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16 novembre 2018

Quando sento parlare di ambiente, mi cascano le…



Appena qualcuno mette il naso su questioni ambientali, ecco che viene subito tacciato d’essere un “pro-ICCP”, e quindi un catastrofista prezzolato oppure, al contrario, d’essere un negazionista della santa verità scientifica o, ancora, uno che lega tutto all’attività di HAARP o delle scie chimiche. E – notatelo bene – il dibattito non si sposta di un centimetro: nessuno che porti dati comprovati, sillogismi perfetti…no, soltanto la nostra abitudine di sollevarci sopra la massa per chiarire un solo, imperscrutabile aut-aut: io ho ragione, e voi torto. Andiamo bene.

Pongo un primo sillogismo che, spero, non sarà nemmeno discusso: quando si parla di climatologia, si tratta di Biosfera, ossia la climatologia racchiude e cerca di ordinare dati che partecipano al ciclo globale della Biosfera. Un affaruccio da nulla…robetta: hanno previsto l’innalzamento dei mari e non s’è verificato! Al rogo! Al rogo!

Ma non solo: la climatologia racchiude anche tutti gli interessi delle grandi holding internazionali, le quali cercano d’ottenere posizioni vantaggiose nel nuovo scenario che si andrà a delineare. Purtroppo, è il capitalismo, baby: nell’assenza più muta dello Stato come arbitro super partes, le mille velleità di guadagno si scatenano. Ovviamente, se i dati le sconfortano per un certo mercato, ecco che le corporations finanziano scienziati per demolire le certezze di quegli scienziati, a vantaggio dei propri. Pecunia non olet, disse Vespasiano: parafrasando, potremmo oggi affermare Pecunia non fugit calor, anche se lo desidererebbero.

E, noi, c’azzuffiamo perché il mare non è salito…
Proviamo ad usare un metodo un po’ diverso?

Ciò che è avvenuto nella notte fra il 29 ed il 30 Ottobre scorso in Liguria non ha precedenti, come è assolutamente sconvolgente osservare le cataste di legname abbattute dal vento in Veneto e poi: dodici morti in Sicilia, solo per un po’ d’acqua? No: per un po’ di caldo. E dov’è rimasto annidato tutto quel caldo?

Nello scorso Luglio, mentre mi trovavo sulla mia barca, incidentalmente notai che l’ecoscandaglio forniva anche la temperatura dell’acqua: 26 gradi. Rilevati sulla chiglia, cioè in ombra rispetto alla radiazione solare.
Sul momento ci passai sopra senza pensarci troppo ma, qualche tempo dopo, mi tornò alla mente il racconto di un amico subacqueo.
Il sub s’era immerso, durante una delle recenti “annate di caldo record”, in un punto del Mar Ligure al largo ed era rimasto sbalordito: credimi, Carlo – mi disse – mai capitato di passare il termoclino a 19 metri! Nemmeno a me, quando m’immergevo, era mai capitato. A una decina di metri al massimo, lo sentivi “passare” sulla pelle, soprattutto se non indossavi la muta.

Ora, qualcuno di voi non saprà cos’è questo maledetto termoclino: è la linea – reale ma invisibile – che separa le acque che si riscaldano/raffreddano stagionalmente rispetto alle acque che “riposano” alla massima densità di 4 gradi centigradi. Le acque di fondo, per capirci.
Questo avviene perché le acque superficiali catturano la radiazione luminosa: sono acque biologicamente attive che nutrono il fitoplancton, il primo “divoratore” mondiale della CO2. Altro che foresta amazzonica.
Sotto i 40 metri, praticamente, non passa nessuna radiazione luminosa: inizia la zona del buio, che oltre i 60 metri è assoluto. Il regno dello zooplancton.

Insomma, le acque superficiali si riscaldano fino ad una certa profondità, che un tempo non superava i 9-10 metri mentre, oggi, giunge ad una ventina. Cosa cambia?

Beh, visto dalla spiaggia non molto…però mi sono preso la briga di calcolare, in calore e poi in energia elettrica, la quantità di energia che riposa nelle acque la quale, prima dell’omotermia invernale (ed al conseguente rimescolamento delle acque), sarà ceduto all’atmosfera.

Le cifre sono spaventose: se consideriamo l’intera superficie dei mari italiani (approssimativamente, per difetto, 250.000 Km2), otteniamo semplicemente che l’energia contenuta è pari a 120.000 TWh, ossia circa 50 volte il consumo elettrico annuo nazionale!
Fate pure i calcoli, se non ci credete, delle Kcal contenute in un litro d’acqua di mare alla temperatura di 26 gradi, che in Inverno raggiungerà i 4 gradi (raramente una temperatura minore), ossia una differenza di 22 gradi per una profondità di una ventina di metri. Siccome circa 40 anni fa il termoclino raggiungeva al massimo i 10 metri, la quantità di energia termica che si è aggiunta è pari a circa 60.000TWh, 25 volte il consumo elettrico nazionale. Cosa combina?
Quell’energia rientra in ciclo nell’atmosfera in pochi mesi, creando potenti correnti convettive, che agitano i vari strati dell’atmosfera: fare delle previsioni a lungo termine è una sciocchezza, se mai, previsioni a non più di 5 giorni. Clima e meteorologia sono campi contigui ma non confondibili: anche la rilevazione alle sole acque che circondano l’Italia è solo un esempio, giacché le acque del Mediterraneo bagnano più Paesi e continenti.

Sono numeri che fanno accapponare la pelle: con la stessa energia, si potrebbero riscaldare centinaia di milioni d’abitazioni per l’intera stagione invernale, solo per fornire un termine di paragone (e se riuscissimo a conservarla!).

Verrebbe la voglia di sfruttare questa, immensa fonte d’energia? Certo, ma non è facile. Bisognerebbe costruire centrali che abbiano turboalternatori funzionanti con il ciclo Rankine OCR, ossia una turbina che, al posto del comune vapore acqueo, utilizza un composto organico che bolle a basse temperature: Già…ma dove li producono? In Italia! Non siamo così indietro come si narra.
Con acqua in partenza già a 26 gradi, con un solo passaggio nei collettori solari si porta a 60 gradi, una temperatura coerente con il ciclo. E poi? Si fa energia elettrica, senza un grammo di combustibile! Sarà per questo che non lo fanno? Già…

Questo aspetto racchiude un concetto – poca massa, molta energia –  che è divenuto vulgata imperante dagli anni ’60, ossia quando fu nazionalizzata la rete elettrica e nacque l’ENEL. Ci torneremo.

