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26 gennaio 2019

Un passo indietro, per capire il domani

Le scelleratezze di questo nostro tempo sono infinite e bugiarde: lo si avverte a pelle, leggendo le notizie sulle agenzie, e quasi si riesce ad indovinare la scontata risposta di questo e di quello, come in un girone infernale che ha preso a battere il tempo di un rap duro, prepotente, assetato di violenza e di sangue.
Vicino alle nostre frontiere si siglano accordi che sanno di vecchio: Assi, Triplici, Duplici, Patti, Intese,  Accordi, Entante, Agreemont…lo sfilacciato linguaggio della vecchia Europa…perché, la disperazione di un’Europa che ha “provato” con l’Euro ad intessere un’unione che non esisteva, oggi cerca di fermarla nel tempo con gli accordi militari. E’ già stato fatto qualcosa di simile, almeno nei modi e nei termini, basta voltarsi un attimo indietro.

C’è un interessante, quanto agghiacciante parallelismo fra il Gennaio del 2019 e quello del 1919, quando il Presidente americano Woodrow Wilson venne a Parigi a proporre la sua visione del futuro accordo di pace, ossia la nota dichiarazione dei 14 punti. E, oggi, seppur rinnovata, rimodernata e rivestita con un paio di jeans al posto delle rigide martingale dell’epoca, in una Davos che riconosce l’enorme divario di ricchezza nei popoli – che sempre aumenta! – le parole del Presidente del Consiglio italiano riecheggiano di quei toni, di quelle preghiere, di quegli avvertimenti. Che l’Europa non ascoltò, che l’Europa non ascolta. E risponde con “atti” come l’accordo di Aquisgrana.

Mi dispiace dover avvertire che, per coloro che non conoscono a fondo le dinamiche che condussero alla 1GM, sarà necessario un breve ripasso di quelle vicende: altrimenti, sarà difficile capire cosa sta succedendo. Vorrà dire che, chi conosce bene quelle vicende, potrà tranquillamente saltare il prossimo capitolo.

Le ragioni e il perché si giunse a Versailles

Molti storici, se chiederete loro perché scoppiò la 1GM, vi risponderanno con ragioni di per sé coerenti con l’enorme carneficina che seguì: coerenti, ma non valide. I più onesti giungono ad affermare che non v’erano ragioni serie per fare un simile sconquasso: forse, i generali, avevano ancora gli occhi puntati sulle guerre napoleoniche, e non avevano compreso il drammatico ingresso negli scenari bellici della mitragliatrice e degli aeroplani.
Fino ad allora, le uniche guerre giunte a scompaginare gli equilibri raggiunti dopo le grandi guerre di assestamento dei nuovi equilibri del XVI-XVII secolo erano state le avventure napoleoniche: a ben vedere, un tentativo di raggruppare l’Europa sotto l’egida francese.

Il mondo del primo Novecento è ancora oggi chiamato Belle Epoque, che si può intravedere fra le pagine di Zola e Maupassant, giacché c’erano tutti i prodromi necessari per un tranquillo incedere nel nuovo secolo. L’Europa era padrona del Mondo e lo gestiva tramite i suoi grandi e medi imperi: Britannico, Francese, Tedesco, Belga, Olandese, Portoghese ed Italiano, più l’enorme “bestia” addormentata nei secoli, l’Impero Ottomano. La Gran Bretagna, da sola, con meno dell’1% del territorio planetario, gestiva il 23% delle terre emerse. Più il dominio assoluto su mari ed oceani.

La Russia zarista aveva immense risorse e territori vastissimi non ancora esplorati; un pianeta a sé, come lo è oggi: un’amministrazione lenta e fatalista, però, non riusciva ad andare oltre gli Urali.
Gli USA si leccavano le ferite della loro guerra civile ed erano, ostinatamente, isolazionisti: nessuno, negli USA, pensava che due guerre europee avrebbero loro regalato su un piatto d’argento il potere planetario che, all’epoca, manco reclamavano: ancora doveva terminare l’epopea del grande West!
Il resto del pianeta, a parte l’Europa, nulla contava: il ministero delle colonie portoghese, fino al 1947, ebbe un apposito dipartimento per la gestione degli schiavi.

