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13 febbraio 2021

Il governo“green” al lavoro

 

 

“Come dimostra il meraviglioso processo della fotosintesi, l’agricoltura è chimica e la chimica verde è la prossima rivoluzione che si svilupperà in modo esponenziale”

Ve lo dico dopo chi è

 

Sembra quasi una boutade, oppure una ciofeca buttata lì: il governo, secondo Grillo, doveva accorpare il ministero dello Sviluppo Economico con quello dell’Ambiente, ossia dare un’impronta decisamente “green” a tutto il governo, senza esclusioni. Ovvio che assegnare a Giorgetti il primo ed a Cingolani (amico di Renzi, spesso “fedele” della Leopolda) il secondo, rinominato in un fumoso per la “transizione ecologica”, sembra più una presa in giro che altro. Resta da capire se Draghi ha preso in giro i 5S, oppure se è stato lo stesso Grillo a prenderli per il c…in ogni modo, il governo non ha nessuna intenzione di farsi guidare in tal senso.

Un banchiere ha le preoccupazioni delle banche per la testa, mica quelle della lattuga, e tutto l’ambaradan montato su da Renzi con l’aiuto di Verdini & soci non è mica stato fatto per nulla: sono i 209 miliardi che vogliono, non le pantomime sclerotiche di un vecchio coglione ignorante come Grillo oppure l’ignoranza dei ragazzini 5S che siedono in Parlamento perché li hanno votati mamma, papà, zii, cugini, amici e parenti vari sul sito di Casaleggio. Pochi di loro sapranno che un tentativo di transizione “green” in Italia già avvenne, e nemmeno sanno come finì: tanto, ignoranti sono tutti, grandi e piccoli, e l’avventura del M5S è già finita.

Nel dopoguerra, Ravenna era la capitale dell’agricoltura italiana. Perché? Poiché lì regnava, indisturbato, Serafino Ferruzzi: un tizio che aveva inventato un modo semplice ma geniale per far soldi. Riuniva denaro grazie alle sue conoscenze nel mondo della finanza legata all’agricoltura, li investiva nell’importazione di cereali dal Sudamerica, poi rivendeva tutto sul mercato italiano quando il momento era favorevole. Come faccio a saperlo? Seguitemi.

Nel Gennaio del 1973 venni assunto temporaneamente presso la sede torinese del Ministero dell’Agricoltura, insieme ad altre tre persone: il nostro compito era semplice, gestire la posta in arrivo. Per molti mesi mi domandai come mai avessero assunto quattro persone per aprire e visionare sì e no 200 lettere il giorno.

Lavoravamo poco, ma soldi non ne vedemmo fino a Giugno, quando i sei mesi ci furono pagati, ed anche abbastanza bene, in un’unica soluzione. Come mai?

I soldi, in realtà, erano già arrivati a Gennaio ma il capoccione e altri due come lui – d’accordo – avevano consegnato tutto a Ferruzzi: a Giugno, divisi i guadagni dell’operazione, ci consegnarono la rimanenza. Il Ministero, ovviamente, era a conoscenza di questi traffici…ma cosa volete che vi racconti, che l’Italia è un Paese di truffatori? Lo sapete da soli.

Nel 1979, però, l’aereo di Serafino Ferruzzi urtò una casa in atterraggio a Forlì e l’imprenditore morì: fu un incidente vero, non come quello di Mattei. Almeno, così sembra.

La famiglia decise d’accorpare gli 800 miliardi (dell’epoca!) del capitale nelle mani di Raoul Gardini, marito della primogenita Idina.

Qui inizia la storia della chimica “verde” italiana: una vicenda legata ad un uomo visionario – Raoul Gardini – che aveva veramente compreso le potenzialità della chimica “green”, ma per raggiungere i suoi scopi aveva bisogno della “grande” chimica, ossia Montedison e, in definitiva, di ENI.

E qui iniziò la sua parabola discendente: i due competitori – Gabriele Cagliari (presidente dell’ENI) e Raoul Gardini – morirono entrambi a breve distanza uno dall’altro: il primo “suicidandosi” con un sacchetto di plastica nel carcere di San Vittore, il secondo “suicidandosi” a casa propria a Milano, Palazzo Belgioioso, con uno, altri dicono due colpi di pistola. Fine della chimica “verde” italiana, terminata in un mare di tangenti e ricorsi.

Tutto ciò mostra come il legame fra la chimica e l’ambientalismo “green” fallì miseramente, addirittura con due “suicidi”: sono due settori molto vicini (come disse Gardini nell’incipit) e, maledettamente, due faccende che rendono soldi come il cappello di un prestigiatore matto.

 

Già nel 1975 era accaduto un primo “stop”, la legge Cossiga contro la canapa: un assurdo, perché la canapa era coltivata (e fumata) dal neolitico, generando una ricchezza che, oggi, viene valutata in circa 1,4 miliardi di euro l’anno, con un’occupazione per 10.000 addetti. Migliaia di ettari svaniti nel nulla, proprio “fumati”.

Nel 1937 Henry Ford, addirittura, costruì la Hemp Body Car, un’automobile costruita completamente con polimeri derivati dalla soia e dalla canapa e funzionante ad etanolo ricavato dalla fermentazione della canapa. Anche il grande Henry fu fermato dai giornali di proprietà dell’industria chimica: seppe fermarsi prima d’essere ammazzato. Ecco l’auto:

 


Quindi, quando affermiamo “green” bisogna avere ben chiaro cosa s’intende e contro chi si va a parare: il governo Draghi vi sembra il più adatto per una simile battaglia?

Il governo Draghi è appoggiato anche dalla Lega, che è sempre stata favorevole all’eolico: soprattutto quando il suo responsabile nazionale per l’energia – Paolo Arata – è stato condannato perché molto “vicino” a Vito Nicastri, “re” dell’eolico siciliano e condannato a 9 anni per aver favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Arata, a sua volta, ha travolto anche l’on. Siri (sempre Lega) nelle sue faccende le quali, quando gira il vento, possono anche far male a causa del vento “tangente”: non è il caso del nuovo governo, che sono certo farà affari con tutti e saranno affari indisturbati.

Vi confesserò che, per capire meglio come funzionava il “giro” dell’eolico, mi sono spacciato per un sostenitore della Lega ed ho chiesto ad un sindaco leghista quanto rendesse al suo Comune il parco eolico installato: la risposta fu un dubbioso “Mi pare 15.000 l’anno…”. Feci due conti sul tovagliolo di carta e glieli mostrai: era la cifra che rendeva, annualmente, l’impianto: circa 450.000 euro. Lo vidi impallidire.

 

Il nuovo governo, se vorrà dimostrarsi “green” dovrà fare i conti soprattutto con ENI, e qui la vedo dura, molto dura, perché ENI è una potenza, vedi il caso Cagliari-Gardini.

Bisogna però essere chiari: io non ho nulla contro ENI, che è una ricchezza per l’Italia. Addirittura, ENI partecipa mediante Saipem alla posa di giganteschi aerogeneratori nel mare scozzese, grazie a Saipem 7000, la più grande nave esistente per la posa di questi sistemi.

Il problema – e questo spiega perché in Italia non c’è un solo aerogeneratore in mare – è che ENI ha una sorta di prelazione sulle coste italiane, come potrete notare da questa cartina:

 


Ora, non so chi abbia preso queste decisioni: so però che le uniche tre aree italiane dove è conveniente impiantare parchi eolici off-shore solo al largo della Puglia, a sud della Sicilia, e a nord-ovest della Sardegna. Chi sloggia? Le trivelle o i mulini? Credo che continueranno le trivelle: Draghi è comprensivo, è anche “green”, Draghi è l’opera omnia della politica italiana.

 

Gli annunci della creazione di impianti off-shore, in Italia, sono stati tanti: il primo doveva essere di fronte a Termoli, ma disgrazia volle che la Regione Molise non concedesse l’arrivo a terra dei cavi elettrici. Votarono contro, uniti nella lotta, il governatore di Forza Italia e Di Pietro: potenza dell’ENI…

L’ultimo (che ricordo) è quello di Tricase, quasi a Capo Santa Maria di Leuca, dove doveva sorgere un impianto colossale, a 20 km da terra, praticamente invisibile e della potenza di 90 MW. Il Ministero per lo sviluppo economico concesse un 5% circa del finanziamento totale, che era di circa 100 milioni di euro. Cosa capitò?

Nulla, semplicemente il Tar del Lazio cancellò il finanziamento del ministero: l’azienda che stava per costruire l’impianto ricorse, perché nel frattempo aveva avuto delle spese, ed il Consiglio di Stato, finalmente, la zittì ponendo fine alla faccenda dicendo di non rompere i cosiddetti.

 

Perciò, non meravigliatevi se fra qualche mese torneranno alla carica per il Ponte sullo Stretto, per la TAV (che la Francia non vuole più), per qualche valico di frontiera, per qualche buco nell’acqua o nella roccia: basta che costi tot, non un soldo di meno. Saranno tutti buchi nell’acqua rigidamente verdi, per rispettare la nuova normativa “green”: ponti verdi, valichi verdi, gallerie verdi, dentro e fuori. La Lega sarà felice e li farà stampare sulle cravatte, verdi, dei suoi parlamentari.

