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22 settembre 2020

Chi ha vinto e chi ha perso?

 

Per prima cosa, bisognerebbe ri-codificare il titolo: ossia, chi non ha vinto e chi non ha perso? Forse, le cose sono più semplici e più facili da capire.

 

Se torniamo ad un anno fa, qualcuno che sicuramente non ha vinto è stato Matteo Salvini perché, dopo l’exploit delle europee d’appena un anno or sono – quel 34 a 66 contro l’intero elettorato italiano – la perdita di consenso è netta e senza margini per sofisticate congetture.

Quel risultato nasceva da un qui pro quo grande come una casa: il governo era saldo ed inattaccabile sotto l’aspetto parlamentare, solo che non era disposto a farsi guidare da Salvini, tutto qui. Il governo, all’epoca, era guidato da Conte e Salvini non poteva ri-definirsi premier senza passare per uno scontro: lo scontro ci fu, e Salvini perse completamente la strada.

Non comprese che il governo, all’epoca, era costituito dal M5S per il 33% e dalla Lega per il 17% e che la guida di una coalizione non la si trova su Facebook, bensì nelle aule parlamentari.

 

Dopo, dopo…non ha avuto più scampo: oggi, la Lega, ha probabilmente ricompattato l’elettorato settentrionale, ha forse conquistato qualche spezzone al centro…ma ha perso l’elettorato meridionale che non si è più fidato di lui, ed è tornato in gran parte a credersi “fascista” – il che è soltanto una chiacchiera da bar – però ha cercato casa più dalla Meloni che dal vecchio capataz di Arcore.

In buona sostanza, l’elettorato italiano è tornato indietro di anni, quando tre forze – Lega, Forza Italia e Alleanza Nazionale – rappresentavano la tripletta vincente per la coalizione di centro destra, perché non basta agitare medagliette o raccomandarsi alla Madonna per cancellare gli anni di Bossi, del suo veemente odio per i meridionali e per le loro necessità di uno Stato assistenziale contro lo Stato liberista del Lombardo-Veneto. Che è la grande incognita dall’Unificazione, la grande questione mai risolta.

 

In questo mutamento, c’è anche la sempre maggior insipienza di Forza Italia, partito leader per tanti anni, ma rimasto senza un Delfino degno di questo ruolo: Silvio, almeno fino al Covid, s’è pensato immortale.

In parte l’elettorato di matrice cattolica s’è largamente ridotto: tutto ciò deve farci riflettere poiché, dopo 150 anni dall’Unificazione, la questione cattolica non pesa più come al tempo della Rerum Novarum. Anzi, le “cose nuove” sono giunte ma forse perché tanto “nuove” non erano, né così importanti sono sembrate, al punto che anche i papati più modernisti non hanno inciso più di tanto sul pensiero né hanno richiamato forze nuove dal cattolicesimo al cattolicesimo in politica.

Se vogliamo, solo Forza Italia punta ancora molto su questo connubio ma il suo tempo è scaduto e non ne verranno altri: con la scomparsa di Berlusconi (fisica o politica per “decorrenza dei termini”) il partito finirà nel nulla ma, attenzione, per gli equilibri politici italiani non significa assolutamente che un elettorato, per quanto ridotto, non esisterà più, e qui potranno giungere delle novità. Potranno: non è detto che delle novità giungeranno per certo.

 

Giorgia Meloni può dunque assaporare un buon successo, ma sempre se sarà capace di tenersi lontana da certe frange estreme: dovrà far memoria dell’elettorato di destra italiano, che fa un dieci per cento se valuta la questione meridionale e la forza della burocrazia statale, mentre scade all’uno per cento se segue marce su Roma od improbabili rotture “nazionali” con l’Europa.

 

Se la destra ha, da domani, parecchie questioni sulle quali riflettere, le medesime questioni saranno sui tavoli del PD e dei 5S.

Zingaretti ha subito detto che, se uniti, avrebbero vinto parecchio di più ed è senz’altro vero. Ma Zingaretti non ha compreso che la semplice somma algebrica non serve a niente nel governo di un Paese: può durare qualche anno, poi lascia ampi spazi aperti a qualsiasi opposizione.

 

Anche il M5S ha sbagliato, e tanto: troppo. Dopo l’archiviazione del sogno del 51%, doveva prendere atto che le alleanze sono necessarie in politica per una semplice ragione: non la pensiamo, in maggioranza, allo stesso modo. Bisogna mediare, con chi si ritiene in grado di mediare con noi.

Sinceramente, non ho mai ben compreso cosa li convinse all’alleanza con la Lega: un partito legato mani e piedi – e mai in dubbio su questo – con una coalizione, retta da un personaggio non proprio “vicino” ai temi cari ai 5S: oggi s’è chiarito, con quel 70 a 30, chi sta di qua e chi sta di là.

 

Ma i 5S hanno atteso troppo attendendo inutilmente un passaggio che era obbligato: non si va a governare un Paese mantenendo una sorta di “prelazione” di una società privata – la Casaleggio & Associati – sulla loro politica. Tutta la “banda” dei Grillo e dei Casaleggio devono star distanti dal nostro voto, perché il nostro voto, ossia la pratica della democrazia, non deve essere condizionata da società private.

Altrimenti, vale la stessa cosa per quei partiti che hanno guidato l’Italia tenendosi ben stretti Mafie e Massonerie: i 5S devono rendersi conto che stanno compiendo il medesimo tragitto. Già quando cercavano – e non trovavano – un gruppo parlamentare in Europa si dovettero chiedere perché il gruppo dei Verdi Europei non li volle proprio per quella ragione: non accettiamo chi ha contatti stretti con società private. Ed avevano pienamente ragione.

 

Quello che oggi, per rappresentanza parlamentare, è ancora il primo partito italiano non ha una struttura interna, non ha strutture sul territorio, non ha regole certe e comprovate sulla vita politica interna del loro partito. Come si può guardare avanti? Come si possono stabilire delle alleanze, senza democrazia interna? Come si possono eleggere dei “capi politici” senza consultare nessuno, se non la rete dei “Meet Up” – sorta di comunità psicologiche dedite alla politica – o quella barzelletta del voto su Rousseau?

Anche Di Battista dovrebbe fare ben attenzione a quello che dice nei suoi comizi: il loro non è un “sogno”, bensì una realtà che devono saper attuare gestendo al meglio i mezzi della politica. Dal pensiero alla realtà. Non al riportare in terra un “sogno” che…tutti devono condividere? C’è qualcosa che non funziona.

 

Il PD è stato quello che, dopo essersi opposto al “Sì” in ben tre occasioni, ha saputo sfangarla meglio, salvando la faccia di fronte ai suoi elettori e riuscendo a contenere l’avanzata del centro-destra: ora, lo aspetta il periodo più duro.

Devono riuscire a far passare una legge elettorale che, visto che il grande problema del bicameralismo perfetto pare insolubile, almeno sia una legge che parifica l’elezione dei senatori a quella dei deputati: la differenza è minima per l’età dei votanti e non si capisce perché gli esiti siano così diversi.

Bisogna però riconoscere che il partito di Zingaretti non ha sbagliato nulla: certo, hanno un’esperienza nella lotta politica che giunge loro da molte generazioni. Dovrebbero, però, capire che se sono in qualche modo “rinati” lo devono proprio alla decisione dei 5S d’andare contro tutto e contro tutti, “rivalutando” una tradizione di “sinistra” che s’era persa per strada.

 

Ultima vittoria, lo scontro interno con Renzi, che è stato distrutto anche questa volta, se non bastassero ancora le occasioni precedenti. Cosa può fare, oggi, l’uomo di Rignano? Ben poco, però è furbo e già ha capito che c’è un’area – quella del centro cattolico – che avrà bisogno di un leader giovane e capace, ma la strada per arrivarci è lunga e densa d’incognite. Sapranno, Lega e FdI, accaparrarsi il paniere di voti che l’inevitabile fine di Forza Italia genererà? Oppure sarà un altro a soffiarglieli via, un altro che non ha più carte da giocare a sinistra? Difficile immaginare una via, ma è la sola strada che rimane a Renzi.

C’è un vero vincitore?

 

Inevitabilmente, è uno solo: Giuseppe Conte. L’uomo che ha saputo ridare a Genova il suo ponte in 15 mesi di lavori: mai avvenuto in Italia. L’uomo che ha saputo varare il RdC – con tutte le manchevolezze che ancora evidenzia – ma c’è. L’uomo che ha saputo, durante il Covid, combattere e vincere una battaglia immane in Europa, andando ben oltre tutte le più rosee aspettative.

Tutti lo amano o lo odiano, perché sanno benissimo che non saprebbero mai essere al suo livello: un livello mai toccato, in Europa, da un uomo politico italiano per determinazione e risultati raggiunti.

 

Oggi, la partita più dura è per i 5 Stelle, che devono inventarsi un partito vero oppure finire scapitozzati da mille arpie che non attendono che questo: eppure – e questo dobbiamo riconoscerlo – tutto è partito da loro, dalla loro semplicità e dalla loro volontà di cambiare il volto di questo Paese.

