurro…pranzi di pesce e frutti tropicali…
E venne un altro brutto giorno, nel 2015, quando un tifone “scrollò” un pochettino il relitto affondato…e, voilà! 20.000 tonnellate di petrolio invasero tutto. Più niente mare, spiaggia, turismo, cocco, banane, manghi…
Questo avviene perché il mare corrode circa un millimetro di lamiera ogni 10 anni (più o meno) e siccome le lamiere della petroliere raramente raggiungevano i 10 millimetri…oggi…iniziano a presentarci il conto. Un’altra petroliera sta inondando la spiaggia di Staten Island a New York…ma che ci volete fare…costa una media di 10.000 dollari per tonnellata aspirare il pasticcio dal fondo…e chi s’ accolla la faccenda?

Se pensate al Pacifico come al paradiso in terra, dovevate andarci prima del Secondo Tempo, durante l’intervallo: la maggior parte delle isole è zeppa di rottami affondati, carri armati rugginosi nelle foreste ed enormi zuppe di ferraglia militare nelle grotte: nelle sole acque di Guadalcanal – tanto per citare un caso – riposano una cinquantina di relitti militari, al punto che le acque prospicienti l’isola sono chiamate Iron Bottom Sound. Sono la gioia dei subacquei e dei pesci che, se li strizzate nel serbatoio, ci fate una decina di chilometri.

Ah, dimenticavo: anche l’Italia ha ricevuto il suo bel regalino. La nave US Liberty John Harvey fu bombardata da aerei tedeschi a Bari il 2 Dicembre 1943 e fu portata ad affondare fuori del porto. Nessuno raccontò cosa trasportava la nave e solo nel 1967 – bonariamente – gli americani ci dissero che era carica d’Iprite, un gas tossico e venefico: i morti per quel bombardamento assommarono a migliaia, fra militari e civili, e tutte furono diagnosi di “dermatite”. Diagnosi dubbiose, stilate da medici che non sapevano nulla del gas e non si spiegavano quelle morti senza la minima ferita.
Migliaia di persone morte, dal giorno alla notte, di “dermatite”: vi furono anche nel dopoguerra dei pescatori che, purtroppo, trovarono i fusti d’Iprite incagliati nelle loro reti. Vi lascio immaginare  cosa capitò a quei poveracci: un cacciatorpediniere americano che transitò giorni dopo il bombardamento in quelle acque sperimentò una sorta di perdita di coscienza da parte dell’equipaggio, e si salvò miracolosamente. I tedeschi, da una loro radio, dissero che “gli americani erano riusciti a gasarsi da soli”.

L’ultimo “regalo” è stato il Sesto Continente: non è l’Antartide, bensì la colossale “isola” di plastica (grande come la Spagna) che si è formata, a causa delle correnti oceaniche, nel Nord dell’Oceano Pacifico. E fosse solo questo il problema.
La plastica, sottoposta all’azione combinata delle acque marine e dei raggi solari, tende a depolimerizzarsi e – diciamo così – “sparisce”, nel senso che tende a solubilizzarsi. L’abbiamo sfangata? No, perché il fitoplancton, affamato d’ogni molecola che trova, se le prende e le utilizza per “abbellire” il proprio corpo.
Dal fitoplancton allo zooplancton, quindi ai pesci e la catena alimentare giunge all’uomo: è nato l’uomo bionico! Tutto da solo: basta cibarsi di un po’ di pesce del Pacifico e vi spunteranno le antennine e le orecchie del dott. Spock! Oppure, se il corpo umano rifiuta la “colonizzazione”, aumenteranno a dismisura i tumori più impensati alle età più imprevedibili (come già succede alle popolazioni del Pacifico).

Così, vi meravigliate se spunta una certa variante del Coronavirus, che è presente da sempre nel nostro naso e ci fa venire il raffreddore: ovviamente è tutta colpa dei militari assassini che giocano alla guerra biologica.
A nessuno passa per la mente che un bel mix di spazzatura, più migliaia di navi affondate (tutte con abbondante petrolio nelle stive), “frullate” da cicloni e tempeste sempre più aggressive, possano entrarci qualcosa nelle mutazioni dei genomi, dai virus a quello umano.

Perché ho addossato la ragione di tutto questo alla data del 3 Agosto 1914?
Poiché entrambi i due episodi di quelle guerre apocalittiche iniziarono con la decisione, da tutti assicurata, che “sarebbe durata pochi mesi”.
E, questo, è un aspetto importante.

Una guerra stupra le popolazioni, le rende affrante e paurose, al punto che qualsiasi problema “accessorio” – come, ad esempio, la sostenibilità di quelle azioni – passa in secondo piano: vincere, solo vincere, per sopravvivere. E che tutto duri il meno possibile: dopo, si vedrà.
Quando si rendono conto che la guerra non termina in breve tempo, e dunque tutto ciò che hanno – compresa la vita stessa! – viene messo in gioco, ogni principio di salvaguardia per gli altri non conta più niente e qualsiasi azione diventa legittima. Il problema è che le azioni non cessano di esistere nel momento che si attuano: percorrono il tempo, si modificano, e variano gli eventi in una catena impossibile da recepire e da prevedere.

Se la guerra ha avuto un deciso arresto con l’avvento delle armi nucleari, s’è spostata sul fronte economico: non si semina più per avere il pane, bensì per produrre un pane che sia più a buon mercato di quello del vicino, cosicché il vicino chiuda le sue panetterie e s’approvvigioni alle nostre.
Finché furono i Galli ad abbattere la nostra industria della ceramica, che era soprattutto nella zona di Arezzo, la cosa poteva ancora essere sopportata: non conduceva a finali imprevedibili, soltanto al trasporto con i carri dalla Gallia ad Arezzo.
Il problema, oggi, è invece che trasportare milioni di tonnellate dalla Cina e per la Cina comporterebbe la massima attenzione nei trasporti marittimi, cosa che non avviene.
In ogni angolo del Pianeta si trovano container arenati sulle spiagge: considerando che, per un container che giunge ad una spiaggia, 99 s’inabissano nell’oceano e torneranno a far vedere il contenuto delle loro “pance” fra decine di anni. Anni fa, s’incagliò in un fiordo inglese una nave con moltissimi container carichi di moto giapponesi: fu un corri corri, da Londra verso il Nord – uomini della City, eleganti impiegati delle Banche, poliziotti, gente comune… – giunsero per accaparrarsi le costose motociclette che una tempesta aveva depositato sulla spiaggia.

