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15 maggio 2021

E i politici sognano

 


La situazione economica italiana sta accartocciandosi su se stessa: su 5 milioni di piccole e medie imprese italiane, l’85% – 300.000 – ha chiuso i battenti nel 2020 e non si sa ancora quante spariranno nel 2021. Insieme alle imprese, sono sparite 200.000 Partite IVA. A grandi linee, 1/6 dell’apparato produttivo italiano è scomparso nel 2020 e, nel 2021, s’attendono cifre ancora più alte. Chi aveva “stretto la cinghia” nel 2020, può averla definitivamente mollata nel 2021.

Per ora, sono soltanto piccole imprese a conduzione familiare et similia, ma il computo ad oggi è soltanto aleatorio: pochi dati certi e mille ipotesi senza certezze.

Mentre le tasse sono sospese dal 31 Marzo 2020 al 30 Aprile 2021, il computo degli emolumenti non percepiti dallo Stato verte intorno ai 1.000 miliardi e non si sa quali risultati genererà e quali saranno le ripercussioni sul mondo bancario.

Di là della precisione millimetrica dei numeri, i fatti indicano che l’apparato produttivo italiano – risollevatosi appena dalla crisi del 2008 – ha incocciato “la pietra d’inciampo” del Covid: fino a dove è rovinata, lo sapremo solo alla fine dei giochi. Se lo sapremo e se la crisi economica avrà fine.

Il contraltare, proposto dall’attuale governo, risiede solo nelle cifre del turismo “che verrà” se mai verrà…per ora (2021) sono saltate 81 milioni di presenze turistiche, con una perdita – nel trimestre primaverile – di 9,4 miliardi di euro.

I politici, in questo sfacelo, sognano di lucrare sui (pochi) soldi europei destinati a salvare il salvabile per non far precipitare le nuove generazioni in una povertà nemmeno immaginabile oggi: sognano ponti ed autostrade, gallerie ed aeroporti…sui quali percepire il solito 15% di prelievo, come dei rappresentanti di commercio di merendine o di camicette.

Il liberismo sfrenato e la “pietra d’inciampo” del Covid hanno prodotto un cocktail micidiale: si riesce a comprendere perché Mattarella abbia scelto l’uomo del Britannia e della cancellazione della Grecia per salvare l’Italia dal baratro, ma temiamo che abbia sbagliato i conti alla grande, come un contabile strabico di un dimenticato banco dei pegni. Di più, Mattarella non è e non sa essere.

Per comprendere come dal 2008 ad oggi tutto sia precipitato basta osservare questa immagine di un qualsiasi porto turistico: da un lato i grandi panfili da milioni di euro, dall’altra lo sterminato parquet delle barche della classe media.

Le barche che osservate a destra costano fra i 2 ed i 20 milioni l’una ed hanno costi di mantenimento annui parificabili nel 10% del costo d’acquisto: siccome ce ne sono anche di più grandi, dobbiamo concludere che esistono migliaia d’italiani in grado di spendere milioni di euro ogni anno soltanto per lo sfizio d’andare in mare.

Per contro, osservate la platea della classe media, con imbarcazioni fra i 20 ed i 100 mila euro, che costano parimenti poche migliaia di euro l’anno per il loro mantenimento: c’è una curiosità che potrete notare facilmente.

I posti vuoti.

Sono la rappresentazione grafica della fine della classe media italiana, o borghesia che dir si voglia, e il Covid non è ancora passato. Cosa resterà alla fine?    

 

Venezia, Maggio 2021: https://www.youtube.com/watch?v=DYhPHxWWByw

18 agosto 2019

Salvini, non è di sua competenza?


Un escursionista francese cade: sta compiendo un’escursione dalle parti del Salento, telefona al 118 (o 112, 115, o chi cavolo è che deve soccorrere la gente in difficoltà) perché è caduto e teme d’aver entrambe le gambe spezzate e si sente rispondere che “non è possibile localizzarlo”. Ovviamente, la ligia operatrice, non manca di chiedere nome e cognome, nazionalità (il ragazzo vive in Italia da due anni, e parla un buon italiano) e poi gli raccomanda di tenere acceso il cellulare, cosicché si riesca a localizzarlo. Ma qualcosa non funziona.

Sono le 9.30 del mattino del 9 Agosto: l’escursionista si lamenta, parla a fatica, ma riesce, comunque, a mantenere acceso il telefono fino alle 19, quando si spegne, probabilmente per la batteria oramai scarica. Non sappiamo di più – ossia se il ragazzo svenne, se avesse avuto una batteria di scorta, non sappiamo nemmeno se è ancora vivo! – perché, a distanza di nove giorni, nove giorni! – ancora non sanno dov’è!

Scansiamo subito le facili soluzioni: quando sul cellulare ci compare “com’era il supermercato xy?” non significa che ci hanno localizzato via satellite, vuol dire semplicemente che il supermercato xy ci ha rilevato con un suo sensore all’interno, che ha poi provveduto ad inviare il messaggio, in barba a tutta la normativa (carente) sulla privacy delle persone.

La faccenda di rilevare una persona dispersa, se però ha un cellulare acceso, non è poi di così difficile soluzione: non serve mandare gli elicotteri a zonzo per le montagne se non lo si è rilevato! Come si fa a rilevarlo?

Sono già in vendita piccoli dirigibili – lunghi una quindicina di metri, completamente automatici e controllati da terra –  che costano circa 20.000 euro: al loro interno (non portando persone) si possono installare decine di chili di materiale elettronico: proprio quello che serve per rilevare le chiamate dei cellulari che – fra parentesi – sono potenti e disturbavano (e parecchio!) il sistema di combattimento dell’F-22.

Una manciata di questi mezzi, a 10.000 piedi di quota, potrebbero avere sotto controllo tutta la Nazione, mari compresi, visto che – mentre si bloccano le navi maggiori con 150 persone a bordo per poi imbastire manfrine infinite – i gommoni con 20-80 persone continuano ad arrivare, ovunque. Uno, addirittura, è sbarcato a Taranto, proprio nei pressi della principale base della nostra Marina!

Ora, non vorrei fargliela lunga: bensì vorrei che lei si mettesse, per un attimo, nei panni dell’escursionista francese: ferito gravemente, probabilmente caduto in un crepaccio o in un burrone, che è riuscito a telefonare ma non a dare indicazioni precise: però, ha mantenuto per ben 10 ore il telefono acceso!
Dov’eravate in quelle 10 ore? Cosa facevate? Guardi che non abbiamo dimenticato Rigopiano, con la centralinista che quasi sfotteva…ma no…che valanga…non abbiamo notizie…e non mi dica che, all’epoca, governava il PD, perché il 9 Agosto 2019 governava lei: non sul mare – dove non ha competenze – ma sulla superficie solida della Nazione, dove le competenze, proprio lei, è tenuto ad averle!

Lei, il 9 Agosto, era proprio lì vicino, su qualche spiaggia italiana a farsi fotografare con tutte le bellezze al bagno, ed a sproloquiare sui “Sì” e sui “No”, sui “pieni poteri” e sulla caduta di un governo inefficiente (del quale continua a far parte!), a centellinare se il migrante è minorenne o maggiorenne, a fare proclami su nuove elezioni che avrebbero ridato all’Italia quel “potere” su chissà che cosa, chissà dove, chissà come. Un potere che veleggiava solo nella sua mente: ma, quel potere – reale – sui soccorsi doveva esercitarlo lei! Perché non l’ha fatto? Perché la centralinista del cento qualcosa risponde “non siamo in grado di localizzarla”?

Lo sa, vero, che il servizio di soccorso notturno tramite elicotteri non funziona? Una decina di anni fa, i piloti di elicotteri italiani con la qualifica al volo strumentale, sa quanti erano? Quattro!
Gli svizzeri sono stufi di venire a soccorrere alpinisti in difficoltà sui versanti italiani delle Alpi! Ci dicono: “Ma se compriamo da voi gli elicotteri Agusta-Westland, perché non provvedete da soli?”

Perché è tutto un gran casino: un anno fa circa, i Carabinieri – risparmiare! – spostarono l’unico elicottero presente nella Liguria occidentale, di base all’aeroporto di Albenga – si, proprio l’aeroporto dove il ministro Scajola si faceva venire a prendere in DC9 – e l’hanno trasferito presso Torino. Non so oggi come siano le cose, però ad essere trasferiti furono piloti e motoristi, mentre il resto (furieri, sentinelle, addetti alle comunicazioni, ecc, una trentina di persone) rimasero lì. Alla faccia dei “risparmi”.

Io non so chi abbia la famosa “chiave” per intercettare le chiamate dei cellulari ovunque siano: se ce l’ha la Polizia, i Carabinieri, la Finanza, l’AMI…e non m’interessa, ma un sistema di ricerca e salvataggio – in un Paese turistico, ad Agosto! – deve essere in grado d’intervenire, in pochi minuti e con mezzi automatici, per fornire all’elicottero le coordinate per il soccorso.

