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17 ottobre 2020

Quando finirà il dramma?

 

Riprendono i contagi da Covid-19 nel mondo,in Europa ed in Italia e tornano gli assilli di sempre: finirà mai questa storia? Finirà senz’altro – se abbiamo superato l’esplosione del vulcano di Toba del 74.000 a. C. la nostra specie supererà anche questa – il vero problema è come la supereremo.

Le posizioni politiche sul fronte della pandemia sono variegate: il governo mantiene una posizione molto bilanciata sul fronte del rapporto fra la salvaguardia della vita umana e quella dell’economia, mentre le opposizioni sono più ondivaghe. Sono giunte a dichiarare la malattie “inesistente” od oramai “estinta” per poi, il giorno dopo, buttarsi a corpo morto contro il governo perché non fa abbastanza.

Il che, a volte, sembra anche vero, però bisognerebbe chiedere a questi signori cosa farebbero loro se si trovassero a dover decidere: difatti, se avete notato, sbraitano tanto per poi dileguarsi quando si deve votare in Parlamento.

Ci sono poi i Mille – sono un numero magico nella nostra Storia, si dice che abbiano fatto l’Italia, ma è una clamorosa balla – i quali vanno in piazza ad urlare che il governo li priva della libertà: non attendono altro che giunga Halloween od il Carnevale per mascherarsi, poi se lo impone il governo per salvaguardare la loro vita, s’arrabbiano. Vabbè…sono i soliti mille.

 

La grande novità di questa seconda ondata è la differenza nei numeri: non tanto sul numero dei contagiati, quanto sul numero dei morti.

Nella precedente ondata di Primavera, contavamo i contagiati giornalieri a migliaia (103) ed i morti a centinaia (102) mentre oggi, anche se i contagiati giornalieri hanno raggiunto la decina di migliaia (104) conteggiamo i morti (per fortuna!) solo a decine (101), sempre che la differenza fra i numeri rimangano queste.

Il dato è senz’altro importante e degno d’attenzione: prima, la differenza degli esponenti era solo di una cifra, mentre oggi si è alzata a 3 cifre: significa, semplicemente, che siamo riusciti a stanare le migliaia di asintomatici o scarsamente colpiti dal virus. Perché? Poiché, altrettanto semplicemente, stiamo eseguendo più tamponi di prima, ma siamo ancora ben lontani dall’avere una precisa mappatura della popolazione, unica condizione per cominciare un serio tracciamento del contagio sulla popolazione.

 

Il vero rebus sul diffondersi dei contagi non è tanto quel “liberi tutti” che ha portato ad un’Estate vissuta gioiosamente, soprattutto dai giovani, quanto a comprendere come e quando, gli stessi giovani, trasmetteranno il contagio ai loro familiari: osservando la Francia o la Spagna, c’è da temere che i morti salgano nuovamente a centinaia (102). In questo caso, però, possiamo affermare che le strutture sanitarie sono più preparate e, i medici, conoscono un po’ di più il virus ed hanno a disposizione alcuni medicamenti, per ora ancora poco più che “empirici” (non sono stati ancora validati dall’OMS) però, sembra almeno che a qualcosa servano, visto che il tanto strombazzato vaccino è ancora lontano e, soprattutto – data la velocità di studio e testing che s’è imposta – bisognerà osservare se è veramente efficace e non combina altri guai.

Perché – e qui mi fermo subito, giacché non voglio fare il solito virologo da due soldi – quando si va a trafficare con l’RNA del virus ci sono parecchi rischi, ossia che l’inibizione della RNA polimerasi si trasferisca anche ad altre cellule. Stop.

 

Comprendere le dinamiche di una pandemia generata da un virus sconosciuto il quale, come tutti i virus, giunge all’improvviso non è facile: ci sono molti fattori da considerare, tutti interdipendenti in modalità dinamica con il volgere degli eventi, e bisogna analizzare con calma le risultanze scientifiche e cercare di sbagliare il meno possibile. Perché si sbaglia, è ovvio: sbagliano i medici come talvolta sbaglia un falegname, un insegnante od un elettricista. In altre parole, la teoria degli errori non dimentichiamo mai che è parte importante delle scienze matematiche applicate, e questo tutti lo sanno o dovrebbero saperlo: da chi è al governo, all’opposizione o i famosi “mille” che vanno in piazza.

 

Che titoli ho io per parlare o scrivere sulla pandemia? Nessuno, a meno che vogliamo considerare un 30 e lode in Igiene acchiappato quasi 50 anni fa all’Università, durante un affollatissimo esame e pure con un po’ di fortuna il quale, oggi, non conta più niente.

Rimane, però, una certa attitudine all’analisi, che è però il patrimonio di una intera vita: per cercare di capire qualcosa bisogna analizzare gli attributi di un evento, sia esso una pandemia od una guerra, perché è solo dagli attributi che possiamo cogliere qualche particolare significativo di un evento, non dalle sterili enunciazioni di natura teorica ed ideologica. I peggiori attributi che il virus porta con sé sono due: paura ed ignoranza.

 

Il primo “attributo” che la pandemia ci mostra è che è mortale, inutile girarci attorno, però dalla mortalità si può già capire qualcosa.

La mortalità nell’intero pianeta è stata, fino ad oggi, del 2,83% rispetto alle persone contagiate, mentre in Italia è stata del 9,7%, quasi come in Messico (10,2%) e nello Yemen (circa 17%), mentre la Gran Bretagna s’è fermata al 6,5%. Anche grandi Paesi con molti contagi (USA, Brasile, India, ecc) non superano il 3% e tanti Paesi sono sotto l’1%. (1)

Per quale motivo questo scostamento?

Tralasciamo lo Yemen – piccolo Paese, in guerra, con una sanità già provata ed un governo forse “affaccendato” in altre vicende – però il caso di Italia e Messico colpisce per la grande differenza: percentuali praticamente a due cifre contro la gran maggioranza molto lontana da questi valori.

Per il Messico, uno dei problemi più gravi è stato quello dei certificati di morte: sembra incredibile, ma è così. In Messico non si può seppellire né cremare senza un certificato di morte emanato dal Comune e la malattia ha fatto saltare tutto: più morti e meno impiegati al lavoro. Risultato: cadaveri nelle case anche dopo cinque giorni dalla morte, con ovvia diffusione del virus. Ma torniamo in Italia.

 

L’Italia è stata il primo Paese europeo colpito in modo evidente e con numeri subito importanti: da dove sia arrivato non ha molta importanza…la “rotta” balcanica dell’immigrazione cinese, oppure dalla Germania…non serve a niente approfondire.

Fatto è che nella zona fra Lodi, Cremona e Piacenza si è subito evidenziato. Risposta: lockdown di quelle aree.

