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06 gennaio 2021

Sanità e Recovery Plan: che fare?

 

Harley-Davidson 1947

La novità che il Covid-19 ci ha portato non è stata soltanto l’epidemia in sé, bensì prender atto che siamo esposti – e lo saremo ancor più in futuro – a malattie nuove, portate dall’incommensurabile miscuglio di molecole che stanno tutte nel posto dove non dovrebbero stare, ossia nell’acqua, nell’aria e sulla terra.

Per troppi anni ci siamo illusi che i parametri di “massima allerta” – fissati dal genere umano – potessero salvaguardarci da guai futuri ma, anche per la leggerezza con la quale sono stati by-passati con un’alzata di spalle, la realtà, oggi, ci sbatte contro il muso tutte le nostre boriose sentenze.

E, premetto, qui non si tratta solo della tanto vituperata C02, bensì di una marea di composti che viaggiano, indisturbati, intorno a noi e che rilasciati nel “brodo primordiale” degli oceani finiscono per essere in contiguità con le più semplici molecole che possono entrare in contatto con il nostro metabolismo: i virus.

 

Se torniamo indietro nel tempo – non tanto, solo dall’inizio dell’ultimo periodo interglaciale, circa 10.000 anni fa – scopriamo che soltanto da un secolo, massimo un secolo e mezzo ad esser “larghi”, abbiamo iniziato questo perverso percorso.

Per 10.000 anni l’equilibrio fra la specie umana e le malattie è stato sempre il medesimo: sappiamo che in epoca augustea la peste dilagava nel quartiere greco di Roma, e per secoli e secoli – insieme al colera, al vaiolo, al tifo ed alle malattie esantematiche – le malattie condussero più volte verso il limite dell’estinzione. Ci vollero due secoli, ad esempio, perché Torino tornasse al numero d’abitanti che aveva prima del 1629, quando iniziò la celebre epidemia di peste citata dal Manzoni.

 

A metà Ottocento, però – dopo un secolo di lavoro complicato da informazioni frammentarie e talvolta errate – finalmente Pasteur riuscì a togliersi dalla mente tutte le superstizioni sui “miasmi” che portavano malattie e comprese che gli agenti erano loro, quei minuscoli organuli che osservava al microscopio. Erano stati definiti i Batteri, e vaccini ed antibiotici furono i passi successivi.

Che vi fosse qualcosa d’ancora più minuscolo Pasteur lo capì dal “virus del tabacco”, un virus dei vegetali che fu intuito, più che scoperto, intorno al 1870. Troppo piccolo per poterlo individuare, però, sentenziò il grande vecchio della Biologia: bisognò attendere il 1931, anno di scoperta del microscopio elettronico, per definirlo meglio.

 

Questo breve excursus storico (che, spero, mi perdonerete) era necessario per comprendere come la Medicina si sia evoluta, lentamente, soprattutto nell’Ottocento e poi nel Novecento per poi evolversi ulteriormente nella Medicina Elettronica, come andremo a scoprire, dimenticando un poco alcune vecchie tradizioni e “posture” che sovrintendono al rapporto del medico col suo paziente.

Come potrete notare, non è necessario esser medici per disquisire di questi problemi, giacché si tratta di un argomento di base filosofica, ossia capire i nessi dell’indagine, per chiarire i termini del loro rapporto dialettico il quale, se inesistente, non può originare nessun tipo di risposta razionale giacché – parafrasando Hegel – condurrebbe ad un universale irrazionale e, dunque, irreale.

 

Il Covid-19 ha negato, per la sua essenza, un anti-Covid-19 compreso nella sua singolarità ed ha mostrato l’incapacità di contrastare una malattia in assenza di specifici mezzi: finora, per ogni malattia conosciuta, c’era sempre stato un antibiotico od un antivirale. A dire il vero, già Sars, Mers ed (in parte) AIDS avrebbero dovuto metterci in guardia, ma così non è stato ed è inutile piangere sul latte versato.

 

I mezzi che la Medicina ha messo in campo sono stati soprattutto tesi ad evitare la polmonite interstiziale che ha condotto alla morte milioni di persone nel Pianeta e dunque, trattandosi di “polmonite”, hanno usato gli antibiotici. Un secondo pericolo era la formazione di trombi nelle arterie e, dunque, antiaggreganti piastrinici: infine, cortisonici per ovviare a risposte allergiche ed infiammatorie ed antipiretici per combattere la febbre.

Non esistendo il farmaco univoco rispetto al virus, i medici sono stati obbligati a dosare molto attentamente un mix di farmaci che tendevano a ridurre gli effetti del contagio, pur sapendo di non possedere un agente univoco il quale – per chi è guarito – è stato il buon funzionamento del suo sistema immunitario.

Rimangono alcuni dubbi, ad esempio perché non indirizzarsi verso gli anticorpi mono-clonali ricavati dal sangue dei guariti, ma non vogliamo entrare in campi che esulano la nostra indagine, ossia finire in una disputa fra virologi della Domenica Sportiva: se non l’hanno fatto, avranno avuto le loro buone ragioni.

 

La grande confusione, derivante dal terribile stress che hanno provato i sanitari, certamente non ha aiutato a sondare per il singolo paziente il bilanciamento dei farmaci: pratica difficile alla quale non tutti i nostri sanitari sono allenati e le responsabilità non sono ad personam, perché riposano in decenni di pratiche sì più veloci, ma che di fronte ad un attacco sconosciuto mostrano il fianco con troppa facilità. Chiariamo.

