23 giugno 2016

Jamm’e, jamm’e…


Devo dire che, per quanto riguarda le scorse elezioni amministrative – io non vado a votare, mi hanno preso per il sedere abbastanza – ci sono delle novità che meritano d’essere attentamente studiate, per capire come cercheranno di salvare la baracca (che, oramai, fa acqua da tutte le parti) soprattutto in previsione del referendum costituzionale d’autunno: lì saranno giochi seri, si finisce di scherzare e qualcuno, si vedrà come, ci lascerà le penne.
I grandi giornali hanno titolato ad 8 colonne su Roma e Torino: per come la penso io, il risultato era scontato. E’ veramente difficile governare delle grandi città in modo così trasandato come sotto la Mole e le mura capitoline: i risultati che mi hanno sorpreso, vengono da medie città: Benevento e Savona, ad esempio.
Vediamo perché.

Incredibile Clemente: l’Araba Fenice in persona. Dopo anni trascorsi a fare l’ago della bilancia in Parlamento, più i periodi “vuoti” trascorsi serenamente come parlamentare europeo, aveva bisogno di un posto. Qualunque. Com’era era. E lui la spiegata con semplicità: “Stavo giocando col nipotino, quando è arrivata la prima telefonata: dopo altre telefonate, ho capito che dovevo rispondere”.
Mentre leggevo, m’immaginavo il vecchio rais di Ceppaloni che meditava sulla faccenda: come diventare sindaco di Benevento? Sapendo che avrai gli occhi addosso, che non potrai fare molti accordi alla luce del sole, bensì dovrai lavorare sotto-sotto-sotto-banco. Ma il nostro è tutt’altro che l’ultimo dei cretini – come tanti pensano – ha una laurea in Filosofia in tasca, presa quando le lauree in Filosofia non erano proprio in svendita nel supermercato sotto casa…e tanta, tanta “scuola” democristiana. Paragonatelo un po’ con Fassino: chi è la volpe? Chi è, invece, il leprotto?
Non sappiamo quali siano stati i mezzi usati: uno è stato rivelato, ossia la “pace” con Nunzia di Girolamo, quando la cosiddetta “pace” è una sorta di pax romana, che sarà costata qualche posto o intere “controllate” del Comune…ma che importa? Clemente sa bene che l’importante è sedersi sullo scranno più alto e lasciare che, all’occorrenza, si scannino i tirapiedi. Che finiranno fra le grinfie di qualche magistrato: e allora? Roba d’altri, cavoli loro…io che c’entro?

Il centro destra, orfano di Berlusconi, adescato da un simil-Masaniello padano, tale Salvini di natali (politici) ignoti, per vincere in un capoluogo di provincia ha dovuto ricorrere alla vecchia scuola democristiana, il che testimonia l’epilogo del berlusconismo, inteso come “idea trainante” per la destra.
L’elettorato italiano non è quasi cambiato dai tempi post-unitari, quando Destra e Sinistra Storiche battagliarono a lungo, per poi finire nell’ignominiosa palude degli scandali – come quello della Banca Romana – a braccetto, incapaci d’essere vere destre e vere sinistre, monche perché nate dallo stesso humus di borghesia sparagnina, sabauda, pontificia o borbonica essa fosse.
Questo per dire che la destra italiana non si è estinta: semplicemente, terminata la gestione di Berlusconi, non può più contare su una coesione che il tycoon milanese ha saputo catalizzare per un ventennio.
Dunque, la vittoria di Mastella è paradossale, poiché riporta in scena un modus operandi, quello democristiano, inattuale in un mondo dove non comandano più Roma e Milano, bensì Bruxelles e Francoforte. Una vittoria, quindi, inutile ai fini politici, solo buona per far capire al popolo di destra quanto siano poveri di idee e, soprattutto, di persone in grado d’interpretare quelle poche e stantie parole d’ordine.

A Savona – sorpresa – si è affermato il centro destra, in una città tradizionalmente governata dalla fine della guerra, salvo un caso, da amministrazioni di sinistra. Qui il discorso si fa più interessante, soprattutto per comprendere come ha fatto la destra ad affermarsi. E ci vogliono due cifre per capire.

Primo turno
Cristina Battaglia csx                       31,78%
Ilaria Caprioglio cdx                          26,61%
Salvatore Diaspro M5S                     25,10%
Daniela Pongiglione Lista Civica         8,46%
Marco Ravera rete a sinistra               4,77%

Secondo turno
Ilaria Caprioglio cdx     52,85%
Cristina Battaglia csx   47,15%

Anche considerando le elezioni in termini di voti (vedi nota 1) la situazione non cambia: il M5S ha votato al secondo turno, ed ha votato per il candidato di centro destra. Il centro sinistra ha raccolto le liste minori, ed i conti quadrano, come possono quadrare in una situazione oscillante.
In ogni modo, se prendi il 26% al primo turno, per arrivare al 52% devi trovare un altro 26% che – guarda a caso – corrisponde proprio alla potenzialità del M5S: il che, non ci piace per niente, anche se il “travaso” di voti fosse stato a favore dell’altra candidata.
Perché?

Poiché il M5S, nato (a suo dire) per sbaragliare la vecchia politica ed i giochi di palazzo, si è prestato ad un gioco che gli precluderà, da qui in avanti, la possibilità d’avere un’autonomia politica reale. Ben diverso il caso di Roma, dove i romani si sono veramente affidati ai cinque stelle, mentre a Torino c’è stato uno scambio all’opposto, la destra ha probabilmente votato (magari in parte) il M5S.
Questi appoggi innaturali, dove possono condurre?
Ne faccio un caso “di scuola” perché la città di Savona – per svariati motivi – è sempre tenuta sott’occhio dagli istituti demoscopici (che mi hanno confermato, a microfono spento, la cosa), i quali analizzano sempre con attenzione le elezioni savonesi. Non chiedetemi perché, però questa “attenzione” dura da decenni ed una motivazione, nei meandri degli dei della percentuale, c’è senz’altro.
Ma torniamo a noi.

Scendere in politica con l’obiettivo di riscattare la democrazia da una situazione a dir poco degenerata, non avalla l’appoggio all’uno o all’altro dei due schieramenti, poiché in questo modo si crea un precedente difficile da cancellare. Antica astuzia democristiana? Ma per favore…non confondiamo il grano con il loglio.
Non voglio giungere ad affermare che si è trattato di “esercitazioni” in vista di ben più importanti concioni, ossia di prove tattiche o comunque le si voglia chiamare, ma la sensazione – già il sospetto necessita di uno straccio di prova – rimane. E lascia la bocca amara osservare il partito delle energie rinnovabili appoggiare quello dei petrolieri, oppure i sostenitori del reddito di cittadinanza finire a braccetto con i banchieri. Ripeto: la cosa sarebbe stata innaturale anche se fosse avvenuto l’inverso, ossia avessero appoggiato un candidato di Renzi.

Quella famosa riunione – trasmessa in streaming – dove i parlamentari (appena eletti) del M5S respinsero orgogliosamente le offerte di Bersani e Letta ci poteva anche stare, anche se condannò il M5S all’isolamento parlamentare, ma che senso hanno i cedimenti di oggi? Sia chiaro: non ho mai sostenuto che nel 2013 il M5S dovesse sostenere il PD, Dio me ne guardi. Ho soltanto sostenuto, e l’ho scritto, che chiedere 3 ministeri (interni, giustizia, economia) in cambio dell’appoggio sarebbe stato più saggio, più “democristiano”. Il PD non avrebbe mai potuto accettare, e dunque ci sarebbe stata una diversa evoluzione politica.
Ma, proprio in fede di quel rifiuto, perché accettare oggi una manciata di lenticchie? Che venga da destra o da sinistra, è uguale.

Io non credo che la Storia si ripeta: al massimo, suggerisce delle analogie. Oggi, forse, siamo allo stallo che fu della Destra e Sinistra Storiche – grosso modo i primi anni del ‘900 – ma nessuno è Crispi o Giolitti, tanto meno Mastella è un sanfedista del terzo millennio.
Il M5S ha accettato la sfida a Roma, la accettò a Parma (pur non essendo preparato a farlo), ma cosa vuole fare, qual è la direzione che vuole scegliere…in altre parole, chi è veramente il M5S?
D’accordo nel contrastare e bocciare il referendum di Renzi, ma in futuro cosa vogliamo (o possiamo) fare? E se non è possibile fare altro, a causa dell’UE o degli USA o d’entrambi, è inutile coltivare delle illusioni agli italiani: meglio dire le cose come stanno.
La verità può essere amara da digerire, ma la menzogna o la reiterata omissione sono sì amare, ma anche velenose.

