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23 maggio 2021

Cloaca Maxima Parlamentarum

 

Mentre la società  Autostrade ancora in mano a Benetton si frega le mani contenta, perché la società è stata quotata 9 miliardi (prima era “solo” 7), si sentono urla sconnesse, dissenzienti, consenzienti e incomprensibili (ma comprensibilissime) sulla “salvaguardia” del patrimonio artistico da parte di Franceschini. Parliamoci chiaro: non è che Franceschini s’è buttato a corpo morto contro le colate di cemento, il primo esempio che ha menzionato riguarda solo i pannelli solari (ma giungeranno anche le “pale eoliche”) perché il paesaggio italiano va protetto da questi scempi. Pannelli solari e pale eoliche. Per le migliaia di ripetitori delle antenne Tv manco una parola, quelle abbelliscono le torri medievali, mica le rovinano: le portano sulle Tv di tutto il mondo.

Sull’altro versante, Benetton è soddisfatto perché la società che prenderà in mano la Cassa Depositi e Prestiti vale 9 e non 7, due miliardi di più in saccoccia, mentre tutti conoscono il reale valore attuale della società Autostrade: 0, zero, null.

Nella maggior parte dei tratti appenninici si viaggia a corsia unica: un bell’espediente per mascherare che le perizie eseguite dopo il ponte Morandi hanno segnalato che la tenute dei piloni di sostegno sta crollando: lo aveva già segnalato l’ing. Morandi in persona: il ferro-cemento dura 50 anni, non di più. Difatti, in tutta Europa e negli USA si usava l’acciaio – e di quello buono, non come quello marcio delle cerniere del MOSE che oramai è da buttare – mentre da noi faceva scempio quel cemento, fatto di acciaio di merda e tanta sabbia, così si guadagnava di più.

Un bell’espediente, dicevamo, perché si paga il pedaggio intero e ci si va ad incolonnare in una corsia unica per ridurre le masse, ma ai politici non interessa: viaggiano in aerei di Stato, in elicotteri di Stato, in auto con la sirena dello Stato.

La situazione è disperante: lunghi tratti che vanno completamente rifatti, viadotti da abbattere e ricostruire, altri dove solo i piloni vanno rifatti…e c’è sempre la Salerno-Reggio, 400 chilometri di non-autostrada da ricostruire. Uff – pensa Benetton asciugandosi il sudore dalla fronte – l’abbiamo scampata bella…adesso ci penserà lo Stato a rifarle e poi un giorno, quando saranno di nuovo a posto…magari i miei nipoti…

Per capire il disastro italiano bisogna capire Roma, e su Roma ci sono due graffiti illuminanti che vanno considerati ed attentamente ascoltati: il film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino ed il libro “Peccati immortali” di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone.

Solo attraverso questi mezzi si può comprendere mio padre, che restò basito quando consegnò l’assegno per il soggiorno a Roma (senza ricevuta, ovvio) – a due passi dal Vaticano – e la suora sudamericana, senza vergogna, lo infilò nel reggiseno, continuando poi “Se prima di partire volete assistere alla Santa Messa, fra 5 minuti inizia”. Mio padre, basito, mi rispose sottovoce: “L’ultima volta che ho visto  fare quel gesto fu da una puttana, poco dopo la guerra.”

Ma queste sono inezie, perché ci si dovrebbe chiedere come mai dei parlamentari 5S siano favorevoli al Ponte di Messina o, al contrario, come mai negli anni di governo non sia mai stato dato il via al primo campo d’aerogeneratori in mare aperto. La realtà è che, se qualcuno li fa, sono soltanto le mafie tramite i loro contatti con la Lega ex Nord. Ed oggi, dovremmo ricordare Falcone e Borsellino? Chi ha veramente vinto?

Paradossale, è che le “regole” imposte da Grillo ai suoi parlamentari siano state proprio le norme che hanno contribuito al disastro totale: come si può pensare – nella Cloaca Maxima Parlamentarum – potessero sopravvivere dei giovanetti cresciuti ad hamburger e Coca-Cola al Mac Donald?

Il vero potere abbisogna di reclute sempre nuove per mandare avanti il teatrino della democrazia: altrimenti, dove troverebbero gente acquiescente per ogni misfatto legislativo?

Con la certezza di non poter essere rieletti dopo il secondo mandato – e già infastiditi dal “obolo” da fornire obbligatoriamente a Casaleggio (non potevano prendere il contributo statale come gli altri?) – si sono sciolti in mille rivoli, tutti di corruzione che oggi non è ancora evidentissima, ma nei prossimi mesi dilagherà per tutto il Parlamento.

Giunti a Roma, e senza la minima protezione (impossibile da attuare), sono finiti nelle mille feste romane, hanno assaggiato i festini hot a base di cocaina e di “smutandate” e sono rimasti traviati: in fondo, già aspiravano a diventare come quel tizio che passava dal Mac Donald, ma di rado, perché si diceva che…

Buon lavoro, Giuseppe Conte: nemmeno le regole staliniane hanno funzionato, e non saprei nemmeno dare un consiglio. Spostare Parlamento e Governo a Camaldoli? Chissà…

06 gennaio 2021

Sanità e Recovery Plan: che fare?