 

Era il 1970 – lo ricordo bene – quando ebbi una discussione quasi “feroce” con due ragazze, entrambe “matricole” di Medicina.

Il dissidio nasceva da due posizioni inconciliabili ed era impossibile trovare una sintesi: è di primaria importanza il rapporto con il paziente oppure è sufficiente una immagine del paziente, ricavata dai mezzi diagnostici?

 

Conoscevo le pratiche mediche di quegli anni – nei quali erano già molto comuni gli antibiotici, ad esempio – ma i medici di vecchia formazione non esulavano mai dall’approfondire il rapporto con il loro paziente, di qualsiasi malattia si trattasse.

Il mio medico – che era anche un amico di famiglia – mi confessò che, una volta la settimana, una vecchietta lo veniva a visitare, lui l’ascoltava per qualche minuto e poi le faceva l’iniezione. Di cosa? Acqua distillata, 1 cc, rispose laconico. Perché?

Poiché aveva solo bisogno di un rapporto di fiducia, di sentirsi “importante ed amata” soprattutto dalla persona più importante del borgo, ossia il medico. E così andò avanti per anni ed anni. Quel medico – che “volava” in mille posti diversi ogni giorno, in sella ad una Harley-Davidson tre marce (leva sul serbatoio) – salvando ora uno che aveva bevuto accidentalmente varechina (io), chi s’era tagliato con la sega mezzo braccio, fino al contadino che lo pregava, disperatamente, d’aiutarlo a far nascere un vitello – non dimenticava mai il giorno dell’appuntamento per l’iniezione d’acqua distillata.

 

Le due ragazze – prim’anno di Medicina, ma già parlavano come due primari – mi presero (neanche poi tanto garbatamente) in giro, dileggiandomi con veemenza. Tu non capisci niente…(loro sì: eravamo negli stessi banchi solo pochi mesi prima…) perché la Medicina si sta evolvendo e queste forme “paternalistiche” nel rapporto col paziente non avranno più senso.

La Medicina – questo era il succo del loro punto di vista – si evolverà mediante la diagnostica per immagini, che ci consentirà diagnosi rapide ed esatte fino a divenire una Scienza. Cosa che mi lasciava un poco scettico, giacché la Medicina è definita Arte, a volte Pratica, ma mai Scienza poiché le Scienze sono esatte e la Medicina mai potrà esserlo, poiché nasce proprio dal quel rapporto dialettico medico-paziente che sopra ricordavamo.

 

Eppure, avevano in parte ragione: nessuno qui nega l’importanza di una TAC o di una Risonanza, solo che a fidarsi soltanto delle immagini si finirà con l’avere solo una immagine del paziente, che è molto diversa dalla sua realtà, e  che quindi non servirà più visitare ed auscultare, basterà una telefonata. Che, ovviamente, la sua immagine farà quando avrà un problema.

Telefonata di esempio (ante Covid): “Ho la febbre e mi fanno male tutte le giunture, le ossa…” “Quanta febbre?” “38 e mezzo” “Prendi la Tachipirina e, se vedi che non passa, l’antibiotico per cinque giorni”. Fine del rapporto diagnostico.

Magari per il 70% dei casi la cosa va a posto, ma il restante 30%?

Il restante 30% avrebbe avuto bisogno di un’ispezione a bronchi e polmoni, magari uno “sguardo” all’apparato digerente…insomma: una visita diagnostica.

I nostri medici, oggi, per la gran parte non si fidano più dei loro mezzi di percezione per stabilire il malanno: senza la diagnostica per immagini perdono gran parte della loro capacità diagnostica e brancolano nel buio.

 

Il dottor Riccardo Munda (1) – un medico giovane, non ancora specializzato, uno che (parole sue) aveva bisogno di lavorare – nell’inferno della pandemia nelle valli bergamasche, ha accettato di fare il medico lassù, partendo dalla Sicilia.

Si è trovato 1400 pazienti, parecchi malati di Covid-19 e ne ha perduti e/o ospedalizzati…nessuno!

A chi gli domandava come aveva raggiunto un simile risultato, rispondeva:

 

Me lo spiego con una ragione semplice: l’assistenza domiciliare. Andare a casa di un mutuato non è la stessa cosa che fare il medico stregone via cavo. Tanto per cominciare andare significa fare una visita accurata, capire se ci sono problemi respiratori e quanto sono seri, valutare lo stato generale del paziente, prescrivere i farmaci giusti...”

 

Che è, esattamente, quanto sostenevo poco sopra.

Un secondo aspetto da rivedere, per le professioni sanitarie, è togliere quel maledetto numero chiuso all’iscrizione, permettendo una sana competizione basata sulle competenze per chi acquisisce la laurea.

Vorrei ricordare – sono stato insegnante nei Licei – che in tanti anni di carriera ho conosciuto un solo figlio di medico che avesse scelto una facoltà diversa da Medicina. Chissà come mai? Per trovare già la “pappa fatta”? Senz’altro, ma anche per godere dei vantaggi che l’ordine dei Medici, qui e là, su e giù, non manca mai di fornire ai figli degli amici, magari “segnalandoli” a qualcuno nella Commissione Medica per l’ammissione.

 

Voglio chiarire che la mia non vuole essere un’accusa, bensì un semplice sospetto: non tocca a me, bensì ad altri (Giustizia) valutare se esistono questi comportamenti. In altre parole, la Medicina si sta trasformando in un affare di famiglia e non è assolutamente detto che il figlio di un medico abbia quella “scorza” che gli consente d’iniziare una professione così difficile.

