Per prima cosa, bisognerebbe ri-codificare il titolo: ossia, chi non ha vinto e chi non ha perso? Forse, le cose sono più semplici e più facili da capire.
Se torniamo ad un anno fa, qualcuno che sicuramente non ha vinto è stato Matteo Salvini perché, dopo l’exploit delle europee d’appena un anno or sono – quel 34 a 66 contro l’intero elettorato italiano – la perdita di consenso è netta e senza margini per sofisticate congetture.
Quel risultato nasceva da un qui pro quo grande come una casa: il governo era saldo ed inattaccabile sotto l’aspetto parlamentare, solo che non era disposto a farsi guidare da Salvini, tutto qui. Il governo, all’epoca, era guidato da Conte e Salvini non poteva ri-definirsi premier senza passare per uno scontro: lo scontro ci fu, e Salvini perse completamente la strada.
Non comprese che il governo, all’epoca, era costituito dal M5S per il 33% e dalla Lega per il 17% e che la guida di una coalizione non la si trova su Facebook, bensì nelle aule parlamentari.
Dopo, dopo…non ha avuto più scampo: oggi, la Lega, ha probabilmente ricompattato l’elettorato settentrionale, ha forse conquistato qualche spezzone al centro…ma ha perso l’elettorato meridionale che non si è più fidato di lui, ed è tornato in gran parte a credersi “fascista” – il che è soltanto una chiacchiera da bar – però ha cercato casa più dalla Meloni che dal vecchio capataz di Arcore.
In buona sostanza, l’elettorato italiano è tornato indietro di anni, quando tre forze – Lega, Forza Italia e Alleanza Nazionale – rappresentavano la tripletta vincente per la coalizione di centro destra, perché non basta agitare medagliette o raccomandarsi alla Madonna per cancellare gli anni di Bossi, del suo veemente odio per i meridionali e per le loro necessità di uno Stato assistenziale contro lo Stato liberista del Lombardo-Veneto. Che è la grande incognita dall’Unificazione, la grande questione mai risolta.
In questo mutamento, c’è anche la sempre maggior insipienza di Forza Italia, partito leader per tanti anni, ma rimasto senza un Delfino degno di questo ruolo: Silvio, almeno fino al Covid, s’è pensato immortale.
In parte l’elettorato di matrice cattolica s’è largamente ridotto: tutto ciò deve farci riflettere poiché, dopo 150 anni dall’Unificazione, la questione cattolica non pesa più come al tempo della Rerum Novarum. Anzi, le “cose nuove” sono giunte ma forse perché tanto “nuove” non erano, né così importanti sono sembrate, al punto che anche i papati più modernisti non hanno inciso più di tanto sul pensiero né hanno richiamato forze nuove dal cattolicesimo al cattolicesimo in politica.
Se vogliamo, solo Forza Italia punta ancora molto su questo connubio ma il suo tempo è scaduto e non ne verranno altri: con la scomparsa di Berlusconi (fisica o politica per “decorrenza dei termini”) il partito finirà nel nulla ma, attenzione, per gli equilibri politici italiani non significa assolutamente che un elettorato, per quanto ridotto, non esisterà più, e qui potranno giungere delle novità. Potranno: non è detto che delle novità giungeranno per certo.
Giorgia Meloni può dunque assaporare un buon successo, ma sempre se sarà capace di tenersi lontana da certe frange estreme: dovrà far memoria dell’elettorato di destra italiano, che fa un dieci per cento se valuta la questione meridionale e la forza della burocrazia statale, mentre scade all’uno per cento se segue marce su Roma od improbabili rotture “nazionali” con l’Europa.
Se la destra ha, da domani, parecchie questioni sulle quali riflettere, le medesime questioni saranno sui tavoli del PD e dei 5S.
Zingaretti ha subito detto che, se uniti, avrebbero vinto parecchio di più ed è senz’altro vero. Ma Zingaretti non ha compreso che la semplice somma algebrica non serve a niente nel governo di un Paese: può durare qualche anno, poi lascia ampi spazi aperti a qualsiasi opposizione.
Anche il M5S ha sbagliato, e tanto: troppo. Dopo l’archiviazione del sogno del 51%, doveva prendere atto che le alleanze sono necessarie in politica per una semplice ragione: non la pensiamo, in maggioranza, allo stesso modo. Bisogna mediare, con chi si ritiene in grado di mediare con noi.
Sinceramente, non ho mai ben compreso cosa li convinse all’alleanza con la Lega: un partito legato mani e piedi – e mai in dubbio su questo – con una coalizione, retta da un personaggio non proprio “vicino” ai temi cari ai 5S: oggi s’è chiarito, con quel 70 a 30, chi sta di qua e chi sta di là.