Qualcuno si domanderà: l’energia c’è…ma tutta l’acqua che è venuta giù dal cielo?
Ho calcolato che, approssimativamente, nei giorni del vero e proprio ciclone di vento e acqua siano scesi in Liguria circa 700 mm di acqua. Immaginate: tutto ciò che vi sta intorno sommerso da 70 cm d’acqua! Parte è stata assorbita dal terreno, parte è finita nei bacini sotterranei delle sorgenti e parte è finita in mare, fortunatamente senza fare grossi danni. Anche perché le precipitazioni non sono state continue.
Cosa, purtroppo, non accaduta in Sicilia: forse il terreno, reso più duro ed impermeabile dalla torrida stagione estiva, ha assorbito poco? Può darsi: fatto è che i fiumi si sono presi la loro parte di morti.
Il fenomeno accaduto in Friuli sembrerebbe più consono alla Bora, il vento di Nord-Est che colpisce Trieste ma che, in passato, non ha disdegnato d’accarezzare Gorizia, giungendo finanche a Venezia. Certo, anche qui una corposa dose d’energia ha decuplicato la forza dei venti, e il disastro è lì da vedere. Ma torniamo a Genova.

I meteorologi ed i naviganti ben conoscono il fenomeno del cosiddetto Genoa Storm, che si origina molto lontano, sulle coste della Groenlandia. I gelidi venti artici scendono diagonalmente l’Atlantico, lambiscono le Azzorre e continuano fino alla cosiddetta porta di Carcassonne, ossia la pianura che si estende fra i Pirenei ed il Massiccio Centrale francese. Sbucano nel Golfo del Leone – con violente tempeste – e puntano ad Est. Lo “scontro” con il massiccio dei Pirenei e con l’anticiclone africano presente a latitudini più basse, inizia a conferire loro un moto leggermente arcuato: il nostro Maestrale. Ovviamente, lungo il percorso, si riscaldano e si caricano d’umidità.
Passano quindi le Bocche di Bonifacio (altro punto tempestoso) ed incontrano la penisola italiana nella parte settentrionale della Toscana: tipicamente, la Garfagnana. Di fronte, però, si trovano le Alpi Apuane che accentuano ancor più il loro moto arcuato, questa volta verso Nord – Nord Ovest ed il vento entra nell’arco ligure a La Spezia, prosegue verso Genova ma rimane intrappolato dai monti sulla destra e dalle correnti contrarie sul mare. E si crea una circolazione depressionaria, proprio il Genoa Storm, che dura giorni e giorni per ogni fronte polare in arrivo.

Il peggioramento della situazione è dovuto al diminuito apporto della Corrente del Golfo, la quale incontra sempre di più a Sud le acque artiche di scioglimento (dolci, più leggere, rimangono negli strati superficiali ed “obbligano” le calde acque saline ad approfondirsi) e, dunque, il cosiddetto Anticiclone delle Azzorre (che provocava moti convettivi in quelle correnti fredde) è ridotto al lumicino: questo spiega il peggioramento della meteorologia nello scacchiere del Mediterraneo.

Perché ho chiarito che un simile disastro non può essere stato causato da HAARP o altre diavolerie del genere?
A parte che HAARP è stato dismesso nel 2014 – altre, simili strutture sono sorte in Norvegia (UE), in Russia ed in altri Paesi, generando così (qualsivoglia fossero gli obiettivi), un “equilibrio” sul modello di quello nucleare – ma le energie in gioco sono di tutt’altro ordine: pochi MW di emissione al posto delle decine di migliaia di TW dell’accumulo solare. In realtà, alla ionosfera, giungevano potenze di pochi Watt per metro quadrato, insufficienti per qualsiasi uso di tipo militare. Terremoti compresi.
Molto probabilmente, si trattò di una ricerca per comunicazioni: negli anni ’70, ad esempio, un contadino del Tennessee incocciò e tranciò con il suo aratro un grosso cavo di Rame. Arrivarono subito militari, FBI e tutto il resto: saltò fuori che il Pentagono aveva interrato (in segreto) cavi di Rame per un’estensione di molti Km2 che formavano una sorta di colossale “antenna” per le comunicazioni con i sottomarini immersi. Anche lì, c’entrava la ionosfera, per la riflessione delle comunicazioni.
Diversa è la vicenda delle scie chimiche: d’altro canto, fu oggetto di un accordo internazionale (segreto) fra Berlusconi e Bush al G7 di Genova, nel 2001. Forse, Renzi – prima di dare dello psicopatico a destra ed a manca – avrebbe dovuto semplicemente documentarsi con i verbali ministeriali.

I frammenti di scie chimiche precipitati a terra ed analizzati hanno mostrato la presenza di due metalli: Bario ed Alluminio. Il Solfato di Bario è uno dei composti più stabili e non-reattivi che esistano, mentre l’Alluminio è noto per la riflessione della luce solare e di altre emissioni dello spettro elettromagnetico.
Il gel emesso dagli aerei, appositamente modificati, fa pensare ad un tentativo per ridurre la radiazione solare incidente: gli americani sono molto propensi a realizzare strumenti mediante il metodo empirico, e fa pensare ad un rozzo metodo per contenere la radiazione incidente. Convincono qualche alto papavero, ricevono copiosi finanziamenti e partono. Poi, il sistema non funziona, ma i soldi li abbiamo intascati: un po’ di soldi alle fondazioni private e qualche bionda tutta curve rimetteranno a posto le cose.

Dalle analisi chimiche, si potrebbe concludere che il Bario forma la struttura, mentre all’Alluminio è riservato il compito di riflettere: insomma, empiricamente hanno cercato di creare una barriera fluttuante per riflettere la radiazione solare. Cosa non s’inventa per continuare a bruciare i fossili!
Un inconveniente di queste lunghe scie semi-solide ad alta quota sembra sia stato il passaggio di materiale biologico (virus, batteri) che salivano in cielo in aree con forti moti ascensionali (il Sahara, ad esempio), i quali finivano “aggrappati” a queste strutture e valicavano gli Oceani. Sono stati trovati batteri e virus sicuramente d’origine africana in Sudamerica. Globalizziamoci tutti!

Come si può notare, il riscaldamento dell’ambiente è ben conosciuto: non importa se alcune previsioni si sono dimostrate vane, perché quando si ha a che fare con un sistema complesso come l’intera biochimica della Biosfera, l’errore è possibile.
Ma, che il Pianeta abbia vissuto periodi ciclici di caldo/freddo (dopo le grandi glaciazioni) è ben conosciuto: l’età di Augusto fu un massimo storico, poi ci fu una discesa fino a quasi il 500 d. C. e nell’anno 1000 di nuovo più caldo: la vite era largamente coltivata in Inghilterra, e i Vichinghi giunsero in Groenlandia. Nuovamente la temperatura calò, e si giunse alla cosiddetta “piccola glaciazione” del 1600, che durò fin quasi agli albori del Novecento.