 

Ultima cosa: da quando ero ragazzo, un governo prima di ricevere le consegne andava in Parlamento per ricevere la fiducia: il governo Draghi no, si giura, si raccontano mille frottole poi…se c’è il tempo…si va anche in Parlamento…tanto anche noi abbiamo un garante, come i 5S, si chiama Mattarella. Peccato che, per il governo Conte, non si aspettò nemmeno un voto parlamentare: a casa, in fretta, su, fate posto…

 

Ridicoli.

22 settembre 2020

Chi ha vinto e chi ha perso?

 

Per prima cosa, bisognerebbe ri-codificare il titolo: ossia, chi non ha vinto e chi non ha perso? Forse, le cose sono più semplici e più facili da capire.

 

Se torniamo ad un anno fa, qualcuno che sicuramente non ha vinto è stato Matteo Salvini perché, dopo l’exploit delle europee d’appena un anno or sono – quel 34 a 66 contro l’intero elettorato italiano – la perdita di consenso è netta e senza margini per sofisticate congetture.

Quel risultato nasceva da un qui pro quo grande come una casa: il governo era saldo ed inattaccabile sotto l’aspetto parlamentare, solo che non era disposto a farsi guidare da Salvini, tutto qui. Il governo, all’epoca, era guidato da Conte e Salvini non poteva ri-definirsi premier senza passare per uno scontro: lo scontro ci fu, e Salvini perse completamente la strada.

Non comprese che il governo, all’epoca, era costituito dal M5S per il 33% e dalla Lega per il 17% e che la guida di una coalizione non la si trova su Facebook, bensì nelle aule parlamentari.

 

Dopo, dopo…non ha avuto più scampo: oggi, la Lega, ha probabilmente ricompattato l’elettorato settentrionale, ha forse conquistato qualche spezzone al centro…ma ha perso l’elettorato meridionale che non si è più fidato di lui, ed è tornato in gran parte a credersi “fascista” – il che è soltanto una chiacchiera da bar – però ha cercato casa più dalla Meloni che dal vecchio capataz di Arcore.

In buona sostanza, l’elettorato italiano è tornato indietro di anni, quando tre forze – Lega, Forza Italia e Alleanza Nazionale – rappresentavano la tripletta vincente per la coalizione di centro destra, perché non basta agitare medagliette o raccomandarsi alla Madonna per cancellare gli anni di Bossi, del suo veemente odio per i meridionali e per le loro necessità di uno Stato assistenziale contro lo Stato liberista del Lombardo-Veneto. Che è la grande incognita dall’Unificazione, la grande questione mai risolta.

 

In questo mutamento, c’è anche la sempre maggior insipienza di Forza Italia, partito leader per tanti anni, ma rimasto senza un Delfino degno di questo ruolo: Silvio, almeno fino al Covid, s’è pensato immortale.

In parte l’elettorato di matrice cattolica s’è largamente ridotto: tutto ciò deve farci riflettere poiché, dopo 150 anni dall’Unificazione, la questione cattolica non pesa più come al tempo della Rerum Novarum. Anzi, le “cose nuove” sono giunte ma forse perché tanto “nuove” non erano, né così importanti sono sembrate, al punto che anche i papati più modernisti non hanno inciso più di tanto sul pensiero né hanno richiamato forze nuove dal cattolicesimo al cattolicesimo in politica.

Se vogliamo, solo Forza Italia punta ancora molto su questo connubio ma il suo tempo è scaduto e non ne verranno altri: con la scomparsa di Berlusconi (fisica o politica per “decorrenza dei termini”) il partito finirà nel nulla ma, attenzione, per gli equilibri politici italiani non significa assolutamente che un elettorato, per quanto ridotto, non esisterà più, e qui potranno giungere delle novità. Potranno: non è detto che delle novità giungeranno per certo.

 

Giorgia Meloni può dunque assaporare un buon successo, ma sempre se sarà capace di tenersi lontana da certe frange estreme: dovrà far memoria dell’elettorato di destra italiano, che fa un dieci per cento se valuta la questione meridionale e la forza della burocrazia statale, mentre scade all’uno per cento se segue marce su Roma od improbabili rotture “nazionali” con l’Europa.

 

Se la destra ha, da domani, parecchie questioni sulle quali riflettere, le medesime questioni saranno sui tavoli del PD e dei 5S.

Zingaretti ha subito detto che, se uniti, avrebbero vinto parecchio di più ed è senz’altro vero. Ma Zingaretti non ha compreso che la semplice somma algebrica non serve a niente nel governo di un Paese: può durare qualche anno, poi lascia ampi spazi aperti a qualsiasi opposizione.

 

Anche il M5S ha sbagliato, e tanto: troppo. Dopo l’archiviazione del sogno del 51%, doveva prendere atto che le alleanze sono necessarie in politica per una semplice ragione: non la pensiamo, in maggioranza, allo stesso modo. Bisogna mediare, con chi si ritiene in grado di mediare con noi.

Sinceramente, non ho mai ben compreso cosa li convinse all’alleanza con la Lega: un partito legato mani e piedi – e mai in dubbio su questo – con una coalizione, retta da un personaggio non proprio “vicino” ai temi cari ai 5S: oggi s’è chiarito, con quel 70 a 30, chi sta di qua e chi sta di là.

 

Ma i 5S hanno atteso troppo attendendo inutilmente un passaggio che era obbligato: non si va a governare un Paese mantenendo una sorta di “prelazione” di una società privata – la Casaleggio & Associati – sulla loro politica. Tutta la “banda” dei Grillo e dei Casaleggio devono star distanti dal nostro voto, perché il nostro voto, ossia la pratica della democrazia, non deve essere condizionata da società private.

Altrimenti, vale la stessa cosa per quei partiti che hanno guidato l’Italia tenendosi ben stretti Mafie e Massonerie: i 5S devono rendersi conto che stanno compiendo il medesimo tragitto. Già quando cercavano – e non trovavano – un gruppo parlamentare in Europa si dovettero chiedere perché il gruppo dei Verdi Europei non li volle proprio per quella ragione: non accettiamo chi ha contatti stretti con società private. Ed avevano pienamente ragione.

 

Quello che oggi, per rappresentanza parlamentare, è ancora il primo partito italiano non ha una struttura interna, non ha strutture sul territorio, non ha regole certe e comprovate sulla vita politica interna del loro partito. Come si può guardare avanti? Come si possono stabilire delle alleanze, senza democrazia interna? Come si possono eleggere dei “capi politici” senza consultare nessuno, se non la rete dei “Meet Up” – sorta di comunità psicologiche dedite alla politica – o quella barzelletta del voto su Rousseau?

Anche Di Battista dovrebbe fare ben attenzione a quello che dice nei suoi comizi: il loro non è un “sogno”, bensì una realtà che devono saper attuare gestendo al meglio i mezzi della politica. Dal pensiero alla realtà. Non al riportare in terra un “sogno” che…tutti devono condividere? C’è qualcosa che non funziona.

 

Il PD è stato quello che, dopo essersi opposto al “Sì” in ben tre occasioni, ha saputo sfangarla meglio, salvando la faccia di fronte ai suoi elettori e riuscendo a contenere l’avanzata del centro-destra: ora, lo aspetta il periodo più duro.

Devono riuscire a far passare una legge elettorale che, visto che il grande problema del bicameralismo perfetto pare insolubile, almeno sia una legge che parifica l’elezione dei senatori a quella dei deputati: la differenza è minima per l’età dei votanti e non si capisce perché gli esiti siano così diversi.

Bisogna però riconoscere che il partito di Zingaretti non ha sbagliato nulla: certo, hanno un’esperienza nella lotta politica che giunge loro da molte generazioni. Dovrebbero, però, capire che se sono in qualche modo “rinati” lo devono proprio alla decisione dei 5S d’andare contro tutto e contro tutti, “rivalutando” una tradizione di “sinistra” che s’era persa per strada.

 

Ultima vittoria, lo scontro interno con Renzi, che è stato distrutto anche questa volta, se non bastassero ancora le occasioni precedenti. Cosa può fare, oggi, l’uomo di Rignano? Ben poco, però è furbo e già ha capito che c’è un’area – quella del centro cattolico – che avrà bisogno di un leader giovane e capace, ma la strada per arrivarci è lunga e densa d’incognite. Sapranno, Lega e FdI, accaparrarsi il paniere di voti che l’inevitabile fine di Forza Italia genererà? Oppure sarà un altro a soffiarglieli via, un altro che non ha più carte da giocare a sinistra? Difficile immaginare una via, ma è la sola strada che rimane a Renzi.

C’è un vero vincitore?

 

Inevitabilmente, è uno solo: Giuseppe Conte. L’uomo che ha saputo ridare a Genova il suo ponte in 15 mesi di lavori: mai avvenuto in Italia. L’uomo che ha saputo varare il RdC – con tutte le manchevolezze che ancora evidenzia – ma c’è. L’uomo che ha saputo, durante il Covid, combattere e vincere una battaglia immane in Europa, andando ben oltre tutte le più rosee aspettative.

Tutti lo amano o lo odiano, perché sanno benissimo che non saprebbero mai essere al suo livello: un livello mai toccato, in Europa, da un uomo politico italiano per determinazione e risultati raggiunti.

