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02 agosto 2021

Le radici dell’antisemitismo

 

Stemma dei Rothschild


La vicenda dell’antisemitismo, che per noi giunge solo ad Hitler o poco oltre, ha invece origine in tempi molto lontani: i primi a praticarlo furono gli antichi Romani.

Oddio, per i Romani non si distingueva molto fra Ebrei e Cristiani e, dunque, le due vicende ebbero parecchie interconnessioni: la prima, evidente, è che Gesù nacque ebreo.

I Giudei avevano combattuto duramente contro i Romani e non furono sconfitti definitivamente che nel 70 d.C. dopo l’assedio di Tito, figlio di Vespasiano: lì, iniziò la diaspora ebraica. E’ plausibile pensare che, dopo una lunga e sanguinosa guerra, non corresse proprio buon sangue fra Romani e Giudei…ma si trattava di scenari comuni a tante altre conquiste.

 

I Cristiani, almeno storicamente, quasi non esistevano: Giuseppe Flavio – ex generale giudeo poi diventato molto amico di Vespasiano, al punto di prendere il nome della sua stessa gens – riporta (tramite Plinio il Giovane) qualche notizia su un certo Gesù Cristo che afferma essere un maestro molto ben voluto e, soprattutto, un essere “pacificatore” (e quindi molto lontano dalla ideologia dei guerriglieri Zeloti). Su questi resoconti, però, cala il dubbio degli amanuensi medievali: quanto dell’originale, veramente scritto proprio dal giudeo/romano, è stato ri-scritto fedelmente?

E Ponzio Pilato?

 

Altro bell’affare: carnefice per alcuni, santo per i cristiani ortodossi etiopi. Vacci a capire.

Insomma, anche prendendo per buona la descrizione degli Evangelisti (postuma d’ameno mezzo secolo dopo la morte di Gesù), si giunge ad un risultato di poca rilevanza storica: fece frustare o fustigare Gesù? C’è una bella differenza.

Ciò che appare fra le righe è che a Ponzio Pilato importasse poco di quella vicenda: però, nessuna esecuzione capitale poteva essere comminata se non dal potere romano. Insomma, dire che c’è buio pesto su quella storia è ancora poco: si dà per certo che un tizio di nome Gesù fu crocifisso, ma nessuno conosceva all’epoca un certo Barabba. E allora?

 

La vera pietra angolare del Cristianesimo fu Paolo di Tarso: ebreo ellenizzato che mai conobbe Gesù, però cittadino romano di lingua greca. Il quale, dopo la morte di Gesù, fu la persona che tracciò le indicazioni per la nuova fede la quale, così, dall’origine medio-orientale, si “munì” di una filosofia greca “d’appoggio” e di una liturgia latina, ovvia per avere diffusione nel vasto impero. Un bel pudding, presentato secoli dopo come un tutt’uno.

In fin dei conti, dopo queste premesse, possiamo fidarci – prendendola con le molle – solo della storiografia dell’Età Moderna, ad esser già larghi.

 

La religione Romana era un Paganesimo complesso ed era, in definitiva, una religione civile: era il Senato Romano a decidere quali culti e quali Dei andassero onorati, in seguito anche le bolle imperiali. Man mano che nuovi territori venivano conquistati, nuovi Dei comparivano per l’approvazione senatoriale: non c’era una Casellati a dirigere il simposio, e fu certamente una gran fortuna.

Siccome c’erano molti Dei, fra i popoli sottomessi, che riguardavano la salute e la malattia furono accolti come Dei “corollari” al Dio Esculapio, il quale già era il Dio greco Asclepio…insomma…nella domus medicorum ci potevano stare tutti…così i vari Dei virili e bellicosi, che erano tutti discepoli di Marte…così ognuno poteva continuare a venerare i propri Dei se “inscritti” dal Senato Romano fra quelli che erano “compresi” anche dai Romani. Il sistema, bene o male, funzionava.

In fin dei conti, il Paganesimo Romano ha molti punti di connessione con il Pantheon induista e qualche connessione col successivo buddismo, laddove però gli “dei” non godono di una esistenza inerente, bensì come manifestazioni “esplicative” di sentimenti e pulsioni presenti anche nell’animo umano: una formazione più “psichica” rispetto a quella tradizionale induista.

 

Il problema, per i senatori romani – fra una visita alle terme ed una al lupanare – era quello di garantire, agli Dei “accettati” il medesimo trattamento degli Dei tradizionali: insomma, a Roma si doveva accettare tutto in blocco e, se non accettavi, erano ceci.

Il Senato aveva anche regole curiose, quale che per alcuni riti c’era il “vietato ai minori”, mentre altri – perché apertamente in conflitto con l’etica Romana – erano addirittura proibiti.

Per questo motivo l’imperatore Adriano – ma s’era già nel II secolo d.C. – decise di mettere un poco d’ordine nelle faccende religiose e pubblicò un “Rescritto” nel quale indicava anche i Cristiani: ossia, se non c’erano altre ragioni (ad esempio il rifiuto palese d’altri riti) nessuno poteva condannare una persona, o spargere maldicenze, soltanto per la sua fede. Gli ebrei erano lontani: popolavano soprattutto Alessandria d’Egitto ed Antiochia, la seconda e la terza città dell’Impero.

Il problema erano che i primi a non accettare altre fedi erano proprio i Cristiani.

 

La figura del Dio unico (ma “trino”, e questo in seguito condusse a guai a non finire) cozzava violentemente contro una concezione poliedrica della religione, giacché sostituiva alle mille pulsioni “condivise” fra mortali ed immortali una figura unica che tutto sapeva e conosceva, ma aveva attributi così lontani da quelli umani dal finire per essere una figura esterna al vivere umano. Ossia, da quel momento “l’umanità” era più un dovere che un piacere e tutti divennero “schiavi” di un padrone sconosciuto con attributi extra-umani e, dunque, superiori.

La cosa non fu presa tanto bene da molti pagani, ma come andarono a finire le cose lo sappiamo e con Costantino il Cristianesimo divenne religione di Stato: difatti, già verso la metà del millennio, iniziarono le prime persecuzioni verso gli ebrei.

La questione era semplice: i Giudei hanno ammazzato Gesù Cristo.

 

A parte che Gesù, senza il consenso dell’autorità Romana mai avrebbero potuto crocifiggerlo ma, soprattutto, sarebbe come se oggi decidessimo che gli americani sono tutti da eliminare perché hanno ucciso Sacco e Vanzetti. Oppure gli inglesi, che impiccarono gratuitamente a Napoli l’ammiraglio Caracciolo dopo aver invitato la moglie per un tè a bordo dell’ammiraglia di Nelson, giusto per vedere con i suoi occhi il marito appeso.

