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15 maggio 2021

E i politici sognano

 


La situazione economica italiana sta accartocciandosi su se stessa: su 5 milioni di piccole e medie imprese italiane, l’85% – 300.000 – ha chiuso i battenti nel 2020 e non si sa ancora quante spariranno nel 2021. Insieme alle imprese, sono sparite 200.000 Partite IVA. A grandi linee, 1/6 dell’apparato produttivo italiano è scomparso nel 2020 e, nel 2021, s’attendono cifre ancora più alte. Chi aveva “stretto la cinghia” nel 2020, può averla definitivamente mollata nel 2021.

Per ora, sono soltanto piccole imprese a conduzione familiare et similia, ma il computo ad oggi è soltanto aleatorio: pochi dati certi e mille ipotesi senza certezze.

Mentre le tasse sono sospese dal 31 Marzo 2020 al 30 Aprile 2021, il computo degli emolumenti non percepiti dallo Stato verte intorno ai 1.000 miliardi e non si sa quali risultati genererà e quali saranno le ripercussioni sul mondo bancario.

Di là della precisione millimetrica dei numeri, i fatti indicano che l’apparato produttivo italiano – risollevatosi appena dalla crisi del 2008 – ha incocciato “la pietra d’inciampo” del Covid: fino a dove è rovinata, lo sapremo solo alla fine dei giochi. Se lo sapremo e se la crisi economica avrà fine.

Il contraltare, proposto dall’attuale governo, risiede solo nelle cifre del turismo “che verrà” se mai verrà…per ora (2021) sono saltate 81 milioni di presenze turistiche, con una perdita – nel trimestre primaverile – di 9,4 miliardi di euro.

I politici, in questo sfacelo, sognano di lucrare sui (pochi) soldi europei destinati a salvare il salvabile per non far precipitare le nuove generazioni in una povertà nemmeno immaginabile oggi: sognano ponti ed autostrade, gallerie ed aeroporti…sui quali percepire il solito 15% di prelievo, come dei rappresentanti di commercio di merendine o di camicette.

Il liberismo sfrenato e la “pietra d’inciampo” del Covid hanno prodotto un cocktail micidiale: si riesce a comprendere perché Mattarella abbia scelto l’uomo del Britannia e della cancellazione della Grecia per salvare l’Italia dal baratro, ma temiamo che abbia sbagliato i conti alla grande, come un contabile strabico di un dimenticato banco dei pegni. Di più, Mattarella non è e non sa essere.

Per comprendere come dal 2008 ad oggi tutto sia precipitato basta osservare questa immagine di un qualsiasi porto turistico: da un lato i grandi panfili da milioni di euro, dall’altra lo sterminato parquet delle barche della classe media.

Le barche che osservate a destra costano fra i 2 ed i 20 milioni l’una ed hanno costi di mantenimento annui parificabili nel 10% del costo d’acquisto: siccome ce ne sono anche di più grandi, dobbiamo concludere che esistono migliaia d’italiani in grado di spendere milioni di euro ogni anno soltanto per lo sfizio d’andare in mare.

Per contro, osservate la platea della classe media, con imbarcazioni fra i 20 ed i 100 mila euro, che costano parimenti poche migliaia di euro l’anno per il loro mantenimento: c’è una curiosità che potrete notare facilmente.

I posti vuoti.

Sono la rappresentazione grafica della fine della classe media italiana, o borghesia che dir si voglia, e il Covid non è ancora passato. Cosa resterà alla fine?    

 

Venezia, Maggio 2021: https://www.youtube.com/watch?v=DYhPHxWWByw

13 febbraio 2021

Il governo“green” al lavoro

 

 

“Come dimostra il meraviglioso processo della fotosintesi, l’agricoltura è chimica e la chimica verde è la prossima rivoluzione che si svilupperà in modo esponenziale”

Ve lo dico dopo chi è

 

Sembra quasi una boutade, oppure una ciofeca buttata lì: il governo, secondo Grillo, doveva accorpare il ministero dello Sviluppo Economico con quello dell’Ambiente, ossia dare un’impronta decisamente “green” a tutto il governo, senza esclusioni. Ovvio che assegnare a Giorgetti il primo ed a Cingolani (amico di Renzi, spesso “fedele” della Leopolda) il secondo, rinominato in un fumoso per la “transizione ecologica”, sembra più una presa in giro che altro. Resta da capire se Draghi ha preso in giro i 5S, oppure se è stato lo stesso Grillo a prenderli per il c…in ogni modo, il governo non ha nessuna intenzione di farsi guidare in tal senso.

Un banchiere ha le preoccupazioni delle banche per la testa, mica quelle della lattuga, e tutto l’ambaradan montato su da Renzi con l’aiuto di Verdini & soci non è mica stato fatto per nulla: sono i 209 miliardi che vogliono, non le pantomime sclerotiche di un vecchio coglione ignorante come Grillo oppure l’ignoranza dei ragazzini 5S che siedono in Parlamento perché li hanno votati mamma, papà, zii, cugini, amici e parenti vari sul sito di Casaleggio. Pochi di loro sapranno che un tentativo di transizione “green” in Italia già avvenne, e nemmeno sanno come finì: tanto, ignoranti sono tutti, grandi e piccoli, e l’avventura del M5S è già finita.

Nel dopoguerra, Ravenna era la capitale dell’agricoltura italiana. Perché? Poiché lì regnava, indisturbato, Serafino Ferruzzi: un tizio che aveva inventato un modo semplice ma geniale per far soldi. Riuniva denaro grazie alle sue conoscenze nel mondo della finanza legata all’agricoltura, li investiva nell’importazione di cereali dal Sudamerica, poi rivendeva tutto sul mercato italiano quando il momento era favorevole. Come faccio a saperlo? Seguitemi.

Nel Gennaio del 1973 venni assunto temporaneamente presso la sede torinese del Ministero dell’Agricoltura, insieme ad altre tre persone: il nostro compito era semplice, gestire la posta in arrivo. Per molti mesi mi domandai come mai avessero assunto quattro persone per aprire e visionare sì e no 200 lettere il giorno.

Lavoravamo poco, ma soldi non ne vedemmo fino a Giugno, quando i sei mesi ci furono pagati, ed anche abbastanza bene, in un’unica soluzione. Come mai?

I soldi, in realtà, erano già arrivati a Gennaio ma il capoccione e altri due come lui – d’accordo – avevano consegnato tutto a Ferruzzi: a Giugno, divisi i guadagni dell’operazione, ci consegnarono la rimanenza. Il Ministero, ovviamente, era a conoscenza di questi traffici…ma cosa volete che vi racconti, che l’Italia è un Paese di truffatori? Lo sapete da soli.

Nel 1979, però, l’aereo di Serafino Ferruzzi urtò una casa in atterraggio a Forlì e l’imprenditore morì: fu un incidente vero, non come quello di Mattei. Almeno, così sembra.

La famiglia decise d’accorpare gli 800 miliardi (dell’epoca!) del capitale nelle mani di Raoul Gardini, marito della primogenita Idina.

Qui inizia la storia della chimica “verde” italiana: una vicenda legata ad un uomo visionario – Raoul Gardini – che aveva veramente compreso le potenzialità della chimica “green”, ma per raggiungere i suoi scopi aveva bisogno della “grande” chimica, ossia Montedison e, in definitiva, di ENI.

E qui iniziò la sua parabola discendente: i due competitori – Gabriele Cagliari (presidente dell’ENI) e Raoul Gardini – morirono entrambi a breve distanza uno dall’altro: il primo “suicidandosi” con un sacchetto di plastica nel carcere di San Vittore, il secondo “suicidandosi” a casa propria a Milano, Palazzo Belgioioso, con uno, altri dicono due colpi di pistola. Fine della chimica “verde” italiana, terminata in un mare di tangenti e ricorsi.

Tutto ciò mostra come il legame fra la chimica e l’ambientalismo “green” fallì miseramente, addirittura con due “suicidi”: sono due settori molto vicini (come disse Gardini nell’incipit) e, maledettamente, due faccende che rendono soldi come il cappello di un prestigiatore matto.

 

Già nel 1975 era accaduto un primo “stop”, la legge Cossiga contro la canapa: un assurdo, perché la canapa era coltivata (e fumata) dal neolitico, generando una ricchezza che, oggi, viene valutata in circa 1,4 miliardi di euro l’anno, con un’occupazione per 10.000 addetti. Migliaia di ettari svaniti nel nulla, proprio “fumati”.

Nel 1937 Henry Ford, addirittura, costruì la Hemp Body Car, un’automobile costruita completamente con polimeri derivati dalla soia e dalla canapa e funzionante ad etanolo ricavato dalla fermentazione della canapa. Anche il grande Henry fu fermato dai giornali di proprietà dell’industria chimica: seppe fermarsi prima d’essere ammazzato. Ecco l’auto:

 


Quindi, quando affermiamo “green” bisogna avere ben chiaro cosa s’intende e contro chi si va a parare: il governo Draghi vi sembra il più adatto per una simile battaglia?