1) Vedi: http://www.repubblica.it/static/speciale/2016/elezioni/comunali/savona.html?refresh_cens

17 giugno 2016

Un dramma shakespeariano in piena regola








Avete discusso, litigato, vi siete scontrati/affratellati con passione per Brexit? Bene! Spero che, almeno, la lunga diatriba sia servita per chiarirvi le idee, per approfondirne i significati in termini di geopolitica e diplomazia internazionale…per il resto, ci hanno pensato loro, i soliti.
Ora, Brexit avrà un esito scontato, poiché il messaggio è partito in modo quasi subliminale, coperto da significati semplici da comprendere, ma difficilissimi da interpretare per una persona digiuna di psicologia,  sociologia e poco attenta ai movimenti strategici internazionali.
Perché?
Poiché la trama è stata scelta dal grande William in persona: si è trattato, poi, semplicemente di eseguirla. Veniamo all’anamnesi della situazione.

L’assassino
Viene scelto in modo che la sua storia sia la più semplice possibile: un drop-out in piena regola, incapace di pensiero razionale per più di tre secondi, con pochi neuroni ancora in circolo. Ovviamente, questa è la rappresentazione in scena: non sappiamo se Thomas Mair fosse veramente un povero deficiente in libertà, questo è ciò che devono credere gli elettori. Magari era “sotto osservazione” da anni: poi, bastano pochi input e il “dormiente” si mette in moto. D’altro canto, le tecniche per inserire chips sottocutanei sono oramai molto avanzate, e non ci stupiremmo affatto se fossero state usate anche se, in questo caso, forse non era nemmeno necessario giungere a tanto.
Insomma, il solito prototipo umano pronto a diventare un assassino perché la sua soglia scatta a livelli molto bassi: basta poco, qualche “amico come si deve”, la prospettiva di diventare famoso…e il gioco è fatto. La sua vita, priva di affettività ed amore, ricorda le truppe scelte sovietiche, che venivano tutte dai brefotrofi della sterminata URSS. Tu spoglia un uomo di amore, carezze, affetto, rendilo un res nullius socialmente, ed avrai il prototipo dei vari Lee Oswald, Shiran Shiran…fino ad oggi. Anche il terrorismo orientale si nutre di figli delle banlieu, negli slums dove la prima cosa che impari è a non riconoscere nessuno come “amico” – perché non sai cosa sia l’amicizia! – e se ne servono anche gli eserciti: in quel caso, il plotone diventa la tua casa, la tua disperazione, la tua tomba. Geniale Kubrik, che lo capì e lo spiegò al mondo.
Possiamo abbandonare la vicenda di Thomas Mair, perché la sua parte è terminata: finirà la sua vita in un ospedale psichiatrico, a “botte” di Droperidolo se prova a rialzare una sola palpebra. Il suo compito è terminato: bravo Mair, ci sei servito, adesso vai a farti fottere.

La vittima
Scelta in modo geniale, non potevano far meglio. Non la rampante burocrate, non la donna in carriera, non la donna in politica aggressiva ed arrivista, niente di questo.
Jo Cox, in scena, è salita per poco tempo. Ha occupato – in articulo mortis – sì la parte della parlamentare laburista, ma con a fianco l’icona della giovane madre, felicemente sposata ed anche un poco stravagante, visto che abitava, col marito e coi suoi due bambini, in un barcone ormeggiato sul Tamigi. Confesso che, per questa ultima ragione, la mia simpatia per lei è cresciuta. Ma sono cose personali.

La scenografia
Per l’assassino, una sterminata lista di partecipazioni a partiti e movimenti d’ispirazione nazista e razzista, ricoveri psichiatrici, insomma – non il male assoluto! – ma la malattia incontrollata, il male oscuro, che l’elettore dovrà paragonare, al momento del voto, con il “salto nel buio” di Brexit, mentre – per l’altra metà del cielo, ossia per le donne – quante sapranno resistere al disperato richiamo di una moglie e madre, strappata ai suoi bambini ed all’amato marito dallo stesso male oscuro, che nella cabina elettorale si espanderà, fino a dilagare su tutti gli altri insiemi.
Sentimenti contro follia, sangue innocente contro affetti sicuri…chi potrà resistere?
Il cocktail è fulminante, e chi lo ha predisposto ha analizzato con cura la situazione – uccisa a pochi passi dalla biblioteca che frequentava da ragazza…come a dire, ammazzata sul luogo della sua redenzione – i significati simbolici sono tantissimi ed univoci, corrono tutti nella stessa direzione. Quale?
Ovvio: al momento del voto sarà follia contro stravaganza, menti oscurate contro sentimenti limpidi, la partita non ha più senso. Ogni ragionamento logico, è già scomparso, ingoiato dagli eventi sotto il palco.

Le vittime? Come sempre, William Shakespeare le ammanta di buoni sentimenti, ma le conduce ugualmente alla morte, quasi si trattasse della loro liberazione da un mondo che non li meritava. “Elsinore, ultimo atto”, verrebbe da dire.
E che dire dell’essere stati scippati, ancora una volta, della discussione sulla quale progredire per scegliere? Jo Cox è morta perché nessuno possa pensare con la propria testa, mentre Thomas attenderà la morte con l’ago al braccio, impotente persino a capire cosa è successo. Un grande successo dell'ignoranza,

07 giugno 2016

S’i fosse foco…


Strane e molto interessanti elezioni: nonostante le molteplici e diversificate tiritere, tutti hanno perso. Erano elezioni di sindaci, d’accordo, ma non crederete mica che, chi è andato a votare, lo abbia fatto meditando sul fatto che De Magistris era meglio della Raggi oppure Fassino di Mastella?
La gente si è espressa sulle questioni che interessano: chiami a votare il popolo? Il popolo risponde secondo quello che la sua pancia gli indica, mica una faccia o un partito…per fare il sindaco poi…ed ha pensato ai contratti sempre più a termine, ai voucher, al lavoro che non c’è, alla corruzione che fa incazzare di brutto, quando hai dei figli che non trovano lavoro, e cominci ad aver paura che non lo trovino proprio più, perché è il lavoro ad essersi estinto. Macchine a controllo numerico, computer, catene di montaggio automatizzate…ma se ci fermassimo qui diremmo solo delle banalità.
Due sono le entità che hanno gettato l’occhio sulle elezioni italiane, e che lavoreranno su quei risultati: l’UE e la diplomazia USA, sotto varie forme e con più attori. Sarà piaciuto lo spettacolo? Soddisfatti per il costo del biglietto?

Partiamo dall’UE.
In Europa le elezioni non s’indicono per creare classi dirigenti, bensì si celebrano per osservare chi sa offrire meglio la solita merce avariata, ossia prelievi, tasse, leggi di coercizione europee, nuove tagliole, vecchie gabelle rimodernate, soluzioni “avveniristiche” che fanno ridere. E sempre maggior sudditanza a Bruxelles, sia chiaro: questo è l’unico obiettivo, che tutto comprende.
Ne sono chiari esempi la “regolarizzazione” delle elezioni austriache, laddove il risultato non era soddisfacente, oppure la “trovata” di vendere a pezzi la Grecia, visto che tutta intera dà più problemi che proventi.
Saranno rimasti soddisfatti a Bruxelles, a Francoforte, a Strasburgo? Ne dubitiamo.

E’ vero che “tutto s’aggiusta” sempre, ma c’è sempre un prezzo da pagare ed il prezzo, verosimilmente, deve essere il più basso possibile (in termini politici) e ben organizzato e venduto (in termini mediatici). E’ vero che hanno la forza per imporlo, ma schierare a difesa dell’UE i Lancieri di Montebello con i loro blindati in una Roma assediata è una prospettiva che fa rizzare i capelli anche a lor signori.
Vediamo alcuni dati statistici.

Nel 2000, prima dell’introduzione dell’euro, la fiducia degli italiani nell’impianto europeo era del 57%, un dato piuttosto alto e “rassicurante”. Nel Marzo del 2014 era crollato al 29%: una bella débacle, oggi sarà ancora sceso, non ci sono elementi per affermare che sia migliorato.
La “popolarità” dell’UE in Italia si può riassumere in questo modo: 29% di fiducia, 27% di sfiducia e, nel mezzo, un 44% di “sfiducia da depressione”, ossia gente che non ci crede più, ma che ha paura che staccare la spina dell’euro sia ancora peggio.
Se l’obiettivo europeo è la rassicurazione, queste elezioni non hanno fornito un buon viatico: il PD, il più compatto partito europeista, ci ha mollato di brutto. Non è catastroficamente crollato, ma il trend conduce, se non proprio all’estinzione, ad un ruolo negletto e marginale.
Forza Italia e la Lega sono partiti, sull’europeismo, “a geometria variabile”: negli anni sono stati su entrambe le sponde, con un’altalena di posizioni entusiaste e dissacranti. Il loro elettorato è ancor più variabile sul tema, e meno controllabile di quello del “fido” PD. Gli altri, i “minori”, son lì solo per figura e danno ancor minore affidamento.
Rimane l’incognita 5 Stelle.