 

Harley-Davidson 1947

La novità che il Covid-19 ci ha portato non è stata soltanto l’epidemia in sé, bensì prender atto che siamo esposti – e lo saremo ancor più in futuro – a malattie nuove, portate dall’incommensurabile miscuglio di molecole che stanno tutte nel posto dove non dovrebbero stare, ossia nell’acqua, nell’aria e sulla terra.

Per troppi anni ci siamo illusi che i parametri di “massima allerta” – fissati dal genere umano – potessero salvaguardarci da guai futuri ma, anche per la leggerezza con la quale sono stati by-passati con un’alzata di spalle, la realtà, oggi, ci sbatte contro il muso tutte le nostre boriose sentenze.

E, premetto, qui non si tratta solo della tanto vituperata C02, bensì di una marea di composti che viaggiano, indisturbati, intorno a noi e che rilasciati nel “brodo primordiale” degli oceani finiscono per essere in contiguità con le più semplici molecole che possono entrare in contatto con il nostro metabolismo: i virus.

 

Se torniamo indietro nel tempo – non tanto, solo dall’inizio dell’ultimo periodo interglaciale, circa 10.000 anni fa – scopriamo che soltanto da un secolo, massimo un secolo e mezzo ad esser “larghi”, abbiamo iniziato questo perverso percorso.

Per 10.000 anni l’equilibrio fra la specie umana e le malattie è stato sempre il medesimo: sappiamo che in epoca augustea la peste dilagava nel quartiere greco di Roma, e per secoli e secoli – insieme al colera, al vaiolo, al tifo ed alle malattie esantematiche – le malattie condussero più volte verso il limite dell’estinzione. Ci vollero due secoli, ad esempio, perché Torino tornasse al numero d’abitanti che aveva prima del 1629, quando iniziò la celebre epidemia di peste citata dal Manzoni.

 

A metà Ottocento, però – dopo un secolo di lavoro complicato da informazioni frammentarie e talvolta errate – finalmente Pasteur riuscì a togliersi dalla mente tutte le superstizioni sui “miasmi” che portavano malattie e comprese che gli agenti erano loro, quei minuscoli organuli che osservava al microscopio. Erano stati definiti i Batteri, e vaccini ed antibiotici furono i passi successivi.

Che vi fosse qualcosa d’ancora più minuscolo Pasteur lo capì dal “virus del tabacco”, un virus dei vegetali che fu intuito, più che scoperto, intorno al 1870. Troppo piccolo per poterlo individuare, però, sentenziò il grande vecchio della Biologia: bisognò attendere il 1931, anno di scoperta del microscopio elettronico, per definirlo meglio.

 

Questo breve excursus storico (che, spero, mi perdonerete) era necessario per comprendere come la Medicina si sia evoluta, lentamente, soprattutto nell’Ottocento e poi nel Novecento per poi evolversi ulteriormente nella Medicina Elettronica, come andremo a scoprire, dimenticando un poco alcune vecchie tradizioni e “posture” che sovrintendono al rapporto del medico col suo paziente.

Come potrete notare, non è necessario esser medici per disquisire di questi problemi, giacché si tratta di un argomento di base filosofica, ossia capire i nessi dell’indagine, per chiarire i termini del loro rapporto dialettico il quale, se inesistente, non può originare nessun tipo di risposta razionale giacché – parafrasando Hegel – condurrebbe ad un universale irrazionale e, dunque, irreale.

 

Il Covid-19 ha negato, per la sua essenza, un anti-Covid-19 compreso nella sua singolarità ed ha mostrato l’incapacità di contrastare una malattia in assenza di specifici mezzi: finora, per ogni malattia conosciuta, c’era sempre stato un antibiotico od un antivirale. A dire il vero, già Sars, Mers ed (in parte) AIDS avrebbero dovuto metterci in guardia, ma così non è stato ed è inutile piangere sul latte versato.

 

I mezzi che la Medicina ha messo in campo sono stati soprattutto tesi ad evitare la polmonite interstiziale che ha condotto alla morte milioni di persone nel Pianeta e dunque, trattandosi di “polmonite”, hanno usato gli antibiotici. Un secondo pericolo era la formazione di trombi nelle arterie e, dunque, antiaggreganti piastrinici: infine, cortisonici per ovviare a risposte allergiche ed infiammatorie ed antipiretici per combattere la febbre.

Non esistendo il farmaco univoco rispetto al virus, i medici sono stati obbligati a dosare molto attentamente un mix di farmaci che tendevano a ridurre gli effetti del contagio, pur sapendo di non possedere un agente univoco il quale – per chi è guarito – è stato il buon funzionamento del suo sistema immunitario.

Rimangono alcuni dubbi, ad esempio perché non indirizzarsi verso gli anticorpi mono-clonali ricavati dal sangue dei guariti, ma non vogliamo entrare in campi che esulano la nostra indagine, ossia finire in una disputa fra virologi della Domenica Sportiva: se non l’hanno fatto, avranno avuto le loro buone ragioni.

