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21 novembre 2019

ET sta arrivando

Non sono certo le mille fregnacce del governo e dell’opposizione a rendermi perplesso, e nemmeno le mille disgrazie economiche: previste, annunciate, poi scorporate, quindi riammesse…nel gran calderone della politica e dell’economia: si sta muovendo qualcosa di serio da tutt’altre parti.

La prima notizia è giunta dalla NASA, poche settimane or sono: d’ora in avanti, non vogliamo più sentir parlare di Oggetti Non Identificati in cielo…beh…consideriamoli come “elementi non censiti nelle aeronautiche terrestri” o qualcosa del genere, insomma, ci sono cose che volano in cielo che non sappiamo cosa siano. E non sono, sia chiaro, palloncini sfuggiti ai bambini al luna park né palloni aerostatici dispersi dai meteorologi: non possiamo dirvi chiaro e tondo che sono extraterrestri – perché, ad onor del vero, non lo sappiamo nemmeno noi (?) – però ‘sta roba può essere pericolosa per il traffico aereo, quindi – cari piloti – state accuorti.

La comunicazione della NASA giunge a proposito, perché – grazie alle mille diavolerie informatiche oggi possibili – nessuno prendeva più troppo sul serio i filmati degli UFO, giacché il sospetto veniva: questi, tanto per guadagnare contatti su Youtube, macchineranno chissà che cosa. Invece è proprio la NASA a dirlo: non sono roba nostra e ci sono veramente.
Aggiunge anche, a pochi giorni di distanza, che su Marte c’è acqua ed una quantità “interessante” di Ossigeno: partiamo?
La NASA è in vena di scherzare, oppure hanno ricevuto l’ordine di mettere una ciliegina in più sulla gran torta della comunicazione planetaria? Può essere, ma non sono mica i soli.

A giro di ruota, parla anche Padre Funes, (astronomo e professore di fisica all’Università del Salvador a Buenos Aires), gesuita ed ex direttore della Specola Vaticana – che è il centro di ricerca scientifica della Chiesa Cattolica, munito anche di un osservatorio astronomico – e sentite cosa dice:

“Gli Ufo sono oggetti reali le cui strutture, velocità e traiettorie, sono state sia fotografate, sia registrate dai radar. Quelle navi di lontani pianeti sono state più volte inseguite dai nostri aerei militari. Da due degli Osservatori, molte volte ho seguito le evoluzioni degli Ufo. Quasi sempre essi seguivano dei “satelliti” o i missili che li mettevano in orbita, ma sempre ad una certa distanza, come per non disturbarli con il loro campo magnetico. Quando i “satelliti” entrano nel cono d’ombra della Terra, essi spariscono; per contro, gli Ufo rimangono luminosi e cambiano generalmente rotta, e questo a velocità fantastiche. Una notte e senza dubbio per la prima volta al mondo, abbiamo seguito uno di essi al telescopio. Tutto ciò è assolutamente certo e controllato da tecnici”.

Qui, c’è poco da aggiungere, ma sono altre ancora le “rivelazioni” che fanno pensare.

Da qualche anno a questa parte, il maggior fenomeno editoriale italiano è quello di Mauro Biglino, lo studioso torinese che, traducendo letteralmente dall’antico ebraico la Biblia Hebraica Stuttgartensia, un testo masoretico contenuto nel cosiddetto Codice di Leningrado, ha “rivoluzionato” le nostre conoscenze dell’Antico Testamento (e parte del Nuovo).
Ovviamente, non ho alcuna competenza per giudicare il lavoro di Biglino, però le tesi contrarie al biblista torinese – ho notato – non sono così “virulente” come ci si potrebbe attendere. Soprattutto nei confronti di chi – bene o male – sostituisce Dio Padre con un extraterrestre un po’ bisbetico e parecchio arrogante!

Ma non basta ancora, perché – recentemente – ha pubblicato un nuovo libro nel quale va a “rivedere” anche il Nuovo Testamento, nel quale Gesù Cristo potrebbe non essere più un pescatore con la strana abitudine della parabola per ogni occasione, bensì un semidio che doveva riscattare il popolo ebraico dalle sue mille e una vicissitudini. Certo, da Dio dei Cristiani a semidio fallito per gli Ebrei, di acqua ce ne passa.
Per cercare di capirci qualcosa di più, non stiamo a disquisire sulle sottigliezze di una traduzione, ma osserviamo con franchezza ciò che la Scienza ci dice e le prove che porta per dimostrarle.

Sia Biglino e sia Geremia Sitchin, riportano che la vera Storia c’è stata negata nei suoi assiomi fondamentali, vale a dire per il dubbio sulle nostre origini: se la teoria creazionista richiedeva forzatamente la Fede per crederci, nemmeno l’evoluzionismo darwiniano ci spiega poi molto.
Sulle basi della teoria evoluzionista di Darwin non c’è nulla da obiettare: è ovvio che chi è dotato del miglior “corredo” per un determinato scenario, esce vincitore su chi era in possesso di un “corredo” – maggiore, minore, stupendo, fatiscente, ecc – ma inadatto ad interloquire con quello scenario.
Basti riflettere che chiunque di noi – Homo Sapiens Sapiens – dotato di conoscenze iperboliche rispetto a 100.000 anni fa, non sopravvivrebbe più di qualche giorno in quell’ambiente.

In buona sostanza, non verifichiamo i percorsi storici dall’analisi dei fatti, bensì dalla ricostruzione degli eventi operata mediante le nostre conoscenze attuali, senza considerare le mille differenze – culturali, scientifiche, economiche, spirituali, ecc – rispetto al periodo interessato. E adattiamo i tempi – inesorabilmente, anche se ci sforziamo di essere “clementi” con quei poveri ignoranti del tempo antico – ai nostri tempi, al massimo annacquandoli un pochino, e ci sembra sufficiente questa operazione misericordiosa per assolverli e, dunque, confermarci nel nostro ruolo d’infallibili tessitori delle trame della Storia. Un fenomeno che è definito non-contestualizzazione storica.