Il governo Draghi è appoggiato anche dalla Lega, che è sempre stata favorevole all’eolico: soprattutto quando il suo responsabile nazionale per l’energia – Paolo Arata – è stato condannato perché molto “vicino” a Vito Nicastri, “re” dell’eolico siciliano e condannato a 9 anni per aver favorito la latitanza di Matteo Messina Denaro. Arata, a sua volta, ha travolto anche l’on. Siri (sempre Lega) nelle sue faccende le quali, quando gira il vento, possono anche far male a causa del vento “tangente”: non è il caso del nuovo governo, che sono certo farà affari con tutti e saranno affari indisturbati.

Vi confesserò che, per capire meglio come funzionava il “giro” dell’eolico, mi sono spacciato per un sostenitore della Lega ed ho chiesto ad un sindaco leghista quanto rendesse al suo Comune il parco eolico installato: la risposta fu un dubbioso “Mi pare 15.000 l’anno…”. Feci due conti sul tovagliolo di carta e glieli mostrai: era la cifra che rendeva, annualmente, l’impianto: circa 450.000 euro. Lo vidi impallidire.

 

Il nuovo governo, se vorrà dimostrarsi “green” dovrà fare i conti soprattutto con ENI, e qui la vedo dura, molto dura, perché ENI è una potenza, vedi il caso Cagliari-Gardini.

Bisogna però essere chiari: io non ho nulla contro ENI, che è una ricchezza per l’Italia. Addirittura, ENI partecipa mediante Saipem alla posa di giganteschi aerogeneratori nel mare scozzese, grazie a Saipem 7000, la più grande nave esistente per la posa di questi sistemi.

Il problema – e questo spiega perché in Italia non c’è un solo aerogeneratore in mare – è che ENI ha una sorta di prelazione sulle coste italiane, come potrete notare da questa cartina:

 


Ora, non so chi abbia preso queste decisioni: so però che le uniche tre aree italiane dove è conveniente impiantare parchi eolici off-shore solo al largo della Puglia, a sud della Sicilia, e a nord-ovest della Sardegna. Chi sloggia? Le trivelle o i mulini? Credo che continueranno le trivelle: Draghi è comprensivo, è anche “green”, Draghi è l’opera omnia della politica italiana.

 

Gli annunci della creazione di impianti off-shore, in Italia, sono stati tanti: il primo doveva essere di fronte a Termoli, ma disgrazia volle che la Regione Molise non concedesse l’arrivo a terra dei cavi elettrici. Votarono contro, uniti nella lotta, il governatore di Forza Italia e Di Pietro: potenza dell’ENI…

L’ultimo (che ricordo) è quello di Tricase, quasi a Capo Santa Maria di Leuca, dove doveva sorgere un impianto colossale, a 20 km da terra, praticamente invisibile e della potenza di 90 MW. Il Ministero per lo sviluppo economico concesse un 5% circa del finanziamento totale, che era di circa 100 milioni di euro. Cosa capitò?

Nulla, semplicemente il Tar del Lazio cancellò il finanziamento del ministero: l’azienda che stava per costruire l’impianto ricorse, perché nel frattempo aveva avuto delle spese, ed il Consiglio di Stato, finalmente, la zittì ponendo fine alla faccenda dicendo di non rompere i cosiddetti.

 

Perciò, non meravigliatevi se fra qualche mese torneranno alla carica per il Ponte sullo Stretto, per la TAV (che la Francia non vuole più), per qualche valico di frontiera, per qualche buco nell’acqua o nella roccia: basta che costi tot, non un soldo di meno. Saranno tutti buchi nell’acqua rigidamente verdi, per rispettare la nuova normativa “green”: ponti verdi, valichi verdi, gallerie verdi, dentro e fuori. La Lega sarà felice e li farà stampare sulle cravatte, verdi, dei suoi parlamentari.

 

Ultima cosa: da quando ero ragazzo, un governo prima di ricevere le consegne andava in Parlamento per ricevere la fiducia: il governo Draghi no, si giura, si raccontano mille frottole poi…se c’è il tempo…si va anche in Parlamento…tanto anche noi abbiamo un garante, come i 5S, si chiama Mattarella. Peccato che, per il governo Conte, non si aspettò nemmeno un voto parlamentare: a casa, in fretta, su, fate posto…

 

Ridicoli.

18 agosto 2020

La “crisi di Suez” del 2021?

 

Non attendetevi chissà quale crisi del canale di Suez per il prossimo anno…non è questo il senso di questo titolo…però ci sono delle attinenze storiche che andrebbero valutate, poiché la vicenda del Coronavirus ha fatto passare in secondo piano la grande novità di questi ultimi anni: la Brexit, ossia il distacco del Regno Unito dal vecchio continente, un affare complesso, che merita qualche approfondimento.

 

La “crisi di Suez” del 1956 fu ordita, senza consultare gli USA e l’URSS, da Francia, Gran Bretagna ed Israele per “impadronirsi” – forse sarebbe più opportuno dire “avere una gestione indipendente dall’Egitto” – del canale di Suez dopo la nazionalizzazione imposta da Nasser. La questione era sì importante, ma c’erano i mezzi per gestirla (come poi avvenne) senza una guerra.

Una parte del problema era economica – ossia gli oneri che le navi pagavano da chi dovevano essere incamerati? – ma questo era secondario, difatti, a crisi conclusa, vennero trovati accordi soddisfacenti per tutti.

La vera questione erano gli accordi di Sèvres del 1920 – i quali, sancivano con precisione certosina l’equilibrio di potenze nell’area – che assegnavano a Francia e Gran Bretagna dei territori “d’influenza” che andavano dall’Egitto all’Iraq, dal Libano ad Aden. In quei luoghi era nato Israele, ma le potenze europee lo inclusero nell’avventura, bypassando il problema.

Il vero problema era il 1956, ossia l’anno della crisi in Ungheria e dell’invasione sovietica: i rapporti USA-URSS erano tesi, e l’URSS minacciò d’intervenire in Egitto, da qui l’ordine americano di fermare tutto e tornare da dov’era giunti. Quando gli israeliani erano a 10 miglia da Suez e gli anglo-francesi a 24 miglia.

 

La crisi di Suez è generalmente accettata come la fine dell’Impero Britannico e di quello Francese, per quanto attiene il passato coloniale e sancì il primato degli USA nel controllo del Pianeta, soprattutto degli oceani, che sono la via che porta dappertutto.

 

Il secondo aspetto che è interessante notare è la dottrina Monroe, ossia l’atto del 1823 del presidente americano Monroe il quale, dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna del 1776, dichiarò che l’intervento europeo nelle colonie americane era concluso, e gli Stati Uniti erano gli unici a poter decidere i destini del continente americano.

Nell’Europa del Congresso di Vienna tale dichiarazione fu letta con sorpresa e qualche dileggio, poiché essendo inconsistente la Marina Statunitense, l’unica nazione veramente in grado di gestire la questione era la Gran Bretagna. Era un paradosso: Gadda inquadrò la vicenda in un suo romanzo:

 

“Oggi [...] le terre anche loro son libere, salvo alcuni scampoli come le colonie francesi e inglesi, e il campicello di Monroe, chiuso da un leggiadro filo spinato.” (dal romanzo La meccanica di Carlo Emilio Gadda.

 

Questo “principio” fu ciò che consentì alla Gran Bretagna di giocare, dopo il Congresso di Vienna e congiuntamente alle altre nazioni europee fino al 1914, sul “piatto” della politica euroasiatica, mantenendo però solo per sé il resto del Pianeta. E quel gioco terminò bruscamente, a 24 miglia da Suez, nel 1956.

 

Sulla Brexit – che solo gli allocchi pensano si sia trattato di un “moto popolare” – bisogna ricordare che iniziò appena dopo che Trump era stato eletto alla presidenza, nel 2016. E che, all’epoca, il leader conservatore inglese era David Cameron, europeista “tiepido” ma non convinto dello “strappo” dall’Europa, bensì della necessità di rinegoziare alcuni punti d’attrito: lasciò la carica ed il seggio parlamentare proprio nel 2016, dopo l’esito del referendum.

Dunque, fra il 2016 ed il 2017 qualcuno, in Gran Bretagna e negli USA, era deciso a rinverdire la vecchia alleanza di Monroe, poi continuata per due guerre mondiali. In buona sostanza, prima di trovarsi invischiati nei mille problemi dell’Europa con il suo enorme Est (Russia, Cina, ecc) USA e GB ritennero meglio puntare le loro carte sulla vecchia alleanza: la stessa che la Gran Bretagna sancì per convenienza all’indomani del Congresso di Vienna del 1815.

