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17 ottobre 2020

Quando finirà il dramma?

 

Riprendono i contagi da Covid-19 nel mondo,in Europa ed in Italia e tornano gli assilli di sempre: finirà mai questa storia? Finirà senz’altro – se abbiamo superato l’esplosione del vulcano di Toba del 74.000 a. C. la nostra specie supererà anche questa – il vero problema è come la supereremo.

Le posizioni politiche sul fronte della pandemia sono variegate: il governo mantiene una posizione molto bilanciata sul fronte del rapporto fra la salvaguardia della vita umana e quella dell’economia, mentre le opposizioni sono più ondivaghe. Sono giunte a dichiarare la malattie “inesistente” od oramai “estinta” per poi, il giorno dopo, buttarsi a corpo morto contro il governo perché non fa abbastanza.

Il che, a volte, sembra anche vero, però bisognerebbe chiedere a questi signori cosa farebbero loro se si trovassero a dover decidere: difatti, se avete notato, sbraitano tanto per poi dileguarsi quando si deve votare in Parlamento.

Ci sono poi i Mille – sono un numero magico nella nostra Storia, si dice che abbiano fatto l’Italia, ma è una clamorosa balla – i quali vanno in piazza ad urlare che il governo li priva della libertà: non attendono altro che giunga Halloween od il Carnevale per mascherarsi, poi se lo impone il governo per salvaguardare la loro vita, s’arrabbiano. Vabbè…sono i soliti mille.

 

La grande novità di questa seconda ondata è la differenza nei numeri: non tanto sul numero dei contagiati, quanto sul numero dei morti.

Nella precedente ondata di Primavera, contavamo i contagiati giornalieri a migliaia (103) ed i morti a centinaia (102) mentre oggi, anche se i contagiati giornalieri hanno raggiunto la decina di migliaia (104) conteggiamo i morti (per fortuna!) solo a decine (101), sempre che la differenza fra i numeri rimangano queste.

Il dato è senz’altro importante e degno d’attenzione: prima, la differenza degli esponenti era solo di una cifra, mentre oggi si è alzata a 3 cifre: significa, semplicemente, che siamo riusciti a stanare le migliaia di asintomatici o scarsamente colpiti dal virus. Perché? Poiché, altrettanto semplicemente, stiamo eseguendo più tamponi di prima, ma siamo ancora ben lontani dall’avere una precisa mappatura della popolazione, unica condizione per cominciare un serio tracciamento del contagio sulla popolazione.

 

Il vero rebus sul diffondersi dei contagi non è tanto quel “liberi tutti” che ha portato ad un’Estate vissuta gioiosamente, soprattutto dai giovani, quanto a comprendere come e quando, gli stessi giovani, trasmetteranno il contagio ai loro familiari: osservando la Francia o la Spagna, c’è da temere che i morti salgano nuovamente a centinaia (102). In questo caso, però, possiamo affermare che le strutture sanitarie sono più preparate e, i medici, conoscono un po’ di più il virus ed hanno a disposizione alcuni medicamenti, per ora ancora poco più che “empirici” (non sono stati ancora validati dall’OMS) però, sembra almeno che a qualcosa servano, visto che il tanto strombazzato vaccino è ancora lontano e, soprattutto – data la velocità di studio e testing che s’è imposta – bisognerà osservare se è veramente efficace e non combina altri guai.

Perché – e qui mi fermo subito, giacché non voglio fare il solito virologo da due soldi – quando si va a trafficare con l’RNA del virus ci sono parecchi rischi, ossia che l’inibizione della RNA polimerasi si trasferisca anche ad altre cellule. Stop.

 

Comprendere le dinamiche di una pandemia generata da un virus sconosciuto il quale, come tutti i virus, giunge all’improvviso non è facile: ci sono molti fattori da considerare, tutti interdipendenti in modalità dinamica con il volgere degli eventi, e bisogna analizzare con calma le risultanze scientifiche e cercare di sbagliare il meno possibile. Perché si sbaglia, è ovvio: sbagliano i medici come talvolta sbaglia un falegname, un insegnante od un elettricista. In altre parole, la teoria degli errori non dimentichiamo mai che è parte importante delle scienze matematiche applicate, e questo tutti lo sanno o dovrebbero saperlo: da chi è al governo, all’opposizione o i famosi “mille” che vanno in piazza.

 

Che titoli ho io per parlare o scrivere sulla pandemia? Nessuno, a meno che vogliamo considerare un 30 e lode in Igiene acchiappato quasi 50 anni fa all’Università, durante un affollatissimo esame e pure con un po’ di fortuna il quale, oggi, non conta più niente.

Rimane, però, una certa attitudine all’analisi, che è però il patrimonio di una intera vita: per cercare di capire qualcosa bisogna analizzare gli attributi di un evento, sia esso una pandemia od una guerra, perché è solo dagli attributi che possiamo cogliere qualche particolare significativo di un evento, non dalle sterili enunciazioni di natura teorica ed ideologica. I peggiori attributi che il virus porta con sé sono due: paura ed ignoranza.

 

Il primo “attributo” che la pandemia ci mostra è che è mortale, inutile girarci attorno, però dalla mortalità si può già capire qualcosa.

La mortalità nell’intero pianeta è stata, fino ad oggi, del 2,83% rispetto alle persone contagiate, mentre in Italia è stata del 9,7%, quasi come in Messico (10,2%) e nello Yemen (circa 17%), mentre la Gran Bretagna s’è fermata al 6,5%. Anche grandi Paesi con molti contagi (USA, Brasile, India, ecc) non superano il 3% e tanti Paesi sono sotto l’1%. (1)

Per quale motivo questo scostamento?

Tralasciamo lo Yemen – piccolo Paese, in guerra, con una sanità già provata ed un governo forse “affaccendato” in altre vicende – però il caso di Italia e Messico colpisce per la grande differenza: percentuali praticamente a due cifre contro la gran maggioranza molto lontana da questi valori.