Qui è stato commesso un errore, perché la chiusura delle aree fu eseguita all’acqua di rose: le persone viaggiavano per mille ragioni diverse utilizzando strade secondarie o di campagna, dove non c’era nessuno a fermarle. D’altro canto, si può anche comprendere la scarsa incisività degli agenti preposti a quel compito: non si sapeva niente di questa malattia – avevamo scarse notizie dalla Cina, dalla Corea del Sud e dall’Iran – e molti devono aver pensato che fosse una precauzione inutile…che la malattia sarebbe passata da sola, che quello che imponevano era eccessivo…chissà che altro…

Quando, invece, la malattia s’è mostrata a muso duro, tutti hanno iniziato a capire, ma a quel punto fu necessario e non dilazionabile la chiusura totale. E, qui, s’iniziarono a notare gli attributi della malattia.

 

Anzitutto, il Covid-19 ha degli attributi precipui, diversi da altre malattie virali.

Stranamente, a differenza dalla Sars o dalla Mers – ceppi analoghi di Coronavirus meno trasmissibili che sono scomparse come delle meteore, non però confondibili con le molte H1N1 (spagnola) e derivati (HxNx) sviluppatisi negli anni e tutte di derivazione aviaria – il virus non ha un comportamento molto omogeneo, nel senso che non rispetta i crismi di “uguaglianza” nel comportamento delle comuni influenze aviarie.

Ad esempio, non ha le medesime attitudini nei confronti di tutti gli individui: cosa che avviene anche per le influenze virali aviarie, ma in modo meno variegato. Insomma, se ti prendi l’influenza grosso modo avrai un po’ di febbre, disturbi intestinali, tosse e raffreddore – con una maggiore o minore intensità, a volte si dice “ieri non sono stato molto bene, sono andato al cesso più volte, ma oggi va già meglio…” – ma qualcosa avviene in tutti o quasi tutti quelli che vengono a contatto con il virus. E le persone più deboli possono anche morire, generalmente con una polmonite da pneumococco. Che, attenzione: è un batterio, non un virus.

Il Covid-19, invece, ci ha abituati ad un nuovo attributo: asintomatico.

 

Ossia, pare esserci un confine – spesso legato all’età, ma non sempre – che indica la quasi inattaccabilità da parte del virus, mentre altri più anziani vengono coinvolti e, se ancora più anziani, finiscono in rianimazione, che se va male ci lasciano la pelle.

Senz’altro, bisogna scoprire altri attributi: la velocità ed importanza del nostro sistema immunitario, messo a confronto con la capacità infettiva più o meno veloce del virus.

All’Università di Oxford, in Gran Bretagna, hanno scoperto un altro attributo importante.

Tutti sappiamo che la comune mascherina chirurgica non ci protegge dal virus: limita la diffusione del virus se noi siamo infetti – giacché la “nuvoletta” di virus che emettiamo rimane più contenuta e, se si rispettano le distanze, non si viene infettati – però è in grado di limitare, almeno un po’, la quantità di virus in entrata nel nostro organismo.

In altre parole, se senza mascherina ed in presenza di persone infette possiamo far entrare nei nostri polmoni (la via più comune) una quantità pari a 107 di virus (è solo un esempio), con la mascherina ne facciamo entrare soltanto 103, che parrebbe già un vantaggio. Ma gli inglesi hanno fatto di più.

Hanno semplicemente domandato ai malati ricoverati se usassero la mascherina oppure no: poi, sono andati a verificare il dato dopo la morte dei pazienti. Ebbene, ogni cento deceduti l’80% circa non portava abitualmente la mascherina, mentre solo il 20% la portava: il dato sembra indicare una maggior mortalità per i privi di mascherina. Ci può essere una spiegazione?

Quando veniamo aggrediti da qualsiasi agente esterno – sia esso un virus od una spina di rosa – il nostro sistema immunitario si mette subito al lavoro: chiaramente dipenderà dalle “truppe” che ha a disposizione e dal loro addestramento. Se, però, sono 107 gli aggressori (ossia 100.000.000 di virus) oppure 103 (ossia 1.000 virus) la cosa fa evidentemente differenza.

Così si possono spiegare le guarigioni di persone ultra 90enni e le difficoltà (a volte, addirittura la morte) di giovani sui 30 anni: molto dipende dal numero degli “aggressori” e dalla “potenza di fuoco” del nostro sistema immunitario.

 

Perciò, sappiamo che alcune sostanze – alcune vitamine, soprattutto la C e lo Zinco – sembrano avere importanza per le necessità del nostro sistema immunitario: alcune evidenze sembrano esserci, però la complessità delle reazioni biochimiche, a confronto dell’enorme complessità del sistema immunitario, ci raccontano di star lontani dalle certezze assolute.

Della serie, è giusto assumere questo tipo di sostanze perché c’è una forte probabilità che aiutino il sistema immunitario a rigenerarsi, però è fuorviante credersi, a quel punto, immuni da contagio: dipende molto dalla carica virale con la quale veniamo a contatto. Se incontriamo mille virus sulla nostra strada, il sistema immunitario potrà difenderci, ma se i virus sono un miliardo, può darsi che non bastino lo Zinco e la vitamina C a salvarci. Questo è uno dei plateali errori d’alcuni negazionisti (i più intelligenti) i quali credono che una sostanza benefica risolva sempre un problema: dipende dalla sostanza e dipende dalla natura e dalla gravità del problema! Semplice analisi dialettica (Hegel).

Se, ad esempio, il nostro sistema immunitario (o la biochimica in generale dell’organismo) è già impegnata a contrastare altre malattie, le risorse per un attacco virale saranno minori: per questa ragione si parla di persone decedute “per più patologie”.

 

Tornando alla stranezza del dato italiano, si deve anche precisare la natura della patologia che ha condotto alla morte. Qui, si deve stare attenti a non inquinare con sentenze ideologiche la natura del dibattito.

Alcuni affermano che l’assegnazione di un certificato di morte basato sul Covid-19 sia uno strattagemma sanitario corroborato dai voleri del potere politico, per poter “salvare” un governo che andrebbe, altrimenti, incontro a crisi interne e ad necessarie elezioni politiche. In realtà, il ragionamento deve essere rovesciato.

Qualcuno, che ha interesse ad abbattere l’attuale governo, cerca tutte le cause possibili per dimostrare che la volontà politica del governo sia quella di un sempre maggior numero di morti (o contagiati) da Covi-19: lo fa, però, con una premessa, ossia quella del suo desiderio politico, vale a dire abbattere il governo. Diversa è la posizione dei medici.

 

Qualche medico s’è lasciato andare ad esternazioni che, proprio in questi giorni, si deve rimangiare e in fretta ma lasciamo queste poverissime posizioni di natura politica e torniamo alla pratica medica: qual è la causa di morte che un medico può indicare?