 

Notizia nella notizia, che non sorprende, è contenuta in uno dei tanti protocolli diplomatici varati dopo la separazione dall’Europa: la Gran Bretagna si riserva di comminare le proprie sanzioni economiche ad altri Paesi in completa indipendenza, senza nessuna eccezione. Un passetto un poco azzardato.

La NATO, quindi, risulta indebolita come alleanza, ma rafforzata sugli intenti da seguire: meno siamo, più in fretta giungiamo ad una decisione. Una decisione che si prende quando il quadro delle alleanze è più definito, e dunque ci si avvicina ad un confronto.

 

Strana notizia, dunque, quella del velivolo antisommergibile italiano “pescato” a “rastrellare” il Mar Nero, e subito rinviato alla sua base da un Su-27M di Putin. Poi è giunta la smentita da parte italiana – ma queste tardive smentite hanno il sentore della toppa peggio del buco – perché dire che l’aereo non è più in servizio…beh…è la scusa di Pierino pescato a rubare la cioccolata…al punto che i russi non hanno modificato la loro nota diplomatica di protesta. (1) (2)

 

Invece, stupisce la decisione d’aver deciso la solita rivoluzione “arancione” e ferragostana in Bielorussia, con tante braccia tese nel saluto nazista e le classiche richieste di “libertà” che si sentono urlare da due secoli in tutta Europa, e non hanno mai condotto a niente. (3)

Alla NATO, purtroppo, non basta una Ucraina dove la popolazione ha perso almeno il 30% del suo potere d’acquisto e che vive, per lo più, con le rimesse degli emigranti. I russi, se volessero, potrebbero arrivare a Kiev in un paio di giorni, ma non vogliono essere accusati d’aver invaso un Paese democratico, governato prima con un colpo di Stato, e dopo da un presentatore televisivo.

Stupisce perché la Bielorussia fa il pari con la Cuba del 1962 : è il “cortile di casa” della Russia, che mai e poi mai cederà di fronte alla NATO (ed alla Lituania) in quel contesto, è troppo vicino a Mosca per i canoni di sicurezza del Cremlino e Putin ha già avvertito d’esser disposto ad inviare le truppe.

 

Tirando le somme, torniamo alla Brexit ed alla strana decisione britannica di saltare il fosso per tornare, con gli USA, ai tempi di Churchill o di Monroe. Comunque la pensiate, fu un bel coraggio, oppure una così ampia sfiducia nell’Europa ed una grande fiducia negli USA. Ma quali USA erano?

Nel 2016, era stato appena eletto Trump e pareva che il tycoon fosse lanciato verso i due mandati, ossia fosse giunto fino al 2024, cosa che oggi pare molto difficile: nessuno poteva immaginare che una malattia epidemica sconvolgesse gli equilibri del Pianeta.

Perché gli USA s’adoperarono per avere la Gran Bretagna con loro? In qualche modo non se n’era mai andata, però tutta quella compagnia…i francesi rompiscatole, i tedeschi boriosi, gli italiani infidi, gli spagnoli con quel loro orgoglio…no…meglio soli che mal accompagnati.

Perché, chi va con la Gran Bretagna sa che avrà la possibilità d’avere con sé, se non proprio tutto il Commonwealth, almeno quella parte del Commonwealth che ancora riconosce Elisabetta II come sua regina. E chi sono?

 

Beh…a parte Canada, Australia e Nuova Zelanda…ci sono due cittadine (Akrotiri e Dhekelia) a Cipro, Gibilterra, l’isola di Ascension, le Falkland, l’isola di Diego Garcia, Belize, Brunei, Kenya…tutti posti dove ci sono basi militari britanniche e/o aeroporti militari. Senza dimenticare tutte le isole dei Caraibi, che sono invece basi finanziarie, chiamate altrove “paradisi fiscali”. (4)

Pur dimenticando, nella nostra lista, tanti luoghi incantevoli (ed importanti dal punto di vista strategico) chi “sposa” la Gran Bretagna fa un ottimo affare: se, poi, lo “sposo” sono gli USA – con tutte le loro basi nel mondo e le varie flotte – si tratta di una coppia di ferro. Più acciaio, petrolio ed Uranio, tanto per non farsi mancare nulla.

 

Questa è stata la mossa che ha portato i due a chiedere il divorzio dalla litigiosa Europa – non monete, finanza, tecnologia od altro – perché avendo a disposizione un aeroporto in quasi tutto il pianeta, senza dimenticare che da molti anni i due continuano a dirigere le operazioni militari in Iraq ed Afghanistan, consente loro di dominarlo. O, almeno, così sperano.

Di certo alcune cosucce li hanno spaventati: mai s’attendevano che i russi si mettessero a difendere la Siria come hanno fatto, impiantando persino una base aerea russa in territorio siriano. Ma ciò che veramente li spaventa è il ritmo col quale Pechino avanza sul piano militare.

 

La Cina, oggi, ha in servizio due portaerei, ma il governo ne ha ordinate subito altre due poi, senza attendere oltre, ne ha ordinate altre quattro, che saranno a propulsione nucleare. Ciò che sbalordisce è il ritmo, sei anni in tutto: ciò significa che nel 2026 otto portaerei cinesi saranno in linea, modernissime e pronte al confronto.

Come se non bastasse, i cinesi hanno modernizzato i missili a traiettoria balistica con sistemi d’autoguida terminale molto avanzati in funzione anti-nave, un po’ come i Kalibr russi, ed oggi è difficile pensare di mantenere il dominio del Mar Cinese e, più avanti, dell’Oceano Indiano. Il tutto, beninteso, senza armi atomiche.

 

Ci si può domandare dove vogliano arrivare i cinesi: a parte piccole contese territoriali, isolette di poco conto, al massimo Taiwan, che è già comunque ampiamente all’interno del sistema di difesa cinese, la Cina può avere due obiettivi: o lo scontro totale con le vecchie potenze euroamericane, oppure la conquista e la difesa di una zona paragonabile a quella conquistata dai giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, la “sfera di prosperità asiatica” a guida giapponese.

Ammesso che questo sia un obiettivo cinese, poiché la Cina ha già oggi una miriade di rapporti economici con la Russia, l’India, il Pakistan, l’Iran, l’Indonesia, la Malesia, il Vietnam…lo stesso Giappone.

Può essere un suo obiettivo giungere a controllare anche politicamente altre Nazioni? Ne dubito, perché non vedo il bisogno di farlo: grazie alla leva economica, sono già ben presenti in Asia. E nello SCO, alleanza senz’altro più solida della NATO perché nata e sorretta più da rapporti economici che da semplici somme militari.

 

Perciò, a mio parere, il grande sviluppo militare della Cina è più difensivo che offensivo, mentre la rinnovata forza dell’accordo fra USA e GB sembra indicare una volontà di riappropriarsi di quanto hanno perduto nei confronti della Cina dal punto di vista economico.

Un gioco piuttosto azzardato, poiché Cina (e Russia, e India) sono tutte potenze nucleari, e dunque non aggredibili con quei mezzi.

 

Oltretutto, la presenza di Trump alla Casa Bianca il prossimo anno è molto dubbia, ed anche se il nuovo presidente accettasse la sfida iniziata dal suo predecessore – una sorta di continuità diplomatica – non vedo con quali mezzi potrebbe intraprenderla, dopo la sciagurata gestione del Covid-20. Non dimentichiamo che gli USA, ad oggi, hanno circa 17 milioni di disoccupati che sopravvivono a spese del governo. Fino a quando? E si tratta dei soli disoccupati delle industrie: a quanto ammonterà, alla fine, il dissesto finanziario di tutto l’indotto statunitense?

Si fa affidamento sulla forza del dollaro, ma si può continuare a farlo? E per quanto? I cinesi hanno iniziato a comprare petrolio in yuan ed alla Borsa di Shangai c’è già una quotazione in yuan (con tanto di future) dal Marzo 2020, mentre scambiano i prodotti energetici con la Russia nelle rispettive divise (yuan e rublo) ed anche altri Paesi cominciano ad usare altre valute, come l’Euro. L’Iran usa dollari, euro, yuan, rubli e rupie.

 

E’ sempre molto difficile fare previsioni, soprattutto su quel “lungo periodo” sul quale John Maynard Keynes aggiungeva sempre una postilla “nel quale saremo tutti morti”. Però, almeno alcuni ragionamenti senza pretendere d’aver svelato la Luna, si possono fare.

Mentre la Cina non sembra avere, oggi, necessità del confronto militare per sopravvivere sulla scena mondiale, la posizione di USA e GB ricorda un po’ quella di due giocatori di poker che hanno perso parecchio e, alle tre di notte, raggranellano tutti i soldi che hanno ancora per tentare il classico “o la va o la spacca”.

Rischiando di trovarsi, col serbatoio vuoto, a 24 miglia da Suez.