Se, da un lato, il “pensiero politico” era vecchio di secoli, la tecnologia sfornava ogni momento nuove risorse: meccanica di precisione, elettrotecnica, onde radio, petrolio al posto del carbone, automobili al posto delle carrozze e via dicendo.
C’erano problemi sociali? Dipende da che punto si osserva la vicenda.
Non si può negare che il Re italiano fece sparare a cannonate sulla folla, però l’aumento della ricchezza globale era evidente: il treno aveva avvicinato enormemente città e mercati, la navigazione a vapore raggiungeva facilmente i 5 continenti…insomma, dal punto di vista economico non c’erano ragioni valide per finire in quella bolgia infernale. Anche perché nasceva il sindacalismo, che chiedeva una ripartizione della “torta” più equa, e le classi subalterne cominciavano a vivere meglio – non ovunque e non sempre (emigrazione) – però il mondo del 1900 si distanziava già enormemente da quello di solo mezzo secolo prima. In definitiva, la ripartizione della torta era necessaria per un buon funzionamento della macchina: c’erano, ovviamente, voci discordanti, le quali ebbero a pentirsi – dopo – delle loro scelte.

Le vicissitudini diplomatiche di quei giorni sono note, e fanno rabbrividire per il non sense di quegli atti. Cercherò d’essere sintetico.

Il 28 Giugno 1914 viene assassinato a Sarajevo, volontariamente e con modalità da vero “agguato” (c’erano una decina di “postazioni” per sparargli), l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, da parte dell’irredentismo serbo.
Le diplomazie accettano di buon grado che l’Austria abbia diritto ad una vendetta, e fanno sapere a Vienna che nessuno si opporrà ad una rappresaglia, che potrà anche comprendere l’occupazione simbolica di Belgrado: insomma, vendicatevi pure, però dopo ve ne andate.
Ma la diplomazia austriaca cincischia, perché vuole presentare prove documentate (e non richieste!) prima di scatenare l’armata: si perde così l’intero mese di Luglio, e la questione balcanica – dapprima vista come un evento separato – entra a far parte del gran bordello generale, sovrapponendosi ad altri “irredentismi”, di marca ben diversa.
Chi sta creando il maggior chiasso? La diplomazia francese.

La Francia è l’unica ad avere qualcosa da reclamare: l’Alsazia e la Lorena, inglobate nell’Impero Germanico con la guerra del 1870. Per questa ragione si muove verso la Russia, cercando di cementare l’irredentismo francese (a dire il vero, piuttosto blando: quelle regioni, nella Storia, avevano cambiato di mano almeno quattro volte) con l’irredentismo slavo che sta friggendo nei Balcani.
Nel mese di Luglio giungono a Pietrogrado delegazioni francesi, che confabulano con gli omologhi russi, e la cosa monta: alla fine – siccome la Russia ha bisogno d’almeno un mese per la mobilitazione generale – vengono diffuse notizie (vere? false?) su movimenti di truppe tedesche nella Slesia…insomma, lo Zar si trova di fronte una zuppa belle e pronta: o inizi a mobilitare, oppure i tedeschi arriveranno alle porte di Pietrogrado prima che un misero soldatino possa far la guardia alla tua porta. E lo Zar mobilita: a Parigi, intanto, si continua ad affermare che non c’è nessuna volontà di guerra in aria (!).

Nel frattempo, Guglielmo e Francesco Giuseppe s’incontrano al confine, e devono riconoscere che il problema è grave e li interessa entrambi: l’irredentismo slavo è il nemico comune, non dell’Italia, che nicchia e chiede Trento e Trieste in cambio della partecipazione a fianco degli Imperi Centrali: Vienna risponde picche, e l’Italia si dichiara neutrale.
Negli ultimi giorni di Luglio si cerca di coinvolgere la Gran Bretagna, che nicchia: perché dovremmo scendere in guerra per difendere gli slavi e lo sciovinismo francese? Si noti che la Gran Bretagna, all’epoca, non aveva nemmeno la coscrizione obbligatoria: basta la Marina…