Il Covid-19 genera una polmonite virale interstiziale, ossia il virus si “aggrappa” negli alveoli polmonari e si replica o muta continuamente. I virus sono nati, miliardi d’anni or sono, nel cosiddetto “brodo primordiale” e tale situazione cercano di ricreare: ovviamente senza la minima velleità costruttiva, bensì semplicemente perché è la situazione ambientale che li favorisce.

Perciò, in presenza di questi due attributi – polmonite interstiziale e presenza di Covid-19 – è corretto e preciso indicarne la morte a causa del Covid-19: non c’è nessuna necessita di sottilizzare fra quel “per” ed il “con”. Una persona, però, in quella situazione può anche morire per cause cardiache, giacché l’organismo è violentemente sollecitato a garantire l’ossigenazione del sangue, e questo mette a dura prova il sistema cardio-renale. In questo caso, la causa di morte – sempre in presenza di Covid-19 – è corretto indicarla? A mio avviso sì, come per altre cause secondarie che partecipano attivamente al processo degenerativo dell’organismo in esame. Trombosi, edema polmonare ed altre partecipano al medesimo quadro.

In sostanza, è difficile – se c’è il Covid-19 – indicare una concausa che sia stata neutra ed ininfluente: se non c’è il Covid-19, giustamente il medico deve indicare la causa primaria: infarto cardiaco, tumore, ecc.

 

Però, torniamo per un attimo alla triste situazione della scorsa Primavera: i medici, occupati allo spasmo nelle corsie, avevano il tempo da dedicare all’accuratezza della causa di morte? Probabilmente no, e non si poteva nemmeno chiederglielo.

Perciò, è perfettamente normale prendere con beneficio d’inventario quei dati, ma senza farne subito una freccia di contrasto politico,perché manca il senso profondo proveniente dall’analisi degli eventi.

Ricordiamo che, solo pochi mesi fa, non c’erano mascherine sufficienti per la popolazione: erano un bene troppo semplice per la produzione in Patria, conveniva importarle. E nemmeno dalla Cina – che fabbrica missili ed aerei di V generazione – probabilmente dal Vietnam, dall’Indonesia, dalla Mongolia, Malacca, Kazakhstan…e chissà da quali altri luoghi. Non c’erano rimedi, non si conosceva niente della malattia, gli ospedali esplodevano…l’unica soluzione fu proibire i contatti, ed ha funzionato.

 

Oggi, la situazione è cambiata.

Mentre mesi fa si eseguiva il tampone solo ai sintomatici, oggi si utilizza per scoprire se il virus è presente nella popolazione, sintomatici ed asintomatici: con 150.000 tamponi il giorno, s’arriverà (presto?) ad avere una mappatura della popolazione italiana: l’app Immuni non ha funzionato, perché per farla funzionare bisognava che fosse installata d’imperio dal governo, ed il governo non se l’è sentita. Immaginiamo cosa sarebbe successo, a cosa avviene tutt’oggi per le semplici mascherine.

Ci sono alcuni provvedimenti che si possono comunque prendere, ed in fretta: ad esempio l’esame tramite una semplice goccia di sangue. Un sindaco lombardo di un piccolo comune l’ha attuata con costi inferiori all’euro per esame: magari non è precisa come il tampone, ma fornisce già risultati importanti.

Perché?

Poiché la pandemia terminerà quando più velocemente riusciremo ad avere una mappatura del contagio sufficientemente precisa sul territorio: suvvia, non siamo miliardi! Con 150.000 tamponi il giorno ci vorrà un anno e mezzo per averla: magari con i test rapidi la certezza è leggermente minore, ma la velocità è senz’altro maggiore ed il costo infinitamente minore e, ricordiamo sempre, il fatto d’isolare quanti più infetti possibile è la vera risposta che condurrà alla fine dell’epidemia.

 

Tornando a ragionare sulla mortalità, notiamo che oggi – a fronte di 150.000 tamponi odierni e 10.000 positivi al giorno – è, per fortuna, bassissima, appena qualche decina. Se avessimo conteggiato, la scorsa Primavera, 10.000 contagiati i deceduti sarebbero stati senz’altro superiori al migliaio. Come mai?

Probabilmente, quel 9,7% di mortalità sui contagiati della prima fase è stata un dato falsato dalla fretta: sono sfuggiti centinaia di migliaia d’infetti, mai sottoposti a tampone od altro. Nella “vacanza” estiva sono stati loro ad infettare nuovamente la popolazione: ricordiamo che l’andamento delle epidemie è sempre esponenziale.

Vogliamo raggiungere l’immunità di gregge?

Beh, se la mortalità reale s’aggira intorno al 3% significa che in Italia ci sarebbero 1,8 milioni di morti: siamo certi di sopravvivere – come società coesa – ad un simile salasso?

 

Qualcuno può aver fatto un conto semplicistico ed un poco cinico: muoiono dai 60 anni in su, di cosa devo preoccuparmi? Se muoiono molti pensionati, ci saranno più soldi per me! Questa teoria ha bisogno di qualche delucidazione.

 

I morti per cause naturali, in Italia, sono circa 600.000 l’anno. Il Covid-19, con i suoi 35.000 morti, ha spostato di poco questa cifra, anche perché c’è una varianza di anno in anno superiore: ossia, questo dato è una media.

Proviamo ad immaginare un’Italia che subisce all’incirca 2 milioni di morti in un anno, ossia il 3% per Covid-19 più soltanto 200.000 per cause naturali.

Anzitutto, una quota di circa un milione d’abitazioni finirebbe inevitabilmente sul mercato, con un crollo dei valori immobiliari. I morti sarebbero in maggior quantità nelle aree urbane (più contatti) amplificando ancor più il fenomeno.

La riforma Fornero ha fissato a 67 anni l’età della pensione e tale è rimasta: perciò, scomparirebbero molte persone che oggi sono ancora al lavoro. Ora, nessuno è indispensabile ma tutti siamo utili: siamo certi che i “buchi” lasciati nelle amministrazioni, nelle aziende, nell’istruzione, nella sanità, ecc sarebbero facilmente colmabili? Dovremmo spalancare le porte ad una nuova fase migratoria? Con tutte le maledizioni che si porta dietro?

 

Una nazione strutturata per circa 60 milioni d’abitanti sopravvive sicuramente se scende a 58 milioni, ma i danni sul fronte economico non sono da sottovalutare: significherebbero meno prestazioni e meno consumi, ma non sarebbe una “decrescita felice”.

In altre parole, le società moderne sono strumenti sofisticati e fragili, che reggono su scostamenti lievi, altrimenti vanno in crisi: non si può più ragionare nei termini delle vecchie società agricole, perché oggi – ci piaccia o non ci piaccia – viviamo grazie ad un lavoro che finisce in Cina o negli USA e magari mangiamo, senza saperlo, grano che viene dall’Argentina o dal Canada. E’ tutto, terribilmente interconnesso ed eventuali cambiamenti richiedono tempi lunghi, non certo legati alla demografia che può cambiare un’epidemia.