 

La grande confusione, derivante dal terribile stress che hanno provato i sanitari, certamente non ha aiutato a sondare per il singolo paziente il bilanciamento dei farmaci: pratica difficile alla quale non tutti i nostri sanitari sono allenati e le responsabilità non sono ad personam, perché riposano in decenni di pratiche sì più veloci, ma che di fronte ad un attacco sconosciuto mostrano il fianco con troppa facilità. Chiariamo.

 

Era il 1970 – lo ricordo bene – quando ebbi una discussione quasi “feroce” con due ragazze, entrambe “matricole” di Medicina.

Il dissidio nasceva da due posizioni inconciliabili ed era impossibile trovare una sintesi: è di primaria importanza il rapporto con il paziente oppure è sufficiente una immagine del paziente, ricavata dai mezzi diagnostici?

 

Conoscevo le pratiche mediche di quegli anni – nei quali erano già molto comuni gli antibiotici, ad esempio – ma i medici di vecchia formazione non esulavano mai dall’approfondire il rapporto con il loro paziente, di qualsiasi malattia si trattasse.

Il mio medico – che era anche un amico di famiglia – mi confessò che, una volta la settimana, una vecchietta lo veniva a visitare, lui l’ascoltava per qualche minuto e poi le faceva l’iniezione. Di cosa? Acqua distillata, 1 cc, rispose laconico. Perché?

Poiché aveva solo bisogno di un rapporto di fiducia, di sentirsi “importante ed amata” soprattutto dalla persona più importante del borgo, ossia il medico. E così andò avanti per anni ed anni. Quel medico – che “volava” in mille posti diversi ogni giorno, in sella ad una Harley-Davidson tre marce (leva sul serbatoio) – salvando ora uno che aveva bevuto accidentalmente varechina (io), chi s’era tagliato con la sega mezzo braccio, fino al contadino che lo pregava, disperatamente, d’aiutarlo a far nascere un vitello – non dimenticava mai il giorno dell’appuntamento per l’iniezione d’acqua distillata.

 

Le due ragazze – prim’anno di Medicina, ma già parlavano come due primari – mi presero (neanche poi tanto garbatamente) in giro, dileggiandomi con veemenza. Tu non capisci niente…(loro sì: eravamo negli stessi banchi solo pochi mesi prima…) perché la Medicina si sta evolvendo e queste forme “paternalistiche” nel rapporto col paziente non avranno più senso.

La Medicina – questo era il succo del loro punto di vista – si evolverà mediante la diagnostica per immagini, che ci consentirà diagnosi rapide ed esatte fino a divenire una Scienza. Cosa che mi lasciava un poco scettico, giacché la Medicina è definita Arte, a volte Pratica, ma mai Scienza poiché le Scienze sono esatte e la Medicina mai potrà esserlo, poiché nasce proprio dal quel rapporto dialettico medico-paziente che sopra ricordavamo.

 

Eppure, avevano in parte ragione: nessuno qui nega l’importanza di una TAC o di una Risonanza, solo che a fidarsi soltanto delle immagini si finirà con l’avere solo una immagine del paziente, che è molto diversa dalla sua realtà, e  che quindi non servirà più visitare ed auscultare, basterà una telefonata. Che, ovviamente, la sua immagine farà quando avrà un problema.

Telefonata di esempio (ante Covid): “Ho la febbre e mi fanno male tutte le giunture, le ossa…” “Quanta febbre?” “38 e mezzo” “Prendi la Tachipirina e, se vedi che non passa, l’antibiotico per cinque giorni”. Fine del rapporto diagnostico.

Magari per il 70% dei casi la cosa va a posto, ma il restante 30%?

Il restante 30% avrebbe avuto bisogno di un’ispezione a bronchi e polmoni, magari uno “sguardo” all’apparato digerente…insomma: una visita diagnostica.

I nostri medici, oggi, per la gran parte non si fidano più dei loro mezzi di percezione per stabilire il malanno: senza la diagnostica per immagini perdono gran parte della loro capacità diagnostica e brancolano nel buio.

 

Il dottor Riccardo Munda (1) – un medico giovane, non ancora specializzato, uno che (parole sue) aveva bisogno di lavorare – nell’inferno della pandemia nelle valli bergamasche, ha accettato di fare il medico lassù, partendo dalla Sicilia.

Si è trovato 1400 pazienti, parecchi malati di Covid-19 e ne ha perduti e/o ospedalizzati…nessuno!

A chi gli domandava come aveva raggiunto un simile risultato, rispondeva:

 

Me lo spiego con una ragione semplice: l’assistenza domiciliare. Andare a casa di un mutuato non è la stessa cosa che fare il medico stregone via cavo. Tanto per cominciare andare significa fare una visita accurata, capire se ci sono problemi respiratori e quanto sono seri, valutare lo stato generale del paziente, prescrivere i farmaci giusti...”

 

Che è, esattamente, quanto sostenevo poco sopra.

Un secondo aspetto da rivedere, per le professioni sanitarie, è togliere quel maledetto numero chiuso all’iscrizione, permettendo una sana competizione basata sulle competenze per chi acquisisce la laurea.