Per il Messico, uno dei problemi più gravi è stato quello dei certificati di morte: sembra incredibile, ma è così. In Messico non si può seppellire né cremare senza un certificato di morte emanato dal Comune e la malattia ha fatto saltare tutto: più morti e meno impiegati al lavoro. Risultato: cadaveri nelle case anche dopo cinque giorni dalla morte, con ovvia diffusione del virus. Ma torniamo in Italia.

 

L’Italia è stata il primo Paese europeo colpito in modo evidente e con numeri subito importanti: da dove sia arrivato non ha molta importanza…la “rotta” balcanica dell’immigrazione cinese, oppure dalla Germania…non serve a niente approfondire.

Fatto è che nella zona fra Lodi, Cremona e Piacenza si è subito evidenziato. Risposta: lockdown di quelle aree.

Qui è stato commesso un errore, perché la chiusura delle aree fu eseguita all’acqua di rose: le persone viaggiavano per mille ragioni diverse utilizzando strade secondarie o di campagna, dove non c’era nessuno a fermarle. D’altro canto, si può anche comprendere la scarsa incisività degli agenti preposti a quel compito: non si sapeva niente di questa malattia – avevamo scarse notizie dalla Cina, dalla Corea del Sud e dall’Iran – e molti devono aver pensato che fosse una precauzione inutile…che la malattia sarebbe passata da sola, che quello che imponevano era eccessivo…chissà che altro…

Quando, invece, la malattia s’è mostrata a muso duro, tutti hanno iniziato a capire, ma a quel punto fu necessario e non dilazionabile la chiusura totale. E, qui, s’iniziarono a notare gli attributi della malattia.

 

Anzitutto, il Covid-19 ha degli attributi precipui, diversi da altre malattie virali.

Stranamente, a differenza dalla Sars o dalla Mers – ceppi analoghi di Coronavirus meno trasmissibili che sono scomparse come delle meteore, non però confondibili con le molte H1N1 (spagnola) e derivati (HxNx) sviluppatisi negli anni e tutte di derivazione aviaria – il virus non ha un comportamento molto omogeneo, nel senso che non rispetta i crismi di “uguaglianza” nel comportamento delle comuni influenze aviarie.

Ad esempio, non ha le medesime attitudini nei confronti di tutti gli individui: cosa che avviene anche per le influenze virali aviarie, ma in modo meno variegato. Insomma, se ti prendi l’influenza grosso modo avrai un po’ di febbre, disturbi intestinali, tosse e raffreddore – con una maggiore o minore intensità, a volte si dice “ieri non sono stato molto bene, sono andato al cesso più volte, ma oggi va già meglio…” – ma qualcosa avviene in tutti o quasi tutti quelli che vengono a contatto con il virus. E le persone più deboli possono anche morire, generalmente con una polmonite da pneumococco. Che, attenzione: è un batterio, non un virus.

Il Covid-19, invece, ci ha abituati ad un nuovo attributo: asintomatico.

 

Ossia, pare esserci un confine – spesso legato all’età, ma non sempre – che indica la quasi inattaccabilità da parte del virus, mentre altri più anziani vengono coinvolti e, se ancora più anziani, finiscono in rianimazione, che se va male ci lasciano la pelle.

Senz’altro, bisogna scoprire altri attributi: la velocità ed importanza del nostro sistema immunitario, messo a confronto con la capacità infettiva più o meno veloce del virus.

All’Università di Oxford, in Gran Bretagna, hanno scoperto un altro attributo importante.

Tutti sappiamo che la comune mascherina chirurgica non ci protegge dal virus: limita la diffusione del virus se noi siamo infetti – giacché la “nuvoletta” di virus che emettiamo rimane più contenuta e, se si rispettano le distanze, non si viene infettati – però è in grado di limitare, almeno un po’, la quantità di virus in entrata nel nostro organismo.

In altre parole, se senza mascherina ed in presenza di persone infette possiamo far entrare nei nostri polmoni (la via più comune) una quantità pari a 107 di virus (è solo un esempio), con la mascherina ne facciamo entrare soltanto 103, che parrebbe già un vantaggio. Ma gli inglesi hanno fatto di più.

Hanno semplicemente domandato ai malati ricoverati se usassero la mascherina oppure no: poi, sono andati a verificare il dato dopo la morte dei pazienti. Ebbene, ogni cento deceduti l’80% circa non portava abitualmente la mascherina, mentre solo il 20% la portava: il dato sembra indicare una maggior mortalità per i privi di mascherina. Ci può essere una spiegazione?

Quando veniamo aggrediti da qualsiasi agente esterno – sia esso un virus od una spina di rosa – il nostro sistema immunitario si mette subito al lavoro: chiaramente dipenderà dalle “truppe” che ha a disposizione e dal loro addestramento. Se, però, sono 107 gli aggressori (ossia 100.000.000 di virus) oppure 103 (ossia 1.000 virus) la cosa fa evidentemente differenza.

Così si possono spiegare le guarigioni di persone ultra 90enni e le difficoltà (a volte, addirittura la morte) di giovani sui 30 anni: molto dipende dal numero degli “aggressori” e dalla “potenza di fuoco” del nostro sistema immunitario.

 

Perciò, sappiamo che alcune sostanze – alcune vitamine, soprattutto la C e lo Zinco – sembrano avere importanza per le necessità del nostro sistema immunitario: alcune evidenze sembrano esserci, però la complessità delle reazioni biochimiche, a confronto dell’enorme complessità del sistema immunitario, ci raccontano di star lontani dalle certezze assolute.

Della serie, è giusto assumere questo tipo di sostanze perché c’è una forte probabilità che aiutino il sistema immunitario a rigenerarsi, però è fuorviante credersi, a quel punto, immuni da contagio: dipende molto dalla carica virale con la quale veniamo a contatto. Se incontriamo mille virus sulla nostra strada, il sistema immunitario potrà difenderci, ma se i virus sono un miliardo, può darsi che non bastino lo Zinco e la vitamina C a salvarci. Questo è uno dei plateali errori d’alcuni negazionisti (i più intelligenti) i quali credono che una sostanza benefica risolva sempre un problema: dipende dalla sostanza e dipende dalla natura e dalla gravità del problema! Semplice analisi dialettica (Hegel).