Navi con carichi mostruosi affondano come le mosche in tutti gli oceani: il 27 Febbraio 2020, 300.000 tonnellate di minerale ferroso della Stella Banner (3) sono finite in fondo al mare al largo del Brasile mentre, nel 2017, la Stellar Davis scomparve di fronte alle coste dell’Uruguay con le sue 320.000 t di Ferro (4) e furono ripescati solo due superstiti ancora vivi. Dal nome, sembrerebbe che le due navi appartenessero alla stessa compagnia coreana: niente paura, le assicurazioni pagheranno, i noli delle assicurazioni aumenteranno, così per risparmiare si soprassederà ancor più ai controlli e gli equipaggi saranno pagati ancor meno.
Navi precedentemente utilizzate per il trasporto del greggio vengono frettolosamente riadattate per il trasporto di minerali: le ristrutturazioni devono essere veloci e i documenti “tutti a posto” in breve tempo perché bisogna fare in fretta, “vincere la guerra”, stavolta economica. E i risultati si vedono.

In questo quadro, l’OCSE dichiara che la crescita mondiale sarà “solo” del 2,4% e, se il virus si mostrerà ancor più mordace, potremmo scendere ad 1,5% mentre l’Italia rimarrà ferma, senza crescita.
E allora? Devo preoccuparmi perché dovrò mangiare la stessa quantità di grissini dell’anno scorso? Oppure consumare la stessa quantità di benzina?
Mi dispiace per le molte persone che stanno morendo per il virus, ma non riesco a non pensare ai 3 morti il giorno, in media, che causano gli incidenti sul lavoro in Italia: per quelli, né l’OCSE, né l’UE, né il FMI spendono mai una parola.
Passato il Coronavirus, resteranno i soliti poveracci schiacciati da un masso che cade, precipitati da un viadotto, morti per uno scambio ferroviario mal montato, folgorati da un impianto difettoso, gasati dalle esalazioni non previste…e nessuno, purtroppo, se ne ricorderà. Mai.
Perché?

Perché bisogna vincere la guerra dei profitti e dei consumi, battere i competitori senza pietà: ancora una volta, come sempre.

03 ottobre 2019

L'aereo che cambiò il mondo

Oggi, voglio raccontarvi una storia senza che esista nessuna prova per confermarla – perché? Poiché non potrebbe esistere! – ma che, se ragioniamo col principio del “cui prodest” a fianco, e ci aggiungiamo che gli USA tutto sono stati, meno che dei colonialisti (e, quindi, non ebbero mai l’esperienza dei colonizzatori), potrebbe essere vera. Anzi, ci sono molte possibilità che sia veramente avvenuta. Vediamo.

Nella notte dei tempi, ovvero nel 1974, lo Scià di Persia era ossessionato dai voli di ricognizione che i Mig-25 russi (caccia fra i più veloci mai esistiti) eseguivano sull’Iran, e chiese aiuto agli USA, suo usuale fornitore di statunitense. Il 1974 fu anche l'anno dell'ingresso in servizio nell'aviazione di Marina americana dell'F-14 Tomcat: ebbene, proprio nello stesso anno, il presidente Nixon autorizzò la vendita di 80 Tomcat alla Persia e di 714 missili Phoenix per l'aereo, che raggiungevano la strabiliante (per l'epoca) gittata di 100 miglia nautiche, quasi 200 chilometri. Un sistema d’arma eccezionale, ineguagliato all’epoca.
Ora, è molto strano che un aereo appena entrato in servizio in una potente armata aerea (all’epoca, americane o russe, e basta) venisse fornito ad un’aviazione di un Paese (quasi) dell’allora terzo Mondo: eppure, così fu, anche se i comandi USA pretesero (ed ottennero) che il velivolo fosse privato d’alcuni sistemi elettronici d’ultimissima generazione.

Le ragioni? Difficile entrare nelle menti del Kissinger e del Nixon dell’epoca, però la sconfitta in Vietnam oramai evidente, più l’arretratezza dell’Arabia Saudita in campo militare e considerato “improprio” fornire ad Israele un simile mezzo, viste le incerte ed imprevedibili condizioni dello Stato ebraico, sempre in conflitto con i vicini arabi…beh…dovettero meditare che, fornire un simile mezzo allo Scià, sarebbe stata una buona scelta politica, per mantenersi fedele una Nazione che poteva diventare un “fulcro” militare fra il golfo Persico, l’area indo-pakistana, l’Afghanistan e l’Oceano Indiano. Calcolo logico, ma privo di attributi da colonizzatori: troppe incognite.

Difatti, nel 1979 – quando le commesse non erano ancora state completate – scoppiò la nota Rivoluzione Islamica, capeggiata dall’ayatollah Khomeini il quale, cacciato lo Scià, si ritrovò una quarantina (?) di F-14 sulle piste.
Ed ecco che viene incaricato un ex dipendente CIA, tale Saddam Hussein, per attaccare l’Iran: una storia che tutti conosciamo, e che avrà una certa importanza per quel che andremo a narrare.

Quali erano le condizioni dell’aeronautica iraniana? Più o meno disperate, giacché venne meno il sostegno USA per gli F-14 e d’altro c’era ben poco, un magazzino di robivecchi americani. Però, a qualcuno dovettero far gola quei bei gioiellini che gli iraniani non potevano manco usare al pieno delle loro potenzialità. A chi?

L’URSS, nel 1979, era ancora ben lontana dalla sua débacle del decennio successivo: qual era la sua produzione aeronautica di punta?
Dopo il Mig-19 ed il Mig-21, due aerei semplici – il secondo un buon caccia “rustico”, una sorta di Kalashnikov del cielo…qui e là ce n’è ancora qualcuno in volo – puntarono su due aerei: il Mig-27 per l’attacco al suolo ed il Mig-25 per la difesa aerea.
Il Mig-25 raggiungeva la stratosferica velocità di 3.200 km orari in quota: in sostanza, fu il “papà” del successivo Mig-31, ancora oggi in linea.

Col Mig-27 (una “riscrittura” per l’attacco al suolo del Mig-23) le forze aeree ci potevano anche stare, per ora gli americani non avevano tanto da vantare – la sconfitta in Vietnam fu anche una cocente delusione sul fronte aeronautico e missilistico – però Washington aveva capito che, il vantaggio accumulato nel primo dopoguerra sui sovietici, era svanito: bisognava cercare non tanto nuovi aerei, quanto nuove “strade” che portassero, concettualmente, a nuove generazioni di velivoli.

Si cominciò a prospettare la possibilità di una battaglia aerea senza contatto visivo (il noto concetto BVR, ossia Oltre L’Orizzonte Visibile) che già era stata tentata, in Vietnam, proprio dal binomio F-4 Phantom/missile A7 Sparrow.
Ciò che apparve chiaramente, in Vietnam, fu che i futuri missili aria-aria dovevano, una volta lanciati, proseguire autonomamente alla ricerca del bersaglio, senza essere più “legati” al radar dell’aereo che li aveva lanciati, lasciandolo libero di evoluire senza doversi preoccupare di “illuminare” il bersaglio. La capacità di colpire del missile A7 Sparrow, inoltre, se puntato in basso regrediva fin quasi a zero, a causa delle onde riflesse dal terreno (clutter): non dimentichiamo che gli USA persero, in Vietnam, ben 511 F4 Phantom II.