Insomma: le colpe dei singoli non possono generare ritorsioni che finiscono addosso ad etnie, razze o religioni dopo secoli.

 

Il problema della ritorsione si diluisce con le generazioni: in Europa più nessuno può avercela a morte con i tedeschi, ma chiedetelo ai nostri genitori o nonni. Nei Balcani, quando la diluizione dei dolori cominciava a scomparire, capitò un’altra guerra dove i croati tornarono ustascia…i serbi cetnici, ecc…il tempo diluisce e cancella, ma con fatica.

Come mai nel caso dell’antisemitismo non è accaduto?

 

Perché i cristiani decisero – e questa proibizione fu valida per tutto il Medio Evo, quando “ricchezza” era quasi sinonimo di “terra” – che la proprietà immobiliare agli ebrei era proibita. Per più di mille anni! Vi rendete conto di quale affronto fu verso persone che magari non erano nemmeno parenti dei cosiddetti “assassini” di Gesù? Di certo non lo erano gli askenaziti, poiché popolazioni d’origine georgiana che si convertirono all’ebraismo nel VIII secolo d.C. e poi migrarono a Nord, verso l’Ucraina e la Polonia. Anche i sefarditi…sì, almeno sulla carta erano i discendenti degli ebrei di Gerusalemme…passati poi ad Alessandria d’Egitto, poi in Marocco, quindi in Spagna ed infine nelle Fiandre dove gli spagnoli li avevano cacciati.

Senza terra per sostentarsi è ovvio che si dedicarono dapprima all’artigianato ed al commercio e, infine, all’usura: perché? Poiché i nobili del XVII-XVIII secolo non avevano altro modo per procurarsi i soldi che, senza pensarci troppo, perdevano ai tavoli da gioco. E, il prestito ad interesse, era considerato peccato sia per i musulmani e sia (in modo molto meno rispettato) per i cristiani.

 

Il famoso “scudo rosso” dei Rothschild altro non era che l’insegna convenzionale dove si poteva trovare un prestito ad Amburgo: in realtà, pare che la famiglia si chiamasse Muller o qualcosa di simile.

Poi, la Storia ci racconta di ebrei “maledetti” che prestarono soldi agli inglesi durante la Prima Guerra Mondiale, ottenendo in cambio le “basi” per creare in futuro lo Stato d’Israele (dichiarazione di Balfour)…ma dove avevano preso tutti quei soldi, al punto da finanziare una guerra?

Dalle ferrovie.

Il grande sviluppo delle ferrovie europee, nella seconda metà dell’Ottocento, fu possibile solo grazie a enormi prestiti ottenuti sia da prestatori ebrei, sia da banche ebraiche.

Così, furono proprio gli ebrei a mettere da parte i soldi dei giocatori d’azzardo del Settecento per poi darli alle nazioni europee per costruire le ferrovie nell’Ottocento e, infine, agli inglesi per fare una guerra. Ma, domandiamoci: la guerra la decisero gli ebrei o gli squattrinati inglesi?

 

Non diamo la colpa agli ebrei per le scellerate guerre europee del Novecento, quando francesi ed inglesi si svenarono per non concedere alla Germania un posto di primaria importanza nelle vicissitudini del continente: tanto, oggi, ci sono arrivati lo stesso.

Durante la Prima Guerra Mondiale, però, gli ebrei combatterono e morirono su entrambi i fronti senza distinzioni e nel 1938, quando Mussolini promulgò le leggi razziali, proprio nella medesima “tranche” di provvedimenti, infilò anche la promozione a Generale di Corpo d’Armata del gen. Levi (!). Ma Mussolini l’aveva già detto precedentemente che i combattenti della Grande Guerra sarebbero stati sempre rispettati.

 

E’ curiosa, comunque, l’abitudine italiana ad infilare nel medesimo corpus di provvedimenti approvati (Fascismo o dopo, non c’è differenza) leggi che c’entrano come i cavoli a merenda. Anzi, se c’è un provvedimento di primaria importanza, le altre “leggine” passano inosservate. Andiamo avanti.

 

In Germania, però, c’era la necessità di creare un “vulnus” che doveva essere sanato, giacché le popolazioni non vivevano proprio tanto bene: arbeit ed ancora arbeit, ma soldi pochi. La ragione era semplice e da ricercare nelle clausole pazzesche inserite a Versailles per punire la Germania, soprattutto da parte della Francia.

 

“In termini economici, la fissazione degli indennizzi di guerra a favore di Francia e Belgio aprì un lungo contenzioso con il regime di Weimar. Furono valutati prima in 269 miliardi di marchi-oro, poi ridotti a 132
miliardi, una cifra ingentissima che oggi sarebbe prossima ai 2.000 miliardi di dollari. La Germania perse inoltre tutti i suoi brevetti industriali (tra cui quello dell’aspirina detenuto dalla Bayer), e la navigazione lungo Reno, Oder ed Elba fu internazionalizzata. Infine, la Germania dovette rinunciare al proprio impero coloniale, cioè a Camerun, Togo, Tanzania, Rwanda, Burundi, Namibia (in Africa), NuovaGuinea, Nauru e Samoa (nel Pacifico).”

(Fondazione Micheletti)

 

Questo, oltre alla perdita del 10% della popolazione ed il 15% del territorio, spartiti fra gli stati confinanti e creando ampie zone di lingua tedesca all’interno della Polonia, cosa che poi fu fra i fattori scatenanti della Seconda Guerra Mondiale.

 

Nella Germania così fortemente offesa non poteva che nascere il revanscismo hitleriano ma, andare al nocciolo della questione, non era possibile: le forze armate tedesche erano fortemente controllate da trattati internazionali che le tenevano ai minimi vitali. E, quindi, era necessario creare delle nuove “direzioni” ove dirigere il malcontento popolare. Gli ebrei, giacché commercianti, medici od altri laureati, erano perfetti.

 

I nazisti non sono certo stati gli unici: nel film “La grande scommessa” sulla crisi economica del 2008, al termine, quando il trader Mark Baum (personaggio inventato, ma che richiama la figura di Steve Eisman ed interpretato da Steve Carell) deve finalmente incassare un miliardo di dollari dalle sue operazioni finanziarie e sa che quei soldi saranno realmente pagati dalla classe media americana, dice senza mezzi termini “I media incolperanno gli immigrati, i messicani…”.

Cose che osserviamo ogni giorno anche nella politica nostrana, con lo slogan “prima gli italiani” il quale, in termini pratici, non significa niente: la Lega, anzi, vorrebbe eliminare il Reddito di Cittadinanza, che è proprio principalmente diretto agli italiani più poveri.