Operiamo un semplice esempio: l’ultima glaciazione terminò circa nel 10.000 a. C. Subito dopo vi fu un apocalittico scioglimento di ghiacci – dalle Alpi alla Scandinavia, mica un “allarme rosso” dei nostri giorni! – che, si ipotizza, terminò intorno al 9.600 a. C. Un po’ pochini 400 anni di alluvioni? Avvenne quello che fu ricordato in molte tradizioni come il “diluvio universale”? Non lo sappiamo con certezza, possiamo solo ipotizzare che parte del mondo euroasiatico, almeno dal 9.000 a. C., sia stato “agibile” per i nostri progenitori.

La piramide di Cheope fu costruita intorno al 2.600 a. C., Babilonia circa nel 2.000 a. C., ma se consideriamo la capitale dei Sumeri, Ur, giungiamo al 3.800 a. C., ossia a soli 5 millenni dallo scioglimento dei ghiacci!
Insomma, in un periodo di circa 5-7.000 anni l’umanità conosciuta dovette mettere assieme tutte le conoscenze per passare dal nomadismo alla sedentarietà: agricoltura, allevamento, metallurgia, trasporti, conservazione degli alimenti, scrittura, classi sociali, ecc. Ed avere tempo sufficiente per costruire (come, poi, è ancora un mistero) il manufatto più alto del Pianeta, che restò tale fino al 1.300 d. C., con la costruzione della guglia della cattedrale di Lincoln, in Inghilterra.  Può essere?

Chiediamo aiuto ad un bravo scrittore, Jared Diamond, per il suo bellissimo “Armi, Acciaio e Malattie”: ben scritto, ben costruito e ben bilanciato fra Scienza ed ipotesi scientifiche, laddove cerca proprio di dipingere i “movimenti” degli ultimi 9.000 anni.
Diamond “concede” poche migliaia di anni per la domesticazione delle piante e degli animali, per la metallurgia e tutto il resto. Ma noi, osservando i secoli più prossimi a noi – sui quali siamo meglio documentati – possiamo dire altrettanto sulla capacità umana di fare “presto e bene”?

I primi mulini ad acqua comparvero durante l’impero di Augusto, ma dopo? Quanto tempo ci volle per giungere ad una generale e diffusa macinazione dei cereali senza più ricorrere alla forza fisica, umana ed animale? Altri 1.000 anni.




Quanto ci volle per capire che la trazione animale era la metà di quella che si poteva trarre da un cavallo, se non si usava la “collana”, ossia un anello piuttosto spesso (fatto con cuoio e paglia all’interno) che appoggia sulle spalle dell’animale e non sul collo? Per millenni tutti legarono un cappio (non scorsoio! Fin qui c’arrivavano…) od una cinghia al collo dell’animale, che in questo modo faticava di più perché respirava male, ma solo poco prima del Rinascimento si comprese finalmente l’inghippo e si dotarono i cavalli della necessaria, nuova bardatura. Quel, all’apparenza, modesto artifizio raddoppiò la potenza trainante di tutti i cavalli da tiro e concorse parecchio allo sviluppo del Rinascimento: ma ci vollero migliaia d’anni.

Fenici, Greci, Romani e popolazioni medievali varie navigarono, ovunque: andarono nelle Americhe e fino in Oceania, ma solo nel tardo Settecento gli olandesi s’accorsero che i pennoni, se collegati all’albero per uno dei vertici invece che nella parte centrale, potevano ruotare, e dunque “raccogliere” il vento molto meglio dai quadranti al traverso e, addirittura, sfruttare venti che avevano un angolo con la prua (oggi, si arriva a circa 35° da prua): si poteva andare controvento! Finalmente!
Eppure, a poppa, i grandi velieri avevano spesso una modesta vela latina (più o meno come quelle inventate dagli olandesi) ma a nessuno passò per la mente d’espandere quel concetto. Migliaia di anni a remare controvento.


Vele olandesi di fine '700


Gli stessi motori automobilistici – ossia strumenti che sfruttano cicli chimici/termodinamici per trasmutarli in forza motrice – ci misero quasi tre secoli, dai primi esperimenti di trazione a vapore, per giungere agli affidabili motori a ciclo Otto: quasi trecento anni!


Ora, tornando a Diamond che immagina 5.000 anni come sufficienti per giungere da una società di cacciatori-raccoglitori ad una società stabile, stanziale, che si è data strutture affidabili in tutti i campi, al punto di poter meditare di costruire opere ciclopiche, vi sembra coerente?

Questo è un bell’esempio per comprendere ciò che intendevo all’inizio dell’articolo: “pensare all’evoluzione dei nostri antenati con la mentalità moderna” soprattutto per quanto concerne i tempi.

Diamond spiega che le aree di scelta delle sementi e delle piante da frutto erano, per forza, i cessi. Sì, i cessi del villaggio, ammettendo che gli antichi avessero aree adibite per i bisogni corporali e non la facessero dov’erano e senza preoccuparsi molto di chi passava lì vicino: d’altro canto, ancora nel Medio Evo, la facevano nel vaso e poi la buttavano dalla finestra. Ma, ricordiamo, che per giungere ad un villaggio con aree stabili per la deiezione, bisogna essere stanziali, e non nomadi. Quindi, una piccola difficoltà già all’inizio.

Cosa facevano i nostri antenati nelle aree di “scarico”?
Ovviamente – sempre seguendo l’ipotesi di Diamond – mentre la facevano, osservavano, non avendo ancora Topolino da sfogliare. E cosa notavano? Delle piante, cresciute in un humus molto ricco di principi nutritizi, che derivavano per forza da semi passati attraverso l’intestino – interi – e che avevano germinato.
Sorvoliamo sul fatto, già di per sé strano, che dei semi passassero indenni alla forte corrosione dell’acido cloridrico che abbiamo nello stomaco e mantenessero la capacità di germinare, come facevano a sapere quali erano da raccogliere e da seminare?
I più grossi, ovviamente.