Poi, un pensiero drammatico inizia a percorrere i corridoi della diplomazia inglese: la Francia non è in grado, da sola, di reggere l’urto delle armate germaniche…perciò i tedeschi occuperanno i porti atlantici francesi (la 2GM!) e la Grosse Hochseeflotte voluta da Bismarck sarà un temibile avversario su tutti mari del mondo…se interverremo, invece, la “confineremo” nel Mare del Nord e non ci darà grattacapi. Così avvenne.
In ogni modo, la Gran Bretagna tentennò molto e si decise solo all’ultimo d’intervenire, al punto che gli equipaggi delle navi francesi della flotta del Nord, quando salparono nella Manica, salutarono mogli e fidanzate con un addio, certi di non tornare dallo scontro – impari – contro la flotta tedesca.
Tutti – com’è ovvio per ogni guerra – immaginavano un conflitto breve: gli inglesi accettarono perché si diceva: “A Natale è tutto finito”.

Insomma, a ben vedere, furono i francesi a comportarsi in modo levantino, e non altri.

Fine, tragica, di una guerra

Nell’Estate del 1918, ancora non si sapeva chi avrebbe vinto. Gli eserciti, stremati, andavano all’assalto come automi, perché sapevano che le sofferenze delle popolazioni erano giunte al parossismo: dall’eroismo sciovinista degli inizi, alla fame del 1918 che non conoscevano più da generazioni. Morire era una possibilità accettata: basta che sia tutto finito, in un modo o nell’altro.
I tedeschi, nell’offensiva di Primavera, crollarono per primi: così fu deciso il Gran Massacro.
Venne la pace: una pace lugubre, caliginosa: morivano come mosche i feriti al fronte, mentre crepavano in egual modo i civili, perseguitati da mille morbi – il principale chiamato “spagnola” – ma erano tutte malattie che vincevano con poco: erano gli organismi debilitati da fame, freddo e privazioni per anni ad essere pronti per un altro massacro “sanitario”.
L’interrogativo degli storici, giunti a quel punto, è: ne valeva la pena?

Non regge nemmeno la spiegazione della lotta al bolscevismo come ritorsione sulle popolazioni: a che pro, visto che tutti gli attori del massacro si ritrovarono, all’indomani, con la cronica mancanza di braccia per riavviare l’apparato di produzione civile dell’ante bellum?
Furono gli Stati Uniti a rabberciare il disastro; il raccolto agricolo del 1918 era andato bene: c’erano delle eccedenze per soccorrere gli affamati europei. Piccolo particolare: non c’erano navi per inviare il grano, ci avevano pensato i sommergibili tedeschi.
Così, in quell’atmosfera di tregenda, le genti piansero di gioia quando videro comparire le prime tradotte cariche di generi alimentari: addirittura, a Vienna ci fu gran gioia e riconoscenza (pubblicata a caratteri cubitali sui giornali del tempo), per una colonna italiana la quale – con aiuti americani – era riuscita a raggiungere Vienna, la quale – senza produzione agricola per mancanza di braccia – stava scivolando in una parossistica e desolata morte per fame.

Ma bisognava, in fretta, porre fine all’emergenza, al (giustificato) bolscevismo che s’espandeva fra le popolazioni. Riportare indietro le lancette della Storia, far dimenticare quegli anni di strazi al più presto, tornare alla Belle Epoque. Come se fosse facile: il resto lo conosciamo, la 1GM richiese un secondo tempo, la 2GM, come ogni film che si rispetti.

 Wodroow Wilson e i suoi sogni

Si può tranquillamente affermare che il presidente americano, catapultato alla Conferenza di Versailles, apparve a tutti come un marziano. E, in qualche modo, lo era veramente.
Wilson non era un politico “navigato” – nel senso spregiativo del termine – bensì era un uomo che fidava sulle capacità degli uomini di saper districare e risolvere le loro controversie, nel nome del bene comune. Notiamo che nemmeno l’immane tragedia appena passata – a Parigi gli intossicati dai gas, rientrati nelle loro case, iniziavano a morire come mosche mentre in Germania era più la fame a mietere vittime – eppure, i delegati di Versailles si sedettero “in trincea”, pronti a combattere per ogni metro quadrato da assegnare. Bottino di guerra, vae victis, come sempre: come se fosse stata Teutoburgo, oppure Canne o Zama.

