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12 giugno 2021

La conferenza postbellica di Jalta (quarta ed ultima parte)

 

Josef Mengele, il medico-boia di Auschwitz

Nelle indagini storiche, l’assillo d’ogni ricercatore sono le fonti, che devono essere ampiamente documentate ed affidabili: altrimenti, si è subito cestinati ed accusati di complottismo. Ma c’è un “ma” che molte volte non si nomina che però esiste, eccome.

In fin dei conti, chi scrive veramente la Storia? Gli storici, che traggono le loro fonti dagli archivi, sempre che da quegli archivi non siano passati prima altri e sottratto od immesso quello che loro faceva comodo. Quelli che la Storia hanno il vezzo di “addomesticarla”.

 

L’esempio lampante fu lo storico inglese Hugh Trevor-Roper, autore del famoso libro Gli ultimi giorni di Hitler nel quale cercava di tacitare le molte voci che, soprattutto dai Paesi del Socialismo reale (URSS in testa), accusavano gli Alleati d’aver nascosto Hitler per loro vantaggi.

Lo stesso Trevor-Roper, però, durante la guerra era un agente segreto inglese, in stretto e costante contatto con Wilhelm Canaris, capo indiscusso dei servizi segreti germanici, con il quale tentò d’intessere una trattativa – poi fallita poiché i sovietici mangiarono la foglia – per una pace separata con la Germania. Insomma, per quei due, la Guerra Fredda sarebbe nata con almeno una decina d’anni d’anticipo: a questo punto, fregiarsi del titolo di “storico ufficiale” inglese, mi sembra un poco esagerato.

Quando poi dichiarò autentici i Diari di Hitler nel 1983, subito dopo si scoprì che erano un falso: insomma, molta confusione sotto il cielo…non vi stupirà sapere, allora, che alcune notizie qui riportate provengono, addirittura, dalla prestigiosa e di certo non accusabile di complottismo, Università Luiss di Roma.

 

Il conflitto sul metodo, dunque – ricordando Popper – dovrebbe nascere dal confronto aperto sui contenuti, ed analizzando attentamente anche il cui prodest, senza il quale molte “mosse”, in guerra o in diplomazia, finiscono per non reggere se l’analisi si fa più serrata.

Magari non prestare attenzione a chi spaccia teorie senza la minima prova, ma ascoltare chi pone una serie d’eventi concatenati, segno evidente che lasciano trasparire sospetti molto consistenti: non è un buon affare per la cultura storica, anche se pare acquietare gli animi e tranquillizzare la popolazione.

Quel “andrà tutto bene”, propalato ai quattro venti durante la pandemia, mostra tutti i suoi limiti, sia per le questioni pandemiche e sia per le questioni storiche.

 

Devo confessare che di tutta la vicenda la parte che meno m’impressionò fu la sorte di Hitler, anche se Abel Basti – pur comprendendo le necessità editoriali – intervistò persone che dicevano d’averlo incontrato, e la presenza di Ante Pavelic, il dittatore croato, fu sicuramente documentata nel dopoguerra a Buenos Aires e pare che ci sia stato un incontro fra i due.

Stalin non ci credeva affatto alla morte di Hitler e, alla conferenza di Postdam (a guerra finita) fece sapere come la pensava chiacchierando con un addetto d’ambasciata britannico. “Dove avete nascosto Hitler?” gli chiese, creando un notevole imbarazzo.

Anche Mussolini fece la fine che fece per credere a delle fandonie: lui – pilota – cosa ci avrebbe messo, volando di notte, a decollare dal nuovissimo aeroporto di Linate a rifugiarsi in Spagna da Franco? Ma i servizi segreti italiani non erano quelli tedeschi, è la più ovvia risposta. Oppure Franco non voleva grane e declinò la richiesta? Come vedete, la strada per la Valtellina è zeppa di “bivi” mai indagati.

 

In ogni modo, la figura dei due dittatori era oramai inutile nel nuovo panorama internazionale: erano già iniziati i prodromi della Guerra Fredda.