Ma, quei semi – cresciuti in mezzo agli escrementi – godevano di una condizione privilegiata (ricchezza di nutrienti) che poteva migliorare il fenotipo, ma che non poteva influire minimamente sul genotipo!
Con questo “strano” metodo di selezione, si poteva verificare la “sorpresa”: ossia che seminati in campo aperto dessero dei risultati deludenti, perché il genotipo non era affatto cambiato, i semi s’erano soltanto trovati in un ambiente più propizio.

Oppure, dobbiamo sostenere che dei cacciatori-raccoglitori nomadi cogliessero dei semi di graminacee e li selezionassero scegliendo i più grossi, sapessero (e come avevano fatto a capirlo?) che dovevano metterli sotto terra – né troppo e né poco – aspettare molto tempo, ripassare da lì e verificare cosa era successo: un ragionamento perfetto per un uomo del nostro tempo, ma possiamo affermare che sicuramente le cose sono andate così? Per della gente che ammazzava qualsiasi cosa gli capitasse a tiro con asce e lance con la punta di pietra? Per le quali l’orizzonte temporale degli eventi era limitato al “qui e ora”, ossia giungere a fine giornata con la pancia, perlomeno, abbastanza piena?
No, nessuno è in grado di farlo.

Senza criminalizzare Diamond, sono soltanto ipotesi molto nebulose, anche se “dilatiamo” le possibili date di qualche millennio, se ammettiamo che giunsero prima all’allevamento del bestiame… non sono mille anni in più od in meno a fare la differenza.
Ricordiamoci che né i Greci e né i Romani s’accorsero che le bardature dei cavalli sottraeva loro la metà della forza da tiro dell’animale e che, per “provare” a variare il punto di collegamento dei pennoni delle vele, si giunse quasi all’Ottocento!
Insomma, i nostri antenati fecero un passo così complesso – che richiede conoscenze, anche empiriche, ma molto variegate – mentre i nostri avi più vicini a noi non furono in grado di provare, per secoli e secoli,  a collegare una vela in modo diverso?

Come potrete notare, si possono – parallelamente – costruire anche altre ipotesi: i primi reperti metallurgici ritrovati datano circa 5.500 anni prima di Cristo, perciò, prima, erano veramente cavoli amari andare a caccia con le punte di selce.
Finalmente, nel 5.500 a. C., grazie all’uso dei metalli la caccia diventa più proficua e quindi tutto prende una nuova accelerazione, impensata fino a quel momento…ma…tutto questo avviene solo 2.200 anni prima d’edificare la città di Ur e d’inventare la scrittura cuneiforme? 3.000 anni prima di costruire la piramide di Cheope (senza conoscere ancora il Ferro)? Sono sempre i tempi ad essere troppo “compressi”: già, oggi andiamo di fretta…

Se, invece, cerchiamo conforto negli abissi del tempo, c’è veramente poco da star allegri. Possiamo affermare che l’Homo Sapiens esiste da circa 200.000 anni, ma per il resto…gli antropologi ed i paleo-biologi si danno da fare, certo…ma è il “quadro” ad essere troppo distante nel tempo, dovendo ricavare tutto da frammenti di ossa e qualche raro utensile, sempre col dubbio che quel pezzo di pietra scheggiata sia capitato lì per caso, abbia una datazione differente…insomma, è un mestiere per gente che non si fa spaventare dai grattacapi, avendo di fronte il puzzle più complicato che possa esistere.

In fin dei conti, tutto si basa su poche centinaia di frammenti di crani e di ossa lunghe, mentre i crani completi non sono più di qualche decina, ad essere molto “larghi”. E, soprattutto, pochissimi indizi riguardanti gli aspetti culturali (caccia, altri alimenti, abitazioni, ecc)…ne consegue che le uniche prove certe sono le dimensioni, i volumi cranici e poco altro.



Basti pensare al rompicapo della convivenza nell’Africa Meridionale di due specie d’ominidi, l’Homo Abilis – che visse fra i 2,4 e 1,44 milioni di anni fa – e l’Homo Erectus – che visse fra 1,8 ed 1,3 milioni di anni fa.
Mentre l’Homo Abilis era abbastanza piccolo, sul metro, o poco di più, forse ancora quadrupede ed aveva una capacità cranica di circa 500 cm3, l’Homo Erectus aveva un’altezza quasi come la nostra, era bipede ed un volume cerebrale di circa 1.000 cm3 (Homo Sapiens 1.300 cm3), conosceva ed usava il fuoco e si presume avesse un embrione di vita sociale.
Due specie d’ominidi così diverse vissero negli stessi territori per 500.000 anni? E si estinsero quasi contemporaneamente?

Senza volerne nei confronti dei paleo-biologi, mi sembra piuttosto curioso che due specie così diverse siano riuscite a “sopportarsi” (ossia a non eliminare l’altra) per un periodo così lungo. E poi, quella strana estinzione contemporanea, mentre si era ancora lontani un milione di anni dall’Homo Sapiens?

Passiamo ora ad una storia di tecnologia più “digeribile”, che riguarda il calcolo automatico.
Ci furono parecchi studiosi che s’interessarono al calcolo automatico, fra i quali Pascal e Leibnitz, ma fino al 1790 non si uscì dal sistema della ruota ad ingranaggi, derivata dagli orologi, per quanto complessa essa fosse. Fu un ignaro progettista di telai per tessitura ad applicare la teoria del calcolo binario, ossia Joseph-Marie Jacquard che inventò il telaio automatico, a funzionamento ancora manuale, ma con il controllo dei movimenti affidato a schede perforate. Sì/No: vi ricorda qualcosa?