E, se togliamo il numero chiuso, ci troveremo con medici in soprannumero? Se sono bravi possono andare all’estero, altrimenti andranno a fare gli informatori per le case farmaceutiche: non è sufficiente sedersi alla sedia che fu del padre, se mancano le precise motivazioni per seguire quel percorso di formazione.

 

La figura del medico “telematico”, inoltre, è quanto di più gradito possa esistere per le case farmaceutiche: il sistema è veloce – telefonata, diagnosi “telematica”, farmaco – in modo da rendere immediata una scelta che ha rapporti precisi con la produzione di farmaci e la loro distribuzione. In alcuni studi medici, già esiste una segretaria che ha praticamente “potere di firma” per tutti i farmaci che il paziente usa normalmente, ma questo allontana sempre di più il rapporto medico/paziente che prima ricordavamo e che il dott. Munda, così chiaramente, esplicitava.

In futuro, potremo recarci negli ipermercati ed acquistare semplicemente i farmaci che sono elencati in una carta elettronica: giunti a quel punto, saremo molto vicini al metodo americano di gestione della Sanità, che non ci sembra funzioni così “alla grande”. Guardatevi Sicko, di Michael Moore se non ci credete.

 

Per ultima cosa, ricordo che anni fa ci fu la proposta – non ricordo di chi e di quale governo – di raggruppare i medici in studi: cosa che già hanno fatto per risparmiare sui costi, ma che non sempre è così comoda per i pazienti. Ricordiamo che, a Cuba, esiste una precisa legge che prevede l’abitazione di un medico a non più di 15 minuti a piedi (al massimo 1,5 Km) da qualsiasi paziente.

La proposta che ricordavo, però, conteneva anche un aspetto positivo: quegli studi medici dovevano essere dotati di semplici apparecchiature di diagnostica per immagini (tipicamente: ecografia) le quali avrebbe consentito ai medici di fare subito una ricognizione e, dunque, una diagnosi. In questo modo, molte strutture ospedaliere sarebbero state meno “compresse” da code e file interminabili, che portano a due fattori diversi: o il paziente se ne frega e cerca altre soluzioni, oppure – invece di prendere appuntamenti distanti mesi dalle sue necessità – si rivolge alla sanità privata o convenzionata.

L’ordine del Medici, ovviamente, non appoggiò quella soluzione: c’era da meravigliarsi? Continueremo a fare i segretari per le case farmaceutiche, con tanto di segretarie pagate dallo Stato.

 

Poi è arrivato il Covid e siamo nelle prime posizioni mondiali per decessi rapportati alla popolazione: di chi è la colpa?

Del Governo, ovvio, recitano tutti in coro ma sono decenni che la Sanità italiana va a rotoli – pensiamo solo ai tanti ospedali “privatizzati” e su una gestione regionale che fa disgusto quando non fa paura – eppure, quasi tutti dimenticano che le leggi sono scritte e/o approvate dal Parlamento.

 

Signori parlamentari, che vi lamentate ad ogni piè sospinto d’essere by-passati dai decreti governativi, in questi decenni, dov’eravate?

 

1) https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_01/medico-siciliano-nembro-che-va-casa-pazienti-torino-brescia-6fd89d92-1c79-11eb-a718-cfe9e36fab58.shtml?refresh_ce-cp

25 febbraio 2019

Volete sapere perché Formigoni è finito dietro le sbarre?


L’occasione fa l’uomo ladro, recita il proverbio: questo è quel che è capitato a Formigoni, perché le “occasioni” le creano gli im-prenditori del sistema pubblico/privato, a bizzeffe. L’uomo ex Pirellone è stato un ingenuo, si comprende bene da come si è comportato: esaltato dal suo ruolo di “Celeste”, non ha meditato che tutto quel ben di Dio non gli era dato perché – ragionando da Luterani o da Ebrei – era il “prediletto del Signore”, bensì perché qualcuno guadagnava soldi a palate da quel sistema ed aveva tutto l’interesse che le cose durassero così com’erano.

Tutto l’andazzo nasce dallo “strano” fenomeno al quale stiamo assistendo, ossia la migrazione del sistema sanitario nazionale verso il privato, che non è sempre un vero “privato”, perché le strutture rimangono (per ora) gratuite per la popolazione. A parte che alcune strutture private già forniscono, oggi, prestazioni ambulatoriali e diagnostiche allo stesso prezzo del ticket sanitario nazionale, il “passaggio” avviene a monte, ossia nei costi che lo Stato si accolla per le prestazioni del singolo paziente.
In sostanza, io (Stato) pago una cifra per ogni giornata ospedaliera di un paziente medio, e poi il privato se la vede lui. Detto così, potrebbe anche funzionare, ma bisogna anzitutto comprendere quanto pago e cosa mi viene dato in cambio. E cosa costa al contribuente.

Per mia fortuna sono riuscito ad avvalermi per questa analisi della consulenza di una persona esperta: un’infermiera che, per molti anni, ha lavorato sia nel pubblico che nel privato, prevalentemente nel settore psichiatrico.
Il settore psichiatrico è un po’ “speciale”, perché è nato – così com’è oggi – negli anni ’70 del Novecento, soprattutto per merito di Franco Basaglia, psichiatra che ebbe il merito di andare “oltre” il mero manicomio, come fino a quell’epoca era considerato l’unica struttura in grado d’accogliere i “matti”. Chi vorrà approfondire la cosa (che è solo il corollario e non la nota dominante di questo articolo) potrà trovare sul Web tutto quel che cerca.
In buona sostanza, la questione fu risolta con l’abolizione dei manicomi – a buona ragione considerati dei veri e propri lager per malati – verso l’esternalizzazione, all’interno della società, del malato psichiatrico.

