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06 giugno 2020

Fra Guelfi Bianchi e Neri, e Ghibellini incerti


Nel gran bailamme del dopo-Coronavirus ci mancava solo che sfrattassero Casa Pound per completare l’opera: peraltro, a norma di legge, uno sfratto sacrosanto ed anche un po’ – lasciatecelo dire – buffonesco. Così, alcuni “occupanti diseredati” degli appartamenti abbiamo scoperto che erano tutti dipendenti ministeriali o annessi & connessi: l’abituale storia dei maneggi romani, le solite vicende di parentele (politiche o familiari), le consuete buffonate dei medesimi apparatcik dell’attico su Piazza di Spagna. Su invito, ovviamente, solo su invito.
Ciò che sconcerta è la vicenda, oramai scatafasciata, degli ex fascisti e degli ex missini, privi oramai d’ogni legame con un passato che data oramai un secolo d’avventure e che un Paese serio dovrebbe posizionare nella Storia, non nella cronaca, perché se n’avverte l’incongruità, lo stridore, l’inutilità sostanziale.
Fatto salvo che il Diritto italiano proibisce qualsiasi tentativo di ricostruzione del Partito Fascista, poi assistiamo alle solite buffonate giuridiche: per lo stesso reato – saluti fascisti al Cimitero di Milano – alcuni imputati sono capitati sotto un giudice di destra, che li ha assolti, altri sotto uno di sinistra che li ha bastonati. Così, fascismo ed antifascismo diventano solo più opinioni giuridiche.

Il gran disastro è rappresentato da una mancanza sostanziale d’idee, di proposte, di riscontri nella destra italiana che s’affida ad una retorica stantia, vuota e – lasciatecelo dire – diretta proprio alla parte più ignorante della popolazione.
Le stesse convinzioni che non convinsero nessuno quando giunsero alla prova dei fatti: il 26 Luglio del 1943, non trovavi più un fascista a pagarlo mille lire dell’epoca. Poi, giunsero i tedeschi e gli italiani – riottosi ma dimessi – si misero in fila per andare a lavorare nell’organizzazione Todt. Nessuno, al Nord come al Sud, diede degli appoggi sostanziali ai due schieramenti in guerra, al più la testimonianza di una presenza.
Se il Fascismo fu un’operazione politica fallimentare, giacché gli italiani non erano avvezzi ai suoi termini: li appresero come sovrastruttura e mai li interiorizzarono come struttura stessa nella società – basti pensare al clamoroso fuggi-fuggi durante la guerra – l’operazione odierna di un partito di Destra che possa rinverdire quei dubbiosi fasti ci pare più la riproposizione retorica di una farsa.

La Destra italiana, da molti mesi, chiede le elezioni per andare al governo, pensando due cose:
1) Che tanto bisogna arrivarci, poi si vedrà cosa fare.
2) Che tanto gli avversari sono “bolliti” e non ci daranno fastidio.

A parte che non v’è alcuna certezza di vittoria elettorale – un nuovo partito guidato da Giuseppe Conte è accreditato, nei sondaggi, in una forbice fra il 14% ed il 24%, che ruberebbe i suoi voti agli attuali alleati (PD e M5S), ma anche una buona fetta alla Destra, riportando così l’ago della bilancia elettorale al dubbio – c’è da chiedersi cosa farebbero le due Destre, alleate e divergenti come lo sono Meloni e Salvini, che sopravvivono soltanto per l’eterna mediazione di un partito oramai centrista, quello di Berlusconi.    
La sopravvivenza politica di Forza Italia è però legata a quella biologica del suo leader e non sapremmo proprio immaginare un partito guidato da un insipiente Tajani (Toti se n’è già andato), ingentilito da alcune (ex) graziose donzelle che non farebbe altro che…citare all’unisono il testamento politico del grande Silvio. Oramai fu, oppure delirante. Perché lasciare la Destra nelle mani di Salvini e della Meloni è come pensare di lasciare il potere nelle mani di romanisti e laziali o, se preferite, fra juventini e granata.

L’esperimento di una Lega “nazionale” è già fallito: magari qualcosa al Sud Salvini potrebbe ancora racimolare ma è evidente che il suo elettorato è ancorato al Nord, produttivo e riottoso nei confronti di Roma. Al contrario, i fasti romani sono il panem et circenses della Meloni, che se ne va a Fregene e mai e poi mai sui litorali veneti a fare aperitivi.
Ciò che colpisce e stupisce, nelle loro vicende politiche, è che i due potrebbero – anzi, quasi devono forzatamente – allinearsi sulle rispettive posizioni “storiche” dei loro partiti, ossia un federalismo esasperato (che è già ai suoi limiti strutturali, la vicenda Covid ha fatto riflettere gli italiani) sperando d’asserragliare in una fortezza il vecchio “duri e puri” di Bossi, insieme all’anti-migrazionismo che ha perso molto ardore, nelle sue forme e nella sostanza. Ma non basta per governare: bisogna andare alla trattativa.

Le frange estremiste di Casa Pound hanno mostrato un limite: non saranno mai forza elettorale, troppo impegnate nel rinverdire i fasti del Fascismo e i giovani i italiani – quando pensano d’andare, il sabato pomeriggio, a giocare ai soldati dell’Impero – si mettono a ridere e ti mandano a quel paese.
All’estero ci sono più personaggi presentabili, che hanno “sostanza” oltre che forma: uno su tutti De Benoist, ma De Benoist è merce per gli intellettuali, non è certo merce elettorale. E la Le Pen mostra tutti i suoi limiti.
Non rimane, quindi, che “far dialogare” vecchi personaggi come i fu “colonnelli” di Fini – La Russa, Matteoli, Gasparri, Ronchi…? – oppure affidarsi a nuove leve, come Caio Giulio Cesare Mussolini, che un po’ fa ridere, un po’ lascia perplessi.
Provate a mettere insieme questi personaggi (od altri, la scelta è vasta…) con gente come Giorgetti, Salvini, Fontana, Zaia…vi sembra che sia possibile?
La realtà, sprofonda nella Storia.

Dante era un Guelfo Bianco, ossia della fazione perdente di coloro che vedevano di buon grado una liaison fra il potere papale e quello imperiale, entrambi circoscritti nei loro ambiti istituzionali, ma alleati e consapevoli dei loro ruoli.
Invece, mentre a Firenze i Guelfi Neri (i “duri e puri” del Papa) lo cacciarono per salvare la pelle, Dante si rifugiò a Verona, poi a Ravenna, che erano terre di Ghibellini “tiepidi”, ossia gente che tollerava l’imperatore tedesco, a patto che non “rompesse” troppo e li lasciasse liberi di commerciare. Insomma, un Guelfo Bianco – e tollerante – si capì meglio con Ghibellini “tiepidi” e tolleranti.
L’equilibrio per qualche secolo tenne senza gravi disgrazie, ma si giunse al 1527 quando i Ghibellini “hard” – corroborati dalla Riforma Luterana – scesero a Roma e la saccheggiarono per molti mesi: con la fine del Rinascimento, iniziarono guai senza fine per l’Italia, con Firenze asservita al papato e Venezia che, lentamente, finì per essere soltanto l’ombra della Repubblica di un tempo. E gli stranieri alla fine colonizzarono l’Italia fino a Napoleone.

Tornando all’oggi, io vedo molto difficile conciliare un forte potere centralista che ha come faro il primato dello Stato sulle Province, così come vedo difficile conciliare il potere di Confindustria, che vede lo Stato solo come un complesso di beni da restituire/rapinare verso le Province, contro un forte potere statuale.
I due schieramenti, già oggi, litigano e competono proprio su questi due termini – ancor prima d’avere il potere! – e sarà molto difficile tenere assieme una simile alleanza.
E i Guelfi Bianchi?

Possono garantire una miglior convivenza perché, se non ve ne siete accorti, il partito di Conte sarà un partito centrista e legato al potere cattolico, che sbaraglierà in silenzio le immaginette e i rosari di Salvini. Oltretutto, Conte piace alle donne ed alle mamme, che sono tante in Italia.
Con due partiti a lato, l’uno un po’ conservatore – ma privato di uno scomodo Renzi – e l’altro più innovatore dove, però, scarseggiano le teste pensanti saprà gestire meglio la situazione italiana rispetto al continuo rimbrotto fra Roma e Milano che assorbirebbe la parte migliore di un dialogo nella Destra.
In fin dei conti, la migliore gestione della cosa pubblica l’hanno sempre garantita gli equilibri centristi, perché mediano e non s’arroccano su posizioni che, dopo, è difficile gestire quando si è agli antipodi del pensiero politico.

Mario Draghi sarà Presidente della Repubblica? Può darsi, ma anche Casini e Franceschini possono aggiudicarsi la carica…senza troppi sconquassi e nemmeno troppi patemi d’animo.
L’ubriacatura del Papeete è stato il punto di massimo consenso della Destra, ma oggi è solo un lontano ricordo: come tutte le sbornie, dopo un caffè amaro ed un mal di testa, passano. E si torna a ragionare.

28 settembre 2019

Futuri inaspettati, pagabili in comode rate


La notizia più interessante, nel panorama politico, è senz’altro l’inizio delle indagini sui (presunti) trascorsi affaristico/politico/stragisti di Silvio Berlusconi con la mafia. Qualcuno griderà al complotto: libero di farlo, però, prima, dovrebbe tenere in conto alcune cosette.

La vicenda, di per sé, non è nuova: già Paolo Borsellino – che s’aspettava d’essere ammazzato (1992) – ne parlò in una serie d’interviste, nelle quali tracciava i primi lineamenti della nuova strategia dei rapporti stato/mafia risultante dal crollo dei vecchi equilibri politici della prima Repubblica.