Se, ad esempio, il nostro sistema immunitario (o la biochimica in generale dell’organismo) è già impegnata a contrastare altre malattie, le risorse per un attacco virale saranno minori: per questa ragione si parla di persone decedute “per più patologie”.

 

Tornando alla stranezza del dato italiano, si deve anche precisare la natura della patologia che ha condotto alla morte. Qui, si deve stare attenti a non inquinare con sentenze ideologiche la natura del dibattito.

Alcuni affermano che l’assegnazione di un certificato di morte basato sul Covid-19 sia uno strattagemma sanitario corroborato dai voleri del potere politico, per poter “salvare” un governo che andrebbe, altrimenti, incontro a crisi interne e ad necessarie elezioni politiche. In realtà, il ragionamento deve essere rovesciato.

Qualcuno, che ha interesse ad abbattere l’attuale governo, cerca tutte le cause possibili per dimostrare che la volontà politica del governo sia quella di un sempre maggior numero di morti (o contagiati) da Covi-19: lo fa, però, con una premessa, ossia quella del suo desiderio politico, vale a dire abbattere il governo. Diversa è la posizione dei medici.

 

Qualche medico s’è lasciato andare ad esternazioni che, proprio in questi giorni, si deve rimangiare e in fretta ma lasciamo queste poverissime posizioni di natura politica e torniamo alla pratica medica: qual è la causa di morte che un medico può indicare?

Il Covid-19 genera una polmonite virale interstiziale, ossia il virus si “aggrappa” negli alveoli polmonari e si replica o muta continuamente. I virus sono nati, miliardi d’anni or sono, nel cosiddetto “brodo primordiale” e tale situazione cercano di ricreare: ovviamente senza la minima velleità costruttiva, bensì semplicemente perché è la situazione ambientale che li favorisce.

Perciò, in presenza di questi due attributi – polmonite interstiziale e presenza di Covid-19 – è corretto e preciso indicarne la morte a causa del Covid-19: non c’è nessuna necessita di sottilizzare fra quel “per” ed il “con”. Una persona, però, in quella situazione può anche morire per cause cardiache, giacché l’organismo è violentemente sollecitato a garantire l’ossigenazione del sangue, e questo mette a dura prova il sistema cardio-renale. In questo caso, la causa di morte – sempre in presenza di Covid-19 – è corretto indicarla? A mio avviso sì, come per altre cause secondarie che partecipano attivamente al processo degenerativo dell’organismo in esame. Trombosi, edema polmonare ed altre partecipano al medesimo quadro.

In sostanza, è difficile – se c’è il Covid-19 – indicare una concausa che sia stata neutra ed ininfluente: se non c’è il Covid-19, giustamente il medico deve indicare la causa primaria: infarto cardiaco, tumore, ecc.

 

Però, torniamo per un attimo alla triste situazione della scorsa Primavera: i medici, occupati allo spasmo nelle corsie, avevano il tempo da dedicare all’accuratezza della causa di morte? Probabilmente no, e non si poteva nemmeno chiederglielo.

Perciò, è perfettamente normale prendere con beneficio d’inventario quei dati, ma senza farne subito una freccia di contrasto politico,perché manca il senso profondo proveniente dall’analisi degli eventi.

Ricordiamo che, solo pochi mesi fa, non c’erano mascherine sufficienti per la popolazione: erano un bene troppo semplice per la produzione in Patria, conveniva importarle. E nemmeno dalla Cina – che fabbrica missili ed aerei di V generazione – probabilmente dal Vietnam, dall’Indonesia, dalla Mongolia, Malacca, Kazakhstan…e chissà da quali altri luoghi. Non c’erano rimedi, non si conosceva niente della malattia, gli ospedali esplodevano…l’unica soluzione fu proibire i contatti, ed ha funzionato.

 

Oggi, la situazione è cambiata.

Mentre mesi fa si eseguiva il tampone solo ai sintomatici, oggi si utilizza per scoprire se il virus è presente nella popolazione, sintomatici ed asintomatici: con 150.000 tamponi il giorno, s’arriverà (presto?) ad avere una mappatura della popolazione italiana: l’app Immuni non ha funzionato, perché per farla funzionare bisognava che fosse installata d’imperio dal governo, ed il governo non se l’è sentita. Immaginiamo cosa sarebbe successo, a cosa avviene tutt’oggi per le semplici mascherine.

Ci sono alcuni provvedimenti che si possono comunque prendere, ed in fretta: ad esempio l’esame tramite una semplice goccia di sangue. Un sindaco lombardo di un piccolo comune l’ha attuata con costi inferiori all’euro per esame: magari non è precisa come il tampone, ma fornisce già risultati importanti.

Perché?

Poiché la pandemia terminerà quando più velocemente riusciremo ad avere una mappatura del contagio sufficientemente precisa sul territorio: suvvia, non siamo miliardi! Con 150.000 tamponi il giorno ci vorrà un anno e mezzo per averla: magari con i test rapidi la certezza è leggermente minore, ma la velocità è senz’altro maggiore ed il costo infinitamente minore e, ricordiamo sempre, il fatto d’isolare quanti più infetti possibile è la vera risposta che condurrà alla fine dell’epidemia.

 

Tornando a ragionare sulla mortalità, notiamo che oggi – a fronte di 150.000 tamponi odierni e 10.000 positivi al giorno – è, per fortuna, bassissima, appena qualche decina. Se avessimo conteggiato, la scorsa Primavera, 10.000 contagiati i deceduti sarebbero stati senz’altro superiori al migliaio. Come mai?

Probabilmente, quel 9,7% di mortalità sui contagiati della prima fase è stata un dato falsato dalla fretta: sono sfuggiti centinaia di migliaia d’infetti, mai sottoposti a tampone od altro. Nella “vacanza” estiva sono stati loro ad infettare nuovamente la popolazione: ricordiamo che l’andamento delle epidemie è sempre esponenziale.

Vogliamo raggiungere l’immunità di gregge?

Beh, se la mortalità reale s’aggira intorno al 3% significa che in Italia ci sarebbero 1,8 milioni di morti: siamo certi di sopravvivere – come società coesa – ad un simile salasso?