Il M5S ha dato sì alcune indicazioni anti-europeiste, ma non ha mai preso posizioni chiare sull’euro e, soprattutto, su cosa fare se l’Italia decidesse d’uscirne. Questo lascia uno spazio di manovra alle burocrazie europee: in ogni modo, a meno di giocarsi il M5S in pochissimi anni, l’UE dovrebbe – almeno formalmente – dare qualche indirizzo politico/economico difforme dall’attuale, e quel “formalmente”, per molti, sembra già troppo. E’ un problema, a ben vedere, che tocca metà dell’UE, quella meridionale, e l’obiettivo delle economie del Nord è proprio quello di non concedere nulla agli odiati PIIGS.

Di conseguenza, tutto ciò che possiamo aspettarci è che premeranno ancor più sul PD – se ci sarà qualche spicciolo da investire, meglio in mano al PD che al M5S – ma chiederanno al PD qualcosa in cambio, la testa di Renzi ad esempio, e la restaurazione della “vecchia guardia” dei D’Alema, Bersani & Co. Il fondo del barile non contiene altro: dovranno accontentarsi.
E gli USA?

La questione USA presenta delle differenze: agli americani interessa di più la geopolitica, soprattutto Africa ed Asia, ed usano mezzi più spregiudicati per raggiungere i loro obiettivi. Anche per gli americani Renzi è a un bivio: o s’adatta a gestire in prima persona la guerra in conto terzi per la Libia, oppure torna a Firenze a gestire la fondazione per la Vera Bistecca Fiorentina. Maremma impallinata.

La simpatia della diplomazia USA per il M5S non è un mistero: gli americani guardano con favore verso chi parla di rinnovamento, d’innovazione, questo sì…però…per prima cosa gli USA sono in un anno elettorale, di conseguenza fino al 2017 non si muoverà foglia che Washington non voglia.
Sempre che la questione libica non s’aggravi (ossia scendano i quantitativi di greggio) e, proprio per questa ragione, potrebbero puntare anch’essi su un ribaltone interno al PD, onde portare al potere gente più fidata ed affidabile. Sarebbe un’operazione di scarso rilievo, che si può fare anche sotto elezioni: e poi, a Renzi non dispiacerebbe la fondazione per la Bistecca, la gestirebbe insieme alla Boschi in santa pace. Maremma copulata.

Gli scenari futuri potrebbero ancora cambiare – un M5S al potere, per gli USA, lo si addomestica con un attentato…e che ci vuole? – ma, per ora, non vedrei altro.

Certo, Renzi pensa ad un commissariamento, ad una “strigliatina” nel partito…ma, caro, piccolo Renzino, non ti sei accorto che i giochi sono più grandi, e non hai fatto bella figura con ‘ste elezioni…molti non hanno gradito il risultato, vogliono la restituzione del biglietto…che devi fare?
Ma nulla! Faranno tutto loro, tranquillo. A te…resterà da urlare Maremma inchiappettata! Eh, Renzino, oneri ed onori…by, by…

30 maggio 2016

Un macello di cento anni or sono


Gli anniversari sono soltanto una bandierina appuntata su un muro bianco, il muro della Storia. Per un eschimese, un tibetano od un polinesiano, forse, “cento anni” non significano nulla: noi occidentali, però, usiamo tenere questo strano registro, nel quale incolliamo un ricordo agli anni...cose belle, cose brutte...sperando così di rinverdire le prime e di non ricascare nelle seconde. Lavoro del tutto inutile: visto che, puntualmente, le prime rimangono un ricordo collegato, in genere, ad una persona che osanniamo senza mettere in pratica nulla di ciò ci regalò. Le seconde, invece, con una protervia bestiale le consideriamo solo come “avvenimenti”. Ossia: da migliorare, da portare a termine “meglio”.

Esattamente 100 anni or sono, proprio nella sera del 30 di Maggio del 1916, gli equipaggi salivano a bordo e gli scalandroni venivano ritirati a bordo. Uomini di mare, di un mare duro – che non ammette il minimo errore senza presentarti il conto – comandanti di navi passeggeri, nostromi di carboniere, mozzi di pescherecci delle aringhe...prendevano posto nelle scomode camerate ricavate a fianco dei depositi munizioni, incocciavano l’amaca alla paratia, dove pochi centimetri oltre c’era già l’elevatore delle munizioni, quei mostruosi proiettili pesanti tonnellate che sarebbero volati nell’aria per venti, trenta chilometri, cercando d’uccidere altri uomini come loro. Altri uomini che magari conoscevano, con i quali avevano forse condiviso notti di pesca sul Dogger Bank, oppure avevano incontrato in un porto delle Indie...Batavia, Manila, Singapore...ed erano andati a cena insieme...avevano mostrato sbiadite fotografie di mogli e fidanzate bevendo birra ghiacciata o Gin...

Quel giorno la guerra, che separa anche i capelli vicinissimi per creare una pettinatura, una riga, li conduceva a salire su mostri costruiti solo per uccidere, incapaci di portare un solo carico di caffè, inutili persino per pescare un’aringa.

Così, la Grand Fleet, comandata da Jellicoe, salpava nella notte da Scapa Flow, da Rosyth...mentre nell’estuario dello Jade e da Wilhelmshaven partiva la Hochseeflotte (la “flotta d’alto mare”) di Scheer, l’una per difendere l’onore dell’Impero Britannico, l’altra per difendere quello della creatura di Tirpitz.
Nella notte, 142 navi da guerra britanniche e 93 tedesche – dalla grande corazzata al veloce cacciatorpediniere – correvano verso il centro del Mare del Nord, ignare della presenza del nemico, inconsapevoli che la più grande battaglia navale della Storia stava per avere inizio. Solo fumosi dispacci, dubbie intercettazioni radio raccontavano della presenza del nemico, ma nessuno sapeva “quanto” e, soprattutto, dove.

Gli inglesi scendevano verso Sud a Occidente, i tedeschi salivano verso Nord ad Oriente e, per un soffio, potevano anche non incontrarsi: gli Dei sono bizzarri, e muovono le ore e le nebbie a piacimento, seguendo i loro capricci.
Ma, proprio al centro del Mare del Nord, nei pressi del Dogger Bank, una “carretta” danese saliva verso Nord col suo carico di legname e due cacciatorpediniere delle forze esploranti – uno inglese, l’altro tedesco – la avvicinarono per il riconoscimento: ebbe così inizio la Battaglia dello Jutland (eng) o dello Skagerrak (ted).

La mattina del 1° Giugno, 176.000 tonnellate di naviglio e 8.650 morti giacevano sul fondo del Mare del Nord, bruciati dal fuoco, dilaniati dagli scoppi, annegati.
Per la fredda cronaca dei numeri fu una vittoria tedesca: gli inglesi persero il doppio delle navi e più del doppio degli uomini, ma fu una vittoria di Pirro, giacché la flotta tedesca non uscì più dalle sue basi e finì per auto-affondarsi, al termine della guerra, nel 1919.

Il lavoro, per anni, di migliaia di operai – 176.000 tonnellate d’acciaio! – sfumò in un solo giorno, le vite di migliaia di marinai furono bruscamente troncate: le vedove piansero, le fidanzate accesero un lume accanto alla fotografia dell’amato. Dopo qualche anno – a dimostrare che la pragmaticità femminile supera l’orgoglio maschile – probabilmente dimenticarono, o finsero di dimenticare, sposandosi di nuovo. La specie deve sempre correre verso nuove tragedie, e ci vuole sempre nuova carne per alimentarle.
Qualcuno ci guadagnò, come sempre: nei cantieri, nelle banche...certamente qualcuno si fregò le mani, come fecero i nostri “ghiottoni” l’indomani del terremoto dell’Aquila.

Solo i venditori di fiori non trassero profitti giacché, come recita una canzone popolare tedesca, “sulla tomba del marinaio non crescono le rose”.

06 aprile 2016

Teppa Rossa






“Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.”
(Bertrand Russell)

Oh, com’è diventata divertente la politica italiana! Credevamo che i giochetti petroliferi fossero appannaggio delle “Sette Sorelle”, e invece...va beh, a noi hanno pure ammazzato un presidente dell’ENI...ma oggi è più frizzante, più intrigante...eh sì, ci voleva proprio Renzie per smuovere un poco le acque!

Gli ingredienti ci sono tutti! Un vero romanzo giallo tutto da scrivere – se Camilleri ne avesse voglia...forza Montalbano, dai... – con colpi di scena improvvisi, emendamenti approvati in piena notte, giudici impertinenti, Cuperlo piagnucolanti (“Dimmi, Matteo: sei forse diventato soltanto un capo partito? Ma dov’è finita la “mia” sinistra, quella bella, ridente, quella di una volta...no, Matteo, così mi fai piangere...” sigh, sigh, sigh...).