Gli USA dell’epoca, però, per capacità ingegneristiche, elettroniche e, soprattutto, finanziarie erano in grado di compiere il passo: misero al lavoro le loro migliori menti già negli anni ‘60 e, a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80 riuscirono a concretizzare i loro sforzi con tre velivoli che diedero loro un vantaggio impressionante sui velivoli russi: F-14, F-15 ed F-16.
E i sovietici?

I sovietici avevano vissuto “di rendita” per essere riusciti a controbilanciare la potenza nucleare americana con identici mezzi: le testate nucleari, ora, riposavano silenti nei loro silos sotterranei, nei sottomarini e nei lanciatori mobili. Gli USA erano avvertiti: un solo passo falso ed il Pianeta sarebbe scomparso sotto un’immane nuvola nucleare. Questa incertezza è ciò che ci ha regalato 75 anni senza guerre mondiali.
Non considerarono, però, che quella strategia “nuclear only” li rendeva fragili nel loro ruolo di potenza planetaria, giacché nelle guerre di “frizione” (Corea, Vietnam, ecc) potevano presentare ben poco: insomma, capirono a loro spese la frase che John Fitzgerald Kennedy aveva pronunciato con enfasi a Berlino Ovest: “Non accetteremo mai di farci bastonare a sangue sotto la protezione di un ombrello nucleare”.

Per ora, in Corea e Vietnam, l’avevano “sfangata” grazie ad errori grossolani e pessime valutazioni del rapporto scenari bellici/mezzi a disposizione degli americani e gli alti ufficiali sovietici – gli ammiragli carichi di “lasagne” ed i generali tintinnanti di medaglie come alberi di Natale – erano riusciti a presentarsi sulla Piazza Rossa senza temere siluri (interni) in arrivo.

I servizi segreti, però, segnalavano il “fervore” dell’amministrazione USA per nuovi mezzi, soprattutto velivoli: come tenera il passo del confronto strategico?
Come ricordavamo, si fecero raffazzonate “copiature” e “rifacimenti” dell’esistente ma era chiaro che la battaglia, se continuava con quei ritmi, sarebbe stata persa.
Già…perché l’F-14 – e i successivi F-16 ed F-15 che stavano per entrare in servizio – erano non una, ma un paio di generazioni avanti! Che fare?

Nel 1969, i vertici sovietici si riunirono (un po’ in ritardo) e decisero – da buoni apparatcik – che serviva un aereo superlativo se si voleva continuare la battaglia, e decisero d’investire sul nuovo velivolo ciò che serviva: attenzione, però: sul nuovo velivolo, uno solo, che sarebbe stato, per forza, nuovamente, un aereo multiruolo.
Gli USA, invece, già avevano capito il fallimento del concetto del “unico aereo in più versioni” ed avevano deciso di sdoppiare la linea, l’F-16 come caccia leggero e l’F-15 come caccia-bombardiere da superiorità aerea, mentre l’F-14 era destinato alle portaerei. La ferita in Vietnam dell’F-4 “sdoppiato” in due fotocopie, come caccia “puro” e da attacco al suolo, bruciava ancora.

I generali sovietici furono salvati dalla fortuna? Vedremo in seguito.
In quei tumultuosi anni, con mille timori addosso – va beh che non si finiva più in Siberia come sotto Stalin, però… – e con le notizie del KGB che segnalava ben tre aerei americani, differenti, che sarebbero entrati in servizio, i potenti generali dalle mille medaglie decisero: saranno due! Stavano per nascere (almeno sulla carta) il Mig-29 ed il Sukhoi-27. Il primo doveva essere un caccia leggero, il secondo un aereo da superiorità aerea: non c’erano vere portaerei, dunque…
Come andarono avanti le cose? Facciamo prima un passo indietro, perché entriamo nel campo delle ipotesi e di scarse prove: l’avevo premesso nell’abstract.

L’aviazione da caccia sovietica, nei primi anni ’70, tirava avanti con i Mig-23 ed i Mig-21: che cominciavano ad invecchiare, però erano così tanti!
Se cercate le nazioni che utilizzarono il Mig-21, troverete stranamente anche l’Iran: ma quando?
La domanda è pertinente: sotto lo Scià (fino al 1979) acquistavano negli USA (prima l’F-4 ed F-5, poi, inaspettatamente l’F-14) e l’unica spiegazione può essere che, durante la guerra contro l’Iraq, i sovietici fornirono all’Iran dei Mig-21, per far volare i tanti piloti “appiedati” per la mancanza di pezzi di ricambio: soprattutto per gli F-4, aerei grosso modo coevi del Mig-21, e dunque più “malleabili” per le competenze dei piloti iraniani.

Sappiamo che l’Iran, durante la guerra irachena, si trovò in situazioni terribili: giunsero a far “sminare” i corridoi nei campi di mine iracheni da volontari-suicidi per far passare i carri armati, una prova da kamikaze che però, a differenza dei nipponici, riuscì – se non proprio a vincere – a fermare l’avversario ed a difendere i confini. Nelle riflessioni della “guida suprema” e dei suoi collaboratori, dovette apparire un dilemma: guardare negli occhi l’eterno nemico sovietico doveva spaventare? O spaventavano di più gli Scud di Saddam Hussein?

Ma i sovietici (e, qui, bisognerebbe riflettere sul ventennio di Putin…), non davano mai con una sola mano: c’era sempre l’altra, che chiedeva qualcosa in cambio.
Cos’avevano gli iraniani di più prezioso del caccia di “grido” del momento, vero mattatore dei cieli degli anni 70-90?

La rivista Janes, nel 1985, pubblicò qualcosa in merito, senza però calcare troppo la mano, né pubblicare platealmente le sue fonti che, trattandosi della più famosa rivista militare del Pianeta, erano e sono ovviamente più che classificate.