 

Qualcuno può aver fatto un conto semplicistico ed un poco cinico: muoiono dai 60 anni in su, di cosa devo preoccuparmi? Se muoiono molti pensionati, ci saranno più soldi per me! Questa teoria ha bisogno di qualche delucidazione.

 

I morti per cause naturali, in Italia, sono circa 600.000 l’anno. Il Covid-19, con i suoi 35.000 morti, ha spostato di poco questa cifra, anche perché c’è una varianza di anno in anno superiore: ossia, questo dato è una media.

Proviamo ad immaginare un’Italia che subisce all’incirca 2 milioni di morti in un anno, ossia il 3% per Covid-19 più soltanto 200.000 per cause naturali.

Anzitutto, una quota di circa un milione d’abitazioni finirebbe inevitabilmente sul mercato, con un crollo dei valori immobiliari. I morti sarebbero in maggior quantità nelle aree urbane (più contatti) amplificando ancor più il fenomeno.

La riforma Fornero ha fissato a 67 anni l’età della pensione e tale è rimasta: perciò, scomparirebbero molte persone che oggi sono ancora al lavoro. Ora, nessuno è indispensabile ma tutti siamo utili: siamo certi che i “buchi” lasciati nelle amministrazioni, nelle aziende, nell’istruzione, nella sanità, ecc sarebbero facilmente colmabili? Dovremmo spalancare le porte ad una nuova fase migratoria? Con tutte le maledizioni che si porta dietro?

 

Una nazione strutturata per circa 60 milioni d’abitanti sopravvive sicuramente se scende a 58 milioni, ma i danni sul fronte economico non sono da sottovalutare: significherebbero meno prestazioni e meno consumi, ma non sarebbe una “decrescita felice”.

In altre parole, le società moderne sono strumenti sofisticati e fragili, che reggono su scostamenti lievi, altrimenti vanno in crisi: non si può più ragionare nei termini delle vecchie società agricole, perché oggi – ci piaccia o non ci piaccia – viviamo grazie ad un lavoro che finisce in Cina o negli USA e magari mangiamo, senza saperlo, grano che viene dall’Argentina o dal Canada. E’ tutto, terribilmente interconnesso ed eventuali cambiamenti richiedono tempi lunghi, non certo legati alla demografia che può cambiare un’epidemia.

Scomparirebbero gran parte dei nonni, che sono quelli che spesso si occupano dei nipoti “supplendo” i genitori oberati dal lavoro e dagli impegni?

 

Fare queste previsioni non è facile e richiede maggior ponderatezza perché in Gran Bretagna dove, a fasi alterne e con poco discernimento, s’è cercato d’adottare un principio dell’immunità “di gregge” che è ben diverso da quello americano. Se osservate la cartina americana, vi rendete subito conto che i contagi sono stati soprattutto in California, in Florida e nel New England, aree a forte inurbamento: quasi assente nel vasto Nord-Ovest dove le città sono più rare e distanti l’una dall’altra.

La Gran Bretagna, invece, è un formicaio come l’Italia: se ci siete stati lo saprete…a parte la Scozia, il resto è molto popolato. Quel 6,5% di mortalità recensita in Gran Bretagna è più attinente alla realtà del 9,7% italiano: indica la vera mortalità per aree densamente popolate, ma con una raccolta di dati sulla popolazione più coerente. In altre parole, tentare l’immunità di gregge in fretta, aumenta i morti e non sappiamo con certezza se si tratta di morti solo perché avvengono in tempi più ristretti oppure perché i tempi più ristretti aumentano i contagi.

Quello che sappiamo è soltanto che, con una popolazione di 64 milioni, la Gran Bretagna ha eseguito 26 milioni di tamponi (2), ossia il 40% della popolazione: molti di più di quelli eseguiti in Italia, 1,4 milioni (3) su una popolazione di 60 milioni circa. Sui tamponi italiani bisogna precisare una cosa: le autorità sanitarie non aggiornano il numero giorno per giorno come in Gran Bretagna, e questo dato è quello del 21 Aprile 2020. Siccome durante l’Estate ne hanno fatti pochi, e solo ora il numero è alto, potremmo – molto empiricamente – triplicare il numero di Aprile: saremmo, comunque, molto distanti dalla rilevazione inglese.

 

Quindi, parrebbe che la mortalità sia un fattore legato al tempo di rilevamento ed alla concentrazione fisica delle persone: secondo questa tesi, dovremmo concludere che la mortalità reale sarebbe intorno al 6%, ma è solo un’ipotesi, perché rimane confusa la classificazione dei decessi, diversa da nazione a nazione.

In altre parole, se si cede all’immunità di gregge, i contagi s’espandono subito rapidamente e solo dopo, con misure di prevenzione (lockdown, ecc) si riesce a riprendere in mano la situazione: quello che ha fatto il governo britannico. Il governo italiano ha scelto la via “lenta” ma questa soluzione non ci mette al riparo dal rischio di morte per la pandemia, perché – a parte un vaccino “veloce” (ci credo poco) – tutti dovremo passare attraverso questa malattia, a meno che si estingua da sola per cause sconosciute. Oppure, col trascorrere dei mesi, trovino degli antivirali che ci immunizzino per qualche mese, magari da ripetere (un po’ come succede con le gammaglobuline tetaniche, che ti garantiscono per un paio di mesi se non sei vaccinato) ma che consentano di vivere normalmente.

 

Prima di terminare, vorrei ricordare che tutte le epidemie che l’umanità ha subito hanno scelto loro il tempo d’estinguersi – vedi la peste di Milano, che durò quasi due anni – però, i termini di questa cessazione spesso restano oscuri. La Sars com’è sparita? La Mers aveva un’altissima mortalità, e questo la “aiutò” senz’altro a “suicidarsi”…però, non sappiamo perché si estinse: poteva uccidere il 90% dell’umanità, e non lo fece.

 

Da ultimo, visto che il governo sta per prendere delle decisioni importanti, darei un consiglio che, sono certo, nessuno ai piani alti ascolterà.

Questa vicenda, per molti aspetti ci ha provati: inutile nasconderlo, meglio accettarlo.