La “sospetta” tempistica? Non so se sia un esempio di giustizia ad orologeria, come qualcuno sospetterà, e domando: e se fosse capitato tre mesi fa, in pieno crisi politica? Oppure fra tre mesi, quando ci saranno i definitivi “allineamenti” per le elezioni amministrative di Primavera?
Il vero problema italiano è che la classe politica vive continuamente in uno stato di fibrillazione: dunque, qualsiasi novità, notizia di reato o semplice inchiesta giudiziaria, scuote i palazzi della politica come un uragano.

La notizia, di per sé, è vecchia e parecchio strana: un uomo che decide d’entrare in politica e ne scalerà i vertici, come Silvio Berlusconi, si tiene in casa – con la pietosa scusa dello “stalliere” – un personaggio come Vittorio Mangano, capo-mandamento della cosca di Porta Nuova a Palermo, pluriomicida e più volte condannato? Oppure era obbligato?

Oggi, le accuse che sono state rivolte a Berlusconi sono di una certa gravità e, cosa importante, tutte non-prescrivibili grazie alle leggi varate dai suoi governi, data la pesantezza delle accuse.

Insomma, questo è soltanto l’epilogo di fatti già annunciati, già noti ma complessi, zeppi di contraddizioni e di accuse portate e poi ritirate, com’è usuale nelle indagini su Cosa Nostra, che muove pedine, pizzini e pentiti, falsi, veri, oppure ad intermittenza. Per questa ragione, l’accusa di “giustizia ad orologeria” non ha senso e costrutto interni, giacché se fosse avvenuta un anno fa o fra un anno, per la classe politica, avrebbe avuto la stessa valenza.

La classe politica non sopporta d’essere chiamata a rispondere di reati – anche gravissimi – e si ritiene al di sopra d’ogni giudizio da parte della Magistratura. Insomma, la tripartizione dei poteri non è mai stata pienamente accettata nell’ordinamento italiano: siamo rimasti legati al vecchio concetto di “intangibilità” dei potenti, che Alberto Sordi ben evidenziò nel Marchese del Grillo con la vicenda del povero Aronne, oppure lo sberleffo di Don Raffaé da parte di de André. Come disse il Belli: Io so io, e voi non siete un cazzo, continua ad imperare.
Ciò non esime la Magistratura dalle sue responsabilità, come ha dimostrato la penosissima vicenda del CSM: anche qui, il connubio intrinseco fra potere giudiziario e potere politico.

Più interessante, invece, è la strategia che le forze politiche assumeranno di fronte alla prossima, evidente “defenestrazione” di Berlusconi a quasi un trentennio dalla sua comparsa nell’agone politico. Oddio, il vecchio capataz di Arcore in qualche modo doveva finire: anche se pesantemente truccato, gettato in scena come un ectoplasma e sempre sorretto da parlamentari (femmine) “badanti”, faceva più sorridere che paura.

Con lui, però, scompare dalla scena politica quel concetto di centro-destra di sapore post-montanelliano, che si nutriva di forze fresche prelevate dalla Destra più intransigente per convogliarle verso un centro più dialogante. Che, però, metteva in crisi le forze di Destra più intransigenti e “nutriva” in modo asfittico il Centro cattolico e legato all’Oltretevere.
Oggi, quale di queste strategie è attuabile per la coalizione di Destra?

Se è vero che Salvini è riuscito a costruire, grazie ad una notevole e ben gestita campagna mediatica, una figura di riferimento forte e attraente, è anche vero che quella figura risulta “ingombrante” per molti aspetti: è visto con sospetto dalla destra tradizionale, figlia o nipote di Almirante, ed anche da quella meno pretenziosa, che ha conosciuto la penosa vicenda di Fini, terminata con la sua sconfitta, personale e politica.

Anche nel partito di Berlusconi, però, i “mal di pancia” non si sono fatti attendere: tanto è vero che il tentativo di Toti di fondare “qualcosa” di “vicino ma non uguale” a Forza Italia, e di “amicizia ma non sudditanza” verso la Lega, è abortito con uno 0,qualcosa nei sondaggi elettorali. Non che i sondaggi elettorali siano oro colato, però quando si prende lo 0,qualcosa il significato è chiaro. Come, del resto, avviene da anni per formazioni d’estrema Destra quali Forza Nuova o per i partitini che la Sinistra sforna ogni due per tre.

Di primo acchito, verrebbe da pensare ad un “soccorso” alla Lega dopo l’abbandono del governo ed al superamento (indolore? quanto?) del lungo periodo d’interregno che ci separa dalle elezioni del 2023. Perché è chiaro, sin da oggi, che le forze politiche attualmente al governo vorranno nominare il nuovo Presidente della Repubblica (previste per il 2022) – questo è più che ovvio – e non ci sarà manovra di palazzo capace di schiodarle da questo obiettivo, di primaria importanza.
Allora, forse, l’attuale “downgrading” di Forza Italia (conseguente alle vicende giudiziarie di Berlusconi) non è un inutile soccorso alla Lega, quanto una apertura verso nuovi equilibri che segneranno – veramente – l’ingresso nella Terza Repubblica. E, qui, la “chiamata” al Bildenberg – per quanto squalificato e ridotto ad un mero evento di costume – di Matteo Renzi qualche significato l’ha.

L’uomo di Rignano non ha dato gran prova di sé: partito dal 40% di consensi ha dilapidato velocemente un simile vantaggio, finendo intrappolato da una riforma costituzionale mal gestita e, peggio ancora, finendo pugnalato da inchieste giudiziarie – legittimissime! -  che avevano coinvolto i genitori e parenti vari.
Il ragazzotto, di per sé, vanta una lunga frequentazione con il capataz di Arcore, si dai tempi nei quali Mediaset gli fece un “regalo” corposo (o pagamento occulto?) con la vincita ad un gioco a premi: viste le mille “provvidenze” di Berlusconi, a pensar male non si fa peccato.

Le recenti vicende (ed elezioni) avevano lasciato l’uomo di Rignano confinato, a rigor di logica, al suo scranno di senatore – ma la logica, in Italia, non è molto aristotelica e più legata agli empirismi di palazzo – e, dunque, il senatore controllava e controlla un buon numero di deputati, tanti da creare un nuovo soggetto politico.
Non ci si lasci abbindolare dalle difese in extremis nei confronti di Berlusconi (“stupito”, “senza prove”, ecc): sono soltanto dei segni d’omaggio e formali ringraziamenti. In realtà, il guitto della politica italiana, vuole ereditare: nient’altro. E, qui, si apre un bel dilemma al quale, però, l’inossidabile trasformismo della politica nazionale saprà fornire risposte.

Per prima cosa, Renzi ha dipinto un acquerello dalle modulazioni tenere: Italia viva sarà la ripulita e profumata casa dei veri “centristi” obbligati, obtorto collo, ad entrare, silenti, nel truce maniero dei bolscevichi rampanti dal Veltroni-pensiero. Una sorta di “nuovo CCD”? Il sospetto viene, ma non addossiamo al monello di Rignano pensieri e parole impure, come il copione della trattazione richiede.

La strada è stretta, inutile raccontarselo, però Renzi non pone fine al tempo: è giovane, ha rottamato in LeU i vecchi apparatcik del partito e, dunque, può divertirsi nel gioco del trasformismo senza temere trasformazioni troppo veraci. In altre parole, sarà capace di fingersi il grande nemico di Salvini fin quando gli servirà. Dopo? Eh, dopo…e chi lo sa quali bischerate m’inventerò? Fossi al posto di Conte – dopo le formali rassicurazioni di appoggiare il governo sine die – farei un salto a trovare Enrico Letta. Credo che insegni a Parigi: vuole il telefono? Ah, già lo tiene.

Eppure, quello di Renzi è un gioco pericoloso, e lui lo sa bene, perché oggi è assolutamente sprovvisto di sufficienti “scorte” politiche per affrontare il drago rampante padano ma, da bravo politico qual è, sa benissimo che dopo un’ascesa senza limiti non puoi che aspettarti due cose: un crollo rovinoso oppure una discesa lenta ed inesorabile. Salvini si nutre di promesse: fino a quando il suo elettorato s’accontenterà e non dirà “vedo”?

Qui è il nocciolo della questione – non Conte, i 5Stelle o robetta del genere, questi trastulli lasciamoli pure al PD – bensì come, da una stretta e poco confortevole poltrona da senatore, potrà diventare – chiamato a gran voce! – il difensore dei valori europei, globalismi, eccetera eccetera…e dovrà scendere nell’arena solo, ad incontrare il suo nemico. Il Salvinardo.
Come Macron debellò la Le Pen, questa è l’opera che nella sua stamberga di Rignano legge e rilegge, alternandola al Principe, del quale ha letto e capito qualcosa solo fino al capitolo settimo, saltando poi l’ottavo – Di quelli che per scelleratezze sono pervenuti al Principato – e finendo di non capire una mazza nei capitoli inerenti i costi per ottenerlo.
Però, sette capitoli li ha letti: dai, che oggi è già tanto.

Da buon toscano, il Renzino, è una persona furba e schietta: quello che si trasforma rapidamente nel tombarolo il quale s’appropria d’altrui tesori e poi li rivendica come, da sempre, propri. Perché toscano, e dunque etrusco.
In altre parole, Renzi è il miglior avvocato di se stesso che sia riuscito a trovare e, mettergli in bocca futuri intrallazzi o trappoloni farseschi, è come attendersi risposte limpide dal pappagallo di un pirata (i pappagalli sono molto longevi) che risponderà sempre “un giro di chiglia!” (1). Che ne farai di Conte? “Un giro di chiglia”. Cosa aspetta Salvini? “Un giro di chiglia!”. Cosa vorresti dal papa? “Un giro di chiglia!”. Perché?

Poiché, nell’immaginario che lui stesso ha creato di se stesso – oggi si va per ectoplasmi viventi e saltellanti sul Web, gli impegni politici sono fanfaluche – c’era soltanto la necessità di rientrare in gioco, non altro.
Quando si è alzato in Senato per parlare, ed esprimere appoggio al Conte2, era l’avvocato Matteo Renzi che difendeva il nuovo governo nascente ma senza attaccare troppo il vecchio, perché nei confronti di Salvini non è mai stato brutale od offensivo: “sono il tuo futuro avversario, ma (per ora) ti rispetto”, pareva dire.