 

Oggi, la partita più dura è per i 5 Stelle, che devono inventarsi un partito vero oppure finire scapitozzati da mille arpie che non attendono che questo: eppure – e questo dobbiamo riconoscerlo – tutto è partito da loro, dalla loro semplicità e dalla loro volontà di cambiare il volto di questo Paese.

I prossimi mesi saranno importanti e ne vedremo delle belle: se riusciranno a darsi la forma ed il “peso” di un partito vero, non raggiungeranno di certo i risultati del 2018, ma potranno assestarsi come secondo/terzo partito italiano dietro al PD/Lega, che oggi sa d’avere il pallino in mano a sinistra, mentre per la Lega già “sento” voci di sottofondo che sussurrano di faide interne, di regolamenti di conti.

 

Non dimentichiamo, però, che i 5S hanno un jolly in mano che altri non hanno: Giuseppe Conte, il PdC più amato dagli italiani dal dopoguerra. E non è poca cosa.

06 giugno 2020

Fra Guelfi Bianchi e Neri, e Ghibellini incerti


Nel gran bailamme del dopo-Coronavirus ci mancava solo che sfrattassero Casa Pound per completare l’opera: peraltro, a norma di legge, uno sfratto sacrosanto ed anche un po’ – lasciatecelo dire – buffonesco. Così, alcuni “occupanti diseredati” degli appartamenti abbiamo scoperto che erano tutti dipendenti ministeriali o annessi & connessi: l’abituale storia dei maneggi romani, le solite vicende di parentele (politiche o familiari), le consuete buffonate dei medesimi apparatcik dell’attico su Piazza di Spagna. Su invito, ovviamente, solo su invito.
Ciò che sconcerta è la vicenda, oramai scatafasciata, degli ex fascisti e degli ex missini, privi oramai d’ogni legame con un passato che data oramai un secolo d’avventure e che un Paese serio dovrebbe posizionare nella Storia, non nella cronaca, perché se n’avverte l’incongruità, lo stridore, l’inutilità sostanziale.
Fatto salvo che il Diritto italiano proibisce qualsiasi tentativo di ricostruzione del Partito Fascista, poi assistiamo alle solite buffonate giuridiche: per lo stesso reato – saluti fascisti al Cimitero di Milano – alcuni imputati sono capitati sotto un giudice di destra, che li ha assolti, altri sotto uno di sinistra che li ha bastonati. Così, fascismo ed antifascismo diventano solo più opinioni giuridiche.

Il gran disastro è rappresentato da una mancanza sostanziale d’idee, di proposte, di riscontri nella destra italiana che s’affida ad una retorica stantia, vuota e – lasciatecelo dire – diretta proprio alla parte più ignorante della popolazione.
Le stesse convinzioni che non convinsero nessuno quando giunsero alla prova dei fatti: il 26 Luglio del 1943, non trovavi più un fascista a pagarlo mille lire dell’epoca. Poi, giunsero i tedeschi e gli italiani – riottosi ma dimessi – si misero in fila per andare a lavorare nell’organizzazione Todt. Nessuno, al Nord come al Sud, diede degli appoggi sostanziali ai due schieramenti in guerra, al più la testimonianza di una presenza.
Se il Fascismo fu un’operazione politica fallimentare, giacché gli italiani non erano avvezzi ai suoi termini: li appresero come sovrastruttura e mai li interiorizzarono come struttura stessa nella società – basti pensare al clamoroso fuggi-fuggi durante la guerra – l’operazione odierna di un partito di Destra che possa rinverdire quei dubbiosi fasti ci pare più la riproposizione retorica di una farsa.

La Destra italiana, da molti mesi, chiede le elezioni per andare al governo, pensando due cose:
1) Che tanto bisogna arrivarci, poi si vedrà cosa fare.
2) Che tanto gli avversari sono “bolliti” e non ci daranno fastidio.

A parte che non v’è alcuna certezza di vittoria elettorale – un nuovo partito guidato da Giuseppe Conte è accreditato, nei sondaggi, in una forbice fra il 14% ed il 24%, che ruberebbe i suoi voti agli attuali alleati (PD e M5S), ma anche una buona fetta alla Destra, riportando così l’ago della bilancia elettorale al dubbio – c’è da chiedersi cosa farebbero le due Destre, alleate e divergenti come lo sono Meloni e Salvini, che sopravvivono soltanto per l’eterna mediazione di un partito oramai centrista, quello di Berlusconi.    
La sopravvivenza politica di Forza Italia è però legata a quella biologica del suo leader e non sapremmo proprio immaginare un partito guidato da un insipiente Tajani (Toti se n’è già andato), ingentilito da alcune (ex) graziose donzelle che non farebbe altro che…citare all’unisono il testamento politico del grande Silvio. Oramai fu, oppure delirante. Perché lasciare la Destra nelle mani di Salvini e della Meloni è come pensare di lasciare il potere nelle mani di romanisti e laziali o, se preferite, fra juventini e granata.

L’esperimento di una Lega “nazionale” è già fallito: magari qualcosa al Sud Salvini potrebbe ancora racimolare ma è evidente che il suo elettorato è ancorato al Nord, produttivo e riottoso nei confronti di Roma. Al contrario, i fasti romani sono il panem et circenses della Meloni, che se ne va a Fregene e mai e poi mai sui litorali veneti a fare aperitivi.
Ciò che colpisce e stupisce, nelle loro vicende politiche, è che i due potrebbero – anzi, quasi devono forzatamente – allinearsi sulle rispettive posizioni “storiche” dei loro partiti, ossia un federalismo esasperato (che è già ai suoi limiti strutturali, la vicenda Covid ha fatto riflettere gli italiani) sperando d’asserragliare in una fortezza il vecchio “duri e puri” di Bossi, insieme all’anti-migrazionismo che ha perso molto ardore, nelle sue forme e nella sostanza. Ma non basta per governare: bisogna andare alla trattativa.

Le frange estremiste di Casa Pound hanno mostrato un limite: non saranno mai forza elettorale, troppo impegnate nel rinverdire i fasti del Fascismo e i giovani i italiani – quando pensano d’andare, il sabato pomeriggio, a giocare ai soldati dell’Impero – si mettono a ridere e ti mandano a quel paese.
All’estero ci sono più personaggi presentabili, che hanno “sostanza” oltre che forma: uno su tutti De Benoist, ma De Benoist è merce per gli intellettuali, non è certo merce elettorale. E la Le Pen mostra tutti i suoi limiti.
Non rimane, quindi, che “far dialogare” vecchi personaggi come i fu “colonnelli” di Fini – La Russa, Matteoli, Gasparri, Ronchi…? – oppure affidarsi a nuove leve, come Caio Giulio Cesare Mussolini, che un po’ fa ridere, un po’ lascia perplessi.
Provate a mettere insieme questi personaggi (od altri, la scelta è vasta…) con gente come Giorgetti, Salvini, Fontana, Zaia…vi sembra che sia possibile?
La realtà, sprofonda nella Storia.

Dante era un Guelfo Bianco, ossia della fazione perdente di coloro che vedevano di buon grado una liaison fra il potere papale e quello imperiale, entrambi circoscritti nei loro ambiti istituzionali, ma alleati e consapevoli dei loro ruoli.
Invece, mentre a Firenze i Guelfi Neri (i “duri e puri” del Papa) lo cacciarono per salvare la pelle, Dante si rifugiò a Verona, poi a Ravenna, che erano terre di Ghibellini “tiepidi”, ossia gente che tollerava l’imperatore tedesco, a patto che non “rompesse” troppo e li lasciasse liberi di commerciare. Insomma, un Guelfo Bianco – e tollerante – si capì meglio con Ghibellini “tiepidi” e tolleranti.
L’equilibrio per qualche secolo tenne senza gravi disgrazie, ma si giunse al 1527 quando i Ghibellini “hard” – corroborati dalla Riforma Luterana – scesero a Roma e la saccheggiarono per molti mesi: con la fine del Rinascimento, iniziarono guai senza fine per l’Italia, con Firenze asservita al papato e Venezia che, lentamente, finì per essere soltanto l’ombra della Repubblica di un tempo. E gli stranieri alla fine colonizzarono l’Italia fino a Napoleone.

Tornando all’oggi, io vedo molto difficile conciliare un forte potere centralista che ha come faro il primato dello Stato sulle Province, così come vedo difficile conciliare il potere di Confindustria, che vede lo Stato solo come un complesso di beni da restituire/rapinare verso le Province, contro un forte potere statuale.
I due schieramenti, già oggi, litigano e competono proprio su questi due termini – ancor prima d’avere il potere! – e sarà molto difficile tenere assieme una simile alleanza.
E i Guelfi Bianchi?

Possono garantire una miglior convivenza perché, se non ve ne siete accorti, il partito di Conte sarà un partito centrista e legato al potere cattolico, che sbaraglierà in silenzio le immaginette e i rosari di Salvini. Oltretutto, Conte piace alle donne ed alle mamme, che sono tante in Italia.
Con due partiti a lato, l’uno un po’ conservatore – ma privato di uno scomodo Renzi – e l’altro più innovatore dove, però, scarseggiano le teste pensanti saprà gestire meglio la situazione italiana rispetto al continuo rimbrotto fra Roma e Milano che assorbirebbe la parte migliore di un dialogo nella Destra.
In fin dei conti, la migliore gestione della cosa pubblica l’hanno sempre garantita gli equilibri centristi, perché mediano e non s’arroccano su posizioni che, dopo, è difficile gestire quando si è agli antipodi del pensiero politico.