“Iran gave the Soviet Union U.S. F-14 Tomcat and F-4 Phantom fighters to evaluate and allowed the Soviets to examine former CIA listening posts in northern Iran…” (1)

In buona sostanza, Janes raccontava che “alcuni” F-14 Tomcat erano “volati” in URSS insieme ad alcuni F-4 Phantom…ed in cambio erano arrivati i Mig? No, Janes non giunse a sostenere niente del genere, e non andarono oltre la segnalazione di quei “voli”. Gli americani glissarono…ma sì, i russi già avevano il Mig-25, che aveva delle tecnologie simili all’F-16 o all’F-15…insomma, come diceva la volpe di Esopo: l’uva, tanto, è acerba…

Qui, ci sono da precisare un po’ di cosette prima di procedere.
1) I russi non se ne facevano niente degli F-4: già da una quindicina d’anni i vietnamiti li avevano forniti abbondantemente di F-4 abbattuti o frutto di atterraggi di fortuna. Per chi non lo sa, gli americani ci misero tre mesi ad abbattere il loro primo Mig-17 in Vietnam, perdendo vari F-8 ed F-4. La commissione militare israelo-egiziana, dopo la guerra di Yom Kyppur, giunse alla conclusione (concorde) che il Mig-21 aveva vinto la sua sfida (dopo il Vietnam, anche in Medio Oriente) con l’F-4.
2) Il Mig-25 era un aereo velocissimo, difficile da intercettare proprio per la sua velocità. Ma, mentre (soprattutto l’F-16) era veramente un osso duro nel combattimento manovrato, il Mig-25 non valeva una cicca: l’elettronica (e, soprattutto, i missili!) erano antidiluviani rispetto al binomio AIM-120/AIM9, ed anche nei confronti del vecchi missili AIM7 Sparrow.
3) Oggi, l’Iran possiede una trentina di Mig-29 Fulcrum: secondo la vulgata imperante, sarebbero quelli fuggiti dall’Iraq alla fine della guerra del 1991. Può essere che qualcuno sia fuggito, ma non tanti così: non è che, per caso, facevano già parte dell’accordo F-14?
4) La tecnologia impiegata per il Mig-25 era soprattutto tecnologia dei materiali, ma niente che assomigliasse, per il controllo del volo, a quelle dei caccia americani.

Ma, i russi, avevano proprio bisogno degli F-14? Ritengo di sì.
Non fatemi dire ciò che non voglio dire: i russi hanno sempre avuto ottimi progettisti aeronautici – Pavel Osipovič Suchoj e Andrej Nikolaevič Tupolev, ad esempio – ed un primato indiscusso nella tecnologia dei materiali ma, nell’intreccio fra informatica, calcolatori e meccanica di alta precisione, erano rimasti indietro. Forse per le vicende politiche? Forse perché gli americani furono, semplicemente, più bravi? Non ho una risposta certa, univoca e soddisfacente ma, al principio degli anni ’80, erano terribilmente indietro.

Alla formidabile (per l’epoca) tripletta F-14, F-15 ed F-16 cosa potevano opporre?
I velocissimi Mig-25 ed i vetusti Mig-23. Andava un po’ meglio per l’attacco al suolo – Su-24 – ma c’era veramente poca trippa per gatti.
Invece.

Più o meno contemporaneamente, compaiono sul Baltico due aerei sconosciuti: il Sukhoi Su-27 ed il Mikoyan-Gudrevic Mig-29. La comparsa del Mig-29 nel 1986 a Rissala, in Finlandia, ad una manifestazione aerea lasciò letteralmente a bocca aperta gli analisti occidentali. Nessuno riusciva a spiegarsi l’eccezionale manovrabilità del velivolo, abituati com’erano ai caccia sovietici “duri e puri” ma poco “flessibili”.

Qualcosa, nella filosofia aeronautica sovietica, era cambiato: il controllo del volo doveva essere per forza di tipo “fly by wire”, ossia gestito da una piattaforma informatica che, oltre a gestire i controlli inviati dal pilota tramite la cloche, ne impediva manovre che sarebbero state pericolose per la “tenuta” complessiva del velivolo. Ossia, vola pure come vuoi, ma i limiti li gestiamo noi: un vantaggio, perché sollevava il pilota dal dover controllare che i comandi dati rientrassero nelle potenzialità di volo del velivolo. Qualcosa di simile, concettualmente, ad un comando che ci impedisse di andare “fuori giri” premendo troppo l’acceleratore.

Il Su-27, invece, fu presentato in pompa magna a Parigi, a salone di Le Bourget, nel 1989, salvo che questo aereo “sconosciuto” era già stato avvistato sul Baltico e, anzi, a momenti stava per avere una collisione con un velivolo statunitense “curiosone”. Anche lì, bastò un “cobra di Pugacev” (2) per sbalordire tutti.

Il fatto curioso è che i due aerei – pur essendo entrambi previsti dalla programmazione sovietica come “caccia leggero” il Mig-29 e “caccia pesante” il Su-27 – avevano subito repentine e notevoli “ricostruzioni”.

Il programma del Mig-29 era, addirittura, partito dopo il 1969, e nel 1977 il Mig-29 A compì il primo volo. Tutto fatto? Manco per idea.
Gli unici due prototipi, a causa di problemi ai motori, vanno perduti in incidenti. Beh, direte voi…ne possono costruire altri…ma, quando il primo velivolo giunge ai reparti operativi è il 1986: sette anni! E, guarda a caso, proprio gli anni della rivoluzione islamica in Iran, del “caso” F-14…e tutto quello che abbiamo ipotizzato.
Fra l’altro, sembra che i due aerei andati perduti (fotografati dai satelliti USA e denominati provvisoriamente “RAM-L”) fossero alquanto diversi dai Mig-29 comparsi in Finlandia.

Ma non basta, perché la Mikoyan-Gudrevic – parallelamente – continua la progettazione di un prototipo alquanto rivoluzionario – il Mig 1.42 MFI (3) – che ha molte caratteristiche innovative ed il programma continua per tutti gli anni ’90 (con gli ovvi problemi finanziari della Russia dell’epoca): compie il primo volo nel 2001. Si racconta che parti o studi per questo velivolo siano oggi “rientrate” nel Sukhoi PAK FA, appena entrato in servizio e nel cinese J-20. Insomma, pare che il Mig-29 sia stato “ri-confezionato” in sette anni, mentre procedeva (a rilento) il lavoro sul futuro Mig (o Sukhoi).

Il Su-27 ha una storia quasi analoga: anche per lui la data d’inizio degli studi è il 1969 e compie il primo volo nel 1977 ma solo nel 1985 giunge ai reparti: fin qui, per la qualità del velivolo, ci potrebbe anche stare. Il problema è che – negli stessi anni “incriminati” – passa dal (prototipo T-10/1 - 1977), al nuovo (e molto diverso) T-10S che vola per la prima volta solo nel 1981, viene avviata la produzione in serie nel 1982 e nel 1985 arriva ai reparti. Anche qui, con evidenti differenze fra i due prototipi, sempre immortalati dai satelliti USA.

I fatti, ridotti all’osso (ci fu anche l’offerta di contropartite americane, poi definite “scandalo Iran-Contras”, ecc) però, sono questi, sui quali ognuno di noi potrà ragionare.
Dagli strani “intoppi” capitati negli sviluppi dei due aerei, sembra di capire che i russi, improvvisamente, siano venuti in possesso di nuove tecnologie e di nuovi concetti che riguardavano il controllo del volo: dunque, che abbiamo frettolosamente fatto “rientrare” i prototipi negli hangar e li abbiano applicati, magari modificando anche la cellula del velivolo ove fosse necessario. Contemporaneamente, nacque il primo missile aria-aria sovietico a guida radar attiva, ossia l’R-77 (codice NATO: AA-12 Adder) che aveva grosso modo le stesse prestazioni dell’AMRAAM occidentale.
Tutto casuale?

