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06 marzo 2013

Hasta siempre, comandante


Hai resistito fin quando hai potuto, ed oggi te ne sei andato.

Quelli come te – che parlano il linguaggio degli umili senza farsi abbindolare dalle sirene dell’acculturazione – non nascono tutti i giorni.

Sei partito da uno sconosciuto villaggio fra la savana e la pianura – sangue misto, indio, nero ed ispanico, alla faccia di chi difende la razza: i bastardi sono sempre i migliori – e sei arrivato a pilotare gli F-16.

Poi, ti sei messo al servizio del tuo Paese: già, “servizio” che in giapponese si dice “samurai”.

Nessuno ha saputo interpretare meglio di te le esigenze della povera gente: per questo ti acclamano e ti piangono senza ritegno. Perché la povera gente non soffoca i suoi istinti: quando è allegra ride, quando è triste piange.

E tu hai cercato di sfamarli, d’aprire loro le porte della cultura – sempre popolare, vedi l’Orchestra del Venezuela, dove i prestigiosi Berliner Philarmoniker hanno dovuto abbassarsi e prendere in carico un loro contrabbassista tanto era bravo – e d’insegnare loro che il mondo è a portata di mano, basta lottare contro quelli che te lo negano.

Non so se ti hanno avvelenato oppure no: può darsi, ma – da oggi – il popolo venezuelano non potrà più tornare indietro – oh, gli altri ci proveranno, eccome! Il petrolio fa sempre gola, i soldi ancor più – ma i venezuelani avranno di fronte ad essi un faro, Hugo Chavez, e nessuno potrà – mai più – dire loro che la luna non esiste.