“Esternalizzazione”, però, non è sinonimo di “privatizzazione”: è bene ricordarlo. Invece, lo Stato si ritirò in parte dal settore – vuoi per incapacità di gestirlo, vuoi per convenienza, vuoi per lucro “combinato” fra gli imprenditori del settore e la politica/burocrazia pubblica – e rimasero solo i presidi ospedalieri (i reparti ospedalieri di Psichiatria (SPDC) o i Centri d’Igiene Mentale (CIM) sul territorio.
Dove finì la stragrande maggioranza dei malati psichiatrici?

Prima di continuare, vorrei chiarire un concetto: se il nostro pancreas non secerne insulina, siamo diabetici e non perdiamo rispettabilità sociale, mentre se il nostro cervello ha problemi con la serotonina o la dopamina, abbiamo problemi psichiatrici e ci mettono il cappello da Napoleone in testa.
Questo non significa che con il malato psichiatrico non si debbano prendere delle precauzioni – ad esempio non dargli una 357 Magnum in mano – però riflettiamo anche che larga parte della popolazione fa uso di psicofarmaci, per disturbi più o meno gravi: siamo una società malata nei gangli vitali del vivere sociale, e queste sono le conseguenze.

Il malato psichiatrico grave – ossia colui che deve essere tenuto sotto controllo – non vive o vive parzialmente nella società (secondo la gravità del suo male e secondo ciò che gli psichiatri ritengono più utile per la sua esistenza) ed è ospitato nelle apposite strutture, che – con il tempo – sono diventate sempre di più private. Ma pagate dalla mano pubblica.

Grazie alla mia amica infermiera, sono riuscito a ricostruire abbastanza fedelmente il conto economico di una di esse: non pretendo che sia oro colato, però i dati sono stati verificati come validi in più di una struttura, ed evidenziano un’enorme discrepanza fra le spese realmente sostenute e gli introiti incamerati. Di più: siccome gli “imprenditori” di questo settore sono noti (psichiatri e non), il loro tenore di vita è stato notato, con grande evidenza. Capito?

Personale                                          
Direttore                       1                                 60.000
Direttore sanitario         1                                  70.000
Medici                          3          3.000                108.000
Psichiatri & Psicologi    5          2.500                150.000
Infermieri                      5          3.000                180.000
Educatori/OS              32          2.500                960.000
Cucina & Pulizia            3          2.200                  79.200
Amministrazione           3          2.500                   90.000


Acquisti alimentari                                                350.400
Farmaci & materiale sanitario                                268.800
Affitto annuo                                                       120.000
Riscaldamento                                                      20.000
Energia elettrica                                                      5.000
Assicurazioni                                                           5.000
Veicoli                                                                       6.000
Spese straordinarie                                                10.000
Manutenzione                                                          10.000
Palestre e laboratori                                                50.000

Costi                                                                   2.542.400

Ricavi                                     
Pazienti                         64                              
Retta giornaliera           250                                 5.840.000

Utile                                                                      3.297.600

Note: sarebbe stato meglio incamerare il foglio Excel, ma creava qualche problema sui server e dunque l’ho solo riportato in Word. In queste strutture, i medici di guardia sono comuni medici, non psichiatri. Psichiatri e psicologi, generalmente, sono pagati come consulenti esterni. Ci sono poi le attività ludiche, diverse da una struttura all’altra, che è difficile quantificare ma, come potete osservare, non è che un’ora la settima o il giorno di falegnameria o a cavallo sposti tanto le cose. La situazione esposta si riferisce a circa 5 anni fa.

3 milioni di euro di utile l’anno sono tanti, d’altro canto, chi foraggiava il “Celeste” – e tanti in posizioni analoghe o, comunque, degni di essere “convinti” – doveva avere fondi cospicui per farlo: poi, i sistemi per lasciarsi corrompere sono tanti, come dimostra il caso Alemanno (fondazioni) o i casi Tiziano Renzi e Berlusconi (frodi fiscali). Sono reati comuni, per i quali le persona comune, se viene beccata, fila dritto in galera. Fino a ieri, solo le persone comuni: oggi?
C’è da complimentarsi con il ministro Bonafede, che ha fatto un ottimo lavoro: se avesse potuto, avrebbe anche cancellato l’indegna prescrizione dei reati, ma Salvini doveva salvare Bossi nel suo processo, e dunque l’opposizione della Lega, ancora una volta, ha finito per essere forte coi deboli e debole con i forti.

Inoltre, devo confessare una cosa. Sapete che sono appassionato di nautica – vela – e mi sono sempre stupito, quando passo dal porto di Varazze, nell’osservare mega-yacht a motore – 15, 20 metri, valore 1-2 milioni di euro – che sono lì, all’ormeggio, appena costruiti dai cantieri ex Baglietto, già iscritti alle Cayman ma in attesa d’acquirente. Cosa c’è dietro? Perché ai saloni della nautica sono quasi sparite le barche per le famiglie e sono aumentati enormemente i “ferri da stiro” (consentitemi un po’ di veleno, da velista) di tutte le dimensioni? Non è soltanto una questione di classe media alla deriva: alcuni pentiti di mafia hanno spifferato di tangenti pagate con mega-yacht. Perché la Magistratura non ci butta un occhio? Anche nell’affaire Formigoni ci sono gli yacht di mezzo.