I prossimi mesi saranno importanti e ne vedremo delle belle: se riusciranno a darsi la forma ed il “peso” di un partito vero, non raggiungeranno di certo i risultati del 2018, ma potranno assestarsi come secondo/terzo partito italiano dietro al PD/Lega, che oggi sa d’avere il pallino in mano a sinistra, mentre per la Lega già “sento” voci di sottofondo che sussurrano di faide interne, di regolamenti di conti.

 

Non dimentichiamo, però, che i 5S hanno un jolly in mano che altri non hanno: Giuseppe Conte, il PdC più amato dagli italiani dal dopoguerra. E non è poca cosa.

27 gennaio 2020

Cosa è successo? Niente


Le recenti elezioni regionali, in Emilia-Romagna e Calabria, hanno catalizzato l’attenzione dei media italiani negli ultimi tre mesi: presto ci saranno altre elezioni e siamo certi che, nuovamente, tutto l’ambaradan mediatico si dedicherà, di nuovo, a predicare, profetare, indicare, sollecitare, credere, arrabbiarsi, congedare, riprendere, richiamare, contenere, sobillare, contare, ri-contare, prevedere, calcolare, ascoltare, intervistare…tutto la panoplia di personaggi che (dicono loro) contano.
Le novità di questo fine settimana, a volerle ridurre a ciò che sono, raccontano che l’elettorato italiano è diviso in due grandi “entità” le quali – secondo i luoghi, i cieli, le emozioni ed i tempi – sono a grandi linee equivalenti: 50 e 50, suddivise fra una cosiddetta “destra” ed una cosiddetta “sinistra”. L’altra novità è che il Torino ha perso 7-0 contro l’Atalanta: erano molti anni che in serie A non capitava un bel sette a zero, sette pappine e vai a casa.

La terza notizia non è una novità e ci racconta che, mentre solo nel 2016 il 10% della popolazione italiana godeva del 50% della ricchezza nazionale, nel 2020 siamo giunti al punto che i super ricconi del 10% controllano il 55%, mentre il restante 90% deve accontentarsi solo più del 45%. (1)
Spiegato in termini di PIL, significa che – mediamente – i sei milioni d’italiani più ricchi godranno di circa 161.000 euro lordi annui pro capite, mentre il restante 90% avrà – sempre in media – circa 14.000 euro lordi annui a testa. In quel 90%, però, ricordiamo che ci siamo (quasi) tutti noi comuni mortali lavoratori dipendenti o piccoli artigiani e pensionati: da quello che guadagna 30.000 euro l’anno a quello che rasenta lo zero assoluto, da chi ha 2-3000 euro di pensione a chi deve vivere con 512 euro di pensione, e magari pagarci pure un affitto.
Insomma, da chi può campare con circa 15.000 euro il mese a chi deve sopravvivere con circa 1.000 euro: da chi potrà comprarsi una Harley Davidson ogni mese a chi la guarderà in cartolina e la sognerà tutta la vita.
E poi vengono a raccontarci che il RdC è un “nemico” colossale della crescita, perché “uccide” il lavoro!

La stranezza delle competizioni elettorali è che, appena s’accende il motore delle elezioni, tutto ciò sparisce dall’immaginario collettivo, dal pensiero e dalla parola, e nei dibattiti si parla solo più di “crescita”, “investimenti”, “obiettivi”, “immigrazione” e tante belle cosette che interessano gli italiani: da quanti mojto uno beve alla spiaggia o da quante volte va a fare il “pianista dei citofoni” (un tempo, era la trasgressione dei ragazzini) mentre oggi si cimentano anche paludati leader politici.

Eppure, non è assolutamente vero che alle persone le cose stiano bene così: la prova, evidente, è che ad un costante declinare del M5S – movimento che voleva essere di protesta e di proposta – ne nasce subito un altro, chiamato “Sardine”, il quale sceglie come simbolo il pesce più bistrattato nei mercati rionali, poiché abbondante e di poco prezzo, e cibo prelibato per le specie ittiche più pregiate. Quasi una metafora sociale.
Insomma, i poveracci bistrattati da 500 a 1.000 euro il mese, i raider in bicicletta che consegnano buste, i furgoni di Amazon che ci portano in casa ogni novità cinese a basso prezzo, appartengono a dei potenziali rivoluzionari, che però non sanno da dove cominciare per fare questa benedetta rivoluzione contro i paradigmi – paludati ed intangibili – dell’economia ufficiale, quella che determina – e le cose sono giuste così! Rammentatelo! Questa è la ricchezza 2.0! – che loro debbano tornare ad essere servi della gleba, velocipedizzati, appunto.

Il tanto bistrattato M5S, accusato d’ogni ignominia, colpito da tutte le parti, accusato d’ogni male è (o è stato, oggi non possiamo saperlo) un vero miracolo: chi mai aveva avuto il coraggio d’andare a toccare i signori delle Autostrade? Chi ha cominciato a mettere in riga i magistrati per i tempi dei processi, chi ha tolto a lor signori la comodissima prescrizione? E ce ne sono molte altre.

Solo che, fare seriamente politica, richiede preparazione e qualche esperienza: quella ce l’avevano sicuramente tutti gli attori della vicenda MOSE a Venezia, e si nota chiaramente che l’esperienza ha contato, per costruire un manufatto adatto alle esigenze e destinato a proteggere la città dalle acque (sic!).

Purtroppo, la genesi di una classe politica non è acqua fresca, e i 5Stelle se ne sono dovuti accorgere a caro prezzo: anche perché, dove sbagliavano loro, s’attivava subito il grande can can dei media inviperiti mentre dove sbagliavano gli altri, vedi MOSE o vedi processo di Viareggio, Moby Prince, Eternit, Thyssen Krupp…i toni erano sempre minori ed i tempi relegati al termine dei Tg, appena prima della pubblicità. 

Siccome non mi piace ripetermi, leggetevi ciò che scrivevo nel lontano 2008 proprio sulla creazione di una classe dirigente:


e capirete molte cose, tuttora valide e, purtroppo, ben presenti.

1- https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/disuguaglianza-in-italia-il-sorpasso-dei-superricchi

25 aprile 2018

Questioni di mafia e di governo

“I problemi della mafia e della camorra ci sono sempre stati e sempre ci saranno, purtroppo ci sono, bisogna convivere con questa realtà.
Questo problema però, non ci può impedire di fare le infrastrutture.”
Pietro Lunardi, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti nei governi Berlusconi, dal 2001 al 2006.

 “Credo che le questioni giuridiche emergenti fossero troppo sottili per la componente laica della corte d’assise.”
Giovanni Fiandaca, “padre” del diritto penale antimafia, in riferimento alla recente sentenza della Corte d’Assise di Palermo.

“Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto, va tutto di male in peggio.”
Silvio Berlusconi

“Il capolavoro dell'ingiustizia è di sembrare giusta senza esserlo.”
Platone

“Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario.”
Ernesto (Che) Guevara Linch

Potremmo continuare, c’è solo l’imbarazzo della scelta, giacché il tema della giustizia è sempre stato uno dei cardini della cultura umana. Senza fare un sunto dei vari sistemi di giustizia (del tutto inutile, ci toccherebbe partire dal Repubblica di Platone) sembra che il problema che viene posto sia: “è necessario che i cittadini comuni partecipino alla gestione della giustizia (e della democrazia)?”

Molti anni fa, mi giunse la comunicazione del Tribunale che mi aveva inserito nelle liste dei giudici “popolari” (non togati) e rimasi pensieroso: sapevo che i giudici popolari erano chiamati solo nelle Corti d’Assise, convocati per decidere su fatti gravi, e ne fui un poco allarmato. Se mi capita un fatto di sangue semplice semplice può andare…ma se mi capita una “rogna” di quelle da novanta, che faccio? Mi rassicurai, riflettendo che c’erano sempre i due giudici togati: il nostro compito sarebbe stato solo quello d’esprimere i nostri pareri, poi si sarebbe giunti ad una sintesi. Non fui mai chiamato, e la cosa si risolse da sola.

Contrariamente al prof. Fiandaca, però, ritengo che i giudici togati abbiano bisogno dei giudici popolari, poiché giudicando solo mediante le norme del diritto – complesse, talvolta apparentemente contraddittorie, specifiche, zeppe di casi particolari, ecc – possano essere “trascinati” nel vortice delle mille contraddizioni del Diritto e smarrire il vecchio buon senso (che, però, fu concesso agli uomini – secondo Cartesio – “in modo assai parco”).
Come potete osservare, una corte d’Assise è un po’ come un congegno d’orologi meccanici, ognuno tarato diversamente e con equilibri personali, che devono trovare una sintesi fra le leggi ed i ticchettii vari. Un compito arduo.

Tornando a bomba sul processo di Palermo – senza, però, aver ancora letto le motivazioni della sentenza – saltano agli occhi alcuni punti focali.
La cronologia della sentenza, senz’altro strana: il procedimento, però, durava da 5 anni e, dunque, non si può decidere quando è maturo per giungere a sentenza. La sentenza non è stata pronunciata allo scadere elettorale, bensì 45 giorni dopo, quando il governo sarebbe potuto essere già formato.
Il secondo punto è la mancanza di prove, che in parte è vero: stupisce, soprattutto, la condanna dei Carabinieri e d’altri organi dello Stato, e l’assoluzione di un ex ministro. Ma, qui, senza le motivazioni, è impossibile andare oltre.