Lo capirono entrambi: l’interprete del loro ultimo incontro, quello avvenuto dopo l’attentato ad Hitler, intervistato nel dopoguerra, raccontò che a parte la sparata iniziale di Hitler sulle nuove armi che avrebbero…eccetera, eccetera…ascoltato più per cortesia che altro da Mussolini, stettero almeno un’ora a ricordare gioiosamente i loro passati di caporali, uno sul fronte francese (con suo ufficiale Rudolf Hess!) e l’altro sul fronte italiano: avevano creato e gestito un’epoca, e milioni di morti. Erano, usando un termine oggi consueto, “obsoleti”.

 

Gli uomini d’apparato, però, sono preziosi e vengono salvaguardati, anche se hanno commesso qualche “marachella” durante la guerra: ne avemmo anche noi, seppur frettolosamente “tutti assolti” dalle malefatte pre e post belliche.

Ne è un esempio il prefetto di Milano nel 1969, Marcello Guida, il quale indirizzò immediatamente le indagini per la strage di piazza Fontana verso Valpreda e gli anarchici, dimostratosi poi non solo un “indirizzo” sbagliato, ma anche colluso con gli interessi della destra eversiva dell’epoca. Ma chi era Marcello Guida?

Fu, in epoca fascista, commissario e direttore della colonia penale per motivi politici di Ventotene e, nel 1970, il presidente della Camera Sandro Pertini, scendendo dal treno a Milano dove il prefetto era andato a riceverlo in pompa magna, si rifiutò di stringergli la mano.

 

Mentre l’Italia non ebbe grandi “richieste” di personaggi del mondo occulto dei servizi segreti, annessi & connessi, la Germania nel dopoguerra viveva un incubo: suddivisa in quattro settori, uno comunista e tre (s)governati dagli alleati, fino al 1950 restò letteralmente alla fame. Bisognava farle pagare le bombe su Londra e, soprattutto gli inglesi, si misero con impegno a farlo.

Molti tedeschi abbandonarono la Germania in quegli anni, ma c’era chi non poteva farlo alla luce del sole, perché mostrare un documento poteva trasformarsi in un capo d’accusa di fronte ad un tribunale militare. Qui, tornarono utili le vecchie conoscenze, in luoghi vissuti per secoli come contee tedesche e che ora, per i ghiribizzi della Storia, languivano sotto il tacco italiano.

 

Non era difficile giungere fino a Vipiteno (Sterzing) o recarsi in altre località della ex Operationszone Alpenvorland, che fino al Maggio del 1945 conteneva il Trentino, l'Alto Adige e la Provincia di Belluno sotto la Germania nazista: lì, c’erano ancora molti amici. E proprio in quelle zone iniziò la “rat-line” (via dei topi), ossia il percorso che portava gli ex nazisti a ricevere nuove identità e documenti italiani, poi a Roma, dove soprattutto i religiosi croati “sistemarono” centinaia di persone, quindi a Genova, dove il cardinal Siri li imbarcava, con la buona volontà dei Costa, sulle navi e li spediva in Sudamerica. Che gioielli di bontà cristiana: tutto sotto gli occhi di Pio XII, che era stato nunzio apostolico per molti anni in Germania (firmando nel 1933 un Concordato dove riconosceva il partito nazista) e, nel 1936, come Segretario di Stato aveva soggiornato a lungo in Argentina.

 

La domanda da porsi è allora: perché gli americani strinsero quel patto scellerato con quella gente? Che, notiamo, in larghissima parte abbandonò la Germania, la quale era timorosa d’essere accusata di nazismo per secoli: molti comportamenti, ad esempio, sono tollerati più in Italia o Spagna che in Germania. Lo Horst Wessel Lied, l’inno nazista, in Germania è reato suonarlo ed ascoltarlo, e la legge viene fatta rispettare.

 

Quando, se ben ricordo era il 2003, mia figlia si recò in Argentina con il fidanzato per conoscere la sua famiglia le chiesi, qualora si fosse ritrovata a San Carlos de Bariloche – considerata il rifugio dei nazisti argentini – di telefonarmi, e lo fece.