 

1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/16/caccia-russo-affianca-aereo-marina-italiana-su-mar-nero-no-violazioni-confine-ma-difesa-smentisce/5901533/

2) https://formiche.net/2020/08/italia-russia-mar-nero/  

3) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/17/la-marea-dellopposizione-riempie-le-strade-di-minsk-decine-di-migliaia-alla-marcia-per-la-liberta-in-bielorussia-video/5901868/

4) https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/4f/Commonwealth_realms_map.svg

 

 

 

30 marzo 2020

Il problema è nel manico

John Maynard Keynes

“Il lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine, siamo tutti morti.”
John Maynard Keynes, economista inglese

Il titolo che avete appena letto è un vecchi adagio, o proverbio, che si cita quando un lavoro od una situazione non si riesce proprio a risolverla: nasce dal fatto che se il martello ha un manico non adatto, oppure debole, rotto, venato…nulla può essere portato a termine con l’attrezzo inadatto all’uso.
Per cercare di capire cosa sta succedendo nel mondo della grande finanza, bisogna fare un passo indietro e domandarci come si è giunti a questo punto (virus a parte), perché dietro c’è una storia che è la Storia della Teoria del Valore.
Senza affrontare questo argomento, è del tutto inutile fare previsioni o buoni propositi per l’avvenire poiché, passato il Coronavirus, il mondo che ci riceverà sarà, ancora una volta, schiacciato da questo irrisolto problema. E finirà per schiacciarci tutti.

Tutti d’accordo (Germania compresa) stilammo, in anni lontani, un trattato che doveva prevenire, nella vecchia Europa, il rinnovarsi di cosucce da nulla…capitate nel ‘900: robetta come discutere i disaccordi interni europei sotto forma di corpi d’armata, formazioni di bombardieri sulle città e sottomarini appena fuori del porto. Con qualche modesto danno al “capitale umano”…decine di milioni di morti e danni per miliardi di trilioni di miliardi…

Detto fatto, nacque l’Unione Europea, dapprima CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) che fu tutt’altro che cieca nel risolvere le questioni riguardanti l’importantissimo settore: ricordiamo, però, che la CECA nacque nel lontano 1951.
Nel 1957, col Trattato di Roma, venne alla luce la CEE (Comunità Economica Europea), la quale dovette subito risolvere i problemi derivanti dal possesso di reattori nucleari mentre uno Stato, la Francia, era dotata anche d’armamento atomico e porre le basi per una futura, vera unione europea.

Il vero atto di nascita della successiva UE fu il trattato di Maastricht del 1992, che legava le economie dei Paesi che ne facevano parte con legami ancor più stretti: proprio quelle regole e legami che sono percepiti – oggi, con la pandemia di Coronavirus in atto – diversamente da Italia, Francia, Spagna, Irlanda, Slovenia, Belgio, Grecia e Lussemburgo mentre si sono opposti Paesi che hanno qualcosa di sinistro: Germania, Austria, Finlandia ed Olanda i quali, eccetto l’Olanda, erano tutti a braccetto di Hitler.
Ma, un aspetto poco noto della vicenda, riguarda le date: la CECA e la CEE nacquero prima del 1971, mentre l’UE nacque dopo. Cosa successe nel 1971?

Un pasticcio che, ancora oggi, genera infiniti guai nell’economia mondiale: fino al 1971, l’unica moneta ad avere ancora un corrispettivo in oro – il dollaro USA, e mediante il cambio in dollari anche le altre monete avevano ancora un corrispettivo aureo – il 15 Agosto del 1971, per firma unilaterale del presidente Nixon, abrogò la convertibilità in oro del dollaro (1). In nota una spiegazione più dettagliata.
In effetti, gli USA avevano fregato tutti, stampando una quantità di moneta ben superiore al controvalore in oro, giacché le astronomiche spese per la guerra in Vietnam avevano prosciugato il bilancio statale: siccome la Francia aveva richiesto la conversione in oro del Franco, e non essendoci abbastanza oro a Fort Knox, giocoforza Richard Nixon fu costretto ad abrogare, con un colpo di spugna unilaterale, gli accordi di Bretton Wood del 1944, sui quali s’era poggiata l’economia del dopoguerra. Se qualcuno ricorda, in quegli anni il dollaro USA era scambiato a 625 lire per un dollaro, e qual tasso di cambio fu stabile per molti anni. Per forza: era ancora legato all’oro.
Su cosa poggiano, e cosa garantiscono le attuali monete?

Nulla, assolutamente nulla.
E, l’Unione Europea, nata nel 1992 con il trattato di Maastricht, nacque già nell’era del nulla.
Per me – che ricordo di non essere un economista – la questione della Teoria del Valore di merci e lavoro – senza un valore di riferimento – sembra un po’ una caciara, oppure un truffa legalizzata, o come preferite.

In buona sostanza, i valori delle monete – giacché tutte le Nazioni sono indebitate – sono sostanzialmente stabiliti dalla “solidità” di quel debito, ossia se saranno capaci di onorarlo. Più aumenta la “volatilità” di una Nazione, più salgono gli interessi da corrispondere agli investitori: sarà un caso che l’1% della popolazione mondiale possieda più del 50% della ricchezza planetaria? Si tratta di un vero e proprio Olimpo: 18 milioni di famiglie (2), pressappoco 50 milioni di persone, che controllano l’economia mondiale.
E chi lo decide?

Ci sono apposite istituzioni mondiali, le agenzie di rating che sono principalmente tre: Moody’s, Fitch e Standard & Poors, tutte con sede a New York. Semplice, no?
Se sei bravo, ti presto i soldi e te li do ad un interesse contenuto, se sei cattivo…eh…voglio un interesse maggiore…che ci vuoi fare, piccolo mio…anch’io ho le mie esigenze…devo in qualche modo “assicurarmi” che tu mi renda i soldi…e lo farò stipulando degli altri contratti, “derivati” dal tuo debito, con altre banche, eccetera, eccetera. Dai cosiddetti “derivati” giunse la crisi del 2008.
E, per dirla tutta, bisognerebbe sapere chi paga le agenzie di rating: c’è un bellissimo film al riguardo, La Grande Scommessa, con Brad Pitt. Candidato all’Oscar come miglior film, gli regalarono l’Oscar per la miglior scenografia non originale: chi credete comandi ad Hollywood? I registi o le agenzie di rating?

Ciò che teme la Germania è sin troppo facile da indovinare: quanto ci costerà questa dannata epidemia? Noi abbiamo solo qualche centinaio di morti…italiani, francesi e spagnoli migliaia…chissà come mai? Beh…non sono capaci di “stornare” i morti per Coronavirus sotto altre voci…così ci hanno consigliato le agenzie di rating…

Dunque…se abbiamo capito bene…tutto ciò che facciamo sul fronte dell’economia viene deciso da qualche Paperone che sta a New York? Che decide, ovviamente, il numero di giorni nei quali teniamo l’economia a freno, per non pagare milioni di morti?
Bel finale di commedia, per gli Stati nazionali, le “Unioni” di Stati e le Confederazioni…tutto a muzzo di qualche magnate che, a New York, decide della vita di tuo padre a fronte di una perdita di un tot per cento?

Sarà, io non sono un economista e quindi non so decidere se questa sia la soluzione migliore, però sul fatto che debba esistere una Teoria del Valore delle merci – non delle persone! Le “risorse umane” non fanno parte del mio vocabolario di non-economista – non ho dubbi, perché qualche cavolo di mezzo per stabilire il valore delle merci dovrà pur esistere, no?
No, non esiste: domanda ed offerta, facilità di reperimento, solidità dell’azienda. Fine.

Un tempo, esisteva.
Il lavoro di un falegname era considerato poco, giacché la materia prima era di facile reperimento, mentre quella di un fabbro era più cara, poiché il metallo richiedeva una tecnologia più complessa: quella dell’orafo era ancor più costosa, data l’accuratezza del suo lavoro, la preziosità del materiale ed il rischio di perdite. Ma, ce n’era una ch’era ancor più cara. Quale?

Quella del medico, perché il medico sapeva salvaguardare qualcosa di ancor più prezioso dell’oro: la vita umana.

Siccome in questo caso ci troviamo di fronte ad un conflitto insano, giacché tutte le filosofie hanno sempre conferito il massimo valore alla vita umana, ci troviamo in un contesto d’inconsulta disfida, laddove il risultato – chiediamo ai platonici, agli aristotelici, agli stoici, ai cristiani, agli ebrei, ai musulmani, ai confuciani, ai buddisti, agli induisti, agli scintoisti, agli animisti sotto ogni cielo ed al di là d’ogni mare – sarà sempre lo stesso: la vita umana sopra ogni cosa.
Qualcuno dirà che ai marxisti non importa tanto la vita del singolo, poiché è la sopravvivenza e l’elevazione delle masse ad essere più importante: regola che può essere validata in un contesto bellico – forse, nell’assenza d’alternative – ma dovremmo concludere che quelle 18 milioni di famiglie di ricconi che ci comandano sono 18 milioni di comunisti, che allignano in quel di New York. Dovremmo subito avvisare Trump.