Se abbondano il noir e le povere vedovelle singhiozzanti come Cuperlo, non manca il rosa carnascialesco, quello made in Italy che più non si può! Bisogna richiamare in servizio Stefania Sandrelli per girare un nuovo “Divorzio all’italiana”...con tutte quelle storielle goderecce di provincia...una ricca figlia di strapresidenti di tutti i presidenti con la quale la natura è stata grifagna...la bellezza, sogno d’ogni donna, poco o nulla...ma lei, perbacco, non s’arrende! E trova il suo bel ragazzotto che, però, non ha i soldi per riempire il serbatoio della Lamborghini. Vieni, amore, stammi vicino, ti lascio un emendamento sul comodino...con questo, vedrai...

E poi c’è la rivale – non certo in amore, ma per bellezza – la Boscosa figlia di strapresidenti di banche e banchetti, la quale – pura come le storiche Angeliche e Beatici – è tutta santa: Dio, Patria e Partito. Lei non ha posto per amori di poca cosa, lei vuole tutto! Il massimo! Qualcuno sostiene che sia matta per Matteo, ma sono semplicemente storielle che si raccontano a Firenze e dintorni, fra Rignano ed Arezzo, Maremma imboscata!
Però, come s’incazza Matteo quando gliela toccano!        

E così la figliola di tanto padre, divenuta ministra, deve andare a batter cassa proprio dall’odiata rivale (in bellezza, sia chiaro) per avere un provvedimento per la Lamborghini carino carino, un bon bon tutto rosa incartato con un emendamento. Passata la stagione delle leggi ad personam, si varano gli emendamenti ad mutandam? Mah...

La questione terminerà nelle aule di giustizia, ma a noi rimane un dubbio: passi Toni Servillo nella parte che fu di Mastroianni, ma chi ci mettiamo a fare la Sandrelli per “Divorzio all’italiana 2: la verità smutandata”?

E veniamo a cose più serie, perché ridere un poco fa sempre bene, ma ci sarà un referendum fra qualche giorno, e bisogna scoprire cos’hanno architettato ‘sti bravi figlioli di cotanti padri. Perché ci sono cose che non quadrano, non cubano e non stanno nemmeno nelle mutande.

Da quando fu varata la riforma del Titolo V della Costituzione, le Regioni videro aumentare copiosamente i loro poteri: si decide qui, da noi, che c’entra lo stato? Le grandi scelte alle piccole comunità... – la scelta della TAV, difatti, fu affidata ai comuni della val di Susa, come no... – e Dio per tutti!
Così, le prime installazioni d’aerogeneratori dovettero passare sotto le forche caudine delle Regioni, che invocavano sempre il famoso “danno paesaggistico” per opporsi.

Famosa fu la Santa Alleanza fra Iorio (presidente molisano, centro dx) e Di Pietro (IDV, centro sx) sul quale scrissi un interessante articolo sulle convergenze (quando, ancora, tutti si scannavano fra destri e sinistri) delle due compagini quando c’erano soldi di mezzo (1).
Giunto Renzi al seggiolino più alto, se ne infischiò del Titolo V e di tutte le altre balle e disse: Maremma molinara, qui decido io! Ed ha avocato al Consiglio dei Ministri ogni decisione in merito a nuovi impianti off-shore da sistemare nelle acque territoriali.
Risultato? Eccolo:



Fonte: Legambiente

Tutti bocciati, non uno che gli andasse bene.
Se facciamo una somma dei MW che sarebbero stati installati, scopriamo che abbiamo “lasciato” al vento ben 2536 MW di potenza elettrica di fonte eolica (con tutto l’indotto di know-how e di posti di lavoro), ossia 2,536 GW. Quanta energia producono, in mare, 2,536 GW?

Nella regione mediterranea, le produzioni più elevate si raggiungono proprio in mare: mentre sulle coste del Mare del Nord si raggiungono e si superano anche le 4000 ore annue, nell’area mediterranea, a terra, il rendimento è limitato a 2000-2500 ore/anno, mentre in mare questo dato è superiore del 30% circa, con un aumento dei costi d’installazione del 25%. Ovviamente, più l’impianto è esteso, più s’ottengono risparmi di scala.
La resa degli impianto off-shore è preferibile rispetto a quelli a terra anche per un altro motivo: i venti sono più costanti e l’energia prodotta è più “spalmata” nelle 24 ore e, generalmente, nelle 8760 ore che compongono un anno solare.
Di conseguenza – dato che condizioni di omotermia su tutto il Mediterraneo (ed i conseguenti venti) sono molto rare – è molto difficile che la produzione eolica subisca forti variazioni nel corso dell’anno.

I costi (2)? Il costo di un MW di produzione eolica (qui, dipende molto dalle dimensioni del rotore) è in una “forbice” compresa fra 42 e 180 euro (fotovoltaico: 80-140), (carbone: 40-90), (gas: 140-210). Come si può notare, le “forbici” sono molto ampie per tutte le fonti, poiché dipendono da un’infinità di fattori: variazioni del prezzo dei fossili, piovosità (per l’idroelettrico), irraggiamento (per il solare), ecc.
Ciò che si può capire, però, è che le fonti rinnovabili stanno scalzando le fonti fossili proprio sul fronte dei costi (si noti l’altissimo costo del gas metano): per questa ragione i veri costi degli impianti a fossili – ossia i costi sanitari e sociali – sono abilmente nascosti nelle pieghe dei bilanci, oppure ignorati. E si nota che, in Italia soprattutto, si tende a privilegiare una sorta di “allungamento” della vita utile delle fonti fossili. Stupefacente il recente “ammodernamento” della centrale di Civitavecchia a carbone “pulito” (?), che ha avuto costi esorbitanti...ma tant’è: non si deve muover foglia che l’industria dei fossili non voglia.

In definitiva, quanto produrrebbero quei 2,536 GW di potenza installata? Stimando un dato realistico di 3000 ore/anno alla potenza di picco, otterremmo circa 7.600 Gigawattora, che corrispondono a 7.600.000.000 Kilowattora.
Siccome il consumo medio annuo di una abitazione civile è intorno ai 4.000 Kilowattora, con quell’energia si potrebbero alimentare 1.900.000 abitazioni, vale a dire una città di circa 6 milioni d’abitanti. Se vi sembra poco...
Siccome da una tonnellata di petrolio si ricavano 11.630 Kwh (2), quelle installazioni avrebbero generato, ogni anno – e, con la dovuta manutenzione, per sempre – l’equivalente di circa 653.500 tonnellate di petrolio, che sono pari a circa 4,5 milioni di barili annui. Gli impianti lucani producono, attualmente, circa 31 milioni di barili l’anno. Solo sette volte quello che i primi campi off-shore eolici avrebbero prodotto: se fossero stati approvati! Ed erano i primi!

Invece, Renzi boccia ogni impianto eolico ed approva tutte le possibili trivellazioni: non importa se le patologie tumorali, in val d’Agri, impazzano, se un piccolo paradiso naturale è stato trasformato in un girone infernale: a lui, di noi, non frega una mazza.
La storia la conosciamo, ed è tutta una storia toscana, della Toscana che conta, quella fra Arezzo e Prato, Firenze e Valdarno. Una terra zeppa di pietre, argille, ghiaie, rocce, ciottoli, sassi, lastre, scogli, massi...e Massoni.
Come non ricordare l’interessamento di Verdini, Carboni e Cappellacci per l’eolico sardo? Correva l’anno 2010. Ne nacque il filone d’inchiesta battezzato “P3” (3), che si perderà sui binari morti delle prescrizioni e dei non luogo a procedere, come tutti gli altri...

Ecco la verità, sic et simpliciter, tutti gli sbandierati giochini amorosi sono soltanto lì per abbagliare la gente: in realtà, le royalties che i francesi di Total pagano per il petrolio lucano sono poca cosa, se paragonate al bilancio dello stato, ma sono cifre consistenti se paragonate a quelle che ha incassato la “fondazione” (prontamente varata) dello stesso Renzi, 100.000 euro dalla British American Tabacco, ad esempio (4), mentre una legge che regolamenti lo spadroneggiare delle lobbies in Parlamento rimane sul binario morto.
E la Basilicata? Rimane una delle più povere regioni italiane, dove l’export è calato del 5,3% e l’occupazione del 2,8% (5): altro che Lucania Saudita! Ora, salirà – e parecchio – nella classifica dell’inquinamento e dei tumori, perché i dati epidemiologici già lo raccontano. E qualcuno dice “La Lucania saudita è diventata una terra dove siamo seduti su laghi di petrolio, con degli stracci addosso”. Niente di diverso dalla Nigeria.

Perciò, a questa gentaglia che fa affari anche col demonio basta riempirsi le tasche, possiamo dare un segnale d’avvertimento, un ulteriore “avviso di mora” con il referendum del 17 Aprile. Solo una comunicazione di “sgradimento" per tutte le loro porcate: tanto, poi, aggiusteranno una nuova legge e non potremo mai star loro dietro coi referendum.
Ma qualcosa conta: anche a noi, recarci al seggio per esprimere il nostro dissenso, costa poco.