Ciò che s’intuisce, in questo guazzabuglio di pentiti e falsi pentiti, è che i giudici (popolari e togati) abbiano ravvisato i segni di un disegno coerente, di una “storia” che conteneva elementi probatori perché, perché…non sarebbe potuta andare diversamente!

Dagli attentati “interlocutori” alla Standa degli anni ’90 (da poco acquistata da Berlusconi), agli assassini di Falcone e Borsellino, fino alle bombe di Firenze e di Milano e infine al fallito (?) attentato all’Olimpico c’era il segno inequivocabile che la mafia desiderava qualcosa, ed era ferocemente impegnata per ottenerlo.
E’ altrettanto vero che le forze dell’ordine scardinarono l’ordine dei corleonesi, ed il potere politico sanzionò pesantemente la loro detenzione, con il varo del 41-bis.
Ma è anche vero che la mafia, per sopravvivere, abbandonò una generazione di capi per affidarsi a uomini più giovani – Messina Denaro fa pensare – che rimarranno indisturbati per decenni. Insomma, una sorta di “ristrutturazione” dove la lupara non faceva più la parte del leone, mentre ci s’attrezzava per una sorta di “compartecipazione” occulta sugli appalti, sul fiume di denaro che lo Stato spende per la manutenzione dell’esistente ed oltre (vedi Ponte sullo Stretto).

Un incauto Lunardi pronunciò due parole di troppo, forse per inesperienza in queste faccende, forse per sottolineare che gli accordi erano chiari e rispettati da entrambe le parti. Un “pizzino” inviato mediante i media?
Insomma, il quadro accusatorio – se non provato da tracce evidenti – viene approvato per le forti e probanti coincidenze, evidenti, del suo svolgersi.
Marcello Dell’Utri era già stato condannato per “vicinanza” alle cosche nel precedente processo, giunto alla sentenza definitiva: difatti, Dell’Utri è in carcere. Le prove, in quel caso, ci furono e molto circostanziate: la vicenda dello “stalliere” Mangano, che Dell’Utri ben conosceva come affiliato al clan di Porta Nuova a Palermo, ad esempio.
Quella sentenza, però, sanzionava il comportamento di Dell’Utri fino al 1992: oggi, è stato riconosciuto che il suo “agire” in combutta con le cosche è continuato anche dopo – nel 1993 fonda Forza Italia, insieme a Silvio Berlusconi – e non c’è da stupirsi più di tanto. Se mai, c’è da chiedersi perché la sua “vicinanza” alle cosche fu analizzata solo fino al 1992. Mistero (buffo).

Su tutte le sentenze che vengono emanate, pesano come dei macigni quelle non emanate, oppure  sconfessate da ulteriori sviluppi. Pochi giorni or sono, alla Procura di Roma è giunta un’informativa sulla storia infinita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: un atto di scarsa importanza, ma indicativo dei tempi (e dei modi) della giustizia italiana. Giunto alla Procura di Firenze nel 2012, arriva sulla scrivania del GIP romano nel Gennaio del 2018. Perché?
Siamo ancora in attesa di sapere chi:
- mise le bombe a Piazza Fontana
- a Brescia
- sul treno Italicus
- alla stazione di Bologna: Fioravanti e la Mambro si sono sempre detti innocenti per quel crimine, e Cossiga – in punto di morte – affermò che si era trattato dell’esplosione accidentale di un “trasporto” di esplosivo da parte dei Palestinesi. Sarà?
- chi abbatté l’aereo di Ustica: anche qui, Cossiga (sempre prima di morire) affermò che i missili erano francesi. Vabbé.
- come mai un traghetto – il Moby Prince – affonda a Livorno in una placida sera di Primavera. E la nebbia (provato) non c’era.
Ed altre, misteriose morti mai indagate o risolte: Mino Pecorelli, Roberto Calvi, l’affaire Moro e tanti altri.

A fronte di queste “defaillances” della giustizia italiana, il teorema della prova provata senza ombra di dubbio va a farsi benedire, perché operano centinaia di depistaggi. Forse, imbastire un processo sul cui prodest, e poi cercare di capire se gli eventi s’incastrano uno nell’altro, con valenza probante, è l’unico modo per giungere a qualcosa. Insomma, la sequenza degli indizi probanti, fino a prova contraria, diventa prova di colpevolezza. Nella lunga vicenda di Ilaria Alpi, ad esempio, sono stati accertati almeno 26 diversi depistaggi, tramite false testimonianze (di persone poi svanite nel nulla) ed altre prove poi rivelatesi false od inesistenti.
Se prendiamo in esame l’operato della giustizia italiana dal dopoguerra in poi, dobbiamo constatare che la sua capacità investigativa e sanzionatoria è stata bassa, bassissima.
A sua discolpa, però, dobbiamo prendere in esame qual è stato il quadro nel quale si è mossa.

All’indomani della fine della guerra, fu scattata questa fotografia:



Quelli che vedete sono Salvatore Giuliano – eccidio di Portella della Ginestra – e don Vito Genovese, pezzo da novanta della mafia italo-americana, uomo di don Calogero Vizzini, all’epoca il massimo esponente delle cosche americane. Come vedete, è in divisa dello US Army. E’ il testimonial del patto fra il colonnello Charles Poletti e la mafia nordamericana, per il controllo della Sicilia.
Non è un mistero che gli americani guardassero con l’acquolina in bocca la Sicilia appena conquistata…Malta rimarrà agli inglesi…certo, se avessimo anche noi una bella isola per controllare il Canale di Sicilia…insomma, aggiungiamo una stellina alla bandiera…ma anche indipendente va bene lo stesso…
La cosa non andò in porto probabilmente poiché non discussa né prevista a Yalta, ma la soluzione fu presto trovata: nessuna, fra le Regioni a statuto speciale italiane, ne ha ricevuta una “speciale” come la Sicilia, anche se formalmente l’art. 116 della Costituzione la cita insieme alle altre tre.
Inoltre, gli americani hanno ricevuto tutte le basi militari che desideravano: Sigonella e Comiso, tanto per capirci.

Con la nazione italiana nuovamente costituita, politicamente e giuridicamente, toccava allo Stato italiano gestire i rapporti con la mafia, e lo Stato si attrezzò.



I due personaggi ritratti insieme una miriade di volte testimoniano l’importanza che lo Stato assegnava alla Sicilia: voti, soprattutto voti per la DC e, in pratica, “non vedo, non sento e non parlo” sui traffici della Mafia.
Gli affari andarono bene per molti anni, con i fratelli Salvo – vicini a Salvo Lima – che avevano in appalto la riscossione del 40% delle tasse raccolte nell’isola (!).
Quando, nei primi anni ’90, l’impianto saltò, Lima fu ucciso. Cuore, indimenticabile fonte di risate, ironie e sarcasmi, titolò l’evento: “Salvo Lima come John Lennon: ucciso da un fan impazzito”. Ed era la tragica verità. Anche se la follia c’entrava poco.

Ciò che si nota, dal rozzo accompagnarsi di un mafioso americano con un brigante, è il livello che era cambiato: il deus ex machina della DC, l’uomo innumerevoli volte ministro e capo del Governo, e colui che teneva i contatti con la fertile provincia per il costante, ed imprescindibile, controllo delle elezioni.
Ma giunse Mani Pulite, ed un’intera classe dirigente fu spazzata via: ecco, allora, i “rimpiazzi”:



Gli anni fra il 1990 ed il 1993 sono anni pericolosi: tutto torna a saltar per aria, e le uccisioni fioccano come grandine improvvisa. Quando gli equilibri sono nuovamente ripristinati, ecco che la pace dilaga: i corleonesi sono sconfitti, ma tutto passa nelle mani di un (all’epoca) giovane capo: Matteo Messina Denaro. Imprendibile, “primula rossa”, come lo furono Riina e Provenzano. E tutto torna tranquillo, per decenni, miracolosamente.

Ed ecco che, il 18 Aprile 2018, una improvvisa trappola viene tesa agli affiliati del boss: vengono arrestate 22 persone, giungendo molto vicino al boss dei boss, sono arrestati due suoi cognati.
Esattamente come avvenne la cattura di Riina, arrestato il 15 Gennaio del 1993, poco prima che Berlusconi salisse al potere per la prima volta.
Si direbbe che i periodi di “interregno” siano funesti per la Mafia, oppure che anche la Mafia ne approfitti per ristrutturarsi (o sia obbligata a farlo), così come la classe dirigente. Sappiamo, però, che la Mafia non “chiude bottega” se arrestano un suo esponente di spicco, anche il capo dei capi: si riuniscono, e trovano un nuovo equilibrio da proporre alla “controparte” politica. Altrimenti, se non c’è accordo, iniziano i guai.

Oggi, ancora non sappiamo chi governerà in Italia nei prossimi anni: sappiamo che grandi interessi si stanno muovendo intorno alla presidenza della Repubblica, e parecchi politici ne sono coinvolti.
Difficile credere che, all’interno delle nuove forze politiche – il M5S e la Lega (che proprio “nuova” non è) – la Mafia non sia riuscita ad infilare qualche suo uomo fidato: magari un giovane ligio ai dettami de “l’antimafia di facciata”, con tanti “vaffa” nel pedigree, oppure un giovane settentrionale con le corna verdi e la Padania ad ogni piè sospinto.
Difficile affermarlo, ma altrettanto difficile pensare il contrario.