Mi rendo conto che un articolo del genere presta il fianco a due (ovvie ed incontrovertibili) critiche: di essere un po’ ostico per chi non s’interessa al mondo militare e, per contro, di sorvolare su molti particolari della vicenda per i più esperti. Però, questa storia mi ha sempre incuriosito. Perché?

Poiché, mentre discutiamo di missili o droni in Yemen, forniti da questo o da quello, provenienti da Sud o da Nord…non ci rendiamo conto che – se questi fatti hanno un senso ed una spiegazione – la Russia del dopo-Eltsin avrebbe avuto soverchie difficoltà a rimettersi in sesto.
Se ben ricordate, nei primi anni Putin girò come un ossesso i vecchi alleati per vendere prodotti militari russi a mezzo mondo: dall’Etiopia alla Birmania, dal Vietnam all’Egitto. Parallelamente, cercò di rimettere in mani statali il petrolio russo: dubito che senza il “cash” fornito dalle armi russe il gioco gli sarebbe riuscito.
Dall’altra, notiamo una dabbenaggine americana: credo che sia l’unico caso di un’arma appena entrata in linea in una super-potenza ad essere venduta senza prendere qualche precauzione. Oppure lo scambio fu consenziente, per mantenere un equilibrio che aveva retto per cinquant’anni?

E se non fosse avvenuto lo scambio?
Difficilmente l’Iran sarebbe sopravvissuto alla lunga guerra con l’Iraq e potremmo dover conciliare, oggi, ogni mossa con un tipetto molto affidabile e “fedele”, tale Saddam Hussein.
Ma c’è qualcosa in più che sembra raccontare che quello scambio avvenne realmente: l’Iran pare non aver dimenticato la serietà (interessata) russa nel fornire aiuto quando la situazione sul campo era disperata.

L’Iran, storicamente, ha sempre temuto il potente vicino sovietico e, la vicenda dello Scià (e di Mossadeq, quando la ripartizione dei proventi del petrolio era 94 a 6 a favore degli angloamericani), si spiega molto con questa paura e con l’estrema difficoltà di conciliare la presenza sovietica nel vicino Afghanistan, due potenze nucleari (India e Pakistan) ad Est, il riarmo saudita degli anni ’80 e la sempiterna presenza delle portaerei americane al largo delle coste. Le minacce di Israele? Sì, Israele qualcosa può fare, ma Tel Aviv è lontana…

Oggi, la Storia ci propone un nuovo dilemma: una nazione che cerca di coniugare modernità e tradizione – e sconta tutte le difficoltà interne di un simile connubio – si trova ad essere protetta da sistemi antiaerei russi molto potenti, ad avere una “vetrina” diplomatica nello SCO e pare disposta a tutto per fermare gli USA sulla sua porta.
Inoltre, l’Iran ha una popolazione numerosa e molto attiva in tutti i campi: ricordiamo che furono loro ad inventare l’algoritmo (Al Kwaritzmi, Algoritmi de numero indorum, Baghdad, IX secolo), e che tutta la conoscenza dei grandi califfati abbassidi proveniva dalla Persia. La tradizione, talvolta, non è proprio acqua fresca.

Attualmente, gli iraniani sono il principale Paese produttore di petrolio nel golfo Persico ad avere una fiorente industria petrolchimica: hanno compreso (sono forniti, a differenza dei sauditi, di una buona “classe media” di tecnici) che il petrolio vale, ma vale di più se lo presenti sotto forma di prodotti già pronti per essere utilizzati: riflettiamo che da queste tecnologie all’industria chimica degli intermedi di produzione (4), il passo è breve.

Può darsi che, stufi delle mille beghe occidentali per costruire una centrale nucleare – se consumi il petrolio che hai, dove trovi l’energia per trasformarlo in qualcosa di maggior valore? – abbiano deciso d’arricchire l’Uranio oltre le famose “soglie” che ne consentono l’utilizzo militare, ma dobbiamo riconoscere che nessuno ha fatto storie del genere per le centrali in Finlandia, Argentina, Corea del Sud, Taiwan, Sudafrica, Slovenia, ecc, ecc.

La realtà, a ben vedere, è limpida come l’acqua: l’Iran è stato uno dei pochi Paesi al mondo a non esser stato colonizzato, ha una popolazione numerosa, il livello d’istruzione è medio-alto, le capacità tecnologiche spaziano dal settore petrolifero a quello aeronautico e navale, alla siderurgia in genere. Chi altro ha, nell’area un simile potenziale? Qualcosa del genere l’aveva l’Iraq, ma la difficoltà interna d’essere diviso in tre etnie (o confessioni), un sistema politico molto “arruffato” e, soprattutto, la fine dell’Iraq capitò proprio nel massimo apogeo della potenza militare e politica USA.

Sarebbe una buona occasione per ri-modulare molte pretese di Washington nella regione: lo capiranno mai?
E cosa potrebbero mai fare se decidessero di cancellare l’Iran come piccola potenza economica e tecnologica nel mondo? Ma principale, nell’area del Golfo Persico?
C’è da temere il blocco dello stretto di Hormuz, c’è da paventare l’attacco alle portaerei da parte dei missili antinave iraniani (che hanno portate e precisioni considerevoli), ci sono da considerare gli attacchi missilistici iraniani che possono colpire fin in Europa, il contrasto della marina iraniana…insomma, il gioco vale la candela?

Tutti sappiamo che, grazie al fracking, gli USA sono tornati ad essere autosufficienti per l’aspetto petrolifero: però, compiendo una scelta del genere, colpirebbero anche tutti i loro alleati asiatici, che si riforniscono nel golfo Persico: Giappone, Corea, Taiwan, Filippine a secco? Senza contare che Cina, Russia (India?) non starebbero certo a guardare e, dopo le prime incertezze sul da farsi, fornirebbero agli iraniani tutti i dati delle loro reti satellitari. Lo hanno fatto con la Serbia, figuriamoci in una situazione del genere!

C’è una guerra dei dazi con l’Europa ma, una simile scelta, non sarebbe un cataclisma per le alleanze europee, per la tenuta della NATO, e per il commercio mondiale? Non a caso, Trump ha deciso che le cose andavano bene così, dato che gli iraniani non sono caduti nella trappola d’abbattere l’aereo che seguiva il drone, confermando anche un’ottima discriminazione dei bersagli.

Insomma, se lo scambio avvenne, per ben due volte e in due epoche diverse, un aereo ha salvato la pace mondiale: perché non consegnare all’F-14 il premio Nobel per la Pace alla memoria? Lo hanno dato a cani e porci: almeno, l’aereo era più bello!