Qui era Estate e laggiù Inverno, sotto i contrafforti delle Ande: mia figlia desiderava darmi delle informazioni, anche se il gelo sentivo che l’attanagliava, ma avvertivo che non sapeva cosa raccontarmi. Sì…sulla piazza c’era una birreria in stile bavarese…ma che prova è? Magari possiamo trovarla anche a Roma od a Bari. Le case erano in stile nordico, ma erano quasi sulle Ande…la notizia più curiosa fu che, lì vicino, era sopravvissuta una comune hippie da anni lontani e che erano diventati famosi perché costruivano delle bellissime stufe in terracotta.

Ciò che pensai, mentre lei parlava, fu che si trovava in un teatro di posa abbandonato.

 

Un teatro di posa che era servito, per molti anni, per immagazzinare, controllare e decidere la destinazione di ricchezze inaudite: per noi italiani, la fine – mai conosciuta – dell’Oro della Banca d’Italia trafugato dapprima a Fortezza, in Alto Adige. La parte sparita e mai recuperata ammontava a due tranches del 1944, una di circa 64 tonnellate confluite nella Reichsbank di Berlino e l’altra di circa 7 tonnellate prelevata dal Ministero degli Esteri tedesco. In totale, circa 71 tonnellate mai ritrovate, e viene da chiedersi cos’avessero trasportato i sottomarini a San Matias: 71 tonnellate erano il carico di due sottomarini e mezzo, se le nostre ipotesi del capitolo precedente sono corrette.

 

Ma, se da una parte i servizi americani tollerarono questi traffici, dall’altra chiesero qualcosa in cambio.

Anzitutto, la democrazia in Argentina era un optional: dal 1950 al 1970 l’economia crebbe parecchio e la povertà diminuì fino a toccare un valore minimo del 7% (forse anche grazie all’enorme ricchezza precipitata sull’Argentina?). I governi democratici si succedevano a periodi dittatoriali, fino al 1976, quando prese il potere la giunta Videla. Lì, fu la catastrofe con almeno 30.000 desaparecidos, persone scomparse e mai più ritrovate.

Parallelamente, in Cile nel 1973 andava in scena la seconda rappresentazione: il golpe militare del generale Pinochet, che inaugurò un periodo di disgrazie e morti senza fine.

Mentre la presenza e l’attività di Klaus Barbie – il boia di Lione – è documentata in Argentina ed in Bolivia, quella di Walter Rauff, SS-Obersturmbannführer (simile a Colonnello) nelle SS è documentata in Cile, dove godette della protezione di Pinochet fino alla sua morte, avvenuta nel 1984.

Fra Cile, Argentina, Bolivia e Brasile non si conosce il numero delle vittime né la precisa identità dei loro assassini: si sa che il neofascista italiano Stefano delle Chiaie operò in Argentina sotto la dittatura e poi in Bolivia, in quel grande intervento che prese poi il nome di Operazione Condor. I nazisti, probabilmente operarono dietro alle quinte, senza intervenire direttamente, ma delle tracce le lasciarono, ben evidenti.

 

Colonia Dignidad fu una di queste.

Un orrore nazista, creato nel 1961 da un ex caporale della Wermacht, medico o infermiere che sia stato (un medico caporale?): Paul Schäfer, a 350 chilometri da Santiago del Cile, costruì un campo dove una apparente setta idolatrava il loro leader, pedofilo e nazista fino al midollo, con un annesso ospedale dove un medico (?) tedesco, Harmut Hopp, riforniva di bambini il suo capo, mentre altri li utilizzava come cavie per i suoi esperimenti. Pare che da Colonia Dignidad sia passato anche Josef Mengele, il medico-boia di Auschwitz: non vi è la certezza, ma il marchio sembra proprio il suo.

Nel campo era proibita qualsiasi attività sessuale e, grazie agli psicofarmaci, la gente viveva imbambolata più che tranquilla. D’altro canto, un “campo” circondato da un recinto elettrificato qualche ricordo lo fa rinvenire, e non sono bei ricordi.