Mi spiace dirglielo, ministro (?) Salvini, ma lei ha sbagliato, e sbagliato con la vita delle persone, perché in questo dannato Paese i segnali, e pesanti, erano già arrivati: Rigopiano (29 morti), poi le gole del Pollino lo scorso anno (10 morti), adesso il ragazzo francese. Spero che nessuno abbia l’orrido coraggio d’affermare che i morti sono “statisticamente diminuiti”, perché se a cadere nel burrone fosse stata una cordata, saremmo alle solite.

E alle solite ci siamo quando, invece di pensare alle proprie competenze, un ministro della Repubblica si mette a dissertare su questioni che non conosce (gli equilibri istituzionali) e ad intrufolarsi in materie nelle quali non ha competenze (il soccorso in mare).

Se preferisce, la vicenda di Bibbiano è il fallimento di un gruppo criminale d’appartenenti al PD mentre questa, paradossalmente, è tutta sua, che governa su Polizia, Vigili del Fuoco e vari corpi destinati alla protezione civile. Lei, dov’era, mentre il ragazzo agonizzava (ed agonizza, probabilmente) solo come un cane?

06 aprile 2016

Teppa Rossa






“Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.”
(Bertrand Russell)

Oh, com’è diventata divertente la politica italiana! Credevamo che i giochetti petroliferi fossero appannaggio delle “Sette Sorelle”, e invece...va beh, a noi hanno pure ammazzato un presidente dell’ENI...ma oggi è più frizzante, più intrigante...eh sì, ci voleva proprio Renzie per smuovere un poco le acque!

Gli ingredienti ci sono tutti! Un vero romanzo giallo tutto da scrivere – se Camilleri ne avesse voglia...forza Montalbano, dai... – con colpi di scena improvvisi, emendamenti approvati in piena notte, giudici impertinenti, Cuperlo piagnucolanti (“Dimmi, Matteo: sei forse diventato soltanto un capo partito? Ma dov’è finita la “mia” sinistra, quella bella, ridente, quella di una volta...no, Matteo, così mi fai piangere...” sigh, sigh, sigh...).

Se abbondano il noir e le povere vedovelle singhiozzanti come Cuperlo, non manca il rosa carnascialesco, quello made in Italy che più non si può! Bisogna richiamare in servizio Stefania Sandrelli per girare un nuovo “Divorzio all’italiana”...con tutte quelle storielle goderecce di provincia...una ricca figlia di strapresidenti di tutti i presidenti con la quale la natura è stata grifagna...la bellezza, sogno d’ogni donna, poco o nulla...ma lei, perbacco, non s’arrende! E trova il suo bel ragazzotto che, però, non ha i soldi per riempire il serbatoio della Lamborghini. Vieni, amore, stammi vicino, ti lascio un emendamento sul comodino...con questo, vedrai...

E poi c’è la rivale – non certo in amore, ma per bellezza – la Boscosa figlia di strapresidenti di banche e banchetti, la quale – pura come le storiche Angeliche e Beatici – è tutta santa: Dio, Patria e Partito. Lei non ha posto per amori di poca cosa, lei vuole tutto! Il massimo! Qualcuno sostiene che sia matta per Matteo, ma sono semplicemente storielle che si raccontano a Firenze e dintorni, fra Rignano ed Arezzo, Maremma imboscata!
Però, come s’incazza Matteo quando gliela toccano!        

E così la figliola di tanto padre, divenuta ministra, deve andare a batter cassa proprio dall’odiata rivale (in bellezza, sia chiaro) per avere un provvedimento per la Lamborghini carino carino, un bon bon tutto rosa incartato con un emendamento. Passata la stagione delle leggi ad personam, si varano gli emendamenti ad mutandam? Mah...

La questione terminerà nelle aule di giustizia, ma a noi rimane un dubbio: passi Toni Servillo nella parte che fu di Mastroianni, ma chi ci mettiamo a fare la Sandrelli per “Divorzio all’italiana 2: la verità smutandata”?

E veniamo a cose più serie, perché ridere un poco fa sempre bene, ma ci sarà un referendum fra qualche giorno, e bisogna scoprire cos’hanno architettato ‘sti bravi figlioli di cotanti padri. Perché ci sono cose che non quadrano, non cubano e non stanno nemmeno nelle mutande.

Da quando fu varata la riforma del Titolo V della Costituzione, le Regioni videro aumentare copiosamente i loro poteri: si decide qui, da noi, che c’entra lo stato? Le grandi scelte alle piccole comunità... – la scelta della TAV, difatti, fu affidata ai comuni della val di Susa, come no... – e Dio per tutti!
Così, le prime installazioni d’aerogeneratori dovettero passare sotto le forche caudine delle Regioni, che invocavano sempre il famoso “danno paesaggistico” per opporsi.

Famosa fu la Santa Alleanza fra Iorio (presidente molisano, centro dx) e Di Pietro (IDV, centro sx) sul quale scrissi un interessante articolo sulle convergenze (quando, ancora, tutti si scannavano fra destri e sinistri) delle due compagini quando c’erano soldi di mezzo (1).
Giunto Renzi al seggiolino più alto, se ne infischiò del Titolo V e di tutte le altre balle e disse: Maremma molinara, qui decido io! Ed ha avocato al Consiglio dei Ministri ogni decisione in merito a nuovi impianti off-shore da sistemare nelle acque territoriali.
Risultato? Eccolo:



Fonte: Legambiente

Tutti bocciati, non uno che gli andasse bene.
Se facciamo una somma dei MW che sarebbero stati installati, scopriamo che abbiamo “lasciato” al vento ben 2536 MW di potenza elettrica di fonte eolica (con tutto l’indotto di know-how e di posti di lavoro), ossia 2,536 GW. Quanta energia producono, in mare, 2,536 GW?

Nella regione mediterranea, le produzioni più elevate si raggiungono proprio in mare: mentre sulle coste del Mare del Nord si raggiungono e si superano anche le 4000 ore annue, nell’area mediterranea, a terra, il rendimento è limitato a 2000-2500 ore/anno, mentre in mare questo dato è superiore del 30% circa, con un aumento dei costi d’installazione del 25%. Ovviamente, più l’impianto è esteso, più s’ottengono risparmi di scala.
La resa degli impianto off-shore è preferibile rispetto a quelli a terra anche per un altro motivo: i venti sono più costanti e l’energia prodotta è più “spalmata” nelle 24 ore e, generalmente, nelle 8760 ore che compongono un anno solare.
Di conseguenza – dato che condizioni di omotermia su tutto il Mediterraneo (ed i conseguenti venti) sono molto rare – è molto difficile che la produzione eolica subisca forti variazioni nel corso dell’anno.

I costi (2)? Il costo di un MW di produzione eolica (qui, dipende molto dalle dimensioni del rotore) è in una “forbice” compresa fra 42 e 180 euro (fotovoltaico: 80-140), (carbone: 40-90), (gas: 140-210). Come si può notare, le “forbici” sono molto ampie per tutte le fonti, poiché dipendono da un’infinità di fattori: variazioni del prezzo dei fossili, piovosità (per l’idroelettrico), irraggiamento (per il solare), ecc.
Ciò che si può capire, però, è che le fonti rinnovabili stanno scalzando le fonti fossili proprio sul fronte dei costi (si noti l’altissimo costo del gas metano): per questa ragione i veri costi degli impianti a fossili – ossia i costi sanitari e sociali – sono abilmente nascosti nelle pieghe dei bilanci, oppure ignorati. E si nota che, in Italia soprattutto, si tende a privilegiare una sorta di “allungamento” della vita utile delle fonti fossili. Stupefacente il recente “ammodernamento” della centrale di Civitavecchia a carbone “pulito” (?), che ha avuto costi esorbitanti...ma tant’è: non si deve muover foglia che l’industria dei fossili non voglia.

In definitiva, quanto produrrebbero quei 2,536 GW di potenza installata? Stimando un dato realistico di 3000 ore/anno alla potenza di picco, otterremmo circa 7.600 Gigawattora, che corrispondono a 7.600.000.000 Kilowattora.
Siccome il consumo medio annuo di una abitazione civile è intorno ai 4.000 Kilowattora, con quell’energia si potrebbero alimentare 1.900.000 abitazioni, vale a dire una città di circa 6 milioni d’abitanti. Se vi sembra poco...
Siccome da una tonnellata di petrolio si ricavano 11.630 Kwh (2), quelle installazioni avrebbero generato, ogni anno – e, con la dovuta manutenzione, per sempre – l’equivalente di circa 653.500 tonnellate di petrolio, che sono pari a circa 4,5 milioni di barili annui. Gli impianti lucani producono, attualmente, circa 31 milioni di barili l’anno. Solo sette volte quello che i primi campi off-shore eolici avrebbero prodotto: se fossero stati approvati! Ed erano i primi!

Invece, Renzi boccia ogni impianto eolico ed approva tutte le possibili trivellazioni: non importa se le patologie tumorali, in val d’Agri, impazzano, se un piccolo paradiso naturale è stato trasformato in un girone infernale: a lui, di noi, non frega una mazza.
La storia la conosciamo, ed è tutta una storia toscana, della Toscana che conta, quella fra Arezzo e Prato, Firenze e Valdarno. Una terra zeppa di pietre, argille, ghiaie, rocce, ciottoli, sassi, lastre, scogli, massi...e Massoni.
Come non ricordare l’interessamento di Verdini, Carboni e Cappellacci per l’eolico sardo? Correva l’anno 2010. Ne nacque il filone d’inchiesta battezzato “P3” (3), che si perderà sui binari morti delle prescrizioni e dei non luogo a procedere, come tutti gli altri...