Scomparirebbero gran parte dei nonni, che sono quelli che spesso si occupano dei nipoti “supplendo” i genitori oberati dal lavoro e dagli impegni?

 

Fare queste previsioni non è facile e richiede maggior ponderatezza perché in Gran Bretagna dove, a fasi alterne e con poco discernimento, s’è cercato d’adottare un principio dell’immunità “di gregge” che è ben diverso da quello americano. Se osservate la cartina americana, vi rendete subito conto che i contagi sono stati soprattutto in California, in Florida e nel New England, aree a forte inurbamento: quasi assente nel vasto Nord-Ovest dove le città sono più rare e distanti l’una dall’altra.

La Gran Bretagna, invece, è un formicaio come l’Italia: se ci siete stati lo saprete…a parte la Scozia, il resto è molto popolato. Quel 6,5% di mortalità recensita in Gran Bretagna è più attinente alla realtà del 9,7% italiano: indica la vera mortalità per aree densamente popolate, ma con una raccolta di dati sulla popolazione più coerente. In altre parole, tentare l’immunità di gregge in fretta, aumenta i morti e non sappiamo con certezza se si tratta di morti solo perché avvengono in tempi più ristretti oppure perché i tempi più ristretti aumentano i contagi.

Quello che sappiamo è soltanto che, con una popolazione di 64 milioni, la Gran Bretagna ha eseguito 26 milioni di tamponi (2), ossia il 40% della popolazione: molti di più di quelli eseguiti in Italia, 1,4 milioni (3) su una popolazione di 60 milioni circa. Sui tamponi italiani bisogna precisare una cosa: le autorità sanitarie non aggiornano il numero giorno per giorno come in Gran Bretagna, e questo dato è quello del 21 Aprile 2020. Siccome durante l’Estate ne hanno fatti pochi, e solo ora il numero è alto, potremmo – molto empiricamente – triplicare il numero di Aprile: saremmo, comunque, molto distanti dalla rilevazione inglese.

 

Quindi, parrebbe che la mortalità sia un fattore legato al tempo di rilevamento ed alla concentrazione fisica delle persone: secondo questa tesi, dovremmo concludere che la mortalità reale sarebbe intorno al 6%, ma è solo un’ipotesi, perché rimane confusa la classificazione dei decessi, diversa da nazione a nazione.

In altre parole, se si cede all’immunità di gregge, i contagi s’espandono subito rapidamente e solo dopo, con misure di prevenzione (lockdown, ecc) si riesce a riprendere in mano la situazione: quello che ha fatto il governo britannico. Il governo italiano ha scelto la via “lenta” ma questa soluzione non ci mette al riparo dal rischio di morte per la pandemia, perché – a parte un vaccino “veloce” (ci credo poco) – tutti dovremo passare attraverso questa malattia, a meno che si estingua da sola per cause sconosciute. Oppure, col trascorrere dei mesi, trovino degli antivirali che ci immunizzino per qualche mese, magari da ripetere (un po’ come succede con le gammaglobuline tetaniche, che ti garantiscono per un paio di mesi se non sei vaccinato) ma che consentano di vivere normalmente.

 

Prima di terminare, vorrei ricordare che tutte le epidemie che l’umanità ha subito hanno scelto loro il tempo d’estinguersi – vedi la peste di Milano, che durò quasi due anni – però, i termini di questa cessazione spesso restano oscuri. La Sars com’è sparita? La Mers aveva un’altissima mortalità, e questo la “aiutò” senz’altro a “suicidarsi”…però, non sappiamo perché si estinse: poteva uccidere il 90% dell’umanità, e non lo fece.

 

Da ultimo, visto che il governo sta per prendere delle decisioni importanti, darei un consiglio che, sono certo, nessuno ai piani alti ascolterà.

Questa vicenda, per molti aspetti ci ha provati: inutile nasconderlo, meglio accettarlo.

Però, nella scorsa Estate, molti italiani hanno pensato che fosse finita e ritenevano che le mascherine sarebbero diventate solo dei ricordi: il risveglio, a base di decine di migliaia d’infettati, è stato e sarà ancor più traumatico. Però, una larga fetta d’italiani chiede di vivere la vita di sempre e questo indipendentemente dall’età, dal sesso o dalla condizione sociale. Dipende molto dall’intelligenza, perché non è facile accettarlo.

 

Stamani, sono andato al mercato. Tutti con la mascherina, ambulanti compresi e gente fra i banchi.

L’occhio m’è caduto lì vicino, dove c’è un bar col dehors. Davanti al bar, tre carabinieri: uno con la mascherina e due senza, che parlottavano con alcune ragazze del posto, anch’esse senza mascherina. Nel dehors tutti con le mascherine abbassate alla gola, felici e pimpanti.

Se il Presidente del Consiglio non chiama il comandante dell’arma dei Carabinieri ed il Capo della Polizia,è tutto inutile: capisco la posizione di chi stava al bar senza mascherina, comprendo meno quella di chi – per dovere istituzionale – dovrebbe far rispettare le norme ed invece mostrava, col suo comportamento, di ritenerle insulse e dunque inutili, da non rispettare.

 

Basterebbe che in quell’immaginario colloquio, Conte dicesse una cosa semplicissima ai due alti ufficiali: “O voi siete in grado di far rispettare la legge ai vostri sottoposti, oppure non siete adatti e, dunque, sarete sostituiti”. Ma un buon democristiano come Conte non lo farà senz’altro, inutile illudersi.

 

1) https://it.wikipedia.org/wiki/Pandemia_di_COVID-19_del_2019-2020_nel_mondo

2) https://coronavirus.data.gov.uk/

3) https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_aprile_23/coronavirus-quante-persone-sono-state-sottoposte-tampone-davvero-5bb59814-847c-11ea-8d8e-1dff96ef3536.shtml

06 gennaio 2016

Su e giù, lungo le scale della Storia

"The Poet and the Painter casting shadows on the waters
 the sun plays on the infantry returning from the sea."
"I poeti ed i pittori stendono ombre sulle acque,
 (mentre) il sole gioca sulla fanteria che ritorna dal mare."
Jan Anderson, Jethro Tull, Thick as a brick, (1972)

Anno nuovo vita nuova: già, così dicono. Ciò che noto, invece, nella cosiddetta “editoria alternativa”, è che siamo un poco incartati, motore in palla, che tossicchia e non supera i 3000 giri. Leggo gli articoli di Paolo Barnard o di Alberto Bagnai e m’accorgo che si continua a bofonchiare – per carità, con competenza – su monete e fondi, soluzioni finanziarie salvifiche...quando il vero problema è sì (anche) il sistema finanziario, ma soprattutto l’impianto di governo dell’economia. Finiamo per diventare dei commessi di minuteria: come quelli che “lottano” per cambiare il PD di Renzi dall’interno, buffonate. Oppure credere che il cosmo sia la Luna, il cattolicesimo l’Ave Maria, il buddismo Om mani padme Om e la politica Renzi, la Boschi, Razzi e Grillo.
Non voglio giungere al famoso dito ed alla Luna, ma ci siamo vicini.