Mario Draghi sarà Presidente della Repubblica? Può darsi, ma anche Casini e Franceschini possono aggiudicarsi la carica…senza troppi sconquassi e nemmeno troppi patemi d’animo.
L’ubriacatura del Papeete è stato il punto di massimo consenso della Destra, ma oggi è solo un lontano ricordo: come tutte le sbornie, dopo un caffè amaro ed un mal di testa, passano. E si torna a ragionare.

30 marzo 2020

Il problema è nel manico

John Maynard Keynes

“Il lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine, siamo tutti morti.”
John Maynard Keynes, economista inglese

Il titolo che avete appena letto è un vecchi adagio, o proverbio, che si cita quando un lavoro od una situazione non si riesce proprio a risolverla: nasce dal fatto che se il martello ha un manico non adatto, oppure debole, rotto, venato…nulla può essere portato a termine con l’attrezzo inadatto all’uso.
Per cercare di capire cosa sta succedendo nel mondo della grande finanza, bisogna fare un passo indietro e domandarci come si è giunti a questo punto (virus a parte), perché dietro c’è una storia che è la Storia della Teoria del Valore.
Senza affrontare questo argomento, è del tutto inutile fare previsioni o buoni propositi per l’avvenire poiché, passato il Coronavirus, il mondo che ci riceverà sarà, ancora una volta, schiacciato da questo irrisolto problema. E finirà per schiacciarci tutti.

Tutti d’accordo (Germania compresa) stilammo, in anni lontani, un trattato che doveva prevenire, nella vecchia Europa, il rinnovarsi di cosucce da nulla…capitate nel ‘900: robetta come discutere i disaccordi interni europei sotto forma di corpi d’armata, formazioni di bombardieri sulle città e sottomarini appena fuori del porto. Con qualche modesto danno al “capitale umano”…decine di milioni di morti e danni per miliardi di trilioni di miliardi…

Detto fatto, nacque l’Unione Europea, dapprima CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) che fu tutt’altro che cieca nel risolvere le questioni riguardanti l’importantissimo settore: ricordiamo, però, che la CECA nacque nel lontano 1951.
Nel 1957, col Trattato di Roma, venne alla luce la CEE (Comunità Economica Europea), la quale dovette subito risolvere i problemi derivanti dal possesso di reattori nucleari mentre uno Stato, la Francia, era dotata anche d’armamento atomico e porre le basi per una futura, vera unione europea.

Il vero atto di nascita della successiva UE fu il trattato di Maastricht del 1992, che legava le economie dei Paesi che ne facevano parte con legami ancor più stretti: proprio quelle regole e legami che sono percepiti – oggi, con la pandemia di Coronavirus in atto – diversamente da Italia, Francia, Spagna, Irlanda, Slovenia, Belgio, Grecia e Lussemburgo mentre si sono opposti Paesi che hanno qualcosa di sinistro: Germania, Austria, Finlandia ed Olanda i quali, eccetto l’Olanda, erano tutti a braccetto di Hitler.
Ma, un aspetto poco noto della vicenda, riguarda le date: la CECA e la CEE nacquero prima del 1971, mentre l’UE nacque dopo. Cosa successe nel 1971?

Un pasticcio che, ancora oggi, genera infiniti guai nell’economia mondiale: fino al 1971, l’unica moneta ad avere ancora un corrispettivo in oro – il dollaro USA, e mediante il cambio in dollari anche le altre monete avevano ancora un corrispettivo aureo – il 15 Agosto del 1971, per firma unilaterale del presidente Nixon, abrogò la convertibilità in oro del dollaro (1). In nota una spiegazione più dettagliata.
In effetti, gli USA avevano fregato tutti, stampando una quantità di moneta ben superiore al controvalore in oro, giacché le astronomiche spese per la guerra in Vietnam avevano prosciugato il bilancio statale: siccome la Francia aveva richiesto la conversione in oro del Franco, e non essendoci abbastanza oro a Fort Knox, giocoforza Richard Nixon fu costretto ad abrogare, con un colpo di spugna unilaterale, gli accordi di Bretton Wood del 1944, sui quali s’era poggiata l’economia del dopoguerra. Se qualcuno ricorda, in quegli anni il dollaro USA era scambiato a 625 lire per un dollaro, e qual tasso di cambio fu stabile per molti anni. Per forza: era ancora legato all’oro.
Su cosa poggiano, e cosa garantiscono le attuali monete?

Nulla, assolutamente nulla.
E, l’Unione Europea, nata nel 1992 con il trattato di Maastricht, nacque già nell’era del nulla.
Per me – che ricordo di non essere un economista – la questione della Teoria del Valore di merci e lavoro – senza un valore di riferimento – sembra un po’ una caciara, oppure un truffa legalizzata, o come preferite.

In buona sostanza, i valori delle monete – giacché tutte le Nazioni sono indebitate – sono sostanzialmente stabiliti dalla “solidità” di quel debito, ossia se saranno capaci di onorarlo. Più aumenta la “volatilità” di una Nazione, più salgono gli interessi da corrispondere agli investitori: sarà un caso che l’1% della popolazione mondiale possieda più del 50% della ricchezza planetaria? Si tratta di un vero e proprio Olimpo: 18 milioni di famiglie (2), pressappoco 50 milioni di persone, che controllano l’economia mondiale.
E chi lo decide?

Ci sono apposite istituzioni mondiali, le agenzie di rating che sono principalmente tre: Moody’s, Fitch e Standard & Poors, tutte con sede a New York. Semplice, no?
Se sei bravo, ti presto i soldi e te li do ad un interesse contenuto, se sei cattivo…eh…voglio un interesse maggiore…che ci vuoi fare, piccolo mio…anch’io ho le mie esigenze…devo in qualche modo “assicurarmi” che tu mi renda i soldi…e lo farò stipulando degli altri contratti, “derivati” dal tuo debito, con altre banche, eccetera, eccetera. Dai cosiddetti “derivati” giunse la crisi del 2008.
E, per dirla tutta, bisognerebbe sapere chi paga le agenzie di rating: c’è un bellissimo film al riguardo, La Grande Scommessa, con Brad Pitt. Candidato all’Oscar come miglior film, gli regalarono l’Oscar per la miglior scenografia non originale: chi credete comandi ad Hollywood? I registi o le agenzie di rating?

Ciò che teme la Germania è sin troppo facile da indovinare: quanto ci costerà questa dannata epidemia? Noi abbiamo solo qualche centinaio di morti…italiani, francesi e spagnoli migliaia…chissà come mai? Beh…non sono capaci di “stornare” i morti per Coronavirus sotto altre voci…così ci hanno consigliato le agenzie di rating…

Dunque…se abbiamo capito bene…tutto ciò che facciamo sul fronte dell’economia viene deciso da qualche Paperone che sta a New York? Che decide, ovviamente, il numero di giorni nei quali teniamo l’economia a freno, per non pagare milioni di morti?
Bel finale di commedia, per gli Stati nazionali, le “Unioni” di Stati e le Confederazioni…tutto a muzzo di qualche magnate che, a New York, decide della vita di tuo padre a fronte di una perdita di un tot per cento?

Sarà, io non sono un economista e quindi non so decidere se questa sia la soluzione migliore, però sul fatto che debba esistere una Teoria del Valore delle merci – non delle persone! Le “risorse umane” non fanno parte del mio vocabolario di non-economista – non ho dubbi, perché qualche cavolo di mezzo per stabilire il valore delle merci dovrà pur esistere, no?
No, non esiste: domanda ed offerta, facilità di reperimento, solidità dell’azienda. Fine.

Un tempo, esisteva.
Il lavoro di un falegname era considerato poco, giacché la materia prima era di facile reperimento, mentre quella di un fabbro era più cara, poiché il metallo richiedeva una tecnologia più complessa: quella dell’orafo era ancor più costosa, data l’accuratezza del suo lavoro, la preziosità del materiale ed il rischio di perdite. Ma, ce n’era una ch’era ancor più cara. Quale?

Quella del medico, perché il medico sapeva salvaguardare qualcosa di ancor più prezioso dell’oro: la vita umana.

Siccome in questo caso ci troviamo di fronte ad un conflitto insano, giacché tutte le filosofie hanno sempre conferito il massimo valore alla vita umana, ci troviamo in un contesto d’inconsulta disfida, laddove il risultato – chiediamo ai platonici, agli aristotelici, agli stoici, ai cristiani, agli ebrei, ai musulmani, ai confuciani, ai buddisti, agli induisti, agli scintoisti, agli animisti sotto ogni cielo ed al di là d’ogni mare – sarà sempre lo stesso: la vita umana sopra ogni cosa.
Qualcuno dirà che ai marxisti non importa tanto la vita del singolo, poiché è la sopravvivenza e l’elevazione delle masse ad essere più importante: regola che può essere validata in un contesto bellico – forse, nell’assenza d’alternative – ma dovremmo concludere che quelle 18 milioni di famiglie di ricconi che ci comandano sono 18 milioni di comunisti, che allignano in quel di New York. Dovremmo subito avvisare Trump.