22 marzo 2016

Ma come si fa?





Dalle mie parti, si dice “avere la faccia come il c...” che è un po’ scurrile, lo ammetto, ma rende bene l’idea. Soprattutto quando, dietro la firma di Renzi su Twitter, spiccano quelle di Gentiloni, Giannini, Alfano, Fassino...e tutta la ghenga. Come si fa a spiegare alla gente che un autista s’addormenta al volante per una tratta di per sé non certo impegnativa, come Valencia-Barcelona, su un’ottima autostrada: meno di quattro ore di guida. Bastano quattro righe di condoglianze buttate giù in fretta, dal nostro sindaco di Firenze (con i suoi corifei al seguito), stacanovista di Twitter? Non si spiega fin quando, cercando bene fra le pieghe della notizia, non salta fuori l’età dell’autista: 63 anni.

Per un caso della vita, quando ancora avevo da poco scapolato i vent’anni, portai un camion su e giù per lo Stivale: non era certo un bestione comunque, fra cassone e cabina (era un passo lungo), raggiungeva quasi gli 8 metri. Un 625 N2 BS, per gli amanti delle antichità “pesanti”.
Ma non è un metro in più od in meno a fare la differenza: sono le ore in più (all’epoca, non c’erano ancora i “dischi”), le attese snervanti, i pasti consumati in fretta, le notti insonni passate a farsi abbagliare dai veicoli dell’opposta corsia.
A volte, fui fortunato: la svista capita anche a 20 anni, soprattutto quando – dopo una giornata di lavoro e consegne – riparti e ti fai una tirata Napoli-Torino di notte.

Oggi, ho 65 anni: pressappoco l’età dell’autista spagnolo. La prima domanda che mi sono posto, quando ho letto la notizia, è stata “te la saresti sentita?”. Forse, è la risposta che mi sono dato: me la sarei sentita solo se fosse stata una questione grave, di vita o di morte, come usa dire. Normalmente, no.
E’ vero che ho guidato per soli tre anni, che non sono allenato – dopo una vita trascorsa fra i banchi di scuola – ma la questione è un’altra: a questa età, non c’è soltanto il colpo di sonno in agguato, ma anche il malore, lo sfinimento eccessivo.

A volte, mentre veleggio nel traffico col mio motorino, osservo i camion che escono dall’autostrada: certe facce, lo confesso con dolore, mi spaventano. Visi emaciati dall’età indefinita, coperti dai soliti occhiali da sole, crani calvi, sentore di vecchio, di chi dovrebbe stare ai giardinetti, invece che su una “bestia” con 44 tonnellate sulla schiena.
Ma com’è stato possibile fare un simile scempio?

Se i genitori delle povere ragazze di Tarragona cercassero un colpevole, basterebbe scorrere la lista dei vari “eminenti lacrimosi” su Twitter: c’erano quasi tutti quando fu votata la legge Fornero, c’erano quasi tutti quando furono definite le categorie a rischio, per i quali non valevano le nuove norme. E, il presidente del consiglio, ha un aggravio: non aver promosso nessuna iniziativa per rivedere quelle norme pazzesche, che a 67 anni ti obbligano a condurre un camion, una nave od un treno. Per i macchinisti delle ferrovie, c’è anche lo sberleffo: hanno una vita media di 64 anni, forse a causa dei campi magnetici dei locomotori, ma non è dimostrato scientificamente – lo ha detto Tullio Regge, per il caso della Radio Vaticana e la vicenda di Ponte Galeria. Crepate pure tre anni prima della pensione: qualcuno che si godrà i vostri contributi ci sarà di sicuro, ad esempio noi.

Non importa se, in questo caso, l’autista era spagnolo perché anche la Spagna ha seguito, per la previdenza, il sentiero italiano: prima, in Spagna, s’andava in pensione tutti intorno ai 60 anni, addirittura con 30 anni di contributi.
Ma siamo in Europa, vivaddio! Solo la Francia resiste all’assalto previdenziale delle banche ai fondi pensione, e continua a sostenere una teoria bislacca: se porti un camion per 25 anni – a qualsiasi età – dopo vai in pensione. E’ bislacca solo per chi un volante non l’ha mai avuto fra le mani per 9 ore il giorno, per sei (?) giorni la settimana.

La storia è quasi inutile raccontarla, perché tutti la conosciamo: i primi “risparmi” della riforma Fornero (3,9 miliardi) furono subito destinati da Monti al salvataggio del Monte dei Paschi, il quale non li ha ancora restituiti (1). Era la stessa banca alla quale scriveva, amareggiato, Giuliano Amato per chiedere che non fosse diminuito il contributo (erano “solo” 150.000 euro) per il suo amato circolo tennistico di Orbetello...”come facciamo? Siamo già all’osso!” (2)
Prima di lui, ci aveva pensato Giulio Tremonti ad azzerare il consiglio d’amministrazione dell’INPS, per trasformare l’Istituto Previdenziale in una cassa “per storni” ad uso del bilancio dello Stato. Il lavoro dei becchini ha molti padri, e tutti hanno la scusa buona per scansarsi ed incolpare un altro.

Cari genitori, non ci sono parole che potranno acquietare il vostro dolore: nessuno dei genitori che hanno perso dei figli, e che ho conosciuto personalmente, si è mai riavuto da quel trauma, che è il più terribile da sopportare nella nostra valle di lacrime. Inutile ricorrere ai “se” od ai “ma”...se non si chinava per raccattare il cd dal pavimento dell’auto...se si fermava a dormire da voi...se quel maledetto cellulare non lo distraeva...non serve a niente, è solo tempo sprecato.

Non è che covare rabbia sia utile per il vostro dolore ma, se veramente vogliamo che simili storie non si ripetano più, dobbiamo avere il coraggio di mettere il dito nella piaga, di fare i nomi dei colpevoli. Che tutti conosciamo.

11 marzo 2016

Elezioni agoniche





“La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.”
Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Minima moralia, 1951

La stampa nazionale è impazzita: dappertutto si sbraita oppure ci si cosparge i capelli di cenere! Alle elezioni primarie è crollato l’afflusso, anche lì l’astensionismo dilaga! Peggio ancora: ci sono i brogli! I candidati che si comprano i voti! Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire: già nelle votazioni del Senato Romano se ne sentivano (riportate dagli autori latini) delle belle. In tutti questi brevissimi paragrafi che precedono, c’è solo una parola che stona, anzi, che è proprio sbagliata secondo i comuni canoni semantici: elezioni.

Il termine elezioni, se proprio vogliamo spaccare il capello in quattro, viene usato anche per eleggere il Presidente della Confraternita del Coccio Spezzato, oppure per nominare il Direttore dell’Istituto per la Ricerca sul Porcino Caprino...insomma, anche lì si deve eleggere qualcuno...ma, da questo, a strombazzarle ai quattro venti come elezioni “importanti”, “decisive”...al punto di rivolgersi alla Magistratura, ce ne passa.

Il PD è un’associazione di privati cittadini, in forma di partito (ossia d’associazione politica) la quale bandisce delle votazioni, al suo interno, per stabilire l’organigramma del partito stesso od altre figure ritenute – a torto od a ragione, ma questi sono cavoli del Partito Democratico – importanti per la sua vita interna. Punto.
Se qualcuno ritiene d’essere stato danneggiato, va da un avvocato, gli spiega la situazione e – a quel punto – il legale farà i necessari passi conformi alla legge. Noi, scusate – intendendo i destinatari delle prime pagine dei giornali – cosa c’entriamo? Perché dobbiamo saperlo ad ogni costo?
Insomma, giuridicamente, questo ha la stessa importanza di un incidente stradale e ci viene propinato come una tragedia greca!

Certamente, la figura fatta non è delle migliori...nei filmati si vedono e si sentono scambi di denaro a vario titolo...ma, ricordiamo, le elezioni primarie non sono regolate da nessuna legge repubblicana: ciascuno fa come vuole. Nemmeno le elezioni politiche sono regolate dalla Costituzione, se non dall’art. 48:

“Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.”

 Ma, come si può notare, agli art. 56 e 58 dice anche:

La Camera dei deputati (ed il Senato N. d. A.) è eletta a suffragio universale e diretto...(omissis)...

Su quel “diretto” ci possono essere delle interpretazioni, ovvio: la lingua italiana è fra le più malleabili del Pianeta. La più comune e sensata è senz’altro “senza intermediari”, ossia nessuno si può frapporre fra il cittadino/elettore ed il cittadino/eletto. Certo, il bello spettacolo dei “dammi 10 euro” messo in piazza dal PD non brilla proprio per correttezza istituzionale ma, ripetiamo, le cosiddette elezioni primarie non sono niente di più di un gioco interno ai partiti, sono una lotteria benefica (per loro) e nulla hanno a che vedere con le istituzioni. Nemmeno negli USA, dove la Costituzione Americana mai le cita: sono un sistema come un altro per creare una classe dirigente oppure, se preferite, per mettere in lista dei volti qualunque, in modo che i veri poteri possano spadroneggiare.
Se, invece, vogliamo parlare di selezione e creazione di una classe dirigente, il discorso cambia.

