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22 settembre 2020

Chi ha vinto e chi ha perso?

 

Per prima cosa, bisognerebbe ri-codificare il titolo: ossia, chi non ha vinto e chi non ha perso? Forse, le cose sono più semplici e più facili da capire.

 

Se torniamo ad un anno fa, qualcuno che sicuramente non ha vinto è stato Matteo Salvini perché, dopo l’exploit delle europee d’appena un anno or sono – quel 34 a 66 contro l’intero elettorato italiano – la perdita di consenso è netta e senza margini per sofisticate congetture.

Quel risultato nasceva da un qui pro quo grande come una casa: il governo era saldo ed inattaccabile sotto l’aspetto parlamentare, solo che non era disposto a farsi guidare da Salvini, tutto qui. Il governo, all’epoca, era guidato da Conte e Salvini non poteva ri-definirsi premier senza passare per uno scontro: lo scontro ci fu, e Salvini perse completamente la strada.

Non comprese che il governo, all’epoca, era costituito dal M5S per il 33% e dalla Lega per il 17% e che la guida di una coalizione non la si trova su Facebook, bensì nelle aule parlamentari.

 

Dopo, dopo…non ha avuto più scampo: oggi, la Lega, ha probabilmente ricompattato l’elettorato settentrionale, ha forse conquistato qualche spezzone al centro…ma ha perso l’elettorato meridionale che non si è più fidato di lui, ed è tornato in gran parte a credersi “fascista” – il che è soltanto una chiacchiera da bar – però ha cercato casa più dalla Meloni che dal vecchio capataz di Arcore.

In buona sostanza, l’elettorato italiano è tornato indietro di anni, quando tre forze – Lega, Forza Italia e Alleanza Nazionale – rappresentavano la tripletta vincente per la coalizione di centro destra, perché non basta agitare medagliette o raccomandarsi alla Madonna per cancellare gli anni di Bossi, del suo veemente odio per i meridionali e per le loro necessità di uno Stato assistenziale contro lo Stato liberista del Lombardo-Veneto. Che è la grande incognita dall’Unificazione, la grande questione mai risolta.

 

In questo mutamento, c’è anche la sempre maggior insipienza di Forza Italia, partito leader per tanti anni, ma rimasto senza un Delfino degno di questo ruolo: Silvio, almeno fino al Covid, s’è pensato immortale.

In parte l’elettorato di matrice cattolica s’è largamente ridotto: tutto ciò deve farci riflettere poiché, dopo 150 anni dall’Unificazione, la questione cattolica non pesa più come al tempo della Rerum Novarum. Anzi, le “cose nuove” sono giunte ma forse perché tanto “nuove” non erano, né così importanti sono sembrate, al punto che anche i papati più modernisti non hanno inciso più di tanto sul pensiero né hanno richiamato forze nuove dal cattolicesimo al cattolicesimo in politica.

Se vogliamo, solo Forza Italia punta ancora molto su questo connubio ma il suo tempo è scaduto e non ne verranno altri: con la scomparsa di Berlusconi (fisica o politica per “decorrenza dei termini”) il partito finirà nel nulla ma, attenzione, per gli equilibri politici italiani non significa assolutamente che un elettorato, per quanto ridotto, non esisterà più, e qui potranno giungere delle novità. Potranno: non è detto che delle novità giungeranno per certo.

 

Giorgia Meloni può dunque assaporare un buon successo, ma sempre se sarà capace di tenersi lontana da certe frange estreme: dovrà far memoria dell’elettorato di destra italiano, che fa un dieci per cento se valuta la questione meridionale e la forza della burocrazia statale, mentre scade all’uno per cento se segue marce su Roma od improbabili rotture “nazionali” con l’Europa.

 

Se la destra ha, da domani, parecchie questioni sulle quali riflettere, le medesime questioni saranno sui tavoli del PD e dei 5S.

Zingaretti ha subito detto che, se uniti, avrebbero vinto parecchio di più ed è senz’altro vero. Ma Zingaretti non ha compreso che la semplice somma algebrica non serve a niente nel governo di un Paese: può durare qualche anno, poi lascia ampi spazi aperti a qualsiasi opposizione.

 

Anche il M5S ha sbagliato, e tanto: troppo. Dopo l’archiviazione del sogno del 51%, doveva prendere atto che le alleanze sono necessarie in politica per una semplice ragione: non la pensiamo, in maggioranza, allo stesso modo. Bisogna mediare, con chi si ritiene in grado di mediare con noi.

Sinceramente, non ho mai ben compreso cosa li convinse all’alleanza con la Lega: un partito legato mani e piedi – e mai in dubbio su questo – con una coalizione, retta da un personaggio non proprio “vicino” ai temi cari ai 5S: oggi s’è chiarito, con quel 70 a 30, chi sta di qua e chi sta di là.

 

Ma i 5S hanno atteso troppo attendendo inutilmente un passaggio che era obbligato: non si va a governare un Paese mantenendo una sorta di “prelazione” di una società privata – la Casaleggio & Associati – sulla loro politica. Tutta la “banda” dei Grillo e dei Casaleggio devono star distanti dal nostro voto, perché il nostro voto, ossia la pratica della democrazia, non deve essere condizionata da società private.

Altrimenti, vale la stessa cosa per quei partiti che hanno guidato l’Italia tenendosi ben stretti Mafie e Massonerie: i 5S devono rendersi conto che stanno compiendo il medesimo tragitto. Già quando cercavano – e non trovavano – un gruppo parlamentare in Europa si dovettero chiedere perché il gruppo dei Verdi Europei non li volle proprio per quella ragione: non accettiamo chi ha contatti stretti con società private. Ed avevano pienamente ragione.

 

Quello che oggi, per rappresentanza parlamentare, è ancora il primo partito italiano non ha una struttura interna, non ha strutture sul territorio, non ha regole certe e comprovate sulla vita politica interna del loro partito. Come si può guardare avanti? Come si possono stabilire delle alleanze, senza democrazia interna? Come si possono eleggere dei “capi politici” senza consultare nessuno, se non la rete dei “Meet Up” – sorta di comunità psicologiche dedite alla politica – o quella barzelletta del voto su Rousseau?

Anche Di Battista dovrebbe fare ben attenzione a quello che dice nei suoi comizi: il loro non è un “sogno”, bensì una realtà che devono saper attuare gestendo al meglio i mezzi della politica. Dal pensiero alla realtà. Non al riportare in terra un “sogno” che…tutti devono condividere? C’è qualcosa che non funziona.

 

Il PD è stato quello che, dopo essersi opposto al “Sì” in ben tre occasioni, ha saputo sfangarla meglio, salvando la faccia di fronte ai suoi elettori e riuscendo a contenere l’avanzata del centro-destra: ora, lo aspetta il periodo più duro.

Devono riuscire a far passare una legge elettorale che, visto che il grande problema del bicameralismo perfetto pare insolubile, almeno sia una legge che parifica l’elezione dei senatori a quella dei deputati: la differenza è minima per l’età dei votanti e non si capisce perché gli esiti siano così diversi.

Bisogna però riconoscere che il partito di Zingaretti non ha sbagliato nulla: certo, hanno un’esperienza nella lotta politica che giunge loro da molte generazioni. Dovrebbero, però, capire che se sono in qualche modo “rinati” lo devono proprio alla decisione dei 5S d’andare contro tutto e contro tutti, “rivalutando” una tradizione di “sinistra” che s’era persa per strada.

 

Ultima vittoria, lo scontro interno con Renzi, che è stato distrutto anche questa volta, se non bastassero ancora le occasioni precedenti. Cosa può fare, oggi, l’uomo di Rignano? Ben poco, però è furbo e già ha capito che c’è un’area – quella del centro cattolico – che avrà bisogno di un leader giovane e capace, ma la strada per arrivarci è lunga e densa d’incognite. Sapranno, Lega e FdI, accaparrarsi il paniere di voti che l’inevitabile fine di Forza Italia genererà? Oppure sarà un altro a soffiarglieli via, un altro che non ha più carte da giocare a sinistra? Difficile immaginare una via, ma è la sola strada che rimane a Renzi.

C’è un vero vincitore?

 

Inevitabilmente, è uno solo: Giuseppe Conte. L’uomo che ha saputo ridare a Genova il suo ponte in 15 mesi di lavori: mai avvenuto in Italia. L’uomo che ha saputo varare il RdC – con tutte le manchevolezze che ancora evidenzia – ma c’è. L’uomo che ha saputo, durante il Covid, combattere e vincere una battaglia immane in Europa, andando ben oltre tutte le più rosee aspettative.