Vorrei ricordare – sono stato insegnante nei Licei – che in tanti anni di carriera ho conosciuto un solo figlio di medico che avesse scelto una facoltà diversa da Medicina. Chissà come mai? Per trovare già la “pappa fatta”? Senz’altro, ma anche per godere dei vantaggi che l’ordine dei Medici, qui e là, su e giù, non manca mai di fornire ai figli degli amici, magari “segnalandoli” a qualcuno nella Commissione Medica per l’ammissione.

 

Voglio chiarire che la mia non vuole essere un’accusa, bensì un semplice sospetto: non tocca a me, bensì ad altri (Giustizia) valutare se esistono questi comportamenti. In altre parole, la Medicina si sta trasformando in un affare di famiglia e non è assolutamente detto che il figlio di un medico abbia quella “scorza” che gli consente d’iniziare una professione così difficile.

E, se togliamo il numero chiuso, ci troveremo con medici in soprannumero? Se sono bravi possono andare all’estero, altrimenti andranno a fare gli informatori per le case farmaceutiche: non è sufficiente sedersi alla sedia che fu del padre, se mancano le precise motivazioni per seguire quel percorso di formazione.

 

La figura del medico “telematico”, inoltre, è quanto di più gradito possa esistere per le case farmaceutiche: il sistema è veloce – telefonata, diagnosi “telematica”, farmaco – in modo da rendere immediata una scelta che ha rapporti precisi con la produzione di farmaci e la loro distribuzione. In alcuni studi medici, già esiste una segretaria che ha praticamente “potere di firma” per tutti i farmaci che il paziente usa normalmente, ma questo allontana sempre di più il rapporto medico/paziente che prima ricordavamo e che il dott. Munda, così chiaramente, esplicitava.

In futuro, potremo recarci negli ipermercati ed acquistare semplicemente i farmaci che sono elencati in una carta elettronica: giunti a quel punto, saremo molto vicini al metodo americano di gestione della Sanità, che non ci sembra funzioni così “alla grande”. Guardatevi Sicko, di Michael Moore se non ci credete.

 

Per ultima cosa, ricordo che anni fa ci fu la proposta – non ricordo di chi e di quale governo – di raggruppare i medici in studi: cosa che già hanno fatto per risparmiare sui costi, ma che non sempre è così comoda per i pazienti. Ricordiamo che, a Cuba, esiste una precisa legge che prevede l’abitazione di un medico a non più di 15 minuti a piedi (al massimo 1,5 Km) da qualsiasi paziente.

La proposta che ricordavo, però, conteneva anche un aspetto positivo: quegli studi medici dovevano essere dotati di semplici apparecchiature di diagnostica per immagini (tipicamente: ecografia) le quali avrebbe consentito ai medici di fare subito una ricognizione e, dunque, una diagnosi. In questo modo, molte strutture ospedaliere sarebbero state meno “compresse” da code e file interminabili, che portano a due fattori diversi: o il paziente se ne frega e cerca altre soluzioni, oppure – invece di prendere appuntamenti distanti mesi dalle sue necessità – si rivolge alla sanità privata o convenzionata.

L’ordine del Medici, ovviamente, non appoggiò quella soluzione: c’era da meravigliarsi? Continueremo a fare i segretari per le case farmaceutiche, con tanto di segretarie pagate dallo Stato.

 

Poi è arrivato il Covid e siamo nelle prime posizioni mondiali per decessi rapportati alla popolazione: di chi è la colpa?

Del Governo, ovvio, recitano tutti in coro ma sono decenni che la Sanità italiana va a rotoli – pensiamo solo ai tanti ospedali “privatizzati” e su una gestione regionale che fa disgusto quando non fa paura – eppure, quasi tutti dimenticano che le leggi sono scritte e/o approvate dal Parlamento.

 

Signori parlamentari, che vi lamentate ad ogni piè sospinto d’essere by-passati dai decreti governativi, in questi decenni, dov’eravate?

 

1) https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_01/medico-siciliano-nembro-che-va-casa-pazienti-torino-brescia-6fd89d92-1c79-11eb-a718-cfe9e36fab58.shtml?refresh_ce-cp

20 novembre 2016

Se Renzi volesse...o potesse, o sapesse...

Il nuovo palazzo della Regione Lombardia a Milano

Se Renzi non fosse un burattino nelle mani del potere finanziario e delle burocrazie europee, non si sarebbe mai sognato di progettare una riforma costituzionale: avrebbe continuato a giocherellare con la sua immagine, con l'album delle sue figurine. Invece, gliel'hanno ordinato, e lui obbedisce.  Penso che nemmeno questa volta la riforma passerà – a meno di clamorosi brogli: hanno assoldato legioni di scrutatori “embedded” – poiché il popolo italiano è stanco e sfiduciato, e non è scorretto “vendicarsi” sul referendum, poiché quando le leggi elettorali sono delle truffe incostituzionali, si combatte come si può, anche a suon di sberleffi (pensate cos’hanno fatto gli americani ad Hillary!).