Se la riforma dei manicomi non implicò la privatizzazione del sistema, è altrettanto vero che la sanità regionale ha fallito in pieno i suoi obiettivi: che senso ha, per il Ministero della Sanità, dover controllare le stesse cose per 20 regioni? Quali sono i vantaggi? Qualcuno me lo spieghi. Dove vanno a finire i 100 e più miliardi della sanità?

Terminiamo con un pensiero per il “Celeste”, la persona alla quale – addirittura – il Pirellone andava stretto ed ha dovuto costruire l’enorme grattacielo del Palazzo Lombardia, lasciando il Pirellone al solo consiglio regionale. Uno spreco immane, un insulto all’intelligenza ed alla miseria, che in Italia non manca.
Tutto, nella sua vicenda, mostra come quest’uomo si sia elevato “al di là del bene e del male”, per entrare in un limbo d’intoccabili, ai quali tutto era permesso perché benedetti da Dio in persona. Un nuovo Re assolutista.
Anche il suo modo di frodare, intascare tangenti e quant’altro è intessuto non da protervia, ma da certezza assoluta d’essere – in qualche modo – nel “giusto”: questo non è un ladro di polli come Alemanno, Tiziano Renzi o i tanti di Tangentopoli. Costui si ritiene un prediletto da Dio e, dunque, al di sopra delle nostre – ritenute insignificanti – velleità terrene di giustizia.
Forse, oggi, legge il libro di Giobbe, per comprendere cosa ha voluto insegnargli Dio con quella condanna, con la prigione, nella quale – sono quasi sicuro – non si troverà poi tanto male. “Dio ha voluto che conoscessi gli umili” – penserà – e dovrà farselo andar bene, poiché la pena differita in arresti domiciliari non è proprio dietro l’angolo.

Ovviamente, i suoi avvocati l’hanno subito invocata, però, da cosa leggo – non sono un avvocato e dunque taccio – pare che Bonafede abbia cucinato la polpetta molto bene, al punto che sarà probabilmente necessario un pronunciamento della Consulta. E il tempo passa, fra l’apertura e la chiusura delle celle, fra una visita e l’ora d’aria.

Si parla delle tante ingenuità dei 5S, ce ne sono, è vero: però, la soddisfazione di vedere un ladro che ha rubato sui malati italiani in gabbia, finora, nessuno ce l’aveva data. Ricordiamo il ministro della Sanità Gava, incarcerato e poi scarcerato perché “malato”. Così malato che andò subito a festeggiare al ristorante “Ai due ladroni” (vero!). Speriamo che, stavolta, le cose vadano in altro modo.



04 gennaio 2019

Bella da morire


Gentile ministro Grillo,
                                    le confesso che sono un po’ sorpreso dal dover scrivere ad un “ministro Grillo” che non è il buon Beppe, ma la vita è strana, e talvolta le sorprese che ci riserva il Fato sono veramente curiose. Veniamo al dunque.
Lei, essendo medico, è stata giudicata “abile” per il Ministero della Salute: questo non mi è mai parso un titolo univoco di merito per sedersi su quella poltrona, poiché la salute è un bene di tutti, non dei soli medici. Non andrà certo meglio quando a dirigere la Difesa ci sarà un Generale. In ogni modo, oggi c’è lei ed è a lei che mi rivolgo perché la gestione della salute pubblica è piuttosto delicata e non è ben gestita, a fronte delle esorbitanti spese che il sistema le assegna.

E’ stata subito assorbita dal problema dei vaccini il quale, a mio avviso, era soltanto un modo per gettarla in un contradditorio infinito, in una diatriba inutile, tanto perché si lasciassero insoluti i grandi problemi della Sanità italiana: insomma, la solita pagliuzza per nascondere la trave nell’occhio.

Il primo problema riguarda la sciagurata suddivisione regionale della Sanità: non io, ma illustri analisti si sono espressi in tal senso, persino l’ex ministro Lorenzin (1) aveva espresso i medesimi dubbi, perché la Sanità è il motivo fondante per la sopravvivenza delle Regioni, non un settore di competenza regionale. Suvvia, non raccontiamoci balle.
Poi, quando si scassa un meccanismo che funzionava meglio, è inutile affermare “tornare indietro non si può”: se un sentiero è troppo arduo e periglioso, tornare indietro è il miglior consiglio da dare.

Se desiderate metter mano all’ordinamento italiano, non dovete farvi fuorviare da argomenti di scarso interesse, poiché sono alimentati proprio da chi non vuole che ci mettiate mano. La riforma regionale fu uno dei disastri più eclatanti della politica italiana: chi sceglie l’ordinamento regionale (lander) non deve avere un ordinamento napoleonico (province).
Cosa ne dice, oggi, delle Province italiane resuscitate come “enti di vasta area” e tuttora funzionanti, tutte, e con un ben strano “ordinamento”, assolutamente estraneo al dettato costituzionale? Sono composte da un “consiglio” formato solo dai sindaci delle aree delle ex province i quali, a  loro volta, eleggono il loro presidente.
Salta agli occhi, immediatamente, la loro stridore dal principio costituzionale, ossia sono persone non elette – il sindaco di Tivoli (esempio) non ha nessun titolo per decidere qualcosa nella provincia di Roma – perché è stato eletto dai cittadini di Tivoli, non dai romani.
Hanno trovato il modo di creare dei rappresentanti (?) che nessuno ha mai eletto. E che deliberano, stanziano somme, acquisiscono somme, dallo Stato e da altri cespiti (le contravvenzioni stradali, ad esempio) in piena libertà. Un espediente incostituzionale per mettere delle persone in dei posti nei quali nessuno ha controllo: ci sarebbe da ipotizzare un reato di “attentato alla Costituzione” per chi ha progettato ed avallato quelle scelte.
Come vede – essendo lei un politico e non solo un medico – la interpello a largo spettro, ma torniamo alla Sanità.