 

Vissuto per molti anni nella totale indifferenza, il “campo” divenne tristemente famoso dopo il golpe di Pinochet del 1973, quando parecchi “indesiderati” gli fecero visita e scomparirono per sempre. Sotto Pinochet, il campo fu inviolabile: nessun magistrato poteva indagare e chi lo faceva veniva trasferito, se insisteva spariva. D’altro canto, la presenza della DIMA – la polizia segreta del regime d Pinochet – era abituale a Colonia Dignidad.

Quando, finalmente, in anni recenti si riuscì a penetrare nel “campo”, si scoprirono depositi di armi e di munizioni, molte risalenti all’ultimo conflitto mondiale e, ben celato sotto terra ma perfettamente funzionante, addirittura un carro armato.

Harmut Hopp, il “medico” dell’ospedale, condannato in Cile, è tornato in Germania dove vive libero, mentre Schäfer è morto a Santiago nel 2005 in carcere, dopo essere scappato in Argentina e ripreso.

 

Colonia Dignidad fu scoperta per la fuga di un suo “adepto” che rivelò al mondo quella ignobile presenza: ma quante sopravvissero, in silenzio, sia come “campi di adepti” o come semplici strutture dei servizi segreti? In fin dei conti, agli USA interessava soprattutto il Rame cileno e che l’URSS non mettesse piede in Sudamerica: paradossale, ma  gli aerei che bombardarono il palazzo della Moneda, uccidendo il presidente Allende, erano Mig-21 cileni.

 

Così, la lista di nomi che segue (probabilmente molto incompleta) è tutta composta da gente scomparsa in Europa e ricomparsa in Sudamerica, e mai più tornata per affrontare la giustizia nei Paesi dove l’avevano offesa (salvo Eichmann e Priebke):

 

Josef Mengele, Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Gerhard Bohne, Walter Kutschmann, Erich Priebke, Erich Muller, Walter Rauff, Josef Schwammberger…ed i meno noti:

-Ludolf von Alvensleben, ex ufficiale delle SS in Russia.

-Josif Berkovic, fascista croato.

Gerard Blaton, collaborazionista belga.

-Michel Boussemaere, fondò l’associazione Vlaanderren in Argentiniae.

- Bytebier Gerard, collaborazionista belga condannato a morte.

-Bytebier Michel, suo fratello.

-Franz Calcoen, già condannato a Bruges.

-Kurt Christmann, ex ufficiale delle SS e colonnello della Gestapo.

-Pierre Daye, collaborazionista belga.

-Jan Durcanksy, ministro della Repubblica indipendente slovacca.

-Erwin Fleiss,capo delle SS nel Tirolo.

-Fridolin Guth, partecipò al fallito colpo di stato austriaco del 1934.

-Hans Friedrich Heffelmann, accusato di aver preso parte al programma di eutanasia di Hitler.

-Friedrich Rauch, ex ufficiale delle SS e vicino al Fuhrer.

-Eduard Roschmann, ex comandante del ghetto di Riga.

-Bilanovic Vjubomir Sakic, ex comandante del campo di concentramento di Jasenovac, Croazia.

-Franz Votterl, ex dirigente della Gestapo e ufficiale delle SS.

-Guido Zimmer, ex comandante delle SS a Genova.

-Albert Rits, ex ufficiale delle SS.

-Fritz Lantschner, coinvolto nel colpo di stato in Tirolo del 1934.

 

Queste persone, però, giunsero in Argentina tramite la cosiddetta “rat-line” ossia le protezioni e le falsificazioni delle identità in gran parte create in Alto Adige e poi in Italia, come ricordavamo all’inizio, ma viene da pensare che prima giunsero delle “avanguardie” le quali, per prima cosa s’incaricarono di spostare in Argentina le copiose ricchezze rapinate in tutta Europa dai nazisti e quindi di sistemare degnamente i “profughi” che arrivavano dall’Europa. Ecco perché, all’epoca, San Carlos de Bariloche era un “teatro” molto attivo divenuto, nel 2003 (quando ci passò mia figlia) un teatro di posa abbandonato.