Allo stesso tempo, chiudendo le frontiere, finiamo per impoverire proprio l’agricoltura italiana la quale, senza una forza-lavoro di 300-400.000 persone annue nei campi, non può fare altro che ridursi alle meno remunerative coltivazioni di cereali (come sta succedendo), e non può più dedicarsi alle colture ortofrutticole di maggior pregio. Facendo credere, inoltre, che quei 300-400.000 potrebbero essere sostituiti da italiani il che è drammaticamente falso: almeno 100-150.000 italiani lasciano il Paese ogni anno per recarsi a lavorare all’estero, molti laureati, ma anche cuochi o gente che lavora nella moda, ecc.

 

In definitiva, la “notte dei cristalli” (autunno 1938) fu un’operazione abilmente orchestrata dal regime nazista per spostare l’attenzione della povertà, a fronte di tanto lavoro, solo per pagare i debiti di guerra: la successiva conferenza di Wannsee del 1942, in una situazione completamente diversa – frequentata,  furbescamente, soltanto dalle seconde e terze linee del potere hitleriano – sancì definitivamente la “soppressione” del popolo ebraico.

 

Dopo la guerra, gli inglesi offrirono una parte del Tanganika per costituire lo stato ebraico ma gli ebrei rifiutarono colpendo sia gli inglesi e sia le popolazioni arabe residenti con attentati e bombe a mano.

Seppur fosse comprensibile la disperazione ebraica per quanto era successo durante il nazismo, è un bel rebus chiedere di tornare in una terra dove si era vissuti 2.000 anni prima e fondarci uno stato solo per loro.

Senza eccedere, potremmo solo dire – comparando – che noi italiani dovremmo avere l’intera Dalmazia perché l’abitavamo 2.000 anni or sono oppure, per la medesima ragione, affermare che la Turchia dovrebbe essere dei Persiani, il Montana dei Pellerossa, la Scozia dei Norvegesi (Vichinghi) e l’Australia degli aborigeni.

Insomma: la vicenda non funziona e non funzionerà mai.

 

Nel 1952 Ben Gurion offrì ad Albert Einstein la presidenza d’Israele che rifiutò, adducendo di non averne le capacità essenziali. E, si dice, che quando rifiutò il premier tirò un bel sospiro di sollievo.

Conosciamo oramai bene la storia d’Israele e, questo, ha condotto ad una nuova stagione d’antisemitismo la quale, però, rimarrà sterile e confinata a quattro assatanati da tastiera per secoli, fin quando lo stato d’Israele esisterà e rimarrà il ricordo di Auschwitz.

Una soluzione ci potrebbe essere, ossia creare un solo Stato che comprende anche i territori arabi e governato come un qualsiasi stato democratico, ma questo si scontra con la ferma opposizione degli integralisti israeliani.

 

Perciò, dal primo antisemitismo d’origine cristiana siamo passati quello delle tastiere nascoste, che vomitano insulti senza ragione, se non quella – che ho sempre sostenuto – della strana definizione di “stato democratico” che si fonda, in realtà, su una concezione di stato confessionale, che in nessun luogo del mondo civilizzato sopravvive ancora oggi.

La Storia è anche questo: la possibilità di definire, con precisione, degli eventi e le loro cause. Che rimane, purtroppo, un ben misero conforto e sempre sofferenze, ora all’uno, ora all’altro.

20 giugno 2018

Quando mostri la realtà dell’Africa, l’imbecille guarda il dito. Sul grilletto


“La pacchia è finita.”
“I porti italiani rimarranno chiusi.”
“Non parteciperemo più al business dei migranti.”
“I migranti ci rubano il lavoro.”
“Aiutiamoli a casa loro.”

La pacchia è finita
Che in Africa ci fosse quella gran “pacchia”, nessuno degli africani se n’era accorto. Anche raccogliere pomodori per 5-20 euro/giorno (dipende dalla magnanimità del padrone) non è certo il paese del Bengodi, e dei 36 euro stanziati dal governo italiano per migrante/giorno, in tasca loro non ne arriva nessuno, o ben pochi. Difatti, c’era la fila delle ONG e dei gestori dei centri d’accoglienza, che non aspettano altro che d’avere una concessione. Schiavisti di Stato, ecco cosa sono e, da quando mondo è mondo, gli schiavisti hanno sempre lavorato per il loro tornaconto personale.
Perciò, inviare nell’etere queste roboanti dichiarazioni è pura disinformazione, che ho sempre combattuto da qualsiasi parte giungesse.

I porti italiani rimarranno chiusi
Qui ci sono due argomenti in uno: la chiusura dei porti come atto giuridico e la destinazione dei migranti come soluzione pratica del problema.
La chiusura dei porti selettiva (ossia per bandiere di nazionalità) è, giuridicamente, quasi un atto di guerra. In altre parole: richiede prima un dialogo diplomatico, o meglio, sta a significare un dialogo diplomatico che s’è arenato. O che non c’è mai stato. In tempi passati, o la cosa si risolveva diplomaticamente, oppure il più forte li riapriva a suon di cannoniere.
Siccome il mare è un elemento molto pericoloso – e ve lo dice uno che lo conosce – quando si hanno delle persone a circa 20 miglia dalla costa – e dunque in mare aperto – se le imbarcazioni sono in condizioni di creare pericolo per la vita, il soccorso in mare è obbligatorio. Se non avviene, è codificato come omissione di soccorso e il comandante, allo sbarco, viene chiamato a risponderne.

Non voglio fare la figura dell’ingenuo: so benissimo che queste persone si mettono in mare per essere “salvate”: perciò, il problema è la loro destinazione definitiva, non dove sbarcano. A tal riguardo – forse comprendendo che l’Europa si sta giocando parecchio su questa vicenda, e non volendo essere ricordata nella Storia come la “liquidatrice” dell’UE – Angela Merkel ha mangiato la foglia, ingoiando anche il picciolo: “E’ un problema europeo”, non facile da digerire anche per Angelona, che ha vicini abbastanza riottosi in materia (Austria ed Ungheria, tanto per cominciare) ed oppositori interni che basano il loro futuro politico proprio sul perdurare del problema: tanti migranti, tanti voti in più per i partiti che cavalcano il problema, senza riflettere che – dopo – dovranno risolverlo.

Non parteciperemo più al business dei migranti
Questa è un’affermazione che mi sento di sposare in toto e senza riserve, perché la tratta dei migranti (o schiavi) perdura da circa mezzo millennio e, in un mondo così “compenetrato” come oggi avviene (reti telematiche, trasporti veloci, ecc), rischia veramente d’essere il detonatore che fa scoppiare la bomba sottostante, che ha sempre il solito nome: sperequazione nella ripartizione della ricchezza planetaria.