Se credete fermamente – e con fondate ragioni – che le classi dirigenti siano create dai veri poteri con una telefonata, allora potete smetterla di leggere: troverete il seguito assai noioso e, per il vostro modo di pensare, anche urticante. Aggiungo solo che, se questa teoria in parte è vera, non è mai semplice come una telefonata e richiede molto lavoro: dal controllo dei media a quello degli esplosivi.

Subito dopo la 2GM, le classi dirigenti furono di buon livello, quasi ovunque: almeno, se correlate allo sfascio odierno. Il Senegal, ad esempio, ebbe per molti anni un poeta/presidente – Léopold Sédar Senghor – uomo di grande cultura, oppure, come in Tanzania, all’indipendenza, si trovarono a disposizione 7 laureati (6 medici) e 150 maestri elementari. Fine della classe dirigente. Eppure, riuscirono ad imbastire qualcosa di meglio del patetico, corrotto e violento governo coloniale portoghese. Ci furono anche i Bokassa: ma crebbero in Africa anche i Gheddafi ed i Mandela.

In Italia accadde un evento abbastanza raro: ossia un partito d’ispirazione religiosa (DC) trovò la sua dirigenza “pescando” nei quadri del cattolicesimo militante, e non fu poi così male: parecchie teste pensanti e una pletora di pance gaudenti. Ma, almeno, qualcuno che pensava c’era. Qualcosa del genere fece anche il PCI, ma non si possono dare giudizi perché non governò mai: nelle amministrazioni locali, in ogni modo, i due metodi si equipararono. Cooperative rosse in Emilia e bianche nel Veneto: spesso con gli stessi statuti ed i  medesimi obiettivi.
Nel film “Il Divo”, c’è una battuta che Sorrentino mette in bocca ad Andreotti/Servillo: parlando di Nenni, Andreotti lo ricorda in modo istrionico, come “strano” o “curioso”, ma subito dopo aggiunge “Che grande stima, reciproca, che vi fu!” Distanza, ma stima.

Tutto questo, prima del 1970: possiamo affermare che – pur avendo perso una guerra e pur essendo, praticamente, una nazione occupata (lo siamo tuttora) – avemmo una classe dirigente in grado di parare i colpi, soprattutto internazionali (si pensi all’infinito tormento arabo/israeliano). E di creare ricchezza per gli italiani.

Dopo il 1970, una classe politica che iniziava ad invecchiare, ebbe paura. Troppo distanti le richieste delle nuove generazioni – spesso, senza una reale consistenza politica e molta confusione – ma, proprio lì, il dialogo – all’interno ed all’esterno dei partiti, dove sarebbe stato più necessario, per captare le nuove esigenze e provare nuove vie – fallì.
Aldo Moro comprese l’importanza di quella interlocuzione e la espose nel famoso discorso alla segreteria del suo partito il 18 Gennaio del 1969, e la ritengo così importante che merita riportarne almeno un estratto:

Parliamo, giustamente preoccupati, di distacco tra società civile e società politica e riscontriamo una certa crisi dei partiti, una loro minore autorità, una meno spiccata attitudine a risolvere, su basi di comprensione, di consenso e di fiducia, i problemi della vita nazionale (…) Noi vogliamo corrispondere sì, capendo e facendo, all’inquieta richiesta della nostra società, ma ostruiamo poi contraddittoriamente i canali che potrebbero portarne nel partito, proprio nel partito, quella carica di vitalità e di attesa che è pure nel nostro paese. Sicché essa finisce per riversarsi altrove, mettendo in crisi la funzione dei partiti, i quali sovente fronteggiano dall’esterno, senza un’esperienza interiore vissuta del dramma sociale del nostro tempo, le situazioni che si presentano e spesso si esauriscono senza autorevole mediazione, nella società civile”.
(Aldo Moro, intervento al Consiglio Nazionale DC, 18 gennaio 1969)

Moro fu lasciato nelle mani delle BR, nessuno voleva un simile “cavallo di razza” fra i piedi: troppo ingombrante. Meglio gli Sbardella, gli Evangelisti, i Cirino Pomicino: i loro discendenti, sono quelli che hanno causato l’odierno disastro nell’amministrazione capitolina.

Non si creda che il terrorismo abbia contato più di tanto: sapevano perfettamente che gli “armati” erano meno di 10.000 (circa 5.000 le condanne giudiziarie), mentre coloro che cercavano d’elaborare nuovi scenari politico/sociali erano milioni. E, attenzione: appartenevano ad aree della sinistra come della destra.

Questo, fece loro paura. E’ un caso che le presidenze del consiglio “saltarono” una generazione? Si è passati, rapidamente, dalla generazione anteguerra di Prodi e Berlusconi agli attuali quarantenni come Renzi. Delle generazioni nate dopo la guerra, non rimarrà traccia nella politica italiana (l’unico fu D’Alema, Il “tartufaio”, meglio perderlo che trovarlo).

Ad esempio, nel PCI, fu proprio D’Alema (neo segretario, in pectore, dei Giovani Comunisti) a scrivere la bolla di condanna per gli “eretici” del Manifesto nel 1970: la scrisse bene, ed ebbe una carriera folgorante. Rimase “folgorato” fra le vie di Belgrado e non si riebbe più? E va beh, adesso fa “Tartufon”...
Un altro esempio furono le votazioni per eleggere il nuovo segretario della “Giovine Italia”: il risultato fu la vittoria di Marco Tarchi – uomo di vasta cultura – ma intervenne Almirante, con la scusa che il MSI non era “un partito democratico”, ed il quarto classificato, un certo Gianfranco Fini, venne catapultato alla presidenza dei giovani missini. Posizione del futuro segretario in pectore: ottima scelta! Persero addirittura il partito.

Anche negli altri partiti, i “giovani”, o erano considerati “sicuri” sotto l’aspetto della continuità, oppure non avevano scampo: nessun vero innovatore giunse ad essere classe dirigente in quegli anni.
L’illusione dell’eternalismo è sempre viva nell’animo umano: perché domani non può andare come ieri? Questo fu il grande errore dei nostri padri: credere che quel modo di concepire la politica fosse perfetto, che tutto sarebbe andato sempre così. Andreotti, ad esempio, ritenne impossibile la riunione fra le due Germanie, la affrontò con un’alzata di spalle.

Ma venne, improvvisamente, Tangentopoli. Guidata da uno strano magistrato molisano, che era stato poliziotto – una vera storia da libro “Cuore”, a ben pensarci, perfettamente confezionata – fu decapitata un’intera classe dirigente. E non solo metaforicamente.
Le vicende successive sono spiegabilissime se si parte da queste considerazioni: dal vuoto pneumatico, era necessario riempire i banchi del Parlamento.
A parte i residuati bellici della Prima Repubblica – figure patetiche, elevate al rango di potenti – fu necessario prelevare “sangue fresco” dai dipendenti Mediaset, da qualche pittoresco legaiolo (che fa rima con...va beh...) e riempiendo i buchi ancora mancanti con le quote rosa. Possibilmente con la quinta di reggiseno, altrimenti...che quote rosa sono?!?

Non si poteva esporre al pubblico ludibrio una simile accozzaglia di parvenu, perciò fu abolita la scelta elettorale: adesso voti un partito, anzi, un logo. Ah, Naomi Klein, come avevi ragione!
E veniamo all’oggi.

Fra i mille, disperati fremiti agonici di gran parte della classe politica, spicca la scelta del M5S: cosa c’è di più legittimo di una consultazione libera (on line), aperta a tutti gli iscritti (?), per trovare nuove classi politiche? Ossia, delle primarie on-line.
Sono tormentato da un dilemma: Grillo avrebbe consentito di fare come poi hanno fatto, se la legge elettorale avesse consentito le preferenze? Ossia se gli italiani avessero avuto scelta effettiva sui loro eletti?
Me lo chiedo, perché sono una persona curiosa e che non dà nulla per scontato, ma ne dubito.
Chi avrebbe mai scelto dei candidati che erano stati votati da circa 100 persone, fra parenti ed amici? Senza competenza alcuna, su nulla?