Telaio di Jacquard


Alcuni matematici più solerti d’altri – Charles Babbage ed Ada Lovelace (figlia del poeta Byron), ad esempio – compresero che il principio del calcolo binario sarebbe stato il futuro del calcolo automatico.
Passarono gli anni: quel che mancava era qualcosa che potesse leggere un codice acceso/spento in una sequenza: finalmente, nel 1946, gli USA ci riuscirono con ENIAC – il primo calcolatore elettronico generalmente accettato – che pesava “solo” 30 tonnellate, aveva 18.000 valvole termoioniche ed alla sua prima accensione assorbì così tanta energia da mandare in black-out la rete elettrica di Filadelfia.


ENIAC

Ma, nel 1948…scocca il fulmine! Finalmente, la Bell Technology inventa il primo transistor funzionante!
Da dove viene? I modelli precedentemente costruiti non funzionavano ed avevano dimensioni troppo grandi…dal transistor si passò poi ai bit e decollò l’informatica che oggi conosciamo.
Ma cosa successe nel 1948?
Niente d’importante…ma nel 1947 – si dice – qualcosa “piovve” su Roswell, un ameno paesino di campagna americano…qualcosa che nessuno riusciva a capire come funzionava…però, l’anno dopo William Shockley, il direttore del progetto della Bell, vinse il Nobel! Forse, da un pezzettino di materiale piovuto dal cielo – accomunandolo ai nostri studi “indigeni” – partì la grande rivoluzione?
E siamo giunti all’oggi.

Quel che mi stupisce non è la presenza o meno degli extraterrestri: operando un semplice calcolo probabilistico, è difficile che attorno ad una stella, fra miliardi di stelle della nostra galassia, non ci sia vita. E che, magari, siano più sviluppati di noi.
Fino ad ora, c’era un po’ di riserbo a parlarne, per non venir investiti da una slavina di reazioni che potremmo restringere ad un solo concetto: sei scemo? Allucinato? Visionario?
Adesso, però, abbiamo almeno due istituzioni – la Chiesa Cattolica e la NASA, ossia l’amministrazione USA, difficile pensare che non ci sia l’approvazione presidenziale – le quali ci dicono che gli extraterrestri esistono e, probabilmente, vivono accanto a noi.
In questo caso, cosa potrebbe succedere?

Per la NASA si tratta di una comunicazione che non coinvolge profondamente la struttura della società americana: in fin dei conti, si tratta soltanto di trasfondere ET da un film alla realtà. E notate la “prudenza” del comunicato “per le difficoltà che possono creare al traffico aereo”…e per la Chiesa Cattolica?
Qui si va a toccare nel vivo i punti fondanti di quella dottrina religiosa: se le rivelazioni di Biglino sono vere, tutto il castello crolla. Perché va bene che l’antico Dio degli ebrei fosse un extraterrestre, ma che Gesù Cristo fosse anch’egli un inviato da qualche lontana costellazione, non va tanto bene. Tutto l’alone di mistero e misticismo scompare, e con esso molti esegeti e filosofi della religione cattolica.
Fra l’altro – mi sono chiesto – considerando il potere della gerarchia vaticana, come mai Biglino sia stato lasciato libero di pubblicare quel che ha pubblicato: per molto meno, altra gente non ha potuto pubblicare nulla oppure, metaforicamente, è “sparita”.

In questo caso, potremmo azzardare che Biglino – che lavorò molti anni alle Edizioni San Paolo – sia stato più che “tollerato”: in fin dei conti, si tratta di spostare solo più in là il concetto di creazione, ossia siamo i “figli” di qualcuno che è stato creato. Difatti, il traduttore torinese traduce e basta: non si occupa di questioni filosofiche, non traccia sentenze in questo senso.

A meno che sia la NASA e sia il Vaticano siano stati costretti ad accettare, obtorto collo, ciò che qualcun altro imponeva. E, a questo punto, bisogna domandarci i motivi di questa accettazione.
Se si considerano valide le traduzioni di Biglino, gli “dei” extraterrestri si fecero vivi fino al 70 d. C., laddove c’è una cronaca riportata da Giuseppe Flavio (e confermata da Tacito) la quale racconta della “fuga” di “carri volanti” prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme, operata dai Romani proprio in quell’anno. C’è poi un’altra testimonianza, più o meno coeva, di Plinio il Vecchio che cita una “battaglia” fra “carri volanti” sopra l’Umbria. Dopo, più nulla.

Se ci hanno “dato una mano” nel corso della nostra evoluzione, ad un certo punto – probabilmente – ritennero che era giunta l’ora di cavarcela da soli, cosicché si nascosero e rimasero a guardare. Dopo il “trattamento” riservato a Gesù Cristo…
Qualcuno ritiene che siano in mezzo a noi, ma non abbiamo né prove né concrete ipotesi da portare per dimostrarlo.
Cosa può essere successo per obbligare il Vaticano e gli USA a “preparare” – in qualche modo – l’incontro ufficiale? Cos’avranno da dirci di così importante?

Beh…non è che la salute della Terra, negli ultimi decenni, sia stata tanto florida: dopo la Guerra del Golfo del 1991, è stato uno stillicidio di guerre e violenze infinite, che hanno contrapposto l’Oriente contro l’Occidente in maniera devastante. Decenni di guerre, sempre correndo sul filo del rasoio che una guerra più balzana delle altre conducesse ad uno scontro fatale, a qualcuno che premesse il bottone delle armi nucleari, sicuramente la fine dell’avventura umana.
Perché prima del 1945 ci ammazzavamo e basta, mentre dopo – e soprattutto senza più il bilanciamento USA/URSS delle armi nucleari – tutto può accadere.