Da qui in avanti gli scienziati sono perplessi.
Le variazione del clima erano sempre contenute in un aumento/diminuzione medio di 1 grado, 1,5 gradi al massimo e gli spostamenti nella concentrazione dei gas serra erano modesti. E i tempi erano di secoli.
Oggi, invece, la concentrazione dei gas serra ha una crescita iperbolica e la temperatura tende sempre ad aumentare in pochi anni, oppure gli “stock” d’energia termica danno luogo a colossali movimenti convettivi dell’atmosfera, che a loro volta generano cicloni sempre più distruttivi.

Vorrei ricordare che la Repubblica di Genova è vissuta per quasi mille anni con il suo porto – che non era minimamente protetto come quello attuale: le navi, poi… – eppure ha sempre navigato e commerciato nel Mediterraneo ed oltre. Ciò che è avvenuto il 30 Ottobre scorso non ha menzione negli annali di secoli: onde di 7-8 metri in mare che, nella vicinanza delle coste, si sono alzate fino a 10 metri: sarete rimasti colpiti dallo sventramento del porto di Rapallo (lì, ha ceduto la diga foranea: può entrarci anche la ricostruzione del 2000, forse mal fatta) ma è tutto il resto che colpisce: centinaia di barche affondate nei porti, porti protetti da dighe a mare che mai avevano permesso simili disastri. D’altro canto, scatenate 60.000 TWh (25 volte la produzione annua italiana!) in poco tempo nell’atmosfera: un disastro. Se avete un frullino con velocità regolabile, provate a lasciarlo scoperto con dell’acqua e poi aumentate gradualmente la velocità fino al massimo. Osservate cosa succede.

Qualcuno sostiene che l’anidride carbonica generata dagli allevamenti animali è superiore di quella emessa dai motori a combustione interna. Prendiamolo per buono.
Senza voler dare un giudizio “etico” sui veri e propri lager per animali che chiamiamo “allevamenti intensivi” (è un’altra faccenda), rammentiamo che non esiste una comparazione valida, giacché non abbiamo fonti di dati attendibili sulla CO2 generata dagli animali sicuramente allevati nei secoli scorsi.
L’uomo ha sempre allevato animali per il consumo di carne e latte, sin dagli albori della civiltà: è vero che, da un lato, oggi il consumo di carne è aumentato ma, dall’altro, vorrei ricordare che il trasporto delle merci su terra e nei canali, fino almeno al 1900, è stato a trazione animale. Quanti milioni di asini, muli, cavalli, cammelli ed elefanti erano utilizzati allo scopo?
Come vedete, un calcolo è pressoché impossibile.

Sicuramente hanno contribuito ad elevare il tasso di CO2 le due guerre mondiali: basti pensare all’enorme consumo di carbone che fu necessario per costruire le ben 50 milioni di tonnellate circa di naviglio affondato nelle due guerre, mercantile e militare. E le decine di migliaia di tank ed aerei? I bombardamenti? E il consumo spropositato di risorse durante le guerre?

Oggi ci poniamo il dilemma se il mutamento del clima sia dovuto all’uomo oppure se si tratta di una evoluzione naturale. E’ impossibile dimostrare sia una tesi e sia l’altra, all’interno dei canoni attuali del sapere scientifico anche perché – non dimentichiamolo mai – scienziati di una parte e dell’altra sono al soldo della grande finanza.
Non ci resta che il nostro “sentire” le cose e qualche dato semplice ed incontrovertibile, come la quantità di CO2 presente nell’atmosfera la quale, sappiamo, trattiene la radiazione infrarossa e non le permette di disperdersi verso l’infinito.
Sembra, però, che il riscaldamento interessi più l’emisfero boreale e meno quello australe, le acque artiche e meno quelle antartiche: perché? Nessuno lo sa.

Nei prossimi decenni sparirà il motore termico e sarà sostituito completamente dalla trazione elettrica. Sarà un bene? Per lo smog nelle città senz’altro ma, se non cambieremo l’approvvigionamento d’energia, tutto rimarrà uguale: bruciare fossili in un’automobile od in una centrale elettrica non cambia molto.
Eppure, questa “paura” del riscaldamento del pianeta qualche buon risultato l’ha dato: pensiamo all’illuminazione a led, che ha rivoluzionato il mondo della luce elettrica. Con risparmi energetici di quasi il 90%.
Anche la trazione elettrica porterà dei vantaggi, ma desidero dedicargli un articolo a parte.

Ciò che non riusciamo a comprendere è che dovremo adattarci a sfruttare anche i modesti “salti” energetici – il ciclo Rankine OCR già ricordato, le basse cadute con grandi portate dei fiumi, le correnti marine, il micro-eolico, il fotovoltaico sui tetti, ecc – perché rappresentano un mare d’energia! Dobbiamo riconsiderare il mondo delle grandi masse e scarse velocità, che esisteva e fu abbandonato (in Italia) con la nascita dell’ENEL, che chiedeva “concentrazione e controllo”: serve una nuova generazione d’ingegneri, che non sia cresciuta nel mondo dei fossili, che non ne ricalchi il pensiero, per varare la produzione/consumo dell’energia in loco (riducendo gli inevitabili sprechi), senza rinunciare alla sicurezza delle grandi reti.

Personalmente – non voglio nascondermi dietro ad un dito – io credo nell’ipotesi antropica più che in quella naturale: ciò che mi ha convinto è la velocità del cambiamento, non i catastrofismi o le “certezze” dei cattedratici. Pensare di estrarre miliardi di tonnellate di fossili – ossia energia solare “condensata” in organismi per milioni di anni – e poi bruciarla in un secolo o poco più (e farla franca), è qualcosa che stride con i tempi geologici, come dare un’improvvisa accelerata nella vita del Pianeta.
Se la concentrazione della CO2 presente nel’atmosfera è passata dall’essere costante per secoli a 280 ppm a quasi 400 ppm, qualcosa vorrà dire: qualcosa che la natura non può capire e non può gestire. Troppo in fretta. Tutto, nel nostro tempo, è accelerato: più energia, più profitti, più rifiuti…insomma, un pensiero che ritiene la crescita un’iperbole, e non un ciclo come la natura ci mostra.
In questo sistema di pensiero, mi colloco appieno fra coloro che sostengono la decrescita, che non significa, in termini bruti, “consumare di meno”, bensì consumare quel che serve (senza far arrivare il colesterolo a 400!) nel modo più intelligente possibile.