Tutti lo amano o lo odiano, perché sanno benissimo che non saprebbero mai essere al suo livello: un livello mai toccato, in Europa, da un uomo politico italiano per determinazione e risultati raggiunti.

 

Oggi, la partita più dura è per i 5 Stelle, che devono inventarsi un partito vero oppure finire scapitozzati da mille arpie che non attendono che questo: eppure – e questo dobbiamo riconoscerlo – tutto è partito da loro, dalla loro semplicità e dalla loro volontà di cambiare il volto di questo Paese.

I prossimi mesi saranno importanti e ne vedremo delle belle: se riusciranno a darsi la forma ed il “peso” di un partito vero, non raggiungeranno di certo i risultati del 2018, ma potranno assestarsi come secondo/terzo partito italiano dietro al PD/Lega, che oggi sa d’avere il pallino in mano a sinistra, mentre per la Lega già “sento” voci di sottofondo che sussurrano di faide interne, di regolamenti di conti.

 

Non dimentichiamo, però, che i 5S hanno un jolly in mano che altri non hanno: Giuseppe Conte, il PdC più amato dagli italiani dal dopoguerra. E non è poca cosa.

22 novembre 2018

L’ultima cartuccia


Con la decisione odierna, l’Unione Europea ha preso la sua decisione nei confronti dell’Italia: sparare, fino all’ultima cartuccia, contro chi si oppone ad una distribuzione dei redditi verso il basso per incrementare l’economia aumentando i consumi. Sinceramente, di questi arzigogoli non m’interessa più di tanto, visto che entrambe le soluzioni (Keynes o Friedman) non prendono in considerazione il superamento del capitalismo come scelta etica, poiché il capitalismo non può che condurre all’accentramento del potere economico.

La scelta europea è, in realtà, una gravissima intromissione negli affari politici italiani, giacché la posposizione di una sorta di “scaletta” degli interventi sembra proprio pensata e studiata a tavolino per porre gli italiani sotto ricatto, ancor più che con la “strategia dello spread”.
Sono state decisioni pesanti, che condizioneranno la vita futura dell’Europa e dell’Italia, per generazioni: ricordiamo, per un misero 0,qualcosa in più od in meno sul rapporto deficit/PIL.

L’Unione dei Politici (banchieri) Europea, dopo aver deciso il pollice verso nei confronti dell’Italia, passerà la palla all’ECOFIN, ossia al consesso dell’Unione dei Banchieri (politici) dell’Unione Europea, che avrà a disposizione fino al 22 Gennaio prossimo per dare una risposta definitiva. Ossia, sanzioni economiche pesantissime:

1) Blocco dei finanziamenti della Banca Europea degli Investimenti;
2) Prelievo forzoso di un deposito infruttifero pari allo 0,2% del Pil (circa 3,5 miliardi di euro);
3) Trasformazione del prelievo infruttifero in sanzione, che aumenterebbe a circa 9-10 miliardi;
4) Possibile taglio del rating;
5) Possibile congelamento dei fondi strutturali.

Fa quasi sorridere: dopo tutto questo, c’è soltanto un attacco al Brennero.

Ciò che stupisce (ma non troppo) è la scansione temporale di questi “interventi”.
Il primo, ossia il verdetto dell’ECOFIN, avverrà prima del 22 Gennaio p.v. Ma guarda te che caso! Subito dopo l’approvazione della Finanziaria. Della serie: italiani, popolo di peccatori, siete ancora in tempo a ravvedervi! Ravvedetevi! E gli strali non saranno nemmeno forgiati!
Le sanzioni finanziarie sono più “spalmate” nel tempo: tarderanno più di sei mesi…ma che caso…proprio dopo le elezioni europee!

Insomma, italiani, popolo di malpensanti, se non butterete a mare questa accozzaglia di populisti ferocemente antieuropei, aspetteremo…avrete tutto il tempo di licenziarli, di “imparare a votare” (Günther Oettinger, Commissario europeo al bilancio, 30 Maggio 2018).
Se, entro il prossimo Autunno non vi sarete ravveduti…beh…allora…scateneremo tutta l’artiglieria a disposizione…vi faremo avere lo stesso rating del Burkina Faso, vi multeremo, mi distruggeremo fin quando, alla fame come la Grecia, salirete a leccare gli scalini della BCE, cospargendovi il capo di cenere.
Fin qui, era risaputo. La reazione?

Ce ne può essere una sola: l’altra, ossia l’accettazione del verdetto (sotto varie forme e con le più belle parole del vocabolario politichese), conduce solo allo status di Paese occupato, con la Trojka od un Gauleiter…scegliete voi la forma.

Secondo la nostra Costituzione, all’art. 1, “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”
Quindi, qualsiasi forma di imposizione sarebbe da considerare un’ingiunzione che cozza violentemente contro la Costituzione repubblicana e, chi si schierasse con queste volontà liberticide, sarebbe da considerare un traditore della Costituzione.
Non siamo così ingenui da non sapere chi si schiera con il diktat europeo: su Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, Emma Bonino e Piero Grasso, non abbiamo dubbi. Devono ancora pervenire le risposte di Matteo Salvini e di Luigi di Maio.

Forse, i due si domandano come la pensino gli italiani e sicuramente sanno che l’ingresso in Europa ci fu chiesto con il referendum di indirizzo del 18 Giugno 1989:

“Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?”

 Mi onoro d’esser stato fra quel 11,97% che votò NO.

Si potrebbe rifarlo, visto che non è stato onorato: la Costituzione non è stata né fatta e né approvata, e nemmeno quel “Governo responsabile di fronte al Parlamento” s’è mai visto. La procedura? Semplicissima: basta una comunissima legge parlamentare che si può fare in un mese, giacché il referendum di indirizzo non è previsto dall’ordinamento costituzionale. Fecero una innovazione nel 1989? Ragione di più per ripeterlo!

Il momento non sarebbe migliore: in una eventuale campagna elettorale per le elezioni europee (perché non abbinare anche il referendum?) l’UE non ci uscirebbe tanto bene, visto che promette nuova “austerità”, ci ha insultati più volte…e poi…la maggioranza degli italiani ha votato due partiti sinceramente eurofobi o no?

Se al referendum vincesse il Si per “Italexit”, si potrebbero fare un paio di cosucce così, tanto per non rompere del tutto il legame con l’UE:

1) Dal momento che l’Italia cesserà la sua adesione all’UE, cesserà anche il trattato di Shengen sulla libera circolazione delle persone e delle merci;
2) Tutte le merci che vogliono transitare sul territorio italiano, ma non dirette in Italia, potranno essere, a discrezione delle autorità italiane, sottoposte ad ispezione od a fermo amministrativo qualora l’ispezione abbia generato dubbi;
3) Allo stesso modo, in tutti i porti le merci in transito verso altri Paesi sarebbero sottoposte ad ispezioni, come nell’articolo precedente;
4) La massa monetaria in euro (il “circolante”) presente in Italia (circa 150 miliardi), visto che fu pagata con altrettanto valore in Lire, sarà cambiata con la Nuova Lira dalla Nuova Banca d’Italia che la incamererà e ne deciderà la destinazione.

Sogno ad occhi aperti? Può darsi, ma riflettiamoci un istante: la libera circolazione delle merci è uno dei capisaldi di questa strana unione, che la fa assomigliare ad un vero stato federale (accumulandone i vantaggi) senza averne minimamente la forma politica. Privata della libera circolazione delle merci – l’Italia è centrale in questo scacchiere – l’Unione Europea crollerebbe in breve tempo. Sta correndo, già così, sul filo del rasoio nel confronto con USA e Cina: non lo dico io, lo ha dichiarato lo stesso Prodi.

Cosa manca?
Il coraggio, certo: d’altro canto, i due partiti oggi al governo non hanno lesinato strali (in campagna elettorale) nei confronti dell’Europa. Per poi rimangiarsi tutto – ma proprio tutto! – appena saliti al governo. Si può comprendere: noi non siamo la Gran Bretagna, erede di un impero che copriva il 23% delle terre emerse, e si nota in questi giorni l’estrema difficoltà di liberarsi di questo carrozzone europeo.
Il nodo della contesa, ovviamente, non sono quei pochi decimali in più nel deficit, quando sanno benissimo che si tratterebbe di un deficit spending. Se vogliamo, una scommessa.
E’ proprio questo che li spaventa: una scommessa contro di loro. Se mai l’Italia la vincesse (impossibile, in queste condizioni) per la loro oligarchia finanziaria camuffata da democrazia “compassionevole” sarebbe la fine.