E poi ci sono i complotti, che sono sempre esistiti: in politica, si chiamano più semplicemente “diplomazia”, poiché le mille e mille sedi diplomatiche – più i veri centri studi di contorno, i think-tank, i convegni dei “saggi”, i servizi...eccetera –  altro non sono che congreghe per cercare di fregare gli altri. Come? Complottando, ovvio: c’è da meravigliarsi? Un ambasciatore è massone, uno “studioso” è del Bildenberg, un economista è della Trilaterale, altri giungono dal FMI, chi dalla Banca Mondiale...e da dove potevano giungere? Dall’Almanacco Topolino?!? Dalla “politica”: ah, ah, ah...
Perdere del tempo per tracciare i confini del complotto, o addirittura divinare aruspici (avete letto l’incipit di Jan Anderson?) è tempo perso, perché le migliaia di persone profumatamente pagate per crearli, alla velocità della luce ne creeranno altri. Indicarli, sottolinearli...questo sì, ma non perderci troppo tempo, non farne il centro del giornalismo: altrimenti, si finisce sempre con il famoso dito. E quelli ridono, pensano: quanto sono stupidi...

Eppure, non sempre è stato così imponente l’attacco dei “divinatori” del futuro, soprattutto quelli dei think-tank targati USA. Perché? A ben vedere, il capitalismo finanziario – il trionfo della finanza, e gli USA sono il centro finanziario/militare del mondo occidentale – appartiene alle epoche di minor saggio di profitto industriale: meno beni si creano e si consumano, maggiori sono i “giochi” ed i “passaggi di mano” da parte di chi tenta di far soldi inserendosi nella catena degli sfruttatori. E chi deve creare quei beni? Ovunque sia, peggio per lui.
Nei periodi postbellici, ad esempio – quando c’è tutto da ricostruire – il saggio di profitto complessivo è altissimo e, di conseguenza, conviene investire i soldi direttamente nelle aziende, creandole, oppure ricorrendo alla partecipazione azionaria la quale, guarda a caso, in quei periodi non riserva sorprese, se non il naturale fluttuare dei valori azionari.

Le monete? Non conta nulla la moneta che circola, basta averla e si duplica quasi da sola: ogni cosa si vende ed in fretta! Non ci credete? Nella Germania sconquassata del dopo Prima Guerra Mondiale, inventarono addirittura il Rentenmark – nell’epoca della parità aurea, una vera e propria bestemmia! – il quale non aveva altra copertura che...il fatto che tutti ci credessero! Poi, terminata la buriana, si tornò al Reichsmark, ma la valuta “effimera” ebbe corso legale fino al 1948! E noi stiamo a cincischiare su questa o quella moneta? Ma è solo il metodo per misurare il valore!
Se non va bene l’euro, ti possono immantinente inventare il Cocco, il Petto, il Moloch – e te le possono fare con banca centrale pubblica o privata – più difficile (in realtà, meno conveniente) affrontare un discorso globale sulla teoria del valore, che condurrebbe a dover scomodare Adam Smith, Ricardo e Marx, solo per citare i principali filosofi che se ne sono occupati. Perché filosofi? Ma, secondo voi, ad occuparsi di teoria del valore – ossia di una prassi che pervade la vita di noi tutti – dovrebbero essere gli economisti?!?
E le banche?

Nei periodi di capitalismo “industriale” se ne stanno buone buonine e fanno il loro mestiere: forniscono denaro ad interesse, remunerando i depositi con un interesse minore. Per statuto, non possono fare profitti. Ricordate le Casse di Risparmio? All’epoca, il circuito ICCRI era la principale banca italiana, e doveva esserlo, poiché la produzione industriale non poteva attendere. Ho spiegato, in un recente articolo, l’assurda vicenda odierna di Fincantieri, “in crisi” per necessità di capitali, con il portafoglio ordini (e, quindi, in prospettiva profitti) più elevato in tutta la storia dell’azienda. Una storia fuori tempo massimo.
Banche d’affari? Una sola: Mediobanca, per l’uso privatissimo di lor signori, più un salotto buono che una banca.

Poi, cambiano i tempi: la gente non ce la fa più a cambiare una lavatrice l’anno, il saggio di profitto crolla e le fabbriche chiudono. Che fare?
Due sono le possibilità: la guerra, oppure il capitalismo finanziario.
Se non ci fossero le armi nucleari, state sicuri che la Terza Guerra Mondiale sarebbe già scoppiata da tempo: invece, non scoppierà mai più, almeno nei termini che la conosciamo. Si farà solo contro chi non possiede il potere dell’atomo, così stiamo al sicuro. Gheddafi se, invece di credere alle fandonie euroamericane, comprava i missili coreani (gittate di 2000+ km), oggi stava tranquillo nella sua tenda nel deserto, con Berlusconi accanto ed una montagna di Viagra sul tavolino. E i libici, rivedendo a posteriori, stavano meglio.
Perché Wall Street aborrisce la guerra nucleare?

Poiché non vogliamo che il nostro bel Risiko/Monopoli, al quale siamo così affezionati, sparisca, volatilizzato da un Feuersturm nucleare, polverizzato insieme al prezioso tavolo sul quale era posato. Noi? Fuggiti da tempo ma, senza il nostro gioco...
Così, niente guerra (nucleare) e niente distruzioni per ripristinare il capitalismo primitivo, nel quale si guadagnava un euro, tallero, zecchino...il pezzo.
Una situazione storica completamente nuova – almeno, in questi termini, perché nell’ultimo quarto del secolo XIX avvenne qualcosa del genere...ricordate lo scandalo della Banca Romana? 1892, un secolo esatto prima di Tangentopoli –  un quadro globale mai visto nel panorama umano.
Oggi, non si possono mandare i carri armati in giro. Qualcuno vorrebbe...non posso sollevare la mia ascia contro XY perché ci fa paura la sua?!? Te lo faccio vedere io...
Fermatelo, all’occorrenza sparategli, anche se è dei nostri. Ecco come vanno le cose: vedrete quanto ci metteranno a calmare sauditi ed iraniani dalle loro (giuste, sbagliate, ininfluenti, terribili...) velleità di “muscoli”.

Sia detto subito che il capitalismo finanziario non è proprio la panacea di tutti i mali per i tempi di vacche magre (saggio di profitto basso): sì, riesce a metterci una pezza ri-localizzando le aziende, sempre alla ricerca del mercato degli schiavi più promettente...però, dopo, si cominciano a perdere i pezzi sul fronte interno: salari minimi, occupazione saltuaria, welfare evanescente (per loro non è un problema, ma anche lì si spendono meno soldi, quindi meno profitti), eccetera...in sostanza, il prezzo delle merci deve essere tenuto bassissimo, altrimenti nessuno compra, e ciò vanifica in gran parte i risultati della globalizzazione sotto il profilo produttivo.