C’è inoltre da ricordare che la Spagna, anche se oramai controllata più rigidamente dagli ex-Alleati, forse chiuse più di un occhio a cavallo del 1950, e nessuno poteva controllare chi partiva da Vigo per il Sudamerica, soprattutto se dotati di documenti falsi e d’identità non facilmente riconoscibili: d’altro canto, lo faceva tranquillamente anche l’Italia.

Non dimentichiamo, inoltre, che tutto avveniva con la bonaria distrazione dei servizi segreti americani, che ebbero poi molti contatti con quella gente: ricordiamo che, dopo il 1970, ci fu un momento nel quale nell’America Latina non ci fu più un solo governo democratico.

 

In fin dei conti, non sappiamo quanti ex nazisti giunsero in Sudamerica – probabilmente, i nomi scoperti sono soltanto la punta dell’iceberg – e la Storia ufficiale ha taciuto, sia per i limiti di ricerca attuati dai servizi segreti di mezzo mondo ed altri storici per aperta collusione.

Allora, vista la situazione di stallo nella quale gli storici si sono trovati, perché continuare a negare l’evidenza di moltissime prove che indicherebbero la sopravvivenza di un’ideologia perversa e soltanto utile a fini strategici?

In fin dei conti, la guerra al bolscevismo inaugurata da Hitler continuò in America Latina, oggi forse connotata più dai grandi cartelli internazionali del traffico di droga piuttosto che da ideologie anticomuniste ma, comunque si voglia definirlo, un brutale assassinio della tanto sbandierata democrazia.

 

Chissà se un giorno, cancellati gli omissis dai documenti secretati, i nostri nipoti sapranno veramente quel che è accaduto.

07 giugno 2021

La conferenza postbellica di Jalta (seconda parte)

 

Il sottomarino Wilheilm Bauer,  ex tipo XXI della 2° Guerra Mondiale

La Germania del 1939 era una gabbia zeppa di lupi, e quasi tutti volevano la guerra: il problema – si fa per dire – è che nessuno sognava una guerra identica a quella dell’altro.

C’era chi voleva una guerra per abbattere il bolscevismo sovietico, chi contro la Francia per vendetta nei confronti della pace di Versailles del 1919, chi vedeva rosso soltanto a pensare all’Impero Britannico…chi tornava dall’emigrazione negli USA per aiutare la Patria, chi vedeva un alleato nell’Italia, altri non si fidavano per niente degli italiani, chi voleva gli spagnoli al loro fianco…chi rammentava le antiche saghe vichinghe…probabilmente l’alleato più sconosciuto era il Giappone: lontano, misterioso, sconosciuto.

 

I primi due anni di guerra andarono bene per la Germania, ma già nel 1941 le cose presero a precipitare: prima ancora di Pearl Harbour Hitler decise la sua guerra contro il bolscevismo, sicuro che la Gran Bretagna avrebbe senz’altro capito…ma insomma…come si fa a non capire che stiamo dalla stessa parte?

Hitler desiderava iniziare le guerra fredda con una decina d’anni d’anticipo ma gli altri non erano d’accordo…e molte cose cominciarono ad andare storte: i racconti degli esuli ebrei terrorizzavano la popolazione, anche se la vera e propria Shoa non era ancora iniziata. E poi, Londra temeva Berlino e non si fidava: si erano liberati di un Re che puzzava troppo di Nazismo e, forti del potere coloniale, pensavano di sistemare prima le faccende con i tedeschi e solo in un secondo momento occuparsi dei sovietici, che già da molti anni combattevano con i finanziamenti ai Russi Bianchi. Per gli inossidabili imperiali britannici, fu un calcolo forse troppo azzardato.

Quando gli USA entrarono in guerra, molti tedeschi e la maggior parte degli italiani iniziarono, Ciano ed Umberto in testa, a temere l’inevitabile sconfitta.