E non tiriamo in ballo l’eterna storia degli Ebrei che affamano il mondo perché si ritengono una razza eletta: gli Ebrei possono ritenersi cosa vogliono, ma non hanno il potere di governare l’economia mondiale. La maggior “cassaforte” mondiale, oggi, è la Cina: vi sembrano ebrei i cinesi? E i sauditi? I giapponesi? I tedeschi? Oops! Scusi frau Angela.

Il vero problema è che l’umanità, nella follia bellica del ‘900 – della quale i tedeschi hanno qualche responsabilità più degli altri – ha distrutto qualsiasi ancoraggio certo, sicuro, valido, concreto…senza il quale ogni moneta è sulle montagne russe, ogni Stato sempre sotto giudizio, oggi il paradiso, domani l’inferno. E’ così che vogliamo vivere?

Per tornare ad una base della Teoria del Valore più affidabile, potremmo nuovamente affidarci all’oro il quale, ahimè per noi, di guai ne ha creati non pochi nella Storia umana: basti pensare all’inflazione, e conseguente carestia, in Spagna con l’arrivo dell’oro rapinato nelle Americhe.
Il Sudafrica diventerebbe lo Stato più ricco del mondo? Dichiarerebbe guerra al suo avversario, la Russia, che circonderebbe le miniere siberiane con un muro alto centinaia di metri?
Bel dilemma.

Però, se non sapremo trovare una risposta congrua nella Teoria del Valore, non potremmo mai trovare soluzioni – valide, sensate e durature – per dare valore alle monete, e si torna da capo, con i 18 milioni di famiglie che decidono: pollice alto, pollice verso.

Qualcuno ha tentato di fornire soluzioni: un gruppo di economisti serbi propose un metodo di calcolo basato sul valore di un’ora di lavoro operaio. Molto marxista, però oggi ci dovremmo chiedere: come si fa ad uniformare il valore di un’ora di lavoro in Germania con la stessa ora del Burkina Faso?
Altri propongono soluzioni complesse, come Fabio Conditi, che “ingegnerizzano” ancor più l’economia con monete parallele, alternative…ed io non ho risposte: non sono un economista, sono soltanto un piccolo scrittore, un dipintore di vicende umane proiettate nel grande schermo della Storia. Figuratevi: non so nemmeno giudicare se John Maynard Keynes fu un genio, un illuso od un economista bistrattato dai saccenti statunitensi! Posso solo dire che aveva uno sguardo mansueto.

Oggi, però – mentre medici ed infermieri s’affannano, a rischio della loro vita, per curare i malati nelle corsie ospedaliere, a contatto con i corpi madidi di sudore, coi lamenti dei morenti come colonna sonora – mi aspetto che anche qualche economista alzi il sederino dal comodo giaciglio dei consigli d’amministrazione, delle banche e delle multinazionali. Qualcuno che abbia ancora una coscienza, e che riconosca che il nostro mondo economico è solo un mostro che non sta in piedi, se non è in grado di rallentare l’economia per pochi mesi: quando usciremo da questa maledizione biblica, faremo meglio a ricordarcene ed a tartassarli quanto basta. Senza clemenza.

Perché una cosa l’abbiamo imparata: se stessimo per morire, e qualcuno ci facesse sopravvivere al prezzo dell’oro, non guarderemmo l’oro. Ce ne libereremmo subito, in cambio della vita.

26 marzo 2020

Se ci sei, batti un colpo. Non come le altre volte, però.


Gentile sig.ra Merkel,

sinceramente, non riesco a comprendere cosa le passi per la mente. Per la terza volta – due nel XX secolo, ora nel XXI – la Germania ha nelle sue mani le decisioni che riguardano l’intero continente, e sta comportandosi esattamente come nel secolo scorso. A che pro?
Quella che si sta delineando, è un’Europa del Sud-Ovest ed un’altra di Nord-Est: ossia la prima, le nazioni non direttamente collegate al sistema di produzione tedesco ed ai suoi capitali e le seconde, quelle che per convenienza (Olanda) o per necessità (quasi tutte le altre) devono guardare a Berlino e non distogliere lo sguardo.
La discriminante è l’epidemia del Coronavirus.

Chiariamo subito: il Coronavirus-19 non è una qualsiasi influenza stagionale. E, questo, per un semplice motivo: se l’Europa, oggi, sta avvicinandosi ai 15.000 morti dovuti al morbo, se non fossero state messe in atto delle misure eccezionali da parte di numerosi governi – fra i quali il mio, e ne vado orgoglioso – oggi non so dirle come si troverebbe: 150.000 morti? 300.000? Non possiamo saperlo, ma possiamo facilmente ipotizzarlo.
Tutte le voci discordanti – il penoso Primo Ministro britannico, ed il povero pulcino lombardo, nostro ex Ministro degli Interni, che minimizzavano…ma no…sarà come per la solita influenza…raggiungeremo l’immunità di gregge…pensate alle imprese, alle nostre imprese lombarde… – sono stati costretti a zittirsi, di fronte ai numeri. Terrificanti, ai quali non eravamo abituati da nessuna epidemia.

Oggi si pone il problema di come:
a) uscire dall’emergenza sanitaria;
b) concepire un’uscita/rinascita economica che non sia disastrosa per il continente.

Mi verrebbe da dire che per ben due volte, a causa dei vostri chiodi fissi – e non solo sull’elmo – ci avete regalato dei periodi lugubri e siamo dovuti ricorrere all’aiuto americano che in cambio ha voluto, ovviamente, delle contropartite politiche.
Oggi, gli americani non sono più in grado d’aiutarci: è già grasso che cola se riusciranno a cavarsela a casa loro. La Russia è gravata da sanzioni economiche, la Cina non ancora in grado d’assumere il ruolo di guida mondiale. Cosa facciamo?

Teniamo fede all’attuale sistema, che prevede la corresponsione di un contributo per formare il MES (il fondo salva stati) e che, in caso di bisogno, metodicamente indica le scadenze per la sua restituzione? Badi bene: soldi nostri, di ciascun Paese (60 miliardi sono dell’Italia!)…ma le regole dicono che devono essere resi entro scadenze ben precise, con metodologie ben preparate, studiate con teutonico passo.
Oppure capire che, di fonte ad una simile emergenza, è d’obbligo utilizzare quei soldi e poterli mettere a bilancio, per restituirli, con altri tempi, altri modi, altri passi?

La situazione s’aggrava, al punto che il nostro Primo Ministro vi ha dato dieci giorni di tempo per rispondere, altrimenti l’Italia non accederà al sistema MES, e farà di testa propria.
Si rende conto di cosa significa?

Vuol dire, semplicemente che, se la risposta tedesca non cambierà, l’Italia ha già presentato – tramite il suo Primo Ministro – una dichiarazione di uscita dall’UE, per ora solo in fieri. Credo anche lei convenga che, al prof. Conte, non rimaneva altra strada.

Oggi non sappiamo se si tratterà di un’Europa del Sud e di un’Europa del Nord, oppure di un’Italia più legata a chi ha fornito veramente aiuto, quando ne abbiamo avuto bisogno, ossia Cina, Russia, Venezuela e Cuba. Che non ci hanno bloccato le mascherine, da noi acquistate e pagate, alla loro frontiera o a quella di uno stato-satellite come la Repubblica Ceca.

Spero vivamente che la sua opinione cambi, perché questo – sono certo – è il desiderio degli altri Paesi europei. In caso contrario, ognuno per sé e Dio per tutti.

28 settembre 2019

Futuri inaspettati, pagabili in comode rate


La notizia più interessante, nel panorama politico, è senz’altro l’inizio delle indagini sui (presunti) trascorsi affaristico/politico/stragisti di Silvio Berlusconi con la mafia. Qualcuno griderà al complotto: libero di farlo, però, prima, dovrebbe tenere in conto alcune cosette.

La vicenda, di per sé, non è nuova: già Paolo Borsellino – che s’aspettava d’essere ammazzato (1992) – ne parlò in una serie d’interviste, nelle quali tracciava i primi lineamenti della nuova strategia dei rapporti stato/mafia risultante dal crollo dei vecchi equilibri politici della prima Repubblica.

La “sospetta” tempistica? Non so se sia un esempio di giustizia ad orologeria, come qualcuno sospetterà, e domando: e se fosse capitato tre mesi fa, in pieno crisi politica? Oppure fra tre mesi, quando ci saranno i definitivi “allineamenti” per le elezioni amministrative di Primavera?
Il vero problema italiano è che la classe politica vive continuamente in uno stato di fibrillazione: dunque, qualsiasi novità, notizia di reato o semplice inchiesta giudiziaria, scuote i palazzi della politica come un uragano.

La notizia, di per sé, è vecchia e parecchio strana: un uomo che decide d’entrare in politica e ne scalerà i vertici, come Silvio Berlusconi, si tiene in casa – con la pietosa scusa dello “stalliere” – un personaggio come Vittorio Mangano, capo-mandamento della cosca di Porta Nuova a Palermo, pluriomicida e più volte condannato? Oppure era obbligato?

Oggi, le accuse che sono state rivolte a Berlusconi sono di una certa gravità e, cosa importante, tutte non-prescrivibili grazie alle leggi varate dai suoi governi, data la pesantezza delle accuse.