Il capitalismo finanziario è un mestiere per cuori e menti salde: le banche saltano come birilli, dall’oggi al domani i fondi perdono valore e ti ritrovi con un pugno di mosche...reggono i fondi sovrani...ma, se qualcuno dovesse dare l’assalto anche a quelli (sempre che non ti sparino prima), cielo che disastro!
Il principale problema, però, è la perdita d’immagine del capitalismo, da sempre presentato – in alternativa ai sistemi totalitari (fascismi/comunismi) – come la pietra filosofale che risolve i tuoi problemi. E, attenzione, quella visione è iniziata molto tempo fa, almeno da quando non dobbiamo più raschiare le cortecce delle betulle e metterle a bagno nell’aceto per toglierci la fame. A volte, se mancava l’aceto, erano cortecce e basta.

Non abbiamo più la consapevolezza che un topo è il massimo dei banchetti possibile (solo pochi secoli or sono), ma i tempi delle “liquidazioni” da 100.000 dollari (dell’epoca) che ricevettero i militari americani congedandosi dopo la 2GM sono lontani, molto lontani, sembra che non siano mai esistiti. Eppure, il “regno della felicità” americano dei Fonzie, è esistito e tutti, all’epoca, furono convertiti: il capitalismo è il meglio che mai si sia visto, continuiamo così. A Cuba mangiano banane, noi bistecche e salmone.

Come si fa a spiegare che il capitalismo finanziario è roba da 500 euro il mese per lavorare come schiavi senza nessuna garanzia del futuro, senza pensione quando diventi vecchio, con medici oramai ansimanti negli ospedali, con professori mal pagati e che iniziano ad avere qualche certezza dopo i 50 anni? Quando il capitalismo “produttivo” ti mandava in pensione?
Ci vogliono personaggi con una forte carica mediatica per mantenere la calma, gente che su Twitter fa grande politica (ah,ah,ah!), ed uno stuolo d’idioti che ci cascano: un personaggio come Matteo Renzi è perfetto, sembra clonato in vitro dopo una lunga gestazione artificiale.

Il nostro compito – almeno, mi piacerebbe che ci fosse dibattito sull’argomento – mi sembra che dovrebbe essere “far notare” alla gente (a quelli ancora preda dell’idiozia) le incongruenze e le mille infelicità che questo sistema economico porta con sé, non dire loro che incrementando temporalmente il rateo dello spread il millibar della guerra climatica diacronica decresce: secondo voi, ci capiscono qualcosa? Ma, qualcuno di noi cosiddetti scrittori o bloggher – ma anche i lettori, prima di commentare – va, ogni tanto, in un mercato rionale e si confronta con le persone vere? In carne ed ossa?
Oppure corre solo dietro ai think-tank americani? Quelli – ricordatelo sempre – sono gente pagata dall’establishment politico perché, finanziando le fondazioni, detraggono quei fondi dalle tasse.

Ma...qual è lo stato di salute del capitalismo, e quali sono le possibili soluzioni?
E’ vero che, oggi, poco più della metà della popolazione si reca al voto – e questo è un buon risultato per l’Italia: non ne parlano mai, ma è una delle principali preoccupazioni perché ogni voto “comprato” (per assicurare la cosiddetta governabilità) costa di più, le mafie alzano il prezzo, vogliono più contropartite e sempre più “succose”, il che aggrava la condizione della popolazione – ma sono ancora molti.
Con trascorrere del tempo, il voto per appartenenza (ideale) sarà un limite tendente a zero, mentre, per contrappasso, quello per convenienza andrà alle stelle: si notano fenomeni nuovi, come la completa “franchigia” giudiziaria per qualsiasi reato legato alla pubblica amministrazione, e sempre più gravi ed evidenti. Segno che la compravendita di favori e voti è necessaria, come l’acqua nel deserto.
Il problema non è, come afferma Grillo, arrivare al “51%” – perché non ti faranno giungere mai, sentito parlare di brogli? Visto “Il portaborse”? – bensì quello d’incrinare, pesantemente – in un mondo d’immagini – l’immagine del capitalismo.

Quella lontana immagine americana – le banane a Cuba e le bistecche negli USA – è la chiave di volta che sta crollando: vuoi l’automobile? Indebitati! Ma, indebitandoti, domani sarai ancora più povero e meno in grado di soddisfare le tue necessità. Nel capitalismo finanziario non c’è nessuna cornucopia che sforna soldi – a ben vedere, quella è rimasta nel capitalismo industriale – e, dunque, l’immagine del capitalismo come quella forma di governo dell’economia che “soddisfa ogni bisogno” sta irrimediabilmente offuscandosi, s’allontana, come dietro ad un vetro appannato.
Abbiamo già ricordato che una guerra, in grado di portare distruzioni tali da far partire una nuova fase di capitalismo industriale (le bombe atomiche sono presenti anche nelle nazioni emergenti), è impossibile: terminata la fase “attiva” nelle economie emergenti, la stagnazione sarà planetaria. Allora?

Bisognerà, con pazienza, tornare a ragionare in termini di teoria del valore e distribuzione delle merci: qualcosa già si sussurra, come le provocatorie ammissioni di “lancio di banconote dagli elicotteri” le quali, altro non sono che una molto primitiva ed infantile richiesta di metter mano alle teorie del valore ed alla distribuzione (o re-distribuzione) delle merci.
La Storia ci fornisce qualche esempio? Pochi, in verità, alcuni molto lontani, altri più vicini ma difficili da inquadrare per applicarli a livello planetario. Ci vorrà molto lavoro, e molte teste pensanti.

Se ne vogliamo trovare uno abbastanza lontano, ci sono le terre comuni – ossia il concetto di “qualcosa” che non è di nessuno, un bene che è anche tuo per solo diritto di nascita – il quale fu la principale ragione di due rivoluzioni, quella inglese e quella francese. I nobili volevano sopprimerle (ricordate Robert di Loxley, ossia Robin Hood?) e, al tempo di Luigi XIV, le patenti di nobiltà si vendevano facilmente al mercato di Versailles, bastava pagarle. Come? “Cartolarizzando” delle terre (Colbert, ripreso poi da Tremonti) – ossia incassando un valore minore, ma subito, per beni dei quali era incerta la sorte, perché si dovevano “rubare” alla collettività – e i francesi, i francesi...ci misero del tempo a capire l’inganno...però realizzarono la più importante rivoluzione del Pianeta.