L’UE correrebbe il rischio oppure, le oligarchie al potere, considererebbero la posta troppo alta per giocarsela in una sola mano? Non dimentichiamo che, fra sei mesi circa, non sapremo più chi è Juncker, Moscovici…e tutto il resto: i rapporti politici interni saranno improntati all’incertezza che oggi vige in Francia e in Germania, ossia governi “pro-tempore” nell’attesa del miracolo. E, le decisioni così improvvise e belluine, potranno essere riprese in mano, riviste, edulcorate, soppresse…perché anche l’UE è giunta ad un punto di non ritorno: oramai tutti sanno che andranno a votare per un Parlamento inesistente, che non poggia su una costituzione, privato proprio dei poteri promessi nei preamboli, per affidarlo alla marea di lobbisti e di corruzione che regna a Bruxelles.

Cosa impedisce ai due alleati di governo di raccogliere il guanto della sfida?
Non i rispettivi elettorati, che mostrano ancora oggi un quoziente di fedeltà impressionante, nei confronti di un governo che non ha ancora realizzato quasi niente. Lo avesse Macron, o la Merkel, un simile elettorato così fedele! Si leccherebbero anche…
Ciò che pesa, è l’incomprensione reciproca, dovuta a differenze culturali profonde fra i due elettorati, non la solita questione destra/sinistra…questa non c’entra niente!
Semplificando, le “domande” di giustizia sociale dei due elettorati sono molto simili, ma diversamente poste, al punto da generare incomprensioni.

Salvini ha raccolto, intorno alla sua persona – non alla Lega, quello è un contenitore vuoto! – la parte meno ricca dell’elettorato berlusconiano: i grandi ricchi sono rimasti fedeli al dux di Arcore, che promette sogni a tutti, ma realizza soltanto certezze per la gente come lui.
Ma, Salvini, ha con sé la parte lavoratrice, produttiva…il popolo delle partite IVA e i piccoli imprenditori, che sono incazzati perché si chiedono: come mai, lavoro come un negro tutti i giorni, mi faccio un c…così per guadagnare 3-4000 euro il mese e devo darne la metà allo Stato, il quale è assente, non paga le commesse, non sa organizzare niente…e pretende!

Dall’altra, c’è un elettorato che si chiede: come cz…è che devo alzarmi tutti i giorni, prendere un treno di m…per mettere insieme 700 euro il mese? E non solo: ci sono anche persone che guadagnano di più, ma si rendono conto che il sistema non funziona più, che è dalla fine del pentapartito e della Banca d’Italia che non si vede più un dollaro bucato per divertirsi: sempre all’osso, sempre ad arrivare a fine mese con il cuore in gola…
E c’è anche chi un lavoro non lo trova perché non c’è, non esiste più: se lo sono “mangiato” le macchine! I loro padri ed i loro nonni salirono coraggiosamente al Nord, mezzo secolo fa, ma il lavoro c’era! L’elettorato dei 5S è più variegato, ma chiede soprattutto una politica intelligente, scelte nuove, più coraggiose e meno legate ai soliti carrozzoni di corrotti!

Il problema, oggi, è che l’UE ha lanciato una sfida mortale: o noi, o voi, non c’è altra soluzione.
Salvini sa che, se abbandona questo governo, si ritroverà a fare il cagnolino al guinzaglio di Berlusconi sempre che, nei rivolgimenti comatosi delle vecchie forze politiche, non si ritrovi al fianco anche Renzi! E perderà la partita, la Lega tornerà ad una sola cifra percentuale.
Di Maio non ha realizzato nulla del programma di governo ma, per lui, non cambia molto: si ritroverà con qualche voto in meno, ma con una forza quasi intatta con la quale potrà fare…niente! Il 51% è troppo lontano.

Se l’Europa ha giocato tutto, anche il governo dovrà giocare tutto in questa partita: altrimenti, sarà il disastro, sarà la Grecia, saranno le code per il pane, saranno gli ospedali senza medici, sarà la schiavitù eterna alla Germania ed alla sua titubante alleata, una Francia “in cerca d’autore”.
Provateci, almeno: solo i quaqquaraqquà avranno il cattivo gusto di chiedervi il conto del coraggio.

04 ottobre 2017

Tragedia, commedia e farsa



Oggi, che il dado è tratto, sappiamo cos’è stato il referendum per l’indipendenza della Catalogna: una colossale commedia, giocata su più tavoli per una posta che non c’era, e che continua a non esserci. Il comportamento di Madrid è stato consono al copione franchista, edulcorato con i modi del terzo millennio: pallottole di gomma al posto delle mitragliatrici, gogne mediatiche al posto del garrote, e chiusura dello spazio aereo al posto dei Messerschmitt di Hitler.
Anche i catalani hanno partecipato con dovizia alla rappresentazione, urlando che Madrid è la solita prevaricatrice, che il franchismo non è mai morto, che loro hanno gli occhi azzurri e i capelli biondi come i vicini francesi, che non amano la corrida e che hanno una loro lingua.

Se non fosse stata una commedia, tutto si sarebbe fermato quando la Corte Costituzionale spagnola ha dichiarato nullo il referendum: Rajoy poteva lasciarli tranquillamente votare, ma avrebbe perso la faccia nei confronti dei vecchi hidalgo e dei nuovi sostenitori, più attenti alla torcida notturna che alla corrida. E così, qualche pallottola di gomma, qualche idiota che si è messo a sparare con una carabina ad aria compressa, ma nulla d’irreparabile, business as usual.
Inutile ricordare che la tragedia fu ben altra cosa, ottant’anni or sono: forse, l’unico particolare da indagare, rimane la possibilità di capire quali sono le vie, o meglio, le scarse possibilità d’andarsene da uno Stato sovrano, ma restiamo ancora un poco in Spagna. Pardon, Catalogna.

Ero in Spagna, anzi, Catalogna, ovverosia fra Gerona e Barcellona sul finire degli anni ’70, ospite di una delle menti più attive per l’indipendenza. Che, all’epoca, pochi consideravano: già l’essersi scrollati di dosso Francisco Franco ed il suo sodale, Carrero Blanco, tolto di mezzo dalla CIA che prese le sembianze di terrorismo basco, comunista…o quant’altro…bastava ed avanzava. Già nel 1969, il KGB faceva circolare informazioni (di fonte americana) dove si narrava di un piano per sgombrare dalla storia i vetero dittatori iberici e, finalmente, far nascere la democrazia in quei Paesi. My God, consumano troppo poco!

Il cadavere di Franco era oramai gelido, nel suo mausoleo di Los Caìdos ma il franchismo era ancora vivo e vegeto, e nessuno fiatava. Era ancora vivido il ricordo dell’ultimo morto dell’ETA, Puig Antich, che non fu garrotato perché l’Europa si oppose alla barbarie: così lo fucilarono messo “al vento” fra due alberi, legato per i polsi e le caviglie, in modo che si vedesse da lontano la sua fine. Poi, gli spararono.
Anche la mia amica, che era una fervente indipendentista, rimaneva coinvolta dal mio scetticismo: e cosa cambierebbe? Allora, riconosceva che non si può sostenere che la Catalogna fosse la più ricca terra di Spagna, che le sue industrie mantenessero il resto del Paese, poiché dietro a molte industrie catalane c’erano investimenti andalusi, degli ex hidalgo dei latifondi, che si riciclavano nella nuova Spagna repubblicana. E il Banco di Santander? Oggi è una multinazionale, ma per due secoli raccolse la ricchezza ispanica dell’America Latina. E, oggi, è al 15° posto fra le banche mondiali, quando la prima delle italiane (Intesa San Paolo) è al 26° posto.

La Spagna, e questo è il punto importante da considerare, non è come l’Italia che ricorda appena i suoi fasti Latini…no, la Spagna continua a ricevere l’eredità di un intero continente, che parla spagnolo e pensa a Madrid come al faro della sua cultura. E non solo: quanti capitali tornarono in Spagna negli ultimi due secoli!
Per questa ragione l’indipendenza della Catalogna mi sembra una melodia stonata: nata da un matrimonio fra due regnanti, da 500 anni la Spagna ha vissuto ai margini dell’Europa, con il cuore più a Caracas o Buenos Aires che a Parigi o Berlino, almeno fino alla guerra civile.