Ecco la verità, sic et simpliciter, tutti gli sbandierati giochini amorosi sono soltanto lì per abbagliare la gente: in realtà, le royalties che i francesi di Total pagano per il petrolio lucano sono poca cosa, se paragonate al bilancio dello stato, ma sono cifre consistenti se paragonate a quelle che ha incassato la “fondazione” (prontamente varata) dello stesso Renzi, 100.000 euro dalla British American Tabacco, ad esempio (4), mentre una legge che regolamenti lo spadroneggiare delle lobbies in Parlamento rimane sul binario morto.
E la Basilicata? Rimane una delle più povere regioni italiane, dove l’export è calato del 5,3% e l’occupazione del 2,8% (5): altro che Lucania Saudita! Ora, salirà – e parecchio – nella classifica dell’inquinamento e dei tumori, perché i dati epidemiologici già lo raccontano. E qualcuno dice “La Lucania saudita è diventata una terra dove siamo seduti su laghi di petrolio, con degli stracci addosso”. Niente di diverso dalla Nigeria.

Perciò, a questa gentaglia che fa affari anche col demonio basta riempirsi le tasche, possiamo dare un segnale d’avvertimento, un ulteriore “avviso di mora” con il referendum del 17 Aprile. Solo una comunicazione di “sgradimento" per tutte le loro porcate: tanto, poi, aggiusteranno una nuova legge e non potremo mai star loro dietro coi referendum.
Ma qualcosa conta: anche a noi, recarci al seggio per esprimere il nostro dissenso, costa poco.




06 gennaio 2016

Su e giù, lungo le scale della Storia

"The Poet and the Painter casting shadows on the waters
 the sun plays on the infantry returning from the sea."
"I poeti ed i pittori stendono ombre sulle acque,
 (mentre) il sole gioca sulla fanteria che ritorna dal mare."
Jan Anderson, Jethro Tull, Thick as a brick, (1972)

Anno nuovo vita nuova: già, così dicono. Ciò che noto, invece, nella cosiddetta “editoria alternativa”, è che siamo un poco incartati, motore in palla, che tossicchia e non supera i 3000 giri. Leggo gli articoli di Paolo Barnard o di Alberto Bagnai e m’accorgo che si continua a bofonchiare – per carità, con competenza – su monete e fondi, soluzioni finanziarie salvifiche...quando il vero problema è sì (anche) il sistema finanziario, ma soprattutto l’impianto di governo dell’economia. Finiamo per diventare dei commessi di minuteria: come quelli che “lottano” per cambiare il PD di Renzi dall’interno, buffonate. Oppure credere che il cosmo sia la Luna, il cattolicesimo l’Ave Maria, il buddismo Om mani padme Om e la politica Renzi, la Boschi, Razzi e Grillo.
Non voglio giungere al famoso dito ed alla Luna, ma ci siamo vicini.

E poi ci sono i complotti, che sono sempre esistiti: in politica, si chiamano più semplicemente “diplomazia”, poiché le mille e mille sedi diplomatiche – più i veri centri studi di contorno, i think-tank, i convegni dei “saggi”, i servizi...eccetera –  altro non sono che congreghe per cercare di fregare gli altri. Come? Complottando, ovvio: c’è da meravigliarsi? Un ambasciatore è massone, uno “studioso” è del Bildenberg, un economista è della Trilaterale, altri giungono dal FMI, chi dalla Banca Mondiale...e da dove potevano giungere? Dall’Almanacco Topolino?!? Dalla “politica”: ah, ah, ah...
Perdere del tempo per tracciare i confini del complotto, o addirittura divinare aruspici (avete letto l’incipit di Jan Anderson?) è tempo perso, perché le migliaia di persone profumatamente pagate per crearli, alla velocità della luce ne creeranno altri. Indicarli, sottolinearli...questo sì, ma non perderci troppo tempo, non farne il centro del giornalismo: altrimenti, si finisce sempre con il famoso dito. E quelli ridono, pensano: quanto sono stupidi...

Eppure, non sempre è stato così imponente l’attacco dei “divinatori” del futuro, soprattutto quelli dei think-tank targati USA. Perché? A ben vedere, il capitalismo finanziario – il trionfo della finanza, e gli USA sono il centro finanziario/militare del mondo occidentale – appartiene alle epoche di minor saggio di profitto industriale: meno beni si creano e si consumano, maggiori sono i “giochi” ed i “passaggi di mano” da parte di chi tenta di far soldi inserendosi nella catena degli sfruttatori. E chi deve creare quei beni? Ovunque sia, peggio per lui.
Nei periodi postbellici, ad esempio – quando c’è tutto da ricostruire – il saggio di profitto complessivo è altissimo e, di conseguenza, conviene investire i soldi direttamente nelle aziende, creandole, oppure ricorrendo alla partecipazione azionaria la quale, guarda a caso, in quei periodi non riserva sorprese, se non il naturale fluttuare dei valori azionari.

Le monete? Non conta nulla la moneta che circola, basta averla e si duplica quasi da sola: ogni cosa si vende ed in fretta! Non ci credete? Nella Germania sconquassata del dopo Prima Guerra Mondiale, inventarono addirittura il Rentenmark – nell’epoca della parità aurea, una vera e propria bestemmia! – il quale non aveva altra copertura che...il fatto che tutti ci credessero! Poi, terminata la buriana, si tornò al Reichsmark, ma la valuta “effimera” ebbe corso legale fino al 1948! E noi stiamo a cincischiare su questa o quella moneta? Ma è solo il metodo per misurare il valore!
Se non va bene l’euro, ti possono immantinente inventare il Cocco, il Petto, il Moloch – e te le possono fare con banca centrale pubblica o privata – più difficile (in realtà, meno conveniente) affrontare un discorso globale sulla teoria del valore, che condurrebbe a dover scomodare Adam Smith, Ricardo e Marx, solo per citare i principali filosofi che se ne sono occupati. Perché filosofi? Ma, secondo voi, ad occuparsi di teoria del valore – ossia di una prassi che pervade la vita di noi tutti – dovrebbero essere gli economisti?!?
E le banche?

Nei periodi di capitalismo “industriale” se ne stanno buone buonine e fanno il loro mestiere: forniscono denaro ad interesse, remunerando i depositi con un interesse minore. Per statuto, non possono fare profitti. Ricordate le Casse di Risparmio? All’epoca, il circuito ICCRI era la principale banca italiana, e doveva esserlo, poiché la produzione industriale non poteva attendere. Ho spiegato, in un recente articolo, l’assurda vicenda odierna di Fincantieri, “in crisi” per necessità di capitali, con il portafoglio ordini (e, quindi, in prospettiva profitti) più elevato in tutta la storia dell’azienda. Una storia fuori tempo massimo.
Banche d’affari? Una sola: Mediobanca, per l’uso privatissimo di lor signori, più un salotto buono che una banca.

Poi, cambiano i tempi: la gente non ce la fa più a cambiare una lavatrice l’anno, il saggio di profitto crolla e le fabbriche chiudono. Che fare?
Due sono le possibilità: la guerra, oppure il capitalismo finanziario.
Se non ci fossero le armi nucleari, state sicuri che la Terza Guerra Mondiale sarebbe già scoppiata da tempo: invece, non scoppierà mai più, almeno nei termini che la conosciamo. Si farà solo contro chi non possiede il potere dell’atomo, così stiamo al sicuro. Gheddafi se, invece di credere alle fandonie euroamericane, comprava i missili coreani (gittate di 2000+ km), oggi stava tranquillo nella sua tenda nel deserto, con Berlusconi accanto ed una montagna di Viagra sul tavolino. E i libici, rivedendo a posteriori, stavano meglio.
Perché Wall Street aborrisce la guerra nucleare?

Poiché non vogliamo che il nostro bel Risiko/Monopoli, al quale siamo così affezionati, sparisca, volatilizzato da un Feuersturm nucleare, polverizzato insieme al prezioso tavolo sul quale era posato. Noi? Fuggiti da tempo ma, senza il nostro gioco...
Così, niente guerra (nucleare) e niente distruzioni per ripristinare il capitalismo primitivo, nel quale si guadagnava un euro, tallero, zecchino...il pezzo.
Una situazione storica completamente nuova – almeno, in questi termini, perché nell’ultimo quarto del secolo XIX avvenne qualcosa del genere...ricordate lo scandalo della Banca Romana? 1892, un secolo esatto prima di Tangentopoli –  un quadro globale mai visto nel panorama umano.
Oggi, non si possono mandare i carri armati in giro. Qualcuno vorrebbe...non posso sollevare la mia ascia contro XY perché ci fa paura la sua?!? Te lo faccio vedere io...
Fermatelo, all’occorrenza sparategli, anche se è dei nostri. Ecco come vanno le cose: vedrete quanto ci metteranno a calmare sauditi ed iraniani dalle loro (giuste, sbagliate, ininfluenti, terribili...) velleità di “muscoli”.