 

Statunitensi e britannici erano entrambi potenze del mare e del cielo, perciò fu proprio in mare ed in cielo che i progettisti tedeschi furono spronati in un lavoro disperato e, in fin dei conti, inutile. Anche a causa della poca lungimiranza nazista.

A parte il programma nucleare, che fallì per la non-collaborazione e successiva fuga di Nils Borg e per il pessimismo sui risultati di Heisenberg, le speranze puntavano su due invenzioni: il caccia a reazione ed il sottomarino vero e proprio, vale a dire non dipendente dalla combustione con l’ossigeno per la propulsione.

Il primo obiettivo fu raggiunto in fretta: già nel Luglio del 1942 l’aereo con due reattori a getto sotto le ali decollò per il primo volo, ma qui ci si mise, misteriosamente, proprio Hitler di mezzo. Il Messerschmitt Me-262 era un caccia, nel 1942, molto simile strutturalmente ai Mig-15 e Mig-17 che volarono 10-20 anni dopo, sennonché, Hitler voleva farlo diventare un bombardiere (!).

Ci provarono tutti gli Assi della Luftwaffe a spiegargli che un caccia che raggiungeva i 900 chilometri orari era una novità unica nel panorama aviatorio dell’epoca, ma non ci fu niente da fare, al punto che la decisione di Hitler appare sconclusionata anche volendo ammettere che lo pensasse realmente.

Forse, Hitler voleva usarlo come minaccia per riuscire ad ottenere una pace separata col Regno Unito, ed attendeva con ansia che la missione di Rudolf Hess – volato in Scozia per incontri con l’aristocrazia britannica – desse dei frutti i quali, però, non giunsero mai. Ed Hess fu condannato all’ergastolo anche se la vera Shoa, al momento della sua fuga, non era ancora iniziata: fu trattenuto – oramai novantenne e solo (tutti gli altri erano già usciti) nel carcere di Spandau – fino a quando Gorbaciov decise di togliere il veto sovietico il quale era appoggiato, stranamente, da un analogo veto inglese.

Comunque, Rudolf Hess decise d’impiccarsi per togliersi di torno…anche se il suo medico raccontò che non era più in grado, a quell’età e con le sue forze, d’impiccarsi da solo. Che volete: qualcuno gli avrà dato una mano…

 

Tornando al nostro povero ed incompreso Me-262, i problemi si rincorsero l’uno con l’altro.

Per diventare un (pessimo) bombardiere leggero si perse un anno ed un secondo anno per riavere un caccia veramente funzionante, al punto che i primi Me-262 giunsero ai reparti nel Giugno del 1944, oramai troppo tardi per contare qualcosa, anche se diedero agli Alleati parecchi grattacapi.

 

Nello stesso Giugno del 1944 entrava in servizio la seconda arma “futuribile” di Hitler: i sottomarini classe XXI e l’U-2501, il primo, scendeva in mare ad Amburgo.

 

Abbandonata l’idea del sottomarino nucleare o delle turbine Walter – troppo lontane nel futuro per sperare in una realizzazione ancora utilizzabile – la Kriegmarine optò per un sottomarino che, negli anni ’40, assomigliava già ai sottomarini a propulsione diesel/elettrica degli anni ’60-70.

Gli U-Boot del tipo XXI erano in grado di navigare sott’acqua per lunghi periodi e per lunghe missioni: solo per fare un esempio, un tipo XXI era in grado d’immergersi di fronte a Genova e, navigando a quasi 300 metri di profondità (all’epoca, completamente invisibile), dopo 4 giorni di navigazione a velocità economica, solo grazie alle batterie, emergere di fronte a Napoli.

Poche ore a quota periscopica, usando i motori diesel tramite uno snorkel per ricaricare le batterie, ed il sottomarino poteva tornare negli abissi: la stessa energia elettrica garantiva la purificazione ed il condizionamento dell’aria in immersione.