E il clima? C’arroventiamo in dibattiti infiniti, in sofismi iperbolici, sotto ai quali c’è sempre un attore consueto a tirare le fila: il dio denaro. Non ci vorrebbe molto a dire, molto semplicemente: smettiamo di bruciare carbone, petrolio e rifiuti perché, oggi, abbiamo i mezzi per fare le stesse cose meglio ed in modo meno dirompente per l’ambiente? Invece, nessuno di noi conosce i destini ecologici di questo pianeta, però tutti si arrogano il diritto di farlo.
Io non ho certezze che l’equilibrio planetario sia in procinto di deflagrare, però penso che ricavare l’energia dal sole e dal vento sia più conveniente e sicuramente meno pericoloso del carbone e del petrolio: ad oggi, costa di meno che bruciare carbone e, nonostante Trump continui a provarci, le aziende termoelettriche a carbone stanno accumulando passivi iperbolici.

Non pensate che, dopo Greta, si voglia tirare in ballo ET (pagando uno scotto mica da poco, soprattutto per il Vaticano) per sostenere una tesi: piuttosto, provate a spiegarvi perché il Vaticano e gli USA ammettono l’esistenza degli extraterrestri sul nostro pianeta. Provate, perché l’hanno appena fatto.

17 ottobre 2018

L’enigma Biglino e la rimozione cosciente


“Oggi come non mai stiamo vivendo nella caverna platonica, dove gli uomini scambiano per reali le immagini che scorrono loro davanti. Oggi come non mai, infatti, confondiamo la realtà con le ombre.”
José Saramago

Di fronte alle esternazioni di Mauro Biglino sulla Bibbia, si potrebbe liquidare tutto come un fenomeno editoriale alla Dan Brown. Se Biglino ponesse al centro dell’attenzione la sua persona, avremmo più di un sospetto nei suoi confronti: eppure, pur utilizzando tutti i canali dell’informazione attuale, il biblista torinese non si pone come un “faro” di sapienza, e neppure instaura una sorta di “dissidio” con la Santa Sede, anche se – a dire il vero – Oltretevere non devono aver gradito l’idea che, proprio dalla Bibbia, Biglino abbia sottratto un elemento di una certa importanza, cioè Dio.

L’autore torinese sostiene proprio questa tesi: la Bibbia è un resoconto di “qualcosa” che avvenne fra la Mesopotamia ed il Mediterraneo in epoche lontane: il “qualcosa”, però, secondo Biglino, non ha nulla a che vedere con la Creazione e nemmeno con la figura di Dio, come attualmente viene dipinto. La storia, secondo Biglino, è un’altra: il termine “Elohim” rappresenta un essere (o più esseri) in possesso di una tecnologia superiore, i quali hanno instillato le basi della conoscenza scientifica (agricoltura, costruzioni, ecc) nei popoli che vivevano in quelle aree. Di più: essendo fatti “a nostra somiglianza”, questi esseri più evoluti si sono incrociati con la nostra razza (Biglino ipotizza l’ingegneria genetica, ma potrebbero aver usato sistemi più “semplici”) inserendosi così come “catalizzatori” nell’evoluzione umana.

D’altro canto, non dimentichiamo che gli antichi usavano translitterare la Storia (per loro) antica nel Mito: gli Dei che stavano sempre “in alto”, che potevano assumere le sembianze più strane…e poi, s’accoppiavano con gli umani, generando semidei. Ne hanno avuta di fantasia: era solo fantasia?
In nota troverete un colloquio critico con l’autore (1).

Dobbiamo riconoscere che la sua esegesi è chiara e convincente, anche se – in definitiva – il simposio è ristretto ad esperti traduttori dall’ebraico antico, dall’aramaico e dalle altre lingue mesopotamiche del tempo. E finisce per essere un cenacolo per pochi eletti: coloro che sono in grado di verificare le sue ipotesi con competenza filologica.
Biglino non asserisce che questi “Dei” fossero extraterrestri, oppure appartenenti a precedenti civiltà terrestri: si limita a sottolineare le incongruenze che ci sono nella Bibbia, “sfiorando” anche il Mahabharata e l’Epopea di Gilgamesh, dove ci sono numerosi passi un poco inquietanti.
Quindi, è inutile “parteggiare” per l’una o per l’altra parte, se non evidenziando i tanti dubbi sull’evoluzione umana. Che non mancano.
Anche il dibattito, in ambito filologico, è stato molto “soft”: certo, da parte Vaticana qualche studioso ha messo all’indice Biglino, ma senza eccedere. Insomma: è un poveraccio senza arte né parte, non facciamogli pubblicità. Anzitutto, perché non ci conviene.

Biglino, però, sfiora appena lo stridere fra i livelli tecnologici degli “Elohim” rispetto alla popolazione umana, perché è un traduttore: traduce letteralmente, scontrandosi (evidentemente) con una serie di problemi semantici che affondano nelle radici dell’esperienza umana. E che lui interpreta a suo modo, ovviamente.
Oggi, abbiamo persone che – pur di guadagnarsi qualche click in più su Youtube – non hanno remore a presentare la vecchia foto della nonna in giarrettiere e mutandoni spacciandola per la “vera” Mata Hari: in questo senso, i libri sono ancora più affidabili del tanto “sapere” Web. Che, a volte, ricorda i venditori di pozioni miracolose nelle piazze del Far West.

Mauro Biglino non s’addentra in questioni di tipo scientifico-tecnologico, le sfiora appena: verrebbe il sospetto che, non sentendosi avvezzo a dissertare su campi così distanti dalle lingue antiche, non li voglia prendere in esame.
Eppure, il sapere scientifico, oggi, è senz’altro più conosciuto e dibattuto rispetto alle lingue antiche: perciò, mi sono divertito a presentarvi alcuni fatti, comprovati da scoperte archeologiche, che tuttora suscitano sgomento.

Se volessimo partire da una data, una sola data che ci ponga qualche dubbio, potrebbe essere il 74.000 a.C. perché?
Poiché, anche se la presenza dell’Homo Sapiens è documentata fino a circa 2-300.000 anni or sono, in quella data esplose il supervulcano di Toba.