In quei lontani anni non nascondevo il mio scetticismo: vi siete appena liberati di un peso, oltre Badajoz regna ancora Marcelo Caetano, e volete già buttare altra carne al fuoco?
Ma, in fondo al suo cuore, so quel quel sogno non poteva essere sradicato, anche se non aveva molto senso. Perché il vissuto dei catalani è indissolubilmente legato alla sconfitta, e relativa durissima reazione, nella guerra civile.
Così si discuteva, fra una sonata al piano ed un piatto di riso, di fronte al mare che occupava le grandi vetrate della casa di San Antoni, ma mi rendevo conto d’essere in una situazione radicalmente diversa da quella italiana, sia per il lunghissimo passato coloniale, sia per i legami culturali ed economici che aveva lasciato: solo più di dieci dopo sarebbero apparsi in Italia i primi manifesti della Lega, quelli con la gallina dalle uova d’oro che manteneva l’Italia e un nome, quello di un solingo senatore, tale Bossi.

Ogni regione d’Europa ha i suoi vissuti, ma proprio perché svaniti nelle nebbie della Storia sono inutili, inutile ricordare Pontida, il cardinale Ruffo, i Lanzichenecchi, Garibaldi…è storia passata, che oggi non ci può dare più niente. Se volessimo fare una sfilza di nomi di chi se ne vuole andare (o si ritiene una nazione a sé stante) sarebbe lunga: baschi, catalani, bretoni, provenzali, corsi, sardi, siciliani, lombardi, veneti, altoatesini, valloni, fiamminghi, bavaresi…e le mille dispute per capire se un alsaziano è francese o tedesco? E un abitante del Saarland?
E dopo?

Un’Europa che passasse da una ventina di Stati nazionali ad una quarantina di Stati regionali, farebbe andare in brodo di giuggiole le oligarchie che ci governano: ad un fiorire di piccoli stati sovrani, dovrebbe fare da contrappeso un maggior potere centrale. Non vi basta quello che hanno? E come lo usano?
A meno d’immaginare una sorta di vestito d’arlecchino con mille confini e dazi doganali che diventerebbero delle vere e proprie gabbie per le classi subalterne, mentre per i grandi capitalisti sarebbero facilmente valicabili.

Insomma, non vi rendete conto che la questione dei “localismi”, anziché risolvere dei problemi – il famoso “ognuno padrone a casa propria” – farebbe precipitare in un “ancora più schiavo nel proprio orticello”?.
Sono soltanto delle parole d’ordine create ad hoc dalle oligarchie per spennare meglio la gente!
La Lega, tanto per essere chiari, fu creata dal sen. Miglio il quale era uno dei pochissimi italiani ad essere abbonato al Deutsche Fernsehen, la televisione tedesca. In quegli anni, la Germania non immaginava ancora che sarebbe riuscita ad assumere quella posizione centrale, e di dominio, che ha oggi nell’Unione.
Per la prima volta, dopo la 2GM, soldati tedeschi varcarono (sotto l’egida dell’ONU, ovvio) i confini nazionali per andare dove? In Jugoslavia.
La Jugoslavia fece proprio quel percorso, dallo Stato nazionale ai piccoli Stati: molti, ancora oggi, rimpiangono Tito, ma non per Tito o il socialismo titino, bensì per l’appartenenza, senza troppe discussioni, ad un’unica entità.
Così, l’idea di staccare il Lombardo Veneto balenò dalle parti di Berlino, il sen. Miglio era disponibile…perché rinunciare a provarci? Salvo, poi, fargli fare la vita che fecero gli altoatesini i quali, poco prima e durante la guerra, vendettero i loro masi per andare a vivere in Baviera, dove finirono a fare gli schiavi dei tedeschi, Ma…non eravamo tutti tedeschi? Eh no…c’è chi è più tedesco e chi meno…

Dovremmo, allora, chiederci perché appartenere a queste entità, stabilite secoli or sono da regnanti sepolti nel dirupo della Storia, cambiati da avventurieri della politica o da rivoluzionari, perché dovrei sentirmi italiano o finnico?
Non c’è nessuna ragione per avvertire un senso d’appartenenza ad una nazionalità, se non fosse per la lingua, che c’accomuna (ecco, la dimensione multinazionale della Spagna!) e che consente di non sentirci circondati da persone che parlano strani idiomi. Di là di questo, nulla.

Forse sarebbe più opportuno che rivolgessimo le nostre attenzioni ad altri fenomeni, che ci circondano, come la presenza, direi quasi opprimente, di lavoro “a tempo”: oggi lavoro alla Coop, ma domani avrò un posto nella scuola, dopodomani sarò alle Poste, poi farò la stagione turistica estiva, mentre in Inverno andrò a lavorare in una fabbrica di panettoni.
Vi sembra questo il “rispetto” per il lavoratore sancito dalla Costituzione italiana?
Oppure per gli anziani: non sono riuscito ad andare in pensione prima del “ciclone” Fornero, poi ho tentato di raggiungere i 40 anni di contributi, ma non bastavano più, e allora mi sono travestito da APE, ma mi hanno detto che i miei contributi erano troppo bassi.
Un tempo, per fare la maestra, bastavano quattro anni d’Istituto Magistrale ma – forse che finendo così presto il percorso formativo si mettevano insieme, troppo presto, gli anni per la pensione? – adesso ci vogliono 5 anni di scuola superiore e 5 anni di formazione universitaria. Per fare la maestra.

Insomma, vogliamo capire che siamo governati da un’oligarchia finanziaria internazionale, che usa le consuetudini della democrazia borghese per i suoi sporchi fini? Siccome dovremmo averlo compreso, perché perdiamo il nostro tempo per dissertare se è meglio fare i lavoratori trimestrali in Padania od in Italia? In Catalogna od in Spagna?

Molti anni fa, primordi della Lega Nord che impazzava, bar del trevigiano con due sale: in una gli operai che giocavano a boccette ed infioravano la recente vittoria elettorale di Bossi, adesso sì che vedremo, che saremo, che faremo…
Nell’altra sala padroni, padroncini, commercianti…gente che giocava a scala un tanto a punto, ma con punti “pesanti”, tanto che ogni mano biglietti da diecimila e da cinquantamila passavano di mano. Cosa dicono? Ma lasciali dire…tanto io li rimpiazzo quando voglio con due “baluba” che vengono dall’Africa o dalla Romania…lasciali dire…chiudo!

E, adesso, guardatevi allo specchio e ditemi: ci tenete proprio tanto alla vostra indipendenza e ad una nuova identità? Se ci tenete proprio, andate avanti così. A Bruxelles sorridono, contenti come delle pasque.

05 dicembre 2016

Non cambierà nulla


Quando si vince si vince per sé, quando si perde è l’Italia a perdere un’occasione: questo, in sintesi, il discorso di Renzi e le sue conclusioni.
Non esultiamo troppo: le cose rimarranno tali e quali a prima. Osservate cosa è successo in Austria: votarono e vinse il candidato europeista...già, ma scoprirono brogli – guarda a caso anche oltre Tarvisio – sulla circoscrizione estero. E sono stati obbligati a rifare le elezioni.
Il voto degli italiani all’estero è una “riserva di caccia” privata a disposizione del Governo: una mia cugina (che vive a Parigi) mi ha confessato di non essere andata a votare – “L’ultima volta che ero andata m’ero accorta che qualcosa non andava, che le comuni modalità di segretezza e di conservazione delle schede elette non erano sufficienti: in pratica, potevano fare della mia scheda ciò che volevano” – questo mi ha raccontato, senza specificare meglio.

La circoscrizione estero è, però, un modo grezzo per fare dei brogli elettorali e, per i suoi numeri limitati, può soltanto “deviare” il voto quando le differenze sono minime, pochi punti, come nel caso austriaco: la stessa trappola era pronta anche per l’Italia, difatti nella circoscrizione estero ha vinto il Sì.
Il punto dolente è la trasmissione dei dati dai seggi al ministero dell’Interno: finora non hanno osato tanto (ossia intervenire quando i dati sono contenuti nei database) – non per questioni etiche, se ne fregano – ma perché ci sarebbe troppa discordanza fra il “reale” ed il virtuale, un rischio che non possono permettersi.
In Austria hanno semplicemente corretto le procedure, per essere inattaccabili dal punto di vista formale, ma la sostanza non è mutata: se una tornata elettorale è sul filo di lana, il governo può “aggiustarla” a suo favore.
Del resto, perché non abbiamo mai votato su questioni come l’Europa e l’Euro? Datevi una risposta.
Adesso, molti si chiederanno cosa succederà.