E non tiriamo in ballo l’eterna storia degli Ebrei che affamano il mondo perché si ritengono una razza eletta: gli Ebrei possono ritenersi cosa vogliono, ma non hanno il potere di governare l’economia mondiale. La maggior “cassaforte” mondiale, oggi, è la Cina: vi sembrano ebrei i cinesi? E i sauditi? I giapponesi? I tedeschi? Oops! Scusi frau Angela.

Il vero problema è che l’umanità, nella follia bellica del ‘900 – della quale i tedeschi hanno qualche responsabilità più degli altri – ha distrutto qualsiasi ancoraggio certo, sicuro, valido, concreto…senza il quale ogni moneta è sulle montagne russe, ogni Stato sempre sotto giudizio, oggi il paradiso, domani l’inferno. E’ così che vogliamo vivere?

Per tornare ad una base della Teoria del Valore più affidabile, potremmo nuovamente affidarci all’oro il quale, ahimè per noi, di guai ne ha creati non pochi nella Storia umana: basti pensare all’inflazione, e conseguente carestia, in Spagna con l’arrivo dell’oro rapinato nelle Americhe.
Il Sudafrica diventerebbe lo Stato più ricco del mondo? Dichiarerebbe guerra al suo avversario, la Russia, che circonderebbe le miniere siberiane con un muro alto centinaia di metri?
Bel dilemma.

Però, se non sapremo trovare una risposta congrua nella Teoria del Valore, non potremmo mai trovare soluzioni – valide, sensate e durature – per dare valore alle monete, e si torna da capo, con i 18 milioni di famiglie che decidono: pollice alto, pollice verso.

Qualcuno ha tentato di fornire soluzioni: un gruppo di economisti serbi propose un metodo di calcolo basato sul valore di un’ora di lavoro operaio. Molto marxista, però oggi ci dovremmo chiedere: come si fa ad uniformare il valore di un’ora di lavoro in Germania con la stessa ora del Burkina Faso?
Altri propongono soluzioni complesse, come Fabio Conditi, che “ingegnerizzano” ancor più l’economia con monete parallele, alternative…ed io non ho risposte: non sono un economista, sono soltanto un piccolo scrittore, un dipintore di vicende umane proiettate nel grande schermo della Storia. Figuratevi: non so nemmeno giudicare se John Maynard Keynes fu un genio, un illuso od un economista bistrattato dai saccenti statunitensi! Posso solo dire che aveva uno sguardo mansueto.

Oggi, però – mentre medici ed infermieri s’affannano, a rischio della loro vita, per curare i malati nelle corsie ospedaliere, a contatto con i corpi madidi di sudore, coi lamenti dei morenti come colonna sonora – mi aspetto che anche qualche economista alzi il sederino dal comodo giaciglio dei consigli d’amministrazione, delle banche e delle multinazionali. Qualcuno che abbia ancora una coscienza, e che riconosca che il nostro mondo economico è solo un mostro che non sta in piedi, se non è in grado di rallentare l’economia per pochi mesi: quando usciremo da questa maledizione biblica, faremo meglio a ricordarcene ed a tartassarli quanto basta. Senza clemenza.

Perché una cosa l’abbiamo imparata: se stessimo per morire, e qualcuno ci facesse sopravvivere al prezzo dell’oro, non guarderemmo l’oro. Ce ne libereremmo subito, in cambio della vita.

02 maggio 2017

L’Europa è finita, andate in pace

“Quando si perde il Tao, appaiono la moralità e il dovere, più si emanano leggi e decreti, più ci saranno ladri e predoni.”
Tao-te-Ching – Lao-Tse – VI secolo a. C. (?)

“Il popolo cinese possiede una “scienza” che trova proprio nel I-Ching il suo metodo tipico di lavoro. Il principio di tale scienza, come molte altre cose in Cina, è oltremodo diverso da quello su cui invece è impostata la nostra.”
Carl Gustav Jung  (1875-1961).


Voglio pormi una domanda che sembra scontata: non noi, ma i nostri nipoti avranno qualche speranza di tornare a vivere in un mondo dove ogni cosa non sia ritmata da un etimo astratto – poiché non corrisponde più al suo archetipo linguistico – ossia l’economia?
L’oggi è perverso, forse il domani sarà anche sanguinoso – non ci credo, ma state certi che quando il saggio di profitto si liquefa, si distrugge tutto per tornare a guadagnare – e il dopodomani?

L’oggi è il parossismo: a Bruxelles, sono accreditati 15.000 lobbisti, più quelli che lo fanno senza dirlo, ma solo lobbisti “doc”, sia chiaro. Per la coca e le puttane da fornire ai nostri rappresentanti (ah,ah,ah), ci sono altre strutture, dedite, appunto, ai giri di coca e di prostituzione atti alla bisogna. Un’organizzazione perfetta, che chiamano democrazia.
Perché – caso appena successo (1) – le fabbriche che sfornano seggiolini da automobile per bambini sono in crisi: guadagnano troppo poco. Ergo, bisogna mettere subito fuori legge tutti i seggiolini esistenti per costruirne di nuovi…tanto i soldi li tirano fuori, è obbligatorio…e poi, l’economia soffre. Come farglielo capire ai parlamentari europei?

Ci pensa Titta Tuttetette la quale, dopo una tirata che ti fa sentire il Leone delle Nevi, per fartelo capire meglio ti succhia il biscottino…vero che la firmerai quella legge? E’ necessaria, altrimenti gli operai vanno in cassa, e piangono. Tu non vuoi che piangano, vero? Se smetto di ciucciare tu piangi, ma io non sono cattiva e continuo imperterrita, voglio farti godere perché tu faccia godere anche quei poveri operai. La democrazia è una cosa meravigliosa: vedrai, per quelli che hanno tre figli faranno lo sconto comitive – come ho dovuto fare io, pensa – perché fra presidenti di commissione, vice presidenti, tecnici, capi-corrente…quanti biscottini mi toccherà ciucciare…
Ma Titta Tuttetette è una professionista seria: il lobbista, incaricato di far mettere fuori legge i vecchi seggiolini, si fida di lei, la conosce bene.

Le elezioni francesi – se ancora ce n’era bisogno! – ci hanno chiarito il loro concetto di democrazia: tutto deve continuare come oggi, il sistema è perfetto…certo, qualcuno rimane indietro…ma, fra Tv, Web e quattro mance elettorali, siamo in grado di resistere ancora molti anni. Tre candidati si sono coalizzati per sconfiggere la Le Pen.

Intanto, i sudditi di Tsipras fanno la fame, mentre il cialtrone corre a Cuba a visionare il “paradiso socialista”, oppure potremmo ipotizzare che Brexit non sia stata voluta a furor di popolo, ma sia stata la vittoria del partito filo-atlantico contro quello europeista: di certo, Trump non ha pianto il giorno del referendum!
Oppure, vuoi vedere che è stata una decisione indigena…ossia…la Banca d’Inghilterra, statale ed azionista della BCE (pur non avendo l’euro!), ha fiutato che l’affare non conveniva più…già…ma come si fa a tirarsi indietro? Eh, il popolo ha democraticamente deciso…

Non starò a tediarvi con queste cialtronerie che tutti ben conosciamo, ma le elezioni francesi ci hanno mostrato una realtà limpida come l’acqua: nessun cambiamento potrà mai avvenire per via elettorale, perché – mediante i giochi associazione/dissociazione (e questo vale per l’Italia) – sono in grado di controllare tutti gli equilibri parlamentari. Se non basta ancora, si va al mercato delle vacche e si comprano, senatori e deputati. Qualche De Gregorio, Razzi o Scillipoti c’è sempre. Non basta ancora? Si creano nuovi movimenti, all’apparenza rivoluzionari chedipiùnonsipuò, che saranno sempre controllati dai vari centri di potere, mediante il denaro o l’omicidio.

Ho sottolineato “i nostri nipoti”, perché i coetanei (sono della “leva” dei nonni) o sono riusciti ad entrare per il rotto della cuffia in pensione – e stanno attenti a come spendono anche i centesimi – oppure sono messi ancora peggio. Chi campa perché moglie/marito lavora, chi perché la mamma – novantenne – ha ancora una pensione (magari l’accompagnamento!) e la povera vecchia si rende ben conto, se la testa non l’ha mollata, della responsabilità che le è piombata addosso con i suoi novant’anni.
Qualcuno ha piccoli redditi da immobili, chi è aiutato dai figli, chi ancora – a 65,66,67 anni – lavora, come può…come gli riesce…e non s’immaginava di certo, quand’era quarantenne, di fare una simile fine. E i figli?
Quelli, sono messi peggio.