Questa è, in sintesi, la mia opinione ma ne accetto altre, senza scompormi, a patto che non si confonda il Clima con la Meteorologia e che si portino sillogismi convincenti, non semplici link a questo o a quel sito, senza dare una spiegazione.
Come potete osservare, non ho messo link per “giustificare” il mio pensiero: penso che sia il dovere di chi è contrario farlo, ma portando i link come semplice fonte. Non come sillogismo.
Grazie per l’attenzione.

28 agosto 2018

Il ponte sul fiume Guai


Curiose affinità, a volte, legano i titoli, non scelti per semplice assonanza linguistica, bensì per ben precise somiglianze storiche: la battaglia del Nagaland (per la quale era essenziale, alle truppe nipponiche, proprio il famoso ponte del film) fu combattuta già in territorio indiano, e le truppe giapponesi ebbero l'appoggio di parte degli indipendentisti indiani. Vinta dagli inglesi, viene ricordata come la “Stalingrado orientale”.
Ma torniamo ai nostri ponti dei guai, i quali – se, da una parte, sembrano generare una marea di problemi, sollevando tonnellate di sabbia con la quale erano stati seppelliti veri e propri crimini di stato – dall'altra scoprono nuovi orizzonti: il governo, ha affermato di voler rivedere tutto il sistema delle cessioni in appalto ai privati ed ha speso una parola pesante, “nazionalizzazioni”. Anche se, a voler esser precisi, la proprietà del sistema autostradale è ancora dello Stato italiano.

Non riteniamo che la vicenda possa intralciare, oggi, i piani dei globalisti – proprio come i giapponesi non misero in crisi l’impero inglese – ma, almeno in Italia, il problema sta venendo a galla: difatti, tutto il problema del ponte – come ho ripetuto mille volte – è soltanto, per loro, quello che non esiste più il “corridoio” fra la penisola iberica e l'Est Europa, che transitava tutto su quel macilento ponticello in cemento armato. Come ho già ripetuto, non era stato previsto per simili stress, e il risultato s'è visto. Ma andiamo per gradi, sbucciamo lentamente la mela osservando attentamente ogni strato.

Il problema nei prossimi mesi

Se qualcuno ha ancora dei dubbi sulla fine del ponte, glieli toglierò subito. A meno di farlo saltare in brevissimo tempo, con una demolizione pianificata con l'esplosivo, gran parte del ponte verrà giù da solo.
Però, programmare un simile intervento non è cosa di pochi giorni: ci vuole un progetto preciso, per limitare al minimo i danni conseguenti. Bene ha fatto il Governo a sgombrare le case sottostanti (ma si costruisce un ponte sopra le case?!? Signori ingegneri, dove avevate la testa?) ed a cercare, da subito, una soluzione abitativa definitiva per gli sfollati: chi critica, ha ancora sul gobbo L'Aquila, Amatrice...e tutto il resto, fino al terremoto del Belice del1968: la foto che osservate non è del lontano '68, bensì dei nostri giorni.



Trovare una soluzione abitativa per migliaia di persone, però, non è cosa facile: le case non si costruiscono con la bacchetta magica, e vedremo come se la caveranno l'attuale Governo e le amministrazioni locali, fra le quali – pare di avvertire – ci sono già alcuni screzi, dovuti alle diverse pressioni politiche che sopportano, ma ci torneremo.

Perché il ponte Morandi verrà giù?

Perché il regime dei venti, in Liguria, non è costante ma a raffiche. Ve ne rendete ben conto su una barca a vela.
La potenza che il vento “scarica” su una vela – poniamo 10 metri d’albero – è complessivamente quella di una motocicletta di 250 cc: 20-25 Cv. Già, ma con venti deboli, chiamati brezze, al massimo 10 nodi, e la barca fa 3-4 nodi di velocità.
Quando il vento aumenta, la spinta (e la conseguente potenza) aumenta: e quando arriva una raffica di mezzo minuto a 50 nodi? La vostra, modesta “250” si trasforma in una 1.000 cc da competizione e, se l'equipaggio è esperto, la barca scivola sulle onde a 10 e più nodi, una velocità notevole per una barca a vela.
Torniamo al ponte.

I due spezzoni di ponte non sono più collegati fra di loro: il castello di carte, più o meno fragile, è ora fragilissimo, per la perdita della carta centrale, che ne faceva un corpo unico. Con raffiche a 50 nodi, i piloni vengono sottoposti ad una pressione micidiale, che dura poco, mezzo minuto, un minuto...poi, la pressione del vento cala quasi a zero, e ciò innesca un'oscillazione. Terminata l'oscillazione arriva una nuova raffica, che innesca una seconda oscillazione, che in parte si somma alla prima per l'inerzia stessa (il peso del pilone che oscilla), e la frittata è fatta. Simili situazioni meteorologiche capitano in periodi ben precisi: le cosiddette “tempeste equinoziali”, che avvengono intorno al 20 di Settembre, poi all'inizio di Novembre, come Genova ben sa.
L’esimio prof. Tedeschini – docente di qui e di là – ricorda che l’appalto per la demolizione deve essere dato in “gara europea” giacché non sussistono “situazioni di urgenza e pericolo”. Immaginiamo che l’esimio prof. Tedeschini non viva sotto un ponte, magari vicino ad un ponte, forse sull’Appia Antica. Non sanno proprio più a che santo votarsi.

Il primo passo, dunque, è quello di dare una casa a quella gente...requisirla, fornire fondi per acquistarla, oppure tramite lo IACP...qui non si deve badare a spese, e chissenefrega del 3% sul deficit: vengano signori, vengano da Bruxelles a spiegare ai genovesi perché devono passare l'Inverno nelle baracche o, peggio, nelle tendopoli. Venga, Tajani, venga lei che è italiano: non viene? Ha paura? Ha ragione ad aver paura.