Ora, un supervulcano non è un “vulcano plus”, è qualcosa di apocalittico, che per fortuna non capita sovente: non si tratta di uno “scorreggione” come il Vesuvio, e nemmeno di un “ruttatore seriale” come l’Etna, bensì di un accumulo di materiale lavico che dura migliaia di anni e che, poi, fa saltare il tappo roccioso che lo sovrasta. Con conseguenze su tutto il Pianeta.
L’esplosione di Toba immise nell’atmosfera 3.000 chilometri cubici di materiale e la radiazione solare scomparve: la Terra (all’epoca, si era in piena glaciazione di Wurm) precipitò in un “inverno vulcanico” che durò alcuni anni.
Siccome la popolazione allora residente era quasi tutta nella zona fra i Tropici – e Toba è a Sumatra – fu duramente colpita. I paleobiologi hanno stimato – dalla varianza del DNA umano – che si partì, in quel senso, quasi dagli inizi. Alcune teorie ipotizzano una “forbice” di sopravvissuti fra i 600 ed i 3.000, ma sono cifre ipotizzate e ricavate, come dicevamo, solo dalla scarsa varianza del DNA. I soli reperti archeologici non ci forniscono informazioni esaustive al riguardo

Finalmente, verso il 10.000 a.C., termina la glaciazione di Wurm: altro periodo di sconvolgimenti, il mare si alza di decine di metri in pochi secoli, fiumi immensi si generano dallo scioglimento dei ghiacci. Però, l’uomo può finalmente affacciarsi alla “finestra” del mondo. Sono, appena, 12.000 anni or sono.
Qui, in qualche modo, s’innesta la trattazione di Biglino, in qualche data probabilmente intorno al primo/secondo millennio prima di Cristo ma, non dimentichiamo: la Bibbia racconta vicende molto antiche e, tuttora, non c’è unità di vedute fra gli studiosi.

Passano 7.500 anni – un’inezia, se riferita ai tempi dell’evoluzione – e, intorno al 2560 a.C Il faraone Khufu (Cheope) decide di farsi una bella tomba di famiglia, e fa costruire la nota piramide.
Ancora oggi non si sa come la costruirono (e la datazione è incerta), nonostante mille teorie sullo spostamento dei massi ed il loro posizionamento.  Craigh Smith, un ingegnere statunitense che fece parte di una squadra, la quale cercò di determinare i tempi e le modalità seguite per la costruzione della piramide di Cheope, confessò:

“Le logistiche di costruzione di Giza sono impressionanti se si pensa che gli antichi Egizi non avevano a disposizione pulegge, ruote e accessori di ferro. Le dimensioni delle piramidi sono estremamente accurate e il sito è stato livellato con un errore di meno di un centimetro su una base di oltre cinque ettari. E' paragonabile all'accuratezza dei moderni metodi edilizi ed al livellamento al laser. E' sbalorditivo, con i loro “attrezzi rudimentali”, i costruttori di piramidi dell'antico Egitto furono accurati quasi quanto lo siamo noi con la tecnologia del XX secolo.”

Si aggiunga che, nei siti di estrazione dei massi, non è stato rilevato nessun  utensile di Rame, il metallo più duro conosciuto all’epoca.
Inoltre, i massi delle piramidi avevano un peso compreso fra le 2,5 tonnellate e le 80 tonnellate: li trasportavano su barche di papiro? Auguri.
Voi credete alle storie degli schiavi che tirano nella sabbia 80 tonnellate su un piano inclinato inumidito con l’acqua?
Ecco una gru che può sollevare 80 tonnellate:



Tutto questo lo fece un popolo che non conosceva la ruota?!? Difficile da mandar giù, anche perché gli schiavi erano pochi nell’antico Egitto e, la popolazione, lavorava sì per il “grande Padre”, ma solo quando era libera dai lavori agricoli.
Insomma, un bel rebus.
Ma facciamo un salto al museo di Bagdad.
Ecco cosa ci troviamo davanti:



Cos’è?
Una rudimentale batteria…al fluoruro di Litio? No, ai tempi le facevano (!) al Ferro-Rame, non conoscevano ancora lo Zinco, figuriamoci il Litio.
Eppure, quel vaso contiene proprio i due metalli, separati da uno strato di catrame. L’elettrolita? Un acido qualunque, succo di limone oppure aceto, vino…è un’edizione arcaica della nota pila di Volta, che utilizzò il Rame e lo Zinco. Chi la costruì? Perché? Nessuno lo sa.
Una cella elettrolitica così fatta poteva fornire una tensione di 0,4 Volt, ma collegandole in serie si potevano raggiungere tensioni più elevate, chissà…
Di che epoca è?

Pare 2 secoli prima di Cristo.
Ovviamente gli archeologi “ufficiali” si sono sperticati nel dire che “forse” era “solo” uno strumento per stendere, per via elettrolitica, un sottile strato d’Oro su altri metalli. Poi, si sono rimangiati anche la seconda ipotesi…perché…beh…un conto è affermare che, in qualche modo, qualcuno avesse costruito una batteria, un altro aggiungere che conoscevano le tecniche galvaniche, che includono – en passant – una conoscenza approfondita dell’elettrologia. E della Chimica. La galvanotecnica è complessa, e si usano per lo più, i sali cianidrici dei metalli che si vogliono usare per ricoprire. Mettevano l’Oro a bagno in un impasto con le mandorle amare? Mah…
Un mondo che conosceva la tecnologia? O forse la ricordava? O l’aveva vista, o ricevuta, in dono da qualcuno?

Già, ma quale mondo?
Le conoscenze, a quell’epoca, non erano omogenee, basti pensare che, quando i Romani conquistarono la pianura padana e le valli circostanti (II-I secolo a.C.), in val Camonica incontrarono popolazioni che ancora si dedicavano alle pitture e sculture rupestri, come nel Mesolitico. Una differenza abissale: le pitture rupestri incontrarono un mondo che già aveva creato strade, ponti, acquedotti…che già possedeva un corpus giuridico, che si governava grazie al Senato e…stava per sperimentare la guerra civile!