Renzi era stato preparato per tempo a lasciare, sapeva che le condizioni economiche italiane sono così compromesse da non concedere appelli: serve un cambio d’immagine, anche l’estetica vuole la sua parte.
Passati i clamori del Sì e del No, in Parlamento s’inizierà la conta, la divisione di ministeri e le solite presidenze “succose” per un governo che dovrà gestire la “tirata” delle elezioni del 2018. Manca solo poco più di un anno.
Questo governo avrà, da parte di Francia e Germania, qualche possibilità in più: oggi l’inflazione è a -0,19%, ciò significa deflazione, recessione acclarata e provata, anche dai numeri.
Sarà concesso di più – in termini di denaro circolante, tanto per capirci – in modo da non giungere all’appuntamento elettorale “sotto” di sei milioni di voti: 6 a 4, o meglio, 19 milioni di voti a 13.
Ciò che non faranno, però, è dare a questa modesta crescita qualcosa di strutturale, giacché ciò che importa loro è proprio questo: deindustrializzare l’Italia – l’Italia non è la Grecia, è la terza economia europea – continuando ad obbedire all’accordo Kohl-Miterrand che è alla base dell’euro. Un lento dissanguamento, che sarà modestamente fermato per non giungere troppo stremati all’appuntamento elettorale.

I numeri, in Parlamento, continuano a raccontare che il PD (con gli “acquisti” e compagnia varia) è il solo a poter garantire qualcosa. Perciò, Mattarella seguirà questa indicazione.
Credo che sarà richiamato in fretta D’Alema, perché è l’uomo che sa gestire bene le situazioni come queste: Belgrado ancora ricorda.
Osservate cosa ha dichiarato Massimino:

“Il Capo dello Stato darà l’incarico a una personalità che lavorerà a misurare le disponibilità per un governo necessario al paese. Si dovrà verificare il senso di responsabilità delle forze politiche e credo che ci sia una maggioranza in Parlamento che non intenda favorire lo scioglimento irresponsabile delle Camere. Andare a votare ora sarebbe irresponsabile anche perché la Consulta deve ancora pronunciarsi sull’Italicum. E mi auguro che l’assunzione di responsabilità possa essere la più ampia possibile.”

Una sorta di passo avanti, una disponibilità chiarita: la volta scorsa furono gli USA a chiedere lui al comando al posto di Prodi (contrario alla guerra nei Balcani), e Bertinotti si prestò per la scimmiottata delle 36 ore ed altre facezie.
Oggi si fa avanti l’UE, ossia Germania e Francia che – qualora l’Italia promuovesse iniziative per la sua “exit” – vogliono evitare di rimanere col cerino acceso in mano, tanto meno ascoltare il Requiem di Mozart in presenza delle loro bare. Perché se l’Italia se ne va, crolla tutto l’ambaradan.
Cosa possiamo fare?

Una vittoria come questa del referendum, rischia di diventare una vittoria di Pirro. Perché?
Poiché l’unica forza politica ad avere in mano le chiavi per un cambiamento – ossia il M5S, non la Lega, che è un partito che si ferma a Bologna, oltre non va – non sa decidere, non presenta un programma, non fa capire quali saranno le sue priorità di governo.
Segue questa strategia poiché è quella che più garantisce consensi: il voto a Grillo è un voto di protesta, in quel partito manca totalmente una democrazia interna e non c’è una fase propositiva che conduca ad un programma.
Finché resto sul vago – sembra raccontare Grillo – chi è deluso mi vota. Certo.
Cosa farai, però, quando ti toccherà stringere delle alleanze e confrontare i programmi? Non vorrai mica aspettare il 51%, vero? Non ci arriverai mai.

Manca poco più di un anno alle elezioni: cosa sceglierai?
Euro o no Euro?
Europa o tentativi di alleanza con le economie del Sud Europa?
Grandi investimenti sulle energie rinnovabili, compresi piani industriali su progetti innovativi?
Una bella “falciata” sulle amministrazioni locali?
Il taglio delle spese militari, eliminando tutte le spese solo utili per essere lo schiavetto della NATO?

Se, oggi, non comincia un dibattito interno su questi argomenti (ed altri), è del tutto inutile aver vinto questo referendum, poiché un voto di protesta che non trova proposte politiche, s’affievolisce e muore come un fiore senza terra cui crescere. Pensaci.

20 novembre 2016

Se Renzi volesse...o potesse, o sapesse...

Il nuovo palazzo della Regione Lombardia a Milano

Se Renzi non fosse un burattino nelle mani del potere finanziario e delle burocrazie europee, non si sarebbe mai sognato di progettare una riforma costituzionale: avrebbe continuato a giocherellare con la sua immagine, con l'album delle sue figurine. Invece, gliel'hanno ordinato, e lui obbedisce.  Penso che nemmeno questa volta la riforma passerà – a meno di clamorosi brogli: hanno assoldato legioni di scrutatori “embedded” – poiché il popolo italiano è stanco e sfiduciato, e non è scorretto “vendicarsi” sul referendum, poiché quando le leggi elettorali sono delle truffe incostituzionali, si combatte come si può, anche a suon di sberleffi (pensate cos’hanno fatto gli americani ad Hillary!).

Eppure, una riforma del Parlamento e delle amministrazioni periferiche sarebbe necessaria: siamo certi che, se il popolo  avvertisse davvero che si tratta di una consultazione (e non di un voto basato su ricatti e frustate, come al solito) risponderebbe diversamente, poiché gli italiani – almeno in larga parte – non sono degli stupidi. Proviamoci va, tanto siamo certi che non ci ascolteranno mai, ma qualcuno che ascolta ci sarà, ed a noi basta.

Gli scopi di una vera riforma devono essere due: risparmi sui costi inutili ed una maggior efficienza verso i cittadini, cosa fattibilissima e, proprio nello spirito del dibattito democratico che Renzi non attua, il quadro che seguirà spero che servirà come base di discussioni, ovviamente motivate.

Il Parlamento

Fino al 1990 (circa) il sistema era bloccato dalla Guerra Fredda e dalla divisione in blocchi: Camera e Senato erano delle fotocopie, e dunque il sistema reggeva, anche se era inutilmente duplicato. Oggi, siamo al parossismo: per composizione, sono quasi due diversi parlamenti e ciò deriva da leggi elettorali sconsiderate. In questo quadro spadroneggiò un Presidente-padrone – Napolitano – ed oggi regge solo per la presenza del muto Mattarella: la “riforma” l’hanno già attuata e il Parlamento non conta più niente, il vero potere è del governo, grazie all’uso sconsiderato del decreto-legge.
Non servono due Camere, né serve creare una camera dedicata alle amministrazioni locali, poiché – inevitabilmente – entrerebbe in conflitto con la camera “nazionale”.
Piuttosto, serve una Camera che lavori e, per lavorare bene, ha bisogno del costruttivo apporto della Corte Costituzionale e di un Presidente dotato di parola: doppia lettura per ogni legge, inframmezzata da un'analisi dei costituzionalisti – per evitare di avere parlamenti e leggi incostituzionali, come oggi avviene – quindi recepire, nella seconda lettura, i “paletti” costituzionali e valutare anche le note a margine, non obbligatorie. In circa sei mesi una legge sarebbe pronta: una buona legge, che non sarebbe necessario emendare il giorno dopo, soprattutto se si tornasse a legiferare per comparti omogenei, non inserendo un comma sugli allevamenti di mucche da latte nella riforma dell'esame di maturità.
Sui numeri e sugli eletti del Parlamento, torneremo dopo.

Le Regioni

Fino al 1980 circa, le Regioni non esistevano: inserite nel 1970, solo dopo un decennio iniziarono a far sentire il loro peso. Quasi sempre funesto.
Proprio ieri sera parlavo con un funzionario regionale, il quale mi confessava che le Regioni – pur dovendo amministrare vasti territori – sono schiave di una incommensurabile forza centripeta. Se il 100% vige a Milano, a Brescia è soltanto più un 50%, mentre in Valcamonica quasi si perdono le opportunità, le notizie...pur vivendo nel Web 3.0. Inutile: ogni livello cerca d'ottenere qualcosa per sé, per la propria parte politica o affaristica (spesso multi-partitica) ma, soprattutto, sul proprio territorio. Ovvio che il territorio dove sorge il capoluogo è il più avvantaggiato: ne abbiamo visto i frutti, in termine di malaffare, sotto tutti i cieli.
Sinceramente, non riesco a trovare un solo vantaggio, una sola opportunità in più offerta dalle Regioni, anche se tutte fossero equiparate a quelle autonome. E’ il sistema che non funziona: le Regioni hanno canali diretti con l’UE e li adoperano per dirottare fondi destinati verso l’occupazione e la piccola impresa verso i vari carrozzoni controllati dalla politica. In questo senso, sono un vero e proprio danno: l’unica soluzione è gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, senza ripensamenti.