Renzi sa benissimo che iniziare il gioco delle minacce, del “stacca/attacca” la fiducia al governo gli darebbe una pessima notorietà: è un avvocato, sa benissimo quali sono i rischi di un’arringa troppo veemente, come, del resto, sono avvocati Conte, Bonafede, Toninelli, Bongiorno…e tanti altri. Solo Salvini non lo è, e si vede: ottimo comunicatore, è una “bestia” da Web come Di Battista, ma non sa mediare e contrattare un accordo. O sfonda, o perde.
Di Maio, invece, non è avvocato ma non ha nemmeno una comunicazione molto efficace: ha doti di mediazione naturali (s’è visto nell’accordo con Arcelor per Taranto) ma, più di tanto, non riesce a combinare: probabilmente, proprio per questa ragione fu scelto da Beppe Grillo per guidare il Movimento, un elemento di mediazione che previene scissioni? Probabile: difatti, in tutto il trambusto che c’è stato, pochissimi hanno lasciato il Movimento e, passato il momento “clou”, non lo lasceranno.

In definitiva, l’unica strategia di Matteo Renzi, oggi, è quella di “ereditare” qualche parlamentare (da Forza Italia, principalmente), una è arrivata dal M5S, qualcuno può darsi si muoverà dal PD o dalle forze di centro sempre molto “mobili”. Ma, oggi, la sua strategia è attendista: vuole logorare Salvini sulla lunga distanza, aspettando il momento giusto per avere sufficienti forze parlamentari e mettere un piede “pesante” nella coalizione di governo. Quasi sicuramente, quel momento verrà con l’elezione del Presidente della Repubblica, nel 2022.

Conte, oggi, non ha molte scelte di fronte: ha una buona immagine nell’elettorato, che sa difendere bene, e dunque sa che – in futuro – la sua immagine sarà sempre molto “spendibile” per richiamare consensi: la strategia del governo è di basso profilo. Sparita la contrapposizione a muso duro con l’Europa, scomparse tutte le velleità “no-euro” e “no-Europa” – sulle quali, in realtà, nemmeno Salvini premette molto sull’acceleratore, difatti i suoi due “alfieri” (Borghi e Bagnai) sono sempre rimasti nell’ombra – quindi, molto della partita sarà vissuta dal governo per ottenere qualcosa di “sostanzioso” dalla nuova commissione, viste anche le pessime condizioni tedesche.

La strategia di Salvini dovrà essere riveduta, per due ragioni: la vicenda dei migranti non è molto cambiata, prima arrivavano di nascosto, oggi arrivano alla luce del sole, però con un accordo europeo di redistribuzione che, per oggi, è solo provvisorio ma esiste. La seconda è la strategia di volere elezioni ad ogni costo, che è svanita e, dunque, si tratterà di correggere la sua esposizione politica e, soprattutto, mediatica, per far fronte alla nuova situazione. E’ molto difficile cambiare la strategia d’attacco su tutta la linea di Salvini, la sua totale esposizione mediatica, perché l’elettorato di Salvini vuole “risultati subito” e Salvini, oggi, non è in grado d’offrirli.

Difatti, il “boom” elettorale dei sondaggi scende, proporzionalmente all’esposizione mediatica di Salvini: non sono io a dirlo, bensì Libero, il quotidiano che gli è più vicino. Ed anche Il Giornale titola più su faccende europee che sulle vicende italiane, vale a dire glissa, sospende, non s’azzarda.
Vedremo come se la sfangherà, perché è difficile mutare una strategia per lo sfondamento in una per l’attesa: è come passare da Germanico a Quinto Fabio Massimo, e non sempre riesce.

Certamente, il vero sconfitto, oggi, è il M5S che era partito come colui che avrebbe mutato non la pelle, bensì l’intero organismo della politica italiana: va bene il taglio dei parlamentari, ma il continuo bisogno di alleanze (prima la Lega, poi il PD) per stare al governo cancella molte delle promesse e delle speranze iniziali. Hanno tentato, fallendo, la via delle alleanze e, oggi, se ne vedono i frutti.
La sua immagine è appannata, anche il consenso è intorno al 20%: questo accade a chi promette la luna e, dopo, non può fornirla. D’altro canto, la stessa parabola che ha obbligato Sryza e poi Podemos ad accettare più miti consigli e abbandonare le posizioni più estreme.

“Il poco è sempre meglio del nulla”, rammentava Parmenide…già…però, oggi, nel clamore mediatico del Web, ogni ridimensionamento è considerato un fallimento, ogni parola data ed impossibile da realizzare un tradimento. D’altro canto, è la sempiterna vicenda fra chi vuole innovare e chi desidera, invece, mantenere. E’ la molla che spinge la Storia verso una risultante che è sempre una mediazione fra opposti, non la volontà rivoluzionaria o reazionaria. Facciamocene una ragione.

(1) Giro di chiglia: punizione molto usata nella marineria velica, consisteva nel legare il malcapitato con due funi ai polsi. Poi, gettato a babordo, veniva recuperato a tribordo compiendo un giro subacqueo della parte immersa (opera viva). Se sopravviveva…

11 febbraio 2019

Due scenari

Le elezioni in Abruzzo non hanno raccontato molto sulla politica nazionale, perché ci sono di mezzo antiche questioni clientelari, molte legate al terremoto dell’Aquila del 2009. Rispetto alle precedenti elezioni regionali del 2014, il M5S ha preso circa la stessa percentuale, intorno al 20%: la differenza è che il centro-destra, mediante il “traino” di Salvini, ha spodestato il precedente presidente di centro-sinistra. Capisco che, per chi segue ancora queste vittorie/sconfitte sempre nell’ambito della dicotomia destra/sinistra, possa interessare. Personalmente, non lo ritengo così importante, però un’analisi più approfondita è necessaria.

La vicenda elettorale toccherà probabilmente gli equilibri nella gestione degli appalti, che “vireranno” verso il centro destra. Il tandem Giorgetti-Berlusconi gioisce, anche se il Cavaliere non tocca nemmeno quota 10%, perché l’obiettivo dei due è far saltare l’alleanza “impuria” con i 5S e restaurare un bel governo di destra a livello nazionale. Per Salvini la questione è più seria poiché, senza quel 10% di Berlusconi, il governo di destra non si farà mai e, dunque, si ripiomberebbe in un dejà vu che vedrebbe la Lega appoggiare sì i grandi appalti – come una parte del suo elettorato desidera (tutti quelli di Berlusconi) – mentre sul fronte europeo l’Italia finirebbe sotto il tallone di Bruxelles. Il cavaliere, oggi, per Bruxelles è una garanzia. E Salvini, unito a Berlusconi, perderebbe senz’altro molti voti da parte delle persone che oggi lo voterebbero, ma senza l’ingombrante Cavaliere.

Facciamo notare che quel 10% che conta oggi Forza Italia corrisponde in pieno alla ripartizione della ricchezza – ossia il 10% che possiede il 50% della ricchezza nazionale – ed il Cavaliere è persona attenta a non deludere il suo elettorato: la flat tax, con quell’aliquota unica per tutti, è una bestemmia per qualsiasi governo che desideri spostare l’ago della bilancia verso i ceti meno abbienti.
E, qui, entra in gioco il M5S.

Quando vi furono le trattative per il contratto di governo, più volte si giunse quasi alla rottura definitiva: era normale che le cose stessero così, poiché erano troppi i punti di totale disaccordo: il M5S ha ceduto parecchio, sul fronte dell’immigrazione, sul decreto sicurezza ed altre leggi che interessavano il centro-destra. Ne è valsa la pena?
Il principale provvedimento economico – battezzato pomposamente “Reddito di Cittadinanza” – si è mostrato ben poca cosa: grazie ai mille “paletti” per concederlo – utilizzando furbescamente il tandem reddito/immobili – è stato ridicolamente depotenziato, al punto che Boeri ha chiarito che non saranno più di 2-3 milioni i beneficiati.

Ora vengono i nodi “pesanti”, in primis la TAV. Qui si gioca la partita definitiva, ogni compromesso sarà letto dal suo elettorato come una sconfitta: il M5S deve scegliere.
Messe come sono messe adesso le cose, il M5S sta lentamente dissanguandosi: il Paese aspettava un colpo di reni per sfuggire al ricatto dei Boiardi di Stato/Europa ed invece s’è visto presentare una melassa vischiosa, dove ad ogni decisione proposta viene presentata una pletora di “sì, però, ma, forse, dopo, si farà, non si può, siamo contrari, dopo le elezioni europee, ecc. ecc.” da parte della Lega.

Però, il M5S ha compiuto – nella (quasi) disperazione – una mossa giusta a metà: ha richiamato prepotentemente Alessandro di Battista dal suo esilio sudamericano. Forse, all’inizio, doveva essere un “tandem” con Di Maio per scansare i due mandati consecutivi, come fanno Putin e Medvevev. Ma le cose sono precipitate.

A metà perché la figura del battitore libero poteva starci prima, non oggi: per completare l’opera, il M5S deve nominarlo a capo (segretario, responsabile, come credono) del partito, separando le cariche di governo da quelle di partito, e riportando così il partito ad avere voce nelle scelte di governo.

Il M5S può giocare un paio di carte che, oggi, contano: da un lato i suoi voti reggono i 2/3 della coalizione, contro un solo terzo della Lega e, inoltre, la boria di Salvini terminerà nel momento stesso nel quale l’alleanza salterà, e si ritroverà magari ad essere primo ministro, ma sempre con il guinzaglio di Berlusconi al collo. In altre parole, i 5S stanno fornendo proprio loro la “benzina” per far correre la Lega: nel momento stesso che Salvini sarà alla mercé di Berlusconi il prezzo da pagare salirà, e questo Salvini lo sa benissimo.