Per loro, hanno inventato un nuovo tipo di welfare: il welfare creativo. Su, dai…se non riesci ad essere creativo – ossia a cavare i soldi anche dai sassi – sei un bamboccione, un figlio di mammà che non vuole staccarsi dalle gonne! Sapete che il figlio (maschio) della Fornero fa il regista? Non l’avete mai sentito nominare? Oh, ma come siete poco informati (!)…Andrea Deaglio, è “uno stimato regista e produttore di film socialmente impegnati” (Il Giornale)…come, non l’avete mai sentito?
Per quelli che, invece, non vincono il concorso come amministratori del Quirinale (125.000 euro l’anno)…perché figli dell’ex segretario del Quirinale…c’è sempre un posto da cameriere, prima pagato con i voucher, adesso in nero o con contratto a chiamata, ossia lavori se c’è lavoro, solo quando ci servi.
Il contratto di lavoro – istituto cardine della giurisprudenza del lavoro – quella cosa dalla quale discendeva l’accordo fra le classi sociali…sparito!

Anni fa, per andare in Bosnia passai dalla Croazia: non mi piacque. Sono un popolo di camerieri, pensai, gente che appena ti guarda cerca di capire quante Corone potrà scucirti. Piano, ma ci stiamo arrivando anche noi: privati delle grandi industrie, con le piccole imprese controllate da Paesi stranieri, siamo cotti. Un tempo c’era l’Italsider con 2.000 dipendenti, oggi le navi della Costa caricano/scaricano migliaia di turisti: i nostri ragazzi, che magari sono ingegneri, corrono da un tavolo all’altro. Cuba libre? Due? Grazie, arrivo.

Questa è la realtà dei nostri figli: chi un po’ meglio, chi un po’ peggio.
E i nipoti?

Per ora vanno a scuola od all’asilo, ma scoccherà anche per loro il tempo delle scelte, ossia fra schiavismo od accattonaggio.
Qualcosa può cambiare?
Non certo per movimenti sociali d’opposizione: leggiamo, scriviamo, commentiamo…ma di più cosa possiamo fare? Ah sì, ogni 5 anni andare a crocettare una scheda…chi ci va ancora…

La mia generazione ci provò, e ne fui testimone: una sera mi recai alla riunione di Potere Operaio. Stupito, notai che al banco della presidenza c’erano tre tizi che non avevo mai visto. Fecero in fretta: compagni, noi siamo ex partigiani e vogliamo fare la rivoluzione: le armi ci sono, bisogna prepararsi.
Quella sera capii che stavamo per dichiarare guerra all’arma dei Carabinieri, alla Polizia ed allo Stato in generale: compagni, saluti!
Furono anni duri, ed il dolore per tante vicende mi prendeva allo stomaco…d’altro canto, se credi che si possa affondare una portaerei a forza di testate…

L’unica speranza è in un mutamento di pensiero, che prima o dopo si faccia largo nella popolazione. Anni? No, almeno decenni, se non secoli.
Da dove può scaturire una nuova forma di pensiero sociale?

Europa
Per due millenni l’Europa è stata il centro del mondo: la sua civiltà greco-romana e poi cristiana ha plasmato il pianeta – nel bene e nel male – fino a pochi decenni or sono. Forse, se la costruzione europea avesse tenuto conto d’altri fattori – più Keynes e meno Friedman, a grandi linee – la situazione, oggi, sarebbe forse migliore e ci potrebbe essere una speranza, una “visione” per il futuro, ma così non è.
Da Vilnius a Lisbona, da Atene a Rotterdam, il continente non ha più niente da dare alla civiltà umana, giacché l’Impero Germanico – sconfitto due volte con le armi – ha saputo imporre ugualmente la sua egemonia, senza una cultura cui riferirsi. Poco ascoltati in Patria, i grandi filosofi tedeschi non hanno più nulla da raccontarci: niente visioni del futuro appaganti o, almeno, stuzzicanti.

Stati Uniti d’America
Un popolo di coloni non può far altro che colonizzare, serialmente, come fanno da due secoli: il “sogno” americano si nutre con l’incubo delle popolazioni assoggettate dopo la vittoria nella 2° G.M. Per alcuni aspetti, hanno copiato ciò che l’Europa fece con l’Africa, ossia bloccare lo sviluppo di un intero continente per alimentare il proprio. L’Impero Americano sarà duro a morire, poiché hanno un territorio vasto e per molti aspetti sono autosufficienti: le metastasi che si diramano ovunque, nel Pianeta, alimentano il surplus che deve sorreggere la retorica di supporto alla macchina mediatica statunitense. La cultura, in un simile sistema, non può che essere “embedded” o, per dirla con la nostra lingua, “organica al sistema”. Vale a dire, pari a zero.

America Latina
Ciò che più conta, in questa definizione, è la seconda parte: è terra ispanica, appena sfiorata dagli aliti delle Ande, peraltro scomparsi – come cultura – da parecchi secoli. In questo enorme continente, si vive di ricordo e di sogni: si potrebbe affermare che ogni abitante gira con, sottobraccio, il suo libro di Cervantes. I grandi sogni sono il suo pane quotidiano, la visione di un futuro estatico sono il viatico per il “Paradiso degli Eroi”, da Don Chisciotte a Che Guevara. Ma la cultura che conduce ad un futuro non scaturisce dal sogno, bensì dal pensiero: c’è comunque qualcosa di più vivo che a Nord, c’è almeno la coscienza d’essere umani, con il proprio ricordo di un umanesimo caricato, insieme all’acqua ed ai viveri, sulle caravelle che varcarono l’oceano, dove ammazzarono a più non posso. Ricorderanno la saggezza di Sancho Panza? Chissà...

Africa
E’ il continente che più ha pagato il conto della ricchezza europea ed americana: sconvolto con lo schiavismo, proprio nel passaggio dalla cultura dei villaggi a quella delle città, l’Africa non esiste più. Una grande miniera a cielo aperto, diamanti e petrolio per tutti, meno che per gli africani. Onore a chi, come Gheddafi, propose e pagò personalmente con la vita il sogno di una unità pan-africana, un rinascimento che è stato sconvolto ancora una volta da guerre e massacri, orditi da Washington e da Bruxelles. Africa, addio.

Russia
E’ giusto presentare la Russia come un continente, perché culturalmente la Russia zarista, poi comunista, oggi metà post-comunista e metà neo-zarista, vive di un equilibrio proprio, autoctono. E difficilmente esportabile.
La Russia ha poco interesse per il mondo che la circonda: lo osserva principalmente perché sa d’essere sempre nel mirino per le sue enormi ricchezze minerarie, ghiotto boccone per le economie di rapina. Per questa ragione si arma, quel tanto che basta per scoraggiare chiunque: come colonizzatori, i russi non valgono una cippa. Si notò chiaramente come risolsero le questioni in Ungheria e poi in Cecoslovacchia, da ultimo in Georgia: questo fa parte della mentalità russa, che ingloba nelle vicende umane una quota di sofferenze inevitabili – che fosse il disinteresse zarista o la protervia staliniana, Tolstoj o Dostoevskij – l’importante è che il continente russo continui ad esistere, con la religione ortodossa, la lingua slava ed i popoli slavi. Nulla che ci possa interessare: il “mix”, non è esportabile.
Però, la Russia – diciamo l’era Putin – sarà ricordata come il compromesso – tentato? riuscito? parzialmente? – fra il mercato e lo Stato. Putin ha chiarito che, senza l’economia centralizzata e statale, non ci sarebbe stata la vittoria nella 2° G.M. Lo stesso Putin che ha imprigionato gli oligarchi, i quali erano scappati con l’ex apparato energetico sovietico sotto il braccio: non sputi l’osso? Stai in Siberia: alla Stalin.
Indubbio che risultati ne ha ottenuti, ristrutturando l’industria pesante e la politica estera russa: però, nulla di nuovo. Nel senso che l’URSS vendeva minerali grezzi ed armamenti, ed oggi la Russia non è stata capace (a parte le armi) di far fiorire l’industria leggera e l’agricoltura: per sistemare le centinaia di cartiere sulla Transiberiana, ha dovuto rivolgersi a svedesi, finlandesi ed italiani.
E c’è ancora una realtà da considerare: Putin è uno solo…e il futuro? Certo, la Russia potrà essere sempre grande esportatrice d’energia – se solo intercettassero i venti artici con degli aerogeneratori…oggi non interessa, hanno il metano da vendere – ma questo non significa avere una visione per il futuro, condivisibile ed esportabile.