Mentre i Romani si dedicavano alla conquista del mondo allora conosciuto, in un’isola del Mediterraneo –Cicerone dice la Sicilia, altri Rodi, ma non ha importanza: erano tutti Greci… – qualcuno costruiva ed esportava sofisticati orologi astronomici, come non ne sarebbero più stati costruiti per almeno 1500 anni!
Una di queste macchine è stata ritrovata su una nave greca naufragata presso l’isola di Anticitera, vicino a Creta, nel 1900.
Sulle prime non fecero caso al ritrovamento, incrostato dai sedimenti e dagli organismi marini: poi, qualcuno “drizzò le orecchie”. Si cominciò a capire che era un meccanismo complesso, ma solo pochi anni or sono, grazie ad una sofisticata tecnica di scansioni ai raggi X ad alta risoluzione, i ricercatori sono riusciti a ricostruirla. Eccola com’era al suo ritrovamento:



E la ricostruzione eseguita dal team di studiosi dopo le analisi ai raggi X (è disponibile anche un filmato, su Wikipedia):



Si tratta di un sofisticato orologio astronomico che misura il moto del Sole, della Luna e dei cinque pianeti all’epoca conosciuti, ma non solo: fornisce le fasi lunari, le eclissi e…le date delle Olimpiadi! E sono tutti in relazione precisa fra di loro, grazie al meccanismo che funzionava a manovella.
E’ costituita da decine di ingranaggi in Rame – e passi costruire lamine di Rame così precise – ma quando hanno dovuto fare i denti degli ingranaggi, cos’hanno fatto? Sono scesi in ferramenta a comprare una lima triangolare?!? Riflettiamo che è difficilissimo, manualmente, fare i denti ad ingranaggi così piccoli, che devono essere precisissimi, senza una macchina!
Non sorprendono le conoscenze astronomiche dei Greci, ciò che è inusuale è osservare una macchina così complessa e piccolissima! Difatti, è considerata la prima “espressione” di una macchina di calcolo automatico, precedente di 18 secoli a quelle di Pascal e di Liebnitz: dunque, il “capostipite” dei computer.

Ho visitato un orologio astronomico ad acqua del 1868, nella cattedrale di Beauvais (Francia), ma gli ingranaggi sono molto più grossi e l’orologio astronomico di Beauvais misura 12 m d'altezza, 5,12 m di larghezza e 2,82 m di profondità! Ce ne sono altri in giro per l’Europa, a volte collegati a carillon, con girotondi di statuine…a Praga, ad esempio…ma nessuno ha così ridotte dimensioni!
I Greci, nel 200 a.C., mettevano un orologio astronomico in circa 40 cm x 20. Che fosse passato da quelle parti un giapponese?

Sempre loro, i Greci, quando passano compaiono cose straordinarie, realizzazioni poco credibili considerando la tecnologia dell’epoca.
Così, dopo la leggendaria “cavalcata” di Alessandro Magno in Oriente, alla sua morte tutto il bacino orientale del Mediterraneo è dominato dai Greci, ed i luogotenenti di Alessandro si spartiscono la torta.
Tolomeo Sotere era stato un generale di Alessandro (si dice che fosse suo fratellastro) e, alla morte di Alessandro, “eredita” l’Egitto dove regna come Tolomeo I.
Oltre che fondatore della famosa biblioteca – che non era solo un ammasso di libri, bensì un centro del sapere in tutti i campi, tecnologia compresa: una sorta di campus universitario ante litteram – nel 300 a.C. decide di costruire un faro.

La navigazione degli Egizi era poca cosa: le uniche notizie certe sono che si recavano nella terra dei Fenici (odierno Libano) per importare legname, soprattutto per costruire navi: una navigazione costiera. Con quelle costruite col papiro, non si andava tanto distante, anche se Thor Heyerdhal, col suo Kon-Tiki, riuscì ad attraversare un oceano. Il problema era che duravano troppo poco. Per questa ragione si recavano ciclicamente nel Paese dei Cedri: per comprare legname pregiato.
Quando regnarono i Greci, probabilmente le rotte battute cambiarono, e…così…Tolomeo decise di costruirne un faro alto…134 metri! Ecco una ricostruzione ricavata dopo anni di studi e comparazioni, nel 2006 (a):



Il Faro di Alessandria, nato fra il 300 ed il 280 a.C., durò fino al 1303 o 1323, quando si verificarono due tremendi terremoti. Restò in servizio per 16 secoli! 1600 anni! 16 secoli nei quali sfidò le intemperie, i venti, le tempeste ed i terremoti.
Senz’altro la ricostruzione grafica corrisponde al vero, ma non dimentichiamo che la sua immagine fu coniata sui sesterzi di Traiano e che lo storico (e matematico) romano d’origine giudea Flavio Giuseppe ne parlò estesamente nei sui libri: raccontò che la luce si poteva vedere da 48 chilometri di distanza, ossia dalla distanza che la curvatura dell’orizzonte terrestre permetteva.
Fu costruito per ovviare alle difficoltà della navigazione…dovuta ai banchi di sabbia costieri? Un faro alto 134 metri? Per uso costiero? Suvvia…

Più probabilmente, era un mezzo che consentiva di tenere la rotta verso il mare aperto, verso Creta (distante 300 miglia nautiche) e la Grecia, ma allora dobbiamo ipotizzare che i Greci possedessero degli strumenti di navigazione assai avanzati, non la sola conoscenza del firmamento: la bussola era già nota ai cinesi…di più, non è possibile ipotizzare.
Tanto per capire di cosa stiamo parlando, questa è l’immagine del grattacielo Seagram, costruito a New York nel 1958. E’ un po’ più alto (156 m.), ma rende bene l’idea delle cubature e delle altezze del Faro di Alessandria:

 

Qualcuno sostiene che, nella realizzazione, furono usate anche strutture in ferro, ma non v’è certezza: i resti del faro sono ancora lì, sott’acqua. Forse, un giorno, qualcuno ce lo dirà. Certo che, resistere 16 secoli…non aveva la base d’appoggio di una piramide ed aveva l’altezza di un moderno grattacielo: costruito con pietre squadrate e malta? Fu una realtà che moltissimi Romani videro con i propri occhi, ma nessuno pensò di replicarlo sulle coste italiane. Perché?