La TAV, come sapete benissimo ed è chiarito nello studio di Toninelli, non serve a nulla: non ci sono i traffici e, volendo, potrebbero essere meglio utilizzata la ferrovia costiera, raddoppiando (finalmente!) il binario tra Finale Ligure e Ventimiglia. Lo scavo della TAV prevede una spesa (iniziale?) di 5 miliardi di euro da parte italiana, contro 800 milioni (?) da pagare per chiudere una questione inutile, che doveva servire solo ad acchiappare soldi dalle casse dello Stato e finanziamenti europei.

Il M5S non deve fare altro che presentare una legge in Parlamento con la chiusura totale della TAV e metterla ai voti: se passerà s’andrà avanti, se la Lega voterà (tutta, o in parte) contro salterà il governo. E sarà responsabilità della Lega, non del M5S. Ci saranno nuove elezioni? Benissimo. Un governo “tecnico” di transizione? Benissimo. Sono tutte alternative che, oggi, convengono al M5S nella sua prospettiva d’essere una forza di cambiamento profondo all’interno della società italiana. Perché, con la volatilità degli elettorati moderni, con l’astensione che la fa da padrone, anche i risultati inimmaginabili possono essere raggiunti.

Quali sono le due ipotesi?

1) L’attuale è un lento dissanguamento, che sta disperdendo la sua grande novità verso la Lega ed anche il PD. In buona sostanza, se le cose continuano così, il M5S è condannato, alle prossime elezioni, a diventare una forza secondaria, fatta da quelli che “avrebbero tanto voluto”, ma che non ci sono riusciti. Una condanna definitiva da parte dell’elettorato italiano. Dovuta anche, purtroppo, alla poca attenzione posta nella compilazione delle liste elettorali…ma si sa, l’inesperienza combina dei guai. Chi ha messo De Falco in lista?

2) Il governo cade, ed il M5S non è più disponibile ad appoggiare governi che abbiano nel loro “DNA” TAV e trivelle. Qualcuno lo farà, e sarà il solito disastro – che ovviamente si appellerà ai “disastri” fatti dai 5S in sei mesi di governo – e che, dopo le prime (tiepide) accoglienze iniziali, inizierà a perdere consensi mese dopo mese. Loro sono tanti e non avranno difficoltà a comprare qui e là chi gli serve: non penso che ne pescheranno molti nelle file del M5S. Ma le aree “di centro” sono un crocevia, dove un ex PD passa di là o di qua, secondo le esigenze. Come un Leghista od +Europeo. Ed il M5S si troverà nella comodissima posizione d’evidenziare tutte le magagne, riconquistando ed ampliando la sua platea di riferimento. Senza contare che Conte ha mostrato d’essere un politico di prim’ordine, e tanti oggi lo stimano.

Non sono sicuro che Salvini si sia prestato, cosciente, per un simile gioco: non ne ho le prove e, dunque, non lo sostengo. Però, le cose non cambiano: o il M5S dimostra che non è al governo per reggere gli interessi dei soliti ladroni di Stato, oppure perderà definitivamente le penne e la coda. Tertium non datur.

10 luglio 2018

Governo balneare


Mattina d’Estate, quartiere periferico: cerco disperatamente un bar aperto, nel chiasso di stridii e rumori di autobus, per trascorrere un’ora e mezza. Niente di speciale: ho portato la macchina dal meccanico. E arriva lei, inaspettatamente, Sooror, da Tehran: la radio nazionale iraniana che, ogni tanto, mi chiama per un’intervista. Mi obbliga ad affrontare una situazione che continuo a rimuovere, quella dello strano connubio fra la forza politica più “vecchia” della repubblica e la più giovane. Fra un M5S che è nato da una costola di una sinistra becera, assolutista e orgogliosa del nulla che ha creato e, dall’altra, gli eredi delle “corna verdi”, Pontida, l’ampolla di acqua del “sacro” Po…e 50 milioni spariti nel nulla.

Di là della questione della cinquantina sparita – inutile: Bossi è sempre stato un ciarlatano, già ai tempi del sen. Miglio (che era di tutt’altra pasta) ed i figli l’hanno fottuto mica male, Lega Ladrona… – c’è poco da cincischiare. Serve a poco – come giustificazione – ricordare che gli altri hanno fatto peggio: sembra di riascoltare Craxi nel famoso discorso alla Camera, “Se qualcuno non sapeva nulla, si alzi, adesso!”
Ma qual è il futuro della Strana Alleanza?

In realtà, stiamo vivendo uno spezzone di Prima Repubblica: i governi balneari, Leone, sempre lui quando scoppiava la canicola ed i problemi s’accavallavano.
Perché, ad onor del vero, è stato fatto poco o nulla, a parte continuare in una strana ed eterna campagna elettorale.

La “questione migranti” è stata, in qualche modo, affrontata però, a capire veramente quel che è successo, tutto continua come prima. Qualche nave rimandata al mittente, altre che invece hanno avuto il “via libera” per sbarcare…ma, sul fronte europeo, nulla è cambiato. Macron continua a “fare il buliccio con il culo degli altri” – come usa dire a Genova – e la Merkel ha, semplicemente, detto “no” alla mobilità dei migranti in Europa: dove sbarcano, restano.
Gli austriaci, sempre servizievoli nei confronti dei loro padroni tedeschi, hanno abbozzato “Se mai, chiudiamo il Brennero” (anche se spiace un po’, per l’ambaradan logistico che andrà a succedere…100 euro in più per TIR, acc…) Conte crede d’aver capito una cosa, gli spagnoli un’altra, gli ungheresi un’altra ancora…così va l’Europa, “tutti assieme, in ordine sparso”.
Insomma, a fronte di una possibile crisi politica tedesca, che l’Italia vada a farsi fottere. Gliene potesse fregar di meno: tanto, andiamo al mare in Italia, poi si vedrà.

Quel “si vedrà” racchiude tutta la suspense della situazione, la storia di un governo nato non certo bene, obbligato a prendersi sul gobbo ministri che già furono di Monti, altri che hanno fatto lingua in bocca con Berlusconi. Paura, paura ad esprimere quello che gli italiani hanno veramente detto a Marzo: un “basta!” lungo milioni di chilometri, forte come milioni di decibel, profondo come milioni di metri. 
Ora, se Salvini pensa veramente che quel che raccontano i sondaggi sia realtà – ossia se saranno voti – sta prendendo una badilata di quelle che ti spianano il muso. Sta condensando in un nuovo contenitore i medesimi voti, che furono di Fini, di Casini, di Buttiglione…oggi (ancora per poco) di Berlusconi e di sua pochezza (in peso numerico) Meloni. Fuori da lì, c’è poco: perché?

Poiché la storia della Destra italiana non è una storia d’intelletto, creativa: era già tutto perso al tempo di Ezra Pound o, se vogliamo, di Benedetto Croce, “sua filosofica indecisione”. Non elabora nulla, salvo triturare nel frullino i medesimi valori “adattati” al contesto odierno.
E’ sempre – parliamo di valori – la “maggioranza silenziosa” che fu di Montanelli, il “poderoso” centro-destra del ’94, ossia un fiume di valori che mi ricordano i versi di una vecchia canzone: “Vecchia, piccola borghesia…”
Al contrario della sinistra – che dai tempi “sovietici” è riuscita a riciclarsi nei valori di Blair, ossia quelli del neo-liberismo: avrebbe fatto meglio a “ripensare” una sinistra europea più combattiva e, soprattutto, “pensante” – la destra ha “trovato” (si fa per dire) per strada un imprenditore dei media come Berlusconi. Il quale ha confezionato una “frittura” di tutto ciò che la vecchia destra conservatrice e reazionaria conteneva. E lo ha rilanciato sulle Tv. Niente d’eccezionale, però ha funzionato.
Potrà funzionare di nuovo?

A mio avviso, no. Perché?
Il “fenomeno Berlusconi” è irripetibile, e Salvini non è certo l’erede di Berlusconi (meglio Renzi, senz’altro) e batte sempre sullo stesso chiodo, senza fantasia. Migranti, migranti, migranti…prima gli italiani…certo, però qualcuno comincia a dire: se quei soldi li avete presi, dovete restituirli, altrimenti siete nella stessa risma del PD, di FI, di Fini, dei vari centristi, ecc, ecc.
E qui c’è poco da dire (anche se i media ci hanno provato): il M5S ha avuto una decina di “infedeli” che hanno truffato sui rimborsi degli stipendi parlamentari. Una decina, in tutto – subito cacciati – ma era una questione interna, di accordi interni al partito: non hanno mai preso un euro dei rimborsi elettorali che loro spettavano.
Se, domani, Salvini chiederà “modifiche” al decreto Dignità (già, di per sé, poco “dignitoso”), suggerite da Berlusconi, lo scontro sarà già nell’Autunno, ma non credo che avverrà.

I nodi verranno al pettine quando dovranno affrontare il “nocciolo duro” dei loro programmi: la Flat Tax ed il Reddito di Cittadinanza. Perché sono riforme “pesanti” in termini di miliarduzzi, entrambe.

Personalmente, non capisco la Flat Tax: in un’Italia che è ai primi posti per sperequazione sul reddito (l’indice di Gini), riduciamo le aliquote ad una sola, due al massimo? A parte – trucchi da avvocaticchi a parte per ingannare la Consulta – che la Costituzione recita, all’art 53 “Il sistema tributario é informato a criteri di progressività”  – e non vedo proprio come si potrebbe by-passarla – c’è qualcosa che non mi convince.
Si narra che, abbassando le tasse ad una (o due) aliquote, tutti le pagheranno: e perché? Già me li vedo – dai “signori del ferro” di Brescia ai “signori del frumento” di Foggia – tutti a correre da Equitalia: “adesso che sono diventate “giuste” le paghiamo volentieri!” Uh, come ci credo. Addirittura le cosche: riabilitateci! Vogliamo pagare!