Eppure, una riforma del Parlamento e delle amministrazioni periferiche sarebbe necessaria: siamo certi che, se il popolo  avvertisse davvero che si tratta di una consultazione (e non di un voto basato su ricatti e frustate, come al solito) risponderebbe diversamente, poiché gli italiani – almeno in larga parte – non sono degli stupidi. Proviamoci va, tanto siamo certi che non ci ascolteranno mai, ma qualcuno che ascolta ci sarà, ed a noi basta.

Gli scopi di una vera riforma devono essere due: risparmi sui costi inutili ed una maggior efficienza verso i cittadini, cosa fattibilissima e, proprio nello spirito del dibattito democratico che Renzi non attua, il quadro che seguirà spero che servirà come base di discussioni, ovviamente motivate.

Il Parlamento

Fino al 1990 (circa) il sistema era bloccato dalla Guerra Fredda e dalla divisione in blocchi: Camera e Senato erano delle fotocopie, e dunque il sistema reggeva, anche se era inutilmente duplicato. Oggi, siamo al parossismo: per composizione, sono quasi due diversi parlamenti e ciò deriva da leggi elettorali sconsiderate. In questo quadro spadroneggiò un Presidente-padrone – Napolitano – ed oggi regge solo per la presenza del muto Mattarella: la “riforma” l’hanno già attuata e il Parlamento non conta più niente, il vero potere è del governo, grazie all’uso sconsiderato del decreto-legge.
Non servono due Camere, né serve creare una camera dedicata alle amministrazioni locali, poiché – inevitabilmente – entrerebbe in conflitto con la camera “nazionale”.
Piuttosto, serve una Camera che lavori e, per lavorare bene, ha bisogno del costruttivo apporto della Corte Costituzionale e di un Presidente dotato di parola: doppia lettura per ogni legge, inframmezzata da un'analisi dei costituzionalisti – per evitare di avere parlamenti e leggi incostituzionali, come oggi avviene – quindi recepire, nella seconda lettura, i “paletti” costituzionali e valutare anche le note a margine, non obbligatorie. In circa sei mesi una legge sarebbe pronta: una buona legge, che non sarebbe necessario emendare il giorno dopo, soprattutto se si tornasse a legiferare per comparti omogenei, non inserendo un comma sugli allevamenti di mucche da latte nella riforma dell'esame di maturità.
Sui numeri e sugli eletti del Parlamento, torneremo dopo.

Le Regioni

Fino al 1980 circa, le Regioni non esistevano: inserite nel 1970, solo dopo un decennio iniziarono a far sentire il loro peso. Quasi sempre funesto.
Proprio ieri sera parlavo con un funzionario regionale, il quale mi confessava che le Regioni – pur dovendo amministrare vasti territori – sono schiave di una incommensurabile forza centripeta. Se il 100% vige a Milano, a Brescia è soltanto più un 50%, mentre in Valcamonica quasi si perdono le opportunità, le notizie...pur vivendo nel Web 3.0. Inutile: ogni livello cerca d'ottenere qualcosa per sé, per la propria parte politica o affaristica (spesso multi-partitica) ma, soprattutto, sul proprio territorio. Ovvio che il territorio dove sorge il capoluogo è il più avvantaggiato: ne abbiamo visto i frutti, in termine di malaffare, sotto tutti i cieli.
Sinceramente, non riesco a trovare un solo vantaggio, una sola opportunità in più offerta dalle Regioni, anche se tutte fossero equiparate a quelle autonome. E’ il sistema che non funziona: le Regioni hanno canali diretti con l’UE e li adoperano per dirottare fondi destinati verso l’occupazione e la piccola impresa verso i vari carrozzoni controllati dalla politica. In questo senso, sono un vero e proprio danno: l’unica soluzione è gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, senza ripensamenti.

Le Province

Siamo giunti al parossismo: dopo avere strombazzato ai quattro venti l’eliminazione delle Province, nel 2016 si sono tenute – lo dico per coloro che non se ne sono accorti – le Elezioni Provinciali. Elezioni di “Secondo livello”, le chiamano, ovverosia i sindaci ed i consiglieri comunali votano una sorta di Presidente della Provincia con gli assessori – senza emolumenti, per carità! (e i gettoni di presenza? A quanto ammontano?) – i quali avranno il compito...di gestire l’azzeramento delle Province! Per quando? Non si sa: immaginiamo non prima del 2050...
Se volete, leggete il mio ultimo articolo e capirete che razza di sordida cloaca siano diventate le amministrazioni provinciali “rinate”: non per questo, però, l’impianto napoleonico è da buttare.
Per come stanno le cose oggi, però, c’è da buttare il bambino, l’acqua del bagnetto e spaccare pure la vaschetta.

I Comuni

Non so da quanto tempo non vi recate in Comune: non un grande Comune, cittadine di qualche migliaio d’abitanti o poco più. Un tempo, c’erano un paio d’impiegati all’anagrafe, il vigile od il messo, un’impiegata all’amministrazione, il geometra, il segretario o poco più. Osservate oggi.
Decine e decine di persone che volteggiano, girano, salgono e scendono scale, cercano qualcuno, telefonano, fotocopiano, consultano, lavorano al computer...ma cosa fanno?
Il lavoro glielo trovano – sicuro – con tutto l’ambaradan di nuove leggi e leggine che mutano ogni mese...ma...a cosa serve tutto quello sciame di api operaie ronzanti?
In fin dei conti, e mi dispiace dirlo per chi crede di svolgere un’attività socialmente utile, servono a mantenere una base elettorale sicura, tramite il favore, la raccomandazione, il posto sicuro. Per questa ragione i Comuni hanno piante organiche sempre più ampie.