Noi guardiamo ai grandi leader, che non hanno certo quei contatti e quelle frequentazioni, ma sapremo presto cosa succederà. Accordi? E con chi? Niente accordi? Per la prima volta l’ISIS (o chi per lei) colpirà il territorio italiano?
Lo scenario internazionale, inoltre, non consente divagazioni: il confronto strategico si fa più aspro, e le basi diventano importantissime nei periodi di diplomazia “calda”. Di certo, la Mafia è la controparte più sicura cui rivolgersi, se si vuole mantenere il controllo dell’isola.

Se si farà un “governo del Presidente” – ossia tutti contro il M5S – sarà molto difficile che duri nel tempo: troppe le tensioni interne, troppi i “rospi” del passato da sputare.
Però, un governo M5S e Lega è ciò che non solo fa impallidire Mattarella, ma che ha già ricevuto il pollice verso di Bruxelles, la diffidenza USA, la storcere di nasi da parte dei finanzieri internazionali.

 A parer mio – come scrissi prima delle elezioni – un governo del Presidente potrà trovare un equilibrio (centro destra + PD) a patto di estromettere personaggi troppo difficili da digerire: uno su tutti, Salvini. Non dimentichiamo che un simile governo – una tale armata Brancaleone – potrà permettersi di perdere per strada anche una ventina di persone: quante bastano, a Salvini, per salvare la faccia e tornare fra i “duri e puri”. Per prendere nuovi allocchi alle future elezioni.

Allora, si tornerà agli accordi sottobanco…qualche capomafia sarà arrestato ed un nuovo capo proporrà un accordo con il nuovo governo…i due finti litiganti, gli amici/nemici, si troveranno di nuovo vicini, ma all’opposizione.
Così va il mondo, perché tutto cambi senza mai cambiare nulla.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/21/trattativa-per-fiandaca-era-una-boiata-pazzesca-ora-se-la-prende-con-giudici-popolari-troppo-complessa-per-loro/4307884/

19 aprile 2018

Abbiamo vinto, o quasi

Parrebbe, dal titolo, una inconfessabile adulazione nei confronti del M5S, mentre il tono dell’articolo è un po’ diverso, senza nulla togliere al chiaro successo dei pentastellati. Assistiamo, in questi giorni, ad una fase del dibattito politico che ci pare sconnessa, confusa, senza un perché. E’ invece chiara, limpida come l’acqua, a volerla vedere per quello che è.
I vari partiti sembrano non intendersi su ciò che desiderano fare, sulle decisioni da attuare, con chi farle e una domanda nasce spontanea: perché è successo oggi e non cinque o dieci anni fa?
Vediamo.

Sarebbe troppo semplice affermare che siccome il M5S è oggi il primo partito, tutta l’architettura dell’oligarchia è saltata. In parte è vero, ma perché proprio oggi?
La risposta sta tutta nella legge elettorale.

Da quando mondo è mondo, quando l’oligarchia deve affrontare delle elezioni s’attrezza per farlo nel migliore dei modi, ossia progettando un conteggio elettorale favorevole a chi vuole far vincere. Così è sempre stato: fin quando il potere democristiano si basò sulle preferenze, guai a chi toccava “la libertà dell’elettore di scegliere”. Guarda a caso fu proprio un democristiano, Mario Segni, a volerle cancellare con un referendum. Pilotato da qualcuno? Da tanti? Vicini e lontani? Può essere, però è innegabile che quando il sistema del duopolio DC-PCI (più un PSI che si faceva largo) iniziò a dare segni di cedimento, la preferenza divenne pericolosa: non si sa mai chi può liberamente scegliere l’elettore.
Meglio un bel maggioritario, meno problemi e salutamme a sorreta.

Se, oggi, ci fosse stata una legge maggioritaria, il centro-destra avrebbe senz’altro conquistato la maggioranza in Parlamento. A parte che, andare a votare con il Porcellum o Porcellum modificato, iniziava ad essere un po’ scomodo: qualcuno aveva già ventilato l’ipotesi di chiamare gli osservatori dell’ONU, e questo non è bello, non fa fine e fa sembrare il tutto una cloaca, ovvero quello che è.
Allora s’inventa una legge meno maggioritaria (paura dei grillini?), ma fatta in modo che nessuno possa realmente vincere, e questo l’abbiamo capito tutti.

Di leggi maggioritarie, però, ce ne sono tante: da quelle che conferiscono un minimo premio di maggioranza a quelle che, con il 30% dei voti più qualche raccogliticcio che si raccatta in giro, si fa un governo. Il 30%, in realtà, vuol dire che meno di venti elettori su cento ti hanno realmente votato (astensionismo, schede bianche e nulle) e così si realizzava l’arcano: la cosiddetta “governabilità”.
Non voglio nascondermi dietro ad un dito: a mio avviso, solo una legge proporzionale perfetta è vera democrazia, tutte le altre sono soltanto dei tentativi di piegare o dirigere la volontà popolare. Il Parlamento è il luogo dove questi problemi vanno risolti, non i “caminetti”, i “patti”, ecc. ecc.
Se si corre dietro a queste alchimie, s’arriva alla Gran Bretagna dove, negli anni 70-80, i Verdi erano giunti a percentuali a due cifre e nessun rappresentante alla Camera dei Comuni. Non parliamo del sistema americano: lì, devi iscriverti se vuoi votare. Nostalgici del circolo Pickwick.

Questa volta, però, il sistema maggioritario poteva premiare oltre misura il M5S, e quindi è stata creata questa legge elettorale che ha introdotto una larga parte di proporzionale nei conteggi. Da questa apparente “anomalia” nascono i conflitti: se si fosse votato con un maggioritario puro, Berlusconi – anche se trascinato da Salvini, anche se pregiudicato – avrebbe vinto e nessuno avrebbe messo in dubbio la sua vittoria. Ma c’era incertezza, e allora il PD ha scelto di perdere ma di rimanere in qualche modo ago della bilancia, ed in parte ci sta riuscendo.

Devo confessare che Di Maio non m’attizza particolare simpatia – gli preferivo di gran lunga Di Battista, per la sua verve, per la sua feroce ironia che “sento” più vicina al mio modo d’essere – però gli riconosco una certa “calma olimpica” da democristiano DOC, che in una simile situazione ha i suoi vantaggi.
Non approvo, invece – fra le proposte presentate nel lungo approccio alla Lega – quella di cambiare ancora una volta il sistema in senso più maggioritario: caro Luigi, non mi far dire che il peggio che abbiamo visto sia migliore di un qualsiasi domani, perché della cosiddetta “governabilità” non ce ne può fregar di meno.
Per chi? Per il sistema bancario? Per l’Europa? Per gli USA? Per chi è “meglio”?

L’Italia è un Paese strano, un Paese giovane, figlio di mille vicissitudine, ancorato al passato di piccoli regni, retaggio di modi di sentire diversi: abbiamo bisogno di parlarci, di capirci, d’intenderci, di fidarci gli uni degli altri: se tu pensi “facciamo una bella alleanza con la Lega ed una legge maggioritaria”, quel poco che siamo riusciti ad ottenere – ossia che si sente parlare un poco di nuovi programmi, di soluzioni da cercare, di persone da volere o da non volere come compagni di viaggio – va a farsi benedire. Tempo un decennio e siamo da capo, con una specie di nuova DC e chissà che altro.

Già di cose abbastanza schifose ne vediamo anche oggi: il Presidente della Repubblica che tratta con un pregiudicato il futuro della Nazione. Ma dove siamo? Con la fedina penale “sporca” non puoi fare il poliziotto, l’insegnante, il carabiniere…ma neppure il bidello o l’usciere…e sali al Quirinale per contrattare il futuro dell’Italia? E tu lo ricevi? Non hai sentito la puzza? Se ci fosse stato al tuo posto tuo fratello buonanima, l’avrebbe probabilmente riconosciuto: era lo stesso puzzo che dovette avvertire poco prima che gli sparassero. E riesce ad eleggere una sua pupilla alla presidenza del Senato? Già, l’Italia è proprio un Paese strano.

E così è strano anche l’uomo che tu, Luigi, vorresti al fianco nel governo. Il M5S ha fatto il suo percorso negli anni: si potrà dire tutto ciò che si vuole sulla Casaleggio & Associati, su Beppe Grillo e quant’altro, però bisogna ricordare che la “pagnotta” se l’è guadagnata discutendo con le persone, mica con le banche o con la Casta al potere.

Perché anche questo bisogna ricordarlo: il caro Matteo “legaiolo-DOC” ha preferito fare la sua campagna elettorale sotto il mantello di Berlusconi…non sa che quest’uomo era nella P2 (accertato) ed in mille affari poco leciti sempre coperti da qualche amico degli amici e poi da sé, inventandosi le prescrizioni dei reati su misura?