L’Europa è un continente di circa mezzo milione d’abitanti, che nel volgere di un paio di generazioni si ridurrà alla metà dei suoi abitanti, causa il deteriorarsi delle condizioni di vita (lavoro, sicurezza, speranza, infelicità, giustizia, ambiente, violenza, malgoverno, pessima alimentazione, ecc, ecc, ecc) è giunta al punto che la fertilità del maschio europeo si è abbassata notevolmente. Ricerche mediche raccontano proprio questo: meno spermatozoi attivi e validi. La donna europea ha un tasso di natalità di poco superiore ad 1.

L’Africa, intorno al 1960, aveva 250 milioni d’abitanti. Oggi, ne conta circa 2,2 miliardi. Il tasso di natalità delle donne africane è pari a 4,4. Tre volte quello europeo.

Non vorrei che qualcuno prendesse per partigianeria quanto scrivo: sto soltanto esponendo dei dati, numeri che tutti potrete trovare sul Web e che sono di pubblico dominio ed universalmente riconosciuti.
Abbiamo un problema? Direi di sì.

Un identico problema esiste fra Israele e la cosiddetta “striscia di Gaza”, laddove le donne israeliane superano a fatica (con enormi aiuti di Stato) i 2 figli per donna (popolazione costante), mentre dall’altra parte la natalità supera i 4 figli per donna. Come risolvono il problema gli israeliani? Bombardandoli, massacrandoli, imprigionandoli, deportandoli.

Il problema dei cosiddetti “più forti” è soltanto per quanto tempo riusciranno a risultare tali: i Latini ci riuscirono fino al 476 d. C. , ma già dal 300 le cose si erano messe male. Durò ancora più di un secolo prima che un Goto disarcionasse dal trono un fanciullo Romano e spandesse le sue larghe chiappe sul trono dei Cesari.

Le pressioni migratorie non hanno soluzioni (pensiamo quanto protesse la Cina dai Mongoli la Grande Muraglia) e le uniche alternative possibili sono due: opporsi oppure trattare. Finché si può farlo.
In fin dei conti, la fine della tratta negriera che dura da 5 secoli non farà che portare all’esplosione violenta il continente africano: anche perché qualcuno – scelleratamente – ha pensato bene d’aprire il vaso di Pandora e spezzarlo a terra in cocci, ossia la distruzione dell’Africa Settentrionale come entità statuali abbastanza solide.

Tirando le somme, potremmo affermare che è giusto “eticamente” mettere fine alla tratta, ma capirne anche le inevitabili conseguenze.

I migranti ci rubano il lavoro
Se qualcuno ritiene valida questa affermazione, mi scriva. Non conosco più tanta gente in giro per lo Stivale, ma una raccomandazione per andare a raccogliere arance, pomodori, olive, uva od altri prodotti agricoli mi sento di poterla promettere senza temere d’essere smentito. Ovviamente, dai 5 ai 20 euro/giorno, per 10-12 ore di lavoro, sotto la torrida canicola od al gelo invernale.
L’ultima notizia, tanto per informare, me l’ha data un amico di Acqui Terme e riguarda la potatura dei vigneti, che si esegue in Inverno. Un agricoltore è stato “impalato” – ossia legato ad un palo e lasciato lì – poiché aveva disatteso la parola data a dei migranti: al termine del lavoro, dai sette euro/giorno era sceso a 5, unilateralmente. Per fortuna, quegli slavi non osarono mettere in pratica l’impalamento rituale, così come lo descrive Ivo Andric ne “Il ponte sulla Drina”.

Ci ho provato io stesso con mio figlio: perché non metti a coltura i terreni della famiglia? Con tutto l’aiuto possibile da parte della famiglia stessa, in termini d’investimenti e – per qual che si può a questa età – di aiuto materiale. Oggi lavora con un’azienda informatica e si è scordato di quella proposta.
Le canne crescono, lungo le strade, rigogliose come non mai. Negli stessi, identici posti, 40 anni fa dovevi quasi litigare per tagliarne un fascio per legarci i pomodori, per metterle ai fagioli…insomma, per tutte le esigenze dell’orto. Oggi, le giovani generazioni italiane osservano le zappe lasciate nella rimessa da padri e nonni, e non hanno la minima curiosità nei loro confronti.
Perciò, non stiamo a raccontare queste frottole: se qualcuno vuole andare ad accudire animali oppure sgobbare in un cantiere edile, il posto lo trova. Ma non si può rispondere al cellulare e messaggiare ogni 5 minuti, no, non si può proprio.

Aiutiamoli a casa loro
Quando sento questa bella litania, mi saltano nella mente antiche e linde parrocchie con preti sorridenti da pubblicità dell’8 per mille, oppure eleganti librerie con ben in vista i libri di Marx che circondano divani soft e luci soffuse, o ancora collezioni di fotografie coloniali che spiegano quanto “bene” hanno fatto gli italiani all’Africa. A quel punto, non so se per noia o per disperazione, mi monta veramente il sangue alla testa.
Ma chi spapera in giro queste fregnacce, sa cos’è l’Africa?

L’Africa, dal punto di vista agricolo, è soltanto secondo all’Antartide per sfiga campestre. Tolti gli enormi deserti, rimangono soltanto le valli del Nilo, del Niger e del Congo, più qualche arido altipiano (come quello dove vivono i Masai e le loro magre vacche) e qualche sterpaglia che onoriamo del nome di “savana”.
Quando giunsero gli europei per “destinare” loro terre migliori in altri continenti – il ben noto “Triangolo degli schiavi”, durato circa 4 secoli nella sua forma arcaica – erano giunti pressappoco al termine del loro Neolitico ed iniziavano, probabilmente, una fase pre-imperiale, intendendo qualcosa di simile agli Assiri od ai Sumeri.
Testimonianze di questo genere sorgono in Ciad, in Niger e in altri Paesi della parte Nord dell’Africa sub-sahariana. Ma arrivarono gli assatanati portoghesi, poi spagnoli, olandesi, inglesi, francesi, italiani…
Perché i nostri avi andarono in Africa?