Tanto per capirci, le principali Marine del Pianeta giunsero a questi risultati solo intorno al 1970, giacché il sottomarino diesel/elettrico è silenziosissimo, confrontato con i chiasso delle turbine di un sottomarino nucleare, identificabile già a molte miglia di distanza.

 

Il programma di costruzione prevedeva il montaggio in nove settori completi di tutti i collegamenti elettrici ed idraulici già preparati, per costruirli in serie in piccoli cantieri sui fiumi dell’interno e sottrarli così ai bombardamenti. Tre giorni di sosta nel cantiere di assemblaggio ed il sottomarino poteva prendere il mare.

Fra il Giugno del 1944 ed il termine delle ostilità furono consegnati (secondo le fonti) dai 118 ai 121 sottomarini alla Kriegmarine, che entrarono dunque in servizio.

Cosa ne fecero, i tedeschi, di un’arma del genere, la quale poteva individuare ed attaccare con siluri elettrici senza l’uso del periscopio, soltanto col rilevamento degli idrofoni ed il calcolo di rotta e velocità grazie ad un calcolatore elettro-meccanico? Un mezzo con un’autonomia di 15.500 miglia marine, in grado di giungere quasi ovunque nel mondo?

Non ne fecero nulla.

 

Appena un sottomarino terminava un ciclo di addestramento di 4 mesi, cambiava comandante e tornava nel Baltico per un nuovo ciclo, ad libitum: converrete che per una nazione che richiamava i ragazzi e li schiaffava sui carri armati a morire, c’è qualcosa che non quadra. L’attuale pontefice emerito, Benedetto XV, fu richiamato nella Flak, la contraerea e lì servì il suo popolo. Ed Hitler.

 

Furono costruiti anche sommergibili dello stesso tipo ma per uso costiero, il tipo XXIII e, negli ultimi giorni di guerra, due di quei piccoli sommergibili affondarono tre navi al largo della Scozia, senza essere scoperti dalle navi di scorta.

Un sommergibile del tipo XXI, invece, il pomeriggio del 7 Maggio 1945 – e dunque a guerra oramai conclusa da poche ore – si lasciò sfilare nel periscopio a 500 metri di distanza l’incrociatore britannico Norfolk (altre fonti indicano Suffolk, erano gemelli) e la squadra di navi che lo seguivano le quali, probabilmente, stavano tornando ai loro ancoraggi consueti di Scapa Flow, nelle Orcadi. Lo annotò sul libro di bordo che consegnò al suo ritorno a Bergen, dove si arrese mostrando con un ghigno malefico il giornale di bordo al suo interlocutore britannico: nessuno degli inglesi aveva rilevato niente.

 

Il progetto di quei sommergibili fu steso fra il 1940 ed il 1942, approvato da Doenitz nel 1943 ma solo nel 1944 il primo sottomarino entrò in servizio: già a Dicembre del 1944 erano parecchi i sottomarini in servizio e, a Bergen in Norvegia, fu creata la prima flottiglia di soli tipo XXI.

 

Nel 1943, però, Doenitz – futuro successore di Hitler nella carica di Cancelliere – fece una comunicazione assai strana e sibillina, almeno per i tempi:

 

“La Marina da Guerra del Reich costruirà, molto lontano da qui, un sicuro rifugio per il nostro capo, Adolf Hitler, affinché l’ideologia del Nazismo non vada perduta.”

 

Strana, perché nel 1943 la guerra non era certamente vinta ma era ancora lontana da una fine inevitabile ed una dichiarazione sibillina, perché parlava di luoghi molto “lontani” e “sicuri”.

Per inciso, questa dichiarazione portò poi, nel dopoguerra, a mille congetture che condussero gli americani ad inviare una task force in Antartide, che perse inutilmente vite umane nella ricerca di qualcosa che nemmeno sapevano cosa potesse essere, in un posto dove c’erano solo ghiaccio, qualche rara roccia e temperature proibitive, che condussero ad incidenti aerei per il ghiaccio ed a morti congelati per le temperature siderali.

 

Nel frattempo, però, qualcosa si muoveva.