Le decisioni del Governo (e di Atlantia)

 E' normale essere basiti: per fortuna, non capita tutti i giorni che un viadotto autostradale venga giù come un mucchio di ghiaia e il Governo, sulle prime, rimase proprio basito. Ma si risvegliò in fretta: si svegliò un poco incazzato, ma non perché era venuto giù il ponte, quello che li fece più incazzare fu il silenzio dei gestori, ossia dei Benetton.
L'atteggiamento dei Benetton fu possibile circoscriverlo con poche parole “non perdere soldi in questa vicenda”. Perché?
Poiché Atlantia aveva da poco lanciato un’OPA (una proposta di acquisto) per Abertis, l'omologa società spagnola che gestisce le autostrade spagnole più alcuni tratti nelle Americhe: non dimentichiamo che Abertis ha sede a Barcellona, mentre a Santander ha sede una delle banche più potenti del mondo (al 12° posto nella classifica mondiale, quando Intesa San Paolo, la più grande banca italiana, è solo al 35° posto). Questo per dire come l'operazione fosse ardita ed altamente remunerativa (e dunque costosa).
Bisogna ricordare che, nel 2007, Benetton rischiò proprio di farsi portar via “l'osso” delle autostrade italiane da Abertis ma, con “l'aiuto” dell'allora governo Prodi, riuscì ad aggiudicarsi la gara. Meglio che resti in mano italiane, qualcuno pensò: i genovesi non sono proprio d’accordo. Però, il contendente era sempre lì, sul campo e le due società si confrontarono per la gestione di tratti autostradali in America Latina.
Che fare, si pensava a Treviso?

Se non puoi fermare un nemico...trova il modo di fartelo amico...oppure: compralo!
Così, in questi ultimi 10 anni, è iniziato un piano di “risparmio” che doveva condurre ad ammucchiare un “tesoretto” per comprare gli spagnoli. Non a caso furono sempre rinviati i lavori per aggiornare i due piloni privi di stralli esterni (mentre il primo era già stato “aggiornato” dallo Stato nel 1993)...ma sì, non crollerà...compreremo Abertis e poi si vedrà...S'è visto.
Tutta la rete italiana ha bisogno di una colossale manutenzione, poiché, per anni, l'imperativo è stato “un fiorino”, ossia il pedaggio autostradale visto come una tassa, come nel noto film di Benigni e Troisi. I documenti “sensibili” - ossia i piani di manutenzione – segreti!
Date voi uno sguardo, tutte foto recenti:






Si potrebbe continuare per pagine e pagine.


Lo stato delle autostrade italiane (e non parliamo delle strade, da quando l'ANAS non ha più avuto i proventi delle autostrade!) è degenerato: la corruzione, l'assunzione in Atlantia di manager prima statali – la secretazione degli atti!!! - ha fatto il resto.

Così, per anni, abbiamo pagato “un fiorino” affinché Benetton potesse comprare Abertis e…diventare sempre più ricco. Non s’è interessato molto del “problemino” generato a Genova – ai morti, a chi perderà la casa, anche alle difficoltà che la sua “assenza” nella manutenzione ha arrecato al primo porto italiano – no…s’è fatto vivo solo quando le azioni di Atlantia hanno iniziato a crollare in Borsa. Eh no, fate delle “comunicazioni sociali” perverse…così non si fa…mi fate perdere la possibilità d’acchiappare l’odiato rivale e diventare ancora più ricco. Alla fine, ha preferito salpare con il suo yacht: meglio stare fuori dalle acque territoriali…non si sa mai…

Il ripensamento del Governo, a questo punto, è diventato un altro: perché lasciare queste galline dalle uova d'oro in mano ai privati? Ed il ripensamento è totale, giacché qualcuno ha detto: ma...e le frequenze televisive?
Non dimentichiamo che la storia ha qualcosa di grottesco ed una parte inquietante: fra il 1984 ed il 1985 Bettino Craxi firmò la legge Mammì, ricordata da tutti come i “decreti Berlusconi”. Il grottesco è che Berlusconi era un amico e Craxi: fu, addirittura, testimone alle nozze con Veronica Lario. Il tragico è quel che avvenne dopo: un gestore di proprietà statali divenne a sua volta “principe”, e giunse alle più alte cariche dello Stato. Di quella vicenda, Vittorio Feltri ebbe a dire:

“Per quattordici anni, diconsi quattordici anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l'altro la perla denominata 'decreto Berlusconi', cioè la scappatoia che consente all'intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna.”
(Vittorio Feltri, L'Europeo 11 agosto 1990)

Si noti: Vittorio Feltri dopo pochi anni, gravitava già nell'orbita della stampa dominata dal Cavaliere.

Qui non si tratta di giudicare Berlusconi o chi altro, bensì un principio: fino a che punto può, uno Stato di diritto, recedere ai suoi compiti per affidare settori vitali al privato? Non si discute se, lo Stato, mette sul mercato un'azienda di cioccolatini, bensì beni essenziali in una società moderna: sanità, informazione, trasporti, scuola, difesa, energia, ecc.
Si noti che, nel caso di Berlusconi, non fu stabilito nemmeno un “tetto” o delle regole per le quali, un gestore di televisioni, non poteva possedere giornali: Feltri aveva ragione nel definire quel provvedimento “roba che non capita nemmeno nelle repubbliche delle banane”, poiché – dopo l’ingresso di Berlusconi – il livello dell’informazione italiana è precipitato a livelli da terzo mondo.

E le ferrovie?
Regalate a gente come Montezemolo, con il suo “Italo”, così l’alta velocità funziona bene (finché, anche lì, non capiterà qualcosa) mentre le tratte “popolari” sono diventate carri bestiame, ferrovecchio sul quale non investire un euro. Per fortuna, anche qui il nuovo governo se n’è accorto ed ha azzerato i vertici delle Ferrovie.

E gli ospedali?
Costruiti con i soldi degli italiani e poi…voilà…divenuti “strutture sanitarie” in mano a tutta una pletora di “imprenditori della sanità” che lucrano su tutto, vecchi e bambini compresi.

I risultati di tanto “svendere” quali sono stati?
Il paradosso dei paradossi è che, oggi, uno Stato messo alle corde da questa pletora di “efficienti privati” deve, per forza, rivolgersi per la ricostruzione del ponte all'unica azienda ancora statale (Fincantieri), un antico ricordo dell'IRI e di quando le aziende statali ricostruirono l'Italia. L'alternativa?
Fidarsi di aziende che hanno partecipazioni – a vario titolo – proprio con persone e società legate al gruppo Benetton, o a suoi sodali. Da Impregilo a Gavio.

E, qui, ecco che torna un nodo politico.
La Regione Liguria è governata da un uomo di Berlusconi, il Presidente Toti. Il quale, guarda a caso, nicchia: sì, però...il ponte va bene, però...Benetton ci ha dato dei soldi...
E perché ve li ha dati?
Per la ricostruzione, per le case, per l'enorme danno alla città...
E allora? Non doveva risarcire nulla?

Eh sì, ma...per adesso, fin quando non ci sono le risultanze della magistratura, almeno della commissione parlamentare...

Ecco, la posizione ambigua di Salvini: da un lato al governo con il M5S, dall'altro in “alleanza” con un fumoso centro destra, nel quale Berlusconi impera – non tanto per le percentuali di voto – quanto per il peso dei suoi ramificati rapporti che...da dove provengono?
Da quella cessione di sovranità, dai “decreti Berlusconi” di Craxi.