Insomma: il M5S riconosce che ci sono molti punti in comune sui rispettivi programmi, però non vuole ingombranti padri e padrini del nuovo governo. Ne convieni? I “numeri” li avete. Non vuoi (o non puoi) allontanarti da Berlusconi? Problemi tuoi. Però Di Maio ti ha avvertito: stai sciupando un’occasione storica, ed il Paese ti guarda.
Oh, certo…i sondaggi dicono…ma la campagna elettorale è finita, e – se ne comincerà un’altra – avrà toni completamente diversi, filtrati da ciò che sta avvenendo in queste settimane, perché le vicende storiche dormono a volte per anni, poi in poche settimane aprono nuovi orizzonti.

Oggi, a discutere in Parlamento, ci sono attori veri, più simili ai milioni di persone che li hanno votati: c’è chi difende astiosamente le proprie ricchezze, chi tenta di difendere posizioni di potere acquisite in tempi lontani ed oramai svanite, nostalgici di tutte le risme, sognatori di un futuro più roseo…proprio come avviene nelle strade, nei bar, sulle spiagge…

Questo “miracolo” – ancora modesto, in parte incompiuto – si chiama “proporzionale”, ossia ascoltare ciò che dicono le persone e presentarsi in Parlamento per discuterle con altri, diversi per storie e passato, e dover trovare una sintesi, un accomodamento, sperando che sia il migliore possibile.
Non è soltanto una questione etica: le soluzioni “maggioritarie” sono false, poiché inficiate da un errore alla base. Non si è tenuto conto di milioni di persone: si governa, vero, ma in quale Paese? In quello che è andato alle elezioni? Sulla base dei desideri e sulle proposte che giungono dalla gente comune, dalle mille voci della strada e del Web? No, s’immagina un “Paese ideale” – mi rammenta molto il “gas ideale” dei fisici – che, però, proprio perché s’analizza in modo errato, non può che generare soluzioni balorde. Sperando di farla franca, sempre e comunque.

Volete fare una sola, grande accozzaglia dal centro destra al PD, ossia una conventio ad escludendum contro il M5S? Accomodatevi. Altrimenti, si torna al voto ma – almeno – con questa legge elettorale, che un po’ di verità (non voluta di certo da chi la scrisse) la racconta.
Con buona pace dei potentati europei che tireranno un sospiro di sollievo, ma sempre più flebile, più simile ad un rantolo.

31 marzo 2018

Uovo di Pasqua 2018

  
Cosa sta almanaccando Mattarella? Strano rimandare le consultazioni a ben un mese dal voto, non può essere solo “dimenticanza” o rispetto per la Settimana Santa: qui, gatta ci cova.
Intanto, il governo “dimissionario” ed in carica solo per “l’ordinaria amministrazione” ha pensato bene di compiere un atto piuttosto pesante in politica estera: non sappiamo cosa sia capitato alla ex-spia russa in Gran Bretagna, non ci sono prove che siano stati i russi e di bugie, in passato, ne sono state raccontate in abbondanza (ricordiamo la fialetta d’antrace di Powell!) eppure, abbiamo espulso due funzionari russi dall’Italia. Atto grave in politica estera, che un governo dimissionario non dovrebbe permettersi (trincerandosi proprio dietro questa qualifica): forse Mattarella dimentica d’essere stato ordinario di Diritto Costituzionale?

Poi, ci sono le nomine in scadenza – come ha paventato Rovertini, economista del M5S – ossia il “Gotha” dei funzionari ed amministratori che dovranno governare “robetta” come ENI, ENEL, Cassa Depositi e Prestiti e via discorrendo, per una sessantina di persone. Eppure, è prassi che lo spoils system lo pratichi il nuovo governo: il perché non è nemmeno da spiegare.
Insomma, una “polpetta avvelenata” che obbligherà il prossimo governo a dover “sgombrare” persone scomode, con il relativo codazzo di repliche, querele, i soliti “veleni” e, infine, ricorsi al TAR ed al Consiglio di Stato. Questo è stato il senso dell’avvertimento di Rovertini.
Ma, domandiamoci: in cosa spera Mattarella?

In primis, Mattarella spera d’esser costretto a nuove elezioni: questo darebbe modo a Gentiloni di scrivere il nuovo DEF e consegnarlo al nuovo governo nell’Autunno, quando i giochi saranno già fatti e si dovrà seguire, obtorto collo, le indicazioni del DEF (poiché i tempi saranno strettissimi). Un DEF scritto da Padoan & Company ed approvato dall’Europa con un coro d’applausi. Oh, grande gioia: questo spiegherebbe la strana “pace” sul fronte dei titoli di Stato e relativi spread.
Tutto sommato, lasciar passare del tempo, corrodere i primitivi segni di dialogo fra Lega e M5S, “riabilitare” Berlusconi come leader politico senza strascichi giudiziari è un modo per togliere entusiasmi, rinfocolare antiche diatribe e, in definitiva, offuscare una verità semplicissima: la maggioranza degli italiani ha espresso un giudizio pesante sull’operato dei governi europeisti e sulla gestione di questa Europa.
Mattarella spera, inoltre, in un “ravvedimento” del PD, che abbandoni quell’opposizione che sa tanto di Aventino per rientrare nei ranghi della “responsabilità”, che tradotto dal politichese vuol dire mettere a disposizione i propri voti per un governo.
Quale governo?

Certo, Mattarella, Gentiloni ed i loro padroni, a Bruxelles, canterebbero lodi al Signore se almeno una cinquantina di PD decidessero d’essere più “responsabili” e s’aggregassero al gran circo Barnum di Berlusconi, e Salvini accettasse di fornire carne da macello per l’estrema “responsabilità”, per il “volume del debito che preoccupa”, per la “fluidità della situazione internazionale”…ed altre balle che a Bruxelles stampano da tempo con il ciclostile.
Meno gradito – ma sempre meglio dell’opzione “A” – sarebbe un governo M5S con il PD: più difficile perché ci vorrebbe l’intero PD, ed anche perché non si vede perché il M5S dovrebbe suicidarsi per le varie faccende che ricordavamo.
Identica cosa si potrebbe dire per Salvini, ma lì la questione è più complessa.

Senza voler tornare a chi ha vinto ed a chi ha perso, proviamo a ragionare in termini di elettorato, ma di elettorato in termini di ricchezza o, se preferite, di classe per le varie forze politiche. Perché lo spauracchio di nuove elezioni è sempre presente, ed ogni partito tiene “famiglia”, ossia teme le emorragie di voti, per qualsivoglia ragione.

Il M5S è stato il vero vincitore ed ha raggruppato un elettorato molto variegato, inevitabilmente. Ha come “collante” la molto avvertita avversione per un potere che si esprime come “Casta”, ossia una gretta oligarchia la quale, come bene primario, reputa la propria sopravvivenza come necessaria per una generica “salvezza” del Paese. Un terzo dell’elettorato li reputa, invece, la causa dei mille guai italiani e li vuole spodestare: come e con quali modalità è poi tutto da vedere, poiché non basta certo il miliardo di risparmio che Fico ha promesso per la sua gestione come Presidente della Camera. E’ senz’altro un segnale di buona volontà, necessario, ma poco rilevante per il bilancio finanziario del Paese.
L’elettorato M5S è giovane, con livello d’istruzione medio-alto, e questo li porta a credere che sia “facile” rimediare ad una situazione disastrosa: sono disposti a dare credito al loro partito, ma non si sa fino a quando, ossia se giungeranno al potere con grandi difficoltà – e a fronte di una situazione disperante (a questo ci penserà Padoan, se scriverà lui il DEF) – non si sa quale potrà essere la tenuta del suo elettorato.
I sondaggi, per nuove elezioni, li danno ancora in crescita ma è difficile che vadano oltre il 35%: riflettiamo che sono già – per delle elezioni politiche nazionali! – della percentuali “bulgare”. Roba da DC dei tempi d’oro.
Dalla loro posizione, non possono che osservare il “resto” dall’alto e chiedere chi sarebbe disposto a discutere con loro partendo, però, dal loro programma: c’è da stupirsi?

Quello che si reputa “vincente” – e, invece, non è vero per niente – è il centro-destra.
L’unica vera “vittoria” è stata l’aver impedito al M5S la maggioranza assoluta: se la Lega fosse andata per i fatti suoi, avrebbe racimolato sempre un buon gruzzolo di voti ma – questo è l’inganno di questa legge elettorale – nei collegi uninominali del Nord il M5S sarebbe stato, in molti casi, vincente e questo lo avrebbe portato al cosiddetto “cappotto”.
Se tralasciamo il modesto contributo dei “Meloni-boys”, non c’è nulla di più distante dell’elettorato della Lega da quello di Forza Italia. E dubito che Salvini potrebbe essere il leader di una sorta di “partito unico” che esprima i desideri d’entrambi.