(1) https://www.upi.com/Archives/1985/11/20/Iran-gave-the-Soviet-Union-US-F-14-Tomcat-and/2779501310800/
(2) Si tratta di una sorta di “frenata” che l’aereo compie assumendo una violenta cabrata, seguita poi da una picchiata: lo scopo è “liberarsi” di un nemico in coda. Pochissimi aerei al mondo sono in grado di sopportarla, per gli enormi sforzi dinamici ai quali è sottoposta la struttura.
(3) http://www.military-today.com/aircraft/mikoyan_mig_mfi.htm
(4) Gli intermedi sono i prodotti di base per l’industria chimica: alcoli, ammine, ecc. Prodotti necessari alle industrie farmaceutiche, delle sostanze coloranti, dei fertilizzanti, materie plastiche, ecc.


05 maggio 2019

Destini

Ieri, era una giornata un po’ speciale: l’ho passata a tagliar legna per il prossimo Inverno ed a sistemare la cantina, perché c’è sempre tanta roba da sistemare e non sai mai dove metterla. Ma da dove piove tutta ‘sta roba?!? Eppure, mi rivoltavo in me stesso perché sapevo, ricordavo, pur non volendo ricordare, perché il ricordo non è sempre triste, ma è ingombrante. Il ricordo parte come un missile verso cieli tersi, poi finisce di trascinarsi appresso mille cosucce da nulla, pinzillacchere, bagatelle…minuzie…e poi, dal nulla, schizza fuori un drago fiammeggiante e non sei più tranquillo mentre sistemi le mille quisquilie di una vita, quando ti capita fra le mani un pallone. 70 anni fa, si schiantò l’aereo del Grande Torino.

Eppure, già 60 anni fa, ero nel prato con le mani legate dietro la schiena, mentre mio padre tirava palloni un po’ angolati e non forti: dovevo respingerli di testa. Le mani erano legate per scacciare l’istinto a posare le mani a terra: dovevo imparare a “scivolare” dai fianchi fino alle spalle senza farmi male.
Perché, papà, ti sei intestardito a voler fare di due figli due portieri come te? Perché – papà – non hai capito che avevamo la nostra strada, diversa dalla tua, io in difesa e mio fratello – più in gamba di me – attaccante? Domande inutili: poteva capitarmi un padre generale di brigata, e sarebbe andata peggio. Io, a differenza di te, mi sono limitato ad osservare mio figlio che correva, dalla tribuna: anche lui col classico “sinistro di famiglia”, certo mi faceva piacere osservare qualcosa di me e di te anche in lui, ma questo non consente “invasioni di campo”, e di vita.

Ieri i giornali hanno intessuto la solita retorica sul Grande Torino. Un po’ melensa, in fin dei conti inutile: conosciamo tutti la storia, Superga…e via discorrendo.
Certo, è una storia curiosa: un ex tenente colonnello della Regia Aeronautica alla cloche del velivolo, specialista in volo strumentale, tradito da un altimetro difettoso. Che si chiamava Meroni (Pierluigi) ed era stato decorato in guerra per aver salvato un suo commilitone, tale Capitano Bulgarelli (?), omonimo del futuro attaccante azzurro. Come Meroni (Luigi, detto Gigi) si sarebbe chiamato un grande attaccante del Toro che – una ventina d’anni più tardi – avrebbe risollevato le sorti della squadra e giocato in Nazionale (con Bulgarelli) se…non fosse morto in un banale incidente, travolto da un’auto mentre attraversava la strada. E chi era alla guida dell’auto? Attilio Romero – grande tifoso del Toro e vicino di casa di Gigi – che sarebbe diventato, molti anni dopo, presidente del Torino. Il cerchio si chiude.
Omero ci avrebbe intessuto una tragedia (Eresiade?), ma è una storia che sa di karma contorti, d’incongrui grovigli, di destini segnati anzitempo dalle Parche.

Io vi posso raccontare com’era la vita di un giocatore del Torino dell’epoca, giacché mio padre faceva parte delle giovanili del tempo di guerra e, nel 1946, stava per firmare il contratto, ma…mio nonno (mio padre era ancora minorenne) non lo controfirmò. Tragedia familiare. Sì, mio padre nella parte di Achille, con la sua ira funesta, ci può stare. Sì, ci sta.
Al termine della guerra, mio padre guadagnava 30.000 lire al mese, che imponevano 8 ore d’allenamento presso lo stadio “Lamarmora” di Biella ed un impiego di “comodo”, ossia andava a dormire in un locale della “Piaggio Aeronautica” di Candelo Biellese, dove la fabbrica toscana s’era trasferita per le vicende belliche. Dormì un paio d’anni vicino ad una flak tedesca da 88 mm della difesa contraerea. Una volta gli chiesi: faceva tanto rumore? Non lo so – rispose – non sparò mai un colpo.
Per fare un confronto, Bacigalupo (il primo portiere) guadagnava 160.000 lire il mese (fonte: Wikipedia): mia madre, operaia tessile, nel 1946 prendeva 15.000 lire il mese.
Sarebbe come se, oggi, il portiere della Juventus guadagnasse intorno ai 12.000 euro il mese: questa poche cifre qualcosa raccontano sull’attuale suddivisione della ricchezza.

Aprendo una parentesi, confesserò di non credere assolutamente alle cifre che i club, oggi, comunicano per gli acquisti e gli ingaggi dei giocatori: sono superiori – ma di molte volte! – al totale degli incassi, dei diritti televisivi e dei contributi degli sponsor, che sono le voci “attive” dei bilanci. O sono false le cifre – ossia le squadre barano sulle cosiddette “plusvalenze” – oppure entrano in gioco i bilanci delle aziende dei presidenti, e qui la cosa sarebbe ancora più complessa e dunque non quantificabile da un semplice giornalista. Ci vorrebbe un’inchiesta da parte della Magistratura.

E la vita? Com’era?
In tempo di guerra era tutto un “forse”: non per nulla il campionato 1943-44 fu vinto dalla squadra di calcio dei Vigili del Fuoco di La Spezia!
Ogni trasferta era sempre un “forse”, un’avventura che iniziava sul treno molte ore prima, sempre che il treno non venisse mitragliato, non si rompesse, non ci fossero bombardamenti all’arrivo…immaginate un po’. I tedeschi si diedero molto da fare per tenere in piedi una parvenza di normalità, ma i risultati furono ben lungi dalle aspettative.
La settimana, poi, trascorreva tranquilla (Biella non fu mai bombardata, per questo il Torino era migrato lassù) anche se i giocatori si muovevano: mio padre narrava di un bar nei pressi di Piazza Statuto dove s’incontravano con i “cugini” della Juventus per interminabili partite a biliardo od alle carte. Sorvolava, ovviamente, su dove passassero le notti: col senno di poi ho capito che qualche casa di tolleranza li ospitava, ma erano cose che non si potevano raccontare a un bambino!