Dapprima per semplice rapina: oro, sempre lui. Poi schiavi per il nuovo business del cotone, infine scoprirono le miniere, e fu la fine dell’Africa.
Il più forte mangia il più debole? Vero. Però, gli statunitensi hanno completato il “lavoro”: privati i Nativi del loro habitat, sono stati confinati nei vari lager tipo Pine Ridge, dove alcol e droghe completano il lavoro del glorioso Winchester 32. Indi, per acquietare la loro coscienza, hanno persino creato l’Università dei Nativi (che si trova in Minnesota) e girato il film Balla coi lupi. Adesso siamo tutti a posto: crepate in pace, amen.
In questo, dobbiamo riconoscere che anche gli israeliani si stanno difendendo bene con le loro fortificazioni impenetrabili dalle quali, in ben protetti bunker sotterranei, le bionde soldatesse di Tzahal puntano il joystick e premono: alè, un altro palestinese ammazzato. Era di qua del confine (tracciato da chi?)…o forse un po’ più in là…ma che importa…tanto, nella Bibbia è scritto che Cam sarà solo il servitore di Sem e di Japhet…
Nelle versioni più “soft” e senza indicare la nazionalità, lo stesso software lo venderanno come videogioco: ne ho visti mille che gli assomigliano.

L’ultimo anello di questa infamia senza fine ci porta al mondo dei trapianti, al loro commercio, ai tanti minori che scompaiono. Non ci credete? Mettete in ricerca i termini “migranti” e “trapianti”, poi cliccate, se avete stomaco e coraggio, quello d’osservare cadaverini di bambini (i più richiesti, ancora non infettati dall’AIDS e dalle epatiti) squartati e legati come salami dopo il prelievo.

Ma veniamo ai rimedi, ossia “come” aiutarli a casa loro.
I missionari comboniani provarono a “saltare” alcuni millenni di Storia e fecero arrivare trattori e motozappe. Per un po’ funzionò, però quando cominciarono a rompersi non si trovò nessuno che li sapesse riparare: fine dell’antropologia “creativa”.
Provarono ad insegnare loro ad addomesticare i bufali, ma la biologia può essere sperimentale solo in laboratorio: impossibilitati ad usare buoi a cavalli (clima) o zebre (debolezza del piede, già tentato dagli europei). Forse, oggi, qualcuno corre ancora dietro a dei riottosi bufali, con scarsi risultati.
I più hanno scelto un animale più docile da ammansire, che viene dalla lontana Russia: si chiama Kalashnikov, e basta spostare una levetta perché partano colpo singolo, tre colpi oppure la raffica. Facile da usare, robustissimo, è ciò che fa per l’Africa. E per i soliti padroni.

Perché, gli africani, e per cosa combattono fra di loro? Per le banane, i manghi, le antilopi?
No, svolgono in conto terzi la guerra delle miniere.
Perché – e forse questa storia non la conoscerete – dopo lunghe trattative sul commercio internazionale dei metalli/minerali non ferrosi – ossia, Oro, Argento, Platino, Wolframio, Tantalio, Rame, Selenio, Vanadio, Uranio, petrolio, gas naturale, Piombo, Stagno, Mercurio, Nichel, Litio (sali), Cadmio, Cromo e cromite, Manganese, ecc,ecc – si giunse ad una regolamentazione, ossia al concetto di “tracciabilità” dei minerali commerciati.
Le ragioni?
Per obbligare le aziende a pagare prezzi di mercato (di per sé già bassi: pensiamo al prezzo del Rame (1), che negli ultimi 100 anni ha subito una diminuzione reale del 50%) e per tassare alla fonte queste importazioni. Un trattato rispettato dagli USA, da parecchi Paesi africani ma non da…l’UE!
L’UE preferisce che la dichiarazione di tracciabilità sia “facoltativa”, insomma…come vuoi, quanto vuoi, come ti fa comodo…
Ovvio che, se si compra in “nero”, i conti si regolano come qualsiasi mercato illegale, ossia a colpi di mitra. Avete capito chi finanzia le varie milizie africane?

Ma un medico africano (2), il dott. Mukwege, decide di porre fine a questo disgusto e sale in Europa, viene accolto a Strasburgo e parla di fronte al Parlamento Europeo (che gli consegna il premio Sakarov per l’informazione). Le reazioni dei parlamentari – di fronte allo stillicidio di prove (il medico è un ginecologo, e parla soprattutto di violenza sulle donne da parte delle varie milizie) – è drammatica: qualcuno, addirittura, piange.
Poi, però, vota. Sarà stato un miracolo, ma il titubante Parlamento Comunitario trova la forza del leone e vota una legge che obbliga – tout court – le aziende europee alla tracciabilità dei loro acquisti internazionali. Sembra fatta. E invece.
Il commissario delegato al problema sospende la seduta ed invoca “tempo” per “mediare” all’interno della Commissione – non eletta da nessuno, terra felix per le varie lobbies – e, d’incanto, il Partito Popolare si ricompatta: si decide (il voto cambia) che la questione sarà appannaggio di una “trattativa” fra il pronunciamento del Parlamento e la Commissione. Ossia, si discuterà ancora…qualcuno di voi immagina come andrà a finire?

Era un buon passo per iniziare a riconoscere agli africani, almeno, la “proprietà” di quelle risorse minerarie – un modo per “aiutarli a casa loro” – ma non è stato fatto. Il secondo, inevitabile, riguarda la democrazia in quei Paesi: guarda a caso è stata “messa in atto” per sovvertire l’Africa del Nord, ma a nessuno salta in testa d’andare a mettere a posto le cose nell’Africa sub-sahariana, dove i vari “capataz” regnano indisturbati, protetti dalle milizie pagate, pagate…da chi?
Un aneddoto, abbastanza noto in Africa, recita che ad un nuovo “presidente” venga portata una valigia piena di dollari. A lato, una pistola: scelga.

Ultima domanda, che mi pongo e vi pongo, è: cosa ci fanno 800 militari italiani in Niger? La missione, approvata nella scorsa legislatura, ebbe i voti della Lega ma non quelli del M5S. E, partita in sordina con minimi finanziamenti, a conti fatti ci costerà più di un miliardo l’anno. Cosa fanno laggiù?

Una speranza, però, c’è. Una soluzione può arrivare.
Nel Sudafrica dell’apartheid (alleato storico di Israele) Mandela prospettò cosa sarebbe successo dopo pochi decenni: milioni di bantu contro migliaia di bianchi. Fu grande saggezza compiere quelle scelte, anche se molti non furono d’accordo. La soluzione opposta? Un bagno di sangue, e le risorse auree del Sudafrica completamente in mano ai neri. Oggi, De Beer è quasi monopolista dei diamanti in quelle terre, ma le transazioni sono tutte tracciate, diversamente da come avviene in Congo. E i sudafricani, pur vivendo ancora in condizioni di lavoro pessime, non emigrano.