L’attacco alle terre comuni non fu, in entrambi i casi, la “scintilla” che fece scoppiare l’incendio ma, nel ricordo collettivo, il “macigno” che s’abbatté sulla nobiltà la quale, con la fine del Medioevo, era fallita insieme al suo modello teocratico. In altre parole, mostrò che il nobile era lì per volontà di Dio, ma...E, quel “ma” fu determinante.
Notiamo che in Inghilterra si giunse ad un accordo fra le parti, mentre in Francia – nonostante un re più aperto al cambiamento – non ci s’accordò...quisquilie...la fuga di Varennes fece perdere la testa a Luigi XVI...

Oggi, si torna a ragionare in termini simili. Qualcuno chiede: perché mai, se io vengo al mondo come chiunque altro, devo avere una vita completamente in salita, ed altri in discesa?
Le religioni, a questo punto, giustificano tutto: eh, mio caro, accetta il volere di Dio, Allah lo vuole...oppure il karma...ne hai combinate nelle vite passate, eh? Come potrete notare, la via per giungere ad un reddito di cittadinanza non è lastricata di problemi economici, bensì filosofici.
Ci potremmo inventare un reddito di cittadinanza, uguale per tutti (miliardari compresi): un reddito minimo (si parla di 500 euro, ma è solo un esempio), che non coprirebbe le spese del vivere, ma lascerebbe più calma per trovare la propria strada e, il progresso umano – nel senso principalmente delle scoperte scientifiche – fu realizzato da persone che non avevano di che preoccuparsi. Vedi Alessandro Volta, Galileo, Edison (che ebbe dei mecenate), eccetera...

La fonte, ossia dove si trovano i soldi? Il prof. Fumagalli – nel celebre saggio “10 tesi sul reddito di cittadinanza” (1) – ha impostato il problema istituendo un’imposta dello 0,01-002% sulle transazioni finanziarie. Come vedete, il problema è prima filosofico che tecnico: ad una domanda in merito, Elsa Fornero rispose che “se si faceva una cosa del genere, gli italiani si sarebbero fatti tante pastasciutte e non avrebbero più lavorato”. La cosiddetta “etica del lavoro”, a ben vedere, è la vera nemica del reddito di cittadinanza.
Perciò, meglio campare di pane e latte finché dura mamma, ossia finché ci sarà la sua pensione – perché questa è la dura realtà di tante situazioni odierne – piuttosto che incrinare l’etica del lavoro: i nostri “politici” sono tutti d’accordo (salvo il M5S).
Questa novità, però, proporrebbe un nuovo scenario: converrebbe a tante persone riunirsi, vivere in piccole comunità per suddividere i costi comuni. Quale bestemmia per l’establishment al potere! Il vivere comune è un pericolo assolutamente da evitare: la gente parla, si confronta, non sta più a farsi imbambolare di fronte alla Tv!

I nemici del reddito di cittadinanza, delle nuove terre comuni, potremmo dire – ricordiamo che siamo partiti dal problema “cosa fare di fronte a questa follia del capitalismo finanziario” – non sono dunque quelli tecnici (reperimento dei fondi) bensì filosofici (etica del lavoro) e politici (e dopo? Io, come faccio ad avere potere?). Contro queste tesi, si combatte parlando, scrivendo, divulgando...ricordiamo un detto orientale “quando l’allievo è pronto, il maestro appare.”

L’altro problema è la moneta, poiché viene considerata il vero problema in tutte le sale, dimenticando che una moneta che non ha, alle spalle, una seria risposta al problema del valore delle merci, è come un orologio per bambini (di un tempo), di quelli che non segnavano l’ora, bensì muovevano le lancette con la sola rotazione del pomello.
Ci sono stati alcuni tentativi in merito, come quello di assegnare ad una moneta il valore di un’ora di lavoro media per tipologia, livello, ecc del lavoratore, calcolata a livello planetario, tenendo conto di una media dei prezzi d’acquisto. Ovvio che non l’hanno mai presa in considerazione: finché c’è mercato c’è speranza!
Ci sono economie, però, che della moneta – per gli scambi più comuni – non sapevano che farsene.

Premetto di non essere mai stato in URSS, però d’aver avuto notizie di quel “pianeta sconosciuto” da chi si recava abitualmente per lavoro: i naviganti. La Cortina di Ferro esisteva in terra: in porto, dopo aver oltrepassato la barriera doganale – se non insospettivi i tanti “vopos” in giro – vivevi tranquillamente. Stiamo parlando di gente con una divisa addosso, forse li faceva sentire più “vicini”, chissà...come del resto avveniva per i marinai sovietici da noi: giravano in gruppo, sempre seguiti dal commissario politico, lo zampolit.
Talvolta, le compagnie fingevano (in accordo con i comandanti) avarie per approfittare dei bassi costi della comune manutenzione, e allora capitava che la nave restasse in porto per settimane.
Cosa raccontano le mie fonti?

Narrano di un mondo che potremmo definire “alla rovescia”.
Un amico rimase ad Odessa per due mesi, causa lavori di manutenzione: quando resti due giorni visiti la città e qualche locale notturno, quando ci rimani per dei mesi, stringi amicizie. Così fu: strinse amicizia con una coppia di sposi che avevano un bambino piccolo, erano entrambi studenti. Lo Stato sovietico, all’epoca, finanziava gli studi – ti pagava uno stipendio – a patto che tu studiassi veramente: era consentito fallire un solo esame, in tutta la carriera universitaria.
Così, si schiusero davanti ai suoi occhi le porte dell’Impero comunista, ma si schiusero dal basso, dalla vita di tutti i giorni.

In casa, ad esempio, c’erano biscotti per il bambino persino sui lampadari: il russo gli spiegò l’arcano.
I biscotti arrivavano con i treni: tu eri avvisato e ti recavi allo scalo ferroviario. Il problema non era la quantità – ce n’erano in abbondanza (per gli ultimi, i ritardatari c’era l’ovvia “lotta” per strapparsi l’ultimo pacco, che fece la fortuna delle Tv capitaliste...vedete?) – il problema è che non sapevi mai quando sarebbe arrivato il prossimo treno. Probabilmente, non lo sapevano nemmeno a Mosca: quante notizie ci furono di treni carichi di patate lasciati per una notte su un binario morto, oltre gli Urali! Quando arrivavano a Mosca, non c’era altro da fare che buttare tonnellate di patate congelate.
Le disfunzioni di quel sistema erano tante, però si campava discretamente e la vita era tranquilla: una sola sera l’amico fu redarguito da un poliziotto, perché aveva accennato un twist sulla pista da ballo. A gesti, gli fece capire che bisognava ballare allacciati alla propria dama, era la regola.
Il dramma erano le liste per avere beni più importanti e costosi: quando ripartì, il russo gli chiese un favore. Perché, quando sarai “di là”, non mi compri un mangianastri portatile, stereo? Era il suo sogno: in URSS non esistevano, e gli ficcò in mano una montagna di banconote.
L’amico partì (la nave faceva spesso scalo ad Odessa) ma, quando fu in Italia, notò che i prezzi erano molto alti (fine anni ’60) per quel tipo di strumento...al cambio, avrebbe dovuto “dilapidare” quasi tutti i rubli avuti in consegna...
Tornò senza mangianastri. Il russo s’arrabbiò, e parecchio rivedendo la mazzetta di rubli che, il nostro, gli contava con attenzione. “Ma io, in banca, ho montagne di questa roba: è il mangianastri che non ho!”