Che gli attuali sistemi di accertamento del reddito siano iniqui ed imprecisi, ne sono pienamente convinto – basti pensare al farraginoso metodo degli “studi di settore”, per il quale un ristoratore che compra un’orata e poi non la vende, avrebbe guadagnato lo stesso – però c’è un sistema semplice, adottato nella Repubblica Socialista Nord-Americana: il reato d’evasione fiscale, siccome toglie risorse a tutti, è un reato contro la Nazione e, dunque, un reato penale. Si sorvola spesso su questo concetto, ma se non si pagano le tasse non ci sono più medici che ti aspettano al Pronto Soccorso, maestri in aula con i bambini, pompieri quando scoppia un incendio: soltanto quando si è accertata la base fiscale, ossia chi sono e quanti sono i contribuenti, qual è il loro reddito, allora si può parlare di sistemi fiscali. Altrimenti, sarà sempre e solo aria fritta: non sarebbe proprio necessario fare loro vedere il sole a scacchi: basterebbe il profumo. La borghesia è, per sua intima costituzione, codarda.
Infine, ricordiamo che Al Capone non fu “beccato” per centinaia di omicidi, bensì per evasione fiscale.

Dall’altra parte il M5S scalpita per vedere, finalmente, il suo “sogno nel cassetto” realizzato.
Abbiamo già detto mille volte che non si tratta di un vero RdC, bensì di un serio assegno di disoccupazione (la legge ricalca, a grandi linee, il sistema tedesco) perché è scandaloso che la seconda potenza industriale d’Europa non abbia un supporto al reddito in caso di disoccupazione.
La Legge Fornero, in aggiunta, ha creato una vasta zona d’ombra, che potremmo tratteggiare così: le aziende non sanno più che farsene dei dipendenti over 55, mentre la pensione arriva a 67. Si tratta di un “limbo” dove sguazzano circa 6 milioni di persone e le loro famiglie.

Un’analisi più seria dovrebbe prendere in esame le modalità dell’attuale sistema industriale – che viene definito ancora “manifatturiero”, mentre in realtà è “macchine-fatturiero” – e questo muta radicalmente i termini del problema.

Combinando il flebile “decreto Dignità” con la questione dei migranti, possiamo notare quanto le vere “pietre angolari” del sistema industriale (e, dunque, anche finanziario e sociale) siano state ignorate.

1) I padroni, se possono (ossia se glielo lasciano fare), pagano sempre di meno: questa è una legge vecchia quanto il mondo. E tu scrivi pure tutti i “decreti Dignità” che vuoi: se non aggiungi la sanzione amministrativa o penale, non avrai mai forza contrattuale all’interno della società.
2) La seconda ragione è più complessa e coinvolge da un lato il tasso di scolarità e, dall’altro, la tipologia delle aziende. A parte i dirigenti, la struttura di una moderna azienda è composta da molti quadri intermedi, che sono in gran parte tecnici. Sono quelli che fanno funzionare le macchine di processo: semplificando, i robot. Per far funzionare un’azienda moderna, servono tecnici specializzati e manodopera senza particolare preparazione, poiché la macchina va servita, non è lei a servire l’uomo. Perciò, da un lato tecnici scolarizzati e ben preparati, dall’altro dei semplici “robot-umani”. Per ora, il rapporto numerico è ancora a favore dell’uomo (per le mansioni semplici): domani, si vedrà. Ma questo è un altro discorso che, però, bisognerebbe iniziare a fare: non ho remore nel definire che questo è stato il grande errore delle sinistre europee, quello che le ha fatte finire ad osannare Blair o la Clinton.

 Questo governo – diciamolo fuori dai denti – è solo una copia edulcorata del governo Monti: nei ruoli chiave, (Economia-Esteri) ci sono tutti uomini legati alle istituzioni europee: dove sono finiti i Bagnai, i Fioramonti, i Rovertini, i Borghi? Erano uno specchietto per allodole elettorale?

Come può pensare, il M5S, di proporre una legge che costerà decine di miliardi l’anno? Le obiezioni di Cottarelli e di Boeri non sono retoriche, bensì reali: ad esse, bisogna dare una risposta.
La risposta esiste, ed è una sola: la società industriale avanzata (ossia altamente automatizzata) non può sopravvivere se non si pone sul piatto una domanda: il profitto è solo prodotto dal capitale?
E’ una domanda semplice: dalla risposta che si dà a questa domanda – ma non perché fu proposta da Marx – ne discendono due scenari, ossia una società ordinata e vitale da un lato, un pessimo film hollywoodiano di fanta-storia, zeppo di fucili mitragliatori, dall’altra.

Ai tempi di Moro e di Berlinguer, le aliquote fiscali erano sette, e la più alta prevedeva una tassazione del 75% sui guadagni: si viveva abbastanza bene, ad Agosto tutti andavano in vacanza, non c’era quasi ticket sui medicinali, negli ospedali c’era posto e si veniva ricoverati “per analisi”. Gli studenti universitari meritevoli ricevevano un “pre-salario” di 500.000 lire che, riportati d oggi, sarebbero circa 5.000 euro l’anno, le donne andavano in pensione a 55 anni egli uomini a 60: chiunque con 35 anni di contributi. Il debito pubblico era sotto il 60% e tutto in mani italiane eppure, nei consessi internazionali, gli economisti si cospargevano il capo di cenere…ah, l’Italia, il suo debito pubblico…
A forza di ripeterlo, la vulgata è diventata un imperativo.

Era veramente una società fondata “sul lavoro”, ma oggi è stato realizzato il miracolo: le mansioni pesanti o ripetitive sono delle macchine, non dell’uomo. Solo l’azienda che produce con queste modalità sopravvive, le altre sono destinate al fallimento.
Allora, diamo una risposta alla domanda: il profitto è solo prodotto dal capitale?
E’ una risposta che non richiede complesse trattative europee, che non scomoda la geopolitica, non tocca principi etici: tutto ciò che ci circonda e che vediamo – dalle autostrade ai grattacieli, dagli autobus alle biciclette – è stato creato solo dal capitale?
Se così non è, o non lo ritenete, significa che una parte dei profitti vanno corrisposti a chi lavora – si potrà decidere se monetizzarlo subito, se posticiparlo nella futura pensione, se stornarlo sul welfare ecc…ma tutto questo è un problema successivo – ed allora bisognerà aprire nuovi orizzonti: potrà essere una seria leva fiscale, oppure la partecipazione agli utili aziendali (la tedesca mitbestimmung)…altro…vari tipi di “compensazione” sociale…ma la decisione cambia, e cambia il paradigma di riferimento.
Altrimenti, vi racconto già come andrà a finire.

Maledetto, però è bravo: è stato l’unico a capire.
Mi riferisco a Vittorio Sgarbi: un essere che, spesso, mi dà il voltastomaco al solo vederlo apparire. Ma è stramaledettamente intelligente, vede “oltre” e capisce prima degli altri. Che, ad onor del vero, sono una pletora di pecore stupide (PD o FI, non cambia).
Non vi ha stupito che Sgarbi abbia dato il suo, personale voto a favore del governo Conte? Perché già sa come finirà.

Ne ho avuto esperienza quando lottai contro la riforma Fornero: articoli sempre sul filo della decenza, ma al vetriolo, che cospargevano sale sulle ferite con il sorriso fra le labbra.
Il meccanismo è semplice.
La compagine di governo è solo apparentemente un consesso: in realtà, ci sono Esteri ed Economia da una parte, tutti gli altri dall’altra. Questo spiega l’ostracismo per Paolo Savona.
All’epoca, si lottava per vedere riconosciuta “quota 96” (la somma degli anni di lavoro più l’età anagrafica) ed era sorprendente osservare il “ciclo” che si ripeteva. Ricordo, fra i parlamentari, due nomi: Boccia e Damiano, del PD, che si mostravano (?) d’accordo con le nostre rivendicazioni.
Si perveniva ad un accordo di massima, poi il tutto passava all’Economia: Monti non si scomodava nemmeno, inviava un sottosegretario il quale, puntualmente, respingeva “non c’è copertura finanziaria”. E tu, da capo, a cercare voci di bilancio da tagliare.
Quando il gioco divenne pesante – e i miei articoli più velenosi – mandarono in pensione il sottoscritto ed il gestore del blog, che era seguito da migliaia d’insegnanti. All’insaputa l’uno dell’altro. Ci prendemmo delle “botte” di traditori, ma non potevamo farci niente, eravamo stati messi in pensione d’autorità a 63 anni.
Cosa succederà al RdC?

Andrà cento volte in commissione e verrà approvato, mille volte alla Presidenza del Consiglio…sarà approvato e riapprovato, ma…al ministero dell’Economia risponderanno picche: manca la copertura finanziaria. Poi, ci sarà il tormentone dei “decreti attuativi”, mediante i quali la platea degli aventi diritto sarà ristretta allo 0,0…%, i fondi – quindi – saranno stanziati con enormi ritardi…li conosco, lo fanno abitualmente.
Così, il M5S si logorerà, inizieranno le sfide interne fra “buonisti” e “duri e puri”…intanto, la Flat Tax passerà, perché va ad incrementare il reddito di pochi, ed i tagli necessari saranno trovati dopo. Sulla nostra pelle.