Wilson racchiuse le sue proposte in una dichiarazione, detta dei Quattordici Punti (1), fra i quali si prospettava la non validità diplomatica di tutti gli accordi siglati dalle Nazioni con la copertura del segreto diplomatico. Ogni accordo doveva essere pubblico e noto alle popolazioni fino alla punteggiatura. Capì le richieste europee, però raccomandò loro di non eccedere con le richieste territoriali: ogni popolo doveva aggregarsi agli Stati che, per Storia e tradizioni, gli erano più affini.
Libertà assoluta di transito sui mari e negli stretti, riconoscimento dei diritti delle popolazioni colonizzate, alla pari con gli interessi dei colonizzatori. Nessun ostracismo verso la Russia (ora URSS), bensì un atteggiamento conciliante, qualsiasi fosse stata la forma di governo scelta dai russi.

Gli europei risposero nicchiando – non potevano prendere a calci chi li stava nutrendo – ma gli sguardi, a Versailles, raccontavano la medesima storia: ma cosa vuole ‘sto marziano?
E giù con le richieste per la spiaggia di un fiume, per un isolotto, per un paesetto conteso: finì con tedeschi che divennero polacchi e italiani, con ungheresi che divennero rumeni e – ciliegina sulla torta – un bel calderone che tutto conteneva, lo chiamarono Jugoslavia. Danzica fu la miccia della 2GM, mentre per la Jugoslavia si dovette giungere alla resa dei conti di fine millennio.
E non contiamo le mille nequizie che generò la spartizione dell’impero Ottomano: Iraq, Siria, Giordania, Egitto, Israele, Curdistan…

Eppure, la figura di Wilson, ancora oggi, non viene accettata come quella di un politico che cercò, nei miasmi di una guerra finita con vincitori delusi e vinti sconfortati, di gettare un “ponte” di nuove idee, nuovi propositi, per non finire un’altra volta nei gironi infernali. Rimane, ad onta di tutto, un sognatore: qualcuno, a denti stretti, lo dipinge come un idiota da reparto psichiatrico. Wilson morì nel 1924 e il suo destino lo privò della soddisfazione (se vogliamo chiamarla così…) di poter dire “io lo avevo detto”, quando dal 1939 al 1945 il secondo tempo di quel massacro dissennato andò in scena.

Wilson parlò anche di Europa: essendo un americano, ovviamente propose una transizione verso un unico stato federale, con una banca di Stato, una sola moneta, un solo bilancio…e così via. Molti europei, all’epoca, erano ancora sudditi di monarchi: fu molto difficile, per i tempi, comprenderlo. Ce ne rendiamo conto, ma la Storia non fa differenze se non riesci a capire il volgere degli eventi: come per l’ignoranza della legge, anche l’ignoranza della Storia non viene ammessa. E dà frutti ben peggiori.

Tornando all’oggi, dobbiamo “fare la tara” a quelle vicende di un secolo fa per capire se contengano un monito, una sentenza, una risposta. C’è, eccome.

Anzitutto dobbiamo ricordare che gli USA dell’epoca erano sostanzialmente diversi dall’oggi: erano un popolo orgoglioso delle loro libertà, d’essersi scrollato di dosso il giogo britannico. Niente di paragonabile all’oggi: sono due “attori” storici completamente diversi. Com’è pretestuosa ed errata – semplicemente una questione mediatica, eseguita fidando sull’ignoranza dei popoli (che, purtroppo, esiste) – la sovrapposizione dell’accordo del 2019 fra Francia e Germania come “prosecuzione” dell’accordo De Gaulle-Adenauer del 1963. Si fa presto a dire: l’Unione Europea non esisteva, esisteva invece ancora la Germania-Est, la DDR, non c’era una moneta comune…insomma…l’unico dato in qualche modo simile è l’ostracismo francese verso Londra e la velleità, comune, di affrancarsi da Washington.