L’Asia
L’Asia non è un monolite, al suo interno (a parte la presenza geografica russa) si distinguono due aree, il subcontinente indiano e la Cina, con la propaggine insulare giapponese.
L’India è tuttora pervasa dalle sue antichissime tradizioni, alle quali – come espressione di modernità – ha quasi appiccicato le pratiche apprese dal colonialismo britannico. E’ senza dubbio una società giovane e dinamica, ma il peso della tradizione opprime. Stupisce, ma non troppo, che abbia creato come espressione di modernità il doppione di Hollywood: come a riproporre un olimpo di celluloide da sovrapporre al mondo tradizionale. L’India rimane, in sostanza, legata agli archetipi come nessun altro nel Pianeta: sono tradizioni profonde, antichissime, che non possono essere esportate. E che, per alcuni aspetti, li schiacciano e li immobilizzano. Potremmo dire che sono apprese dal latte delle madri: per questa ragione, ritengo che il mondo indiano abbia poco da offrire al resto del pianeta, anche se – paradossalmente – è stata la culla di grandi scuole di pensiero.

Se escludiamo il Medio Oriente, intossicato dall’Uranio impoverito e dalle fiumane di dollari petroliferi, rimane ben poco: una lontana colonia dimenticata, l’Australia.
E la Cina.

La Cina è la più antica cultura del Pianeta e non è mai stata colonizzata. Forse lo sarebbe stata, ma una concomitanza di fattori – il declino dell’Impero Britannico, la rivoluzione russa, la lenta ascesa dell’Impero Americano, la guerra civile in Cina ed i successivi tentativi americani, falliti, in Corea e Vietnam – decretarono l’indipendenza della Cina.
In quanto a cultura, nessuno può competere con i secoli di cultura cinese: basti riflettere che quando Confucio – coetaneo di Socrate e Buddha, VI secolo a. C., mentre Roma era un villaggetto di pastori – completò la sua formazione, studiò sui tre libri classici della cultura cinese: l’I-Ching, il Nei-Ching ed il Tao-te-Ching. Che risalivano (probabilmente) a Lao-Tse e all’epoca, l’epoca…scompare nella notte dei tempi. Confucio dichiarò che alcuni di quei libri erano “molto antichi”: cosa avrà voluto dire? Nessuno lo sa.

I libri non insegnano niente…l’esperienza è tutto…sarà vero, però, un uomo che a quei tempi scrive un libro (I-Ching) basandosi su 64 esagrammi, ciascuno di 6 linee, intere o spezzate: in altre parole, inventa il sistema binario e poi lo commenta per descrivere l’apparente caos della vita…beh…forse qualcosa da insegnare ce l’ha.
Siamo pronti per cambiare alla radice la nostra cultura?

Non ha funzionato: l’accumulazione di capitale, la rivoluzione borghese e proletaria non ci hanno portato a niente, anche se la prima s’è imposta e la seconda ha fallito. La conquista coloniale, il capitalismo, il materialismo storico, la fase imperialista…tutto inutile. Siamo noi euro-americani a fallire: la nostra mente non comprende l’ineluttabilità del caos, tenta d’imprigionarlo, inutilmente.
Il primo cambiamento è capire che il mondo non è eurocentrico, e nemmeno “americocentrico” – ci sono correnti di pensiero in tal senso – anche se le differenze, oramai, sono impercettibili.

In mezzo a noi, i cinesi.
Imperturbabili – che siano camerieri o uomini d’affari – paiono delle sfingi.
Confesso che mi hanno sempre stupito ed incuriosito, ma qualcuno si è chiesto come hanno fatto – solo vent’anni fa esportavano bamboline di pezza e giocattoli – ad imporsi come i primi produttori di tecnologia del Pianeta?

Pochi anni prima, un cinese fermò un carro armato con la sua sola presenza, ma questo avvenne perché l’ordine d‘avanzare, senza ripensamenti, non era ancora stato emanato: poche ore dopo, nella notte, i carri entrarono a Tien-an-men. Il mattino seguente regnava – per dirla con De André – una pace “terrificante”.
I nostri globalizzatori si stracciarono le vesti (non smettendo d’investire!) ma, in un Paese di un miliardo di persone, quanti milioni di morti ci sarebbero stati con una diversa decisione? Una nuova guerra civile?

I cinesi sono il pragmatismo fatto persona, e non perché sono comunisti o cinesi: perché, alla base della loro cultura ci sono il buddismo, Confucio e Lao-Tse.
Oggi, il Partito ha deciso per l’arricchimento: cinesi, lavorate e sguazzerete nei soldi! Fino a pochi decenni fa, il problema – in Cina – era trovare un miliardo di polli il giorno, per sopravvivere un altro giorno. Hanno smesso di centrare la loro attenzione su quei polli: Teng Hsiao Ping inaugurò un congresso del partito affermando: cinesi, arricchitevi!
Ma, subito dopo, chiarì che la fase capitalista era necessaria, era “uno stadio” della crescita verso il comunismo. Cosa significa? Chiedetelo ai cinesi, questa è stata la dichiarazione di Teng:

“Pianificazione e forze di mercato non rappresentano l'essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c'è una pianificazione anche nel capitalismo; l'economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell'attività economica.”

C’è, in queste poche frasi, condensata la vicenda universale dei tentativi umani di dar ordine agli eventi economici. La sintesi non esiste, non c’è: noi cerchiamo la sintesi, e perdiamo di vista il fluire degli eventi. Vogliamo una sintesi breve – una sorta di Bignami della Storia e degli eventi – per fare in fretta, per tornare ad investire, lavorare, guadagnare. E non funziona più.

Non posso affermare che la Cina, il pensiero cinese, fornirà le basi per un nuovo umanesimo: oggi, lanciati come sono nell’iper-capitalismo…nessuno potrebbe affermarlo. Però, le parole di Teng sembrano il parto di una mente profonda, indagatrice. Che comprende sia il caos della produzione capitalista sia l’apparente ordine delle economie del socialismo reale, che si guardano, come allo specchio: apparentemente contrapposte. In realtà, speculari.
Bisognerà attendere che la società cinese sia “matura” per avere risposte, ma anche questa dizione è nebulosa: la “maturità” cinese, sarà come quella europea? Ossia, il capitalismo globalizzatore è giunto a frantumare anche le basi, antichissime, della cultura cinese? Nessuno può avere una risposta, però così – a naso – non ne sono convinto.

Per molti anni – essendo buddista – ho avvertito il dolore dei tibetani per la loro terra: non dicevo nulla, perché ritenevo quelle punzecchiature di spillo, da parte tibetana, inutili, pesanti, dolorose proprio per i tibetani. Però, in silenzio, meditavo: il Tibet diverrà cinese – fuor di dubbio – ma…e se la Cina diventasse tibetana?
Ogni cultura fa riferimento al suo retroterra storico/culturale, anche se il fenomeno è spesso spontaneo e non ce ne accorgiamo.
Le “sfingi” cinesi sono esseri umani come noi, ma la loro mente è completamente diversa dalla nostra, non percepiscono, non possono capire la nostra cultura, perché la loro è molto più radicata della nostra e più profonda. A parer mio, non esiste popolo – e qui intendo il buddismo ed il taoismo, più che le nazionalità d’appartenenza – che conosca i meandri della mente umana come gli orientali.

Sulla piazza Tien am men, vicino alla gigantografia di Mao-tse-dong, all’ingresso della Città Proibita c’è un ideogramma: significa “nessuna azione”. Curioso vero? L’accostamento di un leader comunista con (un’apparente) immobilità.
Craxi, quando visitò la Cina (il celebre viaggio con nani e ballerine…), fu colpito da quel logos (non saprei definirlo in altro modo): non così i personaggi del suo seguito, che lo ritennero – miserere! miserere! – un richiamo all’ozio.

In realtà, quel “nessuna azione” significa che il mutamento è la regola, non l’eccezione. Seguire il mutamento, senza opporre resistenza, vuol dire semplicemente plasmarsi allo scorrere degli eventi. E’ qualcosa di molto semplice e, allo stesso tempo, estremamente caotico: come si può definire altrimenti il lasciar scorrere il caos? Questo vale dal kung-fu all’economia, dalla vita familiare a quella sociale.

Se ci riflettiamo, scopriamo che la nostra classe politica esercita ogni tipo di pressione – montagne di denaro, discorsi fumosi, certezze degli economisti (!), pronte sentenze geopolitiche, ecc…un pietoso, inutile affanno – per non mostrarci la realtà: stiamo affondando, e loro tentano in ogni modo d’opporsi all’evento, si sforzano in modo inverosimile per mascherarne gli effetti. Quando un riconoscimento di realtà sarebbe più onesto e, soprattutto, consono per comprendere il nostro futuro.
Dobbiamo diventare un popolo di camerieri? Bene, allora facciamo in modo d’essere i migliori camerieri del Pianeta.
Siamo stati costruttori di dighe e ponti? Vero, lo siamo stati. Passato. Oggi ci cascano in testa ponti e cavalcavia: qualsivoglia possa essere la ragione, è così che vanno, oggi, le cose.