Sia detto subito che il capitalismo finanziario non è proprio la panacea di tutti i mali per i tempi di vacche magre (saggio di profitto basso): sì, riesce a metterci una pezza ri-localizzando le aziende, sempre alla ricerca del mercato degli schiavi più promettente...però, dopo, si cominciano a perdere i pezzi sul fronte interno: salari minimi, occupazione saltuaria, welfare evanescente (per loro non è un problema, ma anche lì si spendono meno soldi, quindi meno profitti), eccetera...in sostanza, il prezzo delle merci deve essere tenuto bassissimo, altrimenti nessuno compra, e ciò vanifica in gran parte i risultati della globalizzazione sotto il profilo produttivo.

Il capitalismo finanziario è un mestiere per cuori e menti salde: le banche saltano come birilli, dall’oggi al domani i fondi perdono valore e ti ritrovi con un pugno di mosche...reggono i fondi sovrani...ma, se qualcuno dovesse dare l’assalto anche a quelli (sempre che non ti sparino prima), cielo che disastro!
Il principale problema, però, è la perdita d’immagine del capitalismo, da sempre presentato – in alternativa ai sistemi totalitari (fascismi/comunismi) – come la pietra filosofale che risolve i tuoi problemi. E, attenzione, quella visione è iniziata molto tempo fa, almeno da quando non dobbiamo più raschiare le cortecce delle betulle e metterle a bagno nell’aceto per toglierci la fame. A volte, se mancava l’aceto, erano cortecce e basta.

Non abbiamo più la consapevolezza che un topo è il massimo dei banchetti possibile (solo pochi secoli or sono), ma i tempi delle “liquidazioni” da 100.000 dollari (dell’epoca) che ricevettero i militari americani congedandosi dopo la 2GM sono lontani, molto lontani, sembra che non siano mai esistiti. Eppure, il “regno della felicità” americano dei Fonzie, è esistito e tutti, all’epoca, furono convertiti: il capitalismo è il meglio che mai si sia visto, continuiamo così. A Cuba mangiano banane, noi bistecche e salmone.

Come si fa a spiegare che il capitalismo finanziario è roba da 500 euro il mese per lavorare come schiavi senza nessuna garanzia del futuro, senza pensione quando diventi vecchio, con medici oramai ansimanti negli ospedali, con professori mal pagati e che iniziano ad avere qualche certezza dopo i 50 anni? Quando il capitalismo “produttivo” ti mandava in pensione?
Ci vogliono personaggi con una forte carica mediatica per mantenere la calma, gente che su Twitter fa grande politica (ah,ah,ah!), ed uno stuolo d’idioti che ci cascano: un personaggio come Matteo Renzi è perfetto, sembra clonato in vitro dopo una lunga gestazione artificiale.

Il nostro compito – almeno, mi piacerebbe che ci fosse dibattito sull’argomento – mi sembra che dovrebbe essere “far notare” alla gente (a quelli ancora preda dell’idiozia) le incongruenze e le mille infelicità che questo sistema economico porta con sé, non dire loro che incrementando temporalmente il rateo dello spread il millibar della guerra climatica diacronica decresce: secondo voi, ci capiscono qualcosa? Ma, qualcuno di noi cosiddetti scrittori o bloggher – ma anche i lettori, prima di commentare – va, ogni tanto, in un mercato rionale e si confronta con le persone vere? In carne ed ossa?
Oppure corre solo dietro ai think-tank americani? Quelli – ricordatelo sempre – sono gente pagata dall’establishment politico perché, finanziando le fondazioni, detraggono quei fondi dalle tasse.

Ma...qual è lo stato di salute del capitalismo, e quali sono le possibili soluzioni?
E’ vero che, oggi, poco più della metà della popolazione si reca al voto – e questo è un buon risultato per l’Italia: non ne parlano mai, ma è una delle principali preoccupazioni perché ogni voto “comprato” (per assicurare la cosiddetta governabilità) costa di più, le mafie alzano il prezzo, vogliono più contropartite e sempre più “succose”, il che aggrava la condizione della popolazione – ma sono ancora molti.
Con trascorrere del tempo, il voto per appartenenza (ideale) sarà un limite tendente a zero, mentre, per contrappasso, quello per convenienza andrà alle stelle: si notano fenomeni nuovi, come la completa “franchigia” giudiziaria per qualsiasi reato legato alla pubblica amministrazione, e sempre più gravi ed evidenti. Segno che la compravendita di favori e voti è necessaria, come l’acqua nel deserto.
Il problema non è, come afferma Grillo, arrivare al “51%” – perché non ti faranno giungere mai, sentito parlare di brogli? Visto “Il portaborse”? – bensì quello d’incrinare, pesantemente – in un mondo d’immagini – l’immagine del capitalismo.

Quella lontana immagine americana – le banane a Cuba e le bistecche negli USA – è la chiave di volta che sta crollando: vuoi l’automobile? Indebitati! Ma, indebitandoti, domani sarai ancora più povero e meno in grado di soddisfare le tue necessità. Nel capitalismo finanziario non c’è nessuna cornucopia che sforna soldi – a ben vedere, quella è rimasta nel capitalismo industriale – e, dunque, l’immagine del capitalismo come quella forma di governo dell’economia che “soddisfa ogni bisogno” sta irrimediabilmente offuscandosi, s’allontana, come dietro ad un vetro appannato.
Abbiamo già ricordato che una guerra, in grado di portare distruzioni tali da far partire una nuova fase di capitalismo industriale (le bombe atomiche sono presenti anche nelle nazioni emergenti), è impossibile: terminata la fase “attiva” nelle economie emergenti, la stagnazione sarà planetaria. Allora?

Bisognerà, con pazienza, tornare a ragionare in termini di teoria del valore e distribuzione delle merci: qualcosa già si sussurra, come le provocatorie ammissioni di “lancio di banconote dagli elicotteri” le quali, altro non sono che una molto primitiva ed infantile richiesta di metter mano alle teorie del valore ed alla distribuzione (o re-distribuzione) delle merci.
La Storia ci fornisce qualche esempio? Pochi, in verità, alcuni molto lontani, altri più vicini ma difficili da inquadrare per applicarli a livello planetario. Ci vorrà molto lavoro, e molte teste pensanti.

Se ne vogliamo trovare uno abbastanza lontano, ci sono le terre comuni – ossia il concetto di “qualcosa” che non è di nessuno, un bene che è anche tuo per solo diritto di nascita – il quale fu la principale ragione di due rivoluzioni, quella inglese e quella francese. I nobili volevano sopprimerle (ricordate Robert di Loxley, ossia Robin Hood?) e, al tempo di Luigi XIV, le patenti di nobiltà si vendevano facilmente al mercato di Versailles, bastava pagarle. Come? “Cartolarizzando” delle terre (Colbert, ripreso poi da Tremonti) – ossia incassando un valore minore, ma subito, per beni dei quali era incerta la sorte, perché si dovevano “rubare” alla collettività – e i francesi, i francesi...ci misero del tempo a capire l’inganno...però realizzarono la più importante rivoluzione del Pianeta.

L’attacco alle terre comuni non fu, in entrambi i casi, la “scintilla” che fece scoppiare l’incendio ma, nel ricordo collettivo, il “macigno” che s’abbatté sulla nobiltà la quale, con la fine del Medioevo, era fallita insieme al suo modello teocratico. In altre parole, mostrò che il nobile era lì per volontà di Dio, ma...E, quel “ma” fu determinante.
Notiamo che in Inghilterra si giunse ad un accordo fra le parti, mentre in Francia – nonostante un re più aperto al cambiamento – non ci s’accordò...quisquilie...la fuga di Varennes fece perdere la testa a Luigi XVI...

Oggi, si torna a ragionare in termini simili. Qualcuno chiede: perché mai, se io vengo al mondo come chiunque altro, devo avere una vita completamente in salita, ed altri in discesa?
Le religioni, a questo punto, giustificano tutto: eh, mio caro, accetta il volere di Dio, Allah lo vuole...oppure il karma...ne hai combinate nelle vite passate, eh? Come potrete notare, la via per giungere ad un reddito di cittadinanza non è lastricata di problemi economici, bensì filosofici.
Ci potremmo inventare un reddito di cittadinanza, uguale per tutti (miliardari compresi): un reddito minimo (si parla di 500 euro, ma è solo un esempio), che non coprirebbe le spese del vivere, ma lascerebbe più calma per trovare la propria strada e, il progresso umano – nel senso principalmente delle scoperte scientifiche – fu realizzato da persone che non avevano di che preoccuparsi. Vedi Alessandro Volta, Galileo, Edison (che ebbe dei mecenate), eccetera...