Se partiamo dalla ripartizione per ricchezza italiana, l’indice di Gini ci racconta che il 10% della popolazione gode di circa il 50% della ricchezza. Ciò significa un reddito pro-capite di queste 6 milioni di persone è all’incirca di 150.000 euro annui. Mentre per i restanti 54 milioni è di circa 18.000 euro annui.
Ovvio che queste cifre sono soltanto indicative e vanno prese con il beneficio d’inventario delle statistiche: servono, però, a comprendere le differenze. Ora, Forza Italia ha sempre avuto un programma elettorale centrato sul calo delle tasse, e questo è proprio quello che cercano i possessori di grandi ricchezze. Ogni calo delle tasse significa un taglio al welfare o ad altri servizi essenziali, ma a loro non interessa: hanno soldi per curarsi dai migliori medici, mandano i figli alle scuole private, ecc.
Il loro Capo, Berlusconi, incarna proprio il tipo di persona che loro desiderano: l’uomo che evade le tasse, che corrompe, che sgomita per affermarsi, che ha in spregio la legge.
Ma, l’elettorato della Lega, è così ricco? Da chi è composto?

Chi vota la Lega vuole pagare meno tasse, è vero, ma perché lavora. E’ soprattutto composto da artigiani, piccolissimi imprenditori, professionisti, ma anche operai. Vuole pagare meno tasse perché suda per mettere insieme le migliaia di euro che deve pagare ogni anno, ha sognato che liberandosi del Sud le cose migliorassero, poi ha sognato che l’Europa fosse la manna che piove dal cielo: oggi, chiede senza più cercare capri espiatori.

Come si possono mettere d’accordo due istanze così distanti?
Riescono a stare insieme soltanto per il potere mediatico, per battute e barzellette, per le personificazioni di “maschi alfa” che rivendono all’elettorato femminile ma, una volta al governo, hanno sempre agito come Robin Hood al contrario. E chi pagò? La Lega Nord, giunta ad un soffio dall’estinzione. Meno di quanto pagò Forza Italia, segno che il “malessere” dei grandi ricchi trovava risposte: meno che mai, Monti “risolse” i problemi finanziari colpendo le pensioni dei lavoratori, un altro gesto in linea con Berlusconi. Colpisci tante formichine e lascia stare i potenti: poi, le formichine si sono incazzate.
Come ha “ricostruito” la Lega Salvini?

Anzitutto scrollandosi di dosso il passato: via il “Nord” e via il simbolo del quale – come molti sapranno – era proprietario Berlusconi. Nel 1994, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, Bossi lo insultava ripetutamente e, dalle querele conseguenti – che Berlusconi, facilmente, vinse – la Lega Nord perse la proprietà del simbolo, che Berlusconi ottenne in cambio di parecchie centinaia di milioni di lire che Bossi avrebbe dovuto pagare.
Salvini ha sì, allora, centrato l’interesse sulla lotta all’immigrazione: poi, però, s’è reso conto che l’argomento era di difficile “presa” su chi lavorava fianco a fianco con stranieri. Ossia, andava bene il vecchio andazzo “ci rubano i posti di lavoro” poi, rendendosi conto che la questione del lavoro è più vasta – c’entra più la delocalizzazione che l’immigrazione e, più d’ogni altra cosa, l’automazione – ha capito che la realtà era più complessa e richiedeva un diverso approccio, soprattutto in chiave europea.
A quel punto, Salvini andò ad occupare una posizione che era, in parte, comune alle tematiche del M5S, ampliando il suo consenso anche in aree che prima gli erano precluse.

L’avvicinamento fra Salvini e Di Maio non è strumentale, ossia non è dovuto alla semplice somma aritmetica, bensì i due elettorati hanno molti punti in comune, più di quelli che ha con Berlusconi (che la vecchia Lega non ha mai amato e sempre solo sopportato per necessità) e si è trovato con un “compagno di strada” verso il quale, subito dopo le elezioni, non lesinava complimenti. Corrisposti.
Da qui il grande timore, che ha “consigliato” Mattarella a posporre oltre ogni sensato limite l’inizio delle consultazioni: e l’urgenza del DEF, dov’è finita?

C’è poi il PD. Il PD, mio Dio…il PD in ogni salsa, il PD in ogni dove…senza capire che il PD è solo l’ultimo anelito di parecchie formazioni politiche che non hanno mai capito il mondo dopo il 1991. Forse, perché non l’avevano compreso sin dai tempi del dibattito fra Karl Kautsky e Rosa Luxemburg, terminato tragicamente con l’assassinio della Luxemburg. Mentre l’idea “entrista” di Kautsky ha ancora cavalcato la Storia per quasi un secolo, prima di venire meno.

Il PD è stato sconfitto da se stesso, ossia dalla completa incomprensione di cosa doveva diventare la sinistra di fronte al crollo del grande impero sovietico: soprattutto di fronte alla ricomparsa dell’impero germanico, che ha affilato le armi per la terza volta. Persino Andreotti l’aveva ben compreso, quando affermò d’essere un grande estimatore della Germania e sibilò, ironicamente, “al punto di volerne sempre due”.
Senza più idee, senza più comprendere le tematiche del lavoro (si vedano le contorsioni agoniche del sindacato, divenuto un semplice CAF), senza saper opporre all’internazionalizzazione del capitale una internazionalizzazione dei lavoratori, come poteva finire?
A fare il reggicoda del liberismo.
Perciò, il PD (ed i quattro scagnozzi che vorrebbero “rifondare” qualcosa: ricordino, questi signori, quando applaudivano estatici la Fornero) potrà andare sull’Aventino oppure svendere i suoi quattro voti a chi vuole, perché – proprio nel mondo della sinistra – il M5S ha un milione d’idee in più. Proprio per questo ha difficoltà a coordinarle (uno vale veramente uno?) ed a contenerle in una progressione coerente (la democrazia digitale?), altro…si vedrà. Ci vuole tempo.

Paradossalmente, se volessimo “leggere” la situazione odierna con i vecchi termini, ci sono un moderno centro-sinistra ed un moderno centro-destra, M5S e Lega. Frapposti e scomposti fra di loro si muovono vecchie entità che blaterano litanie desuete, dipingendo mondi oramai scomparsi, come i grandi manieristi di tutte le epoche al comparire degli impressionisti.
Si può comprendere che un vecchio professore di Diritto Costituzionale, “consigliato” da un decrepito avvocato napoletano, non abbia saputo partorire niente di più che la vecchia tattica: temporeggiare. Andò bene a Quinto Fabio Massimo ma…riconosciamolo…ebbe anche un bel po’ di c…con Annibale!
Auguri di Buona Pasqua, Presidente!

10 marzo 2018

La speranza perduta

Ho preso a prestito parte del titolo di un bel libro di Costanzo Preve e Luigi Tedeschi, che ben si presta per dare qualche risposta ai giorni che stiamo vivendo: se il responso degli elettori è stato chiaro – l’unica vera maggioranza politica è quella fra il M5S e la Lega, le altre profumano d’inciucio lontano un miglio – perché, negli ambienti di “palazzo” e sui giornali, si ha così paura a pronunciarla?

La risposta non è così semplice come pensiamo, e nemmeno riposa in una generica (anche se ovvia) “opposizione” dell’UE ad una simile soluzione della crisi politica italiana, poiché quando i birilli saltano è inutile cianciare – come fa Draghi – che “l’euro è una via senza ritorno” (o roba del genere), poiché le istituzioni comunitarie stanno in piedi finché le oligarchie delle singole nazioni ne hanno beneficio e, a loro volta, le oligarchie devono fare i conti con la volontà popolare. Possono cercare di dirigerla, ma mai possono negarla.
Ne sono un esempio lampante la vicenda greca: la quale, probabilmente, sfocerà nell’ennesima guerricciola fra Grecia e Turchia, tanto per “distrarre” il popolo greco dalla tragedia che sta vivendo. E per passare sotto silenzio la prova lampante del fallimento europeo.
Oppure, quella britannica: quando, per questioni geostrategiche, si ha la necessità di rendere più laschi certi legami (si noti la vicenda della ex spia russa avvelenata) con l’Europa Centrale, si fa un bel referendum in modo che s’accomodi tutto. Del resto, gli USA hanno tolto le castagne dal fuoco per due guerre mondiali a Sua Maestà Britannica, e la riconoscenza (interessata) è d’obbligo in diplomazia.

Questo, solo per dire che le oligarchie hanno sì molto potere, muovono denaro e servizi segreti, ma in casi come l’Italia hanno un certo riserbo ad intervenire, poiché la situazione è seria. Difatti, come noterete, la vicenda italiana viene quasi “sottovalutata” sui media europei (lo spread non s’è mosso, le fonti ufficiali tacciono) mentre in realtà preoccupa, e molto. Prima di procedere nell’analisi, diamo un rapido sguardo alle possibili soluzioni, che sono soltanto due.