Le strade facili terminano, alla fine, per sfociare in demagogia e in disinformazione: si prendono voti, si guadagnano consensi, ma è come puntare sulla sopravvivenza dell’Impero Romano ai tempi di Costantino.
Léopold Sédar Shengor – presidente del Senegal e poeta – già disse in anni lontani che “il futuro dell’Africa riposa nel ventre delle donne africane, non negli occhi dell’uomo bianco, quegli occhi da dio, azzurri come il cielo”.
Meditate, gente, meditate.

(2) https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2015/05/20/guerra-dei-minerali-in-africa-lue-sfida-le-lobby/148611/

04 marzo 2015

Guerre e stati sociali







“Ogni riga di ogni lavoro serio che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io.”
George Orwell (Eric Arthur Blair)

Fra poche settimane (l’Italia entrò nella 1GM il 24 Maggio del 1915, saranno dunque cent’anni esatti) scatterà l’ambaradan mediatico ed istituzionale delle celebrazioni e dell’orgoglio nazionale. Sinceramente, non comprendo cosa ci sia d’eroico da ricordare se non il grande sacrificio umano, una pura questione di pietas – sia chiaro – che nulla ha a che vedere col trionfalismo altezzoso che ci ammansiranno da ogni parte. Dagli Stati Maggiori ai partiti politici.

Due dati, solo per capire la tragedia: circa 17 milioni di morti (militari + civili), decine di milioni di tonnellate di navi affondate, alcune regioni europee (Mosella, Saarland, Alsazia, Veneto e Friuli, ecc.) distrutte, una crisi economica (e politica) che colpì chi aveva perso (Germania/Weimar, Impero Asburgico/Austria e Impero Ottomano/Turchia moderna) e chi aveva vinto (l’enorme debito inglese nei confronti dei banchieri, che iniziò ad estinguersi solo intorno al 1935, quando bisognò iniziare di nuovo). Insomma, il solito grande affare per i capitalisti e le consuete disgrazie per la povera gente.

Gli storici affermano che, fra cent’anni, le due guerre mondiali saranno raggruppate in una sola “in due atti” – e ne conveniamo – però, come “contemporaneo” (un po’ datato!), non posso esimermi dal sentire quella guerra ancora dietro l’angolo, grazie alle narrazioni di mio nonno e di mia nonna, che mi raccontarono – viva voce – la “rivolta del pane” di Torino nel 1917 ed i torbidi che seguirono quelle vicende, oppure lo sbarco dai treni dei feriti a Reggio Emilia, coi lamenti e le imprecazioni contro Re, Preti ed Imperatori.
L’unica cosa saggia da fare – invece di spendere inutilmente soldi in parate e “rievocazioni” – sarebbe raccogliersi in preghiera (ognuno s’inventi la sua, secondo quel che crede) in un luogo per noi prezioso – un Heimat, come dicono i tedeschi – e piangere per quella povera gente, preda dell’ingordigia di governanti e finanzieri dell’epoca, invitati forzati ad un sabba di sangue, accompagnato da tutte le benedizioni possibili dei cardinali e dei cappellani militari.
Finis della breve trattazione storica, forzatamente incompleta e carente.

Ciò che ci domandavamo, era un quesito che spesso viene ignorato: ossia, quanto conta la fedeltà di un popolo allo scoppiare di una guerra? Quanto si sente “partecipe”? Qual è la “Patria” che sente dentro di sé?

Per prima cosa andiamo a vedere come mai, in Gran Bretagna – ad esempio – la gente s’offriva volontaria per le operazioni di ricerca e disinnesco delle bombe tedesche inesplose: Giorgio VI in persona chiese che a dirigere quelle squadre – composte di 4 persone – fosse un nobile. Le offerte non smisero mai d’arrivare. Ah, dimenticavo un particolare: la vita media di quelle squadre era di circa quattro giorni.
In Germania, invece – pur non sottovalutando l’apporto della Hitlerjugend nella FLAK, la contraerea (ma erano giovani, non dimentichiamolo! Ci andò anche Ratzinger...) – non vi furono movimenti collettivi di supporto, perché tutto doveva essere regolato dall’alto, dai comandi e dal partito nazionalsocialista. Questo quadro di passività della popolazione traspare e spicca dalle pagine di Jörg Friedrich nel suo “La Germania bombardata” (Der Brand, 2002) edito in Italia da Mondadori nel 2004.

Un primo aiuto ci giunge da Richard Titmuss, creatore dello stato sociale inglese del dopoguerra, dunque da un economista – anzi, un politico autodidatta in economia:

“La Guerra non poteva essere vinta a meno che milioni di persone comuni, in Gran Bretagna e al di là della Manica, si convincessero che noi avevamo da offrire qualcosa di meglio del nemico, non solo durante ma anche dopo la guerra”.

Quel “al di là della Manica” fa pensare che la guerra, in realtà, fu tra Germania ed Impero Britannico e gli inglesi seppero coinvolgere gli abitanti dei dominions – indiani, sudafricani, neozelandesi, ecc – in modo impeccabile e coinvolgente. Non vi furono episodi di diserzione – a parte alcuni indiani, presi prigionieri in Africa dai tedeschi ed inglobati in una compagnia dell’Afrika Korp, subito ripresi e fucilati all’istante.  Eppur esistettero, in quei Paesi, movimenti di liberazione (pensiamo a Gandhi) che sarebbero sfociati, nel dopoguerra, nel famoso Suez Act, ossia il ritiro ad Ovest di Suez di tutti i militari britannici (e, soprattutto, della Marina che regnava in quei mari da tre secoli).

Chi erano, dunque, gli inglesi – tanto per citare un esempio – che raccolsero a decine di migliaia i prigionieri italiani (soprattutto) e tedeschi all’indomani di El-Alamein?

Vale la pena d’attingere ad un ricordo personale, ad un racconto in prima persona di chi c’era.
Di là della caciara retorica nazionale, sembrava d’essere in centro a Milano il giorno di S. Ambrogio – raccontava la mia fonte – tanto era il frastuono ed il casino di migliaia d’italiani, colonne di uomini che parevano sbucare dalle sabbie, che correvano ad arrendersi. Erano già disarmati: avevano abbandonato tutto fra le sabbie.
Gli inglesi, appollaiati su qualche raro Bren Gun Carrier, sorridevano fra il divertito e lo stupito da tanto andirivieni e, riavutisi dalla sorpresa iniziale, capirono che bisognava radunare ed organizzare quella marea di uomini tornati ragazzi che chiedevano acqua e una sigaretta: per gli italiani – gli straccioni della guerra tedesca – era finita: basta, si tornerà a casa, fine della fame fra le sabbie africane.
Solo ad un reparto di Camicie Nere – arresosi fra i primi – fu riservato un trattamento più “duro”: furono fatti passare fra due ali di soldati che li presero a calcinculo. Non una violenza: un dileggio. Altro che “l’onore delle armi” chiesto da Sordi a David Niven ne Il mio nemico!