Le Province

Siamo giunti al parossismo: dopo avere strombazzato ai quattro venti l’eliminazione delle Province, nel 2016 si sono tenute – lo dico per coloro che non se ne sono accorti – le Elezioni Provinciali. Elezioni di “Secondo livello”, le chiamano, ovverosia i sindaci ed i consiglieri comunali votano una sorta di Presidente della Provincia con gli assessori – senza emolumenti, per carità! (e i gettoni di presenza? A quanto ammontano?) – i quali avranno il compito...di gestire l’azzeramento delle Province! Per quando? Non si sa: immaginiamo non prima del 2050...
Se volete, leggete il mio ultimo articolo e capirete che razza di sordida cloaca siano diventate le amministrazioni provinciali “rinate”: non per questo, però, l’impianto napoleonico è da buttare.
Per come stanno le cose oggi, però, c’è da buttare il bambino, l’acqua del bagnetto e spaccare pure la vaschetta.

I Comuni

Non so da quanto tempo non vi recate in Comune: non un grande Comune, cittadine di qualche migliaio d’abitanti o poco più. Un tempo, c’erano un paio d’impiegati all’anagrafe, il vigile od il messo, un’impiegata all’amministrazione, il geometra, il segretario o poco più. Osservate oggi.
Decine e decine di persone che volteggiano, girano, salgono e scendono scale, cercano qualcuno, telefonano, fotocopiano, consultano, lavorano al computer...ma cosa fanno?
Il lavoro glielo trovano – sicuro – con tutto l’ambaradan di nuove leggi e leggine che mutano ogni mese...ma...a cosa serve tutto quello sciame di api operaie ronzanti?
In fin dei conti, e mi dispiace dirlo per chi crede di svolgere un’attività socialmente utile, servono a mantenere una base elettorale sicura, tramite il favore, la raccomandazione, il posto sicuro. Per questa ragione i Comuni hanno piante organiche sempre più ampie.

In Italia, ci sono quasi 10.000 comuni. Una decina sono città di rango internazionale, altre duecento circa hanno importanza nazionale poiché sedi d’industrie, città d’arte, snodi ferroviari, porti, località turistiche, ecc.
Circa 9.000 Comuni sono, in gran maggioranza, borghi agricoli dove l’agricoltura sta morendo per mancanza...d’agricoltori! A differenza della Francia e della Germania – che hanno pressappoco un agricoltore sotto i 35 anni contro un altro 65enne, un rapporto di sostituzione di 1:1 – in Italia il rapporto è di 8:1, ossia 8 vecchi per un giovane.
Inutile ricordare che, ogni anno che passa, si riducono le superfici coltivate ed i boschi avanzano, inesorabili: ciò è dovuto, principalmente, alla mancanza d’idee, poiché le idee fanno impresa, generano ricchezza. E, non dimentichiamo, la ricchezza – sia essa legno o grano, oro o pirite – si trova nel territorio, non in piazza Navona.

L’ampiezza di un Comune non supera le decine di chilometri quadri: estrema frammentazione del territorio (per ragioni storiche), fra i più densamente popolati del pianeta. Oltre il confine, segnato a volte da un fiume, altre da un semplice cartello affisso nella pianura c’è un altro Comune, magari differente per Storia e monumenti, ma identico per territorio, per bisogni, per possibilità.
Il Comune, oggi, non ha fondi da destinare a nulla, se non alla propria sopravvivenza: le frane richiedono anni di lavoro, perché bisogna aspettare che la Regione stanzi, che la Provincia approvi...e così via. E le transenne restano, perché i fondi devono andare al sostegno elettorale, che gli frega a loro se noi bestemmiamo, fermi al semaforo della frana.

Un tentativo di riunire più Comuni, per lo più accanto ad aree urbane, fu portato a termine durante il Fascismo, ma non in molte realtà: l’esempio genovese è forse il più “classico” come esempio, laddove i comuni di Voltri, Pegli, Sestri, Pra, Nervi...eccetera...divennero la “grande” Genova.
Nessuno, però, ha mai immaginato di riunire più Comuni distanti da una città in realtà amministrative autonome, realtà omogenee per territorio ed attività economiche: un’intera vallata, ad esempio, oppure una porzione di pianura fra due fiumi. Cosa porterebbe?

Quanto costano oggi

Ogni lavoratore o pensionato paga, annualmente, circa 700 euro per le amministrazioni locali (Regioni e Comuni): siccome gli occupati sono 22 milioni 498 mila ed i pensionati 15,8 milioni (fonte: ISTAT), paghiamo per queste istituzioni circa 26 miliardi l’anno. Cifre da legge Finanziaria: tanto per fare un paragone, il governo Renzi ha stanziato, quest’anno, 7 miliardi per le pensioni, che è uno dei maggiori stanziamenti dell’attuale legge. Ma non finisce qui.
Mancano le Province, che si approvvigionano tramite una quota sulle assicurazioni auto più le onnipresenti multe, diventate un vero cespite anche per i Comuni: ci sono Comuni che inseriscono nel bilancio di previsione la quota percentuale di quanto dovranno aumentare nell’anno successivo! Il “crimine” previsto, quantificato e tollerato.
Bolli, tasse, addizionali, TARES, TARSU, TOSAP...è difficilissimo stimare quanto costano queste amministrazioni, poiché – ad esempio – in quello delle Regioni c’è da conteggiare la Sanità, in quello delle (ex?) Province gli interventi di manutenzione delle scuole...qualcuno ipotizza addirittura un costo totale di 90 miliardi l’anno...ma non ci sono cifre certe...è proprio necessario?

Premetto che le ipotesi che seguiranno sono pensate per l’attuale situazione, vale a dire la presenza dell’UE anche se, personalmente, credo che uscire dall’Europa e dall’Euro sarebbe la prima e più necessaria medicina: non perché un impianto europeo sia disdicevole, ma nelle mani di questa gente – e per come è stato pensato e realizzato – è una vera iattura.

Ipotesi di discussione

Accorpando in gruppi di 15-20 Comuni i circa 9.000 piccoli comuni italiani, si otterrebbero 450-600 unità territoriali – Comunità, Distretti, Comprensori, Dipartimenti, mini-province...chiamateli come desiderate – le quali avrebbero a disposizione (osservando le attuali piante organiche) almeno 100-200 dipendenti fra impiegati, operai, vigili, ecc, quali sarebbero i vantaggi?
Venti cantonieri che spingono una carriola raggiungono gli stessi obiettivi di venti cantonieri – provvisti dei necessari macchinari – che riparano una frana? Od una perdita d’acqua? Oppure tagliano alberi caduti? Lo stesso dicasi per gli impiegati, i vigili, ecc: si potrebbero ottenere non dei risparmi di scala, bensì dei vantaggi di scala. Senza dimenticare che, per gli aspetti amministrativi, già oggi (vedi Germania) è possibile inviare e ricevere documenti via Internet, comodamente da casa.

Ogni Comunità avrebbe un Consiglio ed un Presidente, ed eleggerebbe un parlamentare ogni cinque anni: una sola giornata elettorale ogni 5 anni, fine delle elezioni ogni anno. Se ci pensate, la pratica delle elezioni “frazionate” è soltanto una necessità degli attuali partiti: quella di controllare continuamente i rapporti di forza. I costi delle elezioni? E che gliene importa a loro?
Nei vecchi Comuni rimarrebbero un modesto ufficio per le pratiche più comuni: anagrafe e poco altro e le Pro Loco, organismi nati dal basso dove si creano, con la sperimentazione per la valorizzazione del territorio, i futuri amministratori e politici.
I comuni di “cintura” alle grandi città diventerebbero quartieri della città stessa, ovviamente.

Ogni Comunità dovrebbe essere dotata di una piccola astanteria (10-15 posti letto) per le emergenze, mentre la Sanità “maggiore” – i grandi ospedali – tornerebbero sotto lo Stato: riflettiamo che, prima della riforma, mantenevamo un Poggiolini (l’ispettore dei farmaci con i lingotti d’oro sotto il divano), oggi ne manteniamo venti, uno per Regione.
Inserendo come capoluogo la cittadina più grande e popolosa, le scuole già ci sarebbero: sarebbe poi compito delle amministrazioni occuparsi di completare gli iter formativi, secondo le esigenze.
Molto importante creare una giustizia locale per il “piccolo cabotaggio”: incidenti di varia natura, piccoli furti, sfratti, separazioni, confini, ecc. lasciando i compiti più difficili, le inchieste ecc. nelle mani dei giudici nei grandi tribunali: tornerebbe, rivisitata, la figura del pretore, giudice monocratico e, nella nuova riforma, unico grado di giudizio (al massimo, un ricorso ad un altro pretore). La giustizia spicciola, grosso modo, funziona così in Gran Bretagna.