I risultati si sono visti a Parma – probabilmente “gentilmente” offerta da PD/PdL su un piatto d’argento – dove un povero Pizzarotti s’è ritrovato – lui, un tecnico informatico – a dover gestire una delle realtà più complesse d’Italia. Una città che è la capitale della lirica, che è sede dell’autorità europea per la sicurezza alimentare, una città ricca di storia e di cultura, con una fiorente industria agro-alimentare, una città universitaria, ecc.
In più, la “grana” dell’inceneritore “a metà” con Reggio: bisogna riconoscere che, se il “Pizza” era un modesto ed allegro “Fonzie”, se l’è cavata come ha potuto e come è riuscito per i suoi mezzi: per lo più, poco aiutato dal suo partito. Scusate, non-partito: il quale, comunque, ha fatto una figura di m... E, adesso (si dice), sarà “obbligato” a vincere a Roma.

Il metodo scelto dal M5S, in realtà, è stato qualcosa di più di un parziale fallimento, è stato un naufragio dove una sola scialuppa s’è salvata, ma senza grandi teste pensanti a dirigerla: con tutto il rispetto che posso avere per Di Maio & Company, sono soltanto dei (bravi?) polemisti. Se per questo, anche Fini e D’Alema – presi solo nell’agone della dialettica polemista – erano dei campioni. Dietro, buio pesto.
Anche Andreotti era un fine polemista, però non era “sotto il vestito, nulla.”

All’epoca di Andreotti si riconosceva l’avversario come meritevole di stima, anche se lontano per posizioni politiche: oggi, si stima l’altro per la sua capacità di raccogliere denaro e tangenti...mannaggia: quello, è un uomo da 2 milioni l’anno, quello vale...la politica? Ma non facciamo ridere: questo è stato uno dei perversi frutti di “Mani Pulite”. La consapevolezza, interiorizzata come frutto morale, del furto collettivo: così fan tutti...
Perché, se un tempo esistevano i cosiddetti “cacciatori di voti”, oggi esistono solo dei cacciatori di soldi: è più facile raccattare soldi, a fronte d’interessi garantiti, che voti, poiché le richieste – legittime! – degli elettori, sono più variegate, costano di più. Ergo: eliminiamo gli elettori, facciamo mettere solo più una croce su un simbolo evanescente, al resto pensano i soldi, mediante i quali ci assicuriamo spazi mediatici. Insomma, più che soddisfare le necessità degli elettori, creiamo delle Gestalt dalle quali loro possano essere irretiti: l’irrealtà al servizio del potere, il tweet che crea un gregge effimero, gli 0,1% che discriminano fra ricchezza e povertà...

L’unica soluzione, per uscire da questa follia da reparto psichiatrico, sarebbe di lasciare ai partiti i loro giochini di primarie ed ammennicoli vari: di tornare, però, a scrivere un nome sulla scheda elettorale ufficiale (quella controllata dalle Corti d’Appello) con un sistema proporzionale, il nome di una persona fisica, riconoscibile. Altrimenti, nessun gioco varrà, nessuna alchimia finanziaria, nessuna guerra su commissione, nessun viso salvifico apparirà alla porta.

Perché, vedete, la cosiddetta “governabilità” è solo un inganno: è la necessaria “semplificazione” di un sistema complesso richiesta a gran voce dalle lobbies, dai poteri esterni, dai corruttori occulti, che – oramai – calcano tranquillamente le aule parlamentari. I frutti? Pessime leggi per noi, ottime per i loro interessi: la riforma del canone RAI, le mille, nuove norme per spremerci fino all’ultimo soldo di tasse, le pazzesche norme che consentono al sistema bancario di spadroneggiare e di non pagare mai il fio dei loro errori e/o malversazioni...continuo? Non è necessario.

Avevo già toccato questo argomento in “Storia di lucidatori di sedie”, per far capire ai più giovani com’è stato possibile ridurre il nostro Paese in queste condizioni. I principi generali sono contenuti nel famoso “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli, e tutti sappiamo che razza di persona fu Licio Gelli.
Credetemi: non è sempre stato così, c’è stato un tempo nel quale eravamo amati e rispettati, anche all’estero, e non solo per la Ferrari o per la pizza. Oggi, vi fanno credere che tutta la colpa è dell’Europa.
Ma non v’insospettite un poco? Cos’altro potrebbero raccontarvi a fronte di un simile sfascio? Che la colpa era d’Alfredo? Del Sudafrica? Degli emiri yemeniti? L’Europa, colpevole od innocente, è perfetta come cavia, e noi possiamo continuare a cazzeggiare. Chi ha combinato il bel guaio di Banca Etruria, l’Europa o la cosca Renzi?

Nella mia vita mentirei se dicessi che non ho ricevuto “chiamate” ma, più che chiamate per empatia, erano velleitarie “chiamate di correo”: della serie, vieni con noi, la tua fine vena polemica ci farà guadagnare...e poi, chiedevo io? C’era da ridere ad ascoltare le risposte. E, io, non sono un uomo da marciapiede. Perché non sono più chiaro?
Perché è del tutto inutile: si dice il peccato, non il peccatore, ma non per un pietoso o reticente rispetto per il peccatore. Semplicemente, perché i peccatori sono tanti, il peccato è uno solo. Sempre il solito: dimenticare che ministerium vuol dire servizio, e non credere di vincere un Paese al Banco Lotto.

Pochi giorni fa ho compiuto 65 anni: lo Stato, benevolmente, mi concede una patente ufficiale di “vecchio” e l’esenzione dai ticket farmaceutici. Che gioia. Ancora mi dibatto fra Socrate e Platone, come forse voi vi chiederete se vale la pena dibattere fra destra e sinistra. O Stato e mercato? Forse, meglio.
Ma non so tacere, e quando vedo l’Italia ridotta ad una fiera di minimalia ridotte in frantumi, ad un rodeo fra capi-bastone in lotta/combutta, non so se mettermi a ridere od a piangere. E mi domando, in questo gelido deserto degli intelletti: quale domani attenderà le giovani generazioni?

08 marzo 2016

Otto Marzo 2016




Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale...
Fabrizio de André – Una storia sbagliata – 1980

Già, oggi è proprio l’otto Marzo e compio 65 anni: ringrazio tutti coloro che mi hanno inviato gli auguri, e lo Stato che oggi – benevolmente – mi concede di non pagare più il ticket sui medicinali. E’ ufficiale: sono classificato fra i vecchi: non più anziano, di terza età, attempato, maturo...ma vecchio e basta. Ci sarebbe di disquisire sul pressappochismo del nostro benevolo “stato”, che non guarda a noi come persone ma come numeri: non gl’importa se a 70 anni sei in salute o se a 50 già giri per ospedali, a 65, è più semplice...cosa rompete?
Non è questo, però, ciò di cui voglio parlarvi, perché oggi è la Festa delle Donne. Anzi, la Festa dei Diritti delle Donne e io ci aggiungo, poi capirete, anche l’Angelo della Morte. Non è la sua festa, perché lui non ha diritto a feste che lo ricordino, anzi, non si sa nemmeno se veramente esista...solo Angelo Branduardi lo menzionò nella “Fiera dell’Est”, ma ciò non basta per farlo entrare di diritto nella storiografia umana.

Quando nacqui, nulla si sapeva della Festa della Donna: si lavorava – tanto – tutti, donne e uomini, perché l’Italia era ancora distrutta dalla guerra ed i soldi erano pochi, pochissimi: si mangiava tanto pancotto, che ancora oggi non posso assolutamente soffrire. Quando, con la mamma, andavo a trovare i nonni, notavo che la corriera abbandonava la strada e guadava il torrente: accanto, c’erano le macerie del ponte, fatto saltare dai tedeschi in ritirata.
Con gli anni ’70 arrivò un barlume di normalità, perché la gente incominciò a vedersi come persone: basta con i numeri di matricola! Con quelli del libretto di lavoro, o peggio ancora, con quelli tatuati sul braccio! Siamo esseri umani, abbiamo diritto ad una vita decente! Ed arrivò la Festa dei Diritti delle Donne.
Giunse gioiosa, accompagnata dai cori delle streghe che tornavano...che ci rammentavano i loro, antichi, segreti poteri...e noi giocavamo insieme a loro, perché è bello che un uomo ed una donna giochino insieme!
Detto fra noi, non ho mai amato molto un certo femminismo “incazzato” e borioso, perché mi reputo un gentiluomo, e non amo gentildonne sboccate. A mio avviso, uomini e donne si salvano insieme, oppure non ce n’è per nessuno.

Ma ci pensò la Storia, come sempre: vennero gli anni ’80 e l’edonismo maschilista prese il sopravvento, basta con queste cazzate! La donna deve la-vo-ra-re e fare carriera! Un tailleur grigio sostituì i colorati abiti da zingare...ed i loro occhi divennero freddi, spesso cerchiati da occhiali d’acciaio al Nichel Cromo: sono una donna! E allora? Ti faccio vedere io come si fa a fare le scarpe agli uomini...sono, finalmente una...DONNA IN CARRIERA!
Qui finì il gioco, e si tornò alla normalità: spesso, le donne smarrirono i loro occhi gioiosi, i loro sguardi ammiccanti...oggi, la Festa della Donna (spariti i diritti) è un fenomeno commerciale che, per la gioia di Renzi, incrementerà il PIL dello 0,01%! Togliendo uno zero – il ragazzo è un po’ debole in Matematica – diventa uno 0,1% e...ragazzi, l’Europa crede in noi!