Però, nella scorsa Estate, molti italiani hanno pensato che fosse finita e ritenevano che le mascherine sarebbero diventate solo dei ricordi: il risveglio, a base di decine di migliaia d’infettati, è stato e sarà ancor più traumatico. Però, una larga fetta d’italiani chiede di vivere la vita di sempre e questo indipendentemente dall’età, dal sesso o dalla condizione sociale. Dipende molto dall’intelligenza, perché non è facile accettarlo.

 

Stamani, sono andato al mercato. Tutti con la mascherina, ambulanti compresi e gente fra i banchi.

L’occhio m’è caduto lì vicino, dove c’è un bar col dehors. Davanti al bar, tre carabinieri: uno con la mascherina e due senza, che parlottavano con alcune ragazze del posto, anch’esse senza mascherina. Nel dehors tutti con le mascherine abbassate alla gola, felici e pimpanti.

Se il Presidente del Consiglio non chiama il comandante dell’arma dei Carabinieri ed il Capo della Polizia,è tutto inutile: capisco la posizione di chi stava al bar senza mascherina, comprendo meno quella di chi – per dovere istituzionale – dovrebbe far rispettare le norme ed invece mostrava, col suo comportamento, di ritenerle insulse e dunque inutili, da non rispettare.

 

Basterebbe che in quell’immaginario colloquio, Conte dicesse una cosa semplicissima ai due alti ufficiali: “O voi siete in grado di far rispettare la legge ai vostri sottoposti, oppure non siete adatti e, dunque, sarete sostituiti”. Ma un buon democristiano come Conte non lo farà senz’altro, inutile illudersi.

 

1) https://it.wikipedia.org/wiki/Pandemia_di_COVID-19_del_2019-2020_nel_mondo

2) https://coronavirus.data.gov.uk/

3) https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_aprile_23/coronavirus-quante-persone-sono-state-sottoposte-tampone-davvero-5bb59814-847c-11ea-8d8e-1dff96ef3536.shtml

04 marzo 2014

Dodici stazioni


Già alla prima stazione m’accorsi che qualcosa non andava.


Per il momento decisi d’aspettare e non ciucciai quel latte che la tetta di mia madre, generosamente, offriva.

Finché ero ancora in contatto con i Superiori li informai: controllarono.

Sì, c’era stato uno sbaglio: dovevo andare in un altro posto, ma non c’era modo di rimediare e così tirai un sospiro: bevvi lo stesso latte che mia madre, incredula, tirava dalla tetta e metteva nel biberon. Bisogna portare pazienza, pensai.



Alla seconda Stazione ero all’asilo e ricordo che mi piaceva esplorare il sottopalco del teatro: c’erano mille cianfrusaglie e, da una piccola botola, si riuscivano a vedere le gambe delle bambine.

Mia nonna, intanto, parlava con la suora che insisteva...è così bravo, facciamo che metterlo in prima solo come osservatore, poi si vedrà...ma ha compiuto cinque anni da poco...non fa niente, solo osservatore, poi si vedrà...

Sì, ci fu uno sbaglio.

Così, mi ritrovai ad andare in bici quando i miei compagni di scuola trafficavano con i motorini, col motorino quando andavano in moto, con la moto quando prendevano la patente...mi stufai di rincorrere, e presi la patente a 23 anni. Fanculo agli sbagli degli altri.



Alla terza stazione attendevo i risultati degli esami: terza media, col cuore in gola. Chissà com’è andata.

Nove di Latino e nove d’Italiano: solo sette in Matematica.

Con quella pagella – pensai – il mio sogno di studiare anche il greco e poi chissà...forse l’aramaico e l’egizio...era a portata di mano.

Ma ci fu uno sbaglio, anzi, un’interferenza.

Non considerai che mio padre, finalmente, aveva deciso di esercitare la sua patria potestà e s’impose con mio nonno, che voleva farmi fare il Classico per avere un nipote medico.

Così, il 1° Ottobre del 1964 mi ritrovai al secondo piano dell’Istituto tecnico, aula 207, ad osservare il cielo ed il fabbricato – nel quale era passato mio padre quand’era nuovo – inaugurato proprio da lui, Benito Mussolini in persona.

Il cielo era terso, azzurro, senza una nuvola: che ci facevo lì? Ci doveva essere stato uno sbaglio, non c’era altra risposta.



Alla quarta stazione conobbi l’amore.

Sfrenato, infinito come il cielo, ricchissimo d’ogni bene come il mare.

Navigai sui suoi seni come sull’onda lunga dell’Atlantico, poi mi rifugiai fra le sue cosce come nel porto con l’entrata più angusta ma sicuro, protetto da ogni quadrante dai venti della vita.

Assaporai le sue labbra carnose mille e poi altre mille volte...ma la volta che fu mille e una lei disse che non poteva continuare.

Come? Perché?

Suo padre non mi voleva: avevo la testa troppo nelle nuvole, non ero concreto.

Meglio un Geometra del Comune che conosceva: persona quadrata, che già guidava la macchina e sapeva quel che voleva della vita.

Per una seconda volta qualcuno sbagliò e mi coinvolse nel suo errore: se n’accorse.

Tornò, anni dopo, e mi offrì tutta se stessa in cambio di quell’amore che era oramai trascorso ma che lei diceva poteva tornare...saremo di nuovo noi...

Non s’accorse che avevo cambiato oramai stazione: ero diventato cinico senza saperlo.

Lei tornò alla sua città e sposò il geometra: la incontrai anni dopo e mi mostrò due marmocchi, i suoi figli, ma c’era sempre un’ombra di tristezza nel suo sguardo.



Alla quinta stazione gli sbagli iniziarono a pesare e mi ritrovai a dover rendere un pezzo di fegato.

Siccome era strana una colecistectomia a vent’anni, i professori portavano i loro allievi ad osservare il caso: senz’altro un brutto scherzo della genetica, concludevano sempre.

Ero sempre circondato da camici bianchi.

Uno mi chiese: cosa fai? Biologia, risposi. Auguri, ciao.

A dire il vero, nei miei desideri, sarei dovuto essere anch’io fra quegli studenti: che ci fosse stato uno sbaglio?