La mia fonte – io scrivo, ma è lui che parla, anche se oramai morto e sepolto – era infermiere della Sanità e fu subito condotto all’ospedale di Porto Said, perché gli infermieri scarseggiavano. Finita la guerra, fu chiamato dal medico del reparto “I’m sorry...non posso lasciarti andare, troppo lavoro...” così rimase a Porto Said fino al 1947, ma dal mese successivo iniziarono a pagargli lo stipendio di un infermiere civile.
Torniamo alla domanda iniziale: chi erano quegli inglesi?

Agricoltori delle Midlands, minatori gallesi, operai di Manchester, portuali di Liverpool, braccianti scozzesi, pescatori delle Orcadi...oltre ai neozelandesi, agli indiani, ai sudafricani...
Perché erano così dignitosamente diversi dagli scugnizzi italiani che s’arrendevano? Eppure, le loro brave batoste le avevano prese anche loro in Africa Settentrionale. Ce lo racconta una fonte eccezionale: George Orwell.

Oh certo, lo conosciamo per la Fattoria degli animali e per 1984...ma forse non tutti hanno letto le sue opere cosiddette “minori”.
Alla metà degli Anni 30, Orwell fu incaricato dal Left Book Club (un'associazione culturale filo-socialista) di redigere un rapporto sulla vita nelle aree minerarie del Nord, nell’area di Sheffield: partì per il Nord e ne uscì un libro, La Strada di Wigan Pier, che non è una meraviglia di racconto, perché nasce come saggio o “rapporto” ed è, forzatamente, intriso di cifre, interviste, sillogismi politici.
E’, però, straordinariamente utile per capire l’atteggiamento della Gran Bretagna imperiale nei confronti della disoccupazione (anch’essi patirono il 1929) e della miseria in genere.
Una Gran Bretagna che non lesinava un sussidio di disoccupazione universale, senza troppe limitazioni, che faceva imbestialire i conservatori dell’epoca i quali non si risparmiavano frasi del tipo “A che serve mantenere tutta quella marmaglia...” oppure il classico “Mangiapane a tradimento!”. In pratica, il Fornero-verbo.

Orwell racconta che un minatore – che faceva una vita da bestia, non dimentichiamolo, perché le gallerie raramente superavano il metro e mezzo – guadagnava una cifra fra le 110 e le 140 sterline annue, per un servizio di sette ore e mezza il giorno.
L’assegno di disoccupazione – che non aveva limiti di tempo – era di poco più di una sterlina la settimana, ossia circa 60 sterline l’anno le quali – Orwell riporta conteggi precisi sui costi di farina, pancetta, ecc – garantivano la pura sopravvivenza, niente di più. Al punto – fa notare – che chi fumava aveva delle grosse difficoltà.
Non c’erano limitazioni di sorta per ricevere l’assegno, perché bastava dimostrare di non avere lavoro; c’era però una sorta “d’ispettorato”: se venivi scoperto a fare un secondo lavoro – anche modesto, bagnare l’orto del vicino ad esempio – avevi dei guai e rischiavi di perdere tutto.

Se noi tentiamo un parallelo (impossibile per il “paniere” d’acquisto) con le condizioni attuali, notiamo però che l’assegno di disoccupazione (consegnato al capofamiglia) era circa la metà di un salario. Se consideriamo un salario fra i 1.500 ed i 2.000 euro il mese, oggi, ne uscirebbe un assegno di disoccupazione di circa 750-1000 euro il mese. Uno sforzo economico notevole per la Gran Bretagna, con precise motivazioni politiche:

“Sicurezza sociale indica l’impegno da parte delle autorità pubbliche per garantire a tutti un reddito minimo di sopravvivenza e per combattere cinque grandi «giganti» cattivi, che minacciano la dignità dei cittadini: la miseria, la malattia, l’ignoranza, il degrado provocato da abitazioni malsane e l’ozio connesso alla disoccupazione e alla dipendenza.” (1)

Si noti che la “dipendenza” – l’ultimo dei “giganti cattivi” – era la possibilità di ricatto che potesse giungere da qualsiasi parte: il disoccupato non cessava d’essere un uomo libero e dignitoso. Quasi un reddito di cittadinanza ante-litteram.
Il risultato?

La sopravvivenza della Gran Bretagna si vide nei tristi giorni dell’assalto aereo tedesco, quando un popolo dignitoso e preciso accettò di buon grado i “consigli” delle autorità, che non furono mai “ordini”. Tutto fu diretto alla produzione di Spitfire, e la popolazione reagì compostamente e con un senso del sacrificio inappuntabile. Uno Stato che dà, può anche (e liberamente) chiedere: uno stato che impone, dovrà sempre mantenere la forza come deterrente per imporre.

Al punto che Karl Doenitz – Comandante in Capo della Kriegsmarine e successore di Hitler per poche settimane – ammise, in un’intervista (2):

D) Ha mai pensato alla possibilità di uno sbarco in Inghilterra?

R) «Non credo, e non credevo, che avremmo potuto farcela, perché le nostre truppe avrebbero avuto bisogno di continui rifornimenti, e la Royal Air Force era abbastanza potente per mandare a monte le nostre operazioni».

In definitiva, gli inglesi videro bene: una popolazione, nei limiti del sopportabile, accetta sacrifici perché sa che, il medesimo Stato, li terrà seriamente in considerazione e non lascerà nessuno fuori, al gelo.
Un’ultima osservazione – che propone proprio Orwell – riguarda la produzione bellica: negli anni ’30 – quando vigevano le norme sulla disoccupazione da lui descritte – il Governo era conscio che la disoccupazione era endemica e provocata dallo sconquasso del 1929. Sapeva anche, però, che la piena occupazione sarebbe stata facilmente raggiunta in caso di guerra, con l’aumento della produzione (e del debito, aggiungiamo noi) e le conseguente economia di guerra.

La domanda da porsi è: come ci sarebbero giunti senza quei sostegni al reddito? La risposta la fornisce Orwell stesso: quando i conservatori si lamentavano degli esborsi per pagare gli assegni di disoccupazione, il Governo rispondeva che, se preferivano, s’annullava tutto. Poi, a vedersela con la gente affamata...chi ci andava? Forse i nobili stessi, in divisa da caccia alla volpe?
Una nazione che ha vissuto una rivoluzione durata un secolo, dove caddero persino le teste dei regnanti, sa bene cosa comporta il rischio e prende gli adeguati provvedimenti.