Le amicizie, come sempre, dipendevano dal caso: Eusebio Castigliano era di Livorno Ferraris (fra Vercelli e Chivasso) ed erano molto amici perché prendevano lo stesso treno per tornare a casa. Mio padre, ancora piangeva quando vedeva le foto di Castigliano nell’album di famiglia.
Mazzola, invece, aveva il compito di allenarlo a parare rigori e punizioni e mio padre ne aveva un buon ricordo: sempre accondiscendente, nello “scoprire” i punti deboli di un attaccante per migliorare il portiere.
Poi, c’erano le “punizioni” – non quelle tirate sul campo – bensì i giri di corsa sulla pista dell’atletica da compiere come punizione per i ritardi (talvolta, incolpevoli, viste le condizioni di vita) ma che, comunque, il regolamento non considerava. Vai e corri, intanto ti fai il fiato.

Ciò che, invece, non molti sapranno, fu che proprio nel buio della guerra nacque l’innovazione nel mondo del calcio: dopo le disposizioni tradizionali (detto “Metodo”, ossia due terzini, tre mediani e cinque attaccanti) il Torino varò il WM, che è praticamente il 3-4-3 del calcio moderno, con le sue variazioni (4-4-2, 5-3-1, ecc) che oggi osserviamo, soprattutto nelle partite di Coppa Europea.

Forse, per questa ragione dovrebbe essere ricordato – unico al mondo, come Alessandro Magno – come “Grande” Torino, ossia qualcosa che sfugge al freddo computo delle virtù e degli errori: proprio come l’incommensurabile condottiero macedone.

Il resto è solo una fredda lapide con molti nomi incisi, che racconta poco o nulla: come in una fotografia, l’istantanea non comprende gli aneliti di vita vissuta, i sentimenti, a volta qualche acredine di troppo.

C’è ancora una quisquilia, una delle tante in questa vicenda epica, che sempre mi ha colpito. Mio padre, nel 1949 – oramai lontano dal calcio professionista – nel Marzo scivolò sulla neve e si ruppe un braccio. Anche se il destino fosse stato diverso, non sarebbe potuto salire su quell’aereo. Ma queste sono solo illazioni, perché il destino è sempre fumoso, a volte beffardo, e sempre difficile da interpretare per noi che ci crediamo lungimiranti, anziché accettarci come ciechi che s’arrabattano in qualche modo a vivere.

Accidenti…’sto pallone è ancora gonfio dopo tanti anni…ma dove ti metto?

06 settembre 2018

Esimio signor Macron

Militari francesi in Niger

che l'Unione Europea fosse il più grande fallimento del continente già lo sapevamo, senza che lei ci mettesse il becco per dimostrarlo: sarebbe l'ora di finirla, dopo 150 anni di guerre per un pezzetto d'Africa? No, pare di no: eppure, la Francia sta andando incontro al maggior smacco della sua storia repubblicana, dalla Prima alla Quinta Repubblica…invece lei fila dritto come un treno, senza accorgersi che – nel Pianeta – non le è rimasto, come alleato, che un oscuro generale di Tobruk. Un po' pochino per calcare la scena internazionale? Veda lei, ma io non andrei tanto fiero d'esser rimasto l'ultima Potenza Coloniale della Terra.

In realtà, ci sono due (o più) vicende che s'incrociano, come sempre, in questa storiaccia di politica estera: la stranezza (a dir poco) di mantenere in vita il Franco Coloniale Africano (1) nel 2018 – cosa che, più accorto, nemmeno il Regno Unito si sognò di fare dopo la 2GM, preferendo la via meno appariscente (e più attraente) del Commonwealth – ed il fallimento della scelta nucleare francese, sancito definitivamente dalle enormi perdite di Areva nella costruzione della centrale finlandese di Olkiluoto (2).
Se vogliamo calare anche l'asso di Bastoni, mettiamoci pure i due spettacolari successi nell'esplorazione energetica dell'ENI nel Mediterraneo orientale, più un altro giacimento a terra (3). Miliardi di metri cubi di metano, che cambieranno la vita dell'Egitto (ed anche qualcosa per l'Italia), ed ingrasseranno gli azionisti di ENI ed il ministero del Tesoro, che detiene circa il 20% delle azioni ENI. E, soprattutto, la Golden Share, l’azione “speciale” che rende l’ENI un’azienda strategica, di Stato.
Crediamo bene che lei sia incazzato, ma non pensi di poter fare un solo boccone della Libia, poiché lo zio Sam potrebbe non essere d'accordo che lei s'allarghi così tanto ed in fretta (4).

Parigi ha sempre mal digerito la grande capacità di ENI d'accaparrarsi giacimenti dove gli altri non trovavano nulla: è una questione di superiore tecnologia, iniziata in anni lontanissimi da Enrico Mattei. Oggi, ENI sta mostrando di cosa è capace e, ai francesi, tornano alla mente anni lontani, l'epoca di Moro, quando a decidere gli assetti mediterranei erano “summit” informali fra Roma, La Valletta, Tripoli e Tunisi. Una ragnatela ben studiata da Moro e prima da Mattei, guarda a caso entrambi uccisi in circostanze mai del tutto chiarite.
Ma, all'epoca, la Francia si trastullava con l'Uranio, combatteva dal Ciad contro le milizie libiche – battaglia di Quaddi-doum, 1986 – poiché in Ciad estraeva Uranio, come oggi macina le montagne in Niger per lo stesso motivo. Solo che il tenore di Uranio puro nei minerali è sempre più scarso, mentre dopo Fukushima le azioni del nucleare sono drammaticamente calate.

Così, la Francia dopo Fukushima decise d’intervenire nel “Great-game” petrolifero, che aveva trascurato per molto tempo e Sarkozy ritenne che l'avversario più “digeribile” fosse l'Italia. La Libia crolla: sembra fatta.
Ma, mentre gli americani s'accorgono che decenni di trattative, conoscenze, scambi, consuetudini hanno scavato più profondamente di quanto si creda nei rapporti italo-libici, la Francia (ribadiamo: ultima potenza coloniale) medita di buttar quattro missili, prendersi i pozzi petroliferi  e finirla lì. Ma la via – sbarrata alle truppe – è un'autostrada per i servizi italiani: la Tripolitania è saldamente in mani italiane, mentre nel Fezzan (il Sud) le posizioni sono più sfumate e all'Est le velleità egiziane si fanno sentire.
Ma, all’Est, il grande alleato del Ministero dell’Energia Italiano – ossia l’ENI – è l’Egitto, che guarda all’Est libico con ingordigia perciò, l’alleato scelto da Macron, ossia l’uomo forte di Bengasi, potrebbe domani trovarsi preso da due fuochi, l’Egitto all’Est e le forze appoggiate dagli italiani all’Ovest. Anzi, l’abortito attacco improvviso a Tripoli, pare più un segnale di disperazione che di forza.
Le ipotesi sono sempre molte nel Great Game dell’energia, come in quello della finanza.