I Romani furono grandi costruttori di strade, acquedotti, ponti, terme, templi…ma non costruirono mai per le basi della flotta (Miseno, od Ostia antica ad esempio) fari che potessero lontanamente ricordarlo.

Al termine di questa lunga cavalcata, bisogna tirare qualche conclusione.
Qui non si tratta d’essere dei “fulminati sulla via di Damasco” verso qualcuno o qualcun altro (sono riflessioni che tornano, ciclicamente, da decenni), né di scendere verso un cinismo fuori luogo e, sostanzialmente, permeato dalla sicurezza di un egoismo agnostico.
Si tratta di capire se la Scienza, oggi, è in grado di capire qualcosa di più sulle nostre origini, qualcosa che – nel lungo periodo – potrebbe anche mutare il nostro modo di pensare, l’approccio stesso all’esistenza od alla coscienza del nostro essere.
In realtà, ciò che va per la maggiore è la “rimozione cosciente” di ciò che non ci aggrada, c’infastidisce, di qualcosa che cozza violentemente contro il nostro laissez faire, le nostre piccole sicurezze.

Che una sorta di “rimozione cosciente” – dopo tanti eventi contrastanti – si avverta non è una favola, lo si ricava anche dagli attuali comportamenti umani, in tutti i campi.
Una banca va male, ha fatto operazioni rischiose e s’è indebitata? Nessun problema: si scorporano i passivi su una “bad company” e si butta tutto nel dimenticatoio, ossia un posto dove qualcuno dovrà pensarci. In genere, lo Stato.
Le emissioni dei diesel sono fuori dal range previsto? Si fabbrica una bella centralina elettronica che “non veda” le imperfezioni: è storia dei giorni nostri.
C’è il problema dei mutamenti climatici? Nessun problema. Ci si divide fra coloro che imputano i mutamenti alla protervia delle compagnie petrolifere, oppure si parla di fake news, ossia di chi ha interesse a vendere nuove tecnologie. Nessuno approfondisce la tematica: per apparire e far colpo sui “social” basta calcare i termini sul catastrofismo, mentre dall’altra si dirà che sono soltanto invenzioni ad opera di poteri forti che vogliono addomesticare questo o quel mercato al loro volere.
Cercare di capire? Con la propria testa? Non serve: è troppo faticoso e poco redditizio: quel che conta è ottenere appoggi, seguito, oppure demonizzare l’avversario, ridurlo ad un minus habens per la sua vita privata, per le mille pecche che – cercando bene – si trovano nella vita di chiunque.

Anche l’archeologia non è scevra da questa mistificazione. Ciò che non si riesce a spiegare è dovuto ad eventi “casuali”, a “fake news”, ad imbrogli.
Osservate questo geroglifico: che ve ne pare? Ci vedete qualcosa che assomiglia ad un elicottero, una nave (o sommergibile), un oggetto volante? E’ conservato nel tempio di Abydos, XIX dinastia, circa il 1300 a.C.:



Invece gli archeologi spiegano il fatto con ripetute corrosioni dovute allo scorrere del tempo e riscritture, come potrete notare nella loro giustificazione della stranezza:



Ecco, questa è – in sintesi – la spiegazione. E’ pur vero il celebre paradosso della scimmia che scrive al computer: se lasciata picchiare sui tasti per un tempo uguale ad infinito, la scimmia – inesorabilmente – premendo i tasti casualmente, scriverà la Divina Commedia. Già, per un tempo pari ad infinito, non tendente ad infinito, e dunque si tratta di una condizione irrealizzabile.
Così, gli archeologi vorrebbero farci passare che, scrivendo, cancellando e riscrivendo sono saltati fuori l’elicottero, la nave e l’aereo? Tutti nella stessa tavoletta o porzione di muro?
Non sarebbe più onesto affermare “Non sappiamo cosa vollero dirci gli Egizi con quel disegno, od ideogrammi, e per questo tacciamo: non abbiamo spiegazioni da fornire”.

Ma, la Scienza, s’ammanta con la stola della Nuova Religione Mondiale e, per questo, ha preferito la turris eburnea alla verifica precisa dei fatti, allo studio coerente degli eventi, alla sperimentalismo come fonte di prove. Non è solo una questione di denaro: quando sono a congresso, i grandi scienziati ritengo che si sentano come un consesso di semidei, assisi appena un po’ sotto la vetta del monte Olimpo.
Da qui, in seguito, la discesa ai mille “cedimenti” al dio denaro et similia: appunto, ad una vita da semidei, come il rango loro compete.

Ritornando a Biglino, io non so se un certo verbo, scritto in lingua ebraica antica, possa essere più correttamente tradotto come “fare” – ossia creare da qualcosa, come fa un artista – oppure che sia da intendere come “creare” e basta, dal nulla. Non lo so perché non ho i mezzi per capirlo (bisognerebbe essere degli esperti filologi in lingue antiche): però, questa persona che sì, si fa sentire ma sempre con misura, e con un aplomb più torinese che britannico, a mio avviso meriterebbe più fiducia ed ascolto.
Se questo fosse un posto dove la gente viene ascoltata per quel che dice o scrive, e non per schieramenti od amicizie.
In fin dei conti, perdiamo di vista solo una cosuccia da nulla: la Verità.


(a) Di Emad Victor SHENOUDAde:User:Xlance original uploader to .deen:User:Xlance fr:User:Xlance ar:User:Xlance - German Wikipedia (de:Datei:PHAROS2006.jpg), Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7977684