In Italia, ci sono quasi 10.000 comuni. Una decina sono città di rango internazionale, altre duecento circa hanno importanza nazionale poiché sedi d’industrie, città d’arte, snodi ferroviari, porti, località turistiche, ecc.
Circa 9.000 Comuni sono, in gran maggioranza, borghi agricoli dove l’agricoltura sta morendo per mancanza...d’agricoltori! A differenza della Francia e della Germania – che hanno pressappoco un agricoltore sotto i 35 anni contro un altro 65enne, un rapporto di sostituzione di 1:1 – in Italia il rapporto è di 8:1, ossia 8 vecchi per un giovane.
Inutile ricordare che, ogni anno che passa, si riducono le superfici coltivate ed i boschi avanzano, inesorabili: ciò è dovuto, principalmente, alla mancanza d’idee, poiché le idee fanno impresa, generano ricchezza. E, non dimentichiamo, la ricchezza – sia essa legno o grano, oro o pirite – si trova nel territorio, non in piazza Navona.

L’ampiezza di un Comune non supera le decine di chilometri quadri: estrema frammentazione del territorio (per ragioni storiche), fra i più densamente popolati del pianeta. Oltre il confine, segnato a volte da un fiume, altre da un semplice cartello affisso nella pianura c’è un altro Comune, magari differente per Storia e monumenti, ma identico per territorio, per bisogni, per possibilità.
Il Comune, oggi, non ha fondi da destinare a nulla, se non alla propria sopravvivenza: le frane richiedono anni di lavoro, perché bisogna aspettare che la Regione stanzi, che la Provincia approvi...e così via. E le transenne restano, perché i fondi devono andare al sostegno elettorale, che gli frega a loro se noi bestemmiamo, fermi al semaforo della frana.

Un tentativo di riunire più Comuni, per lo più accanto ad aree urbane, fu portato a termine durante il Fascismo, ma non in molte realtà: l’esempio genovese è forse il più “classico” come esempio, laddove i comuni di Voltri, Pegli, Sestri, Pra, Nervi...eccetera...divennero la “grande” Genova.
Nessuno, però, ha mai immaginato di riunire più Comuni distanti da una città in realtà amministrative autonome, realtà omogenee per territorio ed attività economiche: un’intera vallata, ad esempio, oppure una porzione di pianura fra due fiumi. Cosa porterebbe?

Quanto costano oggi

Ogni lavoratore o pensionato paga, annualmente, circa 700 euro per le amministrazioni locali (Regioni e Comuni): siccome gli occupati sono 22 milioni 498 mila ed i pensionati 15,8 milioni (fonte: ISTAT), paghiamo per queste istituzioni circa 26 miliardi l’anno. Cifre da legge Finanziaria: tanto per fare un paragone, il governo Renzi ha stanziato, quest’anno, 7 miliardi per le pensioni, che è uno dei maggiori stanziamenti dell’attuale legge. Ma non finisce qui.
Mancano le Province, che si approvvigionano tramite una quota sulle assicurazioni auto più le onnipresenti multe, diventate un vero cespite anche per i Comuni: ci sono Comuni che inseriscono nel bilancio di previsione la quota percentuale di quanto dovranno aumentare nell’anno successivo! Il “crimine” previsto, quantificato e tollerato.
Bolli, tasse, addizionali, TARES, TARSU, TOSAP...è difficilissimo stimare quanto costano queste amministrazioni, poiché – ad esempio – in quello delle Regioni c’è da conteggiare la Sanità, in quello delle (ex?) Province gli interventi di manutenzione delle scuole...qualcuno ipotizza addirittura un costo totale di 90 miliardi l’anno...ma non ci sono cifre certe...è proprio necessario?

Premetto che le ipotesi che seguiranno sono pensate per l’attuale situazione, vale a dire la presenza dell’UE anche se, personalmente, credo che uscire dall’Europa e dall’Euro sarebbe la prima e più necessaria medicina: non perché un impianto europeo sia disdicevole, ma nelle mani di questa gente – e per come è stato pensato e realizzato – è una vera iattura.

Ipotesi di discussione

Accorpando in gruppi di 15-20 Comuni i circa 9.000 piccoli comuni italiani, si otterrebbero 450-600 unità territoriali – Comunità, Distretti, Comprensori, Dipartimenti, mini-province...chiamateli come desiderate – le quali avrebbero a disposizione (osservando le attuali piante organiche) almeno 100-200 dipendenti fra impiegati, operai, vigili, ecc, quali sarebbero i vantaggi?
Venti cantonieri che spingono una carriola raggiungono gli stessi obiettivi di venti cantonieri – provvisti dei necessari macchinari – che riparano una frana? Od una perdita d’acqua? Oppure tagliano alberi caduti? Lo stesso dicasi per gli impiegati, i vigili, ecc: si potrebbero ottenere non dei risparmi di scala, bensì dei vantaggi di scala. Senza dimenticare che, per gli aspetti amministrativi, già oggi (vedi Germania) è possibile inviare e ricevere documenti via Internet, comodamente da casa.