Insomma, questo è soltanto l’epilogo di fatti già annunciati, già noti ma complessi, zeppi di contraddizioni e di accuse portate e poi ritirate, com’è usuale nelle indagini su Cosa Nostra, che muove pedine, pizzini e pentiti, falsi, veri, oppure ad intermittenza. Per questa ragione, l’accusa di “giustizia ad orologeria” non ha senso e costrutto interni, giacché se fosse avvenuta un anno fa o fra un anno, per la classe politica, avrebbe avuto la stessa valenza.

La classe politica non sopporta d’essere chiamata a rispondere di reati – anche gravissimi – e si ritiene al di sopra d’ogni giudizio da parte della Magistratura. Insomma, la tripartizione dei poteri non è mai stata pienamente accettata nell’ordinamento italiano: siamo rimasti legati al vecchio concetto di “intangibilità” dei potenti, che Alberto Sordi ben evidenziò nel Marchese del Grillo con la vicenda del povero Aronne, oppure lo sberleffo di Don Raffaé da parte di de André. Come disse il Belli: Io so io, e voi non siete un cazzo, continua ad imperare.
Ciò non esime la Magistratura dalle sue responsabilità, come ha dimostrato la penosissima vicenda del CSM: anche qui, il connubio intrinseco fra potere giudiziario e potere politico.

Più interessante, invece, è la strategia che le forze politiche assumeranno di fronte alla prossima, evidente “defenestrazione” di Berlusconi a quasi un trentennio dalla sua comparsa nell’agone politico. Oddio, il vecchio capataz di Arcore in qualche modo doveva finire: anche se pesantemente truccato, gettato in scena come un ectoplasma e sempre sorretto da parlamentari (femmine) “badanti”, faceva più sorridere che paura.

Con lui, però, scompare dalla scena politica quel concetto di centro-destra di sapore post-montanelliano, che si nutriva di forze fresche prelevate dalla Destra più intransigente per convogliarle verso un centro più dialogante. Che, però, metteva in crisi le forze di Destra più intransigenti e “nutriva” in modo asfittico il Centro cattolico e legato all’Oltretevere.
Oggi, quale di queste strategie è attuabile per la coalizione di Destra?

Se è vero che Salvini è riuscito a costruire, grazie ad una notevole e ben gestita campagna mediatica, una figura di riferimento forte e attraente, è anche vero che quella figura risulta “ingombrante” per molti aspetti: è visto con sospetto dalla destra tradizionale, figlia o nipote di Almirante, ed anche da quella meno pretenziosa, che ha conosciuto la penosa vicenda di Fini, terminata con la sua sconfitta, personale e politica.

Anche nel partito di Berlusconi, però, i “mal di pancia” non si sono fatti attendere: tanto è vero che il tentativo di Toti di fondare “qualcosa” di “vicino ma non uguale” a Forza Italia, e di “amicizia ma non sudditanza” verso la Lega, è abortito con uno 0,qualcosa nei sondaggi elettorali. Non che i sondaggi elettorali siano oro colato, però quando si prende lo 0,qualcosa il significato è chiaro. Come, del resto, avviene da anni per formazioni d’estrema Destra quali Forza Nuova o per i partitini che la Sinistra sforna ogni due per tre.

Di primo acchito, verrebbe da pensare ad un “soccorso” alla Lega dopo l’abbandono del governo ed al superamento (indolore? quanto?) del lungo periodo d’interregno che ci separa dalle elezioni del 2023. Perché è chiaro, sin da oggi, che le forze politiche attualmente al governo vorranno nominare il nuovo Presidente della Repubblica (previste per il 2022) – questo è più che ovvio – e non ci sarà manovra di palazzo capace di schiodarle da questo obiettivo, di primaria importanza.
Allora, forse, l’attuale “downgrading” di Forza Italia (conseguente alle vicende giudiziarie di Berlusconi) non è un inutile soccorso alla Lega, quanto una apertura verso nuovi equilibri che segneranno – veramente – l’ingresso nella Terza Repubblica. E, qui, la “chiamata” al Bildenberg – per quanto squalificato e ridotto ad un mero evento di costume – di Matteo Renzi qualche significato l’ha.

L’uomo di Rignano non ha dato gran prova di sé: partito dal 40% di consensi ha dilapidato velocemente un simile vantaggio, finendo intrappolato da una riforma costituzionale mal gestita e, peggio ancora, finendo pugnalato da inchieste giudiziarie – legittimissime! -  che avevano coinvolto i genitori e parenti vari.
Il ragazzotto, di per sé, vanta una lunga frequentazione con il capataz di Arcore, si dai tempi nei quali Mediaset gli fece un “regalo” corposo (o pagamento occulto?) con la vincita ad un gioco a premi: viste le mille “provvidenze” di Berlusconi, a pensar male non si fa peccato.

Le recenti vicende (ed elezioni) avevano lasciato l’uomo di Rignano confinato, a rigor di logica, al suo scranno di senatore – ma la logica, in Italia, non è molto aristotelica e più legata agli empirismi di palazzo – e, dunque, il senatore controllava e controlla un buon numero di deputati, tanti da creare un nuovo soggetto politico.
Non ci si lasci abbindolare dalle difese in extremis nei confronti di Berlusconi (“stupito”, “senza prove”, ecc): sono soltanto dei segni d’omaggio e formali ringraziamenti. In realtà, il guitto della politica italiana, vuole ereditare: nient’altro. E, qui, si apre un bel dilemma al quale, però, l’inossidabile trasformismo della politica nazionale saprà fornire risposte.

Per prima cosa, Renzi ha dipinto un acquerello dalle modulazioni tenere: Italia viva sarà la ripulita e profumata casa dei veri “centristi” obbligati, obtorto collo, ad entrare, silenti, nel truce maniero dei bolscevichi rampanti dal Veltroni-pensiero. Una sorta di “nuovo CCD”? Il sospetto viene, ma non addossiamo al monello di Rignano pensieri e parole impure, come il copione della trattazione richiede.

La strada è stretta, inutile raccontarselo, però Renzi non pone fine al tempo: è giovane, ha rottamato in LeU i vecchi apparatcik del partito e, dunque, può divertirsi nel gioco del trasformismo senza temere trasformazioni troppo veraci. In altre parole, sarà capace di fingersi il grande nemico di Salvini fin quando gli servirà. Dopo? Eh, dopo…e chi lo sa quali bischerate m’inventerò? Fossi al posto di Conte – dopo le formali rassicurazioni di appoggiare il governo sine die – farei un salto a trovare Enrico Letta. Credo che insegni a Parigi: vuole il telefono? Ah, già lo tiene.

Eppure, quello di Renzi è un gioco pericoloso, e lui lo sa bene, perché oggi è assolutamente sprovvisto di sufficienti “scorte” politiche per affrontare il drago rampante padano ma, da bravo politico qual è, sa benissimo che dopo un’ascesa senza limiti non puoi che aspettarti due cose: un crollo rovinoso oppure una discesa lenta ed inesorabile. Salvini si nutre di promesse: fino a quando il suo elettorato s’accontenterà e non dirà “vedo”?

Qui è il nocciolo della questione – non Conte, i 5Stelle o robetta del genere, questi trastulli lasciamoli pure al PD – bensì come, da una stretta e poco confortevole poltrona da senatore, potrà diventare – chiamato a gran voce! – il difensore dei valori europei, globalismi, eccetera eccetera…e dovrà scendere nell’arena solo, ad incontrare il suo nemico. Il Salvinardo.
Come Macron debellò la Le Pen, questa è l’opera che nella sua stamberga di Rignano legge e rilegge, alternandola al Principe, del quale ha letto e capito qualcosa solo fino al capitolo settimo, saltando poi l’ottavo – Di quelli che per scelleratezze sono pervenuti al Principato – e finendo di non capire una mazza nei capitoli inerenti i costi per ottenerlo.
Però, sette capitoli li ha letti: dai, che oggi è già tanto.

Da buon toscano, il Renzino, è una persona furba e schietta: quello che si trasforma rapidamente nel tombarolo il quale s’appropria d’altrui tesori e poi li rivendica come, da sempre, propri. Perché toscano, e dunque etrusco.
In altre parole, Renzi è il miglior avvocato di se stesso che sia riuscito a trovare e, mettergli in bocca futuri intrallazzi o trappoloni farseschi, è come attendersi risposte limpide dal pappagallo di un pirata (i pappagalli sono molto longevi) che risponderà sempre “un giro di chiglia!” (1). Che ne farai di Conte? “Un giro di chiglia”. Cosa aspetta Salvini? “Un giro di chiglia!”. Cosa vorresti dal papa? “Un giro di chiglia!”. Perché?

Poiché, nell’immaginario che lui stesso ha creato di se stesso – oggi si va per ectoplasmi viventi e saltellanti sul Web, gli impegni politici sono fanfaluche – c’era soltanto la necessità di rientrare in gioco, non altro.
Quando si è alzato in Senato per parlare, ed esprimere appoggio al Conte2, era l’avvocato Matteo Renzi che difendeva il nuovo governo nascente ma senza attaccare troppo il vecchio, perché nei confronti di Salvini non è mai stato brutale od offensivo: “sono il tuo futuro avversario, ma (per ora) ti rispetto”, pareva dire.