Mi chiesi se alla seconda stazione qualcuno non avesse sbagliato a farmi fare la Primina: l’anno seguente ci fu la liberalizzazione dell’ingresso alle facoltà universitarie, e sarei riuscito a realizzare ugualmente il mio sogno.





Alla sesta stazione sperimentai la vita del tombeur de femmes.

Strana vita, che assapori per caso, perché quello è il momento storico della liberazione sessuale, come lo fu per Casanova nella Venezia del ‘700. Corsi e ricorsi storici.

Così, trascorsi notti rubate al sonno e regalate al sesso, ma mai appariva la parola “amore”: nessuno voleva permetterselo perché rischiosa.

Meglio accontentarsi di fugaci sguardi, d’allusioni, che duravano fin quando lei si infilava nuovamente mutandine e reggiseno, quasi strappati via nella foga del desiderio, dell’amplesso liberatore.

Oppure pomeriggi passati nei luoghi più impensati...in una piovosa Alassio, in un casotto della Ferrovia in mezzo alle risaie del vercellese...ma il più delle volte nell’alcova di qualcun altro.

Fu uno sbaglio? Forse, ma dettato dalla Storia: eravamo gli attori dell’incedere dei tempi.



Alla settima stazione ci fu un altro sbaglio: meditai che era ora di mettere la testa a posto, e mi sposai.

Così, nacque una figlia e continuai a fare la mia vita di “mordi e fuggi” con le donne.

A dire il vero, il giorno del matrimonio, mia madre se n’accorse e mi disse che ero ancora in tempo per cambiare idea. Sì, con il cortile zeppo d’invitati, fra le quali la mia “fidanzata” del momento.

Come sempre, in questi casi, pone rimedio un divorzio nemmeno poi tanto combattuto: lei lo sa, tu lo sai...ciascuno per la sua strada. Uno sbaglio cosciente.



All’ottava stazione vinsi un concorso ed entrai di ruolo a scuola a spron battuto: finalmente una boccata d’ossigeno!

La persona che mi fece firmare decine e decine di fogli, però, mi raccontò d’essere un ex docente che aveva, di sua volontà, scelto d’essere immesso nei ruoli amministrativi. Come mai? Non disse nulla ma, di sottecchi, mi fece capire che la scuola, come luogo di lavoro, non brillava proprio di luce cristallina.

Me ne sarei accorto col trascorrere del tempo, quando mi fecero trascorrere diciassette anni in uno sgabuzzino: come tutti i prigionieri della letteratura, da Edmond Dantès Silvio Pellico, divenni scrittore mio malgrado, perché quando sei recluso immagini mondi impossibili e favolosi. Devi pur sopportare gli sbagli degli altri.



Alla nona stazione, in un giorno di Maggio e col ritardo di un “fidanzamento oramai d’argento”, mi (ri)sposai, anzi, ci sposammo e facemmo festa a modo nostro, in una società operaia che c’affittò la sala. C’erano piatti liguri e piemontesi ma semplici, tutto all’insegna di premiare l’amicizia al posto dello stomaco, e la damigiana del vino faceva bella mostra di sé proprio dietro al tavolo degli sposi. I figli ci guardavano un po’ stupiti ma anche allegri per quella festa che, oramai, non s’attendevano più. L’officiante, un assessore, lesse una bellissima storia sull’amore coniugale, tratta da uno dei mille Talmud apocrifi, creazioni di gente strana che, come me, non aveva mai sentito una terra come la “sua”, ma solo un posto dove, temporaneamente, posava i piedi. Non ci furono sbagli quel giorno, nemmeno uno, e salutammo gli amici con qualche lacrima fuggevole, che sono le più vere.



Alla decima stazione ero abbastanza sollevato: di lì a poco sarei andato in pensione e il pallido ricordo di cosa fosse la libertà m’inebriava. Quasi non ricordavo più cosa fosse gestire il proprio tempo come più ti piace, non avere orari, impegni, doveri. La Gretel era lì ad aspettarmi: per ora stava ferma sullo scalo, ma il suo scafo già fremeva al pensiero dell’onda.

Invece, arrivò una professoressa come me, esperta di pensioni, la quale affermò sicura che, per salvare l’Italia dal baratro, era necessario che io lavorassi altri cinque anni.

Avevo sentito quelle frasi, o roba simile, centinaia di volta...il Paese non può aspettare, dobbiamo sacrificarci, la Patria ha bisogno di uno sforzo supremo...eppure l’Italia era sempre quella, un posto dove non si sta mai bene perché i tuoi diritti sono sempre aleatori, ma anche i doveri non li controlla nessuno. Passarono anni, ma la situazione non migliorò affatto: probabilmente ci fu uno sbaglio. Pazienza: avrei rivisto la libertà a fine pena, a 67 anni.



All’undicesima stazione morii.

Chiamai mia moglie, che oramai era diventata sorda, ma non mi sentì: stava chiacchierando al telefono con un’amica. Parlavano di creme, ricordo, creme per le smagliature.

Scivolai in una sorta di sonno, poi in una situazione ovattata dove appena percepivo la vita come la mia, appartenente a me: una luce chiara quasi m’abbagliò e mi trovai nuovamente al cospetto dei Superiori.

Qui, non c’erano stati sbagli: la morte è l’unica situazione nella quale non puoi sbagliare.



Alla dodicesima stazione ero in un anfratto, qualcosa del genere...solo rocce intorno a me, ed una luce che calava dall’alto.

Si passava dalla veglia ad una specie di trance che assomigliava al sonno, dove tutto vorticava con una velocità pazzesca: la storia del nostro e d’altri mondi transitavano alla velocità della luce e, mentre osservavi, ti sembrava di conoscere ogni singola persona, ogni singolo essere e ti pareva di partecipare alla vita d’ogni singola molecola.

Solo una cosa non mi piaceva: in quel labirinto c’era poca luce, solo diffusa...quanto mi sarebbe piaciuta una finestra sul mare!

Interpellai un Superiore, il quale chiuse gli occhi e controllò: ma sì, è vero...qui c’è stato uno sbaglio...dovevi andare al livello superiore, dove ci sono le finestre...ma com’è stato possibile...