Dal punto di vista fiscale, sarebbe necessario un ribaltamento delle attuali prassi: stabiliti i costi generali dello Stato (ossia Difesa, Giustizia, Sanità, Scuola) – anno per anno, e dando potere esecutivo alla Corte dei Conti di limitare gli “incrementi” – tutte le altre entrate rimarrebbero alla Comunità.
In questo modo, le Comunità avrebbero fondi propri per gli investimenti sul territorio, oppure potrebbero optare per un ridimensionamento del prelevo fiscale.
Le grandi città, all’opposto, vedrebbero frazionata la loro gestione: pur mantenendo un Consiglio Comunale (per il controllo e la supervisione generale), il vero potere (ossia i soldi) andrebbero nelle mani delle Circoscrizioni, ovvero dei quartieri, in base alla popolazione residente. In questo modo, non ci sarebbero più quartieri poco popolati che fanno la parte del leone e quartieri-dormitorio che si dividono le briciole.
Anche in questo caso, vigerebbe il federalismo fiscale sopra esposto, mentre tutte le leggi elettorali sarebbero proporzionali, senza nessun premio di maggioranza e con uno sbarramento al 3%.

Il nuovo Parlamento

Il Parlamento, rimasto unica camera di rappresentanza, dovrebbe lavorare, e parecchio. Una settimana lavorativa di cinque giorni (Lunedì-Venerdì), non come oggi (Martedì-Giovedì): per contrappeso, la quarta settimana del mese rimarrebbe chiuso, cosicché i parlamentari possano tornare nei collegi ed ascoltare le novità, le richieste, i bisogni...partecipando, in veste d’uditori, alle riunioni del Consiglio di Comunità.
Oltre al referendum abrogativo – senza quorum (c’è forse un quorum per le elezioni?) – sarebbe necessario il referendum propositivo: 500.000 firme, ma un anno di tempo per raccoglierle, ed il parlamento sarebbe obbligato ad esaminarlo subito, non infilarlo nel cassetto “ricordi e depositi” come fanno per le leggi d’iniziativa popolare.
Sarebbero da riformare anche i regolamenti parlamentari, l’abuso del decreto-legge nella formazione delle leggi e molto sulla Giustizia, ma sono argomenti che esulano da questa trattazione.

Conclusioni

A qualcuno sembrerà l’uovo di Colombo, ad altri un sistema irrealizzabile, ad altri ancora una schifezza: provate a ragionare, io propongo un sistema che dimezza i costi centrali e sopprime due amministrazioni locali su tre. Quanto il risparmio? Non so darvi una cifra certa, ma valutabile nell’ordine delle decine – forse centinaia – di miliardi l’anno.
Ed una maggior efficienza, di questo sono sicuro. Perché?

Poiché le cose, nelle amministrazioni locali, non vanno come (forse) pensate: ossia, l’assessore comunale all’ambiente si reca dall’assessore provinciale, il quale telefona all’assessore regionale e combina un incontro col ministro dell’Ambiente. Manco per idea.
L’assessore comunale all’Ambiente va da suo cugino, l’assessore provinciale ai Trasporti, il quale contatta il suo ex compagno di scuola, che è assessore regionale alla Sanità. L’idea, se buona – ossia se rende dei soldi – viene portata avanti calcolando da subito la divisione del malloppo, magari se si riesce a fare a meno del ministro anche meglio, perché quello non lo liquidi con due spiccioli.

Idee come quella delle “macro-regioni” – ricordando il sen. Miglio – sono inutili: anzi, complicano le cose. La gerarchia, soprattutto oggi, con la velocità dell’informazione, è un inutile orpello: è un retaggio del nostro modo di pensare, un ricordo al quale siamo legati.
Nella suddivisione dei fondi europei, la Spagna ed il Portogallo si presero (anni ’80-90) anche la parte che l’Italia non riusciva a spendere, perché l’Italia convogliava i fondi nella “catena” amministrativa, gli iberici avevano uffici centrali. Fu un caso (forse ancora abituati a stati fortemente centralizzati?) che li favorì, mentre l’Italia perse tutte le occasioni nelle quali i nostri ladri di polli non riuscivano a trovare un accordo per la spartizione. I famosi capannoni abbandonati, ricordate?

Non vi è nulla di più diretto e senza intoppi che un ufficio – corrispondente alla commissione parlamentare – il quale riceve dei piani d’intervento, richieste di fondi (motivate) e quant’altro: devono solo lavorare, di certo non andare ai talk-show.
Per evitare il noto fenomeno del “approvo per la maggioranza, respingo per l’opposizione”, tutti i provvedimenti di spesa per le amministrazioni locali sarebbero racchiusi in una, unica legge di spesa: una a trimestre, ad esempio, cosicché si approverebbe o si respingerebbe in blocco. In commissione è più facile accordarsi (in un parlamento che funzioni, si fissano delle regole e ci si attiene ad esse), mentre in aula bloccare è facilissimo.
Inoltre, per la corruzione, vi sarebbero solo due livelli da controllare: più facile da vigilare, meno complesso: in fin dei conti, lo stato napoleonico era molto simile, e Napoleone era una persona di un’intelligenza straordinaria. I francesi, per due secoli, non sono riusciti a demolire l’impianto napoleonico: comunque, oggi, les voleurs de poulets français ci stanno riuscendo, anche loro stanno per aggiungere il livello regionale.

Vorrei solo far notare la differenza fra un impianto federalista e la mia ipotesi: qui si tratta di tornare a dei valori e dei comportamenti che la Lega ha sempre strombazzato, ma ai quali non ha mai creduto. Basta riflette sulle “grandi verità” sbraitate a Pontida e la misera fine di Bossi, che regnava su un partito nel quale i parlamentari “romano-acquisiti” (“Roma Ladrona”: i romani non si offendano) si spartivano mazzette a iosa. Quelli buoni, dalla Lega se ne andarono già prima del 2000.
Ossia, non si tratta di costruire un impianto gerarchico “locale” bensì di spazzarlo via: un filo diretto, al posto di una sequela di “prolunghe” macilente e poco sicure. Di certo, la politica nelle Comunità dovrebbe essere di alto livello, perché è lì che si faranno le scelte politiche importanti: non la “giornata della fertilità”, ma come dare un assegno sicuro alle future madri e la certezza di ritrovare il proprio lavoro dopo il parto, indipendentemente da razza, religione, condizione sociale e moralità. Così recita la nostra Costituzione.
Dovrebbero, inoltre, essere aboliti tutti i finanziamenti ai media – Tg, giornali, ecc – cosicché la stampa diventerebbe – finalmente – libera (e responsabile): non ci sarebbero più i Renzi in Tv dall’alba al tramonto né gli “editti bulgari”.

Già conosco le vostre obiezioni: se non sono onesti...certo, lo so anch’io...se non si riforma la moneta...sicuro...se c’è l’Europa di mezzo non c’è niente da fare...ma certo...e allora? Che facciamo? Avete una katana per fare karakiri tutti? Altrimenti vi presto la mia: se volete passarvela...scherzo, ovviamente.
Facciamo circolare delle idee, non possiamo fare altro – per ora – però un terzo dell’attuale parlamento è costituito da neofiti, gente che reputo onesta (forse esperta e capace un po’ meno, ma non importa) con una direzione politica un poco arruffona (più facile dal palcoscenico, vero Beppe? Ti capisco...) ma, tutto sommato, è una nuova realtà che appare...non sappiamo ancora come andrà a finire. Magari il bicchiere è mezzo pieno e non ce ne accorgiamo.

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, ma non voglio abusare della pazienza di chi mi ha seguito fin qui: andiamo a buttare in faccia al ragazzino di Rignano la sua pasticciata e clientelare “riforma” con un NO, senza ripensamenti e paure di buttare “un’occasione”. Questa riforma non è nulla: è fuffa, è truffaldina, aumenta le spese invece di diminuirle.
Grazie per la vostra attenzione.

02 ottobre 2016

Avvoltoi e colombe allo sbando



Me lo immaginavo: ci voleva poco a capirlo. Quando mai una persona intelligente e riflessiva ce la fa a sconfiggere, in un pubblico dibattito, un paesano un poco coglioncello ma deciso a vincere, perché quel “vincere” non significa mostrare qual è il bene del Paese, bensì lo spessore (futuro) del proprio portafogli? Mi dispiace prof. Zagrebelskj, ma oggi lei ha capito che la Tv non è un convegno accademico. Unico guaio, lo ha capito di fronte a milioni d’italiani, non ad un centinaio di suoi colleghi. Proverò a rimediare, usando i miei mezzi, molto diversi dai suoi, in difetto ed in eccesso.