L’ho visto con i miei occhi in un ristorante cinese come intendono le cose della vita: un cameriere, sul finire dell’ora di pranzo, stava già preparando i tavoli per la sera.
In silenzio, la tovaglia fra le mani dinnanzi al tavolo, chiuse per un attimo gli occhi e lanciò la tovaglia, trattenendola da un lato. Per due volte, osservò il risultato e riprese la tovaglia: al terzo tentativo, l’ombra di un sorriso gli traversò sul viso per un istante: prese un’altra tovaglia e s’accostò ad un altro tavolo.

Non ho pretese d’aruspico, né voglio divinare il futuro con mezzucci per travisare gli eventi e farmi dire “bravo” o “scemo”: non ne ho bisogno e non serve.
Però, se c’è un popolo che potrà fornire risposte quando tutti gli altri clamori si saranno zittiti, io punterei sul popolo cinese, o comunque di chi vive in quella cultura. Se non ci riusciranno loro, non so proprio chi potrà farcela.

(1) https://www.altroconsumo.it/auto-e-moto/automobili/news/seggiolini-per-auto-le-nuove-regole

03 gennaio 2017

Mi piace Fabio Scacciavillani: cliccalo anche tu!

Non tutti saranno d’accordo con me – d’altra parte, non lo pretendo! – ma “Il Fatto Quotidiano” è un prodotto editoriale che ha sopravanzato di un’incollatura gli altri giornali italiani, soprattutto perché gran parte dei contenuti editoriali sono prelevati da dei blog correlati (non so con quali regole ed accordi) al giornale.
Anche altri giornali lo fanno o incominciano a farlo, ma “Il Fatto” si nota, si vede che è più avanti in questa, nuova frontiera dell’informazione.
Così, in economia, spunta ogni tanto qualcosa da Loretta Napoleoni, da Albero Bagnai e da Fabio Scacciavillani, economisti dal vasto sapere, anche se accomodati su opposte poltrone.

Mentre i primi due sono abbastanza conosciuti nella galassia della nuova editoria digitale, il terzo è un solenne sconosciuto: si definisce “Capo economista del fondo d’investimenti dell’Oman”, ossia (presumo, dalla traduzione letterale dall’inglese, Scacciavillani non s’abbassa alla periferica lingua italiana) è un tizio che decide dove, come e quando i soldini dell’Oman (o di altri: che ne so?) debbano confluire su questa o su quell’azienda, su una certa obbligazione, eccetera, eccetera.
Un mestiere che, oggi, è comune nella galassia di questo mondo globalizzato, laddove gli unici interessi in gioco sono la remunerazione del capitale e la certezza degli stessi, almeno per tempi ragionevoli: del lavoro, delle persone, nemmeno una parola. L’economia è pensata e praticata come scienza a sé stante, differita in una diversa galassia rispetto alla sua menzione originaria: “oikos nomos”, ossia “governo della casa”. Nell’economia di Scacciavillani non vi è traccia di esseri umani, al massimo – ma proprio al massimo – sono destinati ad essere bruciati, esplosi nel “motore” capitalista (il carburante).
Ecco il prodromo di un dibattito che si svolse mesi or sono proprio su “Il Fatto”:

“Il motore della crescita economica sono le innovazioni; gli investimenti in capitale fisico e in capitale umano sono il carburante; il risparmio e quindi i capitali finanziari costituiscono il lubrificante; istituzioni, amministrazione pubblica, leggi e tribunali i pneumatici; il tachimetro è la produttività.”

Tutte le componenti dell’economia sono attentamente elencate in questa metafora automobilistica (sic!), manca il lavoro, un optional, una fanfaluca per la quale non serve nemmeno un accenno: per quel che si riesce a capire, Scacciavillani è un economista legato alla scuola di Milton Friedman e dei suoi “Chicago boys”, ovvero la punta di lancia del “turbo-capitalismo” odierno. Fin qui, nulla da eccepire: è un uomo che vive disconnesso dalla realtà economica complessiva (ossia, capitale, mezzi di produzione, lavoro, ecc) e, prono alle teorie economiche di una scuola, nega tutto il resto, altrimenti non potrebbe continuare a fare ciò che fa.
Se Scacciavillani visitasse una periferia italiana od una banlieu francese, non riuscirebbe a risolvere tutto con un’alzata di spalle, perché ad un uomo intelligente (come io penso sia) non sfuggirebbe la connessione sugli interessi di un fondo d’investimenti internazionale e le nuove povertà che si “accendono”, improvvisamente, in un’area del Pianeta.
E nemmeno si risolve tutto imputandolo a manager inefficienti: che ne possono, oggi, i dipendenti di Almaviva Contact, mica i manager sono figure elettive!

Ciò che, invece, non riesco a sopportare in Scacciavillani è il linguaggio: violento, accusatorio, sempre univoco nelle sue conclusioni. Mai qualche dubbio, solo certezze ed insulti. Ecco alcuni esempi:

“Invece l’indottrinamento delle menti labili prone a interiorizzare lo slogan “Lo Stato siamo noi” (individui apparentemente sani di mente...”
...i vincoli di Maastricht... rendono insostenibili i comportamenti cialtroni esaltati dai teorici delle fritture di pesce per comprare voti ricorrendo alla spirale svalutazione-inflazione...
“...nelle madrasse virtuali dove i creduli si abbeverano alle fonti del webetismo, l’euro è assurto a bersaglio preferito dei sempiterni Minuti dell’Odio.”

C’è una colossale contraddizione che stride negli articoli di Scacciavillani – e, di questo, mi domando come i responsabili del “Fatto” non se ne siano accorti – poiché, nelle sua esternazioni, si rivolge affibbiando patenti di colpevolezza ad una totalità (gli italiani, ossia, almeno chi comprende la lingua italiana), arrivando – in un batter d’ali – a negare una liaison fra la classe dirigente ed il corpo elettorale. In altre parole: delle due l’una. O gli italiani sono responsabili delle loro “malefatte” elettorali, ed allora peste ci colga, oppure la locuzione “Lo Stato siamo noi” è vera, ed i nostri governanti sono degli abusivi: che colpa abbiamo noi italiani? Si rivolga alle “alte sfere” che – immaginiamo – ben conosce.

Termini come “le madrasse dell’odio” per chi cerca di comprendere le interiezioni fra economia e potere, ci sembrano francamente eccessivi e fuorvianti: personalmente, quando ascolto Alberto Bagnai, non mi pare d’averle mai udite nei confronti della “poltrona opposta”. Eppure, a parlare, è un ex Direttore Generale del Ministero del Bilancio, mica un economista del fondo di Piripicchio: già...forse il buon Fabio si troverebbe meglio nell’alveare delle poltrone bianche, laddove è l’Insetto-Regina a tessere la tela fra quei “cialtroni” che governano nel nome degli italiani. Vero Scacciavillani?
Allora, io che sono per natura pacato e paziente, le propongo una riflessione.

Quando, la prossima volta che sentirà parlare – nelle “madrasse dell’odio” – di lavoro minorile e profitti, prima di cliccare “Yes” ed affidare tot milioni di dollari a quella azienda di Chin-Chung-Chang, rifletta su quale dei due diritti è preminente.
Se il diritto di quegli adolescenti ad avere una vita da umani e non da schiavi, proni da mane a sera sul lavoro, oppure quello dei suoi “clientes”, ovvero quelle persone che la pagano e che assegnano, ad ogni donna del loro harem, una prebenda di 25.000 dollari mensili solo per l’acquisto di lingerie, da indossare – ovviamente – nei loro momenti di sollucchero e goduria.

Se la conforta vivere in quel mondo che tritura adolescenti e donne come fossero ninnoli, faccia lei: la coscienza è la sua.
Da parte mia, preferisco rimanere in queste “madrasse dell’odio” dove si cerca, con tanta fatica, di capire se poi è vero (come lei sostiene) che il trattato di Maastricht ha posto termine all’Europa di Postdam e di Yalta. Ed ho fonti che raccontano altre storie, ma a lei non interessano: non si ascoltano “le madrasse dell’odio”.
A risentirla, Scacciavillani: non mancherò di visitarla e, in futuro, credo che rimbeccherò queste sue sfavillanti sortite di “buona scuola” letteraria: come nota, si può dir peggio, molto peggio di chiunque senza usare un solo termine offensivo: si chiama aikido, baby, ossia rivoltare la forza dell’aggressore contro lui stesso.

Non te la prendere, Fabio, torna a verificare quanto guadagna il “fondo per la salvezza del nostro sedere”, lo stesso che t’incarica d’istruirci su come il mondo dovrebbe andare: nelle “madrasse dell’odio” cerchiamo di cavarcela da soli, vai tranquillo.