Ma i 5S hanno atteso troppo attendendo inutilmente un passaggio che era obbligato: non si va a governare un Paese mantenendo una sorta di “prelazione” di una società privata – la Casaleggio & Associati – sulla loro politica. Tutta la “banda” dei Grillo e dei Casaleggio devono star distanti dal nostro voto, perché il nostro voto, ossia la pratica della democrazia, non deve essere condizionata da società private.
Altrimenti, vale la stessa cosa per quei partiti che hanno guidato l’Italia tenendosi ben stretti Mafie e Massonerie: i 5S devono rendersi conto che stanno compiendo il medesimo tragitto. Già quando cercavano – e non trovavano – un gruppo parlamentare in Europa si dovettero chiedere perché il gruppo dei Verdi Europei non li volle proprio per quella ragione: non accettiamo chi ha contatti stretti con società private. Ed avevano pienamente ragione.
Quello che oggi, per rappresentanza parlamentare, è ancora il primo partito italiano non ha una struttura interna, non ha strutture sul territorio, non ha regole certe e comprovate sulla vita politica interna del loro partito. Come si può guardare avanti? Come si possono stabilire delle alleanze, senza democrazia interna? Come si possono eleggere dei “capi politici” senza consultare nessuno, se non la rete dei “Meet Up” – sorta di comunità psicologiche dedite alla politica – o quella barzelletta del voto su Rousseau?
Anche Di Battista dovrebbe fare ben attenzione a quello che dice nei suoi comizi: il loro non è un “sogno”, bensì una realtà che devono saper attuare gestendo al meglio i mezzi della politica. Dal pensiero alla realtà. Non al riportare in terra un “sogno” che…tutti devono condividere? C’è qualcosa che non funziona.
Il PD è stato quello che, dopo essersi opposto al “Sì” in ben tre occasioni, ha saputo sfangarla meglio, salvando la faccia di fronte ai suoi elettori e riuscendo a contenere l’avanzata del centro-destra: ora, lo aspetta il periodo più duro.
Devono riuscire a far passare una legge elettorale che, visto che il grande problema del bicameralismo perfetto pare insolubile, almeno sia una legge che parifica l’elezione dei senatori a quella dei deputati: la differenza è minima per l’età dei votanti e non si capisce perché gli esiti siano così diversi.
Bisogna però riconoscere che il partito di Zingaretti non ha sbagliato nulla: certo, hanno un’esperienza nella lotta politica che giunge loro da molte generazioni. Dovrebbero, però, capire che se sono in qualche modo “rinati” lo devono proprio alla decisione dei 5S d’andare contro tutto e contro tutti, “rivalutando” una tradizione di “sinistra” che s’era persa per strada.
Ultima vittoria, lo scontro interno con Renzi, che è stato distrutto anche questa volta, se non bastassero ancora le occasioni precedenti. Cosa può fare, oggi, l’uomo di Rignano? Ben poco, però è furbo e già ha capito che c’è un’area – quella del centro cattolico – che avrà bisogno di un leader giovane e capace, ma la strada per arrivarci è lunga e densa d’incognite. Sapranno, Lega e FdI, accaparrarsi il paniere di voti che l’inevitabile fine di Forza Italia genererà? Oppure sarà un altro a soffiarglieli via, un altro che non ha più carte da giocare a sinistra? Difficile immaginare una via, ma è la sola strada che rimane a Renzi.
C’è un vero vincitore?
Inevitabilmente, è uno solo: Giuseppe Conte. L’uomo che ha saputo ridare a Genova il suo ponte in 15 mesi di lavori: mai avvenuto in Italia. L’uomo che ha saputo varare il RdC – con tutte le manchevolezze che ancora evidenzia – ma c’è. L’uomo che ha saputo, durante il Covid, combattere e vincere una battaglia immane in Europa, andando ben oltre tutte le più rosee aspettative.
Tutti lo amano o lo odiano, perché sanno benissimo che non saprebbero mai essere al suo livello: un livello mai toccato, in Europa, da un uomo politico italiano per determinazione e risultati raggiunti.
Oggi, la partita più dura è per i 5 Stelle, che devono inventarsi un partito vero oppure finire scapitozzati da mille arpie che non attendono che questo: eppure – e questo dobbiamo riconoscerlo – tutto è partito da loro, dalla loro semplicità e dalla loro volontà di cambiare il volto di questo Paese.
I prossimi mesi saranno importanti e ne vedremo delle belle: se riusciranno a darsi la forma ed il “peso” di un partito vero, non raggiungeranno di certo i risultati del 2018, ma potranno assestarsi come secondo/terzo partito italiano dietro al PD/Lega, che oggi sa d’avere il pallino in mano a sinistra, mentre per la Lega già “sento” voci di sottofondo che sussurrano di faide interne, di regolamenti di conti.
Non dimentichiamo, però, che i 5S hanno un jolly in mano che altri non hanno: Giuseppe Conte, il PdC più amato dagli italiani dal dopoguerra. E non è poca cosa.