Grazie, dissi, ho capito: non si può rimediare...eccetera...ne riparleremo al prossimo eone...



Dedicato ad Elisabetta (Eli) e Luigi Tedeschi i quali – ironia della sorte – sono ambedue romani, non si conoscono personalmente, ma hanno perso, entrambi, i genitori a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. Il padre di Eli pochi giorni fa. Spero che questa “amicizia elettronica” si faccia sentire e porgo ad entrambi ed a nome di tutti le nostre condoglianze.

02 gennaio 2014

Difficile risveglio



E’ sempre un trauma quando suona il telefono alle 8.30 del giorno di Capodanno: lì per lì speri che sia uno sbaglio...che al telefono, dall’altra parte, ci sia un ragazzo che ha fatto tardi e vuole rassicurare a casa. Speri: altrimenti...


Invece, la voce non è un tono sconosciuto, ancorché reso rauco dal pianto.

Dice poche parole “F....è morta...” poi, scoppia in lacrime. Mio cugino è affranto dopo una notte da incubo, iniziata come da copione al pranzo degli Alpini e terminata col medico del 118 che scuote la testa.

Un infarto, oppure un’embolia polmonare alle tre di notte: così se n’è andata F., la mia unica cugina, con la quale ero cresciuto, 64 anni – due anni più di me – un po’ la mia sorella maggiore.



La giornata è magnifica, tutto è deserto a quest’ora di Capodanno ma la natura s’è svegliata e le fronde degli ulivi stormiscono leggermente e con grazia alla brezza marina, mentre gli uccellini ancora sono silenti; dopo la sbornia di scoppi della notte si domanderanno: cos’è stato? Questo uragano di fuoco e scoppi è stato opera degli umani? E allora, perché non si vedono in giro come gli altri giorni?

Ho deposto la cornetta ed osservo la casa deserta, in quiete: mi concedo qualche attimo prima d’attaccarmi di nuovo al telefono, per attivare il mio ruolo di stazione ricevente/trasmittente verso il mondo dei dormienti od appena svegli e giocare la parte di un addolorato Mercurio.



In quei pochi istanti, tornano alla mente i ricordi più lontani: noi due, bambini, nel bagagliaio della “Topolino” giardinetta con la carrozzeria di legno – detta “capunera", “capponaia”: per estensione linguistica, il posto dove si mettevano i polli – perché nell’antica utilitaria i “grandi” stavano seduti nei quattro posti – gli uomini davanti, le donne dietro – ed i bambini...nel bagagliaio. E ricordo il tuo incaponirti con me perché non pronunciavo la “erre”: facevamo mille prove...si...la lingua contro il palato, così...adesso...niente, la mia erre moscia era troppo radicata e prepotente. Il problema non era mio: se avevo la erre moscia, dovevo nascere un centinaio di chilometri ad Ovest ed in Francia non ci sarebbe stato nessun problema!

Ma tu insistevi, e si ricominciava: lingua, palato, tremito (?) della lingua...niente, sarò stato parente dell’Avvocato...



Passarono gli anni, e tu – un brutto giorno – perdesti il papà: così tornai a farti un po’ di compagnia, ad andare al cinema insieme...ed io (15 anni) iniziai a capire qualcosa del mondo femminile...perché bisognasse aspettare due ore (ma a che spettacolo andiamo?!? Dai, Carlo, andiamo a quello dopo...) perché era necessario “cotonarsi” i capelli. E non si vedeva cotone: mah...

Col passare del tempo non capii perché, invece d’andare a vedere John Wayne, si dovesse andare in un piccolo paese periferico (sempre a piedi) per veder giocare la squadra locale: che mia cugina fosse diventata una sfegatata tifosa? La realtà era più prosaica: in quella squadra giocava quello che sarebbe diventato mio cugino. Proprio quello che piangeva al telefono.



Gli ultimi vissuti insieme riguardarono le sue amiche più giovani (lei era del ’49, io del ’51) che potevano essere interessate a me, magari pure io ero interessato a loro...in quel gioco che iniziai a comprendere, fatto di 500 frasi compiute, confessate però in 1000 mezze frasi, per rendere la cosa più intrigante e misteriosa.

Devo confessare che, in sella alla mia “Bianchi 200” da motocross, all’epoca facevo una discreta figura e le tue amiche non furono mai deluse da quegli incontri. Talvolta, in quella nostra innocenza, s’andava un poco oltre ma il lettore non immagini chissà quali turbolenze...quando tornavo a casa con il maglione di lana impregnato di foglie secche...beh...spiegavo a mio padre che ero andato a correre in pista e che ero caduto un paio di volte. Forse lui ci credeva, ma mia madre aggiungeva, velenosa: “E’ andato in camporella...”



Tu eri già fidanzata e, quando ti sposasti, io vivevo oramai lontano...così non ricordo nemmeno se venni al tuo matrimonio...e nemmeno quando avesti la bambina...che pessimo cugino hai avuto!

Ci siamo ritrovati in età matura per altri frangenti: a poco a poco, sono caduti tutti come le mosche d’autunno e ci siamo ritrovati ad essere i più vecchi, quelli che “ci dovevano pensare”. Ci saremo riusciti? Mah...



La cucina rimane deserta: tutti dormono, ed io devo telefonare. Già, devo telefonare, ma sono rapito dai ghirigori del pavimento “alla veneziana”: per capirci, quei pavimenti lucidati “a piombo” con la graniglia così fine che, se ti cade qualcosa, non lo ritrovi più. Però sono magici.

Sono infinite le figure che crea e che disfa mentre m’aggiro pensieroso attorno al tavolo: ad ogni giro cambia il “tessuto” e compaiono immagini nuove. Questo è un guerriero amazzonico e forse africano: si notano gli occhi fieri che guardano lontano, forse all’orizzonte, per capire se quella macchia è una preda od un predatore. Semplice incasellamento più in alto o più in basso, per noi – biologi materialisti – nella scala dei consumatori primari e secondari: argomento più essenziale e decisivo per lui.