Bisogna ancora, però, fare due conti in casa PD.
Il PD è un partito allo sbando, non in preda ad una crisi di nervi, bensì assalito dalle terribili convulsioni agoniche di un partito che, letteralmente, muore. La responsabilità è di Renzi, che ha tirato troppo la corda del suo elettorato, al punto da inficiare anche il pallido tentativo di Grasso & soci, ma anche di chi glielo ha permesso e, fino a ieri, lo osannava. Oggi, i 150 parlamentari del PD s’aggirano in un teatro vuoto, senza avere coesione interna né una guida autorevole che indichi la strada: 150 personaggi “in cerca d’autore”. L’unico, assiduo dilemma che intasa loro la digestione è come non far saltare per aria la legislatura, che per molti di loro significherebbe la fine della carriera parlamentare. Per questa ragione – passata la “colica” delle elezioni e preso un buon calmante – saranno a disposizione di chi promette di più, almeno in termini immediati (soldi, cariche, ecc), poiché di gettare lo sguardo oltre, ossia garantirsi una rielezione, è uno scenario non più attuale. Vedremo se ritroveranno la forza per presentarsi compatti – in questo caso potrebbe starci un accordo politico con altre forze – oppure se sarà dato il “rompete le righe” e finirà con un “ognuno per sé e Dio per tutti”. In ogni caso, la sorte della cosiddetta “sinistra” italiana è segnata.
Veniamo subito alle alchimie politiche:

1 – Il centro destra “assomma” una quota di ex parlamentari PD (più qualche “perduto”) e tira avanti come può: questa è la visione di Berlusconi, inutile ricordarlo, è il suo “pezzo forte” comprare e vendere braccia da lavoro. Chi avrebbe dei “mal di pancia” sarebbe ovviamente Salvini, al quale – per salvare la Lega e proiettarla nel futuro – non rimarrebbe che una scissione. Intendiamoci: una scissione simbolica, una decina di persone, tanto per poter fare un gruppo parlamentare e “salvare l’anima”. In questo, sarebbe facilitato dalle risultanze delle analisi del voto: solo il 20% degli attuali voti della Lega proviene dalla vecchia Lega Nord, ossia i “duri e puri” della Padania Libera, ecc. Come avevo già sostenuto in un precedente articolo, il premier potrebbe essere Maroni, uomo “non sgradito” al PD e gradito alla Lega, precedentemente (e stranamente) “ritirato” dalla corsa (vincente) per la Regione Lombardia.
Politicamente, questa soluzione è assai gravosa per tutti: per Forza Italia, che proseguirà verso un ulteriore degrado (potremmo azzardare “geriatrico”), per la Meloni e la sua pattuglia di “Italiani” che non si capirà più a chi e per cosa si rivolgeranno, ma soprattutto per la Lega la quale, a differenza dei due compari, ha un leader, ha portato qualche idea nuova ed ha superato la barriera del confinamento regionale al Nord.
Ciò che colpisce, e mi fa pensare che sarebbe lo scenario più gradito dalle oligarchie, è che questo accordo non prevede un coinvolgimento politico del PD (che sarebbe difficilmente digerito dall’elettorato di destra e, contemporaneamente, più debole e controllabile): insomma, “responsabili” e nient’altro, in pieno accordo col lobbismo in auge nel Parlamento Europeo.

2 – Il M5S scende dal piedistallo e fa un accordo politico, di legislatura, con il PD. Non è una strada facile per due ragioni: per prima cosa ci sarebbero molte resistenze interne (che verrebbero “sanate” con una velocissima consultazione “on line”) ma, soprattutto, bisognerebbe trovare una controparte, ossia qualcuno che, nel PD, possa garantire solidità e serietà d’intenti. La differenza fra il centro-destra ed il M5S è tutta qui: mentre per la prima soluzione basterebbe un “accordicchio” senza tante pretese, nel secondo caso il M5S si gioca futuro e sopravvivenza politica, tutto sulle spalle di un Di Maio qualunque. Personalmente, la vedo molto dura e rischiosa proprio per i pentastellati, oltre che difficilmente praticabile: fino a ieri volavano insulti ed ora, tutti “responsabilmente”, assieme? Bisognerebbe che la fortuna (ciclo economico favorevole, accettazione del programma grillino, sfoltimento delle clientele elettorali, ecc)  li assistesse fino alle prossime elezioni, altrimenti la fine che è oggi del PD, domani sarebbe del M5S.

La Lega merita un breve approfondimento. Oggi, forse, Salvini morde il freno nell’alleanza di centro destra perché è un fattore limitante per la “Nuova Lega”: basta riflettere su come la pensano, FI e Lega, sulla riforma Fornero e sui rapporti con L’Europa. Vorrebbe tornare al voto, e comprendiamo il suo desiderio: andare avanti da solo, senza gli impicci del vecchio ciarpame.
Ma, se Salvini fosse andato da solo – per come è stata congegnata questa legge elettorale – nei collegi uninominali del Nord (con Lega e FI divisi), in molti casi, avrebbe vinto il M5S ed avrebbe fatto veramente cappotto.
Se per il M5S è necessario un “bagno di realtà” per comprendere cosa significa governare un Paese, per la Lega è urgente un segnale di “novità”, ossia: fai parte anche tu del vecchio sistema oppure hai deciso di mollare gli ormeggi?

Come prima ricordavamo, c’è da chiedersi se l’impossibilità di un accordo M5S-Lega sia soltanto legato all’ostracismo delle oligarchie, preoccupate dalla quantità di “novità” messe in campo dalle due formazioni.
Io credo di no.

Non sottovalutiamo la portata di questa tornata elettorale, perché la novità non sta tanto nei numeri, quanto nel complesso numeri/idee: in nessuna tornata elettorale europea c’è stato un plebiscito così chiaro contro la gestione europea (Podemos non ha mai “potuto”) soprattutto se ciò avviene nella terza economia europea.
La calma, solo apparente, di Bruxelles – il fastidio mostrato da Juncker ad un giornalista che domandava lumi – tradiscono una sensazione di timore: la paura, in futuro, di non riuscire più a controllare l’Italia come stanno facendo con la Grecia.
In questo – dobbiamo dire – le burocrazie europee hanno commesso lo stesso errore di Renzi: hanno tirato troppo la corda, e se ne sono accorti. Possiamo attenderci un miglioramento delle condizioni economiche? Vedremo, dipende se sceglieranno il bastone o la carota, o se il mix farà pendere più la bilancia verso quest’ultima.
Perché, nonostante gli sberleffi che rivolgono alla nostra Nazione, siamo così importanti?

Oltre ad essere la terza economia europea, l’Italia è la via più breve fra la penisola iberica, il meridione francese e l’Est europeo. Sono questioni strategiche, legate alla delocalizzazione della produzione: sono soldi.
Provate a pensare ad un autotreno catalano che debba recarsi a Bucarest (tratta molto comune) e debba scegliere un altro percorso: dovrebbe salire fino a Basilea e, da lì, scendere in Baviera per proseguire attraversando l’Austria e un pezzo d’Ungheria.
Ma, nel caso l’Italia uscisse dall’UE, non ci sarebbe mica la chiusura delle frontiere! Dirà qualcuno.

Certo che non ci sarebbe.
Ma una nazione sovrana dovrebbe, per forza, controllare nuovamente le frontiere, magari imporre dei dazi doganali, ispezioni, controlli, limiti di velocità (da rispettare!)…insomma, inevitabile burocrazia. E i porti? Sapete cosa significa la burocrazia nei porti, se presa alla lettera?
Non per nulla i tedeschi hanno costruito (dopo il 1999, guerra del Kosovo) – a loro spese – la nuovissima autostrada Fiume – Dubrovnik, che arriva praticamente in Montenegro. Si sono creati una possibile alternativa (i porti della costa dalmata), per ovviare alla misera faccenda che dopo la 1° GM avevano perso (Austria-Ungheria) quei territori, poracci…

Insomma, per il Nord Europa che ci qualifica come PIIGS, è giunto il momento d’iniziare a riflettere: può darsi che questa volta riescano a sfangarla con le ipotesi 1 e 2 ma, alla prossima, calerebbe sicura la mannaia.
Ma noi, siamo pronti?

La risposta e no, senza nessun dubbio.

La vulgata imperante ci propone due forze, il M5S e la Lega, che non possono andare a braccetto per vari motivi: attenzione, è vero.
Tutto questo rimarrà vero fin quando guarderemo alle forze politiche con la vecchia ottica destra/sinistra, e le stesse forze politiche saranno condizionate da questo schema, un cane che si morde la coda. Volete qualche esempio?

Si narra che il M5S sia una forza “assistenzialista” – osservate: sembra proprio una critica che viene da “destra” – e la Lega un raggruppamento “forcaiolo”, specularmente una critica di matrice “sinistra”.

Si omette, invece, un altro dato: la Lega ha portato in Parlamento due economisti non certo ortodossi come Borghi e Bagnai, mentre il M5S ha portato Fioramonti e Roventini, entrambi su posizioni keynesiane. Insomma, la linea economica dei due partiti converge su una linea di “deficit spending” (proibita dall’UE, schiava dei dettami della cosiddetta “scuola di Chicago”, ossia Friedman) e sulla ri-definizione degli accordi di Maastricht, ossia su posizioni di serrata contrattazione, contrapposta alle varie proposte fallimentari di Bruxelles, il potere salvifico dell’austerità, ad esempio.
Vorrei far notare la differente natura del problema italiano: a differenza della Gran Bretagna – nell’ultimo secolo, la “perfida Albione” ha compiuto più di un “giro di walzer” con l’Europa Centrale, ed altrettante volte se n’è staccata – noi non discutiamo la nostra appartenenza alla Comunità Europea: semplicemente, non ci stanno bene le modalità scelte. O discutiamo seriamente ed alla pari, oppure ce ne andiamo.
Qui, il “sentire” dei due movimenti è abbastanza comune, completamente all’opposto del resto del parlamento.