Vittorio Sgarbi, da furbastro di tre cotte qual è, aveva compreso che quel governo raffazzonato era quel che ci voleva per annientare le istanze della popolazione. “Populisti”, che è come dire “privi della coscienza di muoversi in un universo pre-ordinato”.
Nell’Autunno vedremo questo canovaccio andare in scena: guarderemo quali risposte sapranno dare i 5stelle: per gli altri, c’è sempre un paracadute, quello targato Berlusconi, o chi per lui. Dudù tornerà all’ovile per essere scannato: missione compiuta. Vedremo se il M5S si trascinerà in una crisi senza fine, pendolando fra vecchie parole d’ordine e nuove, pragmatiche, realtà oppure se si darà una scossa e farà saltare il banco finché è in tempo. Il PD continuerà a litigare: la fine della “feral tenzone” è prevista intorno al 2030.
Cala il sipario, si accendono le luci in sala, il pubblico mormora e stropiccia gli occhi: ci sarà ancora il tempo per un drink?

01 maggio 2018

Sparare sul pianista? E poi? Che succede?



Ricordate l’ultima scena del bellissimo “Zorro” di Antonio Banderas ed Anthony Hopkins? Rammento appena le parole a braccio… “quando la polvere si posò, tutto era finito…” …così m’è parso di percepire quando Renzi ha finito di parlare, ben imbeccato dal solito leccasuole di rango, Fabio Fazio. Un duetto imperdibile, da mostrare ai nipotini, per fare loro capire – che se lo ficchino ben bene in testa – fin dove può arrivare la perversione dell’essere umano.
Più dolore mi ha causato leggere, qui e là, i commenti dei lettori su vari portali e giornali: quasi tutti contro Di Maio…è stato un ingenuo, è “rinco”, è un pulcino…e via così. Senza accorgersene, seguivano l’onda di Renzi: la politica è roba da stadio, Maremma maiala, te la giochi come una mano a poker…chi ha fatto il Job Act? Mica io! Chi ha salvato Banca Etruria coi soldi dei contribuenti? Io non so’ stato. Io volevo salvare l’Italia con una bella riformina costituzionale, e ‘sti burini d’italiani m’hanno inchiappettato. Che pena.

Posso capire che molti commentassero per partigianeria politica, ma credo che gli utili ingenui abbiano, in queste ore, ingrossato le loro fila.
Ma cosa doveva fare Di Maio?

Un terzo dei votanti gli hanno affidato il mandato: il movimento dei “vaffa” di pochi anni fa è diventato il primo partito italiano. Ed aveva già fatto un po’ d’esperienza parlamentare nella scorsa legislatura: perciò, correttamente hanno detto “se qualcuno vuol fare delle cose buone insieme a noi, noi ci siamo: firmiamo, però, un bel contratto di fronte agli elettori, così non si potrà sgarrare”.
Forse un po’ ingenuo, poiché un governo, quando entra in carica, non sa cosa si troverà davanti: potrà o non potrà realizzare le promesse elettorali, ma si dovrà impelagare anche in faccende che non aveva previsto.
Un po’ ingenuo?
Io non credo.

Di Maio ha fatto tutto quel che ha fatto solamente per far capire a Mattarella che aveva ben compreso quali sono le vie istituzionali di una democrazia, ed ha portato a termine il suo compito senza il minimo errore: secondo me – e l’aria che tirava la capiva anche un grullo – mai e poi mai avrebbe avuto prima il consenso, ossia la firma su quel famoso contratto, e poi i voti dal PD, che s’è visto di che pasta è fatto. Renzi continua a controllarli come dei polli all’ingrasso: al momento buono, saprà a chi vendere bene la sua merce. Altro che voti per il M5S.

Di Maio, con semplicità, ha mostrato agli italiani che il Re è nudo, nudo come non mai. Non lo capiscono? Date loro tempo, dai primi “vaffa” di Grillo sono passati solo una decina d’anni.
Se il primo a mostrare la propria nudità è stato il PD, con un ex segretario “semplice senatore” che va in Tv e mette in riga i vari accoliti d’un tempo, riempiendo le loro tasche d’invettive e (poco) velate minacce, il secondo è quel Salvini che promette urbi et orbi l’abolizione della legge Fornero.
Dimenticando, però, che i suoi alleati sono stati proprio stati gli autori di quel misfatto, che tutti approvarono senza fiatare: solo la Lega Nord e l’Italia dei Valori votarono contro. PD, PDL, Unione di Centro (ex-democristi) e Futuro e Libertà per l'Italia, ossia gli ex di Fini, (più quisquilie varie) s’abbuffarono alla promessa di “risparmi” (sulla pelle degli altri) di decine di miliardi di euro.
Il terzo non è nemmeno da ricordare, ossia il “picciotto” di Arcore che non fa più nemmeno notizia: mandi, mandi i suoi tirapiedi travestiti da giornalisti a verificare se l’amica della compagna di Fico, a Napoli, è una vera amica oppure è a libro paga, mentre Fico risiede a Roma e paga regolarmente una colf. A proposito, già che ci siamo, possiamo vedere la ricevuta del veterinario per le vaccinazioni di Dudù?

Se Di Maio ha una pecca…questa sì…è di capire poco di calcio…eh…davvero…
Qual è l’obiettivo di una squadra di calcio? Segnare un goal in più degli avversari. E come si fanno i goal? Dipende.
Nel caso più semplice, c’è un lancio lungo della difesa, un’ala colpisce di testa a fa un assist alla punta: tiro al volo sotto la traversa, goal. Netto, nulla da dire. Questa – temiamo – è l’idea del calcio di Di Maio.
Ci sono però più casi.
Ad esempio, respinta della difesa, palleggio a centro campo, di nuovo dietro ai difensori, poi appoggio sulla destra, dribbling, traversone verso sinistra, stop, passaggio al centrocampista che arriva in corsa, tiro, respinto dai difensori, carambola sul piede dell’attaccante, tiraccio “sporco”, palo, rimbalzo sulla schiena del portiere. Goal. Detto anche gollicchio o gollonzo, più semplicemente goal di culo. Ma uno vale uno, eh…Di Maio…è così…

Insomma, il parlamento italiano è un po’ come M5S contro Resto del Mondo…cosicché…quelli del Resto del Mondo (da qui in avanti, RdM) sono forti, hanno ottimi giocatori, però non sono abituati a giocare in squadra. Più che altro, tutti vogliono la maglia numero 10 e nessuno vuole stare in porta: capita, capita nei migliori oratori.
Per riuscire a giocare una partita, quelli del RdM hanno bisogno di circa tre mesi d’allenamenti: tu stai al centro, tu un po’ più a destra…tu in porta…eh no, io in porta non ci sto!...allora, da capo…io sto al centro, tu fai la mezzala, no, guarda che oggi si dice “mezza punta”, no, no…perché si comincia col dire mezzala e si finisce per dire “vecchiume”, io non ci sto! E via discorrendo…

Di Maio ha fatto, da subito, l’errore di dire “io faccio il centravanti”: siccome nel M5S nessuno ha fiatato, gli altri gliel’hanno lasciato fare. Mica si fa la strategia per l’avversario.
Ed hanno cominciato le trattative per fare l’11 stellare, la squadra delle 11 Stelle in Movimento.
Venga, venga signor centravanti…dunque…facciamo un bell’accordo di governo…però lei non vuole come terzino Tale…e noi…capirà… Tale dobbiamo farlo giocare, altrimenti Quale s’incavola e non ci paga più la luce dello stadio. Allora è andato di là: venga signor centravanti, che piacere…certo, potremo, faremo, saremo…vediamoci fra una settimana. In quella settimana, Tale e Quale si sono iscritti al campionato inglese e sono migrati: Di Maio è venuto a saperlo da un talk show in prima serata. Piange, poraccio.

A questo punto, il M5S ha ritirato la squadra e l’ha iscritta al campionato di hockey su ghiaccio della Namibia. Per tutta risposta, quelli del RdM hanno subito chiesto: il pallone ce lo lasciate, vero?
E così hanno iniziato i tre mesi d’allenamento: a Ferragosto ci saranno le prime amichevoli, poi si vedrà se incontrare la squadra della Volkspartei oppure il M5S, di ritorno dalla Namibia. Mattarella tenta il suicidio: viene salvato in extremis, adesso è in rianimazione insieme a Napolitano. E chi fa il Presidente? Per ora ci mette una toppa la Casellati, ma – mancando gli ex presidenti da consultare – chiama Fico, prendono un caffè sul Torrino, poi allargano le braccia, sconsolati. Dall’estero, però, mugugnano: italiani del picchio, coprite sempre le vostre magagne con la solita foglia di Fico!

Allora, adesso che faccio? Vi racconto come finisce il campionato o vado direttamente a Zorro? Ok, volete sapere come finisce il campionato.

Ora che il M5S s’è ritirato sull’Aventino – nell’attesa delle elezioni – il RdM propone alla Casellati di fare un governicchio, così, tanto per scaldarci un po’ i muscoli…e se rifacessimo la legge elettorale? La Casellati è d’accordo, Fico un po’ meno, ma lui è solo il supplente della supplente, che ci può fare?

Passa il tempo, Mattarella e Napolitano ronfano, nel loro coma farmacologico, e sognano mozzarelle ed arancini mentre, goccia a goccia, dalla flebo scende la solita, anonima, soluzione di glucosio e proteine.

Il nuovo governo, tutti quelli del RdM, governa oramai da 3 anni quando Mattarella esce dal coma e si risveglia: c’è un governo? Oh…si mette a piangere…non lo speravo più…
Un così bel governo, così tranquillo…perché non farlo arrivare a scadenza naturale? Sarebbe un peccato, proprio adesso che si parla dei mondiali di Pallavolo da assegnare all’Italia…quanti palazzetti dello sport da rifare…Luca Lotti è in visibilio…

Il ministro dell’Interno, Salvini, ha dato ordine di sparare alle navi italiane nel Canale di Sicilia: basta con l’invasione, finiamola! Da Bruxelles, però, hanno pregato di correggere l’ordine d’operazione, aggiungendo un “a salve” dopo le parole “aprire il fuoco”. Gli ammiragli hanno abbozzato, riconoscendo la saggezza d’oltralpe.
Il risultato è stato grandioso: cacciatorpediniere e fregate hanno evoluito mostrando maestosa perizia marinara, mentre le bocche da fuoco da 76/62 vomitavano valanghe di fumo al ritmo di due colpi il secondo.
Il filmato è visibile su Youtube alla voce machecazzofacciamo.youtube.com ed è stato acquistato dalla RAI del Presidente Vittorio Sgarbi: dopo quello sulla parata navale del 1938 di Napoli, è il più cliccato. La Marina è soddisfatta per il successo: Sgarbi, dalla sua postazione sul cesso, in RAI, ha inviato un caloroso #caghiamotuttiassieme ai valorosi equipaggi.
Alcuni, però, sui malandati pescherecci non erano stati avvertiti dell’inghippo europeo ed hanno dato mano a qualche Kalashnikov che avevano giù, in sentina. Risultato: tre morti e 14 feriti sulle navi italiane. Subito definiti “incidenti sul lavoro”, ed immortalati all’hashtag #senzadime/maipiùincidentisullavoroinmare.