Ciò che, invece, stride è che nel Terzo Millennio ci sia una nazione – la Francia – che continua a trattare i cittadini di Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Ciad ed Isole Comore come dei sudditi la cui moneta – il Franco Coloniale Africano – è convertibile in altre monete solo passando attraverso Il Ministero del Tesoro francese, con un cambio fisso con l’euro stabilito a circa 656, ossia 656 FCA per un euro.
Come avviene questa truffa? Semplice: il 50% delle riserve di cambio dei Paesi della zona del Franco Coloniale Africano devono essere depositate su un conto della Banca di Francia, a Parigi. Stop: lo abbiamo deciso noi, ça va bien?
Ciò significa che le esportazioni di questi Paesi sono gravate da una “tassa di convertibilità” del 50%, che frutta alle finanze francesi circa 10 miliardi di euro di depositi l’anno, i quali gravitano nell’economia francese invece che in Africa (5). Si ritiene che l’1,5% del debito francese sia pagato, ogni anno, proprio con questi proventi: inoltre, per mancanza di liquidità (trattenuta dalla Banca di Francia) queste nazioni sono obbligate a contrarre, a loro volta, corrispondenti debiti con nazioni estere.


Mali, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Niger, Senegal, Togo…ma non sono proprio gli Stati dai quali provengono i migranti che la Francia rifiuta, per i quali erige le barricate a Ventimiglia e Bardonecchia?
Lo crediamo bene: fin che abbiamo avuto la Lira, anche noi siamo stati in grado di dirigere la nostra economia secondo gli interessi nazionali – pur con una guerra persa alle spalle, meglio non dimenticarlo – mentre da quando dobbiamo elemosinare i “preziosissimi” euro dalla BCE, le cose non possono che andar male. Una moneta a debito come l’euro è un non-sense economico, politico, sociale: ha solo una reale validità sul piano finanziario, poiché tutto ciò che serve ad accumulare capitali senza passare attraverso il lavoro, per la finanza, è non solo valido, bensì eccellente. Figuriamoci una moneta “coloniale”.
Con questo non voglio sostenere che fosse giusto l’andazzo degli sbarchi indiscriminati e delle permanenze “sotto” la Legge, come è avvenuto per molti anni, ma voglio far notare che – sotto il giogo di una falsa moneta – circa 200.000 italiani se ne vanno, ogni anno che passa, dall’Italia: chi per cercare un vero lavoro, chi per godersi (o sopravvivere) la pensione in Stati dove non viga lo strozzinaggio della popolazione.
Così come fuggono gli africani, costretti da un giogo coloniale ad “affidare” metà del valore del loro lavoro ad una banca straniera.

Pare che Gheddafi avesse in mente di soppiantare il Franco Coloniale Africano grazie alla grande quantità di preziosi (Oro, Argento, diamanti) accumulata come garanzia per il “dinaro africano”. Anche se ci sono precise informazioni in merito, come le mail fra la Clinton e Sarkozy (6), non ho mai creduto fino in fondo a questa teoria: Sarkozy mirava, in primis, a sottrarre le esportazioni petrolifere della Libia verso l’Italia, giacché il nucleare stava portando in rovina la Francia, la quale non aveva nemmeno provato ad iniziare una vera politica sulle rinnovabili, come i Paesi del centro-nord Europa, ma anche Italia e Spagna.
Perché non mi convince? Perché Gheddafi era, sostanzialmente, un militare.
A meno che, con l’età, la follia avesse fatto capolino nella sua mente, non comprendo come si possa pensare di scrollarsi di dosso il giogo coloniale fidando le proprie speranze su una Nazione che aveva rinunciato alle armi chimiche/batteriologiche ed ai relativi vettori (d’origine coreana), che lui stesso fece distruggere.
Fidando solo sulla debole, per forza – visto che il petrolio libico faceva gola a USA, Francia e GB – protezione italiana? La quale, forzatamente, capitolò: la partecipazione del 2011 alla schifosa guerra contro Gheddafi non deve essere percepita solo come uno “sgarro” fatto all’alleato. Perché la Libia si condannò da sola (vedi: Corea del Nord) quando si privò degli armamenti strategici. Operando dietro le quinte, ma conoscendo a fondo il Paese, l’Italia riuscì a mantenersi un “porta aperta” su Tripoli, e solo Dio sa quanto sia importante, in diplomazia, mantenere aperte certe porte!

Oggi, invece, gli equilibri sono cambiati: l’ONU – leggi: USA – ha imposto subito un cessate il fuoco, ed ha dichiarato che la situazione libica sarà discussa in una conferenza che è programmata per la fine di Novembre in Italia, riconosciuta da Washington come partner primario per la questione libica.
Macron è stato costretto a rimettere le pive nel sacco, perché anche la sua strampalata idea di far svolgere elezioni in Libia nella prima decade di Dicembre, ovviamente, decade.
Forse la Francia non aveva capito che – per la guerra libica del 2011 – era considerata, da Washington, appena un centimetro in più dell’Italia: la diplomazia francese è più edotta allo sciovinismo che al realismo politico, e lo scivolone di questi giorni lo dimostra. E, questo, è un leitmotiv che a Parigi si sente aleggiare dal 1919 in poi: salvo il breve periodo della liaison con i nazisti, ben più pregnante e sentita di quella della (alleata) Italia.

Gli americani hanno compreso che, se vuoi andar tranquillo in Libia – senza schieramenti con Mosca, tanto meno con bande guerrigliere che non si sa mai come va a finire – devi affidarti di più all’Italia ed al suo Ministero (ombra) dell’Energia. Nei Paesi fonte primaria di produzione petrolifera non si ammettono comportamenti che possano distruggere le infrastrutture: l’Iraq insegna, velocemente si fa e si chiude. La guerra per il confronto geopolitico si fa in Siria, in Afghanistan o nello Yemen, non in Arabia Saudita, Libia, Nigeria, Iran, ecc.

Dopo tutto questo, però, a noi rimangono l’Euro ed i nostri migranti che scappano all’estero, mentre l’Africa dovrà sempre fare i conti con il suo vecchio Franco che sa di cose muffite, di fucili con la baionetta innestata, del mito della “Légion”, dello sconfinato “Honneur” dei giovani virgulti francesi che partivano per l’Africa – al tempo della Rivoluzione, ma anche ai tempi di Zola – per sanare un debito di gioco o per riscattare il casato perduto.

E, in questi infiniti giochi, sguazza la finanza, il great game petrolifero e questa diplomazia dei balordi. Basta: parto per un viaggio: vado a disintossicarmi nel Pianeta Verde (quello del film), non so se tornerò…bye, bye!

PS : Bonne chance monsieur Macron, à la proxième fois !

(6) https://scenarieconomici.it/clamorosa-intercettazione-guerra-sarkozy-allitalia-libia-gheddafi/