E' del tutto evidente che la responsabilità del disastro è di Atlantia, ossia di Benetton: certo...concediamogli almeno 10 anni di iter giudiziario, che se la Cassazione (come ha sempre fatto) boccerà diventeranno 20, poi 30 prima di una sentenza definitiva…
E i genovesi? Che si fottano: bisogna rispettare i tempi della magistratura. Questo raccontano dalle parti del PD e da quelle di Berlusconi.
Per ora, i due ragazzi tengono…avranno il coraggio d’andare fino in fondo? Oppure, quel continuo giocherellare con roboanti affermazioni, utili soltanto a spostare qualche numeretto nei sondaggi, li farà andare a fondo?

14 agosto 2018

Perché non ci ascoltano?

Dio lo volesse, che una volta tanto ci dessero ascolto. Invece, ci tocca sempre fare i profeti di sventure annunciate, di pericoli by-passati con un'alzata di spalle, oppure conclusi in chiesa di fronte alle bare.
Non ho mai parlato del “Ponte di Brooklyn” - come lo chiamano a Genova – anziché “Ponte Morandi” ma ho toccato più volte l'argomento in vari articoli, per denunciare la pericolosità delle autostrade liguri. L'ultima volta ponendomi una domanda retorica, ossia: “cosa sarebbe successo se il disastro di Bologna fosse capitato a Genova?” (1) In un'altra occasione, scrivendo una lettera aperta al ministro Toninelli (2), dove spiegavo che non è possibile continuare con le cure ai “pannicelli caldi”: bisogna cambiare radicalmente il nostro sistema di trasporti. Avete capito?!?

Un morto che camminava

Ogni volta che dovevo passarci, sudavo freddo. Avvertivo il tremito che, dall'asfalto, saliva al mio sedile ogni volta che sorpassavo un autotreno: un rumore come di rotaie, che corrispondeva ai rinforzi metallici posati sulla carreggiata. Inutili.
Per anni, sono stato testimone di lavori infiniti – manco gli Egizi ebbero tempi simili per le piramidi – ossia per “aggiungere ferro” (sotto forma di tiranti d'acciaio) per cercare di farlo stare in piedi, ancora un po', ancora un pochino...

Quando lo passavi, tiravi un sospiro di sollievo ma non avevi il tempo di rilassarti poiché, immediatamente, ti trovavi in una galleria poco illuminata con, allo sbocco, l'uscita/ingresso di Genova Aeroporto, poi una chicane degna di Montecarlo in galleria buia, seguita da un discesone che terminava in curva. A quel punto, anche se andavi piano, ringraziavi Dio, Allah, Jeova, la Trimurti e tutti i Buddha. Ancora una volta, il mio buon karma mi ha salvato.

Due parole su cosa può essere successo

La sera di Lunedì 13, osservavo da Savona il cielo verso Genova: dapprima, ho pensato ad uno spettacolo pirotecnico. Era veramente meraviglioso: una sequenza di flash illuminava non solo i nembi, ma anche i cumuli ed i cirri, pareva che Dio si divertisse a scattare in rapida sequenza dal suo comodo sedile, dalle nuvole dell'Olimpo.
Dall'interno della Liguria fino alle propaggini toscane era un continuo baluginare: no, non possono essere fuochi artificiali, questo è un temporale coi fiocchi, un nubifragio che si estende per tre regioni.

Mi sorprende come i “minimizzatori” abbiano la capacità di ridurre tutto ad “improbabile” - non impossibile! - senza considerare le connessioni multiple di causa/effetto. “Di acqua, su Genova, ne è sempre scesa mai tanta...” “di fulmini ne sono caduti...” “eh, il caldo non manca...” 
Quando, però, dopo il gran secco estivo, giunge improvvisamente una marea d'acqua, riempie i torrenti che diventano vere e proprie fiumare imbizzarrite e, guarda a caso, il pilone che ha ceduto aveva proprio i piedi a bagno.
Poi, il gran caldo, seguito da una precipitazione delle temperature di circa 10-12 gradi centigradi: e allora? Beh...una variazione così di temperatura, sui cavi d'acciaio...avrà qualche effetto? Secondo la Fisica sì, dopo un copioso allungamento, di mesi, un'improvvisa “strinata”...poi, a concludere lo spettacolo, un bel fulmine che colpisce il pilone. Magari proprio i cavi d'acciaio?

Sgombriamo subito il campo da ipotesi azzardate: il Ponte di Brooklyn sta ben fermo e ben piantato dal 1883. Ed avrà preso caldo, freddo e fulmini in quantità.
Nel nostro caso, invece, eravamo in presenza di un malato – e, questo, tutti lo sapevano, solo che speravano di passare la patata bollente al successore ed andarsi a godere la lauta pensione – un malato terminale al quale, per uno sbaglio, somministrano il triplo d'insulina destinata al vicino di letto.
Tutti sapevano che il ponte era un malato terminale, ma insistevano a tenere insieme i pezzi che si sfaldavano: pare che la morte c'infastidisca, al punto d'umanizzare anche le strutture.

Un po' di memoria storica

Il primo (ed anche l'ultimo) a rendersi conto che la cosa non poteva funzionare fu Bettino Craxi, nella seconda metà degli anni '80.
Un'autostrada costruita negli anni '50-'60 per il traffico dei turisti (pochi, come i soldi a disposizione) dei pendolari (pochi, le ferrovie funzionavano) e per i trasporti locali (e cosa vuoi portare, i pomodori in Spagna?!? C'avranno ben i loro!) iniziava a dare segni di “terza età”: diamo il merito a Craxi d'essersene accorto. O, almeno, d'aver ascoltato i suoi consiglieri. Oppure per una tangente? Va bene, magari anche per quello.
Craxi pose il problema ed il governo dell'epoca iniziò a studiare i costi per un “passante” che sarebbe dovuto passare alle spalle di Genova, da Voltri a Nervi, quasi tutto in galleria: chi era solo di passaggio (come gran parte dei TIR, che vanno dalla Spagna alla Romania e viceversa), poteva scansare tutti i rallentamenti dovuti ai 7 caselli dell'area urbana di Genova, e non scendere quasi in città a rompere i cosiddetti. Costo, 5,5 miliardi di lire. Poi arrivò Tangentopoli, e tutto passò in cavalleria.
Perché, la realtà di Genova è quella d'esser lunga 30 km e sottilissima, al punto che i viadotti dell'autostrada, oramai, in alcuni punti sono in piena città. Secondariamente, i genovesi sono obbligati ad usare l'autostrada per recarsi al lavoro o, comunque, per non infilarsi nel mortifero traffico cittadino: nel tratto autostradale di Genova, incontri anche autobus del trasporto locale, i camion dell'immondizia, ogni sorta di furgoni, furgonetti e camioncini.