Ogni Comunità avrebbe un Consiglio ed un Presidente, ed eleggerebbe un parlamentare ogni cinque anni: una sola giornata elettorale ogni 5 anni, fine delle elezioni ogni anno. Se ci pensate, la pratica delle elezioni “frazionate” è soltanto una necessità degli attuali partiti: quella di controllare continuamente i rapporti di forza. I costi delle elezioni? E che gliene importa a loro?
Nei vecchi Comuni rimarrebbero un modesto ufficio per le pratiche più comuni: anagrafe e poco altro e le Pro Loco, organismi nati dal basso dove si creano, con la sperimentazione per la valorizzazione del territorio, i futuri amministratori e politici.
I comuni di “cintura” alle grandi città diventerebbero quartieri della città stessa, ovviamente.

Ogni Comunità dovrebbe essere dotata di una piccola astanteria (10-15 posti letto) per le emergenze, mentre la Sanità “maggiore” – i grandi ospedali – tornerebbero sotto lo Stato: riflettiamo che, prima della riforma, mantenevamo un Poggiolini (l’ispettore dei farmaci con i lingotti d’oro sotto il divano), oggi ne manteniamo venti, uno per Regione.
Inserendo come capoluogo la cittadina più grande e popolosa, le scuole già ci sarebbero: sarebbe poi compito delle amministrazioni occuparsi di completare gli iter formativi, secondo le esigenze.
Molto importante creare una giustizia locale per il “piccolo cabotaggio”: incidenti di varia natura, piccoli furti, sfratti, separazioni, confini, ecc. lasciando i compiti più difficili, le inchieste ecc. nelle mani dei giudici nei grandi tribunali: tornerebbe, rivisitata, la figura del pretore, giudice monocratico e, nella nuova riforma, unico grado di giudizio (al massimo, un ricorso ad un altro pretore). La giustizia spicciola, grosso modo, funziona così in Gran Bretagna.

Dal punto di vista fiscale, sarebbe necessario un ribaltamento delle attuali prassi: stabiliti i costi generali dello Stato (ossia Difesa, Giustizia, Sanità, Scuola) – anno per anno, e dando potere esecutivo alla Corte dei Conti di limitare gli “incrementi” – tutte le altre entrate rimarrebbero alla Comunità.
In questo modo, le Comunità avrebbero fondi propri per gli investimenti sul territorio, oppure potrebbero optare per un ridimensionamento del prelevo fiscale.
Le grandi città, all’opposto, vedrebbero frazionata la loro gestione: pur mantenendo un Consiglio Comunale (per il controllo e la supervisione generale), il vero potere (ossia i soldi) andrebbero nelle mani delle Circoscrizioni, ovvero dei quartieri, in base alla popolazione residente. In questo modo, non ci sarebbero più quartieri poco popolati che fanno la parte del leone e quartieri-dormitorio che si dividono le briciole.
Anche in questo caso, vigerebbe il federalismo fiscale sopra esposto, mentre tutte le leggi elettorali sarebbero proporzionali, senza nessun premio di maggioranza e con uno sbarramento al 3%.

Il nuovo Parlamento

Il Parlamento, rimasto unica camera di rappresentanza, dovrebbe lavorare, e parecchio. Una settimana lavorativa di cinque giorni (Lunedì-Venerdì), non come oggi (Martedì-Giovedì): per contrappeso, la quarta settimana del mese rimarrebbe chiuso, cosicché i parlamentari possano tornare nei collegi ed ascoltare le novità, le richieste, i bisogni...partecipando, in veste d’uditori, alle riunioni del Consiglio di Comunità.
Oltre al referendum abrogativo – senza quorum (c’è forse un quorum per le elezioni?) – sarebbe necessario il referendum propositivo: 500.000 firme, ma un anno di tempo per raccoglierle, ed il parlamento sarebbe obbligato ad esaminarlo subito, non infilarlo nel cassetto “ricordi e depositi” come fanno per le leggi d’iniziativa popolare.
Sarebbero da riformare anche i regolamenti parlamentari, l’abuso del decreto-legge nella formazione delle leggi e molto sulla Giustizia, ma sono argomenti che esulano da questa trattazione.

Conclusioni

A qualcuno sembrerà l’uovo di Colombo, ad altri un sistema irrealizzabile, ad altri ancora una schifezza: provate a ragionare, io propongo un sistema che dimezza i costi centrali e sopprime due amministrazioni locali su tre. Quanto il risparmio? Non so darvi una cifra certa, ma valutabile nell’ordine delle decine – forse centinaia – di miliardi l’anno.
Ed una maggior efficienza, di questo sono sicuro. Perché?