La realtà dell’oggi, invece, è ben diversa: Macron è il politico meno longevo della storia umana, in pochissimi anni è già finito, bollito, dimenticato e snobbato, in Patria come all’estero. La Merkel – più esperta – ha compreso che i Gilet Jaune non sono una meteora, perché la storia francese ci racconta che, in quel Paese, i movimenti popolari giungono sempre ad una sintesi, ad un compimento. Non c’è neppure più la paura del Lupo: il “lupo” Le Pen non fa più paura a nessuno, perché – mentre osservavi e temevi le mosse del Lupo – il Drago europeo ti aveva già bruciato il sederino.
Di più: la mossa, sprezzante, verso l’Italia: non considerata, non desiderata, non voluta: esattamente come a Versailles 1919, quando i nostri politici smisero addirittura di recarsi a Parigi, schifati e delusi. Il “fronte meridionale” (Italia vs Austria) non ebbe nemmeno una trattativa separata, fu messo insieme alle questioni secondarie: Balcani, Dardanelli, Turchia, colonie, ecc.

Perciò, a Berlino, già si considera l’Italia come un avversario, un Paese che fa ancora parte dell’UE per comodità d’uso – diciamo così – ma senza più voce in capitolo. Se mai l’ha avuta.
In definitiva, la mossa tedesca è soltanto un “salviamo il salvabile” della Francia, finché si può: il mezzo, però, ci sembra assai inusuale ed inopportuno.

Ci sono parecchi motivi a rendere incomprensibile e disperata questa mossa.
Il primo è la questione del seggio all’ONU: i seggi permanenti del Consiglio di Sicurezza sono, di diritto, delle nazioni che vinsero la 2GM. Chi va a dirlo a Trump? Alla Cina? A Putin? Alla May? Credono forse, i due fringuelli di Aquisgrana, che stendano loro un tappeto rosso? Ma sì…entri pure signora Merkel..ehi! Aggiungi un posto a tavola! No, stavolta il francese non viene…Roba da dilettanti della diplomazia.

Il secondo riguarda l’arma nucleare: a dire il vero, nel trattato appena firmato la questione non è chiara, è appena sfumata. Veramente, i francesi, “regaleranno” l’arma atomica agli odiati sale boches? E la Germania sarà la prima fra le nazioni “di peso” ad infrangere i trattati di non proliferazione nucleare? L’ONU emetterà sanzioni contro la Germania? Le portaerei americani stazioneranno nel Baltico, per sorvegliare se la Germania di Hitl…pardon…della Merkel si metterà ad arricchire l’Uranio per le bombe? Ma non facciamo ridere, per piacere!

Per le questioni europee, da oggi, sarà identico rivolgersi a Parigi o a Berlino? L’unione fa la forza? E quale forza, di grazia?

Restiamo coi piedi per terra, Macron se la sta facendo sotto: non bastano le barricate dei Gilet Jaune, adesso raccontano anche che è un colonialista, con il suo bel Franco Africano! La Merkel, pure lei nei guai fino al collo in politica interna, non sa più a che santo votarsi: e allora? Facciamola fuori dal vaso con una NOTIZIONA! Francia e Germania si fondono in un unico stato! D’ora in avanti, tutti i populisti se la vedranno con noi! Nomineremo la Francia nostra fornitrice ufficiale per la componentistica industriale…ehm, prima dovremo comprarle le fabbriche, perché non le ha…e chiudere quelle italiane, rumene, ungheresi…acc…che guaio…

La Germania sconta, oggi, l’inazione europea, dalle due presidenze Barroso a quella di Juncker: 15 anni di democrazia sospesa, in Europa. Al fallimento di una Unione “iniziata” con la moneta unica non hanno niente da dire: è andata così…fatevene una ragione…

In mezzo a tutto questo marasma, Wilson, dall’oltretomba, è tornato a parlare.
A Davos è tornato a parlare di disuguaglianze, del farraginoso funzionamento delle istituzioni europee, della necessità di cambiare radicalmente la struttura verticistica dell’Unione Europea. Lo ha fatto con rispetto ed aplomb britannico, ma era un italiano, tale Conte.