Come si comportarono, invece, Germania ed Italia?
Lo stato sociale, nei due Paesi, fu diverso: basato sulla genetica in Italia, con molti aspetti eugenetici in Germania. In Italia non vi furono episodi come la “Notte dei Cristalli” – che preparava il passaggio in serie Z dei commercianti ebrei – se non dopo le leggi razziali del ’38 ed in modo molto blando. Lo stesso giorno nel quale firmò le leggi razziali, Mussolini promosse a Generale di Divisione il Generale Levi. Il che, è tutto dire.

In Germania si puntò sulla piena occupazione, la quale aveva dei prodromi: la nazionalizzazione della Banca Centrale tedesca e, appunto, un’economia di guerra in tempo di pace, che non poteva non sfociare in una guerra vera: come andò a finire, lo sappiamo.
I tedeschi puntarono sempre alla difesa della razza ariana, non a quella della popolazione tedesca, fino a giungere ai Lebensborn dell’ultimo periodo. In ogni modo, il concetto è ben spiegato nel libro di Götz Aly, Lo Stato sociale di Hitler. Rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo, edito in Italia da Einaudi.
L’Italia, Paese più povero, puntò sulla genetica:

“Dato non fondamentale ma pregiudiziale della potenza politica, e quindi economica e morale delle nazioni, è la loro potenza demografica. (…) L’Italia, per contare qualcosa, deve affacciarsi sulla soglia della seconda metà di questo secolo con una popolazione non inferiore ai 60 milioni di abitanti.” (dal cosiddetto “Discorso dell’Ascensione” di Benito Mussolini).

In pratica, contava il numero: dobbiamo riconoscere che, in quegli anni, un po’ ovunque il numero era sinonimo di potenza, poiché la concezione dell’esercito napoleonico tardava a scomparire.
Il problema, però, è un altro: una volta raggiunto il “numero” – e allora vanno benissimo le opere a favore dell’infanzia, i consultori, ecc, tutte opere sociali promosse dal Fascismo – dopo, che ne facciamo? I milioni di baionette, certo, che dopo s’arrendono a decine di migliaia agli inglesi sorridendo e domandando una sigaretta. Senza il minimo problema di “onore” o di “dignità”: a me – sembravano dire – lo Stato non ha dato nulla...e adesso, che vuole? Sciuscià, eccolo da dove esce.

La testimonianza di mia madre è importante per comprendere i livelli di povertà delle campagne: la sua famiglia era una qualsiasi famiglia d’agricoltori del ferrarese. Agricoltori, non braccianti: quelli stavano peggio.
Mia madre raccontava che il suo grande divertimento era pescare: con un ago curvato, una canna di fiume ed uno spago di canapa pescava un mare di pesci gatto, anguille ed altro dal canale dietro casa.
Il problema era che la nonna – che doveva provvedere al desco di una famiglia numerosa – non aveva olio per friggerli: così, li arrostiva sulle braci del camino. Secondo problema (chi conosce la “bassa” lo sa): dove prendere la legna? Non ci sono boschi nella “bassa”.
Così, ci si doveva arrangiare bruciando residui vegetali quali la parte lignea della canapa o gli stocchi del granturco: addirittura – con grandi fatiche – gli uomini sradicavano i ceppi dei gelsi tagliati e i vecchi li riducevano a pezzetti con l’accetta. Poi, dopo tante fatiche, un po’ di polenta con un pesce arrostito, tutti i giorni.
Non c’è da meravigliarsi se – ancor prima della guerra – appena ci fu “l’odore” di un lavoro nell’industria tessile biellese, emigrarono tutti.

Oggi tutto è cambiato: non c’è odor di guerra per l’aria, anche se – lontano dall’Europa – si combatte quasi ovunque. Ma, se tocca a qualche italiano andarci, si tratta sempre e solo dei 100.000 uomini dell’esercito professionale, non i milioni di baionette che coinvolgono la popolazione (e richiedono consenso politico).
Per questa ragione Renzi, Berlusconi e tutta la baracca dei saltimbanchi parlamentari non pongono mai in primo piano il vero problema dello stato sociale e delle finanze italiane: la separazione della previdenza dall’assistenza. Tutto un solo calderone, chiamato INPS. Questo sarebbe il primo passo verso un vero stato sociale.

Il reddito di cittadinanza è un obiettivo del M5S, ma non avranno mai i numeri per approvarlo: i nostri Gauleiter potranno continuare tranquilli a regnare, ampiamente foraggiati con i nostri soldi e protetti dai due battaglioni dei “Lancieri di Montebello”, che stazionano a Roma da decenni, fissi come un pilastro di cemento.
Curioso l’aspetto del “foraggiamento”: soldi che servono soltanto a garantire e verificare gli equilibri interni del potere, non il consenso della popolazione. Oramai, a votare ci và si e no la metà degli aventi diritto e, dosando attentamente le risorse (ossia gli sprechi, le tangenti, ecc), riescono a comprare abbastanza voti.

Quando leggiamo di un finanziamento di qualche milione di euro dato alla fondazione del notabile di turno, oppure di una equivalente tangente, sono soldi che servono a comprare voti grazie alle “ricerche”, agli “studi”, alle “ricognizioni” e quant’altro (i “festival”! (3)), compiute da gente insipiente che non ha nulla da dire, che ha soltanto un voto da dare, ecco quello che conta e perché finisce per contare. Ma, ribadiamo, soltanto per sancire gli equilibri interni.

A noi, lasciano la protesta: c’imbizzarriamo come cavalli selvaggi contro l’euro, la finanza, le banche e tutto il resto – che sono soltanto strumenti del potere! – e non vediamo, ciechi come siamo diventati, che l’unica soluzione è non ascoltarli, non guardarli in Tv, non votarli, coprirli di silenzio.

Possiamo forse sgominare la massoneria internazionale che ci tiene a bacchetta, la finanza europea che ride di noi ed impone sempre nuove gabelle, il Bilderberg che, ogni anno, decide un pezzo del nostro futuro?
Gli unici che ci stanno tentando – e c’era chi credeva che Tsipras potesse risolvere tutto con un colpo di bacchetta magica...e voilà! Tutto a posto! Però, la patrimoniale sugli alti redditi l’ha messa...e da noi? – sono, appunto, i greci e gli spagnoli di Podemos, ai quali dovremmo unirci, non ai conservatori inglesi come Grillo in UE.

Non esistono altre soluzioni, credetemi, altrimenti resteremo solo dei miseri cani alla catena, che abbaiano ad una luna distante e indifferente.