Juan Domingo Peròn – futuro presidente/dittatore argentino – che nei primi anni ’40 era in Italia, aggregato alle truppe alpine per fare “esperienza” col grado di colonnello, sparì dall’Italia per ricomparire all’ambasciata tedesca a Berlino…per fare cosa? Eh…

Dopo la guerra furono sequestrati, in Argentina, alcuni passaporti perché intestati a persone non corrispondenti per età od altri dati di varia natura: il problema era che i passaporti non erano falsi, bensì regolarmente emessi dalla Repubblica Argentina, senza ombra di dubbio! Che mistero.

Qualcuno parlò, ed ammise che nel 1943 Peròn scambiò con i tedeschi 1.000 passaporti argentini in bianco, a fronte della cifra iperbolica di 3 miliardi di marchi: oddio, nel 1943 i tedeschi potevano far girare le rotative della zecca come volevano, e non era un problema consegnare miliardi di carta ad un colonnello argentino che se li sarebbe portati in Patria. La cosa più difficile fu esaudire la seconda richiesta: l’invio in Argentina di 2.000 SS armate ed addestrate.

Pensate che voglia raccontarvi una fuffa? Nella terza parte dell’articolo incontreremo “nel luogo sicuro e lontano” proprio quelle SS e vedremo come la cosa andrà a finire.

 

Tornando ai sommergibili, la domanda più ovvia è sapere che fine fecero: 6 furono affondati in mare da aerei Alleati, e questo è un dato certo…per l’altro centinaio ci sono poche certezze e tante supposizioni senza prove. Alcuni furono presi dai sovietici, dagli americani, inglesi, francesi…incamerati nelle loro Marine e studiati attentamente…uno, addirittura, fu recuperato dal fondo dai tedeschi, che lo tennero in servizio fino al Maggio del1970, l’U-2540, rinominato Wilhelm Bauer, che oggi si trova a Brema ed è una nave-museo.

Altri furono trovati sul fondo, sabotati dai loro equipaggi…qualcuno sotto le macerie dei bunker…ma una certezza per tutti sulla loro fine non c’è.

Ma una ricostruzione degli eventi dovrà pure essere stata fatta – direte voi – almeno dalla Bundesmarine, la Marina del dopoguerra: certo, è stata fatta con teutonica precisione. Chi fu il primo comandante della nuova marina del dopoguerra della RFT? L’ammiraglio Friedrich Ruge, che era stato comandante della Flotta del Nord nella Marina del III Reich: un sottoposto di Doenitz. Dunque…

 

Ma torniamo un momento al 1945, a quella conferenza di pace di Jalta: cosa cercavano, oramai, i contendenti?

Si contendevano con qualsiasi mezzo gli agenti segreti del III Reich, chi per sapere come difendersi (i russi) chi per sapere come “tagliare le ali” ad un’Unione Sovietica che si era fatta non più il ricettacolo dei comunisti del pianeta, bensì una potenza militare di prim’ordine. Erano oramai lontani i tempi dei convogli artici per rifornire la Russia nel 1942: negli ultimi anni di guerra la produzione bellica sovietica, per alcuni settori, superava addirittura la produzione americana.

I servizi segreti tedeschi divennero allora terreno aperto di caccia: vuoi con i soldi, con i ricatti o con le “benevole” concessioni.

Furono centinaia le persone che passarono di qua o di là della futura Cortina di Ferro e nulla contava, veramente, cosa avessero combinato durante la guerra: soprattutto erano molto ricercati gli appartenenti ad ODESSA, la rete di spionaggio tedesca, la quale aveva anche un settore dedicato alla fuga nei Paesi esteri se le circostanze lo avessero richiesto.

Il suo principale esponente, l’ammiraglio Canaris fu giustiziato dai nazisti il 5 Aprile del 1945 accusandolo di tradimento, ma più probabilmente per chiudere la bocca definitivamente alla “mente” che più sapeva di quelle vicende.

 

Così, i sommergibili poterono prendere il largo? Lo vedremo nella terza ed ultima parte.