Insomma, il nuovo governo – che ha finalmente scritto una legge elettorale, detta “della salvatio” – gode di buona salute, di una robusta maggioranza parlamentare, fornita da tutto l’arco costituzionale (a parte gli “aventiniani” del M5S): pecca un po’ per sostegno popolare, ma non si può avere tutto dalla vita. D’altronde, dopo la luminosa riuscita del 2018, si può guardare con fiducia a tutti gli appuntamenti elettorali da oggi al 2098. Poi, si vedrà.

La nuova legge elettorale è stata scritta sulla falsa riga del campionato di calcio. Le elezioni non si fanno più: si prende l’ultimo sondaggio ufficiale, approvato dall’apposita commissione. Poi, per 45 giorni, i partiti più votati possono fare campagna acquisti fra i non eletti: la fase detta “del trombone”.
Infine, si fanno le elezioni sul modello dei play-off: i partiti, dopo sorteggio, si scontrano con voto elettronico (votando da casa col telefonino), ad eliminazione diretta, fino alla finale: il vincitore, governa col 55% alla Camera ed al Senato. Un sistema molto stabile e veloce: il partito che vince rappresenta, in genere, meno del 10% della popolazione, ma in due mesi si fa tutto e si archivia ‘sto problema delle elezioni.

Il M5S è sempre, oramai stabilmente, il primo partito italiano nei sondaggi: si teme, però, che – a causa della nuova legge elettorale – sia sconfitto nella fase finale dal televoto. La “fase del trombone” è molto importante per inserire nelle liste candidati famosi: una simulazione dimostrava che, ad esempio in Lazio, l’inserimento di Totti da parte di uno dei partiti principali sarebbe determinante per una vittoria schiacciante.

Mattarella, dopo la necessaria riabilitazione, ha incontrato il premier Gentiloni ed il ministro dell’economia Padoan facendo loro i complimenti per l’ottimo lavoro eseguito. Soprattutto per “l’importante continuità di governo che perdura da quasi quattro anni”.
Berlusconi è raggiante, perché Dudù ha scodellato sei bei cucciolini, Renzi è diventato ministro del Lavoro e la compagna (oggi moglie) di Salvini – dopo anni di successi, come presentatrice, in Mediaset ed in RAI – è stata finalmente promossa giornalista: è una delle voci “di grido” del Tg1. Il direttore del Tg1, Fazio, gongola per i successi e lo share della sua rete.
Purtroppo, non è stato possibile archiviare la riforma Fornero: visti gli importanti risultati di “risparmio” ottenuti, l’ONU l’ha dichiarata “patrimonio dell’umanità”, è stata esportata in molti Paesi ed Elsa Fornero è stata nominata senatrice a vita, da un Mattarella perfettamente guarito e raggiante.

Io, questa storia non la volevo raccontare perché ne preferivo un’altra, quella in cui Mattarella mandava tutti a casa e si tornava a votare. Ma è colpa di Zorro, mica mia.
E’ stato lui a comparirmi in sogno, ed a narrarmi il vero finale del suo film: dopo che la polvere si posò – raccontò – in quel silenzio sentimmo dei tamburi rullare. Era il generale di Santa Ana con le sue truppe.
Dopo un solo mese, la miniera era nuovamente in funzione: non era più schiavitù come prima, questo è vero, ma poco ci mancava. Non si lavorava più per i “don”, ma “per il Messico”: questa era la sola differenza.
Sfiduciato, decisi di tornare in Spagna: sotto il falso nome di Zoroastro Mendoza aprii una libreria a Barcellona, dove vissi fino alla morte.

Io volevo raccontarvi una bella storia, di bei sentimenti, di democrazia, di fiducia nel popolo italiano, della sua voglia di cambiare percepita da tutti, con due “4”: il 4 Dicembre 2016 ed il 4 Marzo 2018.
Non pensavo che giungessero a tanto, che si mettessero tutti assieme – dopo tutto quel che avevano detto – per eliminare il M5S dalla stanza dei bottoni. Eppure, io stesso l’avevo previsto (1), ma non ci ho voluto credere. Però, non sparo sul pianista che ci ha provato.

(1) https://comedonchisciotte.org/buffonate-furbizie-da-poco-e-tanta-tanta-ignoranza/

25 aprile 2018

Questioni di mafia e di governo

“I problemi della mafia e della camorra ci sono sempre stati e sempre ci saranno, purtroppo ci sono, bisogna convivere con questa realtà.
Questo problema però, non ci può impedire di fare le infrastrutture.”
Pietro Lunardi, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti nei governi Berlusconi, dal 2001 al 2006.

 “Credo che le questioni giuridiche emergenti fossero troppo sottili per la componente laica della corte d’assise.”
Giovanni Fiandaca, “padre” del diritto penale antimafia, in riferimento alla recente sentenza della Corte d’Assise di Palermo.

“Gli italiani hanno votato molto male. Seguo tutto con disgusto, va tutto di male in peggio.”
Silvio Berlusconi

“Il capolavoro dell'ingiustizia è di sembrare giusta senza esserlo.”
Platone

“Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario.”
Ernesto (Che) Guevara Linch

Potremmo continuare, c’è solo l’imbarazzo della scelta, giacché il tema della giustizia è sempre stato uno dei cardini della cultura umana. Senza fare un sunto dei vari sistemi di giustizia (del tutto inutile, ci toccherebbe partire dal Repubblica di Platone) sembra che il problema che viene posto sia: “è necessario che i cittadini comuni partecipino alla gestione della giustizia (e della democrazia)?”

Molti anni fa, mi giunse la comunicazione del Tribunale che mi aveva inserito nelle liste dei giudici “popolari” (non togati) e rimasi pensieroso: sapevo che i giudici popolari erano chiamati solo nelle Corti d’Assise, convocati per decidere su fatti gravi, e ne fui un poco allarmato. Se mi capita un fatto di sangue semplice semplice può andare…ma se mi capita una “rogna” di quelle da novanta, che faccio? Mi rassicurai, riflettendo che c’erano sempre i due giudici togati: il nostro compito sarebbe stato solo quello d’esprimere i nostri pareri, poi si sarebbe giunti ad una sintesi. Non fui mai chiamato, e la cosa si risolse da sola.

Contrariamente al prof. Fiandaca, però, ritengo che i giudici togati abbiano bisogno dei giudici popolari, poiché giudicando solo mediante le norme del diritto – complesse, talvolta apparentemente contraddittorie, specifiche, zeppe di casi particolari, ecc – possano essere “trascinati” nel vortice delle mille contraddizioni del Diritto e smarrire il vecchio buon senso (che, però, fu concesso agli uomini – secondo Cartesio – “in modo assai parco”).
Come potete osservare, una corte d’Assise è un po’ come un congegno d’orologi meccanici, ognuno tarato diversamente e con equilibri personali, che devono trovare una sintesi fra le leggi ed i ticchettii vari. Un compito arduo.

Tornando a bomba sul processo di Palermo – senza, però, aver ancora letto le motivazioni della sentenza – saltano agli occhi alcuni punti focali.
La cronologia della sentenza, senz’altro strana: il procedimento, però, durava da 5 anni e, dunque, non si può decidere quando è maturo per giungere a sentenza. La sentenza non è stata pronunciata allo scadere elettorale, bensì 45 giorni dopo, quando il governo sarebbe potuto essere già formato.
Il secondo punto è la mancanza di prove, che in parte è vero: stupisce, soprattutto, la condanna dei Carabinieri e d’altri organi dello Stato, e l’assoluzione di un ex ministro. Ma, qui, senza le motivazioni, è impossibile andare oltre.

Ciò che s’intuisce, in questo guazzabuglio di pentiti e falsi pentiti, è che i giudici (popolari e togati) abbiano ravvisato i segni di un disegno coerente, di una “storia” che conteneva elementi probatori perché, perché…non sarebbe potuta andare diversamente!

Dagli attentati “interlocutori” alla Standa degli anni ’90 (da poco acquistata da Berlusconi), agli assassini di Falcone e Borsellino, fino alle bombe di Firenze e di Milano e infine al fallito (?) attentato all’Olimpico c’era il segno inequivocabile che la mafia desiderava qualcosa, ed era ferocemente impegnata per ottenerlo.
E’ altrettanto vero che le forze dell’ordine scardinarono l’ordine dei corleonesi, ed il potere politico sanzionò pesantemente la loro detenzione, con il varo del 41-bis.
Ma è anche vero che la mafia, per sopravvivere, abbandonò una generazione di capi per affidarsi a uomini più giovani – Messina Denaro fa pensare – che rimarranno indisturbati per decenni. Insomma, una sorta di “ristrutturazione” dove la lupara non faceva più la parte del leone, mentre ci s’attrezzava per una sorta di “compartecipazione” occulta sugli appalti, sul fiume di denaro che lo Stato spende per la manutenzione dell’esistente ed oltre (vedi Ponte sullo Stretto).