L’esborso annuo è intorno ai 100 miliardi di euro: una cifra iperbolica, ben superiore a quella che veniva stanziata per la sanità statale. Ma, le Regioni, a parte tanta aria fritta, di cosa si occupano? Scorporando la Sanità (con notevoli risparmi) non rimarrebbe quasi nulla, se non la velleitaria decisione a voler contrastare, limare, adattare leggi dello Stato che finiscono per generare conflitti interminabili di fronte al TAR, al Consiglio di Stato, alla Cassazione, fino alla Corte dei Conti. Ma si può vivere in un simile casino?
Senza contare le inutili complicazioni che tale scelta ha generato: per prendere una decisione sul fiume Po, si devono consultare e ricevere il consenso da ben 18 amministrazioni diverse! Un tempo, decideva il Magistrato del Po.

I Parlamentari italiani sono i più pagati del mondo, su questo ci sono pochi dubbi: si può dissertare fin che si vuole su alcuni emolumenti dei congressisti statunitensi, ma – almeno qui in Europa – il confronto è sconfortante.
E’ quindi giusto “regolarizzare” gli emolumenti dei parlamentari italiani, ma sarebbe sciocco pensare che questo “taglio” conducesse a risultati importanti: se si vuole, veramente, incidere sui costi inutili e sugli sprechi, bisogna razionalizzare la catena degli amministratori.
Come non capire che la catena decisionale in campo sanitario, un tempo ridotta a singoli, è stata moltiplicata per 20? Un tempo, avemmo pure un Duilio Poggiolini, con tutta la corruzione conseguente, ma oggi ne abbiamo 20 a decidere sulle questioni dei farmaci!

E poi, la suddivisione regionale della sanità ha condotto alla regionalizzazione forzata degli italiani: è al corrente che un medico appartenente ad un sistema regionale con gran difficoltà può avere un paziente di un’altra regione?
Ovvio che la cosa non interesserà chi abita a Roma e Milano, ma gli abitanti che vivono “a cavallo” dei circa 10.000 km di confini regionali, quando traslocano nel comune vicino – per quanto riguarda il mantenimento del proprio medico – devono passare le forche caudine: corse alla ASL, documenti da far firmare al medico, ritorno alla ASL, validazione dei documenti…e questo ogni nuovo anno!

Non è una questione di lana caprina: visto che è miseramente fallito il piano di un database nazionale, consultabile e trasferibile – mediante la semplice tessera sanitaria – da un luogo ad un altro, è comprensibile che ogni paziente finisca per fidarsi solo del proprio medico. E ci sono anche molte, altre ragioni (fiducia personale, conoscenza dell’anamnesi approfondita dei singoli, amicizia, altro…) perché una persona che si sposta di qualche chilometro preferisca tenersi il proprio medico.
Non parliamo poi delle prestazioni specialistiche e dei rilievi analitici: apriti cielo! Se l’ospedale della “vecchia” regione dista solo una decina di chilometri, ti fanno mille problemi e ti chiedono, senza nessuna remora di decenza: “Perché non va all’Ospedale di Distantopoli?”

Tutto prova quel che già dicevo: la sanità regionale non è altro che un corposissimo cespite di fondi per rimpinguare le mille altre “attività” della Regione. A questo punto, anche i continui “risparmi” che vengono attuati – meno medici, meno infermieri, chiusura di ospedali e di singoli reparti – non sono altro che il tentativo di prendere più fondi possibile, per poi spenderne il meno possibile. E i “risparmi”? Beh…sfogliate le pagine dei giornali alla pagina giudiziaria…

Ma c’è un altro problema, ben grave, che attanaglia la sanità italiana.
In 35 anni d’insegnamento – all’incirca 200 classi condotte alla maturità, circa 5000 liceali – ho notato un solo caso di un allievo, figlio di medico, che scelse un’altra facoltà.
Con cadenza costante, tutti i figli di medici s’iscrivevano a Medicina, se fallivano il test d’ingresso s’iscrivevano a Biologia, così – appena passato l’esame d’ammissione, l’anno successivo – potevano iscriversi con l’abbuono di un certo numero di esami (oggi, “crediti”).
A volte ci fu addirittura la riapertura dei termini per il test d’ingresso in una nuova sezione “ridotta” (o “speciale”) dove, guarda a caso, tutti gli iscritti erano figli di medici. O, anche, l’aumento degli ammessi se “certi” non l’avevano passato.

Comprendo che lei, medico, si sentirà un pochino a disagio se le chiedo di marginalizzare il potere dell’Ordine dei Medici all’interno delle strutture sanitarie nazionali. Attenzione: il medico è e resterà sempre la figura di spicco per quanto riguarda le questioni sanitarie, solo che non deve più avere il potere di scegliersi i suoi collaboratori. Che saranno, sempre, figli o nipoti d’altri medici: a buon rendere, ovvio.
La soluzione?
Concorsi. Concorsi nazionali dove – se si vuole farlo – si è in grado d’impedire qualsiasi tentativo di nepotismo. Pesanti sanzioni penali per chiunque venga sorpreso – e provato – a camuffare i risultati dei concorsi. Basta minacciare l’espulsione dall’Ordine.
Ma, la migliore cosa che si può fare, è rendere la possibilità a tutti gli studenti che vogliono accedere a Medicina di poterlo fare, alzando però l’asticella delle conoscenze apprese e delle competenze dimostrate. I migliori, faranno carriera perché bravi.