Renzi sa benissimo che iniziare il gioco delle minacce, del “stacca/attacca” la fiducia al governo gli darebbe una pessima notorietà: è un avvocato, sa benissimo quali sono i rischi di un’arringa troppo veemente, come, del resto, sono avvocati Conte, Bonafede, Toninelli, Bongiorno…e tanti altri. Solo Salvini non lo è, e si vede: ottimo comunicatore, è una “bestia” da Web come Di Battista, ma non sa mediare e contrattare un accordo. O sfonda, o perde.
Di Maio, invece, non è avvocato ma non ha nemmeno una comunicazione molto efficace: ha doti di mediazione naturali (s’è visto nell’accordo con Arcelor per Taranto) ma, più di tanto, non riesce a combinare: probabilmente, proprio per questa ragione fu scelto da Beppe Grillo per guidare il Movimento, un elemento di mediazione che previene scissioni? Probabile: difatti, in tutto il trambusto che c’è stato, pochissimi hanno lasciato il Movimento e, passato il momento “clou”, non lo lasceranno.

In definitiva, l’unica strategia di Matteo Renzi, oggi, è quella di “ereditare” qualche parlamentare (da Forza Italia, principalmente), una è arrivata dal M5S, qualcuno può darsi si muoverà dal PD o dalle forze di centro sempre molto “mobili”. Ma, oggi, la sua strategia è attendista: vuole logorare Salvini sulla lunga distanza, aspettando il momento giusto per avere sufficienti forze parlamentari e mettere un piede “pesante” nella coalizione di governo. Quasi sicuramente, quel momento verrà con l’elezione del Presidente della Repubblica, nel 2022.

Conte, oggi, non ha molte scelte di fronte: ha una buona immagine nell’elettorato, che sa difendere bene, e dunque sa che – in futuro – la sua immagine sarà sempre molto “spendibile” per richiamare consensi: la strategia del governo è di basso profilo. Sparita la contrapposizione a muso duro con l’Europa, scomparse tutte le velleità “no-euro” e “no-Europa” – sulle quali, in realtà, nemmeno Salvini premette molto sull’acceleratore, difatti i suoi due “alfieri” (Borghi e Bagnai) sono sempre rimasti nell’ombra – quindi, molto della partita sarà vissuta dal governo per ottenere qualcosa di “sostanzioso” dalla nuova commissione, viste anche le pessime condizioni tedesche.

La strategia di Salvini dovrà essere riveduta, per due ragioni: la vicenda dei migranti non è molto cambiata, prima arrivavano di nascosto, oggi arrivano alla luce del sole, però con un accordo europeo di redistribuzione che, per oggi, è solo provvisorio ma esiste. La seconda è la strategia di volere elezioni ad ogni costo, che è svanita e, dunque, si tratterà di correggere la sua esposizione politica e, soprattutto, mediatica, per far fronte alla nuova situazione. E’ molto difficile cambiare la strategia d’attacco su tutta la linea di Salvini, la sua totale esposizione mediatica, perché l’elettorato di Salvini vuole “risultati subito” e Salvini, oggi, non è in grado d’offrirli.

Difatti, il “boom” elettorale dei sondaggi scende, proporzionalmente all’esposizione mediatica di Salvini: non sono io a dirlo, bensì Libero, il quotidiano che gli è più vicino. Ed anche Il Giornale titola più su faccende europee che sulle vicende italiane, vale a dire glissa, sospende, non s’azzarda.
Vedremo come se la sfangherà, perché è difficile mutare una strategia per lo sfondamento in una per l’attesa: è come passare da Germanico a Quinto Fabio Massimo, e non sempre riesce.

Certamente, il vero sconfitto, oggi, è il M5S che era partito come colui che avrebbe mutato non la pelle, bensì l’intero organismo della politica italiana: va bene il taglio dei parlamentari, ma il continuo bisogno di alleanze (prima la Lega, poi il PD) per stare al governo cancella molte delle promesse e delle speranze iniziali. Hanno tentato, fallendo, la via delle alleanze e, oggi, se ne vedono i frutti.
La sua immagine è appannata, anche il consenso è intorno al 20%: questo accade a chi promette la luna e, dopo, non può fornirla. D’altro canto, la stessa parabola che ha obbligato Sryza e poi Podemos ad accettare più miti consigli e abbandonare le posizioni più estreme.

“Il poco è sempre meglio del nulla”, rammentava Parmenide…già…però, oggi, nel clamore mediatico del Web, ogni ridimensionamento è considerato un fallimento, ogni parola data ed impossibile da realizzare un tradimento. D’altro canto, è la sempiterna vicenda fra chi vuole innovare e chi desidera, invece, mantenere. E’ la molla che spinge la Storia verso una risultante che è sempre una mediazione fra opposti, non la volontà rivoluzionaria o reazionaria. Facciamocene una ragione.

(1) Giro di chiglia: punizione molto usata nella marineria velica, consisteva nel legare il malcapitato con due funi ai polsi. Poi, gettato a babordo, veniva recuperato a tribordo compiendo un giro subacqueo della parte immersa (opera viva). Se sopravviveva…

08 settembre 2019

Cosa si può ottenere e cosa si può sognare



All’indomani della nomina del nuovo governo, sono tornato a leggere le promesse elettorali di quello precedente: su tutto, spiccava la questione europea, in mille salse. Uscita, dall’UE o dall’euro, o da entrambi, poi discesa con un’infinita diatriba sui mini-BOT per pagare le imprese che lavoravano per lo Stato, infine, tutto derubricato all’anno del poi ed al giorno del mai. E’ vero oppure l’ho sentita solo io questa solfa? E perché non hanno lottato strenuamente per raggiungere l’obiettivo? La Lega, addirittura, aveva eletto Borghi e Bagnai, i quali hanno scaldato la loro sedia per più di un anno senza dire una parola, senza fare una proposta. Tutto normale?

Tutto normalissimo, in un Paese nel quale lanci dei proclami che sai benissimo, dopo, di non poter realizzare: basta vincere. Poi, poi…va beh…poi se lo dimenticano…
La campagna per le elezioni europee fu impostata da Salvini tutta sull’immigrazione – altro argomento che richiama consensi – per poi giocarla (male) in un’avventura che, se avesse avuto un po’ di sale in zucca (opinione non mia, bensì di Roberto Maroni), non avrebbe mai tentato. Era ovvio che finisse così: fin quando c’è una maggioranza parlamentare, il Presidente della Repubblica ha il diritto/dovere di non mandare il Paese ad elezioni. Altrimenti, ad ogni elezione – europea, regionale, comunale – qualcuno chiederebbe di tornare al voto.

In realtà, le elezioni europee – pur vincenti per la Lega in Italia – in Europa furono una delusione per il fronte sovranista, poiché la maggioranza dei popolari e socialisti non fu quasi scalfita. Ma, domandiamoci, cos’è il tanto osannato “sovranismo”?

Questa è la definizione che dà l’enciclopedia Larousse:

Il sovranismo è una dottrina politica che sostiene la preservazione o la ri-acquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali.

Mi sembra appropriata, dunque è il diritto di lasciare un’organizzazione sovranazionale quando riteniamo che ci danneggi.
Ma, gli italiani, votarono nel 1989 per appartenere all’UE, dunque:
1) Per prima cosa bisogna indire un nuovo referendum;
2) Se lo si vince, bisogna attuare una procedura di “distacco”.

A margine, vorrei far notare a quelli che credono che Salvini avrebbe indetto il referendum – insieme alla Meloni ed a Berlusconi (senza gli alleati, non aveva i numeri per vincere) – beh…ritengo che dopo questa bella prova di fiducia e di affidamento, avrebbero potuto tranquillamente credere in Cappuccetto Rosso, nella Terra Piatta, nei bambini che nascono sotto i cavoli ed a Babbo Natale.

La procedura di “distacco” va in onda oggi in Gran Bretagna, la quale sapeva benissimo a cosa andava incontro: non puoi per trent’anni firmare trattati ed accordi, e dopo andartene con un “ciao”. Insomma, è un po’ più complicato rispetto ad un matrimonio. C’è una trattativa in corso, com’è logico che sia: ciascuno, cerca di ottenere tutto ciò che può.
Però, la Gran Bretagna ci ha riflettuto bene: non dimentichiamo che gli inglesi sono usciti vittoriosi dalla 2GM, hanno saputo trasformare il loro ex impero in una struttura conveniente sia per loro e sia per gli ex colonizzati, inoltre la GB ha da sempre un rapporto privilegiato con gli USA. Quali, di queste qualità, ha l’Italia?

Sbattere la porta è facile, più difficile dire cosa si farebbe dopo: per ora, non ho sentito altro dal fronte sovranista, se non qualche richiamo ad Orban, che oggi ti sembra alleato e, domani – come nel caso dei migranti – ti abbandona al tuo destino.

E’ chiaro che il M5S, all’indomani del voto europeo, scelse la via del cambiamento dell’UE dall’interno, poiché altre vie – francamente – non ne vedevano. Forse questo cambiamento fu anche dettato dalla visione salviniana di una lotta senza quartiere all’UE – solo sui social, chiaramente! – tanto per acquisire consensi. Ma, parliamoci chiaro, quali sono state le mosse di Salvini sul fronte europeo?

