Strano è questo Paese, differente da tutte le lande che
conosco: magari qualcuno di voi conoscerà altre lande, assai strane per
bizzarrie, costumanze, vagheggi, saghe, singolarità, leggende…mai come questa,
che ripete i suoi copioni fedelmente, come un amanuense che ricopia con
attenzione le medesime storie, alterando solo un poco i personaggi, così da
sfoderare sempre una panoplia all’apparenza originale, in realtà intessuta da
lamenti antichi, orride quotidianità intrise d’insulso, condite da false
perestrojke coperte da nuvole vaganti, come aironi notturni, sul nulla.
E così, compare un nuovo personaggio – oddio, nuovo…si fa
per dire – e permette a tanti (anch’io, non faccio che ricopiare) eventi
lontani solo con l’aggiunta di una pennellata, che ricopre l’antico e lo fa
diventare moderno. Voilà, uovo fresco di giornata.
Stavolta è toccato a tal Renzi, Tiziano – non writer, non painter – di professione distributore di
giornali in altre epoche, quando lassù regnava Andreotti, oggi ridipinto nella
veste – assai stramba – di presidente fedifrago di cooperative, con la di lui
moglie a tener bordone.
Non ci si stupisce poi di tanto.
Così fu e così è, per sempre, come recita l’italico copione,
assai ricco di spunti da mediocre avanspettacolo, sin da quando vedemmo, tutti
vedemmo l’ira funesta del popolino imberbe, concretizzarsi nel lancio di
monetine contro l’uomo del PSI, colto alla sprovvista – dopo una pubblica
ammenda parlamentare assai ardita – dal coordinatissimo lancio di monete in
diretta Tv, una meraviglia di sincronismo simultaneo fra coloro che si dicevano
“fascisti” e l’olimpo della comunication dell’epoca. Che ridere, sì, a volte si
ride di gusto.
O come quando s’attese il gran momento, l’ingresso del
Cavaliere Senza Mafia e Senza Pudore entrare in scena, coi capelli sulle
ventitré, a fianco del Big President dei fantastellati United States in una
Napoli ridipinta all’occorrenza. E privata della monnezza, mi raccomando.
Colpo di scena finale – cosa dice il copione? – consegnare
un legato dell’Imperatore, con sigillo a ceralacca ancor calda, che contiene
una misera informazione, di sua garanzia. Illustrissima, per sua Eccellenza.
E così si urla, si discute, ci s’inalbera in una vaga
spianata contesa da mille sembianze di nuove certezze: sì! Il popolo voterà,
sancirà dalla sua comodissima location, oppure da un semplice Android,
lillipuziana memoria di stirpe, e rintuzzerà il sempre ovvio copione, per poter
mazzolare con furia il sempiterno potente. Ma il server – si dice – rifiuta
l’aggravio, s’infuria, si stacca, non vuol sentenziare, mai più de-liberare la
ovvia, scontata licenza di pollice verso. Nel gran Colosseo dell’Urbe del
Cosmo, s’appiana il silenzio con magna tristezza per voto mai giunto. Di
scambio? Sconnesso? Mai visto?
Gran colpo di scena: regista perfetto, mai visto con tanta
saggezza d’incompiuta presenza. E sale sul palco novello Tiziano, per dare una
svolta a tanta mestizia.
Così van le cose nelle lande desuete, dove il copione è uno
solo, sghimbante solerti novelle e penose sentenze.
Così accorrono le folaghe, e dietro le folaghe le
gabbianelle, poi i gabbiani e tutti, solerti, si tuffano sul branco d’acciughe
che scorron le acque. Inconsapevoli, inarrestabili, nella loro desolante insipienza.