Questo andazzo porta i (pochi) specialisti che lavorano nella sanità pubblica ad essere in qualche modo “evasivi” – se non si tratta di questioni gravi, con pericolo di vita – con diagnosi più sfumate, che alimentano dubbi ed incertezze. Perché? Poiché il sistema privato è separato da quello pubblico, ma i parenti medici (il nepotismo!) che lavorano negli studi privati…meglio tenerseli buoni, magari domani ci sarà posto anche per me…

Insomma, la vogliamo finire con queste pratiche del numero chiuso nelle facoltà? Si contravviene alla libertà d’apprendimento, sancita dalla Carta Costituzionale.
Poi, massacriamo pure agli esami di Anatomia e di Biochimica come un tempo: avremo la certezza d’avere la classe medica migliore del mondo, non per censo, ma per merito.

Anche fra gli infermieri – che oggi hanno un ruolo più importante di un tempo – si nota una rarefazione: è ben vero che, quando c’è un concorso pubblico, sono sempre migliaia per centinaia di posti. Ma andate a vedere nelle strutture private: rumene, ungheresi, cubane, argentine, ecuadoregne, croate, russe…c’è il mondo nel settore infermieristico privato. E, in quel caso, c’è anche il problema della lingua: non sono riparatrici di computer, sono quelle che girano per i reparti, e che a colpo d’occhio devono capire come state.
Tutto questo avviene non per questioni salariali (i salari sono pressappoco uguali) ma per il diverso contratto che, nel pubblico, garantisce più diritti. E non parliamo poi delle Operatrici Sanitarie (OS) dove veramente stiamo raschiando il fondo del barile, con veloci corsi privati che tutto danno per poco tempo e denaro. Garanzie, dopo? Eh…   

Termino dandole un consiglio più “politico”.
Se volete veramente andare a toccare i veri sprechi – gli stipendi dei parlamentari, nazionali, europei e locali – ma anche le mille “scrivanie” che non servono a niente, c’è da fare una ricerca certosina, con molta attenzione, per non fare errori.
Dopo, però, non fate il solito decreto legge: fate una comune legge d’iniziativa parlamentare e portatela in aula. Vedrete chi ci sta e chi non ci sta: e lo vedranno anche gli italiani.
Saluti ed auguri di buon lavoro.



27 dicembre 2017

Sera di Natale in Italia


La sera di Natale giunge stanca, e tutti ci domandiamo che festa sia S. Stefano: va beh, è un giorno di festa in più, tanto per avere il tempo di smaltire gli eccessi di sbobba…
Dopo le orate (d’allevamento, comprate al Famila, 6,35 euro/kg) della vigilia, siamo passati ai ravioli di mezzodì: fatti amorevolmente a mano, ma proprio tutto a mano, perché la macchina cinese appena comprata dopo due sfoglie (dov’è finita la vecchia “Imperia” a manovella dei nonni? non mi ricordo, forse è in soffitta…) avviluppa tutto in un melange apocalittico di sfoglie e metallo. Va beh, ci siamo fatti i muscoli a tirare le sfoglie col mattarello…
E viene la sera più noiosa dell’anno, quella “che è festa e qualcosa devi fare”: una scopetta all’asso in quattro, almeno si ride un po’ su chi si dimentica che di Re ce n’era ancora uno in giro…e giù una scopa…oppure, di mazzo, gioca la sua ultima carta con un sapore di vendetta negli occhi. E gira un asso sul tavolo vuoto, perché i sette se ne sono andati. Va tutto bene la sera di Natale, anche chi gioca a poker e dice boriosamente “vedo” con una coppia di dieci in mano…è la sera di Natale, si deve arrivare a domani per festeggiare (!) il patrono d’Italia, al quale avremmo tante cose da chiedere, ma abbiamo imparato a tacere, anche coi santi.

La suocera di mio fratello, 90 anni, ci osserva dalla sedia a rotelle: ogni tanto biascica qualcosa, vede qualcuno morto da trent’anni, saluta un figlio che non c’è…l’Alzheimer galoppa…povera donna, speriamo che queste visioni la sottraggano, almeno un poco, alla sua triste condizione d’inferma, nell’attesa della morte più fulminea e misericordiosa possibile.
Quando, però, strabuzza gli occhi all’indietro e s’abbandona come un cencio slavato, tutti ci fermiamo, agghiacciati, muti, silenti, la carta si ferma nell’aria e non scende nemmeno sul tavolo. Impietriti. Solo lei scatta: l’infermiera di famiglia, alla quale non è permesso lasciarsi prendere dallo scoramento, salta su come un lampo, la regge, poi si volta: “Datemi una mano”.
Dio come pesa questa vecchietta, questi pochi brandelli di pelle e ossa paiono piombo…sembra di tirare su le batterie della barca dalla sentina…finché la sdraiamo sul letto: siamo divenuti tutti pallidi, cerei…sarà il gelo della morte che ti passa accanto…