La fonte, ossia dove si trovano i soldi? Il prof. Fumagalli – nel celebre saggio “10 tesi sul reddito di cittadinanza” (1) – ha impostato il problema istituendo un’imposta dello 0,01-002% sulle transazioni finanziarie. Come vedete, il problema è prima filosofico che tecnico: ad una domanda in merito, Elsa Fornero rispose che “se si faceva una cosa del genere, gli italiani si sarebbero fatti tante pastasciutte e non avrebbero più lavorato”. La cosiddetta “etica del lavoro”, a ben vedere, è la vera nemica del reddito di cittadinanza.
Perciò, meglio campare di pane e latte finché dura mamma, ossia finché ci sarà la sua pensione – perché questa è la dura realtà di tante situazioni odierne – piuttosto che incrinare l’etica del lavoro: i nostri “politici” sono tutti d’accordo (salvo il M5S).
Questa novità, però, proporrebbe un nuovo scenario: converrebbe a tante persone riunirsi, vivere in piccole comunità per suddividere i costi comuni. Quale bestemmia per l’establishment al potere! Il vivere comune è un pericolo assolutamente da evitare: la gente parla, si confronta, non sta più a farsi imbambolare di fronte alla Tv!

I nemici del reddito di cittadinanza, delle nuove terre comuni, potremmo dire – ricordiamo che siamo partiti dal problema “cosa fare di fronte a questa follia del capitalismo finanziario” – non sono dunque quelli tecnici (reperimento dei fondi) bensì filosofici (etica del lavoro) e politici (e dopo? Io, come faccio ad avere potere?). Contro queste tesi, si combatte parlando, scrivendo, divulgando...ricordiamo un detto orientale “quando l’allievo è pronto, il maestro appare.”

L’altro problema è la moneta, poiché viene considerata il vero problema in tutte le sale, dimenticando che una moneta che non ha, alle spalle, una seria risposta al problema del valore delle merci, è come un orologio per bambini (di un tempo), di quelli che non segnavano l’ora, bensì muovevano le lancette con la sola rotazione del pomello.
Ci sono stati alcuni tentativi in merito, come quello di assegnare ad una moneta il valore di un’ora di lavoro media per tipologia, livello, ecc del lavoratore, calcolata a livello planetario, tenendo conto di una media dei prezzi d’acquisto. Ovvio che non l’hanno mai presa in considerazione: finché c’è mercato c’è speranza!
Ci sono economie, però, che della moneta – per gli scambi più comuni – non sapevano che farsene.

Premetto di non essere mai stato in URSS, però d’aver avuto notizie di quel “pianeta sconosciuto” da chi si recava abitualmente per lavoro: i naviganti. La Cortina di Ferro esisteva in terra: in porto, dopo aver oltrepassato la barriera doganale – se non insospettivi i tanti “vopos” in giro – vivevi tranquillamente. Stiamo parlando di gente con una divisa addosso, forse li faceva sentire più “vicini”, chissà...come del resto avveniva per i marinai sovietici da noi: giravano in gruppo, sempre seguiti dal commissario politico, lo zampolit.
Talvolta, le compagnie fingevano (in accordo con i comandanti) avarie per approfittare dei bassi costi della comune manutenzione, e allora capitava che la nave restasse in porto per settimane.
Cosa raccontano le mie fonti?

Narrano di un mondo che potremmo definire “alla rovescia”.
Un amico rimase ad Odessa per due mesi, causa lavori di manutenzione: quando resti due giorni visiti la città e qualche locale notturno, quando ci rimani per dei mesi, stringi amicizie. Così fu: strinse amicizia con una coppia di sposi che avevano un bambino piccolo, erano entrambi studenti. Lo Stato sovietico, all’epoca, finanziava gli studi – ti pagava uno stipendio – a patto che tu studiassi veramente: era consentito fallire un solo esame, in tutta la carriera universitaria.
Così, si schiusero davanti ai suoi occhi le porte dell’Impero comunista, ma si schiusero dal basso, dalla vita di tutti i giorni.

In casa, ad esempio, c’erano biscotti per il bambino persino sui lampadari: il russo gli spiegò l’arcano.
I biscotti arrivavano con i treni: tu eri avvisato e ti recavi allo scalo ferroviario. Il problema non era la quantità – ce n’erano in abbondanza (per gli ultimi, i ritardatari c’era l’ovvia “lotta” per strapparsi l’ultimo pacco, che fece la fortuna delle Tv capitaliste...vedete?) – il problema è che non sapevi mai quando sarebbe arrivato il prossimo treno. Probabilmente, non lo sapevano nemmeno a Mosca: quante notizie ci furono di treni carichi di patate lasciati per una notte su un binario morto, oltre gli Urali! Quando arrivavano a Mosca, non c’era altro da fare che buttare tonnellate di patate congelate.
Le disfunzioni di quel sistema erano tante, però si campava discretamente e la vita era tranquilla: una sola sera l’amico fu redarguito da un poliziotto, perché aveva accennato un twist sulla pista da ballo. A gesti, gli fece capire che bisognava ballare allacciati alla propria dama, era la regola.
Il dramma erano le liste per avere beni più importanti e costosi: quando ripartì, il russo gli chiese un favore. Perché, quando sarai “di là”, non mi compri un mangianastri portatile, stereo? Era il suo sogno: in URSS non esistevano, e gli ficcò in mano una montagna di banconote.
L’amico partì (la nave faceva spesso scalo ad Odessa) ma, quando fu in Italia, notò che i prezzi erano molto alti (fine anni ’60) per quel tipo di strumento...al cambio, avrebbe dovuto “dilapidare” quasi tutti i rubli avuti in consegna...
Tornò senza mangianastri. Il russo s’arrabbiò, e parecchio rivedendo la mazzetta di rubli che, il nostro, gli contava con attenzione. “Ma io, in banca, ho montagne di questa roba: è il mangianastri che non ho!”

In un sistema con valore della moneta stabile per editto, ed inflazione nulla sempre per legge, le distorsioni si scaricano sulle singole merci, che siano biscotti, patate o mangianastri. Questa era la rozza applicazione della teoria del valore marxista nel Paese che si diceva “figlio di Marx”.
Perché ho raccontato questa storia? Perché, come sempre quando si richiamano esperienze passate, c’è qualcosa di buono e qualcosa da buttare.

La prima cosa che salta agli occhi è che la moneta, in sé, si trascina dietro un sacco di problemi: il primo è il suo rapporto con la merce, che dipende da mille fattori ambientali e dall’inflazione. Di più: nessuno garantisce quei rettangoli di carta, nessuna banca centrale e, tanto meno, un eventuale cambio in Oro.
Eppure, proprio il capitalismo ci fornisce dei mezzi – potremmo affermare che li “scopre” – per dirimere la questione: il commercio dei buoni-pasto (o buoni-mensa), che spopola perché...i buoni non sono tassati!
Ti pagano con buoni-pasto, fai la spesa con buoni-pasto: è una moneta belle che pronta.
Di conseguenza, una moneta basata su un buono pasto – fatti salvi dei precisi requisiti: primo, secondo, contorno, acqua e caffè, ad esempio, ed un contenuto maggiore o uguale a tot di proteine, carboidrati, ecc – potrebbe essere una delle più stabili che conosciamo. Varia al valore medio del pasto: lo so, è un po’ come il famoso “paniere” per l’inflazione, ma si applica ad un solo bene, un pasto medio, una rilevazione facile e poco adatta ad essere manipolata.

Non ho la pretesa di riscrivere la teoria del valore su queste basi – sia chiaro, sarebbe una buffonata – ma quella di trovare un ancoraggio reale ad una moneta: ce ne potrebbero essere altri ma, se cerchiamo un ancoraggio reale e il più stabile possibile, non possiamo uscire più di tanto dal mondo naturale.

Il secondo punto (tratto dall’esperienza sovietica) che mi ha fatto riflettere è quel treno carico di biscotti. O forse anche d’altri beni su vagoni diversi, non lo so.
Noi, siamo partiti dalla bottega, passati al negozio, quindi al supermercato rionale, all’ipermercato...fino ad E-bay. In tutto questo bailamme, notiamo che il mercato rionale all’aperto si svolge coi termini e nei modi di secoli or sono.

Quante volte li abbiamo incontrati, tutti. Sono i dannati di E-bay, del nostro bisogno (legittimissimo!) di comprare una merce ad un cent di meno. Fanno addirittura 100 consegne il giorno, non hanno più vita, per guadagnare una miseria: anche fossero 100 euro (“sporchi”) il giorno, quel prezzo non vale la vita che fanno.
Di là delle sofferenze di quegli autisti (da giovane, lavorai per la TRACO, conosco quel mondo) è un sistema primitivo: le merci, tramite i furgoncini, vanno ai centri di raccolta poi, in autotreno, percorrono le lunghe tratte infine, il furgoncino fa le consegne domiciliari.
Riflettiamo sulla quasi sovrapposizione fra ipermercato e centro di raccolta: entrambi, sono delle strutture che contengono merci, che partono dai luoghi di produzione (o dai porti) e finiscono nei magazzini. A parte le luminarie ed i colori, gli ipermercati potrebbero diventare dei luoghi dove c’è un semplice bancone, dietro, il magazzino vero e proprio.