Conte ha messo il dito proprio sulle inefficienze europee, sugli enormi cedimenti nei confronti del capitale (soprattutto finanziario) e sugli assordanti silenzi sul fronte del lavoro e dei diritti sociali. E la verità, quando compare inaspettata, magari non vince subito, ma si fa sentire meglio degli inganni.

Come ho già detto, non credo un acca della vicenda di Aquisgrana: a Washington, Mosca, Londra e Pechino se la ridono della grossa, e il generale De Gaulle prenderebbe a calcinculo Macron come un idiota di paese.
Bene ha fatto Conte a porre nel piatto delle questioni vere e sostanziali, contro l’aria fritta dei due folletti di Aquisgrana, e – dopo tantissimi anni – sono orgoglioso del mio presidente del Consiglio.
Un uomo semplice, un parvenu della politica, magari snobbato e deriso come Wilson, che però ha avuto il coraggio di guardare in faccia la mefitica feccia di Juncker & soci, urlando loro in faccia una verità che, oggi, non si può più negare: il Re è nudo!

06 settembre 2018

Esimio signor Macron

Militari francesi in Niger

che l'Unione Europea fosse il più grande fallimento del continente già lo sapevamo, senza che lei ci mettesse il becco per dimostrarlo: sarebbe l'ora di finirla, dopo 150 anni di guerre per un pezzetto d'Africa? No, pare di no: eppure, la Francia sta andando incontro al maggior smacco della sua storia repubblicana, dalla Prima alla Quinta Repubblica…invece lei fila dritto come un treno, senza accorgersi che – nel Pianeta – non le è rimasto, come alleato, che un oscuro generale di Tobruk. Un po' pochino per calcare la scena internazionale? Veda lei, ma io non andrei tanto fiero d'esser rimasto l'ultima Potenza Coloniale della Terra.

In realtà, ci sono due (o più) vicende che s'incrociano, come sempre, in questa storiaccia di politica estera: la stranezza (a dir poco) di mantenere in vita il Franco Coloniale Africano (1) nel 2018 – cosa che, più accorto, nemmeno il Regno Unito si sognò di fare dopo la 2GM, preferendo la via meno appariscente (e più attraente) del Commonwealth – ed il fallimento della scelta nucleare francese, sancito definitivamente dalle enormi perdite di Areva nella costruzione della centrale finlandese di Olkiluoto (2).
Se vogliamo calare anche l'asso di Bastoni, mettiamoci pure i due spettacolari successi nell'esplorazione energetica dell'ENI nel Mediterraneo orientale, più un altro giacimento a terra (3). Miliardi di metri cubi di metano, che cambieranno la vita dell'Egitto (ed anche qualcosa per l'Italia), ed ingrasseranno gli azionisti di ENI ed il ministero del Tesoro, che detiene circa il 20% delle azioni ENI. E, soprattutto, la Golden Share, l’azione “speciale” che rende l’ENI un’azienda strategica, di Stato.
Crediamo bene che lei sia incazzato, ma non pensi di poter fare un solo boccone della Libia, poiché lo zio Sam potrebbe non essere d'accordo che lei s'allarghi così tanto ed in fretta (4).

Parigi ha sempre mal digerito la grande capacità di ENI d'accaparrarsi giacimenti dove gli altri non trovavano nulla: è una questione di superiore tecnologia, iniziata in anni lontanissimi da Enrico Mattei. Oggi, ENI sta mostrando di cosa è capace e, ai francesi, tornano alla mente anni lontani, l'epoca di Moro, quando a decidere gli assetti mediterranei erano “summit” informali fra Roma, La Valletta, Tripoli e Tunisi. Una ragnatela ben studiata da Moro e prima da Mattei, guarda a caso entrambi uccisi in circostanze mai del tutto chiarite.
Ma, all'epoca, la Francia si trastullava con l'Uranio, combatteva dal Ciad contro le milizie libiche – battaglia di Quaddi-doum, 1986 – poiché in Ciad estraeva Uranio, come oggi macina le montagne in Niger per lo stesso motivo. Solo che il tenore di Uranio puro nei minerali è sempre più scarso, mentre dopo Fukushima le azioni del nucleare sono drammaticamente calate.