Ma è già tutto cambiato: con una mano sul cuore, la strapazza. Dove ti fa male? Qui o qui? La poveretta riemerge, riesce a parlare, ma capire se è un dolore allo sterno o allo stomaco è tutto un programma…“dammi il tuo orologio, veloce!” Lo slaccio e faccio partire il cronometro…dopo pochi istanti ci sono già i primi dati: pulsazioni e respirazioni…già, ma che farne? “Chiamiamo il 118”? La figlia, con le lacrime agli occhi “se la portiamo in ospedale ci muore”. Già, con le infezioni ospedaliere che girano…ma, d’altro canto, che si può fare?
La Guardia Medica. Ecco, questo si può fare.
“Il medico è già impegnato in un’altra telefonata: non riagganci, per non perdere la priorità acquisita!” : ma che è, siamo al call centre dell’Ipercoop?!?
Niente. Mezzora ad aspettare, mezzora durante la quale la nonnina si riprende, l’amica/infermiera riesce a parlarle, a farsi raccontare con più precisione i sintomi, e si tranquillizza anche lei. “Mi sembra più una faccenda di stomaco…non un infarto…” ribatto: se era un infarto era già andata…risponde con garbo e fermezza “non è vero per un cazzo di niente, ci sono infarti che ti lasciano anche ore per intervenire!” Taccio, che è meglio.
Prova a chiamare un amico medico, ma non risponde…avrà staccato il cellulare di servizio, è la sera di Natale…tocca alla Guardia Medica…ma dopo 40 minuti desistiamo dal chiamare la Guardia Medica, ci mancano solo le musichette… Nel frattempo la nonnina s’è ripresa, è tornata rosea: con un po’ d’acqua, limone e bicarbonato ha tirato un paio di sonori rutti…è andata bene.

Nessuno, però, può impedirmi di ricordare una sera di quarant’anni fa, al capezzale di una bambina che aveva la febbre alta, troppo alta, e non si lamentava. I genitori, entrambi biologi, erano perplessi: i bambini, ancorché malati, non sono mai così inerti, senza riflessi…è colpa mia, si rattristava la madre, non dovevo metterla in cortile solo con la canottiera…pareva caldo…poi si avvicina alla piccola, le fa passare la mano sotto la nuca e rialza il capo: immediatamente, la piccola geme.
“Questa è meningite” afferma sicura “vado a chiamare il medico.” La risposta del medico fu un poema: “Dagli una bella Aspirina e prendine una anche tu, altrimenti viene a te la meningite.”
Disperata, un’idea le attraversa la mente (era il 1974): “ma non hanno messo quel nuovo servizio…come si chiama… ah sì, Guardia Medica”…elenco telefonico…dopo un quarto d’ora un giovanissimo medico varca la porta, visita la piccola, prende la febbre, compie anche lui la manovra del capo poi, sicuro: “E’ il primo caso che osservo, ma sono più che certo: è meningite o, comunque, infezione meningea.”
La bimba fu immediatamente ricoverata e la mattina seguente era già fuori pericolo: attendere la notte per il ricovero sarebbe stato, probabilmente, fatale (dissero gli infettivologi).

Ora voltiamo la pagina, e domandiamolo a voi – miseri saltimbanchi d’avanspettacolo di paese, che si fingono attori shakespeariani – a voi, che per mesi ci strapazzerete i cosiddetti con le vostre misere sparate, che altrettanto miseri giornalisti strombazzeranno sulle colonne dei quotidiani per far sembrare una cazzata più grande di un’altra, nello sciagurato spettacolo che ci offrirete in un’assurda campagna elettorale.
Non vi chiedo di pensare come pensano i grandi, poiché non ne siete capaci: perciò non vi chiederò di sanare il baratro che oramai separa come un vallo incolmabile la ricchezza ostentata, gravida di scempiaggini, urlata nel silenzio delle notti, esposta al ludibrio dei tanti…da coloro che vivono di poco, che ritagliano anche sul biglietto dell’autobus, che misurano il vino a tavola, quando non devono misurare anche il pane.
Non vi chiederò di stendere piani energetici credibili, impostazioni finanziarie meno disperanti, sovranità – territoriali, industriali, monetarie, culturali… –  svanite…no, vi chiederò solo una cosa: vi siete accorti del danno provocato dalla gestione regionale della Sanità?

100 miliardi l’anno che svaniscono ogni anno come uno sciame di bolle di sapone…gli ospedali vengono ridotti, i reparti chiusi, i servizi decimati…mentre le uniche cose ad aumentare sono i costi per i cittadini ed il numero delle infezioni ospedaliere, dovute anch’esse a “risparmi” sulla sterilità dei mezzi impiegati?
E tutto questo per permettere ai vari Formiconi & similia di trascorrere dorate vacanze in barche da sogno o sulle nevi più gettonate, in club esclusivi, su isole irraggiungibili…tutto questo deve essere rubato sulla pelle della gente? Sei mesi d’attesa per un’ecografia, reparti inaccessibili, Guardie Mediche intasate, gente che aspetta in barella per ore nei Pronto Soccorso?

Chi di voi, in questa sfolgorante campagna elettorale, avrà il coraggio di alzarsi e dire: “E’ stato un colossale errore: abbiamo moltiplicato i costi per 20 e diminuito di 20 volte la nostra capacità di curare la popolazione. Perciò, con la prossima legislatura, la Sanità tornerà allo Stato, seguendo metodologie d’intervento già sperimentate in passato, che davano risultati sicuramente migliori.” Punto.

Chi avrà il coraggio di farlo? (e di attuarlo?)