Ordini su Internet, paghi, ti viene inviata una ricevuta elettronica, la stampi (meglio, la invii al magazzino via Web), quando la merce arriva ti rechi a ritirarla. Con sovrapprezzo, la consegna a domicilio.
A parte alcuni beni di pronto consumo – pane, verdura fresca, carni, ecc – e quelli per i quali necessita un controllo – le armi, ad esempio – tutto potrebbe funzionare in questo modo. Ci stiamo, lentamente, avvicinando: in un grande centro di vendita di materiali per l’edilizia, trovi dalla semplice vite fino al carrello elevatore. Tutto per costruire una casa.
Risparmi? Enormi.

Niente casse, nessun flusso di denaro, nessun autista che bestemmia perché il “26” di via Innocenzo Fedragghini non si trova...soprattutto, risparmi sul magazzino merci: viaggia e giunge in deposito solo la merce già venduta. Tutto ciò è irrealizzabile senza un reddito di cittadinanza – non un sussidio di disoccupazione! – che renda più “fluida” la transizione.
Lavori quattro ore? Reddito di cittadinanza + la paga oraria per quattro ore. Acquisti un’automobile da 15.000 euro? Paghi 15 euro in più, per finanziare il reddito. Compri un milione di euro di petrolio per speculare? Paghi un po’ di più, mille euro (ma, per le tipologie di prelievo, Fumagalli prevede aliquote progressive, come sentenzia la nostra dimenticata Costituzione).

Ricordiamo, fra una cosa e l’altra, che sommando l’8 per mille ed il 5 per mille s’arriva al 13 per mille, ossia all’1,3% che ogni anno, che lo vogliamo oppure no, ci prendono: sono circa 1,5 miliardi (secondo i dati ufficiali, ma secondo un computo basato su PIL ed aliquote fa almeno 10 volte tanto) che finiscono nelle tasche dei monsignori (cosa racconta il Vaticano sulle ultime vicende?) e dei segretari di partito. Soldi per il reddito di cittadinanza no, sarebbe un furto (!), un attacco all’etica del lavoro e Stakanov si rivolterebbe nella tomba.

Come si può notare, di idee per sostituire questo marcio capitalismo ce ne sono – e, sono sicuro, tante altre se ne possono trovare – e la domanda potrebbe essere: già, ma quando? La fine del capitalismo è prossima, perché ci sono molti segni – tutti interni al capitalismo stesso – l’appannamento della sua immagine come dispensatore di ricchezze, il ricorso ad artifizi di bilancio (quali le cartolarizzazioni) per sanare bilanci insanabili, il ricorso alla guerra per accaparrarsi le risorse naturali, l’aumento costante e sempre più “fantasioso” di tasse ed imposte, ecc.
Già, ma quando?
Potrebbero volerci 2 anni o 200: dipende anche, molto, dalla critica (anche propositiva) che si riesce a portare avanti ma, attenzione: stiamo attenti a non fare critiche che rimangono all’interno del sistema capitalista, non servono a niente.

Piuttosto, diamo spazio alla nostra inventiva e portiamogli il conto, ogni giorno che passa.




17 febbraio 2014

Ho fatto un sogno


“La funzione dell'industria non è solo e neanche principalmente quella del profitto. Lo scopo è migliorare la qualità della vita mettendo a disposizione prodotti e servizi.”


Giovanni Alberto Agnelli nel 1996, un anno prima della morte.

(Consiglio la lettura della bellissima intervista che lo stesso Agnelli concesse a Tiziano Terzani: è nel libro “In Asia”)



Chissà perché, quando una persona scrive, deve sognarselo anche la notte: così lavora il doppio, ma questo non è labor bensì opus, perciò ben vengano i sogni, anche quando intervisti qualcuno mentre dormi.

Ad essere sinceri non ricordo nemmeno il nome né il titolo dell’intervistato: mi pare “M qualcosa”, ma non saprei dire se dott. oppure ing. L’unica cosa chiara era che mi trovavo negli uffici della FIAT di Mirafiori (chissà perché, non in Corso Marconi o al Lingotto) e quel giovane che mi stava di fronte era l’amministratore delegato della FIAT.

Era proprio giovane, nemmeno 40 anni, abbastanza anonimo e quasi si confondeva con l’arredamento: aveva rispolverato in qualche magazzino quegli splendidi mobili anni ’30 e li aveva fatti restaurare. L’enorme scrivania “da soci” – dove quasi si perdevano i due PC – lo scrittoio con l’abattant a saracinesca, le librerie in tuia chiara, le sedie con i braccioli curvi, un tavolino gentilmente, ma semplicemente, intarsiato: il tutto dava un’impressione di semplicità, luminosità e grande eleganza.

Di fronte a me lui, quel tipo che aveva preso – anzi, ripreso – in mano la FIAT ed ora sedeva all’ultimo piano della Palazzina di Corso Agnelli: sorrideva e mostrava i denti bianchi come la camicia. Chissà perché aveva concesso un’intervista proprio a me? Va beh, cominciamo.



Ci vuole spiegare chi è lei e cosa rappresenta la posizione che occupa?

M. Mi chiamo...(e chi se lo ricorda)...ed ho 38 anni. Terminati gli studi...(idem)...sono stato scelto – dopo un concorso pubblico per titoli ed esami – per dirigere quest’azienda che, come lei ben saprà, nasce dalla nazionalizzazione della FIAT e da una susseguente joint venture con alcuni ex proprietari dell’azienda, in primis la famiglia Agnelli.



Scusi...ho sentito parlare di nazionalizzazione...si vuole spiegare meglio?

M. Certo, anche se la questione è un po’ complessa...un comitato di cittadini rispolverò i vecchi accordi nei quali il Governo aveva consegnato miliardi di finanziamento (rivalutati ad oggi, in euro) come sostegno all’azienda ma con la clausola di mantenere attivi e d’incrementare gli impianti FIAT in Italia. Invece, la gestione Marchionne non rispettò quegli accordi – che non avevano scadenza – e deindustrializzò il Paese, giungendo a portare l’industria (col fantomatico logo F.C.A.) in Olanda e poi in Gran Bretagna (per le questioni finanziarie) lasciando negli stabilimenti italiani solo la produzione di dubbi modelli, poco appetibili sul mercato interno.



Non mi è chiaro il passaggio, dalla proprietà F.C.A. alla nazionalizzazione...

M. Immagino: prima le ricordavo che la questione è molto complessa ed ha aspetti giuridici ancora aperti. Sia la Corte Costituzionale ma, soprattutto, la Corte dei Conti rilevarono delle irregolarità nel rispetto di quei contratti fra il governo e l’azienda, ed aprirono un contenzioso con F.C.A. Sulle prime, l’azienda rispose con un’alzata di spalle “Quei soldi non li ho presi io”, dichiarò Marchionne: ed era vero, ma il principio che sostenne la Magistratura italiana fu quello della sostanziale continuità di un’azienda, a meno che non intervenga una procedura fallimentare, cosa che non era avvenuta. Da qui, partì l’ordine di sequestro per gli stabilimenti e le proprietà FIAT in Italia.



Come reagirono gli americani?

M si mette a ridere. Sì, in effetti si parlava solo inglese in quel periodo...in ogni modo la cosa fu breve perché passò nelle mani degli studi legali, com’era ovvio. Altrettanto naturale fu la risposta della Magistratura Statunitense che non riconobbe nulla: anzi, lanciò l’accusa d’appropriazione indebita agli italiani. In Europa, però, c’era il precedente dell’accordo Governo-Opel (il cosiddetto accordo Opel-Magna) che pesava: gli stabilimenti erano rimasti in Germania, così come il management, ci furono i finanziamenti pubblici con tanto di accordi, rispettati da entrambe le parti.

Forte di questa vicenda, l’Italia tirò dritto e non riconobbe la sentenza americana, giacché il WTO s’era dichiarato non competente a dare un parere in materia. Di più non le posso dire: ci furono accordi internazionali senz’altro, ma questo avvenne prima che io prendessi in mano l’azienda. Insomma: F.C.A non tirò fuori un soldo, e lo Stato italiano si tenne gli stabilimenti.



E la famiglia Agnelli?

Per la prima volta, M pare in difficoltà, quasi intristito. Le ultime vicende avevano relegato in secondo piano la famiglia Agnelli: il vero deus ex machina era John Elkann, che – fortunosamente – era stato sollevato dall’ombra del fratello Lapo dal noto scandalo. Se andiamo ancora indietro, ci sono fiorenti dietrologie sulla morte di Giovanni Alberto Agnelli e, soprattutto, di Edoardo, sulle quali è meglio non entrare: l’unico dato assodato è che la FIAT fu totalmente nelle mani degli Elkann, che chiamarono Marchionne.



La struttura interna è cambiata?

M. Abbiamo ritenuto che la situazione – veramente difficile nei primi tempi – richiedesse una maggior collaborazione fra azienda e lavoratori. Abbiamo perciò adottato, sul modello tedesco, la “codecisione” (Mitbestimmung) che consente ai lavoratori di partecipare alle grandi decisioni di politica industriale e, soprattutto, a fine anno di ricevere un premio di produzione sugli obiettivi economici raggiunti dall’azienda.



E per quanto riguarda i modelli?