Così, la Francia dopo Fukushima decise d’intervenire nel “Great-game” petrolifero, che aveva trascurato per molto tempo e Sarkozy ritenne che l'avversario più “digeribile” fosse l'Italia. La Libia crolla: sembra fatta.
Ma, mentre gli americani s'accorgono che decenni di trattative, conoscenze, scambi, consuetudini hanno scavato più profondamente di quanto si creda nei rapporti italo-libici, la Francia (ribadiamo: ultima potenza coloniale) medita di buttar quattro missili, prendersi i pozzi petroliferi  e finirla lì. Ma la via – sbarrata alle truppe – è un'autostrada per i servizi italiani: la Tripolitania è saldamente in mani italiane, mentre nel Fezzan (il Sud) le posizioni sono più sfumate e all'Est le velleità egiziane si fanno sentire.
Ma, all’Est, il grande alleato del Ministero dell’Energia Italiano – ossia l’ENI – è l’Egitto, che guarda all’Est libico con ingordigia perciò, l’alleato scelto da Macron, ossia l’uomo forte di Bengasi, potrebbe domani trovarsi preso da due fuochi, l’Egitto all’Est e le forze appoggiate dagli italiani all’Ovest. Anzi, l’abortito attacco improvviso a Tripoli, pare più un segnale di disperazione che di forza.
Le ipotesi sono sempre molte nel Great Game dell’energia, come in quello della finanza.

Ciò che, invece, stride è che nel Terzo Millennio ci sia una nazione – la Francia – che continua a trattare i cittadini di Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Ciad ed Isole Comore come dei sudditi la cui moneta – il Franco Coloniale Africano – è convertibile in altre monete solo passando attraverso Il Ministero del Tesoro francese, con un cambio fisso con l’euro stabilito a circa 656, ossia 656 FCA per un euro.
Come avviene questa truffa? Semplice: il 50% delle riserve di cambio dei Paesi della zona del Franco Coloniale Africano devono essere depositate su un conto della Banca di Francia, a Parigi. Stop: lo abbiamo deciso noi, ça va bien?
Ciò significa che le esportazioni di questi Paesi sono gravate da una “tassa di convertibilità” del 50%, che frutta alle finanze francesi circa 10 miliardi di euro di depositi l’anno, i quali gravitano nell’economia francese invece che in Africa (5). Si ritiene che l’1,5% del debito francese sia pagato, ogni anno, proprio con questi proventi: inoltre, per mancanza di liquidità (trattenuta dalla Banca di Francia) queste nazioni sono obbligate a contrarre, a loro volta, corrispondenti debiti con nazioni estere.


Mali, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Niger, Senegal, Togo…ma non sono proprio gli Stati dai quali provengono i migranti che la Francia rifiuta, per i quali erige le barricate a Ventimiglia e Bardonecchia?
Lo crediamo bene: fin che abbiamo avuto la Lira, anche noi siamo stati in grado di dirigere la nostra economia secondo gli interessi nazionali – pur con una guerra persa alle spalle, meglio non dimenticarlo – mentre da quando dobbiamo elemosinare i “preziosissimi” euro dalla BCE, le cose non possono che andar male. Una moneta a debito come l’euro è un non-sense economico, politico, sociale: ha solo una reale validità sul piano finanziario, poiché tutto ciò che serve ad accumulare capitali senza passare attraverso il lavoro, per la finanza, è non solo valido, bensì eccellente. Figuriamoci una moneta “coloniale”.
Con questo non voglio sostenere che fosse giusto l’andazzo degli sbarchi indiscriminati e delle permanenze “sotto” la Legge, come è avvenuto per molti anni, ma voglio far notare che – sotto il giogo di una falsa moneta – circa 200.000 italiani se ne vanno, ogni anno che passa, dall’Italia: chi per cercare un vero lavoro, chi per godersi (o sopravvivere) la pensione in Stati dove non viga lo strozzinaggio della popolazione.
Così come fuggono gli africani, costretti da un giogo coloniale ad “affidare” metà del valore del loro lavoro ad una banca straniera.