Sul Reddito di Cittadinanza del M5S – che vero RdC non è, ma un semplice assegno di disoccupazione – bisogna riflettere che l’Italia è l’unico Paese industriale dell’Europa a non avere un sistema di protezione sociale, un assegno di disoccupazione che non lasci nel vortice della tragedia le famiglie italiane. E’ civiltà averlo, è sicurezza averlo, è progresso averlo.
Poi, modalità e bilanci li lasciamo agli economisti: sta a loro decidere se avallare i sempre più alti (e sempre più inutili, perché mal fatti) investimenti per la Guerra oppure deviare il flusso sulla sicurezza sociale. Queste elezioni, mi sembra abbiano parlato chiaro: nessuno vuole del semplice “assistenzialismo”, ma ricordiamo che Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti qualcosa del genere ce l’hanno da decenni.

Così è per la questione dei migranti: identiche contrapposizioni da campagna elettorale, perlopiù appoggiate su dati fuorvianti: vorrei sapere quanti, fra quelli che hanno votato Lega, li conoscono. Sono l’esatto contrappunto di quelli che si sono recati ai CAF per ricevere – subito! – il RdC grillino.
Vediamo i dati (fonte: UNhcr): nell’intero 2017 sono sbarcati in Italia 111.247 persone, 29.718 sono sbarcate in Grecia e circa 22.000 in Spagna. Considerando l’intera Europa, sono giunte 171.332 persone, 5022 sono annegate nel Mediterraneo.
Non mi sembra proprio un’invasione: nel frattempo, nel 2017 abbiamo avuto un saldo demografico negativo di ben 183.000 persone (fonte: Wikipedia).

Dov’è il problema?
Il problema, molto semplice, è che quelle 111.247 persone rappresentano circa il 65% delle persone sbarcate in Europa, e sono rimaste in Italia! Se fossero state distribuite sull’intera popolazione dell’UE, ne sarebbero rimaste circa un decimo, e nessuno se ne sarebbe accorto, poiché diecimila persone sono funzionali alle dinamiche occupazionali italiane. Non nascondiamoci che i giovani italiani certi lavori non li vogliono proprio più fare.

Così, abbiamo dovuto goderci pure il sarcasmo di Macron: “Eh, se gli italiani non sono capaci di proteggere le loro frontiere…” Cos’abbiamo risposto? Abbiamo chinato il capo ed abbiamo inviato 500 soldati in Niger – questa dovrebbero proprio spiegarcela – forse per sorvegliare meglio le miniere francesi di Uranio? Lavoriamo per Areva? Quanto costerà la missione?

“Le missioni in Niger, Tunisia, Libia…costeranno 125 milioni per il 2017…tuttavia, occorrerà reperire entro il 30 settembre 2018, con un ulteriore apposito provvedimento normativo, ulteriori 491 milioni di euro…” Fonte: Today).

Come notate, nessuno fiata per inviare soldati in Africa per avere una fetta di torta, salvo poi stracciarsi le vesti se gli abitanti se ne vanno. Ah, la Lega si astenne su questo provvedimento, il M5S e LeU votarono contro.
E nessuno si meraviglia e s’incazza se spendiamo mezzo miliardo di euro per mandare i soldati in Niger, no: soltanto per i migranti.
Quel mezzo miliardo, lo pagheremo noi: vedete dove non siamo uniti? Vedete dove la vecchie abitudini destra/sinistra ci calano addosso?

Per essere più realisti del Re, possiamo notare che quel mezzo miliardo sarà, probabilmente, un investimento per l’ENI o magari per ricevere appalti, altro ancora…ma non lamentiamoci, dopo, se arriva della gente, perché siamo là per saccheggiare risorse africane! Gheddafi s’opponeva a tutto ciò: com’è finito?

Varouflakis, ex ministro dell’Economia greco, ha un’opinione drastica sul futuro italiano:

“…grillini e leghisti sono destinati a ripetere lo stesso errore di Renzi. La fine possibile, insomma, è che una volta al governo i partiti “anti-sistema” si ripieghino nel sistema, come accadde a Tsipras…è il destino di qualsiasi politico a cui mancano una proposta completa su come ridisegnare la Zona Euro e il coraggio di dire no a Berlino e Francoforte quando la proposta viene respinta”.

Facciamo pure la tara a Varouflakis (qui generalizza, come se l’esperienza greca fosse la maledizione di Giove che colpisce urbi et orbi), però indica proprio il rischio che corriamo (alleanze a destra o sinistra, poco importa), ed il rischio è proporzionale alla mancanza di consapevolezza della popolazione su cosa vogliamo, e su come desideriamo venga attuato. A Varouflakis potremmo, però, ricordare che l’Italia non è la Grecia: siamo la terza economia europea, il secondo apparato industriale, abbiamo decine di porti e commerciamo con tutto il Mediterraneo ed oltre.

Il concetto “qualsiasi politico a cui mancano una proposta completa su come ridisegnare la Zona Euro e il coraggio di dire no a Berlino e Francoforte” mi sembra un poco eccessivo: qualsiasi progetto nasce da precedenti accordi, ed ogni accordo è generato da lunghi incontri e confronti. Proprio quello che non avvenne per la nascita dell’UE: decenni al passo di tartaruga, poi l’improvvisa accelerazione dovuta al crollo dell’URSS, infine il raffazzonato “allargamento” per sfruttare il “sonno” ex sovietico, l’era di Eltsin. Anche per nuove politiche, nuovi accordi, nuovi scenari…ci vuole tempo. Ma ci vogliono nuove politiche, nuovi accordi e nuovi scenari.

E domandiamoci, infine, com’è stato possibile un tale rivolgimento.
Tentano di dipingerlo con i colori del “Ancien Régime”, ma da ogni parte c’è un pezzo che non collima più, qualcosa che non funziona…in fondo, le prima parole pronunciate da Di Battista sono le più vere “Oggi è nata la Terza Repubblica, la Repubblica dei cittadini”. Punto e basta.

Come è riuscita a nascere? Quali sono stati i prodromi?
Tutto è nato circa una quindicina di anni fa, con l’accesso di molte persone a nuove piattaforme d’informazione, piattaforme che sono state accettate con alzate di spalle dall’informazione “paludata”: loro, con i loro direttori responsabili, con le loro “gavette” per arrivare a scrivere i necrologi, con i loro giochi al vertice per le direzioni dei quotidiani…ascoltavo Calabresi e mi pareva di sentire un Papa…tutto al macero: oggi, se la carta stampata sopravvive, lo deve alle edizioni Web.

Una marea d’informazione incontrollata ed incontrollabile – solo, purtroppo, limitata dalle diverse lingue – e, oggi, abbiamo accesso ad un colossale “doposcuola” che ci racconta tutto di tutto, che ci può informare, presto e bene, ed è una comunicazione a due sensi: si legge, si ragiona, si commenta. Certo, le nostre capacità critiche sono messe a dura prova, ma…i risultati si vedono!
Forse, oggi, i nuovi partiti hanno bisogno di strutture più agili per percepire i bisogni – ma anche le proteste o le idee – dell’elettorato, perché fatto di cittadini, prima che elettori.
Queste strutture dovranno per forza nascere, poiché sono l’anello mancante, nel nostro Paese, fra la fase decisionale (la Politica, il governo, ecc) e la base che non accetta più di ricevere per “gentilezza divina”.
Esistono sì delle “fondazioni” ma hanno l’unico scopo di fare lobbismo, oppure di fungere da strutture “coperte” per ricevere fondi: mai nulla di veramente utile, nel senso di cultura, idee, proposte, esce da quei luoghi.
Potranno essere nella forma dei “Think Tank” americani, ma non legati alle lobbies con il collante fiscale, bensì libere da ogni imposizione: magari sovvenzionate, sulla base della cultura (utile, vera, praticabile) e “raffinate” dal Parlamento per farle diventare leggi.
Hanno finanziato la stampa per decenni, al solo scopo d’imbrigliare il Paese in una rete di menzogne ben congegnate, nulla vieterebbe di sovvenzionare chi produce cultura, innovazione, in tutti i campi: oggi è ancora troppo presto per parlarne. O no?

Di certo, migliaia, milioni di siti e blog hanno generato questo fenomeno: di questo sono arcisicuro. Per questo sono poco interessato alle mille alchimie che i giornali intessono per far ri-precipitare il nuovo nel consueto, nell’ovvio, nel “responsabile”. Roba vecchia, non più attuale.

Conoscere, informare, è la base del progresso: il solo progresso tecnologico non basta, poiché se l’innovazione tecnologica ci cambia, produce dei mutamenti sociologici e tali cambiamenti è possibile governarli, al meglio, solo con la conoscenza ed il confronto.

Per concludere, mi torna alla mente la Rivoluzione Francese, laddove l’Illuminismo “bruciò” in pochi decenni secoli d’oscurantismo: in questo, aiutato da Luigi XVI, che investì parecchio nell’istruzione. Paradossale, vero?
Contraddizioni del capitalismo: ha avuto bisogno della rivoluzione informatica per controllare meglio il Pianeta e, proprio da quella rivoluzione, nasce l’istanza che chiede più diritti, per semplice diritto di nascita. Curioso, vero?