Poiché le cose, nelle amministrazioni locali, non vanno come (forse) pensate: ossia, l’assessore comunale all’ambiente si reca dall’assessore provinciale, il quale telefona all’assessore regionale e combina un incontro col ministro dell’Ambiente. Manco per idea.
L’assessore comunale all’Ambiente va da suo cugino, l’assessore provinciale ai Trasporti, il quale contatta il suo ex compagno di scuola, che è assessore regionale alla Sanità. L’idea, se buona – ossia se rende dei soldi – viene portata avanti calcolando da subito la divisione del malloppo, magari se si riesce a fare a meno del ministro anche meglio, perché quello non lo liquidi con due spiccioli.

Idee come quella delle “macro-regioni” – ricordando il sen. Miglio – sono inutili: anzi, complicano le cose. La gerarchia, soprattutto oggi, con la velocità dell’informazione, è un inutile orpello: è un retaggio del nostro modo di pensare, un ricordo al quale siamo legati.
Nella suddivisione dei fondi europei, la Spagna ed il Portogallo si presero (anni ’80-90) anche la parte che l’Italia non riusciva a spendere, perché l’Italia convogliava i fondi nella “catena” amministrativa, gli iberici avevano uffici centrali. Fu un caso (forse ancora abituati a stati fortemente centralizzati?) che li favorì, mentre l’Italia perse tutte le occasioni nelle quali i nostri ladri di polli non riuscivano a trovare un accordo per la spartizione. I famosi capannoni abbandonati, ricordate?

Non vi è nulla di più diretto e senza intoppi che un ufficio – corrispondente alla commissione parlamentare – il quale riceve dei piani d’intervento, richieste di fondi (motivate) e quant’altro: devono solo lavorare, di certo non andare ai talk-show.
Per evitare il noto fenomeno del “approvo per la maggioranza, respingo per l’opposizione”, tutti i provvedimenti di spesa per le amministrazioni locali sarebbero racchiusi in una, unica legge di spesa: una a trimestre, ad esempio, cosicché si approverebbe o si respingerebbe in blocco. In commissione è più facile accordarsi (in un parlamento che funzioni, si fissano delle regole e ci si attiene ad esse), mentre in aula bloccare è facilissimo.
Inoltre, per la corruzione, vi sarebbero solo due livelli da controllare: più facile da vigilare, meno complesso: in fin dei conti, lo stato napoleonico era molto simile, e Napoleone era una persona di un’intelligenza straordinaria. I francesi, per due secoli, non sono riusciti a demolire l’impianto napoleonico: comunque, oggi, les voleurs de poulets français ci stanno riuscendo, anche loro stanno per aggiungere il livello regionale.

Vorrei solo far notare la differenza fra un impianto federalista e la mia ipotesi: qui si tratta di tornare a dei valori e dei comportamenti che la Lega ha sempre strombazzato, ma ai quali non ha mai creduto. Basta riflette sulle “grandi verità” sbraitate a Pontida e la misera fine di Bossi, che regnava su un partito nel quale i parlamentari “romano-acquisiti” (“Roma Ladrona”: i romani non si offendano) si spartivano mazzette a iosa. Quelli buoni, dalla Lega se ne andarono già prima del 2000.
Ossia, non si tratta di costruire un impianto gerarchico “locale” bensì di spazzarlo via: un filo diretto, al posto di una sequela di “prolunghe” macilente e poco sicure. Di certo, la politica nelle Comunità dovrebbe essere di alto livello, perché è lì che si faranno le scelte politiche importanti: non la “giornata della fertilità”, ma come dare un assegno sicuro alle future madri e la certezza di ritrovare il proprio lavoro dopo il parto, indipendentemente da razza, religione, condizione sociale e moralità. Così recita la nostra Costituzione.
Dovrebbero, inoltre, essere aboliti tutti i finanziamenti ai media – Tg, giornali, ecc – cosicché la stampa diventerebbe – finalmente – libera (e responsabile): non ci sarebbero più i Renzi in Tv dall’alba al tramonto né gli “editti bulgari”.

Già conosco le vostre obiezioni: se non sono onesti...certo, lo so anch’io...se non si riforma la moneta...sicuro...se c’è l’Europa di mezzo non c’è niente da fare...ma certo...e allora? Che facciamo? Avete una katana per fare karakiri tutti? Altrimenti vi presto la mia: se volete passarvela...scherzo, ovviamente.
Facciamo circolare delle idee, non possiamo fare altro – per ora – però un terzo dell’attuale parlamento è costituito da neofiti, gente che reputo onesta (forse esperta e capace un po’ meno, ma non importa) con una direzione politica un poco arruffona (più facile dal palcoscenico, vero Beppe? Ti capisco...) ma, tutto sommato, è una nuova realtà che appare...non sappiamo ancora come andrà a finire. Magari il bicchiere è mezzo pieno e non ce ne accorgiamo.

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, ma non voglio abusare della pazienza di chi mi ha seguito fin qui: andiamo a buttare in faccia al ragazzino di Rignano la sua pasticciata e clientelare “riforma” con un NO, senza ripensamenti e paure di buttare “un’occasione”. Questa riforma non è nulla: è fuffa, è truffaldina, aumenta le spese invece di diminuirle.
Grazie per la vostra attenzione.