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12 settembre 2010

Ottimi pulpiti per pessime prediche

Lo “sport” della “festa di qualcosa” o, se preferite, il turismo “politico” (ah, ah, ah…) delle feste di fine Estate non c’ha mai strufugliato i chirillaccheri.
Perché?
Poiché lo riteniamo un inutile parterre che sorregge i potentati di qualsivoglia colore, ardore, motore, candore o torpore: si va dalle “festosissime” feste del PD alle “apocalittiche” – anzi, verrebbe da dire, apodittiche – feste del Guardarbuono, alias Mirabello. Passando, ovviamente, per quelle più “cult” (o “cool”, o “cul”, mah…) come il Meeting di Comunione e Liberazione o quello di Cernobbio, per finire alla Sagra della Trippa di Cincischiatico Inferiore.
In mezzo a tanto bailamme, trippame e govername, un bel dì – direbbero i Fratelli Grimm – qualcuno si presenta ad una Festa come le altre e si mette ad urlare “basta con ‘ste ca..ate!”. E lo sottolinea con un fumogeno.

A parlare era un sindacaloste, ovvero un personaggio che gestisce un’osteria consortile con ambizioni in divenire di Società di Mutuo Soccorso. Soccorso per chi dovrà soccorrerlo, alla bisogna con un concorso od un ricorso, quando l’osteria iniziasse a far acqua e, dalle sentine, qualcuno iniziasse ad urlare “si salvi chi può”. Gia, dalle sentine, forse troppo tardi.
Ma così va il mondo e, due signorotti – del Senaldacato – s’appressano al medesimo scranno per udir medesimi fischi, conditi con frizzi e motteggi un po’ oltre le righe, come fuor di spartito son le sere d’Estate nelle quali un Governo, un po’ tronfio che perde nei viottoli pezzi e sentenze, lazzi e giacenze, s’appressa nel dire che tutto va oltre che bene: va meglio.
Siam tutti felici, con crisi dapprima sbiadite poi poco annunciate, infine calate con saggia sapienza di video-dipendenza, ma subito annuite per il poco che basta, appena un tratteggio con gaio volteggio, per dire con calma che tutto è passato e anzi, a ben dire… non c’è manco stato!

Lì ad ascoltare – passavan per caso, fra trancio ad un euro di pizza scaldata e birra stantia sol buona pe’ rutti – de’ giovani ignari, che tutte le avean provate per farsi ascoltare da tanto consesso. Lì giunti altre volte, per aprir lo dibattito con Grande Bersano, con Fiero Fassino, Nocchiero D’Alema, ma mai ascoltati.
Sì giunge la sera di tanto Bonanno, col quale si deve sentir raccontare che mai più inimicizia! Neppure mestizia! Mai più contrattacco! Neppure contratto!
Si deve ascoltar, meditare e tacere, sondando nel fondo di tanta sapienza il succo d’estratto che tanto arrovella – se lasci incantar da si tanta novella chi regge il timone in cupa procella… – e poi ritornare, sbattendo lattine di birra già vuote cercando quel centro che mai s’approfitta di piede un po’ brillo, per gioir di giustizia.

Ma ecco che uno, qualcuno o nessuno, s’approssima al palco e stufo di nenie cantate con barboso spartito, ribella lo spirito e giunge con gaudio ad urlar con prontezza: “Ma quale schifezza!”
Oddio, non l’avesse mai fatto!
Neppur fumanti pistole d’anarchico truce scatenan si tanta veemenza!

Dai colli e poi giù, fin al piano, già squillan le trombe che chiaman lo popolo a strippar sulle cotiche…pardon, scribacchiar sulle pagine…di tanti giornali fra tutti diversi che magistralmente, per divino volere, per una giornata canticchiano in coro: giammai lo Bonanno sgrappato allo scranno! Giammai la schifezza di Schifano oltraggiato! Sia fatta giustizia, si muovan gli aedi, che ruttino in faccia a si tanta vergogna d’aver oltraggiato lo signor Senalcato!
Già, ma non si puote chiamar alle armi chi già sta in trincea a difender le buone, rutilanti ragioni di chi sta al potere per regger le schiere che debbon vegliare…e quando la calma sia troppo corrotta…scatenar nella notte le tumide fiere! Neppur più s’ascolta messer Minchiolini, straripante Costante, trombon Lernerone.

Ci vuole del nuovo, un Parsifal domo, che tante ne disse per esser ammesso a desco perenne, laddove l’asceta si fonde nel grasso di manzo che cola a bizzeffe…che sia una Canossa, urlaron dai quattro cantoni che reggono il moccolo al sior dé ladroni!
Trovarono un giovine…a dire pel vero un poco azzimato, ma tanto passava il convento assetato di furor di vendetta…scovaron così messer De La Sierra, de nome Michaele[1].

Di focosa baldanza, con buon pedigree di lupo ammansito a costate di manzo, lo fecero scrivere su buon canovaccio, creato con straccio intriso di lacrime di buon sindacato, signorile Senato, condito con sangue di buon comunista sbattuto con vin di sapiente sacrista.
E il giovane prono si mise al lavoro, sentenziando con forza che mai si dovrebbe scatenar la procella nell’Agora bella, laddove con tanti chinanti contanti si mutan le idee e si forgian le schiere! Qualcun ha canzon da cantare? Diversa nel ruolo, nel tempo e sonata con semplice ardore in un bel Mi minore?
Che vada – perdio! – a dirlo per bene, con tanto di schiene che urlan sudore, prostrato con garbo, attendendo lo tempo che tutto acconsente. Col tempo occorrente.
Se poi saran anni…o lustri o decenni…che volete che sia: il tempo è un’arpia! Non fateci dunque colpa o misfatto, se tutte le buone che avete tentato mai furon congiunte a timido afflato! Provato con il…sindacato?
Ma il tempo è memoria, e nulla cancella.

Così ci ritorna, alla mente ed al Cuore, un tempo lontano, nel quale messer De La Sierra urlava lontano – ancor più potente di stazion di Coltano! – che tutte ignominie, arrovelli e dolori che provan le genti sottengon un sale che sa di mestizia: la colpa è di chi non conosce giustizia, avvelena le piazze con sudor di menzogna, commina ingiustizie con sapor di rettezza!
Già, ma di tempi lontani parliamo, quando un giovin Michele scriveva da Cuori a Dolori, da Speranza a Mestizia. Passati lo sono quei tempi – sappiamo – e mai torneranno come rondine al nido.
Così, senza Cuori né Mali che traggano almeno l’umor di risata, quei giovini (arguti?) han tentato sortita, coronata da effetto. Di sera d’Estate.

Che dici Michele: si torna a far Cuori…o sono dolori?

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.