Per carità…non torniamo alla storiella dei migranti…a parte che il signor ex ministro dell’Interno non è riuscito a rimpatriare un solo migrante fra quelli che già erano in Italia, ma nemmeno è riuscito a bloccare nemmeno l’ingresso dei migranti che sono giunti in Italia. Qualche sparata qui e là, ma niente di serio: bene o male, sbarcavano sempre, se non dalle navi, dai gommoni. La migrazione di massa, l’aveva già bloccata Minniti con l’infame accordo con i libici a metà del 2017.
Perché? Poiché bisogna distinguere fra “migrazione” ed “invasione” l’invasione avviene da popolazioni armate che giungono dopo un conflitto militare, mentre la migrazione è semplicemente un trasferimento in altro luogo di un surplus di popolazione.

Da noi è giunta una migrazione: voglio ricordare le parole di Salvini, “voglio che in Europa giungano in aereo”. Giustissimo, ma se per ottenere l’obiettivo ti spingi a tratteggiare l’UE come un nemico, dopo non ti stupire se ti lasciano solo ad affrontare il problema. Non è che la migrazione sia un fenomeno solo dei nostri tempi: la Germania ha 9,8 milioni di migranti (11,9% sulla popolazione), la Francia 7,4 milioni (8,9% sulla popolazione), la Spagna 3 milioni (13,8% sulla popolazione), l’Italia 3,6 milioni (8,3% sulla popolazione). Fonte: Wikipedia.

In principio di questa storia, si riteneva opportuno coinvolgere l’UE sui flussi migratori: ossia, sulla base della popolazione, accettare migranti fino ad una determinata soglia (probabilmente intorno al 10% della popolazione) ma giunse, forte e categorico, il “no” proprio dai Paesi cosiddetti “sovranisti”, Ungheria ed Austria in primis.
La vicenda, dopo questo fallimento, finì per avvilupparsi su se stessa: Salvini urlacciava, l’UE s’irrigidiva e così assistemmo alle famose “chiusure” dei porti – che collidevano con il diritto internazionale sul salvataggio in mare – e le “carrette del mare” o giu ngevano indisturbate, oppure erano obbligate a sbarcare nei nostri porti, salvo poi ridistribuire i migranti grazie all’intervento d’altri ministri, poiché Salvini s’era reso inviso a tutti in Europa, salvo ad Orban & compagni che, però, non si prendevano manco un migrante!

La questione dei migranti così si pone – a parte le procedure truffaldine escogitate nel Belpaese, cosicché i migranti finivano nei nuovi “Alabama” dell’agro-alimentare, oppure direttamente a disposizione delle mafie italo-nigeriane, ecc – se si vuole farli arrivare “in aereo”: si stabiliscono le necessità di manodopera per gli apparati produttivi, quindi si apre una trattativa con gli stati “fornitori”, si stilano degli accordi sui numeri annui e sulle destinazioni, si procede all’importazione della manodopera necessaria.

A questo punto, non dite che così si toglie lavoro agli italiani…che barba…trovatemi un italiano disposto a trasferirsi nei campi di pomodori, cavoli, finocchi, meloni, angurie…e poi disposti ad accudire vacche e maiali, quindi a lavorare sotto il sole nelle riparazioni stradali…perché gli occhi li ho come voi, e so riconoscere quanti neri ci sono in questi ambiti.

Qui è cominciata la guerriglia fra Salvini e l’UE – dimenticato l’euro e l’UE (Borghi, Bagnai: dov’eravate?) – tutto si consumò in una campagna elettorale continua, da una radio all’altra, da una spiaggia all’altra, fino a rendersi inviso agli alleati di governo, alle burocrazie europee, ma anche agli stessi partiti di centro-destra! Non è un caso se Toti e Brunetta, recentemente, lo hanno scaricato. E pure qualcuno dentro la Lega ha storto il naso: Maroni e Giorgetti, tanto per non far nomi.

Rimasto solo a giustificare una mossa incredibile – far saltare un governo e poi dare la colpa agli altri, fino a giungere ai complotti, alle dietrologie, alle storie fantapolitiche di chissà quali coinvolgimenti – Salvini, oggi, torna alla sola cosa che sa fare: campagna elettorale, sempre, ovunque. Finché ci sarà qualcuno che lo ascolta, perché dopo un po’ stufa: è la legge dei social, baby, fattene una ragione.

Cosicché, il M5S è stato obbligato a formare un governo con un PD altrettanto diffidente: lo stesso percorso che precedette l’inizio del governo giallo-verde, perché – se sapete leggere – il M5S non ha cambiato le sue richieste: la riforma Bonafede sulla Giustizia, il ritorno delle autostrade allo Stato, la tassazione proporzionale, ecc…solo sulla TAV non ci sono novità: sono tutti a favore (a parte il M5S), dalla Meloni al PD, Lega compresa. E, attenzione, tutti sanno benissimo che l’opera non servirà a niente, ma vogliono i soldi, i quattrini che l’UE ha (per ora) solo promesso, e che genereranno grandi flussi di denaro per i soliti noti, Lega compresa. Un affare da decine di miliardi di euro che durerà almeno 20 anni.

Ed hanno fatto bene a non cedere alle ultime, miserevoli, proposte di Salvini poiché la realtà era ed è che Salvini non ha una linea di governo, non ha idee su cosa fare sull’euro, non vuole l’Europa ma non sa cosa fare per andarsene, non sa come fare per correggere i trattati: Salvini, non ha proposto niente perché non ha niente da proporre.
Non ci credete?

Prendete in esame la situazione internazionale: ci sono 4 grandi potenze economico-militari. USA, Cina, Unione Europea e Russia sono in eterno equilibrio/conflitto su molti temi, mentre almeno 3 medie potenze – Giappone, India e Brasile – si avvicinano o si allontanano da almeno una delle grandi potenze, mai però entrano in aperto conflitto. Due grandi nazioni – Australia e Canada – fanno parte del Commonwealth britannico, 14 nazioni africane pagano una sorta di “tangente” del 50% a Parigi per usare il Franco Coloniale, che consente loro il cambio in euro. Molte nazioni sudamericane hanno legami con il dollaro o con l’euro, tramite il Banco di Santander. Altre, come la Siria e l’Iran, sono vicine al blocco russo od al Patto di Shangai.

Se consideriamo l’aspetto economico e finanziario, la situazione è un po’ diversa, ma le monete che “contano” – nel Pianeta – non sono più di 4-5: il dollaro, l’euro, lo yuan cinese, il rublo, la sterlina, lo yen giapponese e poco altro. Affiancati, però, alle monete – per potere finanziario – ci sono i fondi sovrani di parecchi stati, che investono su beni, servizi e monete. Basti pensare al fondo sovrano norvegese, a quello saudita, a quello del Qatar, ecc.

Chi desidera tornare ad una moneta – nazionale e sovrana – deve munirsi di mutande di latta, se non vuole fare la fine del pulcino non schiacciato – per carità! – bensì lasciato sopravvivere a colpi di spread e di declassamenti da parte delle agenzie di rating. Perché, il pulcino, più e mal messo e più rende.
Questa lezione – amarissima – l’hanno dovuta ingoiare Tsipras e Varouflakis, dei quali stimo più il primo che il secondo: almeno, ha avuto il coraggio di restare e di prendersi le sue “botte” di traditore. E che altro poteva fare?

La questione, se riuscite a capirla, è che siamo nelle mani di una banda di strozzini e non è urlando “li faremo neri!” che si arriva a qualcosa: loro, restano tranquilli, sereni, protetti dai servizi segreti e dai contingenti militari che tengono le capitali sotto scacco. A Roma, tanto per citarne una, sono di stanza il 1° ed il 2° battaglione “Lancieri di Montebello” che hanno – ma pensa te! – anche i mezzi blindati che mancavano ai nostri contingenti in Afghanistan. E’ più importante mantenere sicura Roma piuttosto che i soldatini all’estero.

Due fatti, però, li avevano fatti pensare: il governo giallo-verde in Italia (che Salvini ha affossato perché non voleva la riforma Bonafede, Berlusconi e Bossi hanno detto “nièt”) e, soprattutto, il movimento dei gilet jaune francesi, che li ha fatti impensierire: e se la cosa prende piede? Ci tocca muovere i blindati, ed il PIL s’affossa…

Per questa ragione, oggi, ci sono delle aperture da parte europea (anche perché la recessione ha raggiunto anche la Germania, a testimoniare quanto sia stupido ed infame il capitalismo in salsa Milton Friedman) e si sentono sempre più voci che parlano di “apertura” verso nuovi patti di stabilità, verso “più elasticità”, verso “più equità fiscale”, perché il capitalismo sopravvive sempre, ma sopravvive male a sentirsi incalzato.
Conte ed i 5Stelle hanno scelto questa via: la trattativa, per vedere cosa si riesce ad ottenere. Funzionerà, non funzionerà? Vedremo.

Se avete delle proposte migliori, proponetele, perché io da Matteo Salvini non ho sentito nulla in merito, che non fossero le solite, innocue (per loro) sparate. Ma non tirare in ballo mini-bot, mini-bond, mini-monete, locali, nazionali o quant’altro, perché se si decide per l’altra via – ossia andarsene dall’UE – bisogna avere una proposta concreta, non una favoletta da raccontare per i grulli. Credete forse che ci farebbero sopravvivere fuori dal loro recinto? E protetti da chi, che non sarebbe pronto a venderci il giorno seguente?

Serietà, proposte, non aria fritta. Grazie