In un sistema con valore della moneta stabile per editto, ed inflazione nulla sempre per legge, le distorsioni si scaricano sulle singole merci, che siano biscotti, patate o mangianastri. Questa era la rozza applicazione della teoria del valore marxista nel Paese che si diceva “figlio di Marx”.
Perché ho raccontato questa storia? Perché, come sempre quando si richiamano esperienze passate, c’è qualcosa di buono e qualcosa da buttare.

La prima cosa che salta agli occhi è che la moneta, in sé, si trascina dietro un sacco di problemi: il primo è il suo rapporto con la merce, che dipende da mille fattori ambientali e dall’inflazione. Di più: nessuno garantisce quei rettangoli di carta, nessuna banca centrale e, tanto meno, un eventuale cambio in Oro.
Eppure, proprio il capitalismo ci fornisce dei mezzi – potremmo affermare che li “scopre” – per dirimere la questione: il commercio dei buoni-pasto (o buoni-mensa), che spopola perché...i buoni non sono tassati!
Ti pagano con buoni-pasto, fai la spesa con buoni-pasto: è una moneta belle che pronta.
Di conseguenza, una moneta basata su un buono pasto – fatti salvi dei precisi requisiti: primo, secondo, contorno, acqua e caffè, ad esempio, ed un contenuto maggiore o uguale a tot di proteine, carboidrati, ecc – potrebbe essere una delle più stabili che conosciamo. Varia al valore medio del pasto: lo so, è un po’ come il famoso “paniere” per l’inflazione, ma si applica ad un solo bene, un pasto medio, una rilevazione facile e poco adatta ad essere manipolata.

Non ho la pretesa di riscrivere la teoria del valore su queste basi – sia chiaro, sarebbe una buffonata – ma quella di trovare un ancoraggio reale ad una moneta: ce ne potrebbero essere altri ma, se cerchiamo un ancoraggio reale e il più stabile possibile, non possiamo uscire più di tanto dal mondo naturale.

Il secondo punto (tratto dall’esperienza sovietica) che mi ha fatto riflettere è quel treno carico di biscotti. O forse anche d’altri beni su vagoni diversi, non lo so.
Noi, siamo partiti dalla bottega, passati al negozio, quindi al supermercato rionale, all’ipermercato...fino ad E-bay. In tutto questo bailamme, notiamo che il mercato rionale all’aperto si svolge coi termini e nei modi di secoli or sono.

Quante volte li abbiamo incontrati, tutti. Sono i dannati di E-bay, del nostro bisogno (legittimissimo!) di comprare una merce ad un cent di meno. Fanno addirittura 100 consegne il giorno, non hanno più vita, per guadagnare una miseria: anche fossero 100 euro (“sporchi”) il giorno, quel prezzo non vale la vita che fanno.
Di là delle sofferenze di quegli autisti (da giovane, lavorai per la TRACO, conosco quel mondo) è un sistema primitivo: le merci, tramite i furgoncini, vanno ai centri di raccolta poi, in autotreno, percorrono le lunghe tratte infine, il furgoncino fa le consegne domiciliari.
Riflettiamo sulla quasi sovrapposizione fra ipermercato e centro di raccolta: entrambi, sono delle strutture che contengono merci, che partono dai luoghi di produzione (o dai porti) e finiscono nei magazzini. A parte le luminarie ed i colori, gli ipermercati potrebbero diventare dei luoghi dove c’è un semplice bancone, dietro, il magazzino vero e proprio.

Ordini su Internet, paghi, ti viene inviata una ricevuta elettronica, la stampi (meglio, la invii al magazzino via Web), quando la merce arriva ti rechi a ritirarla. Con sovrapprezzo, la consegna a domicilio.
A parte alcuni beni di pronto consumo – pane, verdura fresca, carni, ecc – e quelli per i quali necessita un controllo – le armi, ad esempio – tutto potrebbe funzionare in questo modo. Ci stiamo, lentamente, avvicinando: in un grande centro di vendita di materiali per l’edilizia, trovi dalla semplice vite fino al carrello elevatore. Tutto per costruire una casa.
Risparmi? Enormi.

Niente casse, nessun flusso di denaro, nessun autista che bestemmia perché il “26” di via Innocenzo Fedragghini non si trova...soprattutto, risparmi sul magazzino merci: viaggia e giunge in deposito solo la merce già venduta. Tutto ciò è irrealizzabile senza un reddito di cittadinanza – non un sussidio di disoccupazione! – che renda più “fluida” la transizione.
Lavori quattro ore? Reddito di cittadinanza + la paga oraria per quattro ore. Acquisti un’automobile da 15.000 euro? Paghi 15 euro in più, per finanziare il reddito. Compri un milione di euro di petrolio per speculare? Paghi un po’ di più, mille euro (ma, per le tipologie di prelievo, Fumagalli prevede aliquote progressive, come sentenzia la nostra dimenticata Costituzione).

Ricordiamo, fra una cosa e l’altra, che sommando l’8 per mille ed il 5 per mille s’arriva al 13 per mille, ossia all’1,3% che ogni anno, che lo vogliamo oppure no, ci prendono: sono circa 1,5 miliardi (secondo i dati ufficiali, ma secondo un computo basato su PIL ed aliquote fa almeno 10 volte tanto) che finiscono nelle tasche dei monsignori (cosa racconta il Vaticano sulle ultime vicende?) e dei segretari di partito. Soldi per il reddito di cittadinanza no, sarebbe un furto (!), un attacco all’etica del lavoro e Stakanov si rivolterebbe nella tomba.

Come si può notare, di idee per sostituire questo marcio capitalismo ce ne sono – e, sono sicuro, tante altre se ne possono trovare – e la domanda potrebbe essere: già, ma quando? La fine del capitalismo è prossima, perché ci sono molti segni – tutti interni al capitalismo stesso – l’appannamento della sua immagine come dispensatore di ricchezze, il ricorso ad artifizi di bilancio (quali le cartolarizzazioni) per sanare bilanci insanabili, il ricorso alla guerra per accaparrarsi le risorse naturali, l’aumento costante e sempre più “fantasioso” di tasse ed imposte, ecc.
Già, ma quando?
Potrebbero volerci 2 anni o 200: dipende anche, molto, dalla critica (anche propositiva) che si riesce a portare avanti ma, attenzione: stiamo attenti a non fare critiche che rimangono all’interno del sistema capitalista, non servono a niente.

Piuttosto, diamo spazio alla nostra inventiva e portiamogli il conto, ogni giorno che passa.