Ma al giro seguente non c’è più: lì presso è comparso un capitano con la barba, un capitano di velieri, dei “barchi” che portavano il minerale di ferro dall’isola d’Elba e lo sbarcavano nei golfi liguri. Non nei porti: nei porti non c’era posto per quelle modeste golette che ancora solcavano il mare al tempo delle macchine, e allora abbattevano il “barco” su un fianco nei pressi della spiaggia e stendevano una lunga sequenza di traballanti tavole di legno. Lì, i “camalli” caricavano i sacchi e poi percorrevano la traballante passerella cercando di non cadere in mare, pressappoco dove noi oggi facciamo il bagno. Giunti sulla spiaggia, era pronto il carro con gli enormi buoi da tiro che avrebbero condotto il minerale nell’interno – ricco di legname – per trasformarlo in ferro, buono per il muratore che costruisce, ma altrettanto buono per il soldato che ammazza.



Addio, capitano: buon vento, so che non ti ritroverò mai più! Oh, questa è una figura dall’aspetto nobile: che bella signora! E’ di fine ‘800 ed ha ancora il colletto abbottonato alla gola, si nota benissimo. “Moglie e madre esemplare” ci sarà scritto nella lapide di un cimitero abbarbicato sulle colline e spazzato dal vento: già, per le donne c’è sempre poco da scrivere...”Moglie e madre esemplare”...scusate se è poco, sono loro che garantiscono la sopravvivenza della specie. Come? Non siete d’accordo? Beh...noi uomini facciamo “zic zic” e ci piace, ma dopo...tocca a loro presentarci quell’affarino che sta in un cestino di lenzuolini e che piange. E come fanno a tirarli su? Mistero, che ogni donna conosce.



Mio Dio! Non sapevo che la mia cucina fosse così abitata! Che sia questo il senso dell’esistere? Un puzzle che cambia disposizione ad ogni giro della ruota? Lascio ai filosofi l’arduo compito, io sono solo un descrittore di pavimenti dinamici e l’unica cosa che so fare è girare attorno al tavolo e generare rapporti.

Vorrei anche dedicarmi un poco alla letteratura e scriverti una di quelle lettere che si vergavano nell’Ottocento...quelle lettere...scritte da personaggi famosi (quelle dei meno famosi sono andate, semplicemente, perdute) come Goethe e Leopardi, che iniziavano sempre con un “Mia cara cugina...”.



Già, quante cose avrei ancora da raccontarti, mia cara cugina, ma non ci sei più. L’Uomo/Dio ha compiuto un’altro giro attorno al tavolo ed il mosaico è cambiato: addio mia cara cugina, con te non è mai stato tempo perso, né banale chiacchiericcio. Ti porterò sempre con me nel ritratto di quel giro attorno al tavolo, quando, sorridente, ti divertivi a far dire la erre ad un francese nato, chissà perché, nel Paese sbagliato.



Scusate se, per una volta, non parlo di grandi avvenimenti politici o storici, bensì di giri attorno ad un tavolo: mi sono permesso, scusate ancora.

06 dicembre 2013

La seconda morte di Gandhi



Era il 1914 quando, mentre in Europa divampava la prima guerra mondiale, l’avvocato Mohandas Karamchand Gandhi vinceva la sua lunga battaglia contro l’apartheid in Sudafrica. Vinceva la prima battaglia: i matrimoni misti fra non cristiani furono ritenuti nuovamente validi e gli indiani furono nuovamente considerati lavoratori liberi, senza una tassa da pagare. La lotta dell’avvocato indiano era iniziata 11 anni prima, nel 1893, e Gandhi aveva subito ogni sorta d’umiliazione, dal viaggiare in predellino sulle carrozze a non poter sedere in prima classe sui treni pur avendo regolare biglietto.


Quattro anni dopo, nascevi tu.

Anche tu scegliesti gli studi giuridici per diventare il difensore dei più deboli, dei derelitti neri del Transvaal e di tutta l’Africa australe. Com’è andata, oggi lo sappiamo.

Ci sono voluti 100 anni e due vite per concludere la lotta, per rimettere a posto un errore lontano, iniziato con le caravelle di Cabral nel 1505, ma voi ci siete riusciti.

Di gente come voi non ne nasce più, oppure se nasce rimane nella lugubre ombra generata dai media mainstream che tutto dettano, tutto programmano, tutto ottengono. Come un negretto, anch’egli avvocato, che semina guerre per il mondo a capo della nazione più ricca e violenta, e che dichiara (sic!) d’esseri ispirato a te.

Riposate in pace: voi, la vostra lotta l’avete vinta. Onore a te, Madiba.

06 marzo 2013

Hasta siempre, comandante


Hai resistito fin quando hai potuto, ed oggi te ne sei andato.

Quelli come te – che parlano il linguaggio degli umili senza farsi abbindolare dalle sirene dell’acculturazione – non nascono tutti i giorni.

Sei partito da uno sconosciuto villaggio fra la savana e la pianura – sangue misto, indio, nero ed ispanico, alla faccia di chi difende la razza: i bastardi sono sempre i migliori – e sei arrivato a pilotare gli F-16.

Poi, ti sei messo al servizio del tuo Paese: già, “servizio” che in giapponese si dice “samurai”.

Nessuno ha saputo interpretare meglio di te le esigenze della povera gente: per questo ti acclamano e ti piangono senza ritegno. Perché la povera gente non soffoca i suoi istinti: quando è allegra ride, quando è triste piange.

E tu hai cercato di sfamarli, d’aprire loro le porte della cultura – sempre popolare, vedi l’Orchestra del Venezuela, dove i prestigiosi Berliner Philarmoniker hanno dovuto abbassarsi e prendere in carico un loro contrabbassista tanto era bravo – e d’insegnare loro che il mondo è a portata di mano, basta lottare contro quelli che te lo negano.

Non so se ti hanno avvelenato oppure no: può darsi, ma – da oggi – il popolo venezuelano non potrà più tornare indietro – oh, gli altri ci proveranno, eccome! Il petrolio fa sempre gola, i soldi ancor più – ma i venezuelani avranno di fronte ad essi un faro, Hugo Chavez, e nessuno potrà – mai più – dire loro che la luna non esiste.