Quando si ha a che fare con spadaccini di epoche diverse, caro professore, è inutile presentarsi al duello muniti di un raffinato fioretto settecentesco, soprattutto quando l’avversario usa una rozza daga del Duecento, che al primo colpo ti spacca il cranio in mille pezzi. Meglio, allora, usare il cosiddetto “metodo Indiana Jones” (al mercato del Cairo), ossia una ancor più rozza Colt 45 (a distanza di sicurezza).

Davvero, professore, lei pensava che il nostro si fosse preparato come ad un esame, e le avrebbe concesso il privilegio del rango, ossia lo scranno più alto? So che sarà dura da digerire, ma glielo dico lo stesso: il gelataio di Rignano, la Costituzione, l’ha forse letta per l’esame di terza media, ma non se la ricorda, se non per sommi capi. Tutto l’ambaradan, l’hanno creato stuoli di specialisti in Diritto (in)Costituzionale, come suggerito dalle burocrazie europee e dalle principali banche d’affari del Pianeta, di qua e di là dell’Oceano. Stupito? Spero di no. Lo so, costa caro accorgersene dopo.

In fin dei conti, il nostro toscanello ha preso lezioni dall’uomo di Arcore quando era ancora al governo – il quale confessava “eh, se fosse con noi quel ragazzo…” – ma Silvio: è con voi, almeno con te, se non in corpo (tessera, ecc) almeno in spirito! E’ il tuo figlioccio, l’erede che avresti sempre desiderato per la tua Forza Italia, magari da rinominare in Forza Gnocca Italica!
Non è forse stata una tua battuta – più l’acquisto di qualche giocat…pardon parlamentare, dal Milan a Montecitorio, tutto un solo affare: basta vincere! – a cambiare la storia della Repubblica? Non fu quel “vi toglierò l’ICI” (pagato, poi, con 8 miliardi presi dalla demolizione della scuola italiana) a trasformare una sconfitta in pareggio?
Professor Zagrebelskj, se un italiano ha letto l’Ulisse di Joyce, gli altri nove – ne sia sicuro – hanno tutti comprato le barzellette di Totti! Lo so, lo so…ma cerchi di adeguarsi, perdio!

Siccome io non ho letto né l’uno né l’altro, proverò a raccontare una storia che i media non hanno mai raccontato, della quale nessuno (o pochi) erano a conoscenza, perché c’è stato il silenzio totale, l’esilio della parola! Che combinazione!

Era lo scorso Aprile, quando m’accorgo che la mia pensione è calata di quasi 50 euro. Ohibò, mi son detto: vuoi vedere che Boeri m’ha fregato la pagnotta? E per darla a chi?
No, non era Boeri. Era lui, l’omiciattolo di Rignano: sì, quello che ha pure vinto al Rischiatutto.

Erano, semplicemente, aumentate le trattenute per gli Enti Locali – Regioni, Province, Comuni…ma com’è che le Province ci sono sempre, non le avevano abolite? – come si può evincere dal confronto fra i due cedolini, quello del 2016 e quello (seguente) del 2015.

Rata di Aprile 2016

R I T E N U T E ADDIZIONALE COMUNALE : -16,70 SCAD. 11/2016
ACCONTO ADDIZIONALE COMUNALE : -7,03 SCAD. 11/2016
ADDIZIONALE REGIONALE : -44,08 SCAD. 11/2016

Rata di Aprile 2015

R I T E N U T E ADDIZIONALE COMUNALE : -10,04 SCAD. 11/2015
ACCONTO ADDIZIONALE COMUNALE : -3,01 SCAD. 11/2015
ADDIZIONALE REGIONALE : -20,33 SCAD. 11/2015

Totali:
Addizionali 2016: 67,81
Addizionali 2015: 33,38
Differenza: 34, 43

Siccome il pagamento è “spalmato” in 10 mesi, l’aumento dell’esborso totale sarà di 344 euro e 30 centesimi. Un aumento di “solo” il 102% ma tranquilli, non rientra nel cosiddetto “paniere” e, dunque, non ci sarà nessun aumento dell’inflazione.
Sull’ammontare netto della mia pensione, fanno 34 euro il mese in meno da spendere (in totale, elargisco mensilmente alle loro Maestà Locali 67 euro), oppure, se preferite, diciamo che si sono inventati un bel “2 per mille” (circa) in più da salassare agli italiani.
Quanto ha incassato Renzi?

Siccome gli occupati sono 22 milioni 498 mila ed i pensionati 15,8 milioni (fonte: ISTAT), si fa presto a fare il calcolo:

Occupati: 7.746.061.400 euro
Pensionati: 5.439.940.000 euro
Totale: 13.186.001.400 euro

13 miliardi, nel completo silenzio degli organi di comunicazione!

Professor Zagrebelskj: ma ha capito con chi abbiamo a che fare? Cosa vuole che gliene freghi a uno così se lei, timidamente, gli fa notare che “riforme conservative che servono a blindare un sistema oligarchico sempre più tipo governativo e meno parlamentare”? Non ha ancora compreso che Renzi (e gli altri parvenu dell’attuale politica) mirano proprio a cancellare la parola democrazia, per promuovere l’oligarchia di pochi, che il parlamento potrebbe anche non esserci – per loro – e tutto andrebbe meglio? L’importante, per Renzi, non è governare: è fregare gli elettori in tutti i modi, per poi correre a presentare l’ultima collezione di Armani su Vogue! Non ha visto come ha fatto per la tassa sulla RAI? Che tu ce l’abbia oppure no, paghi ugualmente! I rimborsi? Ah, ah, ah…E noti che, proporzionalmente, la tassa per gli Enti Locali la pagano anche i pensionati al minimo! Si tolga le pelli di salame dagli occhi, finalmente, e guardi chi ha di fronte! Quel bamboccione tirato su a merendine, oggi, è l’alfiere degli interessi mafiosi! Il Ponte sullo Stretto, allora?

Non ce l’ho con lei, professore, però impari la lezione: i mezzi di comunicazione cambiano, e lei è una persona ancora nata sotto il segno della Radio: non è colpa sua, sono l’età e la sua formazione, era destinato a perdere.

Non si può essere, invece, così veniali con Mentana che si è guardato bene dall’invitare uno degli abili polemisti dei 5Stelle – Di Battista, od altri – che avrebbero dato del filo da torcere a Renzi, abituato a seguire alla lettera le indicazioni degli spin doctor. Perché l’unico modo per sottrarsi alla ragnatela degli specialisti della comunicazione guidata è quello d’improvvisare qualcosa di non prevedibile, come ci ha insegnato Berlusconi con il suo “vi toglierò l’ICI”.
Poteva chiedere a Renzi, ironicamente, se l’approvazione del Ponte sullo Stretto fosse da richiedere alla Camera (come organo unitario) oppure al nuovo “Senato Regionale”, come elemento competente per gli affari locali. Oppure, sulla falsariga dell’esempio riportato sopra, se gli emolumenti per gli Enti Locali saranno di competenza della Camera o del Nuovo Senato. Spiazzarlo, possibilmente, farlo arrabbiare.

Ma questo non faceva parte del suo incedere, della sua “etica della comunicazione” – potremmo dire. Cosa della quale, Renzi se ne frega altamente. E viene da chiedersi perché al fronte affaristico/bancario – che ha bisogno di rimuovere le garanzie costituzionali, e s’affida a Renzi – si risponde con questi flebili lamenti, pescando nella geronto…qualcosa. Mi dispiace dirle queste cose, professore, e comprendo il suo (probabile) sconforto, ma io – quando osservo qualche baldo giovane tirare quattro calci al pallone – mi chiamo fuori, e con dolore: l’ultima volta che ho ceduto, sono stato per quattro mesi sul lettino dell’agopuntore.
E’ come ad un esame, quando “non va”: lei lo sa bene, vero? Si prende il libretto fra le mani, lo si scorre distrattamente, poi la frase di rito: “Guardi…non mi pare che lei abbia raggiunto una preparazione sufficiente…torni alla prossima sessione…”

Già…solo che alla sua età non serve una nuova sessione…grazie per il lavoro teorico svolto per la difesa della Costituzione, ma quando c’è da combattere…lasci spazio a qualcuno più giovane e grintoso di lei! A chi conosce meglio i meandri televisivi…è così…non serve più convincere, ma solo vincere. Malatempora currunt, e nei tempi bui si va di mazza, non di fioretto. Saluti, professore.