M. Questo è il settore che più ci conforta. Per le auto FIAT abbiamo rivoluzionato le motorizzazioni: lentamente, stanno affermandosi le nuove versioni elettriche, delle quali Marchionne non voleva sentir parlare. Abbiamo concordato con l’ENI che, nell’arco di 5 anni, 10.000 stazioni di rifornimento italiane saranno dotate di impianti per la distribuzione dell’Idrogeno, il quale verrà generato in loco, mediante elettrolisi, con l’apporto del comune rifornimento elettrico. Questo consentirà di valutare con precisione le accise, ma lascerà al gestore un margine di manovra sui prezzi, poiché l’Idrogeno prodotto la notte costa di meno, dato il calo notturno del prezzo dell’energia elettrica.

La FIAT, tramite i suoi centri studi, ha elaborato un sistema misto elettrico/Idrogeno con possibilità di rifornimento dalla comune rete elettrica oppure alla stazione di servizio. Nel primo caso vengono ricaricate direttamente le batterie, nel secondo si aziona la cella a combustibile per rifornirle. Il pregio di questo sistema è che il banco-batterie è meno capace (minor costo) mentre, sull’altro piatto della bilancia, c’è il costo della fuel-cell. Il vantaggio risultante da questi due aspetti contrastanti è, però, un’autonomia simile ai modelli a benzina/diesel, poiché il rifornimento può avvenire ovunque: va sfatata la falsa credenza che l’Idrogeno sia pericoloso, giacché le auto a gas ed a metano circolano da decenni. Ovviamente, tutte le auto hanno il recupero dell’energia in frenata, lo spegnimento automatico ai semafori e, come optional, il pannello fotovoltaico sul tetto.



Sì...ma volevo chiederle proprio dei modelli, delle auto...

M. Certo, i modelli sono importanti, anche l’occhio vuole la sua parte...(sorride). La Panda è il nostro cavallo di battaglia, poiché è un’auto ben costruita e piacevole: col motore elettrico diventa addirittura economica, soprattutto per la scarsa manutenzione del motore elettrico e del banco batterie, che si sostituisce in un paio d’ore. L’energia termica prodotta in perdita d’energia dalla fuel-cell viene usata per il raffreddamento/riscaldamento.

Dopo la Panda stiamo valutando una media cilindrata di nuova generazione: oggi è alle prove su strada, e presto sarà sul mercato. C’è poi, allo studio, una piccola city car urbana a due posti.



In pratica, un solo modello...

M. No, no...è sul marchio Lancia che abbiamo investito di più. La nota Lancia Y è stata motorizzata sul modello della Panda, e sta andando molto bene. I bravi designer italiani hanno poi fatto un miracolo: partendo dalla vecchia Lancia Ardea hanno creato una media cilindrata che piace molto, alimentata a gas oppure a benzina: è, ovviamente, un’auto del giorno d’oggi ma ha quel tanto di “antico” nel design che conquista l’acquirente, ed anche il prezzo è abbordabile. Dedicate prevalentemente ai mercati esteri sono, invece, una medio/alta cilindrata creata sul modello della Lancia Appia II serie (per ora solo a benzina) e la riedizione della mitica Fulvia HF: entrambe stanno andando molto bene nel mercato inglese e statunitense.

La Ferrari sta invece valutando un modello che parta dalla mitica serie dell’Aurelia B-20 per i mercati esteri: ovviamente, con un nuovo design e motori Ferrari!

Il marchio Alfa Romeo era quello che destava meno preoccupazioni: per ora continuiamo la produzione tradizionale, poi si vedrà un’eventuale transizione ad Idrogeno.



Ma, tutto questo non ha generato lotte con la F.C.A.?

M. Evidentemente sì. Il contrasto sul piano giuridico e dei marchi è tuttora in corso ma, come le dicevo, le sentenze della magistratura italiana – che ha trovato sponda nel Governo, per la prima volta attento ai bisogni dell’industria italiana – stanno bloccando la F.C.A la quale, oggi, produce negli stabilimenti americani, ma i vecchi modelli italiani, non i nuovi che abbiamo messo in produzione! Soprattutto, da quelle parti non si parla d’elettrico e d’Idrogeno! Il contrasto sui marchi richiederà molto tempo per essere risolto – giacché entrambe le parti hanno ottime argomentazioni giuridiche – insomma, chi vivrà vedrà...intanto, cerchiamo di lavorare bene...e di creare nuovi modelli grazie ai designer italiani i quali – me lo lasci dire – sono i migliori del mondo!



Un’ultima domanda: la famiglia Agnelli?

M. Preferirei che lei non m’avesse fatto questa domanda. In ogni modo – sospira – gli investitori del gruppo IFIL sono tornati ad investire in FIAT staccandosi dalla EXOR e, ad oggi, rappresentano circa il 40% del capitale. Il resto, è finanziato da una quota ENI, una dello Stato ed altri prestiti di minore entità presso le Banche; come lei saprà, anche qui vige la Golden Share: per ora il capitale privato non può superare il 49%. La famiglia ha avuto notevoli scontri interni – addirittura il contrasto giudiziario fra Margherita Agnelli ed i figli – e, per rispetto, non desidero parlarne.



Ci salutiamo, è cordiale, aperto, sincero: qualità perdute nei manager italiani.

* * *

Nel bel mezzo della buffonesca “crisi” politica italiana, mentre il Parlamento non vota più le sfiducie – vengono decise anch’esse dall’alto – ed il candidato premier in pectore non va nemmeno a farsi investire personalmente – preferisce “calare” da Firenze con i suoi accoliti, in una Marcetta su Roma guidata da un penoso burattinaio/paninaro – ci siamo accorti che c’è stata scippata la più grande azienda italiana?

Dopo gli innumerevoli piani aziendali nei quali s’è scervellato Marchionne (nessuno realizzato), che – però – sempre ricevevano il plauso del sindaco Fassino, adesso – nel silenzio generale (sembra quasi che sia di nuovo calata la storia del povero Alfredino per coprire Gladio) – la maggior azienda italiana ha trasferito la sede legale in Olanda, quella finanziaria a Londra e sarà quotata alla Borsa di New York.

In pratica, dopo decenni d’accordi – “Se la FIAT sta bene l’Italia sta bene” raccontava Gianni Agnelli – che in qualche modo furono rispettati (gli impianti di Melfi, ecc) oggi il predatore Marchionne – sostenuto dalla classe politica italiana – s’è preso tutto il tacchino e, mentre lo mangia, getta sotto il tavolo le ossa per i politici italiani.

Un’altra sconfitta, un altro schiaffo in faccia alle imprese italiane: a quando la trojka europea verrà direttamente a dettar legge da Palazzo Chigi? Quando si stuferanno dei nostri burattini e manderanno direttamente i Gauleiter?



Alcuni giorni or sono, è stato pubblicato su CDC un interessante articolo di Eduardo Zarelli su Alain de Benoist. Insieme al compianto Preve è una persona “senza padroni”: un intellettuale veramente “non organico”, da ascoltare con attenzione. Le idee non nascono certo dalla cloaca politica attuale: primattori ed attacché sono della stessa pasta.

Facciamo una domanda retorica: sulla base di quale diritto si sconvolgono le popolazioni, i loro ritmi di vita, le abitudini (anche industriali), le tradizioni...creando voragini sociali fra generazioni, scompensi abissali di ricchezza e perché il problema non viene messo in evidenza?

Prendiamo, ad esempio, Torino – città che conosco bene, dove ho vissuto e studiato – città di media grandezza fino alla colossale emigrazione dalle campagne prima e dal Meridione poi.



Nel censimento del 1901 non raggiungeva i 400.000 abitanti, in quello del 1931 i 600.000 (nel 1939 fu inaugurata Mirafiori), nel 1951 superava di poco i 700.000: nel 1971 un balzo epocale, 1.200.000 abitanti! Oggi, è scesa a circa 900.000. In soli 20 anni (’51-’71), un incremento di 500.000 abitanti! Per chi conosce Torino è facile rendersene conto: le parti otto-novecentesche sono ben visibili, mentre la distesa di nuove costruzioni, a perdita d’occhio, creò nuovi quartieri, sconvolse la geometria della città. E fu metropoli.



Oggi, con la deindustrializzazione in atto, Torino ha perso 300.000 abitanti: negli anni ’70 si diceva che la sola FIAT (senza l’indotto) occupasse circa 100.000 persone e, dunque, 400.000 torinesi “vivevano” di FIAT. Se aggiungete l’indotto, si nota lucidamente perché fosse chiamata la “città della FIAT” oppure “il regno di Agnelli”, ecc.

La stessa cosa è avvenuta ad Ivrea: fa stringere il cuore osservare le costruzioni in vetro di Adriano Olivetti invase dai rovi, vetri spaccati, abbandono totale. Ringraziamo De Benedetti.



Senza ricordare eventi storici che ben conosciamo, c’è da chiedersi come può una popolazione subire simili contraccolpi senza precipitare nel degrado: è una cosa facile da capire.

Riassumendo: Torino, prima della FIAT, era una capitale prealpina decaduta, ma che conservava molti “addentellati” rimasti in Piemonte: una per tutte, le strutture della RAI. Poi venne la FIAT e, per un secolo, divenne la città dell’automobile. Oggi?