Adesso, siamo al disastro

Maledizione! Avrà sbottato Toninelli: ma tutte a me devono capitare? Avrà telefonato a Beppe, a Genova... per sentirsi dire “belìn, sei proprio in una bella merda adesso...”
Pazienza per i genovesi, che dovranno tornare ad incolonnarsi ordinatamente, in coda, fra la Sopraelevata e l'Aurelia...non si troverà più uno scooter usato nemmeno a peso d'oro...ma il fiume di TIR super-globalizzati che macinano centinaia di chilometri e devono passare da lì?

Saggezza direbbe che, il primo lavoro da compiere, è sgombrare i due “mozziconi” del fu-ponte: non verrà mica, a qualcuno, l'idea di ripararlo?!?
Poi, andarsi a rileggere quello che il fu-governo Craxi aveva progettato di fare, oramai 30 anni fa.
Va da sé che dovranno collegare le due sponde del torrente Polcevera e, quindi, dovranno costruire un ponte provvisorio, per “cucire” insieme i due lembi d'autostrada interrotti.

Ma...non vorranno mica incanalarci, su quel ponte provvisorio, tutto il traffico dalla penisola iberica all'Est Europa?!? Dovranno deportare, per il casino che si creerà, una bella fetta di genovesi: va beh, ci sono le strutture lasciate libere dai migranti...prima gli italiani, giusto...
Perché, poi, bisognerà ricostruire il ponte, usando però l'autostrada come via di comunicazione quasi solo urbana: nello stato attuale, mi meraviglio che quel tratto autostradale abbia l'ok per la viabilità: mancano addirittura le piazzole per la sosta!!! Due corsie, gallerie strette, buie e macilente...e...fattele andare bene! Zitto e mosca! Ci vogliamo ributtare quei volumi di traffico, con sequele d'incidenti al seguito?

Datemi ascolto, almeno per una volta: obbligate i TIR in transito attraverso l'Italia ad imbarcarsi in un porto della costa spagnola ed a sbarcare a Genova, Marsiglia, Livorno, Napoli, Spalato, Patrasso...andata e ritorno...smettiamola di creare dolore, disastri, incidenti, morti, feriti, invalidi...solo perché i signori della “gomma” devono dettar legge?
La soluzione studiata per l'”emergenza” è brodo di giuggiole per i gestori delle autostrade: deviazione da Genova-Voltri ad Ovada, poi verso Milano, infine la vecchia Milano-Genova, fino al casello di Genova Ovest. In tutto, a spanne, un centinaio di chilometri in più: Benetton e Gavio ringraziano! Capiamo l'emergenza di qualche giorno, già meno quella di qualche mese...se poi sono anni, allora...è “compartecipazione ai dividendi”.
La vera soluzione si chiama: cabotaggio marittimo, ossia i traghetti,  perché il mare è enorme, non si pestano i piedi a nessuno, si risparmia carburante e gli autisti si possono riposare. I traghetti, oggi, superano i 20 nodi: in una notte ti portano da Barcellona a Genova, in 30 ore a Patrasso.

Se vi definite “sovranisti” o “populisti” dovrete comportarvi di conseguenza: dovrete scegliere se stare dalla parte della popolazione oppure con i Gavio ed i Benetton. Nel secondo caso, troverete come compagni “di cordata” anche Renzi, Berlusconi, Del Rio e tutta quella bella gente.

Le scelte politiche non sono proclami su Facebook: chi cerca solo il consenso elettorale può continuare così, a sbraitare sul Web. Ma, una persona ineccepibile come De Gasperi, ricordò: “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”. Ricordatelo anche voi, ogni tanto.

(2) http://carlobertani.blogspot.com/2018/06/caro-ministro-toninelli.html

12 ottobre 2014

Voglia di vomitare


Il mare è sempre lo stesso, la Lanterna anche, le navi in porto galleggiano – addirittura la Concordia – ed i torrenti fanno il loro dovere di portare l’acqua al mare in una città che sorge su una scarpata, dove gli orti si chiamano “fasce”, le strade “carruggi”, i sentieri “creuze” e gli alluvioni sono soltanto i disastri (non) annunciati d’Autunno, un evento ciclico, come la Fiera del Mare o quella di Santa Zita.


Il Bisagno è soltanto una vena, scavata sul fondo di una valle: peccato che il resto del vallone sia occupato da ogni sorta di scempiaggine cementifera. E’ tutta colpa della speculazione selvaggia degli anni ’60: mettiti il cuore in pace – baby – erano italiani cattivi che pensavano solo a far soldi e ad ingrassare mogli, amanti e puttane, mentre il Card. Siri si scervellava su come mandare gli ex gerarchi nazi-fascisti in Argentina. Il Vaticano ci metteva i passaporti e l’armatore Costa le navi: comodo no?

Oggi no, è tutto diverso: addirittura Marta Vincenti è sotto processo, andrà in galera...ahhhhhhhhhhhh!!!!

No: Aaaaaaagh!



Aaaaaaaagh perché sono stufo di scrivere di cazzate. Tutto è una scoordinata e mefitica cazzata, come quella di Paolo Barnard che va a puttane perché non gli hanno lasciato fare la MMT (si chiama così?). E bravo Paolino: un pompino è sempre meglio di un calcinculo, su questo siamo d’accordo, ma ricamarci sopra mi sembra una storia da dementi.

Così – in un vortice di bandiere osannanti – il popolo italiano si sarebbe ribellato, avrebbe portato il buon Paolino in trionfo fino a Palazzo Chigi – sgominando legioni di Carabinieri, Granatieri, Polizia, ecc – che avrebbe diramato la “Direttiva 1” mediante la quale sarebbe stata emanata la MMT. E già che ci siamo, anche la presidenza della RAI per il buon Paolo, il licenziamento in tronco della Gabanelli e una sorta di “esentasse” per le bocchinare di Palazzo.

Scendi dal letto, Paolo e svegliati: sei solo un giornalista che credeva di lavorare per la rete televisiva del sub-comandante Marcos, oppure per la libera Tv dell’Avana. Se esistono o sono esistite: no, fanno parte anch’esse dell’Oceano Cazzarolo, quello che bagna le isole Trash 1,2,3,4...