Un incauto Lunardi pronunciò due parole di troppo, forse per inesperienza in queste faccende, forse per sottolineare che gli accordi erano chiari e rispettati da entrambe le parti. Un “pizzino” inviato mediante i media?
Insomma, il quadro accusatorio – se non provato da tracce evidenti – viene approvato per le forti e probanti coincidenze, evidenti, del suo svolgersi.
Marcello Dell’Utri era già stato condannato per “vicinanza” alle cosche nel precedente processo, giunto alla sentenza definitiva: difatti, Dell’Utri è in carcere. Le prove, in quel caso, ci furono e molto circostanziate: la vicenda dello “stalliere” Mangano, che Dell’Utri ben conosceva come affiliato al clan di Porta Nuova a Palermo, ad esempio.
Quella sentenza, però, sanzionava il comportamento di Dell’Utri fino al 1992: oggi, è stato riconosciuto che il suo “agire” in combutta con le cosche è continuato anche dopo – nel 1993 fonda Forza Italia, insieme a Silvio Berlusconi – e non c’è da stupirsi più di tanto. Se mai, c’è da chiedersi perché la sua “vicinanza” alle cosche fu analizzata solo fino al 1992. Mistero (buffo).

Su tutte le sentenze che vengono emanate, pesano come dei macigni quelle non emanate, oppure  sconfessate da ulteriori sviluppi. Pochi giorni or sono, alla Procura di Roma è giunta un’informativa sulla storia infinita di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: un atto di scarsa importanza, ma indicativo dei tempi (e dei modi) della giustizia italiana. Giunto alla Procura di Firenze nel 2012, arriva sulla scrivania del GIP romano nel Gennaio del 2018. Perché?
Siamo ancora in attesa di sapere chi:
- mise le bombe a Piazza Fontana
- a Brescia
- sul treno Italicus
- alla stazione di Bologna: Fioravanti e la Mambro si sono sempre detti innocenti per quel crimine, e Cossiga – in punto di morte – affermò che si era trattato dell’esplosione accidentale di un “trasporto” di esplosivo da parte dei Palestinesi. Sarà?
- chi abbatté l’aereo di Ustica: anche qui, Cossiga (sempre prima di morire) affermò che i missili erano francesi. Vabbé.
- come mai un traghetto – il Moby Prince – affonda a Livorno in una placida sera di Primavera. E la nebbia (provato) non c’era.
Ed altre, misteriose morti mai indagate o risolte: Mino Pecorelli, Roberto Calvi, l’affaire Moro e tanti altri.

A fronte di queste “defaillances” della giustizia italiana, il teorema della prova provata senza ombra di dubbio va a farsi benedire, perché operano centinaia di depistaggi. Forse, imbastire un processo sul cui prodest, e poi cercare di capire se gli eventi s’incastrano uno nell’altro, con valenza probante, è l’unico modo per giungere a qualcosa. Insomma, la sequenza degli indizi probanti, fino a prova contraria, diventa prova di colpevolezza. Nella lunga vicenda di Ilaria Alpi, ad esempio, sono stati accertati almeno 26 diversi depistaggi, tramite false testimonianze (di persone poi svanite nel nulla) ed altre prove poi rivelatesi false od inesistenti.
Se prendiamo in esame l’operato della giustizia italiana dal dopoguerra in poi, dobbiamo constatare che la sua capacità investigativa e sanzionatoria è stata bassa, bassissima.
A sua discolpa, però, dobbiamo prendere in esame qual è stato il quadro nel quale si è mossa.

All’indomani della fine della guerra, fu scattata questa fotografia:



Quelli che vedete sono Salvatore Giuliano – eccidio di Portella della Ginestra – e don Vito Genovese, pezzo da novanta della mafia italo-americana, uomo di don Calogero Vizzini, all’epoca il massimo esponente delle cosche americane. Come vedete, è in divisa dello US Army. E’ il testimonial del patto fra il colonnello Charles Poletti e la mafia nordamericana, per il controllo della Sicilia.
Non è un mistero che gli americani guardassero con l’acquolina in bocca la Sicilia appena conquistata…Malta rimarrà agli inglesi…certo, se avessimo anche noi una bella isola per controllare il Canale di Sicilia…insomma, aggiungiamo una stellina alla bandiera…ma anche indipendente va bene lo stesso…
La cosa non andò in porto probabilmente poiché non discussa né prevista a Yalta, ma la soluzione fu presto trovata: nessuna, fra le Regioni a statuto speciale italiane, ne ha ricevuta una “speciale” come la Sicilia, anche se formalmente l’art. 116 della Costituzione la cita insieme alle altre tre.
Inoltre, gli americani hanno ricevuto tutte le basi militari che desideravano: Sigonella e Comiso, tanto per capirci.

Con la nazione italiana nuovamente costituita, politicamente e giuridicamente, toccava allo Stato italiano gestire i rapporti con la mafia, e lo Stato si attrezzò.



I due personaggi ritratti insieme una miriade di volte testimoniano l’importanza che lo Stato assegnava alla Sicilia: voti, soprattutto voti per la DC e, in pratica, “non vedo, non sento e non parlo” sui traffici della Mafia.
Gli affari andarono bene per molti anni, con i fratelli Salvo – vicini a Salvo Lima – che avevano in appalto la riscossione del 40% delle tasse raccolte nell’isola (!).
Quando, nei primi anni ’90, l’impianto saltò, Lima fu ucciso. Cuore, indimenticabile fonte di risate, ironie e sarcasmi, titolò l’evento: “Salvo Lima come John Lennon: ucciso da un fan impazzito”. Ed era la tragica verità. Anche se la follia c’entrava poco.

Ciò che si nota, dal rozzo accompagnarsi di un mafioso americano con un brigante, è il livello che era cambiato: il deus ex machina della DC, l’uomo innumerevoli volte ministro e capo del Governo, e colui che teneva i contatti con la fertile provincia per il costante, ed imprescindibile, controllo delle elezioni.
Ma giunse Mani Pulite, ed un’intera classe dirigente fu spazzata via: ecco, allora, i “rimpiazzi”:



Gli anni fra il 1990 ed il 1993 sono anni pericolosi: tutto torna a saltar per aria, e le uccisioni fioccano come grandine improvvisa. Quando gli equilibri sono nuovamente ripristinati, ecco che la pace dilaga: i corleonesi sono sconfitti, ma tutto passa nelle mani di un (all’epoca) giovane capo: Matteo Messina Denaro. Imprendibile, “primula rossa”, come lo furono Riina e Provenzano. E tutto torna tranquillo, per decenni, miracolosamente.

Ed ecco che, il 18 Aprile 2018, una improvvisa trappola viene tesa agli affiliati del boss: vengono arrestate 22 persone, giungendo molto vicino al boss dei boss, sono arrestati due suoi cognati.
Esattamente come avvenne la cattura di Riina, arrestato il 15 Gennaio del 1993, poco prima che Berlusconi salisse al potere per la prima volta.
Si direbbe che i periodi di “interregno” siano funesti per la Mafia, oppure che anche la Mafia ne approfitti per ristrutturarsi (o sia obbligata a farlo), così come la classe dirigente. Sappiamo, però, che la Mafia non “chiude bottega” se arrestano un suo esponente di spicco, anche il capo dei capi: si riuniscono, e trovano un nuovo equilibrio da proporre alla “controparte” politica. Altrimenti, se non c’è accordo, iniziano i guai.

Oggi, ancora non sappiamo chi governerà in Italia nei prossimi anni: sappiamo che grandi interessi si stanno muovendo intorno alla presidenza della Repubblica, e parecchi politici ne sono coinvolti.
Difficile credere che, all’interno delle nuove forze politiche – il M5S e la Lega (che proprio “nuova” non è) – la Mafia non sia riuscita ad infilare qualche suo uomo fidato: magari un giovane ligio ai dettami de “l’antimafia di facciata”, con tanti “vaffa” nel pedigree, oppure un giovane settentrionale con le corna verdi e la Padania ad ogni piè sospinto.
Difficile affermarlo, ma altrettanto difficile pensare il contrario.

Noi guardiamo ai grandi leader, che non hanno certo quei contatti e quelle frequentazioni, ma sapremo presto cosa succederà. Accordi? E con chi? Niente accordi? Per la prima volta l’ISIS (o chi per lei) colpirà il territorio italiano?
Lo scenario internazionale, inoltre, non consente divagazioni: il confronto strategico si fa più aspro, e le basi diventano importantissime nei periodi di diplomazia “calda”. Di certo, la Mafia è la controparte più sicura cui rivolgersi, se si vuole mantenere il controllo dell’isola.

Se si farà un “governo del Presidente” – ossia tutti contro il M5S – sarà molto difficile che duri nel tempo: troppe le tensioni interne, troppi i “rospi” del passato da sputare.
Però, un governo M5S e Lega è ciò che non solo fa impallidire Mattarella, ma che ha già ricevuto il pollice verso di Bruxelles, la diffidenza USA, la storcere di nasi da parte dei finanzieri internazionali.

 A parer mio – come scrissi prima delle elezioni – un governo del Presidente potrà trovare un equilibrio (centro destra + PD) a patto di estromettere personaggi troppo difficili da digerire: uno su tutti, Salvini. Non dimentichiamo che un simile governo – una tale armata Brancaleone – potrà permettersi di perdere per strada anche una ventina di persone: quante bastano, a Salvini, per salvare la faccia e tornare fra i “duri e puri”. Per prendere nuovi allocchi alle future elezioni.

Allora, si tornerà agli accordi sottobanco…qualche capomafia sarà arrestato ed un nuovo capo proporrà un accordo con il nuovo governo…i due finti litiganti, gli amici/nemici, si troveranno di nuovo vicini, ma all’opposizione.
Così va il mondo, perché tutto cambi senza mai cambiare nulla.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/21/trattativa-per-fiandaca-era-una-boiata-pazzesca-ora-se-la-prende-con-giudici-popolari-troppo-complessa-per-loro/4307884/