Pare che Gheddafi avesse in mente di soppiantare il Franco Coloniale Africano grazie alla grande quantità di preziosi (Oro, Argento, diamanti) accumulata come garanzia per il “dinaro africano”. Anche se ci sono precise informazioni in merito, come le mail fra la Clinton e Sarkozy (6), non ho mai creduto fino in fondo a questa teoria: Sarkozy mirava, in primis, a sottrarre le esportazioni petrolifere della Libia verso l’Italia, giacché il nucleare stava portando in rovina la Francia, la quale non aveva nemmeno provato ad iniziare una vera politica sulle rinnovabili, come i Paesi del centro-nord Europa, ma anche Italia e Spagna.
Perché non mi convince? Perché Gheddafi era, sostanzialmente, un militare.
A meno che, con l’età, la follia avesse fatto capolino nella sua mente, non comprendo come si possa pensare di scrollarsi di dosso il giogo coloniale fidando le proprie speranze su una Nazione che aveva rinunciato alle armi chimiche/batteriologiche ed ai relativi vettori (d’origine coreana), che lui stesso fece distruggere.
Fidando solo sulla debole, per forza – visto che il petrolio libico faceva gola a USA, Francia e GB – protezione italiana? La quale, forzatamente, capitolò: la partecipazione del 2011 alla schifosa guerra contro Gheddafi non deve essere percepita solo come uno “sgarro” fatto all’alleato. Perché la Libia si condannò da sola (vedi: Corea del Nord) quando si privò degli armamenti strategici. Operando dietro le quinte, ma conoscendo a fondo il Paese, l’Italia riuscì a mantenersi un “porta aperta” su Tripoli, e solo Dio sa quanto sia importante, in diplomazia, mantenere aperte certe porte!

Oggi, invece, gli equilibri sono cambiati: l’ONU – leggi: USA – ha imposto subito un cessate il fuoco, ed ha dichiarato che la situazione libica sarà discussa in una conferenza che è programmata per la fine di Novembre in Italia, riconosciuta da Washington come partner primario per la questione libica.
Macron è stato costretto a rimettere le pive nel sacco, perché anche la sua strampalata idea di far svolgere elezioni in Libia nella prima decade di Dicembre, ovviamente, decade.
Forse la Francia non aveva capito che – per la guerra libica del 2011 – era considerata, da Washington, appena un centimetro in più dell’Italia: la diplomazia francese è più edotta allo sciovinismo che al realismo politico, e lo scivolone di questi giorni lo dimostra. E, questo, è un leitmotiv che a Parigi si sente aleggiare dal 1919 in poi: salvo il breve periodo della liaison con i nazisti, ben più pregnante e sentita di quella della (alleata) Italia.

Gli americani hanno compreso che, se vuoi andar tranquillo in Libia – senza schieramenti con Mosca, tanto meno con bande guerrigliere che non si sa mai come va a finire – devi affidarti di più all’Italia ed al suo Ministero (ombra) dell’Energia. Nei Paesi fonte primaria di produzione petrolifera non si ammettono comportamenti che possano distruggere le infrastrutture: l’Iraq insegna, velocemente si fa e si chiude. La guerra per il confronto geopolitico si fa in Siria, in Afghanistan o nello Yemen, non in Arabia Saudita, Libia, Nigeria, Iran, ecc.

Dopo tutto questo, però, a noi rimangono l’Euro ed i nostri migranti che scappano all’estero, mentre l’Africa dovrà sempre fare i conti con il suo vecchio Franco che sa di cose muffite, di fucili con la baionetta innestata, del mito della “Légion”, dello sconfinato “Honneur” dei giovani virgulti francesi che partivano per l’Africa – al tempo della Rivoluzione, ma anche ai tempi di Zola – per sanare un debito di gioco o per riscattare il casato perduto.

E, in questi infiniti giochi, sguazza la finanza, il great game petrolifero e questa diplomazia dei balordi. Basta: parto per un viaggio: vado a disintossicarmi nel Pianeta Verde (quello del film), non so se tornerò…bye, bye!

PS : Bonne chance monsieur Macron, à la proxième fois !

(6) https://scenarieconomici.it/clamorosa-intercettazione-guerra-sarkozy-allitalia-libia-gheddafi/