Mettiti il cuore in pace, Paolo: perché non apri un chiosco di bibite e angurie, panini e pizzette? Magari ci campi, ci ha campato pure il “pentito” Marino, e magari riesci ad imbastire una storia bislacca per incastrare la tua grande nemica e rovinarla nella polvere. Mai fatto sesso con la Gabanelli, vero? Ti credo sulla parola.



Altra enorme cazzata è la vicenda di Azzolini....azz...Azzolini...che riceveva fondi direttamente da Governo (Berlusconi) – senza passare attraverso la Regione Puglia (là c’era un “rosso”...) – per il suo bel porto di Molfetta. Peccato che il fondale fosse minato.

Non erano stati gli americani nella guerra mondiale – no, ovvio – qualcuno ha visto addirittura un aereo a pedali con le insegne dell’ISIS che lanciava bombe incendiarie. La storia finisce qui: anche la Marina si è stufata di sminare gratis – per cinque lire, manco un cane muove la coda – mentre i soldi erano già spariti (certo, la CMC di Ravenna ha fatto buon bottino), così anche il “rosso” è stato accontentato?

Ma anche questa non è una primizia, perché prima di Molfetta c’era stato Fiumicino, con il suo mega-porto turistico da 403 milioni di euro (pagati da noi tutti, tramite la Regione Lazio), e gestito da Francesco Bellavista Caltagirone, un nome, una garanzia.

Dopo il solito balletto dei subappalti, l’ultima azienda (quella rimasta col cerino in mano) eseguì i lavori per un centinaio di euro: trecento milioni spariti. Risultato: le passerelle galleggianti affondano in breve tempo, mentre la diga foranea presenta già segni di cedimento. Il commento del Comune: “Il prossimo obiettivo non sarà più un porto turistico, bensì un porto commerciale”. Eh, con quel che si è “mangiato” prima...un porto commerciale...almeno il triplo.

Ma prima ancora, Bellavista Caltagirone (grand-guignolesco patron del gruppo Acqua Pia Antica Marcia di Roma) aveva “lavorato” per il porto turistico di Imperia, insieme a Scajola detto “a mia insaputa”: anche qui inchieste, proscioglimenti, rinvii a giudizio...insomma, il solito marcio di palude, altro che acqua.



Cazzate, cazzate e cazzate, contro le quali si scontrano e sono sconfitte tutte le intelligenze di questo Paese: l’ultima è il decreto di Renzi che foraggia e sostiene gli inceneritori. Anche all’estero lo fanno, ma conferiscono in discarica l’1-3% del totale, mentre noi sfioriamo il 40.

Proviamo con la cultura, ultima spiaggia: entriamo in libreria.



In libreria, nelle posizioni migliori sono sciorinati libri d’alta cultura: si va da “Cucinare con le salse” a “Cucinare con le salpe”, per finire con un “Come acchiappare il principe azzurro e tenerselo”. Le iconografie sono un po’ diverse: nei primi casi gonne appena sopra il ginocchio, della serie “l’ho già preso e lo devo solo trattenere” – con tanta buona cucina ed una buona dose di sesso (non ostentato, per carità: reggicalze e guepière possono stare benissimo sotto il castigato completo gonna/pullover, come fanno le afgane con il burka) – mentre nel secondo caso (maschio da acchiappare) l’immagine di copertina è un melange, una pozione elaborata con abili percentuali di Cappuccetto Rosso, Heidi ed una discotecara soft.

Fin qui abbiamo scherzato: poi, ci sono i libri seri.

“Il camposanto della notte del terrore”, “Il cimitero degli zombie danzanti”, “Il camposanto ritrovato sotto la Coop”, “Il cimitero degli elefanti sbroccati”, eccetera.

Eros e Tanathos tengono banco per un buon 50% della “cultura”, almeno nelle terre delle “casalinghe di Voghera” dove – nonostante l’apparenza della più assoluta “normalità” – le donne tradiscono più degli uomini, i fine settimana all’insegna del ritrovo sexy trasgressivo sono oramai all’ordine del giorno e – lost but not least – si ammazzano un paio di donne il giorno.



Cosa deve fare una persona che sa scrivere e – spera – di scrivere anche qualcosa di utile, che serva a comprendere i molti arcani di questa epoca bislacca? Filosofi, cattedratici, artisti...tutti “organici” – come li definiva Gramsci – ossia richiamati all’ordine e maggiordomi della politica, oggi si dice “embedded”.



L’energia? Quando Rifkin venne in Italia osservò, in lontananza, le Alpi da una stranamente limpida Milano: qualcuno gli spiegò che era una catena che versava acqua nella Pianura Padana lunga più di mille chilometri. Ogni chilometro un rigagnolo, un affluente, poi un fiume, quindi un grande fiume.

Il filosofo dell’energia si voltò e disse: “Ma come fa un Paese come questo ad avere problemi energetici?” e (aggiungo io) un migliaio di chilometri di penisola zeppa di sole e vento?



Vi confesso, non so più cosa fare. Capisco Barnard, lui la getta in farsa con la storia dei pompini: nemmeno con la MMT, però, risolveresti qualcosa. Se prima non cacciamo questa gente che sperpera 60 miliardi l’anno (corruzione italiana secondo l’UE) ma forse di più, come sostenevo nel precedente articolo. Forse 150.



Immaginate cosa si potrebbe fare con...diciamo...100 miliardi in più a bilancio? Paghiamo pure i debiti con 50: ne restano altri 50 per investimenti o reddito di cittadinanza, oppure entrambi.

Convinciamoci, una volta per tutte, che il solo problema italiano è stato la ladroneria scatenatasi come un’iperbole dopo Tangentopoli. Di là dal fermare il processo, Tangentopoli dimostrò com’era possibile rubare e farla franca, come sta succedendo oggi.



Io non so più cosa raccontare: mi alzo la mattina e mi guardo attorno. Mentre vado dal panettiere mi chiedo: ma è mai possibile che tutta questa gente sia stata lobotomizzata? Fino a questo punto? In Francia, in Germania, in Spagna...parlo alcune lingue ed un po’ l’Europa l’ho girata...in nessun altro Paese vige questo lassismo nauseabondo, questo cambiare le leggi secondo il reato ed il “pedigree” dell’indagato. E tutto va bene, va bene così.

Tutte le mattine c’è una lotta con me stesso, accendo il computer: ma cosa posso ancora dire? Cosa c’è ancora da capire? Abbiamo capito che il M5S non ce la farà a ribaltare la musica: soluzioni? Scappare o ribellarsi: ne siamo capaci? Altrimenti, non resta che ballare sul relitto, fin quando non cadrà a pezzi.



Adesso scatenatevi pure, non ho nulla da difendere o da perdere.