C’è chi s’industria per incrementare gli affari: dilagano i locali con gli spogliarelli maschili ma – invece d’essere un gioco un po’ burlesque ed un po’ carnevalesco – diventa una storia che deve solleticare gli ormoni. Così, un cameriere in tenuta adamitica mostra i muscoli palestrati e, intanto, ti porta una pizza. E puzza, puzza come un cinghiale incazzato perché gli toccherà tirare avanti quella buffonata fin chissà a che ora...e non sai se fidarti a mangiare la pizza, perché il puzzo di sudore ti fa passare l’appetito.
Ti salta alla mente l’immagine di Dita von Teese e no, ti convinci che lo spogliarello maschile può andar bene come impeto clownesco, ma nulla più. Soprattutto, su un palco, lontano dalle pizze.
Su questa strada, ci siamo persi i diritti delle donne: beh, ma oggi abbiamo gli stessi diritti tutti...lo sancisce la Costituzione...o no?

Provate a chiedere ad una mia amica, nata sovietica ma a pochi chilometri dal confine polacco...oggi è diventata ucraina, certo...che contentezza...forse sarebbe stata più contenta se la Grande Europa le avesse riconosciuto la sua Laurea in Chimica, magari dopo un esame di lingua italiana, invece di fare la badante a 800 euro il mese. Ma queste sono storie ancora fortunate.

Un’altra mia amica, rumena, lavora invece 11 mesi l’anno, qui in Italia, ed il mese d’Agosto torna nell’amata Romania, dove la attende il marito: passa un mese fra la cucina, l’orto, le galline ed il letto, perché lui vuole i suoi diritti – che per i successivi 11 mesi metterà in un angolo, troverà una supplente – fintanto che la moglie non tornerà. Coi soldi, altrimenti sono botte. Perché non rimane in Italia? Già...e i figli? Sono già grandicelli...ma è meglio tenerselo buono ugualmente...è uno che mena...che beve...e, in Romania, non mancano certo le armi.

Poi, si scende negli inferni africani.
Lì, le donne sono particolarmente fortunate!
Agli uomini chiedono circa 2000 euro per portarli dalla Nigeria al Mar Mediterraneo...alle donne niente! Va beh, nella solitudine del deserto, la sera, vogliamo che gli autisti – dopo una giornata di guida fra le dune – non abbiano diritto a rilassarsi un po’? Vanno nel cassone e le prendono, come viene, come piace a loro...donne, ragazze, ragazzine, sposate, accompagnate...sono tutte uguali per loro...i mariti? Beh...se danno fastidio si può sempre abbandonarli fra le sabbie del deserto del Fezzan...senza nemmeno la pietà di un colpo di pistola. Poi, tornano con le donne nella loro tenda: che problema c’è? Diritti?!?
Le più belle e “capaci” finiscono per avere un destino diverso: il loro avvenire è girovagare per tenere “compagnia” agli autisti, dalla Libia al Niger, dal Niger alla Nigeria, dal Ciad al Mali...poi, magari, il giorno che si stufano di loro le abbandonano in una tappa qualunque, senza un soldo, ovvio.

Ma ci sono anche le cinesi, le sudamericane, le indiane, le sudafricane, le indonesiane...che recuperano i componenti elettronici sciogliendo i chips nell’acido cloridrico, rimestando nel pentolone con un bastone, per poi pescare i pezzi con le mani nude...accanto al pentolone tengono il loro bambino che ogni tanto devono allattare, ovvio. E mica ci si può allontanare! Si allatta e si rimesta, tutto il giorno!

Forse, qualche razzista nostrano dovrebbe riflettere un po’, e prendere in locazione un cervello in comodato d’uso.

Il paradosso, però, è che l’Angelo della Morte verrà per tutti noi e, per molti, avrà “le sue labbra e i suoi occhi”: occhi freddi, perché per loro è un lavoro, ed occhi preoccupati, perché nel momento che tu te ne andrai loro perderanno il lavoro. E dovranno cercarne un altro, altrimenti...Romania, Moldavia, Ucraina...ciascuna con le sue miserie e le sue guerre.
Ed è veramente un paradosso, per i tanti che sbraitano contro gli “stranieri”, dover finire la propria vita accanto ad una di queste donne, dalla vita spesso infelice e disperata, trattate come esseri inferiori o come puttane, all’occorrenza, secondo la bisogna.

Forse, l’Angelo della Morte – che ha solo sembianze androgine – queste cose le sa e, se ci sarà qualcuno da commiserare, non sarà certo lei.

03 marzo 2016

Ma guarda che combinazione!






Renzi è nei guai, inutile raccontarsela, come del resto lo è Mattarella e tutto la compagnia cantante, e pure quelli che fanno finta di cantare. Soprattutto dopo il diktat di Obama: l’Italia deve andare in Libia! A chi lo “scatolone di sabbia”? A noi!
Mi riferisco alla dolorosa e triste vicenda, conclusasi con la morte (almeno, secondo le ultime notizie) dei due tecnici italiani in Libia. Due tecnici rapiti da Daesh (?) lo scorso anno, non una vicenda recentissima. E’ qui la stranezza della vicenda.

Da anni siamo abituati alla Farnesina in versione “cassaforte” e “banca” nei confronti dei rapitori: è una pratica normale, che è sempre esistita. Dai tempi nei quali ci s’affrontava all’arma bianca, la vita la perdevano i poveracci: appena disarcionato dal suo cavallo, il cavaliere si sentiva fare la domanda di rito “Di quale casata sei?” Il movimento successivo del coltello, infilato fra la corazza e l’elmo, dipendeva da quella risposta.

Oggi, che personale italiano dipendente da aziende petrolifere, o di costruzioni (sempre al servizio delle suddette aziende) si trovi in Libia, nel bel mezzo di una guerra fra bande, è cosa risaputa e normale che stiano lì, nel bel mezzo dei Kalashnikov che cantano. Business as usual, gas e petrolio devono giungere alle nostre case, altrimenti il business si ferma e...non si può!
Qual è la condizione?

L’accordo essenziale, per quelle aziende, è che – su tutto – veglieranno i servizi segreti, se andasse male interverrà il Ministero degli Esteri...lo hanno già fatto, no? Le due ragazze che lavoravano per una ONG in Siria sono state salvate, vero? Basta pagare il riscatto, e allora...
Per i lavoratori, questa dev’essere stata la rassicurazione che hanno ricevuto dalle loro aziende: che, successivamente, li hanno “rivenduti” ai servizi, i quali aspettano ordini. Da chi? Provate ad indovinarlo!

Che i guerriglieri di Daesh non sapessero ci sembra molto strano: Daesh è una holding sempre a caccia di soldi, dal petrolio alle antichità, dal traffico di migranti a quello degli organi dei prigionieri, destinati al trapianto. Su questo turpe mercato, scriverò presto un nuovo articolo, perché – anche se la Malatempora non c’è più – non dare un seguito al mio “Ladri di organi” mi sembra una bestemmia, una perfidia nei confronti di chi viene macellato per le camere operatorie.
Ma torniamo alla vicenda.

C’è una paradossale vicinanza con la storia raccontata ne “Il ponte delle spie” di Spielberg: una storia della mia gioventù, quando i russi abbatterono l’U-2.
Il paradosso fra le due vicende, sta nella visita che l’avvocato difensore della spia russa compie a casa del giudice, prima della sentenza, e gli ricorda “E se domani, per un caso fortuito, prendessero uno dei nostri? Ci converrebbe avere una pedina di scambio”. Difatti, la spia russa fu condannata ad una lunga detenzione e non “fritta” sulla sedia elettrica. Ed il caso dell’U-2, puntualmente, si verificò. E furono scambiati.

Invece, Daesh – che sa d’avere fra le mani qualche milioncino di euro, sicuro sicuro – li porta in prima linea a fare da scudi umani...ma quale furbizia! Chi ha pagato “qualche milioncino + tot” perché l’esito fosse diverso?

Un caso d’analogia all’opposto, con Renzi che deve trovare una pezza giustificativa nei confronti dell’opinione pubblica per andare in Libia ed accontentare il suo padrone Obama...ma non è Andreotti! La fa semplice, il ragazzotto (che solo un presidente padre/padrone ha messo in cattedra, tanto per ricordarlo): passa la pratica all’ufficio...tu sai quale...

Adesso sono partiti 50 incursori – che in Libia sono come un bruscolino in mezzo ad una tempesta di sabbia – ma gli incursori, si sa, possono anche trasformarsi in istruttori...atti alla bisogna, anche se drammaticamente bruscolini.

In ogni modo, italiani, adesso caricatevi bene di rabbia: vendetta! Tremenda vendetta!