Al giorno d’oggi, girando per Torino, si coglie nell’aria “l’odore” del degrado e dell’abbandono: cosa fanno 900.000 persone in una città che non ha quasi più tessuto industriale?

Quelle fabbriche chiuse, per crescere – prima dell’immigrazione meridionale – rastrellarono le campagne del Canavese: dall’autostrada Torino-Aosta si può notare un fenomeno curioso, ossia la crescita – in aree di fertile pianura – della roverella originaria, quella che incontrarono i Romani quando salirono verso le Gallie.



La domanda è: è possibile, nel tessuto urbano, creare quelle condizioni di socialità che preludono a nuove comunità coese, il “comunitarismo” di de Benoist? A mio avviso, no.

Ritornare alle campagne?

Paradossalmente, manca il know-how: chi sa ancora potare una vigna, allevare un maiale, osservare con occhio attento se le patate ed il grano crescono bene? Nella completa assenza di uno Stato? Uno Stato che non ha mai creduto nell’agricoltura – la nomina dei ministri dell’Agricoltura è tutta una barzelletta – che ha demolito la rete dei consorzi agrari e che, contemporaneamente, permette lo sciacallaggio del tessuto industriale?

Non mi sembra che “nell’intervista” siano state proposte soluzioni tecnologiche avveniristiche: la altre case automobilistiche stanno sperimentando e già vendono i primi modelli con le nuove tecnologie.



Intanto, gli italiani sembrano correre dietro alle bufale politiche come Renzi: in realtà – a parte gli apparatcik, che sono tanti – se ne fregano, ridono o scuotono la testa, smarriti.

Trovo molto equilibrata la posizione di Grillo: non fuori dall’Europa per principio ma, se l’Europa non cambia drasticamente marcia fuori, costi quel che costi. Abbiamo bisogno di uno Stato che torni a fare lo Stato: senza autoritarismi, ma con autorevolezza: mandiamo a casa questi buffoni.

20 marzo 2013

Un casino pazzesco


Hanno avuto proprio una bella idea, dalle parti di Berlino, a “proporre” a Cipro il prelievo forzoso: una vera pensata da grandi strateghi geopolitici, dei Machiavelli della finanza e dei Metternich della strategia.

E – pesce in barile – non hanno nemmeno cercato di coprire il fattaccio con la classica foglia di fico…ce lo chiede l’Europa, il patto di stabilità, altre facezie del genere che richiamino l’Europa…no, qui è la Germania a fare le grandi manovre del dominio europeo, come ebbe a dire Kohl:


“Fino al 1991 abbiamo lavorato per europeizzare la Germania, ora è il momento di germanizzare l’Europa”.


Riprendendo un vecchio adagio del Ministro degli Esteri tedesco Kinkel, ai tempi delle guerre in Jugoslavia:


“…interno, dobbiamo tornare ad essere una nazione, verso l’esterno, è realizzare qualcosa che abbiamo fallito due volte (sic!) (N. d. A): coerentemente con i nostri vicini, per trovare un ruolo che si adatta alle nostre esigenze ed al nostro potenziale. Il ritorno alla normalità in casa e fuori corrisponde a un desiderio profondo del nostro popolo dopo la fine della guerra. Ora è necessario, se vogliamo essere rispettati nella comunità internazionale…”


Non mi pare che servano commenti.


Il fatto, ben noto, è che Cipro è una specie di paradiso fiscale usato soprattutto dai russi, al punto che Limassol viene chiamata, per celia, Limassolgrad.

Così, i correntisti (russi) delle banche cipriote dovrebbero “rimpinguare” le casse dello Stato per i cervellotici conti “europei”. Calcolati a Berlino.

Il problema, dunque…che dovrebbero capire dalle parti di Bruxelles e di Berlino…è che la Russia non è il Portogallo, l’Italia, la Spagna…insomma, i vari “PIIGS” tanto stroncati dai tedeschi. La Russia ha sempre il rubinetto dell’energia: anzi, sta seduta proprio dove c’è una diramazione del condotto.

Una porta in Europa, l’altra verso la Cina. Ahi, ahi, ahi…un “rubinetto” che ha fatto saltare le rivoluzioni “arancione” (leggi:USA & UE) in Ucraina, ed ha consentito una “mazzolata” in Georgia che non ha precedenti.


Così nasce il presupposto dell’accordo con Putin (al momento non sappiamo come e se andrà in porto) perché per i russi (leggi: Gazprom) tirare fuori qualche miliardo per le banche cipriote (soldi che, comunque perderebbero) non muove nemmeno un peluzzo sulla crapa. Il problema è un altro.


Come potrete notare dalla cartina, il giacimento a Sud di Cipro si trova pressappoco nella zone dove fu assalita la Mavi Marmara (ricordate?): sono acque internazionali, ma d’internazionale oramai – proprio per le trivellazioni petrolifere e, in secondo piano, per la pesca – esiste ben poco.

Un tempo c’erano le classiche 12 miglia delle acque territoriali (storicamente, ancor meno), poi ampliate a 24 con la zona “contigua” (all’inizio, soprattutto per la pesca, in ogni modo spesso contestata, vedi i pescherecci italiani nel Canale di Sicilia) e infine giunse il “botto” con la Convenzione ONU di Montego Bay e l’istituzione di una zona di “interesse economico esclusivo” (EEZ) di ben 200 miglia nautiche.


Aprendo una parentesi, un tempo quando eri fuori delle classiche 12 miglia potevi navigare tranquillo: adesso – chiunque – può chiederti i documenti e farti tutta una serie di rilievi tecnici sullo scafo, sulle attrezzature e sulla strumentazione, foss’anche una motovedetta croata in mezzo al mare. Il problema è: su quale legge di quale Stato si basano questi rilievi? Va beh.


Il problema è che non tutti gli Stati hanno accettato la convenzione di Montego Bay: Turchia ed Israele sono fra gli Stati (ci sono anche gli USA) che non la riconoscono.

E qui inizia il casino.

Secondo Montego Bay il giacimento cipriota è nella zona EEZ di Cipro, poiché fa fede – se il mare è interno come il Mediterraneo – la minor distanza dalle coste: il giacimento è più vicino alle coste cipriote. Ma Israele e la Turchia non hanno riconosciuto Montego Bay.


La Turchia, quindi, potrebbe non riconoscerlo perché la parte greca vorrebbe (ovviamente) tenere tutto per sé il giacimento (a scapito della parte turca), mentre per Israele il problema è più stringente: da tempo il gasdotto che arriva dall’Egitto non è più sicuro. Non c’è più Mubarak, il vecchio faraone, e sabotaggi da parte di molti gruppi guerriglieri sono all’ordine del giorno, con continue sospensioni del servizio.

Israele, quindi, contava molto sul giacimento al largo delle sue coste ma nella zona cipriota.

Ciliegina sulla torta, i rapporti fra la Turchia ed Israele non sono più “amichevoli” come un tempo – dopo la Mavi Marmara… – e vi sono, quindi, due diverse posizioni nel rivendicare il giacimento: due atteggiamenti – si noti bene – diametralmente opposti per scopi e finalità. Il primo (turco) diciamo per inghiottire il boccone, il secondo (israeliano) per sopperire ad una futura penuria interna.

Fin qui era la situazione prima della crisi: due aziende (USA ed Israele) stanno lavorando per posizionare le piattaforme d’estrazione, ma non vi sono accordi fra Stati né cessioni di diritti per l’estrazione. Sono due aziende che lavorano nel settore petrolifero e basta.
Tutti avevano fatto i conti senza l’oste…cioè…senza l’orso russo.

La Russia – come avevamo detto – è pronta ad acquistare alcune banche cipriote ma non si tratta di un “colpo” russo, bensì di una “grana” da risolvere (i soldi russi depositati a Limassol), poiché la Russia è molto impegnata nella gestione geopolitica del gas in Asia Centrale. Con il previsto “addio” degli USA allo scenario afgano, tornerà nuovamente in auge il Great Game d’inizio ‘900, che aveva tre attori: britannici, russi e cinesi.

Se consideriamo la parte anglo-americana un solo insieme, le cose non sono cambiate: sono variati – però – e di parecchio, i “pesi” dei vari attori, con le potenze del BRIC sostanzialmente in una posizione di maggior forza.

Mosca potrebbe spostare squadroni aerei a Limassol, per dissuadere eventuali altre “velleità”, ma non credo che si giungerà a tanto: la Russia, in ogni modo, ha mostrato di saper mostrare i muscoli in Georgia, ed è senz’altro pronta a farlo. Come si mossero (discretamente, per lasciare spazio alla diplomazia) le divisioni corazzate russe nel gelo dell’Inverno per la “crisi del gas” con l’Ucraina.

Tutto fa prevedere (se l’accordo andrà in porto) un successo diplomatico russo che conterrà delle opzioni per accontentare Israele sulle forniture future (la Siria?) e la Turchia con qualche compartecipazione.

Di certo, ci sarà uno sconfitto